Ciao a tutti, sono una ragazza di 30 anni e vi scrivo per un disagio che sto vivendo da alcuni mesi.
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Ciao a tutti, sono una ragazza di 30 anni e vi scrivo per un disagio che sto vivendo da alcuni mesi. Sto affrontando la fine di una relazione di 6 anni, sono stata lasciata da un giorno all'altro e credo di aver sviluppato un vero e proprio trauma. Il disagio che ho sviluppato riguarda alcuni pensieri intrusivi che vogliono farmi credere io abbia tradito il mio partner e di non ricordarlo, di averlo rimosso portandomi a dubitare di me stessa. La cosa spiacevole è che questi pensieri si stanno riversando anche su quella che è la mia quotidianità, quando faccio qualcosa di fretta o magari distrattamente poi vado in paranoia pensando di aver fatto qualcosa di sbagliato. Ogni volta che arriva un pensiero del genere entro il un "loop" perché cerco di ricordare le varie situazioni per arrivare ad ottenere una risposta che raramente trovo, ovviamente è impossibile ricordare ogni minimo dettaglio e restare nel dubbio mi tormenta molto. Sono passati 5 mesi dalla fine di questa relazione, sicuramente questi pensieri sono diminuiti di intensità, non si presentano allo stesso modo ma mi accorgo che quando quel pensiero poi ritorna, sprofondo nell' angoscia di aver fatto realmente qualcosa! Premetto di essere una persona molto ansiosa e che si crea parecchie paranoie, ma questo trauma ha accentuato il tutto. Ho intrapreso già un percorso psicologico, ho anche chiesto se fosse un disturbo ossessivo ma mi è stato detto che è più complessa come cosa. Ci tengo a specificare che a volte questi pensieri sono stati seguiti anche da azioni, come ad esempio scorrere la chat per assicurarmi di un messaggio ricevuto o inviato. A volte ho la paura di restare incastrata in questo circolo e che ogni tentativo sia un fallimento. Sono ovviamente consapevole che la guarigione è sofferenza e che prosegue tutto con alti e bassi. Ci tengo a specificare che ho avuto anche problemi di ansia in passato che ho poi imparato a gestire da sola. Vorrei avere più informazioni in merito a questo argomento e se possibile qualche consiglio in più. Vi ringrazio per l'attenzione
Quello che descrivi è molto più comprensibile di quanto possa sembrarti quando ci sei dentro, ed è anche molto coerente con quello che succede dopo una rottura improvvisa e non elaborata fino in fondo. Essere lasciata “da un giorno all’altro”, dopo sei anni, è un evento che può avere un impatto davvero forte, perché rompe bruscamente il senso di continuità, di sicurezza e anche l’immagine che avevi di te dentro quella relazione.
Quello che la tua mente sta facendo adesso non è impazzire, ma cercare disperatamente un senso e un controllo. E lo fa nel modo che conosce meglio: mettendo in discussione te stessa.
Il pensiero “e se avessi tradito senza ricordarlo?” è un esempio molto chiaro di pensiero intrusivo a contenuto ossessivo. Non nasce perché c’è qualcosa di reale da scoprire, ma perché c’è un bisogno fortissimo di certezza assoluta. Il problema è che la certezza assoluta, soprattutto sui ricordi, non esiste. E più provi a ottenerla, più la mente alza l’asticella del dubbio.
Il loop che descrivi è proprio questo: arriva il pensiero, provi a ricostruire, analizzi, cerchi prove, magari controlli chat o dettagli… e per un attimo ti sembra di calmarti. Ma subito dopo torna un nuovo dubbio, o lo stesso pensiero con una sfumatura diversa, e ricomincia tutto da capo.
Questo meccanismo si autoalimenta non perché tu stia facendo qualcosa di sbagliato in senso “volontario”, ma perché le strategie che usi per tranquillizzarti (controllare, ricordare, analizzare) in realtà mantengono attivo il problema. È un funzionamento molto tipico dei quadri ossessivi, anche quando non si incastrano perfettamente in un’etichetta diagnostica precisa, ed è per questo che ti hanno detto che è “più complesso”.
C’è anche un altro aspetto molto importante: il contenuto del pensiero non è casuale. Il tradimento, il dubbio di aver fatto qualcosa di grave senza saperlo, tocca direttamente il tema della colpa e del “forse è successo qualcosa che spiega perché mi ha lasciata”. È come se una parte di te cercasse una causa interna, anche dolorosa, pur di non restare nel vuoto di una fine inspiegabile.
E questo spiega anche perché questi pensieri si sono poi allargati alla quotidianità: non riguardano più solo la relazione, ma il dubbio su te stessa, sulla tua affidabilità, sulla tua memoria, sulle tue azioni.
La cosa importante da dirti, con molta chiarezza, è che non sei incastrata per sempre in questo meccanismo. Il fatto che tu abbia già notato una diminuzione dell’intensità è un segnale molto positivo. Significa che il sistema è modificabile.
Però c’è un passaggio chiave che spesso fa la differenza: smettere di cercare la risposta dentro il dubbio. Perché ogni volta che entri nel loop per “risolvere”, stai in realtà dando importanza al pensiero e insegnando alla mente che quello è un problema da risolvere.
Il lavoro vero, in questi casi, è imparare gradualmente a tollerare il dubbio senza rispondere. Non perché “va ignorato”, ma perché va ridimensionato. È un cambio di posizione mentale, non immediato, ma molto efficace quando viene guidato bene.
Il percorso che hai iniziato è sicuramente la strada giusta, e il fatto che tu abbia già lavorato sull’ansia in passato gioca a tuo favore. Qui però c’è un livello in più, perché si intrecciano trauma relazionale, bisogno di controllo e pensiero ossessivo.
Su queste dinamiche lavoro ogni giorno, proprio perché spesso arrivano persone che si sentono esattamente come ti senti tu: lucide, consapevoli, ma intrappolate in un meccanismo che sembra più forte. E quando si interviene in modo mirato, il cambiamento è concreto, non solo teorico.
Se ti va, puoi scrivermi in privato: possiamo approfondire meglio il tuo caso e capire come lavorare in modo più preciso su questi pensieri, così da aiutarti a uscire da questo loop e recuperare quella stabilità interna che in questo momento senti vacillare.
Quello che la tua mente sta facendo adesso non è impazzire, ma cercare disperatamente un senso e un controllo. E lo fa nel modo che conosce meglio: mettendo in discussione te stessa.
Il pensiero “e se avessi tradito senza ricordarlo?” è un esempio molto chiaro di pensiero intrusivo a contenuto ossessivo. Non nasce perché c’è qualcosa di reale da scoprire, ma perché c’è un bisogno fortissimo di certezza assoluta. Il problema è che la certezza assoluta, soprattutto sui ricordi, non esiste. E più provi a ottenerla, più la mente alza l’asticella del dubbio.
Il loop che descrivi è proprio questo: arriva il pensiero, provi a ricostruire, analizzi, cerchi prove, magari controlli chat o dettagli… e per un attimo ti sembra di calmarti. Ma subito dopo torna un nuovo dubbio, o lo stesso pensiero con una sfumatura diversa, e ricomincia tutto da capo.
Questo meccanismo si autoalimenta non perché tu stia facendo qualcosa di sbagliato in senso “volontario”, ma perché le strategie che usi per tranquillizzarti (controllare, ricordare, analizzare) in realtà mantengono attivo il problema. È un funzionamento molto tipico dei quadri ossessivi, anche quando non si incastrano perfettamente in un’etichetta diagnostica precisa, ed è per questo che ti hanno detto che è “più complesso”.
C’è anche un altro aspetto molto importante: il contenuto del pensiero non è casuale. Il tradimento, il dubbio di aver fatto qualcosa di grave senza saperlo, tocca direttamente il tema della colpa e del “forse è successo qualcosa che spiega perché mi ha lasciata”. È come se una parte di te cercasse una causa interna, anche dolorosa, pur di non restare nel vuoto di una fine inspiegabile.
E questo spiega anche perché questi pensieri si sono poi allargati alla quotidianità: non riguardano più solo la relazione, ma il dubbio su te stessa, sulla tua affidabilità, sulla tua memoria, sulle tue azioni.
La cosa importante da dirti, con molta chiarezza, è che non sei incastrata per sempre in questo meccanismo. Il fatto che tu abbia già notato una diminuzione dell’intensità è un segnale molto positivo. Significa che il sistema è modificabile.
Però c’è un passaggio chiave che spesso fa la differenza: smettere di cercare la risposta dentro il dubbio. Perché ogni volta che entri nel loop per “risolvere”, stai in realtà dando importanza al pensiero e insegnando alla mente che quello è un problema da risolvere.
Il lavoro vero, in questi casi, è imparare gradualmente a tollerare il dubbio senza rispondere. Non perché “va ignorato”, ma perché va ridimensionato. È un cambio di posizione mentale, non immediato, ma molto efficace quando viene guidato bene.
Il percorso che hai iniziato è sicuramente la strada giusta, e il fatto che tu abbia già lavorato sull’ansia in passato gioca a tuo favore. Qui però c’è un livello in più, perché si intrecciano trauma relazionale, bisogno di controllo e pensiero ossessivo.
Su queste dinamiche lavoro ogni giorno, proprio perché spesso arrivano persone che si sentono esattamente come ti senti tu: lucide, consapevoli, ma intrappolate in un meccanismo che sembra più forte. E quando si interviene in modo mirato, il cambiamento è concreto, non solo teorico.
Se ti va, puoi scrivermi in privato: possiamo approfondire meglio il tuo caso e capire come lavorare in modo più preciso su questi pensieri, così da aiutarti a uscire da questo loop e recuperare quella stabilità interna che in questo momento senti vacillare.
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Buongiorno gentile utente, la ringrazio per la sua condivisione. Non è possibile darle informazioni dal momento che non conosco approfonditamente la sua situazione, per cui posso fornire solo una risposta generica. Lei afferma di avere problemi di ansia già dal passato, per cui sarebbe importante approfondire di che tipo di ansia si tratta, capendo meglio qual'è la paura sottostante. Ci potrebbero essere vari tipi di paure alla base come la paura di sbagliare, o di una punizione, o di non essere adeguati, solo per fare degli esempi ovviamente generici. Altri aspetti che potrebbe indagare sono ad esempio la possibile tendenza a mettersi in dubbio anche in altre situazioni, oltre a questa, e a che tipo di insicurezza tutto ciò rimanda. Le consiglio in ogni caso di rivolgersi al/alla collega che già la sta seguendo per tutti gli approfondimenti del caso. Rimango a disposizione per domande o chiarimenti. Cordialmente, dott.ssa Chiara Tumminello.
Gentilissima, comprendo perfettamente il suo disagio. Essere lasciati da un giorno all'altro dopo 6 anni è un vero e proprio shock emotivo questo porta la mente ansiosa, che non riesce a trovare una spiegazione logica all'esterno, a ricercarla erroneamente nel proprio comportamento. Tutto questo , nel suo caso, ha preso le forme di false memorie che si introducono ossessivamente nel suo pensiero portandola, conseguentemente a comportamenti compulsivi, come controllare le chat, per diminuire l'ansia che si viene a generare.
E' certamente positivo notare che, a distanza di cinque mesi, tale sintomatologia ossessivo-compulsiva appaia in regressione e che lei sia seguita da un supporto psicologico. A tutto ciò mi permetto semplicemente di aggiungere un suggerimento: dal momento che lei non può controllare gli automatismi della sua mente, e quindi non può bloccare la comparsa dei pensieri ossessivi, può però scegliere come rispondervi sul piano comportamentale. Invece di lasciarsi trascinare in comportamenti compulsivi, provi a sviare l'attenzione su altro e a razionalizzare a se stessa che quei pensieri che la assillano sono solo prodotti della sua mente a cui non corrisponde alcuna verità. Questo contribuirà in maniera significativa a depotenziarli!
Un caro saluto,
Filippo Guizzardi
E' certamente positivo notare che, a distanza di cinque mesi, tale sintomatologia ossessivo-compulsiva appaia in regressione e che lei sia seguita da un supporto psicologico. A tutto ciò mi permetto semplicemente di aggiungere un suggerimento: dal momento che lei non può controllare gli automatismi della sua mente, e quindi non può bloccare la comparsa dei pensieri ossessivi, può però scegliere come rispondervi sul piano comportamentale. Invece di lasciarsi trascinare in comportamenti compulsivi, provi a sviare l'attenzione su altro e a razionalizzare a se stessa che quei pensieri che la assillano sono solo prodotti della sua mente a cui non corrisponde alcuna verità. Questo contribuirà in maniera significativa a depotenziarli!
Un caro saluto,
Filippo Guizzardi
Salve,da ciò che descrivi emergono diversi elementi che meritano attenzione, e proverò a risponderti con lo sguardo di una psicologa.
La prima cosa che noto è che questi pensieri sono comparsi in seguito a un evento estremamente destabilizzante: la fine improvvisa di una relazione di sei anni. Quando una separazione arriva senza preavviso, soprattutto se non si è riusciti a dare un significato chiaro a ciò che è accaduto, il sistema emotivo può entrare in una condizione di forte allerta. La mente cerca spiegazioni, cerca di ricostruire il passato e, a volte, inizia a dubitare persino delle proprie certezze.
Quello che racconti non suona come il ricordo di un tradimento realmente avvenuto e poi "rimosso". Piuttosto, sembra il meccanismo tipico di un dubbio ossessivo: "E se fosse successo qualcosa che non ricordo?". La caratteristica di questi pensieri è proprio questa: non si presentano come ricordi, ma come possibilità catastrofiche che chiedono continuamente una verifica.Mi colpisce anche il fatto che tu abbia iniziato a controllare chat e messaggi. Non è strano: il controllo nasce dal tentativo di ridurre l'ansia. Il problema è che il sollievo che produce è temporaneo. Per qualche minuto ti senti rassicurata, ma il cervello impara che per stare tranquilla deve continuare a controllare. Così il dubbio si rafforza anziché indebolirsi.
Un altro aspetto importante è che tu stessa riferisci una storia di ansia precedente. Questo non significa che l'ansia sia la causa di tutto, ma probabilmente rappresenta un terreno predisponente. La rottura sentimentale potrebbe aver riattivato alcune vulnerabilità già presenti, amplificando la tendenza a rimuginare e a cercare certezze assolute.
Trovo significativo anche un dettaglio che spesso spaventa molte persone: dici che quando il pensiero ritorna "sprofondi nell'angoscia di aver fatto realmente qualcosa". In realtà l'intensità emotiva non è una prova della veridicità del pensiero. Anzi, nelle problematiche ossessive accade spesso il contrario: più un tema è importante per la persona (fedeltà, moralità, correttezza, responsabilità), più il dubbio genera angoscia.
Vorrei sottolineare un punto che ritengo fondamentale: il fatto che, dopo cinque mesi, questi pensieri si siano ridotti di intensità è un segnale positivo. Se fossi intrappolata in una situazione immutabile, probabilmente non noteresti alcuna variazione. Invece stai osservando un andamento con alti e bassi, che è tipico dei processi di elaborazione e guarigione.Infine, vorrei lasciarti con una riflessione. La domanda che ti tormenta sembra essere: "Come posso essere sicura al 100% di non aver fatto nulla?". Il problema è che la mente umana non può offrire una certezza assoluta su ogni dettaglio del passato. La guarigione spesso non arriva quando troviamo la prova definitiva, ma quando impariamo a tollerare quel piccolo margine di incertezza senza doverlo eliminare a tutti i costi.
Da quello che racconti, vedo una persona molto sofferente ma anche molto consapevole, che ha già riconosciuto i propri meccanismi e ha avuto la forza di chiedere aiuto. Questo è spesso uno dei fattori che favoriscono maggiormente il cambiamento nel lungo periodo.
Resto a Disposizione
Cordiali Saluti
La prima cosa che noto è che questi pensieri sono comparsi in seguito a un evento estremamente destabilizzante: la fine improvvisa di una relazione di sei anni. Quando una separazione arriva senza preavviso, soprattutto se non si è riusciti a dare un significato chiaro a ciò che è accaduto, il sistema emotivo può entrare in una condizione di forte allerta. La mente cerca spiegazioni, cerca di ricostruire il passato e, a volte, inizia a dubitare persino delle proprie certezze.
Quello che racconti non suona come il ricordo di un tradimento realmente avvenuto e poi "rimosso". Piuttosto, sembra il meccanismo tipico di un dubbio ossessivo: "E se fosse successo qualcosa che non ricordo?". La caratteristica di questi pensieri è proprio questa: non si presentano come ricordi, ma come possibilità catastrofiche che chiedono continuamente una verifica.Mi colpisce anche il fatto che tu abbia iniziato a controllare chat e messaggi. Non è strano: il controllo nasce dal tentativo di ridurre l'ansia. Il problema è che il sollievo che produce è temporaneo. Per qualche minuto ti senti rassicurata, ma il cervello impara che per stare tranquilla deve continuare a controllare. Così il dubbio si rafforza anziché indebolirsi.
Un altro aspetto importante è che tu stessa riferisci una storia di ansia precedente. Questo non significa che l'ansia sia la causa di tutto, ma probabilmente rappresenta un terreno predisponente. La rottura sentimentale potrebbe aver riattivato alcune vulnerabilità già presenti, amplificando la tendenza a rimuginare e a cercare certezze assolute.
Trovo significativo anche un dettaglio che spesso spaventa molte persone: dici che quando il pensiero ritorna "sprofondi nell'angoscia di aver fatto realmente qualcosa". In realtà l'intensità emotiva non è una prova della veridicità del pensiero. Anzi, nelle problematiche ossessive accade spesso il contrario: più un tema è importante per la persona (fedeltà, moralità, correttezza, responsabilità), più il dubbio genera angoscia.
Vorrei sottolineare un punto che ritengo fondamentale: il fatto che, dopo cinque mesi, questi pensieri si siano ridotti di intensità è un segnale positivo. Se fossi intrappolata in una situazione immutabile, probabilmente non noteresti alcuna variazione. Invece stai osservando un andamento con alti e bassi, che è tipico dei processi di elaborazione e guarigione.Infine, vorrei lasciarti con una riflessione. La domanda che ti tormenta sembra essere: "Come posso essere sicura al 100% di non aver fatto nulla?". Il problema è che la mente umana non può offrire una certezza assoluta su ogni dettaglio del passato. La guarigione spesso non arriva quando troviamo la prova definitiva, ma quando impariamo a tollerare quel piccolo margine di incertezza senza doverlo eliminare a tutti i costi.
Da quello che racconti, vedo una persona molto sofferente ma anche molto consapevole, che ha già riconosciuto i propri meccanismi e ha avuto la forza di chiedere aiuto. Questo è spesso uno dei fattori che favoriscono maggiormente il cambiamento nel lungo periodo.
Resto a Disposizione
Cordiali Saluti
Buongiorno,
mi dispiace per la situazione che sta passando. Riguardo la sua domanda chiaramente avrei bisogno di più informazioni riguardo al suo caso per poter essere puntuale nella risposta. Comunque quello che descrive, la componente di pensieri intrusivi che sta sperimentando e le conseguenze che questa ha sul piano emotivo e pratico del quotidiano potrebbe essere spiegata da una invalidazione di quella che è una sua strategia di gestione. Mi spiego meglio, tutti noi abbiamo dei temi di vita dolorosi, degli argomenti che se vengono sollecitati ci fanno soffrire. Nel corso della nostra vita impariamo quindi a mettere in atto delle strategie per tenerci lontani da questi temi. Queste strategie sono tuttavia semi-adattive, il che vuol dire che funzionano, in passato lo hanno fatto sicuramente, ma non possono farlo in ogni momento e in ogni contesto, inoltre presentano dei costi. La sofferenza nasce non dall'avere dei temi di vita dolorosi, nè dal fallimento della strategia, ma dal continuare a cercare di applicarla in modo rigido, senza provare a flessibilizzarla o adottarne altre. Mi spiego meglio, nel suo caso sembra emergere una strategia legata al controllo. Queste strategie solitamente funzionano nel quotidiano, ci rendono efficienti, puntuali e danno un senso di gestione. Tuttavia non funzionano quando siamo stanchi o quando si verifica un fatto della vita che va oltre al nostro controllo, come nel suo caso la fine della relazione. Se lei dice di essere una persona ansiosa e di avere "parecchie paranoie" e di essere stata lasciata da un giorno all'altro, la serie di pensieri intrusivi che sta vivendo potrebbe essere il frutto del suo piano di controllo che cerca di dare un senso logico agli avvenimenti, di trovare un perchè o una spiegazione, per quanto improbabile, a quanto accaduto. Proprio perché questa risposta è assente, potrebbe sperimentare questa componente di ruminazione ansiosa e colpevolizzante su quanto avvenuto. Ora non voglio farle una lezione di psicologia e la risposta, mi rendo conto, sta diventando lunga. Quello che le posso consigliare è di continuare il suo percorso e di chiedere apertamente alla persona che la segue quali sono le prospettive e gli orizzonti futuri, quelli che sono i suoi timori. Come riuscire a stare nella sofferenza senza dover fare necessariamente qualcosa per combatterla. Il tempo può sicuramente aiutare nella gestione di questi elementi ma, ancora di più, come si decide di impiegarlo. Le auguro un grande in bocca al lupo.
mi dispiace per la situazione che sta passando. Riguardo la sua domanda chiaramente avrei bisogno di più informazioni riguardo al suo caso per poter essere puntuale nella risposta. Comunque quello che descrive, la componente di pensieri intrusivi che sta sperimentando e le conseguenze che questa ha sul piano emotivo e pratico del quotidiano potrebbe essere spiegata da una invalidazione di quella che è una sua strategia di gestione. Mi spiego meglio, tutti noi abbiamo dei temi di vita dolorosi, degli argomenti che se vengono sollecitati ci fanno soffrire. Nel corso della nostra vita impariamo quindi a mettere in atto delle strategie per tenerci lontani da questi temi. Queste strategie sono tuttavia semi-adattive, il che vuol dire che funzionano, in passato lo hanno fatto sicuramente, ma non possono farlo in ogni momento e in ogni contesto, inoltre presentano dei costi. La sofferenza nasce non dall'avere dei temi di vita dolorosi, nè dal fallimento della strategia, ma dal continuare a cercare di applicarla in modo rigido, senza provare a flessibilizzarla o adottarne altre. Mi spiego meglio, nel suo caso sembra emergere una strategia legata al controllo. Queste strategie solitamente funzionano nel quotidiano, ci rendono efficienti, puntuali e danno un senso di gestione. Tuttavia non funzionano quando siamo stanchi o quando si verifica un fatto della vita che va oltre al nostro controllo, come nel suo caso la fine della relazione. Se lei dice di essere una persona ansiosa e di avere "parecchie paranoie" e di essere stata lasciata da un giorno all'altro, la serie di pensieri intrusivi che sta vivendo potrebbe essere il frutto del suo piano di controllo che cerca di dare un senso logico agli avvenimenti, di trovare un perchè o una spiegazione, per quanto improbabile, a quanto accaduto. Proprio perché questa risposta è assente, potrebbe sperimentare questa componente di ruminazione ansiosa e colpevolizzante su quanto avvenuto. Ora non voglio farle una lezione di psicologia e la risposta, mi rendo conto, sta diventando lunga. Quello che le posso consigliare è di continuare il suo percorso e di chiedere apertamente alla persona che la segue quali sono le prospettive e gli orizzonti futuri, quelli che sono i suoi timori. Come riuscire a stare nella sofferenza senza dover fare necessariamente qualcosa per combatterla. Il tempo può sicuramente aiutare nella gestione di questi elementi ma, ancora di più, come si decide di impiegarlo. Le auguro un grande in bocca al lupo.
Buonasera, da quello che racconta, mi sembra che il problema non sia tanto capire se abbia realmente tradito il suo ex partner oppure no. Mi sembra piuttosto che, dopo una separazione vissuta in modo molto doloroso e improvviso, si sia incrinata la fiducia che aveva nelle sue stesse sensazioni e nei suoi ricordi. Quando questo accade, spesso si inizia a cercare continuamente conferme e certezze per sentirsi al sicuro. Il problema è che più si cerca una certezza assoluta, più il dubbio tende a tornare.
Per questo motivo non mi soffermerei tanto sul contenuto del pensiero ("e se avessi tradito?"), quanto su ciò che succede dentro di lei quando quel dubbio compare. L'angoscia che descrive sembra infatti molto più legata alla paura di non potersi fidare di sé stessa che all'evento in sé.
Il fatto che questi pensieri si siano attenuati nel tempo è già un segnale importante. Spesso percorsi come questo non procedono in linea retta, ma attraverso momenti di miglioramento e momenti in cui alcune paure ritornano.
Mi sembra che il lavoro che sta già facendo in terapia possa aiutarla proprio a comprendere il significato che questa esperienza ha avuto per lei, più che a trovare una risposta definitiva a ogni dubbio che emerge.
Per questo motivo non mi soffermerei tanto sul contenuto del pensiero ("e se avessi tradito?"), quanto su ciò che succede dentro di lei quando quel dubbio compare. L'angoscia che descrive sembra infatti molto più legata alla paura di non potersi fidare di sé stessa che all'evento in sé.
Il fatto che questi pensieri si siano attenuati nel tempo è già un segnale importante. Spesso percorsi come questo non procedono in linea retta, ma attraverso momenti di miglioramento e momenti in cui alcune paure ritornano.
Mi sembra che il lavoro che sta già facendo in terapia possa aiutarla proprio a comprendere il significato che questa esperienza ha avuto per lei, più che a trovare una risposta definitiva a ogni dubbio che emerge.
Gentile utente,
da ciò che racconta emerge una sofferenza molto intensa, ma anche una buona capacità di osservare quello che le sta accadendo. La fine improvvisa di una relazione importante può avere un impatto molto profondo, soprattutto quando arriva senza una reale elaborazione o senza la possibilità di comprendere pienamente ciò che è successo. In alcune persone questo genera non solo dolore emotivo, ma anche una forte destabilizzazione del senso di sé e della fiducia nei propri ricordi, nelle proprie emozioni e perfino nelle proprie intenzioni.
Quello che descrive assomiglia molto a un funzionamento di tipo ossessivo: il pensiero intrusivo (“e se avessi tradito senza ricordarlo?”), il dubbio persistente, il bisogno di controllare mentalmente gli eventi passati o verificare elementi concreti (come rileggere chat e messaggi) per cercare sollievo e certezza. Il problema è che questi controlli danno un sollievo solo momentaneo e finiscono per alimentare ancora di più il circolo del dubbio.
È importante sottolineare un aspetto: il fatto che lei non riesca ad avere una certezza assoluta non significa che il pensiero sia vero. La mente ansiosa e ossessiva tende proprio a cercare conferme impossibili da ottenere completamente, soprattutto su eventi passati o su situazioni che non possono essere ricordate al 100% in ogni dettaglio.
Mi colpisce anche il fatto che lei parli di “trauma”. In effetti, essere lasciati improvvisamente dopo una relazione lunga può generare una ferita molto profonda, soprattutto se la separazione ha incrinato il modo in cui vedeva sé stessa o il rapporto. A volte il dubbio ossessivo nasce proprio nel tentativo della mente di trovare una spiegazione, una colpa o un elemento che renda più “comprensibile” ciò che è successo.
Il fatto che questi pensieri oggi siano meno intensi rispetto all’inizio è già un segnale importante: significa che il sistema emotivo non è fermo, anche se nei momenti di ricaduta può sembrare il contrario. Nelle problematiche ansiose e ossessive, infatti, è molto comune vivere il percorso come fatto di alti e bassi.
Un altro elemento importante è che lei abbia già iniziato un percorso psicologico. Questo è probabilmente lo spazio più adatto per lavorare non solo sul sintomo ossessivo, ma anche sul significato emotivo della rottura, sul bisogno di certezza e sul rapporto con il controllo e la colpa.
Nel frattempo, può esserle utile iniziare a osservare un meccanismo fondamentale: ogni volta che entra nel “loop” del controllo mentale o delle verifiche, sta probabilmente cercando di eliminare completamente il dubbio e l’angoscia. Ma paradossalmente, più si cerca una certezza assoluta, più la mente continua a produrre nuovi dubbi. Una parte del lavoro terapeutico consiste proprio nell’imparare gradualmente a tollerare una quota di incertezza senza sentirsi obbligati a risolverla subito.
Il fatto che lei abbia paura di “restare incastrata per sempre” è comprensibile, ma non significa che sarà così. La consapevolezza che mostra, il percorso già intrapreso e il fatto che riconosca questi meccanismi sono elementi molto importanti nel processo di cura.
da ciò che racconta emerge una sofferenza molto intensa, ma anche una buona capacità di osservare quello che le sta accadendo. La fine improvvisa di una relazione importante può avere un impatto molto profondo, soprattutto quando arriva senza una reale elaborazione o senza la possibilità di comprendere pienamente ciò che è successo. In alcune persone questo genera non solo dolore emotivo, ma anche una forte destabilizzazione del senso di sé e della fiducia nei propri ricordi, nelle proprie emozioni e perfino nelle proprie intenzioni.
Quello che descrive assomiglia molto a un funzionamento di tipo ossessivo: il pensiero intrusivo (“e se avessi tradito senza ricordarlo?”), il dubbio persistente, il bisogno di controllare mentalmente gli eventi passati o verificare elementi concreti (come rileggere chat e messaggi) per cercare sollievo e certezza. Il problema è che questi controlli danno un sollievo solo momentaneo e finiscono per alimentare ancora di più il circolo del dubbio.
È importante sottolineare un aspetto: il fatto che lei non riesca ad avere una certezza assoluta non significa che il pensiero sia vero. La mente ansiosa e ossessiva tende proprio a cercare conferme impossibili da ottenere completamente, soprattutto su eventi passati o su situazioni che non possono essere ricordate al 100% in ogni dettaglio.
Mi colpisce anche il fatto che lei parli di “trauma”. In effetti, essere lasciati improvvisamente dopo una relazione lunga può generare una ferita molto profonda, soprattutto se la separazione ha incrinato il modo in cui vedeva sé stessa o il rapporto. A volte il dubbio ossessivo nasce proprio nel tentativo della mente di trovare una spiegazione, una colpa o un elemento che renda più “comprensibile” ciò che è successo.
Il fatto che questi pensieri oggi siano meno intensi rispetto all’inizio è già un segnale importante: significa che il sistema emotivo non è fermo, anche se nei momenti di ricaduta può sembrare il contrario. Nelle problematiche ansiose e ossessive, infatti, è molto comune vivere il percorso come fatto di alti e bassi.
Un altro elemento importante è che lei abbia già iniziato un percorso psicologico. Questo è probabilmente lo spazio più adatto per lavorare non solo sul sintomo ossessivo, ma anche sul significato emotivo della rottura, sul bisogno di certezza e sul rapporto con il controllo e la colpa.
Nel frattempo, può esserle utile iniziare a osservare un meccanismo fondamentale: ogni volta che entra nel “loop” del controllo mentale o delle verifiche, sta probabilmente cercando di eliminare completamente il dubbio e l’angoscia. Ma paradossalmente, più si cerca una certezza assoluta, più la mente continua a produrre nuovi dubbi. Una parte del lavoro terapeutico consiste proprio nell’imparare gradualmente a tollerare una quota di incertezza senza sentirsi obbligati a risolverla subito.
Il fatto che lei abbia paura di “restare incastrata per sempre” è comprensibile, ma non significa che sarà così. La consapevolezza che mostra, il percorso già intrapreso e il fatto che riconosca questi meccanismi sono elementi molto importanti nel processo di cura.
Buongiorno,
Dai pensieri che descrive emerge una sofferenza importante, accompagnata da dubbi persistenti che sembrano portarla a mettere continuamente in discussione sé stessa, i propri ricordi e ciò che è accaduto. Quando il bisogno di trovare una risposta certa diventa molto forte, può capitare di entrare in un circolo fatto di controlli, verifiche e tentativi di ricostruire ogni dettaglio, senza però riuscire a trovare un sollievo duraturo.
Il fatto che questi pensieri siano diminuiti di intensità nel tempo è un elemento importante e suggerisce che il processo non sia fermo, anche se possono esserci momenti in cui il disagio torna a farsi sentire con maggiore forza.
Ha già intrapreso un percorso psicologico e questo mi sembra un aspetto molto positivo. Potrebbe essere utile continuare a esplorare insieme al professionista che la segue il significato di questi dubbi e il modo in cui si inseriscono nella sofferenza che sta attraversando, senza concentrarsi esclusivamente sulla ricerca di una definizione diagnostica.
Resto a disposizione,
un caro saluto.
Dott.ssa Elena Dati
Dai pensieri che descrive emerge una sofferenza importante, accompagnata da dubbi persistenti che sembrano portarla a mettere continuamente in discussione sé stessa, i propri ricordi e ciò che è accaduto. Quando il bisogno di trovare una risposta certa diventa molto forte, può capitare di entrare in un circolo fatto di controlli, verifiche e tentativi di ricostruire ogni dettaglio, senza però riuscire a trovare un sollievo duraturo.
Il fatto che questi pensieri siano diminuiti di intensità nel tempo è un elemento importante e suggerisce che il processo non sia fermo, anche se possono esserci momenti in cui il disagio torna a farsi sentire con maggiore forza.
Ha già intrapreso un percorso psicologico e questo mi sembra un aspetto molto positivo. Potrebbe essere utile continuare a esplorare insieme al professionista che la segue il significato di questi dubbi e il modo in cui si inseriscono nella sofferenza che sta attraversando, senza concentrarsi esclusivamente sulla ricerca di una definizione diagnostica.
Resto a disposizione,
un caro saluto.
Dott.ssa Elena Dati
Gentile utente,
da ciò che racconta emerge una sofferenza importante, che sembra essersi intensificata in seguito alla fine improvvisa di una relazione significativa. Essere lasciati in modo inatteso può rappresentare un'esperienza particolarmente destabilizzante, soprattutto quando interrompe bruscamente un legame che ha avuto un ruolo centrale nella propria vita per molti anni.
Nelle sue parole colpisce la presenza di pensieri caratterizzati dal dubbio e dalla necessità di trovare una certezza assoluta rispetto a ciò che potrebbe essere accaduto in passato. Lei descrive infatti una continua ricerca di conferme attraverso ricordi, verifiche e ricostruzioni mentali, accompagnata dall'angoscia di non riuscire ad arrivare a una risposta definitiva. Si tratta di un'esperienza che può risultare molto faticosa, poiché il tentativo di eliminare completamente il dubbio spesso finisce per mantenerlo vivo e renderlo ancora più centrale nell'esperienza quotidiana.
È interessante notare come questi pensieri si siano progressivamente estesi anche ad altri ambiti della vita, portandola a interrogarsi su possibili errori o dimenticanze in situazioni differenti. Questo aspetto suggerisce come il nucleo della sofferenza possa andare oltre il contenuto specifico dei pensieri e riguardare temi più ampi, come il bisogno di certezza, la fiducia nelle proprie percezioni e il rapporto con l'incertezza.
Dalle sue parole emerge inoltre una buona capacità di osservare ciò che accade dentro di sé. Lei riconosce il funzionamento di questi meccanismi, nota i cambiamenti avvenuti nel corso dei mesi e riesce a distinguere i momenti in cui il disagio aumenta da quelli in cui si attenua. Anche il fatto che l'intensità dei pensieri sia diminuita nel tempo rappresenta un elemento significativo all'interno del percorso che sta attraversando.
Le etichette diagnostiche possono essere utili in alcuni casi, ma non sempre riescono a descrivere pienamente la complessità dell'esperienza soggettiva. Per questo motivo è comprensibile che il professionista che la segue abbia sottolineato la necessità di una lettura più articolata e approfondita del suo vissuto.
Mi sembra che, nonostante la sofferenza che descrive, lei stia affrontando con grande consapevolezza ciò che le sta accadendo, cercando di comprenderne il significato senza limitarsi al solo contenuto dei pensieri. Questa capacità riflessiva rappresenta una risorsa importante e può offrire elementi preziosi per continuare a dare senso all'esperienza che sta vivendo.
Un caro saluto.
da ciò che racconta emerge una sofferenza importante, che sembra essersi intensificata in seguito alla fine improvvisa di una relazione significativa. Essere lasciati in modo inatteso può rappresentare un'esperienza particolarmente destabilizzante, soprattutto quando interrompe bruscamente un legame che ha avuto un ruolo centrale nella propria vita per molti anni.
Nelle sue parole colpisce la presenza di pensieri caratterizzati dal dubbio e dalla necessità di trovare una certezza assoluta rispetto a ciò che potrebbe essere accaduto in passato. Lei descrive infatti una continua ricerca di conferme attraverso ricordi, verifiche e ricostruzioni mentali, accompagnata dall'angoscia di non riuscire ad arrivare a una risposta definitiva. Si tratta di un'esperienza che può risultare molto faticosa, poiché il tentativo di eliminare completamente il dubbio spesso finisce per mantenerlo vivo e renderlo ancora più centrale nell'esperienza quotidiana.
È interessante notare come questi pensieri si siano progressivamente estesi anche ad altri ambiti della vita, portandola a interrogarsi su possibili errori o dimenticanze in situazioni differenti. Questo aspetto suggerisce come il nucleo della sofferenza possa andare oltre il contenuto specifico dei pensieri e riguardare temi più ampi, come il bisogno di certezza, la fiducia nelle proprie percezioni e il rapporto con l'incertezza.
Dalle sue parole emerge inoltre una buona capacità di osservare ciò che accade dentro di sé. Lei riconosce il funzionamento di questi meccanismi, nota i cambiamenti avvenuti nel corso dei mesi e riesce a distinguere i momenti in cui il disagio aumenta da quelli in cui si attenua. Anche il fatto che l'intensità dei pensieri sia diminuita nel tempo rappresenta un elemento significativo all'interno del percorso che sta attraversando.
Le etichette diagnostiche possono essere utili in alcuni casi, ma non sempre riescono a descrivere pienamente la complessità dell'esperienza soggettiva. Per questo motivo è comprensibile che il professionista che la segue abbia sottolineato la necessità di una lettura più articolata e approfondita del suo vissuto.
Mi sembra che, nonostante la sofferenza che descrive, lei stia affrontando con grande consapevolezza ciò che le sta accadendo, cercando di comprenderne il significato senza limitarsi al solo contenuto dei pensieri. Questa capacità riflessiva rappresenta una risorsa importante e può offrire elementi preziosi per continuare a dare senso all'esperienza che sta vivendo.
Un caro saluto.
Salve, innanzitutto desidero dirle che dalle sue parole emerge una grande consapevolezza rispetto a ciò che sta vivendo. Sta osservando con attenzione i suoi pensieri, le sue emozioni e i meccanismi che si attivano dentro di lei, e questo è un aspetto importante. Allo stesso tempo, però, si percepisce chiaramente quanta sofferenza le stia provocando questa situazione e quanto sia faticoso convivere con dubbi che sembrano non trovare mai una conclusione definitiva. La fine improvvisa di una relazione significativa può rappresentare un evento molto destabilizzante. Quando una persona viene lasciata senza riuscire a dare un senso pieno a ciò che è accaduto, spesso la mente continua a cercare spiegazioni, collegamenti, responsabilità e motivi. È come se non riuscisse ad accettare l'incertezza e tentasse continuamente di ricostruire il passato per trovare una risposta che restituisca sicurezza. Da una prospettiva cognitivo comportamentale, ciò che colpisce nel suo racconto non è tanto il contenuto specifico del pensiero, quanto il rapporto che sembra essersi creato con il dubbio. Il pensiero iniziale potrebbe essere qualcosa come "e se avessi fatto qualcosa che non ricordo?". A quel punto l'attenzione si concentra sulla ricerca di una certezza assoluta. Comincia allora un lavoro mentale molto intenso fatto di analisi, ricostruzioni, controlli, confronti con i ricordi e verifiche. Per qualche istante questo processo può dare un senso di sollievo, ma spesso il risultato finale è che il dubbio torna ancora più forte. Lei stessa descrive molto bene questo meccanismo quando racconta di scorrere le chat per verificare messaggi o di cercare di ricostruire minuziosamente situazioni passate. Non sembra essere una mancanza di memoria il problema principale. Piuttosto, sembra che la sua mente abbia iniziato a considerare qualsiasi margine di incertezza come qualcosa di pericoloso e intollerabile. Purtroppo esiste un aspetto molto insidioso in questi processi. Più si cerca una certezza assoluta, più ci si accorge che tale certezza è impossibile da raggiungere. Nessuno di noi può ricordare ogni singolo dettaglio della propria vita, ogni conversazione, ogni pensiero o ogni comportamento. Eppure, quando si è in uno stato di forte ansia, questa normale impossibilità umana viene interpretata come una prova che forse qualcosa sfugge davvero. È importante notare un elemento che emerge dal suo racconto. Lei non dice di avere prove di aver tradito il partner. Dice di avere paura di averlo fatto e di non ricordarlo. Questa differenza può sembrare sottile, ma psicologicamente è molto significativa. La sofferenza sembra nascere non da un fatto accertato, bensì dall'impossibilità di eliminare completamente il dubbio. Spesso, dopo esperienze emotivamente traumatiche, alcune persone sviluppano una sorta di ipervigilanza verso i propri pensieri e comportamenti. Iniziano a controllarsi continuamente per evitare errori, omissioni o responsabilità. Quello che inizialmente riguarda un ambito specifico può poi estendersi anche ad altri aspetti della vita quotidiana. Per questo motivo non sorprende che lei riferisca di dubitare anche di azioni comuni svolte frettolosamente o con distrazione. Vorrei anche sottolineare un aspetto che considero incoraggiante. Lei racconta che, rispetto a qualche mese fa, l'intensità di questi pensieri si è ridotta. Questo non significa che il problema sia risolto, ma suggerisce che il suo sistema emotivo non è immobile. Ci sono già stati dei cambiamenti, anche se forse più lenti di quanto vorrebbe. Quando si soffre molto si tende a focalizzarsi sulle ricadute e sui momenti difficili, rischiando di perdere di vista i piccoli progressi che nel frattempo stanno avvenendo. Un altro elemento importante è che ha già iniziato un percorso psicologico. Questa scelta merita di essere valorizzata perché affrontare queste esperienze da soli può diventare estremamente faticoso. Talvolta il timore più grande non è nemmeno il contenuto del pensiero, ma la paura che quel pensiero possa accompagnarci per sempre. Eppure l'esperienza clinica mostra che comprendere il funzionamento di questi meccanismi e imparare a rapportarsi in modo diverso ai dubbi può portare a cambiamenti significativi. Più che cercare continuamente di stabilire se il pensiero sia vero o falso, spesso diventa utile comprendere perché quel dubbio abbia assunto un peso così grande, quali paure profonde stia cercando di intercettare e quali schemi personali lo mantengano attivo nel tempo. È proprio questo tipo di lavoro che un percorso psicologico ad orientamento cognitivo comportamentale può favorire, aiutando gradualmente a riconoscere i meccanismi che alimentano il circolo dell'angoscia e della ricerca incessante di rassicurazioni. Da ciò che scrive emerge una persona che sta soffrendo, ma emerge anche una persona che continua a interrogarsi, a cercare di comprendere e a mettersi in discussione. Queste risorse sono preziose. Non interpreti i momenti di ricaduta come la prova di un fallimento. Nei percorsi di cambiamento capita frequentemente che vi siano fasi di miglioramento e momenti in cui alcune paure tornano a farsi sentire. Questo non cancella il percorso già compiuto. Continui a concedersi il tempo necessario per comprendere ciò che sta vivendo e per lavorare sulle radici profonde di questi dubbi. A volte la sofferenza non nasce dal pensiero in sé, ma dalla lotta continua per eliminarlo completamente. Comprendere questo meccanismo può rappresentare un passaggio importante verso una maggiore serenità. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, le consiglio di rivolgersi allo psicologo che già la segue e che quindi la conosce. Cordiali saluti.
Buongiorno, da ciò che descrive sembra che la fine improvvisa della relazione abbia rappresentato un evento molto doloroso, aumentando dubbi e pensieri intrusivi che oggi le provocano molta sofferenza. Quando siamo particolarmente vulnerabili emotivamente, può capitare di mettere in discussione ricordi, decisioni o comportamenti e di cercare continue conferme per sentirsi più tranquilli.
È positivo che abbia già intrapreso un percorso psicologico e che abbia notato un miglioramento nel tempo. La presenza di alti e bassi durante il percorso è comune e non significa che i progressi fatti siano andati persi. Continui a lavorare su questi aspetti insieme al professionista che la segue. Cordiali saluti, dott.ssa Eleonora Acuti
È positivo che abbia già intrapreso un percorso psicologico e che abbia notato un miglioramento nel tempo. La presenza di alti e bassi durante il percorso è comune e non significa che i progressi fatti siano andati persi. Continui a lavorare su questi aspetti insieme al professionista che la segue. Cordiali saluti, dott.ssa Eleonora Acuti
Buongiorno, quello che descrive sembra essere legato sia al dolore per la fine improvvisa della relazione sia a una modalità ansiosa che la porta a dubitare di sé e a cercare continue conferme. I pensieri intrusivi che la spingono a chiedersi se abbia fatto qualcosa di sbagliato, insieme ai controlli e al rimuginio, rischiano di alimentare il circolo dell'angoscia anziché risolverlo.
È importante ricordare che non riuscire a ricordare ogni dettaglio non significa che sia accaduto qualcosa. La ricerca di una certezza assoluta, pur comprensibile, spesso mantiene vivo il dubbio.
Il fatto che l'intensità di questi pensieri sia diminuita nel tempo è un segnale positivo. Continui a lavorare su questi aspetti nel percorso psicologico, concentrandosi non tanto sul contenuto dei pensieri, quanto sul rapporto che ha con essi.
Dopo una relazione di sei anni, cinque mesi sono ancora un tempo relativamente breve. Abbia fiducia nel processo e nei piccoli progressi già fatti!
Un caro saluto,
Dott.ssa Martina Rocchetti
È importante ricordare che non riuscire a ricordare ogni dettaglio non significa che sia accaduto qualcosa. La ricerca di una certezza assoluta, pur comprensibile, spesso mantiene vivo il dubbio.
Il fatto che l'intensità di questi pensieri sia diminuita nel tempo è un segnale positivo. Continui a lavorare su questi aspetti nel percorso psicologico, concentrandosi non tanto sul contenuto dei pensieri, quanto sul rapporto che ha con essi.
Dopo una relazione di sei anni, cinque mesi sono ancora un tempo relativamente breve. Abbia fiducia nel processo e nei piccoli progressi già fatti!
Un caro saluto,
Dott.ssa Martina Rocchetti
Buongiorno, ciò che descrive assomiglia a un circuito molto faticoso: arriva un pensiero intrusivo, lei prova angoscia, cerca di ricordare ogni dettaglio per rassicurarsi, ma proprio questa ricerca finisce per mantenere vivo il dubbio.
Non posso dirle da qui se si tratti o meno di un disturbo ossessivo, anche perché lei ha già un percorso psicologico in corso e la valutazione va fatta dentro quel contesto. Però il meccanismo che racconta è chiaro: il problema non è solo il pensiero “e se avessi tradito?”, ma il tentativo di ottenere una certezza assoluta su qualcosa che la memoria non può garantire al cento per cento.
C’è poi un punto importante: se una persona teme di aver tradito ma non ha ricordi, fatti concreti, emozioni attuali o legami reali che vadano in quella direzione, il rischio è trasformare un dubbio in un processo infinito. La coppia vive di emozioni, scelte e comportamenti reali nel presente, non della necessità di dimostrare ogni giorno di non aver fatto qualcosa che la mente teme. Se invece emergessero fatti, desideri, emozioni o situazioni concrete, allora sarebbe utile guardarli con calma nel percorso psicologico, senza confonderli con il dubbio puro.
Controllare chat, ricostruire situazioni, cercare la prova definitiva può calmare per pochi minuti, ma poi insegna alla mente che quel dubbio merita ancora attenzione. Così il controllo diventa carburante.
Un piccolo passo utile può essere questo: quando arriva il pensiero, provi a non risolverlo subito. Si dica: “È il dubbio che chiede un processo, ma io non devo celebrare ogni processo”. Poi rimandi il controllo, anche solo di dieci minuti. Non per convincersi che sia falso, ma per allenarsi a non obbedire automaticamente al dubbio.
Ne parli apertamente con la professionista o il professionista che la segue, portando proprio questi episodi concreti: pensiero, emozione, controllo, sollievo, ricaduta. È lì che si può lavorare in modo preciso.
Un caro saluto.
Non posso dirle da qui se si tratti o meno di un disturbo ossessivo, anche perché lei ha già un percorso psicologico in corso e la valutazione va fatta dentro quel contesto. Però il meccanismo che racconta è chiaro: il problema non è solo il pensiero “e se avessi tradito?”, ma il tentativo di ottenere una certezza assoluta su qualcosa che la memoria non può garantire al cento per cento.
C’è poi un punto importante: se una persona teme di aver tradito ma non ha ricordi, fatti concreti, emozioni attuali o legami reali che vadano in quella direzione, il rischio è trasformare un dubbio in un processo infinito. La coppia vive di emozioni, scelte e comportamenti reali nel presente, non della necessità di dimostrare ogni giorno di non aver fatto qualcosa che la mente teme. Se invece emergessero fatti, desideri, emozioni o situazioni concrete, allora sarebbe utile guardarli con calma nel percorso psicologico, senza confonderli con il dubbio puro.
Controllare chat, ricostruire situazioni, cercare la prova definitiva può calmare per pochi minuti, ma poi insegna alla mente che quel dubbio merita ancora attenzione. Così il controllo diventa carburante.
Un piccolo passo utile può essere questo: quando arriva il pensiero, provi a non risolverlo subito. Si dica: “È il dubbio che chiede un processo, ma io non devo celebrare ogni processo”. Poi rimandi il controllo, anche solo di dieci minuti. Non per convincersi che sia falso, ma per allenarsi a non obbedire automaticamente al dubbio.
Ne parli apertamente con la professionista o il professionista che la segue, portando proprio questi episodi concreti: pensiero, emozione, controllo, sollievo, ricaduta. È lì che si può lavorare in modo preciso.
Un caro saluto.
Buongiorno, leggendo la sua descrizione sembra che si sia convinta che questa separazione improvvisa sia causa sua. Deve aver tradito il suo ex compagno e neanche rendersene conto. Probabilmente c'era qualcosa nella relazione che non funzionava da diverso tempo di cui non si è accorta e trovare una spiegazione "concreta" è per la nostra psiche talvolta più semplice. Come le ha detto il terapeuta non credo si tratti di disturbo ossessivo.
Gentile utente,
da quello che descrive emerge un vissuto di forte ansia caratterizzato dalla presenza di pensieri intrusivi e dubbi ricorrenti che la portano a mettere in discussione anche ricordi e azioni della sua quotidianità.
Questi pensieri, soprattutto dopo un evento emotivamente significativo come la fine di una relazione, possono diventare più frequenti e più difficili da gestire, attivando un bisogno di controllo e di verifica (ad esempio ricostruire mentalmente le situazioni o rileggere messaggi).
Il problema, in questi casi, è che i tentativi di ottenere una certezza assoluta tendono spesso ad aumentare il dubbio stesso, alimentando il circolo ansia–controllo–dubbio.
Più che concentrarsi sul contenuto specifico del pensiero, può essere utile iniziare a osservare cosa accade nel momento in cui il pensiero arriva e come si attiva il bisogno di “risolverlo” subito attraverso il controllo o la ricerca di conferme.
È positivo che abbia già intrapreso un percorso psicologico: questo tipo di vissuti, infatti, trova proprio nello spazio terapeutico il contesto più adatto per essere approfondito e trattato in modo continuativo.
Un cordiale saluto.
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
da quello che descrive emerge un vissuto di forte ansia caratterizzato dalla presenza di pensieri intrusivi e dubbi ricorrenti che la portano a mettere in discussione anche ricordi e azioni della sua quotidianità.
Questi pensieri, soprattutto dopo un evento emotivamente significativo come la fine di una relazione, possono diventare più frequenti e più difficili da gestire, attivando un bisogno di controllo e di verifica (ad esempio ricostruire mentalmente le situazioni o rileggere messaggi).
Il problema, in questi casi, è che i tentativi di ottenere una certezza assoluta tendono spesso ad aumentare il dubbio stesso, alimentando il circolo ansia–controllo–dubbio.
Più che concentrarsi sul contenuto specifico del pensiero, può essere utile iniziare a osservare cosa accade nel momento in cui il pensiero arriva e come si attiva il bisogno di “risolverlo” subito attraverso il controllo o la ricerca di conferme.
È positivo che abbia già intrapreso un percorso psicologico: questo tipo di vissuti, infatti, trova proprio nello spazio terapeutico il contesto più adatto per essere approfondito e trattato in modo continuativo.
Un cordiale saluto.
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Gentile, grazie per aver condiviso la tua esperienza. Sicuramente il senso di smarrimento dovuto alla rottura improvvisa di una relazione, può generare molta sofferenza e l'intensa ricerca di ragioni che la giustifichino.
Tuttavia, il modo in cui descrivi - sia per qualità che per frequenza - i tuoi pensieri intrusivi potrebbe andare oltre la semplice ricerca di spiegazioni e/o fase di metabolizzazione di separazione. I pensieri intrusivi, i dubbi e il bisogno di ricercare attivamente prove che li disconfermino (rileggendo le chat), sembrano tutti elementi compatibili con un quadro ossessivo. Naturalmente, per formulare qualsiasi ipotesi diagnostica sarebbe necessario conoscere più approfonditamente la tua storia personale, clinica e il modo in cui si sono manifestate le difficoltà ansiose in passato.
In ogni caso, il fatto che tu sia seguita da un professionista e che tu abbia già potuto notare dei miglioramenti, è molto incoraggiante.
Per qualsiasi altro dubbio, resto a disposizione
Dott.ssa Desirèe Pesce.
Tuttavia, il modo in cui descrivi - sia per qualità che per frequenza - i tuoi pensieri intrusivi potrebbe andare oltre la semplice ricerca di spiegazioni e/o fase di metabolizzazione di separazione. I pensieri intrusivi, i dubbi e il bisogno di ricercare attivamente prove che li disconfermino (rileggendo le chat), sembrano tutti elementi compatibili con un quadro ossessivo. Naturalmente, per formulare qualsiasi ipotesi diagnostica sarebbe necessario conoscere più approfonditamente la tua storia personale, clinica e il modo in cui si sono manifestate le difficoltà ansiose in passato.
In ogni caso, il fatto che tu sia seguita da un professionista e che tu abbia già potuto notare dei miglioramenti, è molto incoraggiante.
Per qualsiasi altro dubbio, resto a disposizione
Dott.ssa Desirèe Pesce.
Buongiorno,
dal tuo racconto emerge una grande sofferenza legata alla fine improvvisa della relazione, un evento che sembra aver inciso profondamente sul tuo senso di sicurezza e fiducia in te stessa.
I pensieri che descrivi appaiono particolarmente dolorosi non solo per il loro contenuto, ma anche perché ti portano a mettere continuamente in discussione i tuoi ricordi, le tue intenzioni e persino la percezione che hai di te stessa. Il tentativo di ricostruire con precisione ciò che è accaduto o di cercare continue conferme può offrire un sollievo momentaneo, ma spesso finisce per alimentare ulteriormente il dubbio e l'angoscia. È positivo che tu abbia già intrapreso un percorso psicologico e che abbia notato, nonostante le difficoltà, una riduzione dell'intensità di questi pensieri nel corso dei mesi. Questo suggerisce che un processo di elaborazione sia già in atto, anche se con inevitabili momenti di ricaduta e maggiore vulnerabilità. Più che concentrarsi esclusivamente sull'etichetta diagnostica, potrebbe essere utile comprendere il significato che questi pensieri hanno assunto all'interno della tua storia personale e del momento che stai attraversando. Talvolta, infatti, eventi relazionali particolarmente impattanti possono amplificare fragilità preesistenti legate all'ansia, al bisogno di certezza o alla paura di aver commesso errori.
Se senti che questo vissuto continua a pesare significativamente sulla tua quotidianità, potrebbe essere utile dedicare uno spazio di approfondimento per comprendere meglio le dinamiche che lo sostengono e individuare modalità più efficaci per gestire il dubbio e l'angoscia che ne derivano.
dal tuo racconto emerge una grande sofferenza legata alla fine improvvisa della relazione, un evento che sembra aver inciso profondamente sul tuo senso di sicurezza e fiducia in te stessa.
I pensieri che descrivi appaiono particolarmente dolorosi non solo per il loro contenuto, ma anche perché ti portano a mettere continuamente in discussione i tuoi ricordi, le tue intenzioni e persino la percezione che hai di te stessa. Il tentativo di ricostruire con precisione ciò che è accaduto o di cercare continue conferme può offrire un sollievo momentaneo, ma spesso finisce per alimentare ulteriormente il dubbio e l'angoscia. È positivo che tu abbia già intrapreso un percorso psicologico e che abbia notato, nonostante le difficoltà, una riduzione dell'intensità di questi pensieri nel corso dei mesi. Questo suggerisce che un processo di elaborazione sia già in atto, anche se con inevitabili momenti di ricaduta e maggiore vulnerabilità. Più che concentrarsi esclusivamente sull'etichetta diagnostica, potrebbe essere utile comprendere il significato che questi pensieri hanno assunto all'interno della tua storia personale e del momento che stai attraversando. Talvolta, infatti, eventi relazionali particolarmente impattanti possono amplificare fragilità preesistenti legate all'ansia, al bisogno di certezza o alla paura di aver commesso errori.
Se senti che questo vissuto continua a pesare significativamente sulla tua quotidianità, potrebbe essere utile dedicare uno spazio di approfondimento per comprendere meglio le dinamiche che lo sostengono e individuare modalità più efficaci per gestire il dubbio e l'angoscia che ne derivano.
Buongiorno, premetto che sta già facendo un grande passo scegliendo di intraprendere un percorso psicologico e spero che, tra alti e bassi, troverà il suo equilibrio.
Veniamo al suo dubbio. La nostra psiche può giocarci dei brutti scherzi pur di trovare una ragione plausibile alla sofferenza. Essendo stata lasciata di punto in bianco, è come se la sua testa stesse cercando un colpevole che possa giustificare il comportamento del suo compagno, così forse il dolore diminuirà. Spesso in risposta a situazioni dolorose cerchiamo una motivazione logica, pensando di soffrire di meno ed ecco che inizia il pensiero "se-allora". Ragionare per cause e conseguenze è più semplice, ma purtroppo non sempre è possibile. Dove i pezzi mancano la psiche prova a metterci una pezza e a volte li crea, da lì la nascita del pensiero intrusivo.
Quello che le hanno detto è vero, è una situazione più complessa di un disturbo, anche il lavoro per affrontarlo sarà più complicato, ma è sulla buona strada.
Io non la conosco, non so tutta la sua storia, quindi prenda quello che dico con le pinze, si tratta di una possibile spiegazione teorica, ma spero le sia comunque utile come spunto.
Grazie per aver condiviso con noi quello che sta vivendo e per la sua domanda.
Buona serata
Veniamo al suo dubbio. La nostra psiche può giocarci dei brutti scherzi pur di trovare una ragione plausibile alla sofferenza. Essendo stata lasciata di punto in bianco, è come se la sua testa stesse cercando un colpevole che possa giustificare il comportamento del suo compagno, così forse il dolore diminuirà. Spesso in risposta a situazioni dolorose cerchiamo una motivazione logica, pensando di soffrire di meno ed ecco che inizia il pensiero "se-allora". Ragionare per cause e conseguenze è più semplice, ma purtroppo non sempre è possibile. Dove i pezzi mancano la psiche prova a metterci una pezza e a volte li crea, da lì la nascita del pensiero intrusivo.
Quello che le hanno detto è vero, è una situazione più complessa di un disturbo, anche il lavoro per affrontarlo sarà più complicato, ma è sulla buona strada.
Io non la conosco, non so tutta la sua storia, quindi prenda quello che dico con le pinze, si tratta di una possibile spiegazione teorica, ma spero le sia comunque utile come spunto.
Grazie per aver condiviso con noi quello che sta vivendo e per la sua domanda.
Buona serata
Gentile utente, grazie per la sua condivisione. Dalle sue parole emergono diversi spunti di riflessione; innanzitutto, le domanderei se il suo ex partner le abbia fornito delle motivazioni quando ha deciso di interrompere la relazione e, se sì, quali siano state. Pensa che questi pensieri intrusivi possano avere qualche collegamento con quelle spiegazioni o con eventuali dubbi che la separazione ha lasciato aperti?
Mi domando anche quando siano comparsi per la prima volta questi pensieri: sono iniziati subito dopo la fine della relazione oppure erano presenti, magari in forma diversa, anche prima? In quel periodo, oltre alla sofferenza per la separazione, come stava emotivamente?
Da ciò che racconta sembra che il dubbio e la ricerca di conferme assumano un ruolo importante nel mantenere il disagio. In alcune fasi della vita, specialmente in momenti di forte stress emotivo, vulnerabilità o sofferenza, certi pensieri e alcuni comportamenti di controllo possono diventare più presenti e intensi. Tuttavia, più che concentrarsi sull'etichetta diagnostica, può essere utile comprendere quale significato abbiano per lei questi pensieri e quale funzione stiano svolgendo in questo momento della sua vita.
Mi sembra importante anche ciò che le ha suggerito la sua psicologa, definendo ciò che sta vivendo "complesso": è importante provare gradualmente a esplorare e comprendere cosa alimenti questo stato di malessere, quali emozioni vi siano sottostanti e quali ferite possano essere state riattivate dalla fine della relazione. Questo lavoro richiede tempo, ma il fatto che lei abbia già notato una diminuzione dell'intensità dei pensieri nel corso dei mesi è un elemento significativo. Continui a concedersi la possibilità di attraversare questo percorso con pazienza, riconoscendo sia le difficoltà sia i piccoli cambiamenti che stanno già avvenendo.
Mi domando anche quando siano comparsi per la prima volta questi pensieri: sono iniziati subito dopo la fine della relazione oppure erano presenti, magari in forma diversa, anche prima? In quel periodo, oltre alla sofferenza per la separazione, come stava emotivamente?
Da ciò che racconta sembra che il dubbio e la ricerca di conferme assumano un ruolo importante nel mantenere il disagio. In alcune fasi della vita, specialmente in momenti di forte stress emotivo, vulnerabilità o sofferenza, certi pensieri e alcuni comportamenti di controllo possono diventare più presenti e intensi. Tuttavia, più che concentrarsi sull'etichetta diagnostica, può essere utile comprendere quale significato abbiano per lei questi pensieri e quale funzione stiano svolgendo in questo momento della sua vita.
Mi sembra importante anche ciò che le ha suggerito la sua psicologa, definendo ciò che sta vivendo "complesso": è importante provare gradualmente a esplorare e comprendere cosa alimenti questo stato di malessere, quali emozioni vi siano sottostanti e quali ferite possano essere state riattivate dalla fine della relazione. Questo lavoro richiede tempo, ma il fatto che lei abbia già notato una diminuzione dell'intensità dei pensieri nel corso dei mesi è un elemento significativo. Continui a concedersi la possibilità di attraversare questo percorso con pazienza, riconoscendo sia le difficoltà sia i piccoli cambiamenti che stanno già avvenendo.
Ciao, da quello che descrivi emerge un quadro che, senza fare diagnosi, ricorda molto un circolo tipico di ansia con pensieri intrusivi e bisogno di “certezza assoluta” attraverso il ricordo e il controllo.
Dopo una rottura improvvisa e vissuta come traumatica, è abbastanza frequente che la mente entri in uno stato di iper-allerta: cerca spiegazioni, ricostruzioni, “prove” e soprattutto cerca di eliminare il dubbio. In alcune persone questo si manifesta proprio con pensieri intrusivi del tipo “e se avessi fatto qualcosa che non ricordo?”, anche quando non c’è una base reale che li supporti.
Il punto centrale non è tanto il contenuto del pensiero, quanto il meccanismo che si attiva:
arriva il pensiero intrusivo
aumenta l’ansia
cerchi di verificare o ricordare con precisione (chat, ricostruzioni mentali, analisi dei dettagli)
ma la memoria non può darti certezza assoluta
il dubbio resta → e il ciclo si rinforza
Questo tipo di funzionamento è molto simile a ciò che in clinica si osserva nei disturbi ossessivi o nei cosiddetti “dubbi patologici”, ma può comparire anche in quadri ansiosi legati a stress emotivo e attaccamento, senza che ci sia necessariamente un disturbo strutturato.
Un aspetto importante che hai già intuito è che i comportamenti di controllo (come rileggere chat o ricostruire eventi) nel breve ti danno sollievo, ma nel lungo periodo alimentano proprio il dubbio e la necessità di controllare ancora.
Alcuni punti che possono aiutarti a orientarti:
La mente ansiosa tende a scambiare un pensiero per una possibilità reale (“se lo penso, allora potrebbe essere vero”)
La memoria non funziona come un archivio perfetto: più la forzi, più diventa incerta
Il problema non è “trovare la risposta giusta”, ma imparare a tollerare la presenza del dubbio senza doverlo risolvere subito
Il fatto che i pensieri siano diminuiti è un segnale positivo: indica che il sistema si sta progressivamente stabilizzando
Nel percorso psicologico, può essere utile lavorare in modo mirato su:
gestione dei pensieri intrusivi (tecniche di defusione cognitiva)
riduzione graduale dei comportamenti di controllo e rassicurazione
tolleranza dell’incertezza
rielaborazione emotiva della rottura, che probabilmente ha avuto un impatto traumatico sul piano dell’attaccamento
È comprensibile anche la paura di “restare incastrata”, ma spesso questa è parte stessa del meccanismo ansioso: più cerchi di uscirne con il controllo mentale, più sembra forte.
Dal momento che hai già intrapreso un percorso psicologico, può essere utile condividere in modo molto esplicito con il tuo terapeuta questi aspetti (soprattutto il ciclo dubbio–controllo–angoscia), per lavorarci in modo ancora più mirato e strutturato.
In ogni caso, quando i pensieri intrusivi diventano così persistenti e impattanti sulla qualità della vita, è consigliabile approfondire con uno specialista per un inquadramento più preciso e per costruire un intervento su misura.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dopo una rottura improvvisa e vissuta come traumatica, è abbastanza frequente che la mente entri in uno stato di iper-allerta: cerca spiegazioni, ricostruzioni, “prove” e soprattutto cerca di eliminare il dubbio. In alcune persone questo si manifesta proprio con pensieri intrusivi del tipo “e se avessi fatto qualcosa che non ricordo?”, anche quando non c’è una base reale che li supporti.
Il punto centrale non è tanto il contenuto del pensiero, quanto il meccanismo che si attiva:
arriva il pensiero intrusivo
aumenta l’ansia
cerchi di verificare o ricordare con precisione (chat, ricostruzioni mentali, analisi dei dettagli)
ma la memoria non può darti certezza assoluta
il dubbio resta → e il ciclo si rinforza
Questo tipo di funzionamento è molto simile a ciò che in clinica si osserva nei disturbi ossessivi o nei cosiddetti “dubbi patologici”, ma può comparire anche in quadri ansiosi legati a stress emotivo e attaccamento, senza che ci sia necessariamente un disturbo strutturato.
Un aspetto importante che hai già intuito è che i comportamenti di controllo (come rileggere chat o ricostruire eventi) nel breve ti danno sollievo, ma nel lungo periodo alimentano proprio il dubbio e la necessità di controllare ancora.
Alcuni punti che possono aiutarti a orientarti:
La mente ansiosa tende a scambiare un pensiero per una possibilità reale (“se lo penso, allora potrebbe essere vero”)
La memoria non funziona come un archivio perfetto: più la forzi, più diventa incerta
Il problema non è “trovare la risposta giusta”, ma imparare a tollerare la presenza del dubbio senza doverlo risolvere subito
Il fatto che i pensieri siano diminuiti è un segnale positivo: indica che il sistema si sta progressivamente stabilizzando
Nel percorso psicologico, può essere utile lavorare in modo mirato su:
gestione dei pensieri intrusivi (tecniche di defusione cognitiva)
riduzione graduale dei comportamenti di controllo e rassicurazione
tolleranza dell’incertezza
rielaborazione emotiva della rottura, che probabilmente ha avuto un impatto traumatico sul piano dell’attaccamento
È comprensibile anche la paura di “restare incastrata”, ma spesso questa è parte stessa del meccanismo ansioso: più cerchi di uscirne con il controllo mentale, più sembra forte.
Dal momento che hai già intrapreso un percorso psicologico, può essere utile condividere in modo molto esplicito con il tuo terapeuta questi aspetti (soprattutto il ciclo dubbio–controllo–angoscia), per lavorarci in modo ancora più mirato e strutturato.
In ogni caso, quando i pensieri intrusivi diventano così persistenti e impattanti sulla qualità della vita, è consigliabile approfondire con uno specialista per un inquadramento più preciso e per costruire un intervento su misura.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Gentile utente, premetto che una singola domanda anonima non fornisce elementi sufficienti per formulare una diagnosi. Tuttavia, dai pochi elementi che descrive, sembrerebbero emergere alcune caratteristiche che possono ricordare il funzionamento del disturbo ossessivo-compulsivo. In genere, tutti noi sperimentiamo pensieri indesiderati o strani nel corso della giornata. Ciò che caratterizza le ossessioni non è tanto il contenuto del pensiero, quanto il fatto che questi pensieri diventino intrusivi, persistenti, difficili da ignorare e fonte di intenso disagio. Spesso, per ridurre l'ansia generata da tali pensieri, la persona mette in atto comportamenti o rituali, mentali o concreti, chiamati compulsioni. Le compulsioni hanno lo scopo di alleviare il disagio e, nell'immediato, effettivamente producono una riduzione dell'ansia. Tuttavia, nel lungo periodo, finiscono per mantenere e rafforzare il problema, aumentando il bisogno di ripetere sempre più spesso questi comportamenti. L'ansia rappresenta infatti uno dei motori principali del disturbo ossessivo-compulsivo. Detto questo, per comprendere se si tratti realmente di un DOC oppure di altre difficoltà psicologiche, è necessario un assessment clinico accurato. Sarebbe importante capire, ad esempio, sulla base di quali elementi il suo terapeuta stia escludendo oppure considerando questa e altre possibili ipotesi diagnostiche. Se dovesse trattarsi di un disturbo ossessivo-compulsivo, la terapia cognitivo-comportamentale è attualmente considerata uno dei trattamenti di elezione e dispone di protocolli specifici che hanno dimostrato una solida efficacia nel trattamento di questa problematica. Le auguro il meglio e resto a disposizione. Dott.ssa Arianna Savastio
Cara utente, dal suo racconto emerge quanto doloroso sia stato accogliere la fine di una relazione evidentemente per lei importante. Il modo improvviso con cui è avvenuta la rottura indubbiamente può aver avuto un ruolo nello sviluppo dei sintomi di cui riferisce. L’essere umano è tendenzialmente incline a cercare spiegazioni razionali rispetto ad accadimenti di cui non comprende la causa. Quello che lei definisce “loop” di pensieri intrusivi potrebbe avere origine nel suo bisogno di trovare una ragione al vissuto che si è trovata ad affrontare senza preavviso. Il sistema psichico si attiva con le risorse che ha a disposizione per proteggersi e trovare una strategia più o meno funzionale ad affrontare l’emergenza. Col tempo questa strategia può non essere più utile al funzionamento generale e si rende necessaria la ricerca di un nuovo e più sano equilibrio, che possa integrare la nuova condizione, non voluta, ma reale.
Scrive che è già seguita dal punto di vista psicologico. Sono certa che, nella relazione terapeutica, troverà insieme all’altro/a, le risposte che cerca, non senza sofferenza, e mi pare ne sia consapevole. Il cammino prevede per tutti momenti di riflessione e di dolore, anche intensi, ma è solo così che ci si conosce meglio e si impara ad avere uno sguardo diverso sulla realtà esterna e sul vissuto interiore.
Un caro saluto
Scrive che è già seguita dal punto di vista psicologico. Sono certa che, nella relazione terapeutica, troverà insieme all’altro/a, le risposte che cerca, non senza sofferenza, e mi pare ne sia consapevole. Il cammino prevede per tutti momenti di riflessione e di dolore, anche intensi, ma è solo così che ci si conosce meglio e si impara ad avere uno sguardo diverso sulla realtà esterna e sul vissuto interiore.
Un caro saluto
Salve,
Il trauma che lei ha vissuto in seguito alla fine della sua relazione sembrerebbe aver rappresentato una vera e propria frattura. Mi colpisce però un aspetto: la domanda che torna riguarda il tentativo di capire se questi pensieri siano un disturbo ossessivo oppure no. Domanda di conoscere qualcosa di più “sull’argomento”. Eppure, nel contenuto dei suoi pensieri, emerge il rapporto che lei si trova ad avere con il dubbio. Come se quest’ultimo non riguardasse soltanto un possibile tradimento (quindi la possibilità di attribuirsi una colpa rispetto alla fine della relazione, una motivazione di senso), ma qualcosa di più: la possibilità di fidarsi di sé stessa. Ripartirei da qui.
Resto disponibile anche per un consulto online, Dott.ssa Jessica Servidio.
Il trauma che lei ha vissuto in seguito alla fine della sua relazione sembrerebbe aver rappresentato una vera e propria frattura. Mi colpisce però un aspetto: la domanda che torna riguarda il tentativo di capire se questi pensieri siano un disturbo ossessivo oppure no. Domanda di conoscere qualcosa di più “sull’argomento”. Eppure, nel contenuto dei suoi pensieri, emerge il rapporto che lei si trova ad avere con il dubbio. Come se quest’ultimo non riguardasse soltanto un possibile tradimento (quindi la possibilità di attribuirsi una colpa rispetto alla fine della relazione, una motivazione di senso), ma qualcosa di più: la possibilità di fidarsi di sé stessa. Ripartirei da qui.
Resto disponibile anche per un consulto online, Dott.ssa Jessica Servidio.
Buongiorno,
La fine di una relazione viene percepita dalla nostra mente esattamente come un lutto, si sperimenta la perdita della persona amata, delle aspettative riposte nella relazione, dei progetti futuri insieme.
Non so se la fine sia stata chiara, se le è stato ben spiegato perchè la relazione è stata interrotta. Dalle sue parole mi sembra che quelli che lei chiama "pensieri intrusivi" siano degli strumenti per darsi una spiegazione alla fine del rapporto. Come se lei volesse trovare la causa che ha portato il suo partner a compiere questa scelta.
Entrare nel loop di cui scrive è un tentativo di ridurre il dubbio.
Il fatto che lei riesca a riconoscere questi pensieri e che nel tempo siano diminuiti è sicuramente un segnale positivo. Ha già fatto un passo importante iniziando un percorso psicologico, nel frattempo potrebbe provare a riconoscere questi pensieri per ciò che sono: eventi mentali, non fatti.
Spero di esserle stata utile e resto a sua disposizione,
Dott.ssa Maryviol De Bernardi
La fine di una relazione viene percepita dalla nostra mente esattamente come un lutto, si sperimenta la perdita della persona amata, delle aspettative riposte nella relazione, dei progetti futuri insieme.
Non so se la fine sia stata chiara, se le è stato ben spiegato perchè la relazione è stata interrotta. Dalle sue parole mi sembra che quelli che lei chiama "pensieri intrusivi" siano degli strumenti per darsi una spiegazione alla fine del rapporto. Come se lei volesse trovare la causa che ha portato il suo partner a compiere questa scelta.
Entrare nel loop di cui scrive è un tentativo di ridurre il dubbio.
Il fatto che lei riesca a riconoscere questi pensieri e che nel tempo siano diminuiti è sicuramente un segnale positivo. Ha già fatto un passo importante iniziando un percorso psicologico, nel frattempo potrebbe provare a riconoscere questi pensieri per ciò che sono: eventi mentali, non fatti.
Spero di esserle stata utile e resto a sua disposizione,
Dott.ssa Maryviol De Bernardi
Gentile utente, mi dispiace tanto per ciò che ha descritto. Potrebbe essere utile lavorare inizialmente sul sintomo con tecniche come l'EMDR per abbassare la risonanza emotiva e poi anche su altro se necessario.
Intervenire subito è fondamentale affinché ci sia una rielaborazione dell'evento.
arei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Intervenire subito è fondamentale affinché ci sia una rielaborazione dell'evento.
arei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
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