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Esperienze

Ti capita di sentirti costantemente in ansia, di passare molto tempo a rimuginare e analizzare ogni cosa, oppure di vivere un rapporto difficile con il cibo e con il tuo corpo?

Quando questi pensieri iniziano a occupare troppo spazio, può diventare difficile riuscire semplicemente a stare bene nella propria quotidianità.

Sono il Dott. Davide Martinelli, psicologo clinico, e mi occupo in particolare di persone che stanno attraversando difficoltà legate ad ansia, rimuginio, alimentazione e benessere psicologico.

Nel percorso lavoriamo insieme per comprendere meglio ciò che sta alimentando la difficoltà, riconoscere i meccanismi che tendono a mantenerla e costruire strategie più utili per affrontarla.

Per me è importante che la terapia non sia soltanto uno spazio in cui raccontare ciò che accade, ma un luogo in cui poter comprendere meglio se stessi e iniziare concretamente a cambiare ciò che oggi fa stare male.

Cerco di creare fin dal primo incontro uno spazio accogliente, rispettoso e privo di giudizio, utilizzando un linguaggio chiaro e accessibile. Ogni percorso viene costruito sulla persona, sulla sua storia e sugli obiettivi che desidera raggiungere.

Mi sono formato in Psicologia Clinica presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove ho conseguito la laurea magistrale con il massimo dei voti. Ho maturato esperienza in contesti ospedalieri, ambulatoriali ed educativi e attualmente svolgo attività clinica presso la Fondazione Don Carlo Gnocchi – Istituto Palazzolo.

Sono inoltre psicoterapeuta e neuropsicologo in formazione a orientamento cognitivo-comportamentale.

Se senti che ansia, pensieri continui o difficoltà con il cibo stanno condizionando troppo la tua vita, possiamo partire da qui e capire insieme cosa sta succedendo e come affrontarlo.

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Aree di competenza principali:

  • Psicobiologia e neuroscienze cognitive
  • Psicodiagnostica
  • Psicologia clinica

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Dott. Davide Martinelli

via milano 1, Milano 20100

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12/08/2026

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    Marta

    Non mi aspettavo che parlare con un professionista fosse così terapeutico, mi sono trovata benissimo e credo che il Dottor Martinelli abbia un'empatia e una comprensione davvero significativi, non lo ringrazierò mai abbastanza. Mi ha aiutato a comprendere da dove venisse la mia ansia e il mio malessere degli ultimi mesi. Soprattutto abbiamo affrontato in modo molto importante il tema del burnout, che non conoscevo ma che ora vedo come punto di forza da cui ripartire; Sempre grata

     • Studio di consulenza online colloquio psicologico  • 

  • F

    Federico

    Mi sono rivolto a Davide in un periodo in cui l’ansia stava condizionando molto le mie giornate. Fin dalle prime sedute mi sono sentito ascoltato e compreso, ma soprattutto ho ricevuto strumenti concreti per gestirla. Oggi sto decisamente meglio e sento di aver ritrovato una serenità che mi mancava da tempo. Professionista competente e molto umano.

     • Studio di consulenza online consulenza online  • 

  • V

    Valeria

    Sono seguita dal dottor Martinelli da poco, ma ho già avuto modo di capire la persona empatica, gentile e professionale che è. Vivamente consigliato.

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  • S

    Serena

    Professionista molto competente e empatico.. Mi sono sentita ascoltata e compresa senza essere giudicata.
    Il tempo è il miglior regalo che possiamo fare agli altri e a noi stessi , dunque trovare questi momenti di sfogo, confronto e consiglio sono assolutamente un dono che può aiutare chiunque. Percorso consigliatissimo

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    Ambra

    Posso dire che è stata un’esperienza molto positiva. Fin dal primo incontro mi sono sentita ascoltata senza giudizio, cosa che non è affatto scontata. Il percorso mi ha aiutata a capire meglio me stessa, a gestire l’ansia e ad affrontare situazioni che prima evitavo. Non è stato sempre facile, ma ne è valsa davvero la pena. Consiglierei questo tipo di supporto a chiunque senta il bisogno di stare meglio con sé stesso. Grazie mille Dottore

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  • C

    Clara F

    Dottore preparatissimo, capace di trovare le parole perfette al momento più idoneo. Non saprei come fare senza una figura di riferimento così importante. Mi sta aiutando con una forma di depressione e a lottare le mie battaglie. Veramente consiglio a chi deve riprendere in mano il proprio percorso

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  • R

    R. C.

    Il dottor Martinelli è stato il mio psicologo per circa 2 mesi e si è rivelato davvero affidabile e perfetto per aiutarmi in un periodo delicatissimo.
    Ora ci vado raramente perché il peggio è passato ma lo consiglio vivamente

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  • V

    Valentina Collovati

    Professionista veramente attento, mi ha stupito come sia stato così preciso nel comprendere il mio stato. Cioè sembra che capisca ogni briciola dello stato d'animo che gli porto di volta in volta. Mi sto trovando davvero bene e sono molto felice di questo percorso. Grazie Dottore

     • Studio di consulenza online consulenza online  • 

  • F

    Federico M.

    Una persona davvero empatica, attenta e professionale. La sua capacità di ascoltare e comprendere mi aiuta a vedere le situazioni sotto una luce nuova, rendendo ogni incontro un passo importante nel mio percorso di crescita.

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    S.m.

    Professionista capace di accogliere e di guidare con metodo, chiarezza e concretezza.

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Risposte ai pazienti

ha risposto a 429 domande da parte di pazienti di MioDottore

Ciao a tutti, vorrei condividere un dubbio che mi porto dentro da tempo. Io e il mio migliore amico

Ciao a tutti, vorrei condividere un dubbio che mi porto dentro da tempo.

Io e il mio migliore amico ci conosciamo da circa tre anni e abbiamo un legame molto forte, fatto di complicità, stima e affetto. Da poco ci siamo chiesti se la nostra amicizia potrebbe diventare qualcosa di più. Lui sarebbe pronto a provarci, io invece sono molto combattuta.

Il problema è che non provo attrazione fisica nei suoi confronti e faccio fatica a immaginare baci, intimità e la parte romantica di una relazione con lui. Eppure, quando penso al mio futuro, penso proprio a lui: lo vedo accanto a me, come compagno di vita e padre dei miei figli.

Vorrei riuscire a sentire anche quella componente fisica e romantica che oggi non sento. In parte, vorrei provare a forzarmi e cercare di sciogliere quel ghiacciolino che c’è in me e che mi blocca davanti ad un semplice bacio. Questa parte mi crea una grande rabbia e so che un domani potrei avere un grande rimorso. Non vorrei dall’altra parte far stare male lui e la cosa che ci siamo promessi è di non compromettere l’amicizia a prescindere dalle scelte che faremo.

Ho provato a parlarne con la mia psicologa ma nonostante tutto non trovo soluzione. Sapreste aiutarmi a trovare pace a questo conflitto?

Grazie mille :)

RISPOSTA DEL DOTTORE:

Dott. Davide Martinelli

Credo che il conflitto che sta vivendo nasca anche da una premessa che forse vale la pena mettere in discussione: lei sembra pensare che, visto che questa persona possiede praticamente tutte le caratteristiche che desidererebbe in un compagno di vita, allora dovrebbe riuscire a provare anche l'attrazione fisica e romantica.

Ma purtroppo, o forse per fortuna, l'amore non funziona come una lista di requisiti.

Può incontrare una persona con cui esiste una compatibilità straordinaria, una profondissima fiducia, complicità, stima, affetto, progettualità e persino la capacità di immaginare un futuro insieme, e contemporaneamente non sentire il desiderio di baciarla o di avere con lei un'intimità sessuale.

E questa non è necessariamente una cosa che si può “aggiustare”.

La parola che utilizzerei con molta cautela è proprio “forzarmi”. Lei dice di voler sciogliere quel ghiacciolino, quasi come se dentro di sé ci fosse una parte bloccata che impedisce a un sentimento già presente di diventare finalmente amore romantico. Ma siamo sicuri che sia così?

Perché potrebbe anche essere che quel ghiacciolino non sia un blocco da superare. Potrebbe essere un'informazione.

E questo non significa affatto che lei non gli voglia abbastanza bene. Anzi, a volte è proprio perché una persona ci è così vicina, così importante e così preziosa che facciamo enorme fatica ad accettare che il tipo di sentimento che proviamo per lei potrebbe non essere quello che desideriamo provare.

Lei lo vede nel suo futuro, lo immagina come compagno e padre dei suoi figli. Ma provi a chiedersi una cosa molto concreta: quando immagina quel futuro, immagina realmente lui come uomo che desidera oppure immagina soprattutto la sicurezza, la stabilità, la complicità e la famiglia che potrebbe costruire insieme a lui?

Sono immagini molto simili apparentemente, ma psicologicamente possono essere profondamente diverse.

Perché forse lei non desidera soltanto lui. Desidera ciò che con lui potrebbe avere.

E questa distinzione è fondamentale.

Il rischio, infatti, è quello di trasformare una persona che ama profondamente in una sorta di “partner perfetto sulla carta” e poi vivere l'assenza di desiderio come un difetto personale: “Se solo riuscissi a sbloccarmi, sarebbe tutto perfetto”. Ma potrebbe non esserci nulla da sbloccare.

E soprattutto non farei del bacio una prova da superare.

“Devo riuscire a baciarlo per capire se può funzionare” può sembrare un esperimento innocente, ma rischia di creare una pressione enorme. Lei arriva al momento già concentrata su ciò che dovrebbe sentire, controlla le proprie reazioni, verifica se sta nascendo qualcosa, si chiede se il corpo sta rispondendo nel modo giusto. E più cerca di controllare il desiderio, più il desiderio rischia di diventare impossibile da ascoltare spontaneamente.

Il desiderio, infatti, non obbedisce molto bene agli ordini.

E c'è un'altra cosa che mi colpisce: lei parla di “rabbia” e di un possibile “grande rimorso” futuro. Mi chiederei allora se oggi la sua sofferenza derivi davvero dal fatto che non desidera fisicamente questo ragazzo oppure dalla paura di perdere un'occasione che potrebbe non ripresentarsi mai più.

Perché sono due paure completamente diverse.

Potrebbe esserci una parte di lei che pensa: “Se lascio andare questa persona, forse non troverò mai più qualcuno con cui sto così bene”. E allora la mente tenta di convincere il corpo: “Devo far funzionare questa cosa, perché sarebbe assurdo rinunciare a una persona così”.

Ma una relazione non dovrebbe nascere dalla paura di non trovare di meglio.

E nemmeno dal timore del rimpianto.

Non è detto che il fatto di non provarci oggi significhi che tra dieci anni lei penserà di aver commesso un errore. Allo stesso modo, non è detto che provarci adesso elimini il rischio di un futuro rimpianto. Non possiamo prendere una decisione affettiva sulla base della certezza assoluta di non pentircene mai, perché quella certezza non esiste.

Quello che possiamo fare è ascoltare con onestà ciò che c'è oggi.

E oggi lei dice una cosa molto precisa: “Non provo attrazione fisica e faccio fatica a immaginare baci e intimità”.

Non la liquiderei come una frase secondaria.

Al tempo stesso, non le direi nemmeno che questo significa necessariamente che non potrà mai nascere nulla. I sentimenti possono evolvere e in alcune persone l'attrazione cresce gradualmente, soprattutto quando esistono già intimità emotiva e fiducia. Ma una cosa è lasciare che qualcosa eventualmente emerga spontaneamente; un'altra è cercare di produrlo attraverso la volontà.

Forse la domanda da porsi non è “come faccio a farmi piacere fisicamente questa persona?”, ma “se togliessi dalla stanza la paura di perderlo, il timore di pentirmene e l'idea che sarebbe il compagno perfetto, che cosa rimarrebbe del mio desiderio verso di lui?”.

E ancora: se sapesse con assoluta certezza che incontrerà altre persone con cui potrà costruire una famiglia, sceglierebbe comunque lui come uomo da desiderare oppure sceglierebbe lui soprattutto perché con lui si sente al sicuro?

Sono domande che possono fare molta chiarezza.

E non sottovaluterei il fatto che lei sia già in terapia. Forse non ha bisogno che qualcuno le dia “la soluzione”, perché la soluzione potrebbe non essere decidere immediatamente se diventare una coppia. Potrebbe essere capire perché per lei sia così difficile accettare che una persona possa essere perfetta per il proprio cuore e non necessariamente per il proprio desiderio.

Può anche darsi che il vero conflitto non sia tra “amicizia” e “amore”, ma tra ciò che lei sente e ciò che pensa di dover sentire.

E questa, secondo me, è una distinzione enorme.

Non deve convincersi ad amare qualcuno. Non deve nemmeno convincersi a non amarlo. Deve riuscire, lentamente, a distinguere l'affetto, la sicurezza, la paura di perderlo, il desiderio di una famiglia, il desiderio sessuale e il timore del rimpianto.

Quando questi elementi smettono di essere tutti mescolati insieme, spesso la risposta diventa molto meno misteriosa.

E forse la domanda più importante da portare anche nella sua terapia è questa: “Se non avessi paura di perdere per sempre il mio migliore amico e non avessi paura di pentirmene, sceglierei comunque di provare a costruire con lui una relazione romantica?”.

La risposta che emergerà non dovrà essere necessariamente immediata. Ma probabilmente sarà molto più autentica di qualsiasi tentativo di forzare quel ghiacciolino a sciogliersi.


Salve a tutti buongiorno. Da circa 7 mesi sto soffrendo di una forte tensione e senso di divisione n

Salve a tutti buongiorno.
Da circa 7 mesi sto soffrendo di una forte tensione e senso di divisione nella parte sinistra della testa. Mi sento come se fossi diviso in 2, ho problemi di concentrazione e di memoria. La caratteristica più importante è che mi sento come se fossi distaccato da me stesso, dalle mie emozioni e dalla realtà. Questo stato è facilmente risolvibile in quanto il mio corpo cerca di autoregolarsi tramite dei mormori vocali. Quando faccio questi mormori sento che la tensione diminuisce, che i pensieri si riorganizzano e soprattutto rientro in contatto con me stesso. Ho fatto varie visite psichiatriche e mi è stato detto che questo corrisponde ad uno stato dissociativo. Il problema principale è che non riesco a lasciarmi andare (cioè a scaricare questa tensione) perché ho paura che mio padre possa aggredirmi durante i momenti di vulnerabilità (cioè quando mi lascio andare). Questo perché sin dall'infanzia mio padre mi ha sempre traumatizzato con le sue urla, quando facevo qualcosa che gli dava fastidio. Di conseguenza sono rimasto bloccato in un loop dove il mio corpo cerca di lasciarsi andare con questi mormorii ma rimane in allerta per la paura che mio padre possa aggredirmi. Io vorrei semplicemente lasciarmi andare e sentirmi protetto. Ho provato anche ad andare via di casa, ma facendolo contro la mia volontà mi dissocio ancora di più. Per lo stesso principio, i miei genitori mi hanno proposto di ricoverarmi in una clinica, ma facendo qualcosa che non sento il sintomo dissociativo aumenta. Questo stato è sopraggiunto dopo un periodo di 3 mesi dove ho represso ciò che sentivo per adattarmi una situazione (nello specifico un corso di studi). Io vorrei solo sentirmi al sicuro da mio padre, ma in famiglia non capiscono che il nucleo del problema è questo. Ho fatto da circa 1 anno psicoterapia e ho assunto vari psicofarmaci, senza alcun risultato concreto. Cio che potrebbe aiutarmi è semplicemente sentirmi al sicuro. Cosa ne pensate?

RISPOSTA DEL DOTTORE:

Dott. Davide Martinelli

Buongiorno, quello che racconta merita di essere preso molto sul serio, e non soltanto nella parte relativa ai sintomi dissociativi. Mi sembra che ci sia una frase che racchiude gran parte della sua esperienza: “Io vorrei semplicemente sentirmi al sicuro”.

Forse è proprio da lì che partirei.

Lei descrive uno stato in cui da una parte il corpo sembra cercare spontaneamente un modo per ridurre la tensione e ritrovare un contatto con se stesso, dall'altra sembra esserci continuamente una parte che rimane in allerta, come se non fosse possibile abbassare completamente la guardia. Se per anni ha associato i momenti di vulnerabilità, di espressione emotiva o di perdita di controllo alle urla e alle reazioni imprevedibili di suo padre, è comprensibile che oggi il suo organismo possa avere difficoltà a percepire il “lasciarsi andare” come qualcosa di realmente sicuro.

Questo non significa che possiamo concludere da un messaggio che tutto ciò che sta vivendo sia causato da suo padre. E soprattutto, visto che parla anche di una forte tensione localizzata alla testa, difficoltà di concentrazione e memoria e di una sensazione persistente di alterazione della realtà e di distacco da sé, non trascurerei assolutamente il versante medico e neurologico. Il fatto che alcuni psichiatri abbiano interpretato il quadro come dissociativo è un'informazione importante, ma non significa che ogni sintomo fisico debba essere ricondotto automaticamente alla dissociazione. È importante continuare a seguire i professionisti che la stanno valutando e riferire loro con precisione l'evoluzione dei sintomi.

Detto questo, la parte psicologica del suo racconto è molto significativa.

Lei dice di aver provato ad andare via di casa, ma di averlo fatto contro la sua volontà, e di essersi dissociato ancora di più. Dice che anche l'idea di un ricovero, se vissuta come qualcosa che le viene imposto, aumenta il sintomo. Questo mi fa pensare che forse, oltre alla necessità di ridurre il sintomo, ci sia una questione ancora più profonda: la possibilità di sentirsi al sicuro senza sentirsi contemporaneamente privato del controllo sulla propria vita.

Per una persona che ha vissuto per molto tempo una relazione nella quale si sentiva costretta ad adattarsi alle reazioni di un genitore, anche un intervento pensato per aiutarla può essere vissuto dal sistema di allarme come un'altra situazione nella quale qualcun altro decide per lei.

E questo è un punto che porterei molto chiaramente in psicoterapia e in psichiatria: non semplicemente “ho bisogno che mi facciate passare la dissociazione”, ma “ho bisogno che comprendiate quanto per me la sicurezza sia legata alla possibilità di avere controllo, scelta e prevedibilità”.

Naturalmente, se suo padre rappresenta ancora oggi una minaccia concreta, il problema non può essere affrontato soltanto come un fenomeno interno. La sicurezza fisica viene prima di tutto. Se teme realmente che possa aggredirla, è importante parlarne apertamente con i professionisti che la seguono e costruire con loro un piano concreto per essere in un ambiente sicuro. Se invece il pericolo non è attuale ma il suo corpo continua a reagire come se l'aggressione potesse avvenire in qualsiasi momento, allora il lavoro terapeutico può diventare proprio quello di distinguere il pericolo presente dall'allarme che è rimasto attivo dopo anni di esperienza.

Questa distinzione può essere molto delicata.

Perché il corpo non ragiona soltanto attraverso la logica. Può aver imparato che “se mi rilasso, sono vulnerabile”, “se mi lascio andare, qualcuno può farmi del male”, “devo rimanere sempre pronto a reagire”. E allora il problema non sarebbe semplicemente imparare a rilassarsi. Paradossalmente, prima ancora di imparare a rilassarsi potrebbe essere necessario costruire sufficienti condizioni interne ed esterne perché il corpo possa finalmente considerare possibile farlo.

Anche i mormorii che descrive andrebbero raccontati nel dettaglio ai professionisti che la seguono, senza giudicarli né cercare necessariamente di eliminarli autonomamente. Se lei nota che attraverso quel comportamento la tensione diminuisce e il senso di contatto con sé aumenta, è un'informazione clinica importante. Sarà il professionista a valutare insieme a lei quale funzione abbia quel comportamento e se possa essere eventualmente trasformato in una strategia più consapevole e meno necessaria nel tempo.

Mi colpisce poi un'altra cosa: lei racconta che tutto è comparso dopo tre mesi nei quali ha represso ciò che sentiva per adattarsi a una situazione di studio. Anche qui eviterei una spiegazione troppo semplice del tipo “hai represso le emozioni e quindi è comparsa la dissociazione”. Non possiamo stabilirlo così. Però certamente vale la pena comprendere che cosa sia successo in quei tre mesi, che cosa sentisse di dover reprimere, perché fosse così importante adattarsi e che cosa accadeva quando una parte di lei avrebbe voluto dire “no, questo non fa per me”.

Forse il tema attraversa più situazioni della sua vita: quanto spazio sente di avere per essere se stesso, per dire no, per mostrare ciò che prova, per scegliere senza sentirsi in pericolo o in colpa.

E credo che sia proprio questa la parte che non dovrebbe essere persa dentro la ricerca spasmodica del sintomo da eliminare.

Lei non sta chiedendo soltanto “come faccio a non dissociarmi?”. Sta dicendo: “Vorrei poter abbassare la guardia e sentirmi protetto”.

Questa è una richiesta psicologicamente molto profonda.

E se dopo un anno di psicoterapia e diversi trattamenti farmacologici sente di non aver ottenuto risultati concreti, non significa necessariamente che per lei non ci sia una possibilità di miglioramento. Potrebbe significare che è necessario rivalutare il quadro, il trattamento, gli obiettivi terapeutici o anche il modo in cui il percorso sta affrontando il problema. È assolutamente legittimo dire ai propri curanti: “Non mi sento compreso in questo punto fondamentale e vorrei che lavorassimo maggiormente sulla mia esperienza di sicurezza”.

Non interrompa però autonomamente farmaci, terapie o eventuali indicazioni di ricovero: se le vengono proposte modifiche importanti del trattamento, ne parli con i professionisti che la seguono e spieghi loro anche quanto per lei sia importante mantenere un senso di scelta e di collaborazione.

E vorrei lasciarle una domanda, perché potrebbe essere molto utile portarla proprio nel suo percorso: quando dice “vorrei sentirmi al sicuro”, che cosa dovrebbe concretamente esserci intorno a lei perché il suo corpo potesse finalmente smettere di controllare ogni cosa? Una persona? Un luogo? La possibilità di chiudere una porta? Sapere che nessuno entrerà ad aggredirla? Sentire di poter dire di no? Sapere che nessuno deciderà per lei?

Forse definire concretamente che cosa significa “sicurezza” per lei potrebbe essere uno dei primi passi per costruirla.

E se sente che il percorso che sta facendo non riesce ancora ad arrivare a questo nucleo della sua esperienza, può anche valutare di parlarne con un professionista diverso o chiedere una seconda valutazione specialistica. Non perché ciò che ha fatto finora sia necessariamente sbagliato, ma perché quando una persona continua a dire “io non mi sento al sicuro” è importante che quella frase non venga coperta soltanto da una diagnosi o da un farmaco.

Prima ancora di chiedere al suo corpo di lasciarsi andare, forse bisogna aiutarlo a capire che, almeno nel presente, può esistere un luogo e una relazione nei quali non deve più essere costantemente pronto a difendersi.


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