Salve a tutti. Ho paura di avere la depressione post partum. Ho partorito da 1 mese e 10 giorni, e a
Salve a tutti. Ho paura di avere la depressione post partum. Ho partorito da 1 mese e 10 giorni, e a mia figlia è stato diagnosticato l’ipertiroidismo congenito, una doccia fredda quando ho avuto la notizia completamente inaspettata. Da allora ho spesso episodi di ansia, ogni cosa della bambina mi fa andare nel panico, un rigurgito in più, se cresce poco, se non si sveglia per mangiare. Anche stare da sola con lei mi genera ansia, vorrei ci fosse sempre qualcuno con me. Vorrei solo piangere dei giorni, stare nel letto e basta. Vorrei che qualcuno si prendesse cura di me, e non pensare a niente, far decidere dagli altri tutto. Con il cibo alle volte mi vien il voltastomaco e non mangerei se non perché devo allattare. Cosa devo fare? Non mi sento all’altezza, mi sento sconfitta. Dopo due aborti, questa gravidanza tanto attesa e ora… non vivo bene la mia maternità 😭
69 risposte
Salve, quello che sta vivendo merita sicuramente attenzione, ma vorrei innanzitutto dirle una cosa: il fatto che oggi faccia fatica a vivere serenamente la maternità non significa che sia una cattiva madre e non significa che non ami sua figlia. Sta affrontando un periodo molto delicato, aggravato da una notizia medica inaspettata riguardante la bambina e, considerando anche i due aborti precedenti, è comprensibile che la paura di perderla o che possa accaderle qualcosa sia particolarmente intensa. I sintomi che descrive — ansia molto forte, preoccupazione continua per la salute della bambina, bisogno di non rimanere sola con lei, pianto, senso di inadeguatezza, difficoltà a mangiare e desiderio di essere accudita — possono comparire nel quadro dell'ansia e della depressione post-partum. A poco più di un mese dal parto, inoltre, non parlerei semplicemente di "baby blues": questi ultimi generalmente si risolvono entro circa due settimane. Non è possibile stabilire da qui se si tratti effettivamente di depressione post-partum, di un disturbo d'ansia post-partum o di una combinazione dei due. Ma non aspetterei che passi da solo. Le consiglio di parlarne quanto prima con il ginecologo, il medico di base o un professionista della salute mentale, spiegando esattamente ciò che ha scritto qui. Esistono trattamenti psicologici e, quando necessario, anche farmacologici compatibili con il periodo post-partum e con l'allattamento, da valutare con i professionisti. Nel frattempo, provi a chiedere concretamente ai familiari o alle persone di fiducia di starle accanto e di alleggerirla nelle incombenze quotidiane. Non deve dimostrare di riuscire a fare tutto da sola. Anche avere qualcuno che si occupi per qualche ora della bambina mentre lei mangia, dorme o semplicemente si riposa è una forma di cura necessaria, non un fallimento. E soprattutto: la sua maternità non è "sbagliata" perché oggi è accompagnata dalla paura. Sta attraversando una situazione emotivamente molto impegnativa e ha bisogno di essere sostenuta, non di giudicarsi. Se dovessero comparire pensieri di farsi del male, di fare del male alla bambina, oppure una sensazione di non riuscire a garantire la sicurezza sua o della bambina, chieda immediatamente aiuto medico/urgente e non rimanga sola. Pensieri di questo tipo richiedono una valutazione tempestiva. Chiedere aiuto adesso non significa essere una madre incapace: significa prendersi cura di sé e, indirettamente, anche di sua figlia.
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Mi dispiace molto per quello che sta vivendo. Dopo due aborti, una gravidanza tanto attesa, il parto recente e una diagnosi inattesa per sua figlia, è comprensibile che il suo sistema emotivo sia sotto forte pressione. Ansia intensa, pianto frequente, senso di non farcela, difficoltà a mangiare, bisogno costante di essere accompagnata e paura di restare sola con la bambina sono segnali che meritano attenzione, senza colpevolizzarsi. Non significa che lei sia una madre incapace: significa che sta attraversando un momento molto delicato e ha bisogno di essere sostenuta. Le consiglierei di parlarne quanto prima con il ginecologo, il medico di base o il pediatra, e di iniziare un supporto psicologico online o in presenza, meglio se con una figura esperta nel periodo perinatale. In questa fase non deve “resistere da sola”: chiedere aiuto è una forma di cura per sé e anche per sua figlia. un caro saluto. Dott. Giulio Blasilli
Salve, grazie per aver condiviso qui con noi. quello che descrivi merita aiuto, ma non significa affatto che tu sia una cattiva madre o che tu non sia all’altezza. A poco più di un mese dal parto, dopo due aborti e dopo aver ricevuto una diagnosi così inaspettata per la tua bambina, hai attraversato una quantità enorme di paura e di stress in pochissimo tempo. È comprensibile che il tuo sistema sia “in allarme”. Ma i sintomi che descrivi — ansia molto intensa, panico per ogni possibile problema della bambina, paura di stare sola con lei, pianto, desiderio di restare a letto, senso di fallimento e inadeguatezza, perdita dell'appetito — possono essere compatibili con una depressione e/o un disturbo d'ansia post-partum e vanno valutati da un professionista. Non è necessario aspettare che peggiorino. E c'è una cosa importante: non devi capire da sola se sia “davvero depressione”. Iniziare un percorso di supporto psicologico ( online o in presenza) può aiutare ad avere un sostegno non giudicante, lavorando sui pensieri e sullo stato ansiogeno in modo concreto. Resto a disposizione.
Quello che descrivi merita aiuto professionale oggi stesso: contatta ginecologo/medico di base o consultorio per una valutazione psicologica/psichiatrica; i consultori offrono anche supporto psicologico e psicoterapeutico, nel caso non trovassi recati al pronto soccorso, ti sapranno indirizzare. Un abbraccio
Cara Neo-Mamma, ti leggo e vorrei solo dirti: fermati e respiri, non c'è nulla di sbagliato in te. Due aborti, una gravidanza vissuta con il fiato sospeso e uno shock medico a un mese dal parto metterebbero a terra chiunque. Quello che provi il panico, la nausea, il desiderio di delegare tutto e la paura di stare sola è la reazione normale di un corpo e di una mente in sovraccarico emotivo. Non restare sola con questo peso: Parla subito al medico di base, al ginecologo o al consultorio. La depressione e l'ansia post-partum sono condizioni mediche trattabili, non una colpa. Chiedi e accetta aiuto pratico. Fai gestire casa, pasti e turni con la bambina a chi ti sta vicino. Togli pressione: L'ipertiroidismo si cura e la bambina è in mano ai medici. Tu non devi controllare tutto. Fai un piccolo passo alla volta. Oggi il tuo unico compito è alzare la mano e farti sostenere.
Buonasera gentile sign.ra La Sua ansia è comprensibile, dal momento che ha desiderato questo figlio moltissimo. Per l'ipertiroidismo ci sono molte cure sempre più all'avanguardia, ma compendo la Sua inquietudine. Credo che debba abituarsi all'idea di essere diventata mamma, il che non è certo facile per nessuna donna, e forse potrebbe esserLe utile intraprendere una psicoterapia anche limitata nel tempo, che La aiuti a chiarire i motivi della Sua ansia ed il senso di inadeguatezza che avverte rispetto alle reazioni di Sua figlia. Potrebbe in questo modo vivere meglio il rapporto con la Sua bambina, accrescendo la fiducia in sè stessa. Le auguro ogni Bene cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
Cara utente, accogliere e soprattutto accettare una diagnosi inaspettata dopo il dolore di due aborti rappresenta un carico emotivo enorme, arrivato in un momento di estrema fragilità fisica e ormonale come il postpartum. L'ansia costante, il senso di inadeguatezza e il desiderio di lasciarsi andare non indicano che sei una cattiva madre o che sei "sconfitta", ma segnalano che il tuo sistema emotivo è comprensibilmente saturo e ha urgente bisogno di protezione. Per affrontare questo forte stress, rielaborare il trauma della diagnosi e ritrovare la serenità nell'accudimento della tua bambina, ti consiglio vivamente di richiedere un supporto psicologico. Resto a disposizione, anche online dott.ssa Barbara Piscitelli
Gentile Utente, quello che sta vivendo merita ascolto e non colpevolizzazione. Dopo una gravidanza tanto desiderata, due aborti alle spalle e ora una diagnosi inattesa per la sua bambina, è comprensibile che il suo sistema emotivo sia arrivato stremato. Non significa che sia una cattiva madre e nemmeno che non ami sua figlia. A poco più di un mese dal parto, ansia intensa, pianto frequente, senso di inadeguatezza, difficoltà a mangiare e paura di rimanere sola con la bambina sono segnali che è importante non ignorare. Potrebbe trattarsi di una depressione e/o di un disturbo d'ansia post partum, ma è necessario un professionista per comprenderlo e valutarlo. Le consiglierei di chiedere quanto prima un colloquio con psicologo/psicoterapeuta esperto di psicologia perinatale e, vista l'intensità dei sintomi, anche un consulto psichiatrico per valutare se sia necessario un eventuale trattamento farmacologico, compatibile con l'allattamento. Nel frattempo, non rimanga sola con questo peso: chieda concretamente aiuto alle persone che le sono vicine. Lasci che qualcuno si occupi per qualche ora di lei, del cibo, della casa, delle incombenze quotidiane. In questo momento prendersi cura di lei è anche prendersi cura della sua bambina. E soprattutto: non deve vivere la maternità "nel modo giusto". A volte, nei primi mesi, amare un figlio significa anche sentirsi spaventate, fragili, confuse e avere bisogno che qualcuno si prenda cura della mamma. Dopo tutto ciò che ha attraversato, forse non è sconfitta: è semplicemente stanca e ha bisogno di essere sostenuta. Se dovessero comparire pensieri di farsi del male, di fare del male alla bambina o la sensazione di non riuscire a garantire la vostra sicurezza, chieda immediatamente aiuto a una persona di fiducia e si rivolga ai servizi di emergenza. Rimango a disposizione per eventuali chiarimenti. Dott.ssa Veronica Savio
Salve, grazie per la sua esposizione e condivisione di questi vissuti. Il post parto è di per sé una fase molto delicata ed è un momento in cui nasciamo anche come madri e cerchiamo di dare un contorno all'esperienza stessa. E' anche un momento in cui scopriamo cosa significa prenderci cura ed accudire una bambina, anche con tutte le paure che possono arrivare e soprattutto con tutta la nostra storia prima del concepimento, della gravidanza e del parto. Sono mesi in cui il senso di inadeguatezza può giungere, ma sono anche i mesi in cui lentamente diventiamo capaci e competenti nel ruolo. Provi a sentire che la fiducia può generarsi e se sente il bisogno di non essere sola richieda esplicitamente di essere supportata. Le auguro di poter sentire che anche questi vissuti possono trasformarsi. Dott.ssa Francesca Stanca
Buongiorno. Sta attraversando un momento certamente impegnativo e la notizia ricevuta può avere amplificato paure e senso di responsabilità. Cerchi però, per quanto possibile, di non diagnosticarsi da sola un disturbo: ansia, pianto e senso di sopraffazione meritano attenzione, ma non equivalgono automaticamente a una depressione post partum. Provi anche a recuperare, poco alla volta, uno spazio di gratitudine per ciò che c’è, senza pretendere da sé una maternità perfetta o priva di paura. Se sente che da sola non riesce, chiedere un supporto psicologico in questa fase sarebbe assolutamente appropriato: non aspetti necessariamente di stare peggio per farlo. Dr. Giuseppe Mirabella
Gentile signora, capisco la sua "depressione", il suo stato d'animo. In quanto psicologo non posso darle suggerimenti medici. Mi ha colpito di più il senso di solitudine. Non so se è solo un "senso" oppure è realtà. Certo, non ha neanche citato il padre della bambina. La cura alla sua "depressione" è fatta di vicinanza, comprensione. Si circonda di familiari e amici che le diano sollievo morale e psicologico. E, se può, anche di uno psicologo. Le auguro di stare meglio e di crescere, con l'amore che sicuramente saprà dare, alla sua bambina . Cordiali saluti. Dott. Francesco Romano
Buonasera, quello che sta vivendo merita di essere accolto, lei ha vissuto da poco un parto e l'enorme cambiamento che comporta diventare mamma e, proprio mentre iniziava a conoscere la sua bambina, è arrivata una diagnosi del tutto inaspettata. Può starci che una notizia così inaspettata, dopo due perdite e una gravidanza così desiderata, potrebbe aver riattivato anche la paura che possa accadere qualcosa alla sua piccola. Non possiamo stabilire qui se si tratti di depressione post-partum, ma quello che racconta merita attenzione e piò starci chiedere in questo momento un aiuto professionale. Inoltre,il fatto che oggi la maternità sia attraversata dalla paura e dalla fatica non significa che sarà sempre così, né dice qualcosa sul suo valore come mamma...dice solo che in questo momento, anche lei, ha bisogno di un sostegno. Un saluto!
Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso una situazione così delicata. Quello che sta vivendo, soprattutto dopo una gravidanza tanto attesa e la notizia inaspettata relativa alla salute della sua bambina, può essere una fonte di grande sofferenza e non significa che sia una madre “sbagliata” o che non sia all’altezza. I sintomi che descrive meritano però di essere presi in considerazione e valutati da un professionista. Attraverso questo messaggio non è possibile stabilire se si tratti di depressione post partum, ma sarebbe importante non affrontare tutto questo da sola. Le suggerirei di parlarne con il suo medico o con uno psicologo, coinvolgendo anche le persone che le sono vicine affinché possano sostenerla concretamente in questo periodo. Chiedere aiuto non significa essere una madre meno capace, significa prendersi cura di sé in un momento in cui ne ha bisogno. Resto a disposizione, un caro saluto. Dott.ssa Elena Dati
Gentile utente, scoprire delle patologie come è successo a lei, può rovinare le fantasie che si hanno. È importante restare lucidi per sé stessa e la bambina. Un percorso di supporto psicologico potrebbe essere molto utile per vivere al meglio questa fase di vita. I migliori auguri! arei felice di accompagnarla in questo percorso. Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo. Resto a disposizione attraverso consulenze online. Dott. Luca Rochdi
Buongiorno, innanzitutto vorrei dirle che quello che sta vivendo non dice nulla sulla qualità del suo essere madre. Il fatto che lei non riesca a vivere serenamente questa maternità non significa che non ami sua figlia o che sia una madre incapace. Significa che sta attraversando un momento di enorme intensità emotiva. La gravidanza che aveva tanto desiderato, dopo due aborti, probabilmente aveva assunto per lei un significato particolarmente importante. È possibile quindi che l'arrivo di sua figlia fosse accompagnato da aspettative, desideri e anche dal bisogno di sentirsi finalmente al sicuro. La diagnosi inattesa di ipertiroidismo congenito ha invece introdotto improvvisamente un elemento di paura e imprevedibilità proprio nel momento in cui avrebbe avuto bisogno di sentirsi più tranquilla. Potrebbe essere interessante non guardare soltanto all'ansia come a qualcosa da eliminare, ma chiedersi che cosa sta comunicando questa ansia. La sua attenzione sembra essersi concentrata continuamente sulla bambina: se rigurgita, se mangia, se cresce, se dorme. Come se il pericolo dovesse essere costantemente controllato e lei non potesse mai abbassare la guardia. In questo senso, la frase "vorrei che qualcuno si prendesse cura di me" è particolarmente importante. Forse in questo momento non è soltanto sua figlia ad avere bisogno di essere accudita: anche lei ha bisogno di essere accudita. Diventare madre non cancella il fatto che si continui ad avere bisogno di essere figlie, compagne, persone che possono essere sostenute e rassicurate. Anche il desiderio di stare a letto, di non decidere più nulla e di lasciare che siano gli altri a occuparsi delle cose può essere letto come il segnale di una persona che si sente momentaneamente sovraccaricata e che desidera poter deporre, almeno per un po', la responsabilità che sente di dover sostenere continuamente. Sarebbe inoltre importante che lei non rimanesse sola con questo carico. Se ha un compagno, un familiare o una persona di fiducia, può dirgli anche semplicemente: "Non sto bene e ho bisogno che in questo periodo tu ti prenda cura anche di me." Chiedere aiuto per la bambina, per la casa, per mangiare o semplicemente per avere qualcuno accanto non significa essere una cattiva madre. E c'è un ultimo aspetto che considero importante. Lei scrive: "non vivo bene la mia maternità". Non deve pretendere di vivere questo periodo nel modo in cui aveva immaginato. La maternità non è un sentimento continuo di felicità, gratitudine e sicurezza. Può contenere amore e paura, gioia e disperazione, desiderio di essere madre e contemporaneamente desiderio di poter smettere per qualche ora di esserlo. In questo momento, più che chiederle di essere una madre forte, credo sia importante permetterle di essere una madre sostenuta. Anche prendersi cura della madre è prendersi cura della bambina.
Buongiorno, grazie per aver chiesto aiuto e la invito a continuare a farlo cercando un professionista che la supporti. Questo la aiuterà a riprendersi. Sono emozioni normali e la sua preoccupazione nei confronti di sua figlia è comprensibile ma per il benessere di entrambe è importante ascoltare questi suoi stati d'animo e accoglierli chiedendo supporto ad amici, familiari, compagno, professionista, anche diverse persone così da darsi il cambio. Il cambiamento della maternità è meraviglioso quanto spaventoso e tu hai fatto tutto quanto in tuo potere e la stai proteggendo e accudendo, anche se non ti sembra di fare nulla. Ci si sente sole e abbandonate e confuse perché è qualcosa di enorme e nuovo che non include solo noi ma anche una bellissima creatura ed è giustamente una responsabilità che hai già avuto modo di consapevolizzare. Non sei sola, ricordatelo. Rimango a disposizione, mi contatti quando vuole. Dottoressa Casumaro Giada
Buonasera, mi spiace per quanto accaduto: quello che stai vivendo merita di essere accolto con molta delicatezza. Dalle tue parole emerge tanta paura, ma anche quanto tu tenga alla tua bambina. Dopo due aborti, una gravidanza tanto desiderata e poi una diagnosi inattesa, è comprensibile che tu possa sentirti più vulnerabile e in allerta. La mente può iniziare a cercare continuamente segnali di pericolo, trasformando anche piccoli episodi quotidiani in motivo di preoccupazione. In questo momento sembra che anche tu abbia bisogno di essere accudita. Il desiderio di avere qualcuno accanto, di poter smettere per un po’ di pensare e lasciare che qualcun altro si occupi di te, è un bisogno umano e legittimo. Ti suggerirei di concederti uno spazio con una psicologa o psicoterapeuta che si occupi di maternità e periodo perinatale. Non perché tu abbia “qualcosa che non va”, ma perché stai attraversando un momento delicato e meriti un luogo sicuro in cui poter raccontare le tue paure, elaborare quello che è successo e ritrovare gradualmente un po’ di serenità. Puoi attraversare questo momento senza dover avere tutte le risposte: meriti uno spazio in cui sentirti ascoltata, accolta e sostenuta, con i tuoi tempi e senza alcun giudizio. Saluti. Dott.ssa Manuela Barzellato
Buongiorno, si affidi ad un professionista, attraverso la psicoterapia potrà elaborare il malessere qui riferito in virtù di quello che le è accaduto. Cordiali Saluti Dott. Diego Ferrara
Buongiorno, quello che sta attraversando sembra davvero molto pesante, anche perché è arrivato in un momento nel quale probabilmente si aspettava finalmente di poter vivere con maggiore serenità una maternità desiderata e attesa a lungo. Dopo due perdite precedenti, la nascita di sua figlia poteva rappresentare anche il punto di arrivo di un percorso emotivamente molto intenso. Ricevere poco dopo una notizia inattesa riguardante la sua salute può aver riattivato improvvisamente paura, senso di precarietà e bisogno di controllare che tutto vada bene. Dal suo racconto non sarebbe corretto stabilire se si tratti o meno di depressione post partum. Attraverso poche righe non è possibile formulare una valutazione di questo tipo. Quello che però appare chiaro è che in questo momento sta vivendo una sofferenza significativa e che merita di essere presa sul serio, indipendentemente dall'etichetta che le si potrebbe attribuire. Mi colpisce soprattutto il fatto che ormai moltissimi segnali della bambina sembrino trasformarsi rapidamente in possibili segnali di pericolo. Un rigurgito in più, un momento in cui non si sveglia, il dubbio sulla crescita. È come se la sua mente fosse diventata estremamente sensibile a tutto ciò che potrebbe indicare che qualcosa non va. Da una prospettiva cognitivo comportamentale sarebbe molto importante comprendere proprio questo meccanismo. Succede qualcosa di piccolo o ambiguo, per esempio sua figlia dorme più del previsto. Immediatamente potrebbe comparire un pensiero del tipo "e se ci fosse qualcosa che non va?", "e se non me ne accorgessi?", "e se succedesse qualcosa mentre sono sola con lei?". A quel punto aumenta l'ansia, lei controlla maggiormente la bambina, cerca qualcuno che possa stare con lei oppure sente il bisogno di ricevere rassicurazioni. Quando arriva qualcuno o ottiene conferma che va tutto bene, probabilmente l'ansia diminuisce. Il problema è che quel sollievo può insegnare alla mente una regola molto insidiosa: "riesco a stare tranquilla soltanto se qualcuno è con me" oppure "devo controllare continuamente per evitare che succeda qualcosa". Così la volta successiva il bisogno di controllare può diventare ancora più forte. È comprensibile che questo meccanismo si sia accentuato dopo aver ricevuto una notizia così inattesa. Potrebbe essersi modificata la sua percezione della sicurezza. Prima forse poteva pensare "la mia bambina sta bene". Dopo quella notizia, la mente potrebbe aver imparato qualcosa di molto diverso: "può succedere qualcosa anche quando non me lo aspetto". Quando questa idea diventa molto presente, si può iniziare a cercare continuamente di prevenire qualsiasi altra sorpresa. Ma una madre non può ottenere la certezza assoluta che in ogni momento tutto sia perfettamente sotto controllo. Cercare quella certezza può diventare estremamente stancante. Credo sia importante anche considerare ciò che ha vissuto prima della nascita di sua figlia. Dopo due aborti, è possibile che questa gravidanza sia stata accompagnata da una particolare paura di perdere nuovamente ciò che desiderava così tanto. Una volta nata la bambina, quella paura non necessariamente scompare automaticamente. Può cambiare forma: prima "riuscirò a portare avanti la gravidanza?", dopo "riuscirò a proteggerla?". Questo non significa che debba attribuire tutto al passato. Significa però che la sua storia recente potrebbe aiutarci a comprendere perché oggi il suo sistema di allarme sia così attivo. Anche la frase "vorrei che qualcuno si prendesse cura di me" merita molta attenzione. Essere diventata madre non significa smettere improvvisamente di avere bisogno di essere accudita. In questo momento sta chiedendo moltissimo a se stessa. Deve occuparsi di una neonata, affrontare una preoccupazione inattesa, gestire la stanchezza e contemporaneamente convivere con la sensazione di dover essere sempre pronta a capire se qualcosa non va. È comprensibile che una parte di lei desideri per qualche ora non dover decidere niente. Questo bisogno non significa automaticamente che non sia all'altezza della maternità. Può significare che è molto affaticata e che sta cercando un posto nel quale poter abbassare, almeno temporaneamente, la guardia. Sarebbe quindi importante che in questo periodo non rimanesse sola a gestire tutto, soprattutto se la presenza di una persona fidata riesce a darle un po' di respiro. Chiedere al partner, ai familiari o ad altre persone vicine di occuparsi concretamente di alcune incombenze non significa rinunciare al proprio ruolo di madre. Il punto, però, dovrebbe essere gradualmente diverso dal pensare "non posso stare sola con mia figlia". Se questa convinzione diventasse sempre più forte, il rischio sarebbe che ogni esperienza da sola con lei venisse vissuta come una prova pericolosa da evitare. Potrebbe essere utile, con l'aiuto di un professionista, recuperare progressivamente la fiducia nella propria capacità di stare con la bambina senza dover essere costantemente rassicurata da qualcun altro. Non attraverso un'improvvisa esposizione alla paura, ma con piccoli passaggi sostenibili. Mi sembra importante anche ciò che dice riguardo al pianto, al desiderio di restare a letto e alla perdita di appetito. Non sono aspetti da minimizzare con il pensiero "sono appena diventata mamma, passerà". Allo stesso tempo, non devono automaticamente essere interpretati come prova di una specifica diagnosi. Sono segnali che indicano quanto in questo momento sia sotto pressione e quanto sarebbe opportuno avere uno spazio professionale nel quale parlarne presto, non soltanto aspettare di vedere se tutto si risolve spontaneamente. Un percorso psicologico, possibilmente con un professionista che abbia familiarità anche con il periodo della gravidanza e del post partum e ad orientamento cognitivo comportamentale, potrebbe aiutarla a comprendere quali pensieri stanno alimentando l'allarme, quanto le precedenti perdite incidano sulla paura attuale e quali comportamenti di controllo e rassicurazione stiano diventando indispensabili per sentirsi momentaneamente al sicuro. Potrebbe essere importante anche lavorare sulla frase "non mi sento all'altezza". Quando una madre è molto spaventata può iniziare a valutare se stessa attraverso ogni singolo momento difficile. "Sono ansiosa, quindi non sono una buona madre". "Vorrei che qualcuno si occupasse di tutto, quindi sto fallendo". "Non sto vivendo felicemente questo periodo, quindi qualcosa in me non va". Ma diventare madre non produce automaticamente uno stato emotivo di serenità permanente. Si può amare profondamente propria figlia e contemporaneamente sentirsi terrorizzate, stanche, sopraffatte o desiderose di essere accudite. Sono dimensioni che possono convivere. Può essere utile distinguere anche ciò che immaginava dalla maternità reale. Dopo una gravidanza così desiderata è possibile che esistesse un'aspettativa molto forte: "quando finalmente nascerà potrò essere felice". Se invece la realtà porta paura, stanchezza e preoccupazioni, il contrasto può trasformarsi in un ulteriore motivo di sofferenza: "ho desiderato così tanto questa bambina, quindi dovrei essere felice". Quel "dovrei" può diventare molto pesante. Non è necessario giudicare l'amore per sua figlia sulla base di quanto riesca a godersi queste prime settimane. In questo momento sarebbe più utile chiedersi di che cosa ha bisogno concretamente per ridurre il sovraccarico e tornare progressivamente a distinguere una preoccupazione realistica dalla paura che qualsiasi piccolo segnale annunci una nuova catastrofe. Sarebbe inoltre importante condividere chiaramente con le persone più vicine quanto sta male, senza limitarsi a dire che è stanca. Può spiegare che ha frequenti episodi di ansia, che teme di stare da sola con la bambina, che alcuni giorni vorrebbe soltanto piangere e rimanere a letto. Più chi le sta accanto comprende la reale intensità di ciò che sta vivendo, più può offrirle un sostegno adeguato. Se dovessero comparire pensieri di fare del male a se stessa o alla bambina, oppure se sentisse concretamente di non riuscire a garantire la sicurezza propria o di sua figlia, sarebbe importante chiedere immediatamente aiuto a una persona vicina e rivolgersi senza aspettare ai servizi di emergenza. Al di fuori di questa eventualità, non aspetterei comunque che il malessere diventi ancora più intenso prima di cercare un sostegno psicologico. Non perché la situazione debba necessariamente peggiorare, ma perché sta già soffrendo abbastanza da meritare uno spazio dedicato. E forse la prima cosa da mettere in discussione è proprio quella sensazione di essere "sconfitta". Non c'è una gara nella maternità che lei abbia perso. C'è una donna che ha attraversato due perdite, una gravidanza molto desiderata, un parto recente e subito dopo una notizia inattesa riguardante sua figlia, e che oggi sta cercando di sostenere un livello di paura molto elevato. Non deve riuscire a gestire tutto da sola per dimostrare di essere una buona madre. In questo momento prendersi cura di sua figlia può significare anche permettere che qualcuno si prenda cura di lei, mentre con l'aiuto di un professionista comprende gradualmente perché il suo sistema di allarme sia diventato così sensibile e come recuperare, passo dopo passo, un maggiore senso di fiducia nella propria capacità di affrontare questa nuova fase della vita. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, quello che sta vivendo merita innanzitutto di essere accolto senza giudizio. La nascita di un bambino può portare con sé emozioni molto intense, ma nel suo caso sembra esserci una sofferenza importante, che si è ulteriormente accentuata dopo la diagnosi della sua bambina. Ansia frequente, paura per ogni piccolo segnale, difficoltà a stare da sola con lei, bisogno costante di avere qualcuno accanto, pianto e mancanza di appetito sono segnali che meritano attenzione e non significa affatto che lei sia una madre “sconfitta” o non all'altezza. Ha inoltre attraversato due aborti e una gravidanza tanto desiderata: è comprensibile che oggi la paura per la salute della sua bambina possa essere particolarmente intensa. Le suggerirei di non aspettare che questa sofferenza passi da sola e di parlarne quanto prima con il medico di riferimento e con uno psicologo/psicoterapeuta, possibilmente con esperienza nel periodo perinatale. Chiedere aiuto adesso non significa essere una cattiva madre: significa prendersi cura di sé e, indirettamente, anche della propria bambina. In questo momento potrebbe essere importante anche non rimanere sola con tutto questo: se possibile, provi a coinvolgere le persone di cui si fida, lasciandosi aiutare concretamente nella gestione quotidiana. La maternità non deve essere vissuta necessariamente come un'esperienza tutta positiva. Si può amare profondamente una figlia e, nello stesso tempo, sentirsi spaventate, stanche, sopraffatte o avere bisogno che qualcuno si prenda cura di noi. Quello che sta vivendo può essere affrontato e merita uno spazio tutto suo. Un caro saluto, Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Buongiorno, mi dispiace per il momento così faticoso che sta attraversando. Da poche settimane è diventata mamma e, dopo una gravidanza tanto desiderata e preceduta da due perdite, ha ricevuto improvvisamente una notizia importante sulla salute della sua bambina. È comprensibile che tutto questo abbia avuto un forte impatto emotivo. Da un messaggio online non è possibile stabilire se si tratti di depressione post partum, ansia post partum o di un'altra condizione. Tuttavia, i sintomi che descrive meritano di essere ascoltati e valutati senza aspettare oltre: l'ansia molto intensa rispetto alla salute della bambina, la difficoltà a rimanere sola con lei, il bisogno frequente di piangere e restare a letto, la riduzione dell'appetito e il sentirsi sopraffatta e inadeguata. Le consiglierei di rivolgersi quanto prima a uno psicologo o psicoterapeuta con esperienza nell'area perinatale e di parlarne anche con il suo medico di base, ginecologo o consultorio familiare, in modo da poter valutare insieme quale sostegno sia più adatto in questo momento. Nel frattempo, se ne ha la possibilità, accetti la presenza e l'aiuto concreto delle persone di cui si fida. Il desiderio che qualcuno si prenda cura anche di lei, in questo momento, è un'informazione importante e merita ascolto. E vorrei sottolineare una cosa: stare male in questo momento non significa essere una madre inadeguata né aver “fallito” la propria maternità. Chiedere aiuto adesso significa prendersi cura anche della relazione con la propria bambina. Se dovessero comparire pensieri di farsi del male o di fare del male alla bambina, pensieri di morte, forte confusione o sensazioni di perdita di contatto con la realtà, è importante chiedere immediatamente assistenza sanitaria urgente. Un caro saluto.
Buongiorno, quello che stai vivendo merita innanzitutto ascolto e accoglienza. Il periodo della gravidanza e soprattutto quello dopo il parto comportano profondi cambiamenti sia sul piano fisico sia su quello psicologico, e diventare madre significa anche imparare gradualmente a conoscere una nuova persona, i suoi bisogni, i suoi ritmi e le sue richieste. Nel tuo caso, inoltre, la diagnosi inaspettata di ipertiroidismo congenito di tua figlia può aver rappresentato un ulteriore carico emotivo, soprattutto dopo il percorso che hai vissuto e dopo le due precedenti perdite. È comprensibile che una notizia del genere possa aver aumentato la paura e la preoccupazione per la salute della tua bambina. Detto questo, però, quello che descrivi — l'ansia molto intensa, il panico per ciò che riguarda la bambina, la difficoltà a stare da sola con lei, il desiderio di piangere e di rimanere a letto, la difficoltà a mangiare e soprattutto il sentirti «sconfitta» e non all'altezza — merita di essere preso sul serio e non dovresti affrontarlo da sola. Non significa necessariamente che tu abbia una depressione post partum: può esserci una componente depressiva transitoria, ansiosa o entrambe, ma è importante che sia un professionista a valutarlo. Ti consiglierei quindi di parlarne quanto prima con il tuo medico di base, il ginecologo, l'ostetrica o il consultorio familiare, chiedendo esplicitamente una valutazione del tuo stato emotivo nel post-partum. I consultori sono proprio tra i servizi territoriali indicati per il riconoscimento e la presa in carico del disagio psicologico perinatale. Nel frattempo, se ne hai la possibilità, cerca di non rimanere sola con tutto questo: chiedi concretamente al partner, alla famiglia o a una persona di fiducia di stare con te e di aiutarti anche nelle attività quotidiane, permettendoti di riposare, mangiare e avere qualche momento in cui non devi occuparti di tutto. Inoltre avere bisogno di aiuto, riconoscerlo e chiederlo non significa essere una madre incapace anzi è un atto di cura verso di te e anche verso la tua bambina. ( Ti consiglio la lettura di questo libro caldo ed accogliente che tratta della complessità della maternità " Nascita di una madre. Come l'esperienza della maternità cambia una donna" Stern).
Buongiorno, essere una neomamma non è facile, è un cambiamento totale della propria vita. Innanzitutto ha supporto dai suoi cari? Il compagno i familiari? Ha provato a parlarne con loro della sua esigenza di supporto? non deve fare tutto da sola. Del resto è importante che si informi bene con pediatra ed endocrinologo per la situazione di sua figlia così da sapere cosa comporta e a cosa prestare attenzione e osa lasciare andare. In alcuni consultori ci sono servizi gratuiti per affrontare questo cambiamento psicologico importante. Immagino sia complesso e non come se lo immaginava ed è normale, se il suo consultorio non offre questo tipo di servizio le consiglierei di intraprendere un percorso psicologico privato per il suo benessere che è fondamentale. Spesso quando nasce un nuovo membro della famiglia si da tutto lo spazio al piccolino (o in questo caso piccolina) ma se la mamma non sta bene fa fatica a prendersi cura del proprio piccolo, tutto parte da li. Quindi è fondamentale che si prenda cura di lei e non solo per sua figlia ovviamente e che si crei una rete di supporto innanzitutto per quanto immagino sia difficile parlarne con altri, ma si fidi è normale sentirsi spaesati e stanchi.
Quello che sta vivendo merita ascolto e supporto e, soprattutto, non significa affatto essere una “cattiva madre” o non essere all’altezza. Il parto, le esperienze precedenti e la diagnosi inattesa della sua bambina possono rappresentare un carico emotivo molto importante. I vissuti che descrive — l’ansia intensa, la paura di restare sola con la bambina, il bisogno di piangere, il desiderio di non occuparsi di nulla, la difficoltà a mangiare e il senso di sconfitta — meritano di essere approfonditi con un professionista. Non è possibile stabilire da qui se si tratti di depressione post-partum, ma chiedere aiuto adesso è importante e può davvero fare la differenza. Non deve affrontare tutto questo da sola. Se sente che potrebbe esserle utile un supporto in questo momento, io ci sono. Può eventualmente consultare le mie disponibilità e prenotare un colloquio direttamente dal mio profilo.
Quello che sta vivendo merita innanzitutto ascolto e non giudizio. Dopo una gravidanza tanto desiderata, due aborti e una diagnosi così inattesa per sua figlia, è comprensibile che il senso di responsabilità e la paura possano essere diventati molto intensi. In una prospettiva cognitivo-costruttivista, più che chiedersi se sia una “brava madre”, potrebbe essere importante comprendere come questa esperienza abbia modificato il suo modo di sentirsi sicura, competente e in grado di affrontare ciò che accade. I sintomi che descrive — ansia intensa, bisogno di non restare sola, pianto, difficoltà a mangiare e desiderio di lasciarsi accudire — meritano però un confronto quanto prima con il medico, il ginecologo o uno psicologo/psicoterapeuta, per valutare un possibile disagio depressivo o ansioso post-partum. Chiedere aiuto non significa essere sconfitta: significa prendersi cura di sé proprio mentre sta imparando a prendersi cura di sua figlia.
Buongiorno, quello che descrive merita attenzione e soprattutto non dovrebbe essere affrontato da sola. A poco più di un mese dal parto, dopo due precedenti perdite e con una diagnosi inaspettata riguardante sua figlia, si trova ad affrontare contemporaneamente cambiamenti fisici, emotivi e una forte preoccupazione per la salute della bambina. Nel periodo immediatamente successivo al parto possono comparire oscillazioni dell’umore, pianto e maggiore vulnerabilità emotiva. Tuttavia, quando ansia, tristezza, senso di inadeguatezza, difficoltà a mangiare, bisogno costante di avere qualcuno accanto e desiderio di rimanere a letto diventano così intensi da interferire con la quotidianità, è importante non ricondurre tutto semplicemente alla stanchezza o al normale adattamento alla maternità. Da un messaggio online non è possibile stabilire se si tratti di depressione post partum, ansia post partum o di una reazione alla situazione molto stressante che sta vivendo, ma i sintomi che riferisce giustificano una valutazione professionale. Le suggerirei quindi di parlarne quanto prima con il medico di base, il ginecologo o il consultorio familiare della sua zona, chiedendo esplicitamente una valutazione del suo benessere psicologico nel post partum. Può essere utile anche il confronto con uno psicologo o con un servizio che si occupi specificamente di salute mentale perinatale. Non è necessario aspettare che la situazione peggiori prima di chiedere aiuto. Nel frattempo, se la presenza di una persona fidata la fa sentire più sicura, può essere utile organizzarsi affinché in questa fase abbia concretamente qualcuno accanto e possa delegare alcune incombenze. Chiedere sostegno quando ci si sente sopraffatti non è una misura della propria capacità di essere madre. Vorrei sottolineare anche un altro aspetto: il fatto che questa maternità fosse tanto desiderata non significa che lei debba necessariamente sentirsi felice o serena in ogni momento. Una gravidanza attesa dopo due aborti e una diagnosi medica ricevuta poco dopo la nascita possono rendere questo periodo molto diverso da come lo aveva immaginato. La sofferenza che sta vivendo non annulla il desiderio che aveva di diventare madre né dice qualcosa sul valore del legame con sua figlia. Se dovessero comparire pensieri di farsi del male, di fare del male alla bambina, una sensazione di perdere il controllo oppure l'impossibilità di prendersi cura di sé o di lei, è invece importante chiedere immediatamente aiuto a una persona vicina e rivolgersi senza attendere ai servizi sanitari di emergenza. In questo momento è importante che, insieme alle cure rivolte alla bambina, possa esserci uno spazio di attenzione e cura anche per lei.
Quello che sta vivendo merita innanzitutto di essere accolto senza alcun giudizio. E vorrei dirle una cosa che considero davvero importante: il fatto che in questo momento lei non riesca a vivere la maternità come aveva immaginato non significa affatto che sia una cattiva madre, che non ami sua figlia o che abbia fallito. Ha partorito da poco più di un mese, arriva da due aborti e, proprio quando finalmente è arrivata questa gravidanza tanto desiderata, si è trovata ad affrontare una diagnosi inattesa per la sua bambina. È un carico emotivo enorme da sostenere tutto insieme. Quello che descrive, però, non lo sottovaluterei. L'ansia molto intensa, il bisogno di non rimanere sola con la bambina, il controllo continuo di ogni suo comportamento o sintomo, la paura che possa succederle qualcosa, il desiderio di stare a letto e lasciare che siano gli altri a decidere, la difficoltà a mangiare e soprattutto quella sensazione di non sentirsi all'altezza sono segnali che meritano di essere ascoltati e approfonditi con un professionista. Potrebbe trattarsi di una depressione post partum, di un disturbo d'ansia nel periodo perinatale oppure di una combinazione di più fattori, ma naturalmente non sarebbe serio formulare una diagnosi sulla base di un messaggio. La cosa che mi sento di dirle con maggiore convinzione è di non rimanere sola con tutto questo e di non aspettare semplicemente che passi. Esiste una figura professionale specificamente preparata per accompagnare le donne proprio in momenti come questo: la psicologa perinatale. Si occupa delle difficoltà emotive legate alla gravidanza, al parto e al periodo successivo, comprese le situazioni in cui una madre si sente sopraffatta, ansiosa, inadeguata o terrorizzata per la salute del proprio bambino. Le dico questo anche perché conosco personalmente una psicologa che ritengo davvero eccellente nel suo settore e che, per quello che racconta, penso potrebbe essere particolarmente adatta a lei. È una professionista che si occupa proprio di psicologia perinatale e di tutte quelle delicate dinamiche emotive che possono emergere nel passaggio alla maternità. Se lei se la sente, sarei ben felice di indirizzarla verso di lei e, se necessario, di metterci anche una buona parola. Credo che potrebbe trovare finalmente uno spazio in cui raccontare tutto quello che sta vivendo senza sentirsi una madre “sbagliata” e senza avere la sensazione di dover essere forte per forza. Perché forse è proprio questo il punto: in questo momento non ha bisogno che qualcuno le dica semplicemente di essere forte. Ha bisogno che qualcuno possa prendersi cura anche di lei. E quella frase che ha scritto, “vorrei che qualcuno si prendesse cura di me”, secondo me è molto importante. Non la leggo come una debolezza. La leggo come il bisogno, assolutamente comprensibile, di essere sostenuta dopo aver sostenuto così tanto. Lei può amare profondamente sua figlia e contemporaneamente sentirsi stanca, spaventata, sopraffatta, desiderare di piangere e avere bisogno che qualcun altro per un momento si occupi di lei. Le due cose possono assolutamente convivere. Non deve sentirsi in colpa perché non sta vivendo la maternità nel modo in cui aveva immaginato. E soprattutto non deve pensare che chiedere aiuto significhi essere una madre meno capace. Al contrario, riconoscere di essere in difficoltà e cercare sostegno è un gesto di grande responsabilità verso se stessa e verso sua figlia. Io, al suo posto, non rimanderei. Contatterei quella professionista e inizierei a raccontarle esattamente ciò che ha scritto qui, anche senza cercare di renderlo più “ordinato” o meno doloroso. Può semplicemente dirle: “Ho partorito da un mese, mia figlia ha ricevuto una diagnosi che mi ha sconvolta e io non mi riconosco più: ho paura, piango, non voglio stare sola e sento di non essere all'altezza”. È già abbastanza per cominciare un percorso. E se dovessero comparire pensieri di farsi del male, di far male alla bambina, oppure la sensazione di non riuscire più a garantire la sicurezza sua o della piccola, non aspetti il colloquio psicologico: in quel caso è importante rivolgersi immediatamente ai servizi di emergenza o a un presidio sanitario. Ma, per tutto il resto, vorrei davvero lasciarle un messaggio molto semplice: non è sola, non è una madre fallita e non deve attraversare questo momento stringendo i denti. Ha bisogno di essere accompagnata, e una professionista che conosco personalmente potrebbe essere proprio la persona giusta con cui iniziare.
Quello che racconta merita innanzitutto di essere preso sul serio, ma vorrei dirle una cosa importante: non significa che sia una cattiva madre e non significa che abbia fallito. La nascita di un bambino comporta già un grande cambiamento emotivo e organizzativo. Nel suo caso, inoltre, l'arrivo della diagnosi di ipertiroidismo congenito di sua figlia ha rappresentato un evento improvviso e spaventoso, proprio nel momento in cui avrebbe avuto bisogno di sentirsi al sicuro. È comprensibile che questo possa aver aumentato fortemente il livello di preoccupazione e di allerta. I sintomi che descrive – ansia intensa, pensieri continui sulla salute della bambina, episodi di panico, difficoltà a stare da sola con lei, pianto, senso di inadeguatezza e cambiamenti dell'appetito – possono comparire in diverse forme di sofferenza psicologica nel periodo post partum, tra cui condizioni depressive e ansiose. Non è però possibile stabilire attraverso un messaggio se si tratti effettivamente di depressione post partum: è necessaria una valutazione clinica. Quello che le suggerirei, però, è di non aspettare che passi da solo. Ne parlerei quanto prima con il medico di base, il ginecologo/consultorio o con uno psicologo o psicoterapeuta che si occupi di salute mentale perinatale. Un percorso psicologico, anche di tipo cognitivo-comportamentale, può essere molto utile per lavorare sull'ansia, sui pensieri catastrofici riguardanti la salute della bambina, sul senso di colpa e sulla sensazione di non essere all'altezza. Nel frattempo, cercherei anche di non affrontare tutto da sola: chiedere aiuto per la gestione della bambina, per le attività quotidiane e per avere momenti di riposo non è una debolezza, ma una forma di cura verso di sé e, indirettamente, anche verso sua figlia. C'è infine un aspetto che vorrei sottolineare con particolare attenzione: se dovessero comparire pensieri di farsi del male, di fare del male alla bambina, oppure una forte confusione, perdita di contatto con la realtà, percezioni insolite o un rapido peggioramento, è importante richiedere immediatamente una valutazione medica urgente. Resto a disposizione Dott.ssa Melania Filograna Il fatto stesso che abbia scritto e stia chiedendo aiuto è già un passo importante. Non deve dimostrare di riuscire a fare tutto da sola: **anche la mamma ha bisogno di essere accudita**.
Buongiorno, quello che racconta merita attenzione, ma vorrei innanzitutto dirle una cosa importante: il fatto che oggi non riesca a vivere serenamente la maternità non significa che sia una cattiva madre, né che non ami sua figlia. Ha attraversato una gravidanza tanto desiderata dopo due aborti e, quando finalmente è arrivato il momento che aveva aspettato, si è trovata improvvisamente di fronte a una diagnosi inattesa riguardante sua figlia. È comprensibile che una situazione del genere possa avere generato paura, senso di precarietà e un bisogno continuo di controllare che alla bambina non accada nulla. Quello che descrive, però, non sembra essere soltanto la normale preoccupazione di una neomamma. Ansia intensa, episodi di panico, bisogno di non rimanere sola con la bambina, pianto, perdita dell'appetito, senso di inadeguatezza e desiderio di essere accudita sono tutti segnali che meritano una valutazione professionale. Il Ministero della Salute include proprio ansia eccessiva, pianto, perdita di interesse, mancanza di energia e alterazioni dell'alimentazione tra le manifestazioni di disagio mentale nel periodo post-natale. Non è possibile stabilire attraverso un messaggio se si tratti di depressione post-partum, di un disturbo d'ansia post-partum o di una reazione psicologica alla situazione che sta vivendo. E le due condizioni possono anche coesistere. Quello che possiamo dire, però, è che non dovrebbe aspettare semplicemente che passi da sola. Le suggerirei di parlarne quanto prima con il suo medico, con il ginecologo o con il pediatra della bambina e di chiedere anche un colloquio con uno psicologo o uno psichiatra esperto di periodo perinatale. A poco più di un mese dal parto è ancora pienamente dentro una fase nella quale questi disturbi possono manifestarsi, e intervenire precocemente può fare una grande differenza. Il cosiddetto "baby blues", infatti, tende a risolversi entro circa due settimane; quando invece ansia, tristezza o difficoltà a funzionare persistono o diventano intense, è opportuno chiedere aiuto. Un altro aspetto importante riguarda il suo pensiero: "Non mi sento all'altezza, mi sento sconfitta." In questo momento potrebbe essere proprio la sofferenza psicologica a farle leggere ogni difficoltà come una prova della sua incapacità. Ma chiedere aiuto, avere paura e sentirsi sopraffatta non sono segni di fallimento materno. Anzi, riconoscere di stare male e cercare sostegno è un comportamento di cura verso se stessa e, indirettamente, anche verso sua figlia. Non deve nemmeno affrontare tutto da sola. Se stare sola con la bambina le provoca panico, per il momento può essere ragionevole chiedere concretamente a una persona di fiducia di starle accanto, soprattutto nei momenti più difficili. Non perché lei non sia capace di occuparsi di sua figlia, ma perché in questa fase ha bisogno che qualcuno si occupi anche di lei. Cerchi inoltre di non passare l'intera giornata a controllare ogni rigurgito, ogni poppata o ogni variazione della bambina. La sua mente, dopo la diagnosi ricevuta, sembra essersi messa in una modalità di allerta continua, come se dovesse anticipare ogni possibile pericolo. È comprensibile, ma questo stato di allarme può diventare estenuante. Per le questioni relative alla salute della bambina, si affidi alle indicazioni del pediatra e agli eventuali controlli programmati, cercando di non trasformare ogni piccolo cambiamento in una nuova emergenza. Vorrei però aggiungere una raccomandazione importante. Se dovessero comparire pensieri di farsi del male, di fare del male alla bambina, oppure confusione, perdita di contatto con la realtà, convinzioni strane o allucinazioni, è necessario chiedere immediatamente un aiuto medico urgente. Questi sintomi richiedono una valutazione tempestiva. Infine, provi a non giudicare la sua maternità sulla base di come si sente oggi. Lei non sta vivendo semplicemente "la maternità": sta vivendo contemporaneamente il puerperio, la fatica dell'allattamento, la responsabilità di una neonata e lo shock di una diagnosi che non si aspettava, dopo aver già attraversato due perdite. È un carico emotivo considerevole. Non ha fallito. Sta chiedendo aiuto perché sta facendo fatica. E sono due cose molto diverse. Un caloroso saluto Dott. Michele Basigli Psicologo Clinico Perugia
Buonasera. Mi dispiace per la patologia della sua bambina. Ci saranno sicuramente cure adeguate che permetteranno a sua figlia una qualità di vita elevata. Le consiglio del supporto psicoterapeutico per elaborare questa notizia per lei traumatica, (come per gli aborti precedenti), e interrompere questo stato di abbattimento e stanchezza; che prova da giorni e rinforzano il suo senso di disperazione e inadeguatezza. In bocca al lupo e tante congratulazioni per questa nascita.
Buongiorno, mi dispiace molto per il periodo difficile che sta affrontando. Se da un lato la maternità può portare a sentimenti, come dice lei, di non sentirsi all'altezza e di ansia, dall'altro è importante prendersene cura per poter stare meglio. Le suggerisco una presa in carico psicologica in modo da avere un sostegno e valutare con chi la seguirà quali passi poter fare per aiutarla. Rimango a disposizione
Buongiorno, ciò che sta vivendo non significa che sia una madre inadeguata o che abbia fallito. Dopo due aborti e una gravidanza tanto desiderata, ricevere una diagnosi così inaspettata per sua figlia può essere stato un evento molto destabilizzante. L’ansia costante, il bisogno di non rimanere sola, il pianto, la mancanza di appetito e il desiderio di restare a letto indicano però una sofferenza importante che merita di essere ascoltata e valutata tempestivamente. A oltre un mese dal parto non le consiglierei di aspettare che passi da sola: contatti quanto prima il medico di base, il consultorio o uno psicologo , coinvolgendo nel frattempo le persone vicine affinché non debba affrontare tutto da sola. Chiedere aiuto non significa non essere all’altezza, ma proteggere sé stessa e la sua bambina. Con un sostegno adeguato è possibile stare meglio e recuperare gradualmente una maternità più serena.
Buongiorno, mi dispiace molto per questa situazione. La maternità è un periodo molto delicato, dove entrano in gioco non solo fattori biologici ma anche psicologici che condizionano molto l'umore e quindi la risposta stessa che noi facciamo verso il mondo esterno. Vista la delicatezza della situazione le consiglio di parlarne con un professionista che saprà aiutarla nel migliore dei modi ad affrontare quanto sta passando. Rimango a disposizione, buona giornata. Dott.ssa Pizzinato
Salve, quello che sta vivendo sembra davvero molto doloroso, soprattutto dopo un’attesa così desiderata e alla luce della notizia riguardante sua figlia. Il senso di ansia, di sopraffazione e di non sentirsi all’altezza che descrive merita di essere accolto senza giudizio: non significa che lei sia una cattiva madre o che non stia vivendo bene la maternità. Potrebbe essere importante concedersi uno spazio in cui anche lei possa essere ascoltata e sostenuta, valutando l’eventualità di un percorso psicologico personale. A volte, poter raccontare ciò che si sta attraversando e dare un significato alla propria esperienza può rappresentare un primo passo per sentirsi meno sole. Un caro saluto
Ho letto la sua storia, quando si entra in un loop mentale difficile uscirne da soli. Se lo vorrà, mi contatti senza impegno. Non si arrenda, capita avere delle difficoltà, basta saperle gestire con cura. dott.ssa Adele Cola
Quello che descrive merita di essere ascoltato con molta attenzione. Dopo una gravidanza tanto attesa e due precedenti perdite, trovarsi a gestire, a poche settimane dal parto, una diagnosi inattesa per la propria bambina può rappresentare un carico emotivo enorme. Ansia intensa, pianto, senso di inadeguatezza, difficoltà a stare da sola con la bambina e perdita dell’appetito non sono segnali da affrontare in solitudine. Non è possibile stabilire attraverso questo messaggio se si tratti di depressione post-partum, di un disturbo d’ansia o di una reazione a una situazione oggettivamente molto stressante; in ogni caso, sarebbe importante chiedere al più presto un colloquio con uno psicologo/psicoterapeuta o con il servizio che segue il post-partum, informando anche il medico di base o il ginecologo di ciò che sta vivendo. Chiedere aiuto non significa essere una madre incapace. In questo momento potrebbe significare, al contrario, prendersi cura di sé e quindi anche della propria bambina. Non deve necessariamente riuscire a vivere la maternità con serenità fin da subito: può avere paura, essere stanca e sentirsi sopraffatta, e avere comunque un legame profondo con sua figlia. Se dovessero comparire pensieri di farsi del male, di fare del male alla bambina, o la sensazione di non riuscire più a garantire la vostra sicurezza, è importante chiedere immediatamente aiuto a una persona vicina e rivolgersi ai servizi di emergenza.
Gentile mamma, quello che sta vivendo merita di essere preso sul serio, ma vorrei innanzitutto dirle una cosa: il fatto che in questo momento faccia fatica a vivere serenamente la maternità non significa affatto che sia una cattiva madre o che non ami sua figlia. Ha partorito da poco più di un mese e, proprio in questo periodo già molto delicato, ha ricevuto una diagnosi inattesa riguardante sua figlia, dopo peraltro due aborti e una gravidanza tanto desiderata. È comprensibile che il suo sistema emotivo possa essere stato messo fortemente alla prova. L'ansia intensa, la paura costante che possa succedere qualcosa alla bambina, il bisogno di non rimanere sola, la difficoltà a mangiare, il desiderio di piangere e di essere accudita sono segnali che meritano un aiuto professionale e non dovrebbero essere affrontati da sola. A poco più di un mese dal parto non parlerei necessariamente di "depressione post partum" senza una valutazione clinica: potrebbero esserci componenti depressive, ma anche una forte componente ansiosa legata alla situazione della bambina. L'ansia e i disturbi depressivi possono infatti comparire nel periodo perinatale e la preoccupazione costante per la salute del bambino è tra le manifestazioni che meritano attenzione. Inoltre, quello che descrive è diverso dal normale "baby blues", che generalmente compare nei primi giorni dopo il parto e tende a risolversi entro circa due settimane. Il mio consiglio è quindi di chiedere aiuto già adesso, senza aspettare che la situazione peggiori. Può parlarne con il ginecologo, il medico di base, il pediatra della bambina o con l'ostetrica/consultorio di riferimento, chiedendo esplicitamente una valutazione del suo stato emotivo nel post partum. I consultori possono rappresentare anche un primo punto di accesso al supporto psicologico. Nel frattempo, soprattutto, non cerchi di dimostrare a sé stessa di farcela da sola. Ha bisogno di essere accudita anche lei. Se ha un partner, un familiare o una persona di fiducia, provi a dire chiaramente: "In questo momento non ho bisogno soltanto di aiuto con la bambina, ho bisogno che qualcuno si prenda cura anche di me." Accettare che qualcun altro cucini, tenga la bambina, faccia una commissione o le permetta semplicemente di dormire non significa essere incapace: significa riconoscere che sta attraversando un momento molto impegnativo. Anche il fatto che le venga da pensare "non sono all'altezza" è importante da portare nel colloquio con un professionista. Non deve essere una madre perfettamente serena per essere una buona madre. Sta affrontando contemporaneamente il post partum, l'allattamento, la deprivazione di sonno e una diagnosi medica inattesa della sua bambina. È davvero tanto. Chiedere aiuto adesso non significa che la sua maternità sia fallita. Significa, al contrario, prendersi cura della mamma che in questo momento ha bisogno di essere sostenuta. E con un supporto adeguato, queste condizioni possono migliorare significativamente.
Buongiorno, mi dispiace per come si sente. Non è possibile fare alcuna diagnosi in questo contesto, ed è fondamentale che tu non debba affrontare da sola questo peso. Passi concreti da compiere per ritrovare sostegno Parlarne subito con i professionisti della salute: Condividi apertamente ciò che provi con il tuo ginecologo, il medico di medicina generale o l'ostetrica di fiducia. Sapranno ascoltarti senza giudizio e indirizzarti ai servizi dedicati al sostegno della maternità e del post-partum. Affidarti al pediatra per la bambina: Avere un punto di riferimento chiaro e costante per l'ipertiroidismo congenito e per la gestione quotidiana (peso, poppate, rigurgiti) ti aiuterà a stemperare i dubbi che scatenano il panico. Chiedere e accettare aiuto pratico: Accetta la presenza di familiari o persone di fiducia in casa. Il tuo corpo e la tua mente ti stanno chiedendo di essere accudita: permettere agli altri di aiutarti nelle mansioni e nella cura quotidiana è un atto di responsabilità verso te stessa e la tua bambina. Considerare un supporto psicologico: Consultare un professionista della salute mentale (psicologo o psicoterapeuta esperti in ambito perinatale) ti offrirà uno spazio sicuro e protetto per elaborare i lutti passati, l'impatto della diagnosi della piccola e la fatica di questo momento. Non devi vivere questa maternità nella solitudine e nella sofferenza: con il giusto supporto pratico ed emotivo è possibile ritrovare serenità e fiducia nelle proprie risorse.
Gentile utente, la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità ciò che sta vivendo. Dalle sue parole emerge quanto questo periodo sia stato intenso e complesso: dopo due aborti e una gravidanza tanto desiderata, si è trovata ad affrontare, proprio nel momento in cui avrebbe avuto bisogno di rassicurazione e serenità, una diagnosi inattesa per la sua bambina. È comprensibile che un evento simile possa aver generato paura, senso di perdita di controllo e una forte preoccupazione per la salute di sua figlia. I vissuti che descrive (ansia intensa, paura che possa accadere qualcosa alla bambina, difficoltà a rimanere da sola con lei, bisogno di essere accudita, pianto frequente, scarso appetito e senso di inadeguatezza) meritano attenzione. Da un messaggio non è possibile stabilire se si tratti di depressione post partum, ansia post partum o di una risposta emotiva legata allo stress e alla situazione che sta affrontando, ma sicuramente sono segnali che indicano il bisogno di un adeguato supporto. Vorrei sottolineare un aspetto importante: il fatto che lei stia vivendo delle difficoltà emotive non significa che sia una madre inadeguata. A volte proprio il grande desiderio di proteggere il proprio bambino e la responsabilità percepita possono portare a un livello di allerta molto elevato, fino a generare stanchezza, paura e la sensazione di non farcela. In questo momento potrebbe essere utile avere uno spazio dedicato in cui poter esprimere ciò che sta provando, senza giudizio, e rielaborare le paure legate alla diagnosi della sua bambina e al cambiamento che la maternità ha portato nella sua vita. Un confronto con il medico di riferimento, il ginecologo o il pediatra può essere un primo passo per orientarsi e valutare un eventuale supporto psicologico, preferibilmente con un professionista esperto del periodo perinatale. Alla luce di quanto racconta, ritengo importante che non debba affrontare da sola questo carico emotivo. Chiedere sostegno in questa fase non rappresenta una mancanza, ma può essere un modo per prendersi cura di sé e, di conseguenza, anche della relazione con sua figlia. Un caro saluto.
Salve, quello che racconta merita innanzitutto di essere accolto senza giudizio. Dopo due aborti e una gravidanza tanto desiderata, trovarsi a poco più di un mese dal parto a ricevere una diagnosi inattesa riguardante la salute della propria bambina può rappresentare un'esperienza emotivamente molto intensa. È comprensibile che possa sentirsi spaventata, sopraffatta e in allerta rispetto a ogni piccolo segnale. Non è possibile stabilire attraverso una domanda online se si tratti di depressione post-partum, di un disturbo d'ansia o di una reazione a questo momento così delicato. I sintomi che descrive, però, sono sufficienti per suggerire di non aspettare che passino da soli. Nel periodo successivo al parto possono comparire sia sintomi depressivi sia importanti manifestazioni ansiose, e la presenza di problemi di salute del neonato può rappresentare un ulteriore fattore di vulnerabilità. Mi colpisce soprattutto una frase: "vorrei che qualcuno si prendesse cura di me". Forse, prima ancora di chiederle di essere forte e di prendersi cura di sua figlia, in questo momento è importante che qualcuno si prenda cura di lei. Chiedere aiuto non significa essere una cattiva madre né non essere all'altezza. Significa riconoscere che sta attraversando qualcosa di molto difficile e che non deve necessariamente affrontarlo da sola. Le consiglierei di parlarne al più presto con il suo medico di base, con il ginecologo/consultorio o con un professionista della salute mentale esperto del periodo perinatale, raccontando esattamente ciò che ha scritto qui: l'ansia intensa, la paura di rimanere sola con la bambina, il desiderio di stare a letto, il pianto, la difficoltà a mangiare e il senso di sconfitta. È importante anche che il pediatra che segue sua figlia sappia quanto questa situazione stia incidendo sul suo benessere, così da poter coordinare, per quanto possibile, il sostegno necessario. In un percorso psicologico sarebbe importante non concentrarsi soltanto sui sintomi, ma anche dare spazio a tutto ciò che è accaduto: i due aborti, l'attesa di questa gravidanza, la nascita della bambina, la diagnosi ricevuta e il modo in cui tutto questo ha modificato il suo senso di sicurezza. A volte, quando siamo stati a lungo in attesa di qualcosa di desiderato, ci aspettiamo di sentirci finalmente felici e può essere ancora più doloroso scoprire di sentirsi invece spaventati e fragili. Una cosa importante, però: se dovessero comparire pensieri di farsi del male, di fare del male alla bambina, la sensazione di non riuscire a mantenere al sicuro voi due, oppure esperienze come forte confusione, perdita di contatto con la realtà o percezioni che gli altri non condividono, non aspetti un appuntamento: chieda immediatamente aiuto a una persona di fiducia e si rivolga ai servizi di emergenza o al Pronto Soccorso. Non deve dimostrare di essere una madre forte in questo momento. Può essere una madre che ha bisogno di essere sostenuta. E chiedere questo sostegno è già un modo di prendersi cura di sé e, indirettamente, anche della sua bambina. Un caro saluto, Dott.ssa Luana Piras
Cara mamma, prima di tutto fai un respiro profondo e prova a concederti un momento di grande compassione per tutto quello che stai portando sulle spalle. Quello che stai descrivendo non è un difetto o una debolezza, ma il grido d'aiuto di una mente e di un corpo che sono stati travolti da un carico emotivo enorme e improvviso. La diagnosi di ipertiroidismo congenito arrivata a un mese e 10 giorni dal parto, dopo un percorso di gravidanza già segnato dal dolore di due aborti e da un'attesa lunghissima, è stata una vera e propria doccia fredda, un trauma inatteso che ha spezzato di colpo l'immagine e l'aspettativa della maternità che custodivi. È assolutamente normale che ora ogni piccolo segnale della bambina (un rigurgito, il sonno, la poppata) si trasformi nella mente in un campanello d'allarme, in un pericolo costante. Il tuo sistema nervoso è in un costante stato di allerta e iperattivazione: ha paura. Il desiderio di piangere, di stare a letto, di delegare tutto e la sensazione fisica di repulsione o chiusura verso il cibo sono i segnali classici di un esaurimento psichico ed emotivo profondo, oltre che di una forte componente ansiosa e depressiva post-partum. Ti senti "sconfitta" e "non all'altezza" perché stai pretendendo da te stessa di essere forte e funzionale quando invece avresti disperatamente bisogno di essere tu, per prima, accudita, protetta e tenuta al sicuro. Il primo passo fondamentale per uscire da questo isolamento è rompere il silenzio. Non devi affrontare tutto questo da sola e non devi vergognarti di non vivere la maternità come avevi sperato: i vissuti ambivalenti, la paura, la rabbia e il dolore convivono spesso con l'amore per un figlio, soprattutto quando l'inizio è segnato dalla diagnosi medica e da ferite precedenti mai del tutto elaborate. È fortemente consigliato rivolgersi tempestivamente a un professionista — uno psicologo clinico o uno psicoterapeuta esperto in perinatalità o in età evolutiva — o confrontarsi subito con il medico di medicina generale o con il consultorio di riferimento per valutare un supporto psicologico mirato e, se necessario, una consulenza psichiatrica di sostegno. A volte, un piccolo aiuto farmacologico temporaneo, gestito da uno specialista, può abbassare il livello di attivazione ansiosa e restituirti le energie di base per respirare e guardare tua figlia senza il filtro costante del panico. Non sei sola, e soprattutto non sei "sbagliata": stai solo chiedendo aiuto per un dolore che in questo momento è troppo grande per essere portato da sola. Concediti il diritto di farti curare e di iniziare a camminare, un piccolo passo alla volta, verso una dimensione in cui potrai sentirti finalmente accolta anche tu.
Salve. Ha attraversato due aborti, una gravidanza desiderata e una diagnosi inaspettata proprio nel suo cominciare ad essere finalmente mamma. A volte la maternità è anche legittimarsi a chiedere la presenza di qualcuno che si prenda cura di lei mentre lei si prende cura di qualcun altro. Essere o non essere all’altezza: diventare madre non è mai una prova di forza, ma una prova di r-esistenza. Un cambiamento significativo, anche quando desiderato, che impone un riassetto identitario importante. Non deve per forza aspettare che “passi da sé”. Resto disponibile anche per un consulto online, Dott.ssa Jessica Servidio.
Cara, quello che stai vivendo merita innanzitutto di essere accolto senza giudizio. Hai attraversato una gravidanza tanto desiderata dopo due aborti e, a pochissimo tempo dal parto, hai ricevuto una notizia inattesa riguardo alla salute della tua bambina: è comprensibile che questo abbia potuto rappresentare una forte fonte di paura e stress. I sintomi che descrivi — ansia intensa, bisogno di non rimanere sola, pianto, senso di inadeguatezza, difficoltà a mangiare e il desiderio di “staccare” da tutto — non sono qualcosa che dovresti semplicemente sopportare. A più di un mese dal parto non parlerei più semplicemente di baby blues, che generalmente tende a risolversi entro le prime due settimane. È invece importante valutare con un professionista se si tratti di una depressione post partum, di un disturbo d'ansia post partum o di una reazione importante allo stress che stai vivendo. Ti suggerirei di parlarne quanto prima con il tuo medico, ginecologo/ostetrica o con uno psicologo, anche attraverso il consultorio familiare. Esistono strumenti di screening, come la Scala di Edimburgo, che possono aiutare a inquadrare la situazione. E soprattutto: avere bisogno di aiuto non significa essere una cattiva madre e non significa non amare tua figlia. Al contrario, prenderti cura della tua salute in questo momento significa prenderti cura anche di lei. Non devi attraversare tutto questo da sola. Chiedi alle persone che ti sono vicine di aiutarti concretamente, anche semplicemente nel non lasciarti sola quando senti che l'ansia aumenta. Un abbraccio, dott.ssa Veronica De Iuliis
Quello che descrive, la stanchezza, l'ansia costante, il bisogno di essere accudita a sua volta, sono segnali che meritano attenzione e non vanno sottovalutati né vissuti con vergogna. Le consiglio di parlarne al più presto con il suo ginecologo o con uno psicologo perinatale, così da avere un sostegno vicino in questa fase così delicata.
Salve, mi dispiace molto per il momento che sta attraversando. Da ciò che racconta non parlerei di una diagnosi attraverso un messaggio, ma i sintomi che descrive meritano sicuramente attenzione e soprattutto non le consiglierei di aspettare sperando che passino da soli. Ha affrontato due precedenti perdite, una gravidanza molto desiderata, il parto e, subito dopo, una notizia completamente inaspettata riguardante la salute di sua figlia. È comprensibile che tutto questo possa aver messo a dura prova le sue risorse emotive. L'ansia costante per la bambina, il bisogno che qualcuno sia sempre presente, il desiderio di piangere e rimanere a letto, la difficoltà a mangiare e la sensazione di non riuscire a sostenere le responsabilità quotidiane possono essere segnali di una sofferenza psicologica nel post partum che è importante valutare con un professionista. Le suggerirei quindi di parlarne quanto prima con il medico, il consultorio o uno psicologo/psicoterapeuta con esperienza nel periodo perinatale. Nel frattempo, se ne ha la possibilità, accetti concretamente l'aiuto del partner e delle persone vicine: in questo momento non deve dimostrare di riuscire a fare tutto da sola. E soprattutto cerchi di non utilizzare ciò che sta provando come misura del suo valore come madre. Essere spaventata, esausta o avere bisogno che qualcuno si prenda cura anche di lei non significa essere una madre inadeguata. Significa che in questo momento sta attraversando una situazione molto impegnativa e ha bisogno di sostegno. Non aspetterei oltre per chiedere un supporto: intervenire precocemente in queste situazioni può fare una grande differenza. Con i migliori saluti, Dott. Marchetti
Buongiorno, mi dispiace molto per come si sta sentendo e immagino possa essere un momento assolutamente difficile. Le consiglio, nel caso non lo avesse già fatto, di condividere il suo malessere con la sua rete sociale e affettiva più prossima e di cercare sostegno professionale esterno. Può provare a contattare la sua ginecologa o ostetrica oppure il suo MMG per sapere se nel suo territorio sono attivi sportelli di supporto psicologico post partum oppure ricercare privatamente un professionista specializzato.
Buongiorno, il momento così delicato sicuramente le mette molto stress. Tutte le cose che riporta sono comprensibili. Avendo riconosciuto questo disagio, si affidi ad un terapeuta per affrontare questo periodo e rimettersi in forza. Troverebbe di certo un grande sollievo al raccontarsi. Cordialità.
Gentile paziente, doversi confrontare con una diagnosi inaspettata è un carico pesante da sostenere, soprattutto a così poco tempo dal parto e dopo una gravidanza tanto desiderata, preceduta da due esperienze di perdita. Quella che descrive non è una condizione che deve "sopportare" o affrontare da sola: indica che in questo momento è molto affaticata e sta vivendo una sofferenza che ha bisogno di essere accolta. Non è possibile stabilire da un semplice messaggio se si tratti di depressione post-partum, di un disturbo d'ansia perinatale o di una reazione acuta allo stress che ha attraversato. Si tratta tuttavia di segnali sufficienti per consigliarle di rivolgersi a un professionista, così da effettuare una valutazione approfondita e individuare il sostegno più adatto a lei. Il mio consiglio è di non aspettare che la situazione peggiori per chiedere aiuto. Nel frattempo, cerchi di non rimanere sola nei momenti in cui l'ansia si fa più intensa e chieda concretamente alle persone che le sono vicine di prendersi cura di lei: in questo momento ha bisogno di essere accudita tanto quanto la sua bambina.
Buongiorno, quello che descrive merita di essere preso sul serio, senza però concludere autonomamente che si tratti necessariamente di depressione post-partum. Ansia intensa e persistente, pianto, perdita di appetito, sentirsi incapace di farcela e il bisogno costante di avere qualcuno accanto sono segnali per cui è indicato chiedere una valutazione professionale, soprattutto quando persistono oltre le prime settimane dal parto. Ha attraversato due aborti, una gravidanza molto desiderata e, subito dopo la nascita, una notizia inaspettata sulla salute di sua figlia: è comprensibile che la maternità, anziché essere vissuta con la serenità immaginata, sia diventata improvvisamente un luogo di paura e ipervigilanza. Quel “vorrei che qualcuno si prendesse cura di me” mi sembra particolarmente importante. In questo momento non deve dimostrare di riuscire a fare tutto da sola: anche una madre ha bisogno di essere accudita, soprattutto quando è così spaventata e affaticata. Le suggerirei di parlarne quanto prima con il medico, il ginecologo o un professionista della salute mentale perinatale, raccontando esattamente ciò che ha scritto qui. Chiedere aiuto adesso non significa essere sconfitta o non essere all'altezza: significa riconoscere che sta attraversando qualcosa di molto impegnativo e che merita di essere sostenuta mentre si prende cura della sua bambina.
Quello che sta vivendo è comprensibile e merita attenzione. Il parto, i cambiamenti del corpo, il sonno irregolare, le responsabilità improvvise e la diagnosi inattesa di sua figlia sono eventi che possono generare un forte stress emotivo. L’ansia, il bisogno di non essere sola, la difficoltà a mangiare, il desiderio di “lasciarsi accudire” e la sensazione di non essere all’altezza sono segnali che indicano un sovraccarico, non una mancanza da parte sua. La depressione post partum può presentarsi proprio così: con tristezza intensa, paura di non riuscire a gestire la quotidianità, pensieri di inadeguatezza e bisogno di sostegno. Non significa che lei non sia una buona madre: significa che ha bisogno di essere aiutata in questo momento. La cosa più importante è parlarne con un professionista — medico, psicologo o ostetrica — per essere accompagnata e sostenuta. Non deve affrontare tutto da sola. Chiedere aiuto non è un fallimento: è un atto di cura verso di sé e verso sua figlia. La maternità non è sempre serena, soprattutto dopo due aborti e una diagnosi inattesa. Con il giusto supporto, può ritrovare equilibrio, forza e fiducia nelle sue capacità.
Buongiorno, innanzitutto desidero dirle che dalle sue parole emerge un carico emotivo davvero importante. Dopo il dolore di due aborti e la gioia di una gravidanza tanto desiderata, ricevere una diagnosi inattesa per la propria bambina può rappresentare un evento molto difficile da affrontare e può mettere profondamente alla prova il proprio equilibrio emotivo. Lei racconta di vivere con una preoccupazione continua, di sentirsi sopraffatta dall'ansia, di avere paura di restare sola con sua figlia e di provare un senso di inadeguatezza nel suo ruolo di madre. Sono vissuti che meritano attenzione e ascolto, senza giudicarli e senza pensare che significhino essere una "cattiva mamma". Al contrario, raccontano quanto stia soffrendo in questo momento. Attraverso un messaggio, non è possibile capire se si tratti di una depressione post partum o di un'altra forma di disagio psicologico, ma ciò che descrive suggerisce l'importanza di non rimandare una richiesta di aiuto. Confrontarsi con uno psicologo o con gli altri professionisti che la stanno seguendo può permettere di comprendere meglio cosa stia accadendo e individuare il supporto più adeguato. Un percorso psicologico può diventare uno spazio in cui non sentirsi costantemente nella necessità di essere forte, ma in cui poter dare voce alle proprie paure, alle fatiche e anche alle aspettative che inevitabilmente accompagnano la maternità. Lavorando insieme, è possibile costruire strategie per affrontare l'ansia, ritrovare maggiore serenità e vivere questa esperienza con un senso di maggiore sicurezza. Per me, è importante che ogni percorso inizi nel rispetto dei tempi e dei bisogni della persona. Il primo colloquio serve anche a questo: a conoscerci, comprendere la situazione che sta vivendo e valutare insieme se posso essere la professionista più adatta ad accompagnarla in questo momento della sua vita. Resto a disposizione
Gentile utente, la nascita di un figlio, soprattutto dopo le esperienze dolorose che racconta e con una diagnosi inattesa, può rappresentare un’enorme attivazione emotiva. Ansia, paura costante, senso di inadeguatezza, difficoltà a mangiare e desiderio di isolarsi possono però indicare che sta attraversando una condizione che merita attenzione. Non significa essere una cattiva madre, significa che in questo momento lei ha bisogno di essere sostenuta e accudita a sua volta. Le suggerirei di parlarne al più presto con il ginecologo/medico di riferimento e con uno psicologo o psicoterapeuta, senza aspettare che passi da sola. Chieda inoltre concretamente ai suoi familiari di starle accanto, soprattutto nei momenti in cui stare sola con la bambina le genera molta ansia. E soprattutto: non deve affrontare tutto questo da sola. Chiedere aiuto non è una sconfitta, è un modo per prendersi cura di sé e, indirettamente, anche della sua bambina. Un caro saluto, Dott.ssa Paci Chiara
Gentile utente, inanzi tutto posso solo immaginare quanta fatica possa sentire e quanto è complesso per lei questo momento. Il post parto è un momento delicatissimo per la madre, avvengono milioni di cambiamenti dentro e fuori da sé. La notizia dell'pertiroidismo congenito, non ha sicuramente aiutato una dinamica naturalmente complessa. Ciò che lei prova è comune in molte donne appena diventate mamme. Affrontare con cura e attenzione ciò che le sta accadendo è importante per sè stessa in primis e poi per la sua bambina. Credo lei sia stata già molto coraggiosa a raccontare qui a noi cosa le sta accadendo. Prima di tutto mi sento di rassicurarla che nessuna mamma nasce con il manuale del proprio bambino, ne con il manuale della mamma. Ogni mamma è giusta così com'è, perché nessuno è perfetto. Lei oggi sta imparando come essere mamma e donna. Darsi tempo, stare nel dubbio, affrontare le incertezze sarà parte della sua vita, lo era anche prima ma solo in modo diverso. Potrebbe chiedere un supporto psicologico in questo momento, per poter attraversare questa fase cosi delicata. Rimango a disposizione Cordialmente Dott.ssa Alessia D'Angelo
Salve, dopo il parto la donna vive un mix di emozioni molto intense, vive un vero e proprio stravolgimento e deve adattarsi a numerosi cambiamenti. Inoltre, nel suo caso, ha dovuto anche affrontare una diagnosi inaspettata, dopo due aborti. I sintomi che lei racconta andrebbero sicuramente affrontati con uno psicologo perinatale per comprendere la loro intensità. In quanto psicologa perinatale le consiglio di affidarsi ad un professionista della salute mentale perinatale che possa aiutarla nel vivere più serenamente questo momento di vita e che possa anche sostenerla nell'elaborare le sue perdite precedenti e la attuale diagnosi. La saltuo calorosamente, Mirea.
Buongiorno, sono la Dott.ssa Morena, psicologa. Quello che stai vivendo merita di essere ascoltato, e vorrei dirti subito una cosa: non sei una madre sconfitta e il fatto che tu stia facendo fatica non significa che non ami tua figlia. Hai appena attraversato il parto, dopo due aborti, e ti sei trovata ad affrontare una diagnosi inaspettata per la tua bambina. È davvero tanto da sostenere, tutto insieme. Ansia continua, paura di stare sola con lei, bisogno che qualcuno si occupi di te, difficoltà a mangiare e desiderio di restare a letto sono però segnali che non ignorerei. Non è possibile capire da qui se si tratti di depressione post-partum, di ansia post-partum o di una reazione a questo periodo così difficile. Ma non serve aspettare di stare peggio per chiedere aiuto: parlane al più presto con il tuo medico, con il ginecologo/consultorio o con uno psicologo, coinvolgendo anche le persone che hai vicino. In questo momento avere bisogno di essere accudita non è una debolezza. E soprattutto, non devi dimostrare di essere una “brava mamma” riuscendo a fare tutto da sola. Anche permettere agli altri di prendersi cura di te fa parte del prenderti cura della tua bambina. Se dovessero comparire pensieri di farti del male o di fare del male alla bambina, oppure la sensazione di non riuscire a garantirne la sicurezza, chiedi aiuto immediatamente e non rimanere sola. Se ti va, possiamo parlarne insieme, con calma e senza giudizio.
Buongiorno, la maternità e il post parto possono essere momenti complessi. Data la fase di per sé delicata non abbia timore di chiedere aiuto e portare la questione nello studio di uno/a specialista. Un caro saluto
Gentile utente, quello che descrive merita di essere preso sul serio, ma non significa affatto che Lei sia una cattiva madre o che non sia in grado di esserlo. È a poco più di un mese dal parto, ha attraversato due aborti e, proprio quando è arrivata una gravidanza tanto desiderata, ha ricevuto una diagnosi inattesa riguardante Sua figlia: è comprensibile che il Suo sistema emotivo sia continuamente in allerta. Ansia intensa, pianto, perdita di appetito, bisogno di non rimanere sola e desiderio di “staccare” possono rientrare in un quadro di sofferenza psicologica post-partum e, poiché persistono oltre le prime settimane, è importante parlarne tempestivamente con il medico, l’ostetrica/ginecologo e uno psicologo o psichiatra. Il Ministero della Salute sottolinea infatti che quando il disagio post-partum persiste è opportuno valutare la possibilità di una depressione post-partum e intervenire precocemente. Non deve aspettare di stare peggio per chiedere aiuto: è come avere un peso enorme sulle spalle mentre si cerca contemporaneamente di tenere in braccio una bambina; chiedere a qualcuno di sostenere quel peso non significa essere deboli, significa permettersi di continuare a camminare. In concreto, Le suggerirei di non affrontare da sola questo periodo: chieda alle persone vicine di affiancarLa nella gestione quotidiana, anche per momenti semplici come mangiare, dormire o fare una doccia. E soprattutto non interpreti il fatto di non “vivere bene” la maternità in questo momento come una misura dell’amore per Sua figlia: una madre può amare profondamente il proprio bambino e contemporaneamente essere psicologicamente esausta. Se dovessero comparire pensieri di farsi del male, di fare del male alla bambina, oppure la sensazione di non riuscire a garantire la sicurezza Sua o di Sua figlia, chieda immediatamente aiuto recandosi al Pronto Soccorso o contattando i servizi di emergenza. Un supporto psicologico specifico per il periodo perinatale potrebbe essere particolarmente indicato per aiutarLa a gestire ansia, senso di colpa e paura, senza dover affrontare tutto questo da sola.
Buongiorno, da quello che racconta emerge quanto questa maternità sia stata accompagnata da una grande quantità di emozioni difficili: la gravidanza tanto attesa dopo due aborti, la nascita di sua figlia e, subito dopo, una diagnosi che non si aspettava. È comprensibile che tutto questo possa averla fatta sentire sopraffatta e impaurita. L’ansia frequente, il bisogno di non rimanere sola, il senso di sconforto e soprattutto il desiderio di “non pensare a niente” e di essere accudita sono vissuti che meritano attenzione. Non significano che lei non sia una buona madre né che non ami sua figlia. Significano, piuttosto, che in questo momento potrebbe avere bisogno di essere sostenuta a sua volta. Non aspetterei che questa sofferenza passi da sola: le suggerirei di parlarne al più presto con un professionista, per poter comprendere cosa sta vivendo e trovare uno spazio in cui anche lei possa sentirsi accolta e non dover essere sempre quella che si prende cura degli altri. Essere una madre non significa dover essere forte sempre. Anche una mamma ha bisogno di essere sostenuta, soprattutto quando sta attraversando un momento così delicato. Spero di essere stata di aiuto
Buongiorno, leggendo le sue parole arriva innanzitutto quanto sia grande il peso che sta portando in questo momento. Dopo due aborti, una gravidanza tanto attesa e finalmente l’arrivo della sua bambina, si è trovata improvvisamente ad affrontare una diagnosi che non si aspettava e che ha probabilmente riacceso paure e preoccupazioni profonde. Quando accade qualcosa che ci mette così tanto alla prova, può succedere che anche ciò che normalmente riuscivamo a gestire diventi difficile. Il corpo può rimanere in uno stato di allerta, la mente può iniziare a cercare continuamente segnali di pericolo e ogni piccolo cambiamento della bambina può diventare motivo di paura. Non significa che lei sia una madre incapace o che non stia vivendo bene la maternità: significa che, in questo momento, sta vivendo una condizione di grande sofferenza e ha bisogno di essere sostenuta. Mi colpisce soprattutto quando dice: “Vorrei che qualcuno si prendesse cura di me”. Forse, prima ancora di chiederle di prendersi cura di tutto e di tutti, è proprio questo il bisogno che merita di essere ascoltato. Anche una madre ha bisogno di essere accudita. Può avere paura, può sentirsi stanca, può avere bisogno di appoggiarsi agli altri. Non c'è nulla di sbagliato in questo. Provi, per quanto possibile, a non combattere continuamente contro ciò che sente e a non giudicarsi per le emozioni che stanno emergendo. Può provare invece a fermarsi, anche solo per qualche momento, e chiedersi: “Di cosa ho bisogno proprio adesso?”. A volte il primo passo non è trovare subito una soluzione, ma riconoscere con gentilezza ciò che c'è. Non possiamo sapere da qui se si tratti effettivamente di depressione post partum, ma la sofferenza che descrive merita sicuramente attenzione. Le suggerirei di parlarne quanto prima con il suo medico o con il ginecologo e di cercare anche il sostegno di uno psicologo o psicoterapeuta, possibilmente con esperienza nel periodo perinatale. Non è necessario aspettare che la situazione peggiori o avere già una diagnosi per chiedere aiuto. Forse in questo momento non ha bisogno di essere una madre “all’altezza” di qualcosa. Ha bisogno di poter essere semplicemente una donna che sta attraversando un momento molto delicato, con accanto qualcuno che possa sostenerla mentre ritrova, un po' alla volta, il proprio equilibrio. Si permetta di chiedere aiuto. Prendersi cura di lei non è separato dal prendersi cura della sua bambina: anche il suo benessere ha bisogno di uno spazio.
Buongiorno. Quello che racconta sembra essere un periodo di grande fatica emotiva, reso ancora più delicato dalla diagnosi ricevuta da sua figlia e dalle esperienze vissute nelle precedenti gravidanze. Non è possibile stabilire da queste poche righe se si tratti di depressione post partum, ma sicuramente sono presenti vissuti di ansia, paura e senso di inadeguatezza che meritano ascolto e sostegno. In questo momento potrebbe essere importante non chiedersi se sta svolgendo bene il suo ruolo di madre, ma riconoscere che anche lei ha bisogno di essere sostenuta. Valuti l'idea di chiedere aiuto a un/a professionista, così da poter comprendere meglio ciò che sta vivendo e trovare uno spazio in cui sentirsi accolta. Se possibile, provi anche a non affrontare tutto da sola e ad accettare l'aiuto delle persone vicine, non soltanto nella gestione della bambina ma anche nella cura di sé. Essere una madre che fatica, che ha paura o che desidera essere accudita non significa essere una madre inadeguata. A volte, proprio quando si è molto preoccupati di prendersi cura del proprio bambino, si rischia di dimenticare quanto sia importante prendersi cura anche di sé.
Buongiorno, nelle sue parole non leggo una mamma “sconfitta”, ma una donna che sta attraversando un momento emotivamente molto impegnativo. Dopo due aborti e una gravidanza tanto desiderata, ricevere a poche settimane dal parto una diagnosi inaspettata per sua figlia può aver trasformato un periodo già delicato in un'esperienza vissuta con forte paura e bisogno di controllo. Non è possibile stabilire da queste poche righe se si tratti di depressione post partum, ma quello che descrive merita di essere ascoltato e valutato: l'ansia continua per ogni segnale della bambina, la difficoltà a rimanere sola con lei, il desiderio di piangere e restare a letto, la perdita di appetito e soprattutto quel bisogno che esprime così chiaramente di avere qualcuno che, per un momento, si prenda cura anche di lei. In questa fase non credo debba chiedersi di essere più forte o di riuscire a gestire tutto da sola. Chiedere aiuto e permettere alle persone vicine di sostenerla concretamente non significa essere meno capace come madre. Le consiglierei di parlarne quanto prima con il suo medico, ginecologo o consultorio e di chiedere anche una valutazione psicologica, raccontando esattamente ciò che ha scritto qui. Prima si intercetta una sofferenza nel post partum, prima è possibile ricevere il sostegno adeguato. E non misuri la sua maternità da come riesce a sentirsi in queste settimane: sta vivendo contemporaneamente l'arrivo di sua figlia e una notizia che l'ha profondamente spaventata. Ha bisogno anche lei di uno spazio in cui poter essere sostenuta. Un caro saluto, Dott.ssa Cinzia Scirè Psicologa e Mediatrice Familiare
Buongiorno. Che periodo delicato che sta vivendo! La maternità già di per sé porta tante emozioni e anche tanta fatica, comprendo quindi che con la diagnosi che è stata data alla sua bambina l'ansia e lo sconforto si siano amplificate. E' un'ottima cosa però che lei abbia riconosciuto tutto questo e sopratutto la necessità di avere qualcuno che si prenda cura di lei. Non so quale sia la sua situazione familiare ma chieda aiuto, se può, il più possibile per poter avere anche un po' di tempo per sé e per potersi sentire sostenuta. Inoltre, valuterei davvero di affidarmi a un professionista per poter comprendere meglio ciò che le sta accadendo e dunque lavorare su ciò che occorre per superarlo e tornare a sentirsi bene e poter vivere più serenamente la maternità. Le faccio un grande augurio!
La sofferenza che descrive oggi sembra essersi intensificata dopo la nascita di sua figlia e dopo la diagnosi ricevuta, ma potrebbe essere importante comprendere se questo evento abbia rappresentato esclusivamente l'inizio del suo malessere o se, piuttosto, abbia reso più difficile mantenere un equilibrio che già prima richiedeva molte energie. La nascita di un figlio non avviene infatti in un vuoto: arriva dentro una storia personale, una storia di coppia e un particolare momento della propria vita. Dopo due aborti, una gravidanza tanto desiderata può essere stata accompagnata, forse, anche da molte paure e aspettative. Sarebbe inoltre utile comprendere come sta vivendo questo momento all'interno della relazione di coppia: suo partner è presente? Oppure sente di dover affrontare gran parte di questa responsabilità da sola? sarebbe interessante da esplorare Il lavoro non sarebbe soltanto quello di aiutarla a ridurre l'ansia rispetto alla bambina, ma anche di comprendere cosa sta accadendo a lei in questo passaggio così importante della sua vita: cosa ha rappresentato diventare madre e quali paure si sono attivate.
Gentilissima, la ringrazio per la fiducia con cui ha aperto il suo cuore. Le sue parole descrivono una fatica e un senso di sopraffazione che meritano prima di tutto di essere accolti senza alcun giudizio, perché quello che sta vivendo non dice affatto che lei sia una cattiva madre o che sia sconfitta. Nascere come madre è un processo complesso e delicato, fatto di profondi assestamenti fisici ed emotivi. Arrivare a questo appuntamento dopo il dolore di due aborti significa portarsi dietro un bagaglio di ansia e di legittimo bisogno di protezione. Quando poi arriva una diagnosi inaspettata come l'ipertiroidismo congenito (una condizione del tutto gestibile e che viene curata con grande efficacia e serenità grazie ai controlli neonatali), il punto non è la gravità della notizia in sé, ma l'impatto emotivo che ha avuto su di lei. È stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo, accendendo uno stato di allarme continuo dove ogni rigurgito o ogni dubbio sulla crescita diventano fonti di ansia. Nel modo di stare nel mondo in questo momento, il suo corpo e la sua mente le stanno semplicemente dicendo che le energie sono al limite. Il desiderio di rimanere a letto, di piangere e di chiedere che siano gli altri ad accudire lei e a prendere decisioni non è debolezza, ma un segnale prezioso che le chiede di fermarsi e di farsi sostenere. Provando a stare nel qui e ora, come si sentirebbe a togliersi per un attimo il peso di dover fare tutto da sola o di dover dimostrare una forza che adesso non c'è? Accettare la presenza di familiari o persone di fiducia che possano occuparsi delle cose pratiche, della casa o della bambina mentre lei riposa è il primo passo per ridare spazio al suo benessere. Parlare apertamente di questo stato d'animo con il pediatra le permetterà di ridimensionare le paure pratiche sulla salute della piccola, così come confrontarsi con il suo medico o con i servizi consultoriali di supporto alla maternità le darà un luogo sicuro in cui depositare questa fatica. Si conceda di vivere questo inizio di maternità a piccoli passi, un'ora alla volta, senza pretendere che tutto sia perfetto. Le auguro di cuore di potersi offrire la stessa cura e la stessa tenerezza che immagina per la sua bambina, per ritrovare gradualmente la fiducia nelle sue straordinarie risorse di madre.
Buongiorno, grazie per aver condiviso quello che sta vivendo. Si trova in un periodo particolarmente delicato: il post-partum è già di per sé una fase di importanti cambiamenti, e la diagnosi ricevuta da sua figlia, arrivata in modo così inaspettato dopo due aborti e una gravidanza tanto desiderata, può aver rappresentato un ulteriore carico emotivo molto importante. L'ansia intensa, il bisogno di non rimanere sola con la bambina, la sensazione di non sentirsi all'altezza, la perdita di appetito e il desiderio di rimanere a letto sono aspetti che meritano attenzione e che non significa affatto che lei sia una madre incapace o che non ami sua figlia. In questo momento sembra piuttosto avere bisogno, a sua volta, di essere sostenuta e accudita. Le consiglierei di non affrontare tutto questo da sola e di parlarne quanto prima con il medico, il ginecologo o un professionista della salute mentale, valutando un percorso psicologico/psicoterapeutico. Potrebbe essere importante avere uno spazio in cui poter elaborare ciò che è accaduto e lavorare sull'ansia e sul senso di inadeguatezza, oltre a ricevere il sostegno necessario in questa fase. Se dovesse sentirsi sopraffatta, avere pensieri di farsi del male o di fare del male alla bambina, oppure non riuscire più a prendersi cura di voi, è importante chiedere immediatamente aiuto a una persona di fiducia e rivolgersi ai servizi di emergenza. Chiedere aiuto in questo momento non significa essere una madre “sconfitta”: significa riconoscere di essere una persona che sta attraversando una situazione molto difficile e che merita di essere sostenuta.
Gentile Utente, nelle sue parole non leggo una madre “sconfitta”, ma una donna che sta attraversando moltissimo tutto insieme: due aborti precedenti, una gravidanza profondamente desiderata, il parto e, subito dopo, una diagnosi inaspettata per sua figlia. È comprensibile che il suo equilibrio emotivo possa esserne profondamente scosso. Non è possibile stabilire da qui se si tratti di depressione post partum, ma ciò che racconta — ansia intensa, pianto, difficoltà a mangiare, paura di rimanere sola con la bambina, desiderio di restare a letto e sensazione di non farcela — merita di essere ascoltato **adesso**, senza aspettare che passi da solo. Mi colpisce soprattutto quando scrive: *“Vorrei che qualcuno si prendesse cura di me.”* Credo sia una frase importante. In questo momento tutti si aspettano che lei si prenda cura della sua bambina, ma **anche una madre ha bisogno di essere accudita**, soprattutto quando l'inizio della maternità è stato accompagnato da tanta paura. Le suggerirei di parlarne quanto prima con il ginecologo, il medico o l'ostetrica che la segue e di cercare un supporto psicologico specifico per il periodo perinatale. Nel frattempo, se ne ha la possibilità, accetti concretamente la presenza delle persone di cui si fida: non deve dimostrare di riuscire a fare tutto da sola. E proverei a non trasformare questa sofferenza nella prova che non è all'altezza. **Amare profondamente una figlia e vivere con fatica la maternità possono coesistere.** Chiedere aiuto in questo momento non significa aver fallito come madre, ma riconoscere che anche lei ha bisogno di essere sostenuta mentre attraversa qualcosa di molto impegnativo. Se dovessero comparire pensieri di farsi del male, di fare del male alla bambina, o la sensazione di non riuscire a garantire la sicurezza sua o di sua figlia, chieda immediatamente aiuto a una persona vicina e ai servizi sanitari di emergenza. Un cordiale saluto, Marica Romano Psicologa
Gentile, La ringrazio per la fiducia e per la straziante sincerità con cui condivide ciò che sta attraversando. Voglio dirle subito, con tutta la forza e la chiarezza di cui dispongo come professionista: lei non è una "sveglia" o una cattiva madre, non è "sconfitta" e non ha nulla di cui vergognarsi. Ciò che sta vivendo è la risposta emotiva e fisica di una donna esausta, che dopo un cammino difficilissimo segnato da due aborti ed una gravidanza tanto desiderata, si è trovata ad affrontare l'impatto improvviso di una diagnosi medica per la sua bambina a soli 40 giorni dal parto. È del tutto naturale che la sua mente ed il suo corpo siano andati in cortocircuito. Proviamo ad analizzare insieme quello che sta accadendo ed i passi fondamentali per permetterle di ritrovare ossigeno e serenità: 1. Perché sente il bisogno che "qualcuno si prenda cura di lei"? Il suo desiderio di stare nel letto, di non dover decidere nulla e di essere accudita non è un atto di debolezza, ma un segnale di protezione del suo organismo. In psicologia perinatale c'è una regola fondamentale: per potersi prendere cura di un bambino piccolo, la madre ha bisogno di essere a sua volta accudita e contenuta. Dopo il dolore degli aborti scorsi, la fatica della gravidanza, il parto e lo shock della notizia dell'ipertiroidismo congenito, le sue riserve energetiche si sono azzerate. Chiedere aiuto e desiderare che gli altri la sostengano non è egoismo: è una necessità primaria della sua salute. 2. L'Iper-vigilanza e la paura per la bambina Aver vissuto due perdite in passato ha impostato il suo cervello su uno stato di "allarme rosso". La notizia dell'ipertiroidismo congenito ha confermato inconsapevolmente la sua paura che qualcosa potesse andare storto. È per questo che oggi ogni piccolo dettaglio un rigurgito, un grammo in meno sulla bilancia, un sonno più lungo viene interpretato dal suo sistema nervoso come un pericolo imminente, scatenando il panico. L'ansia di rimanere sola con lei è il modo in cui la sua mente le sta dicendo: "In questo momento sono troppo stanca per portare questa responsabilità da sola". Cosa deve fare concretamente da oggi? Eccoli i passi prioritari per uscire da questa morsa ed iniziare a stare meglio: A. Attivare la Rete di Supporto Familiare (Non stare da sola) Parli chiaramente con suo marito, con i familiari o con persone di fiducia. Chieda che ci sia sempre qualcuno in casa con lei nei prossimi giorni. Deleghi completamente le mansioni domestiche (cucinare, pulire, fare la spesa) ed accetti che altri la aiutino nella gestione pratica della bambina. Il suo unico compito ora è riposare e nutrirsi. B. Fare Riferimento al Pediatra ed all'Endocrinologo Pediatrico L'ipertiroidismo congenito è una condizione medica che oggi viene diagnosticata precocemente e trattata con grandissima efficacia ed ottimi risultati. Non cerchi informazioni o rassicurazioni su internet: ogni volta che ha un dubbio su un rigurgito, sul peso o sul sonno, compili una lista e si affidi esclusivamente alle indicazioni del pediatra o dello specialista. C. Sostenere il proprio Corpo (Alimentazione e Riposo) Il voltastacco e la mancanza d'appetito sono sintomi tipici dello stato d'ansia post-partum. Cerchi di consumare piccoli pasti frequenti, leggeri ed idratanti, facendosi aiutare da chi le sta accanto. Se l'allattamento dovesse diventare un ulteriore fattore di stress o di esaurimento insostenibile, ne parli serenamente con il pediatra: una mamma serena e sostenuta è infinitamente più importante del tipo di latte somministrato. D. Contattare uno Psicologo o uno Sportello di Salute Mentale Perinatale Ciò che sta vivendo è un quadro di ansia e depressione post-partum reattiva che beneficia enormemente di un supporto specialistico rapido: Può rivolgersi allo sportello di Supporto Psicologico Perinatale del Consultorio Familiare della sua ASL o dell'ospedale dove ha partorito; Può iniziare un breve percorso individuale con uno psicologo/psicoterapeuta esperto in psicologia perinatale ed elaborazione del trauma/lutto ostetrico. Un messaggio per il suo cuore di mamma La maternità non è una gara di perfezione e non esiste una risposta "giusta" di fronte alle difficoltà. La sua bambina non ha bisogno di una madre perfetta che non prova ansia, ma di una mamma che sappia chiedere aiuto per tornare a stare bene. Si conceda il permesso di piangere, di essere stanca e di farsi accudire. Questo momento buio passerà ed il legame con la sua bambina tornerà ad essere fonte di gioia e di profonda serenità. Un abbraccio forte, Dott.ssa Antonella Guiducci
Quello che stai vivendo è tanto, soprattutto dopo due aborti e una gravidanza tanto desiderata. Ti chiedo: se una persona a cui vuoi bene ti raccontasse di sentirsi così, penseresti che sia una madre incapace o una donna che ha bisogno, a sua volta, di essere sostenuta? La diagnosi di tua figlia può averti gettata in uno stato di allarme continuo, ma non devi affrontare tutto da sola: ansia intensa, pianto, difficoltà a mangiare e desiderio di isolarti, a poche settimane dal parto, meritano attenzione tempestiva. Contatta oggi stesso il tuo medico, il ginecologo o il consultorio e racconta esattamente come ti senti; chiedi anche un supporto per la salute mentale nel post parto. Non sei sconfitta: anche chi si prende cura ha bisogno di essere accudito.
Buongiorno, grazie per aver condiviso la sua storia e un momento così delicato della sua vita. Dalle sue parole si percepisce quanta paura e sofferenza stia vivendo. Dopo un percorso segnato da due perdite e una gravidanza tanto desiderata, ricevere una notizia inattesa sulla salute della sua bambina deve essere stato particolarmente difficile. Mi colpisce quando scrive che vorrebbe qualcuno che si prendesse cura di lei. In un momento in cui sente di dover essere continuamente attenta ai bisogni della sua bambina, sembra emergere anche un forte bisogno di sentirsi sostenuta, ascoltata e accompagnata. Aver desiderato profondamente questa maternità non significa doverla vivere necessariamente con serenità. La paura, la stanchezza e il bisogno di aiuto non rendono meno autentico il desiderio di diventare madre, né significano essere una mamma inadeguata. Credo sia importante dare spazio anche alla sua sofferenza, senza giudicarsi per ciò che prova. Gli episodi di ansia, il pianto, la difficoltà ad alimentarsi e il desiderio di rimanere a letto che descrive meritano attenzione.
Tutti i contenuti, in particolare domande e risposte, sono di natura informativa e non possono in alcun caso sostituire una diagnosi medica.














