Domande del paziente (3350)
Sono una ragazza di 28 anni e sto attraversando un periodo difficile. Di recente ho chiuso una frequentazione, ormai circa due mesi fa, anche se l’ultimo contatto è avvenuto circa un mese fa e sto ancora molto male, ho paura di non riuscire a superarla.
La frequentazione è durata circa 3 mesi e mezzo, anche se gli ultimi due mesi è stata una frequentazione a distanza, per dei miei motivi personali.
Il motivo del mio malessere deriva dal fatto che a me lui piaceva molto e mi ero molto affezionata. Lui via messaggio era sempre presente, ci sentivamo ogni giorno e mi ascoltava anche quando parlavo di momenti stressanti. Di presenza siamo usciti circa dieci volte, durante il mese di frequentazione di presenza. A me sembrava davvero un bel rapporto, ci sentivamo ogni giorno e lui mi dava attenzioni, dimostrava molto interesse nel conoscermi.
Il fatto è che mentre io avevo chiarito che volevo che al momento giusto la cosa si evolvesse in una relazione, lui probabilmente non ha mai voluto una relazione, ma solo una frequentazione così, senza nessun impegno. Mi fa rabbia il fatto che parlandone lui mi aveva detto che anche lui voleva che al momento giusto la cosa si evolvesse in una relazione.
Alla fine è stato lui ad allontanarsi, proprio quando dopo due mesi era arrivato il momento di rivedersi. Ha accampato scuse, dicendo che aveva bisogno di più tempo per capire, di non essere affidabile emotivamente, di non riuscire a lasciarsi andare (non gli piaceva sbilanciarsi) ma non prendendo mai realmente le distanze, dicendo di non volersi allontanare, ma di volerla vivere con leggerezza, senza farsi troppi problemi al momento. Ha preso come scusa anche il fatto di essersi lasciato non molto tempo fa. Quindi alla fine l’ho chiusa io, perché non volevo starci di nuovo male e avevo paura che lui effettivamente non stesse prendendo le cose seriamente.
Lui ha provato a ricontattarmi via messaggio, ma io sono stata molto fredda.
Il problema è che tutt’ora non riesco a superarla. Non riesco a superarla perché mi sembrava che potesse nascerne davvero un bel rapporto. Non capisco se il problema fosse il fatto che non gli piacevo abbastanza, anche se tra noi c’era molta chimica, o se effettivamente lui aveva bisogno di più tempo per via della precedente relazione. O se effettivamente non volesse impegnarsi.
Ho paura di non incontrare mai nessuno che mi ami, perché lui è stata la mia prima “relazione” e nonostante io non mi consideri brutta credo di non piacere in fondo a nessuno, perché non ricevo molta considerazione maschile, o comunque non da qualcuno che mi interessi. Sono sempre stata un po’ introversa, ma non credo sia questo il problema. Non so come superare questa fase. Vorrei conoscere nuove persone ma ho paura di rimanere di nuovo delusa.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che sta vivendo è molto comprensibile, anche se può sembrare sproporzionato rispetto alla durata della frequentazione. In realtà non è tanto il tempo oggettivo a determinare l’intensità del legame, quanto ciò che quella relazione ha rappresentato per lei. Da come lo descrive, non si trattava solo di una conoscenza, ma di qualcosa che aveva iniziato ad assumere un significato importante, fatto di aspettative, possibilità e desiderio di costruire qualcosa di più stabile. Quando si interrompe un legame così, ciò che si perde non è solo la persona, ma anche tutto quello che si era iniziato a immaginare. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è utile osservare come il dolore attuale sia alimentato non solo dai ricordi, ma soprattutto dai pensieri che continuano a ruotare attorno a questa esperienza. Domande come “non gli piacevo abbastanza?”, “troverò mai qualcuno che mi ami?”, “forse c’è qualcosa che non va in me” tendono a mantenere attiva la sofferenza, perché spostano il focus da ciò che è accaduto a una valutazione globale di sé. È come se un episodio diventasse la prova di qualcosa di più grande e definitivo, e questo inevitabilmente amplifica il malessere. Allo stesso tempo, si nota quanto sia rimasto in sospeso qualcosa. Non c’è stata una chiusura chiara da parte sua, ma piuttosto una situazione ambigua, in cui lui sembrava esserci e non esserci. Questo tipo di dinamica spesso lascia più spazio ai dubbi e rende più difficile andare avanti, perché la mente continua a cercare spiegazioni e alternative possibili. Tuttavia, al di là delle motivazioni precise di lui, ciò che emerge con più chiarezza è una differenza tra ciò che lei desiderava e ciò che lui era disposto a offrire in quel momento. Il fatto che sia stata lei a chiudere, nonostante il coinvolgimento, è un elemento importante. Significa che una parte di lei ha riconosciuto un bisogno di tutela, di rispetto verso ciò che desiderava davvero. Questa scelta, anche se dolorosa, va nella direzione di proteggere se stessa da una situazione che rischiava di prolungare l’incertezza e la sofferenza. La paura che descrive, quella di non trovare qualcuno che la ami, è molto comprensibile in questo momento, ma tende a nascere proprio da questo tipo di esperienza. Quando si è feriti, la mente cerca di trarre conclusioni generali per proteggersi, ma spesso queste conclusioni diventano rigide e poco realistiche. Un singolo rapporto, per quanto significativo, non definisce il suo valore né le sue possibilità future. Anche il timore di rimettersi in gioco è coerente con ciò che sta vivendo. Dopo una delusione, è naturale voler evitare di soffrire di nuovo. Tuttavia, evitare completamente espone al rischio di confermare quelle stesse paure nel tempo. Il punto non è forzarsi subito a conoscere nuove persone, ma comprendere come funzionano queste reazioni interne, come si attivano e cosa le mantiene. Un percorso di supporto può aiutarla molto in questo senso, soprattutto per esplorare più a fondo questi schemi di pensiero, le aspettative nelle relazioni e il modo in cui interpreta i comportamenti dell’altro. L’approccio cognitivo comportamentale permette proprio di lavorare su questi aspetti in modo concreto, aiutando a distinguere tra ciò che è accaduto e il significato che le viene attribuito, e favorendo un modo più equilibrato di vivere le relazioni future. Quello che sta provando oggi, per quanto intenso, non è immutabile. Comprendere come si è costruito questo legame e come si è mantenuta la sofferenza può rappresentare un passaggio importante per poter andare avanti in modo più consapevole e meno condizionato dalla paura. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buonasera il mio ex compagno se nè andato di casa dicendo che lo stare male lo portava a fare uso...precisiamo che 5 anni fa avevo trovato qualche traccia sporadica ma mi ha confessato che dalla morte di sua mamma (giugno 2025) è passato da 1,5 gr alla settimana a 8/10gr alla settimana...di preciso l'aumento non so quando è avvenuto ma credo settembre...è 4 settimane fuori casa e dice che non ha più toccato nulla (so che ha anche debiti)...mi chiedevo...possibile che con quella quantità assunta uno smetta così? Non so se crederci...so anche che diventano molto bugiardi...grazie della risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, la situazione che descrive è molto complessa e carica emotivamente, e si percepisce chiaramente quanto sia difficile per lei orientarsi tra ciò che prova, ciò che le viene detto e il dubbio su cosa sia reale e cosa no. Quando si entra in contatto con comportamenti legati all’uso di sostanze, soprattutto all’interno di una relazione affettiva, è normale sentirsi confusi, preoccupati e anche combattuti tra il desiderio di fidarsi e la paura di essere delusi. La sua domanda è molto comprensibile. Più che cercare una risposta assoluta sul fatto che sia possibile o meno smettere improvvisamente, può essere utile spostare leggermente l’attenzione su ciò che questa incertezza sta generando dentro di lei. Il dubbio continuo, il bisogno di capire se credergli oppure no, il tentativo di trovare una certezza possono diventare essi stessi una fonte importante di stress e coinvolgimento emotivo. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, quando ci si trova in situazioni così ambigue, la mente tende a cercare conferme e a colmare i vuoti di informazione, spesso oscillando tra fiducia e sospetto. Questo movimento continuo può portare a rimanere molto agganciati all’altra persona, anche quando la relazione è interrotta o in difficoltà. In un certo senso, l’attenzione resta focalizzata su di lui e sui suoi comportamenti, mentre il suo spazio interno rischia di passare in secondo piano. Un altro aspetto importante riguarda il ruolo che lei sente di avere in questa situazione. Il fatto che lui le racconti certe cose può attivare un senso di responsabilità o di coinvolgimento, come se fosse necessario capire, monitorare o in qualche modo gestire ciò che sta accadendo. Questo è un passaggio delicato, perché rischia di tenerla dentro una dinamica che può diventare molto faticosa e poco protettiva per lei. Al di là della veridicità di ciò che lui dice, che purtroppo non è sempre possibile verificare con certezza, può essere utile chiedersi cosa le fa stare meglio e cosa la espone invece a maggiore sofferenza. Fidarsi ciecamente o diffidare completamente sono due estremi che spesso non risolvono il problema. Piuttosto, può essere più utile costruire una posizione interna che tenga conto dei fatti, ma anche dei suoi bisogni di tutela, serenità e stabilità. In queste situazioni, lavorare su di sé diventa fondamentale. Comprendere come mai si resta così coinvolti, quali pensieri e quali emozioni si attivano, e quali sono i limiti che si desidera porre nelle relazioni può fare una grande differenza. Un percorso di supporto può aiutarla a mettere ordine in tutto questo, a ridurre la confusione e a ritrovare un senso di direzione più chiaro. In particolare, un approccio cognitivo comportamentale può aiutarla a riconoscere i meccanismi che la tengono agganciata a questo dubbio continuo e a sviluppare modalità più funzionali per gestire la situazione. Il suo bisogno di capire è legittimo, ma è altrettanto importante che non diventi qualcosa che la consuma o che la allontana da se stessa. Ritrovare un equilibrio interno, anche in presenza di incertezze esterne, è un obiettivo possibile e importante. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buon pomeriggio
Una ragazza, amica e collega, con la quale c'era molto contatto fisico ,quasi intimo, mi ha raccontato una menzogna.
Per Pasquetta è uscita con dei suoi amici maschi, è andata a ballare ed ha preso l'influenza.
I giorni seguenti a lavoro stava male, non dormiva la notte e si lamentava.
Le chiedevo se era stata da qualche parte, se aveva preso freddo così per aiutarla e capire... Ha negato tutto ed ha detto anche che quel giorno era stata a casa e non capiva come poteva aver preso l'influenza.
Venerdì scorso ho scoperto proprio la verità, gliel'ho detto e lei ha visualizzato e non ha risposto.
Chiaramente ha contagiato anche me perché in quei giorni le sono stato vicino (purtroppo).
Oggi a lavoro, silenzio totale, zero parole.
Come dovrei comportarmi?
Cosa devo pensare?
Sicuramente credo che non abbia interesse altrimenti non si sarebbe comportata e non si comporterebbe così.
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buon pomeriggio, la situazione che descrive può lasciare una sensazione molto spiacevole, fatta non solo di delusione ma anche di confusione. Quando si crea un rapporto con una certa vicinanza, anche fisica ed emotiva, ci si aspetta una coerenza e una sincerità che permettano di sentirsi tranquilli. Quando invece emerge una menzogna, soprattutto su qualcosa che riguarda la quotidianità, è naturale che si attivino pensieri su cosa significhi davvero quel comportamento. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è interessante osservare come da un evento concreto, cioè la bugia e il silenzio successivo, la mente tenda a costruire delle conclusioni piuttosto rapide, come l’idea che non ci sia interesse o che il rapporto non abbia valore per l’altra persona. Questi pensieri sono comprensibili, ma non sempre rappresentano l’unica possibile spiegazione. A volte le persone evitano di dire la verità non tanto per mancanza di interesse, ma per imbarazzo, per paura del giudizio o per il timore di esporsi troppo in una relazione che non sanno bene come gestire. Questo non significa giustificare il comportamento, che può comunque essere percepito come poco rispettoso, ma aiuta a non ridurre tutto a un’unica interpretazione che rischia di farla stare peggio. Il silenzio che sta ricevendo ora può aumentare ulteriormente il disagio, perché lascia spazio a molte ipotesi senza avere un confronto diretto. Un altro aspetto importante riguarda il modo in cui questa situazione la coinvolge. Il fatto che lei si sia preso cura di lei quando stava male, e che poi si ritrovi senza spiegazioni, può far emergere un senso di ingiustizia o di non riconoscimento. Questo è un punto significativo, perché parla anche dei suoi bisogni all’interno delle relazioni, come il desiderio di reciprocità e chiarezza. In questi casi può essere utile provare a riportare l’attenzione su ciò che è sotto il suo controllo, cioè il modo in cui scegliere di porsi ora. Più che cercare di indovinare cosa pensa o cosa prova l’altra persona, può essere più funzionale chiedersi quale tipo di rapporto desidera e quali comportamenti è disposto ad accettare. Questo permette di uscire da una posizione passiva, in cui si resta in attesa di una risposta, e di assumere una posizione più attiva e coerente con i propri valori. Se ci sarà uno spazio di confronto, potrà essere utile esprimere come si è sentito, senza necessariamente accusare, ma mettendo in evidenza l’effetto che quella situazione ha avuto su di lei. Se invece il silenzio dovesse continuare, anche questo rappresenta comunque una forma di comunicazione che può essere letta come indicativa del livello di disponibilità dell’altra persona. Situazioni come questa, anche se possono sembrare circoscritte, spesso attivano dinamiche più profonde legate al modo in cui si vivono le relazioni, alle aspettative e alle interpretazioni che si danno ai comportamenti degli altri. Per questo motivo, un percorso di supporto può essere uno spazio utile per comprendere meglio questi meccanismi e sviluppare modalità più chiare e soddisfacenti di stare in relazione. Un approccio cognitivo comportamentale può aiutare proprio a lavorare su questi collegamenti tra pensieri, emozioni e comportamenti, rendendo più semplice orientarsi anche in situazioni ambigue come questa. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Il mio ragazzo fuma e lo facevamo anche insieme e io sono incinta di 26 settimane quindi dalla scoperta cambio vita lui diceva di volere il bambino e che era contento ma poi ha cominciato a vivere per strada e io sono stata con lui a causa di vari litigi con nostre famiglie fin che ho potuto poi sono tornata da mio padre e mi ha accusata di averlo lasciato solo e che se non fossi andata con lui mi avrebbe lasciata.. non si fa sentire per settimane e mi ha contattata dopo 15 giorni per chiedere della gravidanza alla mia risposta "stiamo bene" non ha risposto ed è scomparso di nuovo.. senza lui soffro ma dovrà capire in qualche modo gli errori che sta commettendo è che è lui a lasciarmi sola e a non aiutarmi su nulla.. l' unica cosa che ha fatto mi ha accompagnato una volta a una visita e poi si è messo anche ad urlare per poi andare via però poi dice che non vede l'ora di vedere il figlio e che ci ama e poi di nuovo scappa..mi confonde
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, la situazione che sta vivendo è molto delicata e comprensibilmente carica di emozioni contrastanti. Da una parte c’è il legame affettivo con il suo compagno, dall’altra ci sono comportamenti che la fanno sentire sola, confusa e poco sostenuta proprio in un momento così importante della sua vita. È naturale che questo crei sofferenza e anche un senso di disorientamento. Nel suo racconto emerge un’alternanza molto forte tra parole e comportamenti. Da un lato lui dice di voler esserci, di amare lei e il bambino, dall’altro però si allontana, sparisce, reagisce con rabbia o la mette di fronte a ricatti emotivi. Questo tipo di incoerenza è uno degli aspetti più difficili da gestire, perché tende a mantenere viva la speranza e allo stesso tempo genera instabilità. È proprio questa oscillazione che spesso porta a sentirsi confusi, come se non si riuscisse mai a capire davvero dove si è nella relazione. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è importante distinguere tra ciò che viene detto e ciò che concretamente accade. La mente tende a dare molto peso alle parole, soprattutto quando rispondono a un bisogno affettivo forte, come quello di sentirsi amate e sostenute. Tuttavia, sono i comportamenti nel tempo a dare indicazioni più affidabili sulla direzione di una relazione. Quando questi sono discontinui o assenti, è comprensibile che si attivino pensieri come il dubbio, la speranza che cambi, o la paura di perderlo, e tutto questo può rendere ancora più difficile prendere una posizione chiara. In questo momento, però, c’è anche un altro elemento centrale che merita attenzione, ed è lei. Sta affrontando una gravidanza, con tutti i cambiamenti fisici ed emotivi che comporta, e avrebbe bisogno di stabilità, presenza e supporto. Il fatto che si trovi invece a dover gestire anche questa incertezza relazionale può aumentare molto il carico emotivo. Può essere utile iniziare a spostare gradualmente il focus da lui a se stessa, chiedendosi cosa le fa bene, cosa la fa stare al sicuro, quali sono i suoi bisogni in questa fase. Non è una scelta semplice, perché il legame affettivo continua a essere presente, ma è un passaggio importante per non restare intrappolata in una dinamica che la fa soffrire. Il fatto che lei dica che “dovrà capire i suoi errori” è comprensibile, ma allo stesso tempo la espone al rischio di restare in attesa di un cambiamento che, al momento, non dipende da lei. Questo può mantenere viva una speranza che la tiene legata alla situazione, senza darle però una reale stabilità. In momenti come questo, può essere davvero utile avere uno spazio in cui poter elaborare tutto ciò che sta vivendo, dare un senso alle emozioni e comprendere i meccanismi che la portano a restare così coinvolta nonostante la sofferenza. Un percorso di supporto può aiutarla a rafforzare il suo senso di sicurezza, a chiarire i suoi bisogni e a costruire scelte più protettive per sé e per il bambino. Un approccio cognitivo comportamentale, in particolare, può aiutarla a riconoscere i pensieri e le dinamiche che alimentano questa confusione e a trovare un modo più stabile di stare nella situazione. Non è semplice, ma è possibile uscire da questa sensazione di smarrimento e ritrovare una direzione più chiara e più rispettosa di ciò che lei sta vivendo. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve, quando passo davanti a un parco dove mi portavano da piccolo, mi viene a volte una stretta al petto o nella zona fra il petto e il diaframma. A volte è un po' più forte, però non mi viene da scappare, cioè c'è e mi viene anche il respiro un po più lungo però non mi viene da andarmene ma anzi di rimanerci. Che cosa vuol dire? Sono sintomi di un luogo che è stato positivo per me oppure no?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, quello che descrive è un’esperienza molto interessante e anche significativa dal punto di vista emotivo. Il fatto che un luogo riesca ad attivare nel corpo delle sensazioni così precise, come una stretta al petto o un cambiamento nel respiro, indica che quel posto è associato a qualcosa di importante nella sua storia personale. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è utile pensare che il nostro corpo e la nostra mente funzionano come una rete di collegamenti. I luoghi, gli odori, le immagini possono diventare dei veri e propri “attivatori” di emozioni e ricordi, anche a distanza di anni. Non è necessario che lei stia pensando attivamente a qualcosa: a volte è il contesto stesso a richiamare vissuti interni che si manifestano attraverso il corpo. La sensazione che descrive non è necessariamente da interpretare come positiva o negativa in senso assoluto. Piuttosto, può essere vista come un segnale di attivazione emotiva. Potrebbe esserci una componente di nostalgia, di tenerezza, di malinconia, oppure un misto di più emozioni insieme. Il corpo, in questi casi, spesso anticipa o accompagna ciò che a livello mentale non è ancora del tutto definito. Un elemento molto importante che lei riporta è il fatto che non sente il bisogno di allontanarsi, anzi rimane lì. Questo aspetto è molto indicativo. Quando una sensazione è percepita come pericolosa o minacciosa, di solito attiva un impulso di fuga. Nel suo caso, invece, sembra esserci una sorta di “contatto” con quell’esperienza, anche se accompagnato da una certa intensità fisica. Questo può suggerire che non si tratta di qualcosa da cui difendersi, ma piuttosto di qualcosa che sta emergendo e che può essere ascoltato. Spesso tendiamo a chiederci se una sensazione sia giusta o sbagliata, positiva o negativa, ma a volte può essere più utile iniziare a osservarla con curiosità. Ad esempio, può provare a notare cosa le passa per la mente in quei momenti, che tipo di immagini o ricordi affiorano, oppure semplicemente restare in contatto con quella sensazione senza cercare subito di darle un’etichetta. Queste esperienze possono essere delle porte di accesso molto utili per comprendere meglio il proprio mondo interno. Non indicano necessariamente un problema, ma piuttosto la presenza di un legame emotivo con il passato che si riattiva nel presente. Se dovesse notare che queste sensazioni diventano più frequenti, più intense o difficili da comprendere, potrebbe essere utile approfondirle all’interno di un percorso di supporto. Un lavoro ad orientamento cognitivo comportamentale può aiutare a dare un senso a questi collegamenti tra situazioni, pensieri, emozioni e reazioni corporee, rendendoli più chiari e meno ambigui. Quello che sta vivendo, in ogni caso, è qualcosa che parla di lei e della sua storia, e può essere accolto come un segnale da esplorare più che da temere. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno,
devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.
Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.
Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.
Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.
Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.
Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.
Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.
Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che esprime è molto comprensibile. Quando ci si avvicina per la prima volta al mondo della psicoterapia, soprattutto di coppia, si ha spesso la sensazione di trovarsi davanti a un panorama frammentato, quasi come se ogni professionista parlasse una lingua leggermente diversa. Questo può generare confusione e anche il timore di fare una scelta “sbagliata”, con il rischio di perdere tempo o di non essere realmente aiutati. È utile partire da un punto fermo: al di là delle diverse scuole di pensiero, ciò che rende un percorso efficace non è solo l’etichetta dell’approccio, ma il modo in cui quel professionista lavora concretamente con voi. In altre parole, l’orientamento teorico è importante, ma non è l’unico elemento determinante. Ci sono fattori come la chiarezza, la capacità di farvi sentire compresi entrambi, il modo in cui vengono affrontati i problemi e la possibilità di costruire uno spazio di lavoro condiviso che spesso incidono più di quanto si immagini. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, l’attenzione viene posta molto su ciò che accade nel presente della relazione, su come si creano e si mantengono certe dinamiche tra voi due. Questo significa lavorare in modo abbastanza concreto sui pensieri, sulle emozioni e sui comportamenti che alimentano le difficoltà, cercando di renderli più comprensibili e modificabili. Per molte coppie questo tipo di impostazione risulta utile perché offre una direzione chiara e un senso di lavoro attivo, senza restare in una dimensione troppo astratta. La sua preoccupazione di scegliere “a caso” è comprensibile, ma può essere utile riformularla. Più che cercare il terapeuta perfetto a priori, può pensare al primo incontro come a una fase di valutazione reciproca. Non è una scelta al buio, ma un primo passo in cui osservare come vi sentite, se entrambi vi percepite ascoltati, se il professionista riesce a mantenere una posizione equilibrata senza schierarsi, se il modo in cui restituisce ciò che accade tra voi vi sembra utile o distante. Un altro timore che esprime riguarda il rischio che uno dei due si senta “non ascoltato” o giudicato. Questo è un punto centrale nella terapia di coppia. Un buon professionista ha proprio il compito di evitare che si crei questa dinamica, aiutando entrambi a uscire dalla logica del torto e della ragione per entrare in una comprensione più profonda di ciò che accade tra voi. Se questo non avviene, è un segnale importante da considerare. Riguardo alla distinzione tra psicologo e psicoterapeuta, può essere utile sapere che lo psicoterapeuta ha una formazione specifica ulteriore per lavorare in modo approfondito sulle difficoltà psicologiche e relazionali. In un percorso di coppia, questa formazione può offrire strumenti più strutturati per affrontare le dinamiche che descrive. La sensazione che alcuni professionisti “credano” nel proprio approccio può effettivamente risultare strana, ma spesso riflette semplicemente il fatto che hanno una formazione specifica e lavorano secondo quel modello. Più che una questione di fede, è una questione di cornice di riferimento. La differenza reale la fa come quella cornice viene utilizzata con voi. Se si guarda alla sua difficoltà da un punto di vista più ampio, emerge anche un bisogno di avere controllo e chiarezza prima di iniziare, come se fosse importante ridurre al minimo il margine di incertezza. Questo è molto umano, soprattutto quando si entra in un ambito sconosciuto. Allo stesso tempo, però, una parte del processo richiede inevitabilmente un piccolo grado di esperienza diretta, perché alcune cose possono essere comprese solo entrando nel percorso. In questo senso, iniziare con un professionista che le trasmetta una sensazione di serietà, chiarezza e equilibrio può essere un buon punto di partenza, più che cercare la scelta perfetta sulla carta. E se il percorso viene impostato in modo trasparente, sarà possibile capire abbastanza presto se è la direzione giusta per voi. Un percorso di tipo cognitivo comportamentale può essere particolarmente utile proprio per orientarsi in questa complessità, perché aiuta a dare una struttura, a comprendere i meccanismi che stanno alla base delle difficoltà e a lavorare in modo concreto su di essi. Spesso questo permette di ridurre anche quella sensazione iniziale di confusione, trasformandola in maggiore chiarezza e direzione. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, la relazione con il mio compagno è in difficoltà per via della sua tendenza a rientrare ubriaco.
Una volta al mese circa capita che dopo essere uscito con gli amici del calcio rientri a casa ubriaco, a me questo turba perchè sono astemia e non mi piace vederlo ubriaco.
Mi ha promesso che non avrebbe più guidato ubriaco, ma mi chiede di concedergli quest'uscita mensile per divertirsi.
Considerando che i suoi amici li vede ogni giorno per una birra al circolo, questa sua richiesta è normale o sono io esagerata?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive tocca un punto molto delicato nelle relazioni, cioè l’incontro tra due sensibilità e due modi diversi di vivere alcune esperienze. Da una parte c’è il suo disagio, che appare molto chiaro e coerente con i suoi valori e con il suo modo di stare al mondo, dall’altra c’è il comportamento del suo compagno, che per lui sembra avere un significato diverso, legato probabilmente al divertimento, alla socialità o a un momento di “stacco”. La domanda che si pone, se sia normale o se sia esagerata, è comprensibile, ma rischia di portarla su un terreno poco utile, perché non esiste una misura oggettiva valida per tutti. Ciò che per qualcuno può essere accettabile, per qualcun altro può risultare difficile da tollerare. Il punto centrale, più che stabilire chi ha ragione, riguarda quanto questa situazione sia sostenibile per lei e che significato assume dentro la vostra relazione. Dal suo racconto emerge che non è tanto la frequenza in sé a pesare, quanto l’impatto emotivo che ha su di lei vedere il suo compagno in quello stato. Probabilmente questo attiva pensieri e sensazioni che vanno oltre il singolo episodio, come una perdita di sicurezza, di stima o di connessione. È importante dare valore a questo, perché non è un capriccio, ma una reazione che ha radici più profonde. Allo stesso tempo, dal punto di vista cognitivo comportamentale, può essere utile osservare anche come i pensieri che accompagnano queste situazioni possano amplificare il disagio. Per esempio, se l’episodio viene letto come un segnale di mancanza di rispetto o come qualcosa che mette in discussione la relazione, l’impatto emotivo tende a crescere. Comprendere quali significati attribuisce a questi comportamenti può aiutarla a fare maggiore chiarezza su cosa la ferisce davvero. Un altro elemento importante è il modo in cui state cercando di gestire questa differenza. Il fatto che lui abbia accolto almeno in parte la sua preoccupazione, ad esempio sulla guida, indica una certa disponibilità. Tuttavia, resta una distanza su ciò che per lei è accettabile e su ciò che per lui è importante mantenere. In queste situazioni, il rischio è che si entri in una dinamica di reciproca invalidazione, dove uno cerca di convincere l’altro di essere nel giusto. Più che convincersi a vicenda, può essere utile capire se esiste uno spazio di compromesso che non faccia sentire nessuno dei due forzato o non rispettato. E soprattutto, può essere utile per lei chiedersi quali sono i suoi limiti personali, quelli oltre i quali inizia a stare male in modo significativo. Se questa situazione continua a generare tensione o dubbi, potrebbe essere molto utile avere uno spazio in cui esplorare meglio questi aspetti, comprendere i suoi bisogni relazionali e il modo in cui reagisce a determinati comportamenti del partner. Un percorso di supporto può aiutarla a leggere con maggiore chiarezza queste dinamiche e a prendere decisioni più consapevoli, non basate solo sul momento ma su una comprensione più profonda di sé e della relazione. Non si tratta tanto di essere esagerata o meno, ma di riconoscere cosa per lei è importante e trovare un modo di stare nella relazione che non la faccia sentire in conflitto con se stessa. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gravidanza voluta, sposati. Da quando ho scoperto la gravidanza oscillo in continuazione fra continuare o meno. adoro la mia vita di ora, non riesco a provare gioia anche xallattamento o bambini piccoli, neanche pensando di annunciare la gravidanza...avevo fissato ivg ma annullata, dopo 1 giorno ci sto ripensando, mio marito propende per continuare ma rispetta la mia scelta, come prendere una decisione definitiva?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è un vissuto molto più frequente di quanto si possa immaginare, anche se spesso viene poco raccontato. Quando una gravidanza arriva, anche se desiderata, non porta con sé solo gioia, ma può attivare dubbi profondi, ambivalenze, paure e una forte oscillazione emotiva. Il fatto che lei passi da un momento in cui pensa di continuare a uno in cui sente il bisogno di fermarsi non significa che ci sia qualcosa che non va in lei, ma piuttosto che si trova davanti a una decisione che tocca aspetti molto centrali della sua identità e della sua vita. Da come lo racconta, sembra che ci siano due parti dentro di lei che stanno dialogando in modo intenso. Da un lato c’è il legame con la sua vita attuale, che sente piena, conosciuta, forse anche rassicurante. Dall’altro c’è l’idea di un cambiamento grande, irreversibile, che non riesce ancora a sentire come desiderabile o “suo”. In mezzo a queste due polarità si inserisce il senso di dover prendere una decisione definitiva, che inevitabilmente aumenta la pressione e rende tutto più confuso. Dal punto di vista cognitivo comportamentale è utile osservare come, in momenti così carichi emotivamente, la mente tenda a cercare una certezza assoluta prima di decidere. Come se fosse necessario “sentire la cosa giusta” in modo chiaro, stabile, senza dubbi. In realtà, nelle scelte importanti, questa chiarezza totale raramente arriva. Spesso si decide proprio dentro una certa quota di incertezza, imparando a riconoscere quali pensieri appartengono alla paura e quali invece ai propri valori più profondi. Un elemento che emerge è la difficoltà a provare entusiasmo verso alcuni aspetti legati alla maternità, come l’allattamento o l’idea stessa del bambino. Questo può spaventare, perché culturalmente ci si aspetta che una gravidanza porti automaticamente emozioni positive. Ma non sempre è così. L’assenza di entusiasmo in questo momento non è necessariamente un indicatore definitivo di ciò che sarà, né una prova che la scelta debba andare in una direzione piuttosto che in un’altra. È uno stato emotivo attuale, che merita di essere ascoltato senza trasformarlo subito in una conclusione. Allo stesso tempo, è importante osservare come funziona il ciclo dei suoi pensieri. Quando prende una decisione, come fissare o annullare un’interruzione, dopo poco tempo emerge il dubbio opposto. Questo tipo di oscillazione spesso non dipende tanto dalla bontà della scelta, ma dal modo in cui la mente cerca di ridurre l’incertezza, passando continuamente da un polo all’altro nel tentativo di trovare sollievo. Il risultato però è che il sollievo dura poco e lascia spazio a nuovi dubbi. In questi casi può essere utile rallentare il processo decisionale interno, non nel senso di rimandare all’infinito, ma di smettere per un momento di cercare la risposta “giusta” e iniziare a osservare con più attenzione cosa accade dentro di lei quando si immagina nelle due possibilità. Non tanto cosa pensa, ma che tipo di vissuto emerge, che significato dà alla sua vita, a se stessa, al suo futuro. Il fatto che suo marito sia rispettoso della sua scelta è un elemento importante, ma può anche aumentare il senso di responsabilità, come se tutto dipendesse esclusivamente da lei. Questo può rendere ancora più difficile orientarsi, perché toglie la possibilità di appoggiarsi a una decisione condivisa e amplifica il peso interno. Proprio per la complessità e la delicatezza di ciò che sta vivendo, potrebbe essere molto utile avere uno spazio di confronto protetto in cui poter esplorare questi vissuti senza fretta e senza giudizio. Un percorso di supporto, in particolare con un orientamento cognitivo comportamentale, può aiutarla a comprendere meglio i meccanismi che stanno alimentando questa oscillazione, a distinguere tra pensieri legati alla paura e ciò che per lei ha realmente valore, e a costruire una decisione che sia più consapevole e meno guidata dall’urgenza o dall’angoscia. Non esiste una scelta perfetta che elimini ogni dubbio, ma esiste la possibilità di arrivare a una scelta che senta più sua, più coerente con chi è e con la vita che desidera costruire, anche accettando una parte di incertezza. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Vorrei sapere che tipo di persona è una che scrive: " se vuoi fare... allora salgo"....ovviamente è un ragazzo e si riferisce al sesso...perché uno si dovrebbe porre in questo modo...?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la frase che riporta può certamente colpire o lasciare perplessi, soprattutto per il modo diretto e poco mediato con cui viene espressa. È comprensibile chiedersi che tipo di persona ci sia dietro un’espressione così, ma forse può essere più utile spostare leggermente il focus, passando da “che tipo di persona è” a “che tipo di comunicazione sta utilizzando e che effetto ha su di lei”. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, ciò che una persona dice e il modo in cui lo dice rappresentano spesso il riflesso di schemi e modalità relazionali abituali. Una comunicazione così esplicita e condizionata, in cui sembra esserci una disponibilità legata a una richiesta di tipo sessuale, può indicare un approccio molto diretto, poco filtrato, forse più centrato sul bisogno immediato che sulla costruzione di una connessione più ampia. Non necessariamente dice tutto della persona, ma dice molto del modo in cui in quel momento si sta ponendo nella relazione. Un aspetto importante è anche il modo in cui questa frase viene ricevuta da lei. Se genera disagio, confusione o una sensazione di essere messa in una posizione poco rispettosa o poco valorizzante, questo è un segnale significativo. Le emozioni che si attivano in questi casi sono spesso una bussola utile, perché indicano quando qualcosa non è in linea con i propri valori o con il tipo di relazione che si desidera costruire. È possibile che chi utilizza questo tipo di comunicazione non percepisca la stessa implicazione o non dia lo stesso peso relazionale, ma questo non rende automaticamente la cosa più adatta o accettabile per lei. In altre parole, non è tanto una questione di etichettare l’altro, quanto di comprendere se quel modo di porsi è compatibile con ciò che cerca. A volte, dietro modalità così dirette, possono esserci diversi fattori, come un’abitudine a relazioni più superficiali, una difficoltà a esprimere interesse in modo più articolato, oppure semplicemente una diversa idea di cosa sia appropriato in una fase iniziale. Tuttavia, ciò che resta centrale è il significato che lei attribuisce a questo comportamento e le conseguenze che ha sul suo coinvolgimento. Riflettere su questi aspetti può aiutarla a chiarire meglio i suoi confini e a scegliere come muoversi. Un percorso di supporto può essere utile proprio per approfondire il modo in cui interpreta questi segnali, cosa attivano dentro di lei e come costruire relazioni più coerenti con i suoi bisogni. L’approccio cognitivo comportamentale lavora molto su questi passaggi concreti, aiutando a leggere con maggiore chiarezza le dinamiche e a fare scelte più consapevoli. Non è tanto importante definire chi sia l’altro in assoluto, quanto capire cosa rappresenta per lei quel tipo di comportamento e che spazio vuole dargli nella sua vita. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Non so come iniziare, non so se tutto questo mi farà bene o se mi porterà solo a crollare in un abisso il cui fondo non mi farà più risalire, sono tante cose in questo periodo, sono stanca, stanca di non sapere se avrò un futuro e come sarà il mio futuro, stanca di non accettarmi, stanca di non sapere affrontare nulla di tutto questo.
Sono al limite, non c’è un giorno in cui io non pensi che sparire sia l’unica soluzione.
Non so lottare, non so credere nelle cose fino in fondo, non so fare nulla, non so cosa provo la maggior parte delle volte.. sento tanto ma allo stesso tempo niente mi tocca realmente.
Voglio un amore, di quelli che ti strvolge, o forse no, forse voglio solo amore perché non ne ho mai avuto, o l’ho avuto?
Quello con mio padre era un rapporto vero? Si comportava veramente da padre con me? Me ne pentirò di non parlagli quando morirà? Che fine farò io quando l’unico modo per parlargli sarà sotto 3 metri di terra?
Perché non riesco a essere quella di prima? Perché non riesco a rialzarmi? Perché non riesco più a studiare e a concentrarmi? Non ho mai fatto il massimo e me lo riconosco ma perché ora non riesco a fare neanche quel minimo? Cosa sta succedendo? Perché non ho più il controllo del mio dolore? Perché gli sto permettendo di bloccarmi in questo loop continuo?
Perché continuo a dormire quando in realtà è l’ultima cosa che vorrei fare?
Perché continua a farmi domande a cui non avrò risposte?
Perché continua a venirmi in mente il suicidio? Perché non riesco a vedere un futuro per me?
Perché non ho un hobby?
Pecche non so cosa mi piace?
mi piace tutto o non mi piace nulla?
Perche penso a aron ma solo se nello stesso pensiero c’è Emanuele?
La storia di Simone che significa?
Perché ogni menzogna che mi racconto poi finisco per reagire come se fosse vera.
Perché quando provo a esternare cosa penso non faccio altro che farmi domande senza darmi risposte a esse?
Perché lo sto facendo adesso?
Che colpa ne ho io?
Che senso ha la mia vita adesso?
Sono stanca di dormire e svegliarmi l’indomani e sentirmi come adesso. Ma dormire è l’unico modo per non sentire il caos che provo adesso
Lo provo sempre in realtà
Che lezione devo imparare ancora?
Perché l’amore non arriva?
Cosa devo capire prima che arrivi?
È questo no?
Il motivo.
Devo imparare ad amare prima di amare realmente se no finisco per ferire le persone
E chi pensa a me?
Tutte le volte che mi hanno ferito, che mi hanno usato.
Non ho più voglia
Tutto questo male
Mi porta solo più confusione
E scriverlo è stato peggio
Mi sta ricordando tutte le cose brutte che provo e continuerò a provare perché non cambierò
Sono questa da anni
Sento che non cambierò. Grazie per qualunque punto di vista riusciate a fornirmi.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, le parole che ha scritto arrivano con una forza molto intensa, e danno proprio l’idea di quanto sia pesante stare dentro a questo stato che descrive. Si sente la stanchezza, la confusione, il senso di essere bloccata in qualcosa che si ripete ogni giorno senza lasciare spazio a un respiro diverso. E si sente anche quanto le domande, invece di aiutare a capire, finiscano per moltiplicarsi e diventare quasi un rumore continuo che non si ferma mai. Quando la mente entra in questo tipo di funzionamento, è come se cercasse disperatamente delle risposte, ma più cerca, più si allontana da una sensazione di chiarezza. In una prospettiva cognitivo comportamentale, questo processo è molto importante da osservare: il continuo interrogarsi, il ripercorrere pensieri su pensieri, non è un segno di superficialità o mancanza di capacità, ma spesso è proprio il meccanismo che mantiene il dolore così attivo e presente. È come se la mente fosse intrappolata in un loop in cui ogni domanda ne genera altre dieci, senza arrivare mai a un punto di arrivo. Il fatto che descriva momenti in cui sente tutto e allo stesso tempo niente è qualcosa che molte persone sperimentano quando sono molto sovraccariche emotivamente. Da un lato c’è una sensibilità forte, dall’altro una sorta di protezione che spegne, che anestetizza, per non far sentire tutto insieme. Questo può farla sentire ancora più persa, come se non riconoscesse più se stessa. Anche i pensieri legati allo sparire o al non vedere un futuro meritano uno spazio di ascolto serio. Non sono pensieri che arrivano per caso, ma segnali di quanto il dolore sia diventato difficile da sostenere così com’è ora. Allo stesso tempo, il fatto che lei sia qui a scrivere, a cercare un confronto, indica che dentro di lei c’è ancora una parte che non si è arresa, che sta cercando una via per stare meglio, anche se adesso sembra lontanissima. Un punto importante riguarda il modo in cui sta guardando se stessa. Nelle sue parole c’è molta durezza, molti giudizi, come se si attribuisse la colpa di non riuscire, di non cambiare, di non essere abbastanza. Questo tipo di dialogo interno, nel tempo, può diventare molto pesante e contribuire a mantenere quella sensazione di blocco. Non è che non sta facendo abbastanza, è che probabilmente sta cercando di affrontare qualcosa di molto complesso con strumenti che, da sola, in questo momento, non bastano. Il fatto che dormire diventi una via di fuga dal caos è comprensibile. È una strategia che la sua mente ha trovato per abbassare temporaneamente l’intensità di quello che prova. Il problema è che, una volta sveglia, tutto torna, e questo rinforza l’idea di essere intrappolata. In un percorso cognitivo comportamentale, si lavora proprio su questi meccanismi, non cercando subito grandi risposte esistenziali, ma iniziando a mettere ordine, a ridurre il rumore mentale, a comprendere come funzionano questi pensieri e come influenzano ciò che sente e ciò che fa. Poco alla volta si costruiscono degli appigli concreti, che permettono di uscire da quel senso di immobilità e di recuperare una direzione, anche piccola all’inizio. Affrontare tutto questo da sola è davvero molto difficile, e non è un segno di debolezza riconoscerlo. Potrebbe essere importante, in questo momento, avere accanto qualcuno che la aiuti a contenere questo carico e a dargli una forma più gestibile. Non per stravolgere tutto da un giorno all’altro, ma per iniziare a fare un passo diverso rispetto a questo loop che la tiene ferma. Quello che sta vivendo può cambiare, anche se adesso sembra impossibile. Non perché lei debba diventare qualcun altro, ma perché può imparare a stare in modo diverso con ciò che prova. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Io stasera avverto formicolio al braccio sinistro, tremore in tutto il corpo....ho preso levopraid e una camomilla con melatonina, una prima di andare a letto e una camomilla con melatonina dopo perché nn riuscivo a prendere sonno. Da cosa potrebbe dipendere, ansia? Grazi.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, capisco quanto possano spaventare sensazioni come il formicolio al braccio, il tremore diffuso e la difficoltà a prendere sonno. Quando il corpo manda segnali così intensi, è naturale che la mente cerchi subito una spiegazione e, spesso, la prima ipotesi che emerge è quella più preoccupante. In una prospettiva cognitivo comportamentale è utile osservare come il corpo e la mente siano strettamente collegati. Stati di attivazione interna, come l’ansia o una tensione accumulata durante la giornata, possono manifestarsi proprio attraverso sintomi fisici di questo tipo. Il formicolio, il tremore, la sensazione di irrequietezza o di difficoltà a rilassarsi sono tutte espressioni possibili di un sistema nervoso “in allerta”, anche quando non ci si sente esplicitamente agitati a livello mentale. Un aspetto importante è che, quando compaiono queste sensazioni, la mente tende a concentrarsi su di esse, a monitorarle e a chiedersi cosa significhino. Questo processo, del tutto comprensibile, può però aumentare ulteriormente l’attivazione del corpo. Più si presta attenzione al sintomo e più lo si interpreta come qualcosa di potenzialmente pericoloso, più il corpo risponde intensificando quelle stesse sensazioni. Si crea così un circolo in cui il disagio fisico e la preoccupazione si alimentano reciprocamente. Il fatto che lei abbia cercato di rilassarsi con tisane o altri supporti indica il bisogno di calmare questo stato interno, ma quando il sistema è già molto attivato può non essere immediato “spegnere” le sensazioni. Questo non significa che ci sia qualcosa di grave, ma piuttosto che il corpo ha bisogno di tempo per ritrovare un equilibrio. Può essere utile, in questi momenti, spostare gradualmente l’attenzione dal controllo del sintomo al riconoscimento di ciò che sta accadendo. Ad esempio, considerare che il corpo sta attraversando una fase di attivazione e che, per quanto fastidiosa, è una condizione che tende a ridursi nel tempo. Anche il modo in cui ci si parla internamente ha un ruolo importante, perché interpretazioni più catastrofiche tendono ad aumentare la tensione, mentre letture più realistiche e contenitive possono aiutare a ridurla. Se questi episodi dovessero ripresentarsi o diventare frequenti, potrebbe essere utile approfondire il funzionamento che li sostiene. Un percorso di supporto potrebbe aiutarla a comprendere meglio cosa accade tra pensieri, emozioni e corpo, e a sviluppare modalità più efficaci per gestire questi momenti, così da non sentirsi in balia dei sintomi. Quello che sta vivendo, per quanto intenso, è qualcosa che ha una spiegazione e che può essere affrontato. Comprenderne il funzionamento è spesso il primo passo per ridurne l’impatto. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno Dottori, racconto brevemente la mia ultima esperienza con una persona conosciuta da poco. Ci incontriamo, ci piacciamo, decidiamo che la nostra relazione debba essere solo di natura fisica. Ci vediamo, proviamo ad avere un rapporto ma durante quest'ultimo mi rendo conto di avere molto dolore ( è un qualcosa che mi capita quando mi sento tesa ma poi si risolve) per cui gli chiedo di fermarsi. Lui lo fa ma la reazione che ne segue è del tutto inaspettata: Si innervosisce, si arrabbia, mi dice che l'ho messo in una situazione di disagio e imbarazzo che non sa come gestire perchè essendo il nostro rapporto di natura sessuale,non avrebbe saputo cosa fare con una donna in casa tutta la serata ( cito testualmente). Inoltre mi dice che sono stata egoista e scorretta a non dichiarare prima di avere talvolta dei dolori nei rapporti, perche sapendolo, lui avrebbe potuto decidere se fosse il caso di vedersi o meno.. Decisamente agghiacciata, chiamo un taxi per andar via e nel mentre lui stava gia organizzando il resto della serata con un amico..mi chiede quando ci vuole perche il taxi arrivi, gli dico una decina di minuti.. mi chiede di dargli il telefono cosi che lui potesse controllare in quanto sarebbe arrivato. Ovviamente glielo nego e lui mi dice " me lo neghi perche secondo me non hai mai chiamato il taxi"... Vado via.. non mi sono mai sentita cosi umiliata, in imbarazzo e in preda alla vergogna in tutta la mia vita. Cosa può spingere una persona a comportarsi in questo modo? Grazie per i vostri pareri.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che racconta è un’esperienza molto forte, e le emozioni che descrive, umiliazione, imbarazzo, vergogna, sono assolutamente comprensibili alla luce di ciò che è accaduto. Si è trovata in una situazione di vulnerabilità, ha espresso un limite legato al suo corpo e al suo benessere, e la risposta ricevuta è stata brusca, svalutante e poco rispettosa. Questo tipo di reazione può lasciare un segno proprio perché arriva in un momento in cui ci si espone e ci si affida all’altro. Quando ci si chiede cosa possa spingere una persona a comportarsi in quel modo, spesso si cerca una spiegazione che renda l’episodio più comprensibile o meno assurdo. In realtà, senza entrare nel merito dell’altra persona, può essere utile osservare che alcune reazioni nascono da una difficoltà a gestire imprevisti, frustrazione o emozioni come il disagio e l’imbarazzo. Invece di tollerare quella sensazione, alcune persone tendono a spostarla sull’altro, attribuendo colpe o responsabilità, come se questo potesse ridurre il proprio disagio interno. Tuttavia, è importante non perdere di vista un punto centrale: lei ha fatto qualcosa di corretto e sano, cioè fermarsi quando sentiva dolore. Questo è un confine fondamentale, e il fatto che sia stato messo in discussione o criticato può facilmente attivare pensieri come “ho sbagliato qualcosa” o “avrei dovuto dirlo prima”. In una prospettiva cognitivo comportamentale, questi pensieri meritano attenzione, perché rischiano di spostare su di lei una responsabilità che non le appartiene. Il modo in cui l’altra persona ha reagito non definisce il suo valore, né la correttezza del suo comportamento. Piuttosto, racconta qualcosa del modo in cui quella persona gestisce le relazioni e le situazioni che non vanno secondo le aspettative. E questo può diventare un elemento importante per lei, non tanto per capire lui, ma per comprendere cosa desidera e cosa non è disposta ad accettare nei rapporti. Il fatto che si sia sentita così male può anche essere legato al significato che ha dato all’accaduto. Quando episodi di questo tipo si collegano a pensieri più profondi su di sé, come il timore di essere sbagliata, di non essere adeguata o di aver fatto qualcosa di inaccettabile, l’impatto emotivo aumenta molto. Per questo motivo, diventa importante lavorare non solo sull’evento in sé, ma su come viene interpretato e su cosa attiva dentro di lei. Un percorso di supporto potrebbe aiutarla proprio in questo, a rielaborare quanto accaduto senza rimanere intrappolata nella vergogna o nel dubbio, e a rafforzare la capacità di riconoscere e mantenere i propri confini senza sentirsi in colpa. Un lavoro in ottica cognitivo comportamentale può essere particolarmente utile per comprendere questi meccanismi e per costruire un modo più solido e rispettoso di stare nelle relazioni. Ciò che è successo è stato spiacevole, ma può anche diventare un punto da cui partire per conoscersi meglio e proteggersi di più in futuro. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno.dottore scrivo per 1 consiglio,mio figlio affetto da schizzofrenia da anni. Non ha molta cognizione del tempo e del cmportamento verso altri...io vivo con mio compagno. E mio figlio con la moglie...io collaboro molto con loro sia per le cure che per altro..il problema che mio compagno non vuole capire la mia situazione...e non accetta che mio figlio venga spesso da me.. senza avvertire.dice che io l'ho abituato male..e si arrabbia anche con lui...non capisce cosa vuol dire combattere con un paziente con questa patologia.. cosa posso fare? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che porta è un vissuto molto delicato e comprensibilmente carico di fatica, perché la pone in una posizione difficile tra due legami importanti della sua vita. Da una parte c’è suo figlio, con le sue fragilità e il bisogno di punti di riferimento stabili, dall’altra il suo compagno, che sembra fare fatica a comprendere fino in fondo questa realtà e ciò che comporta nella quotidianità. È importante partire da un punto: ciò che sta facendo per suo figlio non è “viziarlo”, ma rispondere a un bisogno che, nel suo caso, non è paragonabile a quello di una persona senza difficoltà. Quando una persona vive una condizione psicologica complessa, il modo in cui percepisce il tempo, i confini e le relazioni può essere diverso, meno prevedibile, e questo rende per lei fondamentale avere delle figure di riferimento accessibili e rassicuranti. Il fatto che suo figlio venga da lei senza avvertire può essere letto non tanto come mancanza di rispetto, ma come ricerca di sicurezza. Allo stesso tempo, però, il disagio del suo compagno merita di essere compreso. Spesso, quando non si conosce bene una determinata condizione, si tende a interpretare i comportamenti con categorie “normali”, e quindi a viverli come invadenza, mancanza di regole o di rispetto. In questo senso, più che una contrapposizione tra chi ha ragione e chi ha torto, sembra esserci una difficoltà di comprensione reciproca. In una prospettiva cognitivo comportamentale, può essere utile osservare proprio questi meccanismi: da un lato i pensieri del suo compagno, che probabilmente interpreta la situazione come qualcosa di ingiusto o disorganizzato, dall’altro i suoi, che la portano a sentirsi divisa, in colpa o sotto pressione. Questi pensieri attivano emozioni intense e comportamenti che rischiano di irrigidire ancora di più la situazione. Un passaggio importante potrebbe essere provare a costruire un ponte tra questi due mondi, aiutando il suo compagno a comprendere meglio cosa significa, concretamente, vivere accanto a una persona con queste difficoltà. Non si tratta solo di spiegare, ma di condividere il significato di certi comportamenti, il perché non siano sempre modificabili con la semplice volontà. Allo stesso tempo, può essere utile cercare insieme delle piccole regole che tengano conto dei bisogni di tutti, senza negare quelli di suo figlio ma nemmeno quelli della coppia. Non è semplice trovare questo equilibrio da sola, anche perché è coinvolta emotivamente in prima persona. Per questo motivo, un percorso di supporto potrebbe aiutarla a fare chiarezza, a comprendere meglio le dinamiche che si attivano tra lei, suo figlio e il suo compagno, e a trovare modalità più sostenibili per gestire la situazione. Un approccio cognitivo comportamentale, in particolare, può aiutarla a riconoscere i pensieri che aumentano il senso di fatica e a costruire strategie concrete per comunicare e mettere dei confini senza sentirsi in colpa. In tutto questo, è importante che non perda di vista anche il suo spazio e il suo benessere, perché prendersi cura di qualcuno non significa annullarsi, ma trovare un modo per esserci senza consumarsi. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve , ho un grosso problema (per me ovviamente). Da qualche giorno a questa parte all’improvviso sento di provare qualcosa in più per il mio migliore amico, siamo amici da quasi 10 anni circa, appena conosciuto lo vedevo in maniera diversa, forse mi piaceva ma poi questa cosa subito è cambiata perché lui si era lasciato da poco dopo una lunga storia io anche in quel momento ho avuto dei problemi abbastanza seri con il ragazzo con cui stavo a quel tempo e quindi siamo diventati molto amici lui mi è sempre stato vicino. Lui ha iniziato a divertirsi e andare a letto con tante ragazze perché voleva dimenticare la sua storia e stare bene, nel frattempo io mi sono fidanzata , lui ha iniziato una frequentazione con una ragazza che tutt’oggi sta con lui. Lui è sempre stato presente nella mia vita, magari capitava che non lo sentivo per settimane e poi stavamo ore al telefono per parlare oppure passava a trovarmi a lavoro ,fatto sta che non ci siamo mai staccati . Poi io mi sono lasciata dopo 3 anni e lui mi é stato vicinissimo , ci sentivamo tutti i giorni . É capitato in questi anni che ci siamo baciati e siamo andati a letto insieme , l’anno scorso é venuto a dormire a casa mia perché i miei non c’erano e mi ha tenuta stretta tutta la notte, nonostante ci fosse sempre questa sua fidanzata ma che lui in realtà ha voluto tenere solo perché dopo anni che andavano a letto insieme era arrivato il momento di fare un passo in più ma che non avrebbe dovuto fare a mio parere perché comunque lui l’ha tradita sia con me e anche in altre situazioni. Ad oggi la situazione è questa: lui convive con questa ragazza ma vuole andare via da quella casa ma non ha il coraggio di chiudere quella porta e farla soffrire ma lui sa che è l’unica cosa giusta da fare. Io ultimamente ho smesso di prendere un contraccettivo e avevo gli ormoni a palla allora mi è venuta di fare l’amore con lui e gliel’ho fatto capire, lui ovviamente ha detto subito vediamoci ma poi tra una cosa e l’altra non siamo riusciti e al momento non ne abbiamo più parlato, però in tutto ciò in questi anni lui mi ha sempre chiamata tutti giorni , appena esce da lavoro lui mi chiama , non credo sia normale avendo una fidanzata lui vuole sempre sapere tutto di me. Però io da qualche giorno a questa parte mi sento strana ed è come se mi stessi svegliando da un sonno, forse provo qualcosa per lui, ma poi penso che per come è fatto non potrei mai stare con lui, c’è chi pensa che lui sia innamorato di me ma che non ha il coraggio di dirlo, io quando sento questa cosa rido perché penso a tutte le cavolate che mi racconta e che fa con altre ragazze quindi penso che sia impossibile che sia innamorato di me. Ora io spero che sia solo un momento questo per me e che mi passi , anche perché non voglio perderlo, però mi chiedo come può essere che da un momento all’altro mi sta succedendo questa cosa??? Io ero convinta che lui non piacesse come fidanzato. C’è una mia amica che mi dice sempre fatela finita e sposatevi e basta perché è evidente che lui sia innamorato di te e anche gli estranei spesso mi hanno chiesto perché evidentemente hanno notato dall’esterno qualcosa di più ma io ci ho sempre riso su perché per me era impensabile dicevo con affetto ovviamente ma che è uno particolare figurati, ma lui obiettivamente è una presenza costante nella mia vita sempre . Che faccio ? Che mi succede?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è una situazione emotivamente molto intensa e anche complessa, proprio perché si intrecciano affetto, abitudine, intimità e una lunga storia condivisa. Quando una persona è presente nella propria vita da così tanto tempo, in modo costante e significativo, è naturale che il confine tra amicizia e qualcosa di più possa diventare sfumato, soprattutto in alcuni momenti particolari della vita. Il fatto che lei senta questo cambiamento “all’improvviso” può spaventare o confondere, ma spesso non è davvero così improvviso. Piuttosto, può essere qualcosa che nel tempo è rimasto sullo sfondo e che, in una fase in cui magari è più sensibile o più attenta a se stessa, emerge con più chiarezza. La mente, in questi casi, cerca di dare un senso a ciò che prova, e questo la porta a oscillare tra pensieri diversi, da una parte il sentire qualcosa per lui, dall’altra il ricordare tutto ciò che la frena e la fa dubitare. In una prospettiva cognitivo comportamentale, è interessante osservare proprio questo dialogo interno. Da un lato c’è una parte di lei che riconosce il legame, la vicinanza, la continuità emotiva che avete costruito negli anni. Dall’altro c’è una parte più protettiva, che mette in evidenza i comportamenti di lui, le sue incoerenze, il modo in cui gestisce le relazioni, e che quindi la porta a dirsi che non potrebbe mai funzionare davvero. Queste due parti non sono in contraddizione, ma stanno entrambe cercando di orientarla e di proteggerla, anche se lo fanno in modi diversi. Un altro elemento importante è il contesto attuale. Lui è in una relazione, anche se complessa, e allo stesso tempo mantiene con lei un legame molto stretto, quasi privilegiato. Questo può alimentare confusione, perché i comportamenti che descrive possono essere facilmente interpretati come segnali di qualcosa di più, ma allo stesso tempo non si traducono in scelte chiare. E questa ambiguità, nel tempo, tende a mantenere attivo il coinvolgimento emotivo senza permettere una vera definizione del rapporto. La domanda che si pone, su cosa le stia succedendo, è quindi molto centrata. Più che cercare una risposta unica, può essere utile iniziare a osservare cosa rappresenta per lei questa persona oggi. Non solo in termini di attrazione o sentimento, ma anche come funzione nella sua vita. È un punto di riferimento, una presenza costante, qualcuno con cui si sente vista e compresa. A volte, quando una relazione offre questo tipo di sicurezza emotiva, può nascere il desiderio di trasformarla in qualcosa di più, anche se razionalmente si vedono dei limiti. Allo stesso tempo, il timore di perderlo è molto forte e può portarla a desiderare che tutto torni come prima, senza questo “scompenso” emotivo. Ma spesso queste fasi hanno proprio la funzione di portare alla luce qualcosa che chiede di essere guardato con più attenzione, piuttosto che semplicemente fatto sparire. Un percorso di supporto potrebbe aiutarla a fare chiarezza proprio su questi aspetti, a comprendere meglio i suoi bisogni affettivi, il modo in cui si lega agli altri e cosa cerca davvero in una relazione. In un’ottica cognitivo comportamentale, questo lavoro permette di distinguere ciò che si prova, ciò che si pensa e ciò che si sceglie di fare, così da non sentirsi trascinata dagli eventi ma più libera di orientarsi. Non è tanto una questione di decidere subito cosa fare con lui, ma di capire meglio cosa sta accadendo dentro di lei e quale direzione sente più coerente con il suo benessere. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buonasera dottore, le volevo parlare di una cosa: questo mese ho iniziato ad allenarmi ,nella mia camera, tramite un app e da quando mi alleno mi fisso molto. Se mangio qualcosa fuori dal solito mi sembra di aver rovinato tutto, mi parte l’ansia e mi chiedo se sto sbagliando tutto, se vanifico l’allenamento. Inoltre, quando mangio dolci mi viene la nausea. Questi pensieri sul cibo e sull’allenamento mi vengono ogni giorno e mi pesano. Non so se è normale o se mi sto fissando troppo. Mi date un parere? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, quello che descrive è qualcosa che molte persone sperimentano quando iniziano a introdurre cambiamenti nella propria routine legati al corpo, all’allenamento e all’alimentazione. L’inizio di un’attività fisica, soprattutto quando è motivata dal desiderio di migliorarsi, può attivare anche una forte attenzione su ciò che si mangia e su come ogni scelta venga percepita in relazione all’obiettivo. Da quello che racconta, sembra che l’allenamento abbia assunto un significato molto importante per lei, quasi come se ogni azione quotidiana dovesse essere coerente con questo obiettivo per “non rovinare” i risultati. In una prospettiva cognitivo comportamentale, è interessante osservare proprio questo passaggio: quando un comportamento sano, come lo sport, diventa associato a regole molto rigide, la mente può iniziare a interpretare ogni deviazione come un errore o una minaccia. Questo può generare ansia, senso di colpa e un’attenzione costante al controllo. Il fatto che anche un alimento diverso dal solito le faccia scattare pensieri come “sto sbagliando tutto” o “vanifico l’allenamento” indica che si è creato un legame molto stretto tra performance e valore personale o risultato. Quando questo accade, il rischio è che il benessere percepito non dipenda più solo dal movimento o dal piacere di mangiare, ma dal rispetto rigido di alcune regole interne che diventano sempre più esigenti. Anche la sensazione di nausea davanti ai dolci può essere una risposta fisica legata all’ansia e alla tensione che questi pensieri generano. Il corpo, in questi casi, non reagisce solo al cibo in sé, ma allo stato emotivo che lo accompagna. Non è tanto una questione di “essere fissato” in senso negativo, quanto piuttosto di capire che il sistema di pensieri che si è attivato sta diventando molto centrale e sta iniziando a pesare sul suo benessere quotidiano. Quando qualcosa che nasce per far stare meglio inizia a generare ansia e rigidità, è un segnale importante da ascoltare. In questi casi può essere molto utile imparare a riportare flessibilità, cioè la capacità di distinguere tra ciò che è utile per il proprio obiettivo e ciò che invece sta diventando una fonte di pressione eccessiva. Lavorare su questi aspetti in un percorso di tipo cognitivo comportamentale può aiutare a ritrovare un rapporto più equilibrato con il cibo e con l’allenamento, riducendo gradualmente l’ansia e i pensieri rigidi che si sono attivati. Non si tratta di rinunciare a ciò che sta facendo, ma di recuperare una modalità più serena e sostenibile, in cui l’allenamento resti una risorsa e non diventi una fonte di tensione costante. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve, sto attraversando un periodo molto complicato con il mio compagno io ho quasi 36 anni lui quasi 33
Il problema è che tra
Me e lui c’è un grosso ostacolo il suo lavoro
Fa il cuoco ma ora si è preso come responsabile troppe responsabilità troppe pressioni e mancanza di presenza con me nella sua relazione,io non lo vedo quasi mai parla sempre di lavoro secondo me ha una dipendenza di lavoro pensa troppo a soldi lavoro anche con me pensa sempre al lavoro non si svaga mai io sinceramente sto davvero male negli ultimi mesi ho iniziato a essere nervosa piangere non avere appetito non ho fame in 4 mesi ho perso 8 chili …. Io gliel’ho parlato ma lui mi dice non può fare altrimenti perché è responsabile ed ha più impegni e impicci … lui l’anno scorso mi fece capire che sarebbe andata bene la nostra relazione che ci sarebbe stato ma non c è più presenza solo una volta a settimana se non cambiano un po’ le cose…. Io non ce la fo più …. Lui mi dice son periodi ma sti periodi son mesi non giorni…. Ma poi anche quando è con me lo chiamano sempre al telefono per problemi mi lascia sola ha da chattare col telefono É davvero diventata pesante la cosa…. Ma la cosa più assurda che quel giorno che stiamo insieme non prende mai iniziative di nulla dice É sempre stanco morto massimo due volte al mese mi porta a mangiare fuori e basta…. Io sono molto confusa non so cosa fare ho bisogno di un consiglio grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, da quello che racconta emerge una grande sofferenza, che non riguarda solo la situazione attuale ma anche il senso di solitudine e di mancanza che sta vivendo all’interno della relazione. Quando una persona a cui si tiene diventa poco presente, sia fisicamente che emotivamente, è naturale iniziare a sentirsi trascurati, poco considerati e progressivamente sempre più frustrati. Il fatto che lei sia arrivata a stare male anche fisicamente, con perdita di appetito e peso, dà la misura di quanto questa situazione stia incidendo profondamente su di lei. In una prospettiva cognitivo comportamentale può essere utile osservare come si intrecciano tre livelli. Da una parte c’è il comportamento del suo compagno, molto centrato sul lavoro e con poco spazio per la relazione. Dall’altra c’è il significato che questo comportamento assume per lei, che può facilmente diventare qualcosa come “non sono una priorità”, “non conto abbastanza”, “la relazione non è importante per lui”. Questi pensieri, comprensibili, attivano emozioni intense come tristezza, rabbia e senso di abbandono, che a loro volta influenzano le sue reazioni, come il nervosismo, il pianto o il sentirsi sempre più svuotata. Il punto centrale non è stabilire se lui stia sbagliando o meno in senso assoluto, ma riconoscere che in questo momento c’è una distanza tra ciò di cui lei ha bisogno in una relazione e ciò che lui è in grado di offrire. Quando questa distanza si prolunga nel tempo, come nel suo caso, il rischio è che si trasformi in una condizione cronica di frustrazione, in cui si resta in attesa che qualcosa cambi senza avere segnali concreti in quella direzione. Un aspetto importante riguarda anche la parola “periodo” che lui utilizza. Quando un periodo dura mesi e non si intravede un cambiamento, diventa utile iniziare a chiedersi non tanto quanto durerà, ma se questa modalità è, almeno in parte, strutturale per lui in questo momento della sua vita. Questo non significa che non possa cambiare, ma che basare il proprio benessere solo sull’attesa del cambiamento dell’altro può diventare molto faticoso e poco sostenibile. Allo stesso tempo, è comprensibile che lei si senta confusa. Da una parte c’è il legame, dall’altra c’è il disagio crescente. In questi casi spesso la mente oscilla tra il desiderio di restare e la necessità di proteggersi, senza riuscire a trovare una posizione chiara. Può essere utile spostare gradualmente il focus da “cosa farà lui” a “di cosa ho bisogno io per stare bene in una relazione”. Questo tipo di riflessione permette di uscire da una posizione passiva e di iniziare a definire dei confini più chiari, non come ultimatum, ma come consapevolezza di ciò che è accettabile e di ciò che non lo è nel lungo periodo. Il fatto che lui, anche quando è presente, sia comunque assorbito dal lavoro e poco coinvolto nella relazione, è un elemento che merita attenzione, perché non riguarda solo il tempo ma anche la qualità della presenza. È proprio su questo che spesso si costruisce o si indebolisce il legame. In una situazione come questa, può essere molto utile avere uno spazio in cui esplorare più a fondo i suoi bisogni, i suoi pensieri e le sue emozioni, per comprendere meglio cosa la tiene legata e cosa la fa soffrire. Un percorso di supporto, ad esempio in ambito cognitivo comportamentale, può aiutarla a fare chiarezza, a riconoscere i suoi schemi relazionali e a prendere decisioni più in linea con il suo benessere, senza agire solo sotto la spinta del dolore o della paura di perdere l’altro. Quello che sta vivendo è un momento delicato, ma anche un’opportunità per fermarsi e capire cosa desidera davvero da una relazione e da sé stessa. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno sono in una relazione da oltre 20 anni tra fidanzamento, convivenza e matrimonio con la nascita di un figlio ormai grande...la nostra storia è come quella di tanti, alti e bassi, caratterizzata ad intermittenza da assenze più o meno lunghe (fino a oltre 4 anni) di intimità e quasi totale assenza di dialogo, ma andiamo avanti...
Tempo addietro scopro dalle sue ricerche Google che ha guardato molto materiale su come riconoscere l'interesse di una donna, cose da dire ad una donna, segnali per capire se piaci ad una donna...ci sono state ricerche per regali da fare ad una collega di lavoro, ci sono state molte ricerche su alberghi e motel nella città vicino alla nostra, quello che mi ha scioccato sono molte informazioni prese su vari tipi di preservativi che noi non usiamo da almeno un decennio...(Alla mia richiesta di chiarimento mi è stato detto fossero per un collega, il regalo e l' albergo mentre sulle altre ricerche dice che c' è stato un momento in cui pensava che una collega stesse flirtando con lui e voleva capire e poi si sono chiariti) Ora io ovviamente non gli credo, anche soprattutto dopo aver trovato una chat nascosta da impronta digitale, chat che mi ha fatto leggere e fino a quel punto assolutamente innocua a meno che non siano stati cancellati dei messaggi...ma se innocua perché nascondere?????
Pochi giorni dopo aver effettuato le ricerche per gli alberghi e motel mi dice che probabilmente faranno una cena tra colleghi proprio in quella città...
Non sono più riuscita a trattenermi e ho detto che sapevo di tutte le sue ricerche e ha liquidato tutto appunto come ho spiegato poco sopra, che alcune erano ricerche per un collega e altre per potersi chiarire con questa donna presumibilmente interessata a lui ... ripeto io non riesco a credergli, non mi ha tradita e di questo sono certa, se non cose di poco conto, ma quello che mi fa male è pensare che stesse pianificando di poterlo fare, che l' interesse non fosse di una donna verso di lui ma di lui verso questa donna che poi alla fine deve avergli dato il benservito...oppure tutto non è andato avanti perché io ho scoperto....ora io vorrei superare questa cosa, mi sento una pazza a volte per dare così tanto peso a qualcosa che poi in fine non è successo ma più ci penso più lo sento comunque un tradimento...in cosa sbaglio? Riuscirò mai a superare? Ci sono molti altri dettagli meno importanti in questa storia che però sommati al tutto mi fanno sentire ancora più male, lui mi fa sentire spesso sbagliata, sottolineando talvolta dei miei comportamenti io non so che fare, non vorrei buttare alle ortiche una storia che comunque fa parte di me da più di metà della mia vita, ma con questo logorio sento di non poter andare avanti per molto, ho bisogno di superare questa cosa, sarà possibile con una persona che non comunica ed evita l'argomento?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che sta vivendo è profondamente comprensibile e merita di essere preso sul serio, perché non riguarda solo alcuni episodi specifici, ma il significato che questi hanno assunto per lei dentro una relazione così lunga e importante. Quando in un rapporto si accumulano nel tempo momenti di distanza, mancanza di dialogo e soprattutto assenza di intimità, è come se si creasse un terreno fragile su cui anche piccoli segnali possono diventare molto amplificati, dolorosi e difficili da gestire. Il punto centrale, più ancora dei singoli fatti, sembra essere il senso di fiducia che si è incrinato. Non è tanto questione di stabilire con certezza cosa sia accaduto o meno, quanto il fatto che lei oggi si ritrova a non riuscire più a sentirsi tranquilla rispetto al suo partner. Quando la mente non trova spiegazioni convincenti, tende naturalmente a colmare i vuoti con ipotesi, scenari e dubbi, e questo alimenta un circolo in cui più si pensa, più si soffre, e più si sente il bisogno di cercare conferme o rassicurazioni. In una prospettiva cognitivo comportamentale, questo è un passaggio molto importante da osservare. Il dolore che prova non nasce solo dai fatti, ma anche dal modo in cui questi vengono interpretati e rielaborati nella sua mente. Il pensiero che lui possa aver desiderato o pianificato qualcosa, anche se non concretizzato, può essere vissuto come un vero e proprio tradimento emotivo. E questo la porta a ruminare, a tornare continuamente su quei dettagli, nel tentativo di arrivare a una certezza che purtroppo, in queste situazioni, è molto difficile ottenere. Allo stesso tempo, emerge un altro aspetto significativo: la sensazione di essere messa in discussione, di sentirsi sbagliata. Questo può rendere tutto ancora più pesante, perché non solo si trova a gestire il dubbio e la ferita, ma anche una sorta di solitudine emotiva nel viverli. Quando il dialogo è scarso o evitato, diventa quasi impossibile costruire un senso condiviso di ciò che sta accadendo, e questo mantiene il problema nel tempo. La domanda che pone, se riuscirà a superare questa situazione, è molto importante. Superare non significa necessariamente dimenticare o convincersi che nulla sia accaduto, ma trovare un modo per stare dentro a ciò che è successo senza esserne continuamente travolta. Questo, però, difficilmente può avvenire se resta sola a gestire tutto questo carico, soprattutto in una relazione dove la comunicazione è limitata. Può essere utile iniziare a spostare leggermente il focus. Più che cercare di stabilire con certezza cosa lui abbia fatto o pensato, può diventare centrale capire cosa succede dentro di lei quando emergono questi dubbi, quali pensieri si attivano, quali emozioni e quali reazioni seguono. Questo tipo di comprensione permette di recuperare una maggiore stabilità interna, anche in una situazione che resta incerta. Allo stesso tempo, è legittimo interrogarsi su ciò di cui ha bisogno oggi in una relazione. Non in astratto, ma concretamente, nella sua vita attuale. Il bisogno di chiarezza, di dialogo, di sentirsi rispettata e considerata non è eccessivo, ma umano. Il fatto che lei si senta consumata da questo logorio è già un segnale importante da ascoltare. Un percorso di supporto potrebbe aiutarla a mettere ordine in tutto questo, a comprendere i meccanismi che la tengono bloccata tra dubbi, dolore e bisogno di risposte, e a trovare modalità più sostenibili per affrontare la situazione. Un approccio cognitivo comportamentale, in particolare, può aiutarla a lavorare su questi pensieri ricorrenti e sull’impatto che hanno sul suo benessere, permettendole di fare scelte più consapevoli, non guidate solo dalla paura o dalla confusione. Non è una questione di essere esagerata o meno, ma di riconoscere che qualcosa, per lei, ha un peso emotivo molto forte e merita uno spazio di comprensione. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
salve a tutti gentili psicologi ..
domani ho un esame all università di storia medievale ma non riesco a ripetere oggi e mi sento molto bloccata ... il blocco mi paralizza. Come posso superare queste situazioni? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è una sensazione molto comune, anche se quando la si vive sembra qualcosa di inspiegabile e quasi incontrollabile. Il blocco che sente non è un segnale di incapacità o di mancanza di preparazione, ma spesso è il risultato di un sovraccarico emotivo che si attiva proprio nei momenti in cui per lei è importante “fare bene”. È come se la mente e il corpo entrassero in una modalità di allarme, e invece di aiutarla a concentrarsi, la rallentassero fino quasi a fermarla. In questi momenti può succedere che si attivino pensieri come “non ce la farò”, “non sono pronta”, “devo assolutamente riuscirci”, e più questi pensieri diventano insistenti, più aumentano la tensione e il senso di blocco. In una prospettiva cognitivo comportamentale, questo è un passaggio centrale, perché non è tanto la situazione in sé a bloccarla, ma il modo in cui viene interpretata e vissuta internamente. Il tentativo di forzarsi a ripetere quando si sente paralizzata, spesso, finisce per peggiorare la sensazione, come se si entrasse in un braccio di ferro con se stessa. Può essere utile provare a cambiare leggermente approccio proprio oggi. Invece di aspettare di sentirsi pronta o concentrata per iniziare, può provare a fare qualcosa di molto piccolo e concreto, anche solo aprire un argomento e leggerlo senza l’obiettivo di ricordarlo perfettamente. Quando il blocco è forte, ridurre le aspettative non è arrendersi, ma creare le condizioni perché la mente possa riattivarsi gradualmente. Spesso è proprio l’idea di dover fare “bene” o “tutto” che mantiene la paralisi. Un altro aspetto importante riguarda il rapporto con l’errore e con l’incertezza. Un esame non è mai una prova perfetta, e nessuno arriva sentendosi completamente pronto. Quando la mente pretende una sicurezza totale, può reagire bloccandosi proprio perché quella sicurezza non esiste. Allenarsi ad accettare una quota di imperfezione può paradossalmente sbloccare più risorse di quanto si immagini. Anche il fatto che il blocco arrivi il giorno prima è significativo. Spesso è proprio il momento in cui la pressione sale e la mente inizia a fare previsioni, scenari, dubbi. Riconoscere questo meccanismo può aiutarla a non identificarlo come un limite personale, ma come qualcosa che le sta accadendo e che può essere compreso e gestito. Nel lungo periodo, situazioni come questa possono diventare più chiare e affrontabili attraverso un percorso di supporto, perché permettono di capire meglio come funziona questo blocco, quali pensieri lo alimentano e quali strategie possono aiutarla a uscirne. Un lavoro in ottica cognitivo comportamentale può darle strumenti molto concreti per gestire l’ansia da prestazione e ritrovare una maggiore fluidità nello studio. Per ora, può provare a fare un passo piccolo e possibile, senza aspettare di sentirsi diversa da come si sente adesso. A volte il movimento arriva proprio dopo aver iniziato, non prima. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno dottori ,ho 48 anni,volevo chiedere un parere riguardo a problemi che ho da novembre 2024.Ho iniziato con a dimenticare ogni tanto i nomi o comunque non mi arrivano nell immediato, inoltre ho sempre un po' di confusione,gli eventi mi sembrano sempre più lontani rispetto alla realtà,la memoria è peggiorata.Ho vissuto il 2024 con forte stress,e arrivo da 5 anni con problemi di insonnia ,ora migliorata con l assunzione di sertralina e olanzapina,A febbraio 2025 mi hanno fatto fare una risonanza e test neuropsicologici entrambi con esito negativo,a settembre ho rifatto i test neuropsicologici sempre con esito negativo e a febbraio 2026 ho effettuato una PET anche questa negativa.Mi sento la mente confusa.volevo chiedere un vostro parere,io ci penso tutti i giorni da mattina a sera,non so più cosa pensare.grazie a chiunque può aiutarmi
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è comprensibilmente molto preoccupante, soprattutto perché riguarda aspetti come la memoria, la lucidità mentale e la percezione del tempo, che sono fondamentali per sentirsi “presenti” e in controllo. Quando iniziano a cambiare, è naturale che la mente si attivi continuamente nel tentativo di capire cosa stia succedendo, e questo porta a pensarci da mattina a sera, come racconta lei. Allo stesso tempo, ci sono alcuni elementi molto importanti nel suo racconto che meritano attenzione. Ha effettuato più valutazioni approfondite nel tempo, sia strumentali sia cognitive, tutte con esito negativo. Questo dato, sebbene non sempre rassicuri emotivamente come ci si aspetterebbe, è comunque un punto solido da cui partire. Significa che non emergono segnali di un deterioramento organico nelle funzioni cognitive. In un’ottica cognitivo comportamentale, è utile osservare come lo stress prolungato e l’insonnia possano avere un impatto significativo proprio sulle funzioni che descrive. Quando il cervello è stato per lungo tempo in uno stato di attivazione e affaticamento, può diventare meno efficiente nel richiamare informazioni rapidamente, più “lento” nell’elaborazione e più incline a quella sensazione di confusione o distacco che riferisce. Non si tratta di un danno, ma di un funzionamento temporaneamente alterato da un sovraccarico. C’è poi un altro aspetto molto rilevante. Il fatto che lei osservi costantemente la sua memoria e il suo funzionamento mentale, monitorando ogni piccolo episodio, può paradossalmente amplificare la percezione del problema. Quando la mente si focalizza in modo continuo su un aspetto, tende a notare sempre più segnali che lo confermano, creando una sorta di lente di ingrandimento. Ad esempio, dimenticare un nome può diventare un segnale allarmante invece che un evento comune, e questo genera ulteriore preoccupazione, che a sua volta peggiora la concentrazione e la memoria nel momento successivo. Si crea così un circolo in cui attenzione, ansia e percezione delle difficoltà si rinforzano a vicenda. La sensazione che gli eventi siano “più lontani” o quella sorta di confusione mentale possono essere anch’esse legate a questo stato di iperattivazione e affaticamento. Quando si è molto concentrati su ciò che non funziona, si perde in parte il contatto fluido con l’esperienza presente, e tutto può sembrare meno vivido o più distante. Il fatto che l’insonnia sia migliorata è un segnale positivo, perché il sonno ha un ruolo centrale nel recupero delle funzioni cognitive. Tuttavia, è possibile che il sistema sia ancora in una fase di riequilibrio, soprattutto dopo un periodo così lungo di difficoltà. In questo momento, più che cercare ulteriori conferme esterne, potrebbe essere utile lavorare proprio sul modo in cui sta vivendo e interpretando questi segnali. Comprendere come funziona questo circolo tra attenzione, pensiero e sintomo può aiutare a ridurre gradualmente l’impatto che ha sulla sua quotidianità. Un percorso di supporto in questa direzione potrebbe aiutarla a spostare il focus dal controllo continuo a una modalità più funzionale di gestione, permettendo al sistema di “decongestionarsi” e recuperare naturalezza. Il fatto che lei stia cercando risposte e si stia confrontando è già un passo importante. A volte la difficoltà non è tanto nel sintomo in sé, ma nel modo in cui la mente cerca di gestirlo e nel carico che questo genera nel tempo. Lavorare su questo può fare una grande differenza nel recuperare chiarezza e fiducia nelle proprie capacità. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, sono una studentessa universitaria di 20 anni e vorrei chiedervi se un mio sospetto è fondato. Sto cercando di capire se ciò che sperimento possa rientrare in un profilo di neurodivergenza (come l'ADHD) o se sia riconducibile a una disregolazione emotiva e ansiosa. Ho provato a fare una lista di ciò che provo/che ho passato:
—Talvolta soffro di insonnia causata da pensieri stupidi che non riesco a fermare. Riesco ad addormentarmi solo se sono veramente esausta.
—In merito ai pensieri che non riesco a fermare, mi sento come se avessi una sottospecie di disco rotto nel cervello che non smette mai di suonare.
—Mi capita molte volte di sentirmi 'fuori luogo' e di ripensare a ciò che dico/faccio. Se commetto un errore ci rimurgino sopra per ore.
—Ho sempre avuto difficoltà a seguire le lezioni sia scolastiche che universitarie. Dopo un po' il mio cervello si disconnette, e perdo il filo. A tal proposito, mi capita di dimenticare le cose sul momento e di interrompere una conversazione prima che mi scordo qualcosa.
—Sotto forte stress tendo a dissociarmi.
—A causa di molti di questi punti mi è capitato di avere episodi depressivi.
Vorrei solo sapere se sia opportuno intraprendere un percorso diagnostico specifico o meno. Vi ringrazio per la disponibilità.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è un insieme di esperienze che può risultare molto faticoso da sostenere, soprattutto perché sembra coinvolgere diversi ambiti della sua vita, dal sonno alla concentrazione, fino al modo in cui vive i suoi pensieri e le sue emozioni. È comprensibile che, trovandosi davanti a questa complessità, senta il bisogno di dare un nome a ciò che sta vivendo e di capire se rientra in un quadro specifico oppure no. Al di là dell’etichetta, che spesso attira molto l’attenzione quando si cercano risposte, ciò che emerge con chiarezza è un funzionamento in cui la mente tende a rimanere molto attiva, a volte anche troppo. I pensieri che si ripetono come un disco rotto, il rimuginare sugli errori, la difficoltà a “staccare” e a lasciar andare ciò che è successo, sono tutti segnali di un sistema che fatica a regolare il proprio flusso interno. Questo può portare sia alla sensazione di essere sopraffatti, sia a momenti in cui sembra avvenire l’opposto, come quando si descrive quella sorta di disconnessione durante le lezioni o sotto stress. In una prospettiva cognitivo comportamentale, questi aspetti vengono letti come parti di uno stesso meccanismo. Da un lato una mente molto attenta, sensibile e attivata, che tende a monitorare, anticipare, controllare. Dall’altro, proprio per questo sovraccarico, momenti in cui le risorse si esauriscono e si verifica una sorta di “spegnimento”, come se il sistema andasse in pausa. Non è raro che queste due modalità convivano, anche se possono sembrare opposte. Il dubbio che si pone rispetto a un possibile profilo specifico è comprensibile e legittimo. Tuttavia, ciò che può fare davvero la differenza non è soltanto capire se rientra o meno in una categoria, ma comprendere come funziona il suo modo di pensare, reagire e gestire le emozioni nella quotidianità. Due persone possono avere difficoltà simili in apparenza, ma per motivi diversi e con modalità differenti, e questo è ciò che guida poi un eventuale percorso di aiuto. Il fatto che lei abbia già osservato così bene se stessa è un punto molto importante, perché indica una buona capacità di consapevolezza. Allo stesso tempo, però, quando questa osservazione si trasforma in rimuginio continuo o autocritica, rischia di diventare parte del problema invece che della soluzione. Un percorso di supporto potrebbe aiutarla proprio in questo: non tanto a darle una risposta rigida e definitiva, ma a mettere ordine in ciò che sta vivendo, a riconoscere i meccanismi che mantengono queste difficoltà e a trovare modi più efficaci per gestirle. In particolare, un lavoro cognitivo comportamentale può essere utile per imparare a interrompere il circolo dei pensieri ripetitivi, migliorare la concentrazione e regolare meglio gli stati emotivi, senza sentirsi in balia di essi. In questo senso, valutare un approfondimento con un professionista può essere una scelta utile non solo per chiarire i suoi dubbi, ma anche per iniziare a stare meglio concretamente nella sua quotidianità, indipendentemente dall’etichetta che eventualmente verrà data. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Domande più frequenti
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Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa del suo…