Salve, sono un ragazzo di 24 anni e frequento l'ultimo anno di giurisprudenza (V). Fin dal primo ann

Salve, sono un ragazzo di 24 anni e frequento l'ultimo anno di giurisprudenza (V). Fin dal primo anno ho rimandato l'esame più importante (ossia, diritto privato) dicendo sempre a me stesso che alla prima sessione disponibile lo avrei dato. Il problema è che ad oggi non l'ho ancora dato (magari perché la mole di lavoro è troppo pesante e mi passava la voglia di studiare, ansia di presentarmi all'esame e andare male o, peggio, essere bocciato) e non solo sono molto in ritardo con gli altri esami perché diritto privato è un esame propedeutico, ma sicuramente andrò anche 1 o 2 anni fuoricorso e questo mi crea un forte disagio ed ansia che non riesco più a gestire, perché i miei genitori non sanno nulla di questa situazione. Vedendo i miei colleghi che si laureranno in corso, mi sento sempre diverso e spento ma, purtroppo, mi sono accorto troppo tardi che questa facoltà non faceva per me e avrei tanto voluto farne un'altra. Tuttavia, ormai sono all'ultimo anno e cambiare non avrebbe senso perché avrei sprecato solo tempo e fatto buttare soldi ai miei genitori che non so come la prenderebbero. Chiedo urgentemente un consiglio perché non so con chi parlarne e ho stra paura per il mio futuro in quanto non vorrei rimanere indietro rispetto ai miei amici e deludere i miei genitori che, ripeto, non so come la prenderebbero. Grazie in anticipo a chi potrà aiutarmi.

36 risposte


Capisco molto bene il peso che sta portando, e la sensazione che tutto si sia “incastrato” in un punto da cui ora sembra difficilissimo uscire. Non è solo un esame rimandato: è come se intorno a quell’esame si fosse costruito un blocco più grande, fatto di ansia, paura del giudizio, confronto con gli altri e senso di colpa verso i suoi genitori. E più passa il tempo, più questo nodo si stringe. Quello che mi colpisce subito è che lei non è una persona che “non fa”, ma una persona che ha iniziato a rimandare per motivi molto comprensibili: la mole di studio, la pressione, la paura di fallire. Solo che, a un certo punto, il rimando smette di essere una scelta momentanea e diventa un meccanismo che si autoalimenta. Più si rimanda, più l’esame diventa grande, quasi insormontabile, e più cresce l’ansia all’idea di affrontarlo. Le faccio una domanda molto diretta, ma importante: quando pensa a diritto privato, cosa la spaventa davvero di più? È la difficoltà in sé, o è quello che potrebbe significare un eventuale fallimento? Perché spesso il problema non è tanto l’esame, ma il significato che gli diamo: “se vado male, allora vuol dire che non sono capace”, “se vengo bocciato, deluderò tutti”. È possibile che dentro di lei ci sia qualcosa di questo tipo? Un altro aspetto centrale è il confronto con i suoi colleghi. Vederli andare avanti mentre lei si sente fermo crea quella sensazione di essere “indietro nella vita”, quasi fuori tempo. Ma le chiedo: indietro rispetto a cosa, esattamente? A una linea ideale che ha in mente, o a ciò che davvero è sostenibile per lei in questo momento? Perché la realtà è che ognuno ha tempi diversi, anche se l’università spesso ci illude che esista un unico percorso giusto. Poi c’è il tema dei suoi genitori, che pesa tantissimo. Il fatto che loro non sappiano nulla la tiene in una tensione costante, come se stesse vivendo una doppia realtà. Da una parte ciò che appare, dall’altra ciò che realmente sta accadendo. Questo, da solo, è già molto faticoso da sostenere. Mi viene da chiederle: cosa teme di più della loro reazione? Rabbia? Delusione? Perdita di fiducia? E quanto questa paura sta influenzando le sue scelte attuali? Lei dice anche una cosa molto importante, quasi passata in secondo piano: si è accorto che questa facoltà forse non faceva per lei. Questo è un punto delicatissimo. Non tanto per decidere ora di cambiare, ma perché potrebbe spiegare una parte del blocco. È possibile che, inconsciamente, una parte di lei faccia fatica ad andare avanti in qualcosa che non sente davvero suo? Allo stesso tempo, capisco perfettamente il ragionamento sul “ormai sono all’ultimo anno, non ha senso cambiare”. È un pensiero molto comune, ma le faccio una domanda diversa: quello che sta facendo adesso la sta avvicinando a una soluzione o la sta tenendo fermo? Perché restare in un percorso solo per non “sprecare” il passato a volte rischia di far perdere anche il presente. Non c’è però bisogno di prendere decisioni drastiche subito. In questo momento la priorità è uscire dal blocco, non risolvere tutta la sua vita in una volta sola. E per uscire dal blocco bisogna iniziare a ridimensionare quel “mostro” che è diventato diritto privato. Le chiedo: ha mai provato ad avvicinarsi a questo esame in modo molto più piccolo, quasi minimale, senza l’idea di “devo essere pronto”? Anche solo iniziare a studiare una parte senza pensare all’esame, oppure darsi l’obiettivo di presentarsi anche non perfettamente preparato. Perché spesso il vero nodo è proprio questo: si aspetta il momento in cui si sentirà pronto, ma quel momento non arriva mai. E un’altra domanda, forse la più importante di tutte: cosa sarebbe peggio per lei, davvero? Essere bocciato a un esame… o restare fermo ancora per mesi o anni in questa situazione? So che la paura del futuro è forte, ma il futuro non si gioca su un esame o su un anno fuori corso. Si gioca sulla capacità di affrontare i blocchi, di fare i conti con le proprie scelte e, a un certo punto, anche di tollerare l’imperfezione. Non è “in ritardo nella vita”. È in un momento in cui deve fare un passaggio difficile, questo sì. Ma affrontabile. Se vuole, possiamo approfondire insieme la sua situazione in modo più preciso, capire meglio cosa succede quando prova a studiare, cosa la blocca esattamente e come costruire un modo concreto per sbloccarsi senza sentirsi schiacciato. A volte, quando si resta da soli dentro questi pensieri, tutto sembra più grande di quello che è. Parlane può davvero fare la differenza.

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Buongiorno e grazie per la condivisione. Da quello che racconta sembra che, col tempo, quell’esame sia diventato molto più di un semplice esame universitario. All’inizio probabilmente era solo qualcosa da rimandare “alla prossima sessione” ma più passavano i mesi più si sono accumulati ansia, paura di fallire, senso di colpa e confronto con gli altri. Nel suo messaggio si sente molta stanchezza e anche molta solitudine, soprattutto perché sta portando avanti tutto questo senza riuscire a parlarne con i suoi genitori o con qualcuno vicino a lei. E quando ci si confronta continuamente con colleghi che sembrano andare avanti senza difficoltà, è facile iniziare a sentirsi “indietro” o sbagliati. Però il fatto di essere in ritardo non significa aver fallito come persona, né che il suo futuro sia compromesso. Mi colpisce anche quando dice di essersi accorto troppo tardi che forse questa facoltà non faceva davvero per lei. È un pensiero che molte persone fanno durante l’università, ma spesso lo vivono con vergogna, come se cambiare idea significasse aver sprecato tempo o deluso qualcuno. In realtà crescere significa anche capire meglio chi si è e cosa si desidera davvero, e questo a volte accade proprio facendo esperienza delle cose... Probabilmente in questo momento la paura più grande non è soltanto l’esame ma affrontare il giudizio: quello degli altri, dei suoi genitori e forse anche il suo verso se stesso. Però continuare a portare tutto da solo rischia di far crescere ancora di più l’ansia e il senso di blocco. Il fatto che abbia scritto qui, comunque, è già importante. Significa che una parte di lei non vuole più restare ferma in questa situazione e sta cercando un modo per uscirne. E da queste situazioni si può uscire, soprattutto quando si smette di affrontarle completamente da soli. Un caro saluto, Dottoressa Simona Santoni - Psicologa


Salve, e grazie per aver scritto, immagino quanto stia portando questo peso da solo da molto tempo, e quanto coraggio ci voglia ad ammetterlo anche solo in forma anonima. La procrastinazione di un esame propedeutico difficile, alimentata dall'ansia di fallire e dal dubbio sulla scelta del percorso, è un meccanismo che si autoalimenta: più si rimanda, più il peso cresce, più rimandare sembra l'unica opzione. C'è però una cosa importante da nominare: lei sta portando da solo, da anni, una situazione che coinvolge i suoi genitori, il suo futuro e la sua autostima. Quel segreto pesa quanto l'esame stesso, forse di più. La paura di deludere chi si ama è spesso più paralizzante della difficoltà reale. Riguardo alla scelta di cambiare facoltà: all'ultimo anno cambiare non ha senso pratico, ha ragione. Ma questo non significa che la laurea in giurisprudenza la condanni a una vita che non vuole. Molte persone lavorano in ambiti lontani dal loro titolo di studio, e una laurea, anche se non amata, apre comunque porte. Il nodo reale adesso è uno: affrontare diritto privato. Non perfettamente, non brillantemente, ma darlo. Un passo alla volta, senza aspettare di sentirsela. La invito a contattarmi direttamente, possiamo parlare con calma di come sbloccare questa situazione ed eventualmente altre difficoltà su cui pensa di poter lavorare. Un saluto


Buongiorno, da quello che racconta sembra che nel tempo attorno a questo esame si siano accumulate molte emozioni: ansia, paura del giudizio, timore di deludere i suoi genitori e confronto continuo con i colleghi. Quando succede, spesso, l'esame smette di essere "solo un esame" e diventa qualcosa che appare enorme e paralizzante. Rimandarlo, anche se nel breve allevia l'ansia, finisce però per alimentarla sempre di più. Il fatto che oggi si senta bloccato non significa che lei sia incapace o "indietro nella vita". Significa piuttosto che sta vivendo una situazione di forte pressione emotiva da molto tempo, probabilmente senza avere uno spazio in cui condividerla davvero con qualcuno. In questo momento potrebbe esserle utile provare a spostare l'attenzione dal pensiero globale ("sto rovinando il mio futuro", "tutti andranno avanti tranne me") a obiettivi più concreti e vicini. L'ansia tende a far percepire tutto insieme e a bloccare, affrontare invece un passo per volta aiuta spesso a ridurre quella sensazione di schiacciamento. Anche il confronto con i colleghi rischia di essere molto doloroso, ma i tempi universitari non definiscono il valore di una persona né il suo futuro. Ognuno ha percorsi, difficoltà e tempi diversi, anche se dall'esterno spesso non si vedono.


Buongiorno, "rimandare" un esame può essere utile in caso di ansia molto elevata o quando non si è preparati abbastanza. Tuttavia, se questo comportamento si reitera nel tempo e non si riesce a fare altrimenti, allora può comportare alcune difficoltà, come quelle da lei esperite. Sarebbe interessante capire se le è capitato anche in altre circostanze e in altri periodi della sua vita di procrastinare o evitare, ed eventualmente approfondire quale funzione ha per lei. Nella terapia cognitivo comportamentale, si indagano questi aspetti, e nell'ottica di cambiamento, un'ipotesi di lavoro sarebbe favorire l'utilizzo di comportamenti differenti da quelli solitamente messi in atto, per aiutarla a raggiungere i propri obiettivi di vita e migliorare il suo benessere individuale. Rimango disponibile ad essere contattata, Dott.ssa Ilaria De Mola.


Buongiorno, sentirsi costretti in un percorso che non si sente come proprio ci fa sentire in trappola generando ansia e abbattimento. Nascondere questo disagio non è d'aiuto; dovrebbe farsi coraggio e trovare il modo di parlare con i suoi genitori , perchè più attende più la situazione le sembrerà insormontabile. Probabilmente sente vergogna e teme di deludere chi ha delle aspettative su di lei e la parte più difficile certamente è gestire questo tipo di emozioni, ma ce la può fare. Con l'aiuto di un professionista potrebbe riuscire a superare questo scoglio. Ci pensi Cordiali saluti


Buongiorno, quello che descrive sembra il peso di una situazione che, anno dopo anno, è diventata sempre più difficile da affrontare da solo. Spesso, quando un esame assume un valore molto importante o simbolico, può trasformarsi in qualcosa che spaventa al punto da essere evitato, non per mancanza di capacità, ma perché legato alla paura di fallire, deludere, senso di inadeguatezza o sentirsi “non abbastanza”. È possibile che, nel tempo, il rimandare abbia creato un circolo in cui ansia, senso di colpa e blocco si alimentano a vicenda, facendola sentire fermo mentre gli altri vanno avanti. Anche il dubbio di aver scelto un percorso poco adatto a lei può aver tolto motivazione e reso lo studio più pesante emotivamente. La prima cosa importante è non affrontare tutto questo isolandosi: parlarne con qualcuno di fiducia o con un professionista potrebbe aiutarla a ridimensionare la paura e a fare chiarezza, esplorando i suoi vissuti di fallimento e inadeguatezza, anche in relazione ai suoi genitori e ai suoi colleghi di corso. Potrebbe esserle utile smettere di vedere diritto privato come “l’esame impossibile” e iniziare a dividerlo in obiettivi molto piccoli e concreti, con tempi realistici. Allo stesso tempo, forse è arrivato il momento di pensare a come comunicare gradualmente la situazione ai suoi genitori: spesso la paura della loro reazione è peggiore della realtà. Cordialmente, dott. Stefano Previtali


Buongiorno, è frequente che le persone si costruiscano delle "gabbie" mentali. Durante il percorso con lo psicologo è possibile snocciolare le questioni che portano alla costruzione di tali situazioni. Le auguro di poter affrontare tale percorso e tornare nuovamente alla sua libertà mentale e fare ciò che desidera davvero per sè stesso.

Dott.ssa Paola Tassone

Dott.ssa Paola Tassone

psicologo clinico

Brescia

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Salve, l'università non è facile e non tutti hanno gli stessi tempi. Anche se vede persone intorno a lei che si laureano e vanno avanti, non significa che il suo valore come studente sia inferiore. Mi dispiace per la situazione di ansia e stress che sta vivendo per via del percorso universitario, avere qualcuno con cui parlarne in uno spazio adeguato potrebbe aiutarla a gestire meglio la situazione. Se ha amici con cui confidarsi, inizi da loro, sanno essere più comprensivi di quanto ci aspettiamo. Per quanto riguarda i suoi genitori, inevitabilmente dovranno sapere della situazione, gliene parli in un momento in cui anche lei si sente più tranquillo. Il supporto psicologico con un professionista è un valido strumento sia per parlare e scaricare il peso che è sulle sue spalle in questo momento, sia per capire meglio come affrontare la situazione in generale. Se volesse iniziare un percorso di questo tipo, resto a disposizione. Grazie per la sua domanda, buona giornata


cosa intende quando dice quinto anno? che sta per finire gli esami o no? Se lei crede che questa facoltà non sia la sua, la cosa migliore da fare sarebbe dirlo ai suoi genitori e cambiare facoltà, se invece il problema è solo quell'esame, sembrerebbe che ci sia un blocco, come sono andati gli altri esami? qual'è la sua passione ? bisognerebbe capire cosa è successo durante la carriera universitaria. Potrebbe rivolgersi ad uno sportello di ascolto e orientamento del polo universitario. in bocca al lupo

Dott.ssa Elina Zarcone

Dott.ssa Elina Zarcone

psicologo

Villaggio Mosè

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Buongiorno, quello che descrive non è solo un problema di studio. Diritto privato, nel tempo, sembra essere diventato molto più di un esame: è diventato la prova del suo valore, della sua scelta universitaria, del rapporto con i suoi genitori e della paura di restare indietro. Il rinvio, probabilmente, all’inizio le ha dato un sollievo: “lo farò alla prossima sessione”. Ma ogni rinvio ha reso l’esame più grande e lei più solo con il segreto. È così che un ostacolo concreto può trasformarsi in un mostro mentale. Ora eviterei due mosse opposte: far finta che non sia grave, oppure catastrofizzare pensando di aver rovinato tutto. Il primo passo non è decidere tutta la sua vita universitaria, ma fare una fotografia reale della situazione: quanti esami mancano, quali sono bloccati da diritto privato, quando potrebbe realisticamente prepararlo, quali aiuti può usare. Poi preparerei anche il tema dei genitori. Non necessariamente “confessare tutto” in modo impulsivo, ma uscire gradualmente dal segreto, magari prima parlando con un tutor universitario, un servizio psicologico d’ateneo o un professionista che la aiuti a costruire un piano. Il segreto protegge per qualche giorno, ma dopo anni diventa una prigione. La piccola svolta potrebbe essere questa: smettere di chiedersi “ho fallito?” e iniziare a chiedersi “qual è il primo passo verificabile entro questa settimana?”. Anche solo contattare un tutor, aprire il programma, fissare una data di studio reale o parlare con una persona fidata può rompere il blocco. Se l’ansia è così forte da impedirle di studiare, dormire o affrontare le giornate, chiedere aiuto psicologico non sarebbe un fallimento, ma un modo per interrompere il meccanismo che la tiene fermo. Resto disponibile, anche online, se desidera dare ordine a questa situazione e costruire un primo piano concreto senza restare solo dentro la paura. Un caro saluto.

Dott. Roberto Barbieri

Dott. Roberto Barbieri

psicologo

Montecchio Precalcino

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Ciò che descrivi è una situazione molto frequente all'università, soprattutto quando un esame diventa troppo difficile da gestire anche sul piano emotivo. Più si rimanda, più quell’esame cresce nella mente fino a rappresentare una prova del proprio valore, aumentando ansia e senso di fallimento. Il fatto che abbia capito che la facoltà forse non ti rappresenta davvero è importante, ma non significa automaticamente che tutto ciò che hai fatto finora sia inutile o che il tuo futuro sia compromesso. In questo momento il rischio maggiore è restare bloccato dalla paura e continuare a rimandare, alimentando ancora di più ansia e senso di impotenza. Potrebbe esserle utile iniziare a spezzare questo circolo con piccoli obiettivi concreti e, soprattutto, trovare uno spazio in cui poter parlare apertamente di questa situazione senza sentirsi giudicato. Anche il timore della reazione dei tuoi genitori è comprensibile, ma portare avanti tutto da solo e nel silenzio probabilmente sta aumentando molto il peso emotivo che senti ora. Essere in ritardo rispetto agli altri non definisce il tuo valore né il tuo futuro, anche se ora può sembrarti così

Dott.ssa Chiara Mariotti

Dott.ssa Chiara Mariotti

psicologo

Ponte San Giovanni

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Quello che descrivi non ha il sapore della “pigrizia” o della mancanza di capacità. Ha molto più il sapore di un circolo di ansia, evitamento e senso di colpa che si è consolidato negli anni. Ed è un meccanismo molto più comune di quanto immagini, soprattutto in facoltà come giurisprudenza, dove alcuni esami diventano simbolicamente enormi: non sono più solo esami, ma una specie di giudizio sul proprio valore, sulla propria intelligenza, sul futuro. All’inizio probabilmente hai rimandato diritto privato per alleggerire una tensione momentanea (“lo darò alla prossima sessione”). Il problema è che ogni rinvio ha dato un sollievo immediato all’ansia, ma allo stesso tempo ha reso quell’esame ancora più minaccioso nella tua mente. Col tempo non stavi più evitando solo un esame: stavi evitando la paura di fallire, di deludere, di scoprire che forse quella strada non ti rappresentava davvero. E quando un esame diventa “il mostro”, il cervello smette di viverlo come un compito universitario normale: lo vive come una minaccia personale. Per questo spesso ci si blocca anche solo pensando di aprire il libro. La cosa importante è questa: il fatto che tu sia bloccato non significa che tu sia incapace o destinato a fallire nella vita. Significa che sei arrivato a un livello di pressione interna che da solo stai facendo fatica a reggere. Ci sono alcuni punti che secondo me meritano molta attenzione. 1. Il tuo valore non coincide con il fatto di laurearti in corso. Adesso vivi il confronto con i colleghi come una prova che “tu sei indietro”. Ma la verità è che le traiettorie universitarie reali sono molto più irregolari di quanto sembri. Tantissime persone vanno fuoricorso, cambiano strada, si fermano, ripartono. Solo che chi sta male tende a guardare gli altri come se fossero tutti sicuri e lineari. Tu stai vivendo un dolore reale, ma lo stai trasformando in una definizione identitaria: “sono diverso”, “sono spento”, “sto fallendo”. Questo peggiora ulteriormente la paralisi. 2. Probabilmente stai portando avanti una facoltà che senti poco tua da molto tempo. Questo non significa automaticamente che devi mollare tutto. Però è importante riconoscere una verità emotiva: studiare qualcosa che non senti vicino richiede un enorme dispendio psicologico. E quando si aggiungono ansia e paura del giudizio, il carico diventa ancora più pesante. Molti studenti continuano “per non sprecare gli anni fatti”, ma dentro iniziano a spegnersi lentamente. Tu questa cosa la stai già percependo. 3. Il segreto con i tuoi genitori ti sta consumando. Tenere nascosta una situazione così importante crea una doppia vita mentale: da una parte il problema universitario, dall’altra la paura costante di essere scoperto. Questo aumenta ansia, insonnia, pensieri ossessivi e senso di solitudine. Spesso chi rimanda una comunicazione difficile immagina scenari catastrofici: “li deluderò”, “penseranno che sono un fallito”, “non mi capiranno”. A volte alcune reazioni possono essere dure, sì. Ma il silenzio prolungato tende quasi sempre a peggiorare la sofferenza. Non ti sto dicendo di parlare domani mattina a freddo. Ma credo che uno degli obiettivi importanti, gradualmente, sia uscire da questa solitudine. 4. In questo momento hai bisogno di smettere di ragionare in termini assoluti. La tua mente adesso è schiacciata da pensieri enormi: “ho buttato anni” “deluderò tutti” “rimarrò indietro” “il mio futuro è compromesso” Quando l’ansia prende il controllo, il cervello vede solo sentenze definitive. In realtà la situazione è seria, ma non irreversibile. Tu hai 24 anni e non sei fuori tempo massimo per nulla. Sei in una fase di blocco, non alla fine della tua vita. Quello che conta adesso non è decidere l’intero futuro. È interrompere il questo congelamento psicologico. Saluti.

Dott. Diego Rollo

Dott. Diego Rollo

psicologo

San Cesario di Lecce

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Buonasera, quello che scrive assomiglia a una situazione di forte ansia universitaria che, nel tempo, sembra aver creato un blocco sempre più difficile da affrontare. Se un esame viene rimandato a lungo e percepito come decisivo o “insormontabile”, può succedere che attorno a quell’esame si accumulino paura del fallimento, senso di inadeguatezza e pensieri molto pesanti sul proprio futuro. Nelle sue parole si sente non solo la preoccupazione per il percorso di studi in giurisprudenza, ma anche la fatica del confronto con i colleghi, il timore di andare fuoricorso e la paura di deludere i suoi genitori. Tutto questo può portare una persona a sentirsi bloccata, scoraggiata e sempre più distante da ciò che avrebbe desiderato per sé. A volte l’ansia non si manifesta solo come agitazione, ma anche come evitamento, perdita di motivazione e difficoltà a prendere decisioni. Inoltre, il dubbio di aver scelto una facoltà non davvero sentita può aumentare il senso di smarrimento e di frustrazione personale. Il fatto che oggi lei si senta in ritardo rispetto agli altri non significa che il suo percorso non abbia valore o che non possa ancora trovare una direzione più autentica e sostenibile per sé. Parlare di questa difficoltà e non affrontarla completamente da solo può essere un primo passo importante. Spero che possa concedersi il tempo e lo spazio per affrontare questa fatica con meno senso di colpa e maggiore attenzione a ciò che sente davvero importante per sé. Cordiali saluti, AM


Non sei l’unico a essersi bloccato su un esame fino a trasformarlo in qualcosa di enorme. Col tempo alla difficoltà dell’esame si aggiungono ansia, vergogna, confronto con gli altri e paura di deludere chi ti sta intorno. Essere in ritardo o andare fuoricorso non definisce il tuo valore né il tuo futuro. E il fatto di esserti accorto che questa facoltà forse non era quella giusta non rende inutili gli anni che hai fatto. Visto che questa situazione ti sta pesando così tanto, forse parlarne con qualcuno potrebbe aiutarti a mettere ordine in quello che stai vivendo e a non affrontarlo tutto da solo.


Caro utente, deve essere molto difficile portare avanti un percorso di studi sentendosi spento e spaventato rispetto alla possibilità di deludere i suoi genitori. Al di là dell’esame di diritto privato, che non ha ancora dato, lei sembra essere giunto alla consapevolezza di aver scelto una facoltà che in fondo non sente sua. Può essere frustrante questo ed è comprensibile che si senta disorientato rispetto all’idea di lasciare il percorso incompleto. Tuttavia, consideri che la laurea rappresenta il primo traguardo lungo un continuum che la accompagnerà anche in futuro, soprattutto in ambito lavorativo. Sembra che sia molto preoccupato di non deludere i suoi genitori, ma lei cosa sente? Cosa vorrebbe per sé in futuro? Come immagina la sua vita dopo l’università? Sarebbe molto utile affrontare la questione in un contesto terapeutico ed esplorare le motivazioni e i desideri sottostanti ai sentimenti che sta provando ora. Un caro saluto


Carissimo utente, il tuo messaggio è pregno di un tema: il confronto (con i colleghi, con la famiglia, con le aspettative). Tu parli di restare indietro come se esistesse un processo standard, un andamento prestabilito valido per tutte le vite. Ma questo per fortuna non riguarda l'essere umano: ognuno di noi, nella propria unicità, segue la sua storia, con un ritmo che dipende da un'infinità di fattori, non tutti peraltro sotto il nostro controllo. Il dismatch che sperimenti tra il "vorrei" e il "non posso" meriterebbe di essere discusso, così da capire quanto il "non posso" sia determinato da preoccupazioni e anticipazioni catastrofiche più che da reali ostacoli. Potrebbe sicuramente essere utile per te avviare un percorso di supporto psicologico che ti accompagni a capire questa tua sensibilità al confronto, da dove nasca e quanto determina le tue azioni "nonostante te", nonostante le tue volontà. Qualora ti facesse piacere avviare un percorso di questo tipo scrivimi e fissiamo un primo colloquio proprio per iniziare a capire quali orizzonti vedi oggi per il domani e quanto questi siano effettivamente progettuali e non applicati secondo degli "standard di gradimento esterno". Intanto in bocca al lupo, cordialmente, Dott.ssa Sara Torregrossa


Buonasera, quello che descrive sembra più vicino a un forte blocco legato all’ansia, alla paura di fallire e al peso delle aspettative, che a una mancanza di capacità. Spesso, quando un esame assume nel tempo un valore così importante, il pensiero di affrontarlo può diventare paralizzante e portare a continui rimandi, alimentando ancora di più senso di colpa e sfiducia. Mi colpisce anche quanto lei si senta solo nel portare tutto questo, soprattutto con la paura di deludere i suoi genitori e di sentirsi “indietro” rispetto agli altri. Tuttavia il suo valore personale non coincide con un esame, con i tempi universitari o con il fatto di essere fuoricorso. Forse, prima ancora di decidere se questo percorso sia davvero il suo o meno, potrebbe esserle utile trovare uno spazio in cui comprendere meglio cosa la stia bloccando così profondamente e con quale carico emotivo stia affrontando questo periodo. Chiedere supporto non significa essere deboli, ma evitare di continuare a combattere tutto da solo. A volte il primo passo non è “risolvere tutto”, ma riuscire finalmente a condividere la fatica che si sta vivendo.


Buonasera, mi sembra che lei stia prendendo contatto attraverso questa esperienza universitaria con chi è lei, come se stesser emergendo i suoi veri desideri. Solo che è molto forte la preoccupazione di non essere adeguato alle attese dei suoi genitori ( saranno proprio così le attese?). E' molto presente anche il confronto con gli altri che rende più pesante il cammino. Forse il primo passo è provare a scaricare questo esame di tante attese, provarci, e poi pensare a quello che desidera veramente fare. Lei ha 24 anni, è molto giovane e nell'economia di una vita 2-3 anni non contano tantissimo ( e comunque tutte le esperienza sono utili alla nostra formazione). Se ha bisogno di aiuto sono disponibile, anche online. Saluti Dario Martelli

Dott. Dario Martelli

Dott. Dario Martelli

psicologo clinico

Torino

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Buongiorno, da quello che descrive sembra essersi creato un meccanismo che col tempo si è alimentato da solo: inizialmente il rinvio di un esame vissuto come particolarmente difficile o carico di pressione, poi l’aumento dell’ansia, il blocco, il ritardo accumulato e infine la necessità di nascondere tutto ai suoi genitori. A quel punto il problema non è più soltanto l’esame di diritto privato, ma il peso psicologico dell’intera situazione. Il suo malessere oggi non sembra derivare solo dalla paura dell’esame, ma anche dal conflitto tra il percorso che sta portando avanti e il dubbio che quella facoltà non sia realmente in linea con ciò che desiderava. Questo non significa automaticamente che abbia “sbagliato tutto”, ma probabilmente che per molto tempo ha continuato a procedere più per inerzia, aspettative o paura delle conseguenze che per una scelta sentita. Il rischio, in questi casi, è che il rinvio diventi una forma di evitamento che dà sollievo nell’immediato ma aumenta il peso della situazione nel lungo periodo. E più tempo passa, più l’esame assume un valore quasi simbolico: non rappresenta più solo una materia da sostenere, ma il punto in cui si concentrano paura del fallimento, confronto con gli altri, senso di inadeguatezza e timore di deludere i propri genitori. Capisco anche la tendenza a confrontarsi con i colleghi che si laureeranno “in corso”, ma le direi di fare attenzione a trasformare il percorso universitario in una misura del proprio valore personale. Essere in ritardo non equivale automaticamente a essere “rimasti indietro” come persone, anche se emotivamente oggi può sembrarle così. Credo che il primo passo importante sia interrompere l’isolamento in cui si è messo. Tenere nascosta la situazione probabilmente le ha permesso di evitare temporaneamente ansia e conflitti, ma allo stesso tempo la sta lasciando solo con una pressione che sta diventando sempre più difficile da gestire. Più che decidere subito se continuare o meno giurisprudenza, credo sarebbe utile fermarsi a capire cosa la sta realmente bloccando oggi, se la paura dell’esame, il timore del giudizio, la difficoltà a tollerare un possibile fallimento, oppure il fatto che non riesca più a riconoscersi nel percorso che sta facendo. Un supporto psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo: non tanto a “motivarsi” genericamente, ma a comprendere il funzionamento che si è creato e a riprendere una posizione più attiva rispetto alle sue scelte, invece di restare fermo tra evitamento e senso di colpa. Un saluto, Dott.ssa Ginevra Pardi


Salve, da ciò che racconta emerge una sofferenza che probabilmente va avanti da molto tempo e che sembra essersi costruita poco alla volta, quasi in silenzio, fino a diventare oggi qualcosa di molto pesante da sostenere. Quello che descrive non ha il sapore della pigrizia o della mancanza di volontà, ma piuttosto di una condizione in cui ansia, evitamento, paura del giudizio e senso di fallimento hanno iniziato a intrecciarsi tra loro creando un blocco sempre più difficile da sciogliere. Molte persone, soprattutto in ambito universitario, tendono a pensare che il problema sia “solo” l’esame rimandato. In realtà, spesso l’esame diventa il simbolo di qualcosa di più profondo. Non è raro che un singolo esame finisca per caricarsi di aspettative enormi: dimostrare di essere all’altezza, non deludere i genitori, non sentirsi inferiori agli altri, non affrontare la possibilità di un fallimento. E più quell’esame viene evitato, più cresce il suo peso psicologico. Si crea una sorta di circolo in cui l’ansia porta al rinvio, il rinvio alimenta il senso di colpa, il senso di colpa aumenta la paura e la paura rende ancora più difficile affrontare l’esame. Nel suo racconto colpisce anche un altro aspetto importante: il confronto continuo con i colleghi. Quando vede gli altri laurearsi in corso, sembra leggere implicitamente la sua situazione come una prova del fatto che “c’è qualcosa che non va” in lei o nel suo percorso. Ma attenzione: il fatto che una strada si sia rivelata diversa da come l’aveva immaginata non significa automaticamente aver fallito come persona. A 24 anni molte persone stanno ancora cercando di capire chi sono, cosa vogliono fare, quali ambienti le fanno stare bene e quali invece le svuotano. Il problema è che spesso si pretende da sé stessi una chiarezza assoluta e immediata, come se tutti dovessero avere la stessa traiettoria lineare. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, sarebbe importante comprendere meglio il funzionamento che si è creato attorno a questa situazione. Ad esempio, capire cosa accade emotivamente quando pensa all’esame di diritto privato, quali immagini le vengono in mente, quali pensieri automatici compaiono, cosa teme davvero possa succedere se affrontasse quell’esame oppure se parlasse apertamente ai suoi genitori. Molto spesso dietro il blocco universitario non c’è incapacità, ma una combinazione di paura, autosvalutazione e pressione interna estremamente elevata. Anche il fatto che dica di essersi accorto “troppo tardi” che questa facoltà non faceva per lei meriterebbe attenzione. A volte si continua un percorso non perché lo si desideri davvero, ma perché si teme di deludere, di perdere tempo, di essere giudicati. E quando si va avanti per obbligo più che per scelta, la motivazione tende lentamente a consumarsi. Inoltre, vivere tutto questo da solo, senza parlarne con nessuno, può amplificare enormemente il peso della situazione. La segretezza spesso protegge momentaneamente dall’ansia del confronto, ma nel lungo periodo rischia di alimentare isolamento, vergogna e senso di inadeguatezza. Lei stesso scrive di non sapere più con chi parlarne, e questo fa pensare a una fatica emotiva che sta diventando difficile da contenere. Credo che in questo momento sarebbe importante non limitarsi a cercare “la forza di volontà” per sbloccarsi, perché probabilmente il problema non è semplicemente organizzativo o legato allo studio in sé. Potrebbe esserle utile iniziare uno spazio di supporto psicologico in cui comprendere meglio i meccanismi che la stanno mantenendo bloccata da anni. Un percorso cognitivo comportamentale, in particolare, potrebbe aiutarla non solo a gestire l’ansia legata agli esami, ma anche a lavorare sul rapporto con il giudizio, con il fallimento percepito e con le aspettative verso sé stesso. Non significa che esista una soluzione magica o immediata, né che bastino poche sedute per sentirsi improvvisamente diverso. Però il fatto che oggi riesca a mettere in parole questa paura e questo disagio è già un passaggio importante, perché spesso il cambiamento inizia proprio quando si smette di affrontare tutto esclusivamente nella propria testa. Cerchi di non ridurre la sua identità a questo momento di difficoltà. Lei non è “l’esame rimandato”, non è “il fuoricorso”, non è “la delusione dei genitori”. Sta attraversando una fase complessa, e probabilmente da troppo tempo sta combattendo da solo contro pensieri molto duri verso sé stesso. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


Ciao, Diritto Privato è un esame che parla di realtà estremamente conflittuali se ci pensi bene. Credo che sia per questo che ti "fa fatica", rimanda a dei tuoi conflitti molto probabilmente, non ancora risolti. In un valido rapporto di terapia lo potresti andare a capire e sbloccare questa situazione. Un caro saluto Lavinia


Buongiorno, leggendo le sue parole arriva molto chiaramente quanto peso lei stia portando sulle sue spalle da tempo. Il fatto che lei ne stia parlando è già un passaggio importante. Mi colpisce soprattutto quanto lei si senta solo in questa situazione. Spesso, quando rimandiamo qualcosa così a lungo, non è pigrizia ma un segnale che merita di essere ascoltato e compreso. Forse, prima ancora di decidere cosa fare con l'università, potrebbe esserle utile trovare uno spazio sicuro in cui parlare di questa fatica. Si ricordi che il suo valore non coincide con un esame né con i tempi degli altri. Un caro saluto Dott.ssa Claudia Porcu


Ciao. Ho letto la tua lettera e la prima cosa che voglio dirti è: fermati un secondo e fai un bel respiro. Sento tutta l'ansia, il peso e quel senso di soffocamento che stai provando. Voglio che tu sappia una cosa, dritta e sincera: non sei sbagliato, non sei un fallito e non sei l'unico a trovarsi in questa situazione. Il blocco su Diritto Privato a Giurisprudenza è un grande classico, una specie di mostro che si piazza all'inizio del percorso e che, se non abbatti subito, rischia di paralizzarti per anni. Quello che ti sta succedendo non è pigrizia. È un blocco emotivo in piena regola. C'è una bellissima chiave di lettura della psicologia moderna che spiega che oggi non siamo più bloccati dalla paura delle regole, ma dalla paura della vergogna. Rimandi l'esame e nascondi la verità ai tuoi perché, finché non ti scontri con la realtà, puoi continuare a raccontarti che "prima o poi ce la farai". Affrontarlo significa rischiare di fallire, e quel fallimento ti fa così paura che la tua mente preferisce spegnersi e congelarsi. Ma da questo labirinto si può uscire. Ti consiglierei di parlarne con un professionista, se tu decidessi di rivolgerti a me o ad un collega con orientamento simile, il lavoro sarebbe più o meno il seguente. Ti direi che ciò che realmente ti blocca è il segreto, non diritto privato in sè. Successivamente potremmo riflettere su ciò che vuoi fare dopo giurisprudenza, perchè studiare diritto privato per prendere 30 è molto diverso da studiarlo per prendere 18 e andare avanti. Il tuo blocco è possibile che sia solo un segnale di stop che il tuo corpo ti sta dando perché la strada che stavi percorrendo non era davvero la tua. Un caro saluto e un grande in bocca al lupo Dott.ssa Sofia Tornaghi


Buongiorno, in questo messaggio emerge tutta la sua agitazione, insieme alla pressione familiare e sociale che sta vivendo. Credo possa essere importante provare a spostare il focus su di sé, dirigendo lo sguardo verso ciò che desidera realmente per il suo futuro, indipendentemente dagli anni fuori corso, dai colleghi che si laureeranno prima o dalle aspettative dei genitori. Potrebbe essere utile fermarsi e concedersi del tempo per sé, per comprendere meglio chi è oggi, cosa desidera davvero e quali passi ha fatto o non ha ancora fatto per avvicinarsi a ciò che ha sempre desiderato. Resto a disposizione qualora sentisse il bisogno di un supporto psicologico o di uno spazio in cui approfondire questi aspetti.


Buonasera, la situazione che racconta è molto comune per chi come lei sta affrontando un percorso universitario. Alcuni esami (spesso quelli di indirizzo da molti crediti) vengono rimandati fino all'ultimo, assumendo un valore molto più grande di quanto non siano in realtà a livello di contenuto. Da quello che racconta sembra bloccato in un circolo che si autoalimenta: l’ansia legata all’esame porta a rimandare, il rimandare aumenta il senso di colpa, e tutto questo rende ancora più difficile affrontarlo. Avere paura di deludere i proprio genitori e il paragonarsi ad altri colleghi è faticoso e frustrante. Lei si è reso conto che forse questa facoltà non la rappresenta ma questo non significa aver fallito bensì aver compreso un aspetto di sé più profondo, e questa è una risorsa. Più che continuare a portare tutto da solo, potrebbe esserle utile trovare uno spazio di confronto reale con un professionista, per uscire dall’isolamento e iniziare a guardare la situazione in modo completo e trasformativo. Non gestisca da solo questi dubbi e timori ma si conceda una mano che la aiuti a ritrovare serenità. Le auguro il meglio, Dott. Daniele Migliore


Salve,quello che descrivi è una situazione molto più comune di quanto possa sembrare, soprattutto quando un esame diventa “il grande ostacolo” attorno al quale si accumulano ansia, evitamento, senso di colpa e paura del giudizio. Non significa che tu sia incapace o che il tuo futuro sia compromesso, significa che da tempo ti trovi bloccato in un circolo vizioso. Probabilmente il meccanismo è stato questo: più l’esame veniva rimandato, più diventava grande nella tua mente; più diventava grande, più aumentavano ansia e paura di fallire; più aumentavano ansia e paura, più diventava difficile affrontarlo. Questo non è “pigrizia”, ma evitamento ansioso. Il primo passo utile non è decidere tutta la tua vita adesso, ma ridurre il problema a parti più gestibili. In questo momento ci sono almeno tre questioni diverse: l’esame di diritto privato, il ritardo universitario e la paura di parlarne con i tuoi genitori. Se le tieni tutte insieme, è normale sentirti sopraffatto. Ti suggerirei di partire da un piano molto concreto: informarti bene su cosa serve per sbloccare gli esami propedeutici, scegliere una data realistica per diritto privato, costruire un programma di studio sostenibile e, soprattutto, non affrontare tutto da solo. Potrebbe esserti molto utile un supporto psicologico, anche breve, per lavorare su ansia da prestazione, procrastinazione, paura del fallimento e comunicazione con i tuoi genitori. Rispetto ai tuoi genitori: capisco la paura di deluderli, ma continuare a tenere tutto nascosto rischia di aumentare ancora di più ansia e senso di isolamento. Spesso il timore della reazione degli altri è peggiore della reazione reale. Potresti prepararti a parlarne non come “confessione di un fallimento”, ma come comunicazione responsabile. Essere uno o due anni fuoricorso non definisce il tuo valore, né chi sarai professionalmente. Il confronto con i colleghi può far male, ma ognuno ha tempi, difficoltà e percorsi diversi. In questo momento la priorità non è recuperare tutto subito, ma uscire dal blocco e riprendere una direzione. Ti invito davvero a chiedere aiuto, non perché tu “non ce la faccia”, ma perché meriti di non portare da solo tutto questo peso. Un caro saluto


Quello che descrivi è più comune di quanto possa sembrare, soprattutto nei percorsi universitari molto impegnativi e “lineari” come giurisprudenza. Spesso non si tratta solo di “non voler studiare”, ma di un circolo che si autoalimenta: l’esame viene percepito come molto difficile e importante → aumenta l’ansia → si rimanda per alleggerire la tensione → il rinvio però aumenta il peso dell’esame e il senso di colpa → e l’ansia cresce ancora. Nel tuo caso sembrano presenti alcuni elementi chiave: ansia da prestazione e paura della bocciatura evitamento (rimandare per ridurre l’ansia nel breve periodo) sovraccarico percepito del programma confronto con i colleghi, che aumenta il senso di inadeguatezza blocco “a catena” dovuto al fatto che l’esame è propedeutico Il punto importante è che questo non dice necessariamente che “la facoltà non fa per te”, ma che probabilmente si è creato un blocco emotivo e organizzativo sull’esame più “critico”, che poi ha rallentato tutto il resto. Cosa può aiutare concretamente Senza stravolgere tutto, alcuni passi pratici possono già ridurre la pressione: Scomporre diritto privato in micro-obiettivi realistici (non “studiare tutto”, ma capitoli piccoli e verificabili) Esporsi gradualmente all’esame (simulazioni, ripetizioni ad alta voce, anche imperfette: serve a ridurre la paura) Rivedere l’idea dell’esame come “giudizio su di te”: è una prova, non una valutazione del tuo valore personale Sbloccare il nodo con un piano concreto e vicino nel tempo, anche se non perfetto (spesso l’attesa del “momento giusto” peggiora tutto) Parlarne con qualcuno di reale nella tua vita (tutor, docente, o servizio di orientamento) per uscire dall’isolamento del problema Sul tema dei tuoi genitori: il timore della loro reazione è comprensibile, ma tenere tutto dentro tende ad aumentare la pressione. Anche qui può essere utile preparare un modo graduale e realistico di comunicare la situazione, senza viverlo come una “confessione”, ma come una fase di difficoltà che stai affrontando. Un punto importante Il fatto che tu stia considerando il futuro, il ritardo e il confronto con gli altri indica che non sei “bloccato e basta”, ma che sei dentro una fase di forte stress e disorientamento. Questo è proprio il tipo di situazione in cui lavorare solo con la forza di volontà spesso non basta. Per questo sarebbe davvero utile approfondire la situazione con uno specialista, per capire meglio le dinamiche dell’ansia, dell’evitamento e della motivazione, e costruire un piano su misura che ti permetta di sbloccarti senza aumentare ulteriormente la pressione. Dottoressa Silvia Parisi Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa


Buongiorno, le consiglio un percorso psicologico che l'auti a gestire l'ansia e a capire cosa vuole realmente dalla vita. Cordiali saluti.


Ciao, anche se comprendo ciò che hai detto riguardo al fatto che sei all'ultimo anno e che mollare adesso ti farebbe sentire di aver perso anni e faresti perdere i soldi investiti dai tuoi genitori, ricordati che la vita è tua e tutti meritiamo di viverla per come ci piace e ci rende felici. Non dico che sia semplice e sicuramente non è semplice prendere una decisione drastica e cambiare la direzione della vita che si è scelto di proseguire fino ad ora, ma alcune volte è inevitabile per stare bene. Il tuo "blocco" potrebbe essere derivato dal fatto che sei arrivato ad un punto tale in cui comprendi che non sei felice della scelta che hai fatto e che questa strada non ti rappresenta? Il paragone, a volte e aggiunto ad oggi, inevitabile che facciamo con le vite degli altri è controproducente, perché tu non sei gli altri, la tua vita non è quella degli altri, i tuoi tempi sono diversi e ti dico con fermezza che è assolutamente positivo. Ognuno è unico, diverso e speciale, se fossimo tutti uguali sarebbe molto noioso. Parlarne con i tuoi genitori potrebbe sbloccare una parte della sensazione di pesantezza che senti dentro, nonostante ci possano essere delle discussioni o meno, è giusto che loro sappiano come ti senti, anche perché tenerti tutto dentro può far esacerbare la tua ansia, la sensazione di disagio e di blocco che senti, a lungo termine. Rimango a disposizione.


Salve, quello che descrivi è una situazione molto frequente nelle carriere universitarie, soprattutto quando un esame particolarmente temuto o vissuto come “decisivo” finisce col diventare un blocco emotivo oltre che accademico. Da quello che racconti, sembra che attorno all'esame si siano accumulati negli anni ansia, paura del fallimento, senso di pressione e forse anche dubbi più profondi rispetto alla scelta della facoltà. Quando questo accade, spesso si entra in un circolo in cui più si rimanda l’esame, più aumenta il peso psicologico legato a quel rimando. È comprensibile anche il confronto con i colleghi e la paura di deludere i tuoi genitori, ma il rischio è che tu stia leggendo il tuo valore personale solo attraverso i tempi universitari o il fatto di essere “in corso”. In realtà, i percorsi accademici non sono tutti lineari e il fatto di essere in difficoltà non significa aver fallito. Il punto importante è che oggi questa situazione ti sta creando un livello di ansia e isolamento che non riesci più a gestire da solo. Continuare a tenere tutto nascosto probabilmente aumenta ancora di più il senso di peso e di blocco. Più che pensare subito a decisioni drastiche o al futuro in termini assoluti, potrebbe essere utile iniziare a spezzare questo immobilismo un passo alla volta, anche facendoti aiutare nel gestire l’ansia legata allo studio e alle aspettative. Un supporto psicologico potrebbe esserti molto utile sia per affrontare il blocco universitario sia per comprendere meglio i tuoi dubbi rispetto al percorso scelto, senza vivere tutto come un fallimento personale. Resto a disposizione per eventuali chiarimenti.


Buongiorno, dalle sue parole emerge quanto questa situazione stia incidendo sul suo benessere e sulla sua quotidianità. Immagino possa essere molto impegnativo portare con sé tutte queste preoccupazioni. Mi sembra che nelle sue parole emergano temi importanti che meritano ascolto e attenzione all'interno di uno spazio sicuro e privo di giudizio in cui sentirsi libero di portare ciò che sta vivendo. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a leggere e ad affrontare con nuovi strumenti gli aspetti che ad oggi sono per lei particolarmente faticosi. Un cordiale saluto dott.ssa Eleonora Mauri


Buonasera, mi sembra emergere una sofferenza importante, ma anche un meccanismo che, dal punto di vista psicologico è molto frequente: il tentativo di evitare un fallimento ha finito per aumentare proprio il rischio di trovarsi nella situazione che temeva. Probabilmente ogni volta che rimandava diritto privato nell'immediato l'ansia diminuiva, tuttavia, quel sollievo era temporaneo e con il passare del tempo l'esame è diventato sempre più "grande" fino a rappresentare un ostacolo apparentemente insormontabile. Mi colpisce anche un altro aspetto: sembra che la paura non riguardi solo l'esame, ma soprattutto il significato che attribuisce a un eventuale insuccesso. Dalle sue parole emerge il timore di deludere i suoi genitori, di restare indietro rispetto ai colleghi e di compromettere il suo futuro. Quando la mente mette insieme tutti questi scenari, è comprensibile che iniziare a studiare diventi ancora più difficile. Le suggerirei di chiedersi: che cosa teme davvero che accadrebbe se i suoi genitori sapessero la situazione? e essere in ritardo con gli studi significa davvero essere "indietro" nella vita?. Sono due piani diversi che spesso, quando siamo in ansia, tendiamo a confondere. Un altro punto importante è che lei scrive di essersi accorto che questa facoltà non la rappresenta pienamente. Questo merita di essere ascoltato ma non necessariamente significa che tutto il percorso sia stato inutile o che oggi debba prendere decisioni drastiche. In questo momento, forse la priorità non è decidere cosa farà tra dieci anni, ma uscire dal blocco in cui si trova. Infine, credo che continuare a portare questo peso da solo rischi di alimentare ulteriormente ansia e senso di colpa. Trovare il coraggio di parlarne con qualcuno di fiducia, e quando se la sentirà anche con i suoi genitori, potrebbe essere molto meno catastrofico di quanto oggi la sua mente le faccia immaginare. Chiedere aiuto non significa aver fallito. Significa interrompere un circolo vizioso che, fino a questo momento, l'ha tenuto fermo proprio nel tentativo di evitare di soffrire. Un caro saluto


Buongiorno. Grazie per aver condiviso una situazione che evidentemente porta con sé molta pressione e sofferenza. Dal suo racconto emerge un intreccio tra difficoltà universitarie, paura del giudizio, senso di colpa verso i suoi genitori e il confronto continuo con i colleghi. È comprensibile che, tenendo tutto dentro da molto tempo, il peso sia diventato difficile da sostenere. Un aspetto che colpisce è il fatto che diritto privato sia diventato nel tempo non solo un esame da preparare, ma quasi il simbolo di tutto ciò che teme: il rischio di fallire, di rimanere indietro, di deludere gli altri. Quando un obiettivo viene associato a molta ansia e alla paura delle conseguenze, può accadere di rimandarlo continuamente, non per mancanza di volontà, ma perché affrontarlo diventa emotivamente molto difficile. Sarebbe utile provare a separare due piani diversi: da una parte c’è la situazione concreta (un esame non ancora sostenuto e un possibile percorso universitario più lungo del previsto), dall’altra ci sono i significati che lei attribuisce a questa situazione ("sono diverso dagli altri", "ho fallito", "deluderò i miei genitori"). Spesso è proprio il secondo aspetto ad alimentare maggiormente l’ansia. Essere fuori corso di uno o due anni non definisce il valore di una persona né determina automaticamente il suo futuro professionale. Molti percorsi non seguono una linea perfetta e il tempo impiegato non cancella gli anni di impegno già fatti. Inoltre, il fatto che oggi si chieda se questa facoltà sia davvero adatta a lei non significa necessariamente che tutto il percorso sia stato inutile: può essere un'occasione per riflettere su cosa desidera realmente. Un passo importante potrebbe essere smettere di affrontare questa situazione in solitudine. Comprendo la paura della reazione dei suoi genitori, ma mantenere nascosto il problema probabilmente aumenta l'ansia e la sensazione di essere intrappolato. Non è detto che la loro prima reazione sia quella che teme; spesso i familiari, anche se possono essere delusi o preoccupati, preferiscono conoscere la realtà e poter sostenere il proprio figlio. Nel frattempo, provi a concentrarsi su un obiettivo alla volta, evitando di affrontare contemporaneamente il pensiero della laurea, del futuro, del confronto con i colleghi e del giudizio familiare. Il primo passo concreto potrebbe essere affrontare il blocco legato a diritto privato con un piano realistico, eventualmente chiedendo supporto a un tutor, a un collega o al servizio psicologico universitario. Infine, visto il livello di ansia e il senso di isolamento che descrive, potrebbe essere utile parlare con uno psicologo. Non perché ci sia qualcosa di "sbagliato" in lei, ma perché avere uno spazio in cui mettere ordine tra paure, aspettative e scelte può aiutarla a ritrovare una direzione e un senso di controllo. Il fatto che abbia scritto e chiesto aiuto è già un primo passo verso il cambiamento. Le mando un caloroso saluto Dott. Michele Basigli Perugia


gentile utente, da ciò che racconta sembra che il peso maggiore non sia solo il ritardo universitario, ma il significato che Lei gli sta attribuendo: come se questo esame rappresentasse una prova del Suo valore e del Suo futuro. Spesso l’ansia funziona proprio così: davanti a un ostacolo mette il cervello in modalità allarme e più si teme di fallire, più diventa difficile affrontarlo, come una porta che sembra diventare più pesante da aprire proprio perché si ha paura di spingerla. Il fatto di essere in ritardo non significa aver fallito né aver compromesso il Suo percorso; molte persone arrivano alla laurea seguendo tempi diversi. Potrebbe essere utile iniziare ad affrontare la situazione in piccoli passi concreti, anche valutando di condividere con i Suoi genitori ciò che sta vivendo, se ritiene possano essere una risorsa. Un percorso psicologico potrebbe aiutarLa a lavorare sulla paura del giudizio, sul perfezionismo e sui meccanismi di evitamento che sembrano essersi creati intorno a questo esame. A volte il primo passo non è recuperare tutto il tempo perso, ma smettere di combattere contro se stessi e riprendere gradualmente il controllo del proprio percorso.


Salve! Il peso del segreto che stai portando ha un costo emotivo e cognitivo molto più alto della difficoltà di Diritto Privato in sé. La tua non è semplice mancanza di volontà o incapacità allo studio, ma una classica paralisi accademica: un blocco che si alimenta del circolo vizioso tra ansia da prestazione, paura del fallimento e, soprattutto, l'isolamento in cui ti sei chiuso per proteggere le aspettative dei tuoi genitori. Quando un esame viene rimandato per anni, cessa di essere una semplice prova universitaria e si trasforma in un mostro psicologico, un giudizio sulla tua persona e sul tuo valore. Finché manterrai questo segreto, ogni volta che aprirai il manuale di Privato non starai semplicemente studiando il contratto o la proprietà; starai combattendo contro il senso di colpa e la paura di essere scoperto. Questa tensione assorbe quasi tutta la tua energia mentale, lasciandoti spento e svuotato. Scegli il momento e il modo giusto. Non vivere la discussione con i tuoi genitori come una "confessione di colpa", ma come un'assunzione di responsabilità di un adulto di 24 anni, consapevole della volontà di voler fare un cambio di percorso. Presenta un problema e un piano: i genitori si spaventano e reagiscono male soprattutto quando vedono il figlio allo sbando. Se affronti il discorso dicendo: "Ho avuto un grave blocco su un esame fondamentale che mi ha fatto accumulare ritardo. Andrò fuori corso di due anni, ma ho deciso di prendere in mano la situazione e il mio piano per uscirne è questo...", cambierai radicalmente la dinamica. Accetta la loro reazione iniziale. E' possibile che all'inizio ci siano delusione o rabbia, ma è una reazione a caldo. A lungo termine, quasi tutti i genitori preferiscono una verità difficile rispetto al vedere il proprio figlio consumarsi nell'ansia e nella depressione. Diritto Privato è universalmente considerato lo "scoglio" di Giurisprudenza per la mole di lavoro e per il linguaggio tecnico. Avendolo rimandato al quinto anno, il blocco è ormai puramente emotivo. Spezza la solitudine dello studio. Non preparare questo esame da solo, chiuso in camera. Trova un compagno di studi con cui ripetere regolarmente o segui un gruppo di lavoro. La presenza dell'altro obbliga ad ancorarsi alla realtà e riduce il rimuginio mentale. Se il blocco persiste, valuta di fare alcune ore di ripetizione con un giovane avvocato o un tutor universitario. Non serve per "farsi spiegare le cose", ma per avere un appuntamento fisso, un obbligo di resa dei conti settimanale che spezzi l'inerzia e ti costringa ad aprire il libro. Dividi il mostro in micro-obiettivi. Non pensare all'esame nella sua totalità. Pensa solo a finire il Libro Primo del Codice Civile questa settimana. La gratificazione del piccolo traguardo raggiunto riattiva la motivazione. Il sentimento di inferiorità guardando i colleghi che si laureano in corso è una trappola cognitiva. In Giurisprudenza in Italia andare fuori corso di 1 o 2 anni è una condizione statisticamente normalissima e ampiamente diffusa, dovuta proprio a meccanismi rigidi di propedeuticità come quello in cui sei incappato tu. Il tempo dell'università non è una gara di velocità, ognuno ha il suo passo emotivo e biografico. Riguardo al dubbio di aver sbagliato facoltà: a 24 anni sei in tempo per fare qualsiasi cosa. Tuttavia, prendere decisioni radicali sul tuo futuro mentre sei in uno stato di ansia e di evitamento è rischioso. Ora l'obiettivo prioritario è sbloccare la situazione presente, togliere il segreto e superare questo ostacolo. Solo a mente lucida e con la dignità recuperata potrai decidere se terminare il percorso o se orientare la tua vita lavorativa verso altri orizzonti, valorizzando comunque le competenze giuridiche acquisite. Quasi tutte le università italiane mettono a disposizione uno sportello di supporto psicologico gratuito per gli studenti, pensato esattamente per chi si trova in una condizione di blocco accademico come la tua. È una risorsa concreta, immediata e confidenziale che puoi attivare già da domani per non affrontare questo passaggio da solo. Spero di esserti stato d'aiuto. Buona fortuna con il tuo percorso, qualunque cosa deciderai di fare!

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