Buongiorno, sono un genitore di un ragazzo adulto a cui è stata diagnosticata adhd. Purtroppo lui mi

28 risposte
Buongiorno, sono un genitore di un ragazzo adulto a cui è stata diagnosticata adhd. Purtroppo lui mi vuole tener fuori e vuole gestire tutto da solo. Non so come comportarmi e come aiutarlo. Quando era bambino non abbiamo mai avuto nessun sentore in merito e purtroppo non siamo intervenuti prima. Da quando ho saputo che mio figlio soffre di adhd ho un tarlo fisso di capire come poter intervenire per aiutarlo e non commettere errori che possano influire sulla sua situazione. Specifico che sta gestendo da solo le visite per la prognosi e tutto il resto. L'unica cosa dove mi ha fatto partecipe è il fatto che gli è stata diagnosticata.
Chiedo gentilmente un consiglio in merito.
Grazie
Dott.ssa Susanna Scainelli
Psicologo, Psicologo clinico, Neuropsicologo
Albino
Buongiorno, prima di tutto comprendo quanto questa situazione sia per lei dolorosa e difficile da gestire. Per comprendere il suo vissuto emotivo, rispetto a questo avvenimento e al fatto che suo figlio la escluda, le consiglierei di richiedere un supporto psicologico ad un professionista che saprà accompagnarla in questa fase delicata dal punto di vista relazionale con lui. Se avesse bisogno sono a sua disposizione in presenza o online, per una terapia di tipo relazionale integrata, con il supporto di varie tecniche personalizzate in base al paziente, ai suoi bisogni ed obiettivi con evidenza scientifica. Dott.ssa Susanna Scainelli

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Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Bruino
Buongiorno,
comprendo la sua preoccupazione. È naturale che, davanti a una diagnosi ricevuta in età adulta, un genitore si interroghi su cosa avrebbe potuto fare prima e su come poter essere d’aiuto oggi.
Da quanto descrive, suo figlio sta già affrontando in modo attivo e autonomo il percorso diagnostico e di cura. Questo è un elemento importante e può essere letto come una sua capacità di gestione e responsabilità rispetto alla propria situazione.
In questi casi, il supporto più utile da parte dei genitori è spesso quello di mantenere una presenza disponibile, non intrusiva, lasciando spazio all’autonomia ma comunicando al tempo stesso la propria disponibilità ad esserci quando e se necessario.
Rispetto ai vissuti di colpa per non aver riconosciuto prima le difficoltà, è importante ricordare che molte diagnosi di ADHD vengono poste in età adulta, soprattutto quando i segnali in infanzia non erano evidenti o erano compensati da altre risorse.
Se lo ritiene utile, può essere d’aiuto anche per lei approfondire meglio il tema dell’ADHD nell’adulto, così da sentirsi più orientata nel modo di stare accanto a suo figlio senza invadere il suo percorso.
Un cordiale saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Buongiorno, la prima cosa importante è ricordare che suo figlio è adulto. Questo non significa che lei debba sparire, ma che l’aiuto non può più avere la forma del controllo o della gestione al posto suo.

Il fatto che le abbia comunicato la diagnosi è già un’apertura. Se però le sta dicendo che vuole gestire visite e percorso da solo, quel confine va rispettato. Nell’ADHD dell’adulto il supporto può includere informazioni, strategie quotidiane, eventuali interventi psicologici e, quando indicato, trattamento farmacologico; ma il coinvolgimento dei familiari deve avvenire in modo compatibile con il consenso e il bisogno della persona interessata. Le linee guida NICE indicano infatti di considerare anche bisogni e preoccupazioni dei familiari, ma il percorso resta centrato sulla persona con ADHD.

Il rischio, comprensibile, è che il suo senso di colpa per non essersene accorto prima la spinga a voler recuperare tutto adesso. Ma un figlio adulto può vivere questo come invasione o sfiducia. Più lei cerca di entrare, più lui potrebbe chiudere la porta.

Una posizione utile potrebbe essere questa: non “dimmi tutto così ti aiuto”, ma “rispetto che tu voglia gestirla da solo; non voglio invaderti, però se ti serve un aiuto pratico, un passaggio, una mano con l’organizzazione o semplicemente parlarne, io ci sono”.

È una differenza sottile ma decisiva: non si offre come regista del percorso, ma come base disponibile.

Può anche informarsi sull’ADHD dell’adulto per conto suo, senza trasformare ogni informazione in un consiglio da dargli. Sapere di più può aiutarla a capire, ma non deve diventare un modo per correggerlo. Se sente che il “tarlo fisso” sta diventando ansia, colpa o bisogno continuo di controllare, può essere utile uno spazio di confronto anche per lei come genitore.

La diagnosi non cancella il passato e non significa che voi abbiate necessariamente “sbagliato tutto”. Può però diventare un’occasione per cambiare postura oggi: meno inseguimento, più presenza; meno domande, più ascolto; meno urgenza di intervenire, più rispetto dei tempi.

A volte il modo migliore per aiutare un figlio adulto non è entrare nella sua stanza, ma fargli sapere che la porta di casa resta aperta.

Se vuole, può continuare a scrivere per mettere meglio a fuoco quali comportamenti concreti mantenere con lui, senza oltrepassare i suoi confini.

Un caro saluto.
Dott.ssa Veronica Savio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Medolla
Gentile utente,

si percepisce dalle sue parole molta preoccupazione, ma anche un sincero desiderio di comprendere e aiutare suo figlio. Questo è già un elemento prezioso.

Allo stesso tempo, da ciò che racconta, sembra importante tenere presente un aspetto delicato: suo figlio oggi è un adulto e forse sta cercando, a modo suo, di costruire uno spazio personale nella gestione di ciò che sta vivendo. Ricevere una diagnosi può essere un passaggio molto intimo, che richiede tempo per essere compreso, accolto e integrato dentro di sé.

Capisco il desiderio di “fare qualcosa”, soprattutto pensando che alcuni aspetti possano non essere stati riconosciuti prima. Ma forse qui la domanda potrebbe diventare un’altra: come posso essergli vicino senza invadere il suo spazio?

A volte, soprattutto con i figli adulti, l’aiuto più grande non coincide con il guidare o intervenire, ma con il restare disponibili. Essere una presenza affidabile, non pressante. Un po’ come dire silenziosamente: “Ci sono, se e quando vorrai coinvolgermi”.

Potrebbe essere utile provare a esprimergli apertamente qualcosa del tipo: “Capisco che tu voglia gestire questa cosa in autonomia, rispetto i tuoi tempi. Se vorrai parlarmene o se potrò esserti utile, io ci sono”. Talvolta lasciare spazio non significa allontanarsi, ma offrire fiducia.

Anche per lei potrebbe essere importante trovare un luogo in cui elaborare le emozioni che questa scoperta ha attivato: il senso di colpa, le domande sul passato, il timore di sbagliare. Un breve percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio come accompagnare suo figlio rispettando i suoi confini e, allo stesso tempo, prendersi cura della sua preoccupazione.

Crescere un figlio adulto significa anche imparare un equilibrio nuovo: restare vicini senza trattenere.

Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
Dott.ssa Valentina Mestici
Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Caro utente, capisco la sua preoccupazione per la situazione. L'Adhd non perforza è una dignosi di entità grave, ci sono diverse tipologie di adhd e se non è mai stata fatta diagnosi da piccolo significa che aveva dei buoni strumenti di compensazione. Probabilmente suo figlio ha bisogno di un pò di tempo per metabolizzare la questione e capirsi meglio. Se pensa che possa esserle utile potrebbe partecipare a degli incontri di parent training o avere un confronto con uno specilista che le possa spiegare nel dettaglio l'adhd e che le possa dare gli strumenti per aiutare suo figlio e gestire il momento. Un caro saluto Dott.ssa Valentina Mestici
Dott.ssa Silvia Curia
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno, comprendo la sua preoccupazione e il desiderio di aiutare suo figlio. Allo stesso tempo, essendo un adulto, è importante che possa gestire direttamente il rapporto con i professionisti che lo seguono e decidere autonomamente quanto coinvolgere la famiglia nel proprio percorso.
Il modo migliore per stargli vicino potrebbe essere quello di fargli sapere che è disponibile ad ascoltarlo e a sostenerlo qualora ne sentisse il bisogno, rispettando al tempo stesso i confini che lui sceglie di porre.
Tenga presente anche che l'ADHD non si manifesta allo stesso modo in tutte le persone: esistono diversi livelli di gravità e numerose sfaccettature che vanno comprese caso per caso. Molti adulti con ADHD riescono a vivere una vita soddisfacente e a gestire efficacemente le proprie difficoltà, soprattutto quando acquisiscono una maggiore consapevolezza del proprio funzionamento.
Se sente il bisogno di comprendere meglio come relazionarsi a suo figlio in questa fase, potrebbe essere utile anche per lei confrontarsi con un professionista. Questo non per intervenire nel percorso di suo figlio, ma per trovare modalità che le consentano di essergli vicino nel rispetto della sua autonomia.
In sintesi, gli faccia sentire che c'è e che può contare su di lei, ma lasci a lui la possibilità di stabilire i confini e le modalità del suo coinvolgimento. Spesso, per un figlio adulto, sapere di avere accanto un genitore presente e rispettoso dei suoi tempi rappresenta già un aiuto prezioso.
Le auguro di trovare il giusto equilibrio in questo percorso, sia per suo figlio sia per lei. Un cordiale saluto.
Dott. Davide Martinelli
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Quello che lei sta vivendo è molto comprensibile e, in realtà, piuttosto frequente nei genitori quando arriva una diagnosi in età adulta: da un lato c’è il sollievo del “finalmente ha un nome”, dall’altro una sensazione di colpa retroattiva e il bisogno urgente di “recuperare” ciò che si pensa di aver perso.

La prima cosa importante è questa: il fatto che suo figlio oggi stia gestendo in autonomia visite e percorso non è necessariamente un rifiuto di lei come genitore. Molto spesso, negli adulti con ADHD, c’è il bisogno di riprendere controllo sulla propria vita dopo anni in cui si sono sentiti fraintesi, corretti o “gestiti” dagli altri. Anche quando l’intenzione dei genitori è stata amorevole.

Mi colpisce molto una frase che lei usa: “non siamo intervenuti prima”. Questa è una forma di pensiero molto dura verso sé stessi. Le chiedo: oggi, guardando indietro, sulla base di cosa avrebbe potuto riconoscerlo? E soprattutto, aveva davvero gli strumenti per farlo allora?

Perché spesso si tende a leggere il passato con informazioni che all’epoca non c’erano.

Rispetto a suo figlio, la domanda più utile forse non è “come lo aiuto intervenendo”, ma “che tipo di presenza posso avere che non venga vissuta come invasiva, ma come disponibile”.

Per un adulto con ADHD, il confine tra aiuto e controllo può essere molto sensibile. Quindi una posizione efficace spesso non è entrare nel percorso, ma rendere chiaro qualcosa del tipo: “io ci sono se mi vuoi coinvolgere, senza forzare”.

Le chiedo: suo figlio cosa le ha esplicitamente chiesto, oltre al fatto di essere informata della diagnosi? E soprattutto, come reagisce quando lei prova a chiedere aggiornamenti o a mostrarsi coinvolta?

Un altro punto importante è questo: la sua ansia di “non sbagliare” rischia di portarla proprio a fare troppo. In queste situazioni, spesso il sostegno migliore non è aumentare l’intervento, ma imparare a tollerare la distanza che l’altro sta chiedendo senza interpretarla come rifiuto affettivo.

È una posizione emotivamente molto difficile per un genitore, perché sembra di “lasciare andare”. In realtà è un modo diverso di esserci.

Se vuole, su questi temi lavoro spesso anche in consulenza individuale online con familiari che vivono situazioni simili, proprio per aiutare a capire come stare nella relazione senza entrare in dinamiche che aumentano tensione o senso di colpa da entrambe le parti.
Dott.ssa Silvia Visentin
Psicologo, Psicologo clinico
San Donà di Piave
Buongiorno da quello che scrive emerge che suo figlio sta cercando di far fronte alla diagnosi in modo autonomo. Capisco la sua preoccupazione in quanto genitore, però al tempo stesso ci ha scritto che suo figlio è adulto dunque forse sente di poterla gestire autonomamente proprio perché ormai adulto. La distanza che sente è comprensibile però provi a dire a suo figlio che lei è presente e che può contare su di lei nel momento in cui dovesse aver bisogno. In questo modo lascerà a suo figlio lo spazio della sua autonomia, ma anche un porto sicuro in cui attraccare in caso di bisogno. Le auguro una buona giornata
Dr. Francesco Rossi
Psicologo, Psicologo clinico
Ozzano dell'Emilia
Salve, se è maggiorenne fa bene a lasciargli il proprio spazio, tenendo (da genitore) aperto il canale comunicativo e rimanendo disponibile al dialogo, quando si sentirà pronto sarà lui ad aprirsi; soprattutto in fase di diagnosi e di "metabolizzazione" di questa, diviene fondamentale fornire un supporto delicato che non aggiunga fatica e tensione laddove sicuramente ce n'è già tanta.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Dott.ssa Marianna Erriu
Psicologo, Psicologo clinico
Senorbì
Buonasera, si percepisce quanto tenga a suo figlio e quanto desideri essergli vicino in questo momento. È comprensibile che, dopo aver ricevuto questa notizia, senta il bisogno di capire come aiutarlo e che si interroghi sul passato, ma è importante ricordare che non sempre l'ADHD viene riconosciuto durante l'infanzia, soprattutto quando alcuni segnali sono meno evidenti.
Da ciò che racconta, suo figlio sembra aver scelto di affrontare questo percorso in autonomia. Anche se può essere difficile da accettare come genitore, rispettare questa sua scelta può essere già una forma importante di sostegno. Sapere di poter contare sulla sua presenza, senza sentirsi pressato o controllato, potrebbe aiutarlo a coinvolgerla quando si sentirà pronto.
Più che cercare di intervenire direttamente, potrebbe essere utile fargli sapere che è disponibile ad ascoltarlo, informarsi sull'ADHD e accoglierlo senza giudizio qualora decidesse di condividere qualcosa con lei.
Se sente molta preoccupazione o fatica nel gestire questa situazione, potrebbe essere utile anche per lei confrontarsi con un professionista, così da trovare il modo migliore per accompagnare suo figlio rispettando i suoi tempi e la sua autonomia.
Un caro saluto.
Dott.ssa Beatrice Scutieri
Psicologo, Psicologo clinico
Bollate
Buonasera,
capisco la sua preoccupazione. Quando una diagnosi arriva in età adulta è normale che un genitore si chieda come aiutare e se avrebbe potuto accorgersene prima.
Da quello che racconta, suo figlio sta scegliendo di affrontare questo percorso in autonomia. Anche se può essere difficile, rispettare questa sua esigenza è spesso il modo migliore per sostenerlo. Più che cercare di intervenire, può fargli sapere che è disponibile ad ascoltarlo e ad aiutarlo qualora ne sentisse il bisogno.
Non si colpevolizzi per il passato: molte persone ricevono una diagnosi di ADHD solo in età adulta, anche in famiglie attente e presenti.
Se desidera approfondire come sostenere un figlio adulto con ADHD senza risultare invasivi, resto a disposizione per un confronto.
Mi contatti.

Dott.ssa Elisa Sanna
Psicologo, Psicologo clinico
Varese
Buonasera,
la sua preoccupazione è assolutamente concreta, questo percorso di diagnosi potrebbe essere un passaggio importante per suo figlio per potersi spiegare e comprendere in modo più autentico. Da psicologa che tratta questa sintomatologia mi sento di consigliarle la possibilità di confrontarsi con un professionista con l'obiettivo di trovare una modalità funzionale e concreta che le permetta di raccontare più nel dettaglio chi è suo figlio ed il vostro rapporto, trovando così un equilibrio per stargli accanto senza essere invadente ed intrusivo, ma di supporto in questo momento importante della definizione di sè. Nel campo delle neurodivergenze il lavoro con le famiglie è fondamentale per i fini terapeutici della diagnosi.
Resto a disposizione per altri chiarimenti,
cordiali saluti
Dott.ssa Rosa Russiello
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Arzano
Gentile paziente,
comprendo la Sua preoccupazione e anche il desiderio di fare qualcosa di concreto per Suo figlio. Tuttavia, dal Suo racconto emerge che sta cercando di affrontare personalmente questo percorso e che, almeno per ora, desidera mantenere una certa autonomia.
Più che concentrarsi su ciò che avrebbe potuto fare in passato, forse può essere utile interrogarsi su come essere presente oggi. Una diagnosi non riscrive necessariamente tutta la storia di una persona: spesso aiuta piuttosto a dare un significato nuovo ad alcune difficoltà vissute nel tempo.
Potrebbe fargli sapere che è disponibile ad ascoltarlo, senza forzarlo a condividere più di quanto desideri. Talvolta il sostegno più prezioso non consiste nel trovare soluzioni, ma nel rispettare i tempi dell'altro e rimanere una presenza affidabile.
Anche per Lei questa situazione può essere un'occasione per riflettere sul rapporto con Suo figlio adulto: come stargli vicino senza sostituirsi a lui, come aiutarlo senza invadere il suo spazio. Sono domande importanti, che meritano attenzione tanto quanto la diagnosi stessa.

Un caro saluto
Dott.ssa Elisa Bozzi
Psicologo, Psicologo clinico
Cenaia
Buonasera,
capisco la sua preoccupazione e il desiderio di aiutare suo figlio nel modo migliore possibile. Da ciò che descrive, però, emerge anche un aspetto importante: suo figlio è adulto e sta scegliendo di gestire autonomamente il proprio percorso diagnostico e terapeutico. Rispettare questa sua volontà può essere già una forma significativa di sostegno.
Più che cercare di entrare nei dettagli della sua esperienza con l’ADHD, potrebbe essere utile concentrarsi sul mantenere un rapporto aperto, accogliente e privo di pressioni, facendogli sapere che è disponibile ad ascoltarlo e ad aiutarlo qualora lo desiderasse.
Per gestire dubbi, preoccupazioni e acquisire strumenti utili, può inoltre valutare un percorso psicoeducativo o di supporto genitoriale specifico per familiari di persone con ADHD. Questi percorsi aiutano a comprendere meglio il funzionamento dell’ADHD nell’età adulta, a migliorare la comunicazione e a sostenere la relazione senza invadere gli spazi di autonomia del proprio figlio.
In questo momento, preservare e rafforzare il legame potrebbe essere più importante che ottenere informazioni sulla sua condizione. Spesso, quando una persona si sente rispettata nelle proprie scelte, è più facile che decida spontaneamente di condividere il proprio vissuto.
Augurandovi tutto il meglio, resto a disposizione
Dott.ssa Valentina Dernini
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buonasera, essendo adulto suo figlio ha il diritto di poter gestire la situazione anche da solo. Quello che può fare è solamente rendersi disponibile se ne avesse bisogno e accogliere ciò che suo figlio vorrà condividere. Probabilmente sta ancora cercando di capire lui stesso cosa questa diagnosi comporta.
suo figlio è adulto quindi è giusto farlo procedere in autonomia, capisco il senso di colpa in quanto genitore che non si è accorto e la invito a trovare un suo spazio. lui in questo momento sta affrontando l'arrivo di una diagnosi che c'è sempre stata ma che non sapeva
Dott.ssa Claudia Mancini
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buonasera, da ciò che descrive emerge comprensibilmente preoccupazione e il desiderio di poter fare “la cosa giusta” per suo figlio. Quando una diagnosi arriva in età adulta, è frequente che la persona scelga di gestire in autonomia il percorso, soprattutto per riorganizzare la propria storia e il proprio modo di funzionare senza sentirsi guidata dai familiari. In questi casi, il fatto che suo figlio abbia deciso di tenerla aggiornata sulla diagnosi è già un elemento importante di contatto. Il punto centrale però, sembra proprio questo: al momento suo figlio le sta comunicando un bisogno di autonomia nella gestione del percorso .A volte però ciò che viene vissuto come supporto da chi lo offre, può essere percepito come invasione da chi lo riceve, soprattutto se sta cercando di costruire un proprio senso di autonomia. Quello che in genere si rivela più utile per i genitori è spostare il focus dal “fare qualcosa per risolvere” al “restare una presenza disponibile e non intrusiva”. Questo significa ad esempio, comunicare in modo esplicito ma non pressante la propria disponibilità, lasciando poi a lui la scelta dei tempi e delle modalità. Può essere utile anche tollerare il senso di impotenza che lei descrive: non poter intervenire direttamente non equivale a non poter essere d’aiuto, ma a doverlo essere in una forma diversa, rispettosa dei suoi confini attuali.
Dott.ssa Simona Santoni
Psicologo, Psicologo clinico
Collegno
Buongiorno, grazie per la condivisione. Comprendo la sua preoccupazione e il desiderio di essere d’aiuto a suo figlio. Quando un genitore viene a conoscenza di una diagnosi in età adulta, è frequente ripensare al passato e domandarsi se si sarebbe potuto fare qualcosa prima. Tuttavia, è importante ricordare che molte persone ricevono una diagnosi di ADHD solo in età adulta, soprattutto quando da bambini non presentavano difficoltà particolarmente evidenti o avevano sviluppato strategie efficaci per compensarle.
Da ciò che racconta, suo figlio sembra aver scelto di affrontare personalmente il percorso diagnostico e terapeutico. Sebbene questo possa essere difficile da accettare per un genitore che desidera aiutare, può anche rappresentare un segnale della sua volontà di assumersi la responsabilità della propria situazione e di costruire un percorso autonomo.
In questa fase, uno degli aiuti più importanti potrebbe essere rispettare i suoi tempi e la sua richiesta di autonomia, facendogli però sapere che lei è disponibile qualora desiderasse condividere informazioni, dubbi o difficoltà...
Può essere utile anche informarsi sull’ADHD attraverso fonti affidabili, non tanto per intervenire direttamente, quanto per comprendere meglio alcune possibili difficoltà legate all’attenzione, all’organizzazione, alla gestione delle emozioni o dell’impulsività. Questo le permetterà di essere più preparato nel caso in cui suo figlio decidesse di coinvolgerla maggiormente in futuro.
Più che cercare di “fare qualcosa” immediatamente, potrebbe essere prezioso trasmettergli un messaggio semplice: che è disponibile, che ha fiducia nelle sue capacità e che, se ne avrà bisogno, potrà contare sulla sua presenza.

Un cordiale saluto,
Dottoressa Simona Santoni - Psicologa
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Salve, da ciò che scrive emerge con molta chiarezza quanto lei tenga a suo figlio e quanto stia vivendo questa situazione con partecipazione, preoccupazione e desiderio di fare la cosa giusta. È comprensibile che, dopo aver ricevuto una notizia importante come una diagnosi, un genitore senta il bisogno di informarsi, capire e trovare un modo per essere d'aiuto. Spesso, però, quando si ama qualcuno, il desiderio di intervenire può scontrarsi con il bisogno dell'altra persona di gestire autonomamente il proprio percorso. Da quello che racconta, suo figlio è un adulto e sembra aver scelto di affrontare personalmente gli approfondimenti e le visite. Questo non significa necessariamente che non abbia bisogno della sua presenza o del suo affetto. Talvolta significa semplicemente che una persona sente il bisogno di costruire un proprio spazio di autonomia, soprattutto quando si trova ad affrontare qualcosa che riguarda sé stessa in modo così diretto. In una prospettiva cognitivo comportamentale può essere utile osservare non solo ciò che sta accadendo, ma anche i pensieri che si attivano dentro di lei. Quando scrive di avere un "tarlo fisso" sul capire come intervenire, sembra esserci una forte responsabilità percepita. È possibile che una parte di lei senta di dover recuperare qualcosa che ritiene di non aver visto in passato oppure di dover necessariamente fare qualcosa per proteggerlo. Tuttavia, il rischio è che questa responsabilità diventi così intensa da generare sofferenza e senso di impotenza. Vorrei sottolineare un aspetto importante: il fatto che durante l'infanzia non abbiate avuto particolari sospetti non significa automaticamente che abbiate commesso errori o che abbiate trascurato qualcosa. Molte persone arrivano a comprendere meglio il proprio funzionamento in età adulta e questo non implica necessariamente una mancanza da parte della famiglia. È facile, con il senno di poi, rileggere il passato cercando spiegazioni, ma spesso questo esercizio produce più sensi di colpa che reali risposte. Forse, in questo momento, il modo più utile per aiutarlo non consiste nel cercare di guidare il suo percorso, ma nel fargli percepire che lei è disponibile qualora desiderasse coinvolgerla. Una presenza rispettosa, non invasiva e costante può essere molto preziosa. Sapere di avere accanto qualcuno disposto ad ascoltare senza giudicare, senza forzare e senza sostituirsi può rappresentare una risorsa importante. Mi colpisce anche il fatto che lei si stia interrogando su come non commettere errori. Questo dimostra attenzione e sensibilità. Nessun genitore può essere perfetto e spesso la qualità della relazione non dipende dall'assenza di errori, ma dalla capacità di restare in contatto, ascoltare e adattarsi ai bisogni dell'altro nel corso del tempo. Potrebbe essere utile, inoltre, dedicare uno spazio anche alle sue emozioni. Quando un figlio adulto riceve una diagnosi significativa, non è raro che il genitore attraversi dubbi, paure, domande sul passato e sul futuro. Comprendere meglio queste reazioni può aiutarla a vivere questa fase con maggiore serenità e a trovare un equilibrio tra il desiderio di aiutare e il rispetto dell'autonomia di suo figlio. Se questa preoccupazione dovesse continuare a occupare molto spazio nei suoi pensieri o generare un forte senso di ansia, potrebbe essere utile valutare un percorso di supporto psicologico per sé. Non perché ci sia qualcosa che non va, ma perché avere uno spazio in cui esplorare le proprie emozioni, le proprie aspettative e le dinamiche relazionali può aiutare a comprendere meglio come stare accanto a suo figlio nel modo più efficace e sereno possibile. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Maria Carmela Befani
Psicologo, Psicologo clinico
Firenze
Buongiorno, se suo figlio è maggiorenne e ha deciso di seguire un percorso è opportuno lasciargli lo spazio di confrontarsi con la diagnosi e la gestione delle proposte che sta ricevendo. Se posso darle un consiglio, credo che la cosa migliore è che lei lasci una porta aperta nel caso in cui voglia il suo parere e vicinanza e, se ne sente il bisogno, può provare anche lei a cercare il confronto con uno specialista per elaborare il vissuto rispetto agli anni precenti, in cui non c'era stato il sentore, ma anche per trovare uno spazio per accogliere la diagnosi e poter esserci quando suo figlio ne avrà bisogno.
Un gentile saluto.
Gentile Utente, la ringrazio per aver condiviso le sue preoccupazioni. Da ciò che scrive emerge quanto tenga a suo figlio e quanto desideri essergli vicino in un momento importante della sua vita. Vorrei però rassicurarla su un punto: il fatto che oggi suo figlio stia scegliendo di gestire autonomamente il percorso diagnostico e terapeutico non significa necessariamente che non abbia bisogno di lei o che la stia escludendo per mancanza di fiducia. Potrebbe essere, al contrario, un modo per affermare la propria autonomia e cercare di comprendere meglio se stesso. Comprendo anche il senso di colpa che può emergere quando una diagnosi arriva in età adulta. Tuttavia, molte persone ricevono una diagnosi di ADHD solo da grandi, soprattutto quando da bambini i segnali erano meno evidenti o venivano interpretati diversamente. Con le informazioni di oggi è facile guardare indietro e pensare che si sarebbe potuto fare qualcosa prima, ma è importante ricordare che le scelte del passato sono state fatte con le conoscenze disponibili in quel momento. Forse il modo migliore per aiutarlo non è intervenire direttamente nel percorso che sta costruendo, ma fargli sapere che lei è disponibile, senza pressioni, ad ascoltarlo quando vorrà condividere qualcosa. Può essere utile comunicargli che si fida delle sue capacità di affrontare questa fase e che rimane una presenza stabile a cui rivolgersi in caso di bisogno. Spesso il sostegno più prezioso per un figlio adulto non consiste nel guidarlo, ma nel creare uno spazio relazionale in cui possa sentirsi accolto, compreso e libero di chiedere aiuto quando sarà pronto a farlo. Dott.ssa Silvia Falqui - silviafalqui.it
Dott.ssa Eleonora Lagrotteria
Psicologo, Psicologo clinico
Bologna
Buongiorno. Provo a risponderle in modo sintetico.
Innanzitutto capisco la sua preoccupazione. Quando un figlio riceve una diagnosi, è naturale che un genitore senta il bisogno di capire, aiutare e recuperare magari anche ciò che non è stato visto in passato.
Da quello che racconta, però, suo figlio sembra aver scelto di affrontare questo percorso in modo autonomo. Questo non significa necessariamente che non abbia bisogno di lei o che la stia escludendo affettivamente; può essere il suo modo di cercare di comprendere sé stesso e costruire un senso personale di ciò che sta vivendo.
Forse il sostegno più importante, in questo momento, non è intervenire o trovare soluzioni, ma fargli sapere che lei è disponibile e presente, rispettando al tempo stesso i confini che lui sta cercando di definire. A volte, soprattutto nei figli adulti, sentirsi aiutati significa poter scegliere quando e come chiedere aiuto.
In questo momento potrebbe essere utile chiedersi come restare vicino a suo figlio nel modo in cui lui può accettare e riconoscere questa vicinanza.
Dott.ssa Silvia Balestri
Psicologo, Psicologo clinico
Zocca
Buongiorno, posso immaginare l'impotenza che sta provando nel vedere che non riesce ad essere d'aiuto nel percorso diagnostico e, in generale, nel non sapere come offrire aiuto. Le consiglio di iniziare un percorso di psicoeducazione, per capire meglio la patologia diagnosticata a suo figlio e per capire come gestire al meglio alcuni sintomi che fanno parte di quel quadro psicopatologico. Lo può aiutare comunque nella sua presenza e nel suo ascolto, in modo attivo. Un percorso di psicoeducazione potrebbe aiutarla anche ad accettare la diagnosi e a capire che di fatto è un'etichetta diagnostica, che rispetta come funziona la persona, non cambia nulla rispetto a prima. Il percorso di psicoeducazione può farlo con uno psicologo.
Buona giornata.
Buongiorno,
comprendo la sua preoccupazione, che nasce dall'affetto e dall'attenzione che nutre nei confronti di suo figlio. Quando una persona riceve una diagnosi in età adulta, soprattutto se riguarda aspetti che possono aver influenzato il proprio percorso di vita per molti anni, può trovarsi ad affrontare un processo complesso di comprensione e rielaborazione.
Una diagnosi di ADHD può suscitare emozioni diverse: sollievo per aver trovato una spiegazione ad alcune difficoltà vissute, ma anche confusione, rabbia, tristezza o il bisogno di riconsiderare alcune esperienze passate alla luce di questa nuova consapevolezza. È naturale che questo processo richieda tempo e che ciascuno lo affronti secondo modalità e ritmi personali.
Probabilmente suo figlio sta ancora cercando di comprendere cosa significhi questa diagnosi per lui e come integrarla nella propria immagine di sé. Allo stesso tempo, anche i familiari possono aver bisogno di tempo per elaborare ciò che sta accadendo e capire come essergli vicini nel modo più utile.
In questa fase, uno degli aspetti più importanti che un genitore può offrire è una presenza disponibile, rispettosa e non giudicante. Far sapere a suo figlio che lei è presente, che è disposto ad ascoltarlo quando e se vorrà parlarne, e che rispetterà i suoi tempi, può rappresentare un sostegno molto significativo.
Non sempre l'aiuto passa attraverso il trovare subito le parole giuste o le soluzioni; spesso consiste nel creare uno spazio relazionale sicuro, in cui la persona possa sentirsi accolta nelle proprie emozioni e libera di condividere ciò che sta vivendo quando si sentirà pronta. Sapere di poter contare sulla vicinanza di un genitore può essere una risorsa preziosa durante questo percorso di adattamento e comprensione.
Buongiorno,
il suo stato d’animo è assolutamente comprensibile. Il senso di colpa per non aver capito la situazione prima e il forte desiderio di intervenire oggi sono reazioni del tutto normali per un genitore. Essere esclusi può essere doloroso, soprattutto quando l'intenzione è quella di proteggere e aiutare. Bisogna però considerare che suo figlio oggi è un uomo adulto. Ricevere una diagnosi di ADHD in età adulta è un processo delicato perché se da un lato dà finalmente un nome a fatiche che probabilmente ci si trascinava dietro da anni, dall'altro richiede di rielaborare la propria storia personale. Decidere di gestire le visite e il percorso terapeutico in totale autonomia è, molto probabilmente, il suo modo di dimostrare a sé stesso di poter prendere in mano la propria vita. Spesso, inoltre, i figli scelgono di non coinvolgere i genitori anche per tutelarli, evitando di caricarli di ulteriori preoccupazioni. Visto che suo figlio ha espresso la volontà di muoversi da solo, forzare la mano o insistere per entrare nella gestione della sua salute sarebbe controproducente e rischierebbe di allontanarlo. La strategia più efficace, in questo momento, è rispettare la sua scelta di indipendenza. Può fargli sapere in modo molto sereno che è felice che stia affrontando questo percorso e che ha piena fiducia nelle sue capacità, e che lei resta comunque disponibile per qualsiasi necessità, senza essere invadente. A volte il supporto migliore è quello pratico o semplicemente emotivo, lasciando a lui la scelta di se, quando e come chiedere aiuto. Dimostrargli che si fida della sua maturità è il modo più concreto che ha, oggi, per sostenerlo.
Dott.ssa Rossella Carrara
Psicologo, Psicologo clinico
Bergamo
Buongiorno, se suo figlio è maggiorenne è giusto e legale che si gestisca da solo. Sono se lo vorrà quindi, condividerà il suo percorso con lei, che non può fare altro che essere "accogliente"cnei suoi confronti. Cordiali saluti.
Dott.ssa Francesca Dimarco
Psicologo, Psicologo clinico
Scandicci
Gentile Paziente, come da lei stesso descritto, suo figlio è un Adulto. In quanto tale, ha il diritto, il dovere e la responsabilità di gestire in totale autonomia il suo Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività. Il fatto che lui abbia preso in carico personalmente questa nuova situazione è un fattore altamente positivo, segno di maturità e indipendenza, da incoraggiare vivamente. È perfettamente comprensibile la sua preoccupazione e il desiderio di essere supportivo nei confronti di suo figlio, ma la modalità più supportiva, di aiuto e di cura che può adottare consiste semplicemente nel rispettare la sua volontà, espressa da lui chiaramente in quanto, appunto, persona adulta che possiede tutti gli strumenti per decidere autonomamente e prendersi cura di sè. Inoltre, spesso l'angoscia che emerge quando qualcuno a noi caro sta affrontando qualcosa di complesso rischia talvolta di essere trasformata in qualcosa di dannoso per l'altro, nel caso in cui divenga una modalità opprimente e controllante. Se, invece, viene direzionata positivamente verso l'altro sotto forma di presenza rispettosa ed empatica, senza sconfinare oltre ciò che l'altro esplicitamente richiede, può essere percepita come molto consolante. In sintesi, è probabile che suo figlio apprezzerà maggiormente il suo sostegno se lo percepirà come un "esserci se e quando vorrai o ne avrai bisogno", piuttosto che un "parlami, fatti aiutare, dimmi cosa devo fare" imperativo. È molto più complesso, quando ci si preoccupa per l'altro, riuscire a fare un passo indietro e rispettare i suoi spazi e la sua adultità, mentre è molto più semplice ricoprirlo di azioni, parole, proposte indesiderate che però hanno, in realtà, il fine ultimo di mantenere a bada la nostra agitazione e non, come ci raccontiamo, di essere davvero di aiuto per l'altro, poiché questo non è l'aiuto che ha richiesto.
Spero che questa risposta possa esserle utile.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buongiorno,

quello che descrive è una situazione piuttosto frequente quando una diagnosi arriva in età adulta: da un lato il genitore sente il bisogno di capire e “recuperare” ciò che non si è visto prima, dall’altro il figlio adulto può vivere il percorso diagnostico e terapeutico come uno spazio personale, da gestire in autonomia.

Il primo punto importante è proprio questo: suo figlio è un adulto e ha il diritto di decidere quanto coinvolgere la famiglia nel proprio percorso di cura. Questo non significa che lei debba restare completamente fuori, ma che il suo ruolo cambia rispetto a quando era minore.

Quello che può essere utile, in questa fase, è mantenere una posizione di disponibilità non intrusiva. Può comunicargli, con calma e senza pressioni, che lei è presente, interessata e disponibile ad ascoltare se lui vorrà condividere. A volte frasi semplici come “se avrai voglia di parlarne o di farti aiutare in qualche modo, io ci sono” risultano più efficaci di richieste o tentativi di approfondimento.

È anche importante lavorare sul proprio vissuto emotivo: il senso di colpa per non aver riconosciuto prima i segnali è molto comune nei genitori, ma spesso non è realistico né utile attribuirsi responsabilità su diagnosi che, soprattutto in passato, erano meno conosciute e meno facilmente individuabili. Restare bloccati su questo rischio può rendere più difficile essere una presenza serena e di supporto.

Se suo figlio sta seguendo un percorso diagnostico e/o terapeutico, è probabile che stia già costruendo strumenti per gestire l’ADHD in autonomia. Il suo sostegno, più che “intervenire”, può consistere nell’incoraggiare la continuità delle cure e nel mantenere una relazione aperta e non giudicante.

Se però sente che la preoccupazione, il senso di impotenza o il bisogno di “fare qualcosa” diventano molto intensi, può essere utile anche per lei avere uno spazio di confronto personale, per orientarsi meglio nel nuovo equilibrio relazionale.

In generale, una valutazione più approfondita con uno specialista può aiutare a chiarire come sostenere al meglio suo figlio rispettandone l’autonomia e, allo stesso tempo, riducendo la sua ansia e il suo senso di esclusione.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa

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