Domande del paziente (3350)
Buongiorno dottori. Vi scrivo per richiedere un parere su un evento che mi ha confusa recentemente. Ho 23 anni, sto passando un periodo in cui mi sto preparando per la laurea e successivamente già per cercare lavoro. Sono una che ha bisogno di farsi piani per ogni minima cosa perché altrimenti sento di non avere controllo. Recentemente, è successa una cosa strana, praticamente vi dico già che io sono attratta sia da ragazzi che da ragazze, lo so da 7 anni e non è assolutamente un problema per me, lo accetto e lo vivo come una verità dentro me, anche se preferirei innamorarmi di un uomo perché vorrei avere dei figli e sinceramente preferirei averli nella situazione più classica possibile. Vi dico questo perché è da mesi che so dell’esistenza di una determinata ragazza di circa la mia età, non ci conosciamo davvero, ma è capitato di guardarla da lontano, vederla interagire con i suoi amici e cose così. Appunto per mesi la mia percezione verso di lei è stata neutro-positiva, la trovo bella, solare e simpatica, e sembra anche genuina. L’altra notte però, mi è capitato a caso di fare un sogno in cui lei mi abbracciava, e io sentivo conforto in quell’abbraccio, e mi sentivo come se fossi cotta di lei, soprattutto perché dopo sempre nel sogno siamo sedute in un tavolo vicine e parliamo, ma poi un ragazzo attira la sua attenzione e inizia a parlare con lei, a quel punto sento una sensazione di gelosia, che ricordo ancora ora, e che quando il sogno è finito ho sentito letteralmente la sua mancanza, mi è dispiaciuto che fosse un sogno, dove forse eravamo amiche o comunque avevamo un legame. Ho continuato la mia vita normalmente, ma da quel giorno ogni volta che la vedo sento un’attrazione travolgente. Dire che mi sento attratta da lei fisicamente sarebbe riduttivo, perché non è che io sento attrazione per lei perché mi piace il suo corpo o la trovo “sexy” seppur sia bella, ma sento una sorta di desiderio verso di lei, in generale. È come se io amassi lei, non il suo corpo, ma lei. Infatti, la cosa che più mi accende è il pensiero di baciarla, e se devo essere sincera la bacerei anche molto appassionatamente, cosa molto strana per me, perché io non sento praticamente mai così tanta attrazione per qualcuno per cui non ho nemmeno sentimenti di cotta come minimo, cosa che quando c’è la sento in modo molto più intenso e euforico di qualsiasi attrazione fisica, cosa che appunto come ho detto con lei tecnicamente non c’è stata. Eppure sento un desiderio per lei così forte e anche di lasciarmi andare e perdere il controllo con lei che onestamente mi confonde, non capisco cosa sia successo, ma è tutto nato da quel sogno. Sottolineo che non ci siamo mai nemmeno sfiorate né guardate. Inoltre, voglio precisare che io sono sempre stata più aperta emotivamente nei confronti delle ragazze non per scelta ma per istinto, perché sono molto intuitiva e sento quasi sempre le intenzioni delle persone, e quando ho rapporti con i ragazzi non sento mai quella sincerità e purezza di intenzioni che io tanto amo e che con le ragazze sento di più. I maschi purtroppo soprattutto alla mia età spesso cercano altro, mentre io cerco una grande integrità, maturità, presenza, passione e connessione, cosa che non riesco mai ad associare ai maschi, anche perché o sono sempre con quel fondo di voglia di competizione e arroganza/ricerca di sesso che si percepisce da miglia, oppure sono troppo remissivi e dolci, cosa che purtroppo se eccessiva non mi accende negli uomini, perché anche se la dolcezza è fondamentale per me, io vorrei una via di mezzo fra ragazzo che sa essere forte e farmi sentire protetta ma allo stesso tempo saper essere dolce senza vergognarsene, con un cuore pieno di valori e un vero rispetto non solo per me ma per tutti. Quindi è una cosa rara, e istintivamente connetto meglio con le ragazze, infatti non ho mai avuto cotte emotive per maschi, se non alle elementari per un compagno, quando però appunto quella purezza di intenzioni era ancora presente e non “inquinata” dal testosterone, che a quanto pare li fa andare fuori di testa non lo so, peccato che il testosterone che molti di loro usano spesso per dominare o sentirsi migliore dovrebbe servire a proteggere e non a schiacciare, ma ci vuole un’alta maturità per integrarlo e lo capisco. Però appunto per questo connetto meglio con le ragazze oggi, e collegandomi con il sogno che ho fatto verso quella ragazza, perché secondo voi è esplosa questa attrazione così forte? Secondo voi cosa dovrei fare? Vi ringrazio per il tempo che mi dedicherete per rispondermi, accetto ogni visione e consiglio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che racconta è un’esperienza molto interessante e anche piuttosto ricca dal punto di vista emotivo e mentale, soprattutto perché arriva in un momento della sua vita in cui sta già affrontando cambiamenti importanti, come la conclusione degli studi e l’avvicinamento a scelte future significative. In queste fasi, è frequente che la mente diventi più sensibile a ciò che riguarda il legame, l’identità e il desiderio di connessione. Partirei da un punto centrale, tipico di una lettura cognitivo comportamentale: i sogni non “creano” dal nulla emozioni completamente nuove, ma spesso rielaborano elementi già presenti, anche se non pienamente riconosciuti a livello consapevole. Il sogno che descrive sembra aver attivato in modo molto intenso alcune emozioni legate a vicinanza, sicurezza, esclusività affettiva e connessione. Emozioni che, una volta provate in modo così vivido, possono continuare a risuonare anche nella veglia, soprattutto se si inseriscono in un terreno già sensibile. Il fatto che dopo quel sogno lei inizi a percepire un’attrazione più forte verso questa ragazza non significa necessariamente che “sia nato qualcosa dal nulla”, ma piuttosto che quell’esperienza onirica abbia dato una forma concreta e immaginabile a un tipo di legame emotivo che, forse, già poteva essere presente a livello più sottile, come curiosità, apertura, risonanza affettiva o idealizzazione di alcune qualità che lei sente importanti, come autenticità, presenza e connessione. In ottica cognitivo comportamentale, è utile anche osservare come la mente tenda a collegare eventi e significati in modo molto rapido. Un sogno intenso, carico di emozione, può diventare una sorta di “ancora mentale” che orienta successivamente la percezione della realtà. Da quel momento, il modo in cui la guarda cambia, perché il cervello ha associato a quella persona un’esperienza emotiva forte, e questo rende più facile attivare sensazioni di attrazione anche nella vita reale, pur in assenza di interazioni dirette. Un altro aspetto importante è il suo bisogno di connessione profonda e di autenticità. Questo è un tema molto centrale nelle sue parole e riguarda più il tipo di legame che desidera che non il genere della persona. Quando una persona sente che alcune qualità emotive sono difficili da trovare in un certo tipo di relazione, è naturale che la mente si orienti verso esperienze in cui quelle qualità sembrano più accessibili o più immediate. In questo senso, più che concentrarsi subito sul “cosa significa questa attrazione”, può essere utile chiedersi “che cosa rappresenta per me questa persona in questo momento”. Spesso non è tanto l’individuo specifico a portare tutto il peso emotivo, ma il significato che la mente gli attribuisce: sicurezza, autenticità, idealizzazione di un tipo di connessione, o anche semplicemente la possibilità immaginata di un legame diverso da quelli sperimentati finora. Non c’è nulla di sbagliato nel provare confusione o intensità emotiva in questi casi. Anzi, fa parte di un processo naturale di esplorazione interna, soprattutto quando si è in una fase di transizione personale. L’aspetto importante è non sentirsi obbligata a dare subito una definizione definitiva a ciò che sta provando, ma permettersi di osservare come evolve questa esperienza nel tempo, anche in relazione alla realtà concreta del rapporto, che al momento è ancora molto distante. Un percorso di supporto potrebbe aiutarla proprio a mettere ordine tra emozioni, pensieri e significati, distinguendo ciò che nasce da un’esperienza immaginativa intensa da ciò che si costruisce nella relazione reale. In un’ottica cognitivo comportamentale, questo tipo di lavoro permette di comprendere meglio i propri schemi affettivi e relazionali senza forzare interpretazioni, ma osservandoli con maggiore chiarezza e flessibilità. Quello che sta vivendo, più che una risposta improvvisa e incomprensibile, sembra un momento in cui la sua mente sta esplorando in modo molto vivo il tema della connessione e del desiderio di vicinanza emotiva. E questo, se accompagnato con consapevolezza, può diventare anche un’occasione di maggiore conoscenza di sé. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno dottori ho una domanda da farvi faccio una terapia da molto tempo per ansia e disturbo dell umore però non riesco a prendere tutta la terapia perché sento che quando prendo tutti i farmaci il corpo mi cambia molto sento questa calma addosso molta sedazione che è benefica ma che mi porta a toglierli sistematicamente aggravano magari gli impulsi ogni tanto del gioco non so come fare per risolvere una volta per tutte questa situazione voi cosa ne pensate grazie per l aiuto
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è una situazione che merita attenzione e anche molta comprensione, perché mette insieme due aspetti che spesso possono entrare in tensione tra loro: da un lato il desiderio di stare meglio e di ridurre ansia e instabilità emotiva, dall’altro la sensazione che il cambiamento del corpo e dello stato mentale venga percepito come qualcosa di estraneo o difficile da tollerare. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, un punto centrale è proprio questo: non solo ciò che si assume o si fa, ma il modo in cui lo si interpreta e lo si sente nel corpo può influenzare profondamente la continuità di un percorso. La sensazione di “calma e sedazione” che descrive può essere vissuta in modi molto diversi da persona a persona. Per alcuni è un sollievo, per altri può attivare un senso di perdita di controllo, di distanza da sé stessi o di cambiamento non pienamente accettato. Quando questo accade, è comprensibile che si cerchi di interrompere ciò che genera quella sensazione, anche se razionalmente si riconosce che porta beneficio. Il punto importante non è tanto la presenza o meno di una terapia, quanto il ciclo che si può creare tra effetto percepito, interpretazione e comportamento. Se la sensazione di calma viene interpretata come “troppo”, “non mi riconosco”, o “non va bene così”, questo può portare a interrompere il percorso, e l’interruzione a sua volta può far riemergere gli impulsi o le difficoltà che si stavano cercando di gestire. Si crea così un andamento altalenante che può risultare faticoso e frustrante. Un altro aspetto che emerge è la presenza di impulsi legati al gioco quando la situazione si destabilizza. In ottica cognitivo comportamentale, questi comportamenti spesso non vanno letti solo come “problemi a sé”, ma anche come strategie che la mente utilizza per gestire stati interni difficili, come tensione, vuoto o irrequietezza. Questo non li rende meno importanti, ma aiuta a comprenderli all’interno di un quadro più ampio. La difficoltà che descrive sembra quindi non essere solo legata a “prendere o non prendere una terapia”, ma al rapporto che si crea tra il cambiamento interno e la tolleranza di quel cambiamento. In molti casi, il lavoro più utile non è solo sul trovare un equilibrio esterno, ma sul riuscire a comprendere meglio cosa accade dentro di sé in quei momenti, quali pensieri si attivano quando sente il corpo diverso, e cosa la porta a interrompere ciò che in parte riconosce come utile. Un percorso psicologico di tipo cognitivo comportamentale può essere molto utile proprio per lavorare su questo livello, aiutando a dare significato alle sensazioni, a riconoscere i meccanismi che portano alle interruzioni e a costruire gradualmente una maggiore continuità e stabilità, senza che il cambiamento venga vissuto come qualcosa di estraneo o minaccioso. In situazioni come questa, spesso non si tratta di “forza di volontà”, ma di comprensione dei propri schemi interni e di costruzione di strategie più sostenibili nel tempo, che permettano di non oscillare tra estremi, ma di trovare una stabilità più tollerabile e coerente con la propria esperienza. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buona sera vi scrivo per un aiuto spesso mi si rialza l'ansia e mi fa stare male non controllare i miei pensieri. Mi sembra di andare in disperazione e nessuno psicologo o psicoterapeuta che prenda per le corna il mio malessere. Sono un'assistente domiciliare e oggi ho fatto un'affiancamento insieme a all'altra operatrice per andare da 2 sorelle autistiche a casa. Mentre l'operatrice mi diceva tutte le cose io avevo dentro una voce, qualcosa che mi porta alla passività a pensare che non fa per me, l'altra operatrice era carina con me mentre io avevo paura di vederla sospettosa (come se poi mi autosaboto e faccio accadere quello che io penso) l'altro mi vede strana nel comportamento. In quel momento mi irrigidisco riesco ad essere poco spontanea. Devo poi faricare con il pensiero per ritornare in uno stato di calma apparente. La conseguenza è che ho poi pensieri di svalutazione di angoscia e accusa verso di me. Mi butto giù e mi cade l'autostima troppo facilmente da farmi paura. Proietto sull'altro tutto questo non so perché e del fatto che poi mi metto in un atteggiamento di dipendere come di paura a fare le cose spontanee. Mi congelo e si vede dal mio comportamento. Mi sento una sempre sotto giudizio anche quando non ce ne è bisogno. Io ci convivo da tanto tempo e si accentua in situazioni nuove credo. Quando mi viene questo malessere io vorrei sparire, mi vergogno a non avere una solida stima di me. Cosa mi scatena questo. Perchè io faccio così e non trovo la forza di non dare retta a questi pensieri? Ho paura di dipendere e divento una banderuola che non ha carattere e poi non riesco a fare le cose con serenità e spensieratezza. Vi chiedo che meccsnismo è come faccio a spezzarlo si può guarire? Mi ossessiona tanto. Grazie mille
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, quello che descrive è un vissuto molto intenso e faticoso, e si percepisce chiaramente quanto questa esperienza dell’ansia e dei pensieri intrusivi stia influenzando non solo il suo stato emotivo, ma anche il modo in cui si percepisce nel rapporto con gli altri e nelle situazioni nuove. In una prospettiva cognitivo comportamentale, un elemento centrale da cui partire è il legame tra pensieri, emozioni e comportamenti. Quello che racconta sembra inserirsi in un ciclo molto tipico dell’ansia: in una situazione percepita come nuova o valutativa, si attivano pensieri automatici di giudizio su di sé, come il timore di essere osservata, valutata negativamente o di non essere adeguata. Questi pensieri non restano solo a livello mentale, ma generano una forte attivazione emotiva, che lei descrive come blocco, irrigidimento e paura. A quel punto, il corpo e il comportamento tendono ad adattarsi a quello stato interno, portando a una minore spontaneità, maggiore controllo di sé e una sensazione di “non essere naturale”. Questo stesso cambiamento comportamentale viene poi osservato da lei stessa, e spesso interpretato in modo critico, come prova del fatto che qualcosa non va o che gli altri possano notarla in modo negativo. In questo modo si chiude il circolo: il pensiero iniziale alimenta la paura, la paura modifica il comportamento, e il comportamento conferma il pensiero. È importante sottolineare che questo non è un segno di debolezza o mancanza di carattere, ma piuttosto un funzionamento della mente ansiosa che tende a diventare iperattenta al giudizio altrui e a interpretare le situazioni neutre o ambigue in modo minaccioso. Quando questo schema si attiva, la mente entra in una sorta di modalità di “controllo e protezione”, che però paradossalmente riduce la spontaneità e aumenta la sensazione di rigidità. Il fatto che lei riconosca di avere pensieri di autosvalutazione dopo questi momenti è molto importante, perché mostra una capacità di osservazione del proprio funzionamento interno. Tuttavia, questi pensieri tendono a rafforzare ulteriormente il circolo, perché aggiungono una seconda valutazione negativa su ciò che è già stato vissuto come difficile. In ottica cognitivo comportamentale, il lavoro utile non è quello di “bloccare” i pensieri, ma di imparare a riconoscerli come eventi mentali, senza considerarli automaticamente verità o previsioni affidabili. Allo stesso tempo, si lavora per ridurre la tendenza a interpretare ogni segnale interno o esterno come giudizio o pericolo, e per recuperare gradualmente una maggiore flessibilità nel comportamento anche in presenza di ansia. Quello che sta vivendo non è una condizione senza via d’uscita. Al contrario, è un insieme di schemi che possono essere compresi e modificati nel tempo, soprattutto attraverso un lavoro costante su come si interpretano le situazioni e su come si risponde a queste interpretazioni. Il fatto che il problema si accentui nelle situazioni nuove è un’informazione importante, perché indica che il sistema di allarme si attiva soprattutto davanti all’incertezza, e su questo è possibile intervenire in modo mirato. Un percorso psicologico può aiutarla proprio a “prendere per mano” questo meccanismo, riconoscendo i momenti in cui si attiva, imparando a non farsi guidare automaticamente dai pensieri di svalutazione e recuperando progressivamente una maggiore libertà di azione anche in presenza di ansia. Non si tratta di eliminare le emozioni, ma di cambiare il rapporto che si ha con esse. Il fatto che lei si ponga tutte queste domande è già un primo passo importante verso la comprensione del proprio funzionamento interno, che è la base per qualsiasi cambiamento stabile. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Come si può definire e che problemi ha una persona che Semplicemente per il fatto che viene rimandato un appuntamento per incontrarsi, ti blocca o ogni giorno per 3 mesi ti insulta, ogni qualvolta ti incrocia Cambia strada se mi vede. l'ultimo giorno di stagione alla fine sale da me?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, da una prospettiva cognitivo comportamentale, più che soffermarsi su etichette o definizioni della persona, è utile provare a comprendere il significato che certi comportamenti possono avere all’interno del suo modo di interpretare la relazione e gli eventi. Quando una variazione apparentemente piccola, come il rinvio di un appuntamento, porta a reazioni così intense e prolungate nel tempo, come il blocco, l’insulto ripetuto o l’evitamento costante dell’altro, spesso non è tanto l’evento in sé a generare tutto questo, quanto il modo in cui viene vissuto e interpretato internamente. In una lettura cognitivo comportamentale, situazioni di questo tipo possono attivare pensieri molto rapidi e automatici legati al rifiuto, alla svalutazione o al sentirsi feriti in modo profondo. Questi pensieri, a loro volta, possono generare emozioni molto intense come rabbia, umiliazione o dolore, che vengono poi gestite attraverso comportamenti di protezione, anche se estremi, come allontanarsi bruscamente, interrompere ogni contatto o attaccare verbalmente. È come se la persona, invece di riuscire a tollerare la frustrazione o l’attesa, passasse rapidamente a strategie di difesa per ridurre un vissuto emotivo che in quel momento risulta difficile da sostenere. Il fatto che nel tempo si mantenga un comportamento così rigido, alternato magari a momenti in cui l’altro viene comunque ricercato o riavvicinato, può indicare una forte ambivalenza emotiva. Da un lato la difficoltà a tollerare la vulnerabilità o la delusione, dall’altro il bisogno di mantenere comunque un legame o un contatto significativo. Questo tipo di dinamica relazionale, più che essere letta in termini di “giusto o sbagliato”, può essere compresa come un segnale di fatica nella regolazione delle emozioni e nella gestione delle relazioni quando queste diventano cariche di aspettative o sensibilità personale. Quando comportamenti così intensi si ripetono nel tempo e creano sofferenza, sia in chi li mette in atto sia in chi li subisce, può essere molto utile esplorarli più a fondo in uno spazio di confronto psicologico. L’obiettivo non è giudicare la persona, ma comprendere quali schemi interni si attivano, quali significati vengono attribuiti alle situazioni e come si potrebbe imparare a rispondere in modo più flessibile e meno doloroso. Spesso già il lavoro di consapevolezza su questi meccanismi permette di ridurre l’impulsività delle reazioni e di costruire modalità relazionali più stabili e meno conflittuali. In questi casi, un percorso psicologico di tipo cognitivo comportamentale può aiutare proprio a riconoscere questi automatismi, dare loro un nome, e soprattutto sviluppare strumenti per gestire meglio le emozioni nel momento in cui si attivano, senza dover arrivare a rotture o comportamenti estremi. Non si tratta di cambiare chi si è, ma di comprendere più a fondo il proprio funzionamento emotivo e relazionale, per vivere i rapporti con maggiore equilibrio e serenità. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve , ho una situazione con una ragazza che lavora che mi fa male. Dal giorno 1 eravamo vicini, connessi, sempre a parlare e c'erano di interesse foete da entrambe le parti. Col tempo, anche dopo qualche uscita, tutto e svanito. Quando le dissi che mi piaceva tanto, mi disse che mi vedeva come un fratellino avendo 6 anni in piu di me. Fatto sta che i rapporti erano sempre buoni, fino a che ho avuto un periodo molto buio tra gennaio e marzo dove avevo scoperto che aveva detto di questa mia confessione in giro con amici nostri. Questa cosa mi ha fatto arrabbiare, le ho levato il saluto e non abbiamo piu avuto contatti a parte visivi dato che ci vediamo tutti i giorni a lavoro. Io sto male, non so più che fare e credo di averla trattata male. Mi manca tuttoo, vorrei solo prenderla e abbracciarla e dirle che e tutta colpa mia, che lei è unica e che io le voglio bene ma è.come se avessi preso l abitudine di non calcolarla. cosa faccio?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che racconta porta con sé una componente emotiva molto intensa e anche piuttosto comprensibile, soprattutto considerando il contesto in cui la relazione si è sviluppata. Quando tra due persone nasce una connessione forte, fatta di vicinanza quotidiana, confidenza e aspettative implicite, è naturale che ogni cambiamento successivo venga vissuto come una rottura significativa, quasi come una perdita improvvisa di qualcosa che dava sicurezza e significato alla relazione. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, una situazione come la sua spesso diventa difficile non solo per ciò che è accaduto concretamente, ma per il modo in cui la mente tende a interpretarlo e a rielaborarlo nel tempo. Da una parte c’è il dato iniziale, cioè un interesse reciproco che poi si è modificato fino a diventare una relazione più distante e chiarita dall’altra persona in termini diversi dai suoi. Dall’altra parte però si attivano pensieri molto carichi emotivamente, come il senso di perdita, il rimpianto, il senso di colpa o l’idea di aver compromesso irrimediabilmente qualcosa che poteva essere importante. In questi casi è frequente che si inneschi un circuito interno in cui il dolore porta al ritiro, il ritiro alimenta la distanza, e la distanza aumenta ulteriormente il senso di nostalgia e di mancanza. È comprensibile che, vedendola ogni giorno, questo circuito si riattivi continuamente, mantenendo viva una sofferenza che non trova uno sbocco naturale. Un altro aspetto che emerge è la tendenza a rileggere la situazione soprattutto in termini autocritici, come se tutto dipendesse da un proprio errore o da una propria mancanza. In realtà le dinamiche relazionali sono quasi sempre bidirezionali e complesse. Il fatto che lei si senta in colpa e desideri riparare con un gesto affettivo molto intenso, come un abbraccio o una dichiarazione emotiva totale, dice molto del suo bisogno di ricomporre il legame e di alleviare il dolore interno, ma non sempre questi gesti corrispondono a ciò che l’altro può o desidera sostenere in quel momento. La difficoltà più grande, in situazioni come questa, spesso non è solo decidere cosa fare verso l’altra persona, ma riuscire a tollerare l’ambivalenza: il fatto che possa esserci affetto, rimpianto e legame emotivo, ma allo stesso tempo anche una realtà relazionale che si è spostata in un’altra direzione. Restare agganciati solo a una delle due parti rischia di mantenere la sofferenza attiva. Un lavoro utile, in questi casi, non è tanto “forzarsi a dimenticare” o “recuperare a tutti i costi”, ma imparare a riconoscere con maggiore chiarezza i propri pensieri automatici, distinguere ciò che è nostalgia da ciò che è reale possibilità presente, e soprattutto ritrovare un modo più equilibrato di stare dentro la relazione così com’è oggi, senza che questo significhi svalutarsi o cancellare ciò che è stato. Può essere anche importante interrogarsi su cosa stia rappresentando per lei questa persona, oltre la relazione stessa. A volte, infatti, il legame si carica di significati più profondi legati al bisogno di essere visti, scelti, confermati, e quando questo viene meno il dolore diventa molto più ampio della semplice perdita di un rapporto. In una situazione così delicata, un percorso di supporto può aiutare proprio a fare ordine dentro questi vissuti, a dare un nome più preciso a ciò che sta accadendo emotivamente e a costruire modalità più efficaci per gestire il contatto quotidiano con lei senza che questo continui a riaprire continuamente la ferita. Non si tratta di cancellare ciò che prova, ma di imparare a non esserne travolto e a non lasciare che guidi in modo automatico le sue scelte e le sue reazioni. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buonasera Cari Dottori, Vi scrivo per chiederVi pareri..sto seguendo un corso per la seconda volta perché non mi sentivo pronta per l'esame..ma il professore quando fa domande riguardanti gli argomenti di lezione, le mie risposte seppur giuste è come se non andassero mai bene perché il professore dice "non sei stata precisa" oppure "non devi essere troppo precisa", altra volta "ho capito, ma quale è il perché?" . Ieri, ho sbagliato una risposta e lui ha detto"non dovete rispondere a caso " "voi non vi chiarite i dubbi"in realtà mi sono sentita offesa anche se ha parlato al plurale.. quando rispondo è perché ho delle conoscenze di altri esami , non parlo per aprire bocca ma non ho potuto difendermi, replicare, fargli capire che non è come pensa lui..non mi ha mai detto brava come mi è stato detto da alcuni altri docenti eppure l'anno scorso ad un convegno mi ha salutata dicendomi che avevo fatto bene a partecipare ..non capisco questo cambiamento di comportamento..mi sento svalutata..già di mio ho una bassa autostima, sono sensibile, introversa, timida ed il fatto di rispondere alle lezioni mi ha sempre aiutato, mi dà più forza, stimolo anche se prima di rispondere sento il cuore che batte, a volte tremo, imbarazzo..però con questo professore mi sembra di non essere compresa, a volte è come se io dicessi "A" e lui "B".. Grazie per i vostri consigli. Buona Serata.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, la situazione che descrive è molto comprensibile e, soprattutto, è più comune di quanto spesso si pensi tra studenti che si impegnano molto e che tengono al proprio percorso. Dal suo racconto emerge una dinamica emotiva piuttosto intensa che si attiva proprio nel contesto in cui per lei sarebbe importante sentirsi competente, riconosciuta e “a posto” con le proprie risposte. In un’ottica cognitivo comportamentale, che guarda a come pensieri, emozioni e comportamenti si influenzano reciprocamente, quello che sembra accadere è che la relazione con questo docente stia diventando un contesto altamente attivante sul piano emotivo. Quando una figura percepita come autorevole dà feedback contraddittori o poco prevedibili, la mente tende spesso a cercare spiegazioni rapide e personali, arrivando facilmente a conclusioni che possono riguardare il proprio valore (“non sono abbastanza precisa”, “non sono capace”, “non vengo apprezzata”). Questo passaggio è molto umano, ma può amplificare il disagio interno, soprattutto quando è già presente una sensibilità alla valutazione e una certa insicurezza di base. Il fatto che lei riferisca di sentirsi agitata prima di rispondere, con il cuore che batte forte e un senso di imbarazzo, indica che non si tratta solo di un tema “accademico”, ma di una vera e propria attivazione ansiosa legata alla prestazione. In queste condizioni, anche risposte corrette possono essere percepite come “non sufficienti”, non tanto per il contenuto in sé, ma per lo stato emotivo con cui vengono vissute e per il modo in cui vengono poi rielaborate dopo. È anche importante notare come lei attribuisca grande valore ai segnali di approvazione esterna, come un “brava” o un riconoscimento esplicito. Quando questi segnali non arrivano o arrivano in modo incoerente, è naturale che si crei confusione e che aumenti la sensazione di svalutazione. In realtà, spesso figure docenti possono avere uno stile comunicativo molto diretto, focalizzato sull’accuratezza più che sull’incoraggiamento, e questo può essere vissuto in modo molto diverso a seconda della storia personale e del proprio modo di interpretare le valutazioni. Dal punto di vista del funzionamento psicologico, diventa centrale non solo ciò che il professore dice, ma il significato che lei attribuisce a ciò che dice. Ed è proprio lì che si possono innescare quei pensieri automatici che aumentano il senso di insicurezza e riducono la fiducia nelle proprie risposte, anche quando le competenze ci sono. Una cosa importante che vorrei sottolinearle con delicatezza è che il fatto di sentirsi “non compresa” o “svalutata” non è necessariamente la misura del suo valore reale o della sua preparazione, ma può essere il risultato dell’incontro tra uno stile comunicativo esterno e un momento interno di forte sensibilità alla valutazione. Questo non toglie nulla alla fatica che sta vivendo, ma può aiutare a rimettere un po’ di ordine tra ciò che accade fuori e ciò che si attiva dentro. In situazioni come questa, un lavoro psicologico mirato può essere molto utile proprio per imparare a riconoscere questi meccanismi mentre si attivano, ridurre l’impatto emotivo delle valutazioni esterne e rafforzare una percezione di sé più stabile e meno dipendente dal feedback immediato degli altri. Un percorso di tipo cognitivo comportamentale, in particolare, può aiutare a comprendere meglio questi schemi, a ridurre l’ansia da prestazione e a sviluppare modalità più efficaci di gestione del confronto con figure autorevoli, senza che questo diventi fonte di sofferenza costante. Non si tratta di “cambiare chi è”, ma di rendere più flessibile il modo in cui interpreta queste situazioni, così che possa continuare a utilizzare la sua sensibilità e il suo impegno senza che questi si trasformino in un peso. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, mi hanno cambiato la cura due giorni fa perché non riesco a star al lavoro e sono sempre con ansia e attacchi. Mi ha aggiunto questo medicinale Pregabalin eg stada italia insieme a xanax e zarelis da prendere a colazione e dopo pranzo. La sera ho solo lo xanax .. Volevi chiedere se è normale aver giramenti di testa, sonnolenza e essere un po stordita ecc. Perché non ho mai preso il Pregabalin e con questa combinazione di medicinali mi farà effetto dopo quanto? E in piu volevo chiedere è meglio non fare neanche un aperitivo? Grazie Cordiali Salu
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, comprendo bene la sua preoccupazione, soprattutto quando si introduce un cambiamento nella terapia e il corpo inizia a restituire sensazioni nuove e non familiari. È del tutto comprensibile che, in una fase come questa, si possa avvertire un senso di disorientamento e anche di allarme rispetto a ciò che si prova. In generale, quando si introducono o si modificano dei trattamenti che agiscono sull’ansia e sul sistema nervoso, può accadere che nelle prime giornate il corpo abbia bisogno di adattarsi. Sensazioni come sonnolenza, stordimento o giramenti di testa sono riferite abbastanza frequentemente in questa fase iniziale e non è raro che tendano a ridursi con il passare dei giorni, man mano che l’organismo si abitua al nuovo assetto. È importante però osservare con attenzione come evolve la situazione nel tempo, senza forzarsi e senza trarre conclusioni definitive troppo rapidamente. Da un punto di vista psicologico, soprattutto secondo un orientamento cognitivo comportamentale, è utile considerare anche un altro aspetto: quando si vive un periodo di ansia intensa, il corpo diventa molto più sensibile alle variazioni interne. Questo significa che anche sensazioni lievi possono essere percepite come più intense o più minacciose, attivando a loro volta ulteriore ansia. Si crea così un circolo in cui la paura di ciò che si sente amplifica ciò che si sente. Lavorare su questo meccanismo è spesso una parte centrale del percorso terapeutico, perché permette di ridurre gradualmente la paura delle sensazioni fisiche e di recuperare un senso di maggiore stabilità e fiducia nel proprio corpo. Per quanto riguarda il tempo di azione, è normale che non tutto sia immediato. Spesso serve un breve periodo di assestamento per capire come il nuovo equilibrio venga tollerato dall’organismo. In questa fase, diventa particolarmente importante il confronto costante con il professionista che ha impostato la terapia, proprio per poter modulare e monitorare in modo adeguato l’andamento. Sulla questione dell’alcol, in generale è sempre prudente evitare assunzioni che possano interferire con sostanze che agiscono sul sistema nervoso, soprattutto quando si è in una fase iniziale di adattamento. Anche qui, la scelta più sicura è attenersi in modo rigoroso alle indicazioni ricevute da chi ha seguito direttamente la prescrizione. Accanto all’aspetto farmacologico, può essere molto utile considerare un lavoro più ampio sull’ansia stessa. Spesso, infatti, il trattamento più efficace non si limita a ridurre i sintomi, ma aiuta anche a comprendere come si attivano, quali pensieri li alimentano e quali strategie personali possono aiutare a gestirli in modo più stabile. Un percorso di tipo cognitivo comportamentale può essere particolarmente indicato proprio perché permette di lavorare in modo concreto su questi meccanismi, aiutando la persona a riconoscere e modificare quei circoli di pensiero e attenzione che mantengono l’ansia attiva. Se in questo momento si sente fragile o confusa rispetto a ciò che sta vivendo, non è qualcosa da interpretare come un segnale negativo su di lei, ma come una fase in cui il sistema sta cercando un nuovo equilibrio. A volte, avere uno spazio strutturato di confronto può fare una grande differenza nel ridurre il senso di incertezza e nel sentirsi più orientati. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Una persona stupida o più precisamente scema, può rendersi conto di esserlo? Può capire di essere una persona di intelligenza limitata, attraverso il modo in cui viene trattata dal prossimo, come viene considerata da chi la circonda, nell'avere difficoltà a capire o risolvere cose che generalmente vengono ritenute semplici e dal mancato raggiungimento dei propri obiettivi?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la domanda che pone tocca un tema delicato, che riguarda non tanto una “misura oggettiva” del valore o dell’intelligenza di una persona, quanto piuttosto il modo in cui ciascuno costruisce la percezione di sé a partire dalle esperienze quotidiane, dalle relazioni e dai risultati che riesce o meno a ottenere. Da un punto di vista cognitivo comportamentale, è importante distinguere tra ciò che una persona è in termini assoluti e ciò che pensa di essere sulla base di segnali esterni e interpretazioni personali. Le difficoltà nel comprendere alcune situazioni, nel risolvere problemi o nel raggiungere determinati obiettivi non sono di per sé indicatori di “scarsa intelligenza”, ma spesso riflettono fattori molto più complessi, come l’ansia, la fiducia in sé, l’esperienza, il contesto in cui si è cresciuti o semplicemente il tipo di abilità sviluppate nel tempo. È vero che le persone possono rendersi conto delle proprie difficoltà, e spesso lo fanno anche in modo molto acuto. Tuttavia, il rischio è che questa consapevolezza venga trasformata in una valutazione globale e rigida di sé, come se una difficoltà specifica diventasse una definizione complessiva della propria persona. In questi casi la mente tende a semplificare, etichettando in modo netto ciò che invece è sfumato e variabile. Anche il modo in cui gli altri ci trattano può influenzare profondamente questa percezione. Se una persona viene sottovalutata, esclusa o giudicata, può iniziare a interiorizzare quell’immagine, fino a considerarla una verità su di sé. Ma ciò che gli altri mostrano è spesso il risultato delle loro aspettative, dei loro pregiudizi o delle loro modalità relazionali, non una misura oggettiva del valore dell’individuo. In molte situazioni, inoltre, le difficoltà nel “capire cose semplici” possono essere legate non a una mancanza di capacità, ma a un sovraccarico emotivo o a uno stato mentale che rende più difficile concentrarsi, elaborare informazioni o mantenere chiarezza di pensiero. Questo è un aspetto molto importante perché sposta l’attenzione da un giudizio stabile su di sé a una condizione modificabile. Da un punto di vista psicologico, ciò che spesso genera sofferenza non è tanto il livello di capacità in sé, quanto il modo in cui la persona interpreta i propri limiti. Quando queste interpretazioni diventano dure, globali e definitive, possono influenzare profondamente l’autostima e il comportamento, portando a evitare situazioni, a sentirsi incapaci o a confermare proprio ciò che si teme. Un lavoro psicologico può essere utile proprio per imparare a riconoscere queste dinamiche, distinguere tra difficoltà reali e giudizi su di sé, e costruire una visione più equilibrata e meno svalutante della propria esperienza. In un percorso di tipo cognitivo comportamentale si lavora proprio su questi aspetti, non per dare etichette, ma per comprendere come si formano certi pensieri su di sé e come questi possano essere modificati in modo più realistico e meno penalizzante. È importante ricordare che la capacità di porsi queste domande non è un segno di “scarsa intelligenza”, ma spesso l’espressione di una forte sensibilità verso il proprio funzionamento e di un desiderio di comprendersi meglio. Questo è già, di per sé, un elemento di consapevolezza significativo. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buon pomeriggio,
Negli ultimi giorni sto vivendo un aumento significativo dell’ansia, soprattutto in ambito relazionale e sessuale.
Mi sto frequentando con un ragazzo che mi piace molto e questo mi ha portato a sentirmi più coinvolto emotivamente rispetto al passato. Parallelamente, ho iniziato ad avere difficoltà durante i rapporti: in due occasioni recenti non sono riuscito a mantenere l’erezione. Una di queste volte ero sotto effetto di cannabis, l’altra invece ero lucido ma molto in ansia.
In generale, ho notato che negli ultimi tempi mi sento più sotto pressione, con pensieri frequenti legati alla performance sessuale (paura di non essere all’altezza, di deludere, ecc.). Questo sta riducendo il piacere e aumentando l’ansia nei momenti di intimità.
A volte arrivo anche a mettere in dubbio il mio reale interesse verso questa persona (pensieri del tipo “e se in realtà non mi piacesse?”), ma riconosco che questi pensieri sembrano più legati all’ansia e al fatto che inizialmente avevo idealizzato questa persona. Conoscendola nella realtà, ovviamente è emersa una differenza rispetto all’immagine che avevo costruito, e questo mi genera confusione.
Oltre a questo, sto vivendo un periodo di stress generale: preoccupazioni per il lavoro, per la casa e per il futuro. Ho anche ansia legata alla mia condizione di HIV (sono in terapia e undetectable) della quale lui non è ancora a conoscenza. (Sia chiaro che non ho mai messo a rischio nessuno, sono molto prudente sulla questione)
Al momento mi sento spesso in uno stato di agitazione, con pensieri ripetitivi e difficoltà a rilassarmi. In alcuni momenti l’ansia è intensa.
Vorrei capire:
- se può trattarsi principalmente di ansia da prestazione
- se è utile un supporto psicologico (es. psicoterapia o sessuologo)
- se ha senso valutare un supporto farmacologico temporaneo per l’ansia
Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buon pomeriggio, quello che descrive è un insieme di esperienze molto coerente tra loro e, soprattutto, abbastanza frequente quando una persona attraversa un periodo di maggiore coinvolgimento emotivo insieme a un aumento generale dello stress. Il punto centrale che emerge è che non si tratta solo della sessualità in sé, ma di un sistema più ampio in cui ansia, aspettative, timore del giudizio e pressione interna tendono a influenzarsi reciprocamente. Da una prospettiva cognitivo comportamentale, è utile osservare come in questi momenti si attivi spesso un circolo che parte da un pensiero automatico, come la paura di non essere all’altezza o di deludere l’altro, che a sua volta genera ansia. L’ansia, a livello corporeo, interferisce con le risposte fisiologiche e con la possibilità di vivere l’esperienza in modo spontaneo, e questo può portare a episodi come quelli che descrive. Successivamente, il tentativo di controllare o verificare il proprio funzionamento aumenta ulteriormente la pressione, alimentando il ciclo. Il fatto che questo sia accaduto in contesti diversi, uno dei quali sotto effetto di cannabis e un altro in una situazione di forte attivazione emotiva, suggerisce che il fattore centrale non sia una “mancanza” personale, ma piuttosto il livello di attivazione ansiosa e di autoosservazione durante il momento intimo. Quando la mente si sposta troppo sulla performance, l’esperienza perde naturalezza e diventa una sorta di prova da superare, e questo inevitabilmente modifica la risposta del corpo. Anche i dubbi sul reale interesse verso questa persona possono essere letti in questa stessa chiave. Quando l’ansia aumenta, la mente tende a cercare spiegazioni alternative e assolute per ridurre l’incertezza interna. È abbastanza tipico che emergano pensieri del tipo “forse non mi piace davvero”, soprattutto quando la realtà non coincide perfettamente con l’immagine idealizzata iniziale. Questo non significa che il sentimento non sia autentico, ma che sta attraversando una fase di ricalibrazione, che può essere vissuta con confusione proprio perché si somma allo stato ansioso. Un altro elemento importante è il carico generale di stress che sta vivendo. Quando la mente è già occupata da preoccupazioni lavorative, abitative e future, lo spazio mentale disponibile per la spontaneità e il piacere si riduce, e la soglia di attivazione ansiosa si abbassa. Anche la condizione legata all’HIV, pur essendo gestita e sotto controllo, rappresenta comunque un elemento identitario e emotivo che può aggiungere una componente di vulnerabilità, soprattutto nel contesto dell’intimità e della comunicazione con un partner. Rispetto alle sue domande, sì, ciò che descrive è compatibile con un quadro in cui l’ansia da prestazione ha un ruolo significativo, ma sarebbe riduttivo considerarla l’unica spiegazione. Più correttamente si tratta di un intreccio tra ansia anticipatoria, pressione interna, stress generale e rielaborazione del legame affettivo. Un supporto psicologico può essere molto utile in questa fase, non tanto perché ci sia qualcosa che non va, ma perché le dinamiche che sta vivendo tendono ad autoalimentarsi e diventano più difficili da interrompere da soli. In un percorso di tipo cognitivo comportamentale si lavora proprio su come si attivano questi pensieri automatici, su come influenzano le emozioni e le risposte corporee, e su come si possa gradualmente recuperare una dimensione più spontanea e meno centrata sul controllo. Anche un confronto con uno specialista della sessualità può essere appropriato, proprio per affrontare in modo mirato la componente di performance e di ansia associata all’intimità, senza che questo venga vissuto come un problema isolato ma inserito nel contesto più ampio della sua vita emotiva. Per quanto riguarda l’aspetto farmacologico, non è possibile esprimere indicazioni in questa sede, ma può essere utile considerarlo eventualmente come parte di una valutazione clinica complessiva, sempre integrata con un lavoro psicologico, soprattutto quando l’ansia diventa persistente e interferisce in modo significativo con la qualità della vita. Nel complesso, ciò che emerge non è una perdita di capacità o di desiderio, ma un sistema emotivo che in questo momento è sotto pressione e che sta chiedendo più spazio, comprensione e regolazione. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve sono la nonna paterna di una bimba di 30 mesi che da sempre mi adora e profondamente amo!, al punto che quando insieme preferisce un rapporto esclusivo con me preferendomi in quei momenti ai genitori e questo provoca gelosie da perte di mio figlio , la cosa mi mette profondamente a disagio poiché’ mi fa sentire di troppo ! Questo di contro non avviene con la nonna materna con la quale è costretta a stare dopo l’asilo nido . Ultimamente a scuola presenta un po’ di aggressività’ , potrebbe esserci correlazione con il tipo di rapporti con i nonni , premesso che ha ottimi rapporti genitoriali ed e’ figlia unica come mio figlio d’altronde.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, dalle sue parole emerge un legame molto affettuoso e significativo con sua nipote, ed è comprensibile che una relazione così intensa possa portare con sé anche qualche dubbio e un certo disagio quando si intreccia con le dinamiche familiari più ampie. Il fatto che la bambina cerchi momenti esclusivi con lei non è di per sé qualcosa di anomalo, soprattutto a questa età, in cui i bambini tendono a costruire legami forti e selettivi con le figure che percepiscono come particolarmente rassicuranti. Da un punto di vista cognitivo comportamentale, può essere utile osservare come il comportamento della bambina sia guidato da bisogni semplici e immediati, come la ricerca di sicurezza, di attenzione e di connessione emotiva. Quando trova in una persona una risposta molto intensa a questi bisogni, è naturale che tenda a privilegiare quel legame in alcuni momenti. Questo non significa che stia rifiutando i genitori o che ci sia qualcosa di sbilanciato in senso negativo, ma piuttosto che sta esprimendo una preferenza situazionale. Allo stesso tempo, è importante considerare anche il vissuto degli adulti coinvolti. Il disagio che lei sente, così come la possibile gelosia di suo figlio, fanno parte di un sistema relazionale in cui ognuno interpreta i comportamenti della bambina attraverso le proprie emozioni e aspettative. A volte può accadere che un comportamento del bambino venga letto come una presa di posizione o come una preferenza “contro” qualcuno, mentre per il bambino è semplicemente una modalità spontanea di cercare vicinanza. Per quanto riguarda l’aggressività che riferisce a scuola, è comprensibile chiedersi se ci sia una connessione con le dinamiche familiari. Tuttavia, a questa età piccoli comportamenti aggressivi possono comparire anche come modalità di espressione di emozioni che il bambino non riesce ancora a regolare o comunicare in modo diverso. Non necessariamente indicano un problema strutturato o una relazione diretta con il rapporto con i nonni, ma possono essere influenzati da diversi fattori, tra cui i cambiamenti, le richieste ambientali e la fase di sviluppo. Può essere utile, più che cercare una causa unica, osservare se ci sono momenti o contesti in cui questi comportamenti emergono con maggiore frequenza, e come gli adulti rispondono a tali situazioni. Anche le reazioni degli adulti, infatti, contribuiscono a modellare nel tempo le modalità con cui il bambino impara a gestire le proprie emozioni. Nel suo caso, un aspetto delicato sembra essere proprio la posizione che sente di occupare all’interno della famiglia. Il sentirsi “di troppo” può essere molto faticoso, soprattutto quando nasce da un legame affettivo sincero. In queste situazioni può essere utile trovare un equilibrio che permetta di mantenere la relazione con sua nipote, ma allo stesso tempo di rispettare e sostenere il ruolo genitoriale, magari favorendo momenti condivisi piuttosto che esclusivi, così da ridurre il rischio che si creino tensioni o interpretazioni dolorose. Un percorso di confronto psicologico, anche breve, può aiutare a leggere meglio queste dinamiche e a trovare modalità più serene di stare nella relazione, sia con la bambina sia con suo figlio, senza dover rinunciare all’affetto ma integrandolo in un equilibrio familiare più armonico. In un approccio cognitivo comportamentale si lavora proprio su questi aspetti, aiutando a comprendere come pensieri, emozioni e comportamenti si influenzano reciprocamente all’interno delle relazioni. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Ciao, sono un ragazzo di 21 anni. Ultimamente stavo cercando amicizie e nuove conoscenze in generale e ho scoperto che una ragazza di 17 anni che ha tante passioni in comune con me. Sembra che però entrambi cerchiamo una relazione seria, però lei ha 17 anni (non 17 e mezzo ma proprio 17) e io 21 e mezzo. Potrebbe essere problematica questa differenza di età, quindi per le relazioni serie o rapporti sessuali sono più sul no che sul sì. Per quanto riguarda l'amicizia penso (poi se posso sapere anche da voi sarebbe top) che non ci sia nulla di sbagliato nel fare amicizia con lei. Anzi, ultimamente ho rifiutato di fare amicizia con un altra ragazza proprio per l'età e mi sento in colpa, perché per il resto aveva tante cose positive. Però con quest'altra ragazza nuova che sto conoscendo abbiamo talmente tante cose in comune e esteticamente la trovo talmente carina che sto mettendo in dubbio se il poterci avere una relazione seria sia giusto o sbagliato e soprattutto non so se è giusto avere rapporti sessuali con lei. Inoltre lei è molto affettuosa, cosa che io adoro. Però nell'andare oltre l'amicizia avrei paura, non tanto da un punto di vista legale perché è legale. Avrei un po' più paura per tutto il resto. Cosa dovrei fare per voi? Sarebbe giusto avere una relazione seria (e di conseguenza anche rapporti sessuali) con questa ragazza? O dovrei evitare o aspettare la sua maggiore età? E soprattutto, cosa dovrei fare per assicurarmi che magari lei sa quello che fa? Insomma, fatemi sapere. Vi ringrazio in anticipo per il vostro meraviglioso lavoro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, la situazione che descrive è comprensibile e mostra una cosa importante, cioè il fatto che lei stia cercando di regolarsi in modo responsabile di fronte a un interesse emotivo reale, senza agire in modo impulsivo. Questo già dice molto della sua attenzione verso l’altro e verso le conseguenze delle sue scelte. Da un punto di vista cognitivo comportamentale, quando ci si trova davanti a situazioni che attivano contemporaneamente attrazione, affinità e dubbi, è normale che la mente entri in uno stato di conflitto interno. Una parte tende a spingere verso la vicinanza e la connessione, un’altra invece cerca di introdurre prudenza, valutazioni e possibili scenari futuri. Questo non è un segnale di confusione patologica, ma un funzionamento abbastanza tipico quando valori personali importanti si incontrano con il desiderio. Nel suo caso emergono alcuni elementi centrali. Da una parte c’è un interesse autentico, basato su affinità e attrazione, dall’altra c’è una consapevolezza legata alla differenza di età e al fatto che l’altra persona si trovi ancora in una fase della vita diversa dalla sua. Questo aspetto non riguarda solo la legalità o la possibilità formale di una relazione, ma soprattutto la maturità emotiva e il tipo di esperienza relazionale che ciascuno dei due sta vivendo. Quando si parla di relazioni in cui uno dei due partner è ancora minorenne, il punto psicologico più rilevante non è tanto la regola esterna, quanto la differenza di fase evolutiva e di costruzione dell’identità. A 17 anni molte dimensioni affettive, decisionali e relazionali sono ancora in formazione, mentre a 21 anni, pur essendo ancora molto giovane, si tende ad avere una maggiore stabilità nei propri riferimenti emotivi e nelle proprie aspettative relazionali. Questo può creare asimmetrie che non sempre sono immediatamente visibili all’inizio, ma che nel tempo possono diventare rilevanti. Il fatto che lei si stia chiedendo se “sia giusto” e come assicurarsi che l’altra persona “sappia cosa sta facendo” indica una sensibilità importante, cioè la percezione che una relazione non è solo una questione di attrazione reciproca, ma anche di equilibrio e di responsabilità condivisa. Tuttavia, è anche importante riconoscere che la responsabilità della maturità emotiva dell’altro non può essere completamente trasferita su di lei. Ognuno, per quanto giovane o esperto, porta con sé il proprio livello di consapevolezza. Dal punto di vista psicologico, spesso in queste situazioni è utile spostare la domanda da “è giusto o sbagliato?” a “questa relazione, in questo momento, è equilibrata per entrambi e coerente con i valori che voglio portare avanti?”. Questo tipo di domanda tende a ridurre la polarizzazione e permette una valutazione più personale e meno guidata dall’urgenza emotiva. Anche il senso di colpa che prova per aver rifiutato un’altra conoscenza è comprensibile, ma non necessariamente indica che ci sia stata una scelta sbagliata. Spesso le decisioni relazionali non sono una questione di giusto o sbagliato assoluto, ma di compatibilità con ciò che in quel momento si sente sostenibile e coerente. Un percorso di confronto psicologico potrebbe aiutarla proprio a fare chiarezza su questi aspetti, non per darle una risposta esterna su cosa fare, ma per comprendere meglio quali valori guidano le sue scelte, come gestisce il desiderio quando entra in conflitto con la prudenza, e come costruisce le sue relazioni affettive in modo più consapevole e stabile. In un approccio cognitivo comportamentale si lavora molto su questo tipo di consapevolezza, aiutando la persona a riconoscere i propri schemi decisionali e a trovare un equilibrio tra emozione e valutazione. Il fatto che lei si ponga queste domande con questo livello di attenzione è già un elemento positivo e indica una buona capacità di riflessione. A volte il punto non è decidere subito cosa fare, ma darsi il tempo di osservare come evolvono i propri sentimenti e le condizioni della relazione, senza forzare una direzione. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Ho 29 anni e mi sento una fallita. Nessun aspetto della mia vita sta andando come speravo. Non sono riuscita ancora a laurearmi perché ogni qualvolta io debba preparare un esame e mi trovi a dover approcciare lo studio vengo letteralmente assalita da un'ansia micidiale e inarrestabile. Avrei dovuto avere il coraggio di rinunciare agli studi già da qualche anno ma al tempo stesso, se avessi preso questa decisione, avrei pensato di aver perso sia tempo che soldi e la paura di deludere i miei genitori è stata più forte, anche se per loro non avrebbe importato niente, solo la mia felicità. Non ho ancora un lavoro stabile perché da una parte ho procrastinato a causa dello studio e poi perché ho paura di dovermi accontentare di un lavoro che non mi appaghi o che non mi faccia sentire all’altezza e, ciliegina sulla torta, il mio ragazzo mi ha lasciata dopo 10 anni perché già da qualche anno sarebbe voluto andare a convivere per “scappare” da una situazione familiare complicata (premetto che lui sarebbe potuto andare intanto a vivere da solo avendo un lavoro a tempo indeterminato e ben retribuito) ma non lavorando non avrei potuto ancora assecondarlo in questo passo e sostiene che non abbia fatto abbastanza per cambiare questa situazione e in qualche modo a “salvarlo” facendomi sentire sbagliata e la causa della nostra rottura, anche se gli ho espresso più volte che anch’io sentivo questo desiderio, tanto che stavo mandando curriculum su curriculum per trovare un qualsiasi lavoro… forse avrei dovuto farlo prima per fargli capire che era davvero la persona con cui immaginavo il mio futuro, ma avrei voluto da parte sua un po’ più di comprensione e di sostenimento. Non ho mai avuto un briciolo di autostima, anzi, ho sempre denigrato me stessa e le mie capacità, e mi sento costantemente inadeguata e frustrata, non riesco a capire cosa fare per prendere davvero in mano la mia vita. Sono davvero stanca di tutto questo perché, non avendo mai avuto il coraggio di andare da un* psicolog*, non so cosa mi stia succedendo, qualcuno potrebbe aiutarmi a vederci più chiaro? Grazie mille!
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, quello che racconta è un vissuto molto intenso e, soprattutto, molto faticoso da portare avanti da sola. Il modo in cui descrive la sua esperienza restituisce non solo difficoltà concrete su più aree della vita, ma anche un senso profondo di blocco, auto-valutazione negativa e pressione interna costante. È comprensibile che questo possa portare a sentirsi “fermi” e allo stesso tempo sotto giudizio continuo da parte di sé stessi. Da un punto di vista cognitivo comportamentale, quando una persona si trova in una situazione come la sua, spesso non è un singolo problema a generare sofferenza, ma l’interazione tra pensieri, emozioni e comportamenti che si rinforzano a vicenda. Per esempio, il pensiero di non essere all’altezza può generare ansia intensa, l’ansia può rendere difficile affrontare lo studio o le decisioni importanti, e l’evitamento o la procrastinazione possono a loro volta rafforzare l’idea di non farcela. Col tempo, questo circuito può diventare molto stabile e convincente, anche se non corrisponde a una valutazione oggettiva delle proprie capacità. Un aspetto importante che emerge è la presenza di standard molto elevati verso di sé e, contemporaneamente, una forte paura delle conseguenze di ogni scelta. Questo spesso porta a una condizione di immobilità decisionale, in cui qualsiasi direzione sembra rischiosa: continuare gli studi significa esporsi all’ansia e alla possibilità di fallire, interromperli significa sentire di aver perso tempo. In entrambi i casi, la mente tende a mantenere attivo un senso di colpa o inadeguatezza. Anche la dimensione relazionale che racconta si inserisce in questo quadro. Il senso di responsabilità verso il partner, l’idea di dover “salvare” o essere sufficienti per l’altro, insieme alla percezione di non essere stata abbastanza, può amplificare ulteriormente la sensazione di inadeguatezza. In realtà, nelle relazioni sane, la crescita personale non è mai responsabilità esclusiva di una sola persona, ma un processo che coinvolge entrambi i membri in modo reciproco e non colpevolizzante. È importante sottolineare che il fatto di non essere riuscita finora a trovare un proprio equilibrio non significa essere una persona “fallita”, ma piuttosto una persona che sta vivendo da tempo uno stato di sovraccarico emotivo e cognitivo, senza aver ancora avuto uno spazio adeguato per riorganizzare i propri pensieri e le proprie scelte in modo più flessibile e sostenibile. Il desiderio che esprime, cioè “vederci più chiaro”, è già un passaggio molto significativo. In un percorso psicologico, soprattutto di orientamento cognitivo comportamentale, si lavora proprio su questo: comprendere come si sono formati certi schemi di pensiero su di sé, come questi influenzano le emozioni e i comportamenti quotidiani, e come sia possibile costruire gradualmente modalità più funzionali e meno auto-penalizzanti di affrontare le situazioni. Non si tratta di trovare una risposta immediata su cosa “fare della vita”, ma di ricostruire progressivamente la possibilità di scegliere senza essere guidati esclusivamente dalla paura del fallimento o del giudizio. In molti casi, già il fatto di avere uno spazio stabile in cui riorganizzare questi aspetti permette di ridurre la sensazione di confusione e di blocco. Il fatto che non abbia ancora intrapreso un percorso non è un limite, ma può diventare un punto di partenza significativo. A volte, proprio quando si sente di essere arrivati a un livello di stanchezza profonda, può essere il momento in cui diventa più possibile iniziare a costruire un cambiamento concreto. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve ,scrivo in breve la mia storia perchè vorrei capire se la persona con cui ho intrapreso una relazione quatto anni fa circa potrebbe essere un narcisista patologico Malvagio.Sono una insegnante di 63 anni benestante ,stimata come professionista e considerata di bella presenza.Sono sposata ma mio marito è affetto da una malattia neuridegenerativa e sette anni fa ha subito danni cognitivi,Così che quattro anni fa mentre ero in un momento molto difficicile ,mi sentivo molto sola ho intrapreso una relazione con un uomo che oggi ha 69 anni .Quest'uomo lo conosco da circa 27 anni ed in passato lo avevo incontrato qualche volta in un momento di crisi profonda della relazione con mio marito.In questo tempo a cicli si era sempre presentato ma io no lo avevo più considerato.quando ho deciso di intraprendere la re relazione con lui l'ho fatto anche perchè mi sono fatta convincere dal fatto che lui mi aveva raccontato di essere rimasto vedovo ( sua moglie era morta a causa di un cancro ) e che la sua compagna aveva un mieloma al terzo stadio .all'inizio sembrava andare bene ,ma il suo comportamento era molto strano,mi invia centinaia di messaggi ,banali e pieni di emoji e quando io chiedevo chiarimenti lui spariva ..Nelle varie sparizioni chredendo di essere io la persona sbagliata l'ho cercato cosi la relazine è andata avanti dal 2022 al 2024. In giugno del 2024 dice di avere una depressione e sparisce.Nel luglio del 2025 a causa di una circostanza si ripresenta e mi convince nuovamente a riprendere la relazione nel frattempo io ero venuta a conoscenza (voci di popolo) che lui aveva manipolato più persone sole ,sopratutto done approfittandone per appropriarsi dei loro risparmi , era un bancario ,e per questa ragione era stato sospeso dal suo lavoro ,anche se non si era riuscito a dimostrare nulla .Inoltre che aveva sempre intessuto più relazioni in contemporanea .Ma io che sono una persona buona nonostante i vari dubbi ho deciso di ridargli fiducia .Sembrava che le cose andassero bene lui mi dedicava ,tempo ed attenzioni, fino a quando in gennaio lui sbaglia ad inviare un messaggio ed intuisco che c'era una quarta persona ,chiedo spiegazioni , ma lui sparisce.
Ora mi chiedo potrà ricomparire ancora ? E' un narcisista patologico maligno?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, la storia che racconta è complessa e tocca aspetti molto profondi della sua vita, sia sul piano affettivo che su quello della vulnerabilità legata a un momento difficile che stava attraversando. È importante riconoscere che il contesto in cui questa relazione è iniziata, cioè una fase di solitudine, fatica e bisogno di vicinanza, può aver reso più facile affidarsi a qualcuno che in quel momento sembrava offrire presenza e attenzione. Da una prospettiva cognitivo comportamentale, può essere utile spostare leggermente il focus da una domanda come “che tipo di persona è lui” a una domanda diversa, cioè “che cosa è accaduto dentro di me nel corso di questa relazione e quali dinamiche si sono ripetute”. Questo non per togliere importanza ai comportamenti dell’altro, che da ciò che descrive appaiono incoerenti, ambigui e a tratti poco rispettosi, ma per aiutarla a recuperare una posizione più attiva e centrata su di sé. Lei descrive una sequenza piuttosto chiara: momenti iniziali di forte coinvolgimento, seguiti da sparizioni improvvise, poi ritorni accompagnati da nuove promesse e attenzioni, e infine nuovamente distacco. Questo tipo di andamento, al di là delle etichette che si possono attribuire all’altra persona, ha un effetto molto specifico su chi lo vive, perché tende a creare un’alternanza tra vicinanza e perdita che mantiene attiva la relazione anche quando genera sofferenza e dubbi. In questo senso, il punto centrale non è tanto stabilire se lui rientri in una categoria precisa, ma osservare come questo schema relazionale abbia inciso su di lei nel tempo. Il fatto che, nonostante i dubbi, le informazioni ricevute e le esperienze precedenti, lei abbia scelto di concedere più volte fiducia, racconta qualcosa di importante rispetto al suo modo di stare nelle relazioni, soprattutto nei momenti in cui emerge un bisogno di vicinanza emotiva. La domanda se lui possa ricomparire è comprensibile, e la risposta più onesta è che, sulla base di ciò che descrive, è possibile che accada, proprio perché il suo modo di relazionarsi sembra caratterizzato da cicli di allontanamento e ritorno. Tuttavia, la questione più importante diventa cosa significherebbe per lei un eventuale ritorno e come scegliere di rispondere a quella situazione. Quando si è coinvolti in dinamiche di questo tipo, spesso si attiva un conflitto interno tra ciò che si osserva nella realtà e ciò che si spera possa cambiare. Questo conflitto può portare a minimizzare alcuni segnali o a dare maggiore peso ai momenti positivi rispetto a quelli problematici. Non è una questione di ingenuità o di bontà, ma di bisogni emotivi che cercano una risposta. Un percorso psicologico può essere molto utile proprio in questo punto, perché permette di comprendere più a fondo quali sono gli schemi relazionali che si attivano, come si costruisce la fiducia, quali segnali vengono colti o trascurati e in che modo si può iniziare a costruire relazioni più stabili e coerenti con i propri bisogni. In un approccio cognitivo comportamentale si lavora molto su questi aspetti, aiutando la persona a riconoscere i propri automatismi e a sviluppare modalità più consapevoli di scelta. Non si tratta di dare una definizione all’altro, ma di restituire a lei la possibilità di comprendere cosa è successo e come proteggersi in futuro, senza rinunciare al desiderio di avere relazioni significative. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno per ansia e attacchi di panico la terapia cognitivo comportamentale va bene?
E in cosa consiste,il metodo?
Grazie Cordiali Saluti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la terapia cognitivo comportamentale è uno degli approcci psicologici che viene maggiormente utilizzato proprio nel lavoro con l’ansia e con gli attacchi di panico, perché si concentra sul modo in cui pensieri, emozioni e comportamenti si influenzano reciprocamente e su come questi possano mantenere o amplificare lo stato di allarme interno. In situazioni di ansia intensa o di attacco di panico, spesso accade che alcune sensazioni fisiche vengano interpretate in modo catastrofico, cioè come segnali di pericolo grave o imminente. Questo tipo di interpretazione aumenta ulteriormente l’attivazione corporea e mentale, creando un circolo che può diventare molto spaventoso e difficile da interrompere. L’obiettivo di un percorso psicologico non è quello di “eliminare” le emozioni, che fanno parte del funzionamento umano, ma di aiutare la persona a comprendere meglio questi meccanismi e a modificare gradualmente il modo in cui li interpreta e li gestisce. In un lavoro di questo tipo si parte spesso dall’ascolto dell’esperienza concreta della persona, di come si manifestano i momenti di ansia, di quali pensieri emergono e di quali strategie vengono messe in atto per cercare di controllarla o evitarla. Con il tempo, si lavora per rendere più flessibili alcuni schemi di pensiero che tendono a essere rigidi o automatici, e per aiutare la persona a sviluppare una maggiore capacità di stare dentro le sensazioni senza sentirsi sopraffatta da esse. Un altro aspetto importante riguarda il rapporto con l’evitamento, perché spesso, nel tentativo comprensibile di non provare disagio, si finisce per evitare situazioni o sensazioni che invece, a lungo termine, mantengono il problema. Il lavoro psicologico aiuta gradualmente a ritrovare un senso di efficacia personale e di sicurezza nelle proprie risorse, anche in presenza dell’ansia. È un percorso molto concreto, che si sviluppa a partire dalla storia e dall’esperienza individuale della persona, e che mira a rendere più chiari i meccanismi che alimentano il disagio, così da poterli affrontare in modo più consapevole e gestibile. Non si tratta di un intervento standardizzato, ma di un lavoro costruito sulla specificità di chi porta la propria esperienza. Quando l’ansia o gli attacchi di panico diventano ricorrenti o limitanti, intraprendere un percorso psicologico può essere un modo efficace per non rimanere soli in questa esperienza e per comprendere meglio ciò che accade, imparando progressivamente nuove modalità di gestione. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Figlia quasi 16 enne, mai avuto dubbi sul suo orientamento sessuale, almeno così sembrava. Ha sempre avuto interesse per i maschi, coetanei. Da un po' di tempo è "attaccata" ad un'amica, a cui anche io voglio bene, che è lesbica. Mia figlia dice di essere innamorata di lei. La cosa mi ha spiazzato. Parto dal presupposto che non giudico e sono favorevole a tutte le forme di amore, ma dico che mi ha spiazzato perché non avrei mai sospettato una cosa del genere non avendo mai visto atteggiamenti che potessero farlo pensare. Secondo voi, è possibile che sia infatuazione? Non so come spiegarmi meglio. Le ragazze stanno sempre insieme, ogni cosa che fanno se lo comunicano telefonicamente. Ho il sospetto che mia figlia sia confusa tra affetto amichevole e amore. La mia è una ragazza che, se vuole bene a qualcuno, si focalizza solo su quella persona. Faccio una domanda che può sembrare cattiva e cruda, ma non lo è.
L'essere lesbica, le è scaturita stando sempre a contatto con l'amica? Perché so che i gay, comunque, sanno già da sempre dentro di sé cosa gli piace e cosa no. Ho parlato con lei a cuore aperto dicendo che a me importa solo della sua felicità. Non la giudico e sa che da parte mia c'è sempre il massimo sostegno.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, quello che descrive è una situazione che può facilmente generare spaesamento in un genitore, soprattutto quando l’immagine che si aveva della propria figlia sembra improvvisamente arricchirsi di elementi nuovi e inattesi. È comprensibile che questo possa attivare domande, dubbi e anche il bisogno di dare un significato a ciò che sta accadendo. Da un punto di vista cognitivo comportamentale, è importante partire da un presupposto di base: l’adolescenza è una fase in cui l’identità affettiva, relazionale e anche sessuale è in costruzione. Questo non significa necessariamente instabilità o confusione in senso negativo, ma piuttosto un processo di esplorazione interna che può includere nuove esperienze emotive, nuovi legami e nuove modalità di vivere la vicinanza con gli altri. Il fatto che sua figlia abbia sempre mostrato interesse per i coetanei maschi e ora esprima un coinvolgimento intenso verso un’amica non è in contraddizione con il suo sviluppo, ma può rappresentare un momento di forte investimento emotivo su una persona specifica. In adolescenza, i legami possono assumere una qualità molto intensa, talvolta totalizzante, in cui la distinzione tra amicizia profonda e coinvolgimento affettivo più ampio non è sempre immediatamente chiara nemmeno per chi la vive. La domanda che lei si pone, cioè se si tratti di infatuazione o di una manifestazione più profonda della propria identità, è comprensibile, ma è anche una domanda a cui spesso non si può rispondere in modo immediato o definitivo. Dal punto di vista psicologico, l’orientamento affettivo non viene letto come qualcosa che necessariamente “emerge all’improvviso” o che segue una regola uguale per tutti. Per alcune persone può essere chiaro da molto presto, per altre può essere più fluido, esplorativo o legato a esperienze relazionali significative. È anche importante fare attenzione all’idea che il contatto con una persona possa “determinare” l’orientamento. Le relazioni possono certamente far emergere emozioni, consapevolezze e forme di attrazione che prima non erano state riconosciute o espresse, ma non sono in genere la causa di un orientamento, quanto piuttosto un contesto in cui alcune parti di sé possono diventare più visibili anche alla persona stessa. Da ciò che racconta emerge inoltre un elemento molto significativo: sua figlia sembra avere una modalità relazionale in cui, quando si affeziona, tende a focalizzarsi intensamente sull’altro. Questo aspetto, più che dirci qualcosa in modo diretto sull’orientamento, può dirci qualcosa sul modo in cui vive i legami affettivi, con un investimento emotivo elevato e una forte centralità della relazione. Il fatto che lei abbia già espresso apertura, ascolto e sostegno è un elemento estremamente importante. In adolescenza, la possibilità di sentirsi accolti senza giudizio è uno dei fattori più protettivi per la serenità psicologica e per una costruzione identitaria più sicura. Allo stesso tempo, può essere utile mantenere una posizione di ascolto che non cerchi di definire troppo rapidamente ciò che sta accadendo, ma che lasci spazio alla possibilità che sua figlia stessa possa comprendere meglio nel tempo ciò che prova. In situazioni come questa, anche per i genitori può essere utile uno spazio di confronto psicologico, non perché ci sia qualcosa di “sbagliato” nella situazione, ma per elaborare le proprie emozioni, ridurre il senso di spaesamento e trovare modalità comunicative che aiutino a mantenere un dialogo aperto e non orientato alla definizione immediata delle esperienze della ragazza. Un approccio cognitivo comportamentale può essere utile proprio per lavorare su pensieri, interpretazioni e reazioni emotive che naturalmente emergono in questi momenti, aiutando a mantenere una relazione con la figlia basata su sicurezza, ascolto e stabilità. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, avrei bisogno di capire come poter aiutare mio marito e mia suocera nel loro rapporto. Mia suocera è l'esempio perfetto della sindrome della sorella maggiore, ovvero ha una sorella di 14 anni piu giovane di cui si è sempre presa cura fin dall'infanzia, l'ha aiutata in tutto, sia nel ruolo di madre (ha 3 figli di cui 2 gemelli e mia suocera aveva a suo tempo preso aspettativa al lavoro per aiutarla a crescerli nonostante fosse adulta, sposata e avesse ancora i nonni a disposizione) sia nel lavoro (è una pittrice/artista... la aiuta negli allestimenti e in tutti gli eventi che deve fare). Questa donna purtroppo è cresciuta appunto come "piccola di casa" aiutata in tutto e per tutto in ogni cosa, il problema è che tutt ora all alba dei 50 anni ritiene ancora "dovuto" che lei la assecondi in ogni cosa e mia suocera corre non appena lei chiama anche perchè nel corso degli anni ha spesso avuto momenti di "depressione" che usava assolutamente come ricatto quando le attenzioni non erano su di lei... il problema è che questo rapporto malsano sta logorando il rapporto con il figlio "vero" che è mio marito che non tollera più questa situazione e si sente "non visto"... lei ha sempre mille problemi, si è separata, ha problemi economici, una figlia soffre anche lei di depressione e mia suocera si carica di tutti questi problemi e giustamente è esausta e agitata... lui ha chiesto alla zia di alleggerire la situazione per sua madre e la risposta è stata che "è l'unica famiglia che ha"... lei non riesce a distinguere figlio e sorella e li equipara... è questo fa impazzire mio marito... a me spiace perchè è una brava nonna e una buona persona ma è completamente annullata per gli altri e rischia di perdere il figlio completamente e non so come posso aiutarli a parlarsi e aiutare lei a "lasciare andare" la sorella che sinceramente credo si sia un po' "accomodata" in questa situazione.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è una dinamica familiare molto complessa, in cui si intrecciano legami affettivi profondi, ruoli consolidati nel tempo e un forte carico emotivo distribuito in modo sbilanciato tra i diversi membri della famiglia. È comprensibile che lei si senta coinvolta e allo stesso tempo preoccupata, perché si trova a osservare da vicino una situazione che genera sofferenza in più direzioni. Da una prospettiva cognitivo comportamentale, quando si analizzano situazioni di questo tipo, è utile spostare l’attenzione non tanto sulle intenzioni delle singole persone, quanto sui pattern relazionali che si sono costruiti nel tempo. In altre parole, ciò che oggi appare come una difficoltà attuale spesso è il risultato di ruoli che si sono stabilizzati negli anni e che continuano a ripetersi perché sono diventati familiari per tutti i membri coinvolti. Nel caso che descrive, sembra esserci una dinamica in cui una persona assume un ruolo fortemente accudente e di responsabilità verso l’altro, al punto da sacrificare parti significative della propria autonomia e dei propri confini personali. Quando questo tipo di assetto si protrae nel tempo, può diventare difficile per tutti i soggetti coinvolti ridefinire i limiti, perché si è costruito un equilibrio, seppur faticoso, che viene percepito come “normale” o inevitabile. All’interno di questo sistema, è comprensibile che suo marito possa sentirsi non visto o in secondo piano, perché il legame tra la madre e la sorella sembra assorbire molte energie emotive e pratiche. Allo stesso tempo, la suocera appare collocata in una posizione di grande responsabilità emotiva, quasi come se fosse diventata il punto di riferimento centrale per più persone, con un conseguente sovraccarico. Un aspetto importante da considerare, dal punto di vista psicologico, è che quando una persona ha costruito per anni la propria identità anche attraverso il prendersi cura degli altri, il “lasciare andare” non è semplicemente una scelta razionale, ma un processo emotivo complesso che può generare senso di colpa, ansia o perdita di significato personale. Questo rende difficile un cambiamento improvviso o imposto dall’esterno. Per questo motivo, spesso il cambiamento più sostenibile non passa attraverso interventi diretti o tentativi di convincimento, ma attraverso piccoli spostamenti progressivi nella comunicazione e nei confini relazionali. Ad esempio, aiutare ciascun membro della famiglia a riconoscere i propri bisogni senza negarli o reprimerli può essere un primo passo importante, anche se non immediatamente risolutivo. Nel caso di suo marito, il bisogno di sentirsi riconosciuto come figlio e non solo come una figura periferica è un bisogno legittimo, e trovare modalità per esprimerlo in modo chiaro ma non conflittuale può essere un elemento chiave. Allo stesso tempo, per la suocera, può essere utile iniziare a distinguere gradualmente ciò che è supporto affettivo da ciò che diventa una forma di obbligo continuo, anche se questo richiede tempo e consapevolezza. In situazioni come questa, un percorso psicologico può essere particolarmente utile non tanto per “cambiare” qualcuno, ma per aiutare il sistema familiare a leggere le proprie dinamiche in modo più consapevole e meno automatico. Un approccio cognitivo comportamentale, in particolare, può aiutare a individuare i meccanismi che mantengono certi schemi relazionali e a costruire modalità comunicative più funzionali, rispettando i legami ma anche i confini individuali. Il suo ruolo, da ciò che emerge, sembra molto delicato e al tempo stesso prezioso, perché si colloca come osservatrice partecipe ma non direttamente coinvolta nella storia originaria. Questo può permettere, se gestito con attenzione, di facilitare una maggiore consapevolezza tra i membri della famiglia, senza però assumere su di sé il peso di una responsabilità che appartiene a loro. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Mi rendo conto di dover interrompere una relazione con un uomo che amo ancora tanto ma con il quale sapevo già che non ci sarebbe stato futuro perché molto più giovane di me. La ragione mi dice di prendere la decisione, il cuore no. Inoltre questo amore mi impedisce di accettare la compagnia di persone più adatte a me per età e cultura. Come gestire tutto questo? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, quello che sta vivendo è un conflitto molto profondo e umano, in cui due parti di sé sembrano tirare in direzioni opposte. Da una parte c’è una componente più razionale che ha già compreso alcuni limiti della relazione e le possibili conseguenze nel lungo periodo, dall’altra c’è un legame emotivo ancora vivo, intenso, che non si spegne semplicemente perché lo si decide. Quando si parla di queste situazioni, è importante riconoscere che non si tratta di una difficoltà nel “prendere una decisione”, ma piuttosto nel tollerare ciò che quella decisione comporta sul piano emotivo. Interrompere una relazione significativa, anche quando si percepisce che non ha prospettive, implica inevitabilmente una forma di perdita, e la mente spesso cerca di evitarla mantenendo attivo il legame, anche attraverso dubbi, speranze o pensieri ricorrenti. Da un punto di vista cognitivo comportamentale, può essere utile osservare come alcuni pensieri possano contribuire a mantenere questo stato. Ad esempio l’idea che quell’amore sia unico, difficilmente sostituibile o che lasciarlo significhi rinunciare a qualcosa di irripetibile può rendere ancora più difficile compiere un passo che, sul piano razionale, appare già chiaro. Allo stesso tempo, il fatto che questo legame renda meno accessibili altre possibilità relazionali suggerisce quanto spazio mentale ed emotivo stia occupando. Non è raro che, in questi casi, la persona si trovi in una sorta di sospensione, dove non si è più pienamente dentro la relazione, ma nemmeno davvero disponibili ad altro. Questo può generare una sensazione di blocco, in cui il tempo passa ma non si sente di avanzare davvero nella propria vita affettiva. Un elemento importante è distinguere tra ciò che si prova e ciò che si sceglie di fare. Le emozioni non si possono comandare direttamente, e il fatto che lei provi ancora amore non è qualcosa di sbagliato o da eliminare. Le scelte, invece, possono essere orientate anche tenendo conto di aspetti più ampi, come i propri bisogni a lungo termine, i valori personali e il tipo di relazione che si desidera costruire. La difficoltà che descrive, cioè il sentirsi trattenuta da questo legame anche rispetto ad altre persone potenzialmente più compatibili, è spesso legata al fatto che il sistema emotivo non ha ancora avuto modo di elaborare pienamente la perdita. Finché una parte resta “agganciata”, è naturale che il confronto con altre possibilità risulti poco autentico o poco coinvolgente. In questo senso, più che cercare di convincersi a livello razionale, può essere utile lavorare su come attraversare questa fase di distacco in modo più consapevole, senza negare ciò che si prova ma senza nemmeno lasciare che sia l’unico criterio guida. In un percorso psicologico, soprattutto di orientamento cognitivo comportamentale, si può lavorare proprio su questi aspetti, aiutando a riconoscere i pensieri che mantengono il legame attivo, a gestire l’intensità emotiva della separazione e a riaprire gradualmente uno spazio interno per nuove possibilità. Non si tratta di cancellare un sentimento, ma di permettere che trovi una collocazione diversa, meno vincolante per le scelte future. Questo passaggio richiede tempo e spesso anche un accompagnamento, proprio perché tocca parti profonde della propria storia affettiva. Il fatto che lei abbia già una consapevolezza così chiara di ciò che sarebbe più funzionale per sé è un elemento molto importante. Il passo successivo riguarda il riuscire a sostenere emotivamente quella scelta, senza sentirsi sopraffatta dal conflitto interno. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno avrei bisogno di un supporto, ormai da circa 20 anni soffro di una forma "strana" di ansia. Faccio un esempio così si capisce meglio. Se qualcuno mi dice guarda che tra una settimana andiamo al mare 2/3 giorni io inizio a spegnermi e ad avere un solo pensiero tutto il giorno ovvero: "devo andare là" e mi si chiude lo stomaco e non riesco a pensare ad altro anche se magari sto guardando un film non riesco a concentrarmi ma penso solo al giorno in cui devo andare e la maggior parte delle volte rinuncio e mi riprendo, questo succede anche se mi devo spostare un po' lontano per lavoro e non riesco proprio a pensare ad altro. Un esempio contrario è stato quando la mia compagna mi ha svegliato alla mattina e mi ha detto alzati che andiamo a Roma (io abito a Mantova) lì per iì cercavo un po' di scuse per non andarci ma non avevo tempo così sono partito per questi due giorni e sono stati dei giorni bellissimi senza pensieri. Se mi dicono il giorno prima o al massimo due giorni prima che devo partire ci vado perché è come se la mia testa non ha il tempo necessario per elaborare il "lutto emotivo" altrimenti se sono più giorni mi spengo emotivamente come se diventassi un'ameba. Sono stato da tre psicologi diversi e anche sotto ipnosi un po' di miglioramento c'è stato ma ancora le trasferte dette con troppo anticipo mi bloccano. Premetto che in età giovanile (ora ho 42 anni) ho sempre girato anche fuori dall'Europa insieme ai miei genitori ma durante l'esame di maturità è come se si fosse bloccato qualcosa e da lì non sono più riuscito a spostarmi dal paese con largo anticipo. Ho letto che potrebbe essere anedonia ma non saprei cosa fare. Spero di essere stato chiaro e ringrazio anticipatamente coloro che mi risponderanno.
Grazie e saluti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è molto chiaro e, soprattutto, ha una coerenza interna che aiuta a comprenderne il funzionamento. Non si tratta di qualcosa di “strano” nel senso di incomprensibile, ma piuttosto di un meccanismo che nel tempo si è strutturato e che oggi si attiva in modo abbastanza prevedibile in alcune situazioni specifiche. Se si osserva la sua esperienza con uno sguardo cognitivo comportamentale, emerge un elemento centrale: non è tanto lo spostamento in sé a generare il problema, ma il tempo che intercorre tra l’idea dell’evento e il momento in cui questo avviene. Quando c’è anticipo, la mente inizia a lavorare in modo continuo su quel pensiero, come se dovesse prepararsi a qualcosa di impegnativo o potenzialmente minaccioso. Questo porta a una sorta di “fissazione mentale”, in cui l’attenzione si restringe sempre di più su quell’evento futuro, fino a togliere spazio a tutto il resto. In questo processo, il corpo segue la mente. Il senso di chiusura allo stomaco, la difficoltà di concentrazione, lo spegnimento emotivo che descrive sono segnali tipici di uno stato di attivazione ansiosa prolungata. Più il pensiero viene alimentato, più l’ansia cresce, e più cresce l’ansia, più il pensiero diventa dominante. È un circolo che tende ad autoalimentarsi. Il fatto che, quando la partenza è improvvisa, lei riesca a vivere l’esperienza in modo positivo è un elemento molto importante, perché indica che non c’è una reale incapacità di affrontare la situazione. Anzi, quando viene meno il tempo per rimuginare, il sistema si “sblocca” e lei riesce a funzionare in modo spontaneo e anche piacevole. Questo dato è molto utile perché orienta la comprensione del problema verso il modo in cui la mente gestisce l’attesa, più che verso l’evento in sé. L’idea che lei fa, cioè quella di un “lutto emotivo”, è interessante e in parte descrive bene la sensazione di dover lasciare qualcosa o prepararsi a un cambiamento. Tuttavia, ciò che sembra accadere è che la mente interpreti l’evento futuro come qualcosa da controllare, prevedere o neutralizzare, e nel tentativo di farlo finisce per amplificarne l’impatto emotivo. Anche il fatto che questo meccanismo sia iniziato in un periodo specifico della sua vita, come quello dell’esame di maturità, può avere un significato. Spesso, in momenti di forte pressione o cambiamento, il sistema ansioso può “imparare” alcune modalità di funzionamento che poi tendono a ripresentarsi nel tempo, soprattutto in situazioni che richiamano, anche indirettamente, quella stessa sensazione di responsabilità o di dover affrontare qualcosa di importante. È comprensibile che dopo tanti anni questa dinamica possa risultare stancante e limitante, soprattutto perché sembra togliere libertà nelle scelte e nelle esperienze. Allo stesso tempo, il fatto che abbia già avuto qualche miglioramento indica che il sistema è modificabile, anche se probabilmente non è stato ancora lavorato fino in fondo nel suo funzionamento più profondo. Un percorso psicologico mirato potrebbe aiutarla proprio a intervenire su questi passaggi specifici, cioè su come nasce il pensiero anticipatorio, su come viene mantenuto e su come il comportamento di evitamento, come rinunciare, contribuisce a rinforzarlo nel tempo. In un approccio cognitivo comportamentale si lavora in modo molto concreto su questi aspetti, aiutando la persona a interrompere gradualmente il circolo tra pensiero, ansia e comportamento, e a recuperare una maggiore flessibilità. Non si tratta di eliminare completamente l’ansia, ma di modificarne il funzionamento, in modo che non occupi tutto lo spazio mentale nei giorni precedenti e non la porti a rinunciare a esperienze che, come ha visto, possono essere anche piacevoli. Il fatto che lei abbia continuato a cercare soluzioni e a interrogarsi su questo aspetto è già un segnale di movimento e di possibilità di cambiamento. Con il giusto tipo di lavoro, è possibile arrivare a gestire in modo diverso proprio quella fase anticipatoria che oggi rappresenta il nodo principale. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buon pomeriggio, sono una mamma di due bambine la più grande a tre anni e mezzo e la più piccola sette mesi, veniamo da una situazione un po’ complessa dopo un anno e un mese dove vedo Mamma e il Papà ogni due settimane solo il weekend perché per motivi lavorativi si è trasferito all’estero, adesso in maniera definitiva ci siamo trasferiti da lui alla Grande è molto contenta di essersi avvicinato a lui, perché in questo anno lo ha cercato tanto giustamente, ma con Mio Marito abbiamo notato che nonostante durante l’arco della giornata gli facciamo fare molte attività tra parco ciò che a casa non giocare con la sorellina oppure portare fuori il cane ci rendiamo conto che non è mai contento nel senso che ha sempre atteggiamenti molto irrequieti, cosa che prima non aveva. Molto spesso urla cerco principalmente io di cercare di capire quale sia il problema di chiedergli come si sente come sta se le piace stare qui o se le manca qualcuno o qualcosa, ma la sua risposta è sempre quella che lei è contenta di essere qui con il papà e che vuole il papà sicuramente incide molto il fatto che a cui non conosce nessuno a parte quattro bambini, ma che andando a scuola li vede molto raramente quando incontra qualche bimbo al parco si vergogna e non vuole parlargli dovuto alla lingua e quindi è molto trattenuta. Durante la notte, nonostante avesse iniziato a dormire nella sua stanza, è molto contenta di dormirci da una settimana a questa parte ha iniziato a dormire nel lettone e quando do il latte alla piccola. Lei interviene sempre dicendo che vuole le coccole e inizia a lagnarsi . In certi momenti mi dispiace perché immagino anche per lei sia un grande cambiamento però allo stesso tempo non gli manca nulla perché è super coccolata e sempre fuori a giocare e fare 1000 attività, quindi non capisco come sia possibile che lei faccia ancora capricci e che si attacchi anche alla minima sciocchezza. Cosa posso fare? Avete qualche consiglio?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buon pomeriggio, da quello che racconta emerge una situazione molto ricca di cambiamenti, e allo stesso tempo molto comprensibile nella sua complessità. Sua figlia si è trovata a vivere in poco tempo una serie di passaggi importanti, il ricongiungimento con il papà dopo un periodo di distanza, il trasferimento in un nuovo contesto, una lingua diversa, nuove abitudini e contemporaneamente la presenza di una sorellina piccola che naturalmente richiede molte attenzioni. Anche se da un punto di vista adulto può sembrare che “non le manchi nulla”, dal suo punto di vista interno è come se stesse cercando di riorganizzare tutto il suo mondo. Il fatto che dica di essere contenta di stare con il papà è un segnale positivo, ma non esclude che possa provare anche altre emozioni nello stesso momento. I bambini piccoli non sempre riescono a riconoscere e comunicare la complessità di ciò che sentono. Possono dire “sto bene” e allo stesso tempo esprimere disagio attraverso comportamenti come irrequietezza, richieste continue, bisogno di contatto o difficoltà nel sonno. Da un punto di vista cognitivo comportamentale, è utile osservare proprio questi comportamenti come una forma di comunicazione. Le urla, il lagnarsi, il bisogno di stare nel lettone o di ricevere coccole mentre si accudisce la sorellina possono essere tentativi di ottenere rassicurazione in un momento in cui sente il bisogno di conferme. Non è tanto una questione di capricci in senso negativo, quanto piuttosto di regolazione emotiva ancora in costruzione. Un aspetto molto rilevante è anche il tema della novità sociale. Essere in un ambiente dove non conosce la lingua e avere difficoltà a interagire con altri bambini può aumentare il senso di insicurezza. Anche se durante la giornata fa molte attività, questo non sempre equivale a sentirsi davvero a proprio agio o integrata. A volte, più si cerca di “riempire” le giornate, più si rischia di non lasciare spazio a una rielaborazione emotiva di ciò che sta accadendo. Il fatto che cerchi il contatto fisico, soprattutto in momenti in cui l’attenzione è rivolta alla sorellina, può essere letto come un bisogno di riassicurazione sul proprio posto nella relazione. Non è insolito che, con l’arrivo di un fratellino o una sorellina, anche bambini che avevano già raggiunto alcune autonomie tornino a chiedere più vicinanza. Può essere utile, più che cercare di capire se “dovrebbe” essere contenta o meno, accogliere il fatto che dentro di lei possano convivere emozioni diverse. In alcuni momenti può sentirsi felice, in altri spaesata, in altri ancora bisognosa di maggiore vicinanza. Dare spazio a queste sfumature, anche semplicemente riconoscendole a parole, può aiutarla a sentirsi compresa. Allo stesso tempo, piccoli momenti dedicati esclusivamente a lei, anche brevi ma prevedibili, possono rinforzare il senso di sicurezza. Non tanto in termini di quantità di attività, ma di qualità della presenza e della relazione. Il cambiamento che sta vivendo richiede tempo per essere interiorizzato. I comportamenti che osserva non sono necessariamente segnali che qualcosa non va, ma piuttosto che qualcosa si sta riorganizzando dentro di lei. In queste fasi può essere molto utile avere uno spazio di confronto anche per lei come genitore, per leggere meglio questi segnali e trovare modalità che la facciano sentire più efficace e serena nella gestione quotidiana. Un percorso di supporto, anche breve, può aiutare a comprendere più a fondo i bisogni della bambina e a rispondere in modo più mirato, senza sentirsi in dubbio rispetto a ciò che si sta facendo. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Save sono una ragazza di 23 anni che lavorava in un supermercato ho iniziato a soffrire di vertigini da stress ansia forte e attacchi di panico fino a non uscire piu di casa ma passare le giornate a casa piangendo.. ho iniziato a prendere zoloft adesso da cinquantaquattro giorni ho aumentato a zoloft + levopraid + xanax pomeriggio e mirtazapina la sera e sembra che piano piano stavo recuperando adesso da due giorni sto risentendo un po d ansia e vuoti di testa improvvisi ebato avemdo un po paura è una cosa normale che ci vigliono piu giorni o sto tornando indietro?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, quello che sta vivendo è molto faticoso e comprensibilmente spaventante. Quando si attraversano periodi di ansia intensa, con sensazioni fisiche come vertigini, vuoti di testa e attacchi di panico, è normale che ogni piccolo cambiamento venga percepito come un segnale di allarme, quasi come se il corpo stesse dicendo che qualcosa non sta andando nella direzione giusta. In realtà, spesso non è così lineare. Nel percorso di uscita da uno stato ansioso, è molto comune che ci siano dei momenti di miglioramento alternati a delle piccole ricadute temporanee. Questo non significa necessariamente tornare indietro, ma piuttosto che il sistema mente corpo sta ancora cercando un nuovo equilibrio. L’ansia, soprattutto quando è stata intensa e protratta nel tempo, tende a lasciare una sorta di sensibilità di fondo. Questo fa sì che anche un minimo segnale interno, come una sensazione fisica o un pensiero, possa riattivare temporaneamente il circuito dell’allarme. Un aspetto importante riguarda proprio il modo in cui queste sensazioni vengono interpretate. Quando compaiono i vuoti di testa o un aumento dell’ansia, è comprensibile che emerga il pensiero “sto tornando come prima” oppure “non sto migliorando davvero”. Questi pensieri, però, hanno un effetto molto potente: aumentano la preoccupazione e mantengono attivo il circolo dell’ansia. In altre parole, non è solo la sensazione fisica a creare disagio, ma anche il significato che le viene attribuito. Può essere utile iniziare a osservare questi momenti con uno sguardo leggermente diverso, provando a considerarli come delle oscillazioni normali in un percorso di recupero, piuttosto che come segnali di fallimento. Il fatto che lei abbia già percepito dei miglioramenti è un elemento molto importante, perché indica che il suo sistema è in grado di cambiare e di uscire da quella fase così intensa in cui non riusciva nemmeno a uscire di casa. Un altro punto centrale riguarda l’evitamento. Quando si prova ansia forte, viene spontaneo cercare di proteggersi evitando situazioni, sensazioni o pensieri che fanno paura. Questo nel breve termine dà sollievo, ma nel lungo termine tende a mantenere il problema. Gradualmente, con i tempi giusti, è importante tornare a fare piccoli passi verso la vita quotidiana, anche con un po’ di disagio presente, perché è proprio lì che il sistema impara che quelle sensazioni non sono pericolose. Quello che sta accadendo in questi giorni, quindi, può essere letto più come una fase di assestamento che come un peggioramento reale. È come se il percorso avesse delle onde, alcune più tranquille e altre un po’ più mosse, ma la direzione può comunque rimanere quella del miglioramento. In tutto questo, un supporto psicologico può fare davvero la differenza, perché permette di lavorare in modo più mirato su questi meccanismi, aiutandola a comprendere come funzionano i suoi pensieri, le sue reazioni e il modo in cui l’ansia si mantiene nel tempo. Un percorso ad orientamento cognitivo comportamentale, in particolare, può aiutarla a riconoscere questi cicli e a sviluppare strumenti concreti per gestirli, riducendo gradualmente la paura delle sensazioni stesse. Quindi no, da quello che descrive non sembra necessariamente un tornare indietro, ma piuttosto una parte del processo. E anche se in questo momento può sembrare scoraggiante, non cancella i passi avanti che ha già fatto. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Domande più frequenti
-
Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa del suo…