LE PRESTAZIONI SARANNO PRENOTABILI PER 60 MIN MA LA DURATA EFFETTIVA DEL COLLOQUIO SARA' DI 55 MIN
Leggi di più04/02/2026
Sono il Dottor Davide Martinelli, psicologo clinico iscritto all’Ordine degli Psicologi della Lombardia. Credo profondamente che chiedere aiuto rappresenti un atto di forza, consapevolezza e responsabilità verso sé stessi. Il mio obiettivo è offrire uno spazio sicuro, accogliente e non giudicante, nel quale ogni persona possa sentirsi ascoltata, rispettata e compresa fin dal primo incontro.
Il mio percorso formativo ha avuto inizio presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, dove ho conseguito la laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche, sviluppando una tesi dedicata alla Play Therapy e al lavoro sul trauma in età evolutiva. Ho successivamente proseguito la mia formazione in Psicologia Clinica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, conseguendo la laurea magistrale con il massimo dei voti. In tale contesto ho elaborato una tesi in lingua inglese dal titolo “The associations between Persistent Complex Bereavement Disorder and dysfunctional personality traits: a study in a non-clinical adult sample”, focalizzata sull’analisi del Disturbo da lutto persistente e complesso, una recente categoria diagnostica.
Nel corso degli anni ho maturato una solida esperienza professionale in ambiti ospedalieri, ambulatoriali ed educativi, lavorando con adulti, bambini e adolescenti. Attualmente svolgo la mia attività clinica come psicologo presso la Fondazione Don Carlo Gnocchi – Istituto Palazzolo, un contesto che ha contribuito a rafforzare il mio sguardo clinico orientato alla persona nella sua globalità.
Accanto al lavoro clinico, dedico costante attenzione alla formazione continua. Ho approfondito diversi ambiti, tra cui la neuropsicologia clinica, la psicologia dello sport, la valutazione e il trattamento dell’ADHD nell’adulto, la psicopatologia forense e il lavoro clinico affermativo con persone transgender e gender-diverse. Attualmente sono psicoterapeuta e neuropsicologo in formazione presso la scuola di specializzazione cognitivo-comportamentale S.L.O.P., nella convinzione che una formazione rigorosa e di qualità sia essenziale per offrire un intervento efficace, etico e responsabile.
Nel mio approccio metto al centro la relazione terapeutica, considerata il cuore di ogni percorso di cura. Ogni intervento è unico e nasce dall’incontro tra due persone, costruito gradualmente nel rispetto dei tempi, dei bisogni e della storia individuale. Utilizzo un linguaggio chiaro e accessibile, perché la comprensione di ciò che si sta vivendo rappresenta già una parte fondamentale del processo di cambiamento.
Se stai attraversando un periodo di difficoltà, confusione o trasformazione, possiamo affrontarlo insieme. Il mio ruolo è accompagnarti con competenza, attenzione e umanità, aiutandoti a valorizzare le tue risorse e a ritrovare equilibrio e benessere nella quotidianità.
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34 recensioni
Mi sono trovato molto bene, ho apprezzato in particolare la preparazione, oltre alla sensibilità mostrata, entrambe mai scontate, sicuramente sono più motivato a seguire un percorso di questo tipo
Professionale, educato ed attendo al paziente. Lo consiglio
Il dottore è stato molto attento nell’ascoltare ed è subito entrato in empatia con me è le mie difficoltà. Grande professionalità e competenza. Lo consiglio
Il dott. Martinelli mi ha fatto fin da subito una buona impressione. É professionale e allo stesso tempo mi ha fatto sentire accolto e compreso. Sono davvero soddisfatto del percorso che ho iniziato con lui!
Davide è un professionista molto preparato e appassionato del suo lavoro. Ha saputo aiutarmi nel miglior modo possibile, seguendomi con molta professionalità e dedizione
Ottima esperienza,Dottore preparato, sa mettere a suo agio il paziente.
Eccellente professionista, attento e scrupoloso! Sia io che mia mamma (che è seguita direttamente da lui) siamo contentissime del suo approccio e di come sta continuando a il percorso! Consigliatissimo!!! Grazie di tutto Dottore!
Il dottor Martinelli è molto professionale e competente. Abbiamo avuto una visita psicologica conoscitiva in cui mi sono sentita a mio agio e compresa dal dottore. Continueremo il percorso insieme
Mi sono sentita molto a mio agio con il Dottor Martinelli. Persona seria e competente, lo ringrazio e lo consiglio
Professionista empatico e competente, capace di mettere a proprio agio fin da subito. Lo consiglio a chi cerca uno psicologo serio e attento.
ha risposto a 9 domande da parte di pazienti di MioDottore
Salve a tutti, sono una ragazza di 29 anni, da quasi due anni sto con un ragazzo 4 anni più piccolo di me, vi scrivo per chiedere un parere su quello che mi sta succedendo.Ho paura che il mio ragazzo mi nasconda sempre qualcosa, mi spiego meglio: all'inizio della nostra relazione mi ha nascosto il fatto che avesse avuto due relazioni sessuali con due ragazze che fanno parte delle sue comitive, di cui una migliore amica della sorella. Qualche tempo fa ho scoperto che nelle ricerche del suo Facebook aveva cercato delle ragazze, ma lui mi ha detto che lo ha fatto per poterle eliminare, poi aveva il vizio di fare il piacione con le mie amiche ai quali faceva delle battute un po' fuori luogo, ho sempre spiegato e cercato di fargli capire che in una relazione vanno rispettate determinate cose e posso dire che lui è cambiato e si è impegnato veramente. Il problema sono io che non riesco più a fidarmi, anche se non c'è stato un tradimento fisico che io sappia ma solo queste cose che mi hanno allertata. Purtroppo ho controllato più e più volte il suo telefono ma senza trovare particolari cose e me ne vergogno abbastanza, ma sento che sono costantemente in ansia, preoccupata e costantemente con dubbi che mi lacerano dentro. A volte mi prendono scatti di ira e comincio a litigare in maniera incontrollata dicendo anche cose brutte, vado via di casa, gli dico che lo lascio, poi dinuovo la quiete, non so più come fare, io amo il mio ragazzo ma vorrei vivere la nostra relazione serenamente perché cosi io non sto vivendo più, delle volte quando lui si organizza per fare qualcosa hobby, sport, non lo tollero, é come se fossi morbosamente attaccata a lui, oltre anche al fatto che ho continuamente voglia di avere rapporti con lui, non sono mai stata cosi e questa situazione mi preoccupa tanto. Grazie in anticipo.
Buongiorno,
ti rispondo con molta attenzione perché quello che descrivi non è solo gelosia o sfiducia “semplice”, ma una sofferenza relazionale profonda che ti sta consumando dall’interno, e si sente chiaramente quanto tu sia stanca di vivere in questo stato di ansia continua.
Parto da una verità importante: il tuo problema non è che “non ami abbastanza” o che sei una persona eccessiva per natura. Il tuo sistema emotivo è entrato in modalità di allerta da quando, all’inizio della relazione, sono state nascoste informazioni significative. Anche se non c’è stato un tradimento fisico, il cervello affettivo registra la mancanza di trasparenza come una minaccia alla sicurezza del legame. Da quel momento, una parte di te ha smesso di sentirsi al sicuro e ha iniziato a cercare segnali di pericolo.
E quando la fiducia si incrina all’inizio, succede spesso una cosa precisa: la mente non si rilassa più completamente, anche se l’altra persona cambia e si impegna. Tu stessa lo dici chiaramente: lui ha modificato alcuni comportamenti, si è impegnato, eppure dentro di te l’ansia non si spegne. Questo non significa che tu stia inventando problemi, ma che il tuo sistema emotivo è rimasto “sensibilizzato”.
Il controllo del telefono, i dubbi continui, l’analisi delle ricerche, l’ansia costante di essere ingannata non nascono da malizia, ma da un bisogno disperato di certezza. Il problema è che la certezza assoluta in una relazione non esiste, e quindi la mente, non trovandola, continua a controllare, verificare, interrogare, dubitare. E ogni controllo, anche quando non trovi nulla, non calma davvero: dà solo un sollievo momentaneo e poi riapre il ciclo del dubbio.
Quello che mi colpisce molto è la sequenza che descrivi: ansia → dubbi → scatti di ira → litigi intensi → minaccia di lasciarlo → quiete temporanea → nuovo dubbio.
Questo è un ciclo emotivo tipico delle relazioni vissute in iperattaccamento ansioso, dove l’amore coesiste con una paura profonda di essere ferita o ingannata.
La tua rabbia non è solo rabbia verso di lui. È frustrazione, paura, senso di perdita di controllo e stanchezza emotiva. E infatti dopo gli scatti arrivano vergogna e confusione, segno che non sono reazioni “calcolate”, ma esplosioni emotive di un sistema nervoso saturo.
C’è poi un aspetto molto delicato che nomini con grande onestà: la morbosità dell’attaccamento, la difficoltà a tollerare che lui abbia hobby, spazi, attività autonome, e l’aumento del desiderio sessuale quasi come bisogno continuo di vicinanza. Questo non va letto come “dipendenza affettiva” in senso giudicante, ma come un tentativo inconscio di ristabilire sicurezza nel legame. Più temi di perderlo o di non fidarti, più cerchi fusione, presenza, conferme fisiche ed emotive. È una dinamica molto umana, anche se logorante.
Un punto centrale, che merita molta sincerità: lui ha avuto comportamenti iniziali ambigui (bugie, atteggiamenti da piacione), ma poi sembra essersi corretto. Tuttavia, la tua mente è rimasta ancorata alla fase iniziale della relazione, come se il “pericolo” fosse sempre attuale. Questo succede spesso quando una ferita di fiducia non viene elaborata emotivamente ma solo razionalmente.
Il fatto che tu dica “io amo il mio ragazzo ma così non sto più vivendo” è una frase molto significativa. Significa che la relazione non ti sta facendo stare male perché è necessariamente tossica, ma perché è diventata il luogo dove si concentra tutta la tua ansia, il bisogno di controllo e la paura dell’abbandono o dell’inganno.
La vergogna che provi per aver controllato il telefono è comprensibile, ma non devi usarla per colpevolizzarti ulteriormente. Quel comportamento è un sintomo, non la radice del problema. La radice è l’ansia relazionale cronica e la difficoltà a ristabilire fiducia dopo una rottura iniziale della trasparenza.
Un altro elemento molto importante è l’intensificazione del desiderio sessuale. In contesti di insicurezza affettiva, la sessualità può diventare un modo per sentirsi più legate, rassicurate, confermate. Non è qualcosa di “strano” o patologico di per sé, ma un segnale di bisogno emotivo amplificato.
La verità, detta con delicatezza, è che ora non sei più solo dentro una relazione: sei dentro un circolo psicologico fatto di ipervigilanza, attaccamento ansioso e paura di essere ferita. E questo circolo, se non viene lavorato, può continuare anche in relazioni oggettivamente buone.
Non sei esagerata, ma sei emotivamente esausta e ipercoinvolta. Stai vivendo la relazione con la mente sempre accesa, sempre in analisi, sempre in difesa. E nessuna relazione può essere serena se viene vissuta come un’indagine continua.
Il passo più importante, in questo momento, non è controllare di più né chiedere ulteriori rassicurazioni a lui, perché queste strategie mantengono il ciclo dell’ansia. Il vero lavoro è ricostruire sicurezza interna: tollerare l’incertezza, ridurre i controlli compulsivi, elaborare la ferita iniziale della fiducia e ritrovare una tua autonomia emotiva e personale fuori dalla relazione.
Perché un dettaglio è molto rivelatore: quando lui coltiva hobby o vita propria tu provi fastidio. Questo non significa che tu non voglia il suo bene, ma che il tuo equilibrio emotivo è diventato troppo centrato su di lui. E quando il proprio centro emotivo si sposta completamente sull’altro, l’ansia aumenta inevitabilmente.
Con un supporto psicologico mirato all’ansia relazionale e ai pensieri ossessivi sulla relazione, questa dinamica può migliorare in modo significativo. Non per “convincerti a fidarti a forza”, ma per aiutarti a uscire dal bisogno continuo di controllo e dal logoramento emotivo.
Tu non sei una persona sbagliata in una relazione sbagliata. Sei una persona ferita nella fiducia che ama profondamente, ma che vive l’amore con un livello di allerta così alto da non riuscire più a goderne. E questa è una condizione che si può comprendere, lavorare e alleggerire, senza dover per forza distruggere la relazione per trovare pace.
Se Vuoi possiamo parlarne anche in colloquio online.
Buongiorno, sono Federica una ragazza di 32 anni e da quasi 3 anni convivo con il mio ragazzo. Da un paio di mesi penso di non sopportarlo più, tant’è che quando cerca di avere un contatto fisico ( per intenderci anche solo una carezza o un abbraccio quando siamo a letto ) io mi scosto.
Non ho mai desiderato stare con una persona diversa o che rispettasse dei canoni perfetti e per tale motivo entrambi ci siamo accettati con i nostri difetti ma con il tempo sto realizzando che il mio ragazzo è manchevole di ciò che dovrebbe stare alla base di ogni rapporto: il supporto.
Io mi sento davvero sola, a casa le faccende le faccio praticamente io, e seppur lui in parte contribuisce lo fa quasi sempre quando viene “delegato” a farlo e questo mi infastidisce, dovergli dire sempre cosa c’è da fare senza che sia lui a prendere l’iniziativa. È estenuante…
Quando mi apro con lui e cerco di spiegare cosa c’è che non va non ricevo alcun tipo di supporto emotivo. Anziché ascoltare le mie parole e focalizzarsi sul fatto che ciò che gli dico mi ferisce lui si concentra più sul fatto che si sente accusato e quindi mette su un muro. Le mie intenzioni sono sempre state quelle di crescere insieme affinché il rapporto potesse essere più solido e l’ho spronato a fare lo stesso con me, dicendomi se potessi migliorare in qualche aspetto che magari a lui non piaceva. Risultato? Lo ha fatto soltanto per replicare a ciò che io gli facevo notare.
Inoltre di recente mi sono aperta riguardo un trauma fatto di abusi quando ero piccola e non è stato facile.
La sua reazione è stata che non sapeva cosa dire, mi ha solamente accarezzato la gamba e detto “non ci pensare”.
Capisco il fatto di essere stati catapultati all’improvviso in una situazione particolare e delicata in cui insomma è difficile stabilire cosa dire e non dire ma mentre io piangevo mi sentivo sola in quella stanza.
Certamente non mi aspettavo neanche un supporto di tipo psicologico, infatti dopo anni di tentennamenti mi sto convincendo ad andare da un professionista che possa aiutarmi ma non credo di sbagliare a desiderare una presenza che non sia soltanto fisica.
Un’altra cosa di cui mi sono resa conto è che non ci conosciamo bene. Non ci sono mai momenti in cui ci apriamo apertamente l’uno con l’altra su qualsiasi cosa e mi manca stabilire una connessione che non sia soltanto fisica.
Lui è un ragazzo introverso forse un po’ troppo, dolce, paziente, mi fa ridere però adesso sto iniziando a farmi mille domande e i dubbi sono anche tanti poiché non c’è una crescita nel nostro rapporto e vorrei capire se ci si può lavorare su oppure se siamo incompatibili.
Inoltre non usciamo da mesi, se non per andare a fare la spesa. Non mi capacito di come lui possa vedere questa relazione come normale.
Buongiorno Federica, grazie per esserti aperta con tanta sincerità. Dalle tue parole emerge una sofferenza profonda e molto lucida: non sembra tanto una perdita improvvisa di sentimento, quanto un progressivo senso di solitudine emotiva all’interno della relazione. Il fatto che tu ti scosti dal contatto fisico può essere una risposta naturale quando non ti senti ascoltata, sostenuta o vista nei tuoi bisogni più autentici. Tu non stai chiedendo perfezione, ma presenza emotiva, iniziativa, condivisione e supporto, che sono basi fondamentali di un legame. Il momento in cui ti sei aperta su un trauma e ti sei sentita sola mentre piangevi è particolarmente significativo: raccontare qualcosa di così delicato richiede accoglienza emotiva, e una risposta minimizzante può amplificare il senso di isolamento, anche se non nasce da cattiveria ma da difficoltà nel gestire contenuti emotivi profondi. Anche il carico mentale della casa, il dover sempre sollecitare collaborazione, la scarsa comunicazione emotiva e l’assenza di momenti di connessione autentica contribuiscono, nel tempo, a creare distanza e logoramento, pur in presenza di affetto e gentilezza. La questione centrale non è solo se lui sia introverso, ma se sia disponibile a riconoscere il tuo vissuto senza difendersi e a crescere nella relazione, perché senza questa apertura la solitudine emotiva tende ad aumentare. Il tuo disagio è coerente e legittimo, soprattutto considerando che il riemergere di un trauma rende ancora più necessario sentirsi sostenuti e al sicuro emotivamente. Se lo desideri, possiamo approfondire tutto questo in uno spazio protetto: ricevo anche online.
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