Domande del paziente (3350)

    Salve, volevo un opinione. Cercherò di essere breve. Sono 4 anni circa che faccio terapia. Con la mia dottoressa mi sono sempre trovata bene. Infatti le ho voluto un bene Dell anima. E ho sempre avuto fiducia in lei. A lei ho aperto il mio cuore
    Le ho confidato tutto, anche le cose più intime. Pero pensavo che x come ci fossi andato da lei 4 anni fa, e x come sto messo adesso, un po si affezionasse a me. Invece ho notato il contrario ci sono stati episodi che mi hanno fatto pensare che x lei ero uno scoccio e un numero da poter incastrare nei suoi orari . Forse siccome ho qualche altro problema purtroppo, credo di essere stato molto ossessivivo con lei x una cosa che Nn mi poteva aiutare. X questo mi sono sentito abbandonato, xche quando cercavo un appiglio nel monento più buio, ho trovato la sua porta chiusa. Molte volte Nn rispondeva ai messaggi, e se li faceva, andava subito al sodo, In Seduta certe volte sembrava annoiata, qualche vita mi dava gli appuntamenti, certe volte li spostava con poco preavviso, oppure Nn si faceva sentire x mesi., neanche x chiedere "cmsta? Nonostante sapesse le mie difficoltà di salute e non. Ora le ho scritto un sms, spunmtandoke la mia rabbia una fiducia che è venuta a mancare da parte mia. Ho sbagliato secondo voi. Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Buonasera, quello che descrive è una situazione emotivamente molto intensa e, prima ancora di tutto, comprensibile nella sua sofferenza. Quando si intraprende un percorso terapeutico di lunga durata, soprattutto con un coinvolgimento emotivo profondo e una forte fiducia nella figura che ci accompagna, può accadere che la relazione terapeutica diventi per la persona qualcosa di molto significativo, a volte quasi centrale. In questi casi non è raro che si sviluppino aspettative di reciprocità affettiva, di presenza costante, di disponibilità emotiva, che vanno oltre la natura professionale del rapporto. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è importante considerare proprio questo intreccio tra pensieri, emozioni e interpretazioni: quando lei percepisce distanza, risposte brevi, cambi di appuntamento o momenti di apparente minor coinvolgimento, la sua mente sembra tradurre questi segnali in una conclusione molto dolorosa, cioè l’idea di essere poco importante, di essere “uno scoccio” o addirittura trascurato. Questa lettura, comprensibile sul piano emotivo, tende però a diventare assoluta e globale, e finisce per amplificare il senso di abbandono e rabbia. È anche importante distinguere tra ciò che accade nella relazione terapeutica come cornice professionale e ciò che invece viene vissuto internamente come bisogno di sicurezza, riconoscimento e continuità emotiva. A volte, soprattutto quando si attraversano momenti di fragilità o si portano avanti difficoltà importanti, la figura del terapeuta può assumere un valore affettivo molto forte, e questo rende particolarmente doloroso qualsiasi gesto percepito come distanza o discontinuità. Detto questo, il suo vissuto di rabbia e delusione non è qualcosa da sminuire. Ha un significato preciso e merita di essere ascoltato e compreso. Tuttavia, la modalità con cui lo ha espresso attraverso un messaggio impulsivo potrebbe effettivamente aver introdotto una tensione nella relazione terapeutica. Non necessariamente in senso irreparabile, ma come un momento di rottura che, in un percorso psicologico, può anche diventare un punto importante di lavoro e comprensione. Spesso, proprio questi passaggi diventano occasioni preziose per esplorare insieme al terapeuta cosa si è attivato dentro, quali aspettative erano presenti, cosa ha fatto sentire così ferito e quali bisogni profondi sono rimasti senza risposta in quel momento. In altre parole, invece di vedere questo episodio come un errore definitivo, potrebbe essere utile considerarlo come materiale clinico significativo da portare apertamente nel lavoro terapeutico. In un percorso ben strutturato, anche le emozioni più intense e i momenti di conflitto nella relazione possono essere elaborati e compresi, senza bisogno di evitarli o negarli. Anzi, spesso è proprio lì che si lavora in modo più autentico sugli schemi affettivi e cognitivi che si ripetono anche al di fuori della terapia. Se posso offrirle una prospettiva, potrebbe essere utile non restare da solo dentro questa interpretazione dolorosa, ma riportarla direttamente nello spazio terapeutico, in modo chiaro e onesto, anche con tutta la sua rabbia e delusione. Questo non solo per “chiarire” l’episodio, ma per capire cosa rappresenta per lei quel tipo di vissuto nelle relazioni in generale. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Salve dottori mi chiedo se il Buddha o altri maestri avessero ragione che l unica strada per la serenità sia la via spirituale , anche se personalmente io mi sento sereno anche se da qualche giorno vedendo alcuni video sto mettendo un po in dubbio la mia situazione, mi chiedo allora chi come me non fa questi tipi di percorsi non può essere felice ? Non può essere una brava persona ? E se anche voi psicologi in futuro vi rendete conto che l unica strada è la spiritualità e tutto il resto è fuffa

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Buongiorno, la domanda che pone tocca un tema molto profondo e antico, che riguarda il significato della serenità, della felicità e del modo in cui le persone cercano di dare ordine alla propria vita interiore. È comprensibile che, dopo aver visto certi contenuti o riflessioni, possa emergere il dubbio che esista una “via unica” alla serenità e che tutto il resto sia in qualche modo insufficiente. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, una cosa importante da considerare è che la mente umana tende spesso a cercare risposte assolute. Quando si incontra un’idea forte, come quella che esista un’unica strada corretta per stare bene, può attivarsi un meccanismo di confronto interno che mette in discussione la propria esperienza precedente. Questo però non significa che ciò che si provava prima fosse sbagliato, ma piuttosto che la mente sta cercando un sistema coerente che riduca l’incertezza. La serenità, nella pratica clinica e nell’esperienza quotidiana delle persone, raramente dipende da una sola strada o da un’unica visione del mondo. Esistono persone che trovano equilibrio attraverso percorsi spirituali, altre attraverso la riflessione personale, altre ancora attraverso relazioni, lavoro, valori pratici o una combinazione di più elementi. Non si tratta di stabilire quale sia la via “giusta” in senso assoluto, ma di comprendere cosa funziona per la singola persona in un determinato momento della sua vita. Il fatto che lei si senta sereno nella sua esperienza attuale è un elemento molto importante, perché indica che non è necessario che qualcosa sia incompleto o sbagliato solo perché esistono altre prospettive. Quando emergono dubbi dopo aver visto determinati contenuti, spesso non è la realtà a cambiare, ma il modo in cui la si sta interpretando in quel momento. Anche l’idea che “solo una via possa portare alla felicità” è un pensiero che tende a generare più ansia che chiarezza, perché sposta l’attenzione dal vivere l’esperienza presente al dover verificare continuamente se si sta seguendo il percorso giusto. Questo tipo di confronto può allontanare proprio da quella serenità che si sta cercando. Per quanto riguarda il suo ultimo interrogativo, è importante sottolineare che l’approccio psicologico non si basa su una singola visione dell’uomo o della felicità, ma proprio sulla comprensione della complessità dell’esperienza umana. Le persone sono diverse tra loro, e ciò che è utile per una persona può non esserlo per un’altra, o può esserlo in momenti diversi della vita. L’obiettivo non è sostituire una “verità” con un’altra, ma aiutare ciascuno a costruire un equilibrio che sia sostenibile e coerente con la propria storia e i propri bisogni. Quando questi dubbi diventano insistenti o mettono in discussione in modo rigido il proprio modo di vivere, può essere utile affrontarli in uno spazio di confronto psicologico, dove si possa esplorare senza fretta il significato che queste idee stanno assumendo per lei, senza la pressione di dover aderire a una risposta unica. In sintesi, non sembra necessario contrapporre spiritualità e benessere psicologico come se fossero in competizione. Piuttosto, può essere più utile chiedersi cosa, nella sua esperienza concreta, la aiuta davvero a stare bene in modo stabile e autentico. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Ho sempre pensato di essere una persona equilibrata, pur con i normali alti e bassi.
    Di recente, però, dopo una brutta litigata, il mio compagno mi ha confessato tutto il malessere che ha accumulato in questi anni a causa dei miei comportamenti.
    Tutto è partito da una mia forte scenata di gelosia; una volta sfogata, mi sono resa conto che era del tutto infondata, ho capito l'errore e ho chiesto subito scusa. Ma ormai il danno era fatto.
    Il problema è che mi vengono dei momenti, dal nulla, in cui il mio umore crolla drasticamente. In quei frangenti emerge il mio lato peggiore: rabbia, gelosia, rancore, antipatia.
    Non sono una persona cattiva, anzi mi ritengo molto sensibile ed empatica, ma in quei minuti tutto il mio lato positivo svanisce.
    La cosa assurda è che così come questo malessere arriva, altrettanto velocemente se ne va, e io torno la persona tranquilla di sempre, come se non fosse successo nulla.
    ​Il mio compagno mi ha fatto giustamente notare che per lui è devastante: si sente come su un campo minato, dove deve stare attento a dove cammina per non fare esplodere la miccia. Io non voglio assolutamente una relazione così, e non avevo idea di fargli così male.
    ​Ho deciso che voglio affrontare questa cosa e cercare aiuto per capire perché mi succede e imparare a gestire queste tempeste emotive.
    A questo proposito, vorrei un consiglio: c'è una figura professionale specifica per questa cosa? Ed è meglio un percorso da sola, individuale, o devo coinvolgere anche il mio compagno, quindi fare terapia di coppia?
    Grazie di cuore a chiunque vorrà rispondermi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Buonasera, quello che descrive è una presa di consapevolezza molto importante e, già di per sé, rappresenta un passaggio fondamentale: non tanto perché “ci sia qualcosa che non va”, ma perché sta iniziando a osservare con lucidità un pattern emotivo che fino a poco tempo prima probabilmente appariva più automatico e meno riconoscibile nei suoi effetti. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, ciò che emerge nella sua descrizione è la presenza di stati emotivi intensi e rapidi, che sembrano attivarsi in risposta a determinate situazioni relazionali, in particolare quelle che toccano temi come la sicurezza affettiva, la fiducia e il riconoscimento dell’altro. In questi momenti, la percezione interna cambia molto velocemente: i pensieri diventano più assoluti, le emozioni più forti e l’impulso a reagire prende il sopravvento. Poi, quando l’attivazione cala, lei stessa nota un ritorno a uno stato di calma, accompagnato però dalla consapevolezza di ciò che è accaduto nel frattempo. Questa alternanza così rapida tra attivazione intensa e ritorno alla calma può risultare molto destabilizzante per la relazione, perché dall’esterno viene vissuta come imprevedibilità emotiva, mentre dall’interno viene percepita come qualcosa di transitorio ma travolgente. È proprio questa discrepanza che spesso genera sofferenza da entrambe le parti: da un lato chi la vive si sente “non riconosciuto” nella propria parte più stabile, dall’altro chi la subisce può sentirsi esposto a continui cambiamenti di clima emotivo. È importante sottolineare un aspetto centrale: non si tratta di etichette o di “essere fatti in un certo modo”, ma di schemi emotivi e cognitivi che si attivano in determinate condizioni e che possono essere compresi e regolati meglio con un lavoro mirato. Il fatto che lei riconosca il problema, che si assuma la responsabilità del danno relazionale e che desideri cambiare è un elemento molto significativo e positivo. Rispetto alla sua domanda, esistono diversi livelli di intervento possibili. Un percorso individuale è spesso il primo passo più utile, perché consente di comprendere cosa si attiva dentro di lei in quei momenti, quali pensieri automatici emergono, quali vulnerabilità si accendono e soprattutto come iniziare a costruire strategie di regolazione più stabili prima che l’emozione raggiunga il picco. Questo lavoro permette di acquisire maggiore controllo non nel senso di “reprimere”, ma di riconoscere prima e modulare meglio. La terapia di coppia, invece, può diventare molto utile in una fase successiva o parallela, quando entrambi i partner desiderano lavorare sulle dinamiche relazionali, sulla comunicazione e sull’impatto reciproco di questi momenti. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, è proprio un lavoro individuale iniziale a fornire gli strumenti necessari perché anche la relazione possa poi beneficiarne in modo più concreto. Il punto centrale non è eliminare le emozioni, ma imparare a riconoscerne l’arrivo, comprenderne i segnali precoci e costruire modalità di risposta che non mettano a rischio ciò che per lei è importante. Questo tipo di lavoro, se portato avanti con continuità, tende a ridurre significativamente quella sensazione di “tempesta improvvisa” che lei descrive. È un percorso che richiede tempo, ma la consapevolezza che sta già mostrando è una base molto solida da cui partire. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Buongiorno dottori faccio questa domanda perchè in questi giorni mi sta dormentando nel senso quando sento qualche notizia in tv oppure vedo qualcosa sul tavolo ecc... mi passano in mente immagini di farmi del male a me oppure alla gente che ho vicino... questa cosa mi era successo anche l'hanno scorso dopo passata adesso si e ripresentata di nuovo.. in piu sto facendo una cura con il daprxo da 15 anni.. vorrei capire sono solo pensieri o mi devo preoccupare? grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Buongiorno, quello che descrive è un’esperienza che può essere molto spaventosa, soprattutto quando nella mente compaiono immagini o pensieri che sembrano andare in direzione opposta rispetto a ciò che si desidera davvero. Il fatto stesso che lei ne sia turbato e che senta il bisogno di chiedere aiuto è già un elemento importante, perché indica che questi contenuti mentali non vengono vissuti come qualcosa che vuole mettere in atto, ma come qualcosa di estraneo, indesiderato e fonte di forte ansia. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, può accadere che la mente produca pensieri improvvisi e disturbanti proprio su ciò che temiamo maggiormente. Questo meccanismo è paradossale ma molto comune: più un pensiero viene percepito come inaccettabile o pericoloso, più tende ad attirare l’attenzione e a ripresentarsi. La persona, spaventata, inizia a monitorare continuamente ciò che passa per la mente, e questo controllo costante finisce involontariamente per mantenere il problema. In altre parole, il pensiero “e se facessi del male a me stesso o agli altri?” non è necessariamente il segnale di una reale intenzione, ma spesso rappresenta un contenuto mentale intrusivo che la persona interpreta come minaccioso. L’ansia nasce proprio da questa interpretazione. Si tende allora a chiedersi se si stia perdendo il controllo, se ci sia un pericolo reale o se si debba temere qualcosa di grave. Questo tipo di interrogativi, pur essendo comprensibili, alimenta ulteriormente il circolo della paura. Il fatto che le sia già successo in passato e che poi sia passato è un altro elemento significativo. Suggerisce che la mente può attraversare periodi in cui questi pensieri si intensificano, soprattutto in momenti di stress, stanchezza o maggiore vulnerabilità emotiva, e successivamente attenuarsi. Quando però si ripresentano, è facile vivere la situazione come se fosse la prova che “stavolta potrebbe essere diverso”, e questo aumenta ancora di più l’allarme. Ciò che spesso aiuta è imparare a distinguere tra il contenuto del pensiero e il significato che gli attribuiamo. Avere un pensiero non equivale a volerlo realizzare. La mente umana è in grado di generare immagini e scenari di ogni tipo, anche molto disturbanti, senza che questi rappresentino le nostre reali intenzioni o il nostro carattere. Dal momento che questa esperienza la sta preoccupando e sta influenzando il suo benessere, potrebbe essere molto utile affrontarla in uno spazio psicologico dedicato, soprattutto con un approccio cognitivo comportamentale, che aiuta concretamente a comprendere i meccanismi che mantengono questi pensieri e a ridurre il timore che essi suscitano. Spesso, comprendere il funzionamento del problema è già un primo passo importante per sentirsi meno in balia di ciò che accade. Il fatto che questi pensieri siano presenti non significa automaticamente che vi sia un pericolo imminente o che lei stia “impazzendo”. Piuttosto, sembra che la sua mente stia producendo contenuti che la spaventano e che, proprio perché li considera minacciosi, finiscono per occupare molto spazio. Avere paura dei propri pensieri è un’esperienza dolorosa, ma fortunatamente è una condizione che può essere compresa e affrontata in modo efficace. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Buongiorno.
    Volevo chiedere consiglio per questa situazione. Premetto che lavoro in nave.
    Praticamente io ed una mia collega ci stavamo frequentando cosi, apparentemente in amicizia.
    Una amica in comune, il giorno prima del mio sbarco mi rivela che sembra che questa persona con cui mi frequentavo le avesse dettonche in realtà fosse interessata a me.
    Da allora ho cominciatona riesaminare ogni interazione passata e non riesco a non pensarla. Ho anche provato a chiedere se fosse vero, purtroppo solo via chat essendo ormai già a terra, ma la sua risposta è stata un misto tra si e no, a detta sua per non influenzare la mia scelta sulla possibilità di un futuro imbarco, che sebbene non confermato, è già stato stabilito per la stessa nave e periodo dove la rivedrei.
    Nonostante sia passata già una settimana, sto vivendo questa cosa con un ansia da occasione persa, anche perchè non sono mai stato in una relazione e la vedo quasi come se non avessi più possibilità alcuna.
    Anche l'idea di mandare curriculum per un lavoro a terra ora mi spavemta che possa chiudere definitivamente questa possibilità, che comunque non sarebbe garantita anche se dovessi reimbarcare.
    Come potrei uscirne? Perchè questa cosa è ormai da giorni che sento mi sta distruggendo dentro.
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Buongiorno, la situazione che descrive ha una caratteristica molto tipica delle esperienze emotive intense legate all’incertezza relazionale: non è tanto l’evento in sé a generare la sofferenza maggiore, quanto lo spazio mentale che si apre dopo, fatto di interpretazioni, ipotesi e riletture continue di ciò che è accaduto. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, quando ci troviamo di fronte a segnali ambigui come quelli che lei racconta, la mente tende spesso a cercare una risposta definitiva. Il “forse sì, forse no” lascia infatti una sorta di sospensione che il cervello fatica a tollerare. Per ridurre questa incertezza, si attiva un processo molto comune: la rilettura continua del passato. Si rivedono le conversazioni, i gesti, i dettagli, nel tentativo di trovare una conferma stabile. Tuttavia, questo processo, invece di chiarire, tende spesso ad aumentare l’ansia, perché alimenta ulteriormente il dubbio senza arrivare mai a una conclusione certa. Quello che lei descrive come “non riesco a non pensarla” è proprio l’effetto di questo circuito: più la mente cerca di risolvere l’incertezza, più rimane agganciata al tema. E quando una possibilità viene percepita come molto significativa, come nel suo caso rispetto all’idea di una prima relazione o di un’occasione affettiva importante, il peso emotivo aumenta ulteriormente e può arrivare a influenzare anche le scelte pratiche, come quella lavorativa. È comprensibile che si attivi la sensazione di “occasione irripetibile”, soprattutto se nella sua storia questa esperienza rappresenta qualcosa di nuovo e desiderato. Tuttavia, quando una decisione esterna come il lavoro inizia a essere guidata principalmente dalla paura di perdere una possibilità affettiva incerta, il rischio è che l’ansia restringa progressivamente il campo delle scelte, facendole apparire tutte legate a una sola variabile. Un punto importante da tenere presente è che la relazione o la possibilità relazionale che lei immagina non è ancora una realtà strutturata, ma una possibilità aperta, che la mente tende a colmare con aspettative, desideri e timori. Questo rende l’esperienza emotivamente molto intensa, ma anche instabile, perché si basa su elementi non definiti. In questi casi, un lavoro psicologico può essere utile proprio per aiutare a distinguere tra ciò che è accaduto concretamente e ciò che la mente sta costruendo sopra quell’evento. Non per ridurre l’importanza di ciò che prova, ma per restituire un po’ di spazio interno, così che le decisioni non vengano guidate esclusivamente dall’ansia di perdere una possibilità. Spesso, quando si riesce a ridurre la necessità di avere una risposta immediata e definitiva, anche l’intensità del pensiero diminuisce e la persona torna gradualmente a percepire più opzioni possibili, sia sul piano relazionale che su quello lavorativo. Il fatto che questa situazione le stia generando sofferenza significativa è già un segnale che merita attenzione, non tanto per “bloccarla”, ma per evitare che un’unica incertezza condizioni in modo così ampio il suo benessere e le sue scelte. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Buongiorno Dottori. Circa 10 anni fa ho casualmente incontrato un uomo molto molto più giovane di me. Uscivo da un periodo terribile, avevo appena perso mia madre dopo una malattia inesorabile ed ero sentimentalmente sola già da molto tempo. Ero in cura con farmaci antidepressivi e vivevo come in mezzo ad una nebbia. Finchè, quasi mi fossi "risvegliata" da un brutto sogno, mi sono improvvisamente accorta dei suoi sguardi, delle sue attenzioni, delle sue premure nei miei confronti, ma data la notevole differenza di età ho preso la cosa con divertimento, pur essendone lusingata. Poi, è scoppiato il covid e siamo rimasti tutti isolati nelle case. Ma un giorno, inaspettatamente, lui si è presentato a casa mia, dicendo che voleva rivedermi e che mi aveva portato la colazione. L'ho fatto salire, non senza stupore, abbiamo chiacchierato un po' ma...la "scintilla", se così vogliamo chiamarla, era ormai scattata e abbiamo fatto sesso con trasporto. Pensavo fosse finita lì, e invece -poichè per motivi legati alla professione che lui svolge ci incontriamo settimanalmente - tutto è continuato. Quando l'ho conosciuto era ancora fidanzato, poi si è sposato, ha avuto un figlio, a differenza mia che ho avuto una vita sentimentale disastrosa nonostante ogni volta abbia dato tutta me stessa al partner e per far funzionare il rapporto. Il suo, sembrava un matrimonio felice, innamorato della ragazza di sempre, un figlio splendido, quello che insomma avrei voluto la vita riservasse a me. Due anni fa, mi ha inaspettatamente detto che si stava separando dalla moglie. Lo vedevo infatti da tempo incupito, con meno voglia di parlare, ma a mia richiesta rispondeva che aveva "problemi" di cui non gli andava di parlare. Sembrava essersi lasciato andare. Ingrassato, trascurato (come è anche tuttora). Avendo cambiato posto di lavoro, mi nominava spesso colleghi e soprattutto colleghe con cui di tanto in tanto usciva e, particolarmente nominava le colleghe, a suo dire tutte belle, tutte brave, con cui c'era tanto affetto. Intanto, nel frattempo, aveva lasciato moglie e figlio non potendone più della situazione in casa, separandosi tuttavia solo di fatto. La moglie gli ha negato la separazione consensuale e dunque vivono in case diverse anche se a poca distanza, per il bambino. Ne sono rimasta dispiaciuta e l'ho invitato a riflettere, a tornare sui propri passi per amore del figlio, ma lei sembra irremovibile. Non se ne è andato per me. Noi abbiamo avuto solo rapporti intimi, anche se durante i nostri incontri ci siamo conosciuti meglio, sorretti a vicenda nei momenti di crisi, confidati, ma un rapporto vero e proprio non è mai partito (nel senso uscire insieme, condividere degli spazi e degli interessi): io non l'ho chiesto, data l'insormontabile differenza d'età sapevo già dall'inizio di non poterlo pretendere, ma neppure lui l'ha fatto. Finchè, proprio durante i rapporti intimi, a un certo punto lui non ha voluto più che gli lasciassi "segni" sul corpo a causa di baci un po' troppo marcati, pretendendo tuttavia di continuare a farli a me. Già questo mi ha lasciata perplessa. Ho chiesto spiegazioni, e lui mi ha risposto che non vuole si notino, data la professione che svolge. A questo punto, ho detto che anch'io avevo però diritto a non essere "marchiata". Poi, con il trascorrere del tempo, e sempre non richiesto, ha cominciato a nominarmi spesso una collega, anche lei separata però legalmente e con due figli con cui si era incontrato di tanto in tanto, anche con gli altri colleghi, affermando che era una donna molto bella (ma lo sono anch'io), facendomi capire che indossava biancheria sexy, quando io al contrario non ho voluto indossarla non perchè non la possegga, ma perchè suppongo che il desiderio sessuale di un uomo, se è genuino, debba scattare senza ricorrere a mezzucci.... Infine, siamo arrivati a ciò che non ho potuto tollerare. E' accaduto che mentre si trovava da me, la collega lo chiamasse, e non per una volta, sul cellulare. Trovandomi lì vicino e pur non volendo, non ho potuto fare a meno di ascoltare le loro voci affettuose, e scambiarsi facezie non di lavoro, con l'intesa di sentirsi la sera. Soprattutto mi ha ferita il suo "Finalmente!" come di persona che ha aspettato tanto una telefonata ed ora che è arrivata se ne compiace. Unpo' troppo, per una collega che si ha modo di vedere tutti i giorni, o quasi. Tra l'altro e' per me inaccettabile che queste telefonate avvengano comunque in mia presenza e senza nessun riguardo per lui che sta lavorando ed anche per me che sto lavorando con lui. Non capisco perchè lui glielo permetta, perchè non le dica, come ritengo avrebbe dovuto fare, di richiamare in altra ora. Lì per lì ho fatto come sempre, vale a dire non ho commentato pur assumendo un atteggiamento freddo e distaccato, ma quando lui mi ha fatto capire attraverso baci e carezze che voleva un rapporto, mi sono rifiutata, ben decisa, stavolta, a parlare. L'ho invitato ad essere chiaro, a dirmi la verità su questa persona che stava diventando, stando alla quantità di volte in cui non richiesto me la nominava, mostrandomi la sua foto e quella dei suoi figli che tiene nel cellulare insieme a quelle del figlio legittimo, e adesso facendomi ascoltare anche le loro telefonate, sempre più ingombrante, almeno in casa mia. E che, permettendole di farle, stava dimostrando un'assoluta mancanza di rispetto, e di sensibilità nei miei confronti. Come fanno tutti gli uomini in queste situazioni, ha ovviamente negato, dicendo le solite frasi "sei gelosa, è solo una collega (che tra l'altro vede tutti i giorni), sei veramente una grande regista per mettere su tutto questo, ecc.). Ho risposto che prima di essere gelosa sono una persona che tiene molto alla sua dignità. Che, se mi riteneva una grande regista, lui si era però dimostrato un pessimo attore, e che a prescindere da tutto, non mi prestavo ad essere la "ruota di scorta". Del resto, se come suppongo ha un'altra, i rapporti intimi ora può tranquillamente averli con l'altra, io non sono la moglie. Quale dovrebbe essere, infatti, il mio ruolo? Se ne è andato incupito. Ed io mi sento distrutta. Se ha un'altra relazione perchè non dirmelo apertamente? Io, essendo una donna educata tradizionalmente, non ho mai preso "iniziative" con gli uomini, neppure quando ero più giovane. Dunque, si è trovato anche facilitato, in questo senso, io avevo già capito, non c'era bisogno che mi facesse del male. Come è potuto cambiare così? E quale dovrebbe essere ora, il mio comportamento se queste telefonate dovessero continuare ( sempre che io lo riveda)? Non so immaginare, infatti, se e quando lo rivedrò avendo lasciato del lavoro in sospeso, non credo vorrà riparlarne e neppure io, avendo già detto ciò che ho ritenuto fosse giusto dire per me, ma non si sa mai. Potreste rispondermi? Vi ringrazio, la mia sofferenza è immensa.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Buongiorno, nelle sue parole si percepisce una sofferenza molto profonda, ma anche una grande lucidità nel tentativo di comprendere ciò che è accaduto dentro questa relazione. E credo sia importante partire proprio da qui: lei non sta soffrendo soltanto per la possibilità che quest’uomo possa essere interessato ad un’altra persona. Sta soffrendo soprattutto per il senso di progressiva svalutazione, ambiguità e mancanza di riconoscimento che ha iniziato a percepire nel rapporto. Per molti anni lei ha accettato una relazione che, almeno implicitamente, aveva dei confini molto precisi. Un legame intenso sul piano fisico ed emotivo, ma senza una reale progettualità condivisa. E mi sembra che lei, pur con dolore, avesse trovato un equilibrio interno rispetto a questo assetto, anche facendo leva sulla differenza d’età e convincendosi di non poter chiedere di più. Questo è un punto molto delicato, perché spesso le persone finiscono per adattarsi a relazioni incomplete non tanto perché non desiderino altro, ma perché sentono di non avere il diritto di desiderarlo. Da una prospettiva cognitivo comportamentale, col tempo si possono creare schemi profondi in cui il bisogno affettivo viene continuamente mediato dal timore di perdere l’altro, e quindi si tende a tollerare situazioni che generano sofferenza pur di mantenere il legame. Lei stessa racconta di aver dato molto nelle relazioni della sua vita e di essersi spesso messa in secondo piano. Questo modo di stare nelle relazioni, quando si incontra una persona emotivamente poco definita o ambivalente, rischia di trasformarsi in un continuo adattamento silenzioso. Per anni lei ha probabilmente cercato di non vedere alcuni aspetti che le facevano male, oppure di minimizzarli per proteggere il rapporto e sé stessa. Ma ci sono momenti in cui qualcosa cambia. Non necessariamente perché cambiano solo i comportamenti dell’altro, ma perché una parte di noi smette di riuscire a tollerare certe dinamiche. E mi sembra che le telefonate, le continue menzioni della collega, le fotografie mostrate quasi senza sensibilità rispetto all’effetto che avrebbero avuto su di lei, abbiano rappresentato proprio questo punto di rottura. La sofferenza che prova non nasce solo dalla gelosia. Ridurre tutto a “lei è gelosa” sarebbe estremamente semplicistico. Lei ha sentito di non essere più considerata emotivamente, di non essere tutelata nella relazione, di essere quasi costretta a fare spazio emotivo ad un’altra presenza dentro un rapporto già fragile e poco definito. E il fatto che lui abbia negato tutto non necessariamente significa che lei abbia immaginato ogni cosa. A volte le persone negano non tanto perché non esista nulla, ma perché non vogliono confrontarsi con le implicazioni emotive dei propri comportamenti. C’è poi un altro aspetto molto importante. Lei si chiede continuamente come lui abbia potuto cambiare così. Ma forse sarebbe utile iniziare a chiedersi anche quanto, in questi anni, abbia cercato di vedere in lui soprattutto ciò di cui aveva bisogno in quel momento della sua vita. Questo non significa che il legame non sia stato reale o importante. Anzi. Alcuni incontri arrivano in momenti di grande vulnerabilità emotiva e assumono un valore profondissimo proprio perché sembrano riportare vita, desiderio, attenzione, dopo periodi di dolore, solitudine o anestesia emotiva. Tuttavia, il rischio è che quella relazione venga investita di un significato salvifico che poi rende molto difficile vedere con chiarezza i limiti concreti del rapporto. Lei oggi sembra trovarsi davanti ad una presa di coscienza molto dolorosa: forse questa relazione le ha dato molto sul piano emotivo e corporeo, ma non le ha mai dato un posto realmente definito. E quando un legame resta per anni in una posizione sospesa, senza una reale reciprocità progettuale, può accadere che basti l’arrivo di una terza presenza per far emergere tutta la precarietà che prima si cercava di non guardare. Credo sia stato molto importante che lei abbia finalmente espresso ciò che provava, senza restare ancora una volta in silenzio per paura di perdere il rapporto. Aver messo un limite non significa essere “drammatica” o “regista”, ma riconoscere la propria dignità emotiva. Questo passaggio, per quanto doloroso, è spesso fondamentale. Per quanto riguarda il futuro, è comprensibile che lei si chieda come comportarsi se dovesse rivederlo. Tuttavia, più che prepararsi a gestire le sue eventuali telefonate o spiegazioni, forse sarebbe importante iniziare a chiedersi cosa desidera davvero per sé in una relazione e quanto questa situazione, negli anni, l’abbia nutrita oppure lentamente consumata. La sua sofferenza merita uno spazio di ascolto autentico e non soltanto il tentativo di capire se lui abbia o meno un’altra donna. A volte dietro legami così lunghi e irrisolti ci sono bisogni affettivi molto profondi, paure dell’abbandono, vissuti di solitudine e convinzioni su sé stessi che sarebbe importante esplorare con calma. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla non tanto a “dimenticarlo”, ma a comprendere più a fondo perché questo rapporto abbia avuto un impatto così forte sulla sua vita emotiva e quali dinamiche relazionali l’abbiano portata, per così tanto tempo, a restare in una posizione tanto dolorosa quanto poco definita. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Salve, vi scrivo per avere una consulenza riguardo una situazione lavorativa in cui mi trovo. Per contesto, lavoro nell’azienda attuale da più di 7 anni in cui progressivamente mi sono affermata, o così pensavo, nei vari ambiti di competenza sempre con impegno e forte dedizione. Il clima aziendale è sempre stato subdolamente tossico, principalmente a causa di una collega che ha reso e continua a rendere il posto un inferno per chiunque si “metta contro” di lei o delle sue idee. Questo ha portato a diversi scontri con diverse personalità nell’azienda che a volte si sono risolte semplicemente con il passare del tempo, e altre volte hanno portato proprio alle dimissioni di alcuni. Io stessa in prima persona ho subito più volte le sue “paturnie” perché caratterialmente sono una persona che preferisce il confronto piuttosto alla falsità e quando alcune cose che mi ha fatto non mi sono state bene ho sempre preferito parlarne direttamente (prese in giro tramite i vari social, turni cambiati per palese ripicca…). Quando ho poi affrontato la persona il più delle volte la situazione si distendeva per passare alla prossima vittima. Per arrivare alla situazione attuale, nell’ultimo periodo c’è stato parecchio stress in tutto l’ambiente anche dovuto all’arrivo imminente di un controllo dai piani alti della sede, che ha portato ad uno “scontro” tra me e il mio datore di lavoro. Da parte sua c’è stata una forte aggressione verbale, con toni di voce fortemente alterati, colpi dati alle ringhiere…, aggressione questa dovuta a detta sua ad una “evidente necessità di essere più aggressivo per poter essere ascoltato visto il forte menefreghismo”. Da parte mia una risposta di difesa in cui appunto affermavo che non capivo il tono dell’attacco e soprattutto le accuse, essendo sempre stata come dicevo fortemente dedita a questo posto di lavoro spesso anche sacrificando molto del mio tempo libero o addirittura presentandomi anche in condizioni di salute fortemente precarie. La discussione non si è conclusa in alcun modo perché alla sua frustrazione sul “perché se parlo con le altre stanno zitte e dicono di sì, quando invece parlo con te hai sempre da rispondermi?” Io non sapevo che risposta dare. Non nego però che questa discussione mi ha lasciato fortemente turbata in primo luogo per la violenza dell’attacco, e poi per l’estraneità dalle accuse che mi rivolgeva. (Solo dopo scoprirò che la discussione che lui faceva non era indirizzata a me!) In ogni caso per giorni io mi sono trovata fortemente destabilizzata da questo episodio aspettandomi che comunque avvenisse un chiarimento una volta che il nervoso del momento fosse passato. Questo non è avvenuto e mi ha lasciato per giorni a pezzi, giorni in cui mi recavo a lavoro senza essere salutata lasciata sola ed esclusa da qualsiasi cosa. Mi sono trovata a non riuscire più a dormire per pensare a come avrei potuto affrontare la situazione, a cosa potevo aver sbagliato, a non mangiare per la sensazione di nausea costante. La cosa che mi ha turbato più di tutte poi è stata la mancanza di empatia da tutto lo staff di colleghe, che mi hanno esclusa da tutto e a malapena mi rivolgevano parola. Questo ha portato alla mia necessità di riaffrontare il mio datore di lavoro per avere un chiarimento, per capire come poter risolvere la situazione. Non è stato facile perché lui ha cercato di evitare il confronto dicendomi anche che lui non aveva niente di cui parlare perché non c’era nessuna situazione. Una volta che sono riuscita ad instaurare un dialogo civile ho cercato di spiegare le mie ragioni della risposta e cercando di capire le sue ragioni per una reazione così aggressiva (qui scoprivo che la sua era una discussione mirata a tutti non solo a me). Più ho provato a spiegargli che secondo me un attacco così aggressivo non poteva portare a nulla di buono più ricevevo risposte fredde e dure. Purtroppo questo muro mi ha fatto vacillare, tanto da farmi arrivare a chiedergli se veramente quindi non avevo nessun valore per quella azienda e se questo trattamento secondo lui era meritato. Da notare è che il primo scontro era stato in presenza della collega di cui parlavo all’inizio, mentre questo secondo incontro lei non era presente. Comunque dopo un po di conversazione ci siamo spiegati e anche lui ha ammesso lo stress e l’aggressività del suo atteggiamento. Per me questa seconda discussione era necessaria per un suo intervento nell’atteggiamento di tutto lo staff, affinché intervenisse perché io potessi trovare un ambiente lavorativo vivibile e non così provante come era stato fino a quel giorno. E da questa seconda discussione sono uscita lievemente positiva e lievemente rincuorata, anche dal fatto che mi ha detto “hai fatto bene a parlarne perché magari io ero ancora innervosito dalla situazione ma parlandone siamo tutti più tranquilli”. Dopo questo confronto io ho avuto i miei giorni di riposo e sono rientrata a lavoro il giorno prima dei controlli in cui ingenuamente, e nuovamente, mi sono trattenuta oltre orario cercando di mostrarmi più positiva anche con le colleghe. Il giorno dopo, giorno dei controlli, arrivo a lavoro e il clima era invece di nuovo di ferro. A malapena saluti, la collega aveva nuovamente stretto la morsa sulle altre tanto ad arrivare al fatto che durante l’ora di pranzo loro si sono prese da mangiare se lo sono divise tra di loro chiedendosi le une con le altre cosa volevano dandomi le spalle e ignorandomi e mangiando davanti a me come se non esistessi. La giornata è stata lunga ed infernale.. e da lì ho capito che non c’era soluzione. Avergli parlato non ha fatto che peggiorare ulteriormente la situazione e io ero ormai 15 giorni sull’orlo dell’esaurimento nervoso, 15 giorni senza mangiare quasi nulla e senza dormire piangendo ogni giorno per l’ansia di cosa mi avrebbe aspettato il giorno dopo. L’ultimo giorno mi sono dovuta recare dal dottore in preda al panico che mi ha dato delle gocce e mi ha consigliato del riposo perché non erano condizioni normali. Io non so più neanche se ho sbagliato o non ho sbagliato, ma mi è sembrato come se volessero eliminarmi per essere quella che risponde, e che tutto è andato giù molto rapidamente. Non mi sembra che ci sia una alternativa sé non andare via, perché arrivare a pensare a gesti estremi pur di non dover andare in quell’ambiente mi sembra assurdo! La mia problematica è una sola, ora sono in malattia e mi sto piano piano riprendendo, ma so già che rientrare lì dopo aver preso una malattia sarebbe un circolo infinito di ritorsioni. Allo stesso tempo però il mio compagno lavora lì con me, e non voglio denunciare per mobbing per evitare ritorsioni anche a lui.. cosa mi consigliate di fare? Io non so più dove sbattere la testa…

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Buonasera, da ciò che racconta emerge una situazione che, nel tempo, sembra averla portata ad accumulare un livello di sofferenza molto elevato, non solo per il singolo episodio con il datore di lavoro, ma per un clima relazionale che descrive come costantemente teso, imprevedibile e logorante. Leggendo le sue parole colpisce molto quanto lei abbia cercato di mantenere un atteggiamento responsabile, collaborativo e orientato al confronto, arrivando però progressivamente a sentirsi isolata, svalutata e quasi “messa ai margini” all’interno di un ambiente che per anni aveva rappresentato una parte importante della sua vita. Quello che descrive non sembra essere semplicemente “stress da lavoro”. Il fatto che abbia iniziato a dormire male, a non mangiare, a vivere nausea costante, pianto frequente, paura del giorno successivo e persino pensieri estremi pur di non rientrare in quell’ambiente, indica quanto il suo sistema emotivo fosse arrivato ad uno stato di forte sovraccarico. Quando una persona vive per molto tempo in un contesto percepito come ostile o minaccioso, il cervello entra progressivamente in una modalità di allerta continua: ogni sguardo, silenzio o esclusione viene vissuto con intensità crescente, e questo può creare un circolo molto pesante tra pensieri, emozioni e reazioni fisiche. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, spesso in situazioni come questa accade che la persona inizi a mettere profondamente in discussione sé stessa. Lei infatti scrive più volte “forse ho sbagliato”, “non so se ho fatto bene”, “non capisco cosa ho fatto”. Questo è molto importante, perché quando si vive a lungo in ambienti relazionali confusivi o svalutanti, si può arrivare a perdere fiducia nella propria percezione della realtà e nelle proprie reazioni emotive. È come se la mente iniziasse continuamente a cercare spiegazioni alternative pur di dare senso a comportamenti altrui che fanno soffrire. Allo stesso tempo, però, è importante mantenere uno sguardo equilibrato. Non sempre è possibile definire con certezza le intenzioni degli altri o attribuire etichette precise alle dinamiche lavorative. Tuttavia, ciò che conta davvero è l’impatto che questa situazione ha avuto su di lei. E l’impatto, dalle sue parole, appare molto serio. Una persona non arriva casualmente a stare male fino a quel punto. Mi sembra anche significativo il fatto che lei abbia tentato il dialogo. Non ha reagito impulsivamente, non ha cercato vendette o escalation. Ha provato a chiarire, a comprendere, a ricostruire un clima umano. Questo racconta una parte di lei che cerca il confronto autentico e il riconoscimento reciproco. Il problema è che, purtroppo, non tutti i contesti lavorativi funzionano secondo logiche di apertura e collaborazione. In alcuni ambienti si instaurano equilibri relazionali rigidi, dinamiche di esclusione o giochi di potere sottili che, nel tempo, possono diventare psicologicamente molto pesanti per chi è più diretto, sensibile o orientato alla sincerità. In questo momento credo sia importante che lei non prenda decisioni definitive sotto il peso del panico o dell’esaurimento emotivo. Quando il sistema nervoso è in uno stato di allarme continuo, la mente tende a vedere solo due strade: restare e distruggersi oppure scappare immediatamente. In realtà, spesso esistono passaggi intermedi che possono essere esplorati con maggiore lucidità quando il livello di attivazione emotiva si abbassa un po’. Mi sembra molto positivo che il medico le abbia consigliato riposo. A volte le persone vivono la malattia quasi come una colpa, ma recuperare un minimo di stabilità psicofisica è fondamentale prima di affrontare qualunque scelta lavorativa importante. Anche perché in questo momento lei non sta affrontando soltanto un problema professionale, ma un’esperienza che sembra aver toccato profondamente il suo senso di valore personale, appartenenza e sicurezza. Probabilmente un percorso psicologico potrebbe esserle davvero utile non soltanto per “gestire l’ansia”, ma soprattutto per comprendere più a fondo alcuni suoi schemi relazionali: ad esempio il bisogno molto forte di riconoscimento, la fatica nel tollerare l’esclusione, il senso di responsabilità elevatissimo verso il lavoro, la tendenza a sacrificarsi molto pur di essere apprezzata, e anche il motivo per cui certi atteggiamenti altrui sembrano colpirla così in profondità. Un percorso cognitivo comportamentale, in questi casi, non serve semplicemente a “calmare” i sintomi, ma ad aiutare la persona a ritrovare confini, lucidità e capacità di leggere le situazioni in modo meno schiacciante e più centrato su sé stessa. Capisco anche la sua paura rispetto alle eventuali conseguenze sul suo compagno. È comprensibile sentirsi bloccata tra il bisogno di proteggersi e il timore di creare ripercussioni su chi ama. Per questo motivo credo che, prima ancora di decidere se restare, andare via o intraprendere azioni formali, potrebbe esserle utile ritrovare uno spazio in cui sentirsi sostenuta e aiutata a rimettere ordine dentro tutto quello che sta vivendo. In questo momento non minimizzerei ciò che prova. Il suo corpo e la sua mente stanno chiaramente dicendo che qualcosa, così com’è stato vissuto finora, è diventato troppo pesante da sostenere da sola. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Salve dottori sono appena diventato padre da qualche giorno sono molto sereno anche se ho un dubbio che mi assale , qualche giorno fa mi sono venuti alla mente della parole di un counseling filosofico che avevo guardato qualche video dicendo che senza un percorso di liberazione e di risveglio non saremo capaci di amare i nostri figli e che inconsapevolmente gli facciamo anche del male, io adesso non mi interessa minimamente fare un percorso del genere quindi vuol dire anche io che farò del male a mia figlia ? Quindi dovrei risvegliarmi ? Dovrei seguire il percorso del counseling? E eventualmente anche meditazione?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Salve, prima di tutto mi viene da dire che dalle sue parole emerge una cosa molto importante: il fatto stesso che lei si stia ponendo queste domande racconta già attenzione, sensibilità e desiderio di fare del bene a sua figlia. E questo è molto diverso dall’essere un genitore disinteressato o inconsapevole. Diventare padre è un passaggio enorme della vita. Anche quando ci si sente sereni, come lei scrive, è normalissimo che la mente inizi improvvisamente a interrogarsi su ciò che significa davvero “essere un buon genitore”. In quei momenti si è anche molto più vulnerabili a certi messaggi forti, assoluti o radicali che si trovano online, soprattutto quando parlano di amore, consapevolezza, spiritualità o crescita personale. Il problema è che alcuni contenuti rischiano di trasmettere implicitamente l’idea che esista una sorta di “livello superiore” da raggiungere per poter amare davvero qualcuno, quasi come se senza un particolare percorso interiore si fosse destinati inevitabilmente a fare del male ai propri figli. E questo può generare molta ansia. Dal punto di vista psicologico, però, la realtà umana è molto più complessa e anche molto più concreta. Nessun genitore è perfetto, nessun essere umano è totalmente libero dalle proprie fragilità, paure o limiti. Crescere un figlio non significa diventare una persona illuminata o “risvegliata”, ma piuttosto cercare, nel tempo, di costruire una relazione sufficientemente sicura, affettuosa, stabile e autentica. I figli non hanno bisogno di genitori perfetti o spiritualmente elevati. Hanno bisogno di figure presenti, capaci di mettersi in discussione, di riparare agli errori quando accadono, di offrire affetto, contenimento e ascolto. È importante anche fare attenzione ad un meccanismo mentale molto frequente: quando sentiamo una frase forte detta con sicurezza da qualcuno percepito come “saggio” o “profondo”, la mente tende a trasformarla in una verità assoluta. Da lì può nascere un dubbio del tipo: “E se allora io stessi sbagliando tutto senza accorgermene?”. Questo però non significa che quel pensiero sia necessariamente realistico o utile. Lei scrive una frase significativa: “Io adesso non mi interessa minimamente fare un percorso del genere”. Ecco, questo è un punto importante. La meditazione, la spiritualità o percorsi filosofici possono essere strumenti interessanti per alcune persone, ma non rappresentano un obbligo morale né una condizione necessaria per amare bene un figlio. Ci sono persone profondamente spirituali che faticano nelle relazioni affettive e persone che non hanno alcun interesse per quei percorsi ma sono genitori presenti, amorevoli e responsabili. Da un punto di vista cognitivo comportamentale, conta molto osservare non tanto le etichette o le ideologie, ma ciò che concretamente accade nella relazione. Come si comunica, come si gestiscono le emozioni, quanto spazio si dà ai bisogni dell’altro, come si affrontano gli errori, la frustrazione, la fatica. È lì che si costruisce il legame. Inoltre, quando nasce un figlio, spesso emergono anche paure profonde legate alla responsabilità. Alcune persone iniziano a domandarsi continuamente: “E se sbagliassi?”, “E se la facessi soffrire senza volerlo?”, “E se non fossi abbastanza?”. Sono pensieri molto umani, soprattutto nei primi tempi, quando la mente sta cercando di adattarsi a un cambiamento enorme. Il rischio però è che queste domande diventino una ricerca continua di certezze assolute impossibili da ottenere. Forse la domanda più utile non è “devo risvegliarmi spiritualmente?”, ma “come posso essere un padre sufficientemente presente, consapevole e capace di crescere insieme a mia figlia?”. E questa è una domanda molto più concreta, umana e realistica. Se un domani sentirà curiosità verso meditazione o percorsi interiori potrà certamente esplorarli, ma dovrebbe essere una scelta autentica e personale, non guidata dalla paura di diventare un cattivo padre. Le decisioni prese per paura raramente portano benessere duraturo. Credo che possa essere utile, nel tempo, concedersi anche uno spazio di riflessione personale su ciò che significa per lei essere padre, su quali modelli relazionali ha vissuto, su quali valori desidera trasmettere e su come gestisce emozioni e responsabilità. Un eventuale percorso psicologico può essere prezioso proprio per questo: non per trasformare una persona in qualcuno di “illuminato”, ma per comprendere meglio il proprio modo di funzionare, le proprie paure, i propri automatismi e le proprie risorse. Per ora, però, mi sembra importante che non perda di vista una cosa semplice ma fondamentale: il fatto che lei sia lì, presente, coinvolto emotivamente e desideroso di fare bene per sua figlia, è già qualcosa di molto significativo. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Gentili Dottori, vorrei chiedere un parere psicologico su una situazione familiare che mi sta causando molta ansia e confusione.

    Mio padre vuole donarmi una casa di famiglia, con l’idea che debba “restare in famiglia” e che io debba vivere vicino a mia sorella. Mia sorella stessa mi dice che non vorrebbe “estranei accanto” e che per lei è importante che io rimanga lì.

    Il problema è che mi sento profondamente combattuta. Razionalmente so che ricevere una casa è un enorme privilegio, soprattutto perché al momento non sono economicamente stabile, sto attraversando un periodo difficile e realisticamente oggi non posso permettermi di vivere altrove in modo indipendente. Quindi questa donazione mi darebbe concretamente un posto dove vivere e una sicurezza materiale importante che in questo momento non riuscirei ad avere da sola.

    Allo stesso tempo, però, emotivamente vivo questa situazione come una possibile perdita di libertà. Dopo una recente discussione con mia sorella, ho iniziato a stare molto male: nausea, mal di stomaco, pianto, una sensazione di soffocamento e pensieri come “la mia vita è rovinata” oppure “rimarrò intrappolata per sempre”.

    Mi sono resa conto di una cosa importante: se non ci fossero aspettative familiari legate a questa situazione e se avessi abbastanza indipendenza economica, probabilmente sceglierei di vivere altrove. La mia paura principale non è la casa in sé, ma l’idea di dover sopportare per anni dinamiche familiari emotivamente pesanti, sentendomi senza spazio personale e senza una reale possibilità di scegliere la mia vita.

    La pressione che sento è sia burocratica che emotiva.

    Burocratica perché mio padre mi dice che sarebbe molto difficile vendere la casa in futuro a causa di complicazioni burocratiche/legali.

    Emotiva perché vuole donarmi questa casa con l’aspettativa implicita che io non la venda mai a estranei e che la casa resti “all’interno della famiglia”. Anche mia sorella insiste molto sul fatto che non vuole estranei accanto.

    Nella mia famiglia, ogni volta che provo a esprimere bisogni o dubbi che escono dal “percorso” già deciso da loro, vengo spesso accusata di creare problemi, complicare la vita agli altri, essere egoista o destabilizzare la famiglia. Questo mi fa sentire estremamente in colpa anche solo per il fatto di desiderare autonomia.

    Sono anche terrorizzata dall’idea che accettare la casa significhi moralmente perdere il diritto di cambiare vita in futuro, anche se razionalmente so che le situazioni possono evolvere nel tempo.

    L’unica possibile via d’uscita che riesco a immaginare in questo momento sarebbe accettare la donazione, ma chiedere a mio padre di fare un accordo privato in cui si stabilisce che, se un giorno volessi trasferirmi altrove e lui volesse davvero che la casa restasse solo nella famiglia, allora la proprietà della casa potrebbe tornare a lui invece di essere venduta a estranei.

    Tuttavia, so già che anche solo proporre questa idea probabilmente porterebbe a discussioni e a una forte pressione emotiva da parte sua, ed è questo che mi paralizza.

    Vorrei capire:

    - Come posso costruire la sensazione che i miei bisogni siano legittimi quando la famiglia reagisce con senso di colpa o pressione;
    - Come prendere decisioni importanti nella mia vita senza sentirsi responsabili della felicità emotiva degli altri.

    Grazie a chi risponderà.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Gentile utente, dalle sue parole emerge con molta chiarezza una sofferenza che non riguarda semplicemente “accettare o non accettare una casa”, ma qualcosa di molto più profondo: il conflitto tra il bisogno di sicurezza e il bisogno di libertà personale. E spesso questi due bisogni, soprattutto in alcune dinamiche familiari, finiscono per entrare dolorosamente in collisione. È importante che lei riconosca una cosa: il fatto che una parte di sé percepisca questa proposta come soffocante non significa che sia ingrata, egoista o incapace di apprezzare ciò che le viene offerto. Da quello che racconta, sembra piuttosto che il dono della casa non venga vissuto soltanto come un aiuto materiale, ma anche come qualcosa carico di aspettative implicite, vincoli emotivi e significati familiari molto forti. E il suo corpo, attraverso nausea, pianto, senso di oppressione e paura di restare intrappolata, sembra reagire proprio a questo. In ottica cognitivo comportamentale, spesso si osserva che non sono solo gli eventi in sé a generare sofferenza, ma il significato che assumono per la persona. Per qualcuno ricevere una casa potrebbe essere percepito esclusivamente come una fortuna; per lei, invece, sembra attivarsi anche l’idea che accettare significhi perdere il diritto di scegliere, deludere gli altri se un giorno cambiasse idea o restare legata per sempre a un ruolo familiare già deciso. Mi colpisce molto una frase che ha scritto: “se avessi abbastanza indipendenza economica probabilmente sceglierei di vivere altrove”. Questa frase non va ignorata, perché contiene una verità emotiva importante. Non significa automaticamente che lei debba rifiutare la casa, ma indica che dentro di sé esiste un bisogno di autonomia che sta chiedendo spazio e riconoscimento. Spesso nelle famiglie dove i bisogni individuali vengono vissuti come una minaccia all’equilibrio familiare, le persone imparano gradualmente a sentirsi responsabili delle emozioni altrui. Così il semplice desiderio di scegliere per sé può trasformarsi in senso di colpa, paura di ferire, timore di essere percepiti come egoisti o “cattivi figli”. E a lungo andare si rischia di perdere il contatto con una domanda fondamentale: “cosa desidero davvero io?”. Lei sembra molto lucida nel riconoscere questo meccanismo. Il fatto che provi così tanta ansia all’idea anche solo di proporre un accordo diverso suggerisce che probabilmente nella sua storia familiare esprimere un bisogno personale non sia stato vissuto come pienamente legittimo o sicuro. Quando questo accade, anche prendere decisioni normali della vita adulta può diventare emotivamente paralizzante. Credo sia importante anche distinguere due aspetti. Uno è la realtà concreta, cioè il fatto che in questo momento la casa potrebbe rappresentare una sicurezza economica reale e utile. Un altro è il piano emotivo, cioè il timore che accettare significhi automaticamente rinunciare alla propria libertà futura. Questi due livelli tendono a fondersi dentro di lei, ed è proprio lì che probabilmente nasce gran parte dell’angoscia. Dal punto di vista psicologico, una delle sfide più difficili ma anche più importanti nella crescita personale è imparare che si può amare la propria famiglia senza dover necessariamente sacrificare ogni bisogno individuale. E soprattutto che il disagio emotivo degli altri non è sempre la prova che si sta facendo qualcosa di sbagliato. A volte una famiglia reagisce con pressione, senso di colpa o accuse semplicemente perché è abituata a un certo equilibrio e vive il cambiamento come destabilizzante. Questo non rende automaticamente illegittimi i suoi bisogni. Mi sembra significativo anche che lei stia già cercando mentalmente soluzioni intermedie, come l’idea di un accordo privato. Questo suggerisce che non sta cercando di “rompere” i legami familiari, ma piuttosto di trovare un modo per non sentirsi completamente intrappolata. Il problema è che, probabilmente, teme il conflitto emotivo più ancora della decisione pratica in sé. Credo che un percorso psicologico potrebbe esserle molto utile proprio per questo motivo. Non tanto per dirle cosa fare riguardo alla casa, perché nessuno dall’esterno può decidere al posto suo, ma per aiutarla a comprendere più a fondo i suoi schemi emotivi, il rapporto tra colpa e autonomia, il modo in cui si sente responsabile della serenità degli altri e la difficoltà nel legittimare i propri desideri senza sentirsi “sbagliata”. Quando una persona arriva a pensare “la mia vita è rovinata” o “rimarrò intrappolata per sempre”, spesso non sta reagendo solo alla situazione presente, ma anche a qualcosa di più antico e radicato nel proprio modo di percepire libertà, separazione e appartenenza. Comprendere questi meccanismi non elimina automaticamente il dolore o la complessità delle scelte, ma permette di affrontarle con maggiore consapevolezza e meno paura. Lei non sembra una persona che vuole ferire la propria famiglia. Sembra piuttosto una persona che sta cercando, forse per la prima volta con maggiore chiarezza, di capire se ha il diritto di esistere anche come individuo separato dai bisogni e dalle aspettative degli altri. E questa è una domanda molto importante. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Io e il mio ragazzo (entrambi 33anni) abbiamo una relazione a distanza da tre mesi.
    Io vivo all’estero e lui viene da un altro paese in Europa.
    È venuto a trovarmi e l'altro giorno stavamo camminando mano nella mano. Era un po' alticcio, mentre camminavamo ho visto un tipo che vedo spesso in centro a chiedere insistentemente soldi. Mi sono allontanata con il mio ragazzo, ma lui era incuriosito e continuava a fissarlo. Gli ho chiesto perché lo avesse fatto e ha iniziato a dire un sacco di cose senza senso, tipo "volevo dargli false speranze", "ero curioso di vedere cosa avesse in mano perché le muoveva", "volevo dargli dei soldi ma tu mi hai portato via", "non so se avresti pensato male di me se non gli avessi dato i soldi", per poi cambiare idea e dire "non gli avrei dato i soldi perché sembrava ben curato e aveva dei bei vestiti".

    La frase "volevo dargli false speranze" mi ha fatto infuriare più di ogni altra cosa e ne abbiamo parlato a lungo.
    Gli ho riparlato di questo episodio quando ci siamo calmati entrambi e mi ha detto che aveva detto tutte quelle cose perché era in preda al panico e non sapeva cosa dire.
    Gli ho fatto notare che quella frase in particolare era estremamente disgustosa e crudele, non mi sarei mai aspettata che una cosa del genere gli uscisse di bocca (perché, anche se lo conosco da poco tempo, mi ha dato l'impressione di essere una persona gentile, aveva dato il giorno stesso dei soldi ad un ragazzo che aveva chiesto dei soldi per il biglietto del treno e la volta prima che ci siamo incontrati aveva dato dei soldi ad un signore per strada che aveva un cagnolino) e lui se n'è reso conto e ha detto che normalmente non direbbe mai una cosa del genere. Ha detto che stava scherzando, ma che era uno scherzo di pessimo gusto.
    Ha inoltre aggiunto che dove vive lui ci sono queste persone che lui ha chiamato “gang”, si dividono le zone della città, che chiedono soldi per strada ma in realtà vivono grazie agli aiuti dello Stato e che lui non vuole dare soldi a questo tipo di persone.

    Non so cosa pensare o cosa fare.
    Mi tratta benissimo, ma non voglio stare con qualcuno che tratta male gli altri o dice cose così cattive.
    È giusto condannarlo per questo episodio o dovrei aspettare e vedere come si comporterà in futuro?

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Salve, quello che racconta è comprensibilmente destabilizzante, soprattutto perché sembra aver toccato qualcosa di molto importante per lei: i valori umani, il modo di trattare le persone più fragili, la sensibilità verso gli altri. Quando in una relazione emergono frasi o comportamenti che stonano profondamente con ciò che sentiamo giusto o rispettoso, è normale fermarsi e chiedersi: “questa persona è davvero come pensavo?”. Credo sia importante però non ridurre tutto né a “è una persona cattiva” né a “non conta nulla perché era alticcio”. Le persone sono più complesse di un singolo episodio, ma allo stesso tempo certi episodi meritano attenzione, soprattutto quando ci colpiscono così tanto emotivamente. Da ciò che scrive, mi sembra che lei abbia reagito non tanto perché il suo ragazzo non abbia dato soldi a quella persona, quanto per il significato emotivo e morale che ha attribuito a quella frase sul “dare false speranze”. È come se in quel momento lei avesse percepito una forma di crudeltà gratuita, qualcosa che contraddiceva l’immagine di persona gentile e attenta che si era costruita di lui. Questo contrasto interno probabilmente l’ha turbata più dell’episodio in sé. Allo stesso tempo, però, mi sembra importante osservare anche il contesto. Lei stessa racconta che in altre occasioni lui ha avuto comportamenti generosi verso persone in difficoltà. Questo non cancella la frase che le ha fatto male, ma suggerisce che forse non siamo davanti a una persona sistematicamente cinica o priva di empatia. Potrebbe anche essere stato davvero un momento confuso, accentuato dall’alcol, dall’imbarazzo o dal sentirsi osservato e giudicato nelle sue reazioni. Alcune persone, quando si sentono messe sotto pressione emotiva, iniziano a dire cose contraddittorie, provocatorie o assurde nel tentativo di uscire dal disagio del momento. In ottica cognitivo comportamentale, spesso si lavora molto sul significato che attribuiamo agli eventi. Un singolo episodio può attivare pensieri molto forti e assoluti, soprattutto all’inizio di una relazione, quando stiamo ancora cercando di capire chi abbiamo davanti. Per esempio, da una frase spiacevole si può arrivare rapidamente a pensare: “allora è una persona crudele”, “allora tutto ciò che ho visto finora era falso”, “allora non posso fidarmi”. Non significa che questi dubbi siano sbagliati, ma che meritano di essere osservati con calma, senza correre immediatamente verso conclusioni definitive. Mi sembra anche significativo che lui non abbia minimizzato completamente il suo disagio. Da quanto racconta, ha riconosciuto che quella frase era di pessimo gusto e che normalmente non parlerebbe così. Questo non vuol dire che lei debba ignorare ciò che ha provato, ma è diverso rispetto a una persona che ride della sofferenza altrui o che non vede alcun problema nel proprio comportamento. Credo che la domanda più utile, forse, non sia tanto “devo condannarlo oppure no?”, ma piuttosto: questo episodio resta isolato oppure nel tempo iniziano a emergere altri atteggiamenti di freddezza, disprezzo, mancanza di empatia o incoerenza rispetto ai valori che per lei sono importanti? Le relazioni si comprendono molto di più nella continuità che nei singoli momenti. Lei è in una fase in cui sta ancora conoscendo questa persona, e questo richiede anche tollerare una certa quota di dubbio senza forzarsi subito a decidere se fidarsi totalmente o chiudere immediatamente. È sano osservare, ascoltare come si sente, vedere come lui si comporta nel tempo, soprattutto quando non deve “fare bella figura”. Mi colpisce anche il fatto che lei abbia sentito il bisogno di tornare sull’episodio una volta calmata. Questo fa pensare che non stia cercando il litigio, ma comprensione e coerenza. E questo è un bisogno molto legittimo in una relazione. Forse potrebbe essere utile usare questo episodio non tanto per emettere una sentenza definitiva su di lui, ma per capire meglio anche lei stessa: quali comportamenti la fanno sentire al sicuro, quali invece attivano allarme, quali valori considera irrinunciabili e quanto tende magari a spaventarsi quando una persona mostra lati inattesi o contraddittori. A volte proprio le prime fasi delle relazioni fanno emergere schemi emotivi profondi, aspettative, paure e bisogni relazionali che vale la pena comprendere meglio. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Salve mi hanno diagnosticato amaxofobia
    Ho intrapreso vari percorsi di terapia
    Terapia breve strategica terapia cognitiva comportamentale ipnosi
    Nessuna mi ha aiutato chiedevo se emdr può essere d aiuto anche se nn mi ricordo di nessun trauma
    La paura e il disagio sono cominciate a 30 anni e sono 20 anni che provo di tutto
    Grazie

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Salve, capisco la fatica e probabilmente anche la frustrazione che può esserci dietro le sue parole. Quando una paura dura da così tanti anni e si ha la sensazione di aver già provato “di tutto”, è comprensibile arrivare a sentirsi scoraggiati o quasi senza più fiducia nella possibilità di stare meglio. Inoltre, l’amaxofobia non riguarda soltanto il guidare in sé, ma spesso finisce per limitare libertà, autonomia, spontaneità e qualità della vita, portando la persona a organizzare giornate, spostamenti e scelte attorno alla paura. Il fatto che lei non ricordi un trauma specifico non esclude necessariamente che l’EMDR possa essere utile, ma credo sia importante fare una riflessione più ampia. Molto spesso si pensa che una difficoltà debba per forza nascere da un singolo evento traumatico evidente, mentre nella realtà clinica capita frequentemente che certe paure si sviluppino in modo più graduale, attraverso accumuli di tensione, esperienze emotive, momenti di vulnerabilità o particolari modalità di interpretare le sensazioni fisiche e mentali. Da ciò che scrive, la paura è comparsa intorno ai 30 anni. Questo è un elemento interessante, perché suggerisce che forse in quel periodo della sua vita qualcosa, anche non necessariamente legato alla guida in modo diretto, possa aver modificato il suo senso di sicurezza, controllo o vulnerabilità personale. A volte il problema non è “la macchina” in sé, ma ciò che la guida rappresenta inconsciamente per la persona: perdita di controllo, possibilità di stare male, paura di sentirsi intrappolati, timore di non riuscire a gestire certe sensazioni corporee o mentali. In ottica cognitivo comportamentale, infatti, si cerca di comprendere non solo il sintomo finale, ma il funzionamento che lo mantiene nel tempo. Dopo vent’anni di paura è molto probabile che si siano creati automatismi profondi. Il cervello, nel tempo, può aver imparato ad associare certe situazioni di guida a uno stato di allarme, e ogni evitamento, controllo o tentativo di “proteggersi” rischia involontariamente di rinforzare questo circuito. Per questo motivo non credo sia utile ragionare soltanto in termini di “quale tecnica funziona”, ma anche di come è stato affrontato il problema nei vari percorsi precedenti. A volte le persone arrivano in terapia molto concentrate sull’eliminare immediatamente l’ansia, mentre il lavoro più importante diventa comprendere il rapporto che hanno costruito con quella paura nel corso degli anni. Non è raro che, dopo così tanto tempo, la fobia finisca quasi per intrecciarsi con il modo in cui la persona percepisce se stessa, le proprie capacità e il proprio senso di sicurezza. L’EMDR potrebbe essere uno strumento utile in alcuni casi, anche senza un trauma eclatante, soprattutto se emergessero esperienze emotive rimaste molto attive dentro di lei oppure ricordi associati a sensazioni di impotenza, paura o perdita di controllo. Però eviterei di viverlo come “l’ultima speranza” o come una tecnica magica che da sola possa risolvere una sofferenza costruita e mantenuta nel corso di vent’anni. Spesso il punto centrale è trovare uno spazio terapeutico in cui sentirsi davvero compresi nel proprio funzionamento, senza sentirsi sbagliati o “irrecuperabili” perché altri percorsi non hanno portato i risultati sperati. Il fatto stesso che lei continui a cercare una strada, nonostante tutta la stanchezza accumulata, dice anche che una parte di lei non ha smesso di desiderare una vita meno condizionata dalla paura. Questo aspetto è importante. Credo che potrebbe esserle utile un percorso che non si concentri solo sul sintomo “guidare sì o no”, ma che esplori più a fondo come lei reagisce all’ansia, quali pensieri si attivano, cosa teme davvero quando si trova in certe situazioni e quali strategie ha sviluppato negli anni per sentirsi al sicuro. A volte proprio quelle strategie, comprensibilmente messe in atto per proteggersi, finiscono però per mantenere il problema. Non significa che il cambiamento sia semplice o rapido, soprattutto dopo molto tempo, ma neppure che il fatto di non aver trovato beneficio finora significhi che non esista un modo diverso di lavorare sulla sua sofferenza. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Volevo ringraziare i Dottori che hanno fornito risposte molto giuste e sensate al problema che sto vivendo e che mi causa ansia e malessere, e angoscia. Non escludo di aver bisogno di essere aiutata poichè l'ansia mi causa anche disturbi fisici con cui ho iniziato a convivere quando ero molto giovane e che ora si riaffacciano con senso di instabilità nel camminare e difficoltà ad addormentarmi. Per lunghissimo tempo ho intrapreso una terapia di tipo cognitivo/comportamentale che, se non mi ha messa in grado di costruire una vita sentimentale per me soddisfacente mi ha tuttavia fornito una fortissima spinta verso cambiamenti che poi sono avvenuti in me, dandomi la possibilità di restare in piedi da sola. Ciò che mi è accaduto oggi e che ho raccontato, è l'esempio di come, da persona sempre ipercontrollata nel manifestare emozioni e sentimenti, io per la prima volta nella vita mi sia "lasciata andare". Non me ne pento, poichè se non l'avessi fatto, oggi, anzichè convivere con i rimorsi, mi sarei trovata a fare i conti con i rimpianti. Avevo scritto ancora per chiarire alcuni punti che a voi non sembravano più di tanto esplicitamente espressi, ma non potevo, ci sono regole da osservare nei forum, le mie considerazioni non è stato ritenuto potessero essere pubblicate ed ovviamente mi attengo alle regole dei moderatori. Ma non so come formulare diversamente le domande, le mie parole sono da qualcuno di Voi state definite perfino delicate ed io ho cercato di esprimermi rispettando l'anonimato. Sono consapevole che in qualche modo devo uscire da una situazione che mi crea disagio e malessere profondo e forse in questo riconoscerete il problema che ho esposto e che gentilmente è stato pubblicato. Ma prima di prendere una decisione al riguardo ritengo sia necessario prendermi ancora un po' di tempo, non fare passi avventati di cui potrei pentirmi in seguito, soprattutto trovare modi e parole giuste nel caso dovessi ancora comunicare con questa persona, ribadendo le mie necessità e..stare a guardare. Sono diventata una persona ancora più fragile, timorosa di rapportarsi ancor peggio che in passato, di dire la cosa sbagliata, di discutere. Vivo cioè in stato di soggezione dal punto di vista psicologico. Forse ora mi riconoscerete, siete stati tutti bravissimi nel rispondermi ma anche nella ricerca di un terapeuta continuo a privilegiare la figura maschile perchè in essa è contenuto il mio problema. Le donne hanno fornito risposte molto precise e puntuali, impeccabili, direi, dal punto di vista della competenza professionale. Non me ne vogliano dunque le dottoresse bravissime (almeno due in particolare) che mi hanno perfino ringraziato dell'opportunità che fornivo loro raccontando la mia esperienza. Sono io, a ringraziare loro. Ma anche nella scelta del terapeuta che mi seguì in passato scelsi una figura maschile. Forse ciò ha un significato. Per me, e magari sbaglio, una terapeuta ragiona da...donna e dunque non molto diversamente da me che pure lo sono. Ed io ho bisogno di confrontarmi con una figura maschile accogliente e comprensiva, per poter meglio capire. Spero che ora riconosciate il mio problema, spero di non essere ancora censurata, ma se anche lo fossi ringrazio anche i moderatori.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Buongiorno, dal suo messaggio emerge una grande lucidità emotiva, anche dentro una sofferenza che sembra molto profonda e stratificata. Si percepisce chiaramente quanto questa esperienza stia toccando punti molto antichi del suo modo di vivere le relazioni, l’espressione delle emozioni e forse anche il modo in cui si è sentita vista, accolta o compresa nel corso della vita. E colpisce molto una frase in particolare: “da persona sempre ipercontrollata nel manifestare emozioni e sentimenti, io per la prima volta nella vita mi sia lasciata andare”. Credo che questo sia un nodo centrale. Spesso, nelle persone che hanno imparato a controllarsi molto, a trattenere, a monitorare continuamente ciò che dicono o mostrano, il lasciarsi andare non viene vissuto come un’esperienza naturale, ma come qualcosa di pericoloso, quasi destabilizzante. Come se mostrarsi autenticamente implicasse il rischio di perdere il controllo, essere feriti, giudicati, respinti o non compresi. E allora può accadere che, anche quando una parte di sé sente il bisogno profondo di esprimersi, di cercare vicinanza o autenticità, subito dopo arrivi un’ondata di angoscia, rimuginio, senso di esposizione e paura di aver “sbagliato”. Nel suo racconto, però, emerge anche un altro elemento importante: nonostante il dolore, lei non sembra pentita di essersi esposta emotivamente. Anzi, riconosce che il rimpianto sarebbe stato forse ancora più difficile da sostenere. Questo non è un dettaglio secondario. Significa che una parte di lei sta probabilmente iniziando a mettere in discussione quel funzionamento iperprotettivo e ipercontrollato che per anni l’ha tenuta al riparo da alcune sofferenze, ma che forse l’ha anche privata di esperienze emotive più spontanee e vitali. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, spesso non è tanto il singolo episodio a generare il malessere più intenso, quanto il significato che la persona attribuisce a ciò che è accaduto. Per esempio: cosa significa per lei essersi lasciata andare? Cosa rappresenta il timore di aver detto qualcosa di sbagliato? Quale idea di sé si attiva quando sente di non avere più il controllo perfetto della situazione relazionale? Sono domande delicate ma molto importanti, perché aiutano a comprendere gli schemi profondi che possono mantenere stati di ansia, soggezione e fragilità relazionale anche nel presente. È molto significativo anche ciò che dice rispetto alla figura terapeutica maschile. Non credo che questo vada letto superficialmente o ridotto a una semplice preferenza. Lei stessa sembra intuire che lì ci sia qualcosa di importante da comprendere. A volte alcune persone sentono il bisogno di confrontarsi con una figura maschile accogliente, stabile e non giudicante proprio perché, nella loro storia emotiva, il rapporto con il maschile può essere stato carico di aspettative, timori, bisogno di approvazione o senso di inadeguatezza. E il fatto che lei riesca a riconoscerlo e ad esprimerlo con questa consapevolezza è già un passo molto rilevante. Mi colpisce anche quando dice di vivere “in stato di soggezione psicologica”. Questa espressione restituisce bene l’idea di una mente continuamente in allerta, come se il rapporto con gli altri fosse accompagnato dal timore costante di sbagliare tono, parole, intenzioni o modalità. Col tempo questo può diventare estremamente stancante, perché porta la persona a monitorarsi continuamente, perdendo spontaneità e sicurezza interna. Il fatto che alcuni sintomi fisici del passato si stiano riaffacciando non è qualcosa da sottovalutare emotivamente. Il corpo spesso diventa il luogo in cui si esprime una tensione psicologica trattenuta molto a lungo. Non significa che “sia tutto nella testa”, ma che mente e corpo sono molto più intrecciati di quanto spesso si pensi. E quando certe dinamiche relazionali riattivano paure profonde, anche il sistema fisico può entrare in uno stato di continua attivazione. Credo che il tempo che desidera prendersi prima di fare scelte o comunicazioni importanti sia prezioso, purché non diventi soltanto una sospensione piena di angoscia e autosorveglianza. A volte fermarsi serve davvero, soprattutto quando si è emotivamente molto coinvolti. Ma può essere utile che questo tempo non venga vissuto soltanto aspettando di “sentirsi sicura”, bensì anche come occasione per comprendere meglio sé stessa, i propri bisogni, le proprie paure e il modo in cui costruisce i legami. Da ciò che scrive, sembra che lei abbia già sperimentato quanto un percorso cognitivo comportamentale possa non soltanto ridurre i sintomi, ma anche produrre cambiamenti profondi nel modo di stare al mondo. Forse oggi il punto non è semplicemente “stare meglio”, ma comprendere più a fondo perché alcune relazioni o alcune dinamiche abbiano un impatto così intenso sulla sua identità emotiva e sul suo senso di stabilità personale. E questo tipo di lavoro, se affrontato con i tempi giusti e con una figura con cui sentirsi davvero compresa, può diventare uno spazio molto importante. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Sento il mio io diviso, come due persone, io e un io più interno. Sono sempre io, ma se parlo a voce alta parlo per parlare con lui, mi vedo allo specchio e lo saluto, mi fa le battute e rido. Si potrebbero vedere più semplicemente come io come pensiero dialogato e io come pensiero spontaneo. So la differenza, ma comunque sento una divisione radicale in me stesso. Mi sento depersonalizzato quando non sto pensando a me stesso o parlando con me stesso, come quando sto facendo qualcosa di spontaneo o sono fuori con altri e soprattutto se parlo con altri. Mentre invece ritrovo il pensiero molto più potente e profondo se penso considerando anche me stesso, se penso e allo stesso tempo penso che io sono io. Se lo faccio, mi sento più partecipe o attivo. È difficile da spiegare e da intendere. È come se, ad esempio, mentre sto parlando con qualcuno, se allo stesso tempo oltre a pensare a quello che dico a quella persona, che è un pensiero spontaneo, penso anche all'altro me che è più interno, io sia più presente o mi senta più identificato. Ma questa cosa è molto radicalizzata. Quell'io che parla con gli altri non sono io. Questo che scrive sono io. Sono io solo quando sono con me stesso. Oppure se penso a me stesso mentre sto con altri. Anche se parlo con uno ma penso a me stesso e penso a una risposta suggerita dal me stesso e non dal me, allora quella risposta è più presente e più autentica. Come se dovessi ogni volta ricordarmi chi sono.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Salve, quello che descrive sembra essere per lei molto intenso, faticoso e anche difficile da spiegare agli altri senza la paura di essere frainteso. Si percepisce chiaramente il tentativo continuo di capire cosa le stia accadendo dentro, di dare un senso a questa sensazione di “divisione” tra una parte più spontanea e una parte più osservatrice, interna, riflessiva. E spesso, quando una persona passa molto tempo a monitorare il proprio mondo interno, può arrivare a sentirsi quasi sdoppiata non perché esistano davvero “due persone”, ma perché si crea una distanza molto forte tra il vivere spontaneamente e l’osservarsi mentre si vive. Da ciò che racconta, sembra che lei sia molto concentrato sul tema dell’identità, della presenza a sé stesso, del sentirsi autentico. È come se avesse bisogno di mantenere continuamente acceso un certo livello di autoconsapevolezza per sentirsi realmente “lei”. Quando questa attenzione verso sé stesso si abbassa, ad esempio nelle interazioni spontanee con gli altri o nei momenti più naturali e immediati, arriva una sensazione di estraneità, quasi di distacco, come se perdesse contatto con chi è davvero. Questo può generare molta confusione e anche molta angoscia. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, spesso accade che più una persona cerca di controllare, monitorare o verificare continuamente il proprio stato mentale e la propria autenticità, più finisca per sentirsi artificiale o distante da sé stessa. È un paradosso molto comune: nel tentativo di sentirsi più presente, si entra in una sorta di iper osservazione interna che può togliere spontaneità all’esperienza. Un po’ come quando si pensa troppo a come si sta camminando: improvvisamente il movimento, che normalmente sarebbe naturale, diventa strano, forzato, quasi irreale. Il fatto che lei riesca a descrivere con lucidità questa esperienza, distinguendo ciò che sente da ciò che pensa possa significare, è un elemento importante. Spesso chi vive queste sensazioni tende a spaventarsi molto e ad attribuire immediatamente significati estremi o irreversibili alle proprie esperienze interiori. In realtà la mente umana, soprattutto nei periodi di forte introspezione, stress, sensibilità emotiva, isolamento o iperanalisi di sé, può arrivare a funzionare in modi che sembrano molto insoliti ma che hanno comunque una logica psicologica comprensibile. Mi colpisce molto anche il fatto che lei dica di sentirsi davvero “sé stesso” soprattutto quando è solo oppure quando mantiene attivo questo dialogo interno. Potrebbe esserci una difficoltà crescente nel lasciarsi andare all’esperienza spontanea senza controllarla o senza osservarla continuamente. È come se la parte riflessiva fosse diventata negli anni una sorta di punto di riferimento stabile, forse anche protettivo, mentre la spontaneità venga vissuta quasi come qualcosa di meno affidabile o meno autentico. Il rischio, però, è che col tempo tutta questa attenzione rivolta al monitoraggio interno finisca per alimentare ulteriormente il senso di distacco, perché ogni esperienza viene filtrata attraverso il controllo e l’analisi. E più si cerca la conferma del “sentirsi davvero sé stessi”, più questa sensazione tende a sfuggire. Credo che un percorso psicologico potrebbe esserle utile proprio non tanto per darle etichette o definizioni, ma per comprendere meglio come si è costruito nel tempo questo modo di rapportarsi ai suoi pensieri, alle emozioni e alla percezione di sé. In un lavoro cognitivo comportamentale, ad esempio, si potrebbe esplorare con calma il funzionamento di questi processi interiori, capire quando si attivano maggiormente, quali paure sembrano mantenere vivo questo bisogno di controllo interno e come recuperare gradualmente una sensazione di presenza più spontanea e meno “sorvegliata”. Non significa eliminare la sua parte riflessiva, che probabilmente è anche una risorsa importante della sua personalità, ma imparare a non dipendere costantemente da essa per sentirsi reale o esistente. A volte le persone molto introspettive sviluppano una relazione con sé stesse talmente intensa da rendere il mondo esterno, le relazioni e persino la spontaneità qualcosa di distante o secondario. Ma questo non significa che non si possa ritrovare un equilibrio diverso e più vivibile. Il fatto stesso che lei stia cercando di capire e di esprimere tutto questo indica che dentro di sé c’è una parte che desidera comprendersi meglio e stare meglio, non semplicemente “sopravvivere” a queste sensazioni. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Salve, sono un ragazzo di 24 anni e frequento l'ultimo anno di giurisprudenza (V). Fin dal primo anno ho rimandato l'esame più importante (ossia, diritto privato) dicendo sempre a me stesso che alla prima sessione disponibile lo avrei dato. Il problema è che ad oggi non l'ho ancora dato (magari perché la mole di lavoro è troppo pesante e mi passava la voglia di studiare, ansia di presentarmi all'esame e andare male o, peggio, essere bocciato) e non solo sono molto in ritardo con gli altri esami perché diritto privato è un esame propedeutico, ma sicuramente andrò anche 1 o 2 anni fuoricorso e questo mi crea un forte disagio ed ansia che non riesco più a gestire, perché i miei genitori non sanno nulla di questa situazione. Vedendo i miei colleghi che si laureranno in corso, mi sento sempre diverso e spento ma, purtroppo, mi sono accorto troppo tardi che questa facoltà non faceva per me e avrei tanto voluto farne un'altra. Tuttavia, ormai sono all'ultimo anno e cambiare non avrebbe senso perché avrei sprecato solo tempo e fatto buttare soldi ai miei genitori che non so come la prenderebbero. Chiedo urgentemente un consiglio perché non so con chi parlarne e ho stra paura per il mio futuro in quanto non vorrei rimanere indietro rispetto ai miei amici e deludere i miei genitori che, ripeto, non so come la prenderebbero. Grazie in anticipo a chi potrà aiutarmi.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Salve, da ciò che racconta emerge una sofferenza che probabilmente va avanti da molto tempo e che sembra essersi costruita poco alla volta, quasi in silenzio, fino a diventare oggi qualcosa di molto pesante da sostenere. Quello che descrive non ha il sapore della pigrizia o della mancanza di volontà, ma piuttosto di una condizione in cui ansia, evitamento, paura del giudizio e senso di fallimento hanno iniziato a intrecciarsi tra loro creando un blocco sempre più difficile da sciogliere. Molte persone, soprattutto in ambito universitario, tendono a pensare che il problema sia “solo” l’esame rimandato. In realtà, spesso l’esame diventa il simbolo di qualcosa di più profondo. Non è raro che un singolo esame finisca per caricarsi di aspettative enormi: dimostrare di essere all’altezza, non deludere i genitori, non sentirsi inferiori agli altri, non affrontare la possibilità di un fallimento. E più quell’esame viene evitato, più cresce il suo peso psicologico. Si crea una sorta di circolo in cui l’ansia porta al rinvio, il rinvio alimenta il senso di colpa, il senso di colpa aumenta la paura e la paura rende ancora più difficile affrontare l’esame. Nel suo racconto colpisce anche un altro aspetto importante: il confronto continuo con i colleghi. Quando vede gli altri laurearsi in corso, sembra leggere implicitamente la sua situazione come una prova del fatto che “c’è qualcosa che non va” in lei o nel suo percorso. Ma attenzione: il fatto che una strada si sia rivelata diversa da come l’aveva immaginata non significa automaticamente aver fallito come persona. A 24 anni molte persone stanno ancora cercando di capire chi sono, cosa vogliono fare, quali ambienti le fanno stare bene e quali invece le svuotano. Il problema è che spesso si pretende da sé stessi una chiarezza assoluta e immediata, come se tutti dovessero avere la stessa traiettoria lineare. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, sarebbe importante comprendere meglio il funzionamento che si è creato attorno a questa situazione. Ad esempio, capire cosa accade emotivamente quando pensa all’esame di diritto privato, quali immagini le vengono in mente, quali pensieri automatici compaiono, cosa teme davvero possa succedere se affrontasse quell’esame oppure se parlasse apertamente ai suoi genitori. Molto spesso dietro il blocco universitario non c’è incapacità, ma una combinazione di paura, autosvalutazione e pressione interna estremamente elevata. Anche il fatto che dica di essersi accorto “troppo tardi” che questa facoltà non faceva per lei meriterebbe attenzione. A volte si continua un percorso non perché lo si desideri davvero, ma perché si teme di deludere, di perdere tempo, di essere giudicati. E quando si va avanti per obbligo più che per scelta, la motivazione tende lentamente a consumarsi. Inoltre, vivere tutto questo da solo, senza parlarne con nessuno, può amplificare enormemente il peso della situazione. La segretezza spesso protegge momentaneamente dall’ansia del confronto, ma nel lungo periodo rischia di alimentare isolamento, vergogna e senso di inadeguatezza. Lei stesso scrive di non sapere più con chi parlarne, e questo fa pensare a una fatica emotiva che sta diventando difficile da contenere. Credo che in questo momento sarebbe importante non limitarsi a cercare “la forza di volontà” per sbloccarsi, perché probabilmente il problema non è semplicemente organizzativo o legato allo studio in sé. Potrebbe esserle utile iniziare uno spazio di supporto psicologico in cui comprendere meglio i meccanismi che la stanno mantenendo bloccata da anni. Un percorso cognitivo comportamentale, in particolare, potrebbe aiutarla non solo a gestire l’ansia legata agli esami, ma anche a lavorare sul rapporto con il giudizio, con il fallimento percepito e con le aspettative verso sé stesso. Non significa che esista una soluzione magica o immediata, né che bastino poche sedute per sentirsi improvvisamente diverso. Però il fatto che oggi riesca a mettere in parole questa paura e questo disagio è già un passaggio importante, perché spesso il cambiamento inizia proprio quando si smette di affrontare tutto esclusivamente nella propria testa. Cerchi di non ridurre la sua identità a questo momento di difficoltà. Lei non è “l’esame rimandato”, non è “il fuoricorso”, non è “la delusione dei genitori”. Sta attraversando una fase complessa, e probabilmente da troppo tempo sta combattendo da solo contro pensieri molto duri verso sé stesso. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Ciao, sono un ragazzo di circa 20 anni Parlando con una ragazza di circa 20 anni in chat privata durante la conversazione sono arrivato (dopo tot messaggi in un momento che mi sembrava adatto) a parlare di scopamicizie e le ho chiesto se cercava anche quel tipo di amicizie. Nella chat tutto bene, non si è lamentata minimamente, anzi, mi ha parlato pure di un esperienza passata con uno scopamico.

    Poi la conversazione ha proseguito normalmente anche in altre direzioni. E premetto che è una ragazza che se sbaglio me lo fa notare, tipo quando ho fatto una domanda di troppo me l'ha detto e mi sono scusato subito senza se e senza ma.

    Solo che in una chat pubblica abbiamo avuto dei diverbi più e più volte su cose che non c'entravano niente e lei per farmi fare la brutta figura in una chat pubblica ha deciso di dire a tutti che io le ho chiesto se cercava le scopamicizie, e la cosa grave è che io mi posso difendere su poco e niente perché anche se lei ha diffuso informazioni mie personali (ad esempio ha condiviso una mia canzone inedita) io non posso fare lo stesso per dimostrare che lei in realtà era d'accordo. Quindi mi ritrovo a mio parere diffamato in una chat pubblica e in qualsiasi modo io lo spieghi, quasi tutti cercano di andarmi contro. Solo due hanno compreso la mia situazione. Io nel dubbio mi sono scusato a prescindere in chat pubblica, anche se secondo me era tutta una cosa che lei ha fatto per ripicca e per andarmi contro su cose che non c'entrano niente, non le è andato giù che io avessi ragione su delle cose e allora si è vendicata così, la maggior parte delle persone di quel gruppo anche se non sanno niente comunque parlano e parlano, e lei insieme ad un altra si è inventata cose che non stanno né in cielo né in terra, tipo che ci ho provato con delle minorenni. È arrivata proprio a mentire. Cosa faccio? Sono nel torto? Non la voglio denunciare perché le donne sono molto più difese dalla legge e inoltre se ho fatto anche solo un mezzo errore sono cavoli amari. In quanto non sono perfetto e potrei anche aver sbagliato

    Ho dei sensi di colpa enormi, non ho dormito un secondo sta notte. E stanno anche continuando la conversazione e non capisco nemmeno cosa sia vero e cosa sia falso, io cerco di essere sempre attento al millimetro, ma non sono infallibile, posso anche sbagliare. Non voglio stare tutto il giorno a rispondere, ho ammesso i miei errori e non capisco veramente cosa altro devo fare

    Potrei anche aver mal interpretato la sua confidenza ma secondo me lei in pubblico ha finto di non averla

    ma mettete caso che io veramente abbia sbagliato e comunque dopo che lei ha detto che ho esagerato ho smesso, che succede?

    In chat privata sembrava una ragazza carina e simpatica, ma poi ho scoperto che ha più volte mandato i miei messaggi privati ad altre persone. Per farvi capire sono uno che per 7 anni di fila non ha mai abbracciato una ragazza per paura di essere molesto, penso che essere molesto è una delle mie paure più grandi. Per me eravamo arrivati al punto della conversazione in cui si poteva parlare di certe cose. Ho un'ansia assurda e sto davvero male, non capisco se ho sbagliato veramente, in quanto penso che non sia una cosa oggettiva e varia da persona a persona. Tipo una ragazza mi ha detto di tranquillizzarmi e ha detto che ci sta' che ho fatto questa domanda. Però me l'ha detto in privato e non mi ha difeso in pubblico, secondo me la gente ha paura di difendermi. Cosa è vero non importa a nessuno, lei si è addirittura inventata che ci ho provato con delle minorenni e io ho l'ansia di dovermi difendere ogni volta dalle bugie che dice (la cosa delle minorenni è falsa)

    Ci tengo a dire un'ultima cosa. Ho fatto quella domanda proprio per chiarire tutto fin da subito e non creare problemi dal vivo. Purtroppo ho preso confidenza con la persona sbagliata.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Buongiorno, dal suo messaggio emerge un livello di ansia e di rimuginio davvero molto elevato, al punto che sembra stia cercando di ricostruire ogni parola, ogni intenzione e ogni possibile interpretazione di ciò che è accaduto, quasi come se avesse bisogno di arrivare a una certezza assoluta sul fatto di essere stato “giusto” oppure “sbagliato”. E questa ricerca di certezza totale, soprattutto quando si parla di relazioni, comunicazione e confini interpersonali, rischia però di diventare un circolo estremamente logorante. Da ciò che racconta, non sembra esserci stata un’insistenza dopo un rifiuto esplicito né la volontà di oltrepassare deliberatamente un limite. Lei stesso dice che quando la ragazza le ha fatto notare di aver fatto una domanda di troppo, si è scusato immediatamente. Questo aspetto è importante, perché mostra attenzione verso il confine dell’altra persona. Inoltre, da come descrive la conversazione privata, il tema sembrava essere entrato spontaneamente nello scambio e non imposto unilateralmente. È comprensibile quindi che oggi lei si senta confuso e destabilizzato nel vedere quella stessa conversazione reinterpretata pubblicamente in modo molto diverso. Allo stesso tempo, però, credo sia importante fare una distinzione che può aiutarla a uscire almeno in parte da questo vortice mentale. Una cosa è chiedersi se una domanda possa essere stata percepita come inopportuna da qualcuno. Un’altra cosa è arrivare a vivere sé stesso come una persona pericolosa, molesta o moralmente sbagliata. Nel suo racconto sembra che la mente stia rapidamente passando dal dubbio fisiologico “forse ho interpretato male il momento” a pensieri molto più estremi e totalizzanti come “forse sono davvero una persona sbagliata”, “forse sono molesto”, “forse tutti pensano questo di me”. Questo salto è tipico degli stati ansiosi, soprattutto quando la persona ha una forte paura del giudizio o del danneggiare gli altri. Mi colpisce molto la frase in cui dice di non aver abbracciato ragazze per anni per paura di risultare molesto. Questo lascia intuire quanto il timore di oltrepassare i limiti altrui sia centrale per lei. A volte, quando una persona è molto sensibile a questi temi, sviluppa una sorta di ipercontrollo relazionale: controlla continuamente ciò che dice, come lo dice, quanto spazio occupa, come viene percepita. E quando accade un episodio ambiguo o conflittuale, il cervello entra in uno stato di allarme totale, iniziando a scandagliare ogni dettaglio alla ricerca di colpe o prove da cui difendersi. In questo momento sembra che lei stia vivendo una combinazione molto pesante di senso di colpa, paura dell’esclusione sociale e bisogno di difendersi pubblicamente. Ma attenzione: il fatto che lei senta ansia non significa automaticamente che abbia commesso qualcosa di gravissimo. L’ansia spesso amplifica enormemente la percezione del pericolo sociale. Inoltre, le dinamiche di gruppo online possono diventare molto polarizzate e impulsive. Quando una situazione viene esposta pubblicamente, soprattutto in ambienti virtuali, le persone tendono a schierarsi rapidamente senza conoscere davvero il contesto completo. Credo che il rischio più grande, adesso, sia che lei entri in una spirale infinita di giustificazioni, controlli, spiegazioni e autodifesa continua. Lei stesso scrive “non voglio stare tutto il giorno a rispondere”. E probabilmente questa è una parte sana di lei che sta cercando di proteggerla. Perché quando una persona ansiosa cerca disperatamente di convincere tutti della propria innocenza o correttezza, spesso finisce per sentirsi ancora più intrappolata nel problema. È possibile che ci sia stato un fraintendimento? Sì, può succedere nelle relazioni e nelle comunicazioni online. È possibile che lei abbia interpretato come maggiore confidenza qualcosa che per l’altra persona aveva un significato diverso? Anche questo può succedere. Ma questo non equivale automaticamente a essere una persona manipolatoria o predatoria. Nelle interazioni umane esistono ambiguità, differenze di sensibilità, cambiamenti di percezione e anche dinamiche conflittuali che possono trasformare retroattivamente il modo in cui vengono letti alcuni episodi. Mi sembra importante anche il fatto che lei continui a chiedersi “e se avessi davvero sbagliato?”. Questa domanda, di per sé, mostra capacità di mettersi in discussione. Tuttavia, se diventa ossessiva, rischia di non avere più lo scopo di comprendere, ma quello di ottenere una rassicurazione assoluta impossibile da raggiungere. E allora la mente continua a tornare sul problema senza riuscire a chiuderlo mai davvero. Probabilmente, più che stabilire se lei sia “totalmente innocente” o “totalmente colpevole”, sarebbe utile comprendere perché il giudizio altrui abbia un impatto così devastante sulla sua identità e sul suo senso di sicurezza personale. Perché sembra che il vero dolore non sia solo ciò che è accaduto, ma il terrore di essere percepito come una persona cattiva, invadente o moralmente sbagliata. Questo tipo di paura, quando è così intensa, merita di essere compresa con attenzione. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio a lavorare su questi meccanismi di ipercontrollo, rimuginio, senso di colpa e paura del giudizio sociale, cercando di distinguere meglio i fatti concreti dalle interpretazioni catastrofiche che la mente ansiosa tende a costruire. Non per dirle semplicemente “non ci pensi”, ma per capire da dove nasce questa necessità di controllare continuamente sé stesso e la percezione che gli altri hanno di lei. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Salve gentili Dottori, scrivo questo consulto perchè a 37 anni suonati ho difficoltà nell'accettare fisicamente la mia persona. Sono da sempre molto magro ed esile di struttura 174 cm per 59kg cerco di tenermi allenato facendo felessioni (150 al giorno) e altro che mi tengono almeno con qualche muscoletto. Di ingrassare quasi non se ne parla, pur io mangiando un pò di tutto (ma punto importante ho lostomaco sensibile). Ultimamente il mio pensiero si è spostato sulle dimensioni del pene 17cm x 13 di circonferenza, è l'intenzione di aumentarne le dimensioni, poi abbandonata non essendoci tecniche ancora valide e all'avanguardia. Probabilmente ho finito per concentrarmi su questo aspetto avendo fallito (palestra, dieta ipercalorica ecc...) nel risultato di mettere muscoli, anche perchè appena stacco ritorno come prima.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Salve, dal suo messaggio emerge una fatica che probabilmente va avanti da molti anni e che sembra riguardare non solo il corpo in sé, ma soprattutto il rapporto che ha costruito con la sua immagine personale e con il senso di adeguatezza rispetto agli altri. Quando una persona sente di avere un aspetto fisico distante da quello che vorrebbe o da quello che immagina venga considerato “desiderabile”, spesso finisce per entrare in una lotta continua con sé stessa, fatta di confronti, tentativi di compensazione e ricerca di quel dettaglio che finalmente possa farla sentire “abbastanza”. Mi colpisce molto una cosa: lei parla del suo corpo come qualcosa che cerca continuamente di correggere o recuperare. Prima la struttura fisica molto esile, poi la palestra, poi l’alimentazione, poi l’attenzione spostata sulle dimensioni del pene. È come se il focus cambiasse nel tempo, ma il nucleo emotivo sottostante restasse simile: la sensazione di non riuscire mai a sentirsi pienamente soddisfatto del proprio corpo o sufficientemente sicuro della propria immagine. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, spesso questi vissuti si alimentano attraverso un meccanismo molto specifico. La mente individua un particolare aspetto corporeo percepito come “insufficiente” e inizia a monitorarlo continuamente, attribuendogli un peso enorme sul proprio valore personale, sulla mascolinità, sull’autostima o sulla possibilità di sentirsi desiderabili. Il problema è che, anche quando quel particolare aspetto è oggettivamente nella norma o addirittura molto distante da una reale condizione problematica, la percezione interna continua a restituire un senso di mancanza. Nel suo caso, ad esempio, sembra importante notare che il pensiero si sia spostato sulle dimensioni del pene proprio dopo la sensazione di “fallimento” rispetto al corpo muscoloso che avrebbe voluto ottenere. Questo passaggio è molto significativo, perché suggerisce che forse il problema non sia realmente quel singolo dettaglio corporeo, ma il bisogno più profondo di sentirsi finalmente adeguato, forte, sicuro o valorizzato attraverso il corpo. Inoltre, c’è un aspetto che spesso viene sottovalutato: quando una persona investe moltissima energia nel tentativo di modificare il proprio aspetto per sentirsi meglio con sé stessa, rischia di costruire inconsapevolmente l’idea che il proprio valore dipenda sempre da “un passo in più” che ancora manca. E così la soddisfazione piena non arriva mai davvero, perché la mente sposta continuamente l’attenzione su un nuovo elemento da correggere. Lei racconta anche un’esperienza molto frustrante rispetto alla palestra e all’aumento di massa muscolare. È comprensibile che questo abbia generato scoraggiamento, soprattutto se ha vissuto l’allenamento con impegno senza vedere i risultati sperati o senza riuscire a mantenerli nel tempo. Però attenzione a quanto rapidamente da una difficoltà concreta si possa passare a conclusioni molto dure su sé stessi. A volte il corpo viene vissuto quasi come una prova continua del proprio valore personale, e questo può trasformare ogni limite fisico in una ferita identitaria. Mi sembra anche importante sottolineare che lei utilizza espressioni come “37 anni suonati”, quasi come se sentisse di essere arrivato a un’età in cui “dovrebbe” ormai essersi accettato o sentirsi sicuro di sé. In realtà molti uomini convivono silenziosamente per anni con vissuti di inadeguatezza legati al corpo, alla virilità, alla percezione di essere troppo magri, troppo piccoli, troppo poco forti o troppo diversi da un ideale spesso irrealistico e continuamente rinforzato da confronti sociali, immagini online e aspettative culturali. Il rischio è che il corpo diventi il contenitore su cui si concentra tutto ciò che riguarda autostima, sicurezza e valore personale. E quando accade questo, anche aspetti oggettivamente non problematici possono iniziare a occupare uno spazio mentale enorme. Credo che un percorso psicologico potrebbe aiutarla non tanto a “convincersi” che va tutto bene, ma a comprendere meglio il rapporto emotivo che ha sviluppato con la sua immagine corporea e con il bisogno di sentirsi adeguato. Un lavoro cognitivo comportamentale, in questi casi, può essere molto utile per esplorare i pensieri automatici legati al confronto, alla percezione di sé, all’autocritica e alle convinzioni profonde che spesso mantengono vivo questo senso di insoddisfazione. A volte dietro la difficoltà ad accettare il proprio corpo non c’è solo il corpo. Ci sono anni di confronti, aspettative, ferite sull’autostima e idee molto rigide su cosa significhi essere “abbastanza uomo”, “abbastanza desiderabile” o “abbastanza valido”. E comprendere questi meccanismi può essere molto più importante del rincorrere continuamente un cambiamento fisico che rischia di non colmare davvero quel vuoto. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Buonasera, scrivo su questo forum perché ho bisogno di capire cosa sta passando per la testa di questo ragazzo con cui mi frequento da 7 mesi ma non c'è mai stata un'etichetta ufficiale.
    Lui è una persona difficile, è adhd, ha sofferto di depressione, carenze affettive dalla mamma e nella sua ultima relazione (6 mesi) è stato tradito, e quanto mi dice quella relazione per lui è stata pesante sia a livello psicologico che fisico.
    Noi ci siamo conosciuti a novembre, poco dopo che lui si era lasciato, accordandoci con una scopamicizia. I primi mesi scorrono molto lineari ma da febbraio in poi le cose iniziano a farsi più pesanti. Si sentiva che entrambi ci stavamo legando in modo non indifferente, gite fuori porta insieme, appuntamenti, tutto bene, ma l'etichetta non arrivava mai. Quando lui è via per il weekend (siamo studenti fuorisede ma lui vive vicino) mi scrive poco, tante volte sono io che comincio la conversazione. Quando siamo insieme invece va tutto bene, come se fossimo fidanzati. A marzo siamo ufficialmente diventati esclusivi ma comunque senza dire "fidanzati", nonostante chiunque attorno a noi ci vede come fidanzati. I mesi successivi li passiamo nel migliore dei modi, si sta benissimo insieme. Qualche litigio qua e là ma che nella sostanza non conta nulla, anzi credo che le discussioni ogni tanto facciano bene alla coppia perché entrambi mettono impegno nel risolvere e quindi non si è indifferenti all'altro. Nell'effettivo continuiamo a comportarci come una coppia, buon sesso, baci, carezze, effort ecc.
    Nell'ultima settimana è cambiato tutto. Eravamo a casa di una nostra amica che, parlando al telefono con una sua amica a sua volta, menziona questo ragazzo come il mio fidanzato, senza nemmeno pensarci perché appunto tutti ormai lo danno per scontato. Quella sera prosegue in modo normale e anche i giorni successivi, fino a ieri che, dopo avermi invitato dove abita lui (io non c'ero mai stata quindi è un evento non da poco) mi dice "ma noi siamo fidanzati?" io lo guardo e ovviamente gli dico di no, ma perché appunto nell'effettivo non lo siamo, lui come se tirasse un sospiro di sollievo e gli dico "ti farebbe così schifo l'idea?" lui mi dice di no, ma che secondo lui non ci potrà mai essere nulla perché secondo lui siamo incompatibili, nel mentre mi diceva che non aveva mai voluto così bene ad una persona come che a me. Io chiedo spiegazioni su questa "incompatibilità" e mi risponde in modo vago "eh perché a me delle cose di te non piacciono, come viceversa", che a me come spiegazione non regge granché perché in 7 mesi le volte che abbiamo discusso si contano sulle dita di una mano e quindi raramente ci siamo trovati in situazioni difficili per la coppia. Io martedì andrò comunque da lui, ma non so come iniziare a prendere questa cosa, perché dopo mesi e mesi che va avanti sto iniziando ad avere bisogno di più chiarezza. Io non credo alla sua favoletta dell'essere incompatibili, quando fino a qualche giorno fa mi diceva che siamo una coppia bilanciata. La sera poi è tutto tornato alla normalità e lui si è comportato come suo solito, ovvero come una persona che vedendola pensi "questa ragazza gli piace".
    Come dovrei gestirla? Grazie in anticipo.

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Buonasera, dal suo racconto emerge una situazione emotivamente molto intensa e anche piuttosto ambivalente, in cui sembra esserci una discrepanza importante tra ciò che viene vissuto concretamente nella relazione e ciò che invece viene nominato o riconosciuto apertamente. Ed è comprensibile che, dopo sette mesi di frequentazione così coinvolgente, questa ambiguità inizi a pesarle sempre di più. Lei descrive una relazione che, nei fatti, ha molti elementi di una coppia: esclusività, progettualità spontanea, quotidianità condivisa, intimità fisica ed emotiva, momenti di vicinanza autentica, discussioni affrontate con impegno reciproco. È quindi naturale che dentro di lei stia crescendo il bisogno di dare un significato più chiaro a ciò che state vivendo. Non tanto per “avere un’etichetta” in senso superficiale, ma perché gli esseri umani hanno bisogno di sentirsi orientati affettivamente, di capire dove si trovano nella relazione e quanto il legame sia riconosciuto anche dall’altro. La frase che lui le ha detto sembra averla colpita molto, soprattutto perché appare in contraddizione con i comportamenti che ha avuto fino a quel momento. Ed effettivamente, da fuori, questa oscillazione si percepisce. Da una parte lui costruisce vicinanza, coinvolgimento, presenza e intimità; dall’altra, quando la relazione rischia di essere definita esplicitamente, sembra fare un passo indietro. Questo movimento di avvicinamento e allontanamento emotivo è qualcosa che spesso genera molta confusione nella persona che lo vive dall’altra parte, perché i segnali diventano difficili da integrare: “si comporta come se mi amasse, ma poi nega la possibilità di stare davvero insieme”. Credo sia importante fare attenzione a un punto. Lei sta cercando di capire “cosa passa nella sua testa”, ed è comprensibile, ma rischia forse di concentrarsi troppo sulle sue motivazioni interne e troppo poco su come questa situazione stia facendo sentire lei. A volte, soprattutto quando l’altro appare fragile, ferito o emotivamente complesso, si entra inconsapevolmente nel tentativo continuo di spiegare, interpretare e giustificare le sue contraddizioni. Ma il rischio è che i propri bisogni finiscano lentamente in secondo piano. Dal suo racconto, lui sembra una persona che probabilmente vive una forte difficoltà rispetto al legame stabile e alla definizione della relazione. Il fatto che abbia avuto esperienze dolorose, carenze affettive o relazioni precedenti difficili può certamente influenzare il modo in cui oggi vive la vicinanza emotiva. Però attenzione a non trasformare automaticamente queste informazioni in una spiegazione che annulli l’impatto che il suo comportamento ha su di lei. Comprendere non significa necessariamente stare bene dentro quella dinamica. Mi colpisce molto il dettaglio del “sospiro di sollievo” quando ha sentito dire che ufficialmente non siete fidanzati. Quella scena sembra averle comunicato qualcosa di molto forte, quasi una paura da parte sua nel sentirsi “dentro” una definizione relazionale più stabile. E subito dopo arriva la spiegazione dell’“incompatibilità”, che però, come nota giustamente anche lei, appare vaga e poco concreta. Quando una persona parla di incompatibilità ma continua contemporaneamente a investire affettivamente, cercare presenza, costruire quotidianità e mantenere l’intimità, spesso il problema non è la compatibilità in senso stretto, ma il significato emotivo che assume l’idea di una relazione definita. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, sarebbe importante osservare non solo ciò che lui prova o teme, ma anche il modo in cui lei reagisce a questa ambivalenza. Per esempio: tende a minimizzare i propri bisogni per paura di perderlo? Cerca continuamente rassicurazioni nei comportamenti positivi per compensare le parole confuse? Si ritrova a tollerare situazioni poco chiare sperando che prima o poi l’altro “si convinca”? Sono aspetti importanti da comprendere, perché nelle relazioni spesso non soffriamo soltanto per ciò che l’altro fa, ma anche per il modo in cui noi ci adattiamo a quella dinamica. Credo che il bisogno di chiarezza che sente adesso sia sano e legittimo. Non sembra nascere da controllo o pressione, ma dalla necessità di capire se questa relazione può realmente avere uno spazio definito e reciproco oppure se rischia di rimanere sospesa in una zona emotivamente molto coinvolgente ma poco stabile. E stare troppo a lungo in una relazione ambigua può diventare molto faticoso psicologicamente, soprattutto quando il coinvolgimento cresce. Quando lo vedrà, probabilmente potrebbe essere utile cercare un confronto autentico ma centrato più su ciò che lei sente e desidera, piuttosto che sul convincerlo o sul farsi spiegare ogni contraddizione. Perché il rischio, altrimenti, è entrare in discussioni infinite sulle motivazioni profonde di lui senza arrivare mai davvero al punto centrale: cosa desidera lei per sé e quanto questa situazione le permette di sentirsi emotivamente al sicuro. A volte le relazioni più difficili da lasciare andare non sono quelle prive di sentimento, ma proprio quelle piene di coinvolgimento e contemporaneamente di ambivalenza. Ed è per questo che può essere molto utile, anche attraverso un percorso psicologico, comprendere quali dinamiche relazionali la portano a restare dentro situazioni emotivamente poco definite, cercando di leggere con maggiore chiarezza sia i segnali dell’altro sia i propri bisogni affettivi più profondi. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Buongiorno,
    mi sono trasferita a 8 mesi in una nuova città con il mio compagno, dopo la stessa laurea conseguita da entrambi. Lui ha trovato lavoro subito, io no. Negli ultimi due mesi ho avuto una patologia di compressione dello stretto toracico, sono finita in pronto soccorso pensando al peggio ma sto fisicamente bene. Da allora, circa due mesi, ho iniziato ad avere attacchi d'ansia, il mio medico di base mi ha prescritto lo Xanax, che uso quasi quotidianamente da un mese. Inizio a svegliarmi piangendo, a provare sentimenti negativi anche verso le mie due gattine, talvolta violenti ma mai messi in atto. I dolori fisici si spostano, prima la spalla, poi diventa la caviglia, poi il collo, senza criterio nè sforzi che li giustifichino. Mi sono trasferita a Torino, dal sud, sperando di avere più opportunità (ho una laurea in Informatica) eppure mi ritrovo senza un euro, un lavoro, nè la possibilità di fare qualche corso che mi interessi e mi dia gioia. Non riesco neanche a uscire di casa a volte, mi devo sforzare, anche se sto che molto spesso uscendo mi sento meglio. Dormo male, stringo i denti ogni notte, riguardo le stesse serie tv ogni giorno per sostituire i pensieri distruttivi. Sento le ambulanze passare ogni 5 minuti o quasi, i corvi che gracchiano, i bambini urlare fuori dalla finestra e mi sembra di impazzire. Sto pensando di tornare giù da mia mamma, ma a 29 anni mi sembra un fallimento. Ho pensato ad autismo, ADHD, depressione ma ovviamente non so cosa ho, se ho qualcosa, o se sto solo lentamente impazzendo.
    Ho paura

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Buongiorno, dal suo racconto emerge una sofferenza molto intensa, che sembra essersi costruita progressivamente attraverso diversi cambiamenti, paure e accumuli di stress emotivo. Il trasferimento lontano dalla sua terra, il trovarsi improvvisamente senza punti di riferimento abituali, la difficoltà nel trovare lavoro nonostante gli studi e le aspettative, il problema fisico vissuto con spavento e il senso di precarietà che ne è seguito sembrano aver creato una condizione in cui il suo sistema emotivo è andato lentamente in sovraccarico. Quello che descrive non dà l’impressione di una persona che “sta impazzendo”, ma piuttosto di una persona molto spaventata, molto stanca e probabilmente da tempo in uno stato di forte allerta interna. Quando il cervello e il corpo rimangono troppo a lungo in una condizione di tensione, può succedere che ogni stimolo venga percepito come invasivo o minaccioso. I rumori esterni, le ambulanze, le urla, i pensieri, i segnali del corpo, persino il silenzio a volte diventano difficili da tollerare. È come se il sistema nervoso perdesse la capacità di “filtrare” e iniziasse a vivere tutto come troppo intenso. Anche il fatto che i dolori sembrino spostarsi nel corpo senza una spiegazione lineare è qualcosa che spesso si osserva quando l’attenzione verso il proprio stato fisico aumenta moltissimo dopo un evento spaventante o stressante. Lei racconta di essere finita in pronto soccorso pensando al peggio. Esperienze di questo tipo possono lasciare una forte traccia emotiva, anche quando poi fisicamente la situazione si ridimensiona. A volte il corpo guarisce più velocemente della mente, che invece continua a rimanere in modalità “pericolo”. Mi colpisce molto il modo in cui parla di sé. Sembra esserci una voce interna molto dura, che interpreta il ritorno da sua madre come un fallimento, che confronta continuamente ciò che lei immaginava per la sua vita con ciò che sta vivendo adesso. Eppure trasferirsi in un’altra città, cercare opportunità, affrontare un cambiamento così grande, non è qualcosa che fanno le persone deboli o senza risorse. In questo momento forse sta guardando sé stessa solo attraverso ciò che sente di non essere riuscita ancora a costruire, senza vedere tutta la fatica emotiva che ha sostenuto. Anche il fatto che uscire di casa spesso le faccia bene, nonostante inizialmente debba sforzarsi, è un elemento importante. Significa che una parte di lei continua a cercare contatto con la vita, con il movimento, con il mondo esterno, anche se la paura e la chiusura tendono poi a riportarla verso l’isolamento e la protezione. Molte persone, quando iniziano a stare male psicologicamente, cercano inconsapevolmente di ridurre tutto ciò che percepiscono come faticoso o destabilizzante. Sul momento questo sembra dare sollievo, ma nel tempo può aumentare ancora di più la sensazione di fragilità e di estraneità dal mondo. Il fatto che lei abbia iniziato a interrogarsi su possibili spiegazioni come autismo, ADHD o altre condizioni è comprensibile. Quando si vive una sofferenza intensa e difficile da decifrare, la mente cerca continuamente una definizione che possa spiegare tutto. Però attenzione a non entrare in una spirale di autoanalisi continua nel tentativo di trovare una risposta definitiva immediata. In questo momento ciò che sembra più importante non è trovare un’etichetta, ma comprendere il funzionamento della sua sofferenza attuale e il modo in cui ansia, paura, isolamento, autocritica e stress si stanno alimentando a vicenda. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, sarebbe molto utile poter esplorare proprio questi meccanismi: come interpreta i segnali del corpo, come reagisce ai pensieri catastrofici, quanto il senso di fallimento influenzi il suo umore, quali comportamenti mantengano viva la paura e quanto stia diventando difficile per lei sentirsi al sicuro, sia dentro che fuori casa. Mi soffermo anche su un punto delicato che ha scritto con molta sincerità: i pensieri negativi o aggressivi verso le sue gattine. Il fatto che questi pensieri la spaventino e che lei precisi di non aver mai agito nulla è importante. Quando una persona è molto sotto pressione psicologica, possono comparire pensieri disturbanti, intrusivi o emotivamente molto lontani da ciò che sente davvero. Spesso fanno ancora più paura proprio perché sono in contrasto con l’immagine che si ha di sé stessi. E il rischio è che più si cerca di controllarli o combatterli, più sembrino invadenti. Credo sinceramente che non dovrebbe affrontare tutto questo da sola. Non perché sia “grave” nel senso catastrofico che forse teme, ma perché sta già vivendo un livello di sofferenza che sta limitando la qualità della sua vita, il sonno, il rapporto con sé stessa e la possibilità di immaginare il futuro con serenità. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla non solo a gestire i sintomi, ma anche a capire perché questo momento della sua vita abbia avuto un impatto così forte sulla sua percezione di sé, del corpo e del mondo. E soprattutto potrebbe aiutarla a separare una verità molto importante da una sensazione che oggi sembra dominarla: sentirsi persa non significa essere persa davvero. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Ho 29 anni e ho iniziato a lavorare a 21. Ho sempre fatto quel che capitava ho lavorato in una società sportiva, ho fatto la commessa ecc. per due anni circa (2024/2025) non ho lavorato. Non perché non volessi ma perché non trovavo niente. È stato davvero deprimente. Ora ho trovato un lavoro in un ufficio io posto non è male e mi trovo anche bene ma a trent’anni sono in stage… 800€… all’inizio ho accettato entusiasta perché venivo da un periodo di niente ma ora che sono passati un paio di mesi mi rendo conto che è una miseria. Il prossimo passo dovrebbe essere un apprendistato ma onestamente ora, riflettendoci, farmi almeno 6 mesi se non anni a prendere 1000/1100€ a trent’anni chi me lo fa fare. Mi dispiace perché non sono mai durata tanto in un posto, sempre per problemi di soldi ma in precedenza ero più giovane e per assurdo non in stage ma con contratti part-time. Io non so che fare. Alcune amiche, più grandi di me, mi avevano suggerito di specializzarmi in qualcosa ma onestamente non so in cosa. Io non mi aspetto di fare carriera.
    Chiarisco: non sono una stronza. A lavoro dove sono adesso per esempio mi impegno e ho imparato molto in fretta ma sento che non è il mio posto, nonostante, per assurdo io non mi trovi nemmeno male.
    Preferirei un lavoro tranquillo, con una paga decente se il part time (30/36 ore a settimana) mi permettesse di guadagnare bene non ci penserei due volte. Non mi aspetto di prendere 3000€ al mese sia chiaro, ma 800/1200€ massimo sono una miseria. 1200€ li prendevo lavorando in negozio e facendo straordinari.
    Sono disperata perché non so cosa fare. Da una parte vorrei guardarmi intorno dall’altra sento di dover tenere stretto questo posto dato il mondo del lavoro oggi d’altro canto mi sento in colpa, in questa azienda mi hanno dato una possibilità e lasciarli mi dispiacerebbe ma vorrei prendere qualcosa di più e trovare un posto più equilibrato tra vita privata e lavoro. Qua mi chiedono anche sacrifici (vieni mezz’ora prima, eh ma andare via alle 18 precise, eh ma qualche sabato…) mi dispiacerebbe davvero anche perché faccio la figura di quella che non ha voglia di lavorare.. ma io non voglio “morire” (solo spiritualmente si intende) a lavoro.
    Sono davvero triste perché non so come comportarmi. Sono pentita perché avrei dovuto cercare qualcosa di più concreto in passato. Lavorare per qualche anno e poi cambiare. Non avrei nemmeno dovuto fare l’università per prendere una laurea inutile, che non ho conseguito ancora per problemi personali.
    Credevo che ritrovare un lavoro dopo anni di disoccupazione mi avrebbe resa davvero felice e lontana dal mostro della depressione invece…
    Per esempio mi piaceva fare al commessa ma almeno la domenica vorrei starmene a casa con amici o parenti. Non sono più disposta a sacrificare il mio tempo per quattro spicci.
    Esiste qualcuno in Italia che paga bene e mi permette di non impazzire? Ho paura sia solo un miraggio. Alla mia età tutti sanno “cosa vogliono fare da grandi” io no… non voglio fare pena su questo social poi in tanti sono cattivi hahaha ma
    Mi sento di aver sbagliato tutto, mi sento una fallita. Quella a cui le persone guardano per consolarsi… mi sento in crisi mi sembra di non sapere più chi sono e cosa voglia. Anche le persone da cui sono circondata da sempre metto in dubbio. Non ho tanta voglia di vederle o frequentarle. Mi sembra di essere diversa non capisco cosa mi accade. Non mi sembra di aver bisogno di terapia, anche perché economicamente sarebbe un problema, e nessun psicologo potrebbe dirmi "devi fare questo o quello". non capisco se sono in crisi o è pigrizia o.... grazie a chi risponderà

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Buonasera, dal suo messaggio emerge una sofferenza che sembra andare ben oltre il semplice dubbio lavorativo. Quello che si percepisce è una profonda sensazione di smarrimento, quasi come se il lavoro fosse diventato il punto attraverso cui sta mettendo in discussione il suo valore personale, le sue scelte passate, la sua identità e persino il modo in cui guarda il futuro. Prima di tutto credo sia importante dirle una cosa: il fatto che lei non si senta soddisfatta di uno stage a quasi trent’anni, dopo anni difficili e stipendi bassi, non significa essere pigri o avere poca voglia di lavorare. Dal suo racconto emerge invece una persona che ha lavorato, si è adattata, ha fatto ciò che trovava, ha accettato situazioni poco stabili, si è rimessa in gioco dopo un periodo molto duro di disoccupazione e che ancora oggi, pur sentendosi frustrata, continua a impegnarsi seriamente nel posto in cui si trova. Questo non è il profilo di una persona svogliata. Credo però che negli ultimi anni lei abbia probabilmente accumulato molta fatica emotiva senza avere davvero il tempo di elaborarla. Due anni senza lavoro, in un contesto sociale in cui il valore personale viene spesso misurato sulla produttività e sulla stabilità economica, possono lasciare segni profondi. Quando finalmente arriva un’opportunità, inizialmente si prova sollievo, quasi gratitudine. Poi però, quando l’emergenza emotiva si abbassa, riemergono le domande più profonde: “È davvero questa la vita che voglio?”, “Quanto posso andare avanti così?”, “Perché sento che sto sopravvivendo invece di vivere?”. E qui forse c’è un punto importante. Lei sembra vivere un conflitto continuo tra bisogno di sicurezza e bisogno di libertà. Da una parte pensa “devo tenermi stretto questo posto perché oggi il lavoro è precario”; dall’altra sente che accettare certe condizioni rischia di farla stare male nel lungo periodo. Questo tira e molla interno può diventare estenuante, perché qualunque scelta sembra portare con sé colpa e paura. Se resta, teme di spegnersi. Se cambia, teme di perdere una possibilità importante e di sentirsi irresponsabile. Inoltre, mi sembra che lei stia confrontando la propria vita con un’immagine molto rigida di ciò che “a trent’anni si dovrebbe essere”. Quando scrive “alla mia età tutti sanno cosa vogliono fare da grandi”, probabilmente sta guardando gli altri attraverso una lente molto severa verso sé stessa. In realtà moltissime persone arrivano ai trent’anni, ai quaranta o anche oltre sentendosi confuse sul proprio percorso. Solo che spesso queste incertezze non vengono mostrate apertamente. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, sarebbe importante osservare come alcuni pensieri stiano influenzando il suo stato emotivo. Frasi come “ho sbagliato tutto”, “sono una fallita”, “sono quella a cui gli altri guardano per consolarsi” non sono semplici descrizioni oggettive della realtà. Sono interpretazioni molto dure, molto globali, che finiscono inevitabilmente per colorare tutto di fallimento, anche gli aspetti della sua vita che raccontano altro. Per esempio, il fatto che lei impari velocemente, che venga apprezzata abbastanza da ricevere fiducia, che abbia capacità di adattamento e senso di responsabilità sono elementi che nel suo racconto quasi spariscono, oscurati da una valutazione estremamente negativa di sé. Mi colpisce anche quando dice “non voglio morire spiritualmente a lavoro”. Questa frase comunica qualcosa di molto umano e importante. Lei non sta chiedendo lusso o successo estremo. Sta cercando un equilibrio tra dignità economica, tempo personale e benessere mentale. Ed è comprensibile sentirsi frustrati quando si percepisce che il mercato del lavoro richieda continuamente sacrifici senza restituire stabilità o qualità della vita. Allo stesso tempo, attenzione a non cadere nella trappola del “devo capire immediatamente cosa voglio fare della mia vita”. A volte, quando si è molto stanchi emotivamente, si pretende da sé una chiarezza che in quel momento non si può avere. E più ci si forza a trovare subito “la strada giusta”, più cresce l’angoscia. Forse in questa fase potrebbe essere più utile iniziare a capire cosa non vuole più tollerare, quali sono i suoi limiti, i suoi bisogni reali, i valori che per lei contano davvero nel lavoro e nella vita quotidiana. Anche il fatto che stia mettendo in dubbio relazioni, amicizie e aspetti della sua identità potrebbe essere il segnale di una fase di forte ridefinizione personale. Non necessariamente una condanna o una “pigrizia”, ma un momento in cui ciò che prima bastava non basta più. Certo, questo può spaventare molto, soprattutto quando si accompagna a stanchezza, senso di vuoto e perdita di entusiasmo. Quando dice che la terapia non potrebbe dirle “devi fare questo o quello”, in parte ha ragione. Un percorso psicologico non serve a decidere al posto suo quale lavoro scegliere. Però potrebbe aiutarla a comprendere meglio i meccanismi con cui valuta sé stessa, il rapporto che ha con il fallimento, con il giudizio, con il senso di colpa e con la paura di sprecare la vita. E spesso, quando questi aspetti iniziano a diventare più chiari, anche le decisioni concrete diventano meno paralizzanti. In questo momento non mi sembra che lei abbia bisogno di sentirsi dire che deve accontentarsi oppure mollare tutto. Forse ha bisogno prima di tutto di smettere di guardarsi esclusivamente attraverso la lente del fallimento e iniziare a capire chi è oggi, al di là delle aspettative che sente di non aver raggiunto. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


    Salve dottori ho una bellissima famiglia con mia moglie e una piccolina di 2 anni , ho sempre pensato o meglio o sempre cercato di essere un buon padre ad oggi mi sento sereno della mia vita e della mia famiglia , da un po di tempo mi sono imbattuto con dei video di un counseling filosofico dove sostiene che inconsapevolmente tutti facciamo del male ai nostri figli se non si fa un percorso di risveglio di distruzione del ego altrimenti non ameremo mai veramente i nostri figli sinceramente queste parole mi hanno destabilizzato un po , perché sembra una persona così profonda e forse lo è , anche parlando con un mio amico psicologo le sue parole non mi hanno aiutato molto perché penso che un counseling di filosofa mistica buddista la sua parole sia superiore a quella di tutti essendo che parla di aspetti così profondi come faceva il sommo maestro il Buddha il problema che io non mi sento di fare questo tipo di percorso e adesso mi sento sbagliato forse dovrei forzarmi per raggiungere la vera libertà che pensavo di avere invece a quanto pare è falsa ed inconsapevole grazie per un vostro supporto

    RISPOSTA DEL DOTTORE:

    Dott. Andrea Boggero

    Salve, da ciò che scrive emerge quanto tenga profondamente alla sua famiglia e al desiderio di essere un padre presente, affettuoso e responsabile. Proprio questo aspetto, a mio avviso, è importante da non perdere di vista mentre attraversa questo momento di dubbio e destabilizzazione. Le parole che ha ascoltato sembrano aver toccato un punto molto delicato dentro di lei: la paura di poter fare del male a sua figlia senza accorgersene, oppure l’idea di non essere “abbastanza consapevole” o “abbastanza evoluto” per amarla davvero. Quando si incontrano discorsi molto profondi, assoluti o carichi di significato esistenziale, può succedere che la mente inizi a mettere sotto processo sé stessa. È un meccanismo molto comune, soprattutto nelle persone sensibili, riflessive e con un forte senso di responsabilità. Si inizia allora a dubitare di ciò che prima appariva naturale e autentico. Si guarda la propria serenità con sospetto, quasi come se fosse “troppo semplice” per essere vera. E più si cerca una certezza assoluta sul fatto di essere un buon genitore, più si rischia di sentirsi improvvisamente inadeguati. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, spesso il problema non nasce tanto dal contenuto del pensiero, quanto dal peso e dalla credibilità totale che gli attribuiamo. Se una persona percepita come molto profonda o autorevole afferma qualcosa di forte, la mente può reagire come se quelle parole fossero una verità universale e incontestabile. Ma attenzione: il fatto che un pensiero sia espresso in modo convincente, spirituale o filosoficamente affascinante non significa automaticamente che debba diventare una legge valida per tutti. L’idea che un genitore possa amare davvero un figlio soltanto dopo aver raggiunto una sorta di “illuminazione” interiore rischia di diventare molto schiacciante. La realtà umana è molto più complessa e molto più imperfetta di così. I figli non crescono con genitori perfetti, totalmente privi di ego, paura o limiti. Crescono con genitori sufficientemente presenti, affettuosi, capaci di mettersi in discussione, di riparare agli errori, di esserci emotivamente. E da quello che racconta, lei sembra già interrogarsi con sincerità sul proprio modo di stare nella relazione con sua figlia. Mi colpisce anche un altro aspetto: scrive che fino a poco tempo fa si sentiva sereno della sua vita e della sua famiglia. Questo significa che dentro di lei esisteva già una percezione autentica di valore, amore e direzione. A volte, quando entriamo in contatto con messaggi molto radicali o totalizzanti, rischiamo di perdere il contatto con la nostra esperienza concreta e iniziamo a vivere secondo parametri impossibili da raggiungere. È come se improvvisamente ogni gesto spontaneo venisse giudicato insufficiente. Inoltre, il fatto che lei senta di non voler intraprendere quel tipo di percorso non significa automaticamente che stia sbagliando. È importante distinguere tra una scelta sentita e una scelta fatta per paura, colpa o pressione interiore. Forzarsi a seguire una strada spirituale o filosofica soltanto perché ci si sente “inferiori” o “moralmente sbagliati” raramente porta a un benessere autentico. Spesso, anzi, aumenta l’ansia, il senso di colpa e la confusione. Credo che potrebbe esserle utile, più che rincorrere idee assolute sulla perfezione interiore, comprendere meglio cosa abbia reso queste parole così potenti per lei. Perché hanno avuto questo impatto? Quale paura hanno acceso? Quale parte di sé hanno toccato? A volte dietro questi dubbi si nasconde un bisogno molto umano di sentirsi “abbastanza”, di avere la certezza di non ferire chi si ama, di trovare una formula definitiva per essere nel giusto. Ma le relazioni umane non funzionano attraverso formule perfette. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo: non a dirle quale filosofia seguire o quale verità adottare, ma a comprendere i suoi schemi di pensiero, il modo in cui alcune idee arrivano a destabilizzarla così profondamente e il significato emotivo che assumono per lei. Un approccio cognitivo comportamentale, in particolare, potrebbe aiutarla a osservare con maggiore equilibrio quei pensieri che oggi sembrano assoluti e incontestabili, senza per questo svalutare la sua profondità o la sua sensibilità. Il fatto stesso che lei si ponga queste domande dice già molto sul tipo di padre che desidera essere. E spesso i figli non hanno bisogno di figure perfette o “illuminate”, ma di persone autentiche, presenti e umane. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


Domande più frequenti

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