Ho perso mamma un anno fa, sono figlia unica quindi al mio papà di 80 anni rimango solo io. È sempre
Ho perso mamma un anno fa, sono figlia unica quindi al mio papà di 80 anni rimango solo io. È sempre stato un uomo molto riservato, non ha amici, pochi parenti con cui non ha particolari rapporti e anche con i vicini di casa non ci sono punti di riferimento. Pertanto il mio senso di responsabilità è enorme. Cerco di fargli compagnia, gli pulisco casa e ogni tanto gli preparo qualcosa da mangiare per aiutarlo ma lui fortunatamente è autonomo in tutto. Nonostante il mio papà è un uomo buono e delicato io mi sento sempre in difetto, lui non mi accusa di nulla ma per me tutto quello che faccio non è mai abbastanza, vivo in un continuo senso di colpa e mi sento egoista quando non ho voglia di andarlo a trovare (anche se lo faccio sempre, tutti i giorni). Con la mia famiglia abbiamo una casa al mare con cui sono stata con papà per due settimane di luglio. Per me è stato pesante ma mi sono sentita con la coscienza a posto. Ora ripartirò con la mia famiglia ad agosto per tre settimane. Mio marito non vuole che mio padre ritorni perché, anche se vanno d'accordo e non ci sono problemi, dice che la convivenza è troppo complicata e non vuole rovinarsi le vacanze. Anche per me è così e quindi non porterò papà con noi ma vivo in un continuo senso di colpa e mi sento perennemente egoista. Inoltre, anche se voglio un bene enorme a mio padre, ce l'ho con lui per il fatto di non avere un minimo di vita sociale, se avesse anche un solo amico con cui farsi compagnia io mi sentirei più leggera. Gli ho consigliato di andare ad un centro anziani dove ci sono persone che giocano a carte, almeno la mattina, ma lui non ne vuole sapere. Come posso fare per vivermi la situazione in modo più sereno
29 risposte
Il carico emotivo che avverte è il risultato di una sovrapposizione di ruoli: si sente infatti l'unica responsabile del benessere quotidiano di un uomo di ottant'anni che, pur essendo autonomo, ha scelto uno stile di vita isolato. Dal punto di vista relazionale, la rabbia che prova verso suo padre per la sua mancanza di amicizie è legittima, perché esprime il suo desiderio, seppur inconscio, che lui "si salvi da solo", così da poterla liberare da un peso eccessivo. Accettare che suo padre abbia il diritto di vivere la sua vecchiaia anche in solitudine, senza sentirsi in colpa per questa scelta, è il primo passo per interrompere il circolo vizioso del senso di colpa. La decisione di non portarlo in vacanza ad agosto non è una mancanza di affetto, ma una sana definizione dei confini tra la sua famiglia attuale e quella di origine. Per evitare che questa tensione incrini il rapporto con suo marito o finisca per logorare la sua salute psicofisica, le consiglio di intraprendere un percorso di sostegno psicologico. La psicoterapia le offrirà uno spazio protetto in cui potrà ridefinire il suo ruolo di figlia, imparando a relazionarsi con suo padre in modo più sereno e rispettoso dell'autonomia reciproca.
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Buon pomeriggio carissima, la ringrazio per aver condiviso una situazione così delicata. Dalle sue parole emerge tutto l'amore che prova per suo padre, ma anche il peso enorme del senso di responsabilità che sente sulle sue spalle. Dopo la perdita di sua madre è comprensibile che lei si senta ancora più coinvolta, ma prendersi cura di un genitore non significa dover rinunciare ai propri spazi o sentirsi in colpa ogni volta che sceglie anche se stessa. Il senso di colpa, in questi casi, spesso nasce da aspettative molto elevate verso di sé, più che da ciò che realmente si sta facendo. Non può scegliere al posto di suo padre di costruire una vita sociale: può incoraggiarlo, come ha già fatto, ma la decisione resta sua. Lei, invece, ha il diritto di concedersi momenti con la sua famiglia senza che questo la renda una figlia egoista. Se sente che questo senso di colpa è diventato costante e le impedisce di vivere con serenità, potrebbe essere importante approfondirne le origini all'interno di un percorso psicologico. Se lo desidera, resto a disposizione per fissare un primo appuntamento e valutare insieme come aiutarla a ritrovare un equilibrio più sereno. Un caro saluto Dott.ssa Ilaria Redivo
Buongiorno, dalle sue parole emerge quanto bene voglia a suo padre e quanto si stia prendendo cura di lui. A volte, però, l'amore e il senso di responsabilità rischiano di trasformarsi nella convinzione di dover colmare ogni sua solitudine. E questa è una missione che nessuna figlia, per quanto presente e affettuosa, può sostenere da sola. Mi colpisce un aspetto: suo padre sembra aver scelto, almeno per ora, di mantenere uno stile di vita molto riservato. Lei può continuare a proporgli occasioni di socialità, come ha già fatto, ma non può decidere al posto suo. Rispettare le sue scelte non significa abbandonarlo. Provi a osservare una cosa: quando nasce il senso di colpa, le sta davvero indicando che sta facendo qualcosa di sbagliato, oppure le sta ricordando semplicemente quanto è importante suo padre per lei? Sono due cose molto diverse. Continui a essergli vicina, ma senza dimenticare che anche la sua famiglia, il suo riposo e le sue vacanze meritano uno spazio. Prendersi cura di sé non è l'opposto del prendersi cura di chi si ama: spesso è proprio ciò che permette di continuare a farlo nel tempo. Resto a disposizione, Dott.ssa Sara Vasirani
Buongiorno, grazie per aver condiviso una situazione così delicata. Dalle sue parole emerge quanto bene voglia a suo padre e quanta cura gli stia dedicando. Allo stesso tempo, però, mi colpisce quanto spazio occupi il senso di colpa, che sembra accompagnarla indipendentemente da ciò che fa. Da quello che racconta, lei è molto presente: lo vede ogni giorno, lo aiuta nelle faccende domestiche e cerca di sostenerlo dopo un lutto importante. Eppure, nonostante tutto questo, continua a sentirsi "non abbastanza". Questo fa pensare che il problema possa non essere la quantità di aiuto che offre, ma il modo in cui vive il ruolo di figlia. Dopo la perdita di un genitore è comprensibile che si intensifichi il desiderio di proteggere quello rimasto, soprattutto quando è anziano e ha una rete sociale limitata. Tuttavia, prendersi cura di lui non significa dover rinunciare ai propri bisogni o sentirsi responsabile della sua felicità e della sua solitudine. La scelta di non frequentare il centro anziani, ad esempio, appartiene a suo padre: può incoraggiarlo, ma non può decidere al posto suo. Credo che potrebbe esserle utile chiedersi se, accanto all'amore che prova per suo padre, ci sia anche la convinzione di dover essere "la figlia perfetta". Quando questa convinzione prende il sopravvento, ogni momento dedicato a se stessi rischia di essere vissuto come egoismo, anche quando in realtà rappresenta un bisogno legittimo. Se sente che questo senso di responsabilità sta diventando troppo pesante da sostenere, sarò lieta di accoglierla per un primo colloquio, in cui poter esplorare insieme questi vissuti e aiutarla a trovare un equilibrio tra la cura per suo padre e la cura per se stessa. Le auguro di riuscire a concedersi la possibilità di essere una figlia presente e amorevole, senza dover portare sulle spalle un peso che, probabilmente, va ben oltre le sue reali responsabilità.
Gentilissima, la perdita della mamma ha sicuramente sconvolto l'equilibrio familiare precedente e probabilmente contribuito a mettere in evidenza alcune criticità nel rapporto tra lei e il papà. Credo che in questo momento sia necessario mediare e conciliare i vostri reciproci bisogni, ovvero da un lato rispondere ai bisogni di accudimento del papà, ma percependo il "limite" rappresentato dai propri. Lei fa già molto per il suo papà, quindi assecondare a volte il suo desiderio di dedicarsi ad altro anziché fargli visita o concedersi delle vacanze con la sua famiglia, rappresenterebbe la consapevolezza di questo limite, del fatto che non si può fare tutto, ma semplicemente "il meglio che si può". Forse papà non si sente neanche motivato ad un cambiamento relazionale, iniziando delle nuove attività e frequentazioni in quanto non ne sente il bisogno, dato che c'è già lei a provvedervi. Vi auguro di trovare presto un nuovo equilibrio.
Carissima, il periodo che sta attraversando è caratterizzato da un carico emotivo e pratico particolarmente intenso, che comprensibilmente la porta a sentirsi esausta e sopraffatta. Il profondo senso di colpa che descrive sembra essere alimentato dal peso delle responsabilità connesse al suo ruolo di figlia unica e dalla perdita di sua madre, che rappresentava per suo padre una compagna di vita e un importante punto di riferimento. La cura che oggi dedica a suo padre rischia di trasformarsi in un impegno quotidiano totalizzante, con il conseguente aumento di frustrazione e risentimento. Per questo motivo è fondamentale ricordare che lei non è l'unica responsabile del suo benessere emotivo. A 80 anni molte persone conservano ancora un buon livello di autonomia e, da quanto mi racconta, suo padre sembra rientrare in questa condizione. Inoltre, lo descrive come un uomo da sempre riservato: è quindi possibile che la sua tendenza alla solitudine rappresenti un tratto stabile della sua personalità più che una condizione di sofferenza conseguente alla perdita di sua moglie. In quest'ottica, il tentativo di incoraggiarlo a frequentare un centro anziani potrebbe non rispondere ad un reale bisogno di socialità di suo padre. Il desiderio di vivere le vacanze con suo marito e i suoi figli preservando la vostra intimità familiare non è un gesto egoistico, ma una sana forma di autocura e di tutela delle relazioni più significative. Prendersi uno spazio personale non significa voler meno bene al suo genitore. Per affrontare con maggiore serenità sia la partenza sia il rientro dalle vacanze, potrebbe considerare alcuni accorgimenti: 1) Riconosca il valore del riposo: concedersi un periodo di pausa è essenziale per preservare il suo equilibrio psicofisico. Un caregiver emotivamente e fisicamente esausto fatica, nel tempo, a offrire un sostegno efficace. 2) Faccia leva sulle risorse di suo padre: prima della partenza può organizzare con lui gli aspetti pratici più importanti (spesa, eventuali contatti di emergenza) e concordare una breve telefonata quotidiana in un orario prestabilito. Questo permette di mantenere una presenza affettiva senza che il controllo diventi costante. 3) Ridimensioni il senso di colpa: quando emergono pensieri di abbandono, provi a ricordare a se stessa che suo padre è un adulto autonomo, al sicuro nella propria casa e inserito nella sua abituale routine. Prendersi del tempo per sé non equivale ad abbandonarlo. 4) Favorisca il mantenimento delle autonomie: ridurre gradualmente alcune visite quotidiane o attività sostitutive, come preparare i pasti o svolgere le pulizie, può rappresentare un'opportunità per incoraggiare suo padre a conservare le capacità che possiede ancora. Sostenere un genitore anziano significa accompagnarlo e valorizzarne le risorse, evitando di sostituirsi a lui quando non è necessario, poiché un'eccessiva assistenza può, nel tempo, indebolirne il senso di efficacia e di autonomia. Spero che queste riflessioni possano offrirle uno spunto utile per alleggerire il peso che sta portando e aiutarla a ritrovare un equilibrio più sostenibile tra la cura di suo padre e quella di se stessa. Un caro saluto. Dott.ssa Chiara Lagi
Buongiorno, la situazione che descrive lascia emergere un profondo amore per suo padre, insieme a un senso di responsabilità che sembra essersi trasformato in un peso. È comprensibile: dopo la perdita di un genitore, soprattutto quando il genitore rimasto è solo, molte persone sperimentano un forte senso di colpa e la sensazione di non fare mai abbastanza. Vorrei però sottolineare un aspetto importante: prendersi cura di una persona non significa annullare completamente i propri bisogni. Lei è presente ogni giorno, lo aiuta concretamente e gli dedica tempo e attenzioni. Questo racconta di una figlia presente. Capisco anche la sua frustrazione nel vedere che suo padre non desidera costruire una rete di relazioni al di fuori della famiglia. Tuttavia, per quanto comprensibile sia il suo desiderio di alleggerire questa situazione, non può sostituirsi alle sue scelte. Ognuno ha il diritto di decidere come vivere la propria socialità, anche quando questa decisione comporta qualche rinuncia. Il rischio, altrimenti, è che il suo benessere finisca per dipendere da qualcosa che non è nelle sue possibilità modificare. Forse la domanda potrebbe essere quanto spazio può dedicare a suo padre senza perdere anche la sua vita, il suo matrimonio e la sua serenità. Prendersi cura di sé non significa voler meno bene a un genitore. Significa riconoscere che l'affetto e la presenza possono convivere mantenendo contemporaneamente confini sani. Se questo senso di colpa continua ad accompagnarla, uno spazio di supporto psicologico può aiutarla a distinguere ciò che è realmente sua responsabilità da ciò che, invece, appartiene alla storia e alle scelte di suo padre. Resto disponibile. Dottoressa Lucia Morello
Salve. Comprendo il forte senso di responsabilità che ha verso il prendersi cura di suo padre. Tuttavia, da ciò che descrive, questo senso di responsabilità la porta a mettere i suoi bisogni in secondo piano...forse anche troppo. Prendersi cura di un'altra persona anziana non vuol dire che dobbiamo metterci sempre in secondo piano e rendere infelici noi stessi. Quando pensa di più a se stessa e sente arrivare i sensi di colpa, cerchi di dire a se stessa che in quel momento si sta anche prendendo cura dei propri bisogni e della propria persona e che questo non è meno importante di prendersi cura di suo padre
Gentile signora, lei ha subito un lutto recente per la perdita della mamma e come figlia unica sente su di sè tutto il carico emotivo del sostegno verso suo padre, anziano. Da quanto scrive la sua presenza è costante e attenta, ed esprime il legame profondo che la unisce a suo padre. Bando ai sensi di colpa! Sembra che questi sorgano non tanto da ciò che lei fa concretamente, ma da un bisogno più profondo, come se lei cercasse di colmare il vuoto che ha lasciato la perdita della mamma nella vita di suo padre. Lei fa molto ed è necessario per il suo benessere emotivo e la serenità della sua famiglia, che si ponga dei limiti, dei confini, garantendosi degli spazi, tempi dove dedicarsi a se stessa e alla sua famiglia. Diversamente nel tempo accumulerà frustrazione e senso d'impotenza e anche la sua presenza con suo padre risentirà di questi sentimenti. E' importante riuscire a delegare a persone di fiducia che possano affiancarla nella cura di suo padre e sostituirsi a lei in alcuni giorni o periodi di tempo.
Il senso di colpa che prova, anche quando oggettivamente sembra prendersi cura di suo padre con grande dedizione, è qualcosa che tende a comparire con una certa frequenza in chi si trova in una situazione simile, e immagino che pesi. Spesso non indica che si stia facendo qualcosa di sbagliato, ma che si sta portando un peso molto grande senza concedersi il permesso di ascoltare anche i propri bisogni. Il desiderio che lui avesse almeno un amico, e la fatica che si prova quando questo non accade, sembra comprensibile: non è necessariamente mancanza di amore, può essere semplicemente la stanchezza di sentire che tutta la responsabilità tende a ricadere su di Lei. Questi sentimenti contrastanti, volergli bene e allo stesso tempo desiderare più spazio, possono coesistere senza che l'uno annulli l'altro. Prendersi tre settimane di vacanza con la propria famiglia non è automaticamente abbandonare suo padre, anche se in certi momenti può sembrare così: da quanto racconta parrebbe piuttosto una necessità legittima. Riconoscerlo senza trasformarlo automaticamente in colpa è spesso una delle cose più difficili da imparare in queste situazioni. Un percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarLa a trovare un equilibrio più sostenibile, senza dover scegliere tra il bene di suo padre e il proprio.
Buongiorno, innanzitutto desidero dirle che dalle sue parole traspare quanto bene voglia a suo padre e quanta dedizione stia mettendo nel prendersi cura di lui dopo la perdita di sua madre. È una situazione che può essere emotivamente molto impegnativa e il senso di responsabilità che descrive è comprensibile, soprattutto considerando che è figlia unica e che suo padre ha una rete sociale molto limitata. Mi ha colpito, però, una frase in particolare: "Per me tutto quello che faccio non è mai abbastanza". Credo che questa sia la parte più importante del suo racconto. Da ciò che descrive, infatti, non sembra che suo padre le chieda continuamente di esserci o che la rimproveri quando si prende del tempo per sé. È lei a sentirsi costantemente in difetto, nonostante faccia già moltissimo. Lo va a trovare ogni giorno, lo aiuta nelle faccende domestiche, gli prepara da mangiare quando può e ha trascorso con lui una parte significativa delle vacanze. Se, nonostante tutto questo, continua a percepirsi egoista, è possibile che il problema non dipenda dalla quantità di aiuto che offre, ma dal criterio con cui valuta se stessa. In una prospettiva cognitivo comportamentale sarebbe interessante soffermarsi proprio su questo aspetto. Sembra quasi che dentro di lei esista una regola molto rigida, secondo la quale una "brava figlia" dovrebbe essere sempre disponibile e non dovrebbe mai mettere i propri bisogni davanti a quelli del genitore. Quando questa regola diventa assoluta, qualsiasi momento dedicato a sé o alla propria famiglia rischia di essere interpretato come un atto di egoismo, anche quando in realtà rappresenta un bisogno legittimo. Vorrei anche sottolineare un altro elemento. Lei scrive di provare rabbia nei confronti di suo padre perché non ha una vita sociale e rifiuta le opportunità che gli propone. È un'emozione che molte persone fanno fatica ad ammettere, ma che può essere del tutto comprensibile. Non significa volergli meno bene. Può significare, piuttosto, sentirsi schiacciata dalla sensazione di essere diventata l'unico punto di riferimento della sua vita. Quando una responsabilità così grande ricade quasi interamente su una sola persona, è naturale desiderare, almeno in parte, che venga condivisa. È importante, però, distinguere ciò che dipende da lei da ciò che appartiene a suo padre. Lei può incoraggiarlo, proporgli attività, suggerirgli di frequentare un centro anziani o di coltivare nuovi contatti, ma non può decidere al posto suo. Se lui sceglie di non cogliere queste opportunità, questa decisione rimane una sua responsabilità. Assumersi anche il peso delle sue scelte rischierebbe di farle portare un carico ancora più grande. Anche la questione delle vacanze merita una riflessione. Dal suo racconto emerge che sia lei sia suo marito abbiate bisogno di trascorrere del tempo come famiglia. Questo non significa abbandonare suo padre o volergli meno bene. Significa riconoscere che prendersi cura di una persona cara non dovrebbe comportare l'annullamento della propria vita personale. Se lei rinunciasse sistematicamente ai propri spazi per evitare il senso di colpa, con il tempo potrebbe accumulare stanchezza, frustrazione e risentimento, emozioni che finirebbero per pesare anche sul rapporto con suo padre. Credo che il suo obiettivo non debba essere quello di eliminare completamente il senso di colpa, ma imparare a chiedersi se quel senso di colpa corrisponda davvero a una responsabilità reale oppure a un'eccessiva richiesta che rivolge a se stessa. Da ciò che racconta, mi sembra che lei stia già facendo molto più di quanto molte persone riuscirebbero a fare nelle stesse condizioni. Forse la domanda da porsi non è se stia facendo abbastanza, ma se stia concedendo abbastanza spazio anche ai propri bisogni e alla propria famiglia. Se questa sensazione di essere costantemente in difetto la accompagna da tempo e condiziona il suo benessere, potrebbe essere utile valutare un percorso psicologico, possibilmente ad orientamento cognitivo comportamentale. Potrebbe aiutarla a comprendere gli schemi che alimentano questo senso di responsabilità, a distinguere ciò che è realmente nelle sue possibilità da ciò che non lo è e a costruire un equilibrio più sostenibile tra l'amore per suo padre e il diritto di vivere serenamente la sua vita. Prendersi cura di una persona cara è un gesto prezioso, ma lo è altrettanto prendersi cura di se stessi. Le due cose non si escludono, anzi, spesso è proprio il loro equilibrio a permettere di continuare a essere presenti nel tempo con maggiore serenità. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gentile utente, il dolore per la perdita di sua madre e il peso di essere rimasta l'unico punto di riferimento per suo padre rappresentano un carico emotivo davvero imponente. È del tutto comprensibile e umano sentirsi affaticata e desiderare un momento di respiro per se stessa e per la sua famiglia. Il senso di colpa che prova in questo momento nasce da un equivoco molto comune: confondere la necessità di mettere un confine salutare con l'egoismo. Prendersi del tempo per riposare non significa affatto abbandonare suo padre, ma al contrario preservare le sue energie per potergli stare accanto con affetto e presenza nel tempo, senza rischiare il logoramento. È importante considerare che la riservatezza di suo padre e la sua mancanza di una rete sociale appartengono al suo modo di essere e alla sua storia personale. Visto che fortunatamente è del tutto autonomo, la sua solitudine è in parte una sua scelta, e lei non può né deve sostituirsi a un'intera vita sociale che lui decide di non coltivare. Accettare i suoi limiti e non tentare di salvarlo dalla sua routine è il primo passo per alleggerire la rabbia e il risentimento che sente. Godersi tre settimane di vacanza con suo marito e ritrovare la dimensione di coppia e di famiglia non è una colpa, ma una necessità di equilibrio del tutto legittima. Al suo rientro, per evitare di saturare il vostro rapporto, potrebbe valutare l'idea di delegare alcune mansioni pratiche, come le pulizie o la gestione dei pasti, a un aiuto esterno, in modo che il tempo trascorso con suo padre torni a essere un momento d'affetto e non solo di dovere. Quando il senso di responsabilità diventa così schiacciante, un percorso di consulenza psicologica o di psicoterapia può rivelarsi uno spazio fondamentale per elaborare il lutto per sua madre e imparare a ridefinire i confini familiari, liberandosi finalmente dal peso dei sensi di colpa. Resto a disposizione e le invio un caro saluto.
gentile, la tua domanda mi arriva particolarmente essendo che, come psicologa che lavora anche con gli anziani, mi trovo spesso ad affrontare queste situazioni con i familiari, ovviamente è una questione di burden, ma ci sono aspetti suoi personali che le impediscono di vivere in maniera serena questo rapporto, la questione non è far accettare qualcosa a suo padre, ma come lei può gestire il senso di colpa legato alla situazione. Le consiglio dunque di iniziare a pensare ad un supporto psicologico per alleviare il senso di colpa e risolvere quei nodi che le impediscono di vivere serenamente la sua vita! In bocca al lupo!
Gentile utente, dalle sue parole emerge quanto bene voglia a suo padre e quanta dedizione stia mettendo nell'essergli accanto dopo la perdita di sua madre. È comprensibile che, essendo figlia unica, senta un forte senso di responsabilità. Allo stesso tempo, però, ciò che descrive sembra andare oltre la responsabilità e trasformarsi in un senso di colpa costante, che la porta a percepire come "mai abbastanza" tutto ciò che fa. Da quello che racconta, lei è molto presente: lo vede ogni giorno, lo aiuta nelle attività domestiche, gli dedica tempo e ha condiviso con lui anche un periodo di vacanza. Sono gesti concreti e significativi. Il fatto che desideri trascorrere del tempo anche con suo marito e la sua famiglia non la rende egoista, ma una persona che cerca di prendersi cura di tutte le relazioni importanti della propria vita. Comprendo anche la sua fatica nel vedere che suo padre, pur essendo autonomo, non desidera ampliare la propria rete sociale. Tuttavia, le opportunità possono essere proposte, ma non imposte: la scelta di frequentare un centro anziani o di coltivare nuove relazioni spetta a lui. Assumersi la responsabilità anche delle decisioni che spettano a suo padre rischia di aumentare ulteriormente il peso che già porta. Forse la domanda da porsi non è se stia facendo abbastanza, ma se il parametro con cui misura il suo impegno sia realistico o se le richieda di colmare una solitudine che, in parte, non dipende da lei. Se questo senso di colpa è così persistente e le impedisce di vivere con serenità anche momenti legittimi di riposo e di vita familiare, potrebbe essere utile confrontarsi con uno psicologo. Un percorso potrebbe aiutarla a distinguere ciò che è responsabilità da ciò che, invece, è un carico emotivo che sta sostenendo da sola, permettendole di continuare a essere una figlia presente senza rinunciare al suo equilibrio personale. Le auguro di riuscire a prendersi cura di suo padre senza dimenticare di prendersi cura anche di sé. Sarei felice di accompagnarla in questo percorso. Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo. Resto a disposizione attraverso consulenze online. Dott. Luca Rochdi
Buongiorno, quello che racconta sembra un carico emotivo molto grande: da una parte l'amore e la riconoscenza verso suo padre, dall'altra il bisogno legittimo di avere uno spazio per sé e per la sua famiglia. Il senso di colpa sembra essere diventato più pesante della situazione reale, anche perché suo padre è autonomo e non le sta chiedendo ciò che lei sente di dover fare. A volte, soprattutto dopo una perdita importante come quella di sua madre, il ruolo di "figlia che deve occuparsi di tutto" può diventare molto rigido e lasciare poco spazio ai propri bisogni. Voler bene a un genitore non significa rinunciare alla propria vita o ai propri momenti di serenità. Le consiglierei di intraprendere un percorso psicologico, che possa aiutarla a elaborare il lutto, lavorare sul senso di colpa e trovare un equilibrio più sereno tra il prendersi cura di suo padre e il prendersi cura di sé. Cordiali saluti.
Buongiorno, prima di tutto vorrei dirle che dalle sue parole emerge quanto bene voglia a suo padre e quanto si stia prendendo cura di lui dopo la perdita di sua madre. È comprensibile che, essendo figlia unica e vedendolo così solo, senta su di sé una responsabilità molto grande. Mi colpisce però un aspetto: lei racconta di vederlo tutti i giorni, di aiutarlo nelle faccende domestiche, di trascorrere del tempo con lui e di cercare anche soluzioni affinché possa avere una vita sociale. Eppure, nonostante tutto questo, continua a sentirsi "in difetto". Questo fa pensare che il senso di colpa che prova non dipenda tanto da ciò che fa realmente, quanto da un'idea molto esigente del ruolo di figlia, come se qualsiasi cosa facesse non potesse mai essere sufficiente. È importante ricordare che prendersi cura di un genitore non significa rinunciare ai propri bisogni, alla propria famiglia o ai propri momenti di riposo. Desiderare di trascorrere le vacanze con suo marito e la sua famiglia non la rende egoista, così come il fatto che suo padre non venga con voi non significa che lei lo stia abbandonando. Comprendo anche la sua frustrazione nel vedere che suo padre rifiuta le occasioni di socializzazione. Tuttavia, può incoraggiarlo e proporgli delle alternative, ma non può scegliere al posto suo. Rispettare le sue decisioni, anche quando non coincidono con ciò che lei ritiene più utile, fa parte del riconoscere la sua autonomia. Forse potrebbe provare a chiedersi: "Sto facendo abbastanza?" oppure "Sto pretendendo da me stessa qualcosa che nessun figlio potrebbe realisticamente fare?". A volte il desiderio di proteggere una persona amata rischia di trasformarsi in un carico emotivo che non lascia più spazio alla propria vita. Se sente che questo senso di colpa continua a essere così intenso e le impedisce di vivere serenamente il rapporto con suo padre e con la sua famiglia, potrebbe essere utile approfondire questi vissuti in un percorso psicologico. Se ha piacere, potremmo parlarne insieme in uno spazio dedicato, così da aiutarla a trovare un equilibrio tra la cura per suo padre e la cura per sé stessa.
Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso una situazione così delicata. Dalle sue parole emerge quanto amore e senso di responsabilità ci siano nel rapporto con suo padre, ma anche quanto peso lei stia portando sulle sue spalle. La perdita di sua mamma ha probabilmente modificato gli equilibri familiari: essendo figlia unica, può essere comprensibile che lei senta di essere diventata il principale punto di riferimento per suo padre. Tuttavia, mi sembra importante distinguere tra l'amore e la cura verso un genitore e la sensazione di dover essere responsabile della sua solitudine e del suo benessere emotivo. Da quello che racconta, suo padre è una persona autonoma e lei già si prende cura di lui in molti modi: lo va a trovare ogni giorno, lo aiuta concretamente e cerca di garantirgli vicinanza. Il fatto di desiderare anche dei momenti per sé, per suo marito e per la sua famiglia, non significa essere egoista. A volte il senso di colpa nasce proprio quando abbiamo interiorizzato l'idea che, per essere persone buone o figli riconoscenti, dobbiamo sempre mettere i bisogni dell'altro prima dei nostri. Ma una relazione affettiva sana può includere anche dei confini. È comprensibile anche la sua fatica rispetto al fatto che suo padre non abbia una rete sociale. Tuttavia, per quanto lei possa incoraggiarlo e offrirgli possibilità, non può costruire al posto suo una vita sociale o riempire completamente il vuoto che lui eventualmente sente. Forse una domanda utile potrebbe essere: “Sto facendo qualcosa perché lo desidero davvero o perché temo di sentirmi in colpa se non lo faccio?” Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a elaborare il lutto per sua madre, ma anche a lavorare su questo senso di responsabilità eccessiva, imparando a prendersi cura di suo padre senza perdere lo spazio per la propria vita. Un caro saluto. Dott.ssa Cinzia Pirrotta
È comprensibile che senta un forte senso di responsabilità, ma il fatto che suo padre scelga di non ampliare la propria vita sociale non dipende da lei né può essere risolto da lei. Prendersi dei momenti per sé e per la sua famiglia non significa volergli meno bene: significa trovare un equilibrio sostenibile, senza lasciare che il senso di colpa guidi ogni scelta.Ti consiglio di consultarti con un professionista, ci sono anche io.Buona scelta!
Salve, da quanto descrive potrebbe essere utile per lei fare qualche colloquio psicologico con uno Psicologo Clinico o uno Psicoterapeuta che possa aiutarla ad inquadrare meglio cosa smuove in lei questa situazione e trovare strategie più funzionali alla costituzione di un nuovo equilibrio con la se stessa, la sua famiglia di origine (il papà) e la sua nuova famiglia. Saluti. Dr. Francesco Rossi.
Salve, innanzitutto mi dispiace per la perdita di sua madre. Capisco il carico di responsabilità che sente ed immagino quanto può esser faticoso "farci i conti" ogni giorno. Faccia attenzione al ruolo che sta ricoprendo per suo padre e a quanto si sente ormai insostituibile, alla sua assenza compare l'eccessiva solitudine di suo padre, che tuttavia non è una sua completa responsabilità. Il lutto trasforma le relazioni ed altera i ruoli in famiglia, ma le auguro di poter riconoscere quale funzione ha e si dà lei all'interno di questa situazione. Intanto buone vacanze al mare con la sua famiglia, esserci non è necessariamente stare in prima fila, senza mai allontanarsi. Dott.ssa Francesca Stanca
Buongiorno, dalle sue parole emerge con forza l'amore e il senso di responsabilità che prova nei confronti di suo padre. Tuttavia, colpisce anche quanto il senso di colpa sembri accompagnare ogni sua scelta, quasi come se qualsiasi decisione la facesse sentire in difetto. Prendersi cura di un genitore anziano è un compito emotivamente molto impegnativo, ma non significa dover rinunciare ai propri bisogni, alla propria famiglia o ai propri spazi. Cercare un equilibrio tra l'essere figlia, moglie e madre non è egoismo, ma una necessità per poter continuare a prendersi cura dell'altro senza esaurire le proprie energie. Può essere utile continuare a proporre a suo padre occasioni di socializzazione, rispettando però anche i suoi tempi e le sue scelte. Allo stesso tempo, credo sia importante che lei si conceda il diritto di vivere la sua vita senza sentirsi costantemente in colpa. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio l'origine di questo senso di responsabilità eccessivo e a viverlo con maggiore serenità. Le auguro di trovare un equilibrio che tuteli sia suo padre sia il suo benessere.
Gentile utente, quello che descrive sembra essere soprattutto un grande senso di responsabilità che, dopo la perdita di sua madre, si è trasformato in senso di colpa. È comprensibile che, essendo figlia unica e sapendo che suo padre ha una rete sociale molto ridotta, lei senta di essere diventata il suo principale punto di riferimento. Tuttavia, una cosa è esserci per un genitore e un'altra è sentirsi responsabile della sua solitudine e del suo benessere in ogni momento. Da quello che racconta, lei sta già facendo moltissimo: lo vede tutti i giorni, lo aiuta in casa, gli prepara da mangiare, gli fa compagnia e ha persino trascorso con lui due settimane al mare. Eppure continua a pensare che non sia abbastanza. Questo è un elemento importante, perché probabilmente il problema non è la quantità di ciò che fa, ma il criterio con cui valuta ciò che fa. Se la regola interna è “devo fare sempre di più perché lui è solo”, non ci sarà mai un momento in cui potrà sentirsi davvero a posto. Può essere utile distinguere tra responsabilità e senso di colpa. Suo padre è un uomo adulto, autonomo e, da quanto racconta, non le chiede tutto ciò che lei sente di dovergli dare. La sua eventuale solitudine non è una responsabilità che può essere risolta interamente da lei. Lei può offrirgli presenza e affetto, ma non può costruire al posto suo una rete sociale se lui non desidera farlo. E qui c'è un passaggio particolarmente importante: lei ha provato a proporgli il centro anziani, ma lui ha scelto di non andarci. È una sua scelta. Può incoraggiarlo, suggerire possibilità, accompagnarlo eventualmente una prima volta, ma non può assumersi anche il compito di trovare per lui una vita sociale. Altrimenti rischia di trovarsi in una posizione in cui deve continuamente compensare ciò che lui non sceglie di fare. Anche il fatto che lei provi una certa rabbia nei suoi confronti non significa affatto che gli voglia meno bene. È possibile amare profondamente un genitore e, contemporaneamente, essere stanchi del ruolo che ci si è trovati a ricoprire. Forse una parte di lei vorrebbe poter dire: “Papà, ti voglio bene, ma non posso essere io tutta la tua vita”. Questo non è egoismo: è un limite sano. Per quanto riguarda le vacanze, credo sia importante concedersi di vivere quelle tre settimane con la propria famiglia senza considerarle un abbandono di suo padre. Non portarlo con voi non significa lasciarlo solo o non occuparsi di lui. Significa riconoscere che lei ha anche una propria famiglia, un marito, probabilmente dei figli e il diritto di vivere le proprie vacanze senza sentirsi continuamente responsabile del benessere di un'altra persona adulta. Potrebbe provare, nei momenti in cui compare il senso di colpa, a chiedersi: “Sto facendo qualcosa di sbagliato oppure sto semplicemente facendo qualcosa che non coincide con ciò che vorrei fare per mio padre?”. Sono due cose molto diverse. Non avere voglia di andare a trovarlo un giorno non significa essere una cattiva figlia. A volte significa semplicemente essere stanchi, avere bisogno di spazio o desiderare di dedicarsi alla propria vita. Credo che un percorso psicologico potrebbe aiutarla molto proprio su questo aspetto: non tanto per imparare a fare ancora di più per suo padre, ma per imparare a volergli bene senza sentirsi responsabile di tutto ciò che prova e senza dover continuamente espiare il fatto di avere una vita propria. Sua madre è venuta a mancare e questo ha inevitabilmente modificato gli equilibri familiari. Forse ora il compito non è fare in modo che suo padre non si senta mai solo, ma trovare un modo per esserci per lui senza smettere di esserci anche per sé stessa.
Gentile...non è facile la sua situazione, mi dispiace, ma noi terapeuti ne sentiamo molte simili. Il suo problema l'ha dichiarato, è il suo senso di colpa. E' una situazione che si verifica spesso con i genitori. Dovrebbe avere il coraggio di affrontare questi sentimenti, se non riesce da sola, con una/uno di noi professionisti. Scoprirà che non è affatto egoista, perché l'ambivalenza fa parte di tutti noi esseri umani. Se fossimo "santi" non avremmo alcun merito. Sono sicuro che ha sempre fatto moltissimo per suo padre, chi è egoista non ha sensi di colpa. Le auguro quindi di vivere più serenamente.
Carissima, innanzitutto considera che quello che fai per tuo padre non lo farebbero molte persone. C'è molto individualismo in giro quindi la tua è già una disponibilità importante. Considera poi, che magari a tuo padre può non interessare il fatto che tu ti dedichi così a lui. Mi sembra, come dici, che sia una persona indipendente e quindi la sua solitudine è una condizione di vita che lo caratterizza da sempre. Non farti prendere così dai sensi di colpa, semmai cerca di capire perchè ne soffri domandandoti con sincerità se quello che fai per tuo padre sia una tua esigenza o una sua necessità. Ti ringrazio della tua domanda Rimangom a tua disposizione per ulteriori chiarimenti Dott Gabriele Lenti Psicoterapeuta Genova
Salve, è comprensibile che dopo la perdita di sua madre lei senta un forte senso di responsabilità verso suo padre. Tuttavia, essere una figlia presente non significa dover essere l’unica fonte di compagnia e benessere per lui. Da ciò che racconta, lei fa già moltissimo. Suo padre è autonomo e, anche se lei può incoraggiarlo a costruire una maggiore rete sociale, non può farlo al posto suo. Anche scegliere di trascorrere le vacanze con la sua famiglia senza di lui non significa essere egoista: significa riconoscere i suoi bisogni e i suoi limiti. Provi a distinguere ciò che realmente le compete dal senso di colpa. Prendersi cura di suo padre non dovrebbe richiedere di rinunciare continuamente a se stessa e alla propria famiglia. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio a lavorare su questo senso di colpa eccessivo, imparando a vivere la distanza e i propri bisogni senza sentirli come un abbandono. Un caro saluto. Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa
La sua situazione sembra attraversata da due sentimenti molto forti e apparentemente contraddittori: da una parte l’amore e la responsabilità verso suo padre, dall’altra il bisogno, altrettanto legittimo, di vivere la propria vita e di avere dei momenti per sé e per la propria famiglia. In una prospettiva cognitivo-costruttivista, potrebbe essere utile interrogarsi non tanto su quanto “fa abbastanza” per suo padre, ma sul significato che per lei ha il sentirsi una “buona figlia”. Sembra infatti che il senso di colpa non derivi da ciò che suo padre le chiede – anzi, lei stessa dice che non la accusa di nulla – ma da una regola interna molto esigente: “se non ci sono, se non mi occupo di lui, sto venendo meno al mio dovere”. È questa rappresentazione di sé, più che la situazione concreta, a mantenere il senso di colpa. Il fatto che lei vada da suo padre tutti i giorni, lo aiuti concretamente e abbia trascorso con lui due settimane al mare mostra già quanto sia presente. Prendersi cura di lui, però, non dovrebbe necessariamente significare rinunciare ai propri bisogni o sentirsi responsabile della sua solitudine. Suo padre, pur essendo anziano e solo, è anche una persona autonoma e può avere una propria responsabilità rispetto alle scelte che riguardano la sua vita sociale. Lei può offrirgli delle possibilità, ma non può costruire la sua vita al posto suo. È comprensibile anche che possa provare una certa rabbia nei suoi confronti: voler bene a qualcuno non significa non poter essere stanchi, arrabbiati o desiderare maggiore libertà. Anche questi sentimenti meritano di essere riconosciuti, senza trasformarli automaticamente nella prova di essere egoista. Forse il passaggio importante è provare a sostituire alla domanda “Sto facendo abbastanza per papà?” una domanda diversa: “Come posso prendermi cura di papà senza smettere di prendermi cura anche di me?”. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio a esplorare questa rappresentazione di sé come figlia sempre responsabile, distinguendo la responsabilità reale dal senso di colpa e costruendo un modo più equilibrato di stare nella relazione con suo padre, nel quale esserci non significhi necessariamente esserci sempre.
Salve. Da un punto di vista psicologico, quello che racconta sembra parlare soprattutto di un lutto ancora molto presente e di un senso di responsabilità che è diventato quasi totale. Ha perso sua madre soltanto un anno fa e, contemporaneamente, si è ritrovata a percepire se stessa come l'unico punto di riferimento per suo padre. È comprensibile quindi che dentro di lei si sia attivato il pensiero: “Adesso ci sono solo io, quindi devo esserci sempre.” Il problema è che questo “devo” sembra essersi trasformato progressivamente in un senso di colpa permanente. C'è però una distinzione importante: essere responsabile di suo padre non significa essere responsabile della sua solitudine. Da quello che descrive, suo padre è autonomo, lei lo vede quotidianamente, si occupa della casa, gli prepara da mangiare, gli fa compagnia e cerca anche di favorire una sua maggiore socialità. Questo non sembra affatto il comportamento di una figlia egoista. Al contrario, sembra che lei stia facendo moltissimo. Il fatto che, nonostante tutto questo, continui a pensare “non è mai abbastanza” fa pensare che il problema non sia realmente la quantità di ciò che fa, ma il criterio con cui sta valutando se stessa. Se il criterio è “devo fare tutto ciò che potrei fare per non sentirmi in colpa”, non ci sarà mai un punto di arrivo. Ci sarà sempre qualcosa in più che potrebbe fare. E qui arriviamo alla questione delle vacanze. Andare al mare con suo marito e i suoi figli senza suo padre non significa abbandonarlo. Significa anche riconoscere che lei ha una propria famiglia, una coppia, dei figli e il diritto di vivere del tempo con loro. Il bisogno di suo padre di avere compagnia è reale e merita attenzione, ma non può trasformarsi automaticamente in un obbligo per lei di rinunciare sistematicamente alla propria vita. È anche comprensibile che lei provi una certa rabbia nei confronti di suo padre. E vorrei rassicurarla su questo punto: voler bene a una persona e, contemporaneamente, essere arrabbiati con lei sono sentimenti perfettamente compatibili. Probabilmente una parte di lei pensa: “Perché devo essere io a portare tutto questo peso? Perché non può avere una vita sua? Perché non accetta di frequentare qualcuno?” Non significa che non ami suo padre. Significa che è stanca. Inoltre, suo padre ha il diritto di scegliere di non frequentare il centro anziani. Lei può proporglielo, incoraggiarlo e offrirgli delle possibilità, ma non può costruire al posto suo una vita sociale che lui non desidera. Se lui sceglie di rimanere più isolato, questa è una sua scelta da adulto, anche se a lei dispiace. Forse il passaggio più importante per lei è quindi questo: “Posso prendermi cura di mio padre senza prendermi carico della sua intera vita.” E anche: “Posso andare in vacanza senza di lui e continuare a essere una buona figlia.” Il senso di colpa, inoltre, non è necessariamente un indicatore del fatto che stia facendo qualcosa di sbagliato. A volte il senso di colpa compare semplicemente quando facciamo qualcosa che non coincide con l'immagine di noi stessi come persone sempre disponibili e responsabili. Potrebbe esserle utile iniziare a chiedersi, quando compare il senso di colpa: “Sto davvero trascurando mio padre oppure sto semplicemente facendo qualcosa per me?” Sono due cose molto diverse. E forse, in questo momento, dovrebbe concedersi anche la possibilità di elaborare il proprio lutto, non soltanto quello di suo padre. La perdita di sua madre ha probabilmente modificato gli equilibri familiari e l'ha costretta molto rapidamente a occupare un ruolo di “figlia che deve occuparsi di papà”. Potrebbe esserci poco spazio per la domanda: “E io, come sto dopo aver perso mia madre?” Un percorso psicologico potrebbe essere particolarmente utile proprio per lavorare sul lutto, sul senso di colpa e sui confini nella relazione con suo padre. Non per insegnarle a fare meno per lui, ma per aiutarla a prendersene cura senza sacrificare continuamente se stessa. Una figlia può amare profondamente il proprio padre, preoccuparsi per lui, aiutarlo ogni giorno e, allo stesso tempo, avere voglia di partire per tre settimane con la propria famiglia. Queste due cose non si contraddicono. Le mando un caloroso saluto Dott. Michele Basigli Perugia
Il senso di colpa che descrive è molto comune in chi si ritrova punto di riferimento unico per un genitore anziano, soprattutto dopo un lutto: la responsabilità reale finisce per mescolarsi a un'aspettativa interiore di dover essere sempre presenti, che spesso nessuno le ha davvero imposto se non lei stessa. Prendersi del tempo per la propria famiglia non è in contraddizione con la cura verso suo padre, ma è ciò che le permette di sostenerla nel lungo periodo senza esaurirsi. Il rifiuto di suo padre verso il centro anziani è una sua scelta legittima, così come lo è la sua di ritagliarsi spazi di vita personale: i due bisogni possono convivere senza che l'uno cancelli l'altro. Può essere utile parlare apertamente con lui di come si sente, non per convincerlo a cambiare abitudini, ma per condividere il peso emotivo che sta portando da sola.
Mi dispiace per il peso che sta portando. Dopo la perdita di sua madre, essere rimasta l’unico riferimento familiare per suo padre può aver trasformato l’affetto in un senso di responsabilità quasi totale. Il fatto che lui non le chieda nulla ma lei si senta comunque sempre “in difetto” fa pensare che il nodo principale non sia ciò che suo padre pretende, ma ciò che lei sente di dovergli garantire per non sentirsi egoista. È importante ricordare che prendersi cura di un genitore non significa annullare la propria vita, la propria coppia o il bisogno di riposo. Suo padre è autonomo e la sua scelta di non costruire una rete sociale non può diventare interamente una responsabilità sua. Credo che per lei sarebbe molto utile iniziare un supporto psicologico, perché il senso di colpa continuo rischia di consumarla e di trasformare ogni scelta personale in una colpa. Se vuole, può prenotare una consulenza con me, online o in presenza; può anche scrivermi direttamente per approfondire questa dinamica e consultare la mia agenda per verificare le disponibilità. un caro saluto. Dott. Giulio Blasilli
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