Ho un problema, ho effettuato un percorso di psicoterapia per circa 7 anni, (non continui, periodi d

27 risposte
Ho un problema, ho effettuato un percorso di psicoterapia per circa 7 anni, (non continui, periodi dove stavo meglio ecc..). Anche se nella vita pratica non ho effettuato i cambiamenti sperati, a livello emotivo sentivo di aver trovato "un porto sicuro" dove esplorare la mia vita e le emozioni con serenita' e intesa. Il terapeuta, seppur c'era qualcosa che faceva un po' stortare il naso ogni tanto, mi e' sempre sembrato "bravo" e disponibile, anche perche' mi e' persino venuto incontro economicamente non poco, riducendo il prezzo della seduta. Nell'ultimo periodo pero' le cose erano cambiate molto, lui mi sembrava cambiato in peggio, io uscivo peggio invece che meglio alla fine di ogni seduta. Ho cercato di parlarne con delicatezza ma non si e' mai voluto mettere in discussione. Sento che la sua idea, avendo molti pazienti, fosse quella di scaricarmi per prendere qualcuno che potesse pagare a prezzo pieno (questo l'ho capito per motivi che ora non posso spiegare), e per fare questo, non ha affrontato direttamente il problema con me, ma ha messo in moto tutta una serie di comportamenti inaccettabili (ignorare ripetutamente i messaggi per prenotare le sedute, anche di settimane o mesi, e molti altri ecc..), in modo da cercare di farmi allontanare volontariamente invece di prendersi la responsabilita' di essere quello che mi ha abbandonato, in caso di gesti autolesionistici (che non ho mai avuto, ma era un periodo veramente dove ero con le spalle al muro). Ha inventato scuse non credibili ecc... ora, essendomi venuto a mancare un porto sicuro, ho cercato altri terapeuti, avrei voluto affrontare l'argomento con loro come una cosa qualsiasi, come un lutto, la fine di una relazione qualsiasi, ma e' come se ci fosse una sorta di omerta', di difesa del collega, di non volere esporsi, perche' il rischio e' che magari io possa dire a lui, che un altro collega mi ha "dato ragione". Rischio non esistente ovviamente. Quindi mi ritrovo con la necessita' di elaborare la situazione come una relazione qualsiasi, e sembra che il professionista non abbia il coraggio di sbilanciarsi su di un altro professionista, e inoltre mi sembra di passare per quello che "se ti ha mollato e' perche' avrai qualcosa tu che non va, non lui, che e' un professionista"... c'e' difficolta' a mettere in discussione l'operato altrui, e questo porta a cercare di scusare tutti i comportamenti non professionali ed etici che sono stati messi in atto. Mi vengono dette cose banali e generiche "forse il suo terapeuta pensava che lei fosse pronto per farcela da solo" e cose del genere. Cosa che io avrei accettato tranquillamente se mi fosse stato fatto un discorso di chiusura di questo tipo. Ma questo non e' avvenuto, quindi mi trovo in un vicolo cieco. Che ne pensate? Grazie a tutti.
Dott.ssa Sofia Bonomi
Psicologo clinico, Psicologo, Psicoterapeuta
Milano
Buongiorno, non è facile rispondere alla sua domanda perchè naturalmente lei riporta la dinamica per come l'ha vissuta e compresa dal suo punto di vista - ovviamente valido - ma inevitabilmente parziale (forse anche per la necessità di scrivere in poche righe ciò che è avvenuto in tanto tempo). Mi domando più che altro come mai senta il bisogno che un altro terapeuta le dia ragione o prenda le sue parti ai danni dell'altro terapeuta. Credo che a prescindere da ciò che è avvenuto, sia importante comprendere come lei l'ha vissuto e provare ad elaborare quello che per lei è stato un abbandono e forse anche un'ingiustizia o un tradimento. Un saluto, Dott.ssa Bonomi

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Dott.ssa Alessandra Domigno
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Buongiorno,

comprendo le sue parole e mi dispiace che stia vivendo questo dolore di separazione e questa frustrazione quasi di non esser compreso abbastanza. Forse la sua ricerca di un nuovo psicoterapeuta ancora deve proseguire. Sono certa che in un dato momento troverà il professionista che le corrisponderà e avrà la possibilità di riniziare un nuovo lavoro. Un cordiale saluto. Dott.ssa Alessandra Domigno
Dott.ssa Maria Teresa Santoro
Psicologo, Psicologo clinico
Palo del Colle
Buongiorno a lei.
Mi permetto di chiedere una cosa: lei, vuole superare il problema emotivo? per superarlo, non è assolutamente necessario dover in qualche modo giudicare l'operato di un collega. Poichè al di là del collega, chiunque esso sia, lei deve affrontare il suo malessere emotivo dalla radice. Per cui, cerchi un altro terapeuta, ma con il solo scopo di gestire il suo malessere. Le auguro davvero un buon cammino.
Buongiorno, capisco quanto questa situazione possa essere dolorosa. Dopo sette anni è naturale che il tuo terapeuta fosse diventato per te un “porto sicuro”, quindi il cambiamento nel suo comportamento e la mancanza di una chiusura chiara possono essere vissuti come una rottura o un abbandono relazionale.

Il tuo bisogno di capire e di elaborare ciò che è successo è assolutamente legittimo. Quando una relazione terapeutica termina senza un confronto esplicito, può lasciare confusione, rabbia e senso di ingiustizia, soprattutto se avevi provato a parlarne e non ti sei sentito ascoltato.

Capisco anche la frustrazione che provi quando altri terapeuti sembrano restare vaghi o prudenti. Spesso lo fanno per cautela professionale verso un collega, ma questo non dovrebbe impedire di accogliere e lavorare sul tuo vissuto.

In terapia, infatti, non è necessario stabilire chi abbia ragione o torto: ciò che conta è dare spazio alla tua esperienza e poter elaborare questa fine come si farebbe con la chiusura di una relazione significativa. Può diventare un lavoro importante per capire cosa ha rappresentato per te quel legame, cosa è stato ferito in questa rottura e di cosa avresti avuto bisogno per sentirti lasciato in modo più chiaro e rispettoso.
Spero di averti aiutato e in bocca al lupo per il tuo percorso
Dott. Simone Feriti
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Bergamo
Buongiorno, la situazione che descrive è molto dolorosa e, soprattutto, profondamente disorientante. Dopo sette anni di lavoro terapeutico è del tutto comprensibile che lei abbia vissuto quella relazione come un “porto sicuro”. In psicoterapia il legame che si crea, la relazione terapeutica, è uno degli elementi più importanti del percorso. Quando questo legame cambia bruscamente o si interrompe senza una reale elaborazione, l’impatto emotivo può essere paragonabile a una vera perdita.
Parto da un punto fondamentale: il suo bisogno di capire e di elaborare ciò che è accaduto è assolutamente legittimo. Non è eccessivo, né inappropriato. Dopo un percorso così lungo è naturale voler dare un senso a ciò che è successo.
Mi fermo su due punti che emergono in ciò che scrive.
Il primo riguarda la rottura del rapporto con il terapeuta.
Lei descrive un cambiamento nel comportamento del professionista: difficoltà nel prenotare le sedute, messaggi ignorati, sensazione di distanza crescente e mancanza di disponibilità a mettersi in discussione quando lei ha provato a parlarne. Se una terapia si conclude o cambia direzione, nella pratica clinica corretta è generalmente auspicabile un momento di chiusura e di riflessione condivisa, proprio per evitare che il paziente resti con sentimenti di abbandono o confusione. Quando questo passaggio manca, è comprensibile che rimanga un senso di ferita o di incompiuto.
Il secondo punto riguarda la difficoltà che sta incontrando con i nuovi terapeuti.
Qui è possibile che entrino in gioco alcune dinamiche professionali. Spesso gli psicoterapeuti sono cauti nel commentare l’operato di un collega che non conoscono direttamente, sia per prudenza etica sia perché hanno accesso solo alla versione di una delle parti. Questo atteggiamento, però, non dovrebbe impedire di lavorare pienamente sull’esperienza emotiva del paziente.
In altre parole, anche senza “dare ragione o torto” al collega, un terapeuta dovrebbe poterla aiutare a esplorare:
il senso di abbandono che ha provato,
la rabbia o la delusione,
il significato che questa rottura ha assunto nella sua storia personale,
il modo in cui ha influenzato la sua fiducia nella relazione terapeutica.
Se invece lei percepisce che il tema viene evitato o minimizzato, è comprensibile che si senta nuovamente non visto.
Vorrei sottolineare un aspetto importante: il fatto che una terapia si interrompa in modo problematico non significa automaticamente che “c’è qualcosa che non va in lei”. Le relazioni terapeutiche sono relazioni umane e, come tutte le relazioni, possono attraversare crisi, incomprensioni o limiti da entrambe le parti.
Il punto ora non è stabilire con certezza cosa sia successo nella mente del suo ex terapeuta, questo probabilmente resterà in parte sconosciuto , ma trovare uno spazio in cui la sua esperienza venga presa sul serio.
Potrebbe essere utile, con un nuovo professionista, esplicitare qualcosa di questo tipo:
che non sta cercando qualcuno che giudichi il collega, ma qualcuno che la aiuti a elaborare la rottura della relazione terapeutica, proprio come si farebbe con la fine di un legame significativo.
La fine di una terapia, soprattutto dopo molti anni, può essere vissuta come un lutto, una ferita di fiducia o una riattivazione di esperienze precedenti di abbandono.
Sono tutti temi clinicamente molto rilevanti e pienamente legittimi da portare in terapia.
Le lascio una riflessione che può essere utile nel proseguire la ricerca di un nuovo terapeuta: non è necessario trovare qualcuno che “prenda posizione” sul collega. È più importante trovare qualcuno che rimanga con lei dentro questa esperienza, senza minimizzarla.
E questo è possibile in terapia.
Distinti saluti
Dott.ssa Isotta Cornaggia
Psicologo, Psicologo clinico
Bologna
Quello che descrive è un’esperienza che, purtroppo, alcune persone incontrano nel corso di un percorso terapeutico lungo: quando la relazione cambia improvvisamente o si interrompe senza una reale possibilità di elaborazione condivisa. Dopo sette anni è comprensibile che quel rapporto sia stato vissuto come un luogo sicuro e significativo; quando qualcosa di così importante si incrina o termina in modo poco chiaro, può essere percepito come una vera e propria perdita.

Nel lavoro terapeutico la relazione è uno strumento centrale, e proprio per questo anche le fratture, le delusioni o il sentimento di essere stati trascurati meritano di essere presi molto sul serio e di poter essere esplorati. Il punto, però, è il modo in cui lei ha vissuto questa esperienza e l’impatto che ha avuto su di lei, a prescindere dalla possibilità o meno di giustificare o condividere il comportamento del collega.

È possibile che alcuni terapeuti siano prudenti nel commentare direttamente l’operato di un collega, sia per ragioni deontologiche sia perché conoscono inevitabilmente solo una parte della storia. Tuttavia questa prudenza non dovrebbe impedire di lavorare sul suo vissuto: il senso di abbandono, la rabbia, la confusione o la delusione che descrive sono tutti elementi pienamente legittimi da portare in terapia.

Anche la fine di una terapia, come qualsiasi relazione significativa, può diventare materiale clinico importante. Se incontrerà un professionista con cui sentirà sufficiente fiducia, potrebbe provare a esplicitare proprio questa difficoltà: il bisogno di poter parlare liberamente di ciò che è accaduto senza sentirsi messo in dubbio o senza la sensazione che qualcuno debba essere difeso.

In altre parole, il tema non è giudicare il terapeuta precedente, ma dare spazio e dignità a ciò che questa esperienza ha significato per lei. Da lì spesso diventa possibile riaprire un lavoro che non cancelli ciò che è accaduto, ma lo integri nella sua storia.
Dott.ssa Susanna Scainelli
Psicologo, Psicologo clinico, Neuropsicologo
Albino
Buongiorno, se fosse un mio paziente le chiederei perché ricerca la conferma dagli altri che il professionista che l'ha seguita ha avuto un comportamento errato, quale bisogno c'è dietro a tale ricerca e che utilità ha nella sua vita? Approfondirei assolutamente fossi in lei questo aspetto con il suo terapeuta attuale; la relazione terapeutica è una relazione a tutti gli effetti, la invito ad aprirsi il più possibile verso il professionista che la segue appena coglie qualsiasi segnale. Dott.ssa Susanna Scainelli
Dott.ssa Irene Canulli
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentile utente,
da ciò che racconta si percepisce quanto questo percorso sia stato importante per lei. Dopo tanti anni di lavoro insieme è comprensibile che il suo terapeuta fosse diventato, come dice, una sorta di “porto sicuro”, ovvero, uno spazio protetto dove poter portare emozioni, dubbi e parti delicate della propria storia. Quando una relazione terapeutica cambia improvvisamente o si interrompe senza la possibilità di parlarne apertamente, è naturale provare smarrimento, tristezza o anche un senso di abbandono, perciò il bisogno di dare un significato a ciò che è accaduto del tutto legittimo.
Nelle psicoterapie di lunga durata il legame che si crea può essere molto significativo, e proprio per questo anche la fine del percorso meriterebbe idealmente uno spazio di condivisione e di chiusura. Tuttavia, a volte le interruzioni avvengono in modo meno chiaro o meno soddisfacente di quanto si sarebbe desiderato, e questo può lasciare aperte molte domande e sentimenti contrastanti.
Per quanto riguarda il confronto con altri professionisti, spesso i terapeuti preferiscono non esprimere giudizi diretti sul lavoro di un collega che non conoscono né sul contesto preciso in cui si è svolta la terapia. Questo non significa necessariamente difendere qualcuno o mettere in dubbio la sua esperienza, ma piuttosto mantenere una posizione prudente. Ciò che però può e dovrebbe trovare spazio è proprio il suo vissuto: come si è sentito, cosa ha significato per lei questa interruzione, quali emozioni e pensieri le ha lasciato.
Le auguro di poter incontrare qualcuno con cui sentirsi ascoltato e accompagnato in questo passaggio delicato.
Dott.ssa Maria Cristina Giuliani
Sessuologo, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Sono la dottoressa Maria Cristina Giuliani, psicologa e sessuologa.
Da quello che descrive, il punto che la fa soffrire non è soltanto la fine della terapia in sé, ma il modo in cui sembra essersi consumata: senza chiarezza, senza assunzione di responsabilità, senza una chiusura pensabile e condivisibile. Ed è comprensibile che proprio questo la lasci bloccato. Una conclusione può essere dolorosa ma elaborabile, se avviene in modo esplicito e rispettoso; quando invece arriva attraverso distanze, silenzi, rinvii, evitamenti o comportamenti percepiti come incoerenti, può lasciare una traccia molto più traumatica, perché genera disorientamento, dubbio e sfiducia. Quello che sente ha quindi una sua logica profonda. Non mi sembra affatto il racconto di qualcuno che cerca semplicemente “di avere ragione” sul terapeuta, ma di una persona che sta cercando di dare un senso a un’esperienza relazionale importante che si è interrotta in modo doloroso e, per come la vive lei, non sufficientemente corretto. Il bisogno di nominare ciò che è accaduto, di sentirsi riconosciuto nella ferita e di poterlo elaborare senza minimizzazioni è un bisogno legittimo. Capisco anche il disagio che prova di fronte a risposte troppo prudenti o generiche da parte di altri professionisti. È vero che uno psicoterapeuta serio tende a non esprimere giudizi sbrigativi su un collega senza conoscere direttamente il contesto, ma questo non dovrebbe impedire di accogliere pienamente l’impatto che quella relazione terapeutica ha avuto su di lei. Sono due piani diversi: un conto è “emettere una sentenza” sul collega, un altro è riconoscere che lei ha vissuto un’esperienza di abbandono, trascuratezza o rottura del legame, e che questa esperienza merita di essere ascoltata fino in fondo. In altre parole, non è necessario stabilire in modo assoluto se il terapeuta abbia “sbagliato” per poter lavorare seriamente sul fatto che lei si sia sentito abbandonato, escluso, non tutelato e lasciato solo in un momento delicato. E questo, a mio avviso, è il nodo centrale. Mi sembra che in questo momento lei abbia bisogno di uno spazio capace di fare almeno tre cose: accogliere la sua sofferenza senza difendere automaticamente nessuno, distinguere i fatti dalle interpretazioni senza invalidare il suo vissuto, e aiutarla a ricostruire fiducia nel legame terapeutico dopo questa rottura. Perché quando il “porto sicuro” viene meno in questo modo, il rischio non è solo stare male per quella perdita, ma cominciare a non sentirsi più al sicuro neanche nei percorsi successivi. Il suo vissuto, quindi, non va banalizzato. E non credo neppure che la domanda giusta sia soltanto “chi ha ragione?”. Forse la domanda più utile è: “come posso elaborare il danno emotivo che mi ha lasciato questa esperienza, e come posso tornare a sentirmi affidato a una relazione terapeutica senza dover negare ciò che è successo?”. È lì che può iniziare un lavoro davvero riparativo. Un nuovo percorso, se ben condotto, dovrebbe consentirle proprio questo: non convincerla che “forse non è successo nulla”, ma aiutarla a dare parola alla delusione, alla rabbia, al senso di svalutazione, al vuoto e anche all’ambivalenza verso una figura che per anni è stata importante. Perché si possono riconoscere anche gli aspetti buoni di una lunga terapia, e insieme prendere atto che la fase finale sia stata vissuta come profondamente lesiva. Ha diritto a cercare un professionista che non eluda questo tema, ma che sappia starci dentro con rigore e umanità. Un terapeuta non deve necessariamente schierarsi contro un collega per esserle utile; deve però avere il coraggio clinico di non spostare lo sguardo dal suo dolore. Se desidera, questa situazione può essere affrontata in modo serio e approfondito all’interno di un nuovo percorso psicologico, così da trasformare questa rottura in qualcosa che possa finalmente essere compreso, elaborato e non più subito in solitudine.
Dott.ssa Eleonora Pupo
Psicoterapeuta, Psicologo
Orvieto Scalo
Gentile Utente, comprendo profondamente la delusione e l’amarezza di vedere un percorso durato sette anni concludersi in questo modo, senza una chiusura che possa definirsi "degna" della profondità del legame costruito. Sentire che quel porto sicuro è diventato improvvisamente un luogo di incertezza e silenzio è un’esperienza dolorosa che merita ascolto e rispetto.

Desidero rassicurarla sul fatto che, seguendo anche il nostro codice deontologico, noi professionisti nutriamo un profondo rispetto per il lavoro svolto dai colleghi, a prescindere dagli esiti finali. È possibile che il suo terapeuta credesse sinceramente che lei fosse ormai pronto a camminare sulle sue gambe, ma questo non invalida in alcun modo il suo vissuto di abbandono, né giustifica la sensazione di non essere stato visto nelle sue necessità. Mi dispiace sinceramente che lei non abbia sentito riconosciuto questo disagio e che la percezione di una sorta di "omertà" professionale le impedisca oggi di aprirsi pienamente in un nuovo percorso.

Ciò che prova è assolutamente legittimo: concludere una relazione terapeutica di sette anni significa chiudere una Relazione con la R maiuscola, un legame che ha segnato una parte importante della sua vita. La invito a riflettere su cosa significherebbe per lei, all'interno di un nuovo spazio protetto, darsi il permesso di parlare apertamente della sua rabbia e della sua frustrazione. Affrontare questi sentimenti non significa necessariamente "parlar male" del collega o sminuire il lavoro fatto insieme nel tempo, ma rappresenta un atto di fondamentale rispetto verso se stesso. Legittimare i propri vissuti è il primo passo per trasformare questa fine brusca in una nuova consapevolezza, permettendosi di elaborare questo lutto professionale senza sentirsi giudicato o non creduto.
Dott.ssa FRANCESCA GIUGNO
Psicologo clinico, Psicologo
Brescia
Buongiorno, credo che quello che sia importante tenere in considerazione sia il suo percepito perché in quello risiede poi la sofferenza che sta provando. Non ritengo utile prendere posizioni rispetto al terapeuta perchè a nulla servirebbero, ma non ho una conoscenza tale della sua storia per poter riflettere insieme sul significato di quel "suo spazio sicuro" e se si tratta di un vissuto già sperimentato magari in situazioni diverse che si ripropone a fronte di questo evento. Un caro saluto
Dott.ssa Marina Balbo
Psicoterapeuta, Psicologo
Torino
Buongiorno, da quello che racconta sembra che la conclusione di questo percorso terapeutico sia stata per lei molto dolorosa e confusa, soprattutto dopo tanti anni di lavoro insieme. Quando una relazione terapeutica termina senza una chiusura chiara può lasciare sentimenti di smarrimento o di abbandono, ed è comprensibile che lei senta il bisogno di dare un senso a ciò che è accaduto. In questi casi può essere utile parlarne con un altro professionista, proprio per elaborare questa esperienza e trovare uno spazio in cui rimettere ordine nelle emozioni che sono rimaste aperte. Anche la fine di un percorso terapeutico, infatti, può diventare un tema importante su cui lavorare. Cordialmente
Il tuo dolore è comprensibile. Se ti sono mancati spiegazioni, confronto e una chiusura chiara, è normale sentirsi feriti e confusi. La parte più importante adesso non è stabilire chi ha ragione, ma elaborare la perdita di quel “porto sicuro”. Anche una relazione terapeutica, quando finisce, può essere vissuta come un lutto.
Il lavoro ora può essere proprio questo: dare spazio a quello che hai provato e ricostruire fiducia in una nuova relazione terapeutica. Saluti.
Dott.ssa Flora Bacchi
Psicologo, Psicologo clinico
Zanica
Buongiorno, da quello che racconta si sente quanto questa esperienza sia stata dolorosa e disorientante per lei. Dopo tanti anni di percorso è naturale che il terapeuta fosse diventato una figura importante, quasi un “porto sicuro”, e quando un rapporto di questo tipo cambia improvvisamente o si interrompe in modo poco chiaro può lasciare un senso di abbandono molto forte.
Il fatto che lei abbia percepito un cambiamento nel tempo e abbia provato a parlarne è un passaggio molto significativo. In terapia, quando qualcosa non funziona più come prima, poterlo portare nel dialogo è spesso un momento importante del lavoro. Se dall’altra parte non c’è stata disponibilità ad affrontarlo, è comprensibile che lei si sia sentito poco ascoltato o persino respinto.
Allo stesso tempo, quando si parla del lavoro di un collega, molti professionisti tendono ad essere prudenti. Non tanto per “coprire” qualcuno, ma perché senza conoscere direttamente la relazione terapeutica e ciò che è accaduto nelle sedute è difficile dare un giudizio netto su comportamenti o intenzioni. Questo però non significa che la sua esperienza non abbia valore o che il suo vissuto venga messo in dubbio.
Forse il punto centrale non è stabilire chi abbia “ragione”, ma trovare uno spazio in cui il suo senso di perdita, di delusione e di interruzione improvvisa possa essere riconosciuto e elaborato. Dopo sette anni è molto simile, come dice lei, a un piccolo lutto relazionale, e merita di essere trattato con la stessa cura.
Un nuovo percorso terapeutico potrebbe proprio partire da qui: non tanto dal giudicare il terapeuta precedente, ma dal comprendere cosa ha significato per lei quel legame, cosa è successo quando si è incrinato e quali effetti ha avuto sul suo senso di fiducia. In questo modo quell’esperienza può diventare parte del lavoro, invece che un vicolo cieco.
Il fatto che lei continui a cercare uno spazio in cui poter parlare di questa ferita mostra quanto tenga al suo percorso di crescita. E questo, nonostante la delusione vissuta, è già un segnale di grande consapevolezza.
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buonasera,
da quello che racconti si sente quanto quel percorso sia stato importante per te. Per molti anni la terapia è stata un luogo sicuro dove poter portare emozioni e parti della tua vita con fiducia, e perdere improvvisamente quel riferimento può essere molto doloroso e disorientante. È comprensibile che tu senta il bisogno di dare un senso a ciò che è accaduto e di poterlo elaborare, proprio come faresti con la fine di una relazione significativa.
Quando una psicoterapia cambia o si interrompe, sarebbe sempre auspicabile che questo potesse essere affrontato e condiviso apertamente tra terapeuta e paziente. Purtroppo non sempre le cose riescono a concludersi nel modo più chiaro o soddisfacente, e questo può lasciare vissuti di smarrimento, rabbia o senso di abbandono che meritano ascolto e spazio.
Capisco anche la tua percezione quando parli di una certa cautela da parte di altri professionisti. In genere gli psicologi tendono ad essere prudenti nel giudicare il lavoro di un collega senza conoscere direttamente il contesto della relazione terapeutica. Questo però non significa che la tua esperienza non sia valida o che non possa essere accolta e compresa. Al contrario, ciò che hai vissuto può diventare un tema importante da portare in un nuovo percorso, proprio per poterlo elaborare e restituirgli un significato.
Una nuova relazione terapeutica può offrirti lo spazio per parlare liberamente anche di questo: dei dubbi, delle ferite e delle domande rimaste aperte. Spesso è proprio attraverso questa elaborazione che si può trasformare un’esperienza difficile in qualcosa di utile per comprendere meglio se stessi e i propri bisogni nelle relazioni.
Ti auguro di poter trovare uno spazio in cui sentirti nuovamente ascoltato e accolto con rispetto.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

Ricevo anche on-line
Dott.ssa Fabiana Frattasio
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Portici
Buongiorno,
Dalle sue parole si percepisce quanto questo vissuto sia stato doloroso e destabilizzante. Quando una relazione terapeutica dura molti anni, può diventare davvero un luogo importante di fiducia e sicurezza; per questo motivo, quando qualcosa cambia o si interrompe in modo poco chiaro, è naturale che lasci dentro molte domande, senso di smarrimento e anche ferite.
La relazione terapeutica, in fondo, è una relazione significativa, e come tutte le relazioni può avere momenti complessi, trasformazioni o anche chiusure che richiedono tempo per essere comprese es elaborate. Il bisogno di dare un senso a ciò che è accaduto e di poterne parlare apertamente è comprensibile.
Forse il punto più importante, in questo momento, è trovare uno spazio in cui questo vissuto possa essere accolto e pensato senza doverlo mettere da parte o semplificare troppo. Anche le esperienze difficili all'interno di un percorso terapeutico possono diventare materiale prezioso di comprensione di sé, se trovano un luogo in cui essere ascoltate.
Le auguro di poter continuare a cercare e costruire uno spazio di ascolto che le permetta di rimettere ordine in questa esperienza e di darle il significato che merita.
Un caro saluto.
Dott.ssa Marta Floridi
Psicoterapeuta, Psicologo
Firenze
Quello che ha vissuto è una perdita reale, non solo di un terapeuta, ma di un luogo in cui si sentiva al sicuro. E il fatto che questa perdita sia avvenuta in modo confuso e non elaborato rende tutto più difficile da metabolizzare.
La frustrazione nei confronti dei nuovi professionisti è comprensibile. Una spiegazione più precisa per la loro cautela, però, ha a che fare con il codice deontologico: esprimersi sull’operato di un collega, anche in modo indiretto, è qualcosa che i professionisti della salute mentale sono tenuti ad evitare. Non si tratta di omertà o di difesa corporativa, ma di un vincolo etico preciso, che esiste anche a tutela dei pazienti, poiché giudicare il lavoro altrui senza conoscerne il contesto completo può fare più danno che bene.
Questo, però, non significa che la sua esperienza non possa diventare oggetto di lavoro terapeutico. La rottura in sé è qualcosa su cui vale la pena lavorare, indipendentemente da come si è arrivati fin qui. Un nuovo professionista può accompagnarla in questo senza dover valutare il collega. Se non ha ancora trovato qualcuno con cui sentirsi a proprio agio, vale la pena continuare a cercare, il primo colloquio serve anche a capire se c’è la giusta sintonia.
Dott. Dario Martelli
Psicologo clinico, Psicologo, Psicoterapeuta
Torino
Buonasera, certo sono eventi che possono succedere ed elaborare una fine non chiara di una psicoterapia non è mai facilissimo. Mi sembra di capire che lei si è portato dietro risentimento nei confronti di questo collega e si curamente ha bisogno di uno spazio per elaborarlo e appunto anche per capire bene cosa è successo e le problematiche che riguardano lei e quelle che riguardano lo psicoterapeuta. Se ha bisogno di una consulenza posso essere disponibile anche online. Saluti Dario Martelli
Dott. Salvatore Augello
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Palermo
Capisco bene il senso di tradimento e di “vicolo cieco”. Quando un percorso lungo ti ha fatto da porto sicuro, e poi finisce in modo confuso, con sensazioni di svalutazione, sparizioni, mancate risposte e nessuna chiusura chiara, l’impatto può essere paragonabile a una rottura importante. Non è “troppa sensibilità”: è una ferita relazionale dentro un contesto in cui tu avevi affidato fiducia e vulnerabilità.
Due idee possono stare insieme, senza annullarsi:
è possibile che tu stia interpretando alcune cose con molta intensità perché la perdita è stata brusca e fa male;
è anche possibile che ci siano stati comportamenti poco professionali, e che tu ne abbia sentito gli effetti in modo reale e legittimo.
Sul punto dell’“omertà” con i nuovi terapeuti: quello che noti è frequente. Molti colleghi evitano di “giudicare” un altro professionista perché non hanno tutti gli elementi, perché temono di alimentare una dinamica persecutoria, o perché preferiscono restare sul tuo vissuto più che sull’attribuzione di colpa. Questo però non significa che tu stia inventando o che “se ti ha mollato è colpa tua”. Significa che spesso scelgono cautela.
Detto questo, c’è una differenza netta tra “non giudico un collega” e “minimizzo ciò che ti è successo”. Un terapeuta può benissimo dirti: “Capisco che tu l’abbia vissuta come un abbandono e che alcuni comportamenti (assenza di risposte, mancate prenotazioni, scuse vaghe) ti abbiano fatto male. Lavoriamo su questo e su come proteggerti ora”, senza emettere una sentenza sul collega. Se tu stai ricevendo solo frasi consolatorie che ti fanno sentire invalidato, è un segnale da ascoltare.
Cosa puoi fare, in modo pratico, per uscire dal vicolo cieco.
Chiedere una chiusura formale, una sola volta. Un messaggio breve e neutro all’ex terapeuta: “Ho bisogno di un incontro di chiusura per elaborare la fine del percorso e avere indicazioni di continuità. Se non è possibile, mi va bene ricevere una comunicazione scritta.” Questo ti serve più per te che per lui: ti rimetti in posizione attiva e ti dai una possibilità di conclusione. Se non risponde, anche quello è un’informazione chiara.
Portare in terapia una richiesta esplicita. Al nuovo terapeuta puoi dire: “Non le chiedo di giudicare un collega. Le chiedo però di aiutarmi a dare senso a ciò che è successo, perché io l’ho vissuto come una rottura senza chiusura e mi sta facendo male. Ho bisogno che il mio vissuto non venga minimizzato.” Se anche così il terapeuta resta evasivo, forse non è la persona giusta per te.
Separare elaborazione e “processo”. Tu non hai bisogno che qualcuno dica “hai ragione tu” per guarire. Hai bisogno di riconoscere: ho perso un legame di fiducia, mi sono sentito ignorato, ho provato rabbia e dolore, e questo ha riattivato temi profondi. Questa è materia terapeutica piena, anche senza un verdetto.
Se senti che ci sono stati aspetti etici gravi e ti serve tutela, esiste anche la strada formale. Puoi chiedere informazioni all’Ordine degli Psicologi della tua regione su come funziona un esposto. Non è obbligatorio farlo, ma sapere che esiste può darti un senso di riparazione e di dignità. E puoi anche scegliere di non procedere, ma intanto recuperi agency.
In sintesi: il tuo problema non è “avere qualcosa che non va”, ma aver perso un contenitore importante in modo che ti è sembrato non responsabile. Si può elaborare, ma serve un terapeuta che sappia stare con la tua rabbia e il tuo senso di abbandono senza sminuirli.
Se ti va, sul mio profilo trovi come lavoro con rotture terapeutiche, attaccamento e senso di abbandono, e puoi valutare un colloquio.
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, grazie per aver condiviso un’esperienza così personale e complessa. Dalle sue parole emerge chiaramente quanto il percorso che ha fatto in terapia abbia avuto un significato importante nella sua vita. Quando per anni una relazione terapeutica diventa un luogo in cui sentirsi accolti, compresi e sostenuti, è naturale che venga vissuta come una sorta di punto di riferimento emotivo. Per molte persone quel rapporto rappresenta davvero uno spazio protetto in cui poter esplorare parti profonde di sé con fiducia. Proprio per questo motivo, quando qualcosa in quella relazione cambia o si interrompe in modo poco chiaro, l’impatto emotivo può essere molto forte. Non si tratta semplicemente della fine di un percorso di lavoro su se stessi, ma anche della perdita di un legame che nel tempo aveva acquisito un valore significativo. Il senso di smarrimento che descrive, insieme alla sensazione di non aver avuto una chiusura chiara e condivisa, è comprensibile. Quando una relazione importante si interrompe senza un momento di confronto esplicito, spesso rimangono molte domande aperte e la mente tende a cercare spiegazioni per dare un senso a ciò che è accaduto. Nel suo racconto si percepisce proprio questo tentativo di ricostruire il significato degli ultimi eventi. Da una parte il ricordo di anni in cui il rapporto con il terapeuta era percepito come utile e supportivo, dall’altra un cambiamento che negli ultimi tempi è stato vissuto come distante, poco disponibile e difficile da comprendere. Quando queste due immagini entrano in contrasto tra loro, è naturale che nasca il bisogno di capire quale sia stata la vera motivazione di ciò che è successo. Dal punto di vista psicologico, ciò che spesso rende più difficile elaborare queste situazioni è proprio l’assenza di una spiegazione chiara condivisa. La mente tende a riempire quel vuoto con ipotesi, interpretazioni e possibili scenari. Questo processo è molto umano e rappresenta un tentativo di dare ordine a qualcosa che appare incoerente o incompleto. È comprensibile anche il suo desiderio di poter parlare apertamente di questa esperienza con altri professionisti. Quando si attraversa la fine di una relazione significativa, sia essa personale o terapeutica, poterla raccontare e analizzare con qualcuno può aiutare molto a elaborare le emozioni che restano. Il fatto che lei abbia percepito una certa cautela o prudenza da parte di altri terapeuti nel commentare l’operato di un collega può aver accentuato la sensazione di non essere pienamente ascoltato su questo punto. Allo stesso tempo può essere utile considerare che spesso i professionisti tendono ad essere prudenti nel formulare giudizi su situazioni che non hanno vissuto direttamente. Questo non necessariamente significa negare il valore della sua esperienza o difendere automaticamente il collega, ma può riflettere il tentativo di mantenere uno sguardo il più possibile equilibrato su una relazione che ha avuto molti anni di storia e che viene raccontata da un unico punto di vista. Tuttavia il vissuto emotivo che lei porta merita comunque uno spazio di ascolto e di comprensione. In una prospettiva cognitivo comportamentale può essere molto utile esplorare non solo ciò che è accaduto nella relazione terapeutica, ma anche il modo in cui questa esperienza sta influenzando oggi i suoi pensieri e le sue emozioni. Quando una relazione significativa termina in modo poco chiaro, può attivare sentimenti di abbandono, di ingiustizia o di sfiducia che continuano a risuonare nel tempo. Comprendere come questi pensieri si formano e come influenzano il modo di leggere l’esperienza può aiutare gradualmente a rielaborarla con maggiore serenità. Un nuovo percorso di supporto psicologico può diventare uno spazio utile proprio per fare questo tipo di lavoro. Non necessariamente per stabilire chi abbia ragione o torto rispetto a ciò che è successo, ma per dare significato alla sua esperienza, comprendere come questa relazione terapeutica ha influenzato il suo modo di vedere se stesso e gli altri, e trovare una modalità più integrata per elaborarne la fine. A volte le esperienze che inizialmente appaiono come una rottura difficile possono diventare anche occasioni per comprendere più a fondo il proprio modo di vivere i legami e le aspettative che si portano nelle relazioni importanti. Con il tempo questo tipo di riflessione può trasformarsi in una risorsa preziosa per il proprio percorso personale. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Eugenia Alessio
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno, le cose che lei sta portando qui sono tante..
Per quanto riguarda il fatto di uscire "peggio" o "male" da una seduta non è per forza una cosa negativa...mi spiego meglio. Quando si toccano alcuni aspetti, alcuni argomenti, dentro di noi si muove qualcosa e questo movimento interno può far riaffiorare cose più profonde e quindi a volte questo sentimento è normale...
Purtroppo in merito agli altri professionisti, non si sbilanciano sul suo vecchio terapeuta, non penso perche vogliano "proteggere" ma perché non conoscendo il collega, non conoscendo il suo operato e non conoscendo entrambe le versioni dei fatti , risulterebbe effimero esprimersi non avendo certezze da dire , senza conoscere.
La relazione terapeutica tra paziente e terapeuta è un'alleanza che deve mantenere nel tempo del percorso per avere risultati, può accadere che possa incrinarsi per qualche motivo ma comunque presuppone poi che ci sia una "ricostruzione" per mantenere il rapporto e avere beneficio, per il paziente.
Spero di esserle stata utile ed esaustiva.
Un saluto
Dott.ssa Eugenia Alessio
Psicologa Clinica
Dott.ssa Martina Nocera
Psicologo, Psicologo clinico
Giugliano in Campania
Gentile utente,
dalle sue parole emerge quanto questa esperienza sia stata per lei significativa e dolorosa. Quando una relazione terapeutica termina in modo poco chiaro, soprattutto dopo molti anni di lavoro insieme, è comprensibile provare smarrimento, rabbia o senso di abbandono.
In situazioni come questa, spesso non è così utile concentrarsi su chi abbia ragione o torto in senso oggettivo. Piuttosto, è importante riconoscere che questa è la sua esperienza e la sua verità, e come tale merita uno spazio in cui poter essere compresa ed elaborata.
Il punto centrale diventa quindi poter dare significato alle emozioni che questa vicenda ha suscitato in lei. Un nuovo spazio terapeutico potrebbe aiutarla a comprendere meglio questi vissuti e a integrarli nel suo percorso personale.
Un caro saluto.
Dott.ssa Laura Bergamini
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Gentile utente, quello che descrive è comprensibilmente molto doloroso. Dopo sette anni di percorso è normale che il terapeuta diventi un punto di riferimento importante, e quando una relazione terapeutica finisce senza una chiusura chiara può essere vissuta come un vero e proprio abbandono. Ritengo però che il punto non sia stabilire chi abbia “ragione” o “torto”. È legittimo che lei senta il bisogno di capire cosa è successo e di elaborare questa esperienza, perché una relazione terapeutica è comunque una relazione significativa.
Quando si evita di esprimere giudizi sull’operato di un collega, spesso non è per difenderlo/a, ma perché non si ha accesso a tutta la relazione che c’era tra voi due. Questo però non significa che il suo vissuto venga messo in discussione. Anzi, il fatto che lei senta di aver perso un porto sicuro è già un elemento molto importante su cui lavorare. Anche la fine di una terapia può essere elaborata proprio come qualsiasi altra relazione significativa che si interrompe.
Spero di esserle stata utile.
Se vuole, non esiti a contattarmi, sono a sua disposizione.
Dott.ssa Laura Bergamini
Psicologa clinica e forense
Psicodiagnosta
La ringrazio per aver condiviso una situazione così delicata e comprendo quanto possa essere stato doloroso e destabilizzante perdere quello che per molti anni è stato per lei un vero e proprio “porto sicuro”. Dal suo racconto emerge chiaramente quanto quella relazione terapeutica abbia avuto un valore importante: non solo come spazio di lavoro su di sé, ma anche come luogo in cui sentirsi ascoltato, accolto e compreso. Quando una relazione terapeutica dura così a lungo, è normale che la sua eventuale interruzione — soprattutto se percepita come improvvisa o poco chiara — possa essere vissuta quasi come una perdita o un lutto relazionale.
È comprensibile quindi che lei provi rabbia, delusione o confusione rispetto a ciò che è accaduto, soprattutto se ha avuto la sensazione che alcuni comportamenti del terapeuta non siano stati esplicitati o affrontati direttamente. Allo stesso tempo può capitare, quando si cambia terapeuta dopo una relazione così lunga, di desiderare che il nuovo professionista “prenda posizione” su ciò che è accaduto. Tuttavia è utile sapere che, anche a livello deontologico, i professionisti della salute mentale sono tenuti a non fare cattiva pubblicità o giudizi espliciti sull’operato di un collega: fa parte del nostro mandato professionale mantenere una posizione prudente e rispettosa verso altri professionisti. Questo non significa necessariamente difendere o giustificare ciò che è accaduto, ma piuttosto evitare valutazioni dirette su situazioni che non abbiamo osservato in prima persona.
Detto questo, leggendo le sue parole emerge anche un aspetto che potrebbe essere interessante esplorare ulteriormente. Tutto ciò che descrive sembra averle provocato una sofferenza reale e significativa, e questo merita sicuramente spazio e ascolto in terapia. Allo stesso tempo potrebbe essere utile chiedersi quale bisogno stia cercando di soddisfare oggi nel tentativo di capire se il terapeuta abbia avuto torto o ragione, o se il suo comportamento sia stato professionalmente corretto oppure no. In altre parole: cosa cambierebbe per lei ottenere una conferma definitiva in un senso o nell’altro?
A volte, quando una relazione significativa si interrompe in modo poco chiaro, il bisogno di capire “chi ha ragione” può diventare un modo per cercare di dare un senso alla ferita relazionale. Tuttavia dalle sue parole sembra emergere soprattutto un vissuto molto profondo legato al sentirsi lasciato, forse non riconosciuto, forse anche con il timore implicito di essere visto come “quello sbagliato”. Lei stesso racconta che a volte ha la sensazione che gli altri terapeuti possano pensare che, se la relazione si è interrotta, il problema sia stato lei. Questo tipo di vissuto — sentirsi abbandonato, criticato o colpevolizzato — potrebbe rappresentare un tema importante da esplorare in terapia, non tanto limitandosi alla relazione con quel terapeuta specifico, ma più in generale al modo in cui vive le relazioni e al significato che assume per lei quando una relazione si interrompe o quando sente di non essere riconosciuto.
In questo senso, forse il lavoro terapeutico potrebbe spostarsi gradualmente dal tentativo di stabilire se il terapeuta precedente si sia comportato bene o male, verso l’esplorazione di ciò che questa esperienza ha attivato dentro di lei: le emozioni, i pensieri su di sé, il senso di abbandono o di ingiustizia che descrive. Questo non significa negare il suo vissuto o minimizzare ciò che è accaduto, ma piuttosto utilizzare proprio questa esperienza come materiale prezioso per comprendere più a fondo alcune dinamiche relazionali che la riguardano.
Rimango a disposizione se desidera approfondire ulteriormente questi aspetti o condividere altre riflessioni.
Dott.ssa Eleonora Lagrotteria
Psicologo, Psicologo clinico
Bologna
Buongiorno, provo a risponderle in modo sintetico.
Quello che descrive a livello relazionale con il suo terapeuta è un processo comprensibilmente doloroso. Per quanto riguarda la difficoltà che ha incontrato con altri terapeuti, può succedere che i professionisti evitino di esprimere giudizi diretti sul lavoro di un collega, non tanto per “difenderlo”, quanto perché non conoscono l’intera storia della relazione terapeutica. Tuttavia questo non significa che la sua esperienza non sia legittima o che non meriti di essere esplorata. Un nuovo percorso può proprio diventare lo spazio in cui dare senso a questa rottura, come si farebbe con qualsiasi altra relazione significativa che si è conclusa in modo doloroso.
Il punto centrale, però, non sarà stabilire se l’altro abbia sbagliato o meno, ma poter riconoscere e comprendere l’impatto che questa esperienza ha avuto su di lei: il senso di abbandono, la perdita del luogo sicuro, e forse anche la fiducia ferita. Lavorare su questo potrà aiutarla a trasformare una chiusura rimasta sospesa in qualcosa di pensabile e integrabile nella propria storia, senza che questo cancelli il valore di ciò che in quei sette anni è stato comunque costruito.
Dott.ssa Camilla Persico
Psicologo, Psicologo clinico, Neuropsicologo
Carrara
quello che descrive è comprensibilmente molto doloroso. Dopo sette anni di percorso, il terapeuta non rappresenta soltanto una figura professionale, ma spesso diventa uno spazio di fiducia, di continuità e di sicurezza emotiva. Quando questo legame cambia improvvisamente o si interrompe in modo poco chiaro, può essere vissuto come una vera e propria perdita, simile a un lutto o alla rottura di una relazione significativa.

Il fatto che lei senta di non aver avuto una chiusura chiara e rispettosa è un aspetto importante. In un percorso terapeutico, quando per qualsiasi motivo la relazione si conclude o cambia, sarebbe sempre auspicabile che questo passaggio venisse elaborato insieme, con uno spazio di confronto. Non sempre purtroppo accade nel modo più lineare, e questo può lasciare sentimenti di confusione, rabbia o senso di abbandono.

Per quanto riguarda la difficoltà che incontra con altri terapeuti nel parlare apertamente dell’accaduto, può succedere che alcuni professionisti siano cauti nel commentare direttamente il comportamento di un collega. Questo non necessariamente per difenderlo, ma perché spesso non hanno accesso a tutti gli elementi della relazione terapeutica e preferiscono concentrarsi sull’esperienza emotiva della persona che hanno davanti.

Tuttavia il punto centrale non è stabilire chi abbia ragione o torto, ma dare spazio a ciò che lei ha vissuto. Se per lei questa esperienza è stata percepita come un abbandono o come una rottura dolorosa della fiducia, è assolutamente legittimo che senta il bisogno di elaborarla. Un nuovo percorso terapeutico dovrebbe poter accogliere anche questo aspetto, proprio come si farebbe con la fine di qualsiasi relazione significativa.

A volte, quando un rapporto terapeutico dura molti anni, la sua conclusione può attivare dinamiche emotive molto profonde. Lavorare su questo, con qualcuno che le permetta di parlarne senza sentirsi giudicato (importantissimo) o ridimensionato, può essere un passo importante per ricostruire gradualmente una nuova fiducia.

Sono a disposizione per approfondire. Un caro saluto
Dott. Alessandro Biffi
Psicologo, Psicologo clinico
Verderio Inferiore
È una questione spinosa e dare un parere professionale è complicato, forse nemmeno del tutto possibile, perché ovviamente anche noi psicologi/psicoterapeuti siamo umani e siamo quindi soggetti a bias.
Difficile anche dire se c'è stata una sorta di "omertà professionale", o semplicemente poca intenzione di sbilanciarsi sull'operato di un altro professionista, personalmente trovo sempre poco bello e poco professionale esprimersi in modo particolarmente forte sull'operato di un collega, che abbia sbagliato o meno, per quanto non c'è nulla di male nel constatare un errore altrui se lo si fa nel giusto modo.
Detto questo, il suo vecchio terapeuta potrebbe aver sbagliato e agito in modo scorretto? Si è ovviamente possibile. Ma forse più che concentrarsi su quello io tenterei di concentrarmi su come quello l'ha fatto sentire, sul suo vissuto a riguardo e approfondire questo aspetto, più che andare a concentrarsi su eventuali colpe del momento.

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