Esperienze
Sono psicologa, di orientamento fenomenologico, e lavoro con adulti, giovani adulti e genitori, offrendo percorsi di sostegno e terapia individuale per affrontare momenti di difficoltà, sofferenza o cambiamento.
Accanto all’attività clinica individuale, conduco gruppi terapeutici rivolti a chi fatica a riconoscere, contenere o dare un senso alle proprie emozioni.
Da oltre dieci anni lavoro in ambito psichiatrico comunitario come educatrice, un’esperienza che ha profondamente orientato il mio modo di stare nella relazione clinica e mi ha permesso di sviluppare uno sguardo attento ai contesti di vita, ai tempi soggettivi e alla complessità delle storie personali. Mi affido ad una pratica fondata sull’accoglienza, sulla continuità e sul rispetto profondo dell’altro.
Il mio approccio pone al centro l’esperienza soggettiva della persona, il corpo e la relazione, all’interno di uno spazio di ascolto radicalmente non giudicante.
La psicoterapia è per me un luogo in cui il vissuto può essere accolto senza etichette né forzature, con l’obiettivo di ampliare la comprensione di sé e di ritrovare modi più abitabili di stare nella propria vita e nelle relazioni.
Aree di competenza principali:
- Psicologo
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Ho un problema, ho effettuato un percorso di psicoterapia per circa 7 anni, (non continui, periodi dove stavo meglio ecc..). Anche se nella vita pratica non ho effettuato i cambiamenti sperati, a livello emotivo sentivo di aver trovato "un porto sicuro" dove esplorare la mia vita e le emozioni con serenita' e intesa. Il terapeuta, seppur c'era qualcosa che faceva un po' stortare il naso ogni tanto, mi e' sempre sembrato "bravo" e disponibile, anche perche' mi e' persino venuto incontro economicamente non poco, riducendo il prezzo della seduta. Nell'ultimo periodo pero' le cose erano cambiate molto, lui mi sembrava cambiato in peggio, io uscivo peggio invece che meglio alla fine di ogni seduta. Ho cercato di parlarne con delicatezza ma non si e' mai voluto mettere in discussione. Sento che la sua idea, avendo molti pazienti, fosse quella di scaricarmi per prendere qualcuno che potesse pagare a prezzo pieno (questo l'ho capito per motivi che ora non posso spiegare), e per fare questo, non ha affrontato direttamente il problema con me, ma ha messo in moto tutta una serie di comportamenti inaccettabili (ignorare ripetutamente i messaggi per prenotare le sedute, anche di settimane o mesi, e molti altri ecc..), in modo da cercare di farmi allontanare volontariamente invece di prendersi la responsabilita' di essere quello che mi ha abbandonato, in caso di gesti autolesionistici (che non ho mai avuto, ma era un periodo veramente dove ero con le spalle al muro). Ha inventato scuse non credibili ecc... ora, essendomi venuto a mancare un porto sicuro, ho cercato altri terapeuti, avrei voluto affrontare l'argomento con loro come una cosa qualsiasi, come un lutto, la fine di una relazione qualsiasi, ma e' come se ci fosse una sorta di omerta', di difesa del collega, di non volere esporsi, perche' il rischio e' che magari io possa dire a lui, che un altro collega mi ha "dato ragione". Rischio non esistente ovviamente. Quindi mi ritrovo con la necessita' di elaborare la situazione come una relazione qualsiasi, e sembra che il professionista non abbia il coraggio di sbilanciarsi su di un altro professionista, e inoltre mi sembra di passare per quello che "se ti ha mollato e' perche' avrai qualcosa tu che non va, non lui, che e' un professionista"... c'e' difficolta' a mettere in discussione l'operato altrui, e questo porta a cercare di scusare tutti i comportamenti non professionali ed etici che sono stati messi in atto. Mi vengono dette cose banali e generiche "forse il suo terapeuta pensava che lei fosse pronto per farcela da solo" e cose del genere. Cosa che io avrei accettato tranquillamente se mi fosse stato fatto un discorso di chiusura di questo tipo. Ma questo non e' avvenuto, quindi mi trovo in un vicolo cieco. Che ne pensate? Grazie a tutti.
Quello che descrive è un’esperienza che, purtroppo, alcune persone incontrano nel corso di un percorso terapeutico lungo: quando la relazione cambia improvvisamente o si interrompe senza una reale possibilità di elaborazione condivisa. Dopo sette anni è comprensibile che quel rapporto sia stato vissuto come un luogo sicuro e significativo; quando qualcosa di così importante si incrina o termina in modo poco chiaro, può essere percepito come una vera e propria perdita.
Nel lavoro terapeutico la relazione è uno strumento centrale, e proprio per questo anche le fratture, le delusioni o il sentimento di essere stati trascurati meritano di essere presi molto sul serio e di poter essere esplorati. Il punto, però, è il modo in cui lei ha vissuto questa esperienza e l’impatto che ha avuto su di lei, a prescindere dalla possibilità o meno di giustificare o condividere il comportamento del collega.
È possibile che alcuni terapeuti siano prudenti nel commentare direttamente l’operato di un collega, sia per ragioni deontologiche sia perché conoscono inevitabilmente solo una parte della storia. Tuttavia questa prudenza non dovrebbe impedire di lavorare sul suo vissuto: il senso di abbandono, la rabbia, la confusione o la delusione che descrive sono tutti elementi pienamente legittimi da portare in terapia.
Anche la fine di una terapia, come qualsiasi relazione significativa, può diventare materiale clinico importante. Se incontrerà un professionista con cui sentirà sufficiente fiducia, potrebbe provare a esplicitare proprio questa difficoltà: il bisogno di poter parlare liberamente di ciò che è accaduto senza sentirsi messo in dubbio o senza la sensazione che qualcuno debba essere difeso.
In altre parole, il tema non è giudicare il terapeuta precedente, ma dare spazio e dignità a ciò che questa esperienza ha significato per lei. Da lì spesso diventa possibile riaprire un lavoro che non cancelli ciò che è accaduto, ma lo integri nella sua storia.
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