Dott.ssa
Isotta Cornaggia
Psicologa
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Psicologa clinica
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Bologna 1 indirizzo
Esperienze
Sono psicologa, di orientamento fenomenologico, e lavoro con adulti, giovani adulti e genitori, offrendo percorsi di sostegno e terapia individuale per affrontare momenti di difficoltà, sofferenza o cambiamento.
Accanto all’attività clinica individuale, conduco gruppi terapeutici rivolti a chi fatica a riconoscere, contenere o dare un senso alle proprie emozioni.
Da oltre dieci anni lavoro in ambito psichiatrico comunitario come educatrice, un’esperienza che ha profondamente orientato il mio modo di stare nella relazione clinica e mi ha permesso di sviluppare uno sguardo attento ai contesti di vita, ai tempi soggettivi e alla complessità delle storie personali. Mi affido ad una pratica fondata sull’accoglienza, sulla continuità e sul rispetto profondo dell’altro.
Il mio approccio pone al centro l’esperienza soggettiva della persona, il corpo e la relazione, all’interno di uno spazio di ascolto radicalmente non giudicante.
La psicoterapia è per me un luogo in cui il vissuto può essere accolto senza etichette né forzature, con l’obiettivo di ampliare la comprensione di sé e di ritrovare modi più abitabili di stare nella propria vita e nelle relazioni.
Aree di competenza principali:
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Recensioni
2 recensioni
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La dottoressa cornaggia è una psicologa capace di ascolto sincero e autentico creando un clima disteso e non giudicante. È solare e simpatica e riesce a creare un bel clima di lavoro. Flessibile e dinamica riesce a dare strumenti efficaci per affrontare le problematiche portate. Interessante anche la proposta di gruppo terapeutico. Consigliata!
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Dott.ssa Isotta Cornaggia
La ringrazio di cuore per le sue parole così attente. È stato un piacere condividere con lei questo tratto del suo percorso di crescita.
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La dottoressa Cornaggia è una professionista accogliente e stimolante, capace di portare l’attenzione sugli elementi adeguati nei momenti giusti. Ho trovato particolarmente utili nel mio percorso di crescita i suoi “Gruppi dell’Esserci”
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Dott.ssa Isotta Cornaggia
La ringrazio per le sue parole. Mi fa piacere che i Gruppi dell’Esserci abbiano accompagnato in modo significativo il nostro percorso di crescita.
Risposte ai pazienti
ha risposto a 2 domande da parte di pazienti di MioDottore
Ho un problema, ho effettuato un percorso di psicoterapia per circa 7 anni, (non continui, periodi dove stavo meglio ecc..). Anche se nella vita pratica non ho effettuato i cambiamenti sperati, a livello emotivo sentivo di aver trovato "un porto sicuro" dove esplorare la mia vita e le emozioni con serenita' e intesa. Il terapeuta, seppur c'era qualcosa che faceva un po' stortare il naso ogni tanto, mi e' sempre sembrato "bravo" e disponibile, anche perche' mi e' persino venuto incontro economicamente non poco, riducendo il prezzo della seduta. Nell'ultimo periodo pero' le cose erano cambiate molto, lui mi sembrava cambiato in peggio, io uscivo peggio invece che meglio alla fine di ogni seduta. Ho cercato di parlarne con delicatezza ma non si e' mai voluto mettere in discussione. Sento che la sua idea, avendo molti pazienti, fosse quella di scaricarmi per prendere qualcuno che potesse pagare a prezzo pieno (questo l'ho capito per motivi che ora non posso spiegare), e per fare questo, non ha affrontato direttamente il problema con me, ma ha messo in moto tutta una serie di comportamenti inaccettabili (ignorare ripetutamente i messaggi per prenotare le sedute, anche di settimane o mesi, e molti altri ecc..), in modo da cercare di farmi allontanare volontariamente invece di prendersi la responsabilita' di essere quello che mi ha abbandonato, in caso di gesti autolesionistici (che non ho mai avuto, ma era un periodo veramente dove ero con le spalle al muro). Ha inventato scuse non credibili ecc... ora, essendomi venuto a mancare un porto sicuro, ho cercato altri terapeuti, avrei voluto affrontare l'argomento con loro come una cosa qualsiasi, come un lutto, la fine di una relazione qualsiasi, ma e' come se ci fosse una sorta di omerta', di difesa del collega, di non volere esporsi, perche' il rischio e' che magari io possa dire a lui, che un altro collega mi ha "dato ragione". Rischio non esistente ovviamente. Quindi mi ritrovo con la necessita' di elaborare la situazione come una relazione qualsiasi, e sembra che il professionista non abbia il coraggio di sbilanciarsi su di un altro professionista, e inoltre mi sembra di passare per quello che "se ti ha mollato e' perche' avrai qualcosa tu che non va, non lui, che e' un professionista"... c'e' difficolta' a mettere in discussione l'operato altrui, e questo porta a cercare di scusare tutti i comportamenti non professionali ed etici che sono stati messi in atto. Mi vengono dette cose banali e generiche "forse il suo terapeuta pensava che lei fosse pronto per farcela da solo" e cose del genere. Cosa che io avrei accettato tranquillamente se mi fosse stato fatto un discorso di chiusura di questo tipo. Ma questo non e' avvenuto, quindi mi trovo in un vicolo cieco. Che ne pensate? Grazie a tutti.
Quello che descrive è un’esperienza che, purtroppo, alcune persone incontrano nel corso di un percorso terapeutico lungo: quando la relazione cambia improvvisamente o si interrompe senza una reale possibilità di elaborazione condivisa. Dopo sette anni è comprensibile che quel rapporto sia stato vissuto come un luogo sicuro e significativo; quando qualcosa di così importante si incrina o termina in modo poco chiaro, può essere percepito come una vera e propria perdita.
Nel lavoro terapeutico la relazione è uno strumento centrale, e proprio per questo anche le fratture, le delusioni o il sentimento di essere stati trascurati meritano di essere presi molto sul serio e di poter essere esplorati. Il punto, però, è il modo in cui lei ha vissuto questa esperienza e l’impatto che ha avuto su di lei, a prescindere dalla possibilità o meno di giustificare o condividere il comportamento del collega.
È possibile che alcuni terapeuti siano prudenti nel commentare direttamente l’operato di un collega, sia per ragioni deontologiche sia perché conoscono inevitabilmente solo una parte della storia. Tuttavia questa prudenza non dovrebbe impedire di lavorare sul suo vissuto: il senso di abbandono, la rabbia, la confusione o la delusione che descrive sono tutti elementi pienamente legittimi da portare in terapia.
Anche la fine di una terapia, come qualsiasi relazione significativa, può diventare materiale clinico importante. Se incontrerà un professionista con cui sentirà sufficiente fiducia, potrebbe provare a esplicitare proprio questa difficoltà: il bisogno di poter parlare liberamente di ciò che è accaduto senza sentirsi messo in dubbio o senza la sensazione che qualcuno debba essere difeso.
In altre parole, il tema non è giudicare il terapeuta precedente, ma dare spazio e dignità a ciò che questa esperienza ha significato per lei. Da lì spesso diventa possibile riaprire un lavoro che non cancelli ciò che è accaduto, ma lo integri nella sua storia.
Ciao .ho 22 anni e Penso e spero di soffrire di doc riguardante l'orientamento sessuale, premetto che non sono assolutamente contro, ma è una cosa che io non voglio essere. Te la faccio breve, il pensiero mi é venuto completamente a caso.
Ho parlato con persone omosessuali e mi hanno detto che l'orientamento sessuale
forma da piccini e si assesta in pubertà, io a 14 anni ho provato a fare delle effusioni con una ragazza, però non ricordo di aver provato piacere. Sto con un ragazzo da 7 anni, il mio primo è vero amore, é stato la mia prima volta in tutto e lo amo con tutto il cuore e non voglio assolutamente perderlo e perdere il sesso con lui.le persone omosessuali con cui ho parlato mi hanno detto che se provo piacere e mi lubrifico quando facciamo l’amore vuol dire che sono attratta sessualmente e mentalmente da lui.Mi hanno anche detto che me ne sarei accorta a 14 anni durante quell’esperienza. Sono seguita da una psicologa e uno psichiatra. Volevo sapere se per te è doc o no. Io so solo che non voglio esserlo e che non voglio perderlo e che anche se fossi omosessuale io non lo lascio e non lo lascerò mai perché sento di provare un sentimento per lui. Non mi sono mai innamorata di una donna, nemmeno da piccina e tuttora non sento attrazione. Però mi capita che quando guardo una bella donna dí sentire una sensazione lì sotto, e la cosa mi manda in ansia totale . Oltre a lui l’ho fatto anche con un altro uomo e ho provato piacere anche lì. Prego Dio ogni giorno e ogni notte che mi dia un segno che non lo sono e che mi dica che starò con lui per sempre. Non voglio lasciarlo per nulla al mondo. Se fossi omosessuale non avrei così tanta paura di perderlo? Anzi per me sarebbe un sollievo? Piango ogni giorno perché NON VOGLIO PERDERLO. É la mia vita. Non voglio essere omosessuale per nulla al mondo. Dovrei provare con una ragazza per porre fine a tutto questo? Non voglio.Analizzo il passato, ripeto frasi mentali, mi lavo per evitare che il pensiero diventi reale, conto, odio i numeri pari perché portano male, amo i numeri dispari, faccio determinate cose con la mano destra e altre con la sinistra, e altri rituali, la prego mi dica che é doc, ho paura anche se non ho desiderio e ho anche paura di essere/diventare transessuale/transgender pur non avendo il desiderio né di andare con le donne né di cambiare sesso, la prego secondo lei é doc? Se non lo è voglio morire. Ripeto i rituali solo in numeri dispari perché così il pensiero non diventi reale. Ho letto che questo pensiero viene alle persone eterosessuali. La prego mi aiuti io non ce la faccio più. Se non é DOC io voglio morire, amo il mio ragazzo alla follia, me lo hanno diagnosticato ma io non ci credo e ho paura che mi abbiano mentito, i medici possono mentire e dare farmaci tanto per? Con la cura che mi aveva assegnato erano passati, quindi si tratta di doc? Poi me l’aveva cambiata e i pensieri mi sono ritornati, ora mi ha messo di nuovo la cura di prima però non trovo tanti miglioramenti, è il mio corpo che si deve riabituare? Vi prego ditemi che è doc
Capisco quanto sia spaventata e quanto tenga alla sua relazione, la preoccupazione è palpabile nelle sue parole. La sofferenza che descrive è molto intensa e non posso che accoglierla.
È importante essere chiari: non è possibile fare una diagnosi a distanza, senza una conoscenza diretta e approfondita della persona. Farlo sarebbe poco corretto. Mi affido ai colleghi che la vedono e la seguono.
Posso dirle che i meccanismi che descrive (pensieri intrusivi, bisogno di certezza, rituali, controlli) sono compatibili con un funzionamento ossessivo. Inoltre, il fatto che una terapia abbia già ridotto i sintomi in passato è un elemento significativamente positivo.
Il punto centrale è questo: lei è già seguita da professionisti. Il dubbio che possano averle mentito può essere parte del problema stesso. In questo momento, la cosa più utile è affidarsi a loro e condividere apertamente tutti questi pensieri. Non è necessario fare prove o test per avere certezze.
Fondamentale ora proseguire il lavoro clinico con chi la conosce direttamente, condividere con loro il più possibile e vedrà che il percorso insieme porterà i suoi frutti.
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