Salve, vorrei raccontare la mia vita per sapere cosa c’è da fare e nel caso come migliorarla. Ho 38

Salve, vorrei raccontare la mia vita per sapere cosa c’è da fare e nel caso come migliorarla. Ho 38 anni, vivo una vita inutile, non so fare niente, non ho mai avuto una fidanzata nonostante sono buono, educato con tutti e non ho amici, alle scuole ho sofferto di bullismo. Vivo con i miei genitori, non so fare niente nella vita, non so fare nessun lavoro e non ho mai lavorato, e poi nel caso il personale lo cercano con un minimo di esperienza che io non ho, comunque sono anche pigro e timido, non so fare niente a casa, fanno tutto mamma e papà, vivo sempre la stessa vita, vado anche da uno psichiatra da 8 anni ma non riesco a dare un senso alla mia vita. Esco da casa anche a volte un paio d’ore ma non mi fa nessun effetto. Ho anche un disturbo ossessivo compulsivo sullo sporco, rupofobia, e altri problemi. Mi preoccupo già da ora quando moriranno i miei genitori che sono tutto per me, come farei? Ho mia sorella ma è sposata e ha la sua famiglia. Quando moriranno i miei genitori resterò solo e oltre al dolore per la perdita, resterò senza sapere fare niente e loro non si preoccupano di questo al momento, mi dicono semplicemente ora siamo vivi. Non vorrò andare in una casa di accoglienza per persone disadattate, voglio stare sempre a casa mia, voglio essere indipendente, la badante non la vorrei chiamare è sempre un estranea in casa mia e non sto a mio agio. Sto messo veramente male, la mia situazione di vita è veramente un grande problema

66 risposte


Capisco quanto possa essere pesante vivere da così tanto tempo con la sensazione di non riuscire a costruire una vita propria e con la paura di ciò che potrebbe accadere in futuro. Quello che racconta, però, non mi fa pensare a una persona “inutile”: mi sembra piuttosto di leggere una persona che da molti anni è bloccata in una condizione di forte dipendenza, insicurezza e sofferenza, e che oggi si sta interrogando concretamente su come poterla cambiare. Anche il timore legato al futuro dei suoi genitori merita di essere ascoltato: probabilmente non riguarda soltanto la loro perdita, ma anche la paura di ritrovarsi senza quei riferimenti che oggi le permettono di sentirsi al sicuro e di affrontare la quotidianità. In un percorso psicologico si potrebbe lavorare proprio su questi aspetti, partendo dalla sua storia e cercando gradualmente di costruire maggiore autonomia, fiducia nelle proprie capacità e una quotidianità che senta davvero sua. Non necessariamente attraverso grandi cambiamenti immediati, ma individuando piccoli passi concreti e sostenibili. Il fatto che sia già seguito da uno psichiatra da diversi anni è inoltre un elemento importante: un eventuale percorso psicologico potrebbe affiancarsi al lavoro che sta già facendo, anche mantenendo un confronto con il professionista che la segue. La situazione che descrive è complessa, ma questo non significa che sia immutabile. Il fatto stesso che oggi senta il bisogno di chiedere aiuto e di capire come cambiare è già un punto da cui poter partire.

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Buongiorno, da quello che racconta emerge una situazione che per lei è diventata molto pesante e che sembra accompagnarla da molti anni. Allo stesso tempo, nelle sue parole c’è anche qualcosa di importante: nonostante le difficoltà, lei dice chiaramente di voler essere più indipendente e di voler costruire una vita diversa da quella che sta vivendo oggi. Questo desiderio può rappresentare un punto di partenza. Quando per molto tempo ci si percepisce come “incapaci”, “pigri” o “diversi dagli altri”, è possibile che queste definizioni finiscano per diventare così familiari da sembrare descrivere chi siamo, rendendo ancora più difficile sperimentarsi in modo diverso. Le esperienze di bullismo, le difficoltà nelle relazioni, l'isolamento e la paura di ciò che potrebbe accadere in futuro possono aver contribuito a rafforzare questo modo di vedersi. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla non soltanto ad affrontare le difficoltà legate al disturbo ossessivo-compulsivo e alla paura del futuro, ma anche a comprendere meglio come si è costruita questa immagine di sé e quali passi, graduali e realistici, potrebbero permetterle di sviluppare maggiore autonomia nella vita quotidiana. Se sente che è arrivato il momento di provare ad affrontare questa situazione con un supporto psicologico, può contattarmi premendo il tasto “Messaggio” sul mio profilo. Possiamo valutare insieme, a partire dalla sua situazione attuale, quali potrebbero essere gli obiettivi di un percorso. Un caro saluto, Dott.ssa Natacha Charlotte Dudit


Credo che, a questo punto, sia opportuno affiancare allo psichiatra un terapeuta che possa ascoltarla e aiutarla ad analizzare il suo passato, per lavorare sulle sue emozioni e paure. A 38 anni si possono ancora realizzare molte cose: occorre solo comprendere meglio le proprie ambizioni e i propri desideri. Iniziare un percorso terapeutico significa prendersi cura di sé. Allo stesso tempo, può cominciare dalle piccole cose: se oggi sente che i suoi genitori fanno tutto al suo posto, provare gradualmente ad assumersi qualche responsabilità può aiutarla a sentirsi più autonomo e a lavorare su quella pigrizia che riconosce. Aver scritto questa domanda è già un primo passo, continui a procedere con piccoli gesti e vedrà dove la porterà questo percorso.


Capisco quanto possa essere pesante sentirsi fermi da così tanto tempo e guardare al futuro con la paura di rimanere soli. Il fatto di aver vissuto bullismo e di aver sviluppato nel tempo difficoltà relazionali e ossessive può aver contribuito a costruire un’immagine di sé come persona “incapace” o senza possibilità di cambiamento, ma questa non deve diventare la definizione della sua identità. In un’ottica cognitivo-costruttivista, sarebbe importante comprendere come si è costruito questo modo di percepirsi e quali esperienze lo mantengono oggi. Più che chiedersi cosa non sa fare, potrebbe essere utile iniziare a individuare, insieme a un professionista, piccoli spazi di autonomia concretamente raggiungibili, lavorando anche sulle paure che rendono difficile sperimentarsi. Il timore per il futuro merita ascolto, ma non è necessario affrontare oggi tutto ciò che potrebbe accadere domani.


La situazione che descrive è complessa, ma non credo sia utile leggerla come la prova che lei “non sa fare niente” o che sia ormai troppo tardi per costruire maggiore autonomia. Ci sono diversi aspetti che si intrecciano: il disturbo ossessivo compulsivo, la dipendenza pratica dai genitori, l’isolamento sociale, l’assenza di esperienze lavorative e una forte sfiducia nelle proprie capacità. Il fatto che sia seguito da uno psichiatra da anni è importante, ma potrebbe essere molto utile affiancare anche un percorso psicologico strutturato, orientato non solo ai sintomi ma anche alla vita quotidiana: autonomie domestiche, gestione delle paure, competenze sociali, progressivo avvicinamento al lavoro e costruzione di una rete esterna alla famiglia. Pensare fin da ora a cosa accadrà quando i suoi genitori non ci saranno comprensibilmente la spaventa, ma proprio per questo il lavoro da fare può iniziare adesso, per piccoli passi e con obiettivi concreti. Le suggerirei di parlarne apertamente anche con il suo psichiatra e di valutare insieme l’inserimento di un supporto psicologico. Se vuole approfondire questi aspetti, può contattarmi per una consulenza online o in presenza e consultare la mia agenda per le disponibilità. un caro saluto. Dott. Giulio Blasilli


La preoccupazione per il futuro, per quando i suoi genitori non ci saranno più, è comprensibile, ed immagino che portarsi dietro la sensazione di non riuscire a costruire una vita propria, giorno dopo giorno, sia molto faticoso. Da quel che racconta la Sua difficoltà sembra nascere da un posto di dipendenza reale, non di debolezza caratteriale, e mi par di capire che c'è una parte di lei che vuole qualcosa di diverso, anche se al momento sembra lontano. Il fatto che sia già seguito da uno psichiatra da anni è un punto di partenza importante. Potrebbe valere la pena parlarne direttamente con lui, magari esplorando insieme se ci siano altri elementi da affrontare o se affiancare al percorso attuale anche un supporto psicologico focalizzato sugli obiettivi di autonomia che descrive.


La prima cosa che ti direi è di fermarti un momento davanti a una frase che hai scritto: “vivo una vita inutile”. Quella frase non descrive una persona, descrive il modo in cui oggi stai guardando la tua vita. E sono due cose completamente diverse. Hai 38 anni, hai avuto esperienze di bullismo, difficoltà relazionali, timidezza, un disturbo ossessivo-compulsivo legato alla contaminazione e una dipendenza molto forte dai tuoi genitori. Sono problemi importanti, certamente. Ma “importanti” non significa “irreversibili”. Anzi, nel tuo racconto c'è una cosa che secondo me merita di essere presa molto sul serio: tu sai perfettamente che cosa temi. Non stai dicendo soltanto “sono triste”. Stai dicendo: non so occuparmi della casa, non ho esperienza lavorativa, dipendo dai miei genitori, non ho una rete sociale, temo di rimanere completamente solo quando loro non ci saranno e vorrei poter vivere autonomamente nella mia casa. Questa consapevolezza può diventare l'inizio di un progetto. Il problema, infatti, non è soltanto “come troverò una fidanzata?” o “come troverò un lavoro?”. Il problema più profondo sembra essere che in questo momento la tua vita è organizzata intorno alla dipendenza dai tuoi genitori e, contemporaneamente, tu hai una paura enorme di perdere proprio le persone dalle quali dipendi. E comprendo perfettamente perché questo pensiero ti terrorizzi. Però c'è una differenza fondamentale tra prepararsi al futuro e vivere continuamente il lutto di qualcosa che non è ancora accaduto. I tuoi genitori oggi sono vivi, come ti dicono loro stessi. E il modo migliore per rispettare questa realtà non è passare gli anni a immaginare il giorno in cui moriranno, ma utilizzare il tempo che hai adesso per costruire gradualmente quelle competenze che oggi ti mancano. Non devi diventare indipendente dall'oggi al domani. Sarebbe probabilmente un obiettivo talmente enorme da paralizzarti ancora di più. Devi iniziare dalle cose concrete. Imparare a prepararti qualcosa da mangiare. Imparare a fare una lavatrice. Imparare a pulire una stanza. Gestire una piccola spesa. Occuparsi di una commissione. Imparare a utilizzare determinati strumenti. Cominciare, magari, da un'attività lavorativa molto semplice e graduale. Non perché a 38 anni “dovresti già saperlo fare”, ma perché se non hai avuto occasione di sviluppare queste competenze, puoi ancora impararle. E qui tocchiamo anche un punto molto importante: dici “sono pigro”. Io starei attento a trasformare questa parola in un'identità. Potrebbe esserci della passività, dell'evitamento, della paura, una scarsa fiducia nelle tue capacità, l'effetto del disturbo ossessivo-compulsivo o una combinazione di diversi fattori. Dire “sono pigro” chiude la questione. Cercare di capire perché faccio fatica ad agire la apre. Anche il fatto che tu sia seguito da uno psichiatra da otto anni è importante. Ma se dopo così tanto tempo senti ancora di non riuscire a dare un senso alla tua vita, questo merita di essere portato apertamente al professionista che ti segue. Non significa necessariamente che il percorso fatto finora sia stato inutile; significa che forse hai bisogno di rendere molto più concreto il lavoro sugli obiettivi di autonomia, sulle compulsioni, sull'evitamento e sulle competenze quotidiane. Eventuali modifiche alla terapia o ai farmaci, naturalmente, vanno discusse con chi ti segue e non fatte autonomamente. E c'è un'altra cosa sulla quale vorrei essere molto diretto: non aspettare che muoiano i tuoi genitori per iniziare a costruire la tua autonomia. Sarebbe il momento peggiore possibile per imparare tutto contemporaneamente, mentre stai anche affrontando un lutto enorme. Puoi iniziare adesso. Anche la tua paura di una futura casa di accoglienza o di dover avere una badante non deve essere trattata come un destino già scritto. Esistono diverse forme di sostegno e diversi livelli di autonomia, e non è detto che il futuro debba essere “o vivo completamente dipendente dai miei genitori oppure finisco in una struttura”. Proprio per questo sarebbe utile iniziare a costruire per tempo, insieme ai professionisti che già conoscono la tua situazione, un vero progetto di autonomia: competenze domestiche, lavoro o attività occupazionale, gestione economica, rete sociale e organizzazione della vita quotidiana. E sulla fidanzata ti direi una cosa altrettanto importante. Il fatto di non aver mai avuto una relazione a 38 anni può essere doloroso, ma non significa che tu sia destinato a rimanere solo. E soprattutto non devi dimostrare di essere “buono ed educato” per meritarti una relazione. Una relazione non è un premio che arriva quando dimostri di essere una brava persona. È un incontro tra persone, e per arrivare a quell'incontro bisogna anche avere una vita nella quale ci siano occasioni di conoscere, parlare, sbagliare, essere rifiutati e riprovare. Per questo io non partirei dalla ricerca disperata di una fidanzata. Partirei dalla costruzione della tua vita. Hai già individuato il problema. Adesso bisogna trasformare quella consapevolezza in un percorso. E sinceramente, vista la quantità di cose che descrivi e il fatto che questa situazione dura da molti anni, io non rimanderei ulteriormente. Se senti che il percorso attuale non sta affrontando in modo concreto la questione dell'autonomia, puoi anche valutare un ulteriore percorso psicologico focalizzato proprio su questi aspetti, coordinandolo con lo psichiatra che già ti segue. Non hai bisogno di diventare improvvisamente una persona completamente diversa. Hai bisogno di cominciare a diventare un po' più autonomo rispetto a oggi. Poi un po' di più. E ancora un po' di più. A 38 anni non sei arrivato alla fine della tua storia. Sei arrivato a un punto nel quale hai finalmente capito che non vuoi continuare a vivere nello stesso modo. E questa consapevolezza, per quanto oggi faccia paura, può diventare il punto da cui cominciare. Se vuoi affrontare seriamente questo percorso e lavorare in modo concreto su autonomia, blocchi, relazioni e organizzazione della tua vita, puoi contattarmi quanto prima.


Grazie per aver condiviso così apertamente la sua situazione. Da quello che racconta emerge una condizione di sofferenza importante e comprendo quanto possa essere difficile sentirsi bloccato da così tanto tempo, soprattutto quando si ha la sensazione di non avere ancora costruito una propria autonomia e di non sapere da dove iniziare. Anche la preoccupazione per il futuro e per la perdita dei suoi genitori sembra essere per lei una fonte di forte ansia. Credo però che sia importante non partire dall’idea che la sua vita sia “inutile” o che ormai non ci sia più nulla da fare. Il fatto che oggi alcune competenze non siano state sviluppate non significa che non possano essere costruite. Anche l’autonomia, le capacità sociali, lavorative e pratiche possono essere sviluppate gradualmente, partendo da obiettivi concreti e realistici. Considerando anche la presenza di pensieri ossessivi e compulsioni legate alla paura dello sporco, oltre alle difficoltà che descrive, ritengo che un percorso psicologico possa essere particolarmente utile. La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) permette di lavorare in maniera concreta sulle difficoltà presenti, sugli schemi di pensiero e sui comportamenti che possono contribuire a mantenere il problema, favorendo progressivamente una maggiore autonomia e una vita più ricca e soddisfacente. Nel suo caso potrebbe essere importante anche lavorare gradualmente sulle competenze e sulle attività della vita quotidiana, senza pretendere di cambiare tutto contemporaneamente. Il fatto che sia già seguito da uno psichiatra può inoltre rappresentare un elemento utile da integrare, qualora fosse possibile e opportuno, con un percorso psicoterapeutico. Se desidera, rimango a disposizione.


Salve, la ringrazio per aver condiviso in modo così aperto la sua storia. Dalle sue parole emerge una sofferenza importante e, soprattutto, la sensazione di essere rimasto fermo per molto tempo, senza riuscire a costruire quella vita autonoma e soddisfacente che desidererebbe. È comprensibile che, guardando alla sua situazione attuale, possa avere la percezione che non ci siano prospettive o che sia ormai troppo tardi per cambiare, ma il fatto di avere 38 anni non significa affatto che non sia possibile intervenire e costruire gradualmente nuove competenze e nuove possibilità. Credo sia importante, innanzitutto, non descrivere se stesso attraverso ciò che oggi sente di non saper fare. Il fatto di non aver mai lavorato, di vivere ancora con i suoi genitori o di avere difficoltà nelle relazioni non definisce il suo valore come persona. Allo stesso tempo, però, sono difficoltà concrete che meritano di essere affrontate, senza minimizzarle e senza pretendere di risolverle tutte contemporaneamente. Nel suo caso potrebbe essere particolarmente utile lavorare sull'autonomia personale partendo da obiettivi molto graduali e concreti: imparare progressivamente a occuparsi di alcune attività quotidiane, aumentare la sua capacità di stare fuori casa, sviluppare competenze che possano eventualmente avvicinarla al mondo del lavoro e, parallelamente, affrontare le difficoltà nelle relazioni sociali. Anche il vissuto di bullismo potrebbe avere avuto un ruolo nel modo in cui oggi guarda a se stesso e alle proprie possibilità, e sarebbe quindi importante comprenderne meglio gli effetti. Un altro aspetto che merita particolare attenzione è il disturbo ossessivo-compulsivo legato allo sporco e, più in generale, tutto ciò che la porta a limitare la propria vita. In questo senso, il semplice “uscire di casa per un paio d'ore” potrebbe non essere sufficiente se non viene inserito all'interno di un lavoro più strutturato sulle paure, sulle ossessioni e sui comportamenti che mantengono il problema. Anche il fatto che sia seguito da uno psichiatra da diversi anni è un elemento importante: potrebbe essere utile valutare insieme, nel rispetto dei diversi ruoli professionali e con il suo consenso, come integrare il lavoro psicologico con il percorso che sta già facendo. Comprendo anche la forte preoccupazione per il futuro dei suoi genitori. È naturale che il pensiero della loro perdita possa essere particolarmente angosciante, soprattutto quando oggi rappresentano per lei un punto di riferimento fondamentale. Tuttavia, forse può essere più utile trasformare questa paura per il futuro in una motivazione per iniziare già adesso a costruire, passo dopo passo, maggiori autonomie. Non è necessario decidere oggi come sarà la sua vita quando i suoi genitori non ci saranno più: possiamo invece chiederci cosa può imparare e modificare nel presente affinché, nel tempo, possa sentirsi più capace di affrontare la propria vita. Il suo desiderio di rimanere nella propria casa e di non dipendere necessariamente da una persona estranea è comprensibile e può essere tenuto in considerazione. L'obiettivo di un percorso non sarebbe quello di imporle una soluzione precostituita, ma di capire quali condizioni possano permetterle di sviluppare una maggiore autonomia, rispettando il più possibile le sue esigenze e i suoi tempi. Se desidera, possiamo partire da un primo colloquio per ricostruire con maggiore calma la sua storia, comprendere quali siano oggi le difficoltà principali e individuare alcuni primi obiettivi concreti e realistici. Non sarebbe necessario cambiare tutto subito: potremmo iniziare da ciò che oggi rappresenta per lei il problema più urgente e procedere gradualmente. Le mando un caloroso saluto Dott. Michele Basigli Psicologo Clinico Perugia


Gentile utente di mio dottore, affianchi alle cure farmacologiche somministrate dallo psichiatra un percorso di psicoterapia; con il tempo potrà così guardare ad un benessere più a lungo termine. Cordiali saluti Dott. Diego Ferrara


Buongiorno, innanzitutto grazie per la condivisione dei suoi pensieri e della sua storia di vita. Penso sia importante per Lei poter sviluppare questi pensieri in un ambiente protetto con un professionista dove con il tempo, si può sviluppare un lavoro in cui (dando spazio e ascolto a tutte le componenti che ha riportato nel messaggio per esempio) si costruiscono consapevolezza, confini, nuove risorse e valori in modo tale che possano aiutarla a gestire le condizioni della sua vita nel presente ed avere benefici anche per quanto riguarda le scelte che si presenteranno in futuro. Rimango a disposizione per ulteriori chiarimenti e se vuole approfondire meglio il discorso iniziato possiamo prenotare un primo colloquio conoscitivo. Nel frattempo le mando un caro saluto.


Buona sera, la sua preoccupazione per il futuro è comprensibile, ma non è necessario risolvere tutto insieme. Accanto al percorso psichiatrico, valuterei una psicoterapia orientata anche ad autonomia e abilità quotidiane, costruendo obiettivi molto concreti e graduali: gestione della casa, piccole responsabilità, relazioni e possibile inserimento lavorativo. A 38 anni queste competenze possono ancora essere apprese: partire da un piccolo passo concreto è già un modo per cambiare la situazione.


Gentile utente, grazie per aver raccontato la sua storia con tanta franchezza: non è facile, e già farlo è un primo passo. Quello che descrive è sofferenza reale, ma non una condanna. Dopo anni di bullismo, isolamento e ossessioni, è comprensibile sentirsi bloccati e senza direzione. Le persone non nascono "sapendo fare": le competenze, dalle faccende di casa a un lavoro, si imparano un passo alla volta, con obiettivi molto piccoli e un accompagnamento adeguato. Anche la paura per il futuro, quando i suoi genitori non ci saranno, è legittima e ha una risposta concreta: si può costruire per tempo, insieme a professionisti e ai servizi del territorio, una vita autonoma nella sua casa. Il farmaco e il rapporto con lo psichiatra sono importanti, ma da soli spesso non bastano. Le consiglio di iniziare un percorso di psicoterapia


Gentile utente, da ciò che racconta emerge una sofferenza profonda e una condizione di vita diventata progressivamente molto limitata. Il fatto che oggi Lei non lavori, non abbia una relazione o amicizie e dipenda dai Suoi genitori non significa che sia “inutile” o incapace di cambiare: descrive piuttosto una storia di isolamento, paura, sfiducia e dipendenza che nel tempo si è consolidata. Il bullismo subito a scuola può aver contribuito a farLe interiorizzare l’idea di essere diverso, inadeguato o destinato a essere rifiutato; quando questa convinzione diventa stabile, è comprensibile iniziare a evitare le situazioni che potrebbero metterla alla prova, come il lavoro, le relazioni o l’apprendimento di nuove competenze. Anche le parole “sono pigro” meritano di essere guardate con attenzione. Spesso ciò che dall’esterno appare come pigrizia è l’esito di ansia, vergogna, paura di fallire, scarsa fiducia nelle proprie capacità o di anni trascorsi senza occasioni graduali per diventare autonomi. Evitare dà un sollievo momentaneo, ma nel lungo periodo rafforza l’idea di non essere capaci. In questo modo si può creare un circolo vizioso: più si evita, meno esperienze positive si fanno; meno esperienze si fanno, più il mondo sembra minaccioso e più ci si sente incapaci.


Buonasera, le sue righe sono un grido di dolore, immagino la sofferenza. E'difficile risponderle con qulacosa di certo, mi sembra che l'unica possibilità sia che lei accetti di farsi aiutare. Per cambiare è necessario fare questo primo passo, provare a sentire fiducia, farsi aiutare, metterci questo coraggio. Se decide di fare questo passo io sono disponibile con una psicoterapia, anche online. Saluti Dario Martelli

Dott. Dario Martelli

Dott. Dario Martelli

psicologo clinico

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Grazie per aver raccontato una parte così difficile della sua vita. Leggo che desidera diventare più indipendente e che la paura di perdere i suoi genitori rende il futuro molto spaventoso. Sono preoccupazioni da prendere sul serio. Non deve risolvere tutto insieme. Per iniziare, scelga una sola attività quotidiana che oggi fanno i suoi genitori per lei, per esempio preparare una colazione o fare una piccola spesa. Chieda loro di mostrarle i passaggi e provi a ripeterli nei giorni successivi, anche se all’inizio non riesce a farli perfettamente. Può scrivere i passaggi su un foglio: imparare una cosa alla volta è già un modo per costruire autonomia. Ne parli anche con il suo psichiatra in quanto la paura per il futuro e il disturbo ossessivo compulsivo sono aspetti su cui è necessario ragionare insieme a lui, anche rispetto agli aiuti di cui potrebbe beneficiare. La sua situazione oggi è difficile, ma non deve affrontare in un solo momento il lavoro, le relazioni e il futuro senza i suoi genitori. Si può cominciare da un passo concreto e capire, strada facendo, quale sarà il successivo. Rimango a disposizione. Un caro saluto


Gentile utente, quello che racconta non descrive una vita “inutile”, ma una situazione in cui negli anni si sono accumulate isolamento, poca autonomia, esperienze dolorose e difficoltà che meritano di essere affrontate con gradualità. Anche dopo molto tempo, non è detto che le cose debbano rimanere così. Potrebbe essere utile portare proprio questi aspetti al suo psichiatra, soprattutto la paura del futuro e il desiderio di diventare più autonomo, e valutare insieme obiettivi molto concreti: imparare progressivamente alcune attività quotidiane, aumentare le occasioni di uscita e relazione e affrontare il problema ossessivo-compulsivo con un trattamento mirato. Non è necessario cambiare tutta la sua vita contemporaneamente: l'autonomia può essere costruita per piccoli passi, mantenendo anche il legame con la sua famiglia. Il fatto che oggi abbia bisogno dei suoi genitori non significa che non possa imparare nuove competenze. La preoccupazione per quando non ci saranno più può diventare anche uno stimolo per iniziare, già adesso, a costruire una maggiore sicurezza personale e pratica. Un caro saluto.


Salve. Descrive una condizione penosa e critica, caratterizzata da un legame di totale dipendenza e mancanza di autonomia. La strada da percorrere a mio avviso è chiara: accostare la psicoterapia al lavoro con lo psichiatra e rivolgersi ai servizi sociali per effettuare un percorso di inserimento sociale e lavorativo. Lei deve trovare un contesto all'interno del quale riuscire a elaborare la paura di separarsi dai suoi genitori e di affrontare il mondo, e che le permetta di acquisire quel tanto di autonomia affettiva, sociale e lavorativa di cui necessita per vivere in maniera più gratificante e serena. Saluti, Giorgio.


Gentile Signore, grazie per aver raccontato con tanta sincerità la situazione che sta vivendo. Dal suo messaggio emerge un disagio importante, ma anche un elemento molto significativo: si sta rendendo conto di non essere soddisfatto della sua vita e sente il desiderio di cambiare alcuni aspetti di essa. Il fatto stesso di aver deciso di porre questa domanda e di chiedere un aiuto rappresenta già un primo passo. Le difficoltà che descrive — la timidezza, l’isolamento sociale, la mancanza di esperienze lavorative e di autonomia, le esperienze di bullismo vissute in passato e le difficoltà legate al disturbo ossessivo-compulsivo — sono aspetti che meritano di essere compresi all’interno della sua storia personale. Sarebbe importante approfondire le esperienze dell’infanzia e dell’adolescenza, il rapporto con la famiglia, le esperienze relazionali e sociali e il modo in cui tutto questo può aver contribuito all’immagine che oggi ha di sé e alle modalità con cui affronta le situazioni. Anche la preoccupazione per il futuro e per ciò che potrebbe accadere quando i suoi genitori non ci saranno più è comprensibile, soprattutto considerando il ruolo centrale che attualmente ricoprono nella sua vita. Allo stesso tempo, può essere utile non vivere questa prospettiva soltanto come qualcosa di inevitabile e spaventoso, ma iniziare gradualmente a costruire quelle risorse e quelle autonomie che oggi sente di non avere. Anche il pensiero “non mi prenderà mai nessuno perché non ho esperienza” merita di essere approfondito. La mancanza di esperienza può certamente rappresentare una difficoltà concreta, ma non equivale a non avere capacità né significa che non sia possibile iniziare a costruirne. In questo senso, potrebbe essere utile lavorare sia sugli aspetti pratici — autonomia, competenze e graduale avvicinamento al mondo del lavoro — sia sui pensieri, sulle paure e sulle convinzioni negative che possono rendere ancora più difficile mettersi alla prova. L’obiettivo non dovrebbe necessariamente essere quello di cambiare tutto insieme, ma di individuare piccoli passi realistici che possano aumentare progressivamente la sua autonomia, la fiducia nelle proprie capacità e la possibilità di costruire una vita più soddisfacente e significativa. Considerando inoltre che riferisce di essere seguito da tempo da uno psichiatra e di avere una problematica ossessivo-compulsiva, sarebbe importante che questi diversi aspetti venissero considerati nel loro insieme, mantenendo eventualmente anche un confronto con il professionista che già la segue. Il fatto che oggi senta di voler uscire da una situazione che non la soddisfa più è già un punto da cui poter partire. Un caro saluto, Dott.ssa Lina Costantino


Gentile utente, la sofferenza che descrive è concreta e merita un intervento mirato. Un percorso cognitivo-comportamentale può aiutarla a identificare i pensieri che alimentano il senso di inutilità e a costruire, con esposizione graduale, piccole competenze quotidiane e sociali. Sul DOC l'esposizione con prevenzione della risposta è efficace. Le suggerisco di affiancare allo psichiatra uno psicoterapeuta CBT per obiettivi misurabili e sostenibili nel tempo. Un caro saluto, Dr. Vittorio Penzo


Salve, sono sicuramente angoscianti le preoccupazioni che la toccano. È subito lampante quanto preponderante sia il linguaggio negativo che rivolge nei confronti di sé stesso, che si definisce "pigro", "timido" e che "non sa fare nulla". Tale linguaggio, se ripetuto incessantemente, può diventare un assunto di base, talvolta privo di veridicità pratiche. Mi chiedo se tale narrazione di sé non sia un modo per allontanare la possibilità di mettersi davvero in gioco e tentare di fare esperienze in autonomia, lontane dai suoi genitori, per la paura di fallire.


Ciao caro, leggendo quello che scrivi mi arriva innanzitutto un grande senso di angoscia e di solitudine, mi dispiace molto sapere di questa situazione che stai vivendo. Mi sembra che dentro il tuo racconto ci sia una preoccupazione molto forte per il futuro, che arriva a spingersi molto avanti nel tempo: dalla tua vita di oggi arrivi già a immaginare la morte dei tuoi genitori, il rimanere solo, il non sapere come vivere e il rischio di perdere la tua casa e la tua autonomia. Mi colpisce anche il modo in cui parli di te: “vivo una vita inutile”, “non so fare niente”, “sono pigro”, “non so fare nessun lavoro”. Mi chiedo quanto, negli anni, questo sia diventato il modo attraverso cui hai imparato a raccontarti e a guardare alle tue possibilità. E mi chiedo anche quanto questa immagine di te sia diventata così presente da renderti difficile accorgerti di ciò che invece riesci a fare, delle risorse che possiedi o anche dei piccoli cambiamenti possibili. Hai attraversato esperienze importanti, come il bullismo, e racconti di avere da anni un percorso con uno psichiatra e di convivere con una forte difficoltà legata alle ossessioni e alla paura dello sporco. Sono elementi che meritano di essere considerati nel loro insieme, perché probabilmente la tua situazione non può essere ridotta semplicemente al “non faccio niente” o al fatto di vivere ancora con i tuoi genitori. Mi viene da chiederti anche quanto va avanti questa narrazione: quando pensi alla tua vita, quanto spazio occupa ciò che stai vivendo oggi e quanto, invece, lo occupa già tutto ciò che potrebbe accadere domani? Perché dal tuo racconto sembra che tu riesca già ad arrivare molto lontano, fino a immaginare una vita senza i tuoi genitori e senza possibilità per te. E cosa succederebbe se, per un momento, provassimo a fermarci un po' più vicino, senza dover risolvere oggi tutta la tua vita e senza dover sapere già come sarà quando i tuoi genitori non ci saranno più? Cosa potrebbe essere diverso, anche solo un po', nella tua vita di oggi? Sono domande alle quali, secondo me, un percorso psicologico potrebbe dare uno spazio e un tempo adeguati. In un percorso terapeutico potremmo provare a costruire insieme le risposte a queste domande e a molte altre: capire come si è costruita nel tempo l'immagine che hai di te, che posto occupano oggi i tuoi genitori nella tua vita, che cosa significa per te l'autonomia, che cosa rende così difficile fare alcuni passi e anche che cosa potrebbe rendere possibili dei cambiamenti. E, lavorando in un'ottica sistemico-relazionale, sarebbe interessante anche conoscere meglio il tuo contesto familiare e chiederci, senza dare per scontata alcuna risposta, quale funzione possano avere le tue difficoltà e i tuoi sintomi all'interno delle relazioni familiari. Come si sono organizzati nel tempo i rapporti tra te, i tuoi genitori e tua sorella? Che cosa succede nella famiglia quando tu stai male, quando provi a cambiare o quando si parla del tuo futuro? E come reagiscono gli altri alle tue difficoltà? A volte il sintomo non riguarda soltanto la persona che lo porta, ma si inserisce in una rete di relazioni e può assumere significati diversi all'interno di quella rete. Sarebbe proprio qualcosa da esplorare insieme, senza partire da interpretazioni già definite. Non penso quindi che tu debba trovare da solo una risposta alla domanda “cosa c'è che non va in me?”. Mi sembra molto più interessante poter capire insieme come sei arrivato fin qui e, soprattutto, se e come sia possibile costruire qualcosa di diverso a partire da dove sei oggi. Se senti che questo può essere uno spazio che ti potrebbe aiutare, puoi contattarmi, mi troverai lieta di accoglierti! Possiamo approfondire la tua situazione e valutare insieme la possibilità di iniziare un percorso psicologico. Un caro saluto, dott.ssa Arianna Broglia


Qui non c'è un solo aspetto da affrontare: ci sono il DOC, la timidezza, l'isolamento sociale, la mancanza di esperienze lavorative e soprattutto una forte dipendenza dai tuoi genitori nella gestione della vita quotidiana. La situazione è complessa, però eviterei di partire dall'idea che la tua vita sia inutile o che tu non sappia fare niente. A 38 anni hai certamente molte cose che oggi non sai fare, ma questo non significa che non possano essere apprese. Il problema è che, dopo tanti anni vissuti in questo modo, cambiare richiede un percorso graduale e concreto, ed è un percorso lento e con qualche difficoltà lungo la strada. Il fatto che tu sia già seguito da uno psichiatra da molti anni è importante. Se senti di essere fermo da tempo, gli parlerei apertamente proprio di questo: non soltanto dei sintomi, ma del fatto che vuoi iniziare a costruire maggiore autonomia nella tua vita; inoltre la possibilità di garantirsi l'autonomia, passa anche nella possibilità di cura! Se il professionista dove ti rechi non lo consideri adeguato, ricorda che ci sono molti altri professionisti. Consiglio inoltre di affiancare accanto alla gestione della sintomatologia, un vero e proprio lavoro psicologico molto concreto sugli aspetti quotidiani, relazionali e di autonomia, aspetti su cui racconti di voler lavorare. Ricorda che hai sempre possibilità di scelta! Informati nella tua regione sul possibile aiuto anche sotto forma di consultori familiari e centri di psichiatria del territorio. Buona fortuna!


Gentile Utente, la ringrazio per questa condivisione che immagino sia stata difficile e dolorosa da esporre. Lei racconta una storia di lotta, in cui nonostante tutto si è però ritrovato spesso a fare i conti con la solitudine, l'incomprensione, la rabbia per quello che ha dovuto soffrire. Tutto questo ci lascia cicatrici profonde e, spesso, crea un grande divario fra noi e il mondo esterno. Il fatto che sia seguito da uno psichiatra è sicuramente positivo, ci racconta come lei, nonostante le difficoltà, si stia mettendo in gioco per provare a trovare una luce e un presente diverso; è faticossissimo, immagino, ma è la strada giusta per provare a dare un senso alle emozioni che prova, con l'obiettivo di costruirsi un oggi più in linea con quello che lei desidera. Le consiglio di prendere in considerazione la possibilità di rivolgersi anche ad una o uno psicoterapeuta, in modo che lei possa fare anche un percorso più costante e profondo rispetto a quello psichiatrico, cercando di lavorare sui suoi vissuti all'interno di uno spazio non giudicante, in cui può sentirsi libero di esplorarsi seguendo i suoi tempi e le sue necessità. Anche altre attività, come la meditazione, ad esempio, o altre che sente possano stimolarla o interessarla in questo momento, possono sostenerla in questo percorso di ascolto e cura di Sé. Le auguro il meglio, Dott. Alessandro Rigutti


Buongiorno, la frase “non so fare niente” descrive bene come oggi si sente, ma non è necessariamente una fotografia definitiva di ciò che può imparare. Nella sua situazione vedo soprattutto un problema di autonomia rimasta molto limitata nel tempo: i suoi genitori fanno quasi tutto, lei ha poche occasioni di sperimentarsi e ogni giorno rischia così di confermare l’idea di non essere capace. Anche definirsi “pigro” potrebbe non spiegare molto: bisognerebbe capire quanto incidano il timore di sbagliare, l’abitudine a essere aiutato, il DOC, l’evitamento e la convinzione di non essere capace. La paura di quando i suoi genitori non ci saranno è comprensibile, ma può diventare anche il punto da cui iniziare a lavorare adesso, senza aspettare un’emergenza. E diventare più autonomo non significa necessariamente dover lasciare un giorno la propria casa: al contrario, costruire competenze adesso aumenta le possibilità di poter scegliere come vivere in futuro. Non partirei subito dal trovare una fidanzata o un lavoro qualsiasi. Partirei dalla costruzione di competenze concrete e progressive: imparare una sola attività domestica e svolgerla stabilmente da solo, occuparsi personalmente di qualche incombenza pratica, aumentare gradualmente le attività fuori casa con uno scopo preciso e successivamente valutare anche un percorso di orientamento o inserimento lavorativo adatto alla situazione di partenza. Non serve saper fare tutto: bisogna cominciare a imparare qualcosa. Il disturbo ossessivo compulsivo e la paura dello sporco meritano inoltre un lavoro specifico. Dopo otto anni di cura psichiatrica, potrebbe essere utile parlare apertamente con il suo psichiatra anche del fatto che, nonostante il trattamento, la sua autonomia e la qualità della vita rimangono molto limitate, valutando eventualmente anche un percorso psicologico specifico per il DOC e per queste difficoltà. Un altro punto importante riguarda i suoi genitori: aiutarla non significa necessariamente continuare a fare tutto al posto suo. Potrebbe essere utile coinvolgerli in un progetto graduale nel quale alcune cose che oggi fanno loro passino progressivamente sotto la sua responsabilità. Il primo obiettivo, quindi, non sarebbe trovare immediatamente “un senso alla vita”, ma cominciare a verificare attraverso i fatti che può imparare a fare autonomamente qualcosa che oggi non sa ancora fare. Da lì si può costruire il passo successivo. Se dovessero comparire pensieri di farsi del male o di non voler più vivere, è importante parlarne immediatamente con il suo psichiatra o con una persona vicina e chiedere aiuto urgente. Un percorso psicologico può essere utile proprio per costruire questo processo di autonomia in modo graduale e concreto e, se necessario, può essere svolto anche online. Un caro saluto.


Mi dispiace leggere quanto duramente descrivi te stesso, soprattutto quando dici di non saper fare nulla e di vivere una vita inutile. A volte, quando per molto tempo ci si guarda attraverso le proprie difficoltà, diventa difficile riconoscere anche le risorse e le capacità che si possiedono. Potresti provare, anche con l’aiuto della professionista che ti segue, a individuare ciò che sai fare, ciò che ti interessa o che potrebbe incuriosirti e partire proprio da lì. Anche una piccola attività, un corso o un’esperienza di volontariato potrebbero aiutarti gradualmente a sperimentare maggiore autonomia, sentirti più capace e creare nuove relazioni al di fuori dell’ambiente familiare. Non è necessario cambiare tutto insieme: si può iniziare da un piccolo obiettivo concreto e costruire, passo dopo passo, qualcosa di proprio. Un caro saluto Dott.ssa Furno' Cristina


Salve. Mi dispiace molto per i vissuti che sta sperimentando. Mi sento di suggerirle di rivolgersi presso i servizi territoriali della sua ASL di competenza dove può essere accolto da un'equipe multidisciplinare (psicologo, psichiatra, assistente sociale) che può mettere in atto un insieme di misure per poterla supportare al meglio. Un caro saluto


Gentilissimo sembra che la sua situazione le sia più che chiara ma che le mancano forse in questo momento le risorse per prendere in mano la sua vita. Il grado di difficoltà che descrive suggerisce che le occorre il supporto di uno psicologo per guidarla nella direzione del cambiamento che desidera. Indugiare oltre non può che peggiorare la situazione. In bocca al lupo. Alessandra Galli Psicologa Milano


Gentile utente, mi dispiace per la sofferenza che sta vivendo e per il senso di solitudine e inadeguatezza che descrive. Le esperienze di bullismo, le difficoltà relazionali e il disturbo ossessivo-compulsivo possono incidere profondamente sull'autostima e sulla possibilità di costruire una vita soddisfacente. Tuttavia, **il fatto che oggi si senta incapace di fare molte cose non significa che lo sia per sempre, né che la sua vita sia inutile.** Comprendo anche la preoccupazione per il futuro e per il momento in cui i suoi genitori non ci saranno più. È una paura comprensibile, soprattutto considerando quanto siano importanti per lei. Proprio per questo, sarebbe utile iniziare a costruire gradualmente una maggiore autonomia, senza pretendere di cambiare tutto in una volta. Le suggerirei di lavorare su alcuni aspetti: * **Autonomia quotidiana:** iniziare con piccoli compiti domestici, come preparare un pasto semplice, fare la spesa o occuparsi delle proprie cose. Sono abilità che si possono apprendere a qualsiasi età. * **Relazioni sociali:** cercare occasioni di incontro legate ai suoi interessi, senza porsi subito l'obiettivo di trovare una compagna. Anche costruire una singola amicizia può essere un primo passo importante. * **Lavoro e indipendenza:** valutare percorsi di orientamento lavorativo, formazione o inserimento graduale, eventualmente attraverso i servizi territoriali dedicati. Non avere esperienza a 38 anni non significa essere esclusi da ogni possibilità. * **Disturbo ossessivo-compulsivo:** affrontare in modo specifico la rupofobia, se non è già oggetto di un trattamento mirato. Esistono interventi psicoterapeutici specifici, come la terapia cognitivo-comportamentale con esposizione e prevenzione della risposta, che possono aiutare a ridurre i sintomi. Dal momento che è seguito da uno psichiatra da diversi anni, le consiglierei di condividere apertamente con lui il senso di vuoto, la mancanza di prospettive e le difficoltà nella vita quotidiana, valutando se il percorso attuale possa essere integrato con un intervento psicoterapeutico e un progetto concreto di autonomia. Anche coinvolgere sua sorella e i servizi territoriali potrebbe aiutarla a pianificare il futuro, rispettando il suo desiderio di continuare a vivere nella propria casa. Non deve necessariamente rinunciare alla propria abitazione o immaginare subito soluzioni che non sente adatte a lei. È però importante iniziare a costruire, passo dopo passo, le competenze e le risorse che le permettano di sentirsi più sicuro e meno dipendente dai suoi genitori. **La sua situazione merita attenzione, ma non è immutabile.** Non è necessario risolvere tutto subito: il primo obiettivo può essere individuare un piccolo cambiamento concreto da cui iniziare. Le consiglio, pertanto, di approfondire la sua situazione con uno specialista, in particolare uno psicoterapeuta che possa affiancarla nel lavoro sull'autostima, sulle difficoltà relazionali, sul disturbo ossessivo-compulsivo e sul raggiungimento di una maggiore autonomia. Un cordiale saluto, Dottoressa Silvia Parisi Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


Buongiorno, dal suo racconto emerge una situazione che le pesa molto e che probabilmente, dopo tanti anni trascorsi con poche esperienze di autonomia, le appare ormai come qualcosa di immutabile. Frasi come “non so fare niente” o “la mia vita è inutile” fanno capire quanto il giudizio che dà oggi di se stesso sia diventato globale: non sta descrivendo soltanto alcune difficoltà, ma sembra arrivare alla conclusione di non avere capacità in generale. Da una prospettiva cognitivo comportamentale, partirei proprio da questa distinzione. Non aver mai lavorato non significa necessariamente non essere capace di lavorare. Non aver imparato a gestire una casa non significa essere incapace di farlo. Significa, più concretamente, che alcune competenze non sono state ancora allenate o che per molto tempo sono state svolte da altre persone al suo posto. A 38 anni può essere doloroso rendersene conto, ma è molto diverso pensare “non ho ancora imparato” rispetto a “non sarò mai capace”. Il problema sembra essere che la sua vita si sia progressivamente organizzata in modo tale da chiederle pochissimo sul piano dell’autonomia. I suoi genitori fanno molte cose per lei, non ha esperienze lavorative, ha poche occasioni sociali e trascorre gran parte delle giornate all’interno di una routine molto stabile. Questo probabilmente la protegge da alcune difficoltà immediate, ma nello stesso tempo le impedisce di fare esperienze che potrebbero ridimensionare l’idea di essere incapace. Si crea facilmente un circolo: pensa di non saper fare qualcosa, quindi evita di provarci o qualcun altro la fa al posto suo. Non facendo esperienza, non acquisisce competenza. A quel punto il pensiero iniziale sembra confermato: “Vedi? Non so fare niente”. Per interrompere questo meccanismo non servirebbe cambiare tutta la sua vita contemporaneamente. Sarebbe probabilmente molto più utile iniziare da obiettivi piccoli e concreti di autonomia quotidiana. Per esempio imparare progressivamente alcune attività domestiche che oggi svolgono i suoi genitori, occuparsi personalmente di una commissione, gestire un appuntamento, preparare qualcosa da mangiare, organizzare una parte della propria giornata. Sono attività apparentemente banali, ma nel suo caso avrebbero un significato importante: iniziare a sperimentare che può imparare qualcosa senza dipendere necessariamente da qualcun altro. Anche rispetto al lavoro, partire dall’idea di dover trovare immediatamente una professione nella quale essere già competente rischia di bloccarla. Molti lavori vengono imparati attraverso l’esperienza. È vero che alcune offerte richiedono competenze pregresse, ma esistono anche attività nelle quali si parte da mansioni semplici o da percorsi di formazione. Prima ancora dell’obiettivo “trovare lavoro”, potrebbe esserci quello di comprendere quali attività potrebbe realisticamente svolgere, che cosa tollera meglio, quali capacità possiede già e quali potrebbe sviluppare. Dire “sono pigro” rischia inoltre di spiegare tutto e, nello stesso tempo, di non spiegare niente. Sarebbe più utile osservare cosa accade quando dovrebbe iniziare un’attività. Pensa che sarà troppo difficile? Teme di sbagliare? Si sente immediatamente stanco? Rimanda perché tanto ritiene che non cambierà nulla? Da una prospettiva cognitivo comportamentale, sono proprio questi passaggi che aiutano a comprendere perché una persona rimanga ferma anche quando desidera cambiare. Mi sembra molto importante anche la paura relativa ai suoi genitori. La preoccupazione per il futuro ha un fondamento concreto: oggi dipende molto da loro e sa che questa situazione non potrà durare per sempre. Tuttavia, pensarci continuamente senza costruire gradualmente maggiore autonomia rischia di trasformare questa consapevolezza in angoscia anziché in preparazione. I suoi genitori, dicendole “ora siamo vivi”, probabilmente cercano di tranquillizzarla. Ma il tema che pone merita comunque di essere affrontato. Il modo più efficace per ridurre quella paura non sarebbe cercare la garanzia che qualcuno si occuperà sempre di lei, ma iniziare già adesso a sviluppare le competenze che potrebbero permetterle, per quanto possibile, di gestire maggiormente la propria vita. Anche la questione sociale merita attenzione. Il bullismo vissuto a scuola potrebbe avere lasciato conseguenze sul modo in cui percepisce se stesso e gli altri. Se per anni ha imparato ad aspettarsi rifiuto, giudizio o esclusione, è possibile che oggi avvicinarsi alle persone sia particolarmente difficile. Il fatto di essere buono ed educato è certamente una qualità, ma purtroppo non garantisce automaticamente amicizie o relazioni sentimentali. I rapporti si costruiscono anche attraverso frequentazione, iniziativa, condivisione e tolleranza della possibilità che alcune persone non siano interessate. Se le occasioni sociali sono molto poche, diventa anche difficile che qualcosa cambi spontaneamente. Mi sembra però che il punto centrale non sia trovare subito una fidanzata o molti amici, quanto costruire una vita un po’ più sua. Più autonomia quotidiana, qualche responsabilità, attività con una certa continuità e occasioni nelle quali possa sentirsi competente potrebbero progressivamente modificare anche il modo in cui si percepisce. Riferisce inoltre di essere seguito da uno psichiatra da otto anni. Considerando quanto la difficoltà riguardi oggi il funzionamento quotidiano, l’autonomia, le relazioni e alcuni comportamenti legati alla paura dello sporco, potrebbe essere particolarmente utile affiancare, se non è già presente, un percorso psicologico strutturato, possibilmente ad orientamento cognitivo comportamentale. Un lavoro di questo tipo potrebbe aiutarla a comprendere come si siano costruiti negli anni pensieri come “non sono capace”, quali comportamenti li mantengano, quanto l’evitamento riduca la sua autonomia e come procedere attraverso obiettivi molto graduali ma concreti. Non avrebbe senso chiederle di cambiare personalità o diventare improvvisamente indipendente. Avrebbe più senso costruire, insieme a un professionista, una sequenza di passi sufficientemente piccoli da poter essere affrontati e sufficientemente significativi da iniziare a modificare la sua quotidianità. Anche il rapporto con i suoi genitori potrebbe entrare in questo percorso, perché probabilmente sarà necessario che progressivamente smettano di fare alcune cose al posto suo, permettendole di provarci anche quando inizialmente sarà più lento o commetterà degli errori. A 38 anni non è utile negare il fatto che molte esperienze non siano ancora state fatte. Ma non è nemmeno corretto trasformare ciò che manca oggi nella previsione che mancherà per sempre. Forse la domanda più utile non è “come farò quando non ci saranno più i miei genitori?”, perché questa domanda apre uno scenario enorme e inevitabilmente spaventoso. Potrebbe essere: “qual è una cosa che oggi fanno loro per me e che posso iniziare, gradualmente, a imparare a fare io?”. È da passaggi di questo tipo che l’indipendenza può iniziare a diventare qualcosa di concreto anziché soltanto una paura per il futuro. Se, oltre al sentirsi inutile, dovessero comparire pensieri di non voler più vivere o di farsi del male, sarebbe importante non affrontarli da solo e parlarne subito con il professionista che la segue o con i servizi di emergenza. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


Buongiorno, in queste poche ma dense righe si capisce come l'insicurezza sia il suo ostacolo più grande. Se è vero che "non sa fare niente" sicuramente ha in mente una serie di cose che potrebbe imparare a fare, le consiglio di partire da quelle più semplici, sono sicuro che riuscirà a farle senza problemi. Si autorizzi a prendersi cura di se stesso e vedrà che migliorerà anche questo senso di insicurezza. Resto a sua disposizione per una visita di approfondimento


Gentile utente, nelle sue parole c’è tanta sofferenza, ma emerge anche una cosa fondamentale: la voglia lucida di non arrendersi e il desiderio autentico di difendere la sua autonomia e il suo futuro. Non è che lei "non sa fare niente", ma è rimasto bloccato in un circolo vizioso di paure ed evitamenti quotidiani in cui ogni tentativo di azione si è congelato. I farmaci possono dare un sollievo, ma da soli non bastano per sbloccare la vita pratica. Per spezzare questo schema e le paure che la frenano, un approccio mirato e pragmatico come la psicoterapia breve strategica può essere particolarmente indicato ed efficace: lavora in tempi brevi proprio per disinnescare i meccanismi che mantengono i problemi, aiutando la persona a riprendere gradualmente il controllo della propria quotidianità attraverso compiti concreti. L'autonomia di domani si costruisce a piccoli passi oggi, anche iniziando a concordare con i suoi genitori una singola mansione domestica alla volta. Si dia la possibilità di farsi affiancare in un lavoro attivo: il cambiamento si allena giorno per giorno. Un caro saluto, Dott. Sandro Mangano, psicologo e direttore clinico del centro NeuFitLab


Buon pomeriggio, non partirei dalla domanda “cosa c’è che non va in me?”, perché nel suo racconto lei sembra essersi identificato completamente con l’idea di essere incapace, solo e “inutile”. Ma una persona non coincide con le proprie difficoltà né con ciò che non è riuscita ancora a fare. Il fatto che sia seguito da uno psichiatra da anni rende ancora più importante non limitarsi a cercare soluzioni pratiche immediate, ma interrogare ciò che sostiene questa posizione e ciò che, nel suo desiderio, è rimasto senza spazio. Anche la preoccupazione per la futura perdita dei genitori sembra dirci qualcosa: oggi sono loro a rappresentare il principale sostegno della sua vita, ma la domanda potrebbe diventare che cosa può iniziare a costruire lei, a partire da ciò che desidera, prima ancora che sia costretto dalla perdita a farlo? Non è necessario trasformare la sua vita tutta insieme. Un percorso psicoterapeutico, eventualmente affiancato al trattamento psichiatrico che già segue, potrebbe aiutarla a mettere in parola questa storia e a costruire gradualmente una posizione più autonoma. E il primo passo potrebbe essere proprio smettere di pensarsi come una persona “senza valore” e iniziare a interrogarsi su ciò che, nonostante tutto, desidera. Un caro saluto


Gentilissimo, da quanto ha scritto emerge chiaramente la sua sofferenza e la ringrazio per aver avuto il coraggio di condividerla. E' palpabile quanto lei non abbia consapevolezza delle proprie risorse e punti di forza in modo tale da investirli per vivere una vita interessante e trovare un lavoro. La preoccupazione riguardo alla futura morte dei genitori è un vissuto comune, soprattutto quando si diventa adulti e si sperimenta un senso di vulnerabilità. In questo senso, potrebbe esserle utile focalizzarsi sul presente, sul "qui e ora", per comprendere cosa sia possibile fare già da subito. Oltre al supporto dello psichiatra, la invito a tenere in considerazione la possibilità di intraprendere un percorso psicologico. Un professionista la accompagnerà nella costruzione della sua autostima, nella consapevolezza delle sue risorse e nella definizione di piccoli passi concreti verso l'autonomia. Insieme potrete esplorare non solo la gestione dell'ansia legata al futuro, ma anche strategie pratiche per affrontare la rupofobia e la timidezza che oggi le sembrano blocchi insormontabili. Il fatto stesso che lei abbia espresso il desiderio profondo di essere indipendente e di voler rimanere nella sua casa dimostra che in lei c'è una spinta vitale importante, una base solida da cui ripartire. Non è mai troppo tardi per imparare, un piccolo passo alla volta. Resto a disposizione per qualsiasi necessità. Cordiali saluti


Salve, mi colpisce quanto spesso nel suo racconto ritorni la frase “non so fare niente”. La utilizza parlando del lavoro, della casa, delle relazioni e, infine, del futuro senza i suoi genitori. Più che descrivere soltanto ciò che oggi non sa fare, sembra essere diventata una definizione complessiva di se stesso: non “ci sono molte cose che non ho ancora imparato”, ma “io sono una persona che non sa fare niente”. Sono due modi molto diversi di guardare alla stessa situazione. La sua condizione è certamente difficile e non credo sarebbe utile risponderle semplicemente di uscire di più, cercarsi un lavoro o “darsi da fare”. Dopo molti anni trascorsi in una situazione nella quale i suoi genitori si occupano praticamente di tutto, mentre lei convive con isolamento, timidezza, una storia di bullismo e importanti difficoltà ossessive, l'autonomia non può essere improvvisamente pretesa: deve essere costruita. Mi sembra inoltre molto importante la paura della morte dei suoi genitori. Lei sta cercando di risolvere oggi mentalmente una situazione futura terribile: “quando non ci saranno più, come farò?”. I suoi genitori le rispondono che oggi sono vivi, ma forse la sua domanda contiene qualcosa che merita di essere ascoltato già adesso: “posso imparare a vivere anche senza dipendere completamente da loro?”. Su questo, diversamente dalla morte e dal momento in cui arriverà, è possibile iniziare a intervenire concretamente. Dopo otto anni di trattamento psichiatrico e con una vita che continua a essere così limitata, ne parlerei molto chiaramente con il suo psichiatra. Non soltanto dei sintomi, ma del funzionamento quotidiano: non lavorare, non avere relazioni, non occuparsi della casa, dipendere dai genitori e non riuscire a immaginarsi autonomo. Potrebbe essere utile valutare anche una psicoterapia, se non la sta già facendo, e capire se siano indicati interventi riabilitativi specifici. Per il disturbo ossessivo-compulsivo esistono inoltre trattamenti psicoterapeutici specifici, e sarebbe importante verificare se ne abbia mai seguito uno in maniera adeguata. Ma inizierei a pensare all'autonomia in termini molto più piccoli di “diventare indipendente”. Imparare a prepararsi un pasto, fare una lavatrice, occuparsi di una parte della casa, gestire una commissione, prendere progressivamente in carico alcune pratiche personali. Non perché queste cose risolvano la sua solitudine, ma perché ogni competenza acquisita comincerebbe a mettere in discussione quella convinzione così radicata: “senza mamma e papà non posso farcela”. Lo stesso vale per il lavoro. A 38 anni e senza esperienze precedenti l'inserimento può essere più difficile, ma “non ho esperienza” non equivale a “non potrò mai lavorare”. Potrebbe essere necessario partire da qualcosa di molto graduale e accompagnato, eventualmente attraverso servizi territoriali di salute mentale e percorsi di inserimento lavorativo, tenendo conto delle sue effettive difficoltà. E non trascurerei la frase con cui apre: “vivo una vita inutile”. Se dietro queste parole ci fossero anche pensieri di morte, il desiderio di non vivere più o pensieri di farsi del male, è importante dirlo esplicitamente al suo psichiatra e ai suoi genitori; se sentisse di poter agire contro di sé, si rivolga subito al 112 o al Pronto Soccorso. Forse, quindi, non partirei dalla domanda enorme “come posso dare un senso alla mia vita?”. Dopo tanti anni rischia soltanto di farle sentire ancora più grande la distanza dalla vita che vorrebbe. Partirei da una domanda più concreta: “qual è la prima piccola parte della mia vita che posso cominciare a prendere in carico io?”. Lei teme un futuro nel quale sarà costretto improvvisamente a fare senza i suoi genitori. Il lavoro potrebbe essere fare in modo che quel futuro non debba cominciare tutto in una volta, ma che una parte della sua autonomia possa iniziare mentre loro sono ancora accanto a lei.


Gentilissimo, dalle sue parole arriva innanzitutto una grande sofferenza, ma anche qualcosa di importante: la consapevolezza che il modo in cui sta vivendo oggi non le basta più. Da qui, se pur con dolore, si può iniziare a mettere le basi per un cambiamento. Lei ripete che non sa fare niente, che si sente pigro, che è timido, che non ha esperienza, quasi che queste frasi definissero ciò che lei è. Io proverei invece a separare la persona dalla storia che ha imparato a raccontarsi su di sé. Essere rimasti per molti anni protetti dai propri genitori, aver avuto esperienze di bullismo, aver evitato situazioni che facevano paura, avere un disturbo ossessivo compulsivo e una forte ansia per lo sporco, può aver progressivamente ristretto il campo della propria vita. Ma una vita ristretta non significa che lei è una persona incapace. Ha paura inoltre per la morte dei suoi genitori, di non riuscire a cavarsela da solo. Lo comprendo molto bene e comprendo che il pensiero la terrorizzi. I suoi genitori oggi non rappresentano solo due persone ma una solida struttura che le permette di non confrontarsi direttamente con il mondo, per questo la loro futura assenza viene percepita come una caduta nel vuoto. Forse, però il compito non è prepararsi ad affrontare quel vuoto tutto in una volta ma, cominciare a costruire molto lentamente, qualcosa che possa stare in piedi anche senza di loro. L'indipendenza non è non aver bisogno di nessuno, ma significa aver bisogno degli altri senza sentirsi incapaci senza di loro. Provi a chiedersi: quale è la prima cosa che oggi non so fare e che potrei imparare? La presenza dell'ossessività e della rupofobia, inoltre, merita un lavoro terapeutico più profondo e specifico, non perché lei sia sbagliato, ma perché l'ansia e l'evitamento possono diventare una gabbia molto sofisticata: più evito ciò che mi fa paura, più mi sento incapace di affrontarlo; meno mi sento capace più evito. E così il mondo diventa sempre più piccolo. Non deve trasformarsi improvvisamente in un uomo autonomo, il punto è provare con molta delicatezza via via ad allargare di qualche centimetro il confine della propria vita. Dietro il "non so fare", potrebbe, forse, esserci una domanda più profonda: posso, finalmente scoprire chi sono, al di là della paura e della protezione? Questa potrebbe essere la domanda da cui iniziare. Spero di esserle stata un po' di aiuto. Resto a disposizione, Dottoressa Serena Danti.


La situazione che descrive è complessa, ma non è troppo tardi per costruire maggiore autonomia. Si può partire da piccoli obiettivi concreti, senza pretendere di cambiare tutto subito. La paura di rimanere solo dopo i suoi genitori può diventare uno stimolo per iniziare già oggi un percorso di autonomia, affrontando gradualmente le difficoltà pratiche, sociali e lavorative. Ne parli con lo psichiatra che la segue, valutando anche un percorso psicoterapeutico mirato. Dott.ssa Janett Aruta Ricevo online su MioDottore e in studio a Palermo


Buongiorno, nel Suo racconto emerge molta sofferenza, ma anche una forte preoccupazione per il futuro e per la possibilità di riuscire a vivere in autonomia. Colpisce il modo in cui descrive se stesso attraverso espressioni come «non so fare niente», «sono pigro», «la mia vita è inutile». Potrebbe essere importante chiedersi: quando ha iniziato a guardarsi in questo modo? Quanto di questa immagine di sé è legato alle esperienze vissute, anche al bullismo? E che cosa significa per Lei oggi diventare indipendente? Il fatto che da anni sia seguito da uno psichiatra non significa che debba rassegnarsi alla situazione attuale. Un percorso psicologico potrebbe offrirLe uno spazio per approfondire questi vissuti e, soprattutto, iniziare a costruire con Lei una prospettiva diversa per il futuro.


Salve, da quello che racconta sembra che da molto tempo viva una grande solitudine e la sensazione di essere rimasto fermo, senza sapere come costruire una vita diversa. Ma il fatto che oggi non sappia fare alcune cose non significa che non possa impararle. Anche la paura di ciò che accadrà quando i suoi genitori non ci saranno più merita di essere affrontata, non aspettando quel momento ma iniziando gradualmente a costruire maggiore autonomia già oggi. Il lavoro potrebbe partire proprio da piccoli passi concreti, rispettando i suoi tempi e le difficoltà legate al disturbo ossessivo-compulsivo. Il fatto che stia già seguendo un percorso psichiatrico da anni non significa che debba rassegnarsi a stare così. Potrebbe essere utile affiancare al trattamento farmacologico uno spazio psicoterapeutico in cui lavorare sulla sua storia, sulle relazioni e, soprattutto, sulla possibilità di costruire una vita che senta più sua. Un abbraccio, dott.ssa Veronica De Iuliis


Buon pomeriggio e grazie per aver condiviso la sua esperienza. Dice di essere in carico a uno psichiatra, assume una terapia farmacologica? Oltre allo psichiatra, è seguito anche da uno psicologo/psicoterapeuta? Ha una rete di amici su cui poter contare? Da dove naseìce questo senso di inutilità? Saluti. Dott.ssa Nike Valentini


Gentile Utente, nel suo racconto ritorna molte volte la frase *“non so fare niente”*, ma c'è anche un'altra frase che mi sembra molto importante: **“voglio essere indipendente”**. Partirei proprio da questa. La paura di perdere un giorno i suoi genitori è comprensibile, ma nel suo caso sembra contenere anche un'altra paura: *“Come potrò vivere senza di loro se oggi fanno quasi tutto per me?”* È una domanda dolorosa, ma può diventare anche un'indicazione della direzione verso cui lavorare adesso, mentre i suoi genitori ci sono. Non penserei immediatamente al lavoro, a vivere da solo, a trovare una compagna o a cosa accadrà tra molti anni. L'autonomia si costruisce attraverso piccoli apprendimenti concreti. Se oggi i suoi genitori fanno tutto, potrebbe iniziare scegliendo **una sola cosa che ancora fanno per lei e imparare gradualmente a farla da solo**. Poi una seconda, e successivamente un'altra. Dire *“non so fare”* non significa necessariamente *“non posso imparare”*. Se per molti anni alcune esperienze sono state fatte al suo posto, può darsi che abbia avuto poche occasioni per sperimentare le proprie capacità e costruire fiducia in se stesso. Considerando il DOC, la rupofobia e gli otto anni di presa in carico psichiatrica, credo però che questo progetto non debba essere affrontato da solo. Ne parlerei chiaramente con il suo psichiatra, chiedendo di costruire un percorso che non riguardi soltanto i sintomi, ma anche **autonomia personale, abilità quotidiane, socialità e progressivo avvicinamento al mondo del lavoro**. Può essere utile anche affiancare un percorso psicologico, se non è già presente. Non deve prepararsi oggi alla morte dei suoi genitori. Può però utilizzare questa paura per iniziare a prepararsi **alla propria vita**. Forse, invece di domandarsi *“come farò quando loro non ci saranno?”*, può iniziare da una domanda molto più piccola e concreta: **“Che cosa posso imparare a fare da solo questa settimana?”** È attraverso molti piccoli passi di questo tipo che la frase *“non so fare niente”* può gradualmente lasciare spazio a una nuova esperienza di sé: *“questa cosa prima non sapevo farla, adesso sì”*. Un cordiale saluto, Marica Romano Psicologa


Leggo soprattutto una vita che, nel tempo, si è progressivamente ristretta, fino a farle credere che ciò che oggi non sa fare sia ciò che non potrà mai imparare. Potrebbe chiedersi: “Quanto della mia vita attuale è una scelta e quanto è diventato un modo per proteggermi dalla paura?” e “Se smettessi di pretendere di cambiare tutto insieme, da quale piccola cosa potrei iniziare?”. Anche il timore per il futuro dei suoi genitori merita di essere trasformato da una preoccupazione paralizzante in un progetto graduale di autonomia. Rimango a disposizione per poter approfondire adeguatamente in un contesto più adeguato.


Salve, da quello che racconta sembra che da molto tempo stia vivendo una situazione di forte sofferenza, solitudine e preoccupazione per il futuro. Le esperienze di bullismo, la difficoltà nelle relazioni, il timore di rimanere solo e le difficoltà legate al disturbo ossessivo possono aver contribuito a farle percepire la sua vita come ferma e senza possibilità di cambiamento. Il fatto che oggi senta di non saper fare alcune cose o di non essere ancora riuscito a costruire un'indipendenza non significa che non possa imparare a farlo. Non è necessario cambiare tutto insieme: si può partire da piccoli obiettivi concreti, lavorando gradualmente sulle autonomie, sulle relazioni e sulla fiducia nelle proprie capacità. Un supporto psicologico potrebbe esserle utile per avere uno spazio in cui sentirsi ascoltato senza giudizio, comprendere meglio le difficoltà che sta vivendo e costruire, passo dopo passo, una maggiore autonomia e una prospettiva diversa sul suo futuro. Potrebbe inoltre essere importante condividere queste preoccupazioni anche con lo psichiatra che la segue, così da valutare insieme il modo più adatto per sostenerla. Dott.ssa Noemi Anguilano


Buongiorno, sono la Dott.ssa Morena, psicologa. Nel suo racconto sento soprattutto molta sofferenza e la sensazione di essere rimasto fermo mentre la vita andava avanti. E capisco perché, pensando al futuro e alla possibilità di perdere i suoi genitori, questa paura diventi ancora più grande. Però vorrei soffermarmi su una cosa: il fatto di non aver ancora sviluppato alcune autonomie non significa che non possa impararle. A 38 anni alcune esperienze possono essere ancora da costruire, e non è necessario imparare a vivere in modo completamente indipendente tutto insieme. Anche il fatto che sia seguito da uno psichiatra da anni non significa che non ci sia altro da poter fare: potrebbe essere utile parlare con lui proprio di questa difficoltà e valutare un percorso psicologico orientato concretamente all'autonomia, alla gestione delle compulsioni, alle relazioni e alle competenze quotidiane. Potrebbe essere importante partire da obiettivi molto piccoli e verificabili: imparare una mansione domestica, occuparsi progressivamente di alcune commissioni, costruire occasioni di socialità, esplorare con gradualità un'attività formativa o lavorativa compatibile con le sue difficoltà. Non perché debba diventare improvvisamente una persona completamente diversa, ma perché ogni piccola autonomia può aumentare quella successiva. E la preoccupazione per quando i suoi genitori non ci saranno è comprensibile, ma non è necessario risolvere oggi l'intera vita che immagina per quel momento. Si può iniziare a costruire adesso, insieme a qualcuno, le competenze e le risorse che potranno renderla più affrontabile. Se sente di voler iniziare questo percorso, può scrivermi. Possiamo provare a capire da quale piccolo passo partire, senza pretendere di cambiare tutto in una volta.


Salve, grazie per aver raccontato con tanta sincerità quello che sta vivendo. Da ciò che scrive emerge una forte sensazione di blocco, solitudine e paura del futuro, soprattutto rispetto alla dipendenza dai suoi genitori e alla difficoltà di immaginarsi autonomo. Credo però che sia importante non partire dall’idea di dover cambiare tutto insieme. Si può lavorare gradualmente su autonomia, timidezza, relazioni, quotidianità e DOC, costruendo piccoli obiettivi concreti. Mi piacerebbe capire meglio cosa la limita maggiormente oggi e da lì individuare insieme un primo passo realistico. Il fatto che abbia deciso di chiedere aiuto e raccontarsi è già un punto importante da cui partire.


Gentile utente, grazie per aver raccontato una situazione così personale e complessa. Da quello che descrive emerge una sofferenza importante e che sembra protrarsi da molti anni. Le esperienze di bullismo, l'isolamento sociale, la mancanza di esperienze lavorative e di autonomia, insieme alle difficoltà legate al disturbo ossessivo-compulsivo, possono aver contribuito nel tempo a rafforzare la sensazione di essere bloccato e di non avere gli strumenti per costruire una vita diversa. Il fatto che Lei oggi si descriva come “pigro”, incapace o come una persona che “non sa fare niente” merita di essere esplorato con attenzione, senza dare per scontato che queste siano caratteristiche immutabili della Sua persona. Quando si vive per molto tempo in una situazione di dipendenza e isolamento, infatti, può diventare molto difficile sviluppare autonomia e fiducia nelle proprie capacità. Visto che è già seguito da uno psichiatra da diversi anni, credo sarebbe importante valutare anche un percorso psicologico/psicoterapeutico strutturato, possibilmente con un professionista che abbia esperienza nel trattamento del disturbo ossessivo-compulsivo e delle difficoltà legate all'ansia e all'autonomia personale. Il lavoro potrebbe riguardare non soltanto il disagio psicologico, ma anche obiettivi molto concreti e graduali: aumentare le autonomie quotidiane, acquisire competenze pratiche, ampliare progressivamente le occasioni sociali e iniziare a costruire una prospettiva lavorativa compatibile con la Sua situazione attuale. Anche la preoccupazione per il momento in cui i Suoi genitori non ci saranno più è comprensibile e, proprio perché oggi rappresenta una fonte così forte di ansia, potrebbe essere utile trasformarla progressivamente da una paura del futuro in un progetto concreto per il presente. Non è necessario pensare subito a una soluzione radicale come una casa di accoglienza o alla presenza di una badante: esistono diversi livelli di autonomia e diverse forme di supporto che possono essere valutati in base alle Sue effettive necessità. Le suggerirei quindi di parlarne apertamente anche con il Suo psichiatra, chiedendo se ritiene indicato affiancare al trattamento attuale un percorso psicoterapeutico specificamente orientato all'autonomia e alla gestione del DOC. Sarebbe importante, inoltre, non pretendere di cambiare tutto contemporaneamente: in una situazione che dura da molti anni, anche piccoli passi concreti possono rappresentare l'inizio di un cambiamento significativo. Il fatto che oggi Lei senta di non avere una vita soddisfacente non significa che questa debba necessariamente rimanere la Sua condizione per sempre. Il punto di partenza può essere proprio quello di individuare insieme, con un professionista, il primo passo realistico da cui cominciare. Sarei felice di accompagnarla in questo percorso. Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo. Resto a disposizione attraverso consulenze online. Dott. Luca Rochdi


Buongiorno ho letto il Suo messaggio che e' proprio una richiesta di aiuto. Comprendo le Sue preoccupazioni e credo che una psicoterapia La potrebbe sostenere certamente. Si tratta di crescere ed uscire dal guscio domestico per imparare ad affrontare le Sue paure. Solo cosi' credo potrebbe trovare un proprio equilibrio e maggiore indipendenza. Quindi La inviterei a riflettere sulla possibilita' di iniziare un percorso terapeutico di tipo dinamico per superare le Sue paure. Cordiali saluti


Caro paziente, Quello che descrive è una situazione difficile, ma non è "inutile" né senza soluzione. Dopo anni di bullismo, isolamento e dipendenza dai genitori, è comprensibile che si senta bloccato. Il fatto che si preoccupi del futuro e voglia diventare indipendente è una risorsa importante: indica una direzione chiara. Dopo 8 anni senza senso di direzione, può chiedere allo psichiatra un affiancamento psicologico CBT, con obiettivi concreti e verificabili, oltre al lavoro sul DOC. Può anche rivolgersi al centro di salute mentale del territorio, dove esistono progetti di autonomia e inserimento sociale e lavorativo. Il timore del futuro non si risolve rimuginando, ma costruendo competenze oggi, un passo per volta. Saluti Paolo Lippi


Salve, dalle sue parole emerge una profonda sofferenza, accompagnata dalla sensazione di essere rimasto bloccato in una vita che non sente sua e dalla paura di non riuscire ad affrontare il futuro senza i suoi genitori. Tuttavia, il fatto che oggi si senta incapace di fare molte cose non significa che non possa impararle gradualmente. Le suggerirei di condividere apertamente queste preoccupazioni con il suo psichiatra, valutando anche la possibilità di affiancare al percorso farmacologico un sostegno psicologico. Potrebbe essere utile lavorare su piccoli obiettivi concreti, per acquisire progressivamente autonomia nelle attività quotidiane e nelle relazioni, senza pretendere di cambiare tutto in una volta. Sarebbe importante, inoltre, coinvolgere la sua famiglia nella costruzione di un progetto per il futuro, affinché possa iniziare a sperimentare maggiore indipendenza già oggi, senza dover attendere che i suoi genitori non ci siano più. Un caro saluto. Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.


Buongiorno, da quello che racconta mi sembra che lei abbia davanti non un piccolo problema da risolvere con qualche consiglio, ma una situazione complessa che coinvolge molti aspetti della sua vita. E forse, proprio per questo, un grande problema ha bisogno di una grande soluzione, che difficilmente può arrivare attraverso una risposta online. In ogni modo ho voluto risponderle perché leggo qualcosa di importante nelle sue parole: nonostante tutto ciò che racconta, lei non ha rinunciato all’idea di poter vivere diversamente. Desidera essere indipendente, avere una vita più piena, imparare a fare delle cose da solo e costruire relazioni. Qui la sua sofferenza mi arriva segno di vitalità, un'ottima base per sostenere il fatto che, anche se oggi non sa ancora come farlo non significa che non possa impararlo, magari proprio venendo in terapia. Nella psicologia dello sviluppo contemporanea, infatti, il ciclo di vita non è più vista come una strada fatta di fasi uguali per tutti. Ogni essere umano è un essere creativo, che porta in sé il suo cambiamento proprio come un seme porta con sé l'albero che diverrà. Anche a 38 anni, quindi, possono nascere possibilità che oggi lei non riesce ancora a immaginare e che fanno già parte di lei. In un certo senso è come se lei già sapesse come fare non non lo vedesse. LA terapia non permette di recuperare in pochi mesi ciò che sente di non aver vissuto, ma aiuta a cominciare a costruire, passo dopo passo, esperienze nuove. Anche la paura per il futuro e per la possibile perdita dei suoi genitori merita di essere ascoltata, proprio avvicinandosi oggi a tutto il dolore e tutta la solitudine di un futuro che ancora non esiste. Ma il dolore spaventa e da soli può risultare inavvicinabile. Se vuole, una cosa che può provare a fare da solo è iniziare a chiedersi che cosa può imparare oggi per sentirsi un po’ più capace e autonomo domani. Iniziare da un piccolo passo. Una psicoterapia potrebbe offrirle uno spazio proprio per questo: non soltanto parlare dei problemi, ma partire da ciò che accade concretamente nella sua esperienza, riconoscere risorse e blocchi, sperimentare modalità nuove di stare in relazione e costruire gradualmente un diverso rapporto con se stesso e con il mondo. Il fatto che lei sia già seguito da uno psichiatra da anni non impedisce di affiancare a questo un percorso psicoterapeutico, eventualmente coordinandosi con il professionista che la segue. Se vuole, può iniziare un percorso con me e possiamo partire senza pretendere di risolvere tutta la sua vita in una volta, ma cercando insieme da dove è possibile cominciare.


Capisco perché oggi tu possa vedere tutto come un unico grande problema, ma il fatto che tu abbia difficoltà in diverse aree non significa che la tua vita sia “inutile” o che non possa cambiare. Non è necessario risolvere tutto insieme: in terapia si potrebbe costruire gradualmente autonomia, lavorando su ansia, DOC, timidezza, competenze quotidiane e fiducia nelle tue possibilità. Potremmo anche affrontare concretamente la paura del futuro e costruire insieme, passo dopo passo, un progetto di maggiore indipendenza, partendo da ciò che oggi è realisticamente possibile per te.


Salve, da ciò che racconta emerge molta sofferenza, ma anche un forte desiderio di diventare più autonomo: partirei proprio da questo. Più che cercare di “sistemare” tutta la sua vita insieme, sarebbe importante individuare piccoli obiettivi concreti e graduali: imparare alcune attività domestiche, costruire una routine, esplorare possibilità lavorative compatibili con le sue difficoltà e ampliare progressivamente gli spazi di autonomia. Dopo otto anni di percorso psichiatrico, valuterei anche l’affiancamento di una psicoterapia, se non è già presente, portando esplicitamente questi obiettivi. Anche il DOC e la paura del futuro meritano uno spazio specifico. La preoccupazione per quando i suoi genitori non ci saranno è comprensibile, ma può diventare anche un motivo per iniziare oggi a costruire, un passo alla volta, quella indipendenza che desidera.

Dott.ssa Vanessa Giachetto

Dott.ssa Vanessa Giachetto

psicologo

San Donà di Piave

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Salve, nella psicologia e psicoterapia sistemica chiamiamo questa situazione "svincolo impossibile", se le interessa approfondire questa tematica può svolgere delle ricerche. Mi chiedo se oltre alla psichiatria, alla quale si rivolge da 8 anni, abbia mai svolto delle sedute di psicoterapia. Nel suo caso sarebbe utile, in quanto potrebbe trovare un supporto per aiutarla ad esprimersi liberamente ed esprimere le sue emozioni. Ogni piccolo traguardo è un successo, anche chiedere un supporto è un traguardo. Saluti, Dott.ssa Anita Richichi


«Ora siamo vivi.» È la risposta che ha ricevuto quando ha provato a dire la sua paura più grande. Lei non stava chiedendo cosa succederà fra vent'anni. Stava chiedendo di imparare adesso a reggersi, e quella domanda è rimasta aperta. Forse allora il punto non è quante cose non sa fare. È come è organizzata la casa in cui vive: ci sono compiti che qualcun altro svolge da sempre al posto suo, e finché li svolge loro, lei non ha occasione di scoprire se saprebbe. Le dinamiche familiari che durano da decenni sono fra le più difficili da vedere dall'interno, perché sembrano semplicemente la vita. Una domanda su cui tornare: quando dice «non so fare niente», sta descrivendo una capacità o un'abitudine di casa? Da un racconto scritto non si valuta. Su questo serve un percorso psicologico, con qualcuno che guardi insieme a lei. Se vuole parlarne, sul mio profilo trova un primo colloquio conoscitivo di 20 minuti, gratuito, che si prenota direttamente in agenda. Ricevo online. Dott.ssa Alessia Cipriano, psicologa clinica


Buonasera, dalla sua descrizione emerge una situazione che le provoca molta sofferenza, ma anche un desiderio molto chiaro: diventare più autonomo e costruire una vita che senta maggiormente sua. Più che partire da tutto ciò che oggi ritiene di non saper fare, potrebbe essere utile individuare insieme obiettivi molto concreti e graduali, lavorando sia sulle difficoltà emotive e relazionali sia sull’acquisizione di autonomie quotidiane. Considerando che è già seguito da uno psichiatra, potrebbe valutare di affiancare anche un percorso psicologico strutturato.


Salve, nelle sue parole leggo molta sofferenza, ma anche una cosa importante: nonostante le difficoltà che descrive, lei non sembra aver rinunciato al desiderio di costruire una vita diversa. Il fatto che oggi non sappia ancora come farlo non significa che non possa imparare. Quando si vive per molti anni in una condizione di isolamento, dipendenza dalla propria famiglia, timidezza e paura, può diventare molto difficile immaginare un cambiamento. Anche espressioni come “non so fare niente” o “la mia vita è inutile” possono diventare nel tempo convinzioni molto radicate, che finiscono per far sembrare ogni possibile passo troppo grande. Non credo però che sia necessario pensare di dover risolvere tutta la sua vita contemporaneamente. Sarebbe più utile individuare insieme piccoli obiettivi concreti e progressivi, lavorando sull'autonomia quotidiana, sulle relazioni, sulla fiducia nelle proprie capacità e sulle difficoltà legate al disturbo ossessivo-compulsivo. Anche il rapporto di dipendenza dai genitori e la paura di ciò che potrebbe accadere quando non ci saranno più possono essere affrontati gradualmente, costruendo già oggi maggiori risorse personali. Non partirei quindi dalla domanda “cosa c'è che non va in me?”, ma da “quale piccolo cambiamento posso iniziare a costruire oggi per diventare un po' più autonomo rispetto a ieri?”. Saluti


Buon giorno, è utile un percorso psicologico per affrontare un percorso di crescita e di costruzione dell'identità. Un caro saluto


Buongiorno, comprendo quanto possa essere pesante vivere con la sensazione di essere rimasto fermo e con la preoccupazione per il futuro dei suoi genitori. Le esperienze di bullismo, l’isolamento sociale, le difficoltà legate al DOC e la forte dipendenza dalle figure familiari sembrano aver contribuito a una situazione di notevole sofferenza e di scarsa autonomia. Il timore di non riuscire a gestire la propria vita in assenza dei genitori è un aspetto importante da affrontare, così come il senso di inutilità e di incapacità che descrive. Il fatto che sia seguito da uno psichiatra da diversi anni rappresenta inoltre un elemento da considerare nel valutare complessivamente la sua situazione. Potrebbe essere utile affiancare alla presa in carico psichiatrica un percorso psicologico orientato ad approfondire l’autonomia, l’autostima e le difficoltà che oggi limitano la sua vita quotidiana. Cordialmente, Dott.ssa Elisa Fiora


Buonasera, nel suo racconto ritorna molte volte una frase: “non so fare niente”. Proverei a non considerarla una definizione di chi lei è, ma a trasformarla in qualcosa di più concreto: che cosa oggi non sa ancora fare e che cosa potrebbe cominciare ad imparare? La paura per il futuro sembra riguardare non soltanto il dolore di perdere i suoi genitori, ma anche il fatto che oggi sono loro a sostenere gran parte della sua quotidianità. È comprensibile quindi che immaginare la loro assenza significhi, per lei, immaginarsi improvvisamente senza punti di riferimento. Ma proprio perché oggi i suoi genitori ci sono, questo tempo può diventare il tempo nel quale iniziare a costruire gradualmente la sua autonomia, anziché aspettare che diventi una necessità quando loro non potranno più occuparsi di lei. Non partirei contemporaneamente dal lavoro, dalla casa, dagli amici e dalla relazione sentimentale. Partirei da esperienze molto concrete: imparare a occuparsi di alcune attività domestiche, gestire commissioni e impegni, acquisire progressivamente competenze e responsabilità che oggi vengono assunte dai suoi genitori. L'autonomia non arriva tutta insieme: si costruisce attraverso piccoli passaggi nei quali possiamo sperimentare “questa cosa adesso riesco a farla io”. Lei è seguito da uno psichiatra da molti anni e riferisce anche un disturbo ossessivo-compulsivo. Se non è già affiancato anche da uno psicologo, ne parlerei con il suo curante. Potrebbe essere importante un lavoro che non riguardi soltanto i sintomi, ma anche autonomia, relazioni, quotidianità e progressiva costruzione di un progetto di vita. Essere stato vittima di bullismo, non avere mai lavorato o avuto una relazione appartengono alla sua storia fino ad oggi; non devono necessariamente diventare una previsione di ciò che sarà domani. Piuttosto che continuare a chiedersi “come farò quando i miei genitori moriranno?”, proverei quindi a partire da una domanda più vicina e concreta: “qual è una cosa che oggi fanno per me e che posso cominciare ad imparare a fare io?” È da lì che può iniziare a costruire qualcosa di diverso. Un caro saluto, Dott.ssa Cinzia Scirè Psicologa e Mediatrice Familiare


Buongiorno,nel suo messaggio ricorre tante volte “non so fare niente” e credo che partirei proprio da lì. Perché dopo molti anni vissuti dipendendo dai propri genitori, questa frase può diventare una convinzione molto forte: non solo “non ho imparato a fare alcune cose”, ma “io non sono capace”.Sono però due cose molto diverse. A 38 anni si possono ancora imparare competenze pratiche, lavorative e relazionali, anche partendo da molto poco. Il punto è non aspettare che arrivino motivazione, sicurezza o la scomparsa della timidezza prima di iniziare.Capisco anche la paura rispetto alla morte dei suoi genitori, ma forse quella paura sta dicendo qualcosa di importante già adesso: desidera diventare più autonomo. E questo può diventare un obiettivo concreto, senza dover cambiare tutta la sua vita insieme Visto che è seguito da uno psichiatra da anni e riferisce anche un disturbo ossessivo compulsivo, valuterei di affiancare, se non lo sta già facendo, un percorso psicologico/psicoterapeutico. Non lavorerei soltanto sul DOC, ma proprio sulla costruzione graduale dell'autonomia: iniziare a occuparsi di alcune cose in casa, imparare delle competenze, valutare un inserimento lavorativo compatibile con le sue difficoltàLa domanda potrebbe diventare: qual è la prima piccolissima cosa che oggi fanno i suoi genitori per lei e che potrebbe iniziare ad imparare a fare da solo? Da qualche parte bisogna cominciare. E non è troppo tardi. Un caro saluto, Dott.ssa Alina Mustatea Psicologa Clinica, Psicologa Giuridica e Psicodiagnosta


Salve, da quello che racconta sembra che negli anni si siano intrecciati diversi fattori: il bullismo subito, la timidezza, il DOC, l’isolamento, la mancanza di esperienze lavorative e una forte dipendenza pratica e affettiva dai suoi genitori. Quando tante difficoltà si accumulano nel tempo, è facile arrivare a sentirsi incapaci o senza prospettive, ma questa sensazione non coincide necessariamente con ciò che lei potrà imparare o costruire in futuro. La paura di cosa accadrà quando i suoi genitori non ci saranno più è comprensibile, proprio perché oggi rappresentano per lei un riferimento molto importante. Più che cercare di risolvere tutto insieme, potrebbe essere utile affrontare il problema per piccoli passi, possibilmente con l’aiuto dei professionisti che già la seguono. Potrebbe parlarne in modo molto chiaro con il suo psichiatra e valutare anche un percorso psicologico orientato non solo ai sintomi, ma anche all’autonomia quotidiana, alle relazioni e al lavoro. L’obiettivo non sarebbe “dimostrare che sa cavarsela da solo”, ma costruire gradualmente competenze che oggi magari non ha ancora avuto modo di sviluppare: preparare qualcosa da mangiare, gestire una commissione, occuparsi di una pratica, organizzare una giornata, fino ad arrivare eventualmente a esperienze lavorative adatte al suo punto di partenza. Sul lavoro, il fatto di non avere esperienza a 38 anni può rendere alcune strade più difficili, ma non significa che siano tutte chiuse: esistono percorsi di orientamento, inserimenti graduali e servizi territoriali che possono aiutare a capire da dove iniziare. Cercherei anche di fare attenzione al modo in cui parla di sé: parole come “inutile”, “pigro” o “non so fare niente” descrivono la sofferenza che sente, ma rischiano di diventare una sentenza su tutta la sua persona. Potrebbe essere più utile chiedersi: “Qual è una cosa concreta che oggi non so fare e che potrei imparare con aiuto?”. Anche un cambiamento molto piccolo può diventare il primo pezzo di una maggiore autonomia. Non è necessario decidere adesso come sarà tutta la sua vita futura; è però importante iniziare a costruire, con sostegno, qualche possibilità in più rispetto a quelle che sente di avere oggi. Se quando parla di una “vita inutile” ci fossero anche pensieri di non voler più vivere, di farsi del male o la sensazione di non riuscire a reggere, è importante dirlo subito al suo psichiatra o rivolgersi ai servizi di emergenza.


La ringrazio per aver raccontato con tanta apertura la sua situazione. Comprendo quanto possa essere pesante sentirsi bloccato e, allo stesso tempo, preoccuparsi così tanto per il futuro e per la possibilità di perdere i propri genitori. Il fatto che sia già seguito da uno psichiatra è importante; potrebbe essere utile portare anche questi timori nel percorso di cura, valutando insieme, gradualmente, come costruire maggiore autonomia e una quotidianità più soddisfacente.


Gentile, La ringrazio per aver condiviso la sua storia con così tanta sincerità, vulnerabilità e lucidità. Leggere le sue parole fa comprendere quanto peso, solitudine e preoccupazione lei stia portando sulle sue spalle ogni singolo giorno. Voglio dirle subito una cosa fondamentale: la sua vita non è inutile. Il fatto stesso che lei abbia trovato la forza di scrivere questo messaggio, di analizzare la sua situazione e di affermare chiaramente che vuole essere indipendente e vuole proteggere la sua casa, dimostra che dentro di lei c'è una parte vitale che desidera cambiare e che non si è arresa. Ciò che lei descrive (il sentirsi incapace, la timidezza, il DOC sullo sporco, il blocco lavorativo e la paura per quando i suoi genitori non ci saranno più) non è una colpa o un segno di "pigrizia", ma il risultato di un meccanismo chiamato in psicologia impotenza appresa: a causa del bullismo subito da piccolo e delle sue paure, la sua mente si è convinta che l'unico modo per stare al sicuro fosse proteggersi dentro casa e lasciar fare tutto ai genitori. Purtroppo, però, più gli altri fanno al posto nostro, più la nostra mente si convince di non saper fare nulla. Da dove si può iniziare per cambiare davvero? Cambiare una situazione attiva da anni non avviene da un giorno all'altro, ma si costruisce con piccoli micro-passi quotidiani. Ecco come si può impostare un piano d'azione reale: 1. Sbloccare l'autonomia pratica a casa (Un compito alla volta) Non occorre imparare a fare tutto subito. L'autonomia si costruisce partendo da cose piccolissime dentro le mura domestiche, anche affrontando a piccole dosi il disagio della rupofobia: Scegliere una sola mansione di casa a settimana di cui diventare l'unico responsabile (es. rifarsi il letto, lavare i propri piatti, prepararsi una colazione semplice). Chiedere a sua mamma o a suo papà di mostrargli come si fa una cosa e poi farlo da solo, anche se all'inizio la testa le dirà che è faticoso. Ogni piccola cosa imparata è un mattoncino contro la paura del futuro. 2. Lavorare sul Disturbo Ossessivo Compulsivo (Rupofobia) Il DOC sullo sporco è uno dei principali freni che le impediscono di uscire liberamente, di lavorare o di stare a contatto con gli altri. Per superare la rupofobia serve un approccio psicoterapeutico specifico, come la Terapia Cognitivo-Comportamentale con Esposizione con Prevenzione della Risposta (ERP), che aiuta a tollerare il contatto con lo "sporco" o con il disordine senza ricorrere ai rituali di lavaggio o all'evitamento. 3. Riorientare o integrare il supporto professionale Lei menziona di essere in cura da uno psichiatra da 8 anni. La terapia farmacologica è utilissima per stabilizzare l'umore e l'ansia, ma da sola non basta per insegnare le competenze pratiche e relazionali della vita quotidiana: Affiancare una Psicoterapia Focalizzata sull'Autonomia (CBT): È fondamentale affiancare allo psichiatra un percorso di psicoterapia o un riabilitatore psichiatrico/educatore professionale che possa aiutarla concretamente con compiti pratici e con l'esposizione graduale all'esterno. Contattare i Servizi di Salute Mentale del Territorio (CSM): Tramite il Centro di Salute Mentale della sua zona, è possibile accedere a progetti di inserimento lavorativo protetto, tirocini sociali o laboratori di autonomia pensati proprio per chi non ha mai avuto esperienze lavorative precedenti. Il messaggio per il suo futuro Lei oggi è preoccupato per quando i suoi genitori non ci saranno più. Il modo migliore per onorare l'amore per i suoi genitori e rassicurarli è iniziare oggi stesso a mostrare loro che lei può imparare a fare piccole cose da solo. Vedere che lei inizia a fare piccoli passi renderà anche loro più sereni e meno preoccupati. Lei non è "sbagliato": ha solo bisogno di essere affiancato con il metodo giusto per scoprire competenze che finora sono rimaste addormentate. Un percorso di consultazione psicologica integrato può essere il primo passo per costruire insieme questa mappa di autonomia. Resto a sua disposizione se desidera fare questo primo passo. Un cordiale saluto, Dott.ssa Antonella Guiducci

Dott.ssa Antonella Guiducci

Dott.ssa Antonella Guiducci

psicoterapeuta

San Mauro Pascoli

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Buongiorno, Dalle sue parole emerge una sofferenza che riguarda diversi aspetti della sua vita, dal rapporto con gli altri alle possibilità di costruire una propria autonomia, fino alla paura di perdere in futuro i suoi genitori, che rappresentano per lei un riferimento fondamentale. Immagino quanto possa essere difficile guardare al futuro quando il presente le restituisce la sensazione di essere bloccato in una situazione dalla quale non riesce a uscire. Mi sembra importante, innanzitutto, non ridurre la sua esperienza all'idea di non saper fare niente o di avere una vita inutile. Queste sono valutazioni molto dure nei confronti di sé stesso, che meritano di essere comprese anche alla luce delle esperienze che ha attraversato, come il bullismo subito a scuola, le difficoltà nelle relazioni e il senso di solitudine che descrive. Esperienze di questo tipo possono lasciare un segno nel modo in cui ci percepiamo e ci avviciniamo agli altri, anche se sarebbe necessario conoscere meglio la sua storia per capire in che modo abbiano contribuito alla situazione attuale. Un altro aspetto significativo riguarda il rapporto con i suoi genitori. Da una parte, rappresentano una presenza essenziale e rassicurante; dall'altra, il pensiero di un futuro in cui potrebbero non esserci più sembra generare una forte angoscia, legata non soltanto alla perdita affettiva, ma anche al timore di non riuscire a cavarsela da solo. È comprensibile che questa prospettiva la preoccupi, ma forse può essere utile provare a distinguere le difficoltà che sta affrontando oggi da quelle che teme di incontrare in futuro, cercando di capire quali passi concreti potrebbero aiutarla gradualmente a sentirsi più sicuro e autonomo. Il fatto che lei sia seguito da uno psichiatra da diversi anni è un elemento importante da considerare. Potrebbe essere utile affiancare al percorso che sta già svolgendo uno spazio di approfondimento psicologico, qualora non ne abbia già uno, nel quale esplorare la sua storia, le difficoltà relazionali, il rapporto con sé stesso e le possibilità di cambiamento. Questo potrebbe aiutarla anche a individuare obiettivi graduali e realistici, senza pretendere di risolvere tutto insieme. Non posso dirle, sulla base di un messaggio, quale sia il percorso più adatto alla sua situazione, ma credo che la sua condizione meriti di essere affrontata senza giudicarsi e senza considerarla necessariamente immutabile. Il desiderio che esprime di diventare indipendente e di poter continuare a vivere nella sua casa è un punto da cui si potrebbe partire per esplorare quali risorse possiede già e quali competenze potrebbe sviluppare progressivamente, eventualmente anche con il supporto dei professionisti che la seguono. Potrebbe iniziare proprio da qui, cercando di comprendere meglio come si svolge la sua quotidianità, quali sono le difficoltà che sente più limitanti in questo momento e che cosa vorrebbe riuscire a cambiare per primo. Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona giornata.


Salve anche un percorso di sostegno educativo (con un educatore/educatrice per l'età adulta) volto a cambiare alcune piccole abitudini in casa potrebbe esserle utile, associando eventualmente anche la psicoterapia per prendersi cura invece del disturbo ossessivo e del benessere mentale. Spero di esserle stata d'aiuto.

Dott.ssa Ilaria Visone

Dott.ssa Ilaria Visone

psicologo

Pomigliano d'Arco

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Gentile utente, le sue parole arrivano con grande forza e traspare tutto il carico di solitudine, l'ansia per il futuro e la sofferenza che sta attraversando. Ci tengo prima di tutto ad esprimerle la mia più profonda vicinanza e rispetto per il coraggio che ha avuto nel condividere questo spaccato di vita così doloroso. Il fatto che lei abbia espresso dei desideri molto chiari dimostra che dentro di lei c'è una parte che desidera vivere e non "sopravvivere". Chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta che lavori in sinergia con il suo psichiatra può essere un passo per riprendere in mano la sua vita. Un caro augurio.

Dott.ssa Deianira Carboni

Dott.ssa Deianira Carboni

psicologo clinico

Lido Di Ostia

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