Sono mamma di due bambini: 1 anno e 6 anni. Ho un’azienda mia motivo per il quale con la seconda gra
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Sono mamma di due bambini: 1 anno e 6 anni. Ho un’azienda mia motivo per il quale con la seconda gravidanza sono rientrata a lavorare appena 1 settimana dopo aver partorito. Nel frattempo sono diventata assessore nel comune in cui risiedo e da un po’ di mesi siamo alle prese con la ristrutturazione di casa. Mio marito ha iniziato ad allenare una squadra di calcio quindi oltre ad essere fuori casa tutto il giorno manca anche 2 sere durante la settimana e la domenica dall’ora di pranzo a sera. Ultimamente mi sento molto in difficoltà, quasi sopraffatta da tutto quello a cui devo pensare, a quello che devo fare, i bisogni e gli impegni della mia figlia grande da combaciare con i bisogni del figlio piccolo. Spesso mi sento molto stanca e ultimamente ho delle crisi di pianto che fatico a controllare. Non ne voglio parlare con nessuno, sono vista dal 99.9% delle persone che mi conoscono come una donna fortissima che non ha bisogno di niente ma non so come uscire dal tunnel in cui sento che sto entrando.
Buongiorno, grazie per la sua condivisione. Sta vivendo una situazione difficilissima, è come un'equilibrista sulla fune che cammina portando tantissimi oggetti tra le braccia e in equilibrio sulla testa: forse è arrivato il momento di fermarsi e posare una alla volta tutte le cose che porta sulle spalle. Capisco l'esigenza di mostrarsi forte con gli altri, è una difesa che effettivamente ci da indietro il fatto di sentirci più forti, ma non si può andare avanti per sempre senza l'appoggio di nessuno. Il mio suggerimento è quello di cominciare un percorso di psicoterapia che possa aiutarla a vedere uno alla volta i pesi che porta con sè, di dividerli, spacchettarli, e trovare per ognuno il modo migliore di affrontarli. è senza dubbio una donna fortissima davvero, ma la vera forza a volte è quella di chiedere aiuto e appoggiarci a qualcuno a cui poterci affidare. Se avesse domande o dubbi sono a disposizione, anche online. Un caro saluto, dott.ssa Elena Gianotti
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Quello che descrivi non è segno di debolezza, ma il risultato di un carico oggettivamente enorme, protratto nel tempo senza spazi sufficienti di recupero. Stai sostenendo contemporaneamente più ruoli ad alta responsabilità — madre di due bambini molto piccoli, imprenditrice, amministratrice pubblica, gestione di una ristrutturazione — con un supporto pratico limitato in alcune fasce cruciali. È una condizione che, anche per una persona molto solida, può portare a una vera e propria saturazione emotiva e fisica.
Le crisi di pianto, la stanchezza intensa, la sensazione di essere sopraffatta non sono segnali da “tenere sotto controllo”, ma messaggi chiari del tuo sistema psicofisico: stai andando un pochino oltre il limite sostenibile.
C’è anche un altro elemento importante che emerge: l’immagine che gli altri hanno di te — “fortissima, che non ha bisogno di niente”. Spesso queste identità diventano una gabbia invisibile. Più sei vista così, più diventa difficile chiedere aiuto, perché sembra quasi di tradire quell’immagine. Ma quella forza, così come la stai usando ora, rischia di trasformarsi in isolamento.
Ti propongo alcune chiavi di lettura e piccoli primi passi, non per “risolvere tutto” subito, ma per iniziare a uscire dalla sensazione di tunnel:
Riconoscere il limite senza giudizio
Non sei tu che non stai reggendo: è la quantità di richieste che è eccessiva. Questo spostamento è fondamentale, perché riduce il senso di colpa e apre alla possibilità di cambiare qualcosa.
Ridurre, non aggiustare tutto!!!
In momenti così, il lavoro non è organizzarsi meglio, ma *togliere*. Anche temporaneamente. Chiediti:
* Cosa può essere rimandato?
* Cosa può essere delegato (anche se non verrà fatto “come lo farei io”)?
* Cosa, se fatto al minimo indispensabile, è comunque sufficiente?
Inserire micro-spazi di decompressione reali
Non parlo di “ritagliarsi del tempo” ideale, ma di momenti concreti, anche di 10–15 minuti, in cui non sei in funzione per qualcuno o qualcosa. Senza questi spazi, il sistema nervoso resta sempre in allerta.
Aprire almeno un canale di condivisione
Capisco la difficoltà a parlarne, proprio per l’immagine che hai costruito. Ma non è necessario “dirlo a tutti”. Basta una persona: tuo marito, una figura di fiducia, o anche un professionista.
Dire “sto facendo fatica” non ti rende meno forte, ti rende più reale e sostenibile.
Attenzione al rischio di esaurimento emotivo (burnout materno)
Quello che descrivi si avvicina molto a una condizione di esaurimento, che può includere pianto frequente, senso di sopraffazione, distacco emotivo o senso di inefficacia. Intervenire ora è importante proprio perché sei ancora in una fase in cui senti il problema e chiedi aiuto.
se vuoi io sono disponibile, anche per consulenze online, a presto!
Le crisi di pianto, la stanchezza intensa, la sensazione di essere sopraffatta non sono segnali da “tenere sotto controllo”, ma messaggi chiari del tuo sistema psicofisico: stai andando un pochino oltre il limite sostenibile.
C’è anche un altro elemento importante che emerge: l’immagine che gli altri hanno di te — “fortissima, che non ha bisogno di niente”. Spesso queste identità diventano una gabbia invisibile. Più sei vista così, più diventa difficile chiedere aiuto, perché sembra quasi di tradire quell’immagine. Ma quella forza, così come la stai usando ora, rischia di trasformarsi in isolamento.
Ti propongo alcune chiavi di lettura e piccoli primi passi, non per “risolvere tutto” subito, ma per iniziare a uscire dalla sensazione di tunnel:
Riconoscere il limite senza giudizio
Non sei tu che non stai reggendo: è la quantità di richieste che è eccessiva. Questo spostamento è fondamentale, perché riduce il senso di colpa e apre alla possibilità di cambiare qualcosa.
Ridurre, non aggiustare tutto!!!
In momenti così, il lavoro non è organizzarsi meglio, ma *togliere*. Anche temporaneamente. Chiediti:
* Cosa può essere rimandato?
* Cosa può essere delegato (anche se non verrà fatto “come lo farei io”)?
* Cosa, se fatto al minimo indispensabile, è comunque sufficiente?
Inserire micro-spazi di decompressione reali
Non parlo di “ritagliarsi del tempo” ideale, ma di momenti concreti, anche di 10–15 minuti, in cui non sei in funzione per qualcuno o qualcosa. Senza questi spazi, il sistema nervoso resta sempre in allerta.
Aprire almeno un canale di condivisione
Capisco la difficoltà a parlarne, proprio per l’immagine che hai costruito. Ma non è necessario “dirlo a tutti”. Basta una persona: tuo marito, una figura di fiducia, o anche un professionista.
Dire “sto facendo fatica” non ti rende meno forte, ti rende più reale e sostenibile.
Attenzione al rischio di esaurimento emotivo (burnout materno)
Quello che descrivi si avvicina molto a una condizione di esaurimento, che può includere pianto frequente, senso di sopraffazione, distacco emotivo o senso di inefficacia. Intervenire ora è importante proprio perché sei ancora in una fase in cui senti il problema e chiedi aiuto.
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Buongiorno. Da ciò che descrive emerge una situazione di carico molto elevato e continuativo, su più fronti (lavoro, famiglia, responsabilità pubbliche, gestione della casa), senza reali spazi di recupero. Le crisi di pianto, la stanchezza e la sensazione di essere sopraffatta non sono segnali di debolezza, ma indicatori che le sue risorse stanno arrivando al limite.
L’immagine che gli altri hanno di lei come “forte” può rendere ancora più difficile riconoscere e condividere la fatica, ma questo rischia di aumentare l’isolamento. Non è necessario “uscire dal tunnel” da sola.
In questi casi il punto non è fare di più o resistere meglio, ma iniziare a riconoscere i propri limiti e creare uno spazio in cui poter essere sostenuta e autoentica.
L’immagine che gli altri hanno di lei come “forte” può rendere ancora più difficile riconoscere e condividere la fatica, ma questo rischia di aumentare l’isolamento. Non è necessario “uscire dal tunnel” da sola.
In questi casi il punto non è fare di più o resistere meglio, ma iniziare a riconoscere i propri limiti e creare uno spazio in cui poter essere sostenuta e autoentica.
Quello che descrivi è comprensibile e ha molto senso, considerando tutto ciò che stai sostenendo contemporaneamente.
Sei immersa in una fase di vita con richieste molto elevate, sia sul piano pratico che emotivo, senza aver avuto uno spazio reale di recupero. La stanchezza profonda, la sensazione di essere sopraffatta e le crisi di pianto non sono segnali di debolezza, ma segnali che il carico potrebbe essere diventato troppo.
Essere vista come una persona “forte” spesso rende più difficile mostrare la fatica, ma questo non significa non averne. Anche chi regge tanto può arrivare a sentire queste emozioni.
In questi momenti un percorso psicologico può essere uno spazio utile per alleggerire e dare senso a ciò che sta vivendo. Rimango a disposizione.
Sei immersa in una fase di vita con richieste molto elevate, sia sul piano pratico che emotivo, senza aver avuto uno spazio reale di recupero. La stanchezza profonda, la sensazione di essere sopraffatta e le crisi di pianto non sono segnali di debolezza, ma segnali che il carico potrebbe essere diventato troppo.
Essere vista come una persona “forte” spesso rende più difficile mostrare la fatica, ma questo non significa non averne. Anche chi regge tanto può arrivare a sentire queste emozioni.
In questi momenti un percorso psicologico può essere uno spazio utile per alleggerire e dare senso a ciò che sta vivendo. Rimango a disposizione.
Cara mamma, leggendo le tue parole si sente tutto il fiato corto di chi sta correndo una maratona convinta di doverne correre contemporaneamente altre tre. Da psicologo, quello che vedo non è una donna "fragile", ma una persona incastrata in un ruolo che è diventato una prigione: quello della donna che può tutto.
Vedi, nel mio lavoro guardiamo molto a come le persone si incastrano tra loro. Tu e chi ti sta intorno avete costruito, nel tempo, un patto silenzioso: "Io sono quella forte, quella che risolve, quella che non crolla mai". Questo patto è comodissimo per tutti gli altri, perché permette loro di prendersi i propri spazi sapendo che tanto "ci sei tu". Il problema è che questo patto ora sta chiedendo il conto a te, e lo fa attraverso il pianto, che è l'unico modo che il tuo corpo ha trovato per dire "basta".
Quelle crisi di pianto che fai fatica a controllare sono preziose: sono la tua parte più autentica che sta cercando di rompere quella maschera di perfezione che ti sta soffocando.
Non sei in un tunnel senza uscita, ma sei in una fase di saturazione del sistema. Se un'azienda cresce, si assumono dipendenti o si delega; se una famiglia cresce e le sfide aumentano, non puoi pensare di gestire tutto con le stesse modalità di prima. Tuo marito, dalla tua descrizione, sembra essere un "satellite" che orbita intorno a una casa dove tu fai da centro di gravità permanente. Ma un centro di gravità che deve reggere figli piccoli, un'azienda, la politica e pure un cantiere, alla fine rischia di implodere.
Il primo passo per "uscire dal tunnel" non è fare meglio le cose, ma iniziare a farle peggio. Sembra un paradosso, vero? Ma è l'unico modo per permettere agli altri di accorgersi che hai bisogno. Se tu continui a essere il 99.9% di forza per gli altri, lasci lo 0.1% a te stessa per sopravvivere.
Non devi parlarne con "tutti", ma potresti iniziare a farlo con chi abita con te. Dire: "Sono sfinita e non so come fare" non distrugge la tua immagine, la rende solo più umana e, soprattutto, più amabile.
Se senti non farcela e di non riuscire a prenderti il tuo spazio, vorrei dirti con molta dolcezza che non devi fare tutto questo cammino con le tue sole forze: se senti che il carico è troppo alto, non esitare a contattare un professionista. Un terapeuta può essere quello spazio protetto, tutto tuo, dove far cadere la maschera della "donna fortissima" in totale sicurezza, senza essere giudicata, per ritrovare insieme ad una persona qualificata il filo della tua serenità.
Vedi, nel mio lavoro guardiamo molto a come le persone si incastrano tra loro. Tu e chi ti sta intorno avete costruito, nel tempo, un patto silenzioso: "Io sono quella forte, quella che risolve, quella che non crolla mai". Questo patto è comodissimo per tutti gli altri, perché permette loro di prendersi i propri spazi sapendo che tanto "ci sei tu". Il problema è che questo patto ora sta chiedendo il conto a te, e lo fa attraverso il pianto, che è l'unico modo che il tuo corpo ha trovato per dire "basta".
Quelle crisi di pianto che fai fatica a controllare sono preziose: sono la tua parte più autentica che sta cercando di rompere quella maschera di perfezione che ti sta soffocando.
Non sei in un tunnel senza uscita, ma sei in una fase di saturazione del sistema. Se un'azienda cresce, si assumono dipendenti o si delega; se una famiglia cresce e le sfide aumentano, non puoi pensare di gestire tutto con le stesse modalità di prima. Tuo marito, dalla tua descrizione, sembra essere un "satellite" che orbita intorno a una casa dove tu fai da centro di gravità permanente. Ma un centro di gravità che deve reggere figli piccoli, un'azienda, la politica e pure un cantiere, alla fine rischia di implodere.
Il primo passo per "uscire dal tunnel" non è fare meglio le cose, ma iniziare a farle peggio. Sembra un paradosso, vero? Ma è l'unico modo per permettere agli altri di accorgersi che hai bisogno. Se tu continui a essere il 99.9% di forza per gli altri, lasci lo 0.1% a te stessa per sopravvivere.
Non devi parlarne con "tutti", ma potresti iniziare a farlo con chi abita con te. Dire: "Sono sfinita e non so come fare" non distrugge la tua immagine, la rende solo più umana e, soprattutto, più amabile.
Se senti non farcela e di non riuscire a prenderti il tuo spazio, vorrei dirti con molta dolcezza che non devi fare tutto questo cammino con le tue sole forze: se senti che il carico è troppo alto, non esitare a contattare un professionista. Un terapeuta può essere quello spazio protetto, tutto tuo, dove far cadere la maschera della "donna fortissima" in totale sicurezza, senza essere giudicata, per ritrovare insieme ad una persona qualificata il filo della tua serenità.
Buongiorno,
da quello che racconta emerge chiaramente quanto stia sostenendo un carico molto elevato, sia sul piano pratico che emotivo. Tra il lavoro, il ruolo istituzionale, la gestione della casa e la cura di due bambini piccoli, in gran parte senza un supporto costante, è comprensibile che possa sentirsi sopraffatta e molto stanca.
Le crisi di pianto e la sensazione di “entrare in un tunnel” sono segnali importanti, che meritano attenzione e ascolto, non perché ci sia qualcosa che non va in lei, ma perché sta affrontando davvero tanto. Anche le persone che appaiono più forti hanno bisogno, a volte, di uno spazio in cui poter abbassare le difese e prendersi cura di sé.
Il fatto che non senta di poterne parlare con chi le sta intorno può rendere tutto ancora più pesante. Per questo potrebbe esserle molto utile confrontarsi con uno psicologo o psicoterapeuta, in uno spazio protetto e non giudicante, dove poter mettere ordine tra pensieri ed emozioni e ritrovare un po’ di respiro.
Chiedere aiuto, in questi casi, non è un segno di debolezza, ma un atto di cura verso se stessa.
da quello che racconta emerge chiaramente quanto stia sostenendo un carico molto elevato, sia sul piano pratico che emotivo. Tra il lavoro, il ruolo istituzionale, la gestione della casa e la cura di due bambini piccoli, in gran parte senza un supporto costante, è comprensibile che possa sentirsi sopraffatta e molto stanca.
Le crisi di pianto e la sensazione di “entrare in un tunnel” sono segnali importanti, che meritano attenzione e ascolto, non perché ci sia qualcosa che non va in lei, ma perché sta affrontando davvero tanto. Anche le persone che appaiono più forti hanno bisogno, a volte, di uno spazio in cui poter abbassare le difese e prendersi cura di sé.
Il fatto che non senta di poterne parlare con chi le sta intorno può rendere tutto ancora più pesante. Per questo potrebbe esserle molto utile confrontarsi con uno psicologo o psicoterapeuta, in uno spazio protetto e non giudicante, dove poter mettere ordine tra pensieri ed emozioni e ritrovare un po’ di respiro.
Chiedere aiuto, in questi casi, non è un segno di debolezza, ma un atto di cura verso se stessa.
Buongiorno Signora,
grazie per la sua condivisione.
In certi periodi può risultare arduo conciliare tutte le esigenze che emergono dai vari contesti di vita. Da quello che descrive di provare in questo periodo, potrebbe essere utile che si ritagli del tempo per concentrarsi su di sé e su come sta affrontando questo momento, parlandone con un esperto che possa aiutarla a trovare nuove strade.
Resto a disposizione,
dott.ssa Anna Filippini
grazie per la sua condivisione.
In certi periodi può risultare arduo conciliare tutte le esigenze che emergono dai vari contesti di vita. Da quello che descrive di provare in questo periodo, potrebbe essere utile che si ritagli del tempo per concentrarsi su di sé e su come sta affrontando questo momento, parlandone con un esperto che possa aiutarla a trovare nuove strade.
Resto a disposizione,
dott.ssa Anna Filippini
Buongiorno,
Occorre far spazio a queste emozioni che faticano a trovare posto ed espressione. Ogni emozione ha dignità, portando con sé un significato che a volte fatichiamo a cogliere (perché non riusciamo, non vogliamo, ce ne vergogniamo). Mi pare non voglia parlare di ciò che sta vivendo e provando con quelle persone di cui teme lo sguardo (gli altri dicono così tanto di me?). Inizi da sé, ascoltandosi. Si porti in stanza di terapia, si permetta la possibilità di trovare un modo più comodo e meno schiacciante di stare nei propri panni. Rivolgersi ad un* psicoterapeuta con cui far spazio per ciò che prova farà la differenza. Io sono la dott.ssa Laura Servidio. Cordiali saluti
Occorre far spazio a queste emozioni che faticano a trovare posto ed espressione. Ogni emozione ha dignità, portando con sé un significato che a volte fatichiamo a cogliere (perché non riusciamo, non vogliamo, ce ne vergogniamo). Mi pare non voglia parlare di ciò che sta vivendo e provando con quelle persone di cui teme lo sguardo (gli altri dicono così tanto di me?). Inizi da sé, ascoltandosi. Si porti in stanza di terapia, si permetta la possibilità di trovare un modo più comodo e meno schiacciante di stare nei propri panni. Rivolgersi ad un* psicoterapeuta con cui far spazio per ciò che prova farà la differenza. Io sono la dott.ssa Laura Servidio. Cordiali saluti
Buon giorno,
leggendo quanto ha condiviso, vorrei prima di tutto complimentarmi con lei per la forza che ha avuto nel riconoscere a se stessa di sentirsi in un momento di difficoltà: infatti, a volte può succedere di identificarsi così tanto con ciò/quanto si fa, o con la rappresentazione che gli altri hanno di noi, da rischiare di soffocare i nostri bisogni più autentici.
In questa breve descrizione è riuscita a trasmettere in modo molto efficace questo vissuto di conflitto, così faticoso da gestire, tra il suo desiderio di aderire a quell'idea di "donna fortissima che non ha bisogno di niente", e il suo intimo bisogno di riconoscersi il diritto di sentirsi fragile qualche volta.
Infatti, spesso la fragilità è scambiata per debolezza ed evitata, dimenticando quanto invece rappresenti qualcosa di prezioso, che più che essere "nascosto", andrebbe invece riconosciuto, custodito e protetto (come forse fa già quello 0,1% a cui ha deciso di mostrarsi in modo autentico).
Se è arrivata fin qui, forse una parte di lei sta cercando di comunicarle bisogni che finora ha lasciato inascoltati. Provi invece da darle voce e porsi in ascolto, legittimando tutte quelle sfaccettature che la caratterizzano, senza limitare la sua persona all'interno di quel "tunnel" di perfezione entro le cui pareti non ci si può che sentire soffocati.
Potrebbe meravigliarsi di quanto di più potrebbe esserci da scoprire e apprezzare.
Cordialmente,
Dott.ssa A.M. Beavers
leggendo quanto ha condiviso, vorrei prima di tutto complimentarmi con lei per la forza che ha avuto nel riconoscere a se stessa di sentirsi in un momento di difficoltà: infatti, a volte può succedere di identificarsi così tanto con ciò/quanto si fa, o con la rappresentazione che gli altri hanno di noi, da rischiare di soffocare i nostri bisogni più autentici.
In questa breve descrizione è riuscita a trasmettere in modo molto efficace questo vissuto di conflitto, così faticoso da gestire, tra il suo desiderio di aderire a quell'idea di "donna fortissima che non ha bisogno di niente", e il suo intimo bisogno di riconoscersi il diritto di sentirsi fragile qualche volta.
Infatti, spesso la fragilità è scambiata per debolezza ed evitata, dimenticando quanto invece rappresenti qualcosa di prezioso, che più che essere "nascosto", andrebbe invece riconosciuto, custodito e protetto (come forse fa già quello 0,1% a cui ha deciso di mostrarsi in modo autentico).
Se è arrivata fin qui, forse una parte di lei sta cercando di comunicarle bisogni che finora ha lasciato inascoltati. Provi invece da darle voce e porsi in ascolto, legittimando tutte quelle sfaccettature che la caratterizzano, senza limitare la sua persona all'interno di quel "tunnel" di perfezione entro le cui pareti non ci si può che sentire soffocati.
Potrebbe meravigliarsi di quanto di più potrebbe esserci da scoprire e apprezzare.
Cordialmente,
Dott.ssa A.M. Beavers
Gentile utente,
da ciò che racconta emerge una situazione di sovraccarico molto intenso: due figli piccoli, un’azienda, un incarico pubblico, una ristrutturazione in corso e un marito spesso fuori casa. È comprensibile che, dopo mesi così impegnativi, il suo corpo e la sua mente stiano iniziando a segnalare fatica.
Le crisi di pianto, la stanchezza profonda e la sensazione di essere sopraffatta non sono segnali di debolezza, ma piuttosto campanelli d’allarme che indicano che sta sostenendo troppo a lungo un carico elevatissimo senza sufficienti spazi di recupero
Il fatto che gli altri la vedano come una donna forte può rendere ancora più difficile chiedere aiuto, ma proprio chi è abituato a “tenere tutto insieme” rischia più facilmente di arrivare a un esaurimento emotivo. Non è necessario arrivare al limite prima di fermarsi.
In una situazione come la sua, può essere molto utile:
- condividere almeno con una persona di fiducia (suo marito, un familiare o un’amica) quanto si sente sopraffatta;
- valutare concretamente quali impegni possano essere delegati o ridotti, anche temporaneamente;
- ritagliarsi piccoli spazi di recupero, anche brevi ma regolari;
- considerare l’avvio di un percorso di psicoterapia, che possa offrirle uno spazio tutto suo per alleggerire il carico emotivo e riorganizzare priorità e risorse.
Le crisi di pianto che descrive sono un segnale importante: indicano che qualcosa dentro di lei ha bisogno di essere ascoltato e sostenuto, non ignorato.
Chiedere aiuto non toglie nulla alla sua forza: spesso è proprio ciò che permette di continuare a esserlo, in modo più sano e sostenibile nel tempo.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
da ciò che racconta emerge una situazione di sovraccarico molto intenso: due figli piccoli, un’azienda, un incarico pubblico, una ristrutturazione in corso e un marito spesso fuori casa. È comprensibile che, dopo mesi così impegnativi, il suo corpo e la sua mente stiano iniziando a segnalare fatica.
Le crisi di pianto, la stanchezza profonda e la sensazione di essere sopraffatta non sono segnali di debolezza, ma piuttosto campanelli d’allarme che indicano che sta sostenendo troppo a lungo un carico elevatissimo senza sufficienti spazi di recupero
Il fatto che gli altri la vedano come una donna forte può rendere ancora più difficile chiedere aiuto, ma proprio chi è abituato a “tenere tutto insieme” rischia più facilmente di arrivare a un esaurimento emotivo. Non è necessario arrivare al limite prima di fermarsi.
In una situazione come la sua, può essere molto utile:
- condividere almeno con una persona di fiducia (suo marito, un familiare o un’amica) quanto si sente sopraffatta;
- valutare concretamente quali impegni possano essere delegati o ridotti, anche temporaneamente;
- ritagliarsi piccoli spazi di recupero, anche brevi ma regolari;
- considerare l’avvio di un percorso di psicoterapia, che possa offrirle uno spazio tutto suo per alleggerire il carico emotivo e riorganizzare priorità e risorse.
Le crisi di pianto che descrive sono un segnale importante: indicano che qualcosa dentro di lei ha bisogno di essere ascoltato e sostenuto, non ignorato.
Chiedere aiuto non toglie nulla alla sua forza: spesso è proprio ciò che permette di continuare a esserlo, in modo più sano e sostenibile nel tempo.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
Gentile Signora,
da ciò che racconta emerge una grande ricchezza di risorse: è una donna molto attiva, impegnata e una mamma molto attenta ai bisogni dei suoi figli. Allo stesso tempo, però, sembra che in questo momento i suoi bisogni facciano più fatica a trovare spazio.
La situazione che descrive comporta un carico molto elevato di responsabilità e cambiamenti: anche chi è sempre stato forte può sentirsi sopraffatto quando le richieste sono così numerose. La stanchezza intensa e le crisi di pianto possono essere segnali importanti, che indicano il bisogno di fermarsi e non dover sostenere tutto da sola.
A volte chi è percepito come “forte” si abitua a non mostrare la propria fatica, ma concedersi momenti di fragilità o chiedere aiuto non significa essere meno capaci: significa riconoscere i propri limiti umani. Prendersi cura anche del proprio benessere spesso permette di sentirsi più presenti e disponibili anche come genitore; i figli, osservando questo, possono imparare che è possibile fermarsi quando si è stanchi e chiedere supporto quando necessario.
Se sente che questo momento sta diventando difficile da gestire da sola, uno spazio di ascolto può aiutarla a ritrovare maggiore chiarezza, alleggerire il peso che sta portando e individuare modalità più sostenibili per affrontare questa fase così intensa.
Un caro saluto
da ciò che racconta emerge una grande ricchezza di risorse: è una donna molto attiva, impegnata e una mamma molto attenta ai bisogni dei suoi figli. Allo stesso tempo, però, sembra che in questo momento i suoi bisogni facciano più fatica a trovare spazio.
La situazione che descrive comporta un carico molto elevato di responsabilità e cambiamenti: anche chi è sempre stato forte può sentirsi sopraffatto quando le richieste sono così numerose. La stanchezza intensa e le crisi di pianto possono essere segnali importanti, che indicano il bisogno di fermarsi e non dover sostenere tutto da sola.
A volte chi è percepito come “forte” si abitua a non mostrare la propria fatica, ma concedersi momenti di fragilità o chiedere aiuto non significa essere meno capaci: significa riconoscere i propri limiti umani. Prendersi cura anche del proprio benessere spesso permette di sentirsi più presenti e disponibili anche come genitore; i figli, osservando questo, possono imparare che è possibile fermarsi quando si è stanchi e chiedere supporto quando necessario.
Se sente che questo momento sta diventando difficile da gestire da sola, uno spazio di ascolto può aiutarla a ritrovare maggiore chiarezza, alleggerire il peso che sta portando e individuare modalità più sostenibili per affrontare questa fase così intensa.
Un caro saluto
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