Ho lasciato il mio ragazzo da pochi mesi dopo 18 anni di relazione. La decisione di lasciarlo è nata
Ho lasciato il mio ragazzo da pochi mesi dopo 18 anni di relazione. La decisione di lasciarlo è nata da un distacco emotivo che sentivo nei suoi confronti probabilmente nato per difendermi da certe dinamiche routinarie che mi facevano soffrire. L'ho lasciato perché lui era sempre nervoso e depresso e a lungo andare l'empatia che avevo per lui è andata sgretolandosi, poiché ormai da 3 anni mi aggrediva verbalmente per qualsiasi cosa esulasse dalla sua idea delle cose da fare, anche la più piccola cosa lo poteva mandare in crisi e io dovevo continuamente adattarmi ai suoi sbalzi d'umore per consolarlo e calmarlo, essendo costantemente arrabbiato con il mondo. Negli ultimi anni desideravo tante cose da condividere insieme, ma queste cose non sono mai arrivate, perché lui era sempre inerte.Così mi sono resa conto dopo che ci siamo lasciati che tante cose che prima desideravo comprare o fare insieme non le desidero più. Mi sento apatica, come se non sono più in grado di emozionarmi. Inoltre mi sono resa conto che pur essendoci lasciati da poco è come se il mio cervello avesse smesso di pensare a lui da subito. Mi sento sbagliata ad aver dimenticato tutto di lui, avendo passato tanti anni insieme supportandoci a vicenda. I ricordi di lui sono sfocati e lontani e lo percepisco come un estraneo. Mi sembra assurdo soprattutto perché questo modo di percepirlo è stato immediato non appena l ho lasciato. Mi chiedo se tutti questi anni ad assorbire i suoi stati depressivi e scatti di rabbia non abbiano compromesso la mia empatia, la capacità di emozionarsi e desiderare anche piccole cose. Mi chiedo se posso recuperare queste parti di me che con la mia vecchia relazione sono andate perdute e se potrò mai recuperarle anche nell'ottica di iniziare una nuova relazione sana. Considerando che tanti anni fa ero una persona molto empatica, sensibile che si entusiasmava anche per le piccole cose , se non recupero queste parti di me sento di aver perso me stessa.
66 risposte
Buongiorno, grazie per la sua condivisione. Credo che la sua sia una reazione difensiva legata al bisogno immediato ed estremo di separarsi da questa persona: non credo che la sua empatia, sensibilità e capacità di emozionarsi siano compromesse o cambiate per sempre, ma credo che per difendersi e proteggersi abbia dovuto almeno temporaneamente indurirsi, perchè quello che le veniva buttato addosso e doveva gestire era decisamente troppo. credo che le farebbe bene cominciare un percorso di riscoperta di sè, per elaborare la fine di questa relazione e soprattutto recuperare il suo desiderio, la sua empatia, per rifare il punto di quelli che sono i suoi reali desideri e le sue aspettative senza di lui, mettendo al centro se stessa, perchè mi sembra di capire che non era più al centro della sua vita da molto tempo. Credo che sia arrivato il momento di riprendere in mano la sua vita partendo da sè: questa inibizione delle emozioni credo sia reattiva per aiutarsi nella separazione, per permettersi effettivamente di separarsi dopo tanto tempo. Se vuole, possiamo provare a coltivare di nuovo le sue emozioni insieme ripartendo da lei, mi trova a disposizione, anche online. Un caro saluto, dott.ssa Elena Gianotti
Ottieni una risposta grazie al consulto online
Hai bisogno del consiglio di uno specialista? Prenota un consulto online: riceverai tutte le risposte senza uscire di casa.
Gent.ma utente, quel che ci ha raccontato e che le sta accadendo a livello psicologico ed emotivo è più normale dopo una separazione, soprattutto perché parliamo di una relazione di 18 anni. La separazione corrisponde a un trauma che la mente vive esattamente come se fosse un lutto e, anche se vi siete lasciati da alcuni mesi, non ha un tempo prestabilito per essere elaborato in modo corretto e funzionale. Certamente, la cosa più importante in questo momento per lei è essere gentile e paziente proprio con sé stessa, senza cedere alla tentazione di giudicarsi o criticarsi per quello che sente o non sente, per quello che pensa o non riesce a pensare. Trattarsi bene è la priorità essenziale ed è il requisito per cominciare ad accedere di nuovo a certi ricordi e alle emozioni collegate. La mente, infatti, la sta proteggendo da una nuova sofferenza: non è vero che non è più empatica, che non riesce ad emozionarsi, nel bene o nel male, quando tenta di rivivere i momenti di vita con il suo ex partner. Solo che la mente sceglie inconsapevolmente di evitarle ulteriore dolore e intercetta ogni possibile innesco potenzialmente dannoso per il suo benessere psicologico. E' evidente che la sua scelta di separarsi è maturata dopo anni di problemi relazionali che hanno corroso molte delle sue energie nervose ed emotive, in cui ha dovuto cedere a compromessi unilaterali ed essere esposta alla volatilità del carattere e dell'umore del suo ex partner. Questo stress cronico può averla in qualche modo anestetizzata dal voler sentire e partecipare emotivamente a quello che accadeva nella sua relazione, come se la pressione del senso del dovere bastasse ad andare avanti e le impedisse di accedere a uno spazio di serenità, di emozioni positive, di progettualità comune, di sana vita relazionale. Tutto è passato in secondo piano rispetto alla strenua resistenza di trascinarsi sul solco dell'abitudine e di un legame che il tempo aveva reso necessario più che volontario. Ecco, forse quello stress cronico, quella resistenza, si è trasformato in un burnout emotivo che ha reso quella forma di anestesia emotiva permanente e tuttora le fa pensare di non essere più capace di sentire, di capire, di amare. Credo che lei debba ricostruire una sana forma di resilienza rispetto a quello che le è accaduto nell'ultimo periodo e che questo possa partire dal valutare un supporto psicologico di un professionista. Ci sono molte dinamiche psicologiche che vanno affrontate per riguadagnare il diritto fondamentale a stare bene, a essere soddisfatta della sua vita, a essere in grado di viverla senza condizionamenti emotivi, autonoma nelle scelte, capace di determinare la sua felicità giorno per giorno. In un percorso psicologico potrà trovare strumenti e strategie efficaci per riattribuire significato a quanto è successo, a sviluppare auto-compassione, ad accettare la presenza di pensieri ed emozioni difficili, a comprendere meglio i suoi valori e i suoi bisogni, a riscoprire le sue potenzialità. Sono a sua disposizione per aiutarla, anche online. Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
Gentilissima, quello che racconti può essere molto disorientante, soprattutto perché dopo 18 anni ti trovi non solo senza una relazione, ma anche davanti a una versione di te che oggi ti sembra molto diversa da quella che conoscevi. Una cosa che mi colpisce è il modo in cui stai cercando di dare un significato a questa esperienza: “Ho perso la mia empatia”, “non riesco più a emozionarmi”, “ho dimenticato lui troppo velocemente”, “forse ho perso me stessa”. Sono pensieri comprensibili, ma è importante ricordare che un pensiero, anche quando appare molto convincente, non è necessariamente una fotografia oggettiva di ciò che ti sta accadendo. Dopo molti anni trascorsi ad adattarsi agli stati d'animo di un'altra persona, a cercare di anticiparne le reazioni, a consolarla e a evitare conflitti, è possibile che il proprio sistema abbia imparato a funzionare molto sulla base dell'allerta, dell'adattamento e del “dover gestire”. Quando finalmente questa situazione viene meno, può esserci un periodo di vuoto, di stanchezza o di apparente apatia. Non significa necessariamente che quelle parti di te siano scomparse. Anche il fatto che oggi tu non desideri più le cose che desideravi fare con il tuo ex non significa necessariamente che tu abbia perso la capacità di desiderare. Forse, semplicemente, alcuni desideri appartenevano a quel particolare progetto di vita e oggi non ti appartengono più nello stesso modo. Potrebbe esserci una differenza importante tra “non desidero più quelle cose” e “non sono più capace di desiderare”. Lo stesso vale per il modo in cui lo ricordi. Dopo una relazione così lunga, può sembrare quasi incomprensibile percepire improvvisamente l'altra persona come lontana o estranea. Ma non esiste un modo corretto o obbligatorio di elaborare una separazione. Il fatto che tu abbia smesso rapidamente di pensare a lui non cancella i 18 anni vissuti insieme e non dimostra che tu non abbia provato amore o che la relazione non sia stata importante. In un percorso mindfulness, potrebbe essere interessante provare, per un po', a non trasformare ogni esperienza in una verifica di ciò che “sei diventata”. Quando compare “non provo niente”, puoi provare semplicemente a riconoscerlo: “In questo momento c'è poca emozione”. Quando compare “ho perso me stessa”: “Sto avendo il pensiero di aver perso me stessa”. Non per negare quello che provi, ma per creare un piccolo spazio tra te e la storia che la mente sta costruendo. E forse, invece di chiederti continuamente “Tornerò a essere quella di prima?”, può essere più utile domandarti: “Che persona voglio essere adesso?” Quali qualità vuoi coltivare? Che rapporto vuoi avere con te stessa, con gli altri, con il desiderio, con il tempo libero, con le relazioni? In ACT questo passaggio è importante: non necessariamente recuperare una versione passata di sé, ma tornare a vivere nella direzione di ciò che per noi ha valore. Non devi dimostrare di essere ancora empatica emozionandoti per qualcosa, né devi ritrovare subito l'entusiasmo che avevi anni fa. Puoi iniziare da piccole esperienze, senza aspettarti che producano necessariamente una sensazione particolare: una passeggiata, una persona con cui stai bene, qualcosa che ti incuriosisce, un'attività che avevi abbandonato. Non come un test per verificare se “sei tornata quella di prima”, ma come occasioni per tornare gradualmente in contatto con la tua esperienza. E soprattutto, non è detto che tu debba ritrovare esattamente la persona che eri prima di questa relazione. Potresti scoprire, con il tempo, di essere ancora quella persona sensibile ed empatica che ricordi, ma con bisogni, confini e desideri nuovi. Se questa sensazione di apatia e di perdita di interesse dovesse essere molto intensa, persistente o accompagnata da una sofferenza importante nella vita quotidiana, sarebbe comunque utile parlarne con un professionista, anche per distinguere una normale fase di assestamento dopo una separazione da una difficoltà emotiva che merita un'attenzione specifica. Per ora, forse, non hai bisogno di sapere se hai perso te stessa. Puoi concederti di conoscerti di nuovo. Un caro saluto, Dott.ssa Grandi Chiara
C'è una differenza fra aver perso l'empatia e averla spesa tutta. Lei descrive anni passati ad adattarsi agli sbalzi d'umore di un altro, a consolare, a calmare, a prevedere. Quello che chiama apatia, letto così, somiglia a ciò che resta quando per molto tempo ci si fa carico della regolazione emotiva di qualcun altro. Non una parte andata perduta: una parte che ha lavorato troppo e adesso non risponde. Anche il ricordo sfocato, in questa luce, non la rende sbagliata. Quando un legame diventa soprattutto un compito, a volte la memoria lo archivia come un compito. La domanda utile non è se recupererà quelle parti di sé. È: in quei diciotto anni, quando ha smesso di chiedersi cosa desiderava? Certi problemi di coppia lasciano tracce che si vedono solo dopo, e su questo per iscritto non mi pronuncio: è materia da percorso psicologico, con qualcuno davanti. Se vuole parlarne, sul mio profilo trova un primo colloquio conoscitivo di 20 minuti, gratuito, che si prenota direttamente in agenda. Ricevo online. Dott.ssa Alessia Cipriano, psicologa clinica
Buongiorno, sono la Dott.ssa Morena, psicologa. Dopo 18 anni di relazione è comprensibile chiedersi come sia possibile sentire così tanta distanza in così poco tempo. Ma il fatto che oggi i ricordi siano sfocati o che non senta più le emozioni di prima non significa necessariamente che abbia perso la sua capacità di amare, di provare empatia o di desiderare. A volte, quando per molto tempo abbiamo dovuto adattarci agli stati emotivi dell'altra persona, proteggerci e mettere da parte i nostri bisogni, possiamo arrivare alla fine della relazione già profondamente stanchi. E può essere proprio allora che ci accorgiamo di quanto ci siamo allontanati da noi stessi. Quello che oggi percepisce come “perso” potrebbe quindi essere qualcosa che ha bisogno di essere ritrovato, non qualcosa che non esiste più. Se sente che questa apatia e questa sensazione di non riconoscersi più la stanno accompagnando anche fuori dalla relazione, può scrivermi. Possiamo provare insieme a capire cosa è successo e, soprattutto, a ritrovare pian piano quella parte di sé.
Quello che descrive può essere comprensibile dopo una relazione così lunga e vissuta per anni in una condizione di forte adattamento emotivo. Il fatto che oggi percepisca il suo ex come distante, che i ricordi siano sfocati e che faccia fatica a provare entusiasmo non significa necessariamente che abbia perso per sempre empatia o capacità di sentire. A volte, dopo periodi prolungati di tensione, rabbia, richieste emotive e continuo monitoraggio dell’umore dell’altro, può comparire una sorta di “spegnimento” emotivo, che va letto con prudenza e senza trasformarlo subito in una diagnosi. Il punto importante è che lei oggi sente di essersi allontanata da parti di sé che prima riconosceva come vive e spontanee. Un supporto psicologico può aiutarla a comprendere meglio questo distacco, elaborare la fine della relazione e recuperare gradualmente desideri, interessi, confini ed emozioni proprie, senza avere fretta di iniziare una nuova relazione. Se vuole approfondire questa fase, può contattarmi per una consulenza online o in presenza e consultare la mia agenda per le disponibilità. un caro saluto. Dott. Giulio Blasilli
Gentile utente, ciò che racconta è molto comprensibile e non significa affatto che ci sia qualcosa di “sbagliato” in lei. Dopo 18 anni di relazione, soprattutto quando per molto tempo si è stati esposti a tensione, rabbia e alla necessità di adattarsi continuamente agli stati emotivi dell’altro, può accadere di sentirsi emotivamente svuotati e di avere bisogno di tempo per ritrovare sé stessi. Anche il fatto di percepire oggi il suo ex quasi come un estraneo non significa necessariamente aver cancellato o svalutato 18 anni di vita condivisa. A volte il distacco emotivo avviene molto prima della separazione concreta, come una modalità di protezione da una situazione divenuta troppo faticosa. L’apatia e la difficoltà a desiderare o emozionarsi non devono però diventare per lei una sentenza sul suo futuro. Le capacità di provare interesse, entusiasmo, empatia e desiderio possono ritrovare spazio, soprattutto quando si torna a vivere in un contesto più sereno e si ha la possibilità di elaborare ciò che è accaduto. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio a comprendere questa trasformazione, elaborare gli anni vissuti nella relazione e, soprattutto, ritrovare gradualmente quelle parti di sé che oggi sente lontane. Il fatto che lei riesca già a riconoscerle e a desiderarle nuovamente è un elemento importante. Se lo desidera, possiamo approfondire insieme questo percorso.
Quello che racconti non mi sembra affatto “sbagliato”: dopo tanti anni passati ad adattarti agli stati d’animo e alle reazioni del partner, può essere comprensibile sentirsi emotivamente svuotati e avere bisogno di distanza. Anche il fatto che oggi i ricordi siano sfocati o che tu non senta più gli stessi desideri non significa necessariamente che tu abbia perso la tua capacità di amare o di emozionarti. Potrebbe essere utile comprendere insieme cosa è successo dentro di te negli ultimi anni e distinguere ciò che appartiene a questa fase da ciò che senti davvero di aver perso. Queste parti di te possono essere riscoperte e coltivate nuovamente, con gradualità. Se vuoi, possiamo approfondire questo percorso insieme.
buonasera la sua reazione agli eventi è molto normale essendo un momento molto delicato dopo tutti quegli anni trascorsi insieme ad una persono, Suggerirei di non preoccuparsi e troverà pian piano la forza di ritrovare se stessa. Il suo è un momento molto delicato. Non abbia paura e stando da sola ritroverà la persona autentica che le appartiene ossia se stessa. saluti Maria Giorgia Bassani
Gentile utente, quello che descrive non mi sembra necessariamente un segno di aver “perso” la sua capacità di amare o di provare emozioni. Dopo 18 anni di relazione, e soprattutto dopo un periodo prolungato in cui racconta di essersi dovuta adattare agli stati d'animo, alla rabbia e alle esigenze del partner, è possibile che una parte delle sue energie sia stata a lungo impegnata nel gestire la relazione e nel proteggersi. Anche il fatto di percepire oggi il suo ex quasi come un estraneo non significa che gli anni vissuti insieme non abbiano avuto valore. A volte una separazione viene preceduta da un lungo processo interiore: ciò che all'esterno appare improvviso può essere maturato dentro di noi per molto tempo. Forse una parte del distacco che oggi la sorprende era già iniziata mentre la relazione era ancora in corso. L'apatia che descrive, però, merita di essere ascoltata senza trasformarla in una diagnosi o in una colpa. Potrebbe essere una fase di assestamento dopo una relazione molto impegnativa, ma se dovesse persistere o coinvolgere significativamente anche altre aree della sua vita, parlarne con uno psicologo potrebbe aiutarla a comprenderne meglio il significato. Non si ponga ora l'obiettivo di tornare immediatamente ad essere la persona entusiasta di un tempo, né quello di iniziare una nuova relazione. Può cominciare più semplicemente a chiedersi: “Cosa piace a me, oggi, indipendentemente da ciò che avrei dovuto fare con qualcuno?”. Piccoli desideri, interessi, relazioni e momenti scelti per sé possono diventare gradualmente uno spazio in cui ritrovarsi. E soprattutto, non è detto che debba recuperare esattamente la persona che era prima. Potrebbe scoprire, con il tempo, una parte di sé nuova, costruita anche attraverso ciò che ha vissuto. Un caro saluto.
Quello che descrive non significa necessariamente che abbia perso la capacità di provare emozioni o che ci sia qualcosa di “sbagliato” in lei. Dopo anni trascorsi ad adattarsi agli stati d’animo dell’altro, a gestirne la rabbia e a ridurre i propri bisogni, è possibile che il distacco emotivo sia stato anche un modo progressivo di proteggersi e preservarsi. In chiave cognitivo-costruttivista, più che chiedersi perché oggi non sente più ciò che sentiva, potrebbe essere utile esplorare come, nel tempo, abbia costruito il proprio modo di stare nella relazione e quanto spazio sia rimasto per sé. Anche il fatto di percepire oggi l’ex come un estraneo può essere compreso nel processo di riorganizzazione della propria esperienza, soprattutto dopo una separazione maturata nel tempo. Le parti di sé che oggi sente lontane non sono necessariamente perdute: un percorso psicologico potrebbe aiutarla a riconnettersi gradualmente con desideri, emozioni e bisogni che per molto tempo sono rimasti in secondo piano.
Buongiorno, nella sua domanda sento soprattutto una paura: “se non provo più ciò che provavo prima, significa che ho perso me stessa?” Eppure, leggendo la sua storia, mi viene da spostare leggermente lo sguardo. Lei racconta che per molto tempo una parte importante delle sue energie è stata orientata verso il suo compagno: capire come stava, adattarsi ai suoi sbalzi d'umore, consolarlo, calmarlo, evitare ciò che avrebbe potuto provocare una nuova reazione. Nel frattempo, molti suoi desideri di condivisione rimanevano sullo sfondo. Non possiamo sapere se il distacco emotivo sia stato una “difesa”, ma possiamo osservare che la separazione tra voi sembra essere iniziata molto prima del giorno in cui lei ha lasciato concretamente la casa o la relazione. Per questo oggi lui può sembrarle improvvisamente lontano e i ricordi quasi sfocati: non necessariamente perché abbia dimenticato diciotto anni, ma perché il suo modo di essere in contatto con lui era già profondamente cambiato. C'è poi un passaggio che trovo particolarmente importante. Lei teme che anni trascorsi ad “assorbire” i suoi stati depressivi e la sua rabbia abbiano compromesso la sua empatia. Mi chiederei però se ciò che oggi non sente più non sia, almeno in parte, quella continua attenzione all'altro che per molto tempo le è stata necessaria per stare nella relazione. Empatia e adattamento non sono la stessa cosa. Essere sensibili all'altro non significa doverne contenere continuamente gli stati emotivi, né organizzare il proprio comportamento in funzione del suo umore. Anche i desideri che sembrano scomparsi meritano forse uno sguardo diverso. Alcune cose che voleva comprare, fare o vivere appartenevano al vostro progetto comune. Se oggi non le desidera più, non significa necessariamente che abbia perso la capacità di desiderare: può darsi che quei desideri avessero senso dentro quel “noi” e che adesso ci sia uno spazio ancora vuoto nel quale devono emergere desideri che siano nuovamente suoi. Dopo diciotto anni, quel vuoto può fare paura. Ma non lo riempirei troppo velocemente, neppure con l'idea di una nuova relazione. Potrebbe diventare uno spazio prezioso per accorgersi di che cosa la incuriosisce oggi, che cosa la fa stare bene, verso cosa sente spontaneamente di avvicinarsi e da cosa invece desidera prendere distanza. Non cercherei quindi di recuperare a tutti i costi la donna che era prima. Lei non è rimasta ferma mentre attraversava questi diciotto anni. La domanda potrebbe diventare: chi sono io adesso, quando non devo più occuparmi continuamente di come sta l'altro? Se invece questa sensazione di apatia coinvolgesse in modo persistente ogni area della sua vita, senza momenti di interesse, piacere o partecipazione, sarebbe importante approfondirla con un professionista. Ma non considererei il fatto che oggi senta diversamente come la prova che abbia perso se stessa. Potrebbe essere anche l'inizio, certamente ancora faticoso e poco definito, di un nuovo modo di entrare in contatto con sé e con ciò che desidera. Un caro saluto, Dott.ssa Cinzia Scirè Psicologa e Mediatrice Familiare
Buongiorno, Quello che racconta può essere letto non tanto come una perdita definitiva della sua capacità di amare o di provare emozioni, quanto come l'esito di un lungo adattamento a una relazione nella quale per anni sembra aver dovuto occuparsi molto dello stato emotivo dell'altro. Quando una persona vive a lungo accanto a qualcuno che è frequentemente irritabile, depresso o imprevedibile, può finire per organizzare gran parte della propria vita psichica intorno alla domanda: “Come sta lui? Come devo comportarmi per non farlo stare peggio? Cosa posso evitare per non provocare una crisi?”. In questo senso, il suo progressivo distacco potrebbe essere stato anche una difesa: smettere di desiderare, aspettarsi, progettare e sentire intensamente può essere un modo per non soffrire continuamente per ciò che dall'altro non arriva. Da questo punto di vista, è significativo che lei dica di aver perso progressivamente il desiderio di fare cose insieme. Forse non è semplicemente che “non le interessano più”: potrebbe essere che, nel corso degli anni, quei desideri siano stati associati a frustrazione, rinuncia e solitudine. Quando il legame viene finalmente interrotto, può esserci quindi un periodo in cui non emerge immediatamente un nuovo desiderio, ma piuttosto uno spazio vuoto. Anche il fatto di percepire il suo ex come un estraneo e di avere ricordi improvvisamente sfocati non significa necessariamente che quei 18 anni non abbiano avuto importanza. In una relazione molto lunga, la separazione può essere stata in qualche modo anticipata psichicamente molto prima della separazione concreta. È possibile che una parte di lei abbia iniziato a congedarsi dalla relazione negli anni in cui si sentiva sola, arrabbiata, costretta ad adattarsi e privata della possibilità di condividere ciò che desiderava. Per questo, ciò che a lei appare come un “distacco improvviso” potrebbe essere invece il punto finale di un processo durato molto tempo. C'è poi un aspetto particolarmente interessante: lei teme di aver perso la propria empatia. Forse vale la pena chiedersi se sia davvero scomparsa l'empatia oppure se, dopo anni trascorsi a sentire troppo l'altro, lei abbia finalmente smesso di funzionare come regolatrice delle sue emozioni. A volte ciò che viene vissuto come “sono diventata fredda” può essere anche il primo tentativo di recuperare dei confini. Naturalmente questo non significa che tutto ciò che prova debba essere interpretato come necessariamente sano o che non possa esserci una componente depressiva o di esaurimento emotivo. Se l'apatia è molto intensa, persistente e riguarda ogni ambito della vita, sarebbe utile parlarne con uno psicoterapeuta. Ma soprattutto, eviterei di chiedersi adesso “Tornerò mai quella di prima?”. Il lavoro potrebbe essere piuttosto quello di scoprire chi è lei adesso, al di fuori della posizione che per tanti anni ha occupato nella coppia. E forse la parte più rassicurante è proprio questa: non è detto che abbia perso la persona empatica, sensibile ed entusiasta che era. Potrebbe essere una parte di sé che è rimasta a lungo in secondo piano perché, in quella relazione, non c'era abbastanza spazio psichico per esistere. Recuperarla potrebbe non significare tornare identica a prima, ma poter finalmente costruire una versione di sé più libera, capace di desiderare senza sentirsi responsabile dell'umore dell'altra persona.
Buongiorno, dopo diciotto anni di relazione, ritrovarsi a percepire l’ex compagno quasi come un estraneo può essere un’esperienza profondamente disorientante. È comprensibile che si chieda che cosa le sia successo, soprattutto perché descrive una distanza tra la persona che ricorda di essere stata e quella che sente di essere oggi. Dal suo racconto, però, emerge un elemento importante: la separazione sembra essere arrivata molto prima della decisione concreta di interrompere la relazione. Per anni ha cercato di adattarsi agli stati emotivi del suo compagno, di consolarlo, di prevenire le sue reazioni e di trovare un equilibrio in una quotidianità nella quale anche piccole situazioni potevano trasformarsi in occasioni di tensione. Nel frattempo, molti desideri che aveva per la vostra vita insieme sono rimasti insoddisfatti. È possibile che il distacco emotivo sia maturato progressivamente proprio durante questo periodo, anche se lei ne ha percepito pienamente gli effetti soltanto dopo la rottura. Da una prospettiva cognitivo comportamentale, sarebbe utile comprendere come abbia imparato a comportarsi all’interno di quella relazione e quali conseguenze questo abbia avuto sul suo modo di vivere le emozioni. Quando una persona trascorre molto tempo cercando di anticipare le reazioni del partner, può iniziare a prestare maggiore attenzione all’umore dell’altro che ai propri bisogni. Potrebbe essersi abituata a chiedersi “come reagirà?”, “si arrabbierà?”, “come posso evitare una discussione?”, lasciando progressivamente meno spazio a domande come “che cosa desidero?”, “che cosa mi piace?” o “come sto vivendo questa situazione?”. In questo modo, il problema non riguarda necessariamente una perdita della capacità di provare emozioni, ma anche il fatto di aver avuto sempre meno occasioni per ascoltarle e coltivarle. Mi soffermerei soprattutto sul suo senso di colpa per il fatto di non pensare più a lui come si aspetterebbe. Sembra esserci una convinzione implicita secondo cui, dopo diciotto anni insieme, dovrebbe necessariamente sentire una forte mancanza, ricordare tutto con chiarezza e vivere la separazione attraverso una sofferenza riconoscibile. Ma non esiste un unico modo di attraversare la fine di una relazione. Se il distacco si è sviluppato lentamente, è possibile che una parte importante dell’elaborazione sia avvenuta mentre eravate ancora insieme. La decisione di lasciarlo potrebbe aver reso definitiva una distanza che emotivamente esisteva già da tempo. Questo non cancella gli anni condivisi e non significa che l’affetto provato in passato fosse falso. Anche la percezione dei ricordi come lontani e sfocati merita di essere compresa senza interpretarla immediatamente come un segno che qualcosa dentro di lei sia stato compromesso. I ricordi non vengono vissuti sempre con la stessa intensità emotiva. Il significato che attribuiamo alle persone e alle esperienze può cambiare, soprattutto quando cambia profondamente il nostro rapporto con loro. Se però questa sensazione di distacco o confusione dovesse estendersi ad altri aspetti della sua vita, diventare più intensa o preoccuparla persistentemente, sarebbe opportuno approfondirla con un professionista. Mi sembra inoltre importante distinguere il non desiderare più le cose che avrebbe voluto condividere con lui dal non desiderare più nulla in generale. Alcuni progetti potrebbero aver perso significato perché erano legati all’idea di una vita insieme che oggi non esiste più. Altri desideri, invece, potrebbero essere rimasti in secondo piano dopo un lungo periodo nel quale ha dedicato molte energie alla relazione. Potrebbe chiedersi se ci siano ancora piccoli momenti nei quali prova interesse, curiosità, piacere o sollievo, anche se meno intensi rispetto al passato. Non per controllare continuamente se sta “tornando quella di prima”, ma per iniziare a riconoscere ciò che oggi le appartiene. Il rischio, infatti, è che anche il desiderio di recuperare se stessa diventi una nuova richiesta molto pressante: “devo tornare empatica”, “devo emozionarmi”, “devo desiderare qualcosa”, “altrimenti ho perso me stessa”. Le emozioni, però, difficilmente tornano a essere spontanee quando vengono continuamente messe alla prova. Potrebbe essere più utile ricominciare gradualmente a costruire esperienze che abbiano significato per lei, indipendentemente da ciò che prova nell’immediato. Riprendere un interesse personale, vedere qualcuno con cui si sente a proprio agio, scegliere un’attività senza dover considerare l’umore di un partner oppure concedersi di scoprire che cosa desidera oggi, anche se è diverso da ciò che desiderava anni fa. Un percorso psicologico, possibilmente ad orientamento cognitivo comportamentale, potrebbe aiutarla proprio a ricostruire questo funzionamento: comprendere quali strategie abbia sviluppato per adattarsi alla relazione, quanto abbia imparato a mettere da parte i propri bisogni e quali pensieri oggi la portino a giudicare negativamente il suo distacco emotivo. Sarebbe anche uno spazio nel quale approfondire la riduzione di interesse e piacere che descrive, soprattutto se coinvolge molti ambiti della quotidianità, senza attribuirla automaticamente alla fine del rapporto. Rispetto alla possibilità di iniziare una nuova relazione, non è necessario stabilire adesso se sarà capace di amare come in passato. Potrebbe essere più importante recuperare progressivamente la fiducia nella possibilità di esprimere i propri bisogni, mantenere confini personali e vivere la vicinanza senza sentirsi responsabile di regolare continuamente le emozioni dell’altro. Non è possibile prometterle che tornerà esattamente la persona che era prima. Dopo diciotto anni, probabilmente alcune parti di lei sono cambiate, come accade attraversando esperienze importanti. Questo, però, non significa che debba considerarsi perduta. Forse il percorso da iniziare non consiste nel recuperare a tutti i costi la donna che era prima della relazione, ma nel conoscere quella che è oggi, distinguendo ciò che desidera conservare di sé da ciò che ha imparato a fare per sopravvivere a una quotidianità che la faceva soffrire. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gentile signora, ciò che sta sperimentando non indica affatto un'alterazione irreversibile della sua sensibilità o una colpa per cui sentirsi "sbagliata", ma è la naturale conseguenza psicologica di un lungo logorio emotivo e relazionale: dopo anni trascorsi ad annullare i suoi bisogni per fare da cuscinetto all'angoscia, alla rabbia e all'inerzia del partner, la sua mente ha messo in atto una difesa fondamentale, disattivando progressivamente l'investimento affettivo molto prima della rottura formale. Questa de-idealizzazione e il conseguente distacco emotivo spiegano perché oggi lei percepisca il suo ex come un estraneo e i ricordi appaiano sfocati: il lavoro di separazione e il lutto del legame si sono consumati goccia a goccia negli ultimi tre anni di sofferenza, rendendo immediata la sensazione di chiusura al momento dell'addio. L'apatia, la fatica a provare slancio e la temporanea scomparsa di desideri e progettualità non significano affatto che la sua capacità di amare, empatizzare ed entusiasmarsi sia andata distrutta; si tratta piuttosto di un vero e proprio "esaurimento da iper-adattamento", una fase in cui il suo sistema psichico, svuotato dalle energie spese per sopravvivere a un clima ostile, ha abbassato le saracinesche per proteggersi e rigenerarsi. Quelle parti vitali, empatiche e sensibili di sé non sono perdute, ma soltanto congelate e in attesa di trovare uno spazio sicuro in cui potersi riattivare senza il timore di essere sopraffatte o svalutate. Per riappropriarsi pienamente della sua identità, elaborare le ferite e i sensi di colpa lasciati da questa lunga dinamica disfunzionale e reimparare ad abitare il desiderio all'interno di confini sani, l'intervento d'elezione è intraprendere un percorso con uno psicologo: un lavoro clinico le permetterà di ricostruire il contatto con il suo mondo interno, restituendole la fiducia e la pienezza necessarie per tornare a vivere le relazioni future con autentica reciprocità e serenità. Cordiali Saluti Dott.Alessandro Pittore
Buongiorno da quello che racconti fa pensare a un lungo periodo in cui hai dovuto adattarti molto all’umore, alla rabbia e alle reazioni del tuo compagno, fino al punto di mettere spesso in secondo piano ciò che sentivi e desideravi tu. In questo senso, più che chiederti se hai “perso” la tua empatia o la tua capacità di emozionarti, potrebbe essere utile chiederti quanto a lungo hai dovuto metterle in pausa per proteggerti e per riuscire a stare dentro quella relazione. Anche il fatto che oggi tu lo percepisca quasi come un estraneo e che i ricordi sembrino lontani non significa necessariamente che quegli anni non abbiano avuto valore o che tu sia diventata una persona diversa per sempre. Dopo una relazione molto lunga e emotivamente impegnativa, possono esserci momenti in cui si attraversa una sorta di distanza da ciò che si provava prima, mentre si cerca di recuperare uno spazio personale. E forse il punto non è tornare esattamente alla persona che eri prima di questa relazione, ma ricominciare a conoscere chi sei oggi, cosa desideri, cosa ti emoziona e cosa non vuoi più accettare. Le parti di te che senti lontane possono essere riscoperte, anche gradualmente, attraverso nuove esperienze e relazioni più rispettose dei tuoi bisogni. Un percorso psicologico potrebbe aiutarti proprio in questo: comprendere ciò che è accaduto nella relazione, distinguere ciò che apparteneva a quelle dinamiche da ciò che appartiene realmente a te e ricostruire, con i tuoi tempi, una maggiore connessione con te stessa. Non è detto che tu abbia perso te stessa: potresti essere semplicemente in una fase in cui stai iniziando a ritrovarti.
Gentile utente, il vissuto di distacco e la sensazione di apatia che descrive dopo una relazione così lunga e complessa possono far sentire smarriti e portare a interrogarsi profondamente su di sé e sulle proprie risorse emotive. Vivere per anni accanto a dinamiche faticose e logoranti richiede un grande sforzo di adattamento, che a volte porta la mente a ibernare le emozioni come forma di protezione. Esplorare questi sentimenti all'interno di uno spazio di ascolto dedicato e privo di giudizio potrebbe aiutarla a dare un senso a ciò che sta provando, permettendole di riavvicinarsi con gradualità alla sua parte più sensibile e vitale. Un caro saluto
Salve, il fatto che abbia smesso quasi subito di pensare al suo ex non significa necessariamente che abbia cancellato diciotto anni o che non sia più capace di amare. La separazione formale è avvenuta pochi mesi fa, ma il distacco emotivo sembra essere iniziato molto prima, mentre cercava di adattarsi ai suoi scatti, di calmarlo e di rinunciare progressivamente a ciò che desiderava. In questo senso, una parte della separazione potrebbe essere già avvenuta dentro la relazione. Quando per molto tempo si vive in uno stato di tensione e si deve continuamente prevedere l’umore dell’altro, il distacco può diventare una forma di protezione. Dopo la rottura possono comparire dolore e nostalgia, ma anche sollievo, vuoto, stanchezza o apparente indifferenza. Non esiste un’unica reazione “corretta” alla fine di una relazione, e non soffrire nel modo che si aspettava non rende meno autentico ciò che ha vissuto. Il recupero emotivo dopo una separazione può essere influenzato anche dalla durata e dalla qualità della relazione precedente. Anche i ricordi sfocati non dimostrano che abbia realmente dimenticato tutto. Potrebbero essere, almeno in questa fase, meno accessibili emotivamente perché quella relazione viene percepita come ormai lontana. Sarebbe però utile capire se questo distacco riguarda soltanto il suo ex oppure tutta la sua vita: prova ancora affetto per altre persone? Riesce a interessarsi al lavoro, alle amicizie o a qualche attività? Come sono sonno, appetito, energia e concentrazione? Se l’apatia è generalizzata, persiste per settimane o mesi e le impedisce di provare piacere e interesse, non la considererei soltanto una conseguenza inevitabile della separazione. Potrebbe indicare un esaurimento emotivo o uno stato depressivo da valutare, senza poterlo stabilire attraverso queste poche informazioni. Le aggressioni psicologiche vissute nelle relazioni possono associarsi a conseguenze sul benessere emotivo, ma occorre comprendere individualmente che cosa sia accaduto nel suo caso. Da quanto racconta, non vi sono elementi per concludere che la sua empatia sia stata compromessa in modo permanente. Potrebbe essere una capacità temporaneamente protetta o affaticata, non perduta. Non cerchi però di costringersi a tornare subito la persona entusiasta di un tempo e non misuri la sua capacità di amare in base a quanto pensa al suo ex. Può invece osservare ogni giorno anche segnali minimi di coinvolgimento: qualcosa che le procura curiosità, sollievo, rabbia, interesse o desiderio. Recuperare se stessa potrebbe non significare tornare identica a prima, ma riconoscere nuovamente bisogni, limiti e desideri che per molto tempo sono rimasti subordinati allo stato emotivo del partner. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere ciò che è accaduto nella relazione, distinguere il lutto dalla stanchezza accumulata e ricostruire fiducia nelle proprie emozioni prima di iniziare un nuovo legame. Può svolgere questo lavoro anche attraverso colloqui online. Se comparissero una marcata perdita di funzionamento, disperazione o pensieri di farsi del male, sarebbe importante chiedere aiuto con urgenza. Un caro saluto.
Buongiorno! dopo aver letto la sua problematica mi è subito balzata in mente un'immagine di lei che per anni ha faticato costantemente per "mitigare" gli sbalzi d'umore e l'aggressività del suo compagno, quante energie?? Possiamo ipotizzare che lei sia semplicemente sovraccarica come in un "burnout emotivo" la sua reazione di apatia è una difesa di autoprotezione. Immaginiamo che lei sia reduce da una forte broncopolmonite e che sia stata ricoverata per 2 mesi in ospedale, certamente tornare alla vita normale e assolvere a tutte le richieste dell'ambiente sarebbe più dispendioso! e così vale ora per la sua psiche, è in convalescenza e deve darsi tempo per ricaricarsi! Dunque una cosa fondamentale è pensare a questa apatia come una risposta/difesa temporanea e reversibile e non come uno status quo permanente. Se riesci si crei dei piccoli momenti di solitudine in cui dedicarsi a se stessa con piccole soddisfazioni, basta poco.. qualcosa che la gratifichi. Spero di averle fornito uno spunto di riflessione!! le auguro una buona giornata.
Buonasera, Dopo 18 anni di relazione, è comprensibile che la separazione possa portare con sé vissuti complessi e, nel suo caso, sembra esserci anche una domanda profonda che va oltre la fine del rapporto, ovvero che cosa è accaduto a una parte di lei nel corso di questi anni e se quella persona che ricorda, più empatica, sensibile e capace di entusiasmarsi per le piccole cose, possa ancora essere ritrovata. Il fatto che dopo la separazione lei abbia avvertito quasi immediatamente una distanza emotiva dal suo ex compagno non significa necessariamente che abbia dimenticato o cancellato 18 anni di vita condivisa, né che ci sia qualcosa di sbagliato nel modo in cui sta elaborando la separazione. A volte, soprattutto dopo periodi molto lunghi caratterizzati dalla necessità di adattarsi agli stati emotivi dell’altro, di contenerne la rabbia, sostenerlo e cercare continuamente un equilibrio nella relazione, una certa distanza può essersi costruita già prima della separazione, come risposta a ciò che si è vissuto nel tempo. Anche l’apatia che descrive e la difficoltà a desiderare o ad emozionarsi meritano di essere comprese, senza però considerarle necessariamente come una perdita definitiva della sua capacità di sentire. Potrebbe essere interessante esplorare che cosa è accaduto progressivamente ai suoi desideri, ai suoi spazi personali e al modo in cui ha imparato a stare nella relazione, chiedendosi anche quanto delle sue energie sia stato a lungo orientato verso l’altro e quanto sia rimasto disponibile per sé. In questo senso, più che cercare immediatamente una spiegazione o chiedersi se abbia “perso” una parte di sé, potrebbe essere utile ricostruire insieme la sua storia e osservare quando e come sono cambiati il suo modo di sentire, di desiderare e di entrare in relazione. Questo potrebbe permetterle di distinguere ciò che apparteneva alla persona che era prima, ciò che è emerso come adattamento alle dinamiche vissute nella relazione e ciò che invece oggi può avere bisogno di essere nuovamente scoperto. Il fatto che lei si ponga queste domande è già un elemento importante, in quanto significa che quella parte di sé che teme di aver perduto continua ad avere per lei un significato. Un percorso psicologico potrebbe offrirle uno spazio per comprendere questa trasformazione senza giudicarla e, progressivamente, per tornare a riconoscere i propri bisogni, desideri ed emozioni, anche in vista di eventuali future relazioni. Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Ciao, grazie per aver condiviso la tua storia! Probabilmente, il processo di separazione emotiva da questa persona è iniziato molto prima della separazione concreta, per questo ti sembra di averlo "rimosso" dalla tua mente. Per quanto riguarda quelle parti di te che senti di aver perso, magari la relazione nella quale hai dovuto assorbire gli stati emotivi dell'altro, ti ha "spenta". Questo però non significa che tu non possa ritornare a funzionare come prima, ma semplicemente che lo stress relazionale può modificare temporaneamente il modo in cui una persona utilizza le proprie energie emotive. Spero di esserti stata utile e rimango a tua disposizione per eventuali approfondimenti, Dott.ssa Maryviol De Bernardi
Buongiorno, da ciò che racconta mi soffermerei innanzitutto su un elemento: forse la sua separazione non è iniziata nel momento in cui ha lasciato il suo compagno. Quando per molto tempo una relazione richiede di monitorare l'umore dell'altro, adattarsi alle sue reazioni, contenerne la rabbia e rinunciare progressivamente a desideri e iniziative condivise, può accadere che il distacco emotivo inizi molto prima della separazione concreta. In questo senso, il fatto che dopo averlo lasciato lui le sia apparso immediatamente “lontano” non significa necessariamente che 18 anni siano stati cancellati o che lei non abbia amato abbastanza. Potrebbe essere utile comprendere quanto di quel distacco fosse già avvenuto mentre eravate ancora insieme. Anche i ricordi che oggi sente sfocati non dimostrano di per sé una perdita di empatia. La memoria autobiografica e il modo in cui percepiamo emotivamente una persona possono modificarsi molto quando cambia il legame che ci unisce a lei. Mi soffermerei invece maggiormente sull'apatia che descrive. Lei non dice soltanto “non provo più qualcosa per lui”: racconta di avere perso interesse anche per cose che prima desiderava, di emozionarsi meno e di temere di non riconoscersi più. Questo merita di essere esplorato, soprattutto se riguarda diversi ambiti della sua vita e persiste nel tempo. Non darei però per scontato che lei abbia “assorbito la sua depressione” o che la relazione abbia compromesso definitivamente la sua capacità di provare empatia. Potrebbe esserci stato piuttosto un lungo adattamento: quando molte energie vengono utilizzate per anticipare, contenere o evitare le reazioni dell'altro, può rimanere poco spazio per domandarsi: “Io cosa sento? Cosa desidero? Cosa mi fa stare bene?”. Forse, quindi, prima ancora di chiedersi se sarà capace di avere una nuova relazione sana, potrebbe esserci una domanda precedente: **chi è lei oggi, quando non deve più organizzare il proprio stato emotivo intorno a quello del suo compagno?** Dopo 18 anni non si tratta necessariamente di “tornare quella di prima”. Potrebbe trattarsi di conoscere la persona che è diventata, distinguendo ciò che appartiene alla sofferenza di questo periodo da ciò che invece desidera portare con sé nella nuova fase della sua vita. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo: non per convincerla che dovrebbe sentire nostalgia o dolore per la separazione, ma per comprendere il distacco, valutare l'apatia che descrive e ricostruire progressivamente un contatto con desideri, emozioni e bisogni propri. E forse il fatto che oggi si preoccupi tanto di aver perso la propria sensibilità dice già qualcosa: quella parte di lei non le è affatto indifferente.
La ringrazio per aver condiviso con tanta chiarezza la sua esperienza. Ciò che descrive non significa necessariamente aver “perso” l’empatia o la capacità di emozionarsi. Dopo 18 anni di relazione, e soprattutto dopo diversi anni vissuti in un contesto caratterizzato da tensione, imprevedibilità degli stati d’animo del partner e dalla necessità di adattarsi continuamente per evitare conflitti o per tranquillizzarlo, è comprensibile che possa esserci un periodo di distacco emotivo, apatia o riduzione del desiderio. È possibile che una parte di questo distacco sia iniziata già durante la relazione, come modalità di protezione da una situazione diventata emotivamente faticosa. Quando per molto tempo si è concentrati soprattutto sullo stato dell'altra persona, sui suoi bisogni e sulle sue reazioni, può accadere di perdere temporaneamente il contatto con i propri desideri, interessi e bisogni. Questo non significa però che tali parti di sé siano definitivamente compromesse. Anche il fatto di percepire oggi il suo ex compagno quasi come un estraneo e di avere ricordi che sembrano improvvisamente lontani non è, di per sé, una prova che quei 18 anni siano stati privi di significato o che ci sia qualcosa di “sbagliato” in lei. Talvolta il processo di elaborazione della separazione comincia prima della separazione stessa: quando una persona ha attraversato a lungo una condizione di sofferenza, può aver già elaborato una parte importante del distacco mentre era ancora nella relazione. Per questo, dall'esterno, la rapidità della reazione successiva alla rottura può sembrare sorprendente. È importante, tuttavia, non trasformare queste considerazioni in una diagnosi a distanza. L'apatia e la difficoltà a provare interesse o piacere possono avere significati diversi e meritano di essere comprese nel loro contesto, soprattutto se persistono, si estendono ad ambiti diversi della vita o si accompagnano ad altri cambiamenti del tono dell'umore, del sonno, dell'energia o della motivazione. La parte forse più importante della sua domanda è: “Posso ritrovare me stessa?”. In molti casi è possibile recuperare, e anche trasformare, quella capacità di sentire, desiderare ed entusiasmarsi che oggi sembra lontana. Non è necessariamente necessario tornare a essere esattamente la persona di prima: può trattarsi piuttosto di riscoprire progressivamente ciò che le appartiene, distinguendo i suoi desideri da quelli che negli anni erano diventati subordinati alle esigenze della relazione. Anche rispetto alla possibilità di costruire in futuro una relazione sana, l'attuale stato emotivo non rappresenta una sentenza sul suo futuro affettivo. Prima di pensare alla prossima relazione, potrebbe essere utile concedersi uno spazio per comprendere cosa è accaduto, quali dinamiche ha vissuto, quali bisogni ha trascurato e quali confini desidera porre nelle relazioni future. Considerata la durata della relazione, la sofferenza descritta e il senso di estraneità e apatia che sta sperimentando, è consigliabile approfondire quanto sta vivendo con uno specialista, che possa aiutarla a comprendere il significato di questi cambiamenti e ad accompagnarla nel recupero del contatto con sé stessa, con le proprie emozioni e con i propri desideri. Dottoressa Silvia Parisi Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, quello che racconta non mi sembra necessariamente il segno che lei abbia “perso” la capacità di amare, provare emozioni o essere empatica. Anzi, è possibile che una parte del distacco che oggi sperimenta sia iniziata molto prima della separazione. Dalle sue parole emerge infatti che negli ultimi anni ha vissuto una relazione nella quale si è trovata frequentemente a gestire gli stati d’animo del suo compagno, a consolarlo, a evitare ciò che poteva farlo arrabbiare e ad adattarsi ai suoi sbalzi emotivi. Quando una persona rimane a lungo in una condizione di forte investimento e adattamento all’altro, può arrivare progressivamente a esaurire le proprie risorse emotive. Il distacco può allora rappresentare non necessariamente assenza di sentimento, ma anche una modalità attraverso cui la persona si protegge da ciò che è diventato troppo faticoso. Per questo non è così strano che, dopo la separazione, lei abbia avvertito una sensazione quasi immediata di “vuoto” o di estraneità nei confronti del suo ex compagno. È possibile che una parte del processo di separazione sia avvenuta mentre eravate ancora insieme. Quando una relazione termina formalmente, quindi, non sempre termina anche il legame emotivo in quel momento: talvolta quel processo è già iniziato molto tempo prima. Anche il fatto che oggi molti ricordi le sembrino sfocati non significa necessariamente che quegli anni non abbiano avuto valore o che lei abbia smesso di provare affetto. Le persone possono assumere significati molto diversi nella nostra mente quando cambia profondamente il modo in cui viviamo una relazione. Mi soffermerei invece sulla sensazione di apatia e sulla perdita di interesse per ciò che prima desiderava. Non cercherei di forzarmi a “tornare quella di prima” immediatamente. Dopo anni nei quali gran parte delle sue energie può essere stata orientata a comprendere, sostenere e gestire l’altro, potrebbe essere necessario un periodo nel quale imparare nuovamente a chiedersi: “Che cosa desidero io?”, “Che cosa mi fa stare bene?”, “Che cosa mi incuriosisce?”, “Che cosa mi entusiasma, anche solo un po’?”. La sensibilità e l’empatia non sono necessariamente caratteristiche che si perdono definitivamente. A volte, quando siamo stati a lungo in una situazione emotivamente impegnativa, diventiamo semplicemente più stanchi, più protettivi e meno disponibili a sentire. Questo può cambiare nel tempo, soprattutto quando si recuperano spazi personali, relazioni nutrienti e la possibilità di vivere senza essere costantemente sintonizzati sugli stati emotivi di qualcun altro. Non mi preoccuperei quindi di dover essere già pronta per una nuova relazione. Prima ancora di chiedersi se riuscirà ad amare nuovamente qualcuno, potrebbe essere prezioso tornare a conoscere la persona che è oggi, dopo questi 18 anni, al di là del ruolo che ha avuto nella relazione. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo: non necessariamente a “recuperare la persona che era”, ma a comprendere che cosa di sé è rimasto in secondo piano e a ricostruire gradualmente un senso di sé, dei propri desideri e dei propri confini. Forse non ha perso se stessa. Forse, dopo tanto tempo passato ad occuparsi anche emotivamente dell’altro, è arrivato il momento di tornare ad ascoltare con attenzione la propria voce.
Buonasera, da ciò che racconta non sembra necessariamente che abbia perso la sua capacità di provare empatia o emozioni. È possibile che il distacco sia iniziato molto prima della separazione, dopo anni trascorsi ad adattarsi agli stati emotivi del suo compagno e a mettere progressivamente in secondo piano i propri bisogni e desideri. Il fatto che oggi lui le sembri quasi un estraneo non cancella ciò che avete vissuto insieme: potrebbe indicare che una parte della separazione era già avvenuta dentro di lei. Mi colpisce soprattutto la sua paura di aver perso “parti di sé”. Forse è proprio da lì che potrebbe ripartire: non tanto dal tentativo di tornare quella di prima, quanto dal riscoprire chi è oggi, cosa desidera e cosa riesce nuovamente a farla sentire viva. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla in questo processo. Un caro saluto
Buongiorno. Credo che la decisione di interrompere una relazione che non le consentisse di stare bene sia saggia e sana . Anche il nostro cervello ha un meccanismo innato di funzionamento neurofisiologico di portarci verso il benessere e di attivare delle difese. E' chiaro che le ci vorrà un tempo per elaborare la fine di questa relazione da cui sentiva il bisogno di distaccarsi. Solo in un secondo momento potra' recuperare e preservare i ricordi positivi di questo rapporto ma attualmente il distanziamento emotivo è necessario per separarsi e non corrisponde a una mancanza di empatia. Certamente se all'interno di questo rapporto, lei si è concentrata più sulla necessità di offrire sostegno e accoglienza ai bisogni del suo ragazzo, piano piano potrà ricentrarsi su di sè e sulla esplorazione delle cose che possono essere piacevoli, anche "le piccole cose" e avere fiducia di recuperare parti di sè che le appartengono senz'altro e che sono sue risorse preziose. Rimango a disposizione per una consultazione ed accompagnamento in questa fase di cambiamento. Dott.ssa Alessandra Marra.
Buongiorno, dopo 18 anni di relazione, ritrovarsi a percepire l’ex partner quasi come un estraneo e a non provare più entusiasmo per ciò che prima si desiderava, può essere disorientante. Ma questo cambiamento non significa necessariamente aver perso la propria capacità di amare o di emozionarsi. Dalle sue parole, emerge una lunga convivenza con la tensione, gli scatti di rabbia e la necessità di adattarsi agli stati d’animo del suo compagno. Quando, per molto tempo, una parte importante delle proprie energie è assorbita nel cercare di comprendere, contenere o prevenire le reazioni dell’altro, può accadere che i propri desideri passino in secondo piano. E, a un certo punto, anche ciò che prima suscitava entusiasmo può perdere significato. Mi sembra importante anche il modo in cui descrive il distacco: si chiede perché sia stato così immediato, quasi che la separazione avesse reso lontani, in un istante, tanti anni di vita condivisa. Forse, però, la fine della relazione è arrivata dopo un processo interiore molto più lungo di quanto oggi riesca a riconoscere. Il fatto che ora i ricordi le sembrino sfocati non cancella ciò che avete vissuto, né rende meno autentico il legame che c’è stato. La sua preoccupazione di aver perso sé stessa è comprensibile. Allo stesso tempo, il fatto che avverta questa mancanza e desideri ritrovare la propria sensibilità racconta che quella parte di sé continua ad avere valore per lei. Non è possibile stabilire da queste poche righe quanto il suo stato attuale sia legato alla relazione, alla fatica accumulata o ad altri aspetti della sua vita. Certo, se l’apatia persiste o coinvolge molti ambiti, potrebbe essere utile approfondirla con un professionista. In questa fase, potrebbe essere importante dare spazio a ciò che sente oggi, anche se per ora è poco o diverso da ciò che si aspettava. Recuperare il contatto con sé stessa può richiedere tempo e non deve necessariamente passare dal ritrovare subito gli stessi desideri o la stessa intensità emotiva di un tempo. Resto disponibile, Dottoressa Lucia Morello
Buongiorno, quello che descrive può apparirle molto strano, soprattutto dopo una relazione durata 18 anni, ma il fatto che oggi percepisca il suo ex come distante non significa necessariamente che quegli anni non siano stati importanti o che lei abbia perso la capacità di provare emozioni. Da ciò che racconta, è possibile che la separazione emotiva sia iniziata molto prima della separazione concreta. Per diversi anni riferisce di essersi adattata agli stati emotivi del suo compagno, cercando di gestire nervosismo, rabbia e momenti di forte difficoltà e rinunciando progressivamente anche a desideri e progettualità condivise. In situazioni simili può accadere che, per proteggersi da una sofferenza ripetuta, si inizi gradualmente a prendere distanza emotiva dalla relazione. Quando poi avviene la separazione, una parte del processo di distacco potrebbe essere già avvenuta. Anche il fatto che i ricordi oggi le sembrino lontani o sfocati non cancella ciò che avete vissuto insieme. Non esiste un modo "corretto" di sentire la fine di una relazione: alcune persone sperimentano immediatamente un dolore molto intenso, altre una sensazione di vuoto, altre ancora un'apparente assenza di emozioni che può modificarsi nel tempo. Mi soffermerei, però, sull'apatia che descrive anche al di fuori della relazione. Dopo essere rimasti a lungo concentrati sui bisogni e sugli stati emotivi dell'altro, può diventare difficile riconoscere nuovamente i propri desideri e chiedersi: "Che cosa piace a me? Che cosa desidero adesso?". Non significa necessariamente che la sua empatia, sensibilità o capacità di entusiasmarsi siano scomparse definitivamente. Piuttosto che cercare di tornare esattamente alla persona che era prima, potrebbe essere importante concedersi uno spazio per conoscere chi è oggi, dopo un'esperienza così lunga e significativa. Anche prima di pensare a una nuova relazione, può essere prezioso ricostruire gradualmente un rapporto con i suoi bisogni, interessi, emozioni e confini. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio in questa fase: elaborare la conclusione della relazione, comprendere il significato di questo distacco emotivo e recuperare progressivamente uno spazio personale nel quale tornare a riconoscere ciò che sente e desidera. Se lo desidera, può contattarmi per fissare un primo colloquio. Potremo approfondire insieme ciò che sta vivendo e lavorare affinché questa fase non venga vissuta come la "perdita di sé", ma come un'occasione per ritrovare e ridefinire parti importanti della propria identità. Un caro saluto.
Buongiorno cara, Mi dispiace molto saperla spaventata per la sensazione di aver smarrito degli aspetti così importanti della sua persona. Mi sento di dirle che questo è un momento difficile, e che ciò che è profondamente suo non va perduto. Forse c'è solo da aspettare una nuova primavera. Un caro saluto, D.ssa Giulia Burgalassi
Gentile utente, La ringrazio per aver condiviso la sua storia che descrive con grande lucidità e sofferenza. Quando ci si trova a vivere per un lungo tempo accanto a un partner con tali vissuti, la mente attiva un meccanismo di difesa naturale per proteggersi dal dolore costante. Questo processo spesso porta a un distacco emotivo progressivo e sono segnali di un sistema motivo che per anni è stato sottoposto a un forte stress ed è andato in sovraccarico. Il timore di aver perso per sempre la capacità di emozionarsi, di desiderare o di essere la persona sensibile ed entusiasta di un tempo è un dubbio frequente in queste situazioni. Le risorse e le parti di sé che sente non sono scomparse ma si trovano in uno stato di intorpidimento difensivo necessario alla mente per rigenerarsi. Se desidera valutare questi aspetti può pensare a un percorso di consultazione psicologica. Resto a disposizione
Uscire da una relazione di lunga durata caratterizzata da logorio emotivo e ipervigilanza è sempre traumatico e difficile anche se, come lei scrive, già da tempo sentiva che era pronta a chiudere. Il senso di apatia, la difficoltà a entusiasmarsi, i ricordi sfocati e la sensazione che il suo ex partner sia diventato d'un tratto un estraneo non indicano che lei abbia perso la sua essenza o che la sua empatia sia andata distrutta per sempre. In questo momento sta probabilmente attraversando un meccanismo di difesa psicofisico e dissociativo di entità transitoria, strettamente legato alla risposta di attacco, fuga o congelamento. Cerco di spiegarmi meglio: per anni lei ha vissuto in uno stato di costante attivazione neurobiologica: adattarsi continuamente agli sbalzi d'umore del partner, prevenire le sue reazioni di rabbia e farsi carico del suo stato depressivo le ha richiesto un dispendio di energie immenso, mantenendo il suo sistema nervoso in perenne ipervigilanza. Quando si vive a lungo in questa condizione, la mente mette in atto forme di autodifesa. Il fatto che lei percepisca il suo ex partner come un estraneo e che i ricordi siano sfocati è la conseguenza diretta di un "sovraccarico": il suo cervello, per tutelarla dallo sfinimento, ha eretto una barriera protettiva immediata. Non si tratta di cinismo o di mancanza di rispetto per i 18 anni trascorsi, ma di un atto di sopravvivenza psichica che in questo momento le è di fondamentale aiuto. La capacità di entusiasmarsi richiede un ambiente interno ed esterno percepito come sicuro, ma in questo momento il suo sistema nervoso è in una temporanea fase di congelamento e quei progetti che prima desiderava servivano probabilmente a cercare di riparare la relazione, perdendo di senso una volta concluso il rapporto. Quindi in conclusione sì, potrà assolutamente recuperare le parti di sé che sente di aver perduto, anche nell'ottica di costruire in futuro una nuova relazione sana. La sua natura empatica e sensibile non è andata distrutta, ma è momentaneamente inattiva per proteggerla da quella che in ambito clinico viene definita compassion fatigue (fatica da compassione), ovvero l'esaurimento che deriva dall'aver assorbito per anni la tossicità e il sofferenza altrui. Per favorire questo processo di recupero è fondamentale, prima di tutto, smettere di giudicarsi "sbagliata" e accogliere questo stato come una fase di necessario riposo per il suo sistema nervoso. Concedersi il tempo dell'apatia senza forzarsi a "dover provare qualcosa", praticare piccole routine quotidiane che aiutino il corpo a registrare che il pericolo è passato e valutare un supporto psicoterapeutico individuale saranno passaggi decisivi. Un percorso professionale potrà infatti aiutarla a elaborare il lutto per la fine di un'unione così lunga, a ridefinire i suoi confini emotivi e a far riemergere gradualmente la persona entusiasta e sensibile che è sempre stata, e che ha solo bisogno di tempo e sicurezza per tornare a manifestarsi. Un saluto e un abbraccio
Grazie per aver condiviso così apertamente la sua esperienza. Dopo una relazione di 18 anni è comprensibile che possa trovarsi in una fase di forte cambiamento, e credo sia importante non interpretare immediatamente l'apatia, il distacco o il modo in cui oggi percepisce i ricordi come la prova che ci sia qualcosa di "sbagliato" in lei. Da quello che racconta, sembra che il distacco emotivo non sia necessariamente iniziato nel momento della separazione, ma possa essere stato un processo graduale maturato negli ultimi anni, durante i quali si è trovata a confrontarsi frequentemente con rabbia, nervosismo, stati depressivi e con la necessità di adattarsi agli stati emotivi del suo partner. È quindi possibile che una parte di questo distacco rappresentasse anche una modalità con cui lei si è progressivamente protetta da una situazione che le stava causando sofferenza. È inoltre normale che, ripensando alla propria esperienza, possa emergere anche un senso di colpa: può sembrare quasi "sbagliato" accorgersi di non stare male per una persona o per una rottura quanto ci si sarebbe aspettati dopo così tanti anni. Ma il fatto che oggi non senta la mancanza del suo ex o che i ricordi le sembrino lontani non cancella i 18 anni vissuti insieme e non significa che non gli abbia voluto bene o che ciò che avete condiviso non sia stato importante. Più che giudicare il modo in cui sta vivendo questa fase, credo possa essere utile permettersi di attraversarla. In questo momento potrebbe aiutarla a concentrarsi soprattutto su ciò che le fa stare bene, recuperando gradualmente interessi, attività piacevoli, relazioni e piccole esperienze che magari negli anni erano passate in secondo piano. Non è necessario ritrovare immediatamente l'entusiasmo di un tempo: può partire anche da ciò che oggi le suscita semplicemente un po' di curiosità o di benessere. E soprattutto, cercherei di non trasformare questa fase in una nuova fonte di pressione, chiedendosi continuamente "Perché non provo abbastanza?", "Perché non mi manca?", "Tornerò mai quella di prima?". Giudicarsi e controllare continuamente le proprie emozioni rischia infatti di rendere ancora più difficile lasciarle emergere spontaneamente. Forse, in questo momento, il suo cervello aveva semplicemente bisogno di prendere distanza da una relazione che per lungo tempo era stata emotivamente molto impegnativa. Non è possibile sapere oggi come si sentirà tra qualche mese o come sarà una sua eventuale relazione futura, ma il fatto di sentirsi diversa adesso non significa aver perso definitivamente la propria sensibilità, empatia o capacità di provare entusiasmo. Può essere una fase di riassestamento nella quale, prima ancora di pensare a una nuova relazione, può essere importante tornare a conoscere e costruire nuovamente il proprio spazio personale. Un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale potrebbe eventualmente aiutarla proprio in questo processo, lavorando sul senso di colpa, sul modo in cui interpreta i propri stati emotivi e sulla graduale ripresa di attività e aspetti di sé che sente di aver perso. Rimango disponibile se desidera approfondire ulteriormente la sua situazione.
Salve, sono la psicologa Marika e ciò che racconta sembra essere l’esito di un periodo relazionale molto lungo e psicologicamente impegnativo. Dopo 18 anni di relazione è comprensibile chiedersi come sia possibile percepire oggi l’altra persona quasi come un estraneo e, soprattutto, preoccuparsi di non riconoscersi più. Il fatto che lei abbia sperimentato un distacco emotivo già prima della separazione è un elemento importante. A volte, quando per molto tempo si è cercato di adattarsi agli stati d’animo dell’altro, di contenerne la rabbia, di evitare conflitti e di mettere da parte i propri bisogni, il distacco può iniziare molto prima della fine concreta della relazione. La separazione, quindi, può rappresentare non l'inizio del distacco, ma il momento in cui diventa evidente qualcosa che era già maturato dentro di lei. Anche la sensazione di avere ricordi sfocati o di non pensare più all’ex partner come prima non significa necessariamente che quei 18 anni non abbiano avuto valore o che lei sia diventata improvvisamente incapace di provare affetto. Il modo in cui elaboriamo una relazione dopo una separazione è molto soggettivo e non esiste un tempo “corretto” per sentire la mancanza di qualcuno. Mi sembra invece significativo ciò che racconta sull’apatia e sulla perdita di desideri. Per molto tempo potrebbe essere stato necessario mettere in secondo piano ciò che desiderava lei per occuparsi delle reazioni e degli stati emotivi del suo compagno. Quando si vive a lungo in una condizione di adattamento e tensione, può accadere di perdere temporaneamente il contatto con i propri desideri e con quelle parti di sé che prima sembravano spontanee. Questo, però, non significa che quelle parti siano andate perdute. La sua sensibilità, la sua capacità di entusiasmarsi e di provare empatia non sono necessariamente scomparse: potrebbero avere bisogno di uno spazio nuovo in cui poter riemergere, senza più dover essere continuamente orientate alla gestione dell’altro. Più che chiedersi se tornerà esattamente la persona di prima, potrebbe essere utile iniziare a scoprire chi è lei oggi, al di fuori di quella relazione: cosa le piace, cosa desidera, cosa la incuriosisce, quali sono i suoi bisogni e quali limiti vuole imparare a riconoscere e rispettare. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo processo di riconnessione con sé stessa e di elaborazione di ciò che ha vissuto. Non è necessario avere già recuperato completamente entusiasmo e desideri prima di poter costruire, in futuro, una relazione sana. È possibile che questa fase rappresenti piuttosto un periodo di transizione, nel quale sta lentamente tornando a occupare uno spazio nella propria vita. Le suggerirei quindi di non considerare l’attuale apatia come una prova di aver “perso sé stessa”, ma come un segnale da ascoltare con cura. Dopo tanti anni trascorsi adattandosi alle esigenze emotive di un’altra persona, può essere importante concedersi finalmente il tempo di ascoltare le proprie. Rimango a disposizione Psicologa Marika
Dopo 18 anni insieme, percepire il tuo ex come un estraneo può spaventare. Ma il fatto che i ricordi siano sfocati e che tu non senta subito la sua mancanza non cancella ciò che avete vissuto, né significa che tu sia «sbagliata». Da quello che racconti, il distacco emotivo era iniziato mentre eravate ancora insieme: la separazione potrebbe aver reso evidente qualcosa che maturava da tempo. Vivere per anni cercando di prevedere gli scatti d’ira di una persona e adattarsi ai suoi stati d’animo può essere molto logorante. È plausibile che ora tu senta soprattutto stanchezza o una sorta di anestesia emotiva; da un messaggio, però, non si può stabilire con certezza che cosa stia causando l’apatia. Le esperienze di aggressività psicologica possono incidere sulla salute mentale, e la perdita di interesse per le cose che prima piacevano merita attenzione. C’è anche una distinzione che potrebbe aiutarti: alcune cose forse non le desideri più perché appartenevano al progetto di coppia; altre potrebbero ancora piacerti, ma in questo momento non riesci a sentirne il piacere. Non devi forzarti a tornare esattamente la persona che eri anni fa per sapere se puoi stare bene. Puoi scoprire, poco alla volta, che cosa desideri tu oggi. Sì, è possibile tornare a provare interesse, vicinanza ed entusiasmo, anche in una futura relazione. Non posso prometterti tempi o un percorso identico a quello di prima. Poiché dici di sentirti apatica e di temere di aver perso te stessa, ti suggerirei un colloquio con una psicologa o uno psicologo, soprattutto se questa sensazione riguarda quasi tutta la tua vita quotidiana, persiste o peggiora. Un professionista può aiutarti a capire meglio ciò che stai vivendo e a valutare se ci siano anche sintomi depressivi da affrontare. Nel frattempo, prova a osservare senza giudicarti: c’è qualche momento, anche breve, in cui senti curiosità, sollievo o piacere? Può essere un punto da cui ripartire. Spero di esserle stato di aiuto. Buona serata.
Gentile Utente, il senso di vuoto, l'apatia e la dimenticanza immediata che descrive non sono il segno che lei è "sbagliata", ma la naturale conseguenza di un profondo esaurimento emotivo. Quello che le sta succedendo ha dinamiche psicologiche molto precise: Il distacco emotivo anticipato: Quando si vive per anni in stato di allerta, costretti a fare da cuscinetto alla rabbia e agli sbalzi d'umore del partner, la mente si protegge attivando un meccanismo di anestesia emotiva. Di fatto, lei ha elaborato il distacco molto prima di chiudere formalmente la relazione. Per questo oggi lui le sembra un estraneo. L'empatia "esaurita" (Compassion fatigue): Fare da ammortizzatore per i sintomi depressivi di un partner prosciuga le energie. La sua capacità di entusiasmarsi non si è rotta in modo irreversibile, è semplicemente "in riserva", svuotata dallo sforzo continuo di adattarsi ai bisogni dell'altro annullando i propri. Rispondo con certezza alla sua domanda: sì, queste parti di lei si possono assolutamente recuperare. Non ha perso se stessa, ha solo dovuto costruire una corazza per smettere di soffrire. Ora che l'emergenza è finita, la sua mente ha bisogno di tempo per capire che è di nuovo al sicuro. Se desidera esplorare questi vissuti in uno spazio protetto per riattivare gradualmente le sue emozioni, sono a disposizione per un consulto, prenotabile direttamente dal mio profilo su questo portale. Un caro saluto.
Salve, da quello che racconta sembra trovarsi in una fase di particolare confusione emotiva, nella quale si intrecciano la conclusione di una relazione importante, il senso di colpa nei confronti del suo ex e, contemporaneamente, la nascita di un interesse per una nuova persona. È comprensibile che possa sentirsi combattuta: quando una relazione è durata due anni ed è stata la sua relazione più importante, la sua conclusione non comporta necessariamente che tutti i sentimenti e i dubbi scompaiano nel momento in cui si decide di interromperla. Vorrei però soffermarmi su un punto: il fatto che oggi le manchi qualcosa del suo ex o che lei provi dispiacere nel vederlo soffrire non significa necessariamente che abbia sbagliato a lasciarlo. Una decisione può essere dolorosa e, contemporaneamente, essere stata presa perché all'interno della relazione c'erano bisogni importanti che non venivano soddisfatti. Lei racconta di aver provato più volte a confrontarsi con lui, di essersi sentita poco ascoltata e di aver vissuto alcuni suoi comportamenti sui social come qualcosa che la faceva sentire non abbastanza. Indipendentemente dal fatto che altre persone possano considerare quei comportamenti irrilevanti, il punto è comprendere che effetto avevano su di lei e se, nel rapporto, fosse possibile parlarne e trovare un compromesso condiviso. È altrettanto importante distinguere il senso di colpa dalla responsabilità. Può dispiacerle sapere che il suo ex sta male senza essere responsabile del suo dolore e senza avere il dovere di tornare con lui per impedirgli di soffrire. Se lei non desidera riprendere quella relazione, continuare a mantenerla emotivamente aperta per proteggerlo potrebbe, nel tempo, aumentare la sofferenza di entrambi. Il fatto che ora lui abbia smesso di parlarle o che abbia reagito male vedendola con un'altra persona può essere doloroso per lei, ma non significa necessariamente che debba intervenire per ristabilire la situazione precedente. Anche la presenza del nuovo collega sembra avere attivato alcuni aspetti che erano già presenti nella relazione precedente. Lei dice di stare bene con lui, di ridere, parlare e sentirsi a proprio agio, ma contemporaneamente teme che possa ripetersi la situazione dei like o dei comportamenti sui social che in passato l'hanno fatta soffrire. Questo è un elemento interessante da approfondire, perché potrebbe esserci una sensibilità particolare rispetto al tema dell'esclusività, del sentirsi scelta e del timore di non essere abbastanza. Non credo quindi che sia necessario né tacere completamente queste preoccupazioni né trasformarle immediatamente in richieste o controlli. Se la conoscenza con questo ragazzo dovesse diventare più significativa, potrà essere utile parlarne con naturalezza, esprimendo ciò che prova senza presentarlo necessariamente come un'accusa. C'è una differenza tra dire “tu non devi mettere like a queste ragazze” e dire “mi sono accorta che questo tipo di comportamento in passato mi ha fatto sentire insicura e vorrei capire come la pensi tu rispetto a questo tema”. La seconda modalità permette maggiormente di conoscere l'altra persona e di capire se esiste compatibilità. Allo stesso tempo, potrebbe essere utile chiedersi quanto alcune delle sue paure riguardino ciò che sta realmente facendo il nuovo ragazzo e quanto invece siano legate all'esperienza precedente. Se non ci sono comportamenti concreti che mettono in discussione la fiducia, anticipare continuamente possibili problemi potrebbe impedirle di vivere serenamente una relazione che è ancora all'inizio. Non credo che debba decidere adesso se continuare o interrompere la conoscenza con questo ragazzo. Può concedersi il tempo di conoscerlo senza trasformare immediatamente questa frequentazione in una scelta definitiva tra due persone. E soprattutto non sarebbe opportuno rinunciare a una relazione potenzialmente positiva esclusivamente per senso di colpa nei confronti del suo ex. La sua vita affettiva non può essere costruita sulla necessità di evitare che qualcun altro soffra. Forse, più che chiedersi continuamente “ho fatto bene a lasciare il mio ex?” potrebbe esserle utile tornare alle ragioni che l'avevano portata a prendere quella decisione e domandarsi se oggi quelle ragioni siano cambiate concretamente oppure se ciò che sente sia soprattutto la nostalgia per una persona importante e la difficoltà di accettare definitivamente la fine di un legame. La nostalgia, la mancanza e il dubbio non sono necessariamente segnali che si debba tornare indietro. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio a fare ordine tra questi diversi livelli: ciò che desidera realmente, ciò che teme, il senso di colpa verso il suo ex e le esperienze passate che possono influenzare il modo in cui vive la nuova conoscenza. L'obiettivo non sarebbe dirle quale persona scegliere, ma aiutarla a comprendere meglio i propri bisogni e a fare scelte affettive che non siano guidate principalmente dalla paura di ferire qualcuno o dalla paura di essere abbandonata. Le mando un caloroso saluto Dott. Michele Basigli Psicologo Clinico Perugia
Buongiorno, lasciare una persona dopo tanto tempo condiviso insieme è, senza dubbio, un evento significativo, capace di generare un impatto profondo. Il fatto che lei stia sperimentando queste emozioni non è segno di fragilità, ma dimostra la sua sensibilità nei confronti di ciò che ha vissuto: non un distacco totale dall'accaduto, ma il pieno contatto con i sentimenti che a esso si collegano. Se in questo momento si sente apatica, priva di energie o come "spenta" rispetto a ciò che accade attorno a lei, non deve preoccuparsi: anche questa è una risposta del tutto normale di fronte a una perdita significativa. A volte, dopo un impatto emotivo così forte, la mente e il corpo attraversano una fase di apparente ottundimento, quasi una pausa protettiva, che permette di prendere le distanze temporaneamente da un dolore che altrimenti risulterebbe difficile da gestire tutto insieme. Non è indifferenza, né un segno che qualcosa non stia funzionando: è parte dello stesso processo di elaborazione, tanto quanto la tristezza o la nostalgia. Quello che sta provando — in tutte le sue forme, comprese le fasi di vuoto o di apatia — è normale e comprensibile. Non esiste un tempo "corretto" per superare un momento simile, né un modo giusto di sentirlo: ognuno ha il proprio ritmo, e concedersi lo spazio necessario, senza fretta e senza giudicarsi per ciò che si prova o non si prova, è parte stessa del percorso. Si conceda quindi il tempo di cui ha bisogno, con la consapevolezza che ogni fase di questo processo,ha un suo significato.
Gentilissima, da quello che lei descrive sta affrontando un momento di separazione importante che richiede già di per sé un processo di elaborazione complesso, inoltre ciò che sta sentendo sembra essere accompagnato dalla stanchezza e pesantezza accumulata nel tempo derivante dalla situazione di coppia che ha vissuto sinora. Stare vicino a chi soffre può essere un'esperienza molto impattante per il nostro organismo. La parte empatica ed entusiasta di cui parla non è scomparsa per sempre, da quello che racconta sembra essere un po' sullo sfondo e va un po' ricontattata ma comprendo la sua difficoltà attuale. Per quali piccole cose potrebbe entusiasmarsi al momento? Se non ce ne sono come vive l'ide di provare a cercarne alcune che le diano nutrimento e gratificazione? In questi momenti appoggiarsi alla sua rete sociale potrebbe giovarle e nel caso necessitasse di maggiore supporto può valutare di intraprendere un percorso con un professionista. Le mando un grande augurio e resto a sua disposizione. Un saluto.
Buon pomeriggio, quello che descrive non mi sembra necessariamente il segno che lei abbia “perso” la capacità di provare emozioni o di essere empatica. Dopo una relazione di 18 anni, soprattutto se negli ultimi anni lei ha dovuto continuamente adattarsi agli stati d'animo, alla rabbia e alle difficoltà del partner, è possibile attraversare una fase di forte distacco emotivo e di svuotamento. In questo senso, anche il fatto che dopo la separazione lei abbia smesso rapidamente di pensare a lui non significa che quei 18 anni non abbiano avuto importanza. A volte il distacco emotivo comincia prima della separazione ufficiale: si può trascorrere molto tempo elaborando, dentro di sé, la perdita della relazione mentre la relazione è ancora in corso. Quando arriva la decisione concreta di interromperla, una parte del processo può essere quindi già avvenuta. Anche i ricordi che oggi le sembrano sfocati o lontani non cancellano ciò che avete vissuto. Il modo in cui oggi percepisce il suo ex può essere molto diverso da quello con cui lo percepiva quando era ancora il suo compagno, e questo può essere particolarmente straniante dopo così tanti anni. Mi sembra invece significativo ciò che racconta sulla perdita di desideri ed entusiasmo. Per molto tempo lei sembra aver investito molte energie nel gestire il malessere dell'altra persona, adattandosi ai suoi umori e rinunciando progressivamente a ciò che avrebbe voluto condividere. È possibile che oggi abbia bisogno di un periodo nel quale non deve più occuparsi continuamente di qualcuno e possa ricominciare a chiedersi cosa vuole per sé stessa. Non cercherei però di verificare continuamente se sta tornando la persona di prima. Il rischio sarebbe trasformare anche la propria guarigione in una prestazione: “Perché non mi emoziono ancora? Perché non desidero questo? Quando tornerò quella di prima?”. Potrebbe essere più utile ricominciare dalle cose molto piccole, senza pretendere che siano immediatamente fonte di entusiasmo: frequentare persone con cui sta bene, riprendere interessi, provare qualcosa di nuovo, organizzare una giornata soltanto per lei, prestare attenzione a ciò che le dà anche solo un minimo di curiosità o piacere. Non necessariamente deve tornare a essere esattamente la persona che era prima, può scoprire anche una versione di sé nuova, costruita dopo un'esperienza molto lunga. E non deve nemmeno decidere adesso se sarà pronta per una nuova relazione. Una relazione sana non richiede che lei sia perfettamente “riparata” prima di iniziarla, ma può essere utile prima ritrovare un po' di familiarità con i propri bisogni, desideri e confini, così che il nuovo rapporto non diventi nuovamente un luogo in cui lei si perde nell'accudimento dell'altro. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a elaborare questi 18 anni e, soprattutto, a comprendere quanto lei abbia dovuto mettere da parte di sé per adattarsi alla relazione. Cordialmente
Buongiorno, ciò che descrive può essere molto destabilizzante, soprattutto dopo una relazione durata 18 anni. Il fatto di sentirsi oggi apatica, di avere ricordi più sfocati o di percepire l’ex partner quasi come un estraneo non significa necessariamente che ci sia qualcosa di sbagliato in lei o che non abbia dato valore alla relazione. A volte il distacco emotivo non inizia nel momento in cui una relazione termina, ma può essere un processo che si sviluppa lentamente mentre si è ancora all’interno della relazione. Quando per molto tempo ci si trova a gestire tensioni, rabbia, sbalzi d’umore e la necessità di adattarsi continuamente alle esigenze dell’altro, può accadere di investire molte energie nel “funzionare” nella relazione e di avere sempre meno spazio per ascoltare i propri bisogni, desideri ed emozioni. Per questo, più che chiedersi se abbia perso la propria empatia, potrebbe essere utile esplorare che cosa è accaduto alla sua capacità di sentire, desiderare e prendersi cura di sé nel corso di questi anni. Anche il fatto che oggi non desideri più alcune delle cose che prima immaginava di condividere con il partner può rappresentare un cambiamento da comprendere, non necessariamente qualcosa da giudicare. Dopo una separazione importante può inoltre esserci un periodo nel quale è difficile provare entusiasmo o immaginare il futuro. Questo non significa che quelle parti di sé siano definitivamente perdute. La capacità di provare emozioni, desideri, curiosità ed entusiasmo può essere riscoperta, spesso proprio quando si torna ad avere spazio per sé e per ciò che si desidera realmente. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a elaborare la fine della relazione, comprendere le dinamiche vissute negli ultimi anni e soprattutto ricostruire un contatto con i propri bisogni, desideri, emozioni e confini personali. Non sarebbe necessario recuperare esattamente la persona che era prima: l’obiettivo potrebbe essere conoscere la persona che è diventata attraverso questa esperienza e capire quali parti di sé desidera nuovamente portare nella propria vita e, in futuro, in una relazione sana. Il fatto che lei si ponga queste domande e senta il desiderio di ritrovare quelle parti di sé è già un elemento importante da cui partire.
Buonasera ha fatto una scelta importante per lei, e per fare queste scelte ci vuole coraggio e amore verso se stessi, direi che si sta ritrovando, parta da quì. Un abbraccio
Salve, voglio rassicurarla subito su un punto fondamentale: quello che sta provando non significa affatto che lei sia "sbagliata", né che la sua capacità di provare empatia ed entusiasmo sia andata distrutta per sempre. Avere alle spalle 18 anni di relazione, di cui gli ultimi caratterizzati da un carico emotivo così pesante — tra ipervigilanza per i suoi sbalzi d'umore, aggressioni verbali e la continua necessità di adattarsi —, comporta un costo psicologico ed emotivo enormemente alto. Per anni il suo sistema nervoso è stato in uno stato di allerta costante e di accudimento "a senso unico". Il senso di apatia, i ricordi sfocati, la sensazione che lui sia diventato improvvisamente un estraneo e l'incapacità di emozionarsi per le piccole cose non sono colpe, ma meccanismi di difesa e di adattamento: Il distacco "immediato" e l'amnesia emotiva: Quando la fine di una storia si consuma lentamente negli anni dentro di noi, il vero processo di elaborazione del lutto inizia spesso molto prima della rottura formale. Il suo cervello si è disconnesso per proteggersi da un dolore prolungato e dal burnout emotivo. Percepire l'ex partner come un estraneo è un modo che la sua mente ha trovato per mettere finalmente un confine sicuro. L'apatia e la perdita di entusiasmo: Dopo aver speso così tanta energia emotiva per contenere la rabbia e la depressione dell'altro, le sue riserve sono semplicemente esaurite. L'apatia è come un "salvavita" dell'organismo che si attiva quando si è saturata la capacità di sentire e assorbire. La buona notizia è che le parti di sé che sente di aver perso non sono scomparse: sono solo in una fase di riposo e protezione. La sensibilità e l'entusiasmo che la caratterizzavano fanno ancora parte della sua natura, ma hanno bisogno di tempo, di un ambiente sicuro e di cura per potersi riattivare. Attraverso un percorso di supporto psicologico è assolutamente possibile: Elaborare il carico emotivo accumulato in questi anni di dinamiche disfunzionali. Riconnettersi gradualmente con i propri desideri autentici, imparando a risentire "la propria voce" senza l'ombra delle esigenze dell'altro. Riacquistare fiducia nella propria capacità empatica per poter costruire, in futuro, relazioni sane e paritarie. Ciò che ha vissuto è stato un lungo sovraccarico; darsi il permesso di essere stanca e di non provare nulla di travolgente in questo momento è il primo passo per tornare a sentirsi se stessa. Se sente il bisogno di parlarne e desidera iniziare ad affrontare questa situazione insieme, può prenotare una consulenza direttamente dal mio profilo o contattarmi in privato. Sarò felice di ascoltarla e di accompagnarla. Un caro saluto, Dott.ssa Veronica Cenci
Gentile utente, il senso di estraneità e l'apatia che sta vivendo non indicano affatto che lei sia "sbagliata" o che abbia perso irrimediabilmente la sua sensibilità. Al contrario, sono la naturale risposta psicologica ed emotiva a un prolungato stato di esaurimento relazionale. Per anni ha vissuto in costante ipervigilanza, adattandosi agli sbalzi d'umore, alle rabbie e all'inerzia del suo ex compagno, facendosi carico di un ruolo di contenimento emotivo che l'ha lentamente prosciugata. Il distacco immediato che ha provato, la sfocatura dei ricordi e la sensazione che lui sia diventato un estraneo rappresentano una reazione di difesa della sua mente: quando un legame si consuma giorno dopo giorno nel dolore e nella frustrazione, la vera separazione interna si compie molto prima della rottura formale. L'apatia attuale non è una perdita di identità, ma una sorta di "convalescenza emotiva", una decompressione necessaria dopo essere stata a lungo in trincea. La sua naturale empatia e la capacità di desiderare ed entusiasmarsi non sono sparite: sono semplicemente spente, congelate per proteggerla e permetterle di riposare. Con il giusto tempo, la cura di sé e un percorso con uno specialista, potrà elaborare il peso di questi diciotto anni, disinnescare la fatica accumulata e riconnettersi gradualmente a quelle parti vitali e autentiche di se stessa, ponendo le basi per una futura relazione sana e paritaria. Un caro saluto, Dott. Sandro Mangano, psicologo e direttore clinico del centro NeuFitLab
Buongiorno, dopo 18 anni e un lungo periodo di tensione è possibile che il distacco emotivo sia iniziato molto prima della separazione, come forma di protezione. L’apatia e la sensazione di estraneità non significano necessariamente aver perso la propria capacità di amare o di provare empatia. Si dia tempo: un percorso psicologico potrebbe aiutarla a elaborare quanto vissuto e, soprattutto, a riscoprire gradualmente desideri, emozioni e parti di sé rimaste a lungo in secondo piano.
Buongiorno, quello che descrive non significa necessariamente che abbia “perso” la sua empatia o la capacità di emozionarsi. Dopo 18 anni di relazione, e dopo un periodo prolungato in cui racconta di essersi adattata agli stati d’animo e alle reazioni del partner, è possibile che oggi stia attraversando una fase di distacco e riassestamento. Potrebbe essere utile chiedersi anche quando abbia iniziato a sentirsi così e cosa sia accaduto negli ultimi anni, prima ancora della separazione. A volte, quando per molto tempo ci si concentra sul gestire l’altro, può diventare più difficile riconoscere i propri bisogni, desideri ed emozioni. Anche il fatto di percepire oggi il suo ex come un estraneo non significa necessariamente che quei 18 anni non abbiano avuto valore: può essere un modo con cui la mente sta elaborando una relazione che, sul piano emotivo, potrebbe essere terminata molto prima della separazione. Più che chiedersi se riuscirà a tornare esattamente quella di prima, potrebbe essere interessante scoprire quale parte di sé vuole recuperare e quale nuova parte può costruire ora
Forse ciò che oggi vive come una perdita di empatia potrebbe essere anche la conseguenza di anni trascorsi a proteggersi, adattandosi continuamente agli stati d’animo dell’altro. Potrebbe chiedersi: “Quanto spazio avevo davvero per sentire ciò che provavo io?” e “Quello che oggi chiamo apatia è assenza di emozioni o finalmente assenza di qualcosa che per anni mi ha occupata?”. Il fatto che i ricordi siano oggi sfocati non significa necessariamente che quegli anni non abbiano avuto valore: forse il distacco era iniziato molto prima della separazione. Rimango a disposizione per poter approfondire adeguatamente in un contesto più adeguato.
Ciò che sta vivendo non indica che la Sua empatia o la Sua capacità di provare emozioni siano andate distrutte per sempre, ma, forse, che dopo anni di costante ipervigilanza, adattamento agli sbalzi d'umore dell'altro ed esposizione a dinamiche aggressive, lei é un po' satura. La sensazione di apatia, i ricordi sfocati e la percezione improvvisa dell'ex partner come un estraneo non sono un segno di cinismo o di colpa, ma potrebbero essere la naturale conseguenza di un processo di distacco emotivo e di elaborazione del lutto relazionale che in realtà sembra che fosse già iniziato inconsciamente durante gli ultimi tre anni di inerzia e sofferenza; ora sta iniziando a prendere atto della fine del legame e possibilmente ha attivato una modalità di protezione per permetterLe di recuperare le energie vitali prosciugate. Probabilmente, la sensibilità e l'entusiasmo che Le appartenevano in passato non sono andati perduti, ma sono temporaneamente sopiti sotto il peso del carico emotivo accumulato: con il tempo, il giusto spazio di decompressione e un eventuale percorso di sostegno psicologico focalizzato sulla rielaborazione dei confini personali, riacquisterà gradualmente la capacità di desiderare, emozionarsi e aprirsi in futuro a una relazione sana.
E' importante che in questi momenti di difficoltà riesca ad affidarsi a un terapeuta che sappia realmente aiutarla a conoscere e gestire i propri vissuti emotivi in merito. A presto, Dott. Salvatore Di Costanzo
Gentile Utente, mi soffermerei innanzitutto su un aspetto: forse lei non ha iniziato a separarsi dal suo compagno nel momento in cui lo ha lasciato. **È possibile che una parte della separazione emotiva sia avvenuta molto prima**, lentamente, durante gli anni in cui racconta di essersi adattata ai suoi stati d'animo, di averlo consolato, calmato e di aver progressivamente rinunciato a desideri e progetti condivisi. Da questa prospettiva, il fatto che oggi lui le sembri improvvisamente lontano o quasi estraneo non significa necessariamente che quei diciotto anni non abbiano avuto valore o che lei li abbia “dimenticati”. Potrebbe essere anche l'esito di un distacco iniziato molto tempo prima della separazione concreta. Mi colpisce inoltre quanto tema di aver perso la propria capacità di sentire. Per anni sembra essere stata molto impegnata a percepire e gestire gli stati emotivi dell'altro. Forse, più che chiedersi se abbia perso l'empatia, potrebbe domandarsi: **“Quanto spazio è rimasto, in questi anni, per sentire ciò che provavo io?”** Anche l'apatia merita ascolto. Dopo un periodo così lungo, non è necessario pretendere da sé di tornare immediatamente a desiderare, entusiasmarsi o progettare. Potrebbe esserci bisogno di un tempo nel quale riscoprire chi è lei fuori da quella relazione: che cosa le piace oggi, che cosa desidera, che cosa la incuriosisce, persino che cosa non vuole più. Non darei quindi per perdute quelle parti di sé. Forse non si tratta neppure di tornare esattamente alla donna che era diciotto anni fa, ma di **conoscere la donna che è diventata attraversando questa esperienza**, recuperando progressivamente la possibilità di ascoltare se stessa anziché essere costantemente sintonizzata sull'umore dell'altro. Prima ancora di pensare a una nuova relazione, potrebbe essere questo il tempo per tornare a costruire una relazione con sé stessa. Se questa sensazione di apatia e perdita di interesse dovesse persistere o coinvolgere in modo importante diversi ambiti della sua vita, un percorso psicologico potrebbe offrirle uno spazio prezioso per farlo. Un cordiale saluto, Marica Romano Psicologa
Buongiorno, dopo 18 anni di relazione può essere comprensibilmente destabilizzante non provare ciò che ci si aspetterebbe di provare. Tuttavia, da quello che racconta, è possibile che la separazione emotiva sia iniziata molto prima della separazione concreta: per anni sembra essersi adattata agli stati emotivi del suo compagno, mettendo spesso in secondo piano i propri bisogni. L’apatia e la sensazione di estraneità che descrive non significano necessariamente che abbia perso la sua capacità di amare o di provare empatia. Potrebbero essere segnali di una forte stanchezza emotiva che merita di essere ascoltata, senza obbligarsi a sentire nostalgia o dolore perché “dopo 18 anni dovrebbe essere così”. Più che pensare subito a una nuova relazione, le suggerirei di concedersi uno spazio per riscoprire chi è oggi al di fuori di quella coppia: cosa desidera, cosa le piace e cosa la fa sentire viva. Un percorso psicologico potrebbe accompagnarla proprio nel recuperare gradualmente queste parti di sé e nel comprendere ciò che questa lunga relazione ha lasciato dentro di lei.
Buongiorno, ciò che racconta sembra riguardare non solo la fine di una relazione lunga, ma anche il modo in cui, nel tempo, alcune parti di sé possono essersi messe in secondo piano per adattarsi alle esigenze e agli stati emotivi dell’altro. Un percorso di psicoterapia a orientamento psicoanalitico potrebbe aiutarla a comprendere questa esperienza e, soprattutto, a recuperare progressivamente parti di sé che oggi sente lontane: la sensibilità, il desiderio, la capacità di emozionarsi e di entrare in relazione con ciò che la circonda. La psicoanalisi offre uno spazio in cui queste parti di sé possono essere ritrovate e, allo stesso tempo, in cui sviluppare nuove capacità e nuove possibilità di vivere le relazioni. Anche la sensazione attuale di apatia può essere compresa all’interno di questo percorso, senza doverla considerare una perdita. Resto a disposizione anche online. Un saluto
Dopo 18 anni di relazione e un lungo periodo trascorso ad adattarsi agli stati emotivi dell’altro, è comprensibile sentirsi svuotata e non riconoscersi più. Il distacco che descrive non significa necessariamente aver perso l’empatia o che quella relazione non sia stata importante: potrebbe essere il risultato di un allontanamento emotivo iniziato molto prima della separazione. Si conceda tempo, senza pretendere di tornare subito quella di prima. Se questa apatia persiste e coinvolge anche altri ambiti della sua vita, potrebbe essere utile uno spazio psicologico in cui elaborare ciò che ha vissuto e riscoprire gradualmente desideri, emozioni e parti di sé.
C’è un punto che secondo me merita di essere riconosciuto fino in fondo: uscire da una relazione di 18 anni, in cui per tanto tempo hai dovuto adattarti alla rabbia, agli sbalzi e alla fatica emotiva dell’altro, è un passaggio enorme. Non è solo una rottura, è come uscire da un sistema in cui eri costantemente coinvolta e, in qualche modo, consumata. Il fatto che tu oggi lo percepisca distante, quasi estraneo, e che i ricordi siano sfocati, può sembrare strano, ma ha un senso. È come se una parte di te, per proteggersi, avesse creato una distanza netta nel momento in cui sei uscita. Non è mancanza di amore o superficialità, ma una forma di difesa che arriva dopo tanto tempo di esposizione emotiva intensa. Anche l’apatia, il non desiderare più, il non emozionarti come prima vanno letti dentro questo quadro. Più che una perdita definitiva, sembrano il segno che sei in una fase di recupero. Dopo anni passati a reggere l’altro, ora il tuo sistema si sta fermando a riposare, come se una parte di te si è momentaneamente ritirata per riorganizzarsi. Prima di tornare a sentire entusiasmo, desiderio, apertura c’è bisogno di riprendersi, di tornare a te senza doverti adattare a nessuno. Questo tempo non è vuoto è un tempo necessario. Quello che eri, empatica, sensibile, capace di emozionarti, non è sparito, probabilmente è rimasto troppo a lungo esposto, e ora si sta proteggendo. Con un po’ di tempo, e magari con uno spazio in cui poter rimettere insieme quello che hai vissuto, quelle parti possono tornare. Ma non per tornare come prima, per diventare qualcosa di più tuo, e meno legato al dover reggere l’altro.
Buongiorno, ciò che descrive non significa necessariamente aver perso la capacità di provare empatia o di emozionarsi. Dopo una relazione lunga e faticosa può accadere di percepire distanza, appiattimento o estraneità rispetto a ciò che si è vissuto. Potrebbe essere utile esplorare cosa ha rappresentato per lei questo progressivo distacco e quali parti di sé sente oggi di voler ritrovare.
Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso il suo vissuto. Dopo una relazione così importante, che negli ultimi anni sembra averle richiesto molte energie, la distanza e l'apatia che descrive non significano necessariamente aver perso la capacità di emozionarsi o alcune parti di sé. La fine di una relazione rappresenta un momento di passaggio e, a volte, può esserci bisogno di tempo perché emozioni e desideri trovino nuovamente spazio. Anche la distanza che oggi sente verso il suo ex può assumere un significato diverso se consideriamo che, come racconta, il distacco era iniziato già prima della separazione. In momenti come questo può cambiare anche il modo in cui ci riconosciamo e percepiamo noi stessi. Non sempre si tratta di “tornare” alla persona che si era prima: nel tempo possono riemergere parti di sé, ma anche emergere desideri, bisogni e modi di stare nelle relazioni nuovi. Potrebbe valere la pena chiedersi quali parti di sé siano cambiate nel tempo, quali abbiano trovato più spazio e quali, invece, siano rimaste più nascoste all'interno della relazione.
Buongiorno, non credo che il fatto di sentirlo già così lontano significhi necessariamente che abbia “dimenticato” diciotto anni di relazione. Mi viene piuttosto da chiedermi se una parte della separazione non fosse iniziata molto prima della separazione reale. Per anni racconta di essersi adattata ai suoi stati d'animo, di averlo consolato, calmato e di aver progressivamente rinunciato a desideri e progetti condivisi. È possibile che quel distacco emotivo sia stato un modo per proteggersi quando stare continuamente in contatto con la sua sofferenza era diventato troppo faticoso. E forse per questo, quando ha deciso di lasciarlo, dentro di lei una parte del lavoro era già avvenuta. Mi soffermerei però sull'apatia che descrive oggi. Non perché significhi che abbia perso definitivamente sensibilità ed empatia, ma perché dopo anni trascorsi in una condizione di forte adattamento può essere difficile capire immediatamente cosa piace, cosa emoziona e cosa si desidera quando finalmente non bisogna più regolare continuamente l'umore dell'altro.Forse adesso non deve “tornare quella di prima”. Potrebbe invece scoprire chi è diventata dopo questi diciotto anni. E partirei proprio da una domanda... quando non deve più preoccuparsi di come reagirà lui, cosa desidera lei?Se questa apatia dovesse persistere e coinvolgere molte aree della sua vita, le consiglierei di approfondirla in un percorso psicologico. Potrebbe essere uno spazio importante per ritrovare, piano piano, una parte di sé che forse non è scomparsa, ma è rimasta a lungo in secondo piano. Un caro saluto, Dott.ssa Alina Mustatea Psicologa Clinica, Psicologa Giuridica e Psicodiagnosta
Buongiorno, potrebbe recuperare le parti di se perse attraverso un percorso di psicoterapia; si affidi quanto prima ad uno specialista, la aiuterà a ritrovare se stessa e a poter guardare avanti con fiducia. Cordiali Saluti Dott. Diego Ferrara
Salve, dopo 18 anni di relazione è comprensibile che quello che sta vivendo possa sembrarle strano e persino spaventoso. Tuttavia, il fatto che oggi senta il suo ex lontano, quasi come un estraneo, e che non abbia più il desiderio di condividere con lui ciò che un tempo desiderava, non significa necessariamente che ci sia qualcosa di sbagliato in lei. Una decisione così importante, soprattutto dopo una relazione così lunga, generalmente arriva al termine di un processo nel quale si sono accumulate esperienze, delusioni e bisogni rimasti a lungo insoddisfatti. Da quello che racconta, sembra che negli ultimi anni molte delle sue energie siano state impegnate nel gestire gli stati d'animo del suo compagno, nel cercare di tranquillizzarlo e nell'adattarsi alle sue reazioni. È possibile quindi che una parte del distacco emotivo sia avvenuta molto prima della separazione. Per questo non mi sorprende completamente che oggi lei senta di non pensare più a lui come prima. Forse non è che abbia cancellato 18 anni di vita insieme: semplicemente, dopo tanto tempo in cui ha elaborato delusioni e sofferenze, il distacco che oggi sente potrebbe essere il risultato di un processo che era già iniziato dentro di lei. Mi colpisce però soprattutto quando dice di sentirsi apatica e di avere paura di aver perso la sua capacità di emozionarsi. Io non partirei dall'idea che quella parte di lei sia andata perduta. Potrebbe essere, piuttosto, una parte che per molto tempo è rimasta in secondo piano. Per questo, forse, in questo momento non deve cercare subito una nuova relazione o chiedersi se sarà ancora capace di amare come prima. Potrebbe iniziare a ritrovare se stessa attraverso le piccole cose che un tempo la facevano sentire viva. Provi a chiedersi: che cosa mi entusiasmava prima? Cosa mi piaceva fare? Quali passioni avevo? Cosa facevo semplicemente perché mi faceva stare bene, senza doverlo condividere con qualcuno? Può ripartire proprio da lì, anche da cose molto piccole. Questa volta dovrà forse imparare a farle anche da sola: uscire, coltivare una passione, riprendere un interesse che aveva abbandonato, scoprire qualcosa di nuovo, concedersi esperienze che non siano organizzate in funzione di un'altra persona. Non si aspetti necessariamente di provare subito entusiasmo. L'obiettivo iniziale non è sentirsi di nuovo quella di prima, ma tornare gradualmente a sentire qualcosa. Giorno dopo giorno, attraverso piccole esperienze, può iniziare a riscoprire ciò che le piace, ciò che desidera e ciò che la fa stare bene. La sua capacità di emozionarsi non credo sia necessariamente scomparsa: potrebbe essere semplicemente in pausa dopo un lungo periodo in cui ha dovuto mettere molta energia nel rapporto e nel benessere dell'altro. Ora può iniziare, con calma, a riportare quell'attenzione verso di sé. Forse la domanda da cui partire non è quindi «Come faccio a tornare quella di prima?», ma «Cosa mi faceva sentire viva, e cosa posso iniziare a riscoprire oggi?». Da lì può cominciare un percorso per ritrovare, e forse anche per conoscere meglio, una nuova parte di sé. Saluti
Gentile, La ringrazio per la profondità, la lucidità e la delicatezza con cui ha descritto ciò che sta attraversando. Leggere le sue parole fa comprendere quanto peso, quanta responsabilità e quanta fatica emotiva lei abbia sostenuto nei 18 anni trascorsi insieme al suo ex partner, in particolare negli ultimi tre. Voglio risponderle subito al suo dubbio più grande, con massima chiarezza clinica: lei non è "sbagliata", non ha perso per sempre la sua empatia e la sua vita emotiva non è compromessa. Ciò che sta vivendo non è cinismo né freddezza, ma la risposta fisiologica di una mente che per troppi anni è rimasta in uno stato di iper-vigilanza e sovraccarico emotivo. Proviamo a comprendere insieme cosa sta accadendo dentro di lei: 1. Perché l'ha percepito subito come un "estraneo"? (Il Lutto Anticipato e la Compassion Fatigue) Sentirsi in colpa perché la mente ha smesso da subito di pensare a lui o perché i ricordi sembrano sfocati è un'esperienza che disorienta, ma ha una spiegazione psicologica ben precisa: Il lutto elaborato "prima" della rottura: La fine di una storia di 18 anni non è avvenuta il giorno della separazione. Negli ultimi tre anni, di fronte all'inerzia, all'aggressività verbale e alla necessità di dover sempre "adattarsi per calmarlo", la sua mente ha iniziato a prendere lentamente le distanze per proteggersi. Il distacco si è consumato un giorno alla volta mentre eravate ancora insieme. La stanchezza da empatia (Compassion Fatigue): Quando una persona passa anni a fare da "ammortizzatore emotivo" per gli sbalzi d'umore e la rabbia del partner, le riserve di empatia verso quella persona ad un certo punto si esauriscono del tutto. Sentirlo come un estraneo è il modo in cui il suo cervello ha finalmente chiuso la porta al pericolo di doversene ancora accudire. 2. Perché si sente apatica e senza desideri? (Il "Freno d'Emergenza" Emotivo) Essere stata esposta per anni a un clima di aggressività e continua allerta ha costretto il suo sistema nervoso a mantenere attiva la risposta di autodifesa. Quando una persona vive per lungo tempo adattandosi agli umori altrui, la mente attiva una sorta di anestesia difensiva (numbing): spegne le emozioni "forti" per proteggersi dal dolore. Il problema è che l'anestesia emotiva non è selettiva. Spegnendo l'ansia e la sofferenza, spegne temporaneamente anche la gioia, l'entusiasmo, la rabbia sana e la capacità di desiderare cose nuove. La sua apatia attuale non è una perdita definitiva di se stessa, ma una fase di convalescenza e scarica di un sistema nervoso esausto. 3. Potrà mai recuperare queste parti di sé? Sì, assolutamente. La persona empatica, sensibile e capace di entusiasmarsi per le piccole cose non è andata perduta: è solo nascosta dietro un muro di protezione che è stato indispensabile per farla sopravvivere in quel contesto. Per riattivare queste parti di sé non serve "forzarsi" ad emozionarsi o cercare subito nuovi desideri. Servono tempo, decompressione e alcuni passi graduali: Sospendere il giudizio e il senso di colpa: Smetta di colpevolizzarsi perché non prova dolore o nostalgia. Si conceda il diritto di sentirsi svuotata: è il prezzo fisiologico di anni di iper-adattamento. Praticare il "micro-piacere" senza scopo: Non cerchi subito grandi desideri o progetti futuri. Si alleni ad ascoltare piccole sensazioni corporee e quotidiane (il sapore di un caffè, la sensazione del sole sulla pelle, la pace di una stanza in cui nessuno urla o è arrabbiato). Reimpostare i confini della propria energia: Ha speso 18 anni a misurare i suoi passi in base all'umore di un altro. Ora il suo unico compito è imparare di nuovo a chiedersi: "Io, in questo momento, di cosa ho davvero bisogno?". L'opportunità di un percorso di riscoperta Aver chiuso una relazione di 18 anni in cui non c'era più spazio per il suo benessere è stato un grandissimo atto di coraggio e di rispetto verso se stessa. Un percorso di psicoterapia individuale le permetterà in questa fase di rielaborare la stanchezza accumulata, sciogliere il senso di colpa e riaccompagnarla con delicatezza a riaccendere le sue emozioni e la sua capacità di desiderare, ponendo le basi per future relazioni sane e paritarie. La persona che era un tempo è ancora lì: ha solo bisogno di sentirsi di nuovo al sicuro per potersi mostrare. Un cordiale saluto, Dott.ssa Antonella Guiducci
Gentile utente, grazie per aver raccontato con tanta sincerità la sua esperienza. Dopo 18 anni di relazione, e soprattutto dopo un periodo prolungato in cui racconta di essersi sentita costretta a gestire gli stati emotivi del suo compagno, è comprensibile che oggi possa sentirsi svuotata, disorientata e quasi estranea alla persona che era prima. A volte, quando si trascorre molto tempo cercando di adattarsi alle esigenze emotive dell'altra persona, mettendo da parte i propri bisogni e desideri, si può arrivare a sentirsi emotivamente stanchi e a perdere il contatto con ciò che ci fa stare bene. Anche il distacco che ha avvertito subito dopo la separazione non significa necessariamente che quegli anni non siano stati importanti o che lei abbia dimenticato ciò che avete condiviso. Potrebbe essere il risultato di un distacco emotivo iniziato molto prima della fine effettiva della relazione, ma sarà importante comprendere meglio cosa abbia significato per lei. Vorrei rassicurarla su un aspetto: il fatto che oggi faccia fatica a emozionarsi, a desiderare o a ritrovare l'entusiasmo di un tempo non significa che abbia perso definitivamente queste parti di sé. Non deve nemmeno sentirsi sbagliata perché oggi ricorda il suo ex in modo diverso da come si sarebbe aspettata. Credo che in questo momento possa essere importante concedersi uno spazio per ritrovare se stessa, riconoscere i bisogni che per tanto tempo sono rimasti in secondo piano e comprendere cosa le abbia lasciato questa relazione.
Buongiorno, mi colpisce soprattutto il fatto che, dopo anni trascorsi a gestire gli stati emotivi del suo compagno, oggi faccia fatica a riconoscersi nella persona che era prima della relazione. Quando si trascorre molto tempo cercando di prevenire le reazioni dell'altro, adattandosi ai suoi umori e mettendo in secondo piano i propri desideri, può accadere di arrivare a un esaurimento delle proprie risorse emotive. Anche il distacco che descrive dopo la separazione potrebbe essere legato a un processo di allontanamento interiore iniziato ben prima della fine effettiva della relazione. Naturalmente, da un racconto non è possibile stabilire con certezza che cosa stia accadendo nel suo caso. Le suggerirei di non interpretare l'apatia attuale come la prova di aver perso definitivamente la sua sensibilità. Sarebbe utile, piuttosto, capire quanto questo appiattimento emotivo coinvolga le diverse aree della sua vita e se stia riuscendo a ritrovare interesse e piacere nelle attività quotidiane. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a elaborare ciò che ha vissuto nella relazione e, concretamente, a recuperare il contatto con i propri bisogni e desideri, imparando a riconoscere ciò che le fa stare bene indipendentemente da un partner. Questo potrebbe anche aiutarla a comprendere quali condizioni relazionali siano per lei importanti in futuro. Le chiederei di considerare un aspetto: sentirsi diversa da come era prima non significa aver perso quella parte di sé. Dopo un cambiamento così importante, può essere necessario del tempo per capire chi si è diventati e quali aspetti di sé si desidera ritrovare. Se l'apatia persiste o si estende anche ad ambiti che prima le davano piacere, sarebbe opportuno approfondirla con un professionista. Un cordiale saluto.
Dalle tue parole, sembra che tu abbia vissuto per molto tempo in una relazione in cui hai dovuto fare spazio alle emozioni dell'altra persona mettendo in secondo piano i tuoi bisogni e i tuoi desideri. Quando si vive a lungo in una situazione di questo tipo, può accadere di arrivare a un punto in cui le risorse emotive si esauriscono e ci si sente distanti, stanchi, meno capaci di desiderare e di provare entusiasmo. A volte, quello che percepiamo come perdita di empatia può essere anche il risultato di un lungo periodo in cui abbiamo dovuto proteggerci da ciò che ci faceva soffrire. Un po’ come se la nostra mente ci chiedesse una pausa per rigenerarsi. Anche il modo in cui oggi percepisci il tuo ex compagno, come se fosse diventato improvvisamente un estraneo, non significa necessariamente che quegli anni non siano stati importanti o che tu abbia dimenticato ciò che avete condiviso. È possibile che il distacco emotivo dentro di te fosse iniziato molto prima della separazione vera e propria. Mi arriva forte la tua paura di non poter tornare ad essere quella di prima, di non poter più provare quell’entusiasmo e quella voglia di vivere che prima ti contraddistingueva. Ma ,forse, prima ancora di chiederti se riuscirai a essere di nuovo quella di un tempo, potrebbe essere importante provare a capire chi sei oggi, dopo questi anni. Non necessariamente dovrai ritrovare esattamente la persona che eri prima: potrai recuperare la tua capacità di sentire e desiderare, ma anche scoprire modi nuovi di vivere le emozioni e i legami, senza doverti adattare continuamente allo stato emotivo di qualcun altro. Potresti essere una persona che, dopo aver sostenuto a lungo un peso emotivo importante, ha bisogno di ritrovare spazio, energie e contatto con se stessa. E questo è un percorso che merita tempo, ascolto e, se ne senti il bisogno, un sostegno psicoterapeutico.
Gentilissima, grazie per aver scritto e per la profondità con cui riflette su ciò che le è accaduto. Dopo diciotto anni, una separazione è un cambiamento enorme, anche quando è una scelta che si è maturata a lungo. Da qui non posso dirle cosa stia accadendo nel suo caso, ma posso offrirle qualche chiave di lettura generale. Quando si vive per anni accanto a una persona molto sofferente, adattandosi di continuo ai suoi stati d’animo, spesso ci si protegge prendendo distanza emotiva, a poco a poco e senza accorgersene. Per questo, a separazione avvenuta, può capitare di sentire un distacco quasi immediato: il lavoro di allontanamento era già in corso da tempo. Non significa aver dimenticato o aver amato meno, né essere una persona fredda. Spesso il lutto di una relazione si vive in parte prima della fine, e questo può lasciare una sensazione di vuoto, di apatia e di desideri spenti. È comprensibile anche chiedersi se e come queste parti di sé possano tornare. Sentirsi spente dopo un lungo periodo di tensione e di accudimento è un’esperienza descritta da molte persone, e il fatto che lei ricordi com’era e ne senta la mancanza è un segnale importante: ciò che si riconosce come proprio non è necessariamente perduto. Un percorso psicologico può offrirle uno spazio per elaborare la fine di questa lunga storia, per comprendere cosa sia accaduto dentro di lei in questi anni e per ritrovare, con i suoi tempi, il contatto con ciò che desidera, anche in vista di relazioni future più nutrienti. Se lo desidera, resto a disposizione come professionista per un primo colloquio conoscitivo, per capire insieme la sua situazione e se il mio modo di lavorare può fare al caso suo. Resto a disposizione, ai recapiti indicati nel sito. Cordiali saluti Dott.ssa Maria Losco
Ciao, ti rassicuro subito con molta forza: non hai "perso te stessa" per sempre e la tua empatia non è andata distrutta. Quello che stai vivendo è la risposta del tutto naturale di una mente esaurita da anni di sovraccarico emotivo. Quando per tre anni ti sei dovuta continuamente adattare agli sbalzi d'umore, alla rabbia e alla depressione dell'altro — facendo da "scudo" e annullando i tuoi desideri —, il tuo sistema nervoso è andato in modalità di sopravvivenza e protezione. Le reazioni che ti spaventano oggi hanno spiegazioni psicologiche precise: L'apatia e la mancanza di desideri: Non sono un difetto, ma un'anestesia di protezione. Il tuo cervello si è spento per permetterti di recuperare le energie enormi che hai speso a gestire le crisi dell'altro. I ricordi sfocati e il percepirlo come un estraneo: Si tratta di un meccanismo di distacco protettivo. In realtà, la rottura interna non è avvenuta pochi mesi fa, ma è stata elaborata goccia a goccia negli ultimi tre anni di sofferenza. Ecco perché, una volta formalizzata la fine, la tua mente ha "staccato la spina" da subito. Non ti sei trasformata in una persona fredda o sbagliata: sei solo una persona profondamente affaticata, che per anni ha messo le proprie emozioni in pausa per far spazio a quelle altrui. Quella parte di te empatica, solare ed entusiasta è ancora lì, va solo delicatamente "svegliata" e riattivata, dando alla mente il tempo di elaborare il passato e di sentirsi di nuovo al sicuro. È un processo assolutamente recuperabile, che ti permetterà di tornare a desiderare e di vivere in futuro relazioni sane e paritarie. Se vuoi prenderti uno spazio tutto tuo per ritrovare te stessa e liberarti da questo senso di vuoto, ti accetto volentieri per un primo colloquio conoscitivo gratuito (sia online che in presenza). Se ti va di scrivermi, sono qui per accompagnarti. Un caro e forte saluto, Dott.ssa Sara Simona Colecchia Psicologa
Buongiorno, da quello che racconta, è possibile che dopo anni trascorsi a gestire la sofferenza, la rabbia e gli sbalzi d'umore del suo compagno, lei abbia progressivamente esaurito le proprie risorse emotive. Quando si è a lungo impegnati a contenere il disagio dell'altra persona, adattandosi continuamente per evitare conflitti, può accadere di mettere in secondo piano i propri bisogni e desideri, fino a sentirsi emotivamente svuotati. Anche la sensazione di averlo dimenticato improvvisamente non significa necessariamente che quei 18 anni non abbiano avuto valore. A volte la separazione emotiva inizia molto prima di quella concreta, e quando finalmente si prende la decisione di andare via si può avvertire una distanza che si è costruita lentamente, quasi senza rendersene conto. Vorrei rassicurarla su un aspetto: sentirsi apatica oggi non significa aver perso definitivamente la capacità di provare emozioni, di essere empatica o di innamorarsi. Dopo un lungo periodo di stress emotivo, può essere necessario del tempo per ritrovare il contatto con se stessi, con i propri desideri e con ciò che fa stare bene. Non si chieda, però, di tornare immediatamente la persona che era prima. Si conceda la possibilità di scoprire chi è oggi, al di fuori di una relazione nella quale per tanto tempo ha dovuto occuparsi anche del benessere emotivo dell'altro. Se l'apatia persiste o coinvolge gran parte della sua vita, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere ciò che sta vivendo e a recuperare gradualmente il contatto con le proprie emozioni. Non è detto che abbia perso se stessa: potrebbe essere che, dopo tanto tempo trascorso a occuparsi di qualcun altro, abbia bisogno di ritrovare uno spazio in cui tornare a occuparsi di sé. E questo è un processo che può essere affrontato, un passo alla volta.
Salve, l'elaborazione del lutto della fine di una relazione è sempre diversa e complessa, non cambia solo da persona a persona ma anche da relazione a relazione, nel senso che la stessa persona avrà espressioni e vissuti diversi in relazioni diverse, magari questa è la sua, comprendo che la sua paura in pratica sia quella di essere abbrutita da questo rapporto, ma vorrei confortarla del fatto che già preoccuparsi dell'integrità della propria vivacità interna e della propria empatia è un buon indicatore di autoconsapevolezza. Spero di esserle stata d'aiuto.
Domande simili
- Salve, ma se un minorenne conunicasse al proprio terapeuta che in passato ha tentato il suicidio ma
ciao dottore, sono una studentessa fuori sede e nella mia casa ho una ragazza che soffre di disturbo
Salve dottori vi volevo chiedere come faccio a sapere se la mia serenità è autentica? Come faccio a
Buongiorno, sono un ragazzo di 25 anni , ma già da molto tempo ormai prendo farmaci e ho fatto terap
Salve dottori qualche due anni fa ho perso i miei genitori , sono riuscito quasi subito a tornare di
Cerchi ancora risposte? Fai una nuova domanda
Tutti i contenuti, in particolare domande e risposte, sono di natura informativa e non possono in alcun caso sostituire una diagnosi medica.













