Sono mamma di due bambini: 1 anno e 6 anni. Ho un’azienda mia motivo per il quale con la seconda gra

31 risposte
Sono mamma di due bambini: 1 anno e 6 anni. Ho un’azienda mia motivo per il quale con la seconda gravidanza sono rientrata a lavorare appena 1 settimana dopo aver partorito. Nel frattempo sono diventata assessore nel comune in cui risiedo e da un po’ di mesi siamo alle prese con la ristrutturazione di casa. Mio marito ha iniziato ad allenare una squadra di calcio quindi oltre ad essere fuori casa tutto il giorno manca anche 2 sere durante la settimana e la domenica dall’ora di pranzo a sera. Ultimamente mi sento molto in difficoltà, quasi sopraffatta da tutto quello a cui devo pensare, a quello che devo fare, i bisogni e gli impegni della mia figlia grande da combaciare con i bisogni del figlio piccolo. Spesso mi sento molto stanca e ultimamente ho delle crisi di pianto che fatico a controllare. Non ne voglio parlare con nessuno, sono vista dal 99.9% delle persone che mi conoscono come una donna fortissima che non ha bisogno di niente ma non so come uscire dal tunnel in cui sento che sto entrando.
Dott.ssa Elena Gianotti
Psicologo, Psicoterapeuta
Milano
Buongiorno, grazie per la sua condivisione. Sta vivendo una situazione difficilissima, è come un'equilibrista sulla fune che cammina portando tantissimi oggetti tra le braccia e in equilibrio sulla testa: forse è arrivato il momento di fermarsi e posare una alla volta tutte le cose che porta sulle spalle. Capisco l'esigenza di mostrarsi forte con gli altri, è una difesa che effettivamente ci da indietro il fatto di sentirci più forti, ma non si può andare avanti per sempre senza l'appoggio di nessuno. Il mio suggerimento è quello di cominciare un percorso di psicoterapia che possa aiutarla a vedere uno alla volta i pesi che porta con sè, di dividerli, spacchettarli, e trovare per ognuno il modo migliore di affrontarli. è senza dubbio una donna fortissima davvero, ma la vera forza a volte è quella di chiedere aiuto e appoggiarci a qualcuno a cui poterci affidare. Se avesse domande o dubbi sono a disposizione, anche online. Un caro saluto, dott.ssa Elena Gianotti

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Quello che descrivi non è segno di debolezza, ma il risultato di un carico oggettivamente enorme, protratto nel tempo senza spazi sufficienti di recupero. Stai sostenendo contemporaneamente più ruoli ad alta responsabilità — madre di due bambini molto piccoli, imprenditrice, amministratrice pubblica, gestione di una ristrutturazione — con un supporto pratico limitato in alcune fasce cruciali. È una condizione che, anche per una persona molto solida, può portare a una vera e propria saturazione emotiva e fisica.

Le crisi di pianto, la stanchezza intensa, la sensazione di essere sopraffatta non sono segnali da “tenere sotto controllo”, ma messaggi chiari del tuo sistema psicofisico: stai andando un pochino oltre il limite sostenibile.

C’è anche un altro elemento importante che emerge: l’immagine che gli altri hanno di te — “fortissima, che non ha bisogno di niente”. Spesso queste identità diventano una gabbia invisibile. Più sei vista così, più diventa difficile chiedere aiuto, perché sembra quasi di tradire quell’immagine. Ma quella forza, così come la stai usando ora, rischia di trasformarsi in isolamento.

Ti propongo alcune chiavi di lettura e piccoli primi passi, non per “risolvere tutto” subito, ma per iniziare a uscire dalla sensazione di tunnel:
Riconoscere il limite senza giudizio
Non sei tu che non stai reggendo: è la quantità di richieste che è eccessiva. Questo spostamento è fondamentale, perché riduce il senso di colpa e apre alla possibilità di cambiare qualcosa.

Ridurre, non aggiustare tutto!!!
In momenti così, il lavoro non è organizzarsi meglio, ma *togliere*. Anche temporaneamente. Chiediti:

* Cosa può essere rimandato?
* Cosa può essere delegato (anche se non verrà fatto “come lo farei io”)?
* Cosa, se fatto al minimo indispensabile, è comunque sufficiente?

Inserire micro-spazi di decompressione reali
Non parlo di “ritagliarsi del tempo” ideale, ma di momenti concreti, anche di 10–15 minuti, in cui non sei in funzione per qualcuno o qualcosa. Senza questi spazi, il sistema nervoso resta sempre in allerta.

Aprire almeno un canale di condivisione
Capisco la difficoltà a parlarne, proprio per l’immagine che hai costruito. Ma non è necessario “dirlo a tutti”. Basta una persona: tuo marito, una figura di fiducia, o anche un professionista.
Dire “sto facendo fatica” non ti rende meno forte, ti rende più reale e sostenibile.

Attenzione al rischio di esaurimento emotivo (burnout materno)
Quello che descrivi si avvicina molto a una condizione di esaurimento, che può includere pianto frequente, senso di sopraffazione, distacco emotivo o senso di inefficacia. Intervenire ora è importante proprio perché sei ancora in una fase in cui senti il problema e chiedi aiuto.

se vuoi io sono disponibile, anche per consulenze online, a presto!

Dott. Vito Scavone
Psicologo clinico, Sessuologo, Psicologo
Messina
Buongiorno. Da ciò che descrive emerge una situazione di carico molto elevato e continuativo, su più fronti (lavoro, famiglia, responsabilità pubbliche, gestione della casa), senza reali spazi di recupero. Le crisi di pianto, la stanchezza e la sensazione di essere sopraffatta non sono segnali di debolezza, ma indicatori che le sue risorse stanno arrivando al limite.

L’immagine che gli altri hanno di lei come “forte” può rendere ancora più difficile riconoscere e condividere la fatica, ma questo rischia di aumentare l’isolamento. Non è necessario “uscire dal tunnel” da sola.

In questi casi il punto non è fare di più o resistere meglio, ma iniziare a riconoscere i propri limiti e creare uno spazio in cui poter essere sostenuta e autoentica.
Quello che descrivi è comprensibile e ha molto senso, considerando tutto ciò che stai sostenendo contemporaneamente.
Sei immersa in una fase di vita con richieste molto elevate, sia sul piano pratico che emotivo, senza aver avuto uno spazio reale di recupero. La stanchezza profonda, la sensazione di essere sopraffatta e le crisi di pianto non sono segnali di debolezza, ma segnali che il carico potrebbe essere diventato troppo.
Essere vista come una persona “forte” spesso rende più difficile mostrare la fatica, ma questo non significa non averne. Anche chi regge tanto può arrivare a sentire queste emozioni.
In questi momenti un percorso psicologico può essere uno spazio utile per alleggerire e dare senso a ciò che sta vivendo. Rimango a disposizione.
Dott. Edoardo Bonsignori
Psicologo, Psicologo clinico
Cascina
Cara mamma, leggendo le tue parole si sente tutto il fiato corto di chi sta correndo una maratona convinta di doverne correre contemporaneamente altre tre. Da psicologo, quello che vedo non è una donna "fragile", ma una persona incastrata in un ruolo che è diventato una prigione: quello della donna che può tutto.
Vedi, nel mio lavoro guardiamo molto a come le persone si incastrano tra loro. Tu e chi ti sta intorno avete costruito, nel tempo, un patto silenzioso: "Io sono quella forte, quella che risolve, quella che non crolla mai". Questo patto è comodissimo per tutti gli altri, perché permette loro di prendersi i propri spazi sapendo che tanto "ci sei tu". Il problema è che questo patto ora sta chiedendo il conto a te, e lo fa attraverso il pianto, che è l'unico modo che il tuo corpo ha trovato per dire "basta".
Quelle crisi di pianto che fai fatica a controllare sono preziose: sono la tua parte più autentica che sta cercando di rompere quella maschera di perfezione che ti sta soffocando.
Non sei in un tunnel senza uscita, ma sei in una fase di saturazione del sistema. Se un'azienda cresce, si assumono dipendenti o si delega; se una famiglia cresce e le sfide aumentano, non puoi pensare di gestire tutto con le stesse modalità di prima. Tuo marito, dalla tua descrizione, sembra essere un "satellite" che orbita intorno a una casa dove tu fai da centro di gravità permanente. Ma un centro di gravità che deve reggere figli piccoli, un'azienda, la politica e pure un cantiere, alla fine rischia di implodere.
Il primo passo per "uscire dal tunnel" non è fare meglio le cose, ma iniziare a farle peggio. Sembra un paradosso, vero? Ma è l'unico modo per permettere agli altri di accorgersi che hai bisogno. Se tu continui a essere il 99.9% di forza per gli altri, lasci lo 0.1% a te stessa per sopravvivere.
Non devi parlarne con "tutti", ma potresti iniziare a farlo con chi abita con te. Dire: "Sono sfinita e non so come fare" non distrugge la tua immagine, la rende solo più umana e, soprattutto, più amabile.
Se senti non farcela e di non riuscire a prenderti il tuo spazio, vorrei dirti con molta dolcezza che non devi fare tutto questo cammino con le tue sole forze: se senti che il carico è troppo alto, non esitare a contattare un professionista. Un terapeuta può essere quello spazio protetto, tutto tuo, dove far cadere la maschera della "donna fortissima" in totale sicurezza, senza essere giudicata, per ritrovare insieme ad una persona qualificata il filo della tua serenità.
Dott.ssa Federica Gagliardi
Psicologo, Psicologo clinico
Cosenza
Buongiorno,
da quello che racconta emerge chiaramente quanto stia sostenendo un carico molto elevato, sia sul piano pratico che emotivo. Tra il lavoro, il ruolo istituzionale, la gestione della casa e la cura di due bambini piccoli, in gran parte senza un supporto costante, è comprensibile che possa sentirsi sopraffatta e molto stanca.

Le crisi di pianto e la sensazione di “entrare in un tunnel” sono segnali importanti, che meritano attenzione e ascolto, non perché ci sia qualcosa che non va in lei, ma perché sta affrontando davvero tanto. Anche le persone che appaiono più forti hanno bisogno, a volte, di uno spazio in cui poter abbassare le difese e prendersi cura di sé.

Il fatto che non senta di poterne parlare con chi le sta intorno può rendere tutto ancora più pesante. Per questo potrebbe esserle molto utile confrontarsi con uno psicologo o psicoterapeuta, in uno spazio protetto e non giudicante, dove poter mettere ordine tra pensieri ed emozioni e ritrovare un po’ di respiro.

Chiedere aiuto, in questi casi, non è un segno di debolezza, ma un atto di cura verso se stessa.
Dott.ssa Anna Filippini
Psicologo clinico, Psicologo
Quartu Sant'Elena
Buongiorno Signora,
grazie per la sua condivisione.
In certi periodi può risultare arduo conciliare tutte le esigenze che emergono dai vari contesti di vita. Da quello che descrive di provare in questo periodo, potrebbe essere utile che si ritagli del tempo per concentrarsi su di sé e su come sta affrontando questo momento, parlandone con un esperto che possa aiutarla a trovare nuove strade.
Resto a disposizione,
dott.ssa Anna Filippini
Dott.ssa Laura Servidio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Milano
Buongiorno,
Occorre far spazio a queste emozioni che faticano a trovare posto ed espressione. Ogni emozione ha dignità, portando con sé un significato che a volte fatichiamo a cogliere (perché non riusciamo, non vogliamo, ce ne vergogniamo). Mi pare non voglia parlare di ciò che sta vivendo e provando con quelle persone di cui teme lo sguardo (gli altri dicono così tanto di me?). Inizi da sé, ascoltandosi. Si porti in stanza di terapia, si permetta la possibilità di trovare un modo più comodo e meno schiacciante di stare nei propri panni. Rivolgersi ad un* psicoterapeuta con cui far spazio per ciò che prova farà la differenza. Io sono la dott.ssa Laura Servidio. Cordiali saluti
Buon giorno,
leggendo quanto ha condiviso, vorrei prima di tutto complimentarmi con lei per la forza che ha avuto nel riconoscere a se stessa di sentirsi in un momento di difficoltà: infatti, a volte può succedere di identificarsi così tanto con ciò/quanto si fa, o con la rappresentazione che gli altri hanno di noi, da rischiare di soffocare i nostri bisogni più autentici.
In questa breve descrizione è riuscita a trasmettere in modo molto efficace questo vissuto di conflitto, così faticoso da gestire, tra il suo desiderio di aderire a quell'idea di "donna fortissima che non ha bisogno di niente", e il suo intimo bisogno di riconoscersi il diritto di sentirsi fragile qualche volta.
Infatti, spesso la fragilità è scambiata per debolezza ed evitata, dimenticando quanto invece rappresenti qualcosa di prezioso, che più che essere "nascosto", andrebbe invece riconosciuto, custodito e protetto (come forse fa già quello 0,1% a cui ha deciso di mostrarsi in modo autentico).
Se è arrivata fin qui, forse una parte di lei sta cercando di comunicarle bisogni che finora ha lasciato inascoltati. Provi invece da darle voce e porsi in ascolto, legittimando tutte quelle sfaccettature che la caratterizzano, senza limitare la sua persona all'interno di quel "tunnel" di perfezione entro le cui pareti non ci si può che sentire soffocati.
Potrebbe meravigliarsi di quanto di più potrebbe esserci da scoprire e apprezzare.
Cordialmente,
Dott.ssa A.M. Beavers
Dott.ssa Veronica Savio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Medolla
Gentile utente,
da ciò che racconta emerge una situazione di sovraccarico molto intenso: due figli piccoli, un’azienda, un incarico pubblico, una ristrutturazione in corso e un marito spesso fuori casa. È comprensibile che, dopo mesi così impegnativi, il suo corpo e la sua mente stiano iniziando a segnalare fatica.
Le crisi di pianto, la stanchezza profonda e la sensazione di essere sopraffatta non sono segnali di debolezza, ma piuttosto campanelli d’allarme che indicano che sta sostenendo troppo a lungo un carico elevatissimo senza sufficienti spazi di recupero
Il fatto che gli altri la vedano come una donna forte può rendere ancora più difficile chiedere aiuto, ma proprio chi è abituato a “tenere tutto insieme” rischia più facilmente di arrivare a un esaurimento emotivo. Non è necessario arrivare al limite prima di fermarsi.
In una situazione come la sua, può essere molto utile:
- condividere almeno con una persona di fiducia (suo marito, un familiare o un’amica) quanto si sente sopraffatta;
- valutare concretamente quali impegni possano essere delegati o ridotti, anche temporaneamente;
- ritagliarsi piccoli spazi di recupero, anche brevi ma regolari;
- considerare l’avvio di un percorso di psicoterapia, che possa offrirle uno spazio tutto suo per alleggerire il carico emotivo e riorganizzare priorità e risorse.
Le crisi di pianto che descrive sono un segnale importante: indicano che qualcosa dentro di lei ha bisogno di essere ascoltato e sostenuto, non ignorato.
Chiedere aiuto non toglie nulla alla sua forza: spesso è proprio ciò che permette di continuare a esserlo, in modo più sano e sostenibile nel tempo.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
Gentile Signora,
da ciò che racconta emerge una grande ricchezza di risorse: è una donna molto attiva, impegnata e una mamma molto attenta ai bisogni dei suoi figli. Allo stesso tempo, però, sembra che in questo momento i suoi bisogni facciano più fatica a trovare spazio.
La situazione che descrive comporta un carico molto elevato di responsabilità e cambiamenti: anche chi è sempre stato forte può sentirsi sopraffatto quando le richieste sono così numerose. La stanchezza intensa e le crisi di pianto possono essere segnali importanti, che indicano il bisogno di fermarsi e non dover sostenere tutto da sola.
A volte chi è percepito come “forte” si abitua a non mostrare la propria fatica, ma concedersi momenti di fragilità o chiedere aiuto non significa essere meno capaci: significa riconoscere i propri limiti umani. Prendersi cura anche del proprio benessere spesso permette di sentirsi più presenti e disponibili anche come genitore; i figli, osservando questo, possono imparare che è possibile fermarsi quando si è stanchi e chiedere supporto quando necessario.
Se sente che questo momento sta diventando difficile da gestire da sola, uno spazio di ascolto può aiutarla a ritrovare maggiore chiarezza, alleggerire il peso che sta portando e individuare modalità più sostenibili per affrontare questa fase così intensa.
Un caro saluto
Dott.ssa Ylenia De Fusco
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Quello che descrive è profondamente comprensibile, soprattutto alla luce del carico significativo che sta sostenendo da tempo, su più fronti contemporaneamente. Essere genitore di due bambini piccoli, gestire un’attività, ricoprire un ruolo pubblico e affrontare una ristrutturazione sono, ciascuno, elementi già di per sé molto impegnativi: insieme possono diventare facilmente travolgenti.

Il senso di stanchezza, la sensazione di essere sopraffatta e i momenti di pianto che riferisce non rappresentano un segnale di debolezza, ma un importante campanello d’allarme: il suo sistema sta cercando di comunicarle il bisogno di fermarsi, recuperare e ricevere sostegno.

Accade spesso che le persone percepite come “forti” facciano maggiore fatica a chiedere aiuto, sentendo di dover mantenere quell’immagine anche quando interiormente qualcosa vacilla. Tuttavia, la forza autentica non consiste nel sostenere tutto da soli, ma anche nel riconoscere quando è necessario alleggerire il carico.

Quello che sta vivendo merita ascolto e attenzione. Concedersi uno spazio personale, protetto e non giudicante, in cui poter esprimere liberamente ciò che sta attraversando, può aiutarla a ritrovare gradualmente un maggiore equilibrio e benessere.

Non è sola in questo, anche se ora può sembrarlo.
Chiedere supporto è un primo passo importante, non un fallimento.

Se lo ritiene possibile, potrebbe valutare di rivolgersi a un professionista con cui costruire uno spazio dedicato a sé, anche solo per iniziare a dare ordine e respiro a ciò che sta vivendo.
Dott. Luca Rochdi
Psicologo, Psicologo clinico
Cernusco sul Naviglio
Gentile utente, mi dispiace tanto per ciò che ha descritto. Mostrarci forte può essere una corazza per non mostrare le nostre fragilità e per non essere visti.
Scrivendo questa domanda ha mostrato consapevolezza verso le sue emozioni, le consiglio di intraprendere un percorso di supporto psicologico per esplorarle al meglio e migliorare la sua qualità di vita.
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Dott.ssa Irene Canulli
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentile utente, da ciò che descrive emerge una condizione di sovraccarico molto elevato, protratto nel tempo e sostenuto con grande senso di responsabilità. Il fatto che oggi compaiano stanchezza intensa e crisi di pianto non indica una fragilità, ma rappresenta piuttosto un segnale chiaro del suo organismo che sta raggiungendo un limite. Lei sta gestendo contemporaneamente più ruoli impegnativi, professionali e familiari, con ritmi che lasciano poco spazio al recupero. In queste condizioni è frequente sperimentare una sensazione di sopraffazione e perdita di controllo emotivo, soprattutto quando viene a mancare un adeguato spazio di condivisione e sostegno. L’immagine di sé come persona “forte”, riconosciuta anche dall’esterno, può talvolta rendere più difficile concedersi la possibilità di esprimere la fatica e chiedere aiuto. Tuttavia, il mantenimento nel tempo di un equilibrio personale richiede necessariamente anche momenti in cui non si è performanti, ma semplicemente in ascolto dei propri limiti. Le reazioni che sta vivendo possono essere lette come un segnale da accogliere con attenzione, non da contenere o ignorare. Intervenire ora, ritagliandosi uno spazio di supporto, può aiutarla a comprendere meglio ciò che sta accadendo e a individuare modalità più sostenibili nella gestione dei suoi impegni. Un percorso psicologico, anche breve, potrebbe offrirle un contesto adeguato in cui alleggerire il carico emotivo e riorganizzare le priorità, senza dover sostenere tutto da sola.
Dott.ssa Irene Canulli
Dott.ssa Laura Attanasio
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buongiorno,
Le difficoltà che riporta sono più che comprensibili in un'organizzazione così complessa. La sua stanchezza, che sfocia alle volte nel pianto, è un segnale da attenzionare perchè la richiama a occuparsi di questa sopraffazione che percepisce. La sensazione che riferisce, inoltre, di non voler condividere con nessuno questo peso, forse per non deludere delle aspettative di cui si sente portatrice, porta con sé un costo importante, quella di stare entrando in un tunnel di cui non vede la fine.
Poter portare qui il suo vissuto è un primo passo, ma dovrebbe forse valutare la possibilità di affidarsi, in un primo momento se non vuole farlo alle persone che ha accanto, a un professionista.
Ci vuole grande forza e coraggio nell'ammettere di non farcela da soli.
Salve!
Questa immagine di donna forte che non ha bisogno di niente ti impedisce di mostrare la tua vulnerabilità, portandoti a nascondere le crisi di pianto che, in realtà, sono la valvola di sfogo naturale di un persona che non ce la fa più. Il pianto non è un segno di debolezza, ma il segnale che il tuo "carico cognitivo " ha superato il limite di sicurezza.
Tornare al lavoro dopo una settimana dal parto significa aver negato al tuo corpo e alla tua mente il tempo fisiologico di recupero e di adattamento alla nuova maternità.
Gestire azienda, ruolo politico e ristrutturazione casa insieme ai bisogni di due bambini è un' impresa che svuoterebbe le energie di chiunque.
Iniziare a dire "non ce la faccio", delegare o chiedere aiuto non distruggerà la tua immagine ma salverà la tua salute mentale.
Considera anche la possibilità di rivolgerti a un professionista per uno spazio di ascolto protetto, uno spazio dove non sarai costretta a essere una donna forte, ma solo te stessa,con la tua stanchezza e i tuoi bisogni.

Dott.ssa Anna Apicelli
Dott. Daniele Migliore
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentilissima, grazie per aver espresso la sua preoccupazione.
Sentire di dover gestire due bambini piccoli in autonomia e nel frattempo mantenere un equilibrio con altri aspetti della vita come il lavoro e la propria vita relazione, metterebbe in difficoltà chiunque. Il fatto di essere vista come una "donna fortissima" forse rischia di farla sentire inadeguata quando invece si rende conto di star vivendo delle fragilità comuni a molti.
È come se ci fosse poco spazio per i suoi bisogni: è molto presente per gli altri, ma poco riconosciuta e sostenuta a sua volta. Le crisi di pianto possono essere un modo attraverso cui questa parte più fragile prova a emergere.
Non è necessario arrivare al limite o crollare prima di chiedere aiuto. Tenga a mente, anche se al momento non lo desidera, di iniziare un percorso psicologico che possa aiutarla a ridistribuire il carico e a legittimare i suoi bisogni. Non si tratta di fare meno, ma di non essere più sola nel farlo.
Le auguro tutto il meglio,

Dott. Daniele Migliore
Cara mamma, leggendo le tue parole sento quasi il fiato corto, come se stessi correndo una maratona infinita portando sulle spalle non solo i tuoi figli e il tuo lavoro, ma le aspettative di un’intera comunità. C'è un'immagine che mi torna in mente guardando la tua situazione: quella di una colonna portante che sostiene un intero edificio e che, pur di non mostrare crepe, continua a caricarsi di peso finché il materiale stesso non inizia a gridare. Quel pianto che fatichi a controllare non è un segno di cedimento, ma è la voce della tua parte più umana che sta cercando di dirti che il limite è stato superato da tempo. Essere rientrata al lavoro dopo una sola settimana dal parto è una prova di forza incredibile, ma è anche un trauma silenzioso per il corpo e per la mente, che non hanno avuto il tempo di abitare la fragilità e la trasformazione che una nuova vita comporta.
Il paradosso della "donna fortissima" è una prigione dorata in cui ci chiudiamo per paura che, se mostrassimo una crepa, tutto il mondo intorno a noi crollerebbe. Ti senti sola perché hai abituato chi ti sta accanto a non doversi preoccupare di te, e ora che avresti bisogno di una mano tesa, ti ritrovi vittima della tua stessa efficienza. Tuo marito, l'assessorato, l'azienda, la casa in ristrutturazione: sono tutti fronti aperti che consumano energia vitale, ma la domanda che mi preme farti è chi si sta occupando della bambina che è rimasta dentro di te, quella che ha solo bisogno di essere protetta e sollevata da qualche responsabilità. Non puoi continuare a essere l'unica fonte di energia per tutti se la tua riserva è vuota; un assessore, un'imprenditrice e una madre possono funzionare solo se prima di tutto esiste una donna che si concede il diritto di essere stanca.
Uscire dal tunnel non significa distruggere tutto quello che hai costruito, ma iniziare a sgretolare quell'immagine di perfezione e invulnerabilità che proietti all'esterno. Parlarne non è una sconfitta, è un atto di coraggio politico e personale. Prova a immaginare cosa accadrebbe se dicessi a tuo marito, o a un'amica fidata, semplicemente: "Non ce la faccio più a fare tutto da sola". Il mondo non finirà, ma forse inizierà a riorganizzarsi intorno a una te più autentica. Meriti di non dover gestire ogni crisi di pianto nel segreto del bagno, meriti che la tua forza sia una scelta e non una condanna, e meriti soprattutto di riscoprire che chiedere aiuto non toglie nulla alla tua grandezza, anzi, la rende finalmente sostenibile. Inizia da un piccolo "no" o da una richiesta esplicita di supporto: è il primo mattone per ricostruire non la tua casa, ma la tua serenità.
Dott.ssa Stefania Tagliabue
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Buongiorno,
sento la fatica e comprendo cosa significhi dover essere una "donna fortissima".
Essere sempre in movimento, disponibile, impeccabile. Tenere insieme i pezzi, non deludere, aiutare, essere il punto di riferimento. Essere, insomma, solida come una montagna.
Le lacrime che arrivano, forse, non sono un segno di debolezza ma segno che qualcosa sta provando a farsi vedere. Come la farebbe sentire chiedere aiuto, anche solo un po’?
A volte siamo così abituati a essere forti che diventiamo impenetrabili anche per noi stessi. Ci proteggiamo, quasi senza concederci la possibilità di essere sostenuti. Eppure l'acqua arriva sempre a valle aprendo uno spazio nuovo, più autentico per far scorrere ciò che era rimasto bloccato.

Rimango a disposizione, un caro saluto e un abbraccio.
Gent.ma utente,
è importante che abbia trovato un momento e un posto, seppur virtuale, per razionalizzare questa sofferenza e questo periodo difficile che sta attraversando.
Da quel che ci scrive, si evince che lei sia una donna molta dinamica, impegnata nella vita pubblica così come dedita alla sua famiglia e al suo lavoro. Sicuramente, è abituata a gestire molteplici mansioni e a portare a termine le sue giornate con buona efficienza, ma.... Ma le persone sono anche fragili, a volte, e hanno dei limiti o possono non avere le risorse psico-fisiche necessarie per affrontare tutto lo stress, le pressioni, le ansie e le insidie della vita, imprevedibile e volatile.
Non c'è un momento giusto per accorgersi di questa fragilità, ma quando si assume questa consapevolezza e auto-compassione è fondamentale potersi fermare e ritrovare la giusta serenità. Le conseguenze di un accumulo cronico di stress, infatti, sono molto pericolose e possono dare vita a burnout, cioè a esaurimento delle energie nervose, al punto da far crollare motivazione e forza per svolgere i compiti più semplici e automatici. Sta avvertendo dei segnali inequivocabili, in tal senso, come la stanchezza frequente e le crisi di pianto.
Aver preso coscienza del disagio e aver scritto in questo forum è un primo passo decisivo verso la ricerca di un maggior benessere per sé stessa, che si rifletta poi in tutti gli ambiti della sua vita.
Tutti abbiamo il diritto di rallentare e riconsiderare le priorità, rimettere al centro la soddisfazione di vita e le emozioni positive. Questo non vuol dire sospendere le attività di tutti i giorni, cosa spesso impossibile, ma dedicare del tempo a sé stessi, cominciando un percorso interiore e costruendo una nuova stabilità, autostima e motivazione.
Il supporto di un professionista può essere molto utile per raggiungere questi obiettivi. Uno spazio di ascolto, di comprensione e di guida, che può dare anche strumenti e strategie per diventare autonoma in futuro, più flessibile in ogni circostanza, capace di arginare gli effetti di ansia e stress, proiettata a un atteggiamento positivo e a una visione ottimistica del futuro.
Valuti questa opportunità seriamente, potrebbe essere il passo logico successivo alla decisione di scrivere qui. Sono sua disposizione per ulteriori informazioni o domande su un percorso di questo tipo, anche online.
Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Capisco bene il senso di difficoltà che descrivi: stai affrontando contemporaneamente molte responsabilità complesse – lavoro, famiglia, impegni pubblici e ristrutturazione della casa – e questo può portare a sentirsi sopraffatti, stanchi e emotivamente fragili. Le crisi di pianto e la sensazione di non riuscire a far fronte a tutto sono segnali che il tuo corpo e la tua mente stanno chiedendo aiuto, non un segno di debolezza.

In situazioni come la tua, può essere utile imparare strategie per gestire lo stress e per prendersi cura di sé, anche con piccoli momenti di pausa o di delega di alcune responsabilità. Inoltre, un percorso con uno psicologo o psicoterapeuta può aiutarti a capire meglio le tue emozioni, a dare voce ai tuoi bisogni e a trovare modi concreti per alleggerire il carico quotidiano, senza sentirti giudicata o “debole”.

Ti consiglio quindi di approfondire la situazione con uno specialista, per ricevere supporto concreto e personalizzato.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Mi sembra che il carico emotivo di cui parla possa essere davvero molto impegnativo. Potrebbe essere utile trattarlo, anche on line in modo da non aggiungere altri impegni, si può fare un buon lavoro per alleggerire il carico
Dott. Davide Martinelli
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Buonasera,
quello che sta vivendo è qualcosa di molto serio, e il fatto che lei riesca a raccontarlo con questa lucidità è già un segnale importante: non è “debolezza”, è consapevolezza che qualcosa dentro sta chiedendo attenzione.

Se mettiamo insieme tutto quello che descrive – due figli piccoli con bisogni molto diversi, un’azienda da gestire, un ruolo pubblico come assessore, una ristrutturazione in corso, un marito spesso assente per impegni – il quadro è quello di un carico enorme, continuativo, senza reali pause. E dentro questo carico lei non ha avuto neanche uno spazio fisiologico di recupero dopo la seconda gravidanza: è rientrata a lavorare dopo una settimana. Questo, per il corpo e per la mente, non è neutro.

Quella sensazione di essere sopraffatta, la stanchezza costante, il pianto che arriva e fatica a fermarsi, non sono segnali che “non sta reggendo”. Sono segnali che sta reggendo troppo a lungo senza sostegno. È molto diverso.

C’è anche un altro elemento molto forte in quello che scrive: l’immagine che gli altri hanno di lei. “Una donna fortissima che non ha bisogno di niente”. Questa immagine, che probabilmente negli anni le ha dato anche forza e riconoscimento, in momenti come questo può diventare una gabbia. Perché la mette nella posizione di dover continuare a essere quella persona, anche quando dentro si sente crollare.

Le crisi di pianto che descrive sono un modo attraverso cui il suo sistema sta cercando di scaricare una tensione accumulata. Non sono il problema: sono un segnale. E il segnale è chiaro – il suo livello di carico ha superato la soglia sostenibile.

Quello che spesso accade in queste situazioni è entrare in una modalità “automatica”: si continua a fare, organizzare, gestire, senza più uno spazio per sentire davvero cosa sta succedendo dentro. Ma il corpo e la mente, prima o poi, presentano il conto.

Non parlarne con nessuno è comprensibile, perché significa anche mettere in discussione quell’immagine di forza. Ma è proprio questo isolamento che rischia di farla sentire ancora più dentro a quel “tunnel” che descrive. Non serve raccontarlo a tutti, ma serve almeno uno spazio in cui lei possa non essere quella che regge tutto.

Non è necessario arrivare a “crollare” per legittimarsi a chiedere aiuto. Lei è già in una fase in cui il suo sistema sta chiedendo un riequilibrio.

Le direi una cosa molto concreta: non può continuare a sostenere tutto questo da sola. Non è una questione di capacità, ma di limiti umani. In questo momento la priorità non è fare meglio, ma fare meno e condividere di più. Anche solo iniziare a redistribuire una piccola parte del carico può fare una differenza reale.

E c’è un passaggio ancora più importante: iniziare a concedersi il diritto di non essere sempre “forte”. Perché la vera forza, in una fase come questa, non è resistere ancora di più, ma riconoscere il limite e prendersi uno spazio per sé.

Se sente che non riesce a parlarne con chi le sta vicino, può iniziare anche qui. Possiamo creare uno spazio tranquillo, solo suo, in cui mettere ordine a tutto questo senza dover sostenere nessun ruolo. A volte è proprio da lì che si ricomincia: non facendo di più, ma iniziando finalmente a non essere sola dentro quello che sta vivendo.
Dott.ssa Angela Giannoni
Psicologo, Psicologo clinico
Fogliano Redipuglia
Buongiorno gentile signora, grazie per aver condiviso la sua situazione.
Sta svolgendo in modo egregio molte attività, ricoprendo ruoli importanti e di responsabilità personale, familiare e sociale.
Le difficoltà che descrive non sono un segno di debolezza, ma risposte fisiologiche per il carico eccessivo a cui è sottoposta.
In questo momento così denso di impegni e responsabilità sia per lei che per il suo partner è naturale sentirsi sopraffatta. Il ruolo di madre si trova a confrontarsi con quello di donna che lavora ed è impegnata politicamente al servizio della società.
Comprendo quanto possa essere faticoso sentirsi realizzata per ciò che sta facendo e allo stesso tempo percepire una stanchezza, un senso di oppressione in grado di offuscare ciò che sta costruendo con passione e amore.
Nel racconto emerge la sua forza e allo stesso tempo una fragilità e un bisogno autentico di ritrovarsi al di là delle attività, delle responsabilità e dei ritmi.
Questa necessità è comprensibile e rappresenta una risorsa, perché consente di schiudere uno spiraglio verso la parte fragile che le appartiene ed è molto importante. La fragilità di cui parlo è una parte presente in ciascuno di noi, apre alla dolcezza. Il pianto che fatica a controllare è legato al naturale e umano bisogno di allentare una forzatura, prendersi una pausa, o uno spazio solo suo. È un momento doloroso, ma è importante dargli valore e ascoltarlo. Ammettere di essere fragili e sentirsi esausti non distrugge la forza, la rende più umana e modulabile.
Un primo passo potrebbe essere quello di manifestare ed esprimere apertamente la sua necessità di rallentare. Forse non sarà facile, occorre forza, è vero, una forza diversa da quella utilizzata fin qui e che passa dalla disponibilità a tendere una mano per chiedere aiuto a chi sente più vicino.
Parlare con suo marito rappresenta un altro passo significativo. Sarà importante creare insieme uno spazio di condivisione basato sul desiderio di cooperare, in cui non vi fermate a considerare ciò che è giusto o sbagliato, ma attribuite valore alla necessità reciproca di essere visti, ascoltati e sostenuti.
Gli impegni potranno essere riorganizzati, ridotti o mantenuti, potrà trovare soluzioni pratiche, riorganizzare i tempi con i suoi bambini, anche insieme a suo marito, ma ciò che farà la differenza, sarà il sapore dei suoi sentimenti, che accompagneranno le giornate.
Se sente di avere bisogno di aiuto non rinunci alla possibilità di affidarsi a un professionista. Farsi aiutare è uno dei primi passi verso un nuovo senso di serenità.
Resto a disposizione per domande e approfondimenti.
Un caro saluto
Dott.ssa Angela Giannoni
Dott.ssa Clarissa Colaiuda
Psicologo, Psicologo clinico
Terni
Buonasera, da donna fortissima la cosa più forte che può fare per sé stessa è chiedere aiuto e prendersi del tempo per sé stessa. Un pilastro ha bisogno di tutta la resistenza possibile per tenere tutto in piedi, ma gli esseri umani non sono fatti di marmo e hanno bisogno di pause. Dovrà tirare fuori tutto il suo coraggio e parlarne con qualcuno. Buona fortuna, un caro saluto.
Gentile,
Quello che sta vivendo è molto intenso e naturale: sentirsi sopraffatta in un momento così pieno di responsabilità non significa essere deboli, ma indica semplicemente che il corpo e la mente hanno bisogno di attenzione. Il “tunnel” in cui sente di essere è la somma di tutto quello che porta sulle proprie spalle: i bambini piccoli, l’azienda, gli impegni pubblici, la ristrutturazione della casa, una vita familiare che corre a ritmi incessanti. È comprensibile che a volte la stanchezza diventi così forte da farle sentire il bisogno di piangere.
Anche se non vuole parlarne con nessuno, ci sono modi concreti per iniziare a uscire da questo senso di sopraffazione. Un primo passo può essere quello di riconoscere e accogliere le emozioni così come arrivano, senza giudicarle. Dare spazio alle proprie lacrime, senza colpa, è già un modo per alleggerire il peso.
Accanto a questo, ci sono strumenti semplici ma efficaci che può usare da sola per ritrovare calma ed energia: respirare profondamente, sentire il corpo mentre si muove, allungarsi, fare una passeggiata anche breve, percepire i piedi ben poggiati a terra. Questi piccoli gesti corporei aiutano a “radicarsi”, a far sentire di nuovo il proprio equilibrio, e gradualmente a diminuire lo stress.
Può anche creare piccoli momenti solo per sé, dove si prende cura del proprio respiro, del proprio corpo o della propria mente, anche solo per qualche minuto. Può anche annotare pensieri ed emozioni in un diario, non giudicando ma accogliendo.
Non deve stravolgere la giornata: l’idea è costruire piccole pause che diventino rifugi sicuri in cui ritrovare il controllo, un respiro alla volta.
Saluti.
Dott.ssa Manuela Barzellato
Dott.ssa Rossella Carrara
Psicologo, Psicologo clinico
Bergamo
Buongiorno, le consiglio di iniziare a prendersi cura di se stessa attraverso un percorso psicologico. Cordiali saluti.
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, quello che descrive mostra quanto si stia sentendo sovraccaricata e emotivamente esaurita a causa delle molteplici responsabilità che ha accumulato in questo periodo della sua vita. Essere madre di due bambini piccoli, gestire un’azienda, impegnarsi in un ruolo politico e affrontare una ristrutturazione importante sono tutti compiti che, anche separatamente, richiederebbero una grande energia; messi insieme, è naturale che si senta sopraffatta. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, le sue difficoltà emotive non indicano una debolezza personale, ma riflettono la normale reazione di chi è sottoposto a uno stress cronico e a continue richieste, in assenza di strategie di gestione e di momenti per se stessa. Spesso, chi ha una forte immagine di sé come persona autonoma e capace tende a non concedersi il permesso di chiedere aiuto o di riconoscere i propri limiti. Questo può generare un circolo di pensieri intrusivi e di autoesigenze che peggiorano la stanchezza e il senso di sopraffazione, e che possono manifestarsi in crisi di pianto o momenti di scoraggiamento improvviso. Un approccio cognitivo-comportamentale può aiutare a esplorare questi schemi di pensiero, a identificare convinzioni rigide come “devo farcela da sola” o “non posso mostrarmi vulnerabile”, e a sperimentare strategie pratiche per gestire il carico emotivo e organizzativo, migliorando il benessere quotidiano. Attraverso un percorso di supporto, sarebbe possibile anche lavorare su piccole modifiche nel quotidiano per alleggerire il peso delle responsabilità, individuare momenti di recupero e di cura di sé, e ridurre la tensione interna che si accumula nel tempo. Spesso, anche solo riuscire a dare parola a ciò che si prova, senza giudizio, aiuta a diminuire l’ansia e a ritrovare una maggiore chiarezza e controllo sulle proprie scelte. Affrontare questi vissuti in modo strutturato può trasformare il senso di oppressione in una maggiore consapevolezza dei propri limiti e dei propri bisogni, permettendo di trovare un equilibrio più sostenibile tra famiglia, lavoro e benessere personale. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Lorena Tabanelli
Psicologo, Psicologo clinico
Imola
Ciao, quello che stai vivendo è davvero tanto ed è comprensibile sentirsi sopraffatta. Le crisi di pianto sono un segnale che il carico è oltre il limite.
Può esserti utile fare un po’ di ordine tra le priorità e rivedere gli equilibri anche con tuo marito, per non portare tutto da sola.
Il fatto che tu senta di non poterne parlare perché sei vista come “forte” rischia però di isolarti ancora di più. La vera forza non è reggere sempre tutto o farlo sempre da sola. Anche sapersi fermare, chiedere e, se serve, rinunciare a qualcosa può essere importante perchè esprime la volontà di stare bene e di mettersi al primo posto.
Un caro saluto
Buongiorno,
quello che racconta sembra avere un ritmo molto pieno, quasi senza pause. Nel modo in cui descrive le sue giornate, si ha la sensazione che ci sia sempre qualcosa da tenere insieme, da gestire, da anticipare.
Due figli piccoli, il lavoro, un ruolo pubblico, la casa… come se più livelli si fossero sovrapposti nello stesso momento, senza molto spazio per fermarsi.
E dentro questo movimento continuo, qualcosa sembra essersi fatto sentire, forse proprio adesso, con quella stanchezza che diventa più intensa e con quelle crisi di pianto che arrivano e fanno fatica a essere trattenute.
A volte può succedere che si riesca a sostenere molto, anche a lungo, ma che a un certo punto qualcosa inizi a chiedere spazio in un modo diverso.
Lei dice che non ne vuole parlare con nessuno, e allo stesso tempo racconta di essere vista come una persona molto forte. Viene da pensare a quanto questa immagine possa accompagnarla, e forse anche a quanto spazio lasci — o non lasci — ad altre parti di sé.
Non sembra tanto una difficoltà a “fare”, quanto qualcosa che riguarda il sostenere tutto questo senza un luogo in cui poterlo appoggiare.
Forse può essere utile restare su questo punto: non tanto su ciò che deve fare, ma su ciò che sta succedendo dentro di lei mentre lo fa.
Se questo vissuto di fatica e di sopraffazione continua a farsi sentire così, potrebbe essere qualcosa da non tenere solo dentro, ma da poter portare in uno spazio dove non sia necessario essere sempre “forte”.
Un caro saluto,
Dott.ssa Testa
Dott.ssa Anna Truzzi
Psicoterapeuta, Psicologo
Milano
Quello che descrivi è una situazione di carico davvero molto elevato, su più fronti contemporaneamente. È comprensibile che il tuo corpo e la tua mente stiano iniziando a segnalarti fatica attraverso stanchezza e momenti di pianto. Non è un segno di debolezza, ma un segnale importante da ascoltare. Alle volte noi stessi aumentiamo il carico con pensieri doverizzanti o aspettative eccessive autoimposte (ma anche quelle che percepiamo dagli altri che aumentano la pressione interna) e diventano disfunzionali. Penso possa essere utile ascoltare quello che stai vivendo in un'ottica di comprensione e non giudizio. Il tunnel potrebbe essere una nuova strada.

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