buongiorno ho 52 anni e ho perso mio marito di 50 anni in poco tempo per un tumore aggressivo Lui e
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buongiorno ho 52 anni e ho perso mio marito di 50 anni in poco tempo per un tumore aggressivo
Lui era quello forte.. quello che mi sosteneva.. l'ottimista.. mentre io la parte fragile (sono trapiantata renale da 3 anni) abbiamo vissuto un amore di 13 anni e convissuto per 8 anni... ... sono passati più di tre mesi... non ho nessun familiare accanto ..non ne posso parlare..perchè dicono che devo reagire ..ho una mamma anziana ed un fratello più grande... vorrei che mi chiamassero e mi dicessero come va?
come sto.. invece nulla.... mia madre si chiama.... ma non posso dire che sto male... solo cosa hai mangiato tutto ok come va il lavoro.
Mio fratello non chiama mai ... dice che posso chiamarlo io... lui dice che non chiama nessuno e ha detto che non sono l'unica a soffrire ...
Ma sono io una pazza... ? nel senso io vorrei sentire il loro aiuto il loro sostegno invece sto impazzendo perché non ne posso parlare...
come se lui non fosse esistito? sbaglio a voler "pretendere " un loro aiuto?
sto malissimo si aggiunge anche i miei suoceri che sin dall'inizi non mi hanno "accettato"... perché ho portato loro via il figlio da casa...
e non ho mai avuto rapporti... tranne pranzi... qualche compleanno di mio marito...(ma questo è un problema minore... il problema serio che stanno facendo storie per l'eredità specialmente il padre ... ed io sono distrutta )
Sono nel vuoto assoluto.. io e lui eravamo sempre insieme.. uniti...
ora sono nella voragine e non trovo nessun sostegno da parte di persone che conosco... sto frequentando una psicologa ed un gruppo
ma è un incubo.. possibile che i familiari invece di avvicinarsi si allontanano? non capisco... se ad un familiare muore un compagno... io lo chiamerei .. msg di sostegno ecc. invece il vuoto assoluto.. così non supererò mai... perché mi sento ancora più sola.. già sapevo che potevo contare solo su di lui... ma ora che non c'è più non solo ne ho la conferma... ma ho un dolore allucinante che nessuno può capire... e devo pure recitare si ok.. ho mangiato si ok sto bene.. e di lui... basta non se ne parla... ma è mai possibile?
Lui era quello forte.. quello che mi sosteneva.. l'ottimista.. mentre io la parte fragile (sono trapiantata renale da 3 anni) abbiamo vissuto un amore di 13 anni e convissuto per 8 anni... ... sono passati più di tre mesi... non ho nessun familiare accanto ..non ne posso parlare..perchè dicono che devo reagire ..ho una mamma anziana ed un fratello più grande... vorrei che mi chiamassero e mi dicessero come va?
come sto.. invece nulla.... mia madre si chiama.... ma non posso dire che sto male... solo cosa hai mangiato tutto ok come va il lavoro.
Mio fratello non chiama mai ... dice che posso chiamarlo io... lui dice che non chiama nessuno e ha detto che non sono l'unica a soffrire ...
Ma sono io una pazza... ? nel senso io vorrei sentire il loro aiuto il loro sostegno invece sto impazzendo perché non ne posso parlare...
come se lui non fosse esistito? sbaglio a voler "pretendere " un loro aiuto?
sto malissimo si aggiunge anche i miei suoceri che sin dall'inizi non mi hanno "accettato"... perché ho portato loro via il figlio da casa...
e non ho mai avuto rapporti... tranne pranzi... qualche compleanno di mio marito...(ma questo è un problema minore... il problema serio che stanno facendo storie per l'eredità specialmente il padre ... ed io sono distrutta )
Sono nel vuoto assoluto.. io e lui eravamo sempre insieme.. uniti...
ora sono nella voragine e non trovo nessun sostegno da parte di persone che conosco... sto frequentando una psicologa ed un gruppo
ma è un incubo.. possibile che i familiari invece di avvicinarsi si allontanano? non capisco... se ad un familiare muore un compagno... io lo chiamerei .. msg di sostegno ecc. invece il vuoto assoluto.. così non supererò mai... perché mi sento ancora più sola.. già sapevo che potevo contare solo su di lui... ma ora che non c'è più non solo ne ho la conferma... ma ho un dolore allucinante che nessuno può capire... e devo pure recitare si ok.. ho mangiato si ok sto bene.. e di lui... basta non se ne parla... ma è mai possibile?
Salve, da ciò che scrive emerge un dolore molto profondo, che non riguarda soltanto la perdita del suo compagno, ma anche il senso di solitudine e di mancato riconoscimento del suo vissuto da parte delle persone che le stanno intorno. È una combinazione molto difficile da sostenere, perché al lutto si aggiunge la sensazione di non poterlo condividere, quasi di doverlo contenere da sola. In una prospettiva cognitivo comportamentale, quando una persona attraversa un evento così significativo, non è soltanto l’evento in sé a generare sofferenza, ma anche il modo in cui questo viene vissuto dentro una rete di relazioni. Lei descrive molto chiaramente un bisogno umano fondamentale, quello di essere vista, ascoltata e accolta nel proprio dolore. Quando questo bisogno non trova risposta, è comprensibile che la sofferenza si amplifichi e che emergano pensieri come il sentirsi sola, non compresa, o addirittura il dubbio di “stare sbagliando qualcosa” nel provare ciò che sta provando. Mi colpisce in particolare una sua domanda: se sia sbagliato “pretendere” aiuto. In realtà, dal punto di vista psicologico, il bisogno di sostegno non è una richiesta eccessiva, ma una componente naturale delle relazioni umane, soprattutto nei momenti di perdita. Tuttavia, non tutte le persone hanno la stessa capacità o disponibilità emotiva nel rispondere alla sofferenza altrui. Questo non necessariamente significa indifferenza o assenza di amore, ma può riflettere limiti personali, difficoltà a tollerare il dolore o modalità diverse di affrontarlo. È comprensibile che questo la faccia sentire ancora più sola, perché non solo sta affrontando una perdita importante, ma si trova anche a dover gestire relazioni che non rispondono come lei avrebbe bisogno. In queste situazioni, spesso la mente tende a concludere che il proprio dolore non abbia spazio o legittimità, e questo può rendere tutto ancora più pesante. Dal suo racconto emerge anche una grande fatica nel “tenere insieme” le emozioni nella quotidianità, quasi come se fosse costretta a recitare una parte esterna mentre internamente vive un mondo molto diverso. Questa discrepanza, a lungo andare, può aumentare la sensazione di isolamento emotivo. Un punto importante, in un percorso psicologico di tipo cognitivo comportamentale, sarebbe proprio quello di aiutare la persona a dare spazio e forma a questo dolore, senza doverlo comprimere o nascondere, e allo stesso tempo a comprendere meglio quali aspettative ha verso gli altri e quali possono essere realisticamente soddisfatte. Non per ridurre il bisogno di sostegno, ma per evitare che la sua assenza diventi l’unica fonte di interpretazione del rapporto con gli altri. Lei non sta “impazzendo”, come si chiede con molta angoscia. Sta vivendo un lutto significativo in condizioni emotivamente e relazionalmente molto povere di sostegno, e questo rende tutto più faticoso e più solitario. È proprio in situazioni come queste che può essere utile uno spazio terapeutico stabile, non tanto per dirle cosa dovrebbe provare, ma per non lasciare il suo dolore senza contenimento e senza ascolto, soprattutto quando intorno sembra mancare. Il fatto che lei stia già frequentando una psicologa e un gruppo è un elemento importante, anche se in questo momento può non darle il sollievo che sperava. A volte il beneficio di questi percorsi non è immediato, ma si costruisce nel tempo, proprio attraverso la possibilità di dare dignità a ciò che si sta vivendo. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
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Cara,
quello che stai provando è la reazione più sana, umana e naturale di fronte a un dolore allucinante. Sei stata colpita da un terremoto: hai perso l'uomo che amavi, la tua colonna, il tuo ottimismo, e lo hai perso in poco tempo. In più, affronti tutto questo con la fragilità fisica di chi ha vissuto un trapianto renale solo tre anni fa.
È una violenza psicologica ed emotiva dover recitare la parte del "Sì, tutto ok, ho mangiato" con tua madre, ed è straziante sentire la durezza di tuo fratello che minimizza dicendo che "non sei l'unica a soffrire".
Guardiamo insieme questo vuoto spaventoso: Perché i familiari si allontanano? La domanda che ti tormenta è legittima Il lutto è un fenomeno che terrorizza alcune persone. Tua madre è anziana, tuo fratello probabilmente non ha gli strumenti emotivi per reggere l'urto di un dolore così immenso. Quando le persone dicono "devi reagire" o evitano di pronunciare il nome di tuo marito, come se non fosse mai esistito, non lo fanno perché sono necessariamente cattive, ma per “evitamento”. Vedere il tuo dolore specchia la loro fragilità e la loro paura della morte e della perdita. Il problema è che per proteggere se stessi dall'angoscia, alzano un muro e lasciano te nell'isolamento. Ti chiedono "cosa hai mangiato?" perché il cibo è un terreno neutro, superficiale, che non richiede di guardare dentro il dolore.
Quando cerchi quell'appoggio nei tuoi familiari e trovi il vuoto (o la rigidità di tuo fratello), il tuo sistema nervoso subisce un secondo trauma.
Stai frequentando una psicologa e un gruppo, e dici che è un incubo. È normale: il lutto ha i suoi tempi e all'inizio tutto sembra un insulto alla presenza di chi non c'è più. Non mollare lo spazio terapeutico. Se senti che l'approccio attuale non ti basta, o se hai bisogno di uno spazio personalizzato, ti invito a fare un colloquio con me, anche online.
Tuo marito ti ha amata per 13 anni e quell'amore non è svanito nel nulla: è depositato dentro di te. Lui ti vedeva fragile, ma se sei sopravvissuta a un trapianto e a questo dolore per tre mesi, in te c'è una forza sotterranea che dobbiamo solo risvegliare.
Un abbraccio,
Vincenzo Lucifora
quello che stai provando è la reazione più sana, umana e naturale di fronte a un dolore allucinante. Sei stata colpita da un terremoto: hai perso l'uomo che amavi, la tua colonna, il tuo ottimismo, e lo hai perso in poco tempo. In più, affronti tutto questo con la fragilità fisica di chi ha vissuto un trapianto renale solo tre anni fa.
È una violenza psicologica ed emotiva dover recitare la parte del "Sì, tutto ok, ho mangiato" con tua madre, ed è straziante sentire la durezza di tuo fratello che minimizza dicendo che "non sei l'unica a soffrire".
Guardiamo insieme questo vuoto spaventoso: Perché i familiari si allontanano? La domanda che ti tormenta è legittima Il lutto è un fenomeno che terrorizza alcune persone. Tua madre è anziana, tuo fratello probabilmente non ha gli strumenti emotivi per reggere l'urto di un dolore così immenso. Quando le persone dicono "devi reagire" o evitano di pronunciare il nome di tuo marito, come se non fosse mai esistito, non lo fanno perché sono necessariamente cattive, ma per “evitamento”. Vedere il tuo dolore specchia la loro fragilità e la loro paura della morte e della perdita. Il problema è che per proteggere se stessi dall'angoscia, alzano un muro e lasciano te nell'isolamento. Ti chiedono "cosa hai mangiato?" perché il cibo è un terreno neutro, superficiale, che non richiede di guardare dentro il dolore.
Quando cerchi quell'appoggio nei tuoi familiari e trovi il vuoto (o la rigidità di tuo fratello), il tuo sistema nervoso subisce un secondo trauma.
Stai frequentando una psicologa e un gruppo, e dici che è un incubo. È normale: il lutto ha i suoi tempi e all'inizio tutto sembra un insulto alla presenza di chi non c'è più. Non mollare lo spazio terapeutico. Se senti che l'approccio attuale non ti basta, o se hai bisogno di uno spazio personalizzato, ti invito a fare un colloquio con me, anche online.
Tuo marito ti ha amata per 13 anni e quell'amore non è svanito nel nulla: è depositato dentro di te. Lui ti vedeva fragile, ma se sei sopravvissuta a un trapianto e a questo dolore per tre mesi, in te c'è una forza sotterranea che dobbiamo solo risvegliare.
Un abbraccio,
Vincenzo Lucifora
Gentile signora,
comprendo che arrivi a chiedersi se ci sia qualcosa di “sbagliato” in lei, perché un dolore così intenso, quando resta senza ascolto, può far sentire smarriti, soli e profondamente disorientati. Da ciò che racconta emerge un lutto molto recente, profondo, aggravato da una forte solitudine affettiva.
Tre mesi sono un tempo ancora molto breve per la perdita di un marito, soprattutto quando la morte è arrivata rapidamente, attraverso una malattia aggressiva, e quando quella persona rappresentava per lei una presenza stabile, affettiva, quotidiana. Lei descrive suo marito come il suo sostegno, la parte forte e ottimista della coppia. È comprensibile, quindi, che oggi la sua assenza venga vissuta come una voragine.
Il bisogno che lei esprime è umano e legittimo: desiderare una telefonata, una domanda sincera, un messaggio, uno spazio in cui poter dire “sto male” e sentirsi accolta. Nel lutto, il silenzio degli altri può fare molto male, soprattutto quando la persona amata sembra uscire dalle conversazioni quotidiane proprio mentre dentro di lei resta così presente.
A volte i familiari si allontanano perché vivono il dolore con strumenti emotivi molto limitati, perché si difendono dal tema della perdita, perché cercano di aiutare parlando di cose pratiche, oppure perché conoscono solo un modo concreto e quotidiano di comunicare. Questo può spiegare alcuni comportamenti e, allo stesso tempo, lascia intatta la sofferenza che lei prova. Comprendere i limiti degli altri può convivere con il riconoscimento del proprio bisogno di vicinanza.
Mi sembra importante distinguere due piani. Da una parte c’è il lutto per suo marito: la mancanza, lo shock, l’assenza nella quotidianità, il bisogno di continuare a nominarlo e ricordarlo. Dall’altra parte c’è il dolore di sentirsi sola proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di una rete familiare. La perdita di suo marito sembra averle tolto anche l’unico luogo in cui si sentiva davvero sostenuta.
Per questo può essere utile formulare ai suoi familiari richieste molto concrete. Per esempio: “Ho bisogno che ogni tanto mi chiamiate e mi chiediate davvero come sto”, oppure: “Per me è importante poter parlare anche di lui, perché tenerlo nella parola mi aiuta a sentirmi meno sola”. Una richiesta chiara può aiutarla a uscire dall’attesa silenziosa e a rendere più visibile ciò di cui ha bisogno.
Il conflitto con i suoceri e la questione dell’eredità rappresentano un ulteriore carico emotivo. In una fase così delicata, sarebbe importante separare il più possibile il piano affettivo dal piano pratico-legale, facendosi affiancare da una figura competente. Proteggersi anche concretamente può aiutarla a contenere una parte dello stress e a non restare esposta da sola a ulteriori tensioni.
Il fatto che stia già frequentando una psicologa e un gruppo è un elemento prezioso, anche se in questo momento può sembrarle insufficiente rispetto all’intensità del dolore. Porti lì tutto: il dolore per suo marito, la rabbia, il senso di abbandono, la fatica di dover fingere, la sensazione che gli altri comprendano solo una piccola parte di ciò che sta vivendo. Il lutto si attraversa trovando gradualmente un modo per continuare a vivere portando dentro di sé il legame con chi si è amato.
Lei sta desiderando sostegno dentro una perdita enorme. Questo bisogno merita ascolto, presenza e uno spazio in cui suo marito possa continuare a essere ricordato, nominato e riconosciuto come parte importante della sua vita.
Un caro saluto
Dott.ssa Daniela Canorro
Psicologa, Sessuologa clinica, Counselor relazionale
comprendo che arrivi a chiedersi se ci sia qualcosa di “sbagliato” in lei, perché un dolore così intenso, quando resta senza ascolto, può far sentire smarriti, soli e profondamente disorientati. Da ciò che racconta emerge un lutto molto recente, profondo, aggravato da una forte solitudine affettiva.
Tre mesi sono un tempo ancora molto breve per la perdita di un marito, soprattutto quando la morte è arrivata rapidamente, attraverso una malattia aggressiva, e quando quella persona rappresentava per lei una presenza stabile, affettiva, quotidiana. Lei descrive suo marito come il suo sostegno, la parte forte e ottimista della coppia. È comprensibile, quindi, che oggi la sua assenza venga vissuta come una voragine.
Il bisogno che lei esprime è umano e legittimo: desiderare una telefonata, una domanda sincera, un messaggio, uno spazio in cui poter dire “sto male” e sentirsi accolta. Nel lutto, il silenzio degli altri può fare molto male, soprattutto quando la persona amata sembra uscire dalle conversazioni quotidiane proprio mentre dentro di lei resta così presente.
A volte i familiari si allontanano perché vivono il dolore con strumenti emotivi molto limitati, perché si difendono dal tema della perdita, perché cercano di aiutare parlando di cose pratiche, oppure perché conoscono solo un modo concreto e quotidiano di comunicare. Questo può spiegare alcuni comportamenti e, allo stesso tempo, lascia intatta la sofferenza che lei prova. Comprendere i limiti degli altri può convivere con il riconoscimento del proprio bisogno di vicinanza.
Mi sembra importante distinguere due piani. Da una parte c’è il lutto per suo marito: la mancanza, lo shock, l’assenza nella quotidianità, il bisogno di continuare a nominarlo e ricordarlo. Dall’altra parte c’è il dolore di sentirsi sola proprio nel momento in cui avrebbe più bisogno di una rete familiare. La perdita di suo marito sembra averle tolto anche l’unico luogo in cui si sentiva davvero sostenuta.
Per questo può essere utile formulare ai suoi familiari richieste molto concrete. Per esempio: “Ho bisogno che ogni tanto mi chiamiate e mi chiediate davvero come sto”, oppure: “Per me è importante poter parlare anche di lui, perché tenerlo nella parola mi aiuta a sentirmi meno sola”. Una richiesta chiara può aiutarla a uscire dall’attesa silenziosa e a rendere più visibile ciò di cui ha bisogno.
Il conflitto con i suoceri e la questione dell’eredità rappresentano un ulteriore carico emotivo. In una fase così delicata, sarebbe importante separare il più possibile il piano affettivo dal piano pratico-legale, facendosi affiancare da una figura competente. Proteggersi anche concretamente può aiutarla a contenere una parte dello stress e a non restare esposta da sola a ulteriori tensioni.
Il fatto che stia già frequentando una psicologa e un gruppo è un elemento prezioso, anche se in questo momento può sembrarle insufficiente rispetto all’intensità del dolore. Porti lì tutto: il dolore per suo marito, la rabbia, il senso di abbandono, la fatica di dover fingere, la sensazione che gli altri comprendano solo una piccola parte di ciò che sta vivendo. Il lutto si attraversa trovando gradualmente un modo per continuare a vivere portando dentro di sé il legame con chi si è amato.
Lei sta desiderando sostegno dentro una perdita enorme. Questo bisogno merita ascolto, presenza e uno spazio in cui suo marito possa continuare a essere ricordato, nominato e riconosciuto come parte importante della sua vita.
Un caro saluto
Dott.ssa Daniela Canorro
Psicologa, Sessuologa clinica, Counselor relazionale
Salve signora,
Non è pazza, ha perso suo marito da poco più di tre mesi, dopo una malattia aggressiva, e ha perso non solo il compagno che amava, ma anche la persona che per anni è stata il suo punto di riferimento, il suo sostegno e la sua sicurezza. Un dolore di questa portata non si supera in pochi mesi, né si può mettere da parte fingendo che vada tutto bene.
Da ciò che racconta, la sofferenza sembra essere aggravata dalla perdita del sostegno che si sarebbe aspettata dalla sua famiglia.
Purtroppo molte persone, anche familiari, non sanno come stare accanto a chi vive un lutto. Alcuni si allontanano perché sono a disagio davanti alla sofferenza, altri pensano che parlare del defunto faccia stare peggio, altri ancora si rifugiano in frasi pratiche o superficiali perché non sanno cosa dire. Questo può essere molto doloroso, ma non significa che il suo bisogno sia sbagliato.
Continui a frequentare la psicologa e il gruppo, anche se ora le sembra poco. In questo momento quelle persone stanno probabilmente comprendendo il suo dolore più di quanto riescano a fare alcuni familiari. E si conceda il diritto di stare male: tre mesi sono pochissimi rispetto a tredici anni di amore condiviso.
Un caro saluto
Non è pazza, ha perso suo marito da poco più di tre mesi, dopo una malattia aggressiva, e ha perso non solo il compagno che amava, ma anche la persona che per anni è stata il suo punto di riferimento, il suo sostegno e la sua sicurezza. Un dolore di questa portata non si supera in pochi mesi, né si può mettere da parte fingendo che vada tutto bene.
Da ciò che racconta, la sofferenza sembra essere aggravata dalla perdita del sostegno che si sarebbe aspettata dalla sua famiglia.
Purtroppo molte persone, anche familiari, non sanno come stare accanto a chi vive un lutto. Alcuni si allontanano perché sono a disagio davanti alla sofferenza, altri pensano che parlare del defunto faccia stare peggio, altri ancora si rifugiano in frasi pratiche o superficiali perché non sanno cosa dire. Questo può essere molto doloroso, ma non significa che il suo bisogno sia sbagliato.
Continui a frequentare la psicologa e il gruppo, anche se ora le sembra poco. In questo momento quelle persone stanno probabilmente comprendendo il suo dolore più di quanto riescano a fare alcuni familiari. E si conceda il diritto di stare male: tre mesi sono pochissimi rispetto a tredici anni di amore condiviso.
Un caro saluto
Buonasera paziente anonimo, leggendo la storia delle sue vicende mi sento di dirle che è completamente sano rimanere allibita e sconcertata come lei è di fronte all'indifferenza o all'assenza dei suoi congiunti davanti al suo dolore, alla sua perdita. Credo che l'affetto e la vicinanza sono sentimenti che debbano essere praticati nel corso della vita, devono essere sviluppati da uno scambio continuo, altrimenti, come una pianta senz'acqua, questi sentimenti avvizziscono. Cosi sembrano reagire i suoi parenti, come anche i suoi suoceri, come delle piante che non sono fiorite, che a malapena vegetano. Passi l'atteggiamento dei genitori di suo marito, che sono sempre stati estranei e continuano ad esserlo. Ma sua madre e suo fratello! Le dico però che lei sta facendo un percorso essenziale andando da una psicologa e partecipando ad un gruppo. Sono queste esperienze di condivisione che nel tempo, piano piano, la aiuteranno a ritrovare la sua calma. Lei sta affrontando un incubo che è quello della perdita della persona amata per una malattia. E' trascorso troppo poco tempo e queste mancanze di sostegno da parte dei suoi le rendono ancora più difficile il lutto. Ma il suo lutto lei lo sta vivendo, con angoscia, con solitudine, ma anche aprendo gli occhi sulla realtà. Si lasci aiutare da chi è disponibile, con cura e competenza, ad ascoltarla, e da chi (nel gruppo) sta come lei vivendo un momento di dolore. Tenga anche presente che molte persone, come forse anche sua madre e suo fratello, per far fronte all'angoscia hanno imparato a negare o a rimuovere i sentimenti: riconoscere il suo stato di difficoltà, di perdita, di fragilità, significherebbe essere messi di fronte alle loro mancanze, e questo potrebbe essere intollerabile per persone che non hanno mai avuto un contatto autentico con i propri sentimenti. Le auguro di trovare persone che la comprendono e la sappiano ascoltare, e accompagnare in un percorso di ritrovamento e di autonomia, nei tempi giusti e con il rispetto dovuto.
Gentile utente,
da ciò che racconta emerge un dolore immenso, reso ancora più difficile dalla sensazione di doverlo affrontare in solitudine. Dopo una perdita così importante, è naturale desiderare che le persone vicine chiedano come sta, ascoltino i suoi ricordi e riconoscano la profondità di ciò che sta vivendo.
Non mi sembra che lei stia chiedendo troppo. Mi sembra piuttosto che abbia bisogno di vicinanza, comprensione e di uno spazio in cui poter parlare liberamente di suo marito e della sua assenza.
Purtroppo non tutti riescono a stare accanto a chi soffre: alcuni si sentono impotenti, altri non sanno cosa dire e finiscono per allontanarsi. Questo può far sentire ancora più soli, ma non significa che il suo dolore sia eccessivo o che lei stia sbagliando qualcosa.
Continui a concedersi lo spazio della terapia e del gruppo di sostegno. In questo momento non deve dimostrare di stare bene né forzarsi a "reagire". Sta attraversando un lutto profondo e ha il diritto di vivere il suo dolore nei tempi che le appartengono.
Un caro saluto.
da ciò che racconta emerge un dolore immenso, reso ancora più difficile dalla sensazione di doverlo affrontare in solitudine. Dopo una perdita così importante, è naturale desiderare che le persone vicine chiedano come sta, ascoltino i suoi ricordi e riconoscano la profondità di ciò che sta vivendo.
Non mi sembra che lei stia chiedendo troppo. Mi sembra piuttosto che abbia bisogno di vicinanza, comprensione e di uno spazio in cui poter parlare liberamente di suo marito e della sua assenza.
Purtroppo non tutti riescono a stare accanto a chi soffre: alcuni si sentono impotenti, altri non sanno cosa dire e finiscono per allontanarsi. Questo può far sentire ancora più soli, ma non significa che il suo dolore sia eccessivo o che lei stia sbagliando qualcosa.
Continui a concedersi lo spazio della terapia e del gruppo di sostegno. In questo momento non deve dimostrare di stare bene né forzarsi a "reagire". Sta attraversando un lutto profondo e ha il diritto di vivere il suo dolore nei tempi che le appartengono.
Un caro saluto.
Gentile utente
Quello che sta vivendo è un dolore enorme, e no, non è affatto “pazza”. Sta attraversando un lutto profondissimo dopo una relazione molto unita, in cui suo marito era anche il suo punto di riferimento emotivo, la persona con cui condivideva tutto. Quando viene a mancare una figura così centrale, si può provare davvero la sensazione di precipitare nel vuoto. E il fatto che intorno a lei percepisca silenzio, distanza o frasi come “deve reagire” rende tutto ancora più doloroso.
Molte persone purtroppo davanti al dolore intenso si bloccano, si spaventano, o pensano erroneamente che “non parlarne” aiuti a soffrire meno. Altri non hanno strumenti emotivi per stare accanto a chi soffre e finiscono per rifugiarsi nella quotidianità: “hai mangiato?”, “come va il lavoro?”. Questo però non significa che il suo bisogno sia sbagliato. Il desiderio di essere cercata, ascoltata, chiamata, sostenuta dopo una perdita così devastante è un bisogno umano e profondamente legittimo.
Inoltre lei non sta vivendo solo il lutto, ma anche un forte senso di solitudine relazionale e di mancato riconoscimento del suo dolore. Quasi come se dovesse “contenere” tutto da sola, senza poter nominare davvero la persona che ha perso. E questo può far sentire ancora più disperati.
Il fatto che stia frequentando una psicologa e un gruppo è molto importante, anche se ora tutto le sembra insufficiente. Perché in questo momento probabilmente non ha bisogno di qualcuno che le dica di “reagire”, ma di uno spazio in cui il suo dolore possa esistere senza essere minimizzato o silenziato.
Non c’è un tempo giusto per “superare” una perdita così. Non sono passati anni, ma pochi mesi da un evento traumatico e destabilizzante. E dentro di lei c’è anche la fatica di dover affrontare questioni familiari ed economiche mentre è emotivamente devastata.
Cerchi di non giudicarsi per ciò che prova. Il suo dolore ha senso. La sua richiesta di vicinanza ha senso. E il fatto che i suoi familiari oggi non riescano a darle ciò di cui avrebbe bisogno non significa che lei stia chiedendo troppo. Significa semmai che in questo momento le persone intorno a lei probabilmente non riescono a stare davvero accanto al dolore.
Cordialità
Eleonora Rossini
Quello che sta vivendo è un dolore enorme, e no, non è affatto “pazza”. Sta attraversando un lutto profondissimo dopo una relazione molto unita, in cui suo marito era anche il suo punto di riferimento emotivo, la persona con cui condivideva tutto. Quando viene a mancare una figura così centrale, si può provare davvero la sensazione di precipitare nel vuoto. E il fatto che intorno a lei percepisca silenzio, distanza o frasi come “deve reagire” rende tutto ancora più doloroso.
Molte persone purtroppo davanti al dolore intenso si bloccano, si spaventano, o pensano erroneamente che “non parlarne” aiuti a soffrire meno. Altri non hanno strumenti emotivi per stare accanto a chi soffre e finiscono per rifugiarsi nella quotidianità: “hai mangiato?”, “come va il lavoro?”. Questo però non significa che il suo bisogno sia sbagliato. Il desiderio di essere cercata, ascoltata, chiamata, sostenuta dopo una perdita così devastante è un bisogno umano e profondamente legittimo.
Inoltre lei non sta vivendo solo il lutto, ma anche un forte senso di solitudine relazionale e di mancato riconoscimento del suo dolore. Quasi come se dovesse “contenere” tutto da sola, senza poter nominare davvero la persona che ha perso. E questo può far sentire ancora più disperati.
Il fatto che stia frequentando una psicologa e un gruppo è molto importante, anche se ora tutto le sembra insufficiente. Perché in questo momento probabilmente non ha bisogno di qualcuno che le dica di “reagire”, ma di uno spazio in cui il suo dolore possa esistere senza essere minimizzato o silenziato.
Non c’è un tempo giusto per “superare” una perdita così. Non sono passati anni, ma pochi mesi da un evento traumatico e destabilizzante. E dentro di lei c’è anche la fatica di dover affrontare questioni familiari ed economiche mentre è emotivamente devastata.
Cerchi di non giudicarsi per ciò che prova. Il suo dolore ha senso. La sua richiesta di vicinanza ha senso. E il fatto che i suoi familiari oggi non riescano a darle ciò di cui avrebbe bisogno non significa che lei stia chiedendo troppo. Significa semmai che in questo momento le persone intorno a lei probabilmente non riescono a stare davvero accanto al dolore.
Cordialità
Eleonora Rossini
Buongiorno, le consiglio di rivolgersi alla psicologa che la segue e che quindi la conosce. Cordiali saluti.
Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso un dolore così profondo. La perdita del compagno di vita, unita alla solitudine percepita nei legami familiari, configura quella che in clinica chiamiamo una traiettoria di lutto ad alto rischio di complicazione, soprattutto quando si aggiungono fragilità di salute e conflitti ereditari.
In ottica cognitivo-comportamentale, le frasi "devi reagire" o "non sei l'unica a soffrire" sono invalidanti e attivano pensieri tipo "sbaglio a chiedere" o "sono un peso", che amplificano l'isolamento. Non è patologico voler ricevere conforto, è un bisogno umano legittimo. In ACT lavoreremmo sull'accettazione del dolore come parte dell'amore vissuto, senza dover "superare" forzatamente, e sulla costruzione di legami coerenti con i suoi valori, anche fuori dalla famiglia d'origine.
L'aver già attivato un percorso con una psicologa e un gruppo è una risorsa preziosa: le suggerisco di portare proprio questi vissuti in seduta, includendo l'esperienza del gruppo, perché il lutto richiede tempo, spazio e validazione.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
In ottica cognitivo-comportamentale, le frasi "devi reagire" o "non sei l'unica a soffrire" sono invalidanti e attivano pensieri tipo "sbaglio a chiedere" o "sono un peso", che amplificano l'isolamento. Non è patologico voler ricevere conforto, è un bisogno umano legittimo. In ACT lavoreremmo sull'accettazione del dolore come parte dell'amore vissuto, senza dover "superare" forzatamente, e sulla costruzione di legami coerenti con i suoi valori, anche fuori dalla famiglia d'origine.
L'aver già attivato un percorso con una psicologa e un gruppo è una risorsa preziosa: le suggerisco di portare proprio questi vissuti in seduta, includendo l'esperienza del gruppo, perché il lutto richiede tempo, spazio e validazione.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Quello che sta vivendo è enorme, e si sente tutto da come lo racconta. Non c’è nulla di “pazzo” in quello che prova, c’è solo un dolore profondissimo per una perdita che le ha portato via non solo la persona amata, ma anche il suo punto di riferimento, il suo equilibrio, la sua sicurezza.
Lei non ha perso “solo” suo marito. Ha perso chi la sosteneva, chi compensava la sua fragilità, chi era la sua casa emotiva. E ora si trova a reggere tutto da sola, mentre il mondo intorno sembra andare avanti come se niente fosse. Questo è uno degli aspetti più laceranti del lutto: il senso di irrealtà e di solitudine, come se il legame che per lei era tutto, per gli altri non esistesse più.
Il bisogno che sente verso sua madre e suo fratello è umano, sano, legittimo. Non è una pretesa sbagliata. Quando si perde qualcuno così importante, si ha bisogno di essere cercati, contenuti, chiamati, sostenuti. Il fatto che loro non lo facciano non significa che lei stia chiedendo troppo. Significa, molto più probabilmente, che loro non sanno stare dentro al dolore. Alcune persone, davanti alla sofferenza, si bloccano, si allontanano, minimizzano, parlano di cose pratiche perché non sanno come affrontare l’emotività. Questo però non toglie nulla al vuoto che lei sente.
Il punto è che lei si trova in una doppia solitudine: quella per la perdita di suo marito e quella per la mancanza di risposta emotiva da parte dei familiari. E questo amplifica tutto, rende il dolore ancora più insopportabile.
Il fatto che le venga quasi imposto di “stare bene”, di parlare di cose superficiali, di non nominare lui, è qualcosa che può far sentire come se la sua storia venisse cancellata. E questo fa malissimo. È come perdere due volte.
Le dico una cosa importante: il suo dolore non ha bisogno del permesso degli altri per esistere. Il suo legame con lui continua a esistere anche se gli altri non ne parlano. Non sta sbagliando lei. Sta semplicemente amando e soffrendo.
Capisco anche quanto sia pesante la situazione con i suoceri e le questioni di eredità. Dover affrontare conflitti mentre si è così vulnerabili è devastante. In momenti come questo, anche piccole tensioni diventano macigni, figuriamoci queste.
C’è però una cosa che, pur nella durezza di tutto questo, è molto preziosa: lei sta cercando aiuto. Sta andando da una psicologa, sta frequentando un gruppo. Questo non è poco, è un segno di forza enorme, anche se lei ora si sente solo distrutta. Quelle sono le persone e gli spazi dove può parlare davvero, dove lui può continuare a essere nominato, ricordato, tenuto vivo.
Per quanto riguarda la sua famiglia, a volte aspettare che gli altri capiscano da soli non funziona. Non perché lei debba giustificare il suo dolore, ma perché alcune persone hanno bisogno che venga detto in modo diretto. Non sempre riescono a cogliere il bisogno se non viene espresso chiaramente. Non è giusto, ma succede.
Le faccio una domanda che può aiutarla a capire come muoversi: se lei potesse dire a sua madre o a suo fratello esattamente cosa le manca, senza filtri, cosa direbbe?
Perché a volte non serve chiedere “aiuto” in generale, ma qualcosa di molto concreto: “ho bisogno che tu mi chiami e mi chieda come sto davvero”, oppure “ho bisogno di poter parlare di lui senza sentirmi fermata”.
Non è detto che loro riescano a darle ciò che desidera, ma darle voce può già essere un primo passo per non sentirsi completamente invisibile.
E una cosa ancora, molto importante: quei pensieri di “non ce la farò mai” o “così non ne uscirò” fanno parte del dolore acuto che sta vivendo adesso. Tre mesi, per una perdita così, sono pochissimi. È una fase ancora iniziale, anche se sembra infinita. Il fatto che ora sia così devastante non significa che resterà così per sempre.
Lei è dentro la voragine, sì. Ma non è senza appigli, anche se sembrano pochi. E uno di questi appigli, in questo momento, è il fatto che riesce a raccontare tutto questo. Non si sta spegnendo, sta cercando di dare senso a qualcosa di insensato.
Se vuole, possiamo anche provare insieme a trovare delle parole precise da dire ai suoi familiari, oppure capire come gestire quei momenti in cui il dolore diventa davvero insopportabile. Non deve affrontare tutto questo in silenzio.
Lei non ha perso “solo” suo marito. Ha perso chi la sosteneva, chi compensava la sua fragilità, chi era la sua casa emotiva. E ora si trova a reggere tutto da sola, mentre il mondo intorno sembra andare avanti come se niente fosse. Questo è uno degli aspetti più laceranti del lutto: il senso di irrealtà e di solitudine, come se il legame che per lei era tutto, per gli altri non esistesse più.
Il bisogno che sente verso sua madre e suo fratello è umano, sano, legittimo. Non è una pretesa sbagliata. Quando si perde qualcuno così importante, si ha bisogno di essere cercati, contenuti, chiamati, sostenuti. Il fatto che loro non lo facciano non significa che lei stia chiedendo troppo. Significa, molto più probabilmente, che loro non sanno stare dentro al dolore. Alcune persone, davanti alla sofferenza, si bloccano, si allontanano, minimizzano, parlano di cose pratiche perché non sanno come affrontare l’emotività. Questo però non toglie nulla al vuoto che lei sente.
Il punto è che lei si trova in una doppia solitudine: quella per la perdita di suo marito e quella per la mancanza di risposta emotiva da parte dei familiari. E questo amplifica tutto, rende il dolore ancora più insopportabile.
Il fatto che le venga quasi imposto di “stare bene”, di parlare di cose superficiali, di non nominare lui, è qualcosa che può far sentire come se la sua storia venisse cancellata. E questo fa malissimo. È come perdere due volte.
Le dico una cosa importante: il suo dolore non ha bisogno del permesso degli altri per esistere. Il suo legame con lui continua a esistere anche se gli altri non ne parlano. Non sta sbagliando lei. Sta semplicemente amando e soffrendo.
Capisco anche quanto sia pesante la situazione con i suoceri e le questioni di eredità. Dover affrontare conflitti mentre si è così vulnerabili è devastante. In momenti come questo, anche piccole tensioni diventano macigni, figuriamoci queste.
C’è però una cosa che, pur nella durezza di tutto questo, è molto preziosa: lei sta cercando aiuto. Sta andando da una psicologa, sta frequentando un gruppo. Questo non è poco, è un segno di forza enorme, anche se lei ora si sente solo distrutta. Quelle sono le persone e gli spazi dove può parlare davvero, dove lui può continuare a essere nominato, ricordato, tenuto vivo.
Per quanto riguarda la sua famiglia, a volte aspettare che gli altri capiscano da soli non funziona. Non perché lei debba giustificare il suo dolore, ma perché alcune persone hanno bisogno che venga detto in modo diretto. Non sempre riescono a cogliere il bisogno se non viene espresso chiaramente. Non è giusto, ma succede.
Le faccio una domanda che può aiutarla a capire come muoversi: se lei potesse dire a sua madre o a suo fratello esattamente cosa le manca, senza filtri, cosa direbbe?
Perché a volte non serve chiedere “aiuto” in generale, ma qualcosa di molto concreto: “ho bisogno che tu mi chiami e mi chieda come sto davvero”, oppure “ho bisogno di poter parlare di lui senza sentirmi fermata”.
Non è detto che loro riescano a darle ciò che desidera, ma darle voce può già essere un primo passo per non sentirsi completamente invisibile.
E una cosa ancora, molto importante: quei pensieri di “non ce la farò mai” o “così non ne uscirò” fanno parte del dolore acuto che sta vivendo adesso. Tre mesi, per una perdita così, sono pochissimi. È una fase ancora iniziale, anche se sembra infinita. Il fatto che ora sia così devastante non significa che resterà così per sempre.
Lei è dentro la voragine, sì. Ma non è senza appigli, anche se sembrano pochi. E uno di questi appigli, in questo momento, è il fatto che riesce a raccontare tutto questo. Non si sta spegnendo, sta cercando di dare senso a qualcosa di insensato.
Se vuole, possiamo anche provare insieme a trovare delle parole precise da dire ai suoi familiari, oppure capire come gestire quei momenti in cui il dolore diventa davvero insopportabile. Non deve affrontare tutto questo in silenzio.
Buongiorno. Purtroppo, non tutte le persone sono uguali e, dunque, non tutte le persone sono in grado di offrire sostegno e supporto in una situazione come la sua.
Penso che il suo desiderio di sostegno sia più che lecito e soprattutto che il suo bisogno di parlare dell'accaduto sia sacrosanto. Tuttavia, pretendere tale supporto da persone che non siano in grado di fornirglielo sembra che non la stia molto aiutando.
Forse, potrebbe essere utile trovare qualcuno che sia maggiormente in grado di starle vicino nella situazione in cui si trova, oltre che cominciare un po' alla volta a costruirsi una vita appagante.
Qualora fosse interessata, mi rendo disponibile per un colloquio.
Penso che il suo desiderio di sostegno sia più che lecito e soprattutto che il suo bisogno di parlare dell'accaduto sia sacrosanto. Tuttavia, pretendere tale supporto da persone che non siano in grado di fornirglielo sembra che non la stia molto aiutando.
Forse, potrebbe essere utile trovare qualcuno che sia maggiormente in grado di starle vicino nella situazione in cui si trova, oltre che cominciare un po' alla volta a costruirsi una vita appagante.
Qualora fosse interessata, mi rendo disponibile per un colloquio.
Buongiorno carissima. Mi dispiace molto per questa situazione, hai fatto bene a scrivere. Leggendo le tue parole mi arrivano in modo molto forte il dolore, il vuoto e la solitudine che stai vivendo dopo la perdita di tuo marito. Mi arriva anche quanto questa perdita non riguardi solo la sua assenza, ma anche il venir meno di quella presenza che per te era sostegno, riferimento e stabilità nella quotidianità.
Tre mesi, dopo una perdita così importante e dopo un legame così profondo, sono pochissimi. Quello che descrivi – il sentirti nel vuoto, la difficoltà a trovare parole, il bisogno di contatto e di vicinanza – appartiene molto spesso alle fasi iniziali del lutto, soprattutto quando il legame era molto stretto e identitario.
Mi colpisce molto anche la sensazione di non poter parlare davvero di ciò che stai vivendo con le persone intorno a te, come se il tuo dolore trovasse poco spazio o venisse in qualche modo ridimensionato. È comprensibile che questo possa aumentare ancora di più la sensazione di solitudine e di distanza dagli altri.
Non credo certo si tratti di essere “pazza” o di esagerare. Il bisogno di essere cercata, ascoltata, di poter parlare della persona che hai perso e di come stai, è un bisogno umano e naturale in una situazione di lutto. Allo stesso tempo, le persone attorno a noi possono avere modi molto diversi di stare nella sofferenza: c’è chi si avvicina e chi, al contrario, tende a prendere distanza, a volte per difficoltà proprie nel reggere il dolore dell’altro.
Questo però non rende meno reale il tuo bisogno di sostegno, né meno intenso il tuo dolore.
Mi sembra importante che tu stia già facendo un percorso con una psicologa e partecipando a un gruppo: anche se in questo momento lo vivi come molto faticoso, sono spazi che possono diventare luoghi in cui non dover “recitare” di stare bene, ma poter dare voce gradualmente a ciò che stai attraversando.
In questo momento così delicato, forse la cosa più importante non è capire perché gli altri si comportano in un certo modo, ma trovare anche solo piccoli spazi in cui tu possa non restare sola dentro tutto questo dolore.
Un abbraccio, se lo vuoi. Dott.ssa Arianna Broglia
Tre mesi, dopo una perdita così importante e dopo un legame così profondo, sono pochissimi. Quello che descrivi – il sentirti nel vuoto, la difficoltà a trovare parole, il bisogno di contatto e di vicinanza – appartiene molto spesso alle fasi iniziali del lutto, soprattutto quando il legame era molto stretto e identitario.
Mi colpisce molto anche la sensazione di non poter parlare davvero di ciò che stai vivendo con le persone intorno a te, come se il tuo dolore trovasse poco spazio o venisse in qualche modo ridimensionato. È comprensibile che questo possa aumentare ancora di più la sensazione di solitudine e di distanza dagli altri.
Non credo certo si tratti di essere “pazza” o di esagerare. Il bisogno di essere cercata, ascoltata, di poter parlare della persona che hai perso e di come stai, è un bisogno umano e naturale in una situazione di lutto. Allo stesso tempo, le persone attorno a noi possono avere modi molto diversi di stare nella sofferenza: c’è chi si avvicina e chi, al contrario, tende a prendere distanza, a volte per difficoltà proprie nel reggere il dolore dell’altro.
Questo però non rende meno reale il tuo bisogno di sostegno, né meno intenso il tuo dolore.
Mi sembra importante che tu stia già facendo un percorso con una psicologa e partecipando a un gruppo: anche se in questo momento lo vivi come molto faticoso, sono spazi che possono diventare luoghi in cui non dover “recitare” di stare bene, ma poter dare voce gradualmente a ciò che stai attraversando.
In questo momento così delicato, forse la cosa più importante non è capire perché gli altri si comportano in un certo modo, ma trovare anche solo piccoli spazi in cui tu possa non restare sola dentro tutto questo dolore.
Un abbraccio, se lo vuoi. Dott.ssa Arianna Broglia
Che significa «sto frequentando una psicologa»? che sta facendo dei colloqui? Se così fosse, quello è il luogo in cui parlare di tutta questa esperienza, più che su questa piattaforma.
La morte è decisamente ancora un tabù, il lutto è una esperienza molto spesso di grave solitudine, come se non riguardasse il solo fatto che siamo esseri umani. Ma la questione è molto più complessa e appunto bisogna parlarne nel luogo giusto.
La morte è decisamente ancora un tabù, il lutto è una esperienza molto spesso di grave solitudine, come se non riguardasse il solo fatto che siamo esseri umani. Ma la questione è molto più complessa e appunto bisogna parlarne nel luogo giusto.
Tredici anni d’amore, otto di convivenza e una perdita così recente non possono essere archiviati con un “come va il lavoro?” o un “hai mangiato?”.
Leggendo le sue parole non ho avuto la sensazione di una persona che pretende troppo dai propri familiari. Ho sentito piuttosto il dolore di qualcuno che sta attraversando uno dei momenti più difficili della propria vita e che avrebbe bisogno di sentirsi visto, ascoltato e accolto nella propria sofferenza.
A volte chi ci sta accanto non si allontana per mancanza di affetto. Alcune persone non sanno stare davanti al dolore, ne hanno paura, non sanno cosa dire e finiscono per rifugiarsi negli argomenti pratici o nella richiesta di “reagire”. Ma questo non significa che il bisogno che lei esprime sia sbagliato.
Lei non sta chiedendo che qualcuno le tolga il dolore. Sta chiedendo qualcosa di molto umano: che la persona che ha amato venga ancora riconosciuta come parte della sua storia e che il suo dolore possa avere uno spazio in cui esistere senza essere messo a tacere.
Leggendo le sue parole non ho avuto la sensazione di una persona che pretende troppo dai propri familiari. Ho sentito piuttosto il dolore di qualcuno che sta attraversando uno dei momenti più difficili della propria vita e che avrebbe bisogno di sentirsi visto, ascoltato e accolto nella propria sofferenza.
A volte chi ci sta accanto non si allontana per mancanza di affetto. Alcune persone non sanno stare davanti al dolore, ne hanno paura, non sanno cosa dire e finiscono per rifugiarsi negli argomenti pratici o nella richiesta di “reagire”. Ma questo non significa che il bisogno che lei esprime sia sbagliato.
Lei non sta chiedendo che qualcuno le tolga il dolore. Sta chiedendo qualcosa di molto umano: che la persona che ha amato venga ancora riconosciuta come parte della sua storia e che il suo dolore possa avere uno spazio in cui esistere senza essere messo a tacere.
Salve, dalle sue parole emerge un dolore molto intenso, che non riguarda soltanto la perdita di suo marito, ma anche la perdita di quella relazione che rappresentava il suo principale punto di riferimento emotivo. Quando una coppia vive per anni una forte vicinanza, la morte di uno dei partner non lascia soltanto un’assenza, ma modifica profondamente l’equilibrio della vita dell’altro.
Il suo vissuto non appare affatto “pazzo” o eccessivo. Lei sta attraversando un lutto recente per una persona con cui condivideva quotidianità, progetti, sostegno reciproco e identità di coppia. È comprensibile desiderare che le persone più vicine si accorgano della sua sofferenza, la chiamino, le chiedano come sta e le permettano di parlare di suo marito. Il bisogno di essere accompagnati nel dolore è un bisogno umano e relazionale e che permette allo stesso tempo di non sentirsi sminuiti o non riconosciuti per quello che proviamo.
A volte, però, le famiglie reagiscono alle perdite in modi molto diversi. Ci sono persone che si avvicinano, altre che si allontanano, non necessariamente per mancanza di affetto ma perché non sanno come stare accanto alla sofferenza. Alcuni pensano che “non parlarne” aiuti a proteggere chi soffre, altri credono che dopo un certo tempo si debba “reagire”. Sono modalità che spesso finiscono per aumentare il senso di solitudine di chi è in lutto.
Leggendo la sua storia, mi colpisce anche un altro aspetto: sembra che già prima della morte di suo marito lei avvertisse di poter contare principalmente su di lui. La sua scomparsa, quindi, non ha creato soltanto un vuoto affettivo, ma ha anche reso più evidente una fragilità della rete relazionale che la circonda. In questi casi il dolore del lutto può intrecciarsi con una ferita più antica: quella di non sentirsi sufficientemente vista, sostenuta o accolta dalle persone significative.
È importante anche ricordare che tre mesi, rispetto alla perdita di un coniuge dopo tredici anni di relazione, rappresentano un tempo molto breve. Il fatto che lei pianga, senta la mancanza, abbia bisogno di parlare di lui e percepisca una profonda solitudine non significa che stia elaborando male il lutto. Significa che sta vivendo una perdita enorme.
Mi sembra molto significativo che abbia già intrapreso un percorso psicologico e che frequenti un gruppo. Proprio perché oggi sente di non trovare nei familiari la vicinanza che desidererebbe, questi spazi possono diventare luoghi importanti dove il legame con suo marito può continuare ad essere raccontato, ricordato e condiviso, senza che venga messo a tacere.
Forse una domanda che potrebbe accompagnare il suo percorso non è tanto se sia sbagliato desiderare più sostegno dai suoi familiari, quanto come costruire, accanto al dolore per la perdita di suo marito, una rete di relazioni che possa sostenerla nel presente. Perché nessuno può sostituire la persona amata, ma il lutto diventa spesso più sopportabile quando non si è costretti ad attraversarlo completamente da soli.
Le auguro di continuare a trovare spazi in cui il suo dolore possa essere ascoltato e riconosciuto, perché il bisogno di parlare di chi abbiamo amato non è un ostacolo all’elaborazione del lutto: molto spesso ne rappresenta una parte fondamentale.
Il suo vissuto non appare affatto “pazzo” o eccessivo. Lei sta attraversando un lutto recente per una persona con cui condivideva quotidianità, progetti, sostegno reciproco e identità di coppia. È comprensibile desiderare che le persone più vicine si accorgano della sua sofferenza, la chiamino, le chiedano come sta e le permettano di parlare di suo marito. Il bisogno di essere accompagnati nel dolore è un bisogno umano e relazionale e che permette allo stesso tempo di non sentirsi sminuiti o non riconosciuti per quello che proviamo.
A volte, però, le famiglie reagiscono alle perdite in modi molto diversi. Ci sono persone che si avvicinano, altre che si allontanano, non necessariamente per mancanza di affetto ma perché non sanno come stare accanto alla sofferenza. Alcuni pensano che “non parlarne” aiuti a proteggere chi soffre, altri credono che dopo un certo tempo si debba “reagire”. Sono modalità che spesso finiscono per aumentare il senso di solitudine di chi è in lutto.
Leggendo la sua storia, mi colpisce anche un altro aspetto: sembra che già prima della morte di suo marito lei avvertisse di poter contare principalmente su di lui. La sua scomparsa, quindi, non ha creato soltanto un vuoto affettivo, ma ha anche reso più evidente una fragilità della rete relazionale che la circonda. In questi casi il dolore del lutto può intrecciarsi con una ferita più antica: quella di non sentirsi sufficientemente vista, sostenuta o accolta dalle persone significative.
È importante anche ricordare che tre mesi, rispetto alla perdita di un coniuge dopo tredici anni di relazione, rappresentano un tempo molto breve. Il fatto che lei pianga, senta la mancanza, abbia bisogno di parlare di lui e percepisca una profonda solitudine non significa che stia elaborando male il lutto. Significa che sta vivendo una perdita enorme.
Mi sembra molto significativo che abbia già intrapreso un percorso psicologico e che frequenti un gruppo. Proprio perché oggi sente di non trovare nei familiari la vicinanza che desidererebbe, questi spazi possono diventare luoghi importanti dove il legame con suo marito può continuare ad essere raccontato, ricordato e condiviso, senza che venga messo a tacere.
Forse una domanda che potrebbe accompagnare il suo percorso non è tanto se sia sbagliato desiderare più sostegno dai suoi familiari, quanto come costruire, accanto al dolore per la perdita di suo marito, una rete di relazioni che possa sostenerla nel presente. Perché nessuno può sostituire la persona amata, ma il lutto diventa spesso più sopportabile quando non si è costretti ad attraversarlo completamente da soli.
Le auguro di continuare a trovare spazi in cui il suo dolore possa essere ascoltato e riconosciuto, perché il bisogno di parlare di chi abbiamo amato non è un ostacolo all’elaborazione del lutto: molto spesso ne rappresenta una parte fondamentale.
Buongiorno,
da ciò che scrive non emerge affatto l'immagine di una persona "pazza". Al contrario, emerge il dolore profondo di una donna che ha perso il compagno di vita dopo tredici anni di amore e che, oltre al lutto, si trova ad affrontare una dolorosa sensazione di solitudine e incomprensione.
Tre mesi sono un tempo molto breve rispetto a una perdita così importante. Non esiste un interruttore che permetta di "reagire" o di smettere di soffrire perché gli altri ritengono che sia arrivato il momento di farlo. Il bisogno di parlare di suo marito, di ricordarlo e di condividere il dolore che sta vivendo è del tutto naturale.
Molte persone, purtroppo, non sanno come comportarsi di fronte alla sofferenza altrui. Alcuni familiari tendono a minimizzare, altri evitano l'argomento perché li mette a disagio, altri ancora credono erroneamente che parlarne possa peggiorare la situazione. Questo però non significa che il suo bisogno di vicinanza sia sbagliato o eccessivo.
Lei non sta chiedendo troppo quando desidera una telefonata, una parola di conforto o semplicemente qualcuno disposto ad ascoltare ciò che sta vivendo. Tuttavia è importante non affidare esclusivamente ai familiari la possibilità di sentirsi sostenuta, perché non sempre le persone a noi vicine sono in grado di offrirci il supporto emotivo di cui avremmo bisogno.
Mi fa piacere leggere che sta frequentando una psicologa e un gruppo di sostegno. La incoraggio a proseguire questo percorso, perché il lutto che sta attraversando è particolarmente complesso: alla perdita di suo marito si sommano problemi familiari, questioni ereditarie, una condizione di salute delicata e la sensazione di essere rimasta senza il principale punto di riferimento affettivo della sua vita.
Se sente che il dolore continua a essere travolgente, potrebbe essere utile approfondire ulteriormente il percorso di sostegno psicologico, così da avere uno spazio sicuro in cui esprimere liberamente emozioni, rabbia, paura e tristezza senza sentirsi giudicata o costretta a fingere di stare bene.
Suo marito è esistito, la vostra storia è esistita e il dolore che prova oggi testimonia quanto fosse importante il legame che vi univa. Non si colpevolizzi per ciò che sente: sta attraversando una delle prove più difficili che una persona possa vivere.
Dott. Giuseppe Mirabella
da ciò che scrive non emerge affatto l'immagine di una persona "pazza". Al contrario, emerge il dolore profondo di una donna che ha perso il compagno di vita dopo tredici anni di amore e che, oltre al lutto, si trova ad affrontare una dolorosa sensazione di solitudine e incomprensione.
Tre mesi sono un tempo molto breve rispetto a una perdita così importante. Non esiste un interruttore che permetta di "reagire" o di smettere di soffrire perché gli altri ritengono che sia arrivato il momento di farlo. Il bisogno di parlare di suo marito, di ricordarlo e di condividere il dolore che sta vivendo è del tutto naturale.
Molte persone, purtroppo, non sanno come comportarsi di fronte alla sofferenza altrui. Alcuni familiari tendono a minimizzare, altri evitano l'argomento perché li mette a disagio, altri ancora credono erroneamente che parlarne possa peggiorare la situazione. Questo però non significa che il suo bisogno di vicinanza sia sbagliato o eccessivo.
Lei non sta chiedendo troppo quando desidera una telefonata, una parola di conforto o semplicemente qualcuno disposto ad ascoltare ciò che sta vivendo. Tuttavia è importante non affidare esclusivamente ai familiari la possibilità di sentirsi sostenuta, perché non sempre le persone a noi vicine sono in grado di offrirci il supporto emotivo di cui avremmo bisogno.
Mi fa piacere leggere che sta frequentando una psicologa e un gruppo di sostegno. La incoraggio a proseguire questo percorso, perché il lutto che sta attraversando è particolarmente complesso: alla perdita di suo marito si sommano problemi familiari, questioni ereditarie, una condizione di salute delicata e la sensazione di essere rimasta senza il principale punto di riferimento affettivo della sua vita.
Se sente che il dolore continua a essere travolgente, potrebbe essere utile approfondire ulteriormente il percorso di sostegno psicologico, così da avere uno spazio sicuro in cui esprimere liberamente emozioni, rabbia, paura e tristezza senza sentirsi giudicata o costretta a fingere di stare bene.
Suo marito è esistito, la vostra storia è esistita e il dolore che prova oggi testimonia quanto fosse importante il legame che vi univa. Non si colpevolizzi per ciò che sente: sta attraversando una delle prove più difficili che una persona possa vivere.
Dott. Giuseppe Mirabella
Salve ho letto le sue parole, provi a riportare questo suo bisogno nel percorso psicologico, anche per comprendere quali ferite si sono riaperte con la perdita. Se sente di voler rielaborare il trauma, potrebbe cercare di fare un percorso di terapia EMDR, che le potrebbe dare più risorse e rielaborare i ricordi traumatici, affrontando il dolore in modo guidato e con supporto specifico. Spero di esserle stata d'aiuto.
gentile utente mi dispiace sinceramente che stia affrontando un momento ed un dolore così forte nella sua vita. La perdita di una persona cara così strettamente vicina a lei è un esperienze traumatica che provoca molto dolore e senso di annientamento. Dopo soli 3 mesi è perfettamente normale il dolore travolgente che lei sta provando. Dalle quello che lei espone si capisce che le sue richieste nei confronti dei familiari sono di riconoscimento del suo dolore ed anche questo oltre che perfettamente normale è anche molto umano. Quello che posso dirle, senza assolutamente voler giudicare i suoi familiari, è che a volte le persone non vogliono parlare del dolore perché esse stesse non riuscirebbero a reggerlo e allora cercano di allontanarsi da esso. è comprensibile che lei si senta nel vuoto ma già il fatto che stia frequentando una psicologa ed un gruppo dicono di lei che è una persona forte e che non si è arresa. L'elaborazione del lutto è un processo lungo, doloroso e "faticoso", si passa attraverso alcune fasi tra cui negazione, rabbia, patteggiamento, depressione e accettazione, che non seguono necessariamente questo ordine ma che devono essere vissute appieno e magari con l'aiuto di un professionista(come sta già facendo). Il supporto dei suoi familiari renderebbe tutto meno pesante ma non deve essere per forza una condizione necessaria per superare questo lutto. La condizione necessaria è invece un'accettazione profonda del dolore, che non va represso o spiegato con la mente, ma vissuto e integrato come un'energia trasformativa che permetterà alla sua psiche di rinascere. Il suo dolore è importante e va ascoltato e riconosciuto. Rimango a sua disposizione per qualsiasi cosa e la abbraccio di cuore
Buongiorno, mi dispiace profondamente per la perdita che sta vivendo. Una consulenza psicologica può aiutarla ad attraversare questo lutto, soprattutto perché non ha perso solo suo marito, ma anche la persona che sentiva come sostegno, casa, forza e presenza quotidiana. Dopo tre mesi da una perdita così importante non c’è nulla di “pazzo” nel sentirsi nella voragine: il lutto non si supera perché qualcuno dice “devi reagire”, e il dolore non sparisce solo perché gli altri non sanno ascoltarlo. È comprensibile desiderare che i familiari chiamino, chiedano come sta e le permettano di parlare di lui. Allo stesso tempo, alcune persone davanti al dolore si ritirano, minimizzano o cambiano argomento, non sempre per cattiveria, ma perché non hanno strumenti emotivi. Questo però non rende meno dolorosa la sua solitudine. Il fatto che stia già vedendo una psicologa e frequentando un gruppo è importante: continui a cercare spazi in cui suo marito possa essere nominato, ricordato e non cancellato. Un percorso di sostegno psicologico, online o in presenza, può aiutarla a dare voce al dolore, affrontare il senso di abbandono familiare e proteggersi anche dalle tensioni pratiche legate all’eredità, senza dover fingere di stare bene quando dentro sta crollando.
un caro saluto.
Dott. Giulio Blasilli
un caro saluto.
Dott. Giulio Blasilli
Buongiorno e grazie per aver condiviso una parte così dolorosa della sua storia.
Da ciò che racconta emerge anzitutto la perdita di una persona che per lei rappresentava non solo un compagno di vita, ma anche una fonte importante di sostegno, sicurezza e presenza. Tredici anni di amore e una quotidianità costruita insieme non scompaiono in pochi mesi, ed è comprensibile che dopo tre mesi il dolore sia ancora molto intenso.
Leggendo le sue parole, non mi sembra di vedere una persona "pazza". Mi sembra piuttosto una persona che sta vivendo un lutto profondo e che, oltre alla perdita del marito, sta soffrendo anche per la mancanza di vicinanza da parte delle persone che si aspetterebbe accanto.
Mi sembra che il suo caso sia un'esempio di come la sofferenza per un dolore possa aumentare quando alcuni bisogni importanti non trovano risposta. Nelle sue parole sento il bisogno di essere vista, ascoltata, compresa, sostenuta e accompagnata in questo momento così difficile. Sono bisogni profondamente umani e legittimi che la invito a portare in terapia.
Quello che posso consigliarle, dal mio punto di vista, è di distinguere ciò che osserva da ciò che interpreta. Lei osserva che sua madre e suo fratello non la chiamano come vorrebbe e che tendono a parlare di altri argomenti. Da qui nasce comprensibilmente la sensazione di essere sola e non compresa. Tuttavia, non sappiamo con certezza quali siano le loro motivazioni: alcune persone, di fronte al dolore, si avvicinano; altre si allontanano, si sentono impotenti o non sanno come affrontare certe conversazioni. Questo non significa che il suo bisogno sia sbagliato, né che il loro comportamento sia necessariamente una prova di mancanza di affetto. Parla del loro modo di relazionarsi al dolore.
La domanda, in questo modo, non è più trovare delle spiegazioni o dei "manchevoli", ma riconoscere con chiarezza ciò di cui lei ha bisogno oggi e chiedersi dove e con chi questo bisogno possa trovare spazio. A volte il sostegno che desideriamo da alcune persone non arriva nella forma che vorremmo, e diventa importante costruire o rafforzare altri legami capaci di offrire ascolto, amicizia e presenza.
Mi sembra significativo che lei abbia già iniziato un percorso con una psicologa e che frequenti un gruppo. Le chiedo: in quel contesto riesce a parlare liberamente di suo marito e del dolore che sta vivendo? Ci sono persone con cui sente almeno un minimo di comprensione o vicinanza?
Vorrei anche capire meglio qualcosa del suo percorso. Da quanto tempo è seguita dalla psicologa? E che cosa l'ha spinta oggi a richiedere questo consulto, oltre alle difficoltà che sta vivendo con il lutto e con la sua famiglia?
Resto in ascolto.
Da ciò che racconta emerge anzitutto la perdita di una persona che per lei rappresentava non solo un compagno di vita, ma anche una fonte importante di sostegno, sicurezza e presenza. Tredici anni di amore e una quotidianità costruita insieme non scompaiono in pochi mesi, ed è comprensibile che dopo tre mesi il dolore sia ancora molto intenso.
Leggendo le sue parole, non mi sembra di vedere una persona "pazza". Mi sembra piuttosto una persona che sta vivendo un lutto profondo e che, oltre alla perdita del marito, sta soffrendo anche per la mancanza di vicinanza da parte delle persone che si aspetterebbe accanto.
Mi sembra che il suo caso sia un'esempio di come la sofferenza per un dolore possa aumentare quando alcuni bisogni importanti non trovano risposta. Nelle sue parole sento il bisogno di essere vista, ascoltata, compresa, sostenuta e accompagnata in questo momento così difficile. Sono bisogni profondamente umani e legittimi che la invito a portare in terapia.
Quello che posso consigliarle, dal mio punto di vista, è di distinguere ciò che osserva da ciò che interpreta. Lei osserva che sua madre e suo fratello non la chiamano come vorrebbe e che tendono a parlare di altri argomenti. Da qui nasce comprensibilmente la sensazione di essere sola e non compresa. Tuttavia, non sappiamo con certezza quali siano le loro motivazioni: alcune persone, di fronte al dolore, si avvicinano; altre si allontanano, si sentono impotenti o non sanno come affrontare certe conversazioni. Questo non significa che il suo bisogno sia sbagliato, né che il loro comportamento sia necessariamente una prova di mancanza di affetto. Parla del loro modo di relazionarsi al dolore.
La domanda, in questo modo, non è più trovare delle spiegazioni o dei "manchevoli", ma riconoscere con chiarezza ciò di cui lei ha bisogno oggi e chiedersi dove e con chi questo bisogno possa trovare spazio. A volte il sostegno che desideriamo da alcune persone non arriva nella forma che vorremmo, e diventa importante costruire o rafforzare altri legami capaci di offrire ascolto, amicizia e presenza.
Mi sembra significativo che lei abbia già iniziato un percorso con una psicologa e che frequenti un gruppo. Le chiedo: in quel contesto riesce a parlare liberamente di suo marito e del dolore che sta vivendo? Ci sono persone con cui sente almeno un minimo di comprensione o vicinanza?
Vorrei anche capire meglio qualcosa del suo percorso. Da quanto tempo è seguita dalla psicologa? E che cosa l'ha spinta oggi a richiedere questo consulto, oltre alle difficoltà che sta vivendo con il lutto e con la sua famiglia?
Resto in ascolto.
Buongiorno. Le stringo le mani idealmente attraverso queste righe, perché il dolore che sta descrivendo è immenso, acuto, e merita tutta l'accoglienza che purtroppo non sta trovando attorno a Lei.
Ci tengo a risponderLe subito alla domanda che La tormenta: no, Lei non è affatto pazza. E no, non sbaglia a desiderare, e sì, anche a "pretendere" il sostegno della sua famiglia. Ciò che sta provando è la reazione più umana, sana e naturale di fronte alla perdita improvvisa dell'uomo che amava e che per Lei rappresentava la sua "base sicura", il pilastro ottimista e protettivo che La sosteneva anche nella sua fragilità di salute.
La voragine in cui si trova è già di per sé devastante, ma ciò che La sta facendo "impazzire" è la totale disconnessione emotiva da parte dei suoi familiari. Quando subiamo un lutto così profondo, abbiamo un disperato bisogno che gli altri vedano il nostro dolore, lo validino e ci permettano di parlare di chi non c'è più, per sentire che quella persona è esistita ed è ancora importante.
Purtroppo, accade spesso che i familiari si allontanino o dicano frasi come "devi reagire" o "non sei l'unica a soffrire". Questo non succede perché Lei sta sbagliando qualcosa, ma perché le persone spesso sono terrorizzate dall'impotenza di fronte al dolore profondo. Non sapendo cosa dire o come gestire la sua sofferenza, si proteggono fuggendo nel silenzio, parlando di cose superficiali ("cosa hai mangiato") o, peggio, sminuendo il suo vissuto per non doverci fare i conti. Questo vuoto e la necessità di dover "recitare" per non disturbare gli altri La fanno sentire ancora più sola, confermando dolorosamente quella sensazione che poteva contare solo su di lui.
A tutto questo si aggiunge l'ulteriore ferita dei suoceri e delle questioni ereditarie: una totale mancanza di rispetto e di sintonizzazione con il suo dolore, che si trasforma in un attacco pratico ed emotivo proprio mentre Lei si sente più indifesa.
È un bene preziosissimo che Lei stia già frequentando una psicologa e un gruppo di supporto, anche se in questo momento Le sembra un incubo. Il dolore a tre mesi è ancora nella sua fase più acuta ed esplosiva, e quei luoghi sono gli unici, attualmente, in cui Lei può smettere di recitare la parte del "tutto ok".
Cosa fare in questa voragine? Per prima cosa, si tolga il peso di dover proteggere sua madre o suo fratello: se non ha le forze di recitare, ha il diritto di dire "Oggi sto malissimo e mi manchi" oppure di non rispondere se questo Le richiede troppa energia. In secondo luogo, provi a delegare, se possibile, la gestione legale con i suoceri a un professionista (un avvocato o un patronato), per evitare che quel conflitto consumi le sue ultime forze fisiche e psicologiche.
La strada per attraversare questo dolore è lunga e non si supera fingendo che vada tutto bene. Continui a usare lo spazio della terapia per urlare il suo dolore e parlare di suo marito. Lui non è cancellato, vive nel suo amore di 13 anni. Un caro saluto, io resto qui a sua disposizione.
Ci tengo a risponderLe subito alla domanda che La tormenta: no, Lei non è affatto pazza. E no, non sbaglia a desiderare, e sì, anche a "pretendere" il sostegno della sua famiglia. Ciò che sta provando è la reazione più umana, sana e naturale di fronte alla perdita improvvisa dell'uomo che amava e che per Lei rappresentava la sua "base sicura", il pilastro ottimista e protettivo che La sosteneva anche nella sua fragilità di salute.
La voragine in cui si trova è già di per sé devastante, ma ciò che La sta facendo "impazzire" è la totale disconnessione emotiva da parte dei suoi familiari. Quando subiamo un lutto così profondo, abbiamo un disperato bisogno che gli altri vedano il nostro dolore, lo validino e ci permettano di parlare di chi non c'è più, per sentire che quella persona è esistita ed è ancora importante.
Purtroppo, accade spesso che i familiari si allontanino o dicano frasi come "devi reagire" o "non sei l'unica a soffrire". Questo non succede perché Lei sta sbagliando qualcosa, ma perché le persone spesso sono terrorizzate dall'impotenza di fronte al dolore profondo. Non sapendo cosa dire o come gestire la sua sofferenza, si proteggono fuggendo nel silenzio, parlando di cose superficiali ("cosa hai mangiato") o, peggio, sminuendo il suo vissuto per non doverci fare i conti. Questo vuoto e la necessità di dover "recitare" per non disturbare gli altri La fanno sentire ancora più sola, confermando dolorosamente quella sensazione che poteva contare solo su di lui.
A tutto questo si aggiunge l'ulteriore ferita dei suoceri e delle questioni ereditarie: una totale mancanza di rispetto e di sintonizzazione con il suo dolore, che si trasforma in un attacco pratico ed emotivo proprio mentre Lei si sente più indifesa.
È un bene preziosissimo che Lei stia già frequentando una psicologa e un gruppo di supporto, anche se in questo momento Le sembra un incubo. Il dolore a tre mesi è ancora nella sua fase più acuta ed esplosiva, e quei luoghi sono gli unici, attualmente, in cui Lei può smettere di recitare la parte del "tutto ok".
Cosa fare in questa voragine? Per prima cosa, si tolga il peso di dover proteggere sua madre o suo fratello: se non ha le forze di recitare, ha il diritto di dire "Oggi sto malissimo e mi manchi" oppure di non rispondere se questo Le richiede troppa energia. In secondo luogo, provi a delegare, se possibile, la gestione legale con i suoceri a un professionista (un avvocato o un patronato), per evitare che quel conflitto consumi le sue ultime forze fisiche e psicologiche.
La strada per attraversare questo dolore è lunga e non si supera fingendo che vada tutto bene. Continui a usare lo spazio della terapia per urlare il suo dolore e parlare di suo marito. Lui non è cancellato, vive nel suo amore di 13 anni. Un caro saluto, io resto qui a sua disposizione.
La sua situazione è molto delicata. Il lutto è un momento particolare nella vita di ogni persona, necessita tempo e cura per poterlo elaborare. L'appoggio delle persone care è fondamentale in questo momento, ma leggo con dispiacere che non ne può usufruire. La invito a riflettere se i suoi familiari sono state nel tempo persone su cui ha potuto contare emotivamente anche in passato per altri momenti della sua vita (non per forza brutti), perchè questo le darebbe una risposta diversa alle sue domande. Forse sono persone con cui emotivamente non è sempre stato facile avere un legame, condividere le parti più profonde di sè e quindi, anche in un momento come questo, continuano a "fare quello che hanno sempre fatto": sono presenti sulla superficie delle cose.
La invito a continuare a coltivare il suo spazio terapeutico con la psicologa poichè in questo momento ha necessità di trovare uno spazio sicuro in cui sentirsi accolta. Le auguro di ritrovare presto il suo passo che il lutto spezza inevitabilmente.
La invito a continuare a coltivare il suo spazio terapeutico con la psicologa poichè in questo momento ha necessità di trovare uno spazio sicuro in cui sentirsi accolta. Le auguro di ritrovare presto il suo passo che il lutto spezza inevitabilmente.
Buongiorno, no: non è pazza.
Quello che descrive somiglia a un dolore enorme rimasto senza un luogo umano in cui poter essere detto. Ha perso suo marito da poco, dopo una malattia aggressiva, e non ha perso solo la persona amata: ha perso anche la presenza che la sosteneva, la parte forte della coppia, il punto in cui lei sentiva di potersi appoggiare.
A tre mesi da una perdita così, stare malissimo non significa “non reagire”. Significa essere dentro un lutto ancora molto vivo. È importante però che questo dolore non resti chiuso solo nella solitudine, soprattutto quando si accompagna a senso di vuoto, isolamento e fatica a funzionare nella vita quotidiana. Il lutto può colpire profondamente anche il corpo, il sonno, l’umore e la capacità di affrontare le giornate; se il dolore diventa ingestibile o compaiono pensieri di non farcela più, è necessario chiedere aiuto subito a un professionista, al medico o ai servizi di emergenza.
Il suo bisogno di essere chiamata, cercata, ascoltata non è sbagliato. È umano. Il punto doloroso è che forse sta chiedendo a sua madre e a suo fratello un tipo di presenza che, almeno da come racconta, loro non sembrano capaci di darle. Questo non rende il suo bisogno eccessivo. Rende però rischioso restare appesa all’attesa che siano proprio loro a salvarla da questa voragine.
Quando una famiglia dice “devi reagire”, spesso non sta aiutando: sta scappando dal dolore perché non sa reggerlo. Ma lei non ha bisogno di recitare che va tutto bene. Ha bisogno di luoghi in cui suo marito possa essere nominato, ricordato, pianto, senza che qualcuno cambi discorso.
Forse il passo più importante, adesso, non è convincere i familiari a capire. È smettere di affidare solo a loro la misura del suo valore e del suo dolore. Continui il percorso con la psicologa, portando proprio questo punto: “io non riesco a parlare di lui senza sentirmi lasciata sola”. Anche il gruppo può diventare utile, ma va modulato: se ora è troppo, lo dica apertamente alla professionista.
Con i familiari può provare una richiesta molto semplice e concreta, senza aspettare che indovinino: “Non ho bisogno che mi diciate di reagire. Ho bisogno che ogni tanto mi chiediate come sto davvero e che mi lasciate parlare di lui per qualche minuto”. Poi osservi chi riesce a esserci e chi no.
Il dolore per suo marito non si supera cancellandolo. Si attraversa trovando, un giorno alla volta, qualcuno con cui non dover fingere.
Un caro saluto.
Quello che descrive somiglia a un dolore enorme rimasto senza un luogo umano in cui poter essere detto. Ha perso suo marito da poco, dopo una malattia aggressiva, e non ha perso solo la persona amata: ha perso anche la presenza che la sosteneva, la parte forte della coppia, il punto in cui lei sentiva di potersi appoggiare.
A tre mesi da una perdita così, stare malissimo non significa “non reagire”. Significa essere dentro un lutto ancora molto vivo. È importante però che questo dolore non resti chiuso solo nella solitudine, soprattutto quando si accompagna a senso di vuoto, isolamento e fatica a funzionare nella vita quotidiana. Il lutto può colpire profondamente anche il corpo, il sonno, l’umore e la capacità di affrontare le giornate; se il dolore diventa ingestibile o compaiono pensieri di non farcela più, è necessario chiedere aiuto subito a un professionista, al medico o ai servizi di emergenza.
Il suo bisogno di essere chiamata, cercata, ascoltata non è sbagliato. È umano. Il punto doloroso è che forse sta chiedendo a sua madre e a suo fratello un tipo di presenza che, almeno da come racconta, loro non sembrano capaci di darle. Questo non rende il suo bisogno eccessivo. Rende però rischioso restare appesa all’attesa che siano proprio loro a salvarla da questa voragine.
Quando una famiglia dice “devi reagire”, spesso non sta aiutando: sta scappando dal dolore perché non sa reggerlo. Ma lei non ha bisogno di recitare che va tutto bene. Ha bisogno di luoghi in cui suo marito possa essere nominato, ricordato, pianto, senza che qualcuno cambi discorso.
Forse il passo più importante, adesso, non è convincere i familiari a capire. È smettere di affidare solo a loro la misura del suo valore e del suo dolore. Continui il percorso con la psicologa, portando proprio questo punto: “io non riesco a parlare di lui senza sentirmi lasciata sola”. Anche il gruppo può diventare utile, ma va modulato: se ora è troppo, lo dica apertamente alla professionista.
Con i familiari può provare una richiesta molto semplice e concreta, senza aspettare che indovinino: “Non ho bisogno che mi diciate di reagire. Ho bisogno che ogni tanto mi chiediate come sto davvero e che mi lasciate parlare di lui per qualche minuto”. Poi osservi chi riesce a esserci e chi no.
Il dolore per suo marito non si supera cancellandolo. Si attraversa trovando, un giorno alla volta, qualcuno con cui non dover fingere.
Un caro saluto.
Buongiorno, la morte di una persona con cui si è condiviso un legame così profondo rappresenta un evento che può sconvolgere profondamente gli equilibri emotivi e relazionali. A soli tre mesi dalla perdita, è comprensibile che il dolore sia ancora molto presente e che senta il bisogno di parlare di suo marito, ricordarlo e condividere ciò che sta vivendo con le persone a lei vicine. Può accadere, però, che le persone che ci circondano non riescano a offrire il conforto che ci aspettiamo o che noi stessi penseremmo di dare in una situazione analoga. Questo non necessariamente perché siano insensibili, ma perché ciascuno affronta il dolore, la sofferenza e le relazioni in modo diverso, con le proprie risorse e i propri limiti. Talvolta queste differenze possono essere percepite come distanza o mancanza di sostegno, soprattutto quando si sta attraversando un momento di grande vulnerabilità. Mi sembra importante sottolineare che, nonostante la grande fatica che descrive, lei stia già facendo qualcosa di molto prezioso per sé stessa: sta frequentando una psicologa e un gruppo di supporto. Continui a concedersi questi spazi, nei quali il suo dolore possa trovare ascolto, accoglienza ed elaborazione. Si dia il permesso di vivere questo lutto secondo i suoi tempi. Non esiste un obbligo di "reagire", né una scadenza entro cui stare meglio. Le auguro di trovare, passo dopo passo, il sostegno di cui ha bisogno. Buona giornata!
Buongiorno,
da quello che racconta emerge una situazione estremamente dolorosa. In pochi mesi ha perso una persona che per lei era un compagno di vita, un punto di riferimento affettivo e una presenza quotidiana importante. Tre mesi, in una situazione come questa, sono un tempo ancora molto vicino alla perdita e il fatto che stia soffrendo così intensamente non significa affatto che sia "pazza" o che stia sbagliando qualcosa.
Da ciò che scrive, sembra che alla sofferenza per la morte di suo marito si stia aggiungendo un'altra ferita: il sentirsi sola proprio nel momento in cui sente di avere maggiormente bisogno di vicinanza, ascolto e sostegno. È comprensibile desiderare che i propri familiari chiamino, chiedano come si sta o offrano uno spazio in cui poter parlare della persona che si è persa. Non si tratta necessariamente di una "pretesa", ma di un bisogno umano di supporto nei momenti più difficili.
Allo stesso tempo, quando si vive una perdita importante, può capitare di percepire una distanza tra ciò che si sta vivendo e ciò che accade intorno. Mentre per chi ha perso una persona amata molte cose sembrano cambiare radicalmente, gli altri possono continuare la propria quotidianità come sempre. Questa differenza di esperienza può generare un forte senso di solitudine e incomprensione.
Non tutte le persone riescono inoltre a stare accanto a chi soffre nello stesso modo. Si possono avere difficoltà a confrontarsi con il dolore, sentirsi impotenti, non sapere cosa dire oppure avere modalità relazionali diverse da quelle che si desidererebbe ricevere. Questo non rende sbagliato il suo bisogno di vicinanza e conforto, ma può aiutare a comprendere perché oggi si senta così poco sostenuta dalle persone che le sono vicine.
Trovo importante sottolineare che, nonostante la fatica che descrive, stia cercando spazi di supporto attraverso il percorso con la psicologa e il gruppo.
Il lutto non richiede di “reagire” rapidamente: ha bisogno di tempo, di spazi e della possibilità di attraversare il dolore e le emozioni intense che sta vivendo, senza sentirsi obbligata a fingere di stare bene o mettere da parte il ricordo di suo marito.
Portare anche queste difficoltà relazionali all'interno del percorso che sta facendo potrebbe aiutarla a sentirsi meno sola, offrendo uno spazio in cui dare voce non solo alla perdita che sta affrontando, ma anche al senso di mancanza di sostegno che oggi sta sperimentando.
In un momento così difficile, poter riconoscere e condividere ciò che sta vivendo è un passo importante.
da quello che racconta emerge una situazione estremamente dolorosa. In pochi mesi ha perso una persona che per lei era un compagno di vita, un punto di riferimento affettivo e una presenza quotidiana importante. Tre mesi, in una situazione come questa, sono un tempo ancora molto vicino alla perdita e il fatto che stia soffrendo così intensamente non significa affatto che sia "pazza" o che stia sbagliando qualcosa.
Da ciò che scrive, sembra che alla sofferenza per la morte di suo marito si stia aggiungendo un'altra ferita: il sentirsi sola proprio nel momento in cui sente di avere maggiormente bisogno di vicinanza, ascolto e sostegno. È comprensibile desiderare che i propri familiari chiamino, chiedano come si sta o offrano uno spazio in cui poter parlare della persona che si è persa. Non si tratta necessariamente di una "pretesa", ma di un bisogno umano di supporto nei momenti più difficili.
Allo stesso tempo, quando si vive una perdita importante, può capitare di percepire una distanza tra ciò che si sta vivendo e ciò che accade intorno. Mentre per chi ha perso una persona amata molte cose sembrano cambiare radicalmente, gli altri possono continuare la propria quotidianità come sempre. Questa differenza di esperienza può generare un forte senso di solitudine e incomprensione.
Non tutte le persone riescono inoltre a stare accanto a chi soffre nello stesso modo. Si possono avere difficoltà a confrontarsi con il dolore, sentirsi impotenti, non sapere cosa dire oppure avere modalità relazionali diverse da quelle che si desidererebbe ricevere. Questo non rende sbagliato il suo bisogno di vicinanza e conforto, ma può aiutare a comprendere perché oggi si senta così poco sostenuta dalle persone che le sono vicine.
Trovo importante sottolineare che, nonostante la fatica che descrive, stia cercando spazi di supporto attraverso il percorso con la psicologa e il gruppo.
Il lutto non richiede di “reagire” rapidamente: ha bisogno di tempo, di spazi e della possibilità di attraversare il dolore e le emozioni intense che sta vivendo, senza sentirsi obbligata a fingere di stare bene o mettere da parte il ricordo di suo marito.
Portare anche queste difficoltà relazionali all'interno del percorso che sta facendo potrebbe aiutarla a sentirsi meno sola, offrendo uno spazio in cui dare voce non solo alla perdita che sta affrontando, ma anche al senso di mancanza di sostegno che oggi sta sperimentando.
In un momento così difficile, poter riconoscere e condividere ciò che sta vivendo è un passo importante.
È del tutto comprensibile quello che sta provando. Sta attraversando un lutto importante, legato alla perdita di una persona che era un punto di riferimento fondamentale nella sua vita. È normale sentirsi molto male, smarrita e avere la sensazione di dover “rimettere insieme i pezzi” di una quotidianità che non esiste più.
In queste situazioni è anche frequente percepire una forte solitudine. A volte le persone intorno, anche se presenti, fanno fatica a gestire il dolore altrui. Questo non significa necessariamente mancanza di affetto, ma piuttosto difficoltà, impreparazione o incapacità di stare vicino a chi soffre.
Non sta “impazzendo”, sta vivendo un lutto significativo, con un carico emotivo molto intenso e con poche fonti di sostegno percepite.
Se se la sente, potrebbe provare ad esplicitare in modo diretto i suoi bisogni ai familiari, senza aspettarsi soluzioni pratiche, ma chiedendo semplicemente presenza, ascolto e qualche contatto in più. A volte le persone non si rendono conto di ciò che manca finché non viene espresso chiaramente.
Resto a disposizione se desidera ulteriore supporto.
In queste situazioni è anche frequente percepire una forte solitudine. A volte le persone intorno, anche se presenti, fanno fatica a gestire il dolore altrui. Questo non significa necessariamente mancanza di affetto, ma piuttosto difficoltà, impreparazione o incapacità di stare vicino a chi soffre.
Non sta “impazzendo”, sta vivendo un lutto significativo, con un carico emotivo molto intenso e con poche fonti di sostegno percepite.
Se se la sente, potrebbe provare ad esplicitare in modo diretto i suoi bisogni ai familiari, senza aspettarsi soluzioni pratiche, ma chiedendo semplicemente presenza, ascolto e qualche contatto in più. A volte le persone non si rendono conto di ciò che manca finché non viene espresso chiaramente.
Resto a disposizione se desidera ulteriore supporto.
Gentile utente, mi dispiace tanto per il racconto che ha descritto. Immagino non sia una situazione facile.
Le consiglio di intraprendere un percorso di supporto psicologico per metabolizzare il lutto e provare ad arrivare a delle risposte ai suoi interrogativi.
Sono psico-oncologo e lavoro con pazienti oncologici e familiari.
arei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Le consiglio di intraprendere un percorso di supporto psicologico per metabolizzare il lutto e provare ad arrivare a delle risposte ai suoi interrogativi.
Sono psico-oncologo e lavoro con pazienti oncologici e familiari.
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Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
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