Domande del paziente (3350)
Salve, scrivo per cercare di capire come vede, dall’esterno, la mia situazione un professionista.
Premetto che sono single, sono un ragazzo, ho 25 anni, esattamente come la ragazza di cui parlerò.
Un paio di mesi fa incontrai questa ragazza in una discoteca fuori dalla mia città, dove io lavoro. Era lì con dei suoi amici per puro caso.
Durante la serata non ci siamo mai parlati nonostante sapevamo entrambi chi eravamo, ovvero che ci vedevamo tantissime volte in altri locali della nostra città ma non ci siamo mai parlati.
Io l’ho sempre conosciuta, per le voci che giravano, come una alla ricerca costante di lusso, hype social e soldi. Come una che era uscita da 2 anni da una relazione di 5vanni tossica, con il suo ex che la comandava, manipolava, ricattava ecc. (lei stessa mi racconterà tutto ciò in seguito)
Dopo la serata lei inizia a seguirmi su qualsiasi social e mi scrive; curioso che mi scrisse inizialmente per risolvere un problema sentimentale che aveva con un suo amico e mi volesse parlare come se ci conoscessimo da sempre.
La aiutai, in quanto il suo amico era anche mio, ma nei giorni successivi lei tornò molto insistente nel cercarmi.
Per farla breve, nel giro di una settimana inizia una frequentazione importante. Ci scriviamo dal buongiorno alla buonanotte ogni giorno. Complimenti su complimenti, parole dolci, chiamate infinite per farci compagnia di notte ecc. Tutto perfetto e magico.
Dopo 2 settimane cosi, si fida anche di salire in auto con me (e dico “si fida” perchè non sale mai con nessun ragazzo per paura di eventuali “secondi fini”) per andare a ballare insieme. È una passione che abbiamo entrambi, ci piace e abbiamo le rispettive compagnie di amici che condividono con noi tutto questo. Ci andiamo 4 volte a settimana, giusto per far capire la frequenza.
Continua tutto così per circa 1 mese. Sembra tutto perfetto, ripeto, lei mi sta vicina, si affida totalmente a me, comincio ad andare in casa sua, usciamo anche da soli svariate volte, ci scriviamo sempre h24, ci baciamo appassionatamente e dopo una serata abbiamo pure avuto un rapporto sessuale che si è poi ripetuto in altre svariate occasioni durante il giorno normalmente.
Un sera, di punto in bianco, andiamo in un evento da soli e comincia a ignorarmi parecchio; flirta con svariati ragazzi, si lascia spalpazzare, sparisce lasciandomi da solo per poi riapparire dopo un po’ di tempo con un ragazzo a mano, parla e balla poco con me.
La cosa si ripete per le successive serate (almeno 4/5) finchè io le comincio a chiedere spiegazioni a riguardo, del tipo: spiegami perchè mi dici che sono “la tua luce”, “il ragazzo che non ha mai avuto” e poi quando entriamo in un locale ultimamente cerchi altri e mi ignori, mi sento leggermente sfruttato e non un amico.
Da quella mia richiesta di spiegazioni, ha iniziato a vedere tutto quello che le dicessi come un attacco ed una privazione della sua libertà. Ha cominciato a dirmi di non comportarmi cosi perchè le stavo facendo rivivere l’incubo dell’ex.
Siamo solo amici, è vero, ma il fatto che ci stiamo sentendo e che ti porti io in un locale presuppone che tu voglia stare con me; non che io ti porti e poi tu faccia quello che vuoi, parere mio eh.
Le incomprensioni continuano praticamente ad ogni serata perchè le ho dato spesso dell’incoerente e della persona poco rispettosa; finchè lei arriva al punto di dirmi: “senti io sono fatta cosi; quando andiamo a ballare un po’ mi annoio e ricerco dell’adrenalina, io ferma a ballare non ci sto. Ho bisogno di attenzioni, di essere sempre al centro e di sentirmi adorata. Per questo vado anche da altri ragazzi a fare magari dei complimenti o a mostrarmi, solamente perchè ho bisogno di farmi vedere e di validazione”.
Comprendo la cosa e inizio un po’ a confrontarmi con i miei amici, mossa maledetta perchè lei ha cominciato a ribaltarmi l’accusa di incoerenza contro di me, per il fatto che giro con amici a loro volta incoerenti, sfruttatori ecc ecc.
Va avanti in qualche modo tutto cosi, fino all’altro ieri: dopo una settimana di litigi (sempre riguardanti il fatto che lei si sente oppressa, limitata da me e in dovere di spiegare ogni suo comportamento), mi scrive: “senti, vieni alla serata di stasera? Ho bisogno assoluto della tua presenza. Senza di te non vado. A me di ignorarti a tratti, come abbiamo fatto questa settimana passata, non piace. Quindi vieni che andiamo insieme se vuoi, ti aspetto”.
Decido di andare.
Completamente a caso, a metà serata comincia a isolarsi e a schifarmi in tutto quello che io faccia o dica; non c’era nessun motivo, eravamo molto tranquilli e felici, secondo me. arriva, proprio vicino a dove eravamo, un ragazzo con la quale lei si sente e conosce da anni; immediatamente cominciano a limonare e stare vicinissimi e abbracciati. E lei stava lì con lui abbracciata (guardandomi) proprio mentre io ero rimasto a qualche metro da loro, con un amico incontrato lì. Non tornerà mai più con me, continueranno a baciarsi per tutta la sera e alla fine andrà a casa con lui mano nella mano, SENZA NEMMENO SALUTARMI (ma incrociando gli sguardi mi ha detto “cosa vuoi?” in modo un po’ arrogante). E sottolineo che è quest’ultima parte ad avermi infastidito parecchio, non il fatto che si sia baciata quell’altro (è single e lo può fare).
Ora è proprio da 3 giorni che sembra sparita totalmente. Non mi scrive. Non mi risponde a messaggi (normalissimi che ci mandavamo sempre). Non mi risponde alle chiamate. Non risponde ai miei amici. Però le storie instagram me le guarda e continua a pubblicare regolarmente anche lei. Quindi che devo fare ora? Le ho scritto proprio il giorno dopo: “ciao, come stai? Perchè non mi hai salutata ieri sera? È successo qualcosa?”.
Che devo fare? Devo insistere? io ho bisogno di spiegazioni. Sto piangendo da giorni e ho perso pure l’appetito dimagrendo 5kg.
Molti mi suggeriscono il silenzio ma non ci riesco. Devo sentire la sua voce, i suoi pensieri, cosa effettivamente è successo. Perchè giuro non riesco a comprendere.
Odio il ghosting. Lei l’ha messo in pratica varie volte dopo i litigi con me ed io con lei 1 volta. Ma dopo 1 giorno ci chiarivamo ed era tutto ok. Ora il fatto che siano già 3 giorni di no contact mi preoccupa parecchio. io non voglio e non la devo perdere così; se lei mi spiegasse e volesse allontanarsi almeno lo saprei e se ne potrebbe parlare. Ma volatilizzarsi cosi dal nulla pur mantenendo una presenza social costante, mi fa male malissimo.
Chiudo dicendo che non ho mai avuto l’intenzione di volerla come fidanzata eh; questo gliel’ho sempre detto e pure lei nei miei confronti. Semplicemente un’amicizia profondissima e anche un po’ intima quasi da fratello e sorella capito?
Lei mi ha sempre detto “quello che siamo noi, lo sappiamo solo noi”.
Questo deve essere chiaro ed è fondamentale secondo me.
In attesa di una risposta, grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, quello che descrive è molto intenso e comprensibilmente destabilizzante. Quando si entra in una relazione che parte con una forte connessione, con scambi continui, vicinanza emotiva e fisica, è naturale che si crei un coinvolgimento profondo, anche se inizialmente lo si definisce come amicizia. Il punto non è tanto come è stata etichettata la relazione, ma ciò che ha rappresentato per lei a livello emotivo. E da quello che racconta, ha rappresentato molto. Dal suo racconto emerge una dinamica che può essere letta in modo abbastanza chiaro: momenti di forte vicinanza, quasi fusione, alternati a momenti di distanza improvvisa, confusione e comportamenti che la feriscono. Questo tipo di alternanza tende a creare un legame molto potente perché attiva continuamente il bisogno di capire, di recuperare, di tornare a quel momento iniziale in cui tutto sembrava funzionare. È come se la mente rimanesse agganciata a quella versione della relazione e cercasse di ritrovarla. Quando lei sente il bisogno di scriverle, di avere spiegazioni, di sapere cosa è successo, sta cercando di ridurre una forte attivazione interna fatta di ansia, confusione e dolore. Nel breve termine questo può dare un minimo sollievo, ma nel lungo termine tende a mantenere il problema, perché la spinge a rimanere dentro la dinamica invece che uscirne. È un meccanismo molto umano, non è debolezza. Rispetto alla domanda su cosa fare, è importante distinguere due piani. Il primo è quello della realtà dei fatti. I comportamenti che descrive da parte di questa ragazza appaiono incoerenti, poco prevedibili e poco rispettosi dei suoi vissuti. Al di là delle etichette o delle spiegazioni su di lei, quello che conta è come lei si sente dentro questa relazione. E si sente male, confuso, svuotato. Il secondo piano è quello interno, cioè come la sua mente sta reagendo a questa situazione. Il bisogno urgente di spiegazioni, la difficoltà a tollerare il silenzio, il dolore molto intenso, il pensiero di non riuscire a lasciar andare sono segnali di un forte coinvolgimento emotivo accompagnato da pensieri che amplificano la sofferenza, come l’idea di non poter chiudere senza una risposta o di non poter stare senza di lei. Questi pensieri, per quanto sembrino veri, non sempre aiutano. Una riflessione importante riguarda proprio il tema del contatto. Continuare a cercarla potrebbe darle l’illusione di avvicinarsi a una risposta, ma rischia anche di mantenerla in una posizione di attesa e dipendenza da qualcosa che non è sotto il suo controllo. Ridurre o interrompere il contatto non è una punizione né una strategia rigida, ma può essere un modo per iniziare a spostare il focus da lei a se stesso, che in questo momento sembra essere molto in secondo piano. Il dolore che prova è reale e va rispettato. Allo stesso tempo, può essere utile iniziare a osservare con più attenzione i suoi pensieri nei momenti di maggiore sofferenza. Ad esempio quando sente che deve assolutamente sapere cosa è successo, può chiedersi se quel pensiero lo sta aiutando o se lo sta intrappolando ancora di più. Non si tratta di scacciarlo, ma di prenderne un minimo di distanza. Questa esperienza, per quanto difficile, può anche diventare un’occasione importante per comprendere meglio il suo modo di entrare nelle relazioni, cosa cerca, cosa lo fa sentire sicuro e cosa invece lo destabilizza. In questo senso, un percorso psicologico potrebbe aiutarla molto a dare un significato più profondo a ciò che sta vivendo e a costruire modalità relazionali più tutelanti per sé. Un lavoro in ottica cognitivo comportamentale, in particolare, può aiutarla a riconoscere i meccanismi che mantengono il suo malessere e a sviluppare strategie concrete per uscirne. Non è una situazione senza via d’uscita, anche se in questo momento può sembrarlo. Il fatto stesso che riesca a raccontarla con così tanta lucidità è già un primo passo importante. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Ho una preoccupazione che mi assilla tanto .
Mamma si era appena fatta la doccia e si era asciugata le parti intime. Siccome lei ha una difficoltà mi ha chiesto di aiutarla e cosi ho fatto.
Adesso ho costantemente il pensiero che io abbia toccato i suoi vestiti precedentemente toccati da lei , ho paura che dopo magari andando in bagno mi sia mischiata qualcosa anche avendo lavato le mani.
So che è strana la cosa
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive può sembrare “strano” a una prima lettura, ma in realtà è molto più comprensibile di quanto possa pensare. Non è tanto la situazione in sé a creare il disagio, quanto il modo in cui la mente inizia a interpretarla e a costruirci sopra una serie di dubbi e timori che diventano sempre più insistenti. Provi a osservare un passaggio importante di ciò che accade dentro di lei. C’è un evento iniziale, piuttosto neutro o comunque gestibile, cioè aver aiutato sua madre. Subito dopo però nasce un pensiero del tipo “e se fosse successo qualcosa?”, “e se non fossi davvero pulito?”, “e se avessi contaminato qualcosa?”. Questo tipo di pensiero non si ferma lì, ma tende ad alimentarsi da solo, portando la sua attenzione sempre più su dettagli, possibilità, scenari ipotetici. Più ci pensa, più il dubbio sembra reale, e più sente il bisogno di trovare una certezza assoluta che però, paradossalmente, non arriva mai. È proprio questo meccanismo che mantiene il disagio. Non è il fatto in sé, ma il tentativo continuo della mente di eliminare ogni minimo dubbio. Quando si cerca una sicurezza totale su qualcosa che per sua natura non può essere certa al cento per cento, si entra in un circolo che aumenta l’ansia invece di ridurla. Un altro aspetto importante è che lei stesso riconosce che il pensiero è “strano”. Questo è un elemento prezioso, perché indica che una parte di lei è già consapevole che si tratta più di un allarme interno che di un pericolo reale. Tuttavia, l’altra parte della mente continua a chiederle di controllare, di rassicurarsi, di analizzare. È come se due parti tirassero in direzioni opposte. In questi casi, spesso la soluzione non è cercare di convincersi che “non è successo niente”, perché questo la riporterebbe comunque nel bisogno di rassicurazione, ma piuttosto iniziare a cambiare il rapporto con questi pensieri. Significa, gradualmente, imparare a riconoscerli per quello che sono, cioè eventi mentali, e non fatti concreti. Possono esserci senza che lei debba necessariamente risolverli o rispondere. So che non è semplice, perché quando l’ansia è attiva tutto sembra urgente e importante. Ma proprio lì sta il punto: più si risponde a questi pensieri, più loro tornano. Più si lascia che ci siano senza seguirli, più nel tempo tendono a perdere forza. Quello che sta vivendo ha una logica precisa nel funzionamento della mente, anche se può farla sentire confuso o a disagio. Proprio per questo, un percorso di supporto potrebbe aiutarla molto a comprendere meglio questi meccanismi e soprattutto a sviluppare strumenti concreti per gestirli, senza dover combattere continuamente con questi dubbi. Un approccio cognitivo comportamentale, in particolare, si concentra proprio su questi processi e aiuta a interrompere quei circoli che mantengono il problema attivo. Non è necessario affrontare tutto da solo, e già il fatto che lei si stia facendo queste domande è un primo passo importante verso una maggiore chiarezza. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, sono turbata da una situazione che si è venuta a creare in casa. Mio figlio di 19 anni e suo padre hanno avuto una litigata tremenda. E' partita da una sciocchezza per la quale mio marito si è rivolto in tono sgradevole ai nostri figli. Mia figlia ha ignorato, mio figlio ha avuto uno scatto di rabbia sproporzionata e preteso scuse. Mio marito si è irrigidito e ha cominciato con attacchi personali molto cattivi nei confronti di mio figlio. Io cercavo di calmare entrambi senza riuscirci. E' intervenuta anche mia figlia per aiutarmi. Siamo riuscite a riportare mio figlio alla calma ma mio marito rilanciava di continuo, fino a quando mio figlio ha accettato che la sorella lo portasse fuori dalla stanza. Da allora sono passate 3 settimane e non si parlano più. Quando si trovano insieme si ignorano, fanno come se l'altro non fosse presente in stanza. Mio figlio è ancora pieno di rabbia e mio marito non vuole fare aperture, sembra preferire tagliare i ponti. Non so come aiutare alla ripresa del dialogo per ripartire e riparare il rapporto. Sarei grata se mi poteste dare suggerimenti in merito. vi ringrazio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è una situazione che può mettere profondamente in difficoltà, perché quando due persone importanti per lei entrano in conflitto e rimangono bloccate nel silenzio, si crea una tensione che coinvolge inevitabilmente tutto il clima familiare. È comprensibile che lei si senta preoccupata e anche un po’ impotente nel cercare di ristabilire un dialogo. Da ciò che racconta, sembra che la discussione sia partita da un episodio apparentemente piccolo ma che abbia attivato emozioni molto intense in entrambi. In queste situazioni, spesso non è tanto il contenuto iniziale a mantenere il conflitto, quanto il modo in cui ciascuno interpreta ciò che è accaduto. Suo figlio potrebbe aver vissuto quel tono come una mancanza di rispetto o un attacco personale, mentre suo marito potrebbe aver percepito la reazione del figlio come una sfida alla propria autorità. Quando queste letture si irrigidiscono, le emozioni come rabbia, orgoglio o senso di ferita tendono a mantenere la distanza e a rendere sempre più difficile fare un passo indietro. Il silenzio che si è creato tra loro, per quanto doloroso, spesso diventa una sorta di protezione. Evitare il confronto può servire a non riattivare la rabbia o a non sentirsi ulteriormente feriti. Tuttavia, nel tempo rischia di consolidare una distanza che non aiuta nessuno dei due a stare meglio. Nel suo ruolo, può essere utile provare a spostare l’attenzione dal “farli parlare subito” al creare le condizioni perché ciascuno possa abbassare gradualmente le difese. Questo significa, ad esempio, riconoscere separatamente il vissuto di entrambi, senza prendere posizione. Con suo figlio può avere senso accogliere la sua rabbia, aiutandolo a mettere in parole cosa lo ha fatto sentire ferito, oltre alla rabbia stessa. Con suo marito può essere importante riconoscere quanto possa essersi sentito messo in discussione o non rispettato. Quando le persone si sentono comprese nel loro stato emotivo, diventano più disponibili ad ascoltare anche l’altro. Un altro passaggio delicato riguarda le aspettative. Spesso si spera che uno dei due faccia il primo passo, ma entrambi possono sentirsi bloccati proprio da questo. Aiutarli a vedere che fare un piccolo gesto di apertura non significa “dare ragione all’altro”, ma prendersi cura del rapporto, può lentamente cambiare la prospettiva. A volte anche un contatto minimo, come una comunicazione indiretta o una frase neutra, può rappresentare un primo segnale di riavvicinamento. È importante anche considerare che suo figlio ha 19 anni, un’età in cui il bisogno di essere riconosciuti come adulti e rispettati è molto forte, mentre suo marito potrebbe trovarsi a fare i conti con un cambiamento del proprio ruolo genitoriale. Queste transizioni, se non vengono elaborate, possono creare attriti proprio come quello che descrive. In un’ottica cognitivo comportamentale, situazioni come questa vengono viste come il risultato di un intreccio tra pensieri, emozioni e comportamenti che si rinforzano a vicenda. Intervenire su uno di questi aspetti, anche in modo piccolo, può iniziare a modificare il ciclo. Per esempio, aiutare uno dei due a rileggere l’evento in modo meno rigido o a fare un gesto diverso dal solito può aprire spiragli che prima sembravano impossibili. Se la situazione dovesse rimanere bloccata o diventare troppo faticosa da gestire da sola, potrebbe essere utile valutare uno spazio di confronto con un professionista, anche solo inizialmente per lei. A volte avere uno sguardo esterno aiuta a comprendere meglio le dinamiche e a trovare modalità più efficaci per facilitare il dialogo, senza sentirsi schiacciati nel ruolo di “mediatori” tra due persone care. Il fatto che lei sia così attenta e coinvolta nel cercare una soluzione è già un elemento molto importante. Le relazioni familiari, anche quando attraversano momenti difficili, hanno spesso la capacità di ripararsi, soprattutto quando qualcuno si prende cura del legame con questa sensibilità. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno è da circa un anno che sto andando dallo psicologo per un cambiamento che volevo attuare nella mia vita, fino a dicembre andava tutto bene e mi sembrava di aver fatto progressi, ma da febbraio dopo ogni seduta non mi sento meglio.... anzi mi sento più confusa e persa e in agitazione,
in particolare nelle ultime sedute mi sono sentita attaccata perché non stavo facendo nulla di pratica per cambiare (però stavo vivendo un periodo di stanchezza emotiva e fisica veramente difficile) e sentirmi dire che se non mi fossi decisa a fare qualcosa non avrei concluso niente, sarei stata infelice etc mi sono sentita veramente male; ho sentito che c'erano su di me aspettative che avevo deluso, deadline non rispettate etc ma io in quel periodo mi sentivo proprio immobile e non nello stato mentale per cambiare.
Quando le ho esposto il mio stato d'animo riguardo le sue pressioni mi ha detto che l'aveva fatto per istigarmi, per smuovermi un po' ma io mi son sentita attaccata, non sicura e forzata a fare cose che nel momento non riuscivo, inoltre poi parlando di altre cose che avevo scoperto su di me in questo periodo etc mi ha chiesto se le parole che dicevo erano mie o di altri e questo mi ha fatto sentire umiliata e messa in dubbio (durante il percorso ci sono state anche alcune occasioni in cui non percepito di esser compresa appieno)
inoltre sento di non riuscire più a dire certe cose perché percepisco la sua agitazione
per il resto non ci sono stati atteggiamenti sbagliati nei miei confronti, mi appare comunque come una persona disponibile e aperta all'ascolto
ma dopo queste sedute io continuo a ripensare alle sue parole e sento che metto in dubbio in me stessa, e mi agito
l'idea di proseguire mi mette agitazione perché temo di sentirmi di nuovo male e giudicata, mi sento osservata e sotto esame
e invece il pensiero di cambiare terapeuta mi fa sentire meglio
spero di essermi spiegata,
cosa dovrei fare?
Vi ringrazio
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, da ciò che racconta emerge con molta chiarezza quanto questo percorso, che inizialmente le stava dando un senso di direzione e di crescita, abbia recentemente iniziato a generarle invece confusione, agitazione e un senso di messa in discussione che la fa stare male. È comprensibile che questo cambiamento la disorienti e la porti a chiedersi cosa sia più giusto fare per sé in questo momento. Quando una persona intraprende un percorso psicologico, soprattutto in un’ottica cognitivo comportamentale, uno degli aspetti più importanti è il senso di sicurezza all’interno della relazione terapeutica. Non si tratta solo di lavorare su pensieri e comportamenti, ma anche di sentirsi in uno spazio in cui poter portare le proprie difficoltà senza il timore di essere giudicati o messi sotto pressione oltre le proprie possibilità del momento. Da quello che descrive, sembra che qualcosa in questo equilibrio si sia incrinato, in particolare nel modo in cui sono state proposte alcune sollecitazioni al cambiamento. È importante considerare che il cambiamento non è mai lineare. Ci sono fasi in cui si ha più energia e altre in cui ci si sente bloccati, stanchi, quasi immobili. Questo non significa che non si stia facendo nulla, ma spesso indica che si è in una fase delicata in cui servirebbe prima comprendere meglio cosa sta accadendo internamente, piuttosto che spingere immediatamente verso l’azione. Se in quel momento si riceve una pressione che viene percepita come eccessiva, può attivarsi una reazione emotiva di chiusura, di dubbio su di sé, o di aumento dell’ansia, proprio come sta accadendo a lei. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, quello che sta vivendo può essere letto anche come un intreccio tra pensieri e vissuti emotivi. Alcune frasi ricevute in seduta possono aver attivato pensieri come “non sto facendo abbastanza”, “sto deludendo”, “non sono capace”, che a loro volta alimentano agitazione, insicurezza e blocco. Questo circolo, se non viene riconosciuto e gestito, rischia di rinforzarsi nel tempo. Allo stesso tempo, è significativo che lei abbia trovato il coraggio di esprimere alla terapeuta come si è sentita. Questo è un passaggio molto importante, perché il percorso terapeutico non è qualcosa che si subisce, ma qualcosa che si costruisce insieme. Il fatto che però, nonostante questo confronto, lei continui a sentirsi agitata e sotto esame, è un segnale che merita attenzione. La sensazione di voler cambiare terapeuta e, allo stesso tempo, il timore o il dubbio rispetto a questa scelta, sono entrambe comprensibili. Non esiste una risposta giusta in assoluto, ma può essere utile chiedersi quale direzione le permetterebbe di sentirsi più al sicuro e più libera di lavorare su di sé. In alcuni casi può essere utile dedicare uno spazio proprio a parlare di ciò che sta accadendo nella relazione terapeutica, portando apertamente queste sensazioni di pressione, di giudizio e di difficoltà a fidarsi. In altri casi, quando il senso di disagio è molto forte e persistente, il cambiamento può rappresentare un modo per ripartire in un contesto percepito come più adatto. Quello che conta è non perdere di vista il fatto che il suo malessere ha un senso e una logica, e che può essere compreso. Non è un fallimento il fatto di sentirsi bloccata, né il fatto di aver bisogno di tempi diversi per cambiare. Spesso dietro a questi momenti ci sono schemi profondi legati al modo in cui ci si valuta, alle aspettative su di sé, al timore di non essere abbastanza. Sono proprio questi aspetti che un percorso psicologico può aiutare a esplorare e modificare, con gradualità e rispetto dei suoi tempi. Per questo motivo, al di là della scelta specifica sul proseguire o meno con questa terapeuta, potrebbe essere davvero utile continuare un percorso di supporto, possibilmente con un orientamento cognitivo comportamentale, proprio per comprendere meglio questi meccanismi e costruire modalità più sostenibili di affrontarli. L’obiettivo non è spingerla a fare di più, ma aiutarla a capire cosa succede dentro di lei quando sente pressione, quando si blocca, quando si giudica. Il fatto che lei si stia ponendo queste domande è già un segnale di consapevolezza importante. Non si tratta di aver fatto un passo indietro, ma forse di essere arrivata in un punto del percorso in cui è necessario ricalibrare il modo di procedere. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve ho 50 anni e premetto che sono sempre stato ipocondriaco e ansioso, da qualche tempo ho paura di strozzarmi deglutendo il cibo, ho una sensazione di avere tra gola e palato un bolo, a tavola mangio poco o quasi nulla per paura di soffocarmi. Ma la cosa che mi preoccupa è che da quando ho avuto il problema di aver paura di soffocare, ho perso qualche chilo per me di troppo, sono alto 196 e attualmente peso intorno agli 80 chili.. Sto mangiando molto meno rispetto a prima solo pasta e frutta a pranzo e poco a cena. Ho paura di andare sottopeso o che non riesca a recuperare. Ho paura di avere qualche patologia, mi misuro spesso pressione, ho fatto recenti analisi sangue che sono risultate regolari. Ho paura di non riuscere a superare questo problema.Attendo un vostro gradito consiglio.. Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è qualcosa che, per quanto possa sembrare strano o difficile da spiegare a parole, ha una sua logica interna molto comprensibile. Non è solo la paura di strozzarsi in sé, ma è tutto ciò che questa paura attiva dentro di lei: l’attenzione costante sul momento della deglutizione, il controllo sul corpo, i pensieri anticipatori prima dei pasti e, di conseguenza, la riduzione del cibo per evitare il rischio percepito. È come se la sua mente, con l’intento di proteggerla, avesse acceso un campanello d’allarme proprio lì, nel momento del mangiare. Quando questo tipo di paura si attiva, accade spesso che il corpo inizi a dare segnali coerenti con ciò che si teme. La sensazione di nodo alla gola, quella percezione di “bolo”, la difficoltà a deglutire serenamente, non sono necessariamente segnali di un problema organico, ma possono essere amplificati proprio dall’attenzione e dall’ansia. Più ci si concentra su quella zona e su quel gesto, più il gesto diventa “innaturale” e meno automatico, creando un circolo che si autoalimenta. Un aspetto importante da osservare è proprio quello che sta già accadendo: per proteggersi da questa paura, lei ha iniziato a mangiare meno e a selezionare cibi che percepisce come più sicuri. Nell’immediato questo riduce l’ansia, ma nel lungo periodo rischia di rinforzare l’idea che il pericolo sia reale e che vada evitato. È un meccanismo molto comune: meno si espone a ciò che teme, più quella paura diventa convincente. Il fatto che le analisi siano risultate nella norma è un dato importante, ma si capisce che non è sufficiente a tranquillizzarla. Questo perché quando l’ansia prende questa forma, non si basa solo su informazioni oggettive, ma su una sensazione interna molto forte che tende a prevalere sulla logica. È come se la mente dicesse “e se succedesse proprio a me?” e questa possibilità, anche se improbabile, diventa difficile da lasciare andare. Allo stesso tempo, è comprensibile che la perdita di peso la preoccupi ulteriormente. Questo aggiunge un altro livello di tensione e può aumentare la sensazione di non avere il controllo della situazione. In realtà, quello che sta succedendo non è una perdita di controllo, ma piuttosto un sistema che sta cercando, in modo un po’ rigido, di proteggerla. In questi casi può essere molto utile iniziare a osservare con curiosità il funzionamento di questo meccanismo, più che combatterlo direttamente. Notare quando parte il pensiero “potrei soffocare”, cosa succede nel corpo in quel momento, cosa fa per gestire quella sensazione. Questo tipo di consapevolezza è il primo passo per uscire da quel circolo. Un percorso psicologico, soprattutto in un’ottica cognitivo comportamentale, può aiutarla proprio in questo: comprendere come pensieri, sensazioni fisiche e comportamenti si influenzano tra loro e trovare modi graduali e sostenibili per ridurre la paura senza evitarla. Non si tratta di forzarsi a mangiare contro la paura, ma di costruire passo dopo passo un rapporto più sicuro e meno controllato con il proprio corpo e con il cibo. Il fatto che lei abbia già riconosciuto questo meccanismo e abbia deciso di chiedere aiuto è un segnale molto importante. Significa che una parte di lei sta cercando una strada diversa, più funzionale. E questa strada esiste, anche se in questo momento può sembrare lontana. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buonasera, scrivo per chiedervi se un episodio d'ansia forte della durata di 6 mesi circa vissuto oltre 10 anni fa possa avere generato dei danni, al punto di non riuscire più a studiare perché non riesco a ricordare. Mi rivolsi a uno specialista tempo fa che inizialmente credeva che fosse un episodio psicotico perché avevo dei pensieri di rovina e catastrofici per poi correggere la diagnosi dicendomi che era solo un episodio di ansia ed il disturbo ossessivo compulsivo. Assumo ancora oggi dei farmaci che però non interferiscono con la cognizione. Malgrado ciò io penso che sia stato quell'episodio vissuto molti anni fa a avermi rovinato dato che prima ero notevolmente più veloce nell'apprendimento scolastico ed universitario. É possibile che un episodio d'ansia forte durato circa 6 mesi possa avere cambiato qualcosa nella mia testa?
Cordialmente,
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, la domanda che porta è molto comprensibile, soprattutto quando si percepisce una differenza tra come si era prima e come ci si sente oggi nelle proprie capacità. Quando qualcosa cambia nel modo in cui riusciamo a concentrarci o a ricordare, è naturale cercare una causa precisa e, spesso, l’attenzione si concentra su un evento significativo del passato, come quell’episodio di ansia intensa che ha vissuto. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è utile osservare come la mente costruisce collegamenti tra eventi e conseguenze. L’idea che quell’episodio abbia “rovinato” qualcosa dentro di lei è un pensiero molto forte, che può influenzare profondamente il modo in cui oggi affronta lo studio. Quando si entra in questo tipo di convinzione, ogni difficoltà di memoria o concentrazione rischia di essere letta come una conferma, rinforzando ulteriormente questa idea. Allo stesso tempo, è importante considerare come funzionano attenzione e memoria. Queste capacità non dipendono solo da un fattore stabile, ma sono molto sensibili allo stato mentale del momento. Ansia, preoccupazione, autocontrollo eccessivo e timore di non farcela possono interferire con la concentrazione e con il recupero delle informazioni. In altre parole, più ci si osserva mentre si studia e ci si chiede se si è ancora capaci come prima, più si rischia di bloccare proprio quei processi che si vorrebbero fluidi. È possibile che quell’esperienza passata abbia avuto un impatto, soprattutto nel modo in cui oggi interpreta le sue difficoltà. Tuttavia, spesso ciò che mantiene il problema nel presente non è tanto l’evento in sé, ma il modo in cui viene pensato e riletto nel tempo. Il pensiero “non sono più come prima” può diventare una sorta di filtro attraverso cui ogni esperienza viene valutata, aumentando la pressione e riducendo la fiducia nelle proprie capacità. Un altro aspetto importante è che, quando si studia con una forte attenzione al risultato e con la paura di non riuscire, la mente entra in una modalità più rigida e meno efficace. Questo può dare la sensazione di aver perso delle capacità, quando in realtà si tratta di un funzionamento temporaneamente condizionato da ansia e aspettative elevate. Lavorare su questi meccanismi può fare una grande differenza. Comprendere come si attivano questi pensieri, come influenzano l’attenzione e come si crea questo circolo tra paura e prestazione è un passaggio fondamentale. In un percorso psicologico si può proprio intervenire su questo, aiutando a modificare il rapporto con lo studio e con le proprie capacità, riducendo l’impatto di questi pensieri e recuperando maggiore fluidità. Il fatto che lei si ricordi chiaramente di essere stato capace in passato è già un elemento importante, perché indica che quelle risorse fanno parte della sua storia. Spesso non si tratta di averle perse, ma di riuscire a riaccedervi in condizioni mentali più favorevoli. Potrebbe essere utile approfondire questi aspetti in uno spazio dedicato, per comprendere meglio cosa sta accadendo nel presente e non rimanere ancorato all’idea che tutto dipenda da qualcosa di passato e ormai immodificabile. Questo può aiutarla a recuperare una maggiore fiducia e a costruire modalità di studio più efficaci e meno cariche di pressione. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Da settembre ormai penso di avere un dca, ho perso 10kg, se mangio una volta al giorno e già tanto e ormai il cibo controlla tutta la mia vita. Vorrei spiegarlo ai miei genitori ma non voglio essere un peso per loro e in più non voglio curarmi: ho raggiunto il peso che mi piace e mi vedo bene, ho ancora energie, sono brava nel mio sport, esco sempre e sono circondata dalle mie amiche. Se spesso sento storie di persone che per il dca hanno smesso di vivere, io invece continuo la mia vita tranquillamente ma vedendomi anche meglio. Vorrei che i miei genitori non mi costringessero a riprendere peso o a mangiare, ma capissero il mio problema anche perché continuare a mentire sul cibo mi fa sentire molto in colpa. Si sono accorti che sono dimagrita tanto ma non immaginano sia per questo, anche perché con loro io mi fingo sempre entusiasta di mangiare. L’unica cosa che mi preoccupa è che non ho il ciclo da 8 mesi e so che non è sano. Da una parte io continuo ad amare il cibo ma un lato di me non vede altro che calorie da bruciare, e se mangio troppo riprenderei tutti i kili. So che ci vogliono 7000kcal per ingrassare, ma essendo in sottopeso (45kg, sono alta 1,65m) invece li riprenderei tutti dal primo all’ultimo e la cosa mi terrorizza. In più mi sento in colpa perché prima amavo mangiare e il cibo, non mi preoccupava l’estetica e anzi, mi vedevo benissimo e magra. So che ero magra, ma non abbastanza. Ora anche non sono magra abbastanza, ma il peso sulla bilancia mi piace di più e sono più felice. Mangio per mantenere quel peso, non voglio dimagrire né ingrassare. Il problema è che ora non riesco più a mangiare che ho tantissimo reflusso e per questa ragione i miei genitori mi hanno accompagnata anche da un medico, ma credo che questo reflusso sia dovuto al mio problema con il cibo. Comunque so che i dca sono malattie che solo un dottore può dirmi di avere dopo analisi ecc, ho scritto così solo perché il nome disturbo alimentare mi sembra esattamente quello che descrive il mio problema. Non ho più fame, posso non mangiare per due giorni interi e non sentire nulla, e questo da un lato mi spaventa. Non capisco vorrei solo che i miei genitori mi lasciassero continuare mangiare così ma so che vorranno che io torni come prima. So che gli altri non mi amano per come sono esteticamente né per quanto peso, ma io mi piaccio più magra e questo è il modo per essere più magra e a me va bene. Come posso spiegare tutto questo si miei genitori senza farli preoccupare?? non voglio essere un peso
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, quello che racconta è molto intenso e merita di essere ascoltato con attenzione, perché dentro le sue parole si percepiscono due parti che convivono e che in qualche modo tirano in direzioni diverse. Da un lato c’è una parte di lei che si sente soddisfatta del peso raggiunto, che si vede bene e che desidera mantenere questo equilibrio. Dall’altro lato c’è una parte che osserva alcuni segnali che la preoccupano, come l’assenza del ciclo, il rapporto sempre più rigido con il cibo, il senso di colpa e la fatica nel parlarne con i suoi genitori. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è importante soffermarsi proprio su questo funzionamento interno. Quando il cibo, il peso e le calorie iniziano a occupare così tanto spazio nei pensieri e nelle scelte quotidiane, spesso si crea un sistema molto preciso di regole e controlli che danno una sensazione di ordine e sicurezza. Allo stesso tempo però questo sistema può diventare molto rigido, al punto da iniziare a guidare le decisioni più di quanto si vorrebbe. Il fatto che lei dica che “il cibo controlla tutta la sua vita” è un’indicazione molto chiara di questo meccanismo. Un altro elemento importante è il tentativo di non essere un peso per i suoi genitori. Questo pensiero è molto comprensibile, perché nasce dal desiderio di proteggerli e di non farli preoccupare. Tuttavia, spesso questo porta a tenere tutto dentro, a mostrarsi in un modo diverso da come ci si sente realmente e a vivere una sorta di doppia realtà, che nel tempo può aumentare il senso di colpa e la solitudine. Il fatto che lei senta il bisogno di spiegarsi indica che una parte di lei vorrebbe essere vista e compresa per quello che sta vivendo davvero. È anche significativo che lei riesca a riconoscere alcuni aspetti che la mettono in allarme. L’assenza del ciclo, la perdita del senso di fame, il reflusso, il timore di aver perso un rapporto più libero con il cibo sono segnali che il corpo e la mente stanno mandando. Non vanno letti come qualcosa da temere, ma come informazioni importanti su ciò che sta succedendo. Il desiderio di mantenere il controllo sul peso e allo stesso tempo quello di non sentirsi intrappolata in questo rapporto con il cibo possono sembrare in contrasto, ma in realtà raccontano proprio la complessità della situazione che sta vivendo. Non è raro che ci sia una parte che non vuole cambiare e un’altra che invece inizia a interrogarsi. Per quanto riguarda i suoi genitori, provare a spiegare ciò che sta vivendo non significa necessariamente perdere il controllo o essere costretta a fare qualcosa che non vuole. Può essere, piuttosto, un modo per non restare sola in tutto questo. Spesso si teme che gli altri reagiscano imponendo o forzando, ma aprire uno spazio di dialogo può anche permettere di essere ascoltata nei suoi timori e nei suoi bisogni, non solo nelle loro preoccupazioni. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo, a comprendere meglio questi meccanismi, a dare spazio a entrambe le parti che sente dentro di sé e a costruire un rapporto con il cibo e con il suo corpo che non sia basato solo sul controllo, ma anche su una maggiore libertà e serenità. Non si tratta di toglierle qualcosa, ma di aiutarla a capire cosa sta succedendo e perché, così da poter fare scelte più consapevoli e meno guidate dalla paura. Il fatto che lei sia riuscita a raccontare tutto questo è già un passo molto importante. Significa che una parte di lei sta cercando un modo per uscire da questa situazione senza essere giudicata o forzata, ma compresa. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buonasera, purtroppo quasi 2 mesi fa mia mamma e' morta improvvisamente per un infarto, ero a casa con lei , ad un certo punto si e' accasciata a terra, ho provato a farle il massaggio cardiaco in attesa dei soccorsi, hanno provato a rianimarla in tutti i modi ma invano. E' stato uno shock, ho sempre dei flashback di quella giornataccia, oltre al.dolore e tristezza della perdita di.mia mamma, vivevo ancora con lei. Sento tanto vuoto senza di lei, non ero preparata, si e' svolto tutto in maniera improvvisa, al mattino l' ho vista, mi ha detto che si sentiva stanca e le girava la testa e dopo si e' accasciata, nel giro di poco me la sono ritrovata in una bara. Ho iniziato a seguire una terapia con una psicologa e nelle ultime sedute mi ha consigliato di sentire uno psichiatra per una terapia farmacologica,in quanto per lei ottimizzerebbe la terapia che sto seguendo. Penso sempre a mia mamma e a quei momenti, ho impresso.il rumore di quando e' caduta oltre il senso di colpa per non essere riuscita a salvarla. Ho perso anche mio papa' qualche anno fa ma forse per lui ero psicologicamente piu' preparata essendo malato di tumore ma per mia mamma la rapidita' degli eventi non mi permette di fare i conti con il distacco.Ringrazio in anticio chi mi rispondera'. Cordiali saluti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, quello che ha vissuto è un evento estremamente intenso e traumatico, e le reazioni che descrive sono profondamente comprensibili. Trovarsi improvvisamente davanti a una situazione così drammatica, tentare di aiutare una persona cara e poi dover affrontare una perdita così rapida lascia un segno forte sia sul piano emotivo che su quello mentale. Il dolore per la perdita di sua mamma si intreccia con immagini, suoni e sensazioni di quei momenti, ed è come se la sua mente continuasse a tornarci nel tentativo di dare un senso a ciò che è accaduto. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, quello che sta sperimentando ha molto a che fare con il modo in cui il cervello elabora eventi improvvisi e molto carichi emotivamente. I flashback, il ricordo vivido del rumore della caduta, la sensazione di rivivere quella scena non sono segnali di qualcosa che non va in lei, ma tentativi della mente di elaborare un’esperienza che è stata troppo intensa e troppo veloce per essere compresa in quel momento. È come se una parte di lei fosse ancora lì, in quella stanza, a cercare di ricostruire e integrare ciò che è successo. A questo si aggiunge il senso di colpa che sente per non essere riuscita a salvarla. Questo è un pensiero molto frequente in situazioni simili, perché quando si ama qualcuno si ha anche il desiderio profondo di proteggerlo. Tuttavia, è importante considerare che la sua mente, nel formulare questo pensiero, sta probabilmente attribuendo a lei una responsabilità che non corrisponde alla realtà dei fatti. In quei momenti lei ha fatto ciò che era nelle sue possibilità, in una situazione estrema e improvvisa. Il senso di colpa spesso nasce non da ciò che si è realmente fatto o non fatto, ma da un bisogno di trovare un controllo su qualcosa che in realtà è stato fuori dal controllo. Il vuoto che sente ora è un’altra componente molto forte. Non riguarda solo l’assenza fisica di sua mamma, ma anche la perdita di una presenza quotidiana, di un riferimento, di una parte della sua vita che improvvisamente non c’è più. Quando una perdita è così improvvisa, il processo di adattamento può richiedere più tempo proprio perché non c’è stata la possibilità di prepararsi gradualmente. Il fatto che lei abbia iniziato un percorso psicologico è un passo molto importante. A volte, quando il carico emotivo è particolarmente intenso e persistente, può essere utile affiancare diversi tipi di supporto per facilitare il processo di elaborazione. Al di là delle scelte specifiche, ciò che conta è che lei non rimanga sola dentro questa esperienza e possa avere uno spazio in cui dare senso a quello che prova, senza sentirsi sopraffatta. Nel tempo, lavorare su questi vissuti può aiutarla a trasformare il modo in cui questi ricordi si presentano, rendendoli meno intrusivi e meno dolorosi, e a rielaborare anche quei pensieri di colpa che oggi pesano molto. Non si tratta di dimenticare o di cancellare ciò che è successo, ma di permettere alla sua mente di integrare questa esperienza in modo più sostenibile. Se sente che questi pensieri, immagini e emozioni continuano a occupare gran parte delle sue giornate, può essere utile continuare ad approfondire questo lavoro all’interno del percorso che ha iniziato, così da comprendere sempre meglio come funziona questo meccanismo dentro di lei e come poterlo affrontare in modo più efficace. Il fatto che lei stia cercando aiuto e stia parlando di ciò che prova è già un segnale di grande forza e di volontà di prendersi cura di sé in un momento così difficile. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Sono una ragazza di 28 anni, studentessa fuori corso all'università e sto cercando lavoro (che non riesco a trovare). Mi sento emotivamente/mentalmente distrutta, ho problemi in famiglia, soprattutto con mio padre non vado per niente d'accordo, mi giudica su ogni cosa che faccio e che dico, specialmente sulla questione del cibo e sull'università, tanto che mi sono state dette frasi molto pesanti come ad esempio il fatto che sono un fallimento e che con me ha fallito e questo mi ha destabilizzato tanto, mi sento la pecora nera della famiglia poiché vengono fatti paragoni tra me e mio fratello e non mi sono mai sentita all'altezza proprio per questa differenza che viene fatta; mio fratello prova a difendermi ma con scarsi risultati, tanto che mio padre per ripicca usa il silenzio punitivo e ancora oggi è una settimana che non ci parliamo.
Inoltre ho subìto dei lutti ravvicinati che mi hanno portato a chiudermi molto in me stessa, soffro d'ansia e panico costante, e non riesco a gestire il tutto.
Provo costantemente una sensazione di vuoto e malessere dentro, non so cosa fare, mi sento inutile, non so come andare avanti, mi sento proprio impotente...
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, quello che sta vivendo è molto pesante e complesso, e il senso di stanchezza emotiva che descrive è comprensibile se si considera quante aree della sua vita stanno facendo pressione contemporaneamente. Le difficoltà in famiglia, il rapporto con suo padre, il senso di giudizio costante, le perdite che ha affrontato, l’incertezza sul futuro e il tema dell’università e del lavoro si stanno sommando e stanno creando un carico che può far sentire davvero svuotati e senza direzione. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è importante osservare come tutte queste esperienze stiano influenzando il modo in cui lei guarda a se stessa. Le parole che ha ricevuto, soprattutto quando arrivano da una figura significativa come un genitore, tendono a lasciare un’impronta profonda. Non restano solo come ricordi, ma possono trasformarsi in pensieri ricorrenti su di sé, come sentirsi un fallimento, non all’altezza, la pecora nera. Questi pensieri, quando si attivano, non sono semplicemente idee, ma diventano lenti attraverso cui lei interpreta la realtà e il suo valore personale. Quando la mente si abitua a guardarsi in questo modo, anche le difficoltà oggettive, come essere fuori corso o non trovare lavoro, vengono lette come conferme di quel giudizio interno, e questo aumenta il senso di impotenza. È un circolo che si autoalimenta, perché più ci si sente bloccati e svuotati, più diventa difficile trovare energie per muoversi, e questo a sua volta rinforza l’idea di non farcela. In parallelo, i lutti che ha vissuto possono aver inciso molto sul suo equilibrio emotivo. Quando si attraversano perdite ravvicinate, è frequente che una parte di sé si chiuda per proteggersi dal dolore, ma questa chiusura può portare anche a sentirsi distanti da tutto, come se mancasse qualcosa dentro. Il vuoto che descrive spesso ha proprio questa funzione, è come uno spazio che si crea quando le emozioni sono troppo intense o difficili da gestire. Anche il rapporto con suo padre sembra giocare un ruolo importante nel mantenere questo stato. Il giudizio continuo e il silenzio punitivo possono far sentire non visti e non riconosciuti, e questo può aumentare il bisogno di approvazione ma allo stesso tempo anche la paura del confronto. In queste dinamiche è facile sentirsi intrappolati, perché qualsiasi movimento sembra non portare a un cambiamento. Il fatto che lei senta ansia e panico costante è coerente con questo quadro. Quando la mente è sovraccarica e tende a interpretare la realtà in modo negativo e minaccioso, anche il corpo entra in uno stato di allerta continuo. Non è un segnale di debolezza, ma una risposta a una situazione percepita come molto difficile da sostenere. All’interno di questo scenario, un aspetto importante è iniziare a distinguere tra ciò che le è stato detto e ciò che realmente la definisce. Le parole ricevute hanno un peso, ma non sono una fotografia oggettiva di chi è lei. Lavorare su questo punto può aiutare a costruire una visione di sé più equilibrata e meno influenzata dal giudizio esterno. Un percorso psicologico può essere molto utile proprio per questo, per comprendere come si sono costruiti questi schemi di pensiero, come si attivano nelle situazioni quotidiane e come è possibile modificarli nel tempo. Non si tratta solo di stare meglio nell’immediato, ma di acquisire strumenti per uscire da questo senso di blocco e iniziare a muoversi in modo più libero, anche rispetto alle scelte future. Il fatto che lei stia esprimendo così chiaramente il suo malessere è già un passo significativo. Anche se ora si sente impotente, questo non significa che lo sia davvero. Spesso, quando si è immersi in un periodo così difficile, la percezione di sé e delle proprie possibilità è molto più ristretta di quanto non sia nella realtà. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve, sono un uomo di 41 anni e da 13 anni sto con una donna di 10 anni più piccola. Abbiamo litigato di rado e per anni tutto è andato bene, ma negli ultimi 4 anni tra di noi è cambiato molto il rapporto, cosa che lei non pensa sia avvenuta. Ogni mia proposta di fare qualcosa insieme è sistematicamente rifiutata, lei esce poco di casa, non si cura come prima, e non ha obiettivi nella vita. Avevano deciso di andare a vivere insieme, ma sua mamma ha accusato un malore, e da quel giorno tutto si è fermato. Io sto male, oltretutto la vita sessuale da 4 anni è quasi assente, mi sento inutile e parlare con lei non serve a nulla. Non chiedo che cambi completamente, ma talvolta un compromesso non farebbe male. Sto pensando di lasciarla ma ho paura di un futuro da solo, non so più che fare.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, quello che descrive è una situazione che può diventare molto logorante nel tempo, soprattutto quando si ha la sensazione di essere gli unici a vedere il cambiamento e a provare a muovere qualcosa nella relazione. Da una parte c’è il legame costruito in tanti anni, dall’altra il vissuto attuale fatto di distanza, rifiuti e bisogni che non trovano risposta. È comprensibile che si senta stanco, frustrato e anche confuso rispetto a quale direzione prendere. Dal suo racconto emerge un aspetto centrale che spesso, in ottica cognitivo comportamentale, diventa importante osservare con attenzione. Non è solo ciò che accade tra voi due, ma anche il modo in cui lei interpreta quello che accade e il significato che attribuisce ai comportamenti della sua partner. Quando le sue proposte vengono rifiutate, quando la vede chiusa, poco attiva o distante, è naturale che si attivino pensieri legati al sentirsi inutile, non importante o non considerato. Questi pensieri, oltre a farla soffrire, rischiano di influenzare il modo in cui si pone nella relazione, magari portandola a insistere, a sentirsi ancora più frustrato o a ritirarsi a sua volta. Allo stesso tempo, il comportamento della sua partner sembra indicare una chiusura o un cambiamento importante che lei non riconosce o non riesce a esprimere. Il fatto che questo cambiamento sia iniziato in concomitanza con un evento familiare significativo può non essere casuale. A volte alcune situazioni attivano vissuti profondi che portano la persona a ritirarsi, a perdere interesse, energia o progettualità. Questo non giustifica la distanza, ma può aiutare a comprenderne una possibile funzione. Quello che sembra essersi creato tra voi è una sorta di disallineamento. Lei cerca contatto, movimento, progettualità, mentre lei sembra ferma o altrove. In queste dinamiche, più una persona spinge, più l’altra può chiudersi, e questo alimenta un circolo che con il tempo aumenta la distanza emotiva. Un altro elemento importante è il tema della paura della solitudine. Il fatto che lei stia pensando di lasciare la relazione ma si senta bloccato da questo timore è molto significativo. Significa che non è solo una scelta legata alla relazione in sé, ma anche a ciò che questa rappresenta per lei in termini di sicurezza, abitudine, identità. A volte restare in una relazione che non soddisfa più pienamente alcuni bisogni è anche un modo per evitare il vuoto o l’incertezza che si teme di trovare fuori. In questo momento sembra che lei si trovi in una posizione molto difficile, diviso tra il desiderio di un cambiamento e la paura delle conseguenze di quel cambiamento. Più si resta in questa ambivalenza senza strumenti per leggerla, più aumenta il senso di blocco. Un lavoro su di sé potrebbe aiutarla proprio a fare chiarezza su questi aspetti. Comprendere meglio quali sono i suoi bisogni nella relazione, quali pensieri si attivano nelle situazioni che vive, quanto la paura della solitudine sta influenzando le sue scelte, e come poter comunicare in modo più efficace ciò che prova. Questo tipo di percorso può aiutarla a uscire dalla sensazione di essere incastrato e a prendere decisioni più consapevoli, qualunque esse siano. Non si tratta necessariamente di arrivare subito a una scelta definitiva, ma di iniziare a capire cosa sta succedendo dentro di lei e nella relazione, perché spesso è proprio questa comprensione che permette di sbloccare la situazione. Il fatto che lei si stia facendo queste domande è già un segnale importante, perché indica che non si è rassegnato a stare male, ma sta cercando un modo per stare meglio. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buonasera, sono la mamma di Diego un ragazzo di quasi 14 anni dolce, gentile da sempre..sin da piccolo è sempre statoi un bambino molto vivace ammetto di averlo contenuto abbastanza con continui richiami, ma era veramente un terremoto . I primi anni della scuola dell infanzia sono stati duri, cercava di attirare l attenzione ..scarabocchiando il foglio del compagno, facendo piccoli dispetti, e non c'è stato giorno in cui le sue maestre non mi abbiano fermato per riferirmi tutto ciò..feci anche i controllo per verificare nel caso fosse ADHH ..ma nulla mi fu solo detto che era un ragazzino dal temperamento dinamico!Gli anni delle elementari sono trascorsi tranquilli, vivace ma nulla di che! Gli anni delle medie invece sono stati tosti! Ora è in terza media la sua classe è composta da un gruppo maschile che si trascina dalla materna , ed in piu giocano anche a basket insieme da anni..beh lui si è sempre sentito escluso , non accettato a pieno sebbene siano usciti anche tante volte insieme, come se questo fosse un gruppo ermetico !La sua risposta a cio è che risulta infantile, è come se ogni giorno dovesse fare intrattenimento , chiaramente afferma "se non faccio ridere mi sento non valido"si agita, esagera e per far ridere ha preso anche una nota disciplinare! inutile stare a dire che in casa parliamo tantissimo cerco di fargli capire che non deve performare per valere....ma la mia paura piu grande è che possa crescere insicuro e che x tutta la vita abbia questa richiesta di attenzioni.. cosa dobbiamo fare?grazie mille
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, nelle sue parole si percepisce molto amore, molta attenzione e soprattutto una grande preoccupazione materna verso il benessere emotivo di suo figlio. E questo è già un elemento importante, perché Diego sembra crescere in un contesto in cui viene osservato, ascoltato e pensato profondamente. Non è qualcosa di scontato. Da ciò che racconta, non emerge tanto l’immagine di un ragazzo “problematico”, quanto quella di un ragazzo che probabilmente ha sviluppato nel tempo un modo specifico di stare nelle relazioni e di cercare il proprio posto all’interno del gruppo. Lei descrive un bambino molto vivace, intenso, pieno di energia, che fin da piccolo sembrava avere un forte bisogno di essere visto e riconosciuto dagli altri. Quando un bambino riceve frequentemente richiami, anche se fatti con buone intenzioni e per contenerlo, può iniziare pian piano a costruire dentro di sé l’idea di essere “troppo”, di dover continuamente correggere qualcosa di sé oppure di dover trovare un modo per conquistarsi attenzione e approvazione. Molti ragazzi, soprattutto in adolescenza, iniziano inconsapevolmente a costruire il proprio valore personale sulla base della reazione degli altri. Nel caso di suo figlio, sembra che il far ridere, il fare spettacolo, il diventare il centro della scena siano diventati quasi un modo per sentirsi accettato e legittimato nel gruppo. Quando dice “se non faccio ridere mi sento non valido”, in quella frase c’è probabilmente molto più dolore e insicurezza di quanto appaia superficialmente. Perché dietro il comportamento rumoroso, esagerato o infantile, spesso non c’è superficialità, ma il tentativo di evitare la sensazione di essere invisibili o esclusi. L’adolescenza, poi, amplifica enormemente questi vissuti. A quell’età il gruppo diventa uno specchio potentissimo della propria identità. Se un ragazzo percepisce anche solo parzialmente di non sentirsi davvero dentro al gruppo, può iniziare a fare sempre di più per conquistarsi un posto. E spesso più ci prova in modo forzato, più rischia di sentirsi fuori posto, entrando in un circolo molto frustrante. È come se il bisogno di essere accettato diventasse così forte da spingerlo a comportamenti che poi finiscono paradossalmente per allontanarlo dall’immagine di sé che vorrebbe avere. Vorrei però rassicurarla su un punto importante: il fatto che oggi suo figlio manifesti questo bisogno di approvazione non significa affatto che sarà necessariamente un adulto insicuro o dipendente dall’attenzione degli altri. L’adolescenza è una fase estremamente plastica, in cui tanti aspetti del carattere e del modo di relazionarsi sono ancora in piena costruzione. Anzi, il fatto che lui riesca a verbalizzare qualcosa di così profondo come “se non faccio ridere non valgo” è già un segnale molto significativo di consapevolezza emotiva. Molti ragazzi agiscono questi vissuti senza nemmeno riuscire a riconoscerli. Mi sembra molto importante anche il fatto che in casa ne parliate tanto. Tuttavia, a volte i ragazzi comprendono razionalmente certi messaggi, ma emotivamente continuano a sentire altro. Lui probabilmente sa già che non deve “performare” per essere amato, ma dentro di sé può comunque sentire la paura di non bastare così com’è. E queste convinzioni profonde non si modificano semplicemente con la rassicurazione, perché spesso si costruiscono lentamente attraverso esperienze, confronti e interpretazioni di sé. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, sarebbe utile aiutarlo gradualmente a capire cosa succede dentro di lui nei momenti in cui sente il bisogno di attirare l’attenzione. Quali pensieri compaiono? Cosa teme possa accadere se resta spontaneo e tranquillo? Cosa prova quando si sente escluso? Perché spesso dietro certi comportamenti apparentemente “eccessivi” ci sono meccanismi automatici molto profondi che il ragazzo stesso non comprende fino in fondo. Per questo motivo credo che un percorso di supporto psicologico potrebbe essere davvero prezioso, non perché ci sia qualcosa di “sbagliato” in lui, ma perché potrebbe aiutarlo a costruire un senso di valore personale più stabile, meno dipendente dalla reazione del gruppo. Un percorso cognitivo comportamentale, soprattutto in adolescenza, può essere molto utile proprio per comprendere questi schemi relazionali e lavorare sulla sicurezza personale, sull’autostima e sul modo in cui interpreta se stesso nelle relazioni sociali. A volte intervenire in questa fase significa prevenire anni di sofferenza silenziosa, perché ragazzi come suo figlio spesso imparano a mascherare molto bene le proprie fragilità dietro l’ironia, l’agitazione o il bisogno di far ridere. Ma sotto può esserci un ragazzo che teme profondamente di non essere abbastanza interessante, abbastanza importante o abbastanza amabile semplicemente essendo sé stesso. Il fatto che lei si stia interrogando ora, con questa sensibilità, è già qualcosa di molto importante per lui. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Ho un vissuto problematico con il cibo da quando ho memoria. Da quando ho 6 anni vivo un rapporto conflittuale tra desiderio e repulsione. Ho fatto diete, di tutti i tipi possibili, che ho sempre portato a termine con successo, ma vivendole come una privazione dalla mia “dipendenza” ne annullavo l’effetto non appena le terminavo, riprendendo tutti i chili che avevo perso. Sono pienamente consapevole delle mie difficoltà e dell’approccio adeguato per poter raggiungere il peso e la forma fisica che vorrei ma mi rendo conto che le mie emozioni, sempre di più, bloccano la mia parte razionale e prendono il sopravvento. Sono entrata in un circolo vizioso da cui non riesco ad uscire. Ho consultato specialisti che mi hanno sempre indirizzato su metodi pratici invece di lavorare sulle emozioni e sulla dipendenza per il cibo. Vorrei arrivare ad eliminare questa dipendenza e considerare il cibo come un mezzo di sussistenza e basta. Come posso fare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, nelle sue parole si sente molta stanchezza, ma anche una grande lucidità rispetto a ciò che sta vivendo. Lei descrive un rapporto con il cibo che non sembra riguardare semplicemente la fame o il controllo del peso, ma qualcosa di molto più profondo, radicato e presente nella sua vita da tantissimo tempo. E credo sia importante riconoscere questo aspetto, perché spesso chi vive una sofferenza simile si sente dire continuamente cosa dovrebbe mangiare, come dovrebbe organizzarsi o quale dieta seguire, mentre dentro continua a sentirsi intrappolato nello stesso meccanismo emotivo. Da ciò che racconta emerge chiaramente che il problema non è la mancanza di volontà. Anzi, il fatto che lei sia riuscita più volte a seguire diete e portarle a termine dimostra esattamente il contrario. Il punto è che quelle restrizioni sembrano essere state vissute come una lotta continua contro qualcosa di molto potente interiormente. E quando il cibo viene vissuto contemporaneamente come conforto, gratificazione, compensazione emotiva ma anche fonte di colpa e repulsione, il rapporto con esso rischia di trasformarsi in un vero conflitto interno. Molte persone in situazioni simili raccontano proprio questa sensazione: sapere razionalmente cosa sarebbe utile fare, ma sentirsi emotivamente trascinate in direzioni opposte. Ed è qui che spesso nasce il senso di impotenza, perché si inizia a pensare “se so già cosa fare, perché non riesco a farlo stabilmente?”. In realtà, quando il cibo assume nel tempo anche una funzione emotiva, la sola razionalità raramente basta. Non perché la persona sia debole, ma perché il comportamento alimentare smette di essere soltanto nutrizione e diventa anche regolazione emotiva, sollievo, anestesia, compagnia o compensazione. Mi colpisce molto quando dice di desiderare di considerare il cibo “solo come un mezzo di sussistenza”. Comprendo il bisogno che c’è dietro questa frase, cioè il desiderio di liberarsi da una sofferenza che sente invadente e dominante. Però forse potrebbe essere utile fare attenzione a non trasformare il rapporto col cibo in qualcosa che deve essere completamente svuotato di piacere o significato emotivo. Il problema spesso non è il fatto che il cibo abbia anche una dimensione emotiva, perché questo appartiene all’esperienza umana di tutti, ma il fatto che diventi l’unico o il principale strumento attraverso cui gestire emozioni difficili, vuoti, tensioni o stati interiori dolorosi. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, ciò che mantiene vivo questo circolo vizioso molto spesso non è soltanto il comportamento alimentare in sé, ma il sistema di pensieri, emozioni e vissuti che si attivano attorno ad esso. Più ci si sente in colpa, frustrati o “dipendenti”, più aumenta il bisogno di controllo. E più il controllo diventa rigido e vissuto come privazione, più il cervello tende a percepire il cibo come qualcosa di emotivamente carico e irresistibile. È una dinamica che nel tempo può diventare estremamente logorante. Per questo motivo credo che lei abbia colto un punto molto importante: probabilmente prima ancora di lavorare sul cibo sarebbe utile lavorare sul significato che il cibo ha assunto nella sua vita e sulle emozioni che cerca di gestire attraverso di esso. Spesso dietro questi meccanismi si nascondono bisogni emotivi profondi, modalità apprese molto presto per affrontare certe sensazioni interne, oppure forme di autoconsolazione sviluppate negli anni quasi automaticamente. Quando un disagio accompagna una persona fin dall’infanzia, come nel suo caso, raramente si tratta solo di “abitudini sbagliate”. Di solito esistono schemi emotivi molto profondi che meritano di essere compresi con delicatezza, senza giudizio e senza ridurre tutto al peso o alla disciplina alimentare. Credo che un percorso psicologico potrebbe esserle davvero utile proprio perché lei sembra già aver compreso che il nodo centrale non è sapere cosa mangiare, ma capire cosa succede dentro di sé nei momenti in cui le emozioni prendono il sopravvento. Un lavoro cognitivo comportamentale, in questi casi, può aiutare molto a riconoscere i meccanismi automatici che collegano emozioni, pensieri e comportamento alimentare, permettendo gradualmente di costruire un rapporto meno conflittuale con sé stessa e con il cibo. E forse il primo passo importante potrebbe essere proprio smettere di guardarsi come una persona “senza controllo” o “dipendente”, iniziando invece a vedere quanto a lungo abbia cercato, probabilmente con grande fatica, un modo per gestire qualcosa di emotivamente molto intenso. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve dottori, sono una ragazza di 26 anni, mi sono lasciata da circa qualche mese, abbiamo 22 anni di differenza, stavamo insieme da 3 anni circa, diciamo che da circa inizio anno ho iniziato a risentire un mio amico con cui mi frequentavo a distanza diciamo circa prima del mio ex, con lui mi sono sempre sfogata, sentita capita e forse questo, che non trovavo nel mio ex, mi ha fatto avvicinare a lui, e tutt'ora ho un non so quale sentimento nei suoi confronti, con lui oltretutto ci dobbiamo rivedere in questi giorni, dopo esserci visto un mese fa già, in amicizia anche se c'è stato qualche bacio. Inoltre però col mio ex ci continuavamo a vedere perché io non riuscivo a distaccarmi, a lasciarlo andare, nonostante continuassi a non vedere cambiamenti da parte sua, nonostante continuassimo a discutere, a vedere cose che non mi stavano bene..con questo amico ora mi devo rivedere ma ho paura, perché in questo periodo ho di nuovo riprovato qualcosa per lui, ma è come se andassi a periodi, non so come sentirmi, come riconoscere ciò che provo..mi piace ma allo stesso tempo voglio essere libera o comunque ho paura che poi ci sono atteggiamenti o comportamenti anche banali che non mi piacciono..quindi ritorno sui miei passi e non mi piace più, ma è ovvio che se lo vedo magari vorrei baciarlo, parlare, stare insieme ecc..mi spaventa questo perché non so come riconoscere il tutto, cosa fare, lasciare che le cose vadano da se e vedere come va oppure cosa? non riesco a dare un nome a tutto ciò, a come mi sento...a cosa provo, ho paura di non so neanche cosa, di vederlo e non sapere cosa fare per paura..non lo so
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, da quello che racconta sembra che in questo momento lei si trovi dentro un intreccio emotivo molto intenso, ma anche molto umano. Spesso quando una relazione importante finisce, soprattutto dopo anni in cui quella persona è stata una presenza stabile nella nostra vita, non avviene un distacco netto e lineare. Una parte di noi può desiderare di andare avanti, mentre un’altra continua a cercare ciò che conosce, anche quando sa che ci sono aspetti che fanno soffrire o che non fanno stare bene. Questo crea una forte confusione interna, perché ci si sente tirati in direzioni diverse contemporaneamente. Nel suo racconto emerge molto chiaramente un aspetto importante: lei non sembra essere “fredda” o “incostante”, come forse teme, ma piuttosto molto sensibile ai bisogni emotivi che prova nelle relazioni. Con questo suo amico lei si è sentita capita, ascoltata, accolta emotivamente, e spesso quando troviamo qualcuno con cui possiamo sentirci visti davvero, si crea un legame molto forte, anche se non sempre immediatamente definibile. Allo stesso tempo però sembra che appena percepisce il rischio di un coinvolgimento più concreto, dentro di lei si attivi qualcosa che la porta a frenarsi, a dubitare, a voler tornare indietro o a focalizzarsi su aspetti che non le piacciono. Questo movimento di avvicinamento e allontanamento è molto più frequente di quanto si creda. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, spesso accade quando convivono contemporaneamente due bisogni profondi che sembrano quasi opposti: il desiderio di vicinanza emotiva e il bisogno di protezione. Una parte di lei forse desidera lasciarsi andare, sentirsi amata, costruire qualcosa, mentre un’altra teme inconsciamente ciò che potrebbe succedere dopo: soffrire, sentirsi delusa, perdere libertà, sentirsi nuovamente non compresa, o magari ritrovarsi dentro dinamiche che ha già vissuto. Per questo motivo è possibile che lei non riesca a “dare un nome” a ciò che prova. A volte cerchiamo una risposta netta, come “mi piace” oppure “non mi piace”, ma le emozioni raramente funzionano in modo così semplice. Ci possono essere attrazione, affetto, paura, bisogno di sicurezza, desiderio di libertà, nostalgia, curiosità e timore tutti insieme. E quando si cerca di capire cosa si prova mentre si è immersi nell’ansia di dover decidere, spesso la mente diventa ancora più confusa. Mi colpisce anche il fatto che lei sembri molto concentrata sul “dover capire subito” cosa fare prima ancora di concedersi il diritto di ascoltarsi davvero. Ma le emozioni, soprattutto dopo una relazione significativa, hanno bisogno di tempo per essere comprese. Non sempre è necessario avere immediatamente una definizione precisa del rapporto o una certezza assoluta su ciò che si prova. A volte può essere più utile osservare con calma come si sente quando è con quella persona, come si sente quando si allontana, quali pensieri si attivano, quali paure emergono e soprattutto cosa cerca davvero dentro un legame. Quando dice “ho paura ma non so di cosa”, probabilmente sta descrivendo qualcosa di molto importante. Molte persone percepiscono l’ansia prima ancora di riuscire a identificarne chiaramente il contenuto. Ed è proprio lì che spesso diventa utile iniziare un percorso psicologico, non tanto per ricevere risposte preconfezionate su cosa fare, ma per comprendere più a fondo i propri schemi emotivi e relazionali. Capire perché alcune persone ci attirano così tanto, perché in certi momenti sentiamo il bisogno di avvicinarci e in altri di fuggire, perché alcuni comportamenti diventano improvvisamente intollerabili o ci fanno perdere interesse. Tutto questo non nasce “a caso”, ma racconta qualcosa del nostro modo di vivere le relazioni, la vicinanza, la paura e il bisogno affettivo. Un percorso cognitivo comportamentale potrebbe aiutarla proprio a fare ordine dentro questa confusione senza giudicarsi, imparando gradualmente a riconoscere meglio ciò che sente, i pensieri che la spaventano e i meccanismi che la portano a oscillare così tanto. Non per convincerla a stare con qualcuno o a lasciarlo, ma per aiutarla a scegliere con maggiore consapevolezza e serenità, senza sentirsi trascinata continuamente dalla paura o dall’incertezza. Nel frattempo, forse potrebbe provare a togliersi un po’ di pressione dal dover “capire tutto subito”. Lei può anche concedersi di vivere quell’incontro senza obbligarsi a decidere immediatamente cosa rappresenti quella persona nella sua vita. A volte il bisogno di controllare ogni emozione nasce proprio dalla paura di stare male, ma più cerchiamo di avere certezze assolute prima di vivere qualcosa, più rischiamo di allontanarci da ciò che realmente sentiamo. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno. La mia ragazza ha sognato di fare del sesso o di strusciarsi (lei dice che era strusciarsi) con un altro ragazzo (è capitato mentre dormiva accanto a me nella realtà, viviamo insieme) il ragazzo del sogno era un ragazzo che ha sempre reputato bello è una cosa normale secondo te? , poi al risveglio lo ha confessato. E si è svegliata perché aveva un capello davanti agli occhi. Me ne sono accorto perché muoveva il bacino velocemente e aveva un respiro accelerato.
Cosa vuol dire tutto ciò? Che desidera lui? Che lo farebbe o vorrebbe farlo con lui?
Vi ringrazio in anticipo.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, capisco il turbamento che può aver provato vivendo quella situazione così da vicino, soprattutto perché non si è trattato soltanto di un racconto fatto il giorno dopo, ma di qualcosa che lei ha percepito concretamente mentre accadeva nel sonno. È comprensibile quindi che la mente abbia iniziato subito a cercare un significato preciso e magari anche preoccupante a ciò che è successo. Vorrei però rassicurarla su un punto importante: i sogni, anche quelli a contenuto sessuale o emotivamente intenso, non possono essere interpretati in modo diretto e automatico come “desideri reali” o intenzioni concrete. La mente durante il sonno produce immagini, emozioni, ricordi, fantasie e associazioni in modo molto diverso rispetto allo stato di veglia. Può utilizzare persone che troviamo attraenti, situazioni simboliche o elementi casuali senza che questo significhi necessariamente voler tradurre tutto nella realtà. Il fatto che la sua ragazza abbia sognato un ragazzo che considera bello non equivale automaticamente a dire che desideri tradirla o che sceglierebbe lui nella vita reale. Le persone possono provare attrazione estetica o avere fantasie inconsce senza che questo definisca i propri sentimenti di coppia o le proprie intenzioni. L’essere umano, anche quando è innamorato e coinvolto, continua ad avere una mente immaginativa e spontanea. Questo vale per tutti. Inoltre c’è un altro elemento che mi sembra molto significativo e che forse, nella preoccupazione del momento, rischia di passare in secondo piano: lei racconta che al risveglio la sua ragazza glielo ha confessato spontaneamente. Questo comportamento parla probabilmente di trasparenza e fiducia, non di volontà di nascondere qualcosa. Una persona che vive un desiderio concreto di tradimento o una doppia vita emotiva spesso tende a occultare, minimizzare o evitare. In questo caso invece sembra esserci stata immediatezza e sincerità. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, quello che spesso crea maggiore sofferenza non è tanto l’evento in sé, ma il significato che la mente gli attribuisce. Lei ha assistito a una scena che l’ha colpita emotivamente e subito sono comparsi pensieri molto comprensibili: “allora lo desidera davvero?”, “lo farebbe?”, “vuol dire che non le basto?”. Quando siamo emotivamente coinvolti, il cervello tende facilmente a trasformare un dubbio in una possibile minaccia relazionale. E più si cerca di analizzare ogni dettaglio, più il pensiero rischia di diventare insistente e ansiogeno. Anche il fatto che lei abbia notato il movimento del corpo e il respiro accelerato può aver reso tutto molto più “reale” ai suoi occhi, ma durante il sonno il corpo può reagire fisiologicamente ai sogni in maniera automatica, senza che questo rappresenti una decisione cosciente o una volontà concreta. È importante non confondere una risposta involontaria del sonno con un’intenzione relazionale reale. Credo che in questo momento potrebbe esserle utile provare a osservare non soltanto il sogno della sua ragazza, ma soprattutto ciò che questo episodio ha attivato dentro di lei. A volte eventi simili toccano paure profonde legate al confronto, al timore di non essere abbastanza, alla possibilità di essere sostituiti o non desiderati abbastanza. E quando queste paure vengono attivate, la mente cerca rassicurazioni assolute che purtroppo però nelle relazioni umane non esistono mai completamente. Per questo motivo, più che cercare di decifrare il sogno come se fosse una prova o un messaggio nascosto, potrebbe essere più utile comprendere cosa ha significato per lei viverlo. Spesso dietro queste situazioni emergono dinamiche emotive importanti che meritano ascolto e comprensione, non giudizio. In alcuni casi, anche intraprendere un percorso psicologico può aiutare molto a comprendere meglio i propri schemi relazionali, il rapporto con la gelosia, con il confronto e con il bisogno di sicurezza affettiva, senza vivere ogni evento ambiguo come una possibile minaccia al legame. Una relazione sana non si misura dall’assenza totale di sogni, fantasie o attrazioni occasionali verso altri esseri umani, ma soprattutto dalla qualità del rapporto reale, dalla fiducia, dalla sincerità e dal modo in cui si affrontano insieme le emozioni difficili. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, non so se questo sia il luogo giusto per avere una risposta, intanto ringrazio per la disponibilità.
Un anno fa sono stata operata di tumore alla gamba, al momento porto un tutore poiché ho perso la sensibilità al piede.
Mio marito ha alternato momenti un cui mi è stato vicino a momenti di freddezza e nervosismo, anche quando sono tornata a casa dopo 2 mesi di ospedale.
Non abbiamo rapporti completi da quasi 2 anni e lui mi ripete che non se la sente per ora per la mia gamba e perché dice di non essere in forma.
A me sembra strano tutto ciò, nel senso cbe potevo capire un anno fa ma ora non capisco perché non cerchi un momento per noi.
Avrei bisogno di un vostro parere grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che sta vivendo tocca aspetti molto profondi, sia sul piano personale che su quello di coppia. Dopo un evento importante come un intervento e un percorso di cura, è naturale avere bisogno di ritrovare non solo un equilibrio fisico, ma anche una vicinanza emotiva e intima con il partner. Il fatto che lei senta una distanza e faccia fatica a comprenderla è assolutamente comprensibile. Spesso, in situazioni come questa, entrano in gioco dinamiche meno visibili ma molto potenti. Da un lato c’è il suo bisogno di sentirsi desiderata, vista, riconosciuta come donna oltre che come persona che ha affrontato una difficoltà importante. Dall’altro lato, il comportamento di suo marito può essere influenzato da vissuti che non sempre vengono espressi apertamente, come il disagio nel confrontarsi con la malattia, la paura, il cambiamento del corpo o anche una difficoltà a gestire emotivamente ciò che è accaduto. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è utile osservare come lei sta interpretando questa distanza. È possibile che, nel tentativo di dare un senso a ciò che accade, la mente costruisca delle spiegazioni che possono farla sentire ancora più ferita o confusa, come l’idea che lui non la desideri più o che non ci sia più spazio per l’intimità. Questi pensieri, pur comprensibili, rischiano di aumentare il dolore e di rendere ancora più difficile un avvicinamento. Allo stesso tempo, anche suo marito potrebbe essere intrappolato in una sorta di blocco. A volte, quando non si sa come gestire una situazione emotivamente complessa, si tende ad allontanarsi o a evitare, non tanto per mancanza di affetto, ma per difficoltà a stare in quel tipo di contatto. Il fatto che alterni momenti di vicinanza a momenti di freddezza può indicare proprio questa oscillazione interna. Un passaggio importante potrebbe essere quello di creare uno spazio di dialogo in cui non si parli solo del comportamento, ma anche di ciò che ognuno di voi prova. Non tanto per cercare una spiegazione immediata o una soluzione, ma per rendere più condivisibile ciò che sta accadendo. Spesso, quando le emozioni rimangono non dette, il rischio è che ognuno costruisca le proprie interpretazioni in solitudine. È comprensibile che dopo un anno lei si aspetti un riavvicinamento e che questa distanza inizi a pesare sempre di più. Allo stesso tempo, forzare un cambiamento senza comprendere cosa c’è dietro potrebbe non portare al risultato desiderato. È più utile cercare di capire insieme cosa sta succedendo nel vostro rapporto in questo momento, anche nelle sue parti più difficili. In situazioni come questa, può essere molto utile avere uno spazio di supporto, individuale o anche di coppia, in cui poter esplorare questi vissuti con maggiore profondità. Comprendere i meccanismi emotivi e relazionali che si sono attivati dopo un evento così significativo può aiutare a ritrovare un contatto più autentico e, nel tempo, anche una nuova forma di intimità. Il fatto che lei senta questo bisogno e si stia interrogando è un segnale importante, perché indica che per lei la relazione ha valore e merita attenzione. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Sono una giovane professionista di 30 anni e lo scorso agosto, inaspettatamente, ho conosciuto un uomo di 20 anni più grande di me. Tra noi è nata subito una sintonia rara, un’amicizia profonda che ci ha resi in poco tempo, l'uno il punto di riferimento dell'altra. Lui è un uomo molto realizzato sul lavoro ma è legato a una compagna che vede principalmente nei weekend e per le vacanze.
Da agosto siamo usciti spesso e abbiamo passato quasi ogni sera al telefono a parlare per ore (e già riuscire a parlare con qualcuno ogni giorno senza annoiarsi mai è tutto dire) condividevamo tutto, dai consigli sulla giornata ai pensieri più intimi, alle cavolate da bar, oltre ai molteplici messaggi durante la giornata, in attesa della nostra consueta telefonata. Lui stesso mi diceva spesso di non aver mai provato un attaccamento così profondo per qualcuno. Poi, verso novembre, a questo legame già solido si è aggiunto l’aspetto affettivo e sessuale: è stata la ciliegina sulla torta. Ci siamo voluti tantissimo, anche se entrambi avevamo timore di andare oltre per via dell'età e della sua situazione, ma anche quel nuovo terreno è diventato uno spazio di comunicazione bellissimo e appagante.
Con il tempo, però, l’ambivalenza ha iniziato a farci soffrire. Io ero l'ultima persona che sentiva e vedeva il venerdì sera e la prima che cercava la domenica appena essersi liberato dalla compagna; ci cercavamo ormai in tempo reale appena succedeva qualcosa di rilevante per l'altro; spesso mi chiedeva anche consigli lavorativi o di avere un supporto morale per cose di lavoro che faceva fatica a gestire, faceva 100 km di strada solo per vedermi a cena, spesso mi faceva regali, ma tutto questo non bastava a sciogliere il nodo.
Dieci giorni fa, inaspettatamente, ha deciso di chiudere con me. Mi ha detto che questa situazione lo logora e lo fa sentire deluso da se stesso. Pur ammettendo che il rapporto con la sua compagna è incrinato e che io l'ho destabilizzato, dice di non sentirsi abbastanza innamorato da giustificare una separazione, perché a lei, comunque, vuole bene, e che vista la nostra importante differenza non ritiene sia giusto per me intraprendere una relazione con un uomo tanto più grande e che questa relazione non crede possa evolvere ulteriormente.
La verità è che io non gli ho mai chiesto di lasciarla; so come vanno queste cose e una scelta del genere deve partire da lui. Mi sarebbe solo piaciuto trovarci in una situazione di parità, entrambi single, per scoprire dove ci avrebbe portato la vita. Per la prima volta mi sono sentita vista e apprezzata per ciò che sono davvero: il nostro rapporto, pur nei suoi limiti, era vero.
E ritengo anche di essere una persona equilibrata da non fare tanto le pazzie a cuor leggero.
Ora a dire il vero mi sento un po' spaesata e piena di domande. Sento di aver perso prima di tutto un amico, una persona per cui avrei rischiato volentieri, fregandomene delle etichette sociali, solo per vedere fin dove saremmo arrivati insieme.
(scusate, ma il dono della sintesi, non è il mio forte)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, nel suo racconto si percepisce qualcosa di molto intenso, profondo e autentico. Al di là delle etichette o della complessità della situazione, ciò che emerge è soprattutto l’esperienza di essersi sentita emotivamente vista da qualcuno in un modo che probabilmente non le capitava da molto tempo, forse mai con questa intensità. E quando accade un incontro così, la sofferenza legata alla perdita non riguarda soltanto la fine di una relazione sentimentale, ma anche la sensazione improvvisa di perdere uno spazio emotivo che era diventato quotidiano, familiare, rassicurante. Lei descrive un legame costruito giorno dopo giorno, fatto di presenza costante, condivisione spontanea, ascolto reciproco, intimità mentale prima ancora che fisica. Spesso relazioni di questo tipo diventano così potenti proprio perché nascono lentamente attraverso la continuità emotiva. Non si tratta soltanto del desiderio o dell’attrazione, ma della sensazione di sentirsi profondamente comprese e importanti per qualcuno. Ed è comprensibile che oggi lei si senta spaesata, perché improvvisamente viene a mancare una figura che era diventata un riferimento interno molto significativo. Da ciò che racconta, sembra anche che abbiate vissuto una relazione in cui convivevano contemporaneamente autenticità e limite. Da una parte c’era un coinvolgimento reale, evidente nei gesti, nella ricerca continua, nella condivisione quotidiana, nel bisogno reciproco di esserci. Dall’altra però era presente una situazione irrisolta che inevitabilmente teneva il rapporto in una condizione ambivalente. E l’ambivalenza, soprattutto quando dura nel tempo, tende a consumare molto emotivamente, perché la mente resta continuamente sospesa tra ciò che sente e ciò che realisticamente può accadere. Mi colpisce il fatto che lei non sembri animata dalla rabbia o dal desiderio di “vincere” rispetto alla compagna di lui. Piuttosto emerge il dolore di non aver potuto vivere questo legame in una condizione limpida e reciproca. Lei non chiedeva necessariamente una scelta immediata, ma la possibilità di capire cosa sarebbe potuto nascere se entrambi foste stati davvero liberi. Ed è proprio questo forse uno degli aspetti più difficili da elaborare: il senso di qualcosa che non si è concluso perché mancavano i sentimenti, ma perché l’altro non è riuscito o non ha voluto attraversare fino in fondo le conseguenze emotive delle proprie scelte. Quando lui le dice di non sentirsi “abbastanza innamorato” da lasciare la compagna, credo sia importante non ridurre questa frase a un semplice “non teneva abbastanza a lei”. Le persone spesso vivono conflitti molto più complessi. A volte entrano in gioco il senso di responsabilità, la paura del cambiamento, il timore di distruggere equilibri costruiti negli anni, il bisogno di sicurezza o persino l’immagine che si ha di sé. Questo non cancella il valore del vostro rapporto, ma probabilmente racconta i limiti emotivi e decisionali con cui lui stesso si sta confrontando. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, nei momenti di perdita come questo la mente tende naturalmente a cercare spiegazioni definitive, quasi per trovare un modo di chiudere il dolore. Ci si interroga continuamente su cosa fosse reale, su cosa avrebbe potuto accadere, su cosa si sarebbe potuto fare diversamente. Ma spesso queste domande, se diventano incessanti, rischiano di mantenere la sofferenza attiva perché tengono la persona ancorata a scenari ipotetici e irrisolti. In realtà il punto centrale forse non è capire se lui l’amasse “abbastanza”, ma comprendere cosa questo legame abbia rappresentato per lei. Perché da ciò che scrive sembra che questo rapporto abbia toccato bisogni emotivi profondi: sentirsi scelta, riconosciuta, capita, valorizzata nella propria autenticità. E quando una relazione riesce ad attivare parti così importanti di noi, inevitabilmente lascia un segno molto forte. Credo che in questo momento potrebbe esserle utile concedersi il diritto di vivere il dolore senza invalidarlo. A volte si tende a minimizzare perché “tecnicamente” non era una relazione ufficiale o perché esistevano dei limiti oggettivi, ma le emozioni non funzionano in base alle definizioni formali. Lei sta vivendo un lutto relazionale reale, che coinvolge abitudini, pensieri, aspettative, progettualità immaginate e soprattutto un forte investimento affettivo quotidiano. Allo stesso tempo, questa esperienza potrebbe diventare anche un’occasione importante per comprendere più a fondo alcuni suoi bisogni relazionali e il modo in cui costruisce il legame emotivo con l’altro. A volte incontri così intensi riescono quasi a “svelare” parti profonde di noi stessi che nella quotidianità rimangono silenziose. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo: non tanto per dimenticare rapidamente questa persona, ma per comprendere perché questo rapporto abbia avuto un impatto così profondo, quali aspetti di sé ha sentito finalmente riconosciuti e quali dinamiche emotive oggi la fanno sentire così sospesa tra nostalgia, dolore e domande senza risposta. Spesso un percorso cognitivo comportamentale aiuta proprio a fare ordine dentro relazioni emotivamente molto coinvolgenti, permettendo gradualmente di distinguere ciò che appartiene al legame reale da ciò che la mente costruisce attorno alla possibilità, all’attesa o al desiderio di ciò che avrebbe potuto essere. E il fatto che lei oggi soffra così tanto non significa necessariamente debolezza o impulsività. Al contrario, dal suo racconto emerge una persona molto lucida, capace di introspezione e profondità emotiva, che si è trovata dentro una situazione umanamente molto complessa. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, sono una ragazza di 28 anni e mi ritrovo ad avere problemi in tutte le relazioni sentimentali in cui mi trovo. Soffro di ansia sociale e non sono mai stata ricambiata dai ragazzi che mi piacevano, mentre ho sempre rifiutato chi ha tentato di approcciarsi a me per i motivi più vari (troppo bello/brutto/poco intelligente/troppo popolare). Ricordo che alle scuole medie per la prima volta un ragazzo che mi piaceva da tanto tempo mi scrisse il classico bigliettino: "Ti vuoi mettere con me?" e io ero super felice ma allo stesso tempo terrorizzata, dopo qualche giorno risposi che non lo sapevo e lui mi disse che quel biglietto era uno scherzo, era solo una scommessa con un suo amico. I primi anni delle superiori mi contattò un ragazzo della mia stessa scuola, abbiamo parlato per un po' e io mi sono affezionata molto, quando mi ha chiesto di uscire ho provato uno stato di forte ansia anticipatoria e le prime volte che ci vedevamo non riuscivo neanche a parlare per la forte ansia che provavo. Siamo usciti tante volte e io ero molto affezionata, ci abbracciavamo spesso ma ero frenata dal fatto che non fosse abbastanza carino e mi vergognavo anche un po' a stare insieme a lui, invece guardando le foto dei suoi amici ho avuto un amore platonico durato diversi anni per uno di loro, con cui non sono mai riuscita a parlare. Successivamente verso i 16 anni mi chiede di uscire uno dei ragazzi più belli della scuola, io ovviamente ero terrorizzata ma le mie amiche hanno insistito affinché ci uscissi, così ho accettato, abbiamo passato una serata insieme nella sua macchina, lui mi ha portato in un posto isolato, ho dato il mio primo bacio, lui voleva avere un rapporto ed era molto insistente ma io rifiutavo perché sarebbe stata la prima mia volta e non volevo che avvenisse in quel modo. Nonostante questo lui mi toccava anche se cercavo di allontanarlo, una volta tornata a casa lui è sparito, io ovviamente chiedevo spiegazioni e lui ha iniziato ad insultarmi per il fatto che si era sentito rifiutato e che lo avevo respinto. Sono stata malissimo per un lungo periodo dopo questo evento, credo di aver sperimentato per la prima volta depressione e pensieri suicida. Ho contattato uno psicologo e uno psichiatra che mi hanno prescritto la paroxetina. Dopo questo evento ho approcciato fisicamente con vari ragazzi solo quando a qualche festa ero ubriaca, dopo non li cercavo più o li allontanavano perché non riuscivo a gestire la situazione e sapevo che ragazzi erano e che mi avrebbero fatto soffrire. A 18 anni sono stata fidanzata per la prima volta per due anni con un ragazzo conosciuto tramite amici in comune, lui ha tentato l' approccio ma all'inizio lo rifiutavo perché non mi piaceva per niente fisicamente (quando lo vedevo anni prima pensavo che fosse veramente brutto) ma era un bravissimo ragazzo, molto dolce e presente, le mie amiche insistevano affinché ci mettessimo insieme e alla fine ho iniziato a provare attrazione nei suoi confronti. Ma ricordo che la prima volta che ci siamo baciati provavo repulsione, mi vergognavo di farmi vedere in giro con lui. Ho saputo che una mia compagna di classe aveva commentato "Io con uno così brutto non riuscirei neanche a parlarci", questo mi ha ferito molto. Non sono mai riuscita ad avere un rapporto completo con lui perché avevo troppa vergogna e paura dell' intimità. Alla fine nonostante gli volessi molto bene l'ho lasciato perché avevo troppi pensieri intrusivi sul suo aspetto fisico, sul fatto che a volte provavo attrazione ma molto più spesso repulsione nei suoi confronti nonostante una forte connessione emotiva. Sono stata sola per due anni dopo questa relazione, non provando attrazione e interesse verso nessuno, fino a quando a 22 anni ho iniziato a lavorare ed ho conosciuto un mio collega di 10 anni più grande che all'epoca era fidanzato. Ho provato attrazione verso questo ragazzo e per la prima volta ho fatto io il primo passo nei confronti di qualcuno, gli scrivevo per delle scuse di lavoro, poi abbiamo iniziato a parlare di interessi in comune come la musica. Ero terrorizzata di finire come nella precedente relazione ma mi ripetevo che mi piaceva ed era carino. Così ci siamo dichiarati e la prima serata passata insieme ho provato una forte chimica nei suoi confronti, abbiamo parlato fino alle 4 di mattina, lui ha trovato il coraggio di lasciare la sua fidanzata e abbiamo iniziato a frequentarci. Il secondo giorno che ci siamo visti però già sono iniziati i pensieri intrusivi nei suoi confronti, non mi piaceva il modo in cui si vestiva, non mi piaceva il suo viso senza barba e provavo repulsione e desiderio di fuggire. Ma mi ripetevo "Prova ad andare avanti, non devi mica starci per sempre". Con lui ho avuto le prime vere esperienze intime. Così questa relazione va avanti da 5 anni dove ci sono momenti in cui penso sia l' uomo più bello del mondo e altri in cui provo repulsione per il suo aspetto e vorrei fuggire (quando provo repulsione mi vergogno anche di farmi vedere in sua compagnia dalle persone che conosco, quando lo vedo bello invece vorrei che tutti ci vedessero insieme). La situazione è peggiorata quando all' inizio di quest' anno ho interrotto la paroxetina. Le ansie nei suoi confronti si sono estese oltre all'aspetto fisico, a volte non mi piace il suo odore, ho ossessioni sul suo livello di pulizia personale e sul livello di pulizia della sua casa, ho paura che sia una persona sporca e il pensiero di stare con una persona poco pulita mi terrorizza, appena sento un cattivo odore provenire dal suo corpo provo repulsione e vorrei scappare. Anche a livello caratteriale, quando fa un pensieri che non condivido inizio a pensare che è una persona stupida e superficiale e che non posso stare con una persona così. Ultimamente ogni suo gesto e comportamento o modo di apparire mi crea ansia e rabbia. Sono devastata, vorrei scappare ma quando lo faccio sto con la speranza che lui mi cerchi, ho il terrore di lasciarlo perché fondamentalmente da quando stiamo insieme la mia vita e il mio umore erano migliorati, questa relazione mi ha aiutato a staccarmi dalla mia famiglia di origine disfunzionale, con una madre iper ansiosa e iper controllante e un padre infantile e assente. Ho appena iniziato un nuovo percorso di psicoterapia e sono terrorizzata dal fatto di dover scoprire che il mio ragazzo non è la persona adatta a me e che tutti questi pensieri siano la manifestazione che non l'ho mai amato veramente o che l'amore è finito. Scusate per la lunghezza.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità una parte così delicata e dolorosa della sua storia. Dal suo racconto emerge chiaramente quanto lei stia vivendo una sofferenza intensa e quanto, allo stesso tempo, stia cercando di comprenderla con lucidità. Questo è un aspetto importante, perché spesso chi vive questi tormenti tende a sentirsi “sbagliato”, incoerente o incapace di amare davvero, mentre in realtà dietro a certi meccanismi ci sono dinamiche emotive profonde che meritano di essere comprese con calma e senza giudizio. Leggendo ciò che racconta, colpisce il fatto che nelle relazioni sembri attivarsi molto rapidamente un forte stato di allerta. È come se il coinvolgimento emotivo, il desiderio di vicinanza e l’intimità facessero nascere contemporaneamente anche paura, dubbio, controllo e bisogno di “verificare” continuamente ciò che prova o ciò che prova l’altro. Questo può diventare estremamente faticoso, perché la relazione smette di essere un luogo spontaneo e si trasforma in qualcosa da analizzare continuamente. Ogni dettaglio rischia di diventare una prova: l’aspetto fisico, l’odore, un gesto, una frase, il modo di vestirsi, perfino la sensazione provata in un determinato momento. In ottica cognitivo comportamentale, spesso si osserva come alcune esperienze relazionali, soprattutto se molto dolorose o umilianti, possano influenzare il modo in cui la mente interpreta le relazioni successive. Nel suo racconto ci sono episodi che sembrano aver lasciato ferite importanti: il rifiuto vissuto come scherno alle medie, l’esperienza sessuale adolescenziale vissuta senza sentirsi davvero rispettata, la paura del giudizio degli altri, la vergogna, il timore di essere ferita o intrappolata in qualcosa di “sbagliato”. Quando alcune esperienze ci fanno sentire esposti, non accolti o non al sicuro, la mente può iniziare a sviluppare strategie di controllo per proteggerci dalla sofferenza. Il problema è che queste strategie, col tempo, possono diventare così pervasive da interferire con la possibilità di vivere serenamente i rapporti. Lei stessa descrive molto bene un’alternanza significativa: momenti in cui vede il suo compagno come bellissimo, desiderabile e importante, e altri in cui prova repulsione, rabbia o bisogno di fuga. Questo passaggio improvviso da un estremo all’altro spesso crea enorme confusione, perché porta a chiedersi continuamente “allora lo amo davvero oppure no?”. Tuttavia le emozioni, soprattutto quando sono molto influenzate dall’ansia, non sempre sono indicatori affidabili della realtà. Quando l’ansia entra nelle relazioni, tende a farci monitorare continuamente ciò che sentiamo, e più controlliamo ciò che proviamo, meno riusciamo a viverlo spontaneamente. Un altro aspetto importante è il peso che sembra avere lo sguardo esterno. In diversi momenti della sua storia emerge il timore del giudizio, il bisogno che il partner sia “adeguato”, la paura di vergognarsi accanto a qualcuno o di essere valutata dagli altri attraverso la persona che ha vicino. Questo non significa superficialità o cattiveria, come forse teme, ma potrebbe raccontare qualcosa di più profondo legato al bisogno di sentirsi valida, accettata e al sicuro nel rapporto con gli altri. A volte chi è cresciuto in contesti molto critici, controllanti o emotivamente instabili sviluppa una sensibilità molto elevata al giudizio e all’idea di poter “sbagliare scelta”, anche nelle relazioni. È molto importante anche il fatto che lei abbia notato un peggioramento dopo l’interruzione della terapia farmacologica. Non tanto per entrare nel merito medico, quanto perché questo suggerisce che probabilmente alcuni equilibri emotivi e ansiosi siano particolarmente delicati e meritino attenzione. Inoltre, il fatto che lei abbia appena iniziato una nuova psicoterapia mi sembra un passaggio molto prezioso. Comprendo perfettamente la paura che possa emergere la conclusione che “non ama davvero” il suo partner, ma un percorso psicologico serio non serve a darle una sentenza sulla relazione. Serve piuttosto a capire cosa succede dentro di lei quando entra in intimità emotiva con qualcuno, quali paure si attivano, quali pensieri diventano ossessivi, quali bisogni profondi cercano di essere protetti. Molto spesso il problema non è semplicemente “la persona giusta o sbagliata”, ma il modo in cui alcune dinamiche interne influenzano la percezione dell’altro e delle relazioni. Quando si vive costantemente nel dubbio, nella ricerca di conferme, nel monitoraggio delle sensazioni e nella paura di sbagliare, diventa quasi impossibile sentirsi davvero tranquilli con chiunque. Ed è proprio questo che sembra emergere nel suo racconto: il tormento cambia forma, ma tende a ripresentarsi. Credo che il fatto che lei abbia scritto con questa profondità e consapevolezza sia già un segnale importante. Non mi sembra una persona superficiale o incapace di amare, ma una persona molto spaventata dalla possibilità di soffrire, di sentirsi intrappolata o di fare una scelta “sbagliata”. E quando la paura diventa così forte, la mente cerca continuamente prove, rassicurazioni o difetti su cui concentrarsi. Purtroppo, però, questo processo alimenta ancora di più ansia e confusione. Per questo motivo penso che un percorso psicologico possa davvero aiutarla non tanto a decidere immediatamente cosa fare della relazione, ma prima di tutto a comprendere meglio il suo funzionamento emotivo, il rapporto con l’intimità, con il giudizio, con il controllo e con la paura del rifiuto. Un lavoro cognitivo comportamentale, in particolare, può essere molto utile per imparare a riconoscere i circoli mentali che alimentano questi tormenti e costruire gradualmente un rapporto più sereno con le proprie emozioni e con i legami affettivi. Il fatto che oggi lei si stia mettendo in discussione con questa sincerità non è un segno di fallimento. Può diventare invece l’inizio di una comprensione più profonda di sé stessa. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve, ho 30 anni e mi sono trasferita pochi mesi fa in una nuova città raggiungendo il mio compagno che è venuto qui per lavoro. Premetto che sono venuta qui anche per iniziare un percorso di 2 mesi come stage in un posto per fare esperienza nel mio campo e vedere se può veramente piacermi questo lavoro. Lo stage non è andato a buon fine perchè alla fine dei due mesi, ho deciso di non proseguire a causa di dissapori con i titolari. Questi mi hanno umiliata dicendomi che non mi sono integrata bene nel gruppo e altre cose che mi hanno fatta stare parecchio male per giorni. Recarmi in quel luogo era per me tossico, mi faceva stare male emotivamente e fisicamente. Ho pertanto deciso di non proseguire per questo. Adesso sono quindi in cerca di lavoro da diverse settimane, sono veramente disperata perchè ho bisogno di uno stipendio per poter rimanere qui. Non voglio assolutamente tornare al mio paese perchè ciò vorrebbe dire tornare dai miei e fallire. Non lo accetto, perchè ho fatto tanti sacrifici per essere qui, per andare via di casa, per crescere, per crearmi una vita da adulta, non posso buttare tutto all'aria. Ma il solo pensiero di iniziare un nuovo lavoro mi mette molta agitazione. Perchè penso di non essere capace, ho paura di non trovarmi bene, ho paura di ritrovare persone tossiche anche lì e ho paura di fallire. Vorrei tanto poter trovare un ambiente sereno e iniziare finalmente la mia carriera. Avere un lavoro stabile, avere uno stipendio tutti i mesi. Poter pensare un po' di più a fare programmi, cosa che ora non posso fare per motivi economici. Se non dovessi trovare niente come faccio a restare qui? Quanto tempo posso darmi come limite? Sono spaventata. (Sto seguendo anche un percorso dalla psicologa che sto diminuendo sempre più perchè non posso permettermi di fare le sedute ogni settimana) Mi sento motivata a darmi da fare per rimanere qui, ma allo stesso tempo non so da dove cominciare. Mi spaventano i nuovi inizi e fin'ora non ho ottenuto neanche un singolo colloquio. Mi sento davvero indietro su tutto. Vorrei essere più serena. Le mie amiche si sposano e io sto in questa situazione. Sento davvero di aver sbagliato tutto a volte. Cosa mi consigliate? Considerando la mia ansia anticipatoria/scarsa autostima/pessimismo e altre cose.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive sembra essere un momento di forte fatica emotiva, in cui si stanno intrecciando molte paure insieme: la paura di fallire, quella di non essere abbastanza competente, il timore di ritrovarsi nuovamente in ambienti giudicanti o svalutanti, ma anche la paura di dover tornare indietro e sentire di aver perso tutto ciò per cui ha lottato. È comprensibile che, trovandosi in questa condizione, la mente inizi a produrre pensieri molto duri e catastrofici sul presente e sul futuro. Da ciò che racconta emerge un elemento importante: lei non è una persona priva di motivazione o passiva. Anzi, ha preso decisioni coraggiose. Si è trasferita, ha lasciato il contesto familiare, ha cercato di costruire qualcosa di suo, ha investito in un’esperienza lavorativa e sta continuando a cercare una direzione nonostante la paura. Questo spesso viene dimenticato quando si è molto immersi nell’ansia, perché l’ansia tende a farci guardare solo ciò che “non sta funzionando”, ignorando completamente tutte le risorse che stiamo già mettendo in campo. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, situazioni come quella che sta vivendo possono creare un circolo molto pesante. L’esperienza negativa dello stage probabilmente ha lasciato dentro di lei una forte ferita legata al giudizio e all’idea di “non essere adatta”. Quando si vive un’esperienza umiliante o svalutante, soprattutto in un momento delicato della vita, il cervello tende a generalizzare rapidamente. Così un ambiente tossico rischia di diventare nella mente “saranno tutti così”, un fallimento lavorativo rischia di trasformarsi in “fallirò sempre”, e l’assenza momentanea di colloqui può diventare “non troverò mai nulla”. Non perché queste conclusioni siano realistiche, ma perché l’ansia lavora proprio amplificando il pericolo e riducendo la percezione delle possibilità. È importante anche fare attenzione a un altro aspetto: lei sembra attribuire a questa fase della vita un significato molto assoluto, quasi definitivo. Come se trovare subito un lavoro stabile oppure non trovarlo nei prossimi mesi definisse interamente il suo valore personale o il successo della sua vita adulta. Ma la realtà psicologica delle persone è molto più sfumata. Tantissime persone attraversano periodi di smarrimento, cambi di città, esperienze lavorative deludenti, crisi di identità professionale. Il problema è che quando siamo dentro il momento difficile abbiamo la sensazione che tutti gli altri stiano andando avanti perfettamente e solo noi siamo “rimasti indietro”. Il confronto continuo con le amiche che si sposano o sembrano più sistemate rischia di aumentare ulteriormente questa sensazione di inadeguatezza. Lei scrive una frase molto significativa: “vorrei qualcuno che mi dicesse cosa fare”. Dietro questa frase spesso c’è una stanchezza enorme. Quando si è molto in ansia si desidera una certezza assoluta, qualcuno che elimini il dubbio e garantisca che una scelta sarà quella giusta. Però purtroppo nella vita adulta questa certezza quasi mai esiste. E allora la mente resta bloccata, perché cerca una sicurezza impossibile prima di agire. In terapia cognitivo comportamentale si lavora molto proprio su questo: imparare a tollerare il dubbio, l’incertezza e il rischio senza sentirsi paralizzati o definiti da essi. Un altro elemento importante è che lei sembra vivere i nuovi inizi come potenziali minacce più che come possibilità. Questo non significa essere “deboli”, ma probabilmente aver sviluppato nel tempo una modalità mentale molto orientata all’autoprotezione e alla paura del giudizio. Quando si parte da una bassa fiducia in sé, ogni colloquio, ogni nuovo ambiente o esperienza lavorativa viene percepita quasi come un esame sulla propria persona, anziché come una semplice esperienza da esplorare. E questo genera una fortissima ansia anticipatoria. Credo che il fatto che abbia già iniziato un percorso psicologico sia importante, anche se comprendo le difficoltà economiche. A volte, però, non conta solo “fare terapia”, ma anche sentirsi compresi nel proprio funzionamento profondo. Per esempio, potrebbe essere molto utile esplorare con maggiore attenzione quei pensieri automatici che si attivano davanti alle novità, il rapporto con il giudizio degli altri, la paura del fallimento e il significato che attribuisce al “tornare a casa”. Perché dalle sue parole sembra che il ritorno dai suoi non rappresenti solo un cambiamento pratico, ma quasi una conferma dolorosa dell’idea “non ce l’ho fatta”. In questo momento forse la priorità non dovrebbe essere trovare immediatamente “il lavoro perfetto” o capire tutta la sua vita futura, ma costruire gradualmente un senso di stabilità interna maggiore. Quando l’ansia è molto alta, la mente pretende di risolvere tutto subito: lavoro, identità, carriera, futuro, relazioni, autonomia. Ma spesso si procede meglio facendo un passo alla volta, senza trasformare ogni decisione in un verdetto definitivo sulla propria persona. Il fatto che lei abbia paura e continui comunque a cercare una strada dice già molto della sua forza. Non si giudichi solo per ciò che ancora non ha ottenuto. A volte la crescita personale passa proprio attraverso fasi confuse, instabili e frustranti, che però possono diventare occasioni importanti per capire più profondamente come funzioniamo, quali schemi ci bloccano e quale rapporto abbiamo con noi stessi quando non ci sentiamo all’altezza. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve vorrei avere un vostro consiglio.
Ho in mente di iniziare un percorso terapeutico , fare seduti in un pisocolog*. Ho scoperto avere tanti disturbi come la DOC.
Soltanto che ho tanta paura e timore nel parlare dei miei problemi e paure.
Non vorrei andare fisicamente ma tipo online però ho il timore della videochiamata, io avevo pensato tipo all'inizio o se sia possibile un colloquio Soltanto scrivendo e poi se riesco anche con videochiamata.
Diciamo che una volta siamo andati da una psicologa per trattare una questione ed eravamo in famiglia, questa vostra collega tratto male mia madre , alzo la voce e disse che lei era esagerata e ci consigliò di dare delle medicine tranquillanti.
Appena mamma fu sgridata uscì dallo stupido e la trovammo che piangeva.
Per questo ho timore.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, quello che racconta è molto comprensibile e credo sia importante dirle prima di tutto che il fatto di avere paura della terapia non significa affatto che lei non sia pronta a chiedere aiuto. Anzi, spesso chi ha vissuto esperienze negative o giudicanti sviluppa naturalmente timore nel mettersi nuovamente nelle mani di qualcuno, soprattutto quando si tratta di aprirsi su aspetti molto delicati di sé. L’episodio che ha vissuto con sua madre sembra averla colpita profondamente. Vedere una persona cara sentirsi umiliata, non capita o trattata con durezza in un momento vulnerabile può lasciare dentro una forte sfiducia. È possibile che oggi una parte di lei associ inconsciamente la figura dello psicologo al rischio di essere giudicati, sgridati, non compresi o addirittura feriti emotivamente. E se questo succede, è naturale che il solo pensiero di raccontare le proprie paure faccia salire ansia e chiusura. Vorrei però rassicurarla su un punto molto importante: un percorso psicologico non dovrebbe mai basarsi sul giudizio, sull’umiliazione o sull’imporre qualcosa alla persona. La terapia, soprattutto in un approccio cognitivo comportamentale, dovrebbe essere prima di tutto uno spazio sicuro in cui poter comprendere gradualmente il proprio funzionamento, le proprie paure, i pensieri che fanno soffrire e i meccanismi che mantengono il disagio, senza sentirsi sbagliati per questo. Il fatto che lei stia già pensando di iniziare un percorso è un segnale molto significativo. Significa che dentro di sé esiste una parte che desidera stare meglio, capire cosa succede e forse smettere di affrontare tutto da sola. E questo è un passo importante, anche se oggi è accompagnato da tanta paura. Mi sembra anche molto utile che lei abbia già riflettuto su quali modalità potrebbero farla sentire più al sicuro. Molte persone all’inizio fanno fatica con il contatto diretto, con la videocamera o con il raccontarsi verbalmente. Non c’è nulla di strano. Quando si prova ansia o vergogna rispetto ai propri pensieri e alle proprie paure, esporsi può sembrare quasi pericoloso. Per questo motivo alcuni professionisti accolgono tranquillamente la possibilità di iniziare in modo più graduale, ad esempio con colloqui online, tenendo inizialmente la videocamera spenta oppure aiutando la persona a sentirsi a proprio agio poco per volta. In certi casi anche scrivere può diventare un primo ponte per iniziare ad aprirsi. La cosa importante è capire che lei non è obbligata a raccontare tutto subito. Molte persone pensano che andare in terapia significhi sedersi davanti a qualcuno e dire immediatamente le cose più intime o spaventose. In realtà spesso il lavoro iniziale consiste proprio nel costruire fiducia, sicurezza e sentirsi accolti senza pressione. Può volerci tempo, ed è assolutamente legittimo. Anche il timore di parlare dei propri pensieri o delle proprie paure è molto frequente, soprattutto quando alcune esperienze interiori fanno sentire diversi, incomprensibili o giudicabili. Ma proprio ciò che oggi le crea vergogna o paura spesso è ciò che avrebbe più bisogno di essere ascoltato con delicatezza e compreso. Molte volte le persone convivono per anni con pensieri che le spaventano perché credono che, se li dicessero ad alta voce, verrebbero fraintese o giudicate. In terapia invece lo scopo non è etichettare la persona, ma aiutarla a capire come funzionano certi pensieri, perché fanno così paura e come mai sembrano prendere così tanto spazio nella vita quotidiana. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, spesso il problema non è avere determinati pensieri o paure, ma il rapporto che si costruisce con essi. Quando qualcosa ci spaventa molto, tendiamo a evitarlo, controllarlo o nasconderlo, ma così facendo il cervello finisce spesso per percepirlo ancora più minaccioso. Ecco perché affrontare gradualmente questi meccanismi insieme a un professionista può diventare molto utile. Credo che lei possa concedersi il diritto di cercare uno psicologo con cui sentirsi davvero rispettata e al sicuro. Non tutte le esperienze saranno uguali a quella vissuta in passato. La relazione terapeutica è qualcosa di molto personale, e sentirsi accolti senza giudizio è una base fondamentale del lavoro psicologico. Forse in questo momento non è necessario pensare subito alla “terapia perfetta” o a dover raccontare tutto. Potrebbe semplicemente iniziare dal primo passo che sente più sostenibile per lei. Anche scrivere una mail, chiedere informazioni o fare un primo colloquio conoscitivo già rappresentano un modo per iniziare ad avvicinarsi a qualcosa che potrebbe aiutarla molto a comprendere se stessa e a stare meglio. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve dottori a volte porgo domande su curiosità e dubbi in forum del genere cerco appunto dei forum di professionisti mi chiedevo quando basti scrivere su forum del genere oppure quando c’è bisogno di un incontro reale ? Spesso dove aver ricevuto risposte alle mie domande comunque mi risolvono il dubbio , ma quando è attendibile ? Grazie per una vostra risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, la sua domanda è molto interessante e anche molto importante, perché tocca un tema che oggi riguarda tante persone. Cercare risposte nei forum o negli spazi online dedicati alla psicologia è qualcosa di assolutamente comprensibile. Spesso si ha bisogno di un confronto immediato, di sentirsi meno soli, di capire se ciò che si prova è comune oppure no. A volte leggere una risposta può effettivamente rassicurare, aiutare a vedere le cose da un’altra prospettiva o ridurre un dubbio momentaneo. Il punto centrale, però, è comprendere il limite di questi strumenti. Un forum può dare indicazioni generali, spunti di riflessione o orientamento, ma non può sostituire una comprensione approfondita della persona. Chi risponde online vede solo una piccola parte della situazione, spesso raccontata in poche righe e filtrata dal momento emotivo in cui viene scritta. Per questo motivo le risposte possono essere utili, ma non sempre sufficienti per cogliere davvero il funzionamento emotivo che c’è dietro un problema. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, inoltre, è importante osservare anche il modo in cui si utilizzano questi forum. Alcune persone li consultano occasionalmente per curiosità o confronto, mentre altre iniziano a cercare continuamente rassicurazioni per calmare ansia, dubbi o paure. In questi casi può succedere che il sollievo duri poco e che dopo qualche ora o qualche giorno nasca un nuovo bisogno di chiedere, verificare o cercare conferme. Quando accade questo, il rischio è che la ricerca di risposte diventi un modo per gestire momentaneamente il disagio senza però comprenderne davvero le radici. Un incontro reale diventa più importante quando il problema inizia a occupare molto spazio mentale, a ripetersi nel tempo o a influenzare la qualità della vita, delle relazioni, del lavoro o del benessere emotivo. Anche il fatto di sentirsi spesso bloccati negli stessi pensieri, oppure di avere bisogno continuo di rassicurazioni esterne, può essere un segnale utile da ascoltare. Non perché ci sia necessariamente qualcosa di grave, ma perché potrebbe esserci un funzionamento interno che merita di essere compreso meglio. La differenza principale è che in un percorso psicologico non si cerca soltanto di rispondere alla domanda del momento, ma di capire perché quella domanda si presenta, quali emozioni la alimentano, quali pensieri si attivano e cosa mantiene il disagio nel tempo. Questo permette spesso di ottenere un cambiamento più profondo e stabile rispetto a una rassicurazione momentanea. Per quanto riguarda l’attendibilità delle risposte online, molto dipende da chi risponde, da quanto il contesto è stato compreso e dal tipo di problematica. Una risposta può essere corretta in generale ma non adatta alla specifica persona che legge. È importante quindi utilizzare questi strumenti come occasioni di riflessione e non come verità assolute sulla propria situazione. Il fatto che lei si stia ponendo questa domanda mostra già una buona capacità di osservare il proprio modo di cercare aiuto e comprensione. A volte proprio questa curiosità verso il proprio funzionamento può diventare il punto di partenza per un lavoro personale più approfondito, che non serve solo a “risolvere un dubbio”, ma a stare meglio con se stessi in modo più stabile e consapevole. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Domande più frequenti
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Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa del suo…