Buongiorno, vorrei sottoporvi una mia problematica. Ho 37 anni e fin da ragazzina ho avuto diffico
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Buongiorno,
vorrei sottoporvi una mia problematica. Ho 37 anni e fin da ragazzina ho avuto difficoltà nel relazionarmi.
Quando andavo a scuola ho sofferto di bullismo, mi canzonavano per il mio aspetto (a loro dire, ero una racchia) e subito costanti angherie.
Anche per questo motivo fino ai 19 anni non ho mai avuto alcuna esperienza sessuale o di amore giovanile ma da ragazzina non mi ponevo il problema, ho sempre avuto molte passioni e poche amicizie ed ero contenta così.
Dai 20 ai 23 anni ho avuto la mia prima storia seria con una persona rivelatasi poi insicura e con la quale vi erano costanti litigi. Dopo quasi 3 anni decido di chiudere questa relazione e per un po' sono stata bene così da single. Il problema nasceva quando provavo a rimettermi in gioco, perchè incontravo puntualmente persone interessate solo a rapporti fisici.
Dopo questa prima storia ho avuto altre 3 relazioni (tutte a distanza di anni l'una dall'altra) della durata di un anno. In queste relazioni sono stata sia lasciata (dicevano di non sentirsi pronti) e ino l'ho lasciato io. Il problema nasce dal fatto che spesso e volentieri mi sentivo una sorta di passatempo per loro, non ho mai percepito un interesse reale di voler costruire qualcosa.
Ad oggi sono single da quasi 5 anni e comincio a pensare che forse o nemmeno io voglio costruire qualcosa o sono sfortunata. In questi anni ho provato spesso a rimettermi in pista ma non sono mai andata oltre 2 appuntamenti. E temo che l'interesse che gli uomini hanno sia solo di natura sessuale. Quando ci esco insieme li vedo distratti e sembra quasi che debba corteggiare solo io. Inoltre non mi spiego come mai per anni sono trascorsi mesi senza fsrr incontri nella vita quotidiana e mi sono dovuta abbassare ad usare le app di dating per poi rivelarsi un ricettacolo di mercenari.
Quando esco trovo solo gente molto grande o già impegnata e non so più dove sbattere la testa.
Sono sola da anni e temo di non riuscire a sopportare altrettanti anni da sola.
Mi chiedo solo che cosa ho fatto per meritare un simile dolore quando tutte le ragazze trovano qualcuno.
In questi anni ho cercato delle risposte ma non me trovo. Comincio a pemsare che semplicemente non sono il tipo di donna con la quale un uomo vorrebbe una relazione. Mi sento depressa e spesso esco a camminare per ore o anche senza meta. Tanti mi dicono: "meglio sola che male accompagnata". Ma cosa ne sanno del dolore? Di quel dolore che ti fa bagnare il cuscino di lacrime! Vorrei solo potermi rassegnare una volta per tutte e tenermi tutto magari sposandomi al lavoro. Ma non penso sia possibile non amare più
Ti dicono "trovato un hobby ", beh ne ho una serie ma non bastano a colmare il vuoto perché la testa va a quel pensiero, il pensiero "ok, togliti dalla testa di avere un compagno!"
Ho superato tanti momenti bui nella mia vita ma la solitudine perenne penso non sia accettabile per nessuno sopratutto se pensi che hai un cuore grande.
Vi chiedo solo se esiste un modo per convivere con questo tarlo nel cervello.
vorrei sottoporvi una mia problematica. Ho 37 anni e fin da ragazzina ho avuto difficoltà nel relazionarmi.
Quando andavo a scuola ho sofferto di bullismo, mi canzonavano per il mio aspetto (a loro dire, ero una racchia) e subito costanti angherie.
Anche per questo motivo fino ai 19 anni non ho mai avuto alcuna esperienza sessuale o di amore giovanile ma da ragazzina non mi ponevo il problema, ho sempre avuto molte passioni e poche amicizie ed ero contenta così.
Dai 20 ai 23 anni ho avuto la mia prima storia seria con una persona rivelatasi poi insicura e con la quale vi erano costanti litigi. Dopo quasi 3 anni decido di chiudere questa relazione e per un po' sono stata bene così da single. Il problema nasceva quando provavo a rimettermi in gioco, perchè incontravo puntualmente persone interessate solo a rapporti fisici.
Dopo questa prima storia ho avuto altre 3 relazioni (tutte a distanza di anni l'una dall'altra) della durata di un anno. In queste relazioni sono stata sia lasciata (dicevano di non sentirsi pronti) e ino l'ho lasciato io. Il problema nasce dal fatto che spesso e volentieri mi sentivo una sorta di passatempo per loro, non ho mai percepito un interesse reale di voler costruire qualcosa.
Ad oggi sono single da quasi 5 anni e comincio a pensare che forse o nemmeno io voglio costruire qualcosa o sono sfortunata. In questi anni ho provato spesso a rimettermi in pista ma non sono mai andata oltre 2 appuntamenti. E temo che l'interesse che gli uomini hanno sia solo di natura sessuale. Quando ci esco insieme li vedo distratti e sembra quasi che debba corteggiare solo io. Inoltre non mi spiego come mai per anni sono trascorsi mesi senza fsrr incontri nella vita quotidiana e mi sono dovuta abbassare ad usare le app di dating per poi rivelarsi un ricettacolo di mercenari.
Quando esco trovo solo gente molto grande o già impegnata e non so più dove sbattere la testa.
Sono sola da anni e temo di non riuscire a sopportare altrettanti anni da sola.
Mi chiedo solo che cosa ho fatto per meritare un simile dolore quando tutte le ragazze trovano qualcuno.
In questi anni ho cercato delle risposte ma non me trovo. Comincio a pemsare che semplicemente non sono il tipo di donna con la quale un uomo vorrebbe una relazione. Mi sento depressa e spesso esco a camminare per ore o anche senza meta. Tanti mi dicono: "meglio sola che male accompagnata". Ma cosa ne sanno del dolore? Di quel dolore che ti fa bagnare il cuscino di lacrime! Vorrei solo potermi rassegnare una volta per tutte e tenermi tutto magari sposandomi al lavoro. Ma non penso sia possibile non amare più
Ti dicono "trovato un hobby ", beh ne ho una serie ma non bastano a colmare il vuoto perché la testa va a quel pensiero, il pensiero "ok, togliti dalla testa di avere un compagno!"
Ho superato tanti momenti bui nella mia vita ma la solitudine perenne penso non sia accettabile per nessuno sopratutto se pensi che hai un cuore grande.
Vi chiedo solo se esiste un modo per convivere con questo tarlo nel cervello.
Buongiorno. Da come si espone, si sente una sofferenza profonda e prolungata, che non riguarda solo la mancanza di una relazione, ma anche il significato che questa ha assunto nel tempo: sentirsi non scelta, non vista, non riconosciuta.
Le esperienze di bullismo e le relazioni vissute come poco reciproche possono aver contribuito a costruire uno schema interno in cui si aspetta di non essere davvero desiderata o di dover “guadagnare” l’interesse dell’altro. Questo può influenzare il modo in cui si percepisce e anche il tipo di dinamiche che si attivano negli incontri.
Il dolore che descrive è reale e non si riduce con frasi come “meglio soli”. Allo stesso tempo, il punto non è “rassegnarsi a non amare”, ma comprendere cosa accade nel suo modo di stare nelle relazioni e nel modo in cui si vede attraverso lo sguardo dell’altro.
Quando il bisogno di relazione diventa così centrale, il rischio è che ogni incontro venga vissuto come una prova del proprio valore, aumentando la fatica e il senso di rifiuto.
Le esperienze di bullismo e le relazioni vissute come poco reciproche possono aver contribuito a costruire uno schema interno in cui si aspetta di non essere davvero desiderata o di dover “guadagnare” l’interesse dell’altro. Questo può influenzare il modo in cui si percepisce e anche il tipo di dinamiche che si attivano negli incontri.
Il dolore che descrive è reale e non si riduce con frasi come “meglio soli”. Allo stesso tempo, il punto non è “rassegnarsi a non amare”, ma comprendere cosa accade nel suo modo di stare nelle relazioni e nel modo in cui si vede attraverso lo sguardo dell’altro.
Quando il bisogno di relazione diventa così centrale, il rischio è che ogni incontro venga vissuto come una prova del proprio valore, aumentando la fatica e il senso di rifiuto.
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Buongiorno, quello che racconta è profondamente toccante e arriva con tutta la sua fatica, ma anche con una grande lucidità su ciò che ha vissuto. La sua sofferenza non è esagerata né “sbagliata”: è il dolore reale di chi desidera un legame autentico e, nonostante i tentativi, continua a sentirsi esclusa o non scelta. E questo, nel tempo, logora, perché tocca un bisogno umano fondamentale, quello di essere visti, desiderati e amati per ciò che si è.
La sua storia ha delle radici importanti: il bullismo, le prese in giro sull’aspetto, le esperienze relazionali in cui non si è sentita davvero scelta. Tutto questo, anche se lei ha costruito una vita ricca di interessi e ha dimostrato grande forza, può aver lasciato dentro una traccia silenziosa, una ferita legata al senso di valore personale e al sentirsi “degna” di amore. Non è qualcosa di consapevole o volontario, ma spesso queste esperienze portano a sviluppare aspettative dolorose, come quella di essere cercata solo per l’aspetto fisico o di non essere abbastanza per costruire qualcosa di stabile.
Non significa che lei non sia una donna con cui costruire una relazione, ma che probabilmente si è trovata, anche inconsapevolmente, in dinamiche o contesti che non favorivano incontri autentici. Le app di dating, ad esempio, possono amplificare proprio quel tipo di attenzione superficiale che lei teme e rifiuta, alimentando ancora di più la sensazione di essere vista solo in un certo modo. Questo però non definisce il suo valore né le sue possibilità.
Il punto più delicato è un altro: lei dice “forse non sono il tipo di donna che un uomo vorrebbe”. Questa frase fa molto male, perché sembra una conclusione definitiva su di sé. Ma non è una verità, è una ferita che parla. Il rischio è che, col tempo, questa convinzione diventi così forte da influenzare anche il modo in cui si presenta agli altri, magari facendola sentire già “fuori gioco” ancora prima di iniziare davvero a conoscere qualcuno.
Riguardo alla sua domanda più importante, cioè se esiste un modo per convivere con questo “tarlo”, la risposta è sì, ma non nel senso di rassegnarsi o spegnere il desiderio di amare. Piuttosto si tratta di trasformare il rapporto con quella mancanza: imparare a non far dipendere il proprio valore e la propria serenità dalla presenza di un partner, pur continuando a desiderarlo. È un equilibrio difficile ma possibile. Significa lavorare su di sé non per “trovare qualcuno”, ma per sentirsi piena anche da sola, senza che questo annulli il desiderio di condividere la vita con qualcuno.
Il dolore che descrive, quel pianto nel cuscino, quella sensazione di vuoto che neanche gli hobby riescono a colmare, merita uno spazio di ascolto più profondo. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla non perché “c’è qualcosa che non va in lei”, ma perché c’è una ferita che ha bisogno di essere vista, compresa e rielaborata, così da non guidare più le sue esperienze relazionali.
Non è condannata alla solitudine, e non deve convincersi a non amare più. Il suo desiderio di amore dice qualcosa di bello su di lei, non qualcosa che deve essere eliminato. Il lavoro, semmai, è fare in modo che quel desiderio non si trasformi in una sentenza contro se stessa.
Se vuole, possiamo anche ragionare insieme su come creare contesti più favorevoli per incontri diversi da quelli che ha fatto finora, ma partendo sempre da un punto fondamentale: lei non è “sbagliata”, è una persona che ha sofferto e che sta cercando il suo posto nelle relazioni. E questo merita rispetto, non giudizio
La sua storia ha delle radici importanti: il bullismo, le prese in giro sull’aspetto, le esperienze relazionali in cui non si è sentita davvero scelta. Tutto questo, anche se lei ha costruito una vita ricca di interessi e ha dimostrato grande forza, può aver lasciato dentro una traccia silenziosa, una ferita legata al senso di valore personale e al sentirsi “degna” di amore. Non è qualcosa di consapevole o volontario, ma spesso queste esperienze portano a sviluppare aspettative dolorose, come quella di essere cercata solo per l’aspetto fisico o di non essere abbastanza per costruire qualcosa di stabile.
Non significa che lei non sia una donna con cui costruire una relazione, ma che probabilmente si è trovata, anche inconsapevolmente, in dinamiche o contesti che non favorivano incontri autentici. Le app di dating, ad esempio, possono amplificare proprio quel tipo di attenzione superficiale che lei teme e rifiuta, alimentando ancora di più la sensazione di essere vista solo in un certo modo. Questo però non definisce il suo valore né le sue possibilità.
Il punto più delicato è un altro: lei dice “forse non sono il tipo di donna che un uomo vorrebbe”. Questa frase fa molto male, perché sembra una conclusione definitiva su di sé. Ma non è una verità, è una ferita che parla. Il rischio è che, col tempo, questa convinzione diventi così forte da influenzare anche il modo in cui si presenta agli altri, magari facendola sentire già “fuori gioco” ancora prima di iniziare davvero a conoscere qualcuno.
Riguardo alla sua domanda più importante, cioè se esiste un modo per convivere con questo “tarlo”, la risposta è sì, ma non nel senso di rassegnarsi o spegnere il desiderio di amare. Piuttosto si tratta di trasformare il rapporto con quella mancanza: imparare a non far dipendere il proprio valore e la propria serenità dalla presenza di un partner, pur continuando a desiderarlo. È un equilibrio difficile ma possibile. Significa lavorare su di sé non per “trovare qualcuno”, ma per sentirsi piena anche da sola, senza che questo annulli il desiderio di condividere la vita con qualcuno.
Il dolore che descrive, quel pianto nel cuscino, quella sensazione di vuoto che neanche gli hobby riescono a colmare, merita uno spazio di ascolto più profondo. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla non perché “c’è qualcosa che non va in lei”, ma perché c’è una ferita che ha bisogno di essere vista, compresa e rielaborata, così da non guidare più le sue esperienze relazionali.
Non è condannata alla solitudine, e non deve convincersi a non amare più. Il suo desiderio di amore dice qualcosa di bello su di lei, non qualcosa che deve essere eliminato. Il lavoro, semmai, è fare in modo che quel desiderio non si trasformi in una sentenza contro se stessa.
Se vuole, possiamo anche ragionare insieme su come creare contesti più favorevoli per incontri diversi da quelli che ha fatto finora, ma partendo sempre da un punto fondamentale: lei non è “sbagliata”, è una persona che ha sofferto e che sta cercando il suo posto nelle relazioni. E questo merita rispetto, non giudizio
Salve, ho letto con attenzione ciò che ha condiviso.
In primis, le dico che mi dispiace che lei provi questo forte dolore emotivo con il quale combatte quotidianamente.
Da ciò che ho letto, mi sento di suggerirle di fare un lavoro incentrato sull'immagine che lei ha di sé stessa. Di frequente si è riferita a sé come "un passatempo", "il tipo di donna che un uomo non desidera in una relazione" e così via. Lavorare sull'aspetto identitario potrebbe essere una strada utile per lei, poiché asserisce di avere molti hobby ed interessi, ma nonostante questo sente questo vuoto incolmabile dato dall'assenza di un compagno, ed è propri qui che si dovrebbe lavorare. Analizzando la causa profonda ed il significato di questo vuoto.
Quando lei dice "li vedo distratti e sembra quasi che debba corteggiare solo io", penso che, date le sue esperienze passate, lei ricerchi una conferma dall'altro circa le credenze che ha di sé anche se magari, e non dico che sia così, l'altro non è veramente distratto ma, ad esempio, è timido e non riesce a dimostrarle ciò che lei desidera. Questo lo facciamo tutti. Tutti noi approcciano all'altro con delle aspettative e delle credenze, il lavoro è andare ad identificare le sue e capire se siano funzionali sia per sé stessa , sia per l'interazione con l'altro.
Non mi sento di demonizzare le app di dating, perché queste permettono come dice lei di "rimettersi in gioco" e lei l'ha fatto, anche se purtroppo non ha trovato la persona ideale per costruire qualcosa.
Mi sento di dirle che a volte ci sentiamo persi, come se la situazione non avesse rimedio ed invece poi succede qualcosa per la quale capiamo che in realtà la via d'uscita esiste. Molto spesso però, questa via d'uscita la dobbiamo costruire noi, in noi stessi.
Il lavoro che facciamo su noi stessi ci permette non solo di elaborare quel dolore intenso che sentiamo, ma di lavorare sulle credenze negative che abbiamo su noi stessi e sulla nostra vita. Una volta che modifichiamo queste false credenze con una visione più positiva e realistica, le cose cominciano a cambiare e non perchè magicamente cambia la nostra vita, ma perchè le informazioni che andiamo a ricercare non saranno più solo negative.
Rimango a sua disposizione qualora voglia dirmi o chiedermi altro.
Un saluto.
In primis, le dico che mi dispiace che lei provi questo forte dolore emotivo con il quale combatte quotidianamente.
Da ciò che ho letto, mi sento di suggerirle di fare un lavoro incentrato sull'immagine che lei ha di sé stessa. Di frequente si è riferita a sé come "un passatempo", "il tipo di donna che un uomo non desidera in una relazione" e così via. Lavorare sull'aspetto identitario potrebbe essere una strada utile per lei, poiché asserisce di avere molti hobby ed interessi, ma nonostante questo sente questo vuoto incolmabile dato dall'assenza di un compagno, ed è propri qui che si dovrebbe lavorare. Analizzando la causa profonda ed il significato di questo vuoto.
Quando lei dice "li vedo distratti e sembra quasi che debba corteggiare solo io", penso che, date le sue esperienze passate, lei ricerchi una conferma dall'altro circa le credenze che ha di sé anche se magari, e non dico che sia così, l'altro non è veramente distratto ma, ad esempio, è timido e non riesce a dimostrarle ciò che lei desidera. Questo lo facciamo tutti. Tutti noi approcciano all'altro con delle aspettative e delle credenze, il lavoro è andare ad identificare le sue e capire se siano funzionali sia per sé stessa , sia per l'interazione con l'altro.
Non mi sento di demonizzare le app di dating, perché queste permettono come dice lei di "rimettersi in gioco" e lei l'ha fatto, anche se purtroppo non ha trovato la persona ideale per costruire qualcosa.
Mi sento di dirle che a volte ci sentiamo persi, come se la situazione non avesse rimedio ed invece poi succede qualcosa per la quale capiamo che in realtà la via d'uscita esiste. Molto spesso però, questa via d'uscita la dobbiamo costruire noi, in noi stessi.
Il lavoro che facciamo su noi stessi ci permette non solo di elaborare quel dolore intenso che sentiamo, ma di lavorare sulle credenze negative che abbiamo su noi stessi e sulla nostra vita. Una volta che modifichiamo queste false credenze con una visione più positiva e realistica, le cose cominciano a cambiare e non perchè magicamente cambia la nostra vita, ma perchè le informazioni che andiamo a ricercare non saranno più solo negative.
Rimango a sua disposizione qualora voglia dirmi o chiedermi altro.
Un saluto.
Buongiorno,
da ciò che racconti emerge quanta sofferenza tu abbia attraversato nel corso degli anni, a partire dalle esperienze di bullismo fino alle delusioni nelle relazioni. È comprensibile che, dopo tanti tentativi e aspettative disattese, possano nascere pensieri dolorosi su di te e sul tuo valore nelle relazioni. Il senso di solitudine che descrivi e la paura di restare sola possono diventare davvero pesanti da portare dentro.
Allo stesso tempo, dalle tue parole si percepisce anche una grande capacità di riflettere su ciò che vivi e il desiderio profondo di costruire un legame autentico. Il fatto che questo desiderio sia ancora vivo non è un limite, ma parla della tua sensibilità e del bisogno umano, legittimo, di connessione e vicinanza.
A volte esperienze relazionali passate — come il bullismo o relazioni poco soddisfacenti — possono lasciare tracce nel modo in cui ci percepiamo e nel modo in cui ci avviciniamo agli altri, influenzando aspettative, timori e modalità di incontro. In un percorso psicologico è possibile dare spazio a queste ferite, comprenderle meglio e lavorare sul modo in cui oggi vivi te stessa nelle relazioni, affinché il dolore non diventi una condanna o una definizione della tua identità.
Non esiste una “rassegnazione” che cancelli il bisogno di amare ed essere amata, ma è possibile trovare modi più gentili e sostenibili per stare con questo desiderio, senza sentirsi sbagliata o destinata alla solitudine.
Se lo sentirai utile, parlarne con un professionista potrebbe offrirti uno spazio sicuro in cui mettere ordine nei pensieri, dare voce alle emozioni e ritrovare gradualmente fiducia in te stessa e nelle relazioni.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
da ciò che racconti emerge quanta sofferenza tu abbia attraversato nel corso degli anni, a partire dalle esperienze di bullismo fino alle delusioni nelle relazioni. È comprensibile che, dopo tanti tentativi e aspettative disattese, possano nascere pensieri dolorosi su di te e sul tuo valore nelle relazioni. Il senso di solitudine che descrivi e la paura di restare sola possono diventare davvero pesanti da portare dentro.
Allo stesso tempo, dalle tue parole si percepisce anche una grande capacità di riflettere su ciò che vivi e il desiderio profondo di costruire un legame autentico. Il fatto che questo desiderio sia ancora vivo non è un limite, ma parla della tua sensibilità e del bisogno umano, legittimo, di connessione e vicinanza.
A volte esperienze relazionali passate — come il bullismo o relazioni poco soddisfacenti — possono lasciare tracce nel modo in cui ci percepiamo e nel modo in cui ci avviciniamo agli altri, influenzando aspettative, timori e modalità di incontro. In un percorso psicologico è possibile dare spazio a queste ferite, comprenderle meglio e lavorare sul modo in cui oggi vivi te stessa nelle relazioni, affinché il dolore non diventi una condanna o una definizione della tua identità.
Non esiste una “rassegnazione” che cancelli il bisogno di amare ed essere amata, ma è possibile trovare modi più gentili e sostenibili per stare con questo desiderio, senza sentirsi sbagliata o destinata alla solitudine.
Se lo sentirai utile, parlarne con un professionista potrebbe offrirti uno spazio sicuro in cui mettere ordine nei pensieri, dare voce alle emozioni e ritrovare gradualmente fiducia in te stessa e nelle relazioni.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Buongiorno. Il dolore che descrive è profondo e merita un rispetto che va oltre i soliti consigli banali come "trovati un hobby". Sentirsi invisibili o percepirsi come un semplice "passatempo" per gli altri scava un solco nell'autostima che affonda le radici in quelle prime ferite subite durante l'adolescenza. Le angherie e il bullismo che ha vissuto da ragazzina potrebbero aver creato, senza che lei se ne accorgesse, una sorta di "filtro" protettivo. A volte, per paura di essere feriti di nuovo, tendiamo involontariamente a scegliere situazioni o persone che confermano la nostra paura di non essere abbastanza, oppure ci poniamo in un modo che l'altro percepisce come una barriera invalicabile. Questo senso di solitudine perenne non è una colpa né un destino, ma il segnale che il suo cuore ha bisogno di cure prima ancora che di un compagno. Per convivere con questo "tarlo", il primo passo è smettere di colpevolizzarsi o di pensare di essere "sbagliata" per un uomo. La rassegnazione non è la soluzione, ma lo è invece spostare lo sguardo: non si tratta di "abbassarsi" alle app di incontri o di forzare uscite che la lasciano svuotata, ma di rielaborare quel dolore antico che ancora oggi le fa bagnare il cuscino. Quando riuscirà a guardarsi con più tenerezza, smettendo di vedersi come la "racchia" del passato, anche il suo modo di relazionarsi cambierà e attirerà dinamiche diverse. Resto a sua disposizione se desidera approfondire questo percorso di riscoperta del proprio valore. Un caro saluto.
Buongiorno. Grazie mille per aver deciso di condividere dei pensieri e delle emozioni così intime e dolorose, non dev'essere stato semplice.
Io penso che lei potrebbe beneficiare grandemente da un percorso di psicoterapia, che abbia l'obiettivo di comprendere meglio il suo modo di funzionare, come mai certi eventi la facciano stare particolarmente male e quali siano le sue modalità tipiche di reazione. Tutto questo, con lo scopo ultimo di chiarire quali siano i suoi obiettivi, non tanto in funzione di colmare una mancanza, bensì in senso proattivo; in altre parole, non più cercare di proteggersi da vissuti estremamente negativi, ma tendere verso l'ottenimento di stati positivi.
Qualora fosse interessata, sono disponibile per un colloquio.
Io penso che lei potrebbe beneficiare grandemente da un percorso di psicoterapia, che abbia l'obiettivo di comprendere meglio il suo modo di funzionare, come mai certi eventi la facciano stare particolarmente male e quali siano le sue modalità tipiche di reazione. Tutto questo, con lo scopo ultimo di chiarire quali siano i suoi obiettivi, non tanto in funzione di colmare una mancanza, bensì in senso proattivo; in altre parole, non più cercare di proteggersi da vissuti estremamente negativi, ma tendere verso l'ottenimento di stati positivi.
Qualora fosse interessata, sono disponibile per un colloquio.
Gentile utente, grazie per aver condiviso qualcosa di così delicato.
Quello che prova è profondamente comprensibile: quando il desiderio di costruire qualcosa di autentico incontra esperienze ripetute di rifiuto o superficialità, è naturale iniziare a sentirsi scoraggiati.
Vorrei dirle, con molta delicatezza, che il dolore che sente parla del suo bisogno di connessione, di essere vista e scelta, un bisogno umano, legittimo. Dalle sue parole emerge quanto le esperienze passate, anche quelle di bullismo, possano aver inciso sull'immagine che ha di sé. Quando dentro di noi si radica l'idea di "non essere abbastanza" o di non essere "il tipo giusto", spesso finiamo (senza volerlo) per leggere la realtà attraverso quella lente, o per avvicinarci a situazioni che confermano quel timore.
Non si tratta di rassegnarsi né di convincersi a non amare più, ma piuttosto di tornare, poco alla volta, a guardarsi con uno sguardo più gentile e riconoscere il proprio valore, indipendentemente dallo sguardo degli altri. È da lì che può nascere anche un modo diverso di stare nelle relazioni.
Quello che prova è profondamente comprensibile: quando il desiderio di costruire qualcosa di autentico incontra esperienze ripetute di rifiuto o superficialità, è naturale iniziare a sentirsi scoraggiati.
Vorrei dirle, con molta delicatezza, che il dolore che sente parla del suo bisogno di connessione, di essere vista e scelta, un bisogno umano, legittimo. Dalle sue parole emerge quanto le esperienze passate, anche quelle di bullismo, possano aver inciso sull'immagine che ha di sé. Quando dentro di noi si radica l'idea di "non essere abbastanza" o di non essere "il tipo giusto", spesso finiamo (senza volerlo) per leggere la realtà attraverso quella lente, o per avvicinarci a situazioni che confermano quel timore.
Non si tratta di rassegnarsi né di convincersi a non amare più, ma piuttosto di tornare, poco alla volta, a guardarsi con uno sguardo più gentile e riconoscere il proprio valore, indipendentemente dallo sguardo degli altri. È da lì che può nascere anche un modo diverso di stare nelle relazioni.
Buongiorno. Quello che senti è un senso di ingiustizia profondo, ed è comprensibile. Cercherò di essere il più diretto possibile sperando di non essere inopportuno e interpretando al meglio con le informazioni che hai scritto. Quando dici che le altre "trovano qualcuno" e tu no, non stai facendo un calcolo statistico, stai dando voce a una solitudine che morde. Il punto è che tu, in tutti questi anni, hai imparato a sopravvivere, a farti forza, a coltivare hobby, a camminare per ore, ecc. ma non hai mai smesso di sentirti "quella fuori posto", quella che i bulli chiamavano "racchia".
Ecco il punto: quel dolore che ti bagna il cuscino non è un difetto di fabbrica. È il segno che il tuo cuore è vivo, ma è anche un cuore che ha imparato a stare sulla difensiva o a "elemosinare" attenzione facendo tutto il lavoro sporco durante i primi appuntamenti. Quando esci con qualcuno e senti di dover corteggiare solo tu, in realtà stai dicendo all'altro: "Guarda che vado bene, ti prego, sceglimi, non sono quella che dicevano a scuola". Questo crea uno squilibrio immediato. Gli uomini pigri o superficiali ci sguazzano, quelli più profondi forse si sentono travolti da un bisogno che sembra un abisso.
Le app di dating, poi, sono il posto peggiore per chi ha una ferita aperta sull'identità: sono supermercati della carne dove la profondità è un ostacolo, non un pregio. Non sei tu che ti sei "abbassata", è che hai cercato acqua in un deserto di plastica.
Non esiste un modo per "uccidere" il desiderio di amare, e meno male. Sposarsi al lavoro o rassegnarsi sarebbe una condanna a morte emotiva che non meriti. Il "tarlo" che hai nel cervello non se ne va con un hobby, perché un hobby non ti abbraccia la notte.
La via d'uscita non è rassegnarsi, ma cambiare gioco. Smetti di chiederti perché non sei "il tipo di donna che gli uomini vogliono". Inizia a chiederti: "Ma questi uomini che incontro, sono il tipo di persone che meritano il mio tempo?". Sposta il riflettore da te a loro. Se uno è distratto al primo appuntamento, non è che tu non sei abbastanza, è che lui è un mediocre. E tu non hai bisogno di un mediocre per riempire il vuoto.
Il dolore non sparisce con un consiglio, ma inizia a farsi meno forte quando smetti di pensare che la tua solitudine sia una conferma della tua pochezza. Sei sola perché finora il "sistema" intorno a te (bulli, ex insicuri, mercenari delle app) ti ha rimandato un'immagine distorta.
Proprio per questo, il mio consiglio più sentito è quello di regalarti un percorso psicologico. Non perché tu sia "sbagliata", ma perché meriti una guida che ti aiuti a smontare pezzo per pezzo quell'immagine distorta che ti hanno cucito addosso. Un terapeuta può aiutarti a trasformare questo dolore in una nuova consapevolezza, permettendoti di uscire da questo ciclo di attese e delusioni. È un modo per smettere di camminare senza meta e iniziare a camminare verso te stessa, proteggendo il tuo valore prima di consegnarlo nelle mani di chiunque altro.
Ecco il punto: quel dolore che ti bagna il cuscino non è un difetto di fabbrica. È il segno che il tuo cuore è vivo, ma è anche un cuore che ha imparato a stare sulla difensiva o a "elemosinare" attenzione facendo tutto il lavoro sporco durante i primi appuntamenti. Quando esci con qualcuno e senti di dover corteggiare solo tu, in realtà stai dicendo all'altro: "Guarda che vado bene, ti prego, sceglimi, non sono quella che dicevano a scuola". Questo crea uno squilibrio immediato. Gli uomini pigri o superficiali ci sguazzano, quelli più profondi forse si sentono travolti da un bisogno che sembra un abisso.
Le app di dating, poi, sono il posto peggiore per chi ha una ferita aperta sull'identità: sono supermercati della carne dove la profondità è un ostacolo, non un pregio. Non sei tu che ti sei "abbassata", è che hai cercato acqua in un deserto di plastica.
Non esiste un modo per "uccidere" il desiderio di amare, e meno male. Sposarsi al lavoro o rassegnarsi sarebbe una condanna a morte emotiva che non meriti. Il "tarlo" che hai nel cervello non se ne va con un hobby, perché un hobby non ti abbraccia la notte.
La via d'uscita non è rassegnarsi, ma cambiare gioco. Smetti di chiederti perché non sei "il tipo di donna che gli uomini vogliono". Inizia a chiederti: "Ma questi uomini che incontro, sono il tipo di persone che meritano il mio tempo?". Sposta il riflettore da te a loro. Se uno è distratto al primo appuntamento, non è che tu non sei abbastanza, è che lui è un mediocre. E tu non hai bisogno di un mediocre per riempire il vuoto.
Il dolore non sparisce con un consiglio, ma inizia a farsi meno forte quando smetti di pensare che la tua solitudine sia una conferma della tua pochezza. Sei sola perché finora il "sistema" intorno a te (bulli, ex insicuri, mercenari delle app) ti ha rimandato un'immagine distorta.
Proprio per questo, il mio consiglio più sentito è quello di regalarti un percorso psicologico. Non perché tu sia "sbagliata", ma perché meriti una guida che ti aiuti a smontare pezzo per pezzo quell'immagine distorta che ti hanno cucito addosso. Un terapeuta può aiutarti a trasformare questo dolore in una nuova consapevolezza, permettendoti di uscire da questo ciclo di attese e delusioni. È un modo per smettere di camminare senza meta e iniziare a camminare verso te stessa, proteggendo il tuo valore prima di consegnarlo nelle mani di chiunque altro.
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso una parte così intima e dolorosa della sua storia.
Dalle sue parole emerge quanto a lungo abbia dovuto fare i conti con esperienze di rifiuto, solitudine e delusione nelle relazioni. Il bullismo vissuto da ragazza, le relazioni che non hanno dato ciò che desiderava, il senso di non essere scelta davvero… sono tutte esperienze che possono lasciare tracce profonde, soprattutto nel modo in cui ci si percepisce e nel modo in cui ci si avvicina agli altri.
Colpisce anche quanto lei abbia continuato, negli anni, a rimettersi in gioco nonostante tutto, e quanto sia viva dentro di lei la capacità di desiderare un legame autentico. Questo parla di una parte importante e vitale di sé, che non si è spenta.
Il dolore che descrive è comprensibile e reale. La solitudine, quando non è scelta ma vissuta come una mancanza, può diventare molto pesante da portare, e sentirsi dire frasi come “meglio soli che male accompagnati” può far sentire ancora più incompresi. Non è solo una questione di “trovare un hobby” o “distrarsi”: il bisogno di relazione, di vicinanza e di sentirsi scelti è un bisogno umano profondo.
Allo stesso tempo, quando alcune esperienze tendono a ripetersi, come la sensazione di non essere vista davvero o di incontrare persone poco disponibili, a volte può essere utile fermarsi, non tanto per cercare una “colpa”, ma per provare a comprendere insieme quali dinamiche si attivano, dentro e fuori dalla relazione. Spesso non sono aspetti immediatamente evidenti, ma hanno a che fare con la propria storia, con le ferite vissute e con i modi in cui, anche senza accorgercene, ci avviciniamo agli altri.
Più che trovare una risposta definitiva o “rassegnarsi”, può essere importante trovare uno spazio in cui questo dolore possa essere accolto e ascoltato fino in fondo, senza doverlo zittire o combattere. Un luogo in cui poter dare senso a ciò che ha vissuto e sta vivendo, e in cui poter guardare con più delicatezza anche a se stessa.
Se sentirà che può esserle utile, parlarne con un professionista potrebbe offrirle proprio questo tipo di spazio: un tempo e un luogo dedicati a lei.
la ringrazio per aver condiviso una parte così intima e dolorosa della sua storia.
Dalle sue parole emerge quanto a lungo abbia dovuto fare i conti con esperienze di rifiuto, solitudine e delusione nelle relazioni. Il bullismo vissuto da ragazza, le relazioni che non hanno dato ciò che desiderava, il senso di non essere scelta davvero… sono tutte esperienze che possono lasciare tracce profonde, soprattutto nel modo in cui ci si percepisce e nel modo in cui ci si avvicina agli altri.
Colpisce anche quanto lei abbia continuato, negli anni, a rimettersi in gioco nonostante tutto, e quanto sia viva dentro di lei la capacità di desiderare un legame autentico. Questo parla di una parte importante e vitale di sé, che non si è spenta.
Il dolore che descrive è comprensibile e reale. La solitudine, quando non è scelta ma vissuta come una mancanza, può diventare molto pesante da portare, e sentirsi dire frasi come “meglio soli che male accompagnati” può far sentire ancora più incompresi. Non è solo una questione di “trovare un hobby” o “distrarsi”: il bisogno di relazione, di vicinanza e di sentirsi scelti è un bisogno umano profondo.
Allo stesso tempo, quando alcune esperienze tendono a ripetersi, come la sensazione di non essere vista davvero o di incontrare persone poco disponibili, a volte può essere utile fermarsi, non tanto per cercare una “colpa”, ma per provare a comprendere insieme quali dinamiche si attivano, dentro e fuori dalla relazione. Spesso non sono aspetti immediatamente evidenti, ma hanno a che fare con la propria storia, con le ferite vissute e con i modi in cui, anche senza accorgercene, ci avviciniamo agli altri.
Più che trovare una risposta definitiva o “rassegnarsi”, può essere importante trovare uno spazio in cui questo dolore possa essere accolto e ascoltato fino in fondo, senza doverlo zittire o combattere. Un luogo in cui poter dare senso a ciò che ha vissuto e sta vivendo, e in cui poter guardare con più delicatezza anche a se stessa.
Se sentirà che può esserle utile, parlarne con un professionista potrebbe offrirle proprio questo tipo di spazio: un tempo e un luogo dedicati a lei.
Buongiorno,
Le rispondo con la stessa onestà con cui lei ha scritto questa domanda.
Quello che descrive non è solo la fatica di non trovare una relazione, è qualcosa di più profondo, che chiama in causa il modo in cui si vede, il valore che si attribuisce, la convinzione sotterranea di non essere "il tipo" che merita di essere scelta davvero. Questa convinzione, spesso, non nasce dal nulla: ha radici precise, e nel suo caso alcune le ha nominate lei stessa: il bullismo, gli anni in cui essere guardata significava essere ferita.
Quando si cresce con quella storia addosso, può succedere che una parte di noi continui ad aspettarsi di essere trattata come un passatempo, quasi lo desse per scontato. Non perché lo voglia, ma perché è quello che conosce. E questo a volte orienta, senza che ce ne accorgiamo, le scelte che facciamo e le situazioni in cui finiamo.
Alla sua domanda, se esiste un modo per convivere con questo pensiero, rispondo di sì, ma non si tratta di imparare a ignorarlo o a tenerlo a bada. Si tratta di capire da dove viene, e di smontarlo piano piano. È un lavoro che si fa, e che vale la pena fare, non per trovare un compagno prima, ma per stare meglio indipendentemente da come va.
Un percorso psicologico in questo momento potrebbe davvero aiutarla, non a rassegnarsi, ma a uscire da un loop che sente benissimo quanto sia stancante.
Se sente il bisogno di uno spazio in cui parlarne, sono disponibile.
Dott. Umberto Perrone
Le rispondo con la stessa onestà con cui lei ha scritto questa domanda.
Quello che descrive non è solo la fatica di non trovare una relazione, è qualcosa di più profondo, che chiama in causa il modo in cui si vede, il valore che si attribuisce, la convinzione sotterranea di non essere "il tipo" che merita di essere scelta davvero. Questa convinzione, spesso, non nasce dal nulla: ha radici precise, e nel suo caso alcune le ha nominate lei stessa: il bullismo, gli anni in cui essere guardata significava essere ferita.
Quando si cresce con quella storia addosso, può succedere che una parte di noi continui ad aspettarsi di essere trattata come un passatempo, quasi lo desse per scontato. Non perché lo voglia, ma perché è quello che conosce. E questo a volte orienta, senza che ce ne accorgiamo, le scelte che facciamo e le situazioni in cui finiamo.
Alla sua domanda, se esiste un modo per convivere con questo pensiero, rispondo di sì, ma non si tratta di imparare a ignorarlo o a tenerlo a bada. Si tratta di capire da dove viene, e di smontarlo piano piano. È un lavoro che si fa, e che vale la pena fare, non per trovare un compagno prima, ma per stare meglio indipendentemente da come va.
Un percorso psicologico in questo momento potrebbe davvero aiutarla, non a rassegnarsi, ma a uscire da un loop che sente benissimo quanto sia stancante.
Se sente il bisogno di uno spazio in cui parlarne, sono disponibile.
Dott. Umberto Perrone
Mi dispiace che tu stia vivendo questa situazione — quello che descrivi pesa davvero tanto, soprattutto quando il pensiero diventa continuo e ti fa sentire bloccata.
Cara anonima, mi dispiace che tu stia vivendo questa situazione, quello che descrivi pesa davvero tanto, soprattutto quando il pensiero diventa continuo e ti fa sentire bloccata.
Prima di tutto il fatto che tu sia sola da anni non significa che ci sia qualcosa di “sbagliato” in te o che non troverai mai qualcuno. A 37 anni non sei affatto “in ritardo”: tante relazioni importanti iniziano anche più tardi, quando si ha più consapevolezza di sé. Forse lavorerei prima sul benessere e poi sulla relazione e un percorso in questo momento potrebbe davvero aiutarti. Rimango a disposizione, sono qui.
Dott.ssa Federica Leonardi
Cara anonima, mi dispiace che tu stia vivendo questa situazione, quello che descrivi pesa davvero tanto, soprattutto quando il pensiero diventa continuo e ti fa sentire bloccata.
Prima di tutto il fatto che tu sia sola da anni non significa che ci sia qualcosa di “sbagliato” in te o che non troverai mai qualcuno. A 37 anni non sei affatto “in ritardo”: tante relazioni importanti iniziano anche più tardi, quando si ha più consapevolezza di sé. Forse lavorerei prima sul benessere e poi sulla relazione e un percorso in questo momento potrebbe davvero aiutarti. Rimango a disposizione, sono qui.
Dott.ssa Federica Leonardi
Buongiorno,
le esperienze difficili vissute durante l’adolescenza possono influenzare profondamente il modo in cui vediamo noi stessi e il mondo che ci circonda. Spesso, senza rendercene conto, tendiamo a rivivere situazioni simili a quelle che ci hanno fatto soffrire, scegliendo inconsciamente ambienti o persone che riportano alla luce quelle vecchie sensazioni di insicurezza e rifiuto. Questo può portare a rafforzare le paure nate dalle esperienze passate, creando un ciclo che sembra difficile da interrompere.
Per uscire da questo circolo vizioso, sarebbe prezioso riuscire a comprendere a fondo cosa è accaduto emotivamente in passato e come queste emozioni stanno influenzando la vita presente. Non è facile affrontare questo percorso da soli, valutare di intraprendere una psicoterapia potrebbe offrirle il giusto supporto e accompagnarla nel superare queste difficoltà.
Un caro saluto, resto a disposizione per qualsiasi necessità.
Dott.ssa Selene Quercioli
le esperienze difficili vissute durante l’adolescenza possono influenzare profondamente il modo in cui vediamo noi stessi e il mondo che ci circonda. Spesso, senza rendercene conto, tendiamo a rivivere situazioni simili a quelle che ci hanno fatto soffrire, scegliendo inconsciamente ambienti o persone che riportano alla luce quelle vecchie sensazioni di insicurezza e rifiuto. Questo può portare a rafforzare le paure nate dalle esperienze passate, creando un ciclo che sembra difficile da interrompere.
Per uscire da questo circolo vizioso, sarebbe prezioso riuscire a comprendere a fondo cosa è accaduto emotivamente in passato e come queste emozioni stanno influenzando la vita presente. Non è facile affrontare questo percorso da soli, valutare di intraprendere una psicoterapia potrebbe offrirle il giusto supporto e accompagnarla nel superare queste difficoltà.
Un caro saluto, resto a disposizione per qualsiasi necessità.
Dott.ssa Selene Quercioli
grazie per aver condiviso qualcosa di così doloroso.
Quello che descrive non è un suo difetto, ma il frutto di ferite accumulate nel tempo. Il bullismo adolescenziale lascia tracce profonde, e quella voce che le dice "non sono abbastanza" non è una verità è una convinzione costruita da esperienze negative. È normale che questo abbia influenzato anche le sue relazioni successive.
Il desiderio di amare ed essere amata è un bisogno umano legittimo, non una debolezza. E chi non ha vissuto quella solitudine non può davvero capire quanto faccia male.
Le consiglio di intraprendere un percorso di terapia: uno spazio in cui lavorare sulle ferite del passato, riconoscere i pattern che si ripetono e ritrovare un'autostima solida che non dipenda dall'approvazione altrui. È il punto di partenza per relazioni più sane e per stare meglio con se stessa, indipendentemente dalla presenza di un partner.
Quello che descrive non è un suo difetto, ma il frutto di ferite accumulate nel tempo. Il bullismo adolescenziale lascia tracce profonde, e quella voce che le dice "non sono abbastanza" non è una verità è una convinzione costruita da esperienze negative. È normale che questo abbia influenzato anche le sue relazioni successive.
Il desiderio di amare ed essere amata è un bisogno umano legittimo, non una debolezza. E chi non ha vissuto quella solitudine non può davvero capire quanto faccia male.
Le consiglio di intraprendere un percorso di terapia: uno spazio in cui lavorare sulle ferite del passato, riconoscere i pattern che si ripetono e ritrovare un'autostima solida che non dipenda dall'approvazione altrui. È il punto di partenza per relazioni più sane e per stare meglio con se stessa, indipendentemente dalla presenza di un partner.
Buongiorno, il dolore che descrive è profondo e reale, e merita di essere ascoltato con attenzione e rispetto. La solitudine affettiva di cui parla non è qualcosa da minimizzare, è una sofferenza che tocca un bisogno umano fondamentale: quello di essere visti, riconosciuti e amati.
Quello che emerge dalle sue parole è un percorso di vita segnato da esperienze relazionali dolorose fin dall'adolescenza. Tutte queste esperienze possono aver lasciato tracce profonde nel modo in cui oggi si vive nelle relazioni e, forse, anche nel modo in cui si percepisce.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a esplorare i suoi modelli relazionali: come si è costruita l'immagine di sé attraverso queste esperienze, quali sono le aspettative (spesso inconsapevoli) che porta con sé quando incontra qualcuno, e se c'è qualcosa che accade in lei - nelle prime fasi della conoscenza - che è difficile da vedere senza un lavoro di approfondimento psicologico. A volte ripetiamo pattern relazionali senza rendercene conto, attratti da persone che confermano vecchie ferite o allontanandoci quando qualcuno potrebbe davvero avvicinarsi.
Non si tratta di "rassegnarsi", ma di dare spazio e ascolto a questo dolore in un contesto protetto, dove poter comprendere cosa sta accadendo e lavorare su ciò che ostacola la possibilità di costruire relazioni autentiche e soddisfacenti.
Le auguro di trovare il supporto di cui ha bisogno.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Baiocchi
Quello che emerge dalle sue parole è un percorso di vita segnato da esperienze relazionali dolorose fin dall'adolescenza. Tutte queste esperienze possono aver lasciato tracce profonde nel modo in cui oggi si vive nelle relazioni e, forse, anche nel modo in cui si percepisce.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a esplorare i suoi modelli relazionali: come si è costruita l'immagine di sé attraverso queste esperienze, quali sono le aspettative (spesso inconsapevoli) che porta con sé quando incontra qualcuno, e se c'è qualcosa che accade in lei - nelle prime fasi della conoscenza - che è difficile da vedere senza un lavoro di approfondimento psicologico. A volte ripetiamo pattern relazionali senza rendercene conto, attratti da persone che confermano vecchie ferite o allontanandoci quando qualcuno potrebbe davvero avvicinarsi.
Non si tratta di "rassegnarsi", ma di dare spazio e ascolto a questo dolore in un contesto protetto, dove poter comprendere cosa sta accadendo e lavorare su ciò che ostacola la possibilità di costruire relazioni autentiche e soddisfacenti.
Le auguro di trovare il supporto di cui ha bisogno.
Un caro saluto, dott.ssa Martina Baiocchi
Buonasera, ho letto con attenzione il tuo resoconto e mi sento di consigliarti un percorso psicologico, così da imparare a gestire il tarlo che dici di sentire nella testa e a ritrovare un po' di benessere interiore. Ritrovare se stessi è un passo fondamentale all'interno del percorso di vita. Ti invito a riflettere su questo pensiero: "il coraggio che manca ai più è di soffrire per cessare di soffrire". Mi rendo disponibile qualora tu sia interessata.
Dr.ssa Jenny Pauselli
Psicologa
Dr.ssa Jenny Pauselli
Psicologa
Potrebbe essere utile fermarsi su alcune domande.
Quando incontri qualcuno e senti che è distratto,
cosa succede dentro di te in quel momento?
Ti capita di restare anche quando percepisci che non c’è presenza?
Cosa ti fa restare?
Quando dici “sono solo un passatempo”,
è qualcosa che l’altro dice esplicitamente, o è una sensazione che costruisci tu?
E ancora:
quando pensi “non sono il tipo di donna da relazione”,
da dove arriva questa idea? È tua, o è qualcosa che hai imparato nel tempo?
Sembra ci sia qualcosa da guardare con più chiarezza.
E forse questa volta non sarebbe necessario farlo da sola.
Potrebbe esserci uno spazio in cui iniziare a capire, insieme a un professionista, cosa sta accadendo davvero dentro queste esperienze.
Quando incontri qualcuno e senti che è distratto,
cosa succede dentro di te in quel momento?
Ti capita di restare anche quando percepisci che non c’è presenza?
Cosa ti fa restare?
Quando dici “sono solo un passatempo”,
è qualcosa che l’altro dice esplicitamente, o è una sensazione che costruisci tu?
E ancora:
quando pensi “non sono il tipo di donna da relazione”,
da dove arriva questa idea? È tua, o è qualcosa che hai imparato nel tempo?
Sembra ci sia qualcosa da guardare con più chiarezza.
E forse questa volta non sarebbe necessario farlo da sola.
Potrebbe esserci uno spazio in cui iniziare a capire, insieme a un professionista, cosa sta accadendo davvero dentro queste esperienze.
Gentile,
grazie per aver condiviso il Suo vissuto con tanta sincerità. Leggendo le sue parole, si percepisce la profondità della sofferenza e della solitudine che ha attraversato, ma anche la forza di un desiderio autentico di connessione e di sentirsi vista per ciò che si è. Quello che descrive – il sentirsi spesso non considerata, il vuoto lasciato dalle relazioni passate, la difficoltà a trovare persone con cui costruire qualcosa di significativo – non è una colpa, né un segno di inadeguatezza: è il desiderio di contatto, attenzione e reciprocità.
Dal punto di vista terapeutico, ciò che emerge è molto ricco: la sua sensibilità, il suo sentire profondo e la capacità di osservare sé stessa sono risorse importanti. Il dolore e la tristezza che prova non sono nemici da eliminare, ma segnali preziosi che indicano bisogni insoddisfatti, emozioni rimaste inascoltate e desideri che meritano attenzione. In Gestalt si dice spesso che “ciò che non viene sentito nel corpo e nelle emozioni rimane incompleto”: riconoscere queste parti di sé, darle voce e accoglierle, anche solo mentalmente, è già un primo passo verso una maggiore integrazione e benessere.
Può essere utile osservare con curiosità e senza giudizio ciò che accade dentro di sé: quali emozioni emergono quando pensa alla solitudine, al desiderio di relazione, alla delusione? Dove le sente nel corpo? Come rispondono i suoi pensieri? Dare spazio a queste esperienze, senza cercare di correggerle o sminuirle, permette di entrare in contatto con sé stessa in modo più autentico e di scoprire quali bisogni reali stanno dietro a questi sentimenti.
Il fatto che continui a desiderare una relazione autentica, nonostante le delusioni, è un segno della sua resilienza e della profondità del suo cuore. Anche il camminare, il riflettere e il prendersi cura delle proprie passioni possono diventare strumenti per restare in contatto con sé stessa e osservare come il bisogno di relazione si manifesta, senza sentirsi sopraffatta.
Accogliere ciò che sente, darle valore e osservarlo con attenzione può aiutare a diminuire la pressione del “dover trovare” e permettere che la vita emotiva diventi un alleato, piuttosto che un peso. In questo modo, anche il dolore e la solitudine possono diventare esperienze che le parlano di sé e dei suoi desideri più profondi, aiutandola a vivere con più consapevolezza e accettazione del proprio mondo interno.
Spesso, semplicemente mettere parole, ascoltare e dare spazio al proprio sentire, anche in dialogo con qualcuno che accoglie senza giudizio, aiuta a sentirsi meno soli e a vedere con più chiarezza ciò che si muove dentro di sé. A volte questo può diventare un primo passo verso una maggiore leggerezza nel vivere le emozioni e la speranza di incontrare ciò che davvero desidera.
A disposizione.
Dott.ssa Manuela Barzellato
grazie per aver condiviso il Suo vissuto con tanta sincerità. Leggendo le sue parole, si percepisce la profondità della sofferenza e della solitudine che ha attraversato, ma anche la forza di un desiderio autentico di connessione e di sentirsi vista per ciò che si è. Quello che descrive – il sentirsi spesso non considerata, il vuoto lasciato dalle relazioni passate, la difficoltà a trovare persone con cui costruire qualcosa di significativo – non è una colpa, né un segno di inadeguatezza: è il desiderio di contatto, attenzione e reciprocità.
Dal punto di vista terapeutico, ciò che emerge è molto ricco: la sua sensibilità, il suo sentire profondo e la capacità di osservare sé stessa sono risorse importanti. Il dolore e la tristezza che prova non sono nemici da eliminare, ma segnali preziosi che indicano bisogni insoddisfatti, emozioni rimaste inascoltate e desideri che meritano attenzione. In Gestalt si dice spesso che “ciò che non viene sentito nel corpo e nelle emozioni rimane incompleto”: riconoscere queste parti di sé, darle voce e accoglierle, anche solo mentalmente, è già un primo passo verso una maggiore integrazione e benessere.
Può essere utile osservare con curiosità e senza giudizio ciò che accade dentro di sé: quali emozioni emergono quando pensa alla solitudine, al desiderio di relazione, alla delusione? Dove le sente nel corpo? Come rispondono i suoi pensieri? Dare spazio a queste esperienze, senza cercare di correggerle o sminuirle, permette di entrare in contatto con sé stessa in modo più autentico e di scoprire quali bisogni reali stanno dietro a questi sentimenti.
Il fatto che continui a desiderare una relazione autentica, nonostante le delusioni, è un segno della sua resilienza e della profondità del suo cuore. Anche il camminare, il riflettere e il prendersi cura delle proprie passioni possono diventare strumenti per restare in contatto con sé stessa e osservare come il bisogno di relazione si manifesta, senza sentirsi sopraffatta.
Accogliere ciò che sente, darle valore e osservarlo con attenzione può aiutare a diminuire la pressione del “dover trovare” e permettere che la vita emotiva diventi un alleato, piuttosto che un peso. In questo modo, anche il dolore e la solitudine possono diventare esperienze che le parlano di sé e dei suoi desideri più profondi, aiutandola a vivere con più consapevolezza e accettazione del proprio mondo interno.
Spesso, semplicemente mettere parole, ascoltare e dare spazio al proprio sentire, anche in dialogo con qualcuno che accoglie senza giudizio, aiuta a sentirsi meno soli e a vedere con più chiarezza ciò che si muove dentro di sé. A volte questo può diventare un primo passo verso una maggiore leggerezza nel vivere le emozioni e la speranza di incontrare ciò che davvero desidera.
A disposizione.
Dott.ssa Manuela Barzellato
Gentile utente, la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità la sua esperienza: dalle sue parole emerge un dolore profondo, ma anche una grande capacità di resistere e andare avanti nonostante le delusioni.
Quello che descrive non è affatto banale né “esagerato”: il bisogno di legami affettivi significativi è umano e legittimo. Quando questo bisogno resta insoddisfatto a lungo, può trasformarsi in un senso di vuoto, di esclusione e anche in pensieri molto duri verso se stessi, come quelli che lei riporta.
Ci sono alcuni aspetti importanti che meritano attenzione.
Innanzitutto, le esperienze di bullismo vissute in adolescenza possono lasciare tracce profonde nell’immagine di sé e nel modo in cui ci si percepisce nelle relazioni. È possibile che, anche inconsapevolmente, si sia strutturata una convinzione di “non essere abbastanza” o di non essere davvero desiderabile per una relazione autentica. Queste convinzioni, quando restano attive, possono influenzare sia il modo in cui ci si propone agli altri sia il tipo di persone che si incontrano o si scelgono.
In secondo luogo, lei descrive un copione relazionale che si ripete: uomini poco coinvolti, non disponibili a costruire, o relazioni che non si consolidano. Quando uno schema si ripresenta più volte, non è segno di “colpa”, ma può essere utile fermarsi a comprenderne le dinamiche: quali segnali iniziali emergono? Cosa la attrae di queste persone? Come si posiziona lei nella relazione? Spesso non è una questione di “sfortuna”, ma di pattern relazionali appresi che possono essere riconosciuti e modificati.
Un altro punto centrale è la paura di “dover rinunciare” all’amore per stare meglio. In realtà, reprimere o negare un bisogno così importante raramente porta sollievo duraturo; più spesso aumenta la frustrazione. L’obiettivo non è smettere di desiderare una relazione, ma riuscire a vivere questo desiderio senza che diventi un pensiero ossessivo o una misura del proprio valore personale.
Lei chiede se esista un modo per convivere con questo “tarlo”: sì, ma non si tratta di rassegnazione. Si tratta piuttosto di lavorare su due livelli:
da una parte, ridurre il peso emotivo e i pensieri svalutanti legati alla sua situazione attuale;
dall’altra, comprendere e modificare i suoi schemi relazionali, per aumentare la possibilità di costruire legami più soddisfacenti.
In questo senso, un percorso psicologico potrebbe aiutarla concretamente. Non perché “ci sia qualcosa che non va in lei”, ma perché potrebbe offrirle uno spazio per rielaborare le ferite passate (come il bullismo), rafforzare l’autostima e acquisire maggiore consapevolezza nelle dinamiche affettive.
Infine, una riflessione importante: il fatto che lei non abbia ancora incontrato una relazione appagante non definisce il suo valore né determina il suo futuro. Il rischio, però, è che con il tempo sia proprio il dolore accumulato a influenzare negativamente il modo in cui si vive l’incontro con l’altro.
Non è necessario rassegnarsi all’idea di restare soli, ma può essere molto utile smettere di affrontare tutto questo da sola.
Sarei felice di seguirla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Quello che descrive non è affatto banale né “esagerato”: il bisogno di legami affettivi significativi è umano e legittimo. Quando questo bisogno resta insoddisfatto a lungo, può trasformarsi in un senso di vuoto, di esclusione e anche in pensieri molto duri verso se stessi, come quelli che lei riporta.
Ci sono alcuni aspetti importanti che meritano attenzione.
Innanzitutto, le esperienze di bullismo vissute in adolescenza possono lasciare tracce profonde nell’immagine di sé e nel modo in cui ci si percepisce nelle relazioni. È possibile che, anche inconsapevolmente, si sia strutturata una convinzione di “non essere abbastanza” o di non essere davvero desiderabile per una relazione autentica. Queste convinzioni, quando restano attive, possono influenzare sia il modo in cui ci si propone agli altri sia il tipo di persone che si incontrano o si scelgono.
In secondo luogo, lei descrive un copione relazionale che si ripete: uomini poco coinvolti, non disponibili a costruire, o relazioni che non si consolidano. Quando uno schema si ripresenta più volte, non è segno di “colpa”, ma può essere utile fermarsi a comprenderne le dinamiche: quali segnali iniziali emergono? Cosa la attrae di queste persone? Come si posiziona lei nella relazione? Spesso non è una questione di “sfortuna”, ma di pattern relazionali appresi che possono essere riconosciuti e modificati.
Un altro punto centrale è la paura di “dover rinunciare” all’amore per stare meglio. In realtà, reprimere o negare un bisogno così importante raramente porta sollievo duraturo; più spesso aumenta la frustrazione. L’obiettivo non è smettere di desiderare una relazione, ma riuscire a vivere questo desiderio senza che diventi un pensiero ossessivo o una misura del proprio valore personale.
Lei chiede se esista un modo per convivere con questo “tarlo”: sì, ma non si tratta di rassegnazione. Si tratta piuttosto di lavorare su due livelli:
da una parte, ridurre il peso emotivo e i pensieri svalutanti legati alla sua situazione attuale;
dall’altra, comprendere e modificare i suoi schemi relazionali, per aumentare la possibilità di costruire legami più soddisfacenti.
In questo senso, un percorso psicologico potrebbe aiutarla concretamente. Non perché “ci sia qualcosa che non va in lei”, ma perché potrebbe offrirle uno spazio per rielaborare le ferite passate (come il bullismo), rafforzare l’autostima e acquisire maggiore consapevolezza nelle dinamiche affettive.
Infine, una riflessione importante: il fatto che lei non abbia ancora incontrato una relazione appagante non definisce il suo valore né determina il suo futuro. Il rischio, però, è che con il tempo sia proprio il dolore accumulato a influenzare negativamente il modo in cui si vive l’incontro con l’altro.
Non è necessario rassegnarsi all’idea di restare soli, ma può essere molto utile smettere di affrontare tutto questo da sola.
Sarei felice di seguirla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Buonasera, traspare dalle righe la sua sofferenza. Essere stati vittime di bullismo deve essere stato doloroso e credo sia qui la radice del suo malessere. I bulli hanno bisogno di vittime deboli e probabilmente lei ha sviluppato una sorta di disvalore appreso, perchè questo è alla fine che si crede di avere per meritare insulti, angherie e ora anche disinteresse da parte di possibili partners. Credo in lei sia radicata la credenza di non essere abbastanza, non essere interessante, non essere ambita o desiderata da nessuno. E' solo una sua credenza: quello che si trasmette al mondo esterno è l'immagine che noi abbiamo di noi stessi, è il valore, o disvalore, che noi crediamo di avere. Di conseguenza chiunque si approcci percepisce tutto questo... Potrà essere utile un lavoro sulla sua persona, sul riconoscimento del suo valore, sulla sua autostima; solo partendo da qui e dall'amore che potrà nutrire per se stessa, in primis, potrà poi aprirsi con una nuova luce e serenità al mondo e ricevere quello che merita.
Gentile utente, le sue parole arrivano dritte e cariche di un dolore che merita di essere ascoltato con estremo rispetto. Mi colpisce molto la sua fatica nel sentirsi dire 'meglio sola che male accompagnata' o 'trovati un hobby': sono frasi che spesso, pur dette con buone intenzioni, finiscono per sminuire il vuoto e la solitudine che lei descrive in modo così autentico.
Dalla sua storia emerge un percorso faticoso che parte da lontano, dalle ferite del bullismo scolastico. Quelle esperienze possono aver lasciato un 'tarlo', come lo chiama lei: l’idea profonda di non essere abbastanza o di non essere il 'tipo di donna' per una relazione seria. Questo dolore non è una colpa, né una mancanza di merito.
Il bullismo subito nell'adolescenza può aver creato una sorta di 'corazza' o, al contrario, una vulnerabilità che condiziona inconsciamente la scelta dei partner o il modo di porsi nelle nuove conoscenze. È come se una parte di lei si aspettasse sempre di essere svalutata.
Lei sente di dover corteggiare e di non essere ricambiata nell'interesse. Questo squilibrio è estenuante e alimenta il senso di inadeguatezza. Spesso, però, non è un riflesso del suo valore, ma di dinamiche relazionali (come quelle delle app) che tendono a oggettivare le persone.
È umano e legittimo desiderare un compagno e non accontentarsi della propria compagnia o degli hobby. La solitudine non è una condizione che si sceglie di 'farsi piacere' per forza, soprattutto quando si ha, come scrive lei, un cuore grande da offrire.
Il mio consiglio non è quello di rassegnarsi, ma di provare a spostare lo sguardo: non su 'cosa c'è di sbagliato in lei', ma su come prendersi cura di quella ragazzina ferita che ancora oggi teme di essere definita dagli altri. Un percorso terapeutico potrebbe aiutarla a elaborare i traumi passati per tornare a guardarsi con occhi nuovi, più gentili, e per approcciarsi all'altro partendo da una ritrovata consapevolezza del proprio valore, che prescinde dai rifiuti altrui. Buona fortuna e un caro saluto.
Dalla sua storia emerge un percorso faticoso che parte da lontano, dalle ferite del bullismo scolastico. Quelle esperienze possono aver lasciato un 'tarlo', come lo chiama lei: l’idea profonda di non essere abbastanza o di non essere il 'tipo di donna' per una relazione seria. Questo dolore non è una colpa, né una mancanza di merito.
Il bullismo subito nell'adolescenza può aver creato una sorta di 'corazza' o, al contrario, una vulnerabilità che condiziona inconsciamente la scelta dei partner o il modo di porsi nelle nuove conoscenze. È come se una parte di lei si aspettasse sempre di essere svalutata.
Lei sente di dover corteggiare e di non essere ricambiata nell'interesse. Questo squilibrio è estenuante e alimenta il senso di inadeguatezza. Spesso, però, non è un riflesso del suo valore, ma di dinamiche relazionali (come quelle delle app) che tendono a oggettivare le persone.
È umano e legittimo desiderare un compagno e non accontentarsi della propria compagnia o degli hobby. La solitudine non è una condizione che si sceglie di 'farsi piacere' per forza, soprattutto quando si ha, come scrive lei, un cuore grande da offrire.
Il mio consiglio non è quello di rassegnarsi, ma di provare a spostare lo sguardo: non su 'cosa c'è di sbagliato in lei', ma su come prendersi cura di quella ragazzina ferita che ancora oggi teme di essere definita dagli altri. Un percorso terapeutico potrebbe aiutarla a elaborare i traumi passati per tornare a guardarsi con occhi nuovi, più gentili, e per approcciarsi all'altro partendo da una ritrovata consapevolezza del proprio valore, che prescinde dai rifiuti altrui. Buona fortuna e un caro saluto.
Buongiorno, grazie per aver dato voce a un dolore così profondo. Dalle sue parole si percepisce chiaramente quanto questa solitudine non sia solo una condizione esterna, ma qualcosa che tocca parti molto intime di sé, il senso di valore, il desiderio di essere scelta, vista, amata. E quando questo desiderio rimane a lungo senza risposta, è naturale che si trasformi in sofferenza, in domande su di sé e anche in una certa stanchezza emotiva. La sua storia racconta anche altro però. Racconta di una persona che ha attraversato esperienze difficili già da giovane, come il bullismo, che spesso lascia tracce profonde nel modo in cui ci si percepisce e ci si relaziona. Quando per tanto tempo si è stati guardati con giudizio o derisi, è facile che una parte di sé continui a portare quell’idea di non essere abbastanza, anche quando la realtà attuale è diversa. Quella voce interna può diventare silenziosa ma costante, e riattivarsi soprattutto nelle situazioni in cui ci si espone, come negli incontri. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è importante osservare proprio questo passaggio. Le esperienze che ha fatto negli anni, alcune deludenti e altre non soddisfacenti, sembrano aver rinforzato un’idea dolorosa, quella di non essere il tipo di donna con cui si costruisce qualcosa. Questa convinzione, comprensibile alla luce di ciò che ha vissuto, rischia però di diventare una lente attraverso cui leggere ogni nuova conoscenza. Anche piccoli segnali di disinteresse o ambiguità possono essere interpretati come conferme di questa idea, aumentando la sensazione di fatica e scoraggiamento. Non significa che ciò che ha vissuto non sia reale. Gli incontri superficiali, la sensazione di non essere davvero vista, sono esperienze che fanno male e che lasciano il segno. Ma il significato che la mente costruisce a partire da queste esperienze può amplificare il dolore e rendere più difficile rimettersi in gioco con una percezione di sé più equilibrata. Anche il suo desiderio di “rassegnarsi” merita attenzione. Non nasce da una reale accettazione, ma da un tentativo di proteggersi da ulteriori delusioni. È come se una parte di lei dicesse che è meglio spegnere il desiderio piuttosto che continuare a soffrire. Il problema è che il desiderio, come lei stessa dice, non si spegne facilmente. E allora resta lì, sotto forma di pensiero ricorrente, di vuoto, di malinconia. Il fatto che abbia passioni, che esca, che continui a cercare nonostante tutto, racconta di una parte vitale che non si è arresa. E questo è un elemento importante, anche se in questo momento è accompagnato da molta fatica. Convivere con questo “tarlo”, come lo chiama lei, non significa imparare a ignorarlo, ma iniziare a comprenderlo. Capire da dove nasce, quali pensieri lo alimentano, quali emozioni lo mantengono attivo. Spesso si scopre che non è solo il desiderio di una relazione, ma anche il bisogno di sentirsi riconosciuti, scelti, degni di amore. E quando questi bisogni si intrecciano con esperienze passate dolorose, il tutto diventa molto più intenso. Un percorso di supporto potrebbe aiutarla proprio in questo, a sciogliere gradualmente queste convinzioni su di sé, a rileggere le sue esperienze in modo meno colpevolizzante e a costruire un modo diverso di stare nelle relazioni, anche partendo da una percezione di sé più stabile. Non è un lavoro che cambia le cose dall’oggi al domani, ma può restituire un senso di direzione e di possibilità, anche quando tutto sembra fermo. Quello che prova non è segno di debolezza, ma il riflesso di un bisogno profondo e umano. E il fatto che lei continui a interrogarsi, a cercare risposte, indica che una parte di lei non ha smesso di credere che possa esserci qualcosa di diverso. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, grazie per la condivisione della sua storia. Quello che emerge dal suo racconto non è solo “sfortuna” ma una storia di esperienze (bullismo, relazioni poco soddisfacenti) che possono aver inciso sul modo in cui oggi si percepisce e si muove nelle relazioni.
Quando ci si è sentiti svalutati a lungo, è facile entrare nei rapporti con il dubbio di non essere abbastanza o con la sensazione di dover “inseguire” l’altro. Questo può portare, senza volerlo, a delle modalità poco equilibrate o a scegliere persone poco disponibili.
Il punto quindi non è rassegnarsi né smettere di desiderare una relazione, ma capire cosa si ripete nelle sue esperienze e come si costruiscono queste dinamiche. Anche le sensazioni che descrive negli appuntamenti meritano di essere esplorate un pò più a fondo...
La sofferenza che porta è reale e comprensibile, ma non è una condanna definitiva.
Se sente che questa situazione sta pesando tanto, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a lavorare su questi schemi e sul senso di valore personale, così che possa vivere sè stessa e le relazioni in modo più sostenibile.
Un caro saluto,
Dottoressa Simona Santoni - Psicologa
Quando ci si è sentiti svalutati a lungo, è facile entrare nei rapporti con il dubbio di non essere abbastanza o con la sensazione di dover “inseguire” l’altro. Questo può portare, senza volerlo, a delle modalità poco equilibrate o a scegliere persone poco disponibili.
Il punto quindi non è rassegnarsi né smettere di desiderare una relazione, ma capire cosa si ripete nelle sue esperienze e come si costruiscono queste dinamiche. Anche le sensazioni che descrive negli appuntamenti meritano di essere esplorate un pò più a fondo...
La sofferenza che porta è reale e comprensibile, ma non è una condanna definitiva.
Se sente che questa situazione sta pesando tanto, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a lavorare su questi schemi e sul senso di valore personale, così che possa vivere sè stessa e le relazioni in modo più sostenibile.
Un caro saluto,
Dottoressa Simona Santoni - Psicologa
Buongiorno,
Intanto la ringrazio per la condivisione sentita e delicata che ha scritto. Partirei col dirle che non c’è nulla che, arbitrariamente e oggettivamente, “non va” in lei: il dolore che descrive è comprensibile, soprattutto alla luce delle esperienze di rifiuto e svalutazione che racconta di aver vissuto nel tempo, a partire dal bullismo. Nel suo racconto emerge un profondo senso di solitudine e la fatica a sentirsi vista e scelta nelle relazioni. Queste esperienze possono, nel tempo, influenzare anche il modo in cui ci si percepisce e ci si pone negli incontri, senza che ciò significhi, in nessun modo, che lei “non sia adatta” a una relazione.
Più che cercare una rassegnazione, può essere utile provare ad approfondire in che modo queste esperienze possano aver inciso sulla sua autostima e sulle aspettative relazionali, senza dover necessariamente convivere con questo “tarlo”. Conviverci, inoltre, non significa eliminarlo, bensì comprenderlo e trasformarlo, senza condizioni né limitare la sua quotidianità. Un percorso psicoterapico potrebbe aiutarLa a dare senso a questo dolore e a riaprire, gradualmente, uno spazio possibile per relazioni più soddisfacenti.
Intanto la ringrazio per la condivisione sentita e delicata che ha scritto. Partirei col dirle che non c’è nulla che, arbitrariamente e oggettivamente, “non va” in lei: il dolore che descrive è comprensibile, soprattutto alla luce delle esperienze di rifiuto e svalutazione che racconta di aver vissuto nel tempo, a partire dal bullismo. Nel suo racconto emerge un profondo senso di solitudine e la fatica a sentirsi vista e scelta nelle relazioni. Queste esperienze possono, nel tempo, influenzare anche il modo in cui ci si percepisce e ci si pone negli incontri, senza che ciò significhi, in nessun modo, che lei “non sia adatta” a una relazione.
Più che cercare una rassegnazione, può essere utile provare ad approfondire in che modo queste esperienze possano aver inciso sulla sua autostima e sulle aspettative relazionali, senza dover necessariamente convivere con questo “tarlo”. Conviverci, inoltre, non significa eliminarlo, bensì comprenderlo e trasformarlo, senza condizioni né limitare la sua quotidianità. Un percorso psicoterapico potrebbe aiutarLa a dare senso a questo dolore e a riaprire, gradualmente, uno spazio possibile per relazioni più soddisfacenti.
Buongiorno, il desiderio di una relazione significativa, quando non trova risposta, può generare senso di solitudine, frustrazione e dubbi su di sé.
Le esperienze passate, come il bullismo e relazioni poco soddisfacenti, possono influenzare il modo in cui oggi si percepisce e vive i rapporti, portando a sentirsi non scelta o non abbastanza. Tuttavia, questo non definisce il suo valore né le sue possibilità future.
Più che “rassegnarsi”, può essere utile comprendere quali dinamiche si attivano nelle relazioni e lavorare sul modo in cui si entra in contatto con l’altro, per costruire legami più autentici e soddisfacenti.
Un percorso psicologico può aiutarla a elaborare queste esperienze, ridurre il senso di solitudine e ritrovare fiducia nelle relazioni e in sé stessa.
Se sente il bisogno di approfondire, resto disponibile per un colloquio.
Dott.ssa Alejandra Meconcelli, psicologa
Le esperienze passate, come il bullismo e relazioni poco soddisfacenti, possono influenzare il modo in cui oggi si percepisce e vive i rapporti, portando a sentirsi non scelta o non abbastanza. Tuttavia, questo non definisce il suo valore né le sue possibilità future.
Più che “rassegnarsi”, può essere utile comprendere quali dinamiche si attivano nelle relazioni e lavorare sul modo in cui si entra in contatto con l’altro, per costruire legami più autentici e soddisfacenti.
Un percorso psicologico può aiutarla a elaborare queste esperienze, ridurre il senso di solitudine e ritrovare fiducia nelle relazioni e in sé stessa.
Se sente il bisogno di approfondire, resto disponibile per un colloquio.
Dott.ssa Alejandra Meconcelli, psicologa
Buongiorno, comprendo il senso di solitudine che lei sta vivendo e i dubbi che questa situazione le porta; è legittimo che lei si ponga delle domande su di sé, su ciò che desidera e su come può cambiare i fattori attuali che le causano sofferenza. Credo che per trovare delle risposte a questi interrogativi, in uno spazio sicuro e tutto suo dove può essere compresa ed essere libera di riflettere su di sé, lei potrebbe intraprendere un percorso psicologico con un professionista che l'accompagni nell'attraversare questo momento e nel costruire nuove risorse interne a lei con cui approcciarsi a ciò che verrà
Gent.ma utente,
grazie per aver condiviso queste sue riflessioni e il suo stato d'animo in questo periodo della sua vita.
Ci sono persone che pur avendo delle passioni, che magari hanno raggiunto traguardi importanti e che dimostrano buona flessibilità cognitiva, non riescono a colmare una mancanza della sfera sentimentale: trovare quella persona con cui vivere l’amore vero, un bisogno che è nella natura umana e che può dare significato e scopo alla vita.
Ogni incontro, ogni conoscenza sembra imperfetta, inutile e persino dannosa, e alimenta ancor più l’illusione di non avere mai la giusta opportunità.
Ascoltare la voce interiore che spinge a cercare persone con cui connettersi in modo sincero e profondo, anche intimamente, è un'emozione fondamentale e non deve essere assopita dalla sfiducia negli altri o da esperienze negative precedenti.
Tenere il cuore aperto alla speranza di vivere un sincero sentimento condiviso è l'impegno che si può prendere con sé stessi.
Vero è che non è possibile porsi obiettivi in amore perché la reciprocità non può essere decisa da un piano, ma è altrettanto vero che non esistono condanne o date di scadenza per questa opportunità. Qualcosa di bello accade proprio quando non lo cerchiamo o non ce l'aspettiamo, ma solo se si concede il beneficio del dubbio, se si sospende il giudizio, se si rinuncia a prevedere sempre le conseguenze. La curiosità, la compassione, il coraggio, l'intelligenza, possono guidarci nel comprendere se c'è un momento giusto, un posto giusto e una persona giusta.
È necessario lasciare andare l'idea che un eventuale innamoramento dipenda dal carattere degli altri, dal loro essere più o meno il partner ideale. Lasciare andare l'idea che l'altra persona debba sceglierci o accorgersi di noi.
Spesso è solo una questione di tempismo, momenti di vita che si allineano, non si allineano.
Un possibile percorso di crescita personale può partire da una corretta elaborazione delle proprie esperienze passate, cercando di capire come ci si vuole sentire in un rapporto sentimentale, come si vuole essere trattati, quali comportamenti possono sembrare attraenti, interessanti o divertenti. Si deve consentire a sé stessi di connettersi con le persone in modo diretto e trasparente e che ciò avvenga anche nel senso opposto, non perché deve nascere per forza l'amore della propria vita, ma perché è l'unico modo per essere certa di vedere sé stessi nella propria versione migliore, meritevole di sentirsi amati e di amare.
Valuti la possibilità di farsi supportare da un professionista in questo tipo di percorso psicologico. Avrebbe modo di chiarire a lei stessa i suoi valori più importanti, le sue priorità di benessere, le potenzialità della sua indole e i migliori attributi del suo carattere. Avrebbe anche modo di generare auto-compassione e non sentirsi sola di fronte alle sfide/minacce della vita, ristrutturando anche i suoi pensieri verso un maggiore ottimismo e speranza e trovando nelle sue azioni la chiave determinante per cambiare in meglio il suo futuro.
Sarei lieto di accompagnarla in un percorso di crescita di questo tipo, anche tramite consulenza online.
Restando a disposizione, un caro saluto. Dott. Antonio Cortese
grazie per aver condiviso queste sue riflessioni e il suo stato d'animo in questo periodo della sua vita.
Ci sono persone che pur avendo delle passioni, che magari hanno raggiunto traguardi importanti e che dimostrano buona flessibilità cognitiva, non riescono a colmare una mancanza della sfera sentimentale: trovare quella persona con cui vivere l’amore vero, un bisogno che è nella natura umana e che può dare significato e scopo alla vita.
Ogni incontro, ogni conoscenza sembra imperfetta, inutile e persino dannosa, e alimenta ancor più l’illusione di non avere mai la giusta opportunità.
Ascoltare la voce interiore che spinge a cercare persone con cui connettersi in modo sincero e profondo, anche intimamente, è un'emozione fondamentale e non deve essere assopita dalla sfiducia negli altri o da esperienze negative precedenti.
Tenere il cuore aperto alla speranza di vivere un sincero sentimento condiviso è l'impegno che si può prendere con sé stessi.
Vero è che non è possibile porsi obiettivi in amore perché la reciprocità non può essere decisa da un piano, ma è altrettanto vero che non esistono condanne o date di scadenza per questa opportunità. Qualcosa di bello accade proprio quando non lo cerchiamo o non ce l'aspettiamo, ma solo se si concede il beneficio del dubbio, se si sospende il giudizio, se si rinuncia a prevedere sempre le conseguenze. La curiosità, la compassione, il coraggio, l'intelligenza, possono guidarci nel comprendere se c'è un momento giusto, un posto giusto e una persona giusta.
È necessario lasciare andare l'idea che un eventuale innamoramento dipenda dal carattere degli altri, dal loro essere più o meno il partner ideale. Lasciare andare l'idea che l'altra persona debba sceglierci o accorgersi di noi.
Spesso è solo una questione di tempismo, momenti di vita che si allineano, non si allineano.
Un possibile percorso di crescita personale può partire da una corretta elaborazione delle proprie esperienze passate, cercando di capire come ci si vuole sentire in un rapporto sentimentale, come si vuole essere trattati, quali comportamenti possono sembrare attraenti, interessanti o divertenti. Si deve consentire a sé stessi di connettersi con le persone in modo diretto e trasparente e che ciò avvenga anche nel senso opposto, non perché deve nascere per forza l'amore della propria vita, ma perché è l'unico modo per essere certa di vedere sé stessi nella propria versione migliore, meritevole di sentirsi amati e di amare.
Valuti la possibilità di farsi supportare da un professionista in questo tipo di percorso psicologico. Avrebbe modo di chiarire a lei stessa i suoi valori più importanti, le sue priorità di benessere, le potenzialità della sua indole e i migliori attributi del suo carattere. Avrebbe anche modo di generare auto-compassione e non sentirsi sola di fronte alle sfide/minacce della vita, ristrutturando anche i suoi pensieri verso un maggiore ottimismo e speranza e trovando nelle sue azioni la chiave determinante per cambiare in meglio il suo futuro.
Sarei lieto di accompagnarla in un percorso di crescita di questo tipo, anche tramite consulenza online.
Restando a disposizione, un caro saluto. Dott. Antonio Cortese
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