Sto vivendo un problema nella relazione con mio fratello (ho 41 anni, mio fratello 36). Tutto è camb
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Sto vivendo un problema nella relazione con mio fratello (ho 41 anni, mio fratello 36). Tutto è cambiato quando si è sposato. La moglie viene da una famiglia in cui lei, la sorella e la madre si telefonano quasi tutti i giorni. Noi siamo una famiglia più riservata, ci teniamo aggiornati (non così frequentemente) e ci siamo nei momenti di bisogno. Fin dall'inizio i rapporti con mia cognata non sono stati facili. Avevamo piacere a trascorrere del tempo con loro (senza essere invadenti) ma avevamo l'impressione che lei lo facesse per dovere. Ci sono stati alcuni fraintendimenti per cose stupide, davanti alle quali ci siamo scusati e volevamo chiarirci ma lei ha spesso alzato un muro (dopo uno di questi episodi mi disse che per me lei era solo la compagna del fratello e che il nostro rapporto non era niente di più). Un paio di anni fa, dopo la nascita del figlio, la moglie di mio fratello ha iniziato ad avere una sorta di gastrite per la quale deve seguire un'alimentazione particolare (è una condizione con delle problematiche, ma non è una malattia invalidante). Lo abbiamo scoperto dopo mesi in cui li invitavamo per mangiare insieme ma si presentava solo mio fratello con il bambino (motivo per cui abbiamo chiesto se c'era qualcosa che non andava). Da quel momento la moglie è diventata egoista e vittimista (stesso atteggiamento della madre che, nelle occasioni in cui le nostre due famiglie si incontrano, si lamenta sempre dei suoi problemi) e mio fratello sta avendo lo stesso atteggiamento. Tutto il mondo ruota intorno alle loro vite e ai loro problemi. Credono sia giusto che noi passiamo le nostre giornate a pensare se hanno bisogno di aiuto per qualcosa e ad essere noi a chiederglielo. In più occasioni abbiamo fatto presente che, in caso di necessità, noi ci siamo per loro. A volte dicono di cosa hanno bisogno, a volte dicono di non preoccuparci. Poi ci sono momenti in cui mio fratello salta fuori col discorso che non abbiamo abbastanza considerazione di lui e della sua famiglia e noi rimaniamo basiti.
Vi faccio degli esempi:
1) Hanno traslocato in una casa nuova, si è lamentato che si sono ammazzati di fatica per sistemarla ma che noi non abbiamo chiesto in continuazione se avessero bisogno di aiuto (vista la gastrite della moglie, il lavoro, il bambino, ecc...).
2) Abbiamo fatto qualche giorno di vacanza insieme ai genitori di lei e al nostro nipotino (in due appartamenti diversi, ma confinanti). Testuali parole: si è sentito sprofondare quando un paio di sere i suoceri hanno suonato al nostro appartamento per farci tenere il nipote e non eravamo in casa (questi nonni non ci avevano chiesto, quantomeno al mattino, di organizzarci in merito). Aggiungo anche che avevamo detto loro che, se volevano riposare un po’, ci saremmo occupati volentieri del nipote. Hanno risposto che non avevano bisogno.
3) Abbiamo organizzato una merenda con i nostri zii/cugini. Mia cugina è celiaca, quindi ho detto a mio fratello che dovevamo ordinare qualcosa per lei in una pasticceria attrezzata. Quando il giorno dopo ci siamo suddivisi le cose da cucinare in casa e gli ho chiesto cosa potevo preparare per mia cognata, mi ha rinfacciato che io avessi pensato prima a mia cugina e poi a sua moglie (aggiungendo che la sua gastrite era più grave della celiachia).
Tutto è una lamentela perchè secondo lui non abbiamo abbastanza considerazione verso la sua famiglia. Ma noi abbiamo considerazione verso di loro!
Mia madre ha 70 anni, a 63 ha avuto un tumore al seno e dopo chemio/radio soffre di dolori cronici.
Avendo scelto di non mandare il bambino al nido, lei si prende cura del nipote 2/3 giorni a settimana per non dare tutto l’impegno agli altri nonni. Mio padre ha 75 anni, lavora ancora a tempo pieno nell'ufficio che ora gestisce mio fratello e lo aiuta a livello organizzativo finché saranno pronti ad assumere un nuovo impiegato. Gli altri nonni hanno entrambi meno di 70 anni, sono in pensione da oltre un anno e senza malattie invalidanti.
Avendone le possibilità economiche mio padre lo ha aiutato ad acquistare la casa spaziosa che desiderava estinguendo buona parte del mutuo chiesto dalla banca.
Quando ci sono cambi di programma all'ultimo momento per curare il bambino i miei genitori sono disponibili a riorganizzarsi.
I miei genitori hanno messo a disposizione la loro casa per il loro matrimonio, il battesimo del bambino, le feste comandate.
Ci interessiamo alle loro vite, non tutti i giorni, ma durante la settimana o il mese ci sono occasioni in cui ci vediamo di persona o mandiamo un messaggio per tenerci aggiornati.
Da parte loro non c'è però la stessa attenzione che pretendono da noi. Se non siamo noi a parlare, loro non si fanno domande sulle nostre necessità.
Quando mia mamma era in cura per il tumore, chiedevano come stava ma non se potessero fare qualcosa per lei (ai tempi erano solo fidanzati).
Ho la sindrome IBS da anni e nessuno mi ha mai chiesto come andava la situazione.
Anche i miei genitori hanno fatto trasloco 2 anni fa, ma non si sono offerti disponibili per dar loro una mano.
Per occasioni conviviali la famiglia di lei è sempre nei loro pensieri, noi veniamo calcolati solo se chiediamo.
Non siamo infastiditi perchè mio fratello e famiglia si frequentano di più con i genitori di lei, ognuno è libero di fare le proprie scelte. Ci pesa però il doppio standard che usano nei nostri confronti dove tutto è un dovere verso di loro, come se fossimo al loro servizio.
Nella vita si può sempre migliorare e ci siamo confrontati con mio fratello su questo punto ma quando gli chiediamo di spiegare meglio cosa gli dà fastidio, ci rinfaccia che queste cose dovrebbero essere spontanee e non dovrebbe essere lui a dirci cosa dobbiamo fare. Ma se i nostri gesti spontanei sono quelli che ho descritto in precedenza, non dovrebbe riconoscerne il valore invece di pretendere uno standard? È come se loro volessero vedere solo quello che non facciamo, invece di ciò che compiamo per loro.
Ci sentiamo particolarmente frustrati. Della famiglia della moglie non ci interessa granché (anche perchè fin da subito non si è mai costruito un rapporto). Con la moglie abbiamo iniziato ad avere un comportamento di facciata, solo perchè teniamo al legame con mio fratello/nostro nipote.
C'è qualcosa che possiamo fare o sarà sempre un'eterna rincorsa verso qualcosa che comunque non sarà mai abbastanza?
Vi faccio degli esempi:
1) Hanno traslocato in una casa nuova, si è lamentato che si sono ammazzati di fatica per sistemarla ma che noi non abbiamo chiesto in continuazione se avessero bisogno di aiuto (vista la gastrite della moglie, il lavoro, il bambino, ecc...).
2) Abbiamo fatto qualche giorno di vacanza insieme ai genitori di lei e al nostro nipotino (in due appartamenti diversi, ma confinanti). Testuali parole: si è sentito sprofondare quando un paio di sere i suoceri hanno suonato al nostro appartamento per farci tenere il nipote e non eravamo in casa (questi nonni non ci avevano chiesto, quantomeno al mattino, di organizzarci in merito). Aggiungo anche che avevamo detto loro che, se volevano riposare un po’, ci saremmo occupati volentieri del nipote. Hanno risposto che non avevano bisogno.
3) Abbiamo organizzato una merenda con i nostri zii/cugini. Mia cugina è celiaca, quindi ho detto a mio fratello che dovevamo ordinare qualcosa per lei in una pasticceria attrezzata. Quando il giorno dopo ci siamo suddivisi le cose da cucinare in casa e gli ho chiesto cosa potevo preparare per mia cognata, mi ha rinfacciato che io avessi pensato prima a mia cugina e poi a sua moglie (aggiungendo che la sua gastrite era più grave della celiachia).
Tutto è una lamentela perchè secondo lui non abbiamo abbastanza considerazione verso la sua famiglia. Ma noi abbiamo considerazione verso di loro!
Mia madre ha 70 anni, a 63 ha avuto un tumore al seno e dopo chemio/radio soffre di dolori cronici.
Avendo scelto di non mandare il bambino al nido, lei si prende cura del nipote 2/3 giorni a settimana per non dare tutto l’impegno agli altri nonni. Mio padre ha 75 anni, lavora ancora a tempo pieno nell'ufficio che ora gestisce mio fratello e lo aiuta a livello organizzativo finché saranno pronti ad assumere un nuovo impiegato. Gli altri nonni hanno entrambi meno di 70 anni, sono in pensione da oltre un anno e senza malattie invalidanti.
Avendone le possibilità economiche mio padre lo ha aiutato ad acquistare la casa spaziosa che desiderava estinguendo buona parte del mutuo chiesto dalla banca.
Quando ci sono cambi di programma all'ultimo momento per curare il bambino i miei genitori sono disponibili a riorganizzarsi.
I miei genitori hanno messo a disposizione la loro casa per il loro matrimonio, il battesimo del bambino, le feste comandate.
Ci interessiamo alle loro vite, non tutti i giorni, ma durante la settimana o il mese ci sono occasioni in cui ci vediamo di persona o mandiamo un messaggio per tenerci aggiornati.
Da parte loro non c'è però la stessa attenzione che pretendono da noi. Se non siamo noi a parlare, loro non si fanno domande sulle nostre necessità.
Quando mia mamma era in cura per il tumore, chiedevano come stava ma non se potessero fare qualcosa per lei (ai tempi erano solo fidanzati).
Ho la sindrome IBS da anni e nessuno mi ha mai chiesto come andava la situazione.
Anche i miei genitori hanno fatto trasloco 2 anni fa, ma non si sono offerti disponibili per dar loro una mano.
Per occasioni conviviali la famiglia di lei è sempre nei loro pensieri, noi veniamo calcolati solo se chiediamo.
Non siamo infastiditi perchè mio fratello e famiglia si frequentano di più con i genitori di lei, ognuno è libero di fare le proprie scelte. Ci pesa però il doppio standard che usano nei nostri confronti dove tutto è un dovere verso di loro, come se fossimo al loro servizio.
Nella vita si può sempre migliorare e ci siamo confrontati con mio fratello su questo punto ma quando gli chiediamo di spiegare meglio cosa gli dà fastidio, ci rinfaccia che queste cose dovrebbero essere spontanee e non dovrebbe essere lui a dirci cosa dobbiamo fare. Ma se i nostri gesti spontanei sono quelli che ho descritto in precedenza, non dovrebbe riconoscerne il valore invece di pretendere uno standard? È come se loro volessero vedere solo quello che non facciamo, invece di ciò che compiamo per loro.
Ci sentiamo particolarmente frustrati. Della famiglia della moglie non ci interessa granché (anche perchè fin da subito non si è mai costruito un rapporto). Con la moglie abbiamo iniziato ad avere un comportamento di facciata, solo perchè teniamo al legame con mio fratello/nostro nipote.
C'è qualcosa che possiamo fare o sarà sempre un'eterna rincorsa verso qualcosa che comunque non sarà mai abbastanza?
Salve, la domanda forse ha già una risposta in quanto, da ciò che scrive, voi fate abbastanza. Lei soffre di IBS e sono uno psicoterapeuta specializzato in malattie psicosomatiche delle quali mi occupo. Vede anche la sua condizione è seria ma lei e anche la sua famiglia vi chiedete cos'altro potete fare per loro. La situazione probabilmente non cambierà ma chi può cambiare può essere lei. Le auguro una buona giornata.
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Buongiorno, grazie mille per aver scelto di condividere la sua storia.
Purtroppo, a nessuno di noi è possibile controllare le azioni, le parole ed i pensieri degli altri. L'unica cosa che possiamo fare è esercitare un controllo sul nostro modo di comportarci e di pensare. A tal proposito, è emblematica la questione delle pretese da lei sollevata.
Qualora desiderasse parlare di questi temi in maniera più approfondita, può prenotare un appuntamento.
Buona giornata!
Purtroppo, a nessuno di noi è possibile controllare le azioni, le parole ed i pensieri degli altri. L'unica cosa che possiamo fare è esercitare un controllo sul nostro modo di comportarci e di pensare. A tal proposito, è emblematica la questione delle pretese da lei sollevata.
Qualora desiderasse parlare di questi temi in maniera più approfondita, può prenotare un appuntamento.
Buona giornata!
Gent.ma utente,
la sua frustrazione e il dispiacere per questa situazione familiare è palpabile e altrettanto comprensibile.
Ma qual è l'aspettativa? Quell'eterna rincorsa, che cita nell'ultima sua frase, non è altro che un vano tentativo di trovare un equilibrio di pensieri, opinioni e pregiudizi tra persone diverse che avranno sempre punti di vista differenti.
La verità è che non esiste un compromesso perfetto, soprattutto se i valori in cui si crede sono diversi ed è inevitabile che le traiettorie di vita ci allontanino anche dalle persone a cui vogliamo più bene. Esserci per una persona significativa, nutrire stima, affetto e rispetto, non vuol dire affatto andarci sempre d'accordo, pensarla allo stesso modo o avere le stesse abitudini. Semplicemente, significa ammettere che si fanno scelte diverse lungo il percorso e ognuno ha la possibilità di indirizzare la propria vita come meglio crede, senza che gli altri siano necessariamente d'accordo.
Dunque, gentile utente, la soluzione è lasciar andare. Lasciar andare ciò che non può controllare o modificare nel comportamento degli altri, lasciar andare quello che gli altri pensano, dicono o fanno. Aprire larghe finestre di tolleranza su ciò che non le piace, su ciò che non capisce o che non condivide. E non avere la tentazione continua di dover portare lei un peso, o una responsabilità, per quello che gli altri decidono di fare, per come intendono condurre la loro vita.
Lasciar andare non significa che non le importa più di suo fratello e delle altre persone coinvolte. Significa avere rispetto per sé stessa, difendere la sua dignità e la coerenza con i suoi valori, con quello che la contraddistingue come persona.
Gestire tutto questo fardello di preoccupazione e di pensieri rischia di diventare un boomerang emotivo difficile da gestire. La mente cercherà costantemente di trovare soluzioni a questioni irrisolvibili, a pensare con la testa degli altri e voler decidere per loro, a rimuginare sulle conseguenze di tutte le possibili azioni, le frasi che si diranno o gli atteggiamenti che si assumeranno. Il pericolo sarà allontanarsi dal proprio benessere psicologico, evadendo troppo spesso dal presente, dalle sue priorità, dalle persone che le sono vicine e dalle opportunità di vivere emozioni positive.
Se ha difficoltà a scrollarsi di dosso questo fardello, valuti la possibilità di affrontare questa fase con un supporto psicologico al fine di potenziare la sua flessibilità psicologica e gestire meglio pensieri intrusivi ed emozioni difficili.
Se lo desidera, posso darle maggiori informazioni su un percorso psicologico di questo tipo, anche tramite consulenza online.
Le auguro il meglio, Dott. Antonio Cortese
la sua frustrazione e il dispiacere per questa situazione familiare è palpabile e altrettanto comprensibile.
Ma qual è l'aspettativa? Quell'eterna rincorsa, che cita nell'ultima sua frase, non è altro che un vano tentativo di trovare un equilibrio di pensieri, opinioni e pregiudizi tra persone diverse che avranno sempre punti di vista differenti.
La verità è che non esiste un compromesso perfetto, soprattutto se i valori in cui si crede sono diversi ed è inevitabile che le traiettorie di vita ci allontanino anche dalle persone a cui vogliamo più bene. Esserci per una persona significativa, nutrire stima, affetto e rispetto, non vuol dire affatto andarci sempre d'accordo, pensarla allo stesso modo o avere le stesse abitudini. Semplicemente, significa ammettere che si fanno scelte diverse lungo il percorso e ognuno ha la possibilità di indirizzare la propria vita come meglio crede, senza che gli altri siano necessariamente d'accordo.
Dunque, gentile utente, la soluzione è lasciar andare. Lasciar andare ciò che non può controllare o modificare nel comportamento degli altri, lasciar andare quello che gli altri pensano, dicono o fanno. Aprire larghe finestre di tolleranza su ciò che non le piace, su ciò che non capisce o che non condivide. E non avere la tentazione continua di dover portare lei un peso, o una responsabilità, per quello che gli altri decidono di fare, per come intendono condurre la loro vita.
Lasciar andare non significa che non le importa più di suo fratello e delle altre persone coinvolte. Significa avere rispetto per sé stessa, difendere la sua dignità e la coerenza con i suoi valori, con quello che la contraddistingue come persona.
Gestire tutto questo fardello di preoccupazione e di pensieri rischia di diventare un boomerang emotivo difficile da gestire. La mente cercherà costantemente di trovare soluzioni a questioni irrisolvibili, a pensare con la testa degli altri e voler decidere per loro, a rimuginare sulle conseguenze di tutte le possibili azioni, le frasi che si diranno o gli atteggiamenti che si assumeranno. Il pericolo sarà allontanarsi dal proprio benessere psicologico, evadendo troppo spesso dal presente, dalle sue priorità, dalle persone che le sono vicine e dalle opportunità di vivere emozioni positive.
Se ha difficoltà a scrollarsi di dosso questo fardello, valuti la possibilità di affrontare questa fase con un supporto psicologico al fine di potenziare la sua flessibilità psicologica e gestire meglio pensieri intrusivi ed emozioni difficili.
Se lo desidera, posso darle maggiori informazioni su un percorso psicologico di questo tipo, anche tramite consulenza online.
Le auguro il meglio, Dott. Antonio Cortese
Buongiorno,
da ciò che descrive sembra di trovarsi in un gioco a somma zero: qualunque gesto fate non viene riconosciuto, perché lo sguardo dell’altro è puntato più su ciò che manca che su ciò che c’è. Quando un rapporto funziona così, più ci si sforza di colmare il vuoto, più si alimenta la frustrazione. A volte la strategia vincente non è rincorrere, ma ridefinire il proprio ruolo: offrire ciò che sentite giusto, senza aspettarvi il riconoscimento come misura del vostro valore.
Un caro saluto,
Dott.ssa Alessandra Motta – Psicologa Strategica
da ciò che descrive sembra di trovarsi in un gioco a somma zero: qualunque gesto fate non viene riconosciuto, perché lo sguardo dell’altro è puntato più su ciò che manca che su ciò che c’è. Quando un rapporto funziona così, più ci si sforza di colmare il vuoto, più si alimenta la frustrazione. A volte la strategia vincente non è rincorrere, ma ridefinire il proprio ruolo: offrire ciò che sentite giusto, senza aspettarvi il riconoscimento come misura del vostro valore.
Un caro saluto,
Dott.ssa Alessandra Motta – Psicologa Strategica
Quello che descrivi è un vissuto molto comune nelle famiglie quando entrano in gioco modelli relazionali differenti: da una parte il vostro stile, più discreto e basato sulla disponibilità nei momenti importanti, dall’altra quello di tua cognata, centrato sulla presenza costante e quotidiana. Queste due modalità non sono “giuste o sbagliate” in assoluto, ma nel momento in cui si incontrano generano inevitabilmente incomprensioni e frustrazione. Da ciò che racconti, voi vi siete resi disponibili in molti modi concreti, eppure i vostri gesti vengono spesso svalutati perché non corrispondono allo standard che tuo fratello ha fatto proprio all’interno della nuova famiglia. La sensazione di rincorrere continuamente qualcosa che non è mai abbastanza nasce proprio da questo: non c’è un criterio condiviso, ma un’aspettativa implicita che non vi appartiene e che non potete controllare. In queste situazioni, la strategia più sana non è cercare di adeguarsi a ogni costo, ma definire voi quali forme di vicinanza vi fanno sentire autentici e sostenibili, mantenendole con coerenza. Potrebbe essere utile comunicare a tuo fratello in modo chiaro e non accusatorio che ci siete, che vi interessa la sua famiglia, ma che lo esprimete con un linguaggio affettivo diverso, altrettanto valido. È importante anche accettare che, almeno per ora, lui possa continuare a percepire una mancanza: non tutto è risolvibile e il riconoscimento che attendete potrebbe non arrivare. A quel punto, la domanda diventa: vogliamo vivere i rapporti inseguendo un ideale che non ci appartiene o vogliamo dare valore a quello che già facciamo, proteggendo i nostri confini emotivi? In questo senso, può essere utile spostare il focus sul legame con vostro nipote, che è un terreno fertile e meno contaminato dal conflitto tra adulti. Continuare a fare la vostra parte, senza snaturarvi e senza cadere nel gioco delle lamentele, vi permetterà di preservare sia il rapporto con vostro fratello (per quanto imperfetto) sia la serenità personale, riducendo la sensazione di vivere in un’eterna rincorsa.
Buongiorno, capisco bene la frustrazione che stai descrivendo. La tua storia mostra un intreccio complesso di dinamiche familiari, in cui si sommano aspettative implicite, sensibilità diverse e modi di intendere la vicinanza che non coincidono: da un lato ci sei tu, con il desiderio di coltivare un rapporto autentico e rispettoso, dall’altro c’è tuo fratello, oggi immerso in un modello relazionale fortemente influenzato dalla famiglia di tua cognata, dove la dimostrazione quotidiana e costante di attenzione è considerata prova d’affetto.
Il punto critico sembra essere proprio lo “scarto di linguaggio affettivo”: tu e i tuoi genitori esprimete cura e presenza attraverso gesti concreti e continuità nel tempo, mentre tuo fratello e sua moglie leggono come valida solo una forma di attenzione continua, più simile a un monitoraggio costante. In questo schema, tutto ciò che non rientra nel loro codice diventa invisibile o svalutato. Questo genera inevitabilmente un senso di ingiustizia e di non riconoscimento.
È importante notare anche la tendenza accusatoria di tuo fratello: la richiesta che “dovrebbe essere spontaneo” è una forma di idealizzazione che lascia l’altro sempre in difetto. Questa dinamica rischia di mantenere una relazione sbilanciata, in cui tu ti senti costantemente messa alla prova e mai davvero vista per quello che fai.
In queste situazioni, l’obiettivo realistico non è cambiare il loro modo di vivere le relazioni, ma ridefinire il tuo. Serve costruire un confine chiaro, interno ed esterno, che ti permetta di mantenere disponibilità senza entrare nella logica della rincorsa. Continuare a farti coinvolgere in un gioco in cui sei sempre in debito rafforza il circolo vizioso; scegliere invece un livello di presenza che tu senti sostenibile e coerente con i tuoi valori ti restituisce libertà e serenità.
Dal punto di vista terapeutico, ti propongo un lavoro su due livelli:
1. **Chiarezza interna**:
scrivi nero su bianco cosa tu e la tua famiglia siete effettivamente disposti a fare per tuo fratello (es. disponibilità pratica, momenti di condivisione, supporto nei casi di reale bisogno). Questo ti aiuta a definire un confine stabile e non oscillare a seconda delle accuse o delle pretese.
2. **Comunicazione assertiva**:
quando tuo fratello solleva un’osservazione, puoi rispondere riconoscendo il suo sentire (“capisco che per te sia importante”) ma ribadendo con calma i fatti (“questo è quello che facciamo per te e continueremo a farlo”). Non serve giustificarsi o rincorrere, ma tenere ferma la realtà delle cose.
3. **Protezione emotiva**:
mantieni il legame con tuo nipote e con tuo fratello per quanto ti è possibile, ma alleggerisci l’investimento verso tua cognata. Un atteggiamento di cortesia formale, come già stai facendo, è un modo equilibrato di non farti logorare da una relazione che non vuole aprirsi.
Il passo più importante è accettare che forse non riceverai mai il riconoscimento che desideri, ma che puoi comunque sentirti integra e coerente nei gesti che scegli di compiere. Questo ti permette di liberarti dall’idea di “non essere abbastanza” e di ridurre la frustrazione.
Ti suggerisco di valutare un ciclo di colloqui psicologici centrati proprio sulla gestione delle relazioni familiari e sul rafforzamento della tua identità nella rete dei legami. Questo non per “cambiare loro”, ma per restituire a te la libertà di scegliere come esserci senza perderti. Un percorso psicologico individuale ti permetterebbe di:
lavorare sul senso di colpa che nasce dalle continue accuse di “non fare abbastanza”;
rafforzare la capacità di mettere confini chiari senza sentirti rigida o “cattiva”;
elaborare la frustrazione e proteggerti emotivamente da un rapporto che rischia di consumare troppe energie;
ritrovare una posizione interiore stabile, da cui poterti relazionare con tuo fratello senza sentirti costantemente in rincorsa.
Un lavoro di questo tipo potrebbe essere svolto in una terapia di tipo relazionale o sistemico, che aiuta a decodificare le dinamiche familiari e a non farsene risucchiare. Parallelamente, un percorso di sostegno basato su tecniche di consapevolezza (come la Mindfulness) ti aiuterebbe a ridurre la reattività emotiva e a mantenere lucidità nelle interazioni difficili.
Un cordiale saluto
Dott.ssa Marzia Mazzavillani
Psicologa clinica - Voice Dialogue - Mindfulness - Dreamwork
Un cordiale saluto
Dott.ssa Marzia Mazzavillani
Psicologa clinica - Voice Dialogue - Mindfulness - Dreamwork
Il punto critico sembra essere proprio lo “scarto di linguaggio affettivo”: tu e i tuoi genitori esprimete cura e presenza attraverso gesti concreti e continuità nel tempo, mentre tuo fratello e sua moglie leggono come valida solo una forma di attenzione continua, più simile a un monitoraggio costante. In questo schema, tutto ciò che non rientra nel loro codice diventa invisibile o svalutato. Questo genera inevitabilmente un senso di ingiustizia e di non riconoscimento.
È importante notare anche la tendenza accusatoria di tuo fratello: la richiesta che “dovrebbe essere spontaneo” è una forma di idealizzazione che lascia l’altro sempre in difetto. Questa dinamica rischia di mantenere una relazione sbilanciata, in cui tu ti senti costantemente messa alla prova e mai davvero vista per quello che fai.
In queste situazioni, l’obiettivo realistico non è cambiare il loro modo di vivere le relazioni, ma ridefinire il tuo. Serve costruire un confine chiaro, interno ed esterno, che ti permetta di mantenere disponibilità senza entrare nella logica della rincorsa. Continuare a farti coinvolgere in un gioco in cui sei sempre in debito rafforza il circolo vizioso; scegliere invece un livello di presenza che tu senti sostenibile e coerente con i tuoi valori ti restituisce libertà e serenità.
Dal punto di vista terapeutico, ti propongo un lavoro su due livelli:
1. **Chiarezza interna**:
scrivi nero su bianco cosa tu e la tua famiglia siete effettivamente disposti a fare per tuo fratello (es. disponibilità pratica, momenti di condivisione, supporto nei casi di reale bisogno). Questo ti aiuta a definire un confine stabile e non oscillare a seconda delle accuse o delle pretese.
2. **Comunicazione assertiva**:
quando tuo fratello solleva un’osservazione, puoi rispondere riconoscendo il suo sentire (“capisco che per te sia importante”) ma ribadendo con calma i fatti (“questo è quello che facciamo per te e continueremo a farlo”). Non serve giustificarsi o rincorrere, ma tenere ferma la realtà delle cose.
3. **Protezione emotiva**:
mantieni il legame con tuo nipote e con tuo fratello per quanto ti è possibile, ma alleggerisci l’investimento verso tua cognata. Un atteggiamento di cortesia formale, come già stai facendo, è un modo equilibrato di non farti logorare da una relazione che non vuole aprirsi.
Il passo più importante è accettare che forse non riceverai mai il riconoscimento che desideri, ma che puoi comunque sentirti integra e coerente nei gesti che scegli di compiere. Questo ti permette di liberarti dall’idea di “non essere abbastanza” e di ridurre la frustrazione.
Ti suggerisco di valutare un ciclo di colloqui psicologici centrati proprio sulla gestione delle relazioni familiari e sul rafforzamento della tua identità nella rete dei legami. Questo non per “cambiare loro”, ma per restituire a te la libertà di scegliere come esserci senza perderti. Un percorso psicologico individuale ti permetterebbe di:
lavorare sul senso di colpa che nasce dalle continue accuse di “non fare abbastanza”;
rafforzare la capacità di mettere confini chiari senza sentirti rigida o “cattiva”;
elaborare la frustrazione e proteggerti emotivamente da un rapporto che rischia di consumare troppe energie;
ritrovare una posizione interiore stabile, da cui poterti relazionare con tuo fratello senza sentirti costantemente in rincorsa.
Un lavoro di questo tipo potrebbe essere svolto in una terapia di tipo relazionale o sistemico, che aiuta a decodificare le dinamiche familiari e a non farsene risucchiare. Parallelamente, un percorso di sostegno basato su tecniche di consapevolezza (come la Mindfulness) ti aiuterebbe a ridurre la reattività emotiva e a mantenere lucidità nelle interazioni difficili.
Un cordiale saluto
Dott.ssa Marzia Mazzavillani
Psicologa clinica - Voice Dialogue - Mindfulness - Dreamwork
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Dott.ssa Marzia Mazzavillani
Psicologa clinica - Voice Dialogue - Mindfulness - Dreamwork
Capisco bene la sua frustrazione: da quello che descrive sembra che, nonostante i suoi gesti concreti di attenzione, il riconoscimento da parte di suo fratello e della cognata non arrivi mai, lasciandole la sensazione di non essere mai “abbastanza”. In questi casi diventa importante definire confini chiari, riconoscere ciò che realmente fa e scegliere quanto spazio concedere alle loro richieste senza esaurirsi. Se desidera, possiamo approfondire insieme questa dinamica in un percorso mirato, così da aiutarla a gestire meglio il peso emotivo e a proteggere la sua serenità. Vuole fissare un appuntamento?
Non è semplice cambiare l’atteggiamento degli altri, anzi potremmo dire che è impossibile. Però si può lavorare su come gestire i rapporti senza sentirsi svuotati o colpevoli, mettendo confini più chiari e tutelando i legami.
Se vuole, possiamo fissare un incontro online per approfondire meglio la situazione e trovare insieme strategie pratiche per viverla con più serenità.
Un caro saluto
Se vuole, possiamo fissare un incontro online per approfondire meglio la situazione e trovare insieme strategie pratiche per viverla con più serenità.
Un caro saluto
Capisco bene la complessità della situazione che stai vivendo. Dal tuo racconto emerge un forte senso di frustrazione e di incomprensione: da una parte voi vi impegnate per esserci, dall’altra sembra che ogni vostro gesto venga svalutato o non riconosciuto, mentre il focus rimane sempre su ciò che “manca” secondo le aspettative di tuo fratello e di sua moglie.
In questi casi entrano in gioco dinamiche delicate: le differenze tra modelli familiari, le pretese implicite (non dette ma fortemente sentite), i non detti che generano risentimento e le proiezioni che ognuno fa sull’altro. È molto comune che, dopo il matrimonio e con la nascita dei figli, le priorità e i legami cambino: questo può rendere più difficile mantenere gli stessi equilibri di prima, soprattutto quando ci sono famiglie d’origine con stili molto diversi di comunicazione e di vicinanza.
Da quello che descrivi, il rischio è quello di trovarsi in una sorta di “gioco infinito” dove qualunque cosa facciate sembra non bastare, con la conseguenza che vi sentite costantemente sotto esame. Un passo utile potrebbe essere quello di mettere dei confini chiari: dare disponibilità, ma senza sentirvi obbligati a colmare continuamente le aspettative altrui. È anche importante riconoscere i vostri bisogni e la legittimità dei vostri limiti, per evitare che la relazione diventi solo fonte di tensione e senso di colpa.
Può aiutare provare a mantenere la comunicazione il più possibile pacata e concreta, cercando di spostare il discorso da accuse generiche (“non ci considerate abbastanza”) a esempi specifici (“ci piacerebbe che anche voi vi interessaste a…”). Tuttavia, non sempre dall’altra parte c’è la stessa disponibilità a confrontarsi in modo costruttivo, e questo può rendere necessario accettare che alcune dinamiche non cambieranno facilmente.
Per approfondire meglio queste dinamiche familiari e trovare strategie pratiche per gestirle senza logorarti, sarebbe utile e consigliato rivolgersi ad uno specialista.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
In questi casi entrano in gioco dinamiche delicate: le differenze tra modelli familiari, le pretese implicite (non dette ma fortemente sentite), i non detti che generano risentimento e le proiezioni che ognuno fa sull’altro. È molto comune che, dopo il matrimonio e con la nascita dei figli, le priorità e i legami cambino: questo può rendere più difficile mantenere gli stessi equilibri di prima, soprattutto quando ci sono famiglie d’origine con stili molto diversi di comunicazione e di vicinanza.
Da quello che descrivi, il rischio è quello di trovarsi in una sorta di “gioco infinito” dove qualunque cosa facciate sembra non bastare, con la conseguenza che vi sentite costantemente sotto esame. Un passo utile potrebbe essere quello di mettere dei confini chiari: dare disponibilità, ma senza sentirvi obbligati a colmare continuamente le aspettative altrui. È anche importante riconoscere i vostri bisogni e la legittimità dei vostri limiti, per evitare che la relazione diventi solo fonte di tensione e senso di colpa.
Può aiutare provare a mantenere la comunicazione il più possibile pacata e concreta, cercando di spostare il discorso da accuse generiche (“non ci considerate abbastanza”) a esempi specifici (“ci piacerebbe che anche voi vi interessaste a…”). Tuttavia, non sempre dall’altra parte c’è la stessa disponibilità a confrontarsi in modo costruttivo, e questo può rendere necessario accettare che alcune dinamiche non cambieranno facilmente.
Per approfondire meglio queste dinamiche familiari e trovare strategie pratiche per gestirle senza logorarti, sarebbe utile e consigliato rivolgersi ad uno specialista.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
La ringrazio per aver condiviso una situazione così personale e complessa. Leggendo il suo racconto, emerge chiaramente il grande amore e l'impegno che lei e la sua famiglia avete messo nel sostenere suo fratello e la sua famiglia, anche se spesso venite criticati e non riconosciuti.
Quello che descrive è un classico esempio di dinamiche familiari complesse, spesso amplificate da eventi di vita importanti come il matrimonio e la nascita di un figlio. Non è raro che in queste fasi emergano nuovi equilibri e che le aspettative (spesso non espresse) possano creare malintesi e tensioni.
Ciò che prova non è solo giustificato, ma è anche il segnale che c'è un divario significativo tra ciò che voi date e ciò che loro percepiscono o pretendono di ricevere.
Il suo racconto mette in luce alcuni punti chiave che sarebbe importante esplorare insieme:
Le aspettative non espresse: Suo fratello sembra avere un'idea precisa di "ciò che andrebbe fatto", ma si aspetta che voi lo intuiate. Questa dinamica è un terreno fertile per i conflitti. Le relazioni sane si basano sulla comunicazione aperta, non sulla telepatia.
Il ruolo della cognata: È evidente che la sua presenza e le dinamiche della sua famiglia d'origine stanno influenzando profondamente il comportamento di suo fratello. È possibile che lui si senta diviso tra due mondi e stia cercando di bilanciarli in un modo che, purtroppo, finisce per penalizzare voi.
La "modalità vittimista": La tendenza a lamentarsi e a porre i propri problemi al centro dell'attenzione è un meccanismo che porta a una richiesta continua di attenzioni e aiuti, senza un'adeguata reciprocità. Non è corretto che voi dobbiate sempre essere in uno stato di allerta per le loro necessità, mentre le vostre vengono ignorate.
Il valore dei vostri gesti: Lei ha ragione. I vostri gesti spontanei sono pieni di valore e dimostrano il vostro amore e supporto. È doloroso quando il focus si sposta su ciò che "non avete fatto" invece di riconoscere tutto ciò che avete fatto.
Non si tratta di interrompere i rapporti, ma di trovare un modo per renderli più equilibrati e meno frustranti.
Lavorare insieme potrebbe permetterle di:
Comprendere meglio le radici di questi comportamenti.
Imparare a stabilire dei confini sani che proteggano voi, senza interrompere il legame.
Trovare il modo di comunicare con suo fratello in maniera più efficace, se lo desidera.
Riconoscere il valore del vostro amore e del vostro supporto, indipendentemente dal fatto che venga riconosciuto o meno.
Se crede che questo percorso possa esserle utile, sarò felice di incontrarla per una prima seduta
Quello che descrive è un classico esempio di dinamiche familiari complesse, spesso amplificate da eventi di vita importanti come il matrimonio e la nascita di un figlio. Non è raro che in queste fasi emergano nuovi equilibri e che le aspettative (spesso non espresse) possano creare malintesi e tensioni.
Ciò che prova non è solo giustificato, ma è anche il segnale che c'è un divario significativo tra ciò che voi date e ciò che loro percepiscono o pretendono di ricevere.
Il suo racconto mette in luce alcuni punti chiave che sarebbe importante esplorare insieme:
Le aspettative non espresse: Suo fratello sembra avere un'idea precisa di "ciò che andrebbe fatto", ma si aspetta che voi lo intuiate. Questa dinamica è un terreno fertile per i conflitti. Le relazioni sane si basano sulla comunicazione aperta, non sulla telepatia.
Il ruolo della cognata: È evidente che la sua presenza e le dinamiche della sua famiglia d'origine stanno influenzando profondamente il comportamento di suo fratello. È possibile che lui si senta diviso tra due mondi e stia cercando di bilanciarli in un modo che, purtroppo, finisce per penalizzare voi.
La "modalità vittimista": La tendenza a lamentarsi e a porre i propri problemi al centro dell'attenzione è un meccanismo che porta a una richiesta continua di attenzioni e aiuti, senza un'adeguata reciprocità. Non è corretto che voi dobbiate sempre essere in uno stato di allerta per le loro necessità, mentre le vostre vengono ignorate.
Il valore dei vostri gesti: Lei ha ragione. I vostri gesti spontanei sono pieni di valore e dimostrano il vostro amore e supporto. È doloroso quando il focus si sposta su ciò che "non avete fatto" invece di riconoscere tutto ciò che avete fatto.
Non si tratta di interrompere i rapporti, ma di trovare un modo per renderli più equilibrati e meno frustranti.
Lavorare insieme potrebbe permetterle di:
Comprendere meglio le radici di questi comportamenti.
Imparare a stabilire dei confini sani che proteggano voi, senza interrompere il legame.
Trovare il modo di comunicare con suo fratello in maniera più efficace, se lo desidera.
Riconoscere il valore del vostro amore e del vostro supporto, indipendentemente dal fatto che venga riconosciuto o meno.
Se crede che questo percorso possa esserle utile, sarò felice di incontrarla per una prima seduta
Come la sociologia e l’antropologia possono chiarire, più in generale, le influenze familiari che condizionano e contrappongono due famiglie e diventano fonte di disturbi psicologici. Con il matrimonio si manifesta con chiarezza una distinzione contrapposta tra due gruppi familiari che fanno riferimento a usi e costumi diversi, nel caso in esame molto strutturati.
Nei matrimoni, spesso il maschio viene accolto dalla famiglia della moglie e, se la distinzione sociale e valoriale tra i due gruppi è forte, il marito viene inserito a pieno titolo nella famiglia della moglie solo se ne accetta i valori fondamentali condivisi. Nel caso in questione: la famiglia del narratore è più riservata, quella di lei molto presente e comunicativa quotidianamente.
È un punto difficile: le due famiglie hanno una comunicazione diversa, e non è questione di poco conto. Infatti: «La moglie viene da una famiglia in cui lei, la sorella e la madre si telefonano quasi tutti i giorni. Noi siamo una famiglia più riservata…» Dunque: i riservati contro gli espressivi, il silenzio contro l’espressività — due modalità comunicative opposte che creano disagio a entrambi i membri.
Basta entrare nelle esperienze che viviamo quotidianamente: la moglie del fratello non ha confidenza con la riservata famiglia del marito; loro non danno confidenza e lei non vuole raccontare i propri problemi di salute. Probabilmente, però, la famiglia realmente più chiusa è forse quella espressiva: le relazioni fitte costituiscono una barriera all’apertura verso l’esterno, una protezione dello spirito del gruppo.
Il silenzio, invece, è una comunicazione più sicura di sé, mentre il gruppo chiassoso ha bisogno di continue rassicurazioni e sostegni che non hanno mai fine, perché non ne hanno mai abbastanza, non hanno il senso del limite, perché non si percepiscono adulti.
In termini di Analisi Transazionale, il gruppo silenzioso diventa il Genitore del gruppo Bambino, ma non capisce perché quest’ultimo non apprezzi il loro spirito di sacrificio. I Bambini, in genere, non hanno contezza della loro insistenza nella ricerca di centralità e affettività
Nei matrimoni, spesso il maschio viene accolto dalla famiglia della moglie e, se la distinzione sociale e valoriale tra i due gruppi è forte, il marito viene inserito a pieno titolo nella famiglia della moglie solo se ne accetta i valori fondamentali condivisi. Nel caso in questione: la famiglia del narratore è più riservata, quella di lei molto presente e comunicativa quotidianamente.
È un punto difficile: le due famiglie hanno una comunicazione diversa, e non è questione di poco conto. Infatti: «La moglie viene da una famiglia in cui lei, la sorella e la madre si telefonano quasi tutti i giorni. Noi siamo una famiglia più riservata…» Dunque: i riservati contro gli espressivi, il silenzio contro l’espressività — due modalità comunicative opposte che creano disagio a entrambi i membri.
Basta entrare nelle esperienze che viviamo quotidianamente: la moglie del fratello non ha confidenza con la riservata famiglia del marito; loro non danno confidenza e lei non vuole raccontare i propri problemi di salute. Probabilmente, però, la famiglia realmente più chiusa è forse quella espressiva: le relazioni fitte costituiscono una barriera all’apertura verso l’esterno, una protezione dello spirito del gruppo.
Il silenzio, invece, è una comunicazione più sicura di sé, mentre il gruppo chiassoso ha bisogno di continue rassicurazioni e sostegni che non hanno mai fine, perché non ne hanno mai abbastanza, non hanno il senso del limite, perché non si percepiscono adulti.
In termini di Analisi Transazionale, il gruppo silenzioso diventa il Genitore del gruppo Bambino, ma non capisce perché quest’ultimo non apprezzi il loro spirito di sacrificio. I Bambini, in genere, non hanno contezza della loro insistenza nella ricerca di centralità e affettività
Buongiorno, dalle sue parole emerge chiaramente quanto la situazione con suo fratello e la sua famiglia sia diventata fonte di tensione e frustrazione. È comprensibile sentirsi svuotati e poco riconosciuti quando si ha la percezione di dare tanto, in diversi modi e con costanza, senza ricevere lo stesso livello di attenzione o senza vedere riconosciuto l’impegno già messo in campo. La dinamica che descrive, fatta di continue lamentele e di standard sempre più alti e difficili da raggiungere, rischia di alimentare un circolo vizioso in cui ogni gesto perde valore e lascia spazio solo a ciò che manca. Questo meccanismo, oltre a logorare i rapporti familiari, può farla sentire come se fosse in una rincorsa continua e senza mai possibilità di arrivare. In una prospettiva cognitivo comportamentale, può essere utile osservare due aspetti. Da un lato, ci sono i pensieri e le interpretazioni che emergono ogni volta che suo fratello o sua cognata esprimono insoddisfazione: il rischio è che lei si senta costantemente giudicata e in dovere, come se qualunque gesto fosse insufficiente. Dall’altro lato ci sono i comportamenti messi in atto per gestire queste situazioni, come le spiegazioni, i chiarimenti e il tentativo di mostrare le attenzioni già date. Spesso queste strategie, pur essendo mosse da buone intenzioni, finiscono per rinforzare la sensazione che si debba continuamente giustificare o dimostrare qualcosa, senza ottenere realmente un cambiamento nel rapporto. Per uscire da questa spirale può essere utile provare a spostare il focus da ciò che loro si aspettano a ciò che voi ritenete sostenibile e giusto fare. Non significa diventare freddi o distaccati, ma darsi il diritto di stabilire confini chiari. I confini, in famiglia, non sono muri ma strumenti che permettono di mantenere relazioni più equilibrate e rispettose. Può aiutarla, per esempio, a decidere in anticipo quanto tempo, quante energie e in quali forme desidera essere presente, senza sentirsi obbligata a corrispondere a ogni richiesta implicita. Una volta chiariti internamente i propri limiti, comunicarli in modo semplice e coerente riduce l’ansia legata al timore di deludere e dà a suo fratello la possibilità di confrontarsi con un quadro più realistico, non basato su aspettative indefinite. Un altro punto centrale riguarda il riconoscimento: se lei aspetta che arrivi dall’esterno, rischia di restare imprigionata in un senso di mancanza cronica. Può invece provare a valorizzare internamente ciò che lei e la sua famiglia già fate, ricordandosi che l’impegno, la disponibilità e l’affetto non perdono valore solo perché non vengono riconosciuti come lei vorrebbe. In questo senso, coltivare una consapevolezza delle proprie azioni può ridurre la sensazione di rincorsa e riportare una percezione di equilibrio. È anche comprensibile che con la cognata sia prevalso un atteggiamento di facciata: a volte, per salvaguardare legami importanti come quello con il fratello e il nipote, si sceglie di mantenere una relazione superficiale ma funzionale, e questo non è necessariamente un fallimento. Può essere una strategia adattiva, un compromesso che permette di conservare ciò che conta senza farsi travolgere da conflitti continui. Accettare che con alcune persone il rapporto non potrà essere profondo o caloroso come si vorrebbe può portare sollievo, perché riduce l’illusione che si debba sempre migliorare o aggiustare qualcosa. In definitiva, più che chiedersi se ci sarà mai un riconoscimento pieno da parte loro, può essere più utile chiedersi quale sia per lei un equilibrio accettabile tra il dare e il ricevere. Concentrarsi su ciò che dipende davvero da lei, e non su ciò che non può controllare, può restituirle una maggiore libertà emotiva. Forse non è possibile eliminare del tutto la frustrazione, ma è possibile ridurne l’impatto smettendo di inseguire uno standard che non le appartiene e cominciando a dare valore al proprio modo di esserci. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buon giorno, nelle famiglie spesso non è tanto ciò che si fa a contare, quanto le aspettative che l’altro nutre. Può succedere che i vostri gesti, pur presenti e significativi, non vengano riconosciuti solo perché non corrispondono al “modo” in cui vostro fratello e sua moglie immaginano la vicinanza. In questi casi il rischio è di sentirsi sempre in difetto, in una rincorsa continua che logora il rapporto. Può essere utile allora chiedersi non tanto cosa manca, ma quali confini volete porre per vivere questa relazione senza sentirvi svuotati, cosa siete disposti a offrire con naturalezza e cosa invece andrebbe oltre le vostre possibilità. Spesso non si tratta di dare di più, ma di dare in un modo che sia autentico e sostenibile, senza la pressione di dover continuamente dimostrare. Questo non significa chiudere la porta, ma scegliere un equilibrio che tuteli anche il vostro benessere, ricordando che in una relazione sana la reciprocità è tanto importante quanto l’affetto. Un caro saluto
La ringrazio intanto per aver condiviso qualcosa di così personale e delicato. È comprensibile e assolutamente legittimo il suo sentire rispetto a questo fratello e rispetto a quello che sembra essere un rapporto fatto di aspettative ed estremamente richiestivo: per questo è naturale che lei provi frustrazione.
Mi stavo solo chiedendo questo: forse dentro di lei c’è una tendenza a sentire di dover rispondere a queste aspettative, in una relazione che sembra essere un po’ a senso unico. Credo che uno spazio suo potrebbe esserle utile per approfondire meglio questo vissuto e comprendere le ragioni per cui dentro di lei sembra esserci questo richiamo a dover “fare qualcosa” per colmare ciò che manca.
Penso che sia importante anche per chiarire dentro di lei quali siano i confini tra lei e suo fratello, tra le sue aspettative e quello che lei sente giusto fare. Mi ha colpito in particolare la domanda con cui conclude, “se c’è qualcosa che possiamo fare”: mi sembra proprio una domanda da analisi, che apre la possibilità di esplorare in profondità come si struttura questo suo modo di stare nella relazione.
Uno spazio di psicoterapia potrebbe aiutarla ad approfondire questa domanda e a comprendere più a fondo come mai sente forse di dover rispondere a tali aspettative, nonostante ci sia una parte di lei che contemporaneamente prova fastidio e frustrazione. Sarebbe un’occasione preziosa per dare voce a entrambe queste parti e capire come possano convivere in modo più armonico.
Resto a disposizione. Per qualsiasi richiesta/informazione non esiti a contattarmi. Un caro Saluto.
Mi stavo solo chiedendo questo: forse dentro di lei c’è una tendenza a sentire di dover rispondere a queste aspettative, in una relazione che sembra essere un po’ a senso unico. Credo che uno spazio suo potrebbe esserle utile per approfondire meglio questo vissuto e comprendere le ragioni per cui dentro di lei sembra esserci questo richiamo a dover “fare qualcosa” per colmare ciò che manca.
Penso che sia importante anche per chiarire dentro di lei quali siano i confini tra lei e suo fratello, tra le sue aspettative e quello che lei sente giusto fare. Mi ha colpito in particolare la domanda con cui conclude, “se c’è qualcosa che possiamo fare”: mi sembra proprio una domanda da analisi, che apre la possibilità di esplorare in profondità come si struttura questo suo modo di stare nella relazione.
Uno spazio di psicoterapia potrebbe aiutarla ad approfondire questa domanda e a comprendere più a fondo come mai sente forse di dover rispondere a tali aspettative, nonostante ci sia una parte di lei che contemporaneamente prova fastidio e frustrazione. Sarebbe un’occasione preziosa per dare voce a entrambe queste parti e capire come possano convivere in modo più armonico.
Resto a disposizione. Per qualsiasi richiesta/informazione non esiti a contattarmi. Un caro Saluto.
Buongiorno,
il suo racconto restituisce bene quanto possano diventare complesse le dinamiche familiari quando entrano in gioco nuove abitudini, aspettative diverse e modi differenti di vivere le relazioni. Lei descrive uno sforzo costante della sua famiglia per esserci e sostenere suo fratello, ma al tempo stesso la percezione che ogni gesto non venga riconosciuto, bensì trasformato in mancanza. È naturale sentirsi frustrati: quando l’impegno non trova riscontro e si traduce in continue critiche, si ha la sensazione di una rincorsa infinita.
Quello che descrive non riguarda solo episodi singoli, ma una diversa visione di cosa significhi “esserci” in famiglia. Sua cognata proviene da un contesto dove la vicinanza si esprime con contatti quotidiani e una certa dose di drammaticità; la sua famiglia, invece, ha uno stile più sobrio, basato sull’essere presenti nei momenti di bisogno. Queste due visioni si incontrano e, inevitabilmente, si scontrano.
In situazioni come questa è difficile cambiare l’atteggiamento dell’altro. Quello che potete fare voi è lavorare su due piani:
i confini: decidere fino a dove siete disposti ad arrivare senza sentirvi in colpa, chiarendo che il vostro esserci ha già un valore concreto;
le aspettative: accettare che vostro fratello e sua moglie possano non riconoscere i vostri gesti come vi aspettate, e che continuare a rincorrere il loro riconoscimento rischia solo di logorarvi.
Non significa interrompere i rapporti, ma smettere di cercare una “validazione” che, per come sono impostate le cose, probabilmente non arriverà mai nel modo in cui la desiderate. Questo, paradossalmente, può alleggerire le tensioni e restituirvi un senso di libertà.
Un supporto psicologico familiare o individuale potrebbe aiutarvi a:
rileggere queste dinamiche in una chiave meno conflittuale,
stabilire limiti chiari senza sentirvi “cattivi” o insufficienti,
mantenere il legame con vostro fratello e vostro nipote in modo meno pesante e più equilibrato.
In sintesi: non è detto che sia un’“eterna rincorsa”, ma è probabile che la chiave stia più nel ridefinire le vostre modalità e aspettative che nel cercare di cambiare il loro comportamento.
Un saluto cordiale
il suo racconto restituisce bene quanto possano diventare complesse le dinamiche familiari quando entrano in gioco nuove abitudini, aspettative diverse e modi differenti di vivere le relazioni. Lei descrive uno sforzo costante della sua famiglia per esserci e sostenere suo fratello, ma al tempo stesso la percezione che ogni gesto non venga riconosciuto, bensì trasformato in mancanza. È naturale sentirsi frustrati: quando l’impegno non trova riscontro e si traduce in continue critiche, si ha la sensazione di una rincorsa infinita.
Quello che descrive non riguarda solo episodi singoli, ma una diversa visione di cosa significhi “esserci” in famiglia. Sua cognata proviene da un contesto dove la vicinanza si esprime con contatti quotidiani e una certa dose di drammaticità; la sua famiglia, invece, ha uno stile più sobrio, basato sull’essere presenti nei momenti di bisogno. Queste due visioni si incontrano e, inevitabilmente, si scontrano.
In situazioni come questa è difficile cambiare l’atteggiamento dell’altro. Quello che potete fare voi è lavorare su due piani:
i confini: decidere fino a dove siete disposti ad arrivare senza sentirvi in colpa, chiarendo che il vostro esserci ha già un valore concreto;
le aspettative: accettare che vostro fratello e sua moglie possano non riconoscere i vostri gesti come vi aspettate, e che continuare a rincorrere il loro riconoscimento rischia solo di logorarvi.
Non significa interrompere i rapporti, ma smettere di cercare una “validazione” che, per come sono impostate le cose, probabilmente non arriverà mai nel modo in cui la desiderate. Questo, paradossalmente, può alleggerire le tensioni e restituirvi un senso di libertà.
Un supporto psicologico familiare o individuale potrebbe aiutarvi a:
rileggere queste dinamiche in una chiave meno conflittuale,
stabilire limiti chiari senza sentirvi “cattivi” o insufficienti,
mantenere il legame con vostro fratello e vostro nipote in modo meno pesante e più equilibrato.
In sintesi: non è detto che sia un’“eterna rincorsa”, ma è probabile che la chiave stia più nel ridefinire le vostre modalità e aspettative che nel cercare di cambiare il loro comportamento.
Un saluto cordiale
Buongiorno,
credo che la complessità delle relazioni e dinamiche familiari che sta vivendo meriti un tempo adeguato d'ascolto, comprensione ed incontro.
La modalità a distanza, de-situata, in tempo reale, può garantirle tutto questo, nel caso abitasse lontano dalla sede del mio studio che si trova a Brescia.
Un cordiale saluto
Dott.ssa Marzia Sellini
credo che la complessità delle relazioni e dinamiche familiari che sta vivendo meriti un tempo adeguato d'ascolto, comprensione ed incontro.
La modalità a distanza, de-situata, in tempo reale, può garantirle tutto questo, nel caso abitasse lontano dalla sede del mio studio che si trova a Brescia.
Un cordiale saluto
Dott.ssa Marzia Sellini
Salve,
la situazione descritta sembra essere molto complessa è involve diversi aspetti nelle dinamiche familiari e delle relazioni intergenerazionali.
Il tuo racconto suggerisce che ci sono aspettative non sempre chiaramente espresse o rispettate da ambo le parti e il confronto con gli standard altrui e il giudizio sulle proprie azioni possono generare stress e insoddisfazione.
Cerca di instaurare un dialogo aperto e onesto con tuo fratello e sua moglie (adesso loro sono una famiglia) riguardo alle vostre esigenze, disponibilità, limiti e aspettative. Una comunicazione chiara e aperta aiuta a chiarire malintesi e a ridurre le tensioni. Stabilisci dei confini chiari riguardo a ciò che potete fare e non potete fare. Se la situazione diventa troppo stressante potrebbe essere utile cercare un supporto esterno, come un terapeuta familiare che possa aiutarvi gestire queste dinamiche in modo più costruttivo.
la situazione descritta sembra essere molto complessa è involve diversi aspetti nelle dinamiche familiari e delle relazioni intergenerazionali.
Il tuo racconto suggerisce che ci sono aspettative non sempre chiaramente espresse o rispettate da ambo le parti e il confronto con gli standard altrui e il giudizio sulle proprie azioni possono generare stress e insoddisfazione.
Cerca di instaurare un dialogo aperto e onesto con tuo fratello e sua moglie (adesso loro sono una famiglia) riguardo alle vostre esigenze, disponibilità, limiti e aspettative. Una comunicazione chiara e aperta aiuta a chiarire malintesi e a ridurre le tensioni. Stabilisci dei confini chiari riguardo a ciò che potete fare e non potete fare. Se la situazione diventa troppo stressante potrebbe essere utile cercare un supporto esterno, come un terapeuta familiare che possa aiutarvi gestire queste dinamiche in modo più costruttivo.
Gentilissimo,
La ringrazio per aver condiviso la sua storia.
Stando a quanto descritto, sembra una situazione abbastanza complessa da gestire, tra la voglia di stare accanto alla famiglia di suo fratello ed una sorta di negazione da parte loro (ad esempio quando vi dicono di non averne bisogno).
Non è facile provare a dare affetto e vicinanza a persone che sul momento sembrano accettarlo ma poi non si dimostra mai abbastanza.
Ciò che posso consigliarle è, come ha già fatto, di parlarne di nuovo con suo fratello sottolineando la sofferenza e la frustrazione provocata in voi.
Spero riesca a comprendervi.
Se ha bisogno di parlarne ancora, mi trova a disposizione.
Dott.ssa Elena Brizi, psicologa
La ringrazio per aver condiviso la sua storia.
Stando a quanto descritto, sembra una situazione abbastanza complessa da gestire, tra la voglia di stare accanto alla famiglia di suo fratello ed una sorta di negazione da parte loro (ad esempio quando vi dicono di non averne bisogno).
Non è facile provare a dare affetto e vicinanza a persone che sul momento sembrano accettarlo ma poi non si dimostra mai abbastanza.
Ciò che posso consigliarle è, come ha già fatto, di parlarne di nuovo con suo fratello sottolineando la sofferenza e la frustrazione provocata in voi.
Spero riesca a comprendervi.
Se ha bisogno di parlarne ancora, mi trova a disposizione.
Dott.ssa Elena Brizi, psicologa
Capisco bene la sua frustrazione. In realtà la differenza di stili familiari, unita alla difficoltà di suo fratello a trovare un equilibrio tra le due famiglie, alimenta incomprensioni e vissuti di ingiustizia. In questi casi è importante ridefinire i confini, proteggere le proprie energie e accettare che non tutto potrà essere compreso o ricambiato.
Puoi scegliere di mantenere un legame sereno con tuo nipote e tuo fratello senza rincorrere costantemente il loro riconoscimento. Le consiglierei anche di valutare un percorso psicologico personale: potrebbe aiutare a gestire meglio la frustrazione, rafforzare l’assertività e tutelare il benessere emotivo davanti a dinamiche familiari che rischiano di logorarti. Se le va mi aggiorni :)
Puoi scegliere di mantenere un legame sereno con tuo nipote e tuo fratello senza rincorrere costantemente il loro riconoscimento. Le consiglierei anche di valutare un percorso psicologico personale: potrebbe aiutare a gestire meglio la frustrazione, rafforzare l’assertività e tutelare il benessere emotivo davanti a dinamiche familiari che rischiano di logorarti. Se le va mi aggiorni :)
Salve, quello che sta vivendo è un vissuto molto comune in alcune dinamiche familiari, soprattutto quando i legami si modificano con l’ingresso di nuovi membri e la formazione di nuclei autonomi. Le relazioni tra fratelli possono attraversare fasi complesse, in particolare quando emergono stili comunicativi e aspettative diverse, come nel caso che ha descritto. Il dolore e la frustrazione che prova derivano da un senso di ingiustizia relazionale, dove ciò che viene dato sembra invisibile o comunque mai sufficiente. Questa sensazione di rincorsa costante rischia di minare la qualità del rapporto, portando a chiusure, incomprensioni e, a lungo termine, al rischio di una distanza affettiva difficile da colmare. È importante riconoscere che lei e la sua famiglia state offrendo un supporto concreto, affettuoso e costante, ma questo non viene valorizzato nella modalità che desiderate.
Nel suo racconto emerge un forte bisogno di equità relazionale, e allo stesso tempo una difficoltà nel dialogo autentico con suo fratello, che pare rispondere con accuse piuttosto che con ascolto. In questi casi, un lavoro personale o familiare con un psicologo psicoterapeuta può essere utile per trovare strategie comunicative più funzionali, ma anche per comprendere fino a che punto sia possibile restare in una relazione senza snaturare sé stessi. La Mindfulness può aiutarla a osservare con maggiore distacco emotivo questi vissuti, riducendo il carico mentale e il senso di frustrazione, mentre un percorso di analisi bioenergetica potrebbe essere utile per lavorare sulla tensione interna che questa relazione le provoca e sul senso di impotenza. L’EMDR può essere impiegato in caso si attivino emozioni intense legate a episodi specifici di esclusione o svalutazione. La psicoterapia umanistica, infine, favorisce una riflessione profonda sui bisogni autentici, sul valore personale e sulla scelta consapevole di quanto investire in una relazione senza sentirsi svuotati. A volte, la scelta più sana è quella di ridimensionare le aspettative e accettare che alcune relazioni non possano offrire il riconoscimento che desideriamo, ma che possiamo comunque coltivare una forma di legame, magari più formale, che tuteli la nostra serenità. Saluti, dott.ssa Sandra Petralli
Nel suo racconto emerge un forte bisogno di equità relazionale, e allo stesso tempo una difficoltà nel dialogo autentico con suo fratello, che pare rispondere con accuse piuttosto che con ascolto. In questi casi, un lavoro personale o familiare con un psicologo psicoterapeuta può essere utile per trovare strategie comunicative più funzionali, ma anche per comprendere fino a che punto sia possibile restare in una relazione senza snaturare sé stessi. La Mindfulness può aiutarla a osservare con maggiore distacco emotivo questi vissuti, riducendo il carico mentale e il senso di frustrazione, mentre un percorso di analisi bioenergetica potrebbe essere utile per lavorare sulla tensione interna che questa relazione le provoca e sul senso di impotenza. L’EMDR può essere impiegato in caso si attivino emozioni intense legate a episodi specifici di esclusione o svalutazione. La psicoterapia umanistica, infine, favorisce una riflessione profonda sui bisogni autentici, sul valore personale e sulla scelta consapevole di quanto investire in una relazione senza sentirsi svuotati. A volte, la scelta più sana è quella di ridimensionare le aspettative e accettare che alcune relazioni non possano offrire il riconoscimento che desideriamo, ma che possiamo comunque coltivare una forma di legame, magari più formale, che tuteli la nostra serenità. Saluti, dott.ssa Sandra Petralli
Buongiorno, dalle sue parole trapela una comprensibile difficoltà nella gestione di queste dinamiche intricate e sicuramente molto complesse. Ci sono tante persone in gioco, con cui condividete diversi legami di differente intensità, e con cui state capendo come regolarvi. In situazioni simili sicuramente si può lavorare insieme per contemplare eventuali altre strategie da perseguire, oppure elaborare il senso di inefficacia, frustrazione e insoddisfazione cercando di rendere la situazione meno complessa. Per qualsiasi necessità, rimango a disposizione
Quando il legame tra fratelli si complica dopo eventi importanti come un matrimonio o la nascita di un figlio, spesso non è solo una questione di “fraintendimenti” o di “diversi stili familiari”, ma si apre uno spazio più profondo in cui si gioca la ridefinizione delle relazioni. Ed è lì che cominciano a emergere aspettative implicite, vissuti emotivi irrisolti e una sensazione di disequilibrio relazionale che può diventare molto logorante.
Nel tuo racconto emerge una parola chiave: frustrazione. Non quella leggera e passeggera, ma quella profonda, di chi sente di fare la propria parte — forse anche di più — senza che venga riconosciuta. Questo tipo di frustrazione relazionale può portare a un circolo vizioso: più vi impegnate per “fare la cosa giusta”, più vi sentite invisibili o accusati. È una dinamica tipica delle relazioni segnate da una asimmetria del riconoscimento.
La questione, allora, non è solo “chi fa cosa”, ma come viene percepito il valore di ciò che si fa. Quando qualcuno pretende spontaneità, ma impone uno standard emotivo da raggiungere, è come chiedere amore incondizionato... sotto condizioni. Questo tipo di richiesta spesso nasce da bisogni affettivi non dichiarati, difficoltà a comunicare vulnerabilità, o dalla paura di non essere visti se non si “drammatizza” il bisogno.
Ma la tua domanda centrale è: si può fare qualcosa o sarà sempre una rincorsa estenuante verso qualcosa che non sarà mai abbastanza? È una domanda potente. E merita un momento di riflessione: Che ruolo stai cercando di mantenere in questa famiglia? E quanto ti costa emotivamente farlo?
A volte, nella terapia familiare o individuale, si lavora proprio su questo: ridefinire il proprio posto nelle relazioni senza dover sacrificare continuamente il proprio benessere. Capire come stare nel legame senza soccombere alle dinamiche imposte, né diventare reattivi o distanti. In questo senso, non si tratta solo di “risolvere un conflitto”, ma di costruire un nuovo equilibrio relazionale, in cui anche i confini siano chiari e rispettosi.
Se senti che questo gioco a rincorrere l’approvazione, il riconoscimento o l’equilibrio emotivo ti sta logorando, forse è il momento di fermarti e chiederti: posso cambiare il mio modo di stare in questa relazione senza aspettare che siano gli altri a cambiare per primi?
Un percorso psicologico può aiutare proprio in questo: uscire dalla logica della compensazione continua e iniziare a riconoscere e proteggere il proprio valore relazionale, anche quando gli altri faticano a farlo.
Nel tuo racconto emerge una parola chiave: frustrazione. Non quella leggera e passeggera, ma quella profonda, di chi sente di fare la propria parte — forse anche di più — senza che venga riconosciuta. Questo tipo di frustrazione relazionale può portare a un circolo vizioso: più vi impegnate per “fare la cosa giusta”, più vi sentite invisibili o accusati. È una dinamica tipica delle relazioni segnate da una asimmetria del riconoscimento.
La questione, allora, non è solo “chi fa cosa”, ma come viene percepito il valore di ciò che si fa. Quando qualcuno pretende spontaneità, ma impone uno standard emotivo da raggiungere, è come chiedere amore incondizionato... sotto condizioni. Questo tipo di richiesta spesso nasce da bisogni affettivi non dichiarati, difficoltà a comunicare vulnerabilità, o dalla paura di non essere visti se non si “drammatizza” il bisogno.
Ma la tua domanda centrale è: si può fare qualcosa o sarà sempre una rincorsa estenuante verso qualcosa che non sarà mai abbastanza? È una domanda potente. E merita un momento di riflessione: Che ruolo stai cercando di mantenere in questa famiglia? E quanto ti costa emotivamente farlo?
A volte, nella terapia familiare o individuale, si lavora proprio su questo: ridefinire il proprio posto nelle relazioni senza dover sacrificare continuamente il proprio benessere. Capire come stare nel legame senza soccombere alle dinamiche imposte, né diventare reattivi o distanti. In questo senso, non si tratta solo di “risolvere un conflitto”, ma di costruire un nuovo equilibrio relazionale, in cui anche i confini siano chiari e rispettosi.
Se senti che questo gioco a rincorrere l’approvazione, il riconoscimento o l’equilibrio emotivo ti sta logorando, forse è il momento di fermarti e chiederti: posso cambiare il mio modo di stare in questa relazione senza aspettare che siano gli altri a cambiare per primi?
Un percorso psicologico può aiutare proprio in questo: uscire dalla logica della compensazione continua e iniziare a riconoscere e proteggere il proprio valore relazionale, anche quando gli altri faticano a farlo.
Capisco la frustrazione e la ferita: sembra che vi sentiate non riconosciuti nonostante il vostro impegno, e questo logoramento è legittimo. Provate a parlare con tuo fratello in un momento neutro usando frasi in prima persona (“Io mi sento…”) per raccontare l’impatto emotivo, definendo confini chiari su cosa siete disposti a fare e cosa no; limitare la disponibilità non è cattiveria ma tutela. Evitate la facciata con la cognata quando vi svuota, mantenete rapporti garbati ma autentici, e valutate un incontro mediato (da un familiare rispettato o un terapeuta) se le incomprensioni restano. Infine, affidatevi a piccoli gesti per ricostruire il vostro benessere (sonno, pasti, contatti che vi nutrono): non potete controllare le loro aspettative ma potete scegliere come rispondere.
Buongiorno,
alle volte può essere davvero complicato gestire il rapporto con i cognati o le cognate e non tutto va come vorremmo. Credo possiate solo mettervi li ed essere presenti nel modo in cui loro vogliano che voi lo siate. Quando un fratello costruisce un nucleo familiare a se la distanza e la differenza di vedute possono leggermente allontanare, questo è abbastanza frequente. Nel caso questo per lei fosse fonte di malessere e dispiacere non esiti a parlarne con un professionista, con il tempo potra guardare la situazione da angolazioni differenti.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
alle volte può essere davvero complicato gestire il rapporto con i cognati o le cognate e non tutto va come vorremmo. Credo possiate solo mettervi li ed essere presenti nel modo in cui loro vogliano che voi lo siate. Quando un fratello costruisce un nucleo familiare a se la distanza e la differenza di vedute possono leggermente allontanare, questo è abbastanza frequente. Nel caso questo per lei fosse fonte di malessere e dispiacere non esiti a parlarne con un professionista, con il tempo potra guardare la situazione da angolazioni differenti.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
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- Ho un amico che ha provato a suicidarsi. Dopo svariati attacchi di ansia e una cura prescritta dall'asl (che lui seguiva) è stato portato al csm. Lui non vuole stare nella struttura e soffre, ultimamente gli impediscono di vedere il suo ragazzo e rifiutano di farlo dimettere nonostante non sia sotto…
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