Buongiorno, sono una donna di 30 anni e sto attraversando una fase di forte sofferenza emotiva legat
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Buongiorno, sono una donna di 30 anni e sto attraversando una fase di forte sofferenza emotiva legata alla mia relazione.
Da circa due anni sto con una persona che amo e che considero sana, presente e rispettosa. Stavamo per andare a convivere, ma poco prima ho attraversato alcuni giorni di forte crisi emotiva in cui si sono attivati in modo intenso la mia paura dell’abbandono, la dipendenza affettiva, il bisogno costante di rassicurazioni e stati depressivi legati al timore di essere lasciata perchè non lo avrei visto per un po di giorni.
In quei giorni ho cercato la vicinanza del mio partner in modo molto dipendente, perdendo i miei confini. Questo lo ha spaventato e lo ha portato a fermare l idea della convivenza, dicendo di non sentirsi pronto ad affrontare una relazione in cui io sto così male e dipendente. Questo evento ha aperto in me una crisi profonda, che vivo molto male.
L idea di convivenza per me rappresentava sicurezza e continuità anche se allo stesso tempo mi spaventava perchè sapevo di non star bene e avrei voluto migliorare la mia dipendenza prima di fare questo passo, in qualche modo so che la convivenza aiuterebbe questa mia paura , perchè hai la certezza che la persona tornerà a dormire a casa e quindi del legame che resta saldo. Comunque quando questa certezza è venuta meno, ho sentito crollare tutto: paura intensa di essere lasciata, vuoto, angoscia costante e pensieri ossessivi. Anche se lui si è preso del tempo per capire, ho molta paura che alla fine non se la sentirà comunque.
Allo stesso tempo, questo evento doloroso mi ha spinta a fare cose che prima non avevo il coraggio di fare: ho iniziato nuove attività, mi sono buttata in progetti che mi spaventavano e sono partita per un viaggio. In quei momenti ho sentito una sensazione nuova di pienezza e tranquillità, anche nella relazione, senza la solita paura costante che il legame potesse spezzarsi.
Tornata alla normalità, però, sento di nuovo un vuoto molto forte, che non so bene come calmare. Nei momenti in cui non vedo il mio partner, ho paura di restare bloccata a casa senza riuscire a fare nulla. Ho poche amicizie e non sento nemmeno molta voglia di vederle perché non mi sento davvero a mio agio. Mi sento spesso senza desiderio, senza direzione, come se stessi solo cercando di riempire qualcosa senza riuscirci davvero. Non ho soddisfazioni lavorative e non sento trasporto per nulla.
Per assurdo poi ci sono dei momenti in cui il mio partner è molto dolce o vulnerabile e io posso provare fastidio, distacco o una sensazione di soffocamento. Oscillo tra il bisogno estremo dell’altro e il rifiuto della sua vicinanza.
Ho una storia infantile complessa, con instabilità emotiva e paura, e ho avuto i primi attacchi di panico molto presto (intorno ai 5 anni).
Oggi mi sento spesso vuota, come se non sapessi su cosa appoggiarmi se non sulla relazione. Sto cercando di costruire una vita più mia e noto piccoli passi avanti, ma il dolore relazionale e la paura dell’abbandono restano molto forti.
Il mio bisogno è comprendere perché vivo il legame con così tanta angoscia, perché la sicurezza mi spaventa quanto l’incertezza e come posso imparare a stare in relazione senza sentirmi costantemente sul punto di perdere tutto e come stare bene da sola..
questo è un po un grido di aiuto, ieri il mio partner ha deciso di continuare a pagare la stanza anche senza venire a convivere, per mantenere aperta questa possibilità nei prossimi mesi. Questo gesto mi rassicura, ma il fatto che ora non lo vedrò per circa cinque giorni mi provoca molta ansia.
Oggi mi sento bloccata, ho passato tutta la giornata a letto e ho paura di essere lasciata o di soffocarlo con il mio bisogno. L’ansia è intensa e faccio fatica a gestirla da sola. Vorrei alzarmi ma non trovo voglia di fare nulla, vorrei solo sprofondare.
Ho una psicologa, ma in questo momento non posso contattarla e sento il bisogno di chiedere aiuto a qualcuno...anche solo per parlare un po. So che non c'è una soluzione istantanea. ma quanto la vorrei...sono anni che lotto con tutto questo
grazie a chiunque leggerà...
Da circa due anni sto con una persona che amo e che considero sana, presente e rispettosa. Stavamo per andare a convivere, ma poco prima ho attraversato alcuni giorni di forte crisi emotiva in cui si sono attivati in modo intenso la mia paura dell’abbandono, la dipendenza affettiva, il bisogno costante di rassicurazioni e stati depressivi legati al timore di essere lasciata perchè non lo avrei visto per un po di giorni.
In quei giorni ho cercato la vicinanza del mio partner in modo molto dipendente, perdendo i miei confini. Questo lo ha spaventato e lo ha portato a fermare l idea della convivenza, dicendo di non sentirsi pronto ad affrontare una relazione in cui io sto così male e dipendente. Questo evento ha aperto in me una crisi profonda, che vivo molto male.
L idea di convivenza per me rappresentava sicurezza e continuità anche se allo stesso tempo mi spaventava perchè sapevo di non star bene e avrei voluto migliorare la mia dipendenza prima di fare questo passo, in qualche modo so che la convivenza aiuterebbe questa mia paura , perchè hai la certezza che la persona tornerà a dormire a casa e quindi del legame che resta saldo. Comunque quando questa certezza è venuta meno, ho sentito crollare tutto: paura intensa di essere lasciata, vuoto, angoscia costante e pensieri ossessivi. Anche se lui si è preso del tempo per capire, ho molta paura che alla fine non se la sentirà comunque.
Allo stesso tempo, questo evento doloroso mi ha spinta a fare cose che prima non avevo il coraggio di fare: ho iniziato nuove attività, mi sono buttata in progetti che mi spaventavano e sono partita per un viaggio. In quei momenti ho sentito una sensazione nuova di pienezza e tranquillità, anche nella relazione, senza la solita paura costante che il legame potesse spezzarsi.
Tornata alla normalità, però, sento di nuovo un vuoto molto forte, che non so bene come calmare. Nei momenti in cui non vedo il mio partner, ho paura di restare bloccata a casa senza riuscire a fare nulla. Ho poche amicizie e non sento nemmeno molta voglia di vederle perché non mi sento davvero a mio agio. Mi sento spesso senza desiderio, senza direzione, come se stessi solo cercando di riempire qualcosa senza riuscirci davvero. Non ho soddisfazioni lavorative e non sento trasporto per nulla.
Per assurdo poi ci sono dei momenti in cui il mio partner è molto dolce o vulnerabile e io posso provare fastidio, distacco o una sensazione di soffocamento. Oscillo tra il bisogno estremo dell’altro e il rifiuto della sua vicinanza.
Ho una storia infantile complessa, con instabilità emotiva e paura, e ho avuto i primi attacchi di panico molto presto (intorno ai 5 anni).
Oggi mi sento spesso vuota, come se non sapessi su cosa appoggiarmi se non sulla relazione. Sto cercando di costruire una vita più mia e noto piccoli passi avanti, ma il dolore relazionale e la paura dell’abbandono restano molto forti.
Il mio bisogno è comprendere perché vivo il legame con così tanta angoscia, perché la sicurezza mi spaventa quanto l’incertezza e come posso imparare a stare in relazione senza sentirmi costantemente sul punto di perdere tutto e come stare bene da sola..
questo è un po un grido di aiuto, ieri il mio partner ha deciso di continuare a pagare la stanza anche senza venire a convivere, per mantenere aperta questa possibilità nei prossimi mesi. Questo gesto mi rassicura, ma il fatto che ora non lo vedrò per circa cinque giorni mi provoca molta ansia.
Oggi mi sento bloccata, ho passato tutta la giornata a letto e ho paura di essere lasciata o di soffocarlo con il mio bisogno. L’ansia è intensa e faccio fatica a gestirla da sola. Vorrei alzarmi ma non trovo voglia di fare nulla, vorrei solo sprofondare.
Ho una psicologa, ma in questo momento non posso contattarla e sento il bisogno di chiedere aiuto a qualcuno...anche solo per parlare un po. So che non c'è una soluzione istantanea. ma quanto la vorrei...sono anni che lotto con tutto questo
grazie a chiunque leggerà...
Buongiorno, ci tengo innanzitutto a ringraziarla per la condivisione dei suoi vissuti.
Da ciò che racconta, percepisco una sofferenza molto intensa e coerente, non una mancanza di volontà. Sembra esserci una dinamica relazionale profondamente ambivalente: da un lato il bisogno dell’altro come base di sicurezza, dall’altro il timore che la vicinanza possa diventare soffocante o pericolosa. Questa oscillazione tra forte bisogno-ritiro; attaccamento-distacco è molto frequente in persone che hanno sperimentato precocemente instabilità emotiva e paura nelle relazioni significative.
La convivenza, per lei, non sembra rappresentare solo un passo di coppia ma la certezza che l’altro “torna”, che il legame non si spezza. È comprensibile quindi che il venir meno di questa prospettiva abbia riattivato angoscia, vuoto, pensieri ossessivi e un senso di crollo. Allo stesso tempo, è interessante notare come nei momenti in cui ha investito su di sé (viaggio, nuove attività, progetti) lei abbia sperimentato maggiore pienezza e una relazione meno carica di paura: questo ci può suggerire che la sofferenza non riguarda l’amore in sé, ma il peso che il legame ha nel reggere, da solo, la sua stabilità emotiva.
La sensazione di vuoto, la difficoltà a stare sola, il blocco, l’oscillazione tra desiderio di fusione e rifiuto della vicinanza sono tutti segnali che meritano uno spazio di cura ed ascolto profondo e continuativo, non giudicante. Non si tratta di “imparare a non avere bisogno”, ma di costruire gradualmente appoggi interni ed esterni che non siano solo la relazione di coppia.
Il fatto che lei sia già in psicoterapia è un elemento molto importante: il lavoro che descrive richiede tempo, sicurezza e una relazione terapeutica stabile. In questo momento di sofferenza, però, è comprensibile sentire il bisogno di non restare sola. Se l’ansia e il senso di vuoto diventano ingestibili, è fondamentale cercare un supporto immediato. Chiedere aiuto non è un fallimento ma una modalità per prendersi cura di sè, proteggersi.
Non esiste una soluzione istantanea, purtroppo, ma esiste un percorso possibile per comprendere perché la sicurezza spaventa quanto l’incertezza e per imparare a stare in relazione senza vivere costantemente sotto la minaccia della perdita. Il dolore che sente oggi non la definisce: parla della sua storia, non del suo valore.
Le auguro di poter attraversare questo momento con il maggior sostegno possibile e di portare tutto questo, appena potrà, nello spazio terapeutico che già ha costruito.
Un caro saluto,
Dottoressa Simona Santoni - Psicologa
Da ciò che racconta, percepisco una sofferenza molto intensa e coerente, non una mancanza di volontà. Sembra esserci una dinamica relazionale profondamente ambivalente: da un lato il bisogno dell’altro come base di sicurezza, dall’altro il timore che la vicinanza possa diventare soffocante o pericolosa. Questa oscillazione tra forte bisogno-ritiro; attaccamento-distacco è molto frequente in persone che hanno sperimentato precocemente instabilità emotiva e paura nelle relazioni significative.
La convivenza, per lei, non sembra rappresentare solo un passo di coppia ma la certezza che l’altro “torna”, che il legame non si spezza. È comprensibile quindi che il venir meno di questa prospettiva abbia riattivato angoscia, vuoto, pensieri ossessivi e un senso di crollo. Allo stesso tempo, è interessante notare come nei momenti in cui ha investito su di sé (viaggio, nuove attività, progetti) lei abbia sperimentato maggiore pienezza e una relazione meno carica di paura: questo ci può suggerire che la sofferenza non riguarda l’amore in sé, ma il peso che il legame ha nel reggere, da solo, la sua stabilità emotiva.
La sensazione di vuoto, la difficoltà a stare sola, il blocco, l’oscillazione tra desiderio di fusione e rifiuto della vicinanza sono tutti segnali che meritano uno spazio di cura ed ascolto profondo e continuativo, non giudicante. Non si tratta di “imparare a non avere bisogno”, ma di costruire gradualmente appoggi interni ed esterni che non siano solo la relazione di coppia.
Il fatto che lei sia già in psicoterapia è un elemento molto importante: il lavoro che descrive richiede tempo, sicurezza e una relazione terapeutica stabile. In questo momento di sofferenza, però, è comprensibile sentire il bisogno di non restare sola. Se l’ansia e il senso di vuoto diventano ingestibili, è fondamentale cercare un supporto immediato. Chiedere aiuto non è un fallimento ma una modalità per prendersi cura di sè, proteggersi.
Non esiste una soluzione istantanea, purtroppo, ma esiste un percorso possibile per comprendere perché la sicurezza spaventa quanto l’incertezza e per imparare a stare in relazione senza vivere costantemente sotto la minaccia della perdita. Il dolore che sente oggi non la definisce: parla della sua storia, non del suo valore.
Le auguro di poter attraversare questo momento con il maggior sostegno possibile e di portare tutto questo, appena potrà, nello spazio terapeutico che già ha costruito.
Un caro saluto,
Dottoressa Simona Santoni - Psicologa
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Buonasera mi sembra che questa sensazione di vuoto e di abbandono siano molto forti in lei, durante una psicoterapia sarebbero sicuramente elementi su cui lavorare per poter vivere più serenamente la relazione o comunque per capire da dove arrivano e come gestirli.
Gentile utente,
leggendo il suo racconto si avverte chiaramente lo stato di shock e di profondo smarrimento che sta attraversando. Quello che lei descrive non è un dettaglio tecnico della terapia, ma una ferita inferta allo spazio sacro dell'incontro tra due esseri umani: la sicurezza.
Nella prospettiva umanistica, la stanza della terapia deve essere il luogo dell’accoglienza incondizionata, un "grembo" simbolico dove il paziente può finalmente abbassare le difese. Quando un terapeuta urla addosso a un paziente, specialmente a chi ha già vissuto l'urlo come trauma nel contesto familiare, non sta attuando una tecnica, ma sta rompendo l'alleanza terapeutica. Il senso di minaccia fisica che ha percepito è un segnale del suo corpo che non va ignorato: il corpo ha una sua saggezza e, in questo caso, le ha comunicato che quel luogo non era più sicuro per lei.
Giustificare un'esplosione di rabbia come "frutto del controtransfert" per "scuotere dal torpore" è una spiegazione che rischia di minimizzare il suo vissuto. Il controtransfert è uno strumento che il terapeuta deve saper gestire internamente o in supervisione, non può diventare una licenza per agire dinamiche che ricalcano proprio i traumi (l'urlo del padre) da cui lei sta cercando di guarire.
Non si senta "una paziente difficile". La diffidenza è spesso il modo in cui una persona che ha sofferto protegge la propria parte più fragile; non è una colpa, ma una richiesta di estrema delicatezza. Il senso di colpa che prova ora verso di lei è comprensibile, ma è probabilmente un riflesso di quei "patti di lealtà" familiari che la portano a sentirsi responsabile delle reazioni degli adulti, anche quando queste sono inappropriate.
In un percorso che dura da sei anni, il dubbio di un "drop-out" è doloroso, ma a volte cambiare non è un fallimento, bensì un atto di auto-conservazione e di rispetto verso se stessi. La terapia serve a ridarle sovranità sulla sua vita, non a sottoporla a nuovi stati di iper-vigilanza, specialmente in un momento in cui la sua salute fisica richiede serenità e accudimento.
Si ascolti nel profondo: la cura non può passare attraverso la paura.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Pandolfo
Psicologa Clinica e della Riabilitazione ad indirizzo Umanista
Ricevo anche online
leggendo il suo racconto si avverte chiaramente lo stato di shock e di profondo smarrimento che sta attraversando. Quello che lei descrive non è un dettaglio tecnico della terapia, ma una ferita inferta allo spazio sacro dell'incontro tra due esseri umani: la sicurezza.
Nella prospettiva umanistica, la stanza della terapia deve essere il luogo dell’accoglienza incondizionata, un "grembo" simbolico dove il paziente può finalmente abbassare le difese. Quando un terapeuta urla addosso a un paziente, specialmente a chi ha già vissuto l'urlo come trauma nel contesto familiare, non sta attuando una tecnica, ma sta rompendo l'alleanza terapeutica. Il senso di minaccia fisica che ha percepito è un segnale del suo corpo che non va ignorato: il corpo ha una sua saggezza e, in questo caso, le ha comunicato che quel luogo non era più sicuro per lei.
Giustificare un'esplosione di rabbia come "frutto del controtransfert" per "scuotere dal torpore" è una spiegazione che rischia di minimizzare il suo vissuto. Il controtransfert è uno strumento che il terapeuta deve saper gestire internamente o in supervisione, non può diventare una licenza per agire dinamiche che ricalcano proprio i traumi (l'urlo del padre) da cui lei sta cercando di guarire.
Non si senta "una paziente difficile". La diffidenza è spesso il modo in cui una persona che ha sofferto protegge la propria parte più fragile; non è una colpa, ma una richiesta di estrema delicatezza. Il senso di colpa che prova ora verso di lei è comprensibile, ma è probabilmente un riflesso di quei "patti di lealtà" familiari che la portano a sentirsi responsabile delle reazioni degli adulti, anche quando queste sono inappropriate.
In un percorso che dura da sei anni, il dubbio di un "drop-out" è doloroso, ma a volte cambiare non è un fallimento, bensì un atto di auto-conservazione e di rispetto verso se stessi. La terapia serve a ridarle sovranità sulla sua vita, non a sottoporla a nuovi stati di iper-vigilanza, specialmente in un momento in cui la sua salute fisica richiede serenità e accudimento.
Si ascolti nel profondo: la cura non può passare attraverso la paura.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Pandolfo
Psicologa Clinica e della Riabilitazione ad indirizzo Umanista
Ricevo anche online
Buongiorno,
dalle sue parole emerge una grande consapevolezza del suo vissuto emotivo e, allo stesso tempo, la paura di non avere il controllo su ciò che prova e sulle possibili conseguenze nelle relazioni. Questo può essere molto spaventante e faticoso da sostenere.
Non è possibile intervenire sugli schemi o sulle decisioni dell’altro, ma è invece possibile lavorare su di sé. Un percorso di psicoterapia può aiutarla a rafforzare le sue risorse personali, l’autostima e la percezione di sé come persona integra e capace, anche al di là della presenza del partner. Questo lavoro può favorire maggiore chiarezza rispetto ai vissuti di dipendenza affettiva, che spesso portano a sentire di non poter stare bene senza l’altro, come se il proprio equilibrio dipendesse interamente dalla relazione.
Attraverso un percorso strutturato è possibile risalire gradualmente alle radici di questa fragilità, comprenderne il significato e costruire modalità più sicure e stabili di stare in relazione, senza perdere se stessa. Il fatto che abbia già una psicologa rappresenta una risorsa importante: continui a portare anche queste emozioni e queste paure nel vostro spazio di lavoro.
Nei momenti di crisi emotiva intensa può essere utile avere una sorta di “cassetta degli strumenti” da utilizzare nell’immediato: piccoli comportamenti o tecniche che aiutino ad abbassare l’attivazione emotiva. Strategie di grounding, esercizi focalizzati sulle sensazioni corporee o sul respiro possono riportare l’attenzione al momento presente, spostandola dal flusso dei pensieri e dal senso di vuoto, e offrendo così un primo contenimento.
Un caro saluto.
dalle sue parole emerge una grande consapevolezza del suo vissuto emotivo e, allo stesso tempo, la paura di non avere il controllo su ciò che prova e sulle possibili conseguenze nelle relazioni. Questo può essere molto spaventante e faticoso da sostenere.
Non è possibile intervenire sugli schemi o sulle decisioni dell’altro, ma è invece possibile lavorare su di sé. Un percorso di psicoterapia può aiutarla a rafforzare le sue risorse personali, l’autostima e la percezione di sé come persona integra e capace, anche al di là della presenza del partner. Questo lavoro può favorire maggiore chiarezza rispetto ai vissuti di dipendenza affettiva, che spesso portano a sentire di non poter stare bene senza l’altro, come se il proprio equilibrio dipendesse interamente dalla relazione.
Attraverso un percorso strutturato è possibile risalire gradualmente alle radici di questa fragilità, comprenderne il significato e costruire modalità più sicure e stabili di stare in relazione, senza perdere se stessa. Il fatto che abbia già una psicologa rappresenta una risorsa importante: continui a portare anche queste emozioni e queste paure nel vostro spazio di lavoro.
Nei momenti di crisi emotiva intensa può essere utile avere una sorta di “cassetta degli strumenti” da utilizzare nell’immediato: piccoli comportamenti o tecniche che aiutino ad abbassare l’attivazione emotiva. Strategie di grounding, esercizi focalizzati sulle sensazioni corporee o sul respiro possono riportare l’attenzione al momento presente, spostandola dal flusso dei pensieri e dal senso di vuoto, e offrendo così un primo contenimento.
Un caro saluto.
Buongiorno, dalle sue parole emerge una sofferenza molto intensa e profonda, e allo stesso tempo si percepisce con grande chiarezza quanto lei stia cercando di comprendere se stessa e di uscire da un dolore che sembra accompagnarla da tanto tempo. Il fatto che riesca a raccontare con così tanta lucidità quello che sta vivendo è già un segnale di grande consapevolezza e di desiderio di cambiamento, anche se in questo momento può sembrarle di essere bloccata e senza risorse. Quando parla della relazione con il suo partner descrive un legame che sente importante, sicuro e rispettoso, ma allo stesso tempo racconta quanto proprio questa importanza attivi paure molto profonde. In molte persone che hanno vissuto esperienze precoci caratterizzate da instabilità emotiva o timore di perdere i riferimenti affettivi, il legame sentimentale può diventare un luogo in cui convivono due spinte opposte. Da una parte il desiderio fortissimo di vicinanza, protezione e continuità, dall’altra una paura altrettanto forte che quella stessa vicinanza possa diventare fragile, instabile o soffocante. Questa oscillazione può generare una sensazione di confusione che spesso porta a passare dal bisogno intenso dell’altro al distacco o al fastidio quando la relazione diventa molto vicina e concreta. L’idea della convivenza, per come la descrive, sembra avere rappresentato sia una promessa di sicurezza sia un passaggio che poteva rendere la relazione più reale e quindi anche più esposta al timore di perdita. Quando questo progetto si è fermato, è comprensibile che si sia riattivata una paura molto antica e profonda, che probabilmente non riguarda soltanto la relazione attuale ma tocca corde emotive che appartengono alla sua storia personale. In questi momenti la mente tende a produrre pensieri molto catastrofici e assoluti, come se la distanza temporanea diventasse automaticamente il segnale di una possibile fine del legame. È molto significativo però che lei abbia notato qualcosa di importante durante il periodo in cui si è dedicata a nuove attività e al viaggio. In quelle esperienze descrive momenti di pienezza e tranquillità, anche dentro la relazione. Questo suggerisce che quando riesce a sentirsi attiva, coinvolta e centrata su aspetti personali della sua vita, la relazione smette di essere l’unico punto di appoggio emotivo e diventa uno spazio di condivisione, non l’unico contenitore della sua sicurezza. Il vuoto che racconta nei momenti in cui torna alla quotidianità può essere molto doloroso e spesso nasce proprio quando si fatica a percepire un senso di direzione personale. In queste situazioni la relazione rischia di diventare l’unica fonte di stabilità emotiva e questo può aumentare l’angoscia quando l’altro non è presente. Allo stesso tempo, quando il partner si avvicina molto, può emergere una sensazione di soffocamento perché, inconsciamente, può attivarsi il timore di perdere uno spazio personale o di diventare totalmente dipendente dall’altro. La sua esperienza mostra una dinamica molto umana e comprensibile, soprattutto alla luce della sua storia di vita e della presenza precoce di stati di ansia. Non significa che ci sia qualcosa di sbagliato in lei o nel modo in cui vive i legami, ma indica che il suo sistema emotivo tende a reagire in modo molto intenso quando percepisce il rischio di perdita o di fusione totale con l’altro. Il fatto che oggi si senta bloccata, senza energia e con il desiderio di restare a letto è una reazione che spesso accompagna stati di ansia e tristezza molto forti. In questi momenti la mente tende a convincere che non ci sia nulla che possa aiutare o dare sollievo, ma spesso piccoli movimenti, anche minimi, possono iniziare a riattivare una sensazione di presenza e di contatto con se stessi. Non si tratta di trovare subito entusiasmo o motivazione, ma di provare a concedersi azioni semplici che possano rompere l’immobilità emotiva, anche solo alzarsi, cambiare ambiente o fare qualcosa di molto breve e sostenibile. La paura di essere lasciata o di soffocare il partner è comprensibile e mostra quanto lei tenga alla relazione. Spesso, però, la sicurezza affettiva non nasce dalla certezza che l’altro sarà sempre presente fisicamente, ma dalla possibilità di sviluppare un senso di stabilità interna che permette di tollerare anche la distanza temporanea senza sentirla come una perdita definitiva. Questo è un percorso che richiede tempo e gradualità, e il fatto che lei stia già cercando di costruire spazi personali rappresenta un passaggio molto importante. Il dolore che sta vivendo non cancella i progressi che ha già fatto. Il fatto che lei riesca a osservare le sue dinamiche, che abbia trovato il coraggio di sperimentare attività nuove e che stia cercando di comprendere se stessa indica che dentro di lei esiste una parte che sta lavorando attivamente per costruire una maggiore autonomia emotiva. Il bisogno che esprime di essere ascoltata in questo momento è assolutamente legittimo e umano. Anche se ora la sua psicologa non è contattabile, il fatto che lei abbia già uno spazio di lavoro rappresenta una risorsa importante che potrà aiutarla ad approfondire questi vissuti e a trovare modalità più stabili per stare nella relazione senza sentirsi costantemente in pericolo. Ciò che sta vivendo può essere estremamente faticoso, ma non è immutabile. Spesso queste oscillazioni emotive diventano più gestibili man mano che si sviluppa una maggiore fiducia nelle proprie capacità di stare con se stessi, anche nei momenti di solitudine o incertezza. Il percorso che descrive sembra già orientato in questa direzione, anche se ora il dolore può farle perdere di vista i passi avanti fatti. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno,
dal suo racconto emerge una profonda sofferenza, ma anche una notevole consapevolezza dei meccanismi che si attivano nella relazione, in particolare la paura dell’abbandono, la dipendenza affettiva e l’oscillazione tra bisogno intenso dell’altro e timore della vicinanza.
È comprensibile che l’ansia e il senso di vuoto siano molto intensi in questo momento e che faccia fatica a gestirli da sola. Il fatto che lei abbia già una psicologa è una risorsa importante: sarebbe auspicabile poter fissare un incontro quanto prima per ricevere supporto e contenimento in questa fase delicata.
Qualora non fosse possibile un contatto a breve, può valutare anche un altro spazio di supporto, senza viverlo come un fallimento del percorso in atto. Approcci orientati al lavoro sul trauma e sull’attaccamento, come l’EMDR, possono essere indicati per affrontare esperienze precoci di instabilità emotiva e la paura dell’abbandono che oggi si riattivano nelle relazioni significative.
Il fatto che lei stia cercando aiuto, pur sentendosi così affaticata, è già un segnale importante di cura verso se stessa. In questo momento non è necessario “risolvere tutto subito”, ma trovare sostegno per attraversare l’onda emotiva che sta vivendo. Un caro saluto, PR.
dal suo racconto emerge una profonda sofferenza, ma anche una notevole consapevolezza dei meccanismi che si attivano nella relazione, in particolare la paura dell’abbandono, la dipendenza affettiva e l’oscillazione tra bisogno intenso dell’altro e timore della vicinanza.
È comprensibile che l’ansia e il senso di vuoto siano molto intensi in questo momento e che faccia fatica a gestirli da sola. Il fatto che lei abbia già una psicologa è una risorsa importante: sarebbe auspicabile poter fissare un incontro quanto prima per ricevere supporto e contenimento in questa fase delicata.
Qualora non fosse possibile un contatto a breve, può valutare anche un altro spazio di supporto, senza viverlo come un fallimento del percorso in atto. Approcci orientati al lavoro sul trauma e sull’attaccamento, come l’EMDR, possono essere indicati per affrontare esperienze precoci di instabilità emotiva e la paura dell’abbandono che oggi si riattivano nelle relazioni significative.
Il fatto che lei stia cercando aiuto, pur sentendosi così affaticata, è già un segnale importante di cura verso se stessa. In questo momento non è necessario “risolvere tutto subito”, ma trovare sostegno per attraversare l’onda emotiva che sta vivendo. Un caro saluto, PR.
Gentile signora,quanto da lei scritto mi fa pensare a un'altalena fra estremi in termini di vicinanza-lontananza, attività-passività, dipendenza-indipendenza, legati da uno stato d'animo ansioso-depressivo come se facesse fatica a situarsi senza compromettere il suo senso di sè. Mi pare anche di capire, come da lei accennato, che la sua storia sia segnata da una precoce sofferenza. Leggo di un sostegno psicologico che trovo necessario, sicuramente anche psicoterapeutico. Sono disponibile se crede, per ora buona vita.
Emanuela Bazzana
Emanuela Bazzana
Grazie per aver condiviso con tanta profondità il tuo vissuto. La tua riflessione è ricca, intensa e dimostra una forte consapevolezza di ciò che stai attraversando.
Quello che descrivi sembra toccare dei nodi profondi legati all’attaccamento, al bisogno di sicurezza emotiva, al timore dell’abbandono e al modo in cui queste esperienze influenzano la tua percezione del legame e di te stessa nella relazione. È comprensibile che un cambiamento importante, come l’idea della convivenza, possa aver attivato in modo intenso queste vulnerabilità: quando qualcosa rappresenta per noi una "base sicura", l’eventualità di perderla può far emergere una sofferenza significativa, spesso legata a esperienze più antiche.
La tua descrizione della dipendenza emotiva e della perdita dei confini nei momenti di bisogno mostra quanto, nei momenti di fragilità, il tuo sistema relazionale tenda a centrarsi sull’altro per sentirsi stabile. È importante sottolineare, però, che hai anche attivato delle risorse importanti: hai reagito alla crisi iniziando nuove attività, affrontando paure, creando spazi tuoi. Questo movimento va nella direzione opposta alla dipendenza e segnala una capacità presente dentro di te, anche se non sempre accessibile.
Il fatto che, una volta tornata alla quotidianità, il vuoto si ripresenti, indica che il disagio non riguarda solo la relazione attuale, ma un modo più profondo di vivere i legami e forse anche di stare con te stessa. Non è qualcosa che si risolve semplicemente “avendo la persona vicina”, ma che può trovare risposta in un percorso che aiuti a costruire un senso di sé più stabile, autonomo, capace di tollerare anche l’assenza, il dubbio, l’attesa.
Ti invito a considerare l’idea di un percorso psicoterapeutico se non l’hai già intrapreso. Non per “correggere” ciò che non va, ma per dare uno spazio sicuro e costante dove iniziare a esplorare queste parti di te, capire da dove vengono, e costruire modi più solidi e autentici per rispondere ai tuoi bisogni relazionali ed emotivi.
Hai già iniziato un cammino importante: il dolore ti ha spinta al movimento. Ora si tratta di sostenerlo, integrarlo, e continuare a trasformarlo.
Quello che descrivi sembra toccare dei nodi profondi legati all’attaccamento, al bisogno di sicurezza emotiva, al timore dell’abbandono e al modo in cui queste esperienze influenzano la tua percezione del legame e di te stessa nella relazione. È comprensibile che un cambiamento importante, come l’idea della convivenza, possa aver attivato in modo intenso queste vulnerabilità: quando qualcosa rappresenta per noi una "base sicura", l’eventualità di perderla può far emergere una sofferenza significativa, spesso legata a esperienze più antiche.
La tua descrizione della dipendenza emotiva e della perdita dei confini nei momenti di bisogno mostra quanto, nei momenti di fragilità, il tuo sistema relazionale tenda a centrarsi sull’altro per sentirsi stabile. È importante sottolineare, però, che hai anche attivato delle risorse importanti: hai reagito alla crisi iniziando nuove attività, affrontando paure, creando spazi tuoi. Questo movimento va nella direzione opposta alla dipendenza e segnala una capacità presente dentro di te, anche se non sempre accessibile.
Il fatto che, una volta tornata alla quotidianità, il vuoto si ripresenti, indica che il disagio non riguarda solo la relazione attuale, ma un modo più profondo di vivere i legami e forse anche di stare con te stessa. Non è qualcosa che si risolve semplicemente “avendo la persona vicina”, ma che può trovare risposta in un percorso che aiuti a costruire un senso di sé più stabile, autonomo, capace di tollerare anche l’assenza, il dubbio, l’attesa.
Ti invito a considerare l’idea di un percorso psicoterapeutico se non l’hai già intrapreso. Non per “correggere” ciò che non va, ma per dare uno spazio sicuro e costante dove iniziare a esplorare queste parti di te, capire da dove vengono, e costruire modi più solidi e autentici per rispondere ai tuoi bisogni relazionali ed emotivi.
Hai già iniziato un cammino importante: il dolore ti ha spinta al movimento. Ora si tratta di sostenerlo, integrarlo, e continuare a trasformarlo.
Buongiorno,
leggendo ciò che ha scritto si percepisce con molta chiarezza quanto questo momento sia doloroso e quanto lei stia cercando, con grande fatica, di capire cosa le sta accadendo. Non c’è nulla di confuso o contraddittorio in quello che racconta: quello che vive è una sofferenza reale, profonda, che ha radici lontane e che oggi, dentro la relazione, si è riattivata in modo molto intenso.
La convivenza, per lei, non era solo un passo pratico, ma rappresentava sicurezza, continuità, la sensazione di avere finalmente un punto fermo. Quando questa possibilità si è fermata, non è venuto meno solo un progetto, ma si è riaccesa una paura molto antica: quella di restare sola, di perdere l’altro e, con lui, l’equilibrio. È comprensibile che questo abbia fatto crollare tutto e che l’angoscia sia diventata così forte da bloccarla anche fisicamente.
Allo stesso tempo, è molto significativo ciò che racconta dei momenti in cui, spinta da questa crisi, è riuscita a muoversi, a partire, a buttarsi in esperienze nuove. In quei momenti ha sentito una calma diversa, una sensazione di pienezza che non dipendeva solo dalla relazione. Questo è un elemento importante: indica che dentro di lei esiste una capacità di stare meglio che non è scomparsa, ma che fatica ad emergere quando la paura prende il sopravvento.
L’oscillazione che descrive, tra il bisogno intenso dell’altro e il fastidio o la sensazione di soffocamento quando lui è più vicino o vulnerabile, è molto faticosa da vivere, ma ha un senso. Quando l’altro si allontana, si attiva la paura di perderlo; quando si avvicina troppo, si riattiva la paura di perdersi lei. Non è una contraddizione, è il segno di un legame vissuto come vitale ma anche minaccioso, perché porta con sé il timore di dipendere e quello di restare sola.
Il vuoto che sente quando è sola, la difficoltà ad alzarsi dal letto, la mancanza di desiderio non parlano di mancanza di forza o di volontà. Sembrano piuttosto il risultato di una grande quantità di energia emotiva impiegata nel tenere sotto controllo la paura dell’abbandono. Quando l’allarme è sempre acceso, tutto il resto perde colore.
Il gesto del suo partner di mantenere aperta la possibilità della convivenza è comprensibile che la rassicuri, ma è altrettanto comprensibile che non basti a calmare l’ansia quando l’assenza diventa concreta, come in questi giorni. In quei momenti, il corpo e le emozioni reagiscono prima ancora che il pensiero riesca a rassicurare.
In questa fase forse non è necessario trovare risposte definitive o “aggiustare” tutto. Può essere già molto provare a non restare completamente immobile, fare un piccolo gesto concreto, anche senza voglia, per non lasciarsi trascinare del tutto dal vuoto. Non per risolvere il problema, ma per restare agganciata al presente.
Il fatto che lei abbia una psicologa e che stia già lavorando su di sé è molto importante. Il bisogno che sente ora di chiedere aiuto non è un segno di fallimento, ma della fatica di chi sta cercando di cambiare qualcosa di profondo. È comprensibile sentirsi stanca dopo anni di lotta, ma non è ferma come le sembra: il percorso che sta facendo, anche se lento e doloroso, è reale.
Ora, più di ogni altra cosa, sembra importante che lei possa concedersi un po’ di comprensione. Non sta sbagliando, sta attraversando un momento molto difficile. E anche se oggi tutto appare troppo pesante, non è sola in questo cammino.
Un caro saluto,
Dott.ssa Carmen Coppola - Psicologa a Milano, Sesto S.G, Online.
leggendo ciò che ha scritto si percepisce con molta chiarezza quanto questo momento sia doloroso e quanto lei stia cercando, con grande fatica, di capire cosa le sta accadendo. Non c’è nulla di confuso o contraddittorio in quello che racconta: quello che vive è una sofferenza reale, profonda, che ha radici lontane e che oggi, dentro la relazione, si è riattivata in modo molto intenso.
La convivenza, per lei, non era solo un passo pratico, ma rappresentava sicurezza, continuità, la sensazione di avere finalmente un punto fermo. Quando questa possibilità si è fermata, non è venuto meno solo un progetto, ma si è riaccesa una paura molto antica: quella di restare sola, di perdere l’altro e, con lui, l’equilibrio. È comprensibile che questo abbia fatto crollare tutto e che l’angoscia sia diventata così forte da bloccarla anche fisicamente.
Allo stesso tempo, è molto significativo ciò che racconta dei momenti in cui, spinta da questa crisi, è riuscita a muoversi, a partire, a buttarsi in esperienze nuove. In quei momenti ha sentito una calma diversa, una sensazione di pienezza che non dipendeva solo dalla relazione. Questo è un elemento importante: indica che dentro di lei esiste una capacità di stare meglio che non è scomparsa, ma che fatica ad emergere quando la paura prende il sopravvento.
L’oscillazione che descrive, tra il bisogno intenso dell’altro e il fastidio o la sensazione di soffocamento quando lui è più vicino o vulnerabile, è molto faticosa da vivere, ma ha un senso. Quando l’altro si allontana, si attiva la paura di perderlo; quando si avvicina troppo, si riattiva la paura di perdersi lei. Non è una contraddizione, è il segno di un legame vissuto come vitale ma anche minaccioso, perché porta con sé il timore di dipendere e quello di restare sola.
Il vuoto che sente quando è sola, la difficoltà ad alzarsi dal letto, la mancanza di desiderio non parlano di mancanza di forza o di volontà. Sembrano piuttosto il risultato di una grande quantità di energia emotiva impiegata nel tenere sotto controllo la paura dell’abbandono. Quando l’allarme è sempre acceso, tutto il resto perde colore.
Il gesto del suo partner di mantenere aperta la possibilità della convivenza è comprensibile che la rassicuri, ma è altrettanto comprensibile che non basti a calmare l’ansia quando l’assenza diventa concreta, come in questi giorni. In quei momenti, il corpo e le emozioni reagiscono prima ancora che il pensiero riesca a rassicurare.
In questa fase forse non è necessario trovare risposte definitive o “aggiustare” tutto. Può essere già molto provare a non restare completamente immobile, fare un piccolo gesto concreto, anche senza voglia, per non lasciarsi trascinare del tutto dal vuoto. Non per risolvere il problema, ma per restare agganciata al presente.
Il fatto che lei abbia una psicologa e che stia già lavorando su di sé è molto importante. Il bisogno che sente ora di chiedere aiuto non è un segno di fallimento, ma della fatica di chi sta cercando di cambiare qualcosa di profondo. È comprensibile sentirsi stanca dopo anni di lotta, ma non è ferma come le sembra: il percorso che sta facendo, anche se lento e doloroso, è reale.
Ora, più di ogni altra cosa, sembra importante che lei possa concedersi un po’ di comprensione. Non sta sbagliando, sta attraversando un momento molto difficile. E anche se oggi tutto appare troppo pesante, non è sola in questo cammino.
Un caro saluto,
Dott.ssa Carmen Coppola - Psicologa a Milano, Sesto S.G, Online.
Carissima, si percepisce dalle sue parole la sua angoscia di essere abbandonata. E' molto dura, ma le dico anche che questa potrebbe rivelarsi un'occasione per lei e per la relazione, se ci lavora bene sopra questi vissuti. L'attivarsi con delle attività che le facciano piacere può essere un'ottima modalità di tamponare il senso di vuoto e iniziare a costruirsi uno spazio suo personale al di là della relazione con il suo partner. Allo stesso tempo, penso sia anche necessario indagare in terapia l'origine di queste angosce e contemporaneamente fare un lavoro di rinforzo del suo Io, affinché ciò che fa all'esterno della coppia non risulti qualcosa che sente come esigenza interna, che sente molto suo. Coraggio! Un saluto, Ilaria Innocenti
Buongiorno,
da ciò che racconta emerge una sofferenza profonda, reale e comprensibile. Il vissuto che descrive non è “esagerato” né segno di debolezza, ma il risultato di dinamiche emotive molto radicate, probabilmente legate alla sua storia precoce di instabilità, paura e attivazione ansiosa fin dall’infanzia.
Quello che sembra emergere è un funzionamento relazionale caratterizzato da una forte paura dell’abbandono e da un bisogno di sicurezza che, paradossalmente, quando si avvicina troppo può diventare anch’esso fonte di angoscia. È una dinamica frequente nei legami di tipo ansioso-ambivalente: l’altro viene vissuto come indispensabile per sentirsi “interi”, ma allo stesso tempo la vicinanza intensa può attivare paura di perdita di sé, soffocamento o rifiuto. Per questo può oscillare tra bisogno estremo e distacco, tra idealizzazione e fastidio.
La convivenza, nel suo vissuto, rappresenta comprensibilmente una promessa di stabilità e continuità, ma anche una sorta di “regolatore emotivo”: la certezza che l’altro torni, che il legame non si spezzi. Quando questa certezza viene meno, il sistema emotivo va in allarme, con vuoto, angoscia, pensieri ossessivi e blocco. Non è tanto l’evento in sé, quanto ciò che riattiva a livello profondo: antiche paure di perdita, solitudine e mancanza di appoggio interno.
È molto significativo però che lei abbia notato come, nei momenti in cui si è mossa verso esperienze nuove, progetti, viaggi, abbia sentito maggiore pienezza e persino più tranquillità nella relazione. Questo suggerisce che il benessere non passa solo dal legame, ma anche dal poter costruire gradualmente un senso di sé più autonomo, vitale e radicato. Il vuoto che sente quando tutto si ferma non è un “difetto”, ma un segnale di bisogni emotivi profondi che non hanno ancora trovato parole, spazio e contenimento adeguato.
Il fatto che oggi l’ansia sia così intensa da bloccarla, con il desiderio di sprofondare e la paura di soffocare l’altro o di essere lasciata, indica che in questo momento è molto attivata e fa fatica a regolarsi da sola. È importante sapere che non deve affrontare tutto questo senza supporto: questi temi richiedono tempo, continuità e un lavoro terapeutico mirato sulla regolazione emotiva, sull’attaccamento, sulla costruzione di sicurezza interna e confini.
Non esistono soluzioni istantanee, purtroppo, ma esistono percorsi che permettono davvero di stare meglio, di vivere le relazioni con meno angoscia e di imparare gradualmente anche a stare bene con se stessi. Le suggerisco caldamente di approfondire questi vissuti con uno specialista, soprattutto considerando la sua storia e l’intensità della sofferenza attuale.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
da ciò che racconta emerge una sofferenza profonda, reale e comprensibile. Il vissuto che descrive non è “esagerato” né segno di debolezza, ma il risultato di dinamiche emotive molto radicate, probabilmente legate alla sua storia precoce di instabilità, paura e attivazione ansiosa fin dall’infanzia.
Quello che sembra emergere è un funzionamento relazionale caratterizzato da una forte paura dell’abbandono e da un bisogno di sicurezza che, paradossalmente, quando si avvicina troppo può diventare anch’esso fonte di angoscia. È una dinamica frequente nei legami di tipo ansioso-ambivalente: l’altro viene vissuto come indispensabile per sentirsi “interi”, ma allo stesso tempo la vicinanza intensa può attivare paura di perdita di sé, soffocamento o rifiuto. Per questo può oscillare tra bisogno estremo e distacco, tra idealizzazione e fastidio.
La convivenza, nel suo vissuto, rappresenta comprensibilmente una promessa di stabilità e continuità, ma anche una sorta di “regolatore emotivo”: la certezza che l’altro torni, che il legame non si spezzi. Quando questa certezza viene meno, il sistema emotivo va in allarme, con vuoto, angoscia, pensieri ossessivi e blocco. Non è tanto l’evento in sé, quanto ciò che riattiva a livello profondo: antiche paure di perdita, solitudine e mancanza di appoggio interno.
È molto significativo però che lei abbia notato come, nei momenti in cui si è mossa verso esperienze nuove, progetti, viaggi, abbia sentito maggiore pienezza e persino più tranquillità nella relazione. Questo suggerisce che il benessere non passa solo dal legame, ma anche dal poter costruire gradualmente un senso di sé più autonomo, vitale e radicato. Il vuoto che sente quando tutto si ferma non è un “difetto”, ma un segnale di bisogni emotivi profondi che non hanno ancora trovato parole, spazio e contenimento adeguato.
Il fatto che oggi l’ansia sia così intensa da bloccarla, con il desiderio di sprofondare e la paura di soffocare l’altro o di essere lasciata, indica che in questo momento è molto attivata e fa fatica a regolarsi da sola. È importante sapere che non deve affrontare tutto questo senza supporto: questi temi richiedono tempo, continuità e un lavoro terapeutico mirato sulla regolazione emotiva, sull’attaccamento, sulla costruzione di sicurezza interna e confini.
Non esistono soluzioni istantanee, purtroppo, ma esistono percorsi che permettono davvero di stare meglio, di vivere le relazioni con meno angoscia e di imparare gradualmente anche a stare bene con se stessi. Le suggerisco caldamente di approfondire questi vissuti con uno specialista, soprattutto considerando la sua storia e l’intensità della sofferenza attuale.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Cara, sono Marika, psicologa clinica e vorrei dirti grazie per aver scritto con così tanta sincerità e profondità. Quello che descrivi non è affatto “troppo” o sbagliato: è il racconto di una sofferenza reale, antica, che oggi si riattiva in modo molto intenso dentro una relazione che per te conta moltissimo.
Provo a restituirti alcuni punti, con uno sguardo da psicologa (anche se ne hai già una).
Da quello che racconti emerge con chiarezza una dinamica di attaccamento molto dolorosa, in cui convivono due poli opposti:
- da una parte un bisogno fortissimo di vicinanza, rassicurazione e certezza, perché l’altro diventa il principale (a volte l’unico) appoggio emotivo;
-dall’altra, quando la vicinanza c’è davvero, possono emergere fastidio, chiusura, paura di essere invasa o soffocata.
Questa oscillazione non è una contraddizione del tuo carattere, ma spesso è il segno di una storia precoce in cui la sicurezza non è stata stabile, e in cui l’amore era legato anche alla paura, all’incertezza o alla perdita. In questi casi, il legame adulto può riattivare emozioni molto antiche: il corpo e il sistema emotivo reagiscono come se la posta in gioco fosse la sopravvivenza, non “solo” una relazione.
La convivenza, per te, non era solo un passo pratico: rappresentava una base sicura esterna, una garanzia contro l’abbandono. È comprensibile che la sua sospensione abbia fatto crollare tutto, perché ha tolto improvvisamente quell’ancora. Allo stesso tempo, una parte di te sapeva che appoggiarsi solo lì sarebbe stato rischioso: questa ambivalenza è molto coerente con la tua storia.
È importante sottolineare una cosa: il tuo partner non ha fatto un passo indietro perché tu sei “sbagliata”, ma perché si è trovato di fronte a una sofferenza che lo ha spaventato e che non sapeva come reggere. Questo non definisce il tuo valore né la possibilità di essere amata.
Mi colpisce molto però un aspetto fondamentale di ciò che racconti: nei momenti in cui hai investito su di te, anche spinta dal dolore, hai sperimentato pienezza, calma, presenza, e persino una relazione meno angosciosa.
Questo è un segnale potentissimo: significa che dentro di te esiste una capacità di autoregolazione, di vitalità e di direzione, anche se oggi ti sembra lontanissima.
Il vuoto che senti ora, il restare a letto, l’angoscia quando non lo vedi, non sono fallimenti: sono il segno che stai togliendo lentamente alla relazione il compito di reggere tutto, ma il resto della tua vita non è ancora abbastanza solido per sostenerti. È una fase di passaggio molto faticosa.
In questo momento specifico, visto che l’ansia è così intensa, forse l’obiettivo non è “stare bene” o “capire tutto”, ma abbassare di qualche grado l’attivazione:
- prova a fare una cosa molto piccola e concreta (una doccia calda, aprire una finestra, bere qualcosa di caldo)
Perchè, ricordati che questa ondata emotiva è transitoria, anche se ora sembra infinita.
Se riesci, porta l’attenzione sul corpo (respiri lenti, sentire i piedi appoggiati, descrivere mentalmente ciò che vedi intorno)
Non sei debole perché fai fatica a stare da sola: stai imparando ora qualcosa che nessuno ti ha potuto insegnare prima. E lo stai facendo mentre vivi una crisi relazionale, che è una delle prove più dure.
Il fatto che tu abbia una psicologa è una risorsa preziosa. Questa fase che stai attraversando è esattamente il tipo di lavoro che può essere affrontato in terapia: non per “eliminare” il bisogno dell’altro, ma per costruire dentro di te una base sicura, così che la relazione non sia più l’unico appoggio possibile.
Anche se ora senti di voler sprofondare, voglio dirti questo con chiarezza: non sei rotta, non sei irrecuperabile, e non sei sola in quello che vivi.
Quello che stai chiedendo — capire, stare in relazione senza terrore, imparare a stare con te stessa — è un desiderio sano, anche se oggi fa malissimo.
Se senti che l’angoscia diventa ingestibile o che emergono pensieri di farti del male, è importante cercare un contatto immediato (una persona fidata o un servizio di supporto). Chiedere aiuto, come stai facendo ora, è già un atto di cura.
Provo a restituirti alcuni punti, con uno sguardo da psicologa (anche se ne hai già una).
Da quello che racconti emerge con chiarezza una dinamica di attaccamento molto dolorosa, in cui convivono due poli opposti:
- da una parte un bisogno fortissimo di vicinanza, rassicurazione e certezza, perché l’altro diventa il principale (a volte l’unico) appoggio emotivo;
-dall’altra, quando la vicinanza c’è davvero, possono emergere fastidio, chiusura, paura di essere invasa o soffocata.
Questa oscillazione non è una contraddizione del tuo carattere, ma spesso è il segno di una storia precoce in cui la sicurezza non è stata stabile, e in cui l’amore era legato anche alla paura, all’incertezza o alla perdita. In questi casi, il legame adulto può riattivare emozioni molto antiche: il corpo e il sistema emotivo reagiscono come se la posta in gioco fosse la sopravvivenza, non “solo” una relazione.
La convivenza, per te, non era solo un passo pratico: rappresentava una base sicura esterna, una garanzia contro l’abbandono. È comprensibile che la sua sospensione abbia fatto crollare tutto, perché ha tolto improvvisamente quell’ancora. Allo stesso tempo, una parte di te sapeva che appoggiarsi solo lì sarebbe stato rischioso: questa ambivalenza è molto coerente con la tua storia.
È importante sottolineare una cosa: il tuo partner non ha fatto un passo indietro perché tu sei “sbagliata”, ma perché si è trovato di fronte a una sofferenza che lo ha spaventato e che non sapeva come reggere. Questo non definisce il tuo valore né la possibilità di essere amata.
Mi colpisce molto però un aspetto fondamentale di ciò che racconti: nei momenti in cui hai investito su di te, anche spinta dal dolore, hai sperimentato pienezza, calma, presenza, e persino una relazione meno angosciosa.
Questo è un segnale potentissimo: significa che dentro di te esiste una capacità di autoregolazione, di vitalità e di direzione, anche se oggi ti sembra lontanissima.
Il vuoto che senti ora, il restare a letto, l’angoscia quando non lo vedi, non sono fallimenti: sono il segno che stai togliendo lentamente alla relazione il compito di reggere tutto, ma il resto della tua vita non è ancora abbastanza solido per sostenerti. È una fase di passaggio molto faticosa.
In questo momento specifico, visto che l’ansia è così intensa, forse l’obiettivo non è “stare bene” o “capire tutto”, ma abbassare di qualche grado l’attivazione:
- prova a fare una cosa molto piccola e concreta (una doccia calda, aprire una finestra, bere qualcosa di caldo)
Perchè, ricordati che questa ondata emotiva è transitoria, anche se ora sembra infinita.
Se riesci, porta l’attenzione sul corpo (respiri lenti, sentire i piedi appoggiati, descrivere mentalmente ciò che vedi intorno)
Non sei debole perché fai fatica a stare da sola: stai imparando ora qualcosa che nessuno ti ha potuto insegnare prima. E lo stai facendo mentre vivi una crisi relazionale, che è una delle prove più dure.
Il fatto che tu abbia una psicologa è una risorsa preziosa. Questa fase che stai attraversando è esattamente il tipo di lavoro che può essere affrontato in terapia: non per “eliminare” il bisogno dell’altro, ma per costruire dentro di te una base sicura, così che la relazione non sia più l’unico appoggio possibile.
Anche se ora senti di voler sprofondare, voglio dirti questo con chiarezza: non sei rotta, non sei irrecuperabile, e non sei sola in quello che vivi.
Quello che stai chiedendo — capire, stare in relazione senza terrore, imparare a stare con te stessa — è un desiderio sano, anche se oggi fa malissimo.
Se senti che l’angoscia diventa ingestibile o che emergono pensieri di farti del male, è importante cercare un contatto immediato (una persona fidata o un servizio di supporto). Chiedere aiuto, come stai facendo ora, è già un atto di cura.
Buongiorno, ti ringrazio per aver scritto con così tanta apertura. Quello che emerge dal tuo racconto è un vissuto relazionale molto intenso, fatto di amore, paura dell’abbandono, bisogno di sicurezza e allo stesso tempo timore di perdere te stessa dentro il legame. È comprensibile che oggi tu ti senta stanca, bloccata, svuotata: quando il legame affettivo diventa il principale punto di appoggio, ogni minima oscillazione può essere vissuta come un crollo interno.
Nel modo in cui descrivi la relazione si riconosce un’alternanza forte tra dipendenza affettiva e bisogno di distanza, tra ricerca dell’altro come fonte di rassicurazione e momenti di fastidio o soffocamento quando l’altro è troppo vicino. Questa oscillazione spesso non parla dell’amore in sé, ma del significato profondo che la relazione assume: non solo uno spazio di condivisione, ma un luogo in cui trovare stabilità emotiva, continuità, senso di esistenza.
La convivenza, per come la racconti, non era solo un passo pratico, ma una rappresentazione di sicurezza, una promessa implicita che il legame non si sarebbe spezzato. Quando questa certezza è venuta meno, si sono riattivati vissuti molto antichi: vuoto, angoscia, paura intensa di essere lasciata, pensieri ossessivi. È come se una parte di te fosse tornata a sentire che senza l’altro non c’è appoggio, non c’è base sicura.
Allo stesso tempo, è molto significativo che proprio dentro questa crisi tu abbia sperimentato momenti di autonomia, vitalità, progettualità. Nuove attività, un viaggio, il contatto con una sensazione di pienezza diversa. Forse lì si è affacciata una parte di te meno dipendente dal legame, una parte che può esistere anche fuori dalla relazione. Il fatto che quella sensazione sia tornata a spegnersi non la rende falsa: indica piuttosto quanto sia fragile e quanto abbia bisogno di spazio per consolidarsi.
Dici di sentirti spesso senza desiderio, senza direzione, come se stessi solo cercando di riempire un vuoto. Questo vuoto non va forzato via: può essere visto come un segnale, un luogo interno che chiede ascolto. A volte il vuoto non è assenza, ma una zona ancora non abitata da qualcosa di tuo, separato dalla relazione.
La tua storia infantile complessa, l’ansia precoce, gli attacchi di panico, sembrano aver costruito nel tempo una ipersensibilità alla separazione e una difficoltà a regolare le emozioni quando l’altro si allontana, anche solo per pochi giorni. Non sorprende che oggi cinque giorni senza vederlo riattivino una sofferenza così intensa. Il corpo e la mente reagiscono come se fosse in gioco la sopravvivenza emotiva.
Forse la domanda che porti non è solo “come smettere di stare male”, ma come costruire una base interna più stabile, che non dipenda totalmente dalla presenza dell’altro. Come poter stare in relazione senza annullarti, senza perdere i confini, senza oscillare continuamente tra bisogno estremo e ritiro.
Il fatto che tu abbia una psicologa e che tu stia già lavorando su di te è un elemento importante. Questo momento di crisi, per quanto doloroso, sembra indicare un punto di passaggio: qualcosa che non può più funzionare come prima, ma che può aprire a una crescita personale più profonda. Continuare un percorso di sostegno psicologico può aiutarti a dare senso a questi vissuti, a lavorare sulla paura dell’abbandono, sulla regolazione dell’ansia, sulla costruzione di un’identità più solida e autonoma.
Per ora, forse non è necessario trovare una soluzione. Forse è sufficiente riconoscere che non sei sbagliata, che il tuo dolore ha una storia e che il fatto di chiedere aiuto è già un movimento vitale. Anche restare qui, a dare parole a ciò che senti, è un modo per non sprofondare del tutto. E questo, oggi, può essere abbastanza.
Nel modo in cui descrivi la relazione si riconosce un’alternanza forte tra dipendenza affettiva e bisogno di distanza, tra ricerca dell’altro come fonte di rassicurazione e momenti di fastidio o soffocamento quando l’altro è troppo vicino. Questa oscillazione spesso non parla dell’amore in sé, ma del significato profondo che la relazione assume: non solo uno spazio di condivisione, ma un luogo in cui trovare stabilità emotiva, continuità, senso di esistenza.
La convivenza, per come la racconti, non era solo un passo pratico, ma una rappresentazione di sicurezza, una promessa implicita che il legame non si sarebbe spezzato. Quando questa certezza è venuta meno, si sono riattivati vissuti molto antichi: vuoto, angoscia, paura intensa di essere lasciata, pensieri ossessivi. È come se una parte di te fosse tornata a sentire che senza l’altro non c’è appoggio, non c’è base sicura.
Allo stesso tempo, è molto significativo che proprio dentro questa crisi tu abbia sperimentato momenti di autonomia, vitalità, progettualità. Nuove attività, un viaggio, il contatto con una sensazione di pienezza diversa. Forse lì si è affacciata una parte di te meno dipendente dal legame, una parte che può esistere anche fuori dalla relazione. Il fatto che quella sensazione sia tornata a spegnersi non la rende falsa: indica piuttosto quanto sia fragile e quanto abbia bisogno di spazio per consolidarsi.
Dici di sentirti spesso senza desiderio, senza direzione, come se stessi solo cercando di riempire un vuoto. Questo vuoto non va forzato via: può essere visto come un segnale, un luogo interno che chiede ascolto. A volte il vuoto non è assenza, ma una zona ancora non abitata da qualcosa di tuo, separato dalla relazione.
La tua storia infantile complessa, l’ansia precoce, gli attacchi di panico, sembrano aver costruito nel tempo una ipersensibilità alla separazione e una difficoltà a regolare le emozioni quando l’altro si allontana, anche solo per pochi giorni. Non sorprende che oggi cinque giorni senza vederlo riattivino una sofferenza così intensa. Il corpo e la mente reagiscono come se fosse in gioco la sopravvivenza emotiva.
Forse la domanda che porti non è solo “come smettere di stare male”, ma come costruire una base interna più stabile, che non dipenda totalmente dalla presenza dell’altro. Come poter stare in relazione senza annullarti, senza perdere i confini, senza oscillare continuamente tra bisogno estremo e ritiro.
Il fatto che tu abbia una psicologa e che tu stia già lavorando su di te è un elemento importante. Questo momento di crisi, per quanto doloroso, sembra indicare un punto di passaggio: qualcosa che non può più funzionare come prima, ma che può aprire a una crescita personale più profonda. Continuare un percorso di sostegno psicologico può aiutarti a dare senso a questi vissuti, a lavorare sulla paura dell’abbandono, sulla regolazione dell’ansia, sulla costruzione di un’identità più solida e autonoma.
Per ora, forse non è necessario trovare una soluzione. Forse è sufficiente riconoscere che non sei sbagliata, che il tuo dolore ha una storia e che il fatto di chiedere aiuto è già un movimento vitale. Anche restare qui, a dare parole a ciò che senti, è un modo per non sprofondare del tutto. E questo, oggi, può essere abbastanza.
Cara leggo le parole che ha scelto di condividere con noi e ne rimango preso. Sono dense e capaci di trasmettere quanto sta provando nella sua relazione, in questo momento della sua vita.
Essere capaci di trovare la giusta distanza e intimità rappresenta una delle sfide nella coppia. In particolare quando si progetta di stringere di più la vita amorosa nella convivenza. Questo è un compito fisiologico, ma impegnativo.
Quella che lei descrive come un’altalena tra il desiderio di sfuggire e il bisogno di vicinanza è una dinamica che le rende molto più difficile l’essere nel rapporto e tollerare le ansie che possono nascere.
Mi chiedo se proprio con la sua psicologa non stia avvenendo qualcosa di analogo. E parlo del desiderio di sfuggire al rapporto con lei. Rapporto in cui poggiarsi, farsi sostenere e dialogare insieme. In definitiva anche poter dipendere da lei.
Non conosciamo le dinamiche che caratterizzano il vostro percorso terapeutico, ma posso provare a farle presente che proprio al suo interno può analizzare con la dottoressa quell’instabilità e quel vuoto che racconta aver conosciuto sin da piccola. Primo ricordo di queste oscillazioni nelle emozioni che lei sente e che al discorso della dipendenza appaiono essere in qualche modo legate.
Certo, questa è una lettura a distanza e noi non ci conosciamo, ma se dovessi darle un parere sarebbe quello di provare a superare, almeno per un momento, riserve o resistenze e parlare con la sua psicologa. Riprendere con lei i vostri discorsi, anche su quanto ci stiamo raccontando.
Oltre la chiave di volta che cerca, dalla ripresa del vostro lavoro trarrà giovamento.
Spero di aver contribuito anche in minima parte alla sua riflessione.
Un caro saluto,
Dott. AP
Essere capaci di trovare la giusta distanza e intimità rappresenta una delle sfide nella coppia. In particolare quando si progetta di stringere di più la vita amorosa nella convivenza. Questo è un compito fisiologico, ma impegnativo.
Quella che lei descrive come un’altalena tra il desiderio di sfuggire e il bisogno di vicinanza è una dinamica che le rende molto più difficile l’essere nel rapporto e tollerare le ansie che possono nascere.
Mi chiedo se proprio con la sua psicologa non stia avvenendo qualcosa di analogo. E parlo del desiderio di sfuggire al rapporto con lei. Rapporto in cui poggiarsi, farsi sostenere e dialogare insieme. In definitiva anche poter dipendere da lei.
Non conosciamo le dinamiche che caratterizzano il vostro percorso terapeutico, ma posso provare a farle presente che proprio al suo interno può analizzare con la dottoressa quell’instabilità e quel vuoto che racconta aver conosciuto sin da piccola. Primo ricordo di queste oscillazioni nelle emozioni che lei sente e che al discorso della dipendenza appaiono essere in qualche modo legate.
Certo, questa è una lettura a distanza e noi non ci conosciamo, ma se dovessi darle un parere sarebbe quello di provare a superare, almeno per un momento, riserve o resistenze e parlare con la sua psicologa. Riprendere con lei i vostri discorsi, anche su quanto ci stiamo raccontando.
Oltre la chiave di volta che cerca, dalla ripresa del vostro lavoro trarrà giovamento.
Spero di aver contribuito anche in minima parte alla sua riflessione.
Un caro saluto,
Dott. AP
Buonasera,
le sue parole restituiscono una sofferenza molto intensa, e non è difficile comprendere quanto sia faticoso per lei attraversare questo momento.
Il progetto della convivenza rappresentava qualcosa di molto importante: un’idea di stabilità, di continuità, di sicurezza del legame. Quando questo progetto è stato messo in pausa, non è venuta meno solo una scelta concreta, ma sembra essersi incrinata anche la fiducia nella tenuta della relazione. È comprensibile che questo abbia attivato un’angoscia profonda, fatta di paura di essere lasciata, di pensieri insistenti e di un senso di vuoto difficile da contenere.
Da quello che racconta, la distanza dal partner — anche solo per pochi giorni — diventa particolarmente dolorosa. Ogni momento di separazione sembra riaccendere timori molto forti, come se il legame potesse spezzarsi da un momento all’altro. Anche se razionalmente sa che la relazione non è finita, emotivamente fatica a sentirsi al sicuro.
Allo stesso tempo descrive un’altra difficoltà: quando il partner è presente, disponibile o emotivamente vicino, può emergere fastidio o senso di soffocamento. È come se oscillasse tra il bisogno intenso dell’altro e il desiderio di allontanarsi, senza riuscire a trovare una distanza che la faccia sentire davvero tranquilla. Questo movimento continuo può essere molto stancante e rendere difficile vivere la relazione con serenità.
Il vuoto che sente quando è sola è altrettanto faticoso: una sensazione di blocco, di mancanza di energia e di desiderio, come se nulla riuscisse davvero a darle sollievo. In questo stato, anche ciò che normalmente potrebbe essere di supporto sembra perdere significato.
C’è però un elemento importante nel suo racconto. In alcuni momenti — quando ha iniziato attività nuove, affrontato esperienze che la spaventavano, o si è concessa un viaggio — ha sperimentato una sensazione diversa, fatta di maggiore pienezza e tranquillità. In quei momenti, anche la relazione è stata vissuta con meno paura. Questo suggerisce che quando riesce a riconnettersi con sé stessa e con una dimensione più personale della sua vita, qualcosa dentro di lei si modifica.
Ora, invece, si sente nuovamente bloccata, stanca, sopraffatta dall’ansia e con la sensazione di non farcela da sola. Questo è un segnale di quanto il dolore sia forte in questo momento, e il bisogno di aiuto è assolutamente legittimo.
Il fatto che stia già seguendo un percorso psicologico è un elemento molto importante. Le dinamiche che descrive richiedono tempo, pazienza e continuità, ma l’esperienza che ha fatto in quei momenti di maggiore pienezza mostra che un cambiamento è possibile, anche se ora sembra lontano. Quel vissuto resta come un riferimento, qualcosa che può essere esplorato e compreso con gradualità all’interno del lavoro che sta già facendo.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
le sue parole restituiscono una sofferenza molto intensa, e non è difficile comprendere quanto sia faticoso per lei attraversare questo momento.
Il progetto della convivenza rappresentava qualcosa di molto importante: un’idea di stabilità, di continuità, di sicurezza del legame. Quando questo progetto è stato messo in pausa, non è venuta meno solo una scelta concreta, ma sembra essersi incrinata anche la fiducia nella tenuta della relazione. È comprensibile che questo abbia attivato un’angoscia profonda, fatta di paura di essere lasciata, di pensieri insistenti e di un senso di vuoto difficile da contenere.
Da quello che racconta, la distanza dal partner — anche solo per pochi giorni — diventa particolarmente dolorosa. Ogni momento di separazione sembra riaccendere timori molto forti, come se il legame potesse spezzarsi da un momento all’altro. Anche se razionalmente sa che la relazione non è finita, emotivamente fatica a sentirsi al sicuro.
Allo stesso tempo descrive un’altra difficoltà: quando il partner è presente, disponibile o emotivamente vicino, può emergere fastidio o senso di soffocamento. È come se oscillasse tra il bisogno intenso dell’altro e il desiderio di allontanarsi, senza riuscire a trovare una distanza che la faccia sentire davvero tranquilla. Questo movimento continuo può essere molto stancante e rendere difficile vivere la relazione con serenità.
Il vuoto che sente quando è sola è altrettanto faticoso: una sensazione di blocco, di mancanza di energia e di desiderio, come se nulla riuscisse davvero a darle sollievo. In questo stato, anche ciò che normalmente potrebbe essere di supporto sembra perdere significato.
C’è però un elemento importante nel suo racconto. In alcuni momenti — quando ha iniziato attività nuove, affrontato esperienze che la spaventavano, o si è concessa un viaggio — ha sperimentato una sensazione diversa, fatta di maggiore pienezza e tranquillità. In quei momenti, anche la relazione è stata vissuta con meno paura. Questo suggerisce che quando riesce a riconnettersi con sé stessa e con una dimensione più personale della sua vita, qualcosa dentro di lei si modifica.
Ora, invece, si sente nuovamente bloccata, stanca, sopraffatta dall’ansia e con la sensazione di non farcela da sola. Questo è un segnale di quanto il dolore sia forte in questo momento, e il bisogno di aiuto è assolutamente legittimo.
Il fatto che stia già seguendo un percorso psicologico è un elemento molto importante. Le dinamiche che descrive richiedono tempo, pazienza e continuità, ma l’esperienza che ha fatto in quei momenti di maggiore pienezza mostra che un cambiamento è possibile, anche se ora sembra lontano. Quel vissuto resta come un riferimento, qualcosa che può essere esplorato e compreso con gradualità all’interno del lavoro che sta già facendo.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Quello che stai vivendo è molto doloroso, ma non è casuale né segno che tu stia “sbagliando”. Il tuo modo di vivere il legame è profondamente legato alla tua storia affettiva precoce, in cui sicurezza e paura si sono intrecciate molto presto. Per questo oggi, quando l’altro si allontana, senti vuoto, angoscia e paura di essere lasciata, mentre quando si avvicina troppo puoi provare soffocamento o distacco. Questa oscillazione non parla di un amore fragile, ma di una ferita antica che si riattiva proprio nelle relazioni importanti.
La convivenza, più che una soluzione, avrebbe probabilmente funzionato come un calmante dell’ansia: ti avrebbe rassicurata nel breve periodo, senza però curare la radice della paura. Il fatto che ora tu stia soffrendo così tanto non significa che stai peggiorando, ma che stai toccando il nodo vero. È significativo che, nei momenti in cui ti sei messa in gioco in nuove esperienze o in un viaggio, tu abbia sentito più pienezza e tranquillità, anche nella relazione: questo mostra che dentro di te esiste la possibilità di stare meglio senza appoggiarti solo all’altro, anche se ora sembra lontana. Quando l’ansia è così intensa, non serve “forzarti” a stare meglio. Restare a letto non è debolezza, ma il segnale di un sistema nervoso in allarme. In questi momenti è più utile fare piccoli gesti di contenimento, come respirare lentamente, fare una doccia calda, uscire pochi minuti o scrivere ciò che senti, piuttosto che cercare motivazione. Il fastidio che a volte provi quando il tuo partner è molto vicino o vulnerabile non significa che non lo ami, ma che una parte di te teme di perdersi nell’altro. È un conflitto interno, non un rifiuto. Il fatto che lui abbia scelto di mantenere aperta la possibilità della convivenza, pur prendendosi tempo, non è un segnale di abbandono, ma di rispetto dei limiti di entrambi.
Quello che stai cercando di reggere da sola, però, nasce molto presto nella tua vita. Per questo è difficile pensare di risolverlo senza un supporto. Un percorso psicologico non è un fallimento, ma uno spazio necessario per lavorare sulla paura dell’abbandono e sull’identità dentro la relazione. Mi chiedo cosa ti impedisca, in questo momento, di contattare la tua psicologa: se è una difficoltà pratica o se chiedere aiuto ora ti spaventa ancora di più. Il fatto che tu riesca a raccontare tutto questo con tanta lucidità è già un segnale che una parte di te sta cercando una strada diversa.
La convivenza, più che una soluzione, avrebbe probabilmente funzionato come un calmante dell’ansia: ti avrebbe rassicurata nel breve periodo, senza però curare la radice della paura. Il fatto che ora tu stia soffrendo così tanto non significa che stai peggiorando, ma che stai toccando il nodo vero. È significativo che, nei momenti in cui ti sei messa in gioco in nuove esperienze o in un viaggio, tu abbia sentito più pienezza e tranquillità, anche nella relazione: questo mostra che dentro di te esiste la possibilità di stare meglio senza appoggiarti solo all’altro, anche se ora sembra lontana. Quando l’ansia è così intensa, non serve “forzarti” a stare meglio. Restare a letto non è debolezza, ma il segnale di un sistema nervoso in allarme. In questi momenti è più utile fare piccoli gesti di contenimento, come respirare lentamente, fare una doccia calda, uscire pochi minuti o scrivere ciò che senti, piuttosto che cercare motivazione. Il fastidio che a volte provi quando il tuo partner è molto vicino o vulnerabile non significa che non lo ami, ma che una parte di te teme di perdersi nell’altro. È un conflitto interno, non un rifiuto. Il fatto che lui abbia scelto di mantenere aperta la possibilità della convivenza, pur prendendosi tempo, non è un segnale di abbandono, ma di rispetto dei limiti di entrambi.
Quello che stai cercando di reggere da sola, però, nasce molto presto nella tua vita. Per questo è difficile pensare di risolverlo senza un supporto. Un percorso psicologico non è un fallimento, ma uno spazio necessario per lavorare sulla paura dell’abbandono e sull’identità dentro la relazione. Mi chiedo cosa ti impedisca, in questo momento, di contattare la tua psicologa: se è una difficoltà pratica o se chiedere aiuto ora ti spaventa ancora di più. Il fatto che tu riesca a raccontare tutto questo con tanta lucidità è già un segnale che una parte di te sta cercando una strada diversa.
Buongiorno, grazie per aver scritto e per aver condiviso con così tanta onestà e coraggio questa sofferenza profonda. Proverò a risponderle con la massima accuratezza che permette un post online, anche se per la complessità e l'intensità di ciò che sta vivendo sarebbe molto importante riprendere al più presto il contatto con la sua psicologa o, se possibile, cercare un supporto diverso nei prossimi giorni.
Quello che descrive pare essere una crisi intensa legata a paura dell'abbandono, dipendenza affettiva e un senso di sé fragile che fatica a reggersi senza la presenza dell'altro.
Questo pattern ha radici profonde ed è comprensibile che si sia attivato in modo così forte quando la sicurezza prevista dalla la convivenza è venuta meno. La buona notizia è che esistono percorsi terapeutici specifici molto efficaci per lavorare su questi temi, e che i piccoli passi che ha già fatto (viaggi, progetti, momenti di "pienezza nuova") sono segnali importanti che qualcosa può cambiare e che beneficia di questa co-costruzione dell'orizzonte i attesa futuro.
La convivenza a questo punto è quasi un paradosso, lei stessa riconosce l'ambivalenza e questo è molto lucido: la convivenza in questo momento non risolverebbe la paura dell'abbandono, ma potrebbe cristallizzarla. Perché lei potrebbe avere la "certezza che torna a dormire", ma poi potrebbe iniziare a monitorare costantemente se è presente, se è distante, se è cambiato, e il bisogno di rassicurazioni continuerebbe (o peggiorerebbe). E lui si sentirebbe soffocato, e il rischio di rottura potrebbe aumentare.
Il suo partner, per quanto spaventato, ha fatto una cosa matura e potenzialmente protettiva per entrambi: ha posto un confine ("non ora, non così") ma ha anche dato un segnale di commitment nel mantenere la stanza, lasciando aperta la possibilità.
Questo è diverso dall'abbandono, anche se lei nella sua sofferenza, lo vive come tale in questo momento.
So che vorrebbe una soluzione istantanea, e capisco profondamente questo bisogno. Purtroppo non esiste, ma ci sono cose concrete che può fare nelle prossime ore/giorni per tollerare l'angoscia senza collassare completamente:
Alzarsi e fare anche solo una piccola azione.
Quando si è paralizzati dal vuoto o dall'ansia, aspettare di "sentire voglia" non funziona. La motivazione arriva dopo l'azione, non prima, è sempre importante provare a mettersi nell'esperienza per avere un effetto terapeutico, anche se con i suoi tempi e passo dopo passo.
Provi a fare una sola cosa piccolissima: alzarsi, fare una doccia, uscire 5 minuti, preparare un tè. Non per "stare bene", ma per non sprofondare. Questo si chiama "opposite action" ed è una tecnica efficace in questi casi.
Tenga presente che conosce lei le piccole cose che la fanno stare meglio, dipende molto da come lei è e da cosa la attiva, naturalmente tutto ciò è impossibile da sapere in questa modalità.
Le consiglierei di rincominciare il percorso individuale o di trovare supporto presso un altro collega.
Volendo, può provare a coinvolgere il partner in un percorso di coppia per aiutarla a trovare un nuovo equilibrio della coppia.
Quello che sta vivendo è sicuramente molto doloroso, ma non è "colpa sua" né significa che è "troppo" o "impossibile da amare". È il risultato di una storia complessa che ha lasciato segni profondi nel modo in cui si relaziona con sé stessa e con gli altri.
Si può stare meglio, serve solo supporto adeguato e pazienza verso se stessa, tempo e un po' di impegno.
Tenga conto che queste sono idee generali: la sua situazione meriterebbe una comprensione molto più ampia e approfondita. Ma spero che queste parole possano darle almeno un po' di sollievo e direzione in questo momento così difficile.
Spero di aver aiutato un poco,
Dott. Marco Scaramuzzino
Quello che descrive pare essere una crisi intensa legata a paura dell'abbandono, dipendenza affettiva e un senso di sé fragile che fatica a reggersi senza la presenza dell'altro.
Questo pattern ha radici profonde ed è comprensibile che si sia attivato in modo così forte quando la sicurezza prevista dalla la convivenza è venuta meno. La buona notizia è che esistono percorsi terapeutici specifici molto efficaci per lavorare su questi temi, e che i piccoli passi che ha già fatto (viaggi, progetti, momenti di "pienezza nuova") sono segnali importanti che qualcosa può cambiare e che beneficia di questa co-costruzione dell'orizzonte i attesa futuro.
La convivenza a questo punto è quasi un paradosso, lei stessa riconosce l'ambivalenza e questo è molto lucido: la convivenza in questo momento non risolverebbe la paura dell'abbandono, ma potrebbe cristallizzarla. Perché lei potrebbe avere la "certezza che torna a dormire", ma poi potrebbe iniziare a monitorare costantemente se è presente, se è distante, se è cambiato, e il bisogno di rassicurazioni continuerebbe (o peggiorerebbe). E lui si sentirebbe soffocato, e il rischio di rottura potrebbe aumentare.
Il suo partner, per quanto spaventato, ha fatto una cosa matura e potenzialmente protettiva per entrambi: ha posto un confine ("non ora, non così") ma ha anche dato un segnale di commitment nel mantenere la stanza, lasciando aperta la possibilità.
Questo è diverso dall'abbandono, anche se lei nella sua sofferenza, lo vive come tale in questo momento.
So che vorrebbe una soluzione istantanea, e capisco profondamente questo bisogno. Purtroppo non esiste, ma ci sono cose concrete che può fare nelle prossime ore/giorni per tollerare l'angoscia senza collassare completamente:
Alzarsi e fare anche solo una piccola azione.
Quando si è paralizzati dal vuoto o dall'ansia, aspettare di "sentire voglia" non funziona. La motivazione arriva dopo l'azione, non prima, è sempre importante provare a mettersi nell'esperienza per avere un effetto terapeutico, anche se con i suoi tempi e passo dopo passo.
Provi a fare una sola cosa piccolissima: alzarsi, fare una doccia, uscire 5 minuti, preparare un tè. Non per "stare bene", ma per non sprofondare. Questo si chiama "opposite action" ed è una tecnica efficace in questi casi.
Tenga presente che conosce lei le piccole cose che la fanno stare meglio, dipende molto da come lei è e da cosa la attiva, naturalmente tutto ciò è impossibile da sapere in questa modalità.
Le consiglierei di rincominciare il percorso individuale o di trovare supporto presso un altro collega.
Volendo, può provare a coinvolgere il partner in un percorso di coppia per aiutarla a trovare un nuovo equilibrio della coppia.
Quello che sta vivendo è sicuramente molto doloroso, ma non è "colpa sua" né significa che è "troppo" o "impossibile da amare". È il risultato di una storia complessa che ha lasciato segni profondi nel modo in cui si relaziona con sé stessa e con gli altri.
Si può stare meglio, serve solo supporto adeguato e pazienza verso se stessa, tempo e un po' di impegno.
Tenga conto che queste sono idee generali: la sua situazione meriterebbe una comprensione molto più ampia e approfondita. Ma spero che queste parole possano darle almeno un po' di sollievo e direzione in questo momento così difficile.
Spero di aver aiutato un poco,
Dott. Marco Scaramuzzino
Buongiorno,
leggendo le sue parole si può sentire tutta la fatica di chi sta cercando di tenere insieme i pezzi di un puzzle che sembra non incastrarsi mai, nonostante l'impegno profuso.
Quello che sta vivendo non è "un difetto", ma una modalità di stare in relazione che affonda le radici nella tua storia e che oggi si riattiva con forza davanti a un cambiamento importante come la convivenza. Una consulenza può aiutarla a guardare insieme cosa sta succedendo, cambiando leggermente la prospettiva. Quando se la sente mi può contattare.
Saluti,
Dott.ssa Prelati Martina
leggendo le sue parole si può sentire tutta la fatica di chi sta cercando di tenere insieme i pezzi di un puzzle che sembra non incastrarsi mai, nonostante l'impegno profuso.
Quello che sta vivendo non è "un difetto", ma una modalità di stare in relazione che affonda le radici nella tua storia e che oggi si riattiva con forza davanti a un cambiamento importante come la convivenza. Una consulenza può aiutarla a guardare insieme cosa sta succedendo, cambiando leggermente la prospettiva. Quando se la sente mi può contattare.
Saluti,
Dott.ssa Prelati Martina
Buongiorno, da ciò che Lei racconta emerge con molta chiarezza una sofferenza che non nasce solo dall’evento recente, ma dal modo in cui il legame amoroso diventa per Lei il luogo principale in cui si concentra la possibilità di sentirsi al sicuro e, allo stesso tempo, il punto in cui questa sicurezza si incrina. Lei tende a vivere la relazione come un appoggio necessario per reggere il vuoto, ma quando questo appoggio sembra avvicinarsi troppo, come nell’idea della convivenza, qualcosa si attiva e produce angoscia, confusione, perdita dei confini. È importante non ridurre tutto alla “dipendenza” come difetto da correggere, perché ciò che Lei descrive è un’oscillazione profonda tra il bisogno dell’altro e il timore di esserne invasa, tra il desiderio di continuità e la paura di perdere sé stessa. La convivenza, per Lei, non rappresentava solo un progetto pratico, ma una promessa di stabilità contro l’angoscia dell’abbandono. Quando questa promessa si è incrinata, il vuoto è riemerso con forza. Allo stesso tempo, è significativo che proprio nel momento di maggiore crisi Lei abbia potuto fare esperienza di qualcosa di diverso, investendo in attività, progetti e movimento, sentendo una tranquillità nuova che non passava esclusivamente dal partner. Questo mostra che non è vero che Lei può stare in piedi solo dentro la relazione, ma che questa possibilità è ancora fragile e intermittente. Il fastidio che talvolta prova quando il Suo partner si mostra vulnerabile indica che l’altro, quando smette di essere solo garanzia e diventa anch’egli mancante, smette di occupare il posto che Lei gli attribuisce e questo genera disorientamento. Nel mio orientamento di lavoro si presta molta attenzione a questi movimenti, perché non si tratta di imparare a “non avere bisogno”, ma di dare un posto diverso a ciò che oggi prende tutta la scena, permettendo che il legame non sia l’unico sostegno contro il vuoto. Il gesto del Suo partner di mantenere aperta la possibilità della convivenza può essere rassicurante, ma non può colmare da solo ciò che oggi La fa soffrire così intensamente. In questo momento Lei non deve trovare una soluzione definitiva, né dimostrare di stare meglio, ma riconoscere che l’angoscia che sente parla di una storia lunga e non di un fallimento attuale.
Se lo desidera, può contattarmi. Da me troverà uno spazio di ascolto profondo, rispettoso e senza giudizio, dove poter dare parola a questo dolore e a questa paura, senza forzature e senza risposte preconfezionate.
Un cordiale saluto, dottoressa Laura Lanocita.
Se lo desidera, può contattarmi. Da me troverà uno spazio di ascolto profondo, rispettoso e senza giudizio, dove poter dare parola a questo dolore e a questa paura, senza forzature e senza risposte preconfezionate.
Un cordiale saluto, dottoressa Laura Lanocita.
Buonasera,
Dal suo messaggio emerge una sofferenza intensa, ma anche una grande capacità di osservazione di sé e del proprio funzionamento nelle relazioni. Questo non è affatto scontato, soprattutto in momenti in cui l’angoscia sembra occupare tutto lo spazio.
Da una prospettiva sistemico-relazionale, ciò che descrive non riguarda solo “lei” come individuo, ma il modo in cui la sua storia emotiva, i legami significativi del passato e la relazione attuale si incontrano e si attivano reciprocamente. La relazione con il suo partner sembra aver toccato bisogni profondi di sicurezza, continuità e appartenenza, ma allo stesso tempo ha risvegliato paure antiche legate all’abbandono, alla perdita e alla difficoltà di sentire un appoggio interno stabile.
La convivenza, da come la racconta, non era solo un passo pratico, ma un simbolo molto potente di certezza e tenuta del legame. Il fatto che questo progetto si sia fermato ha probabilmente riattivato una sensazione di crollo già conosciuta, in cui l’altro diventa l’unico punto di ancoraggio possibile e, allo stesso tempo, una fonte di timore e ambivalenza. Oscillare tra il bisogno intenso di vicinanza e il fastidio o il ritiro quando l’altro è emotivamente presente è una dinamica che spesso osserviamo in storie in cui la sicurezza affettiva è stata fragile o imprevedibile fin dall’infanzia.
È importante notare però anche un altro aspetto che lei stessa ha colto, ovvero nei momenti in cui, spinta dalla crisi, ha investito su di sé, su esperienze nuove, su progetti e sul viaggio, ha potuto sentire una pienezza diversa e una maggiore tranquillità anche nella relazione. Questo ci dice che non è “incapace di stare da sola”, ma che in alcune condizioni riesce a costruire un senso di sé più solido, meno interamente appoggiato sull’altro.
In questo momento, l’ansia che sente per i giorni di distanza dal suo partner sembra rendere tutto immobile e senza energia. Quando il vuoto è così forte, il primo obiettivo non è “stare bene” o “risolvere”, ma trovare piccoli modi per attraversare l’onda senza esserne travolta. Anche solo alzarsi dal letto, fare un gesto minimo e concreto, o restare in contatto con qualcuno, può essere già un modo per non restare sola con l’angoscia.
Il gesto del suo partner di mantenere aperta la possibilità della convivenza può essere letto come un segnale di legame che non si è spezzato, anche se oggi è incerto e spaventato per entrambi. Allo stesso tempo, il lavoro più profondo sembra riguardare la costruzione, graduale e faticosa, di un senso di sicurezza che non dipenda esclusivamente dalla presenza dell’altro, ma che possa nascere anche dentro di lei e nelle sue relazioni più ampie.
Il fatto che lei abbia una psicologa e che stia già lavorando su questi temi è una risorsa importante. Questo momento di crisi, per quanto doloroso, potrebbe diventare uno spazio in cui rimettere a fuoco insieme a lei il significato che le relazioni hanno avuto nella sua storia e come oggi si riattivano nel presente.
Per ora, accolga questo suo messaggio come un modo legittimo di chiedere aiuto. Non c’è nulla di sbagliato nel desiderare qualcuno con cui “parlare un po’” quando il peso diventa troppo grande. Continui, quando potrà, a portare tutto questo nel suo percorso terapeutico, le domande che pone sono domande profonde, e meritano tempo, cura e una relazione in cui poter essere pensate insieme.
Le auguro, per oggi, di poter trovare anche solo un piccolo appoggio per attraversare questa giornata.
Buona serata
Dal suo messaggio emerge una sofferenza intensa, ma anche una grande capacità di osservazione di sé e del proprio funzionamento nelle relazioni. Questo non è affatto scontato, soprattutto in momenti in cui l’angoscia sembra occupare tutto lo spazio.
Da una prospettiva sistemico-relazionale, ciò che descrive non riguarda solo “lei” come individuo, ma il modo in cui la sua storia emotiva, i legami significativi del passato e la relazione attuale si incontrano e si attivano reciprocamente. La relazione con il suo partner sembra aver toccato bisogni profondi di sicurezza, continuità e appartenenza, ma allo stesso tempo ha risvegliato paure antiche legate all’abbandono, alla perdita e alla difficoltà di sentire un appoggio interno stabile.
La convivenza, da come la racconta, non era solo un passo pratico, ma un simbolo molto potente di certezza e tenuta del legame. Il fatto che questo progetto si sia fermato ha probabilmente riattivato una sensazione di crollo già conosciuta, in cui l’altro diventa l’unico punto di ancoraggio possibile e, allo stesso tempo, una fonte di timore e ambivalenza. Oscillare tra il bisogno intenso di vicinanza e il fastidio o il ritiro quando l’altro è emotivamente presente è una dinamica che spesso osserviamo in storie in cui la sicurezza affettiva è stata fragile o imprevedibile fin dall’infanzia.
È importante notare però anche un altro aspetto che lei stessa ha colto, ovvero nei momenti in cui, spinta dalla crisi, ha investito su di sé, su esperienze nuove, su progetti e sul viaggio, ha potuto sentire una pienezza diversa e una maggiore tranquillità anche nella relazione. Questo ci dice che non è “incapace di stare da sola”, ma che in alcune condizioni riesce a costruire un senso di sé più solido, meno interamente appoggiato sull’altro.
In questo momento, l’ansia che sente per i giorni di distanza dal suo partner sembra rendere tutto immobile e senza energia. Quando il vuoto è così forte, il primo obiettivo non è “stare bene” o “risolvere”, ma trovare piccoli modi per attraversare l’onda senza esserne travolta. Anche solo alzarsi dal letto, fare un gesto minimo e concreto, o restare in contatto con qualcuno, può essere già un modo per non restare sola con l’angoscia.
Il gesto del suo partner di mantenere aperta la possibilità della convivenza può essere letto come un segnale di legame che non si è spezzato, anche se oggi è incerto e spaventato per entrambi. Allo stesso tempo, il lavoro più profondo sembra riguardare la costruzione, graduale e faticosa, di un senso di sicurezza che non dipenda esclusivamente dalla presenza dell’altro, ma che possa nascere anche dentro di lei e nelle sue relazioni più ampie.
Il fatto che lei abbia una psicologa e che stia già lavorando su questi temi è una risorsa importante. Questo momento di crisi, per quanto doloroso, potrebbe diventare uno spazio in cui rimettere a fuoco insieme a lei il significato che le relazioni hanno avuto nella sua storia e come oggi si riattivano nel presente.
Per ora, accolga questo suo messaggio come un modo legittimo di chiedere aiuto. Non c’è nulla di sbagliato nel desiderare qualcuno con cui “parlare un po’” quando il peso diventa troppo grande. Continui, quando potrà, a portare tutto questo nel suo percorso terapeutico, le domande che pone sono domande profonde, e meritano tempo, cura e una relazione in cui poter essere pensate insieme.
Le auguro, per oggi, di poter trovare anche solo un piccolo appoggio per attraversare questa giornata.
Buona serata
Buonasera,
Prima di tutto, grazie per essersi aperta. Non è facile andare così in profondità nelle proprie vulnerabilità, e mostrarle. Lei è stata generosa nel raccontare le proprie fragilità, e non è scontato. Ma vorrei per un secondo mettere luce su quello che invece ha funzionato: quel periodo, subito dopo la decisione del suo fidanzato di mettere in stand by il discorso convivenza, in cui nonostante il dolore lei è riuscita a occuparsi di sé, iniziare attività nuove, fare un viaggio. Mi chiedo: cosa ha funzionato in quel momento? Come mai è riuscita a vivere serenamente, in quel momento, la relazione con sé stessa prima ancora che con il suo partner? Mi sembra che lei abbia chiari alcuni dei motivi per cui le cose non funzionano. Ma forse ha meno chiari i motivi per cui, a volte, le cose invece funzionano, e forse andrebbero indagati maggiormente. Perché quei momenti dimostrano che lei non è soltanto le parti di sé fragili e dolorose, ma può essere anche altro. Forse vale la pena indagare cosa può essere questo "altro", e quando può emergere.
Prima di tutto, grazie per essersi aperta. Non è facile andare così in profondità nelle proprie vulnerabilità, e mostrarle. Lei è stata generosa nel raccontare le proprie fragilità, e non è scontato. Ma vorrei per un secondo mettere luce su quello che invece ha funzionato: quel periodo, subito dopo la decisione del suo fidanzato di mettere in stand by il discorso convivenza, in cui nonostante il dolore lei è riuscita a occuparsi di sé, iniziare attività nuove, fare un viaggio. Mi chiedo: cosa ha funzionato in quel momento? Come mai è riuscita a vivere serenamente, in quel momento, la relazione con sé stessa prima ancora che con il suo partner? Mi sembra che lei abbia chiari alcuni dei motivi per cui le cose non funzionano. Ma forse ha meno chiari i motivi per cui, a volte, le cose invece funzionano, e forse andrebbero indagati maggiormente. Perché quei momenti dimostrano che lei non è soltanto le parti di sé fragili e dolorose, ma può essere anche altro. Forse vale la pena indagare cosa può essere questo "altro", e quando può emergere.
Buonasera, grazie per aver condiviso una parte così delicata della sua storia.
Da ciò che racconta emerge una sofferenza profonda, ma anche una grande capacità di ascoltarsi e di provare a muoversi, a fare qualcosa di diverso nonostante la fatica.
Ciò che sta vivendo non è “solo” dentro di lei, ma prende forma nel modo in cui le sue esperienze precoci, le paure di perdita e il bisogno di sicurezza si attivano oggi nella relazione, soprattutto nei momenti di passaggio e cambiamento.
L’oscillazione che descrive tra bisogno intenso dell’altro e timore della vicinanza è un vissuto frequente quando il legame è allo stesso tempo fonte di protezione e di allarme.
Il fatto che questo evento doloroso abbia aperto anche spazi nuovi di iniziativa e vitalità è un segnale importante: indica che dentro di lei esistono risorse che possono essere riconosciute e integrate, senza che la relazione debba portare tutto il peso della sicurezza. Un percorso psicologico può aiutare proprio a dare senso a queste dinamiche, a comprendere come si costruisce il legame e a trovare modi più sostenibili di stare in relazione e con sé stessa, anche nei momenti di distanza.
Non è sola in questa fatica, e il fatto che abbia già un professionista di riferimento è un passo significativo.
La saluto cordialmente
Dott.ssa Mabel Morales
Da ciò che racconta emerge una sofferenza profonda, ma anche una grande capacità di ascoltarsi e di provare a muoversi, a fare qualcosa di diverso nonostante la fatica.
Ciò che sta vivendo non è “solo” dentro di lei, ma prende forma nel modo in cui le sue esperienze precoci, le paure di perdita e il bisogno di sicurezza si attivano oggi nella relazione, soprattutto nei momenti di passaggio e cambiamento.
L’oscillazione che descrive tra bisogno intenso dell’altro e timore della vicinanza è un vissuto frequente quando il legame è allo stesso tempo fonte di protezione e di allarme.
Il fatto che questo evento doloroso abbia aperto anche spazi nuovi di iniziativa e vitalità è un segnale importante: indica che dentro di lei esistono risorse che possono essere riconosciute e integrate, senza che la relazione debba portare tutto il peso della sicurezza. Un percorso psicologico può aiutare proprio a dare senso a queste dinamiche, a comprendere come si costruisce il legame e a trovare modi più sostenibili di stare in relazione e con sé stessa, anche nei momenti di distanza.
Non è sola in questa fatica, e il fatto che abbia già un professionista di riferimento è un passo significativo.
La saluto cordialmente
Dott.ssa Mabel Morales
Gentile utente,
la ringrazio davvero per la profondità, il coraggio e la lucidità con cui ha raccontato ciò che sta vivendo. Si sente chiaramente quanta sofferenza ci sia, ma anche quanta consapevolezza e quanta capacità di osservare se stessa: questo è già un segnale molto importante, anche se ora può sembrarle lontano da qualsiasi sollievo.
Quello che descrive non è “eccessivo”, né sbagliato, né indice di una fragilità personale irreparabile. È l’espressione coerente di una storia affettiva precoce segnata da paura, instabilità e mancanza di sicurezza emotiva. Quando un bambino cresce in un contesto in cui il legame non è prevedibile, il corpo e la mente imparano molto presto che l’amore può sparire, che la vicinanza è vitale ma anche pericolosa. Da adulta, il suo sistema emotivo continua a funzionare secondo quella logica: il legame è ciò che dà senso, sicurezza, orientamento… ma allo stesso tempo attiva un’angoscia profonda, perché avvicinarsi troppo significa rischiare di perdere tutto.
Per questo oscilla tra due poli che sembrano opposti ma in realtà fanno parte dello stesso movimento:
– da un lato il bisogno intenso dell’altro, la paura dell’abbandono, l’angoscia quando non c’è, il vuoto;
– dall’altro il fastidio, il distacco, la sensazione di soffocamento quando l’altro è molto presente o vulnerabile.
Non è ambivalenza “caratteriale”: è una dinamica di attaccamento disorganizzato, molto frequente in persone che hanno dovuto crescere troppo presto senza una base sicura su cui appoggiarsi. La sicurezza desiderata (la convivenza, la certezza che l’altro torni) calma l’angoscia, ma allo stesso tempo la espone a una dipendenza che la spaventa. L’incertezza, invece, la ferisce ma la costringe anche — come ha già sperimentato — a mobilitare risorse sue, vitalità, iniziativa, parti di sé che esistono ma che fanno fatica a reggere nel quotidiano.
Il fatto che, in mezzo a una crisi così dolorosa, lei sia riuscita a iniziare nuove attività, partire per un viaggio, sentire pienezza e tranquillità, non è affatto secondario. Non è “un’illusione”: è la prova che dentro di lei esistono capacità di autoregolazione e di piacere che non dipendono esclusivamente dalla relazione. Il problema è che queste parti non sono ancora sufficientemente stabili da reggere quando il legame si allenta, e allora torna il vuoto, l’angoscia, il blocco.
Il gesto del suo partner — mantenere aperta la possibilità della convivenza senza forzarla ora — è un gesto di cura e di rispetto dei limiti di entrambi. È comprensibile che la rassicuri e, allo stesso tempo, che i cinque giorni di distanza riattivino un’allerta intensa. In questi momenti non è che “non ha voglia”: il suo sistema nervoso è in uno stato di attivazione e collasso insieme. Restare a letto, sentirsi bloccata, voler scomparire sono segnali di una sofferenza reale, non di pigrizia o mancanza di volontà.
In questo momento non le serve “farcela”, né trovare soluzioni definitive. Le serve prima di tutto contenimento. Anche piccoli gesti possono aiutare a ridare un minimo di regolazione: alzarsi anche solo per bere qualcosa di caldo, fare una doccia, aprire una finestra, appoggiare i piedi a terra e respirare lentamente, ricordare al corpo che ora non è in pericolo. L’ansia che sente non è una profezia: è una memoria emotiva antica che si riattiva nel presente.
Il lavoro che sta già facendo in terapia va esattamente nella direzione giusta: non eliminare il bisogno dell’altro, ma costruire lentamente una base interna che le permetta di stare in relazione senza sentirsi costantemente sull’orlo del crollo. Imparare a stare da sola non significa smettere di desiderare il legame, ma poterlo vivere senza che diventi l’unico appoggio possibile.
Capisco profondamente il suo desiderio di una soluzione immediata. Quando il dolore dura da anni, la stanchezza è enorme. Ma ciò che la sua storia mostra è che il cambiamento non è impossibile: è già iniziato, anche se ora fa male. Non è sola in questo passaggio, e il fatto che oggi abbia chiesto aiuto è un atto di grande cura verso se stessa.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
la ringrazio davvero per la profondità, il coraggio e la lucidità con cui ha raccontato ciò che sta vivendo. Si sente chiaramente quanta sofferenza ci sia, ma anche quanta consapevolezza e quanta capacità di osservare se stessa: questo è già un segnale molto importante, anche se ora può sembrarle lontano da qualsiasi sollievo.
Quello che descrive non è “eccessivo”, né sbagliato, né indice di una fragilità personale irreparabile. È l’espressione coerente di una storia affettiva precoce segnata da paura, instabilità e mancanza di sicurezza emotiva. Quando un bambino cresce in un contesto in cui il legame non è prevedibile, il corpo e la mente imparano molto presto che l’amore può sparire, che la vicinanza è vitale ma anche pericolosa. Da adulta, il suo sistema emotivo continua a funzionare secondo quella logica: il legame è ciò che dà senso, sicurezza, orientamento… ma allo stesso tempo attiva un’angoscia profonda, perché avvicinarsi troppo significa rischiare di perdere tutto.
Per questo oscilla tra due poli che sembrano opposti ma in realtà fanno parte dello stesso movimento:
– da un lato il bisogno intenso dell’altro, la paura dell’abbandono, l’angoscia quando non c’è, il vuoto;
– dall’altro il fastidio, il distacco, la sensazione di soffocamento quando l’altro è molto presente o vulnerabile.
Non è ambivalenza “caratteriale”: è una dinamica di attaccamento disorganizzato, molto frequente in persone che hanno dovuto crescere troppo presto senza una base sicura su cui appoggiarsi. La sicurezza desiderata (la convivenza, la certezza che l’altro torni) calma l’angoscia, ma allo stesso tempo la espone a una dipendenza che la spaventa. L’incertezza, invece, la ferisce ma la costringe anche — come ha già sperimentato — a mobilitare risorse sue, vitalità, iniziativa, parti di sé che esistono ma che fanno fatica a reggere nel quotidiano.
Il fatto che, in mezzo a una crisi così dolorosa, lei sia riuscita a iniziare nuove attività, partire per un viaggio, sentire pienezza e tranquillità, non è affatto secondario. Non è “un’illusione”: è la prova che dentro di lei esistono capacità di autoregolazione e di piacere che non dipendono esclusivamente dalla relazione. Il problema è che queste parti non sono ancora sufficientemente stabili da reggere quando il legame si allenta, e allora torna il vuoto, l’angoscia, il blocco.
Il gesto del suo partner — mantenere aperta la possibilità della convivenza senza forzarla ora — è un gesto di cura e di rispetto dei limiti di entrambi. È comprensibile che la rassicuri e, allo stesso tempo, che i cinque giorni di distanza riattivino un’allerta intensa. In questi momenti non è che “non ha voglia”: il suo sistema nervoso è in uno stato di attivazione e collasso insieme. Restare a letto, sentirsi bloccata, voler scomparire sono segnali di una sofferenza reale, non di pigrizia o mancanza di volontà.
In questo momento non le serve “farcela”, né trovare soluzioni definitive. Le serve prima di tutto contenimento. Anche piccoli gesti possono aiutare a ridare un minimo di regolazione: alzarsi anche solo per bere qualcosa di caldo, fare una doccia, aprire una finestra, appoggiare i piedi a terra e respirare lentamente, ricordare al corpo che ora non è in pericolo. L’ansia che sente non è una profezia: è una memoria emotiva antica che si riattiva nel presente.
Il lavoro che sta già facendo in terapia va esattamente nella direzione giusta: non eliminare il bisogno dell’altro, ma costruire lentamente una base interna che le permetta di stare in relazione senza sentirsi costantemente sull’orlo del crollo. Imparare a stare da sola non significa smettere di desiderare il legame, ma poterlo vivere senza che diventi l’unico appoggio possibile.
Capisco profondamente il suo desiderio di una soluzione immediata. Quando il dolore dura da anni, la stanchezza è enorme. Ma ciò che la sua storia mostra è che il cambiamento non è impossibile: è già iniziato, anche se ora fa male. Non è sola in questo passaggio, e il fatto che oggi abbia chiesto aiuto è un atto di grande cura verso se stessa.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
Buongiorno,
quello che descrive è una sofferenza intensa e reale, e il modo in cui riesce a raccontarla mostra quanta consapevolezza abbia già costruito su di sé. Non sta esagerando e non è fragile nel senso svalutante del termine. Sta vivendo l’attivazione profonda di ferite antiche che si riaccendono proprio quando il legame diventa significativo.
Da quello che racconta emerge con chiarezza una dinamica molto tipica delle storie di attaccamento segnate da instabilità precoce. Il legame affettivo diventa allo stesso tempo rifugio e minaccia. Quando la vicinanza aumenta, come nel progetto di convivenza, si attiva il desiderio di sicurezza ma anche la paura di perdersi, di dipendere troppo, di essere travolta. Quando invece la distanza si fa sentire, emerge l’angoscia dell’abbandono, il vuoto, la sensazione di non avere un appoggio interno su cui stare.
Questa oscillazione tra bisogno estremo dell’altro e momenti di fastidio o distacco non significa che non ami il suo partner. Significa che dentro di lei convivono parti molto diverse. Una parte bambina che cerca disperatamente rassicurazione e una parte che teme di essere inghiottita dal legame perché in passato la sicurezza non è mai stata davvero stabile. Per questo la certezza la calma e la spaventa allo stesso tempo.
Il fatto che nei momenti di autonomia, di viaggio, di nuove attività, abbia sentito pienezza e tranquillità è un segnale molto importante. Non indica che la relazione sia sbagliata, ma che quando lei riesce a sentire di avere una base interna, anche il legame diventa meno minaccioso. Quando invece torna la quotidianità vuota, priva di desideri e di appigli, tutta la pressione ricade sulla relazione, che diventa l’unico regolatore emotivo possibile.
L’ansia che prova oggi per cinque giorni di distanza non parla di questi cinque giorni in sé, ma di una paura più antica di restare sola con emozioni che sembrano ingestibili. Il blocco, la difficoltà ad alzarsi dal letto, il desiderio di scomparire un po’ sono segnali di quanto questo stato sia faticoso da sostenere senza un contenimento.
Il gesto del suo partner di mantenere aperta la possibilità della convivenza è significativo e mostra cura. Allo stesso tempo, il lavoro che la aspetta non è dimostrare di essere meno bisognosa per non perderlo, ma costruire lentamente un senso di sicurezza che non dipenda solo dalla sua presenza. Questo è un percorso lungo e non si risolve con la forza di volontà.
In questo momento, se può, provi a fare una cosa molto semplice e concreta. Non si chieda di stare bene o di non avere ansia. Si chieda solo di fare un piccolo gesto di cura oggi, anche minimo, come alzarsi, bere qualcosa, aprire una finestra, muovere il corpo per pochi minuti. Non per risolvere tutto, ma per dirsi che non è completamente in balia di ciò che sente.
Quello che sta vivendo non è un fallimento del percorso terapeutico, ma una fase in cui il nodo relazionale si è reso visibile. Quando potrà tornare a parlarne con la sua psicologa, questo materiale sarà prezioso. Nel frattempo, non si giudichi per la fatica che sente. Il suo non è un capriccio, è un grido di bisogno che nasce da una storia complessa. Anche se ora sembra tutto fermo, il fatto che stia cercando aiuto e che abbia già fatto piccoli passi verso una vita più sua dice che qualcosa, dentro di lei, sta già lavorando.
quello che descrive è una sofferenza intensa e reale, e il modo in cui riesce a raccontarla mostra quanta consapevolezza abbia già costruito su di sé. Non sta esagerando e non è fragile nel senso svalutante del termine. Sta vivendo l’attivazione profonda di ferite antiche che si riaccendono proprio quando il legame diventa significativo.
Da quello che racconta emerge con chiarezza una dinamica molto tipica delle storie di attaccamento segnate da instabilità precoce. Il legame affettivo diventa allo stesso tempo rifugio e minaccia. Quando la vicinanza aumenta, come nel progetto di convivenza, si attiva il desiderio di sicurezza ma anche la paura di perdersi, di dipendere troppo, di essere travolta. Quando invece la distanza si fa sentire, emerge l’angoscia dell’abbandono, il vuoto, la sensazione di non avere un appoggio interno su cui stare.
Questa oscillazione tra bisogno estremo dell’altro e momenti di fastidio o distacco non significa che non ami il suo partner. Significa che dentro di lei convivono parti molto diverse. Una parte bambina che cerca disperatamente rassicurazione e una parte che teme di essere inghiottita dal legame perché in passato la sicurezza non è mai stata davvero stabile. Per questo la certezza la calma e la spaventa allo stesso tempo.
Il fatto che nei momenti di autonomia, di viaggio, di nuove attività, abbia sentito pienezza e tranquillità è un segnale molto importante. Non indica che la relazione sia sbagliata, ma che quando lei riesce a sentire di avere una base interna, anche il legame diventa meno minaccioso. Quando invece torna la quotidianità vuota, priva di desideri e di appigli, tutta la pressione ricade sulla relazione, che diventa l’unico regolatore emotivo possibile.
L’ansia che prova oggi per cinque giorni di distanza non parla di questi cinque giorni in sé, ma di una paura più antica di restare sola con emozioni che sembrano ingestibili. Il blocco, la difficoltà ad alzarsi dal letto, il desiderio di scomparire un po’ sono segnali di quanto questo stato sia faticoso da sostenere senza un contenimento.
Il gesto del suo partner di mantenere aperta la possibilità della convivenza è significativo e mostra cura. Allo stesso tempo, il lavoro che la aspetta non è dimostrare di essere meno bisognosa per non perderlo, ma costruire lentamente un senso di sicurezza che non dipenda solo dalla sua presenza. Questo è un percorso lungo e non si risolve con la forza di volontà.
In questo momento, se può, provi a fare una cosa molto semplice e concreta. Non si chieda di stare bene o di non avere ansia. Si chieda solo di fare un piccolo gesto di cura oggi, anche minimo, come alzarsi, bere qualcosa, aprire una finestra, muovere il corpo per pochi minuti. Non per risolvere tutto, ma per dirsi che non è completamente in balia di ciò che sente.
Quello che sta vivendo non è un fallimento del percorso terapeutico, ma una fase in cui il nodo relazionale si è reso visibile. Quando potrà tornare a parlarne con la sua psicologa, questo materiale sarà prezioso. Nel frattempo, non si giudichi per la fatica che sente. Il suo non è un capriccio, è un grido di bisogno che nasce da una storia complessa. Anche se ora sembra tutto fermo, il fatto che stia cercando aiuto e che abbia già fatto piccoli passi verso una vita più sua dice che qualcosa, dentro di lei, sta già lavorando.
Buongiorno,
la ringrazio per la fiducia e per aver condiviso in modo così autentico e lucido ciò che sta vivendo. Dalle sue parole emerge una sofferenza intensa, ma anche una grande capacità di osservazione di sé e dei propri vissuti, qualità tutt’altro che scontate nei momenti di crisi.
Le oscillazioni che descrive – tra un forte bisogno di vicinanza e il timore di sentirsi soffocata, tra il desiderio di sicurezza e la paura che essa venga meno – sono spesso il segnale di ferite relazionali profonde, radicate nel tempo, che tendono a riattivarsi proprio nei legami significativi. In questi momenti l’angoscia può diventare molto intensa e dare la sensazione di “non avere appoggi” al di fuori della relazione, come lei descrive con grande chiarezza.
È importante sottolineare che ciò che prova non è un fallimento personale, ma un linguaggio della sua storia emotiva che chiede ascolto e cura. Il fatto che questa crisi l’abbia anche spinta, seppur tra molta fatica, a muovere passi nuovi verso di sé è un elemento prezioso, che merita di essere sostenuto e accompagnato.
In una fase così delicata è fondamentale non restare sola: poter portare questi vissuti all’interno di un percorso psicologico stabile, in uno spazio protetto e continuativo, può aiutarla a comprendere il senso di questa angoscia, a rafforzare gradualmente le sue basi interne e a vivere il legame senza che diventi l’unico luogo di sicurezza possibile. Se in questo momento non riesce a contattare la sua psicologa, le suggerisco di farlo non appena possibile, condividendo apertamente l’intensità di ciò che sta attraversando.
Il suo è davvero un grido di aiuto, e merita ascolto, rispetto e tempo. Non esistono soluzioni immediate, ma esistono percorsi che, passo dopo passo, permettono di stare meglio con sé e con l’altro.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
la ringrazio per la fiducia e per aver condiviso in modo così autentico e lucido ciò che sta vivendo. Dalle sue parole emerge una sofferenza intensa, ma anche una grande capacità di osservazione di sé e dei propri vissuti, qualità tutt’altro che scontate nei momenti di crisi.
Le oscillazioni che descrive – tra un forte bisogno di vicinanza e il timore di sentirsi soffocata, tra il desiderio di sicurezza e la paura che essa venga meno – sono spesso il segnale di ferite relazionali profonde, radicate nel tempo, che tendono a riattivarsi proprio nei legami significativi. In questi momenti l’angoscia può diventare molto intensa e dare la sensazione di “non avere appoggi” al di fuori della relazione, come lei descrive con grande chiarezza.
È importante sottolineare che ciò che prova non è un fallimento personale, ma un linguaggio della sua storia emotiva che chiede ascolto e cura. Il fatto che questa crisi l’abbia anche spinta, seppur tra molta fatica, a muovere passi nuovi verso di sé è un elemento prezioso, che merita di essere sostenuto e accompagnato.
In una fase così delicata è fondamentale non restare sola: poter portare questi vissuti all’interno di un percorso psicologico stabile, in uno spazio protetto e continuativo, può aiutarla a comprendere il senso di questa angoscia, a rafforzare gradualmente le sue basi interne e a vivere il legame senza che diventi l’unico luogo di sicurezza possibile. Se in questo momento non riesce a contattare la sua psicologa, le suggerisco di farlo non appena possibile, condividendo apertamente l’intensità di ciò che sta attraversando.
Il suo è davvero un grido di aiuto, e merita ascolto, rispetto e tempo. Non esistono soluzioni immediate, ma esistono percorsi che, passo dopo passo, permettono di stare meglio con sé e con l’altro.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Buongiorno,
avendo già cominciato un percorso psicoterapico, l'invito è di continuarlo senza chiedere ulteriori pareri. Altre indicazioni potrebbero inquinare il setting terapeutico ed in questo momento esser deleteri. Aspetti il ritorno della collega, i suoi potrebbero essere interessanti spunti di riflessione su cui soffermarsi e da cui ripartire.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
avendo già cominciato un percorso psicoterapico, l'invito è di continuarlo senza chiedere ulteriori pareri. Altre indicazioni potrebbero inquinare il setting terapeutico ed in questo momento esser deleteri. Aspetti il ritorno della collega, i suoi potrebbero essere interessanti spunti di riflessione su cui soffermarsi e da cui ripartire.
Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Buonasera, penso che abbia fatto bene a chiedere aiuto e che la sua storia personale può avere un grande peso nel senso di vuoto e nella paura di abbandono che prova. D'altra parte ha delle risorse, in quanto è riuscita a realizzare progetti per sé e da sola. Credo però che con la sola forza di volontà non può giungere all'equilibrio che lei desidera. Le suggerisco di intraprendere un percorso di psicoterapia costante, con cadenza settimanale e, se è possibile con uno psicoterapeuta che lavori con emdr.
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi
Cordiali saluti
Dott.ssa Valeria Randisi
Esperti
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