Ho lasciato il mio ragazzo da pochi mesi dopo 18 anni di relazione. La decisione di lasciarlo è nata

Ho lasciato il mio ragazzo da pochi mesi dopo 18 anni di relazione. La decisione di lasciarlo è nata da un distacco emotivo che sentivo nei suoi confronti probabilmente nato per difendermi da certe dinamiche routinarie che mi facevano soffrire. L'ho lasciato perché lui era sempre nervoso e depresso e a lungo andare l'empatia che avevo per lui è andata sgretolandosi, poiché ormai da 3 anni mi aggrediva verbalmente per qualsiasi cosa esulasse dalla sua idea delle cose da fare, anche la più piccola cosa lo poteva mandare in crisi e io dovevo continuamente adattarmi ai suoi sbalzi d'umore per consolarlo e calmarlo, essendo costantemente arrabbiato con il mondo. Negli ultimi anni desideravo tante cose da condividere insieme, ma queste cose non sono mai arrivate, perché lui era sempre inerte.Così mi sono resa conto dopo che ci siamo lasciati che tante cose che prima desideravo comprare o fare insieme non le desidero più. Mi sento apatica, come se non sono più in grado di emozionarmi. Inoltre mi sono resa conto che pur essendoci lasciati da poco è come se il mio cervello avesse smesso di pensare a lui da subito. Mi sento sbagliata ad aver dimenticato tutto di lui, avendo passato tanti anni insieme supportandoci a vicenda. I ricordi di lui sono sfocati e lontani e lo percepisco come un estraneo. Mi sembra assurdo soprattutto perché questo modo di percepirlo è stato immediato non appena l ho lasciato. Mi chiedo se tutti questi anni ad assorbire i suoi stati depressivi e scatti di rabbia non abbiano compromesso la mia empatia, la capacità di emozionarsi e desiderare anche piccole cose. Mi chiedo se posso recuperare queste parti di me che con la mia vecchia relazione sono andate perdute e se potrò mai recuperarle anche nell'ottica di iniziare una nuova relazione sana. Considerando che tanti anni fa ero una persona molto empatica, sensibile che si entusiasmava anche per le piccole cose , se non recupero queste parti di me sento di aver perso me stessa.

7 risposte


Buongiorno, grazie per la sua condivisione. Credo che la sua sia una reazione difensiva legata al bisogno immediato ed estremo di separarsi da questa persona: non credo che la sua empatia, sensibilità e capacità di emozionarsi siano compromesse o cambiate per sempre, ma credo che per difendersi e proteggersi abbia dovuto almeno temporaneamente indurirsi, perchè quello che le veniva buttato addosso e doveva gestire era decisamente troppo. credo che le farebbe bene cominciare un percorso di riscoperta di sè, per elaborare la fine di questa relazione e soprattutto recuperare il suo desiderio, la sua empatia, per rifare il punto di quelli che sono i suoi reali desideri e le sue aspettative senza di lui, mettendo al centro se stessa, perchè mi sembra di capire che non era più al centro della sua vita da molto tempo. Credo che sia arrivato il momento di riprendere in mano la sua vita partendo da sè: questa inibizione delle emozioni credo sia reattiva per aiutarsi nella separazione, per permettersi effettivamente di separarsi dopo tanto tempo. Se vuole, possiamo provare a coltivare di nuovo le sue emozioni insieme ripartendo da lei, mi trova a disposizione, anche online. Un caro saluto, dott.ssa Elena Gianotti

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Gent.ma utente, quel che ci ha raccontato e che le sta accadendo a livello psicologico ed emotivo è più normale dopo una separazione, soprattutto perché parliamo di una relazione di 18 anni. La separazione corrisponde a un trauma che la mente vive esattamente come se fosse un lutto e, anche se vi siete lasciati da alcuni mesi, non ha un tempo prestabilito per essere elaborato in modo corretto e funzionale. Certamente, la cosa più importante in questo momento per lei è essere gentile e paziente proprio con sé stessa, senza cedere alla tentazione di giudicarsi o criticarsi per quello che sente o non sente, per quello che pensa o non riesce a pensare. Trattarsi bene è la priorità essenziale ed è il requisito per cominciare ad accedere di nuovo a certi ricordi e alle emozioni collegate. La mente, infatti, la sta proteggendo da una nuova sofferenza: non è vero che non è più empatica, che non riesce ad emozionarsi, nel bene o nel male, quando tenta di rivivere i momenti di vita con il suo ex partner. Solo che la mente sceglie inconsapevolmente di evitarle ulteriore dolore e intercetta ogni possibile innesco potenzialmente dannoso per il suo benessere psicologico. E' evidente che la sua scelta di separarsi è maturata dopo anni di problemi relazionali che hanno corroso molte delle sue energie nervose ed emotive, in cui ha dovuto cedere a compromessi unilaterali ed essere esposta alla volatilità del carattere e dell'umore del suo ex partner. Questo stress cronico può averla in qualche modo anestetizzata dal voler sentire e partecipare emotivamente a quello che accadeva nella sua relazione, come se la pressione del senso del dovere bastasse ad andare avanti e le impedisse di accedere a uno spazio di serenità, di emozioni positive, di progettualità comune, di sana vita relazionale. Tutto è passato in secondo piano rispetto alla strenua resistenza di trascinarsi sul solco dell'abitudine e di un legame che il tempo aveva reso necessario più che volontario. Ecco, forse quello stress cronico, quella resistenza, si è trasformato in un burnout emotivo che ha reso quella forma di anestesia emotiva permanente e tuttora le fa pensare di non essere più capace di sentire, di capire, di amare. Credo che lei debba ricostruire una sana forma di resilienza rispetto a quello che le è accaduto nell'ultimo periodo e che questo possa partire dal valutare un supporto psicologico di un professionista. Ci sono molte dinamiche psicologiche che vanno affrontate per riguadagnare il diritto fondamentale a stare bene, a essere soddisfatta della sua vita, a essere in grado di viverla senza condizionamenti emotivi, autonoma nelle scelte, capace di determinare la sua felicità giorno per giorno. In un percorso psicologico potrà trovare strumenti e strategie efficaci per riattribuire significato a quanto è successo, a sviluppare auto-compassione, ad accettare la presenza di pensieri ed emozioni difficili, a comprendere meglio i suoi valori e i suoi bisogni, a riscoprire le sue potenzialità. Sono a sua disposizione per aiutarla, anche online. Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese


Gentilissima, quello che racconti può essere molto disorientante, soprattutto perché dopo 18 anni ti trovi non solo senza una relazione, ma anche davanti a una versione di te che oggi ti sembra molto diversa da quella che conoscevi. Una cosa che mi colpisce è il modo in cui stai cercando di dare un significato a questa esperienza: “Ho perso la mia empatia”, “non riesco più a emozionarmi”, “ho dimenticato lui troppo velocemente”, “forse ho perso me stessa”. Sono pensieri comprensibili, ma è importante ricordare che un pensiero, anche quando appare molto convincente, non è necessariamente una fotografia oggettiva di ciò che ti sta accadendo. Dopo molti anni trascorsi ad adattarsi agli stati d'animo di un'altra persona, a cercare di anticiparne le reazioni, a consolarla e a evitare conflitti, è possibile che il proprio sistema abbia imparato a funzionare molto sulla base dell'allerta, dell'adattamento e del “dover gestire”. Quando finalmente questa situazione viene meno, può esserci un periodo di vuoto, di stanchezza o di apparente apatia. Non significa necessariamente che quelle parti di te siano scomparse. Anche il fatto che oggi tu non desideri più le cose che desideravi fare con il tuo ex non significa necessariamente che tu abbia perso la capacità di desiderare. Forse, semplicemente, alcuni desideri appartenevano a quel particolare progetto di vita e oggi non ti appartengono più nello stesso modo. Potrebbe esserci una differenza importante tra “non desidero più quelle cose” e “non sono più capace di desiderare”. Lo stesso vale per il modo in cui lo ricordi. Dopo una relazione così lunga, può sembrare quasi incomprensibile percepire improvvisamente l'altra persona come lontana o estranea. Ma non esiste un modo corretto o obbligatorio di elaborare una separazione. Il fatto che tu abbia smesso rapidamente di pensare a lui non cancella i 18 anni vissuti insieme e non dimostra che tu non abbia provato amore o che la relazione non sia stata importante. In un percorso mindfulness, potrebbe essere interessante provare, per un po', a non trasformare ogni esperienza in una verifica di ciò che “sei diventata”. Quando compare “non provo niente”, puoi provare semplicemente a riconoscerlo: “In questo momento c'è poca emozione”. Quando compare “ho perso me stessa”: “Sto avendo il pensiero di aver perso me stessa”. Non per negare quello che provi, ma per creare un piccolo spazio tra te e la storia che la mente sta costruendo. E forse, invece di chiederti continuamente “Tornerò a essere quella di prima?”, può essere più utile domandarti: “Che persona voglio essere adesso?” Quali qualità vuoi coltivare? Che rapporto vuoi avere con te stessa, con gli altri, con il desiderio, con il tempo libero, con le relazioni? In ACT questo passaggio è importante: non necessariamente recuperare una versione passata di sé, ma tornare a vivere nella direzione di ciò che per noi ha valore. Non devi dimostrare di essere ancora empatica emozionandoti per qualcosa, né devi ritrovare subito l'entusiasmo che avevi anni fa. Puoi iniziare da piccole esperienze, senza aspettarti che producano necessariamente una sensazione particolare: una passeggiata, una persona con cui stai bene, qualcosa che ti incuriosisce, un'attività che avevi abbandonato. Non come un test per verificare se “sei tornata quella di prima”, ma come occasioni per tornare gradualmente in contatto con la tua esperienza. E soprattutto, non è detto che tu debba ritrovare esattamente la persona che eri prima di questa relazione. Potresti scoprire, con il tempo, di essere ancora quella persona sensibile ed empatica che ricordi, ma con bisogni, confini e desideri nuovi. Se questa sensazione di apatia e di perdita di interesse dovesse essere molto intensa, persistente o accompagnata da una sofferenza importante nella vita quotidiana, sarebbe comunque utile parlarne con un professionista, anche per distinguere una normale fase di assestamento dopo una separazione da una difficoltà emotiva che merita un'attenzione specifica. Per ora, forse, non hai bisogno di sapere se hai perso te stessa. Puoi concederti di conoscerti di nuovo. Un caro saluto, Dott.ssa Grandi Chiara


C'è una differenza fra aver perso l'empatia e averla spesa tutta. Lei descrive anni passati ad adattarsi agli sbalzi d'umore di un altro, a consolare, a calmare, a prevedere. Quello che chiama apatia, letto così, somiglia a ciò che resta quando per molto tempo ci si fa carico della regolazione emotiva di qualcun altro. Non una parte andata perduta: una parte che ha lavorato troppo e adesso non risponde. Anche il ricordo sfocato, in questa luce, non la rende sbagliata. Quando un legame diventa soprattutto un compito, a volte la memoria lo archivia come un compito. La domanda utile non è se recupererà quelle parti di sé. È: in quei diciotto anni, quando ha smesso di chiedersi cosa desiderava? Certi problemi di coppia lasciano tracce che si vedono solo dopo, e su questo per iscritto non mi pronuncio: è materia da percorso psicologico, con qualcuno davanti. Se vuole parlarne, sul mio profilo trova un primo colloquio conoscitivo di 20 minuti, gratuito, che si prenota direttamente in agenda. Ricevo online. Dott.ssa Alessia Cipriano, psicologa clinica


Buongiorno, sono la Dott.ssa Morena, psicologa. Dopo 18 anni di relazione è comprensibile chiedersi come sia possibile sentire così tanta distanza in così poco tempo. Ma il fatto che oggi i ricordi siano sfocati o che non senta più le emozioni di prima non significa necessariamente che abbia perso la sua capacità di amare, di provare empatia o di desiderare. A volte, quando per molto tempo abbiamo dovuto adattarci agli stati emotivi dell'altra persona, proteggerci e mettere da parte i nostri bisogni, possiamo arrivare alla fine della relazione già profondamente stanchi. E può essere proprio allora che ci accorgiamo di quanto ci siamo allontanati da noi stessi. Quello che oggi percepisce come “perso” potrebbe quindi essere qualcosa che ha bisogno di essere ritrovato, non qualcosa che non esiste più. Se sente che questa apatia e questa sensazione di non riconoscersi più la stanno accompagnando anche fuori dalla relazione, può scrivermi. Possiamo provare insieme a capire cosa è successo e, soprattutto, a ritrovare pian piano quella parte di sé.


Quello che descrive può essere comprensibile dopo una relazione così lunga e vissuta per anni in una condizione di forte adattamento emotivo. Il fatto che oggi percepisca il suo ex come distante, che i ricordi siano sfocati e che faccia fatica a provare entusiasmo non significa necessariamente che abbia perso per sempre empatia o capacità di sentire. A volte, dopo periodi prolungati di tensione, rabbia, richieste emotive e continuo monitoraggio dell’umore dell’altro, può comparire una sorta di “spegnimento” emotivo, che va letto con prudenza e senza trasformarlo subito in una diagnosi. Il punto importante è che lei oggi sente di essersi allontanata da parti di sé che prima riconosceva come vive e spontanee. Un supporto psicologico può aiutarla a comprendere meglio questo distacco, elaborare la fine della relazione e recuperare gradualmente desideri, interessi, confini ed emozioni proprie, senza avere fretta di iniziare una nuova relazione. Se vuole approfondire questa fase, può contattarmi per una consulenza online o in presenza e consultare la mia agenda per le disponibilità. un caro saluto. Dott. Giulio Blasilli


Gentile utente, ciò che racconta è molto comprensibile e non significa affatto che ci sia qualcosa di “sbagliato” in lei. Dopo 18 anni di relazione, soprattutto quando per molto tempo si è stati esposti a tensione, rabbia e alla necessità di adattarsi continuamente agli stati emotivi dell’altro, può accadere di sentirsi emotivamente svuotati e di avere bisogno di tempo per ritrovare sé stessi. Anche il fatto di percepire oggi il suo ex quasi come un estraneo non significa necessariamente aver cancellato o svalutato 18 anni di vita condivisa. A volte il distacco emotivo avviene molto prima della separazione concreta, come una modalità di protezione da una situazione divenuta troppo faticosa. L’apatia e la difficoltà a desiderare o emozionarsi non devono però diventare per lei una sentenza sul suo futuro. Le capacità di provare interesse, entusiasmo, empatia e desiderio possono ritrovare spazio, soprattutto quando si torna a vivere in un contesto più sereno e si ha la possibilità di elaborare ciò che è accaduto. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio a comprendere questa trasformazione, elaborare gli anni vissuti nella relazione e, soprattutto, ritrovare gradualmente quelle parti di sé che oggi sente lontane. Il fatto che lei riesca già a riconoscerle e a desiderarle nuovamente è un elemento importante. Se lo desidera, possiamo approfondire insieme questo percorso.

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