Domande del paziente (3350)
Buongiorno sono passati quasi 7 mesi da mio intervento di isterectomia e tolto anche le tube… volevo sapere se è normale non sentire il desiderio e avere paura di avere rapporti? Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive può essere molto più comune di quanto si pensi, soprattutto dopo un intervento importante e delicato come quello che ha affrontato. Un’operazione che coinvolge il proprio corpo in una zona così intima non ha soltanto un impatto fisico, ma anche emotivo, psicologico e relazionale. Per questo motivo non bisogna guardare solo al tempo trascorso dall’intervento, ma anche a come lei ha vissuto tutta questa esperienza dentro di sé. Spesso, dopo un evento del genere, il corpo può essere percepito in modo diverso. Alcune persone riferiscono di sentirsi più fragili, meno spontanee, meno sicure oppure di avere paura che il rapporto possa provocare dolore, fastidio o sensazioni spiacevoli. A volte la mente entra in uno stato di allerta e il desiderio tende a diminuire proprio perché il rapporto non viene più associato solo a piacere e vicinanza, ma anche a timore, tensione o preoccupazione. Dal punto di vista cognitivo comportamentale è importante comprendere che desiderio e paura difficilmente convivono serenamente. Se dentro di sé si attivano pensieri legati al timore, al controllo, all’ansia o alla sensazione di non sentirsi più come prima, il corpo può naturalmente “spegnere” il desiderio come forma di protezione. Questo non significa che qualcosa sia irrimediabilmente cambiato o che non possa ritrovare serenità nella sfera intima. Un altro aspetto importante riguarda il significato personale che l’intervento può aver avuto per lei. A volte esperienze di questo tipo possono toccare temi molto profondi legati alla femminilità, all’identità corporea, alla percezione di sé o al rapporto con il proprio corpo. Anche quando razionalmente si cerca di andare avanti, emotivamente alcune parti possono avere bisogno di più tempo per elaborare ciò che è successo. Il fatto che lei si stia chiedendo se sia “normale” è già indicativo del desiderio di capire e di ritrovare un equilibrio. Spesso però, quando ci si osserva continuamente per vedere se il desiderio torna oppure no, si rischia involontariamente di aumentare la pressione e l’ansia. E più ci si sente sotto esame, più il corpo tende a irrigidirsi. Può essere utile concedersi gradualità, senza vivere l’intimità come una prova da superare o qualcosa da dover recuperare immediatamente. A volte la vicinanza emotiva, il sentirsi accolte, comprese e al sicuro viene prima del desiderio stesso. Il desiderio raramente torna attraverso lo sforzo o il controllo, mentre spesso riemerge quando la persona smette di vivere il proprio corpo con paura o giudizio. Se questa situazione dovesse continuare a generarle sofferenza, senso di distanza o blocco emotivo, potrebbe essere molto utile intraprendere uno spazio psicologico in cui comprendere meglio cosa si è attivato dentro di lei dopo l’intervento. Non tanto per “forzare” un cambiamento, ma per capire i pensieri, le paure e le emozioni che oggi stanno influenzando il suo rapporto con l’intimità e con il suo corpo. A volte dietro la perdita del desiderio non c’è assenza di interesse, ma un sistema emotivo che sta ancora cercando di sentirsi al sicuro. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Ciao, vi scrivo la mia storia per darvi il contesto.
Sono stato fidanzato per 8 anni con una ragazza. In quel periodo ero fuori forma e non mi piacevo, al punto da vivere quasi solo per lavorare e togliermi qualche sfizio, senza mai sentirmi davvero bene con me stesso. Ho comprato casa e siamo andati a convivere, ma negli ultimi due anni il nostro rapporto era diventato più una convivenza tra amici: sì, c’era ancora qualche rapporto, ma mancava tutto il resto.
Lei non lavorava, non aveva molte amicizie ed era bloccata in un percorso universitario che non riusciva a concludere, nonostante ci fossero diversi anni di differenza tra noi. Negli ultimi due anni prima della separazione, io avevo iniziato un grande cambiamento personale, tra dieta e palestra, trasformando il mio corpo. Questo aveva portato anche a una sua crescente gelosia.
Il fatto di vivere lontano dall’università, insieme alla gestione della casa, del cane e ad altre responsabilità, aveva contribuito ad allontanarla dal suo obiettivo. Inoltre, col tempo ho capito che viveva una forma di depressione di cui però non era mai riuscita a parlarmi apertamente: questa cosa mi rendeva nervoso perché, tra le tante cose, le pagavo anche lo psicologo senza però sapere davvero cosa stesse vivendo.
Io ero l’unico a lavorare e a occuparmi delle spese, delle uscite e di tutto il resto. In casa non mi faceva mancare nulla: pulizie ecc., faceva tutto lei, e già questo probabilmente è stato un errore mio.
A un certo punto, di fronte alle attenzioni di una ragazza — in mezzo a tutte quelle che avevo trascurato — non sono riuscito a trattenermi e, anche se non è successo nulla di fisico, ho deciso di lasciare la mia ex. È seguito un mese difficile, con continui messaggi e anche una gravidanza inventata da parte sua. Alla fine lei ha lasciato casa definitivamente.
Dopo poco è iniziata una frequentazione con un’altra ragazza, durata circa tre mesi: molto intensa fisicamente, ma anche tossica, tra love bombing e insicurezze che mi ha trasmesso. Dopo una vacanza finita male, ho chiuso anche questa storia.
Pochi giorni dopo ho conosciuto la mia attuale ragazza: un colpo di fulmine. È molto bella e forse proprio qui ho fatto il mio errore più grande. Dopo pochi giorni abbiamo deciso di convivere.
In questo quasi anno mi sono ritrovato a gestire praticamente tutto: casa, spese e organizzazione. Abbiamo un conto cointestato su cui mettiamo entrambi la stessa cifra, ma basta solo per il cibo: non copre bollette, uscite o altre spese, che ricadono su di me. Inoltre non mi aiuta né in casa né in altro.
È molto affettuosa e da quel punto di vista sto bene, non mi manca l’affetto. Però sessualmente e fisicamente non mi prende come la precedente, tanto che ho dovuto adattare alcune mie abitudini. Nonostante questo, emotivamente sto bene… o almeno credo.
Sto lavorando molto su me stesso, ma spesso penso di non meritarla, sia a livello fisico che di immagine. Cerco di darle tutto: attenzioni, affetto, regali, cene. Tuttavia il suo passato e i suoi tanti ex mi pesano molto. Spesso fa riferimenti a esperienze vissute (ristoranti, viaggi, cose fatte), anche senza citarli direttamente, e questo mi fa stare male. Gliel’ho detto, ma lei lo fa con leggerezza.
Tutto questo mi porta a vivere una forte disparità emotiva: mi capita di piangere spesso, di pensare di non meritare la felicità. Mi dispiace persino per il mio cane: prima era sempre con la mia ex in casa e non restava mai solo, mentre ora, lavorando entrambi, si ritrova spesso da solo.
Non riesco a lasciarla, anche se ci ho provato più volte. Vederla piangere e promettere che cambierà, senza poi farlo davvero come vorrei, mi blocca e non riesco ad andare fino in fondo.
Devo anche dire che in tante cose è davvero cambiata: probabilmente aveva bisogno di tempo, prima era triste e ora non lo è più, si chiudeva molto mentre oggi lo fa molto meno. Però, nonostante questi miglioramenti, io non mi sento valorizzato né alla pari. Spesso ho la sensazione che non mi ascolti davvero, non mi aiuta, non dà peso alle mie necessità, al mio bisogno di conferme e certezze. L’aiuto pratico è praticamente nullo e quello morale molto poco.
Io mi sono messo subito a sua disposizione in tutto, non le ho fatto mancare niente e l’ho messa al centro della mia vita, cambiando me stesso — di nuovo — per cercare di sentirmi all’altezza e meritarmela. E ora mi trovo così: incapace di lasciarla, ma senza stare mai, mai davvero bene o sentirmi apprezzato.
Lei mi parla di figli e di un “per sempre” insieme, e da una parte questo mi fa piacere, ma dall’altra sono terrorizzato all’idea che la mia vita possa essere sempre così: per sempre, con un peso che sento di portare da solo, sempre di fretta a cercare di fare tutto da solo. In cosa sbaglio? Su cosa posso lavorare o dove ho bisogno di aiuto? Sono andato anche da una psicologa, ma non mi ha mai aiutato davvero, nonostante tante sedute.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, dal suo racconto emerge molta consapevolezza, ed è importante riconoscerlo. Lei non sta descrivendo semplicemente una relazione che “non funziona”, ma un modo di vivere i rapporti affettivi che sembra portarla progressivamente a caricarsi di responsabilità, a mettere l’altra persona al centro e, nel tempo, a perdere il contatto con i suoi bisogni più profondi. Questo non significa che lei sbagli tutto o che le sue relazioni siano “sbagliate”, ma che probabilmente esistono alcuni schemi relazionali che tendono a ripetersi e che oggi stanno iniziando a pesare molto. Nel suo racconto c’è un elemento che colpisce particolarmente. Ogni volta che entra in una relazione, sembra attivarsi in lei un forte bisogno di essere necessario, di dare tanto, di sostenere, sistemare, proteggere, dimostrare valore attraverso ciò che offre. Casa, soldi, organizzazione, presenza, disponibilità emotiva. È come se il suo ruolo diventasse rapidamente quello di chi tiene in piedi tutto. All’inizio probabilmente questo le dà un senso di sicurezza e di identità nella coppia, ma col tempo sembra trasformarsi in stanchezza, squilibrio e senso di solitudine. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è importante osservare non solo cosa fanno le sue partner, ma anche cosa succede dentro di lei quando percepisce di non essere abbastanza valorizzato o scelto pienamente. Lei stesso scrive di pensare spesso di non meritare la felicità o di non sentirsi all’altezza. Questo è un punto molto centrale. Quando una persona sente profondamente di dover meritare amore attraverso il sacrificio, l’adattamento o il “fare tutto”, rischia di entrare in relazioni in cui finisce per trascurare se stessa pur di mantenere il legame. Anche il cambiamento fisico che ha fatto sembra avere avuto un impatto importante sulla sua identità. Da una parte le ha dato più sicurezza e possibilità, dall’altra sembra aver aumentato il confronto, il bisogno di conferme e forse anche la paura di perdere ciò che ha conquistato. Quando scrive che continua a cambiare se stesso per sentirsi all’altezza della partner, emerge il rischio di costruire il proprio valore più sullo sguardo dell’altro che su una percezione stabile di sé. Il tema del passato della sua attuale compagna sembra inserirsi proprio qui. I riferimenti ai suoi ex o alle esperienze precedenti sembrano attivare in lei un confronto continuo, quasi come se dentro di sé ci fosse la paura di non essere abbastanza speciale, abbastanza importante o abbastanza desiderabile. E più questa paura si attiva, più sembra crescere il bisogno di conferme, attenzione e rassicurazioni. Un altro aspetto molto significativo è il fatto che lei descriva una forte difficoltà a lasciare le relazioni anche quando sta male. Questo spesso non dipende solo dall’amore, ma anche dal timore del vuoto, dal senso di colpa e dalla difficoltà a tollerare il dolore dell’altro. Vedere la partner soffrire la blocca, e questo può portarla a restare in situazioni che non sente davvero sostenibili per paura di fare male o di sentirsi responsabile della sofferenza altrui. Nel suo racconto c’è anche molta fatica accumulata. Sembra quasi che lei viva costantemente nella posizione di chi deve correre, sistemare, sostenere e dimostrare. A lungo andare questo può portare a un forte esaurimento emotivo, perché il rapporto rischia di diventare più una responsabilità che un luogo in cui sentirsi accolto e nutrito emotivamente. Il fatto che una precedente esperienza terapeutica non l’abbia aiutata non significa che non possa trovare beneficio in un altro percorso. A volte serve incontrare un professionista con cui sentirsi realmente compresi e con cui lavorare in modo più focalizzato proprio sugli schemi relazionali, sull’autostima, sulla paura dell’abbandono, sul bisogno di approvazione e sul modo in cui costruisce il proprio valore personale dentro le relazioni. Più che chiedersi soltanto se questa relazione sia giusta o sbagliata, forse potrebbe essere utile iniziare a chiedersi perché nelle relazioni finisca così spesso per sentirsi responsabile di tutto, poco valorizzato e costantemente in debito emotivo. Comprendere questi meccanismi può essere davvero trasformativo, perché permette non solo di stare meglio in questa relazione, ma anche di vivere i legami futuri in modo più equilibrato e meno faticoso. Il fatto che oggi lei riesca a raccontarsi con questa lucidità è già un segnale importante. Significa che una parte di sé ha iniziato a vedere che il problema non è semplicemente “l’altra persona”, ma un funzionamento relazionale più profondo che merita attenzione e cura. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buonasera
Sto vivendo un momento un po' doloroso
Mi piace molto una ragazza, una mia collega di lavoro.
Siamo caratterialmente diversi lo ammetto, però abbiamo ammesso ieri di provare un interesse reciproco ma c'è un enorme problema che blocca tutto.
Ci sono stati diversi litigi, soprattutto per mancanza di onestà da parte di lei, che mi hanno fatto alterare e reagire un po' troppo.
Questi litigi a lei le hanno fatto capire che non possiamo stare insieme, non potremo mai, che ha già vissuto una situazione del genere e che non vuole caderci di nuovo.
Ha già pensato diverse volte se tra noi poteva andare oltre ma non ce la fa, non è ancora pronta per una relazione e perché siamo colleghi e se già litighiamo così spesso prima di iniziare dopo diventerebbe peggio, anche se secondo me meglio litigare all'inizio che nel mezzo.
Ho provato a farle capire che io sono disposto a provare e a migliorare in primis per me stesso e sarei disposto a farle vedere più avanti che sono migliorato (davvero) ma lei non vuole neanche provarci.
Le ho confessato che è la cosa più bella che mi sia capitata da quando lavoro in questa azienda(ed è vero) e sono felice tutte le volte che la vedo... Questo discorso l'ha fatta emozionare e mi ha preso anche le mani.
Resta il fatto che ha dato un no definitivo e non vuole fare neanche un tentativo perché siamo troppo diversi e ci sono troppi litigi.
Secondo voi, ci potrà mai essere un ripensamento da parte sua e quindi un cambiamento di scelta?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, quello che sta vivendo è un momento emotivamente molto intenso, perché coinvolge allo stesso tempo attrazione, speranza, frustrazione e anche una forma di perdita che si sta già delineando, pur in presenza di un legame ancora “aperto” dal punto di vista emotivo. Situazioni di questo tipo, soprattutto quando nascono in contesti come quello lavorativo, tendono a generare una forte attivazione interna proprio perché la relazione non è mai stata pienamente costruita, ma neanche realmente chiusa dentro di sé. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, una delle dinamiche più importanti da osservare in questi casi riguarda il modo in cui la mente cerca di trasformare una situazione incerta in qualcosa che possa essere controllabile o prevedibile. Quando si prova un interesse forte per una persona che, allo stesso tempo, esprime distanza o rifiuto, è naturale che si attivi il bisogno di trovare una possibile “finestra di riapertura”, come il pensiero che con il tempo, con il cambiamento o con nuove dimostrazioni, l’altro possa cambiare idea. Questo tipo di speranza è molto comprensibile, perché permette di attenuare il dolore del rifiuto immediato e di mantenere viva la possibilità di un esito diverso. Tuttavia, è importante distinguere tra ciò che appartiene ai desideri e ciò che appartiene alle intenzioni espresse dall’altra persona nel presente. Da quello che racconta, lei ha espresso in modo abbastanza chiaro una posizione di chiusura, motivata non solo da un episodio isolato ma da una valutazione complessiva della dinamica tra voi, del contesto lavorativo e delle esperienze pregresse. In queste situazioni, uno degli elementi più difficili da accettare è proprio la discrepanza tra ciò che noi sentiamo possibile e ciò che l’altro è disposto a vivere. Lei sente un coinvolgimento forte, autentico, e la disponibilità a mettersi in gioco anche sul piano personale. Dall’altra parte, però, sembra esserci una scelta orientata alla protezione emotiva e alla prevenzione di una dinamica relazionale che viene percepita come potenzialmente conflittuale o già conosciuta come non sostenibile. Dal punto di vista psicologico, il tema dei litigi e delle reazioni emotive intense che lei stesso riconosce è un elemento importante. Non tanto come “colpa”, ma come informazione utile su come si attivano le dinamiche relazionali tra due persone. Quando in una fase iniziale si sviluppano già incomprensioni o reazioni forti, questo può attivare nell’altro la percezione che la relazione possa diventare faticosa o ripetitiva di schemi già vissuti negativamente. Questo non significa che la relazione non potrebbe evolvere, ma significa che, nella percezione attuale dell’altra persona, il rischio viene vissuto come troppo alto rispetto alla disponibilità a provarci. La domanda che lei pone, cioè se possa esserci un ripensamento futuro, è molto naturale quando si è coinvolti emotivamente. Tuttavia, da una prospettiva cognitivo comportamentale è importante prestare attenzione a un punto: concentrarsi sull’idea di un possibile cambiamento dell’altro può mantenere attiva la sofferenza e rendere più difficile elaborare la realtà presente. Le persone possono cambiare opinione nel tempo, ma questo non è qualcosa che può essere previsto o su cui si può costruire un progetto emotivo stabile. Quando una persona comunica un “no” chiaro nel presente, il lavoro psicologico più utile non è tanto interrogarsi su come trasformarlo, ma su come stare dentro quel “no” senza che questo diventi una messa in discussione del proprio valore personale. Mi sembra molto significativo il fatto che lei riconosca non solo l’interesse per lei, ma anche la felicità che prova nel vederla e la disponibilità a lavorare su di sé. Questo è un elemento importante, perché indica una capacità di investimento emotivo e di consapevolezza. Allo stesso tempo, però, proprio quando un’emozione è molto intensa, esiste il rischio che la mente si concentri esclusivamente sull’obiettivo di “trasformare” la situazione, perdendo di vista il fatto che una relazione è sempre un incontro reciproco di disponibilità, tempi e condizioni emotive. Un aspetto su cui potrebbe essere utile riflettere riguarda il modo in cui lei vive il conflitto e le reazioni emotive nelle relazioni. Non per giudizio, ma perché spesso sono proprio questi aspetti che, se non compresi, tendono a ripresentarsi in modo simile in più situazioni affettive. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a leggere meglio questi meccanismi, a comprendere cosa si attiva in lei quando si sente non compreso o messo in discussione, e come questo influisce sulla dinamica con l’altro. In un approccio cognitivo comportamentale, questo tipo di consapevolezza è spesso il primo passo per costruire modalità relazionali più stabili e meno reattive. In questo momento, forse la parte più difficile ma anche più importante non è capire se lei cambierà idea, ma riuscire a dare spazio al fatto che lei ha espresso un confine. E dentro questo confine, lei può scegliere come prendersi cura di sé, delle sue emozioni e del modo in cui vive questa esperienza, senza restare sospeso esclusivamente sull’attesa di un possibile cambiamento esterno. Le situazioni affettive non risolte emotivamente tendono a mantenere una forte carica mentale, e per questo può diventare molto utile avere uno spazio in cui elaborarle con calma, senza rimanere soli dentro pensieri che oscillano tra speranza e dolore. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, sono una ragazza di quasi 18 anni e scrivo perché vivo una situazione che non riesco a controllare. Premessa: il tutto è iniziato a 12 anni, poi a dai 14/15 ai 16 sembrava essere migliorata la situazione, ma adesso è peggio di prima.
A 12 anni ho iniziato ad avere l'impulso di strapparmi ciglia e sopracciglia, mentre adesso si sono aggiunti anche i capelli e il gesto è diventato molto più frequente e sistematico.
Inoltre, è dai 12 anni che penso di non avere un rapporto sano con il cibo: i primi anni era stata una cosa anche più o meno sopportabile, che si è risolta da sola (periodi di restrizione col cibo), invece nell'ultimo anno non fa che peggiorare (per farla breve abbuffate/restrizioni).
Non voglio dire che i due problemi siano collegati l'uno con l'altro perchè sono la prima che non riesce a darsi una risposta o controllarsi da sola, il che mi fa sentire come se non fossi cresciuta affatto, anzi avevo più autocontrollo a 12 anni.
Non so bene quale sia il mio obiettivo scrivendo tutto questo e non vorrei nemmeno essermi esposta troppo, ma lo considero un passo avanti piuttosto che continuare a parlare dei miei problemi con una AI.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, innanzitutto è importante riconoscere il valore di ciò che ha fatto scrivendo queste parole. Non è un passaggio banale né scontato. Il fatto che lei stia cercando di dare voce a una sofferenza che dura da anni, e che senta anche il desiderio di non restare intrappolata nel farlo solo dentro di sé o attraverso strumenti che non possono restituirle un vero spazio di comprensione, è già un segnale molto significativo di consapevolezza e bisogno di cambiamento. Da ciò che descrive emerge una situazione che non riguarda semplicemente dei comportamenti isolati, ma un insieme di modalità che nel tempo sembrano essersi intrecciate tra loro e che hanno una funzione precisa nella sua vita emotiva. Il gesto ripetitivo sul corpo e la difficoltà nel rapporto con il cibo, soprattutto nella forma oscillante tra restrizione e abbuffate, sono spesso modi attraverso cui la mente e il corpo cercano di gestire stati interni difficili da tollerare. Non si tratta di mancanza di volontà o di autocontrollo, anche se è comprensibile che dall’interno possa essere vissuto proprio così, soprattutto quando si ha la sensazione di “non riuscire a fermarsi”. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è molto importante non leggere questi comportamenti come segni di debolezza personale, ma come strategie che nel tempo si sono strutturate per rispondere a emozioni, tensioni o stati interni che altrimenti sarebbero stati difficili da sostenere. Spesso questi schemi iniziano in età molto precoce e tendono a consolidarsi proprio perché, in qualche modo, offrono un sollievo immediato, anche se poi nel lungo periodo creano sofferenza e senso di perdita di controllo. Il fatto che lei riconosca un andamento che si è modificato nel tempo, con fasi di miglioramento e poi di peggioramento, è molto importante. Questo indica che non si tratta di qualcosa di statico o immutabile, ma di dinamiche che possono cambiare in relazione a molte variabili interne ed esterne. Allo stesso tempo, la presenza contemporanea di più modalità di gestione del disagio può far sentire la situazione ancora più complessa e difficile da comprendere da sola, ed è comprensibile che questo possa generare la sensazione di non riuscire a “controllarsi” o di non essere cresciuta come ci si aspetterebbe. In realtà, ciò che emerge più profondamente non è una mancanza di crescita, ma piuttosto il fatto che una parte di lei sta cercando da tempo un modo per regolare emozioni o stati interni che probabilmente non trovano ancora una forma più stabile e sostenibile di espressione. Quando questi meccanismi diventano abituali, è molto difficile interromperli solo con la forza di volontà, perché non sono semplicemente comportamenti, ma risposte automatiche apprese nel tempo. Il fatto che lei abbia deciso di scrivere e di esporsi, anche se con il dubbio di averlo fatto troppo, è già un passaggio molto importante. Spesso il primo ostacolo non è tanto il “fare qualcosa di diverso”, ma il riuscire a riconoscere che ciò che si sta vivendo merita uno spazio di attenzione e comprensione, senza giudizio. In situazioni come la sua, un percorso psicologico può essere particolarmente utile proprio perché permette di andare oltre la sola gestione del comportamento e di esplorare in modo graduale cosa si attiva prima, durante e dopo questi momenti. In un approccio cognitivo comportamentale si lavora molto sul riconoscere i legami tra pensieri, emozioni e azioni, aiutando la persona a comprendere meglio il significato che certi comportamenti hanno avuto nella sua storia e come oggi possano essere affrontati in modo diverso, più sostenibile e meno doloroso. È importante dirle che non è necessario avere già chiaro un obiettivo preciso per iniziare un percorso. Spesso il primo passo è proprio quello di portare dentro uno spazio protetto ciò che oggi appare confuso, ripetitivo o difficile da controllare, e iniziare a dargli un significato che non sia solo quello della colpa o della frustrazione verso se stessi. Lei non sta descrivendo una mancanza di crescita, ma una difficoltà che merita ascolto e comprensione. E il fatto che oggi stia cercando di parlarne, anche se con fatica, è già un segnale di movimento nella direzione di un possibile cambiamento. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, sono un ragazzo di 22 anni che vive la vita in un grigio perenne. Il mio problema? La sensazione di non essere mai scelto, nel senso, ho 22 anni e non ho mai avuto una ragazza, ma non solo quello, ormai non riesco neanche più ad approcciarmi con una ragazza se non la conosco, fatico a continuare un discorso non riesco a tenere il contatto visivo e varie cose che forse una persona di 22 anni dovrebbe riuscire a fare. È come se andassi in blocco, evito anche di affezionarmi o cose del genere perché tanto so già che non finirà come voglio io. Prima associavo la cosa del non trovare una ragazza con il mio aspetto fisico, ma con il tempo ho capito che non è quello, anche perché ho migliorato di molto il mio aspetto, certe volte mi sembra di essere destinato a non poter trovare l’amore, mi sembra di essere noioso, di non essere mai abbastanza, mi sembra di essere proprio io il problema ed è da 22 anni così. So che molti diranno “non sei in ritardo ognuno ha i suoi tempi” ma allora a questo punto mi chiedo, quanto sono lunghi i miei tempi? Quanto ancora dovrà durare questa cosa? Per quanto ancora dovrò vedere i miei amici con le loro fidanzate e io dovrò cercarmi altri amici non fidanzati per uscire? So che magari potrà sembrare una banalità, ma ho bisogno di poter amare e di essere amato e invece sono anni che lotto con me stesso e che vivo questa situazione, una situazione che mi logora da fin troppo tempo e certe volte mi fa dire che forse è così che deve andare.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, nelle sue parole si sente un peso emotivo molto forte e soprattutto una sofferenza che non riguarda soltanto la mancanza di una relazione, ma il modo in cui questa esperienza nel tempo ha iniziato a trasformarsi in una convinzione su di sé. Quando dice di vivere la vita “in un grigio perenne”, sta descrivendo qualcosa che va oltre l’ambito sentimentale: sembra un vissuto globale di fatica, di blocco e di perdita di fiducia nelle proprie possibilità relazionali. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è importante distinguere tra ciò che sta accadendo nella realtà e il modo in cui la mente interpreta e organizza queste esperienze. Il fatto di non aver avuto ancora una relazione significativa non è, di per sé, una condanna o una prova del proprio valore personale. Tuttavia, quando questa esperienza si protrae nel tempo, la mente tende spesso a costruire una narrazione interna molto rigida, come “il problema sono io”, “non sono abbastanza”, “non sono fatto per essere scelto”. Questi pensieri, ripetuti nel tempo, non restano semplici idee, ma iniziano a influenzare il modo in cui ci si comporta, ci si espone e ci si relaziona agli altri. Lei descrive molto chiaramente un aspetto centrale: il blocco nelle situazioni sociali e relazionali, il difficoltoso contatto visivo, la tendenza a evitare il coinvolgimento emotivo per paura dell’esito. Questi elementi sono spesso il risultato di un meccanismo di protezione. Quando una persona si aspetta di essere rifiutata o di non essere all’altezza, può inconsciamente ridurre l’esposizione alle situazioni in cui questo possibile rifiuto potrebbe avvenire, proprio per evitare il dolore. Il problema è che questa protezione, nel breve periodo, riduce l’ansia, ma nel lungo periodo mantiene e rafforza la sensazione di non saper “funzionare” nelle relazioni. È molto importante anche il passaggio in cui lei racconta di aver già lavorato sull’aspetto fisico e di aver notato che non era quello il nodo centrale. Questo è un punto di grande consapevolezza, perché indica che il tema non riguarda l’esterno, ma il modo in cui si vive internamente il contatto con l’altro, il valore personale e la possibilità di sentirsi scelti e riconosciuti. Quando si dice “mi sembra di non essere mai abbastanza”, dal punto di vista psicologico ci troviamo spesso di fronte a schemi di valutazione molto profondi e automatici, che non si modificano semplicemente attraverso esperienze positive occasionali, ma hanno bisogno di essere riconosciuti, messi in discussione e rielaborati nel tempo. Perché anche quando accade qualcosa di potenzialmente positivo, una parte interna può continuare a filtrarlo attraverso la stessa lente negativa. Il confronto con gli altri, soprattutto con i coetanei che vivono relazioni, può rendere tutto ancora più pesante. Non tanto perché ci sia qualcosa di sbagliato nel desiderare una relazione, ma perché il confronto tende a rafforzare l’idea di essere “indietro” o “sbagliati”, quando in realtà i percorsi affettivi sono estremamente variabili e non lineari. Tuttavia, quando si sta male, la mente tende a selezionare soprattutto le informazioni che confermano la propria sofferenza. Mi colpisce molto anche la sua domanda finale, “quanto dovrà durare ancora”. È una domanda profondamente umana, che esprime stanchezza e desiderio di uscire da una condizione che sente ripetitiva e soffocante. In queste situazioni è facile arrivare a pensare che le cose siano destinate a rimanere così, ma spesso questa è una conclusione che nasce più dalla fatica accumulata che da una reale impossibilità di cambiamento. Un percorso psicologico potrebbe essere molto utile proprio per questo motivo. Non per dare risposte semplicistiche o per rassicurare in modo superficiale, ma per comprendere come si è costruito questo modo di vivere sé stessi nelle relazioni, quali esperienze lo hanno alimentato e soprattutto quali meccanismi attuali lo mantengono attivo. In un approccio cognitivo comportamentale si lavora spesso proprio su questo intreccio tra pensieri, emozioni e comportamenti, aiutando la persona a riconoscere i blocchi, a ridurre gradualmente l’evitamento e a costruire esperienze relazionali nuove che non siano filtrate esclusivamente dalla paura del fallimento. È importante sottolineare che il problema non sembra essere la sua incapacità di amare o di essere amato, ma piuttosto un circolo in cui aspettativa di rifiuto, ansia e evitamento si rinforzano reciprocamente. Questo tipo di dinamica, pur essendo molto dolorosa, è anche modificabile nel tempo, soprattutto quando viene compresa con chiarezza e affrontata con gradualità. Il fatto stesso che lei riesca a descrivere così bene ciò che vive è già un segnale importante di consapevolezza. E la consapevolezza, in percorsi di questo tipo, è spesso il primo passo per iniziare a interrompere schemi che fino a oggi sono sembrati inevitabili. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve, mia moglie dopo 17 anni di matrimonio ha deciso di lasciarmi. Mi ha detto che ho commesso troppi sbagli, si sente triste con me, nn si sentiva amata abbastanza e le interazioni negative dei miei genitori la hanno soffocata. Andrà a stare in una nuova casa in affitto, e in attesa della sistemazione della nuova casa, resterà ancora con me per almeno un'altro mese. Io l'amo ancora perdutamente ma nn ha voluto sentire ragioni, e mi tratta giustamente con freddezza e distacco. Rispetto cmq la sua decisione e sto limitando il piu possibile i rapporti con lei ( come anche da suggerimenti altrui). Giorno dopo giorno sto cercando ad imparare, gestire e nascondere le mie emozioni tenendomi impegnato con la gestione della casa e tutto il resto, ora ricaduto quasi interamente su di me. Mi è vi chiedo, in speranza di una riappacificazione futura, ma lo stare forzatamente assieme tutto questo mese, in uno stato ibrido di distacco, fatto per lo più di abitudinaria tristezza ed indifferenza( tranne i momenti dedicati alla bimba) non rischia di danneggiare ulteriormente il nostro rapporto? Potrebbe confermarle e darle la convinzione ulteriore di essere triste quando ė con me? Sarebbe il caso che andassi via io in questo mese? Come posso sfruttare questi pochi giorni che staremo ancora assieme in modo produttivo alla relazione ( esempio dimostrando impegno e propensione al cambiamento di alcuni miei comportamenti sbagliati? ) o devo attendere passivamente tutto questo sino a che nn andrà via? Grazie di cuore
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, nelle sue parole si percepiscono molto chiaramente il dolore, lo smarrimento e anche un forte senso di responsabilità verso ciò che sta accadendo. Dopo 17 anni di vita condivisa, una separazione non è mai soltanto la fine di una relazione, ma rappresenta anche una frattura profonda nelle abitudini, nelle aspettative e nella propria identità di coppia. È del tutto comprensibile che in questo momento lei si trovi a oscillare tra il desiderio di recuperare il legame e il tentativo di rispettare una decisione che, pur essendo dolorosa, appare per lei già definita. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, situazioni come questa sono particolarmente delicate perché attivano contemporaneamente emozioni molto intense e una forte spinta a “controllare” il risultato finale. È naturale che la mente cerchi strategie, comportamenti o parole giuste che possano influenzare l’esito della relazione. Tuttavia, è importante riconoscere che in questo momento la decisione della sua compagna sembra essere il risultato di un percorso emotivo già maturato, e questo rende più complesso pensare che singoli comportamenti, anche molto positivi, possano da soli ribaltare la direzione della scelta. Il fatto che per un periodo siate ancora nella stessa casa crea una condizione che lei descrive molto bene come “ibrida”. Questo stato intermedio è spesso psicologicamente faticoso perché non permette né una vera vicinanza né una vera separazione. Da un lato può mantenere viva una forma di contatto quotidiano, dall’altro però può anche amplificare il senso di distacco emotivo già presente, soprattutto se entrambi vivete questa convivenza con modalità diverse e con bisogni differenti. La sua domanda è molto importante: questo periodo può influenzare ulteriormente il rapporto? La risposta, in termini generali, è che ciò che più incide non è tanto la presenza fisica condivisa, quanto la qualità delle interazioni emotive che avvengono in questo tempo. Se il clima è prevalentemente freddo, distaccato e vissuto come una semplice convivenza funzionale, è possibile che questo confermi a entrambi l’idea della distanza emotiva già presente. Ma questo non significa automaticamente che la situazione stia “peggiorando” il rapporto, quanto piuttosto che sta rendendo più evidente una realtà relazionale che probabilmente è già stata interiormente definita. È molto significativo anche il suo sforzo di “gestire e nascondere le emozioni”. Da una prospettiva psicologica, questo è un tentativo comprensibile di mantenere equilibrio e controllo in una fase dolorosa. Tuttavia, quando le emozioni vengono solo trattenute e non elaborate, rischiano di trasformarsi in ulteriore tensione interna. In questi momenti, più che concentrarsi sul controllo dell’esito relazionale, può essere utile concentrarsi su come attraversare emotivamente questa fase senza annullare ciò che si prova. Per quanto riguarda il desiderio di “dimostrare cambiamento”, è naturale che lei senta questo bisogno. Tuttavia, il cambiamento autentico, quello che può avere un significato anche relazionale nel tempo, non è qualcosa che si mostra in modo strategico in un periodo di convivenza forzata. È piuttosto un processo che riguarda la consapevolezza dei propri comportamenti, delle dinamiche che hanno portato alla sofferenza dell’altro e della propria capacità di rielaborarle in modo stabile e coerente nel tempo. In altre parole, ciò che può avere un valore non è tanto il dimostrare qualcosa in questi giorni, quanto iniziare a comprendere profondamente ciò che ha contribuito alla distanza tra voi. Anche l’idea di “andarsene per favorire la relazione” è comprensibile come pensiero, ma spesso in queste situazioni non esiste una soluzione unica corretta. Allontanarsi fisicamente può ridurre la tensione del quotidiano, ma può anche aumentare il senso di separazione emotiva. Rimanere può mantenere una forma di contatto, ma può essere emotivamente complesso. Per questo motivo, la scelta più utile non è tanto quella perfetta in assoluto, ma quella che permette a entrambi di vivere questa fase con il minor livello possibile di sofferenza e confusione. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, una fase come questa può diventare anche uno spazio molto importante di osservazione di sé. Non tanto per cambiare rapidamente ciò che l’altro pensa, ma per comprendere meglio come si reagisce al dolore, alla perdita, al senso di rifiuto e alla paura di non essere più parte della vita della persona amata. Spesso è proprio in questi momenti che emergono schemi emotivi profondi, che meritano attenzione e comprensione per evitare che si ripetano in futuro. In modo delicato, potrebbe essere utile anche considerare un supporto psicologico in questa fase. Non per “aggiustare” la relazione, ma per aiutarla ad attraversare questo periodo con maggiore chiarezza interna, evitando di rimanere intrappolato solo nel tentativo di trovare la strategia giusta per non perdere l’altro. Quando una persona si trova dentro un dolore affettivo così intenso, avere uno spazio di elaborazione personale può aiutare a distinguere ciò che è sotto il proprio controllo da ciò che appartiene alle scelte dell’altra persona. La sua richiesta, in fondo, esprime un bisogno molto umano: capire come comportarsi quando si ama ancora profondamente qualcuno che sembra essersi allontanato. E in queste situazioni, spesso il primo passo non è trovare la strategia perfetta per salvare il legame, ma riuscire a stare dentro la realtà emotiva che si sta vivendo, senza esserne travolti. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve, volevo chiedere un consiglio a voi dottori che siete sicuramente più esperti di me. Voglio iniziare un percorso di psicoterapia e per questo è da giorni che cerco di informarmi sui professionisti presenti nella mia zona o in zone comunque facilmente raggiungibili, cercando di capire dalle recensioni e dai loro profili chi possa essere più adatto a me e alle mie esigenze. Alcuni profili che ho trovato sono di psicologi che stanno finendo la scuola di psicoterapia, alcuni infatti si presentano come "psicologo e psicoterapeuta in formazione". Tra i vari profili, devo ammettere che mi hanno un po' convinta due in particolare che si definiscono in questo modo. Il problema però è che ho appunto il dubbio che, non essendo ancora psicoterapeuti a tutti gli effetti, non possano essere di aiuto per me. Secondo voi, fare delle sedute con psicologi specializzandi in psicoterapia può essere utile/andar bene oppure no? Voi cosa ne pensate? Perché sono davvero indecisa se provare lo stesso a fare delle sedute con professionisti ancora in formazione oppure lasciar perdere e cercare psicologi che siano psicoterapeuti già formati. Ringrazio in anticipo per le risposte!
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, la sua domanda è molto sensata e riflette un’attenzione importante verso la scelta di un percorso che possa davvero essere utile per lei. È del tutto comprensibile che, quando si decide di iniziare una psicoterapia, si senta il bisogno di fare una selezione accurata del professionista, perché non si tratta di una scelta qualsiasi, ma di un percorso che riguarda aspetti personali e spesso delicati della propria vita. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, un elemento centrale del cambiamento non è soltanto “chi” conduce il percorso, ma anche la qualità della relazione terapeutica e la possibilità di sentirsi compresi, ascoltati e guidati in modo coerente rispetto ai propri obiettivi. Questo significa che la formazione del professionista è certamente importante, ma non è l’unico fattore che determina l’efficacia del percorso. Gli psicologi che stanno completando la specializzazione in psicoterapia, pur essendo ancora in formazione, operano all’interno di un percorso strutturato e supervisionato, in cui acquisiscono competenze cliniche progressivamente sempre più solide. Questo significa che non si tratta di figure “inesperte” nel senso comune del termine, ma di professionisti che stanno completando un iter formativo molto rigoroso, durante il quale lavorano già con pazienti e ricevono supervisione da terapeuti esperti. Dall’altra parte, è altrettanto vero che la sua preoccupazione è legittima: quando si inizia un percorso personale, è naturale desiderare di affidarsi a qualcuno che dia una sensazione di solidità e sicurezza. Tuttavia, spesso la sensazione di “essere nel posto giusto” non dipende esclusivamente dal titolo professionale, ma anche dal modo in cui ci si sente nella relazione, dalla capacità del terapeuta di comprendere ciò che si sta vivendo e dal grado di fiducia che si riesce a costruire già dai primi incontri. In molti casi, anche professionisti in formazione possono offrire percorsi molto attenti, ben strutturati e utili, proprio perché stanno lavorando attivamente sul proprio apprendimento clinico e sono seguiti da supervisori esperti. Allo stesso tempo, naturalmente, esistono anche psicoterapeuti già formati che possono offrire un tipo di esperienza più consolidata. Non esiste una risposta unica valida per tutti, perché molto dipende dalle esigenze personali, dal tipo di difficoltà che si desidera affrontare e dal livello di sicurezza che si cerca in quel momento. Un punto che spesso può aiutare nella decisione è questo: più che cercare “la scelta perfetta prima di iniziare”, può essere utile pensare alla possibilità di fare un primo incontro esplorativo. La terapia non è un impegno irrevocabile dopo il primo contatto, ma un processo che permette anche di capire se ci si sente a proprio agio con quella persona, indipendentemente dal suo livello di formazione. Se la relazione terapeutica funziona, anche un professionista in formazione adeguatamente supervisionato può essere molto utile; se invece non si percepisce sintonia, anche un terapeuta esperto potrebbe non essere la scelta giusta per quella specifica persona. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, un aspetto importante è anche riconoscere quando il processo di scelta rischia di diventare troppo lungo o perfezionistico. A volte, nella ricerca del professionista “più adatto in assoluto”, si rischia di rimandare l’inizio del percorso stesso, mantenendo attiva una condizione di dubbio e incertezza che può ritardare un possibile benessere. In questi casi può essere utile spostare il focus dalla scelta perfetta alla possibilità concreta di iniziare a lavorare su di sé, con la consapevolezza che il percorso potrà sempre essere aggiustato in corso d’opera. Il fatto stesso che lei stia valutando con attenzione e responsabilità questa decisione è già un segnale positivo, perché indica motivazione e desiderio di intraprendere un percorso significativo. Forse il passo successivo potrebbe non essere tanto trovare la risposta teorica definitiva, ma concedersi la possibilità di iniziare e osservare, dall’esperienza diretta, quale professionista le trasmette maggiore fiducia e con chi si sente più libera di affrontare ciò che desidera esplorare. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, vivo in una città del nord da 21 anni, insieme a mio marito e 2 splendidi figli adolescenti.
Io e mio marito siamo, di un paesino del sud Italia
io ho una storia familiare non facile, mio padre assente, mia madre anaffettiva, controllante, giudicante
a 23 anni ho conosciuto mio marito, appena la nostra unione è diventata ufficiale, sono caduta in depressione, una brutta depressione che ho curato con farmaci e tanta psicoterapia..alla fine del percorso sono arrivata alla conclusione che per stare bene, dovevo scappare dai miei posti..così ho lasciato il lavoro e sono partita, lui con me...
nella città in cui viviamo sono stata benissimo da subito, ci siamo sistemati, sposati, abbiamo due lavori ottimi e due figli che ci danno grandi soddisfazioni, ci sono comunque delle cose di questa città che mi pesano, la considero non del tutto la mia città...mio marito non si è mai ambientato, infatti dice sempre che quando andrà in pensione trascorreremo periodi giù, dove abbiamo una splendida casa.
Abbiamo sempre paragonato la città in cui viviamo a quella vicina al nostro paese d'origine e sempre detto che la nostra vita ideale sarebbe stata lì, conducendo una vita come quella che facciamo ora ma con meno spese e più svaghi, nei fine settimana avremmo potuto goderci la casa, gli amici e i parenti al paese, complici il clima, il mare, i paesaggi, facendo tutte le cose che ora non facciamo, e avendo anche il supporto dei parenti
circa 10 anni fa abbiamo avuto l'occasione di poter rientrare definitivamente ma erano lavori precari, mio marito voleva tornare a tutti i costi, ma io sono di nuovo caduta in grave depressione, ricurata con farmaci. Abbiamo rinunciato
2 anni fa ennesima occasione, appagante per me, ma stavolta è mio marito a rinunciare, in preda all'ansia
ora io sono stata chiamata a colloquio tra un mese per un posto di lavoro al mio paese, un buon posto di lavoro, ci vorrei andare perchè vedo la vita che vorremmo, vivremo in città, io mi sposterei tutti i giorni in attesa di una destinazione più vicina, i ragazzi sono felici di un eventuale trasferimento, mio marito pure...ma io sono in ansia, dormo male, una volta lì penso che la mia mente vada a rivivere tutto il percorso depressivo della pre-partenza di 21 anni fa, il tutto accentuato dal fatto che non conosco bene la nuova città, temo di non riuscire ad ambientarmi e temo di lasciare ciò che ho perchè, in caso di fallimento, non posso poi tornare sui miei passi
sono cresciuta tanto, caratterialmente, emotivamente, lavorativamente, vorrei riuscire a gestire il tutto ma non so, ho bisogno di un parere
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, nelle sue parole si coglie una storia di vita molto ricca, complessa e allo stesso tempo profondamente coerente nel suo filo emotivo di fondo. Da un lato emerge una donna che nel tempo ha costruito stabilità, legami, crescita personale e familiare importante; dall’altro si percepisce quanto alcune esperienze del passato abbiano lasciato una traccia emotiva significativa, soprattutto nei momenti in cui si presentano scelte che implicano cambiamento, separazione o possibile perdita di riferimenti sicuri. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, situazioni come quella che sta vivendo spesso attivano una sorta di “memoria emotiva” del passato. Non è soltanto il pensiero razionale a guidare le reazioni, ma anche ciò che il corpo e la mente hanno imparato in precedenza in momenti di forte vulnerabilità. Lei racconta molto chiaramente che un passaggio importante della sua vita è stato associato a un episodio depressivo intenso, e questo rende comprensibile che oggi, davanti a una possibile nuova decisione di trasferimento, si riattivi una parte di paura legata non solo al presente, ma a ciò che è già stato vissuto. È importante sottolineare che la sua ansia attuale non sembra raccontare una mancanza di capacità o di maturità emotiva, ma piuttosto una mente che ha imparato a proteggersi. Quando in passato un cambiamento importante si è intrecciato con un periodo di sofferenza, è naturale che il cervello inizi a interpretare situazioni simili come potenzialmente rischiose, anche se le condizioni reali oggi sono molto diverse. Questo meccanismo è molto comune: non reagiamo solo a ciò che sta accadendo, ma anche a ciò che temiamo possa riaccadere. Allo stesso tempo, nella sua storia si vede anche un elemento molto significativo: la capacità di progettare, desiderare, valutare opportunità e immaginare una vita più vicina ai propri valori familiari e affettivi. Non è affatto secondario che i suoi figli siano favorevoli, che suo marito condivida il desiderio, e che anche lei riesca a vedere una prospettiva di vita che sente potenzialmente più vicina a ciò che la renderebbe soddisfatta. Questo indica che non siamo di fronte a una scelta “sbagliata o giusta”, ma a un conflitto interno tra una parte che desidera il cambiamento e una parte che teme profondamente le conseguenze emotive di quel cambiamento. Molto spesso, in situazioni come questa, la mente tende a anticipare scenari futuri come se fossero già certi. Il timore di non ambientarsi, di ricadere in uno stato depressivo o di non poter tornare indietro diventano pensieri molto potenti, che finiscono per generare ansia anticipatoria e blocco decisionale. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, questi pensieri non vengono letti come verità assolute, ma come ipotesi che la mente costruisce per proteggersi dal rischio. Tuttavia, quando queste ipotesi diventano dominanti, rischiano di ridurre la capacità di valutare con lucidità anche gli elementi positivi e realistici della situazione attuale. Un altro aspetto importante riguarda il tema del “non poter tornare indietro”. Questa sensazione di irreversibilità spesso amplifica enormemente l’ansia. In realtà molte scelte di vita, anche quando sembrano definitive, possono essere rielaborate, adattate o modificate nel tempo. Ma quando la mente è attivata dalla paura, tende a percepire le decisioni come binarie e irrevocabili, aumentando così la pressione interna. Mi sembra anche significativo che lei riconosca una sua crescita personale importante. Questo è un elemento centrale, perché indica che non è la stessa persona di vent’anni fa, né nelle risorse interne né nelle esperienze maturate. Eppure, la parte emotiva più vulnerabile sembra ancora reagire come se quel vecchio dolore potesse ripresentarsi identico. È proprio su questa discrepanza che spesso si può lavorare in modo efficace: aiutare la mente a distinguere tra passato e presente, tra ricordo emotivo e realtà attuale, tra rischio reale e timore anticipato. In situazioni come la sua, un percorso psicologico può essere molto utile non tanto per dire cosa scegliere, ma per comprendere meglio come funziona questo dialogo interno tra desiderio e paura, tra progettualità e timore della ricaduta. L’obiettivo non sarebbe spingerla verso una decisione, ma aiutarla a riconoscere con maggiore chiarezza quali sono i pensieri che alimentano l’ansia, quali emozioni si attivano e quali esperienze passate influenzano ancora oggi il suo modo di vivere il cambiamento. Spesso, quando si riesce a dare spazio e significato a queste dinamiche, la decisione non diventa necessariamente più facile, ma diventa più consapevole e meno guidata dalla paura. E questo può fare una grande differenza nella qualità della scelta e soprattutto nel modo in cui la si vive. La sua storia racconta una persona che ha già attraversato cambiamenti importanti, ha costruito una famiglia, ha lavorato su di sé e ha già dimostrato una notevole capacità di adattamento. Forse oggi la difficoltà non è tanto “se farcela o no”, ma come poter attraversare questa fase senza che il timore del passato occupi tutto lo spazio del presente. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, è molto tempo che sogno una persona che per me è stata importante in passato ma tra noi non c'è stato nulla se non un'amicizia. Nei sogni alle volte siamo felici, altre c'è nostalgia, altre ancora mi consola/mi da affetto e in altre provo a dire che mi dispiace non averci dato una possibilità nel passato. Quando mi sveglio poi non ho una buona giornata e alle volte sento una sensazione di vuoto.
Questa persona non fa più parte della mia vita da molti anni. Mi date un parere in merito? Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, quello che descrive è un’esperienza molto comune e, allo stesso tempo, emotivamente significativa. Sognare ripetutamente una persona che ha avuto un ruolo importante nella propria vita, anche se non vi è stata una relazione sentimentale, non significa necessariamente che si desideri tornare da quella persona o che si sia “bloccati” nel passato. Più spesso, questi sogni rappresentano un modo attraverso cui la mente e le emozioni riportano alla luce bisogni, ricordi e significati che quella persona ha incarnato in un determinato periodo della vita. Nei sogni che racconta compaiono elementi come affetto, consolazione, nostalgia e il rimpianto per una possibilità non colta. Tutti questi aspetti suggeriscono che quella persona, più che essere importante per ciò che concretamente è accaduto, possa rappresentare ciò che avrebbe potuto essere o ciò che lei, in quel periodo, desiderava profondamente vivere. Talvolta la mente non si concentra tanto sulla persona in sé, quanto sul significato emotivo che essa porta con sé. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è utile osservare come i sogni possano attivare pensieri e stati emotivi che influenzano la giornata successiva. Al risveglio, il senso di vuoto e malinconia può derivare non solo dal contenuto del sogno, ma anche dalle interpretazioni che la mente formula, come ad esempio l’idea di aver perso un’occasione importante o di non aver realizzato qualcosa di significativo. Questi pensieri, pur essendo comprensibili, possono accentuare il disagio. È importante ricordare che i sogni non vanno considerati come messaggi letterali o come indicazioni che impongono una scelta concreta. Piuttosto, possono essere visti come una manifestazione di temi interiori ancora emotivamente rilevanti. A volte riportano alla superficie il desiderio di sentirsi compresi, accolti, rassicurati o profondamente connessi con qualcuno. Il fatto che questa persona non faccia più parte della sua vita da molti anni rende ancora più evidente che il nucleo centrale potrebbe riguardare ciò che essa simboleggia per lei. Forse rappresenta un periodo della sua storia, un tipo di legame desiderato, oppure una parte di sé che sente il bisogno di ritrovare. Quando il sogno lascia un senso di vuoto persistente, può essere utile chiedersi quale bisogno emotivo stia emergendo in quel momento della sua vita. Talvolta i sogni diventano più frequenti nei periodi in cui ci si sente soli, incerti o bisognosi di maggiore vicinanza affettiva. In questo senso, il sogno può essere considerato non come un problema in sé, ma come un segnale che invita a prestare attenzione al proprio mondo interno. Un percorso psicologico di orientamento cognitivo comportamentale potrebbe aiutarla a comprendere più a fondo il significato personale di questi sogni e il modo in cui essi si collegano ai suoi bisogni, ai suoi pensieri e alle sue emozioni attuali. Non per attribuire interpretazioni rigide, ma per conoscere meglio gli schemi di funzionamento che influenzano il suo benessere emotivo. In definitiva, sognare una persona importante del passato non è insolito e non indica necessariamente che vi sia qualcosa di irrisolto in senso concreto. Più spesso, questi sogni parlano di parti di sé, di desideri e di emozioni che meritano di essere ascoltati con curiosità e delicatezza. Se al risveglio avverte un vuoto significativo, potrebbe essere utile accogliere questa esperienza come un’occasione per comprendere meglio cosa, oggi, sente di desiderare o di aver bisogno nella sua vita affettiva. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio?
visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso.
nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo
se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà
il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento.
mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso. Come posso gestire tutto questo? Vi ringrazio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è un vissuto molto intenso e, soprattutto, molto faticoso da portare avanti nella vita quotidiana. Si percepisce chiaramente quanto questa esperienza non riguardi soltanto la deglutizione in sé, ma anche un livello di ansia e allarme che si è progressivamente ampliato, fino a condizionare situazioni semplici come il mangiare da solo o in compagnia. Da un punto di vista cognitivo comportamentale, è importante osservare un meccanismo che spesso si attiva in situazioni di questo tipo. Quando il corpo produce una sensazione, anche normale o transitoria, la mente può interpretarla come pericolosa. Questo porta a un aumento dell’attenzione su quella sensazione, a un controllo continuo e, inevitabilmente, a una tensione muscolare maggiore. La gola, in particolare, è un’area molto sensibile allo stress e all’ansia, e quando i muscoli si irrigidiscono e la deglutizione viene “osservata” e controllata in modo costante, la sensazione può diventare ancora più strana o difficile da gestire. Si può così creare un circolo che si autoalimenta. Più si teme di non riuscire a deglutire, più si controlla il gesto, più il gesto diventa percepito come difficile o insolito, e più aumenta la paura. In questo circolo, il problema principale non è il funzionamento della deglutizione in sé, ma il livello di allarme che si associa a quel gesto. Capisco anche che, in un momento di vita già complesso come quello che sta vivendo a livello familiare ed emotivo, il sistema di allerta possa essere ancora più sensibile. Quando si è sotto stress prolungato, il corpo tende a reagire in modo più amplificato, e sensazioni che in altri momenti sarebbero neutre possono diventare fonte di preoccupazione. È comprensibile anche la paura legata a possibili conseguenze gravi, perché l’ansia tende spesso a proiettarsi nello scenario peggiore possibile. Tuttavia, proprio questa modalità di pensiero contribuisce a mantenere alta la tensione e a rendere l’esperienza ancora più difficile. Senza entrare in aspetti medici, che giustamente sono già stati valutati, il punto centrale diventa quindi imparare a modificare il rapporto con queste sensazioni. In altre parole, non tanto “controllare meglio la deglutizione”, quanto ridurre il livello di monitoraggio e di allarme che si attiva automaticamente in quel momento. Questo tipo di lavoro, nel tempo, permette al corpo di tornare a funzionare in modo più naturale, senza la costante interferenza della paura. È anche importante sottolineare che evitare il cibo, o vivere il pasto con forte tensione o vergogna, tende a rinforzare ulteriormente il problema. Per questo, un percorso psicologico può essere molto utile non solo per ridurre l’ansia, ma anche per ricostruire gradualmente una sensazione di sicurezza rispetto al corpo e alle sue funzioni. Un lavoro di questo tipo non si basa sull’idea di “convincersi che non c’è nulla”, ma piuttosto sull’imparare a riconoscere i segnali dell’ansia, a non interpretarli immediatamente come pericolosi e a ridurre progressivamente il controllo e la paura associati al gesto del deglutire. È un processo graduale, che richiede accompagnamento e strumenti concreti, ma che spesso porta un miglioramento significativo. Se in questo momento si sente bloccato e sopraffatto, il fatto stesso di aver già svolto accertamenti e di essere consapevole del ruolo dell’ansia è un punto di partenza importante. Non è una situazione irreversibile, ma una condizione che può essere compresa e modificata lavorando sui meccanismi che la mantengono attiva. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
quali sono i disturbi della personalità, me ne diagnostico tanti?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la domanda che pone è molto importante e merita una risposta che aiuti a fare un po’ di chiarezza, senza però alimentare etichette o autodiagnosi che rischiano di creare più confusione che beneficio. Con il termine “disturbi della personalità” si fa riferimento, in ambito clinico, a modalità di pensiero, emotive e relazionali che risultano rigide, pervasive e che tendono a ripetersi nel tempo, influenzando in modo significativo il modo in cui una persona interpreta se stessa, gli altri e le situazioni. In un’ottica cognitivo comportamentale, più che concentrarsi sulle etichette, l’attenzione è rivolta a comprendere gli schemi che guidano questi modi di funzionare, cioè quei filtri attraverso cui una persona legge la realtà e reagisce ad essa. È però importante sottolineare un aspetto fondamentale. Avere tratti caratteriali difficili, vivere momenti di disagio, sentirsi confusi nelle relazioni o attraversare fasi di sofferenza emotiva non significa automaticamente avere un disturbo della personalità. Molti modi di essere che a volte ci preoccupano possono essere risposte comprensibili a esperienze di vita, stress, difficoltà relazionali o periodi di vulnerabilità. Quando una persona inizia a “diagnosticarsi tanti disturbi” da sola, spesso sta cercando una spiegazione al proprio malessere. Questo è umano e comprensibile, perché dare un nome a ciò che si prova può sembrare un modo per avere controllo. Tuttavia, il rischio è quello di incastrarsi in etichette che non aiutano davvero a capire il funzionamento profondo delle proprie difficoltà e possono aumentare ansia, autocritica e senso di confusione. Un approccio cognitivo comportamentale, invece, si concentra meno sul “che cosa ho” e più su “come funziono”. Per esempio, come reagisce la mente quando si attiva un’emozione difficile, quali pensieri tendono a ripetersi, quali situazioni fanno scattare certe risposte e in che modo tutto questo influenza il comportamento quotidiano e le relazioni. Se in questo momento si riconosce in molte descrizioni diverse e sente il bisogno di inquadrarsi in una categoria precisa, potrebbe essere più utile trasformare questa domanda in un percorso di esplorazione guidata. Non per trovare un’etichetta definitiva, ma per comprendere meglio i propri schemi emotivi e relazionali, e soprattutto per imparare a gestirli in modo più flessibile e meno sofferto. In questo senso, un percorso psicologico può essere uno spazio molto utile, perché permette di andare oltre le autodefinizioni e costruire una comprensione più chiara e meno giudicante di sé. Spesso, già questo lavoro di chiarificazione porta un grande sollievo e una riduzione dell’ansia legata al “dover capire che cosa si è”. Se questa domanda nasce da un periodo di confusione o preoccupazione per sé, il consiglio più utile non è cercare un elenco di disturbi in cui riconoscersi, ma iniziare a osservare con più curiosità e meno giudizio i propri stati interni. È proprio lì che si trova la base per un cambiamento reale e stabile. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Come dire a mia mamma di voler predere la pillola? Ho 23 anni e mi sto frequentando con una ragazzo da un mesetto. Abbiamo già fatto tutti i preliminari e vorrei spingermi oltre, ma ho il costante terrore di gravidanze indesiderate. Vorrei dire a mia mamma (con cui ho molta confidenza, tranne per queste cose) di voler prendere la pillola ma non so come introdurre l’argomento, essendo l'intimità un argomento tabù in famiglia. L'ultima volta in cui gliel'ho detto mi ha fatto un pò di storie (esempio dicendomi che non ero ancora fidanzata con questo ragazzo, chiedendo se avesse intenzioni serie e chiedendomi cosa dobbiamo fare ecc...). Non mi sento a mio agio a parlare di queste cose con lei, specialmente rapporti sessuali. So anche che potrei affidarmi ad un consultorio, ma se per qualche motivo venisse a sapere che prendo la pillola ? penso sia meglio avvisarla subito. Non so se fidarmi solo del preservativo la prima volta. Come posso avvisarla della mia scelta cercando di limitare l’imbarazzo (suo e di conseguenza anche mio)?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, quello che descrive è una situazione molto comune e comprensibile. A 23 anni il desiderio di vivere la propria intimità in modo sereno e responsabile è assolutamente naturale. Il fatto che lei stia riflettendo con attenzione sulla contraccezione e sulla possibilità di parlarne con sua madre mostra maturità, consapevolezza e un sincero desiderio di prendersi cura di sé. Spesso non è tanto la decisione in sé a creare difficoltà, quanto i pensieri che si attivano prima di affrontare un argomento percepito come delicato. È possibile che nella sua mente compaiano idee come “si arrabbierà”, “mi giudicherà”, “penserà che sto facendo qualcosa di sbagliato” oppure “sarà un momento troppo imbarazzante”. Questi pensieri, pur essendo comprensibili, tendono ad aumentare l’ansia e possono far apparire la conversazione più difficile di quanto probabilmente sarà nella realtà. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, quando anticipiamo scenari negativi, il disagio cresce e ci porta a rimandare. Tuttavia, evitare il confronto spesso mantiene la paura e la rende ancora più grande. Affrontare con calma e chiarezza un argomento importante, invece, permette di fare esperienza del fatto che si può tollerare l’imbarazzo e che le reazioni degli altri non sono necessariamente così negative come immaginiamo. È importante ricordare che lei è un’adulta e sta prendendo una decisione responsabile. Non sta chiedendo un permesso per fare qualcosa di scorretto, ma sta cercando di proteggersi e di vivere la propria affettività in modo più consapevole e sicuro. Questo è un segnale di attenzione verso il proprio benessere, non un motivo di vergogna. Può essere utile presentare il discorso in modo semplice e diretto, senza entrare in dettagli che la metterebbero a disagio. Potrebbe comunicare a sua madre che sente il bisogno di tutelarsi e di prendere decisioni ponderate per la sua salute e la sua serenità. In questo modo l’attenzione si sposta dalla sessualità, che in famiglia sembra essere un tema delicato, alla responsabilità e alla cura di sé. È anche possibile che sua madre, almeno inizialmente, reagisca con domande o preoccupazioni. Questo non significa necessariamente disapprovazione. Talvolta i genitori faticano ad accettare che i figli siano cresciuti e abbiano una vita affettiva autonoma. Le loro reazioni possono riflettere emozioni personali, timori o difficoltà ad affrontare certi argomenti, più che un giudizio negativo nei confronti dei figli. Un aspetto importante è distinguere ciò che dipende da lei da ciò che dipende dagli altri. Lei può esprimersi con rispetto, sincerità e maturità. Non può però controllare completamente la risposta di sua madre. Accettare questa distinzione aiuta spesso a sentirsi più libera e meno appesantita dal timore di “dover gestire” anche le emozioni altrui. Dietro il suo timore di una gravidanza indesiderata sembra esserci il bisogno legittimo di sentirsi al sicuro e di avere il controllo di una scelta importante. Quando una preoccupazione diventa molto intensa, può essere utile interrogarsi non solo sul problema pratico, ma anche sui significati personali che questa situazione assume. Talvolta questioni come l’autonomia, il senso di responsabilità, il timore del giudizio e il bisogno di approvazione familiare si intrecciano e rendono più complessa una decisione che, in apparenza, sembra soltanto pratica. Se dovesse accorgersi che l’imbarazzo, il timore del giudizio o l’ansia di sbagliare tendono a ripresentarsi anche in altre aree della sua vita, potrebbe essere molto utile intraprendere un percorso psicologico. Un lavoro di orientamento cognitivo comportamentale può aiutare a comprendere meglio i propri schemi di funzionamento, a rafforzare l’autonomia decisionale e a vivere con maggiore serenità i passaggi di crescita e di indipendenza. In ogni caso, il fatto che lei desideri affrontare questo tema in modo responsabile e consapevole rappresenta già un importante passo avanti. Anche se la conversazione con sua madre potrà essere un po’ imbarazzante, questo non significa che sia sbagliata. Al contrario, può diventare un’occasione significativa per affermare con maturità i suoi bisogni e le sue scelte. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Ho quasi 49 anni, sposato con figlia di 7 anni, ipocondriaco del tipo evitante da tempo, soffro di anginofobia sin da prima dell adolescenza, un matrimonio in crisi da una vita privo do affetto e sesso. Da un paio di mesi mia moglie si è ammalata di un carcinoma al seno e l anginofobia è aumentata in maniera assurda: se prima riuscivo a periodi a mangiare tranquillo comunque sempre con dell'acqua o delle bevande vicino, negli ultimi periodi si è aggravata .a volte quando sono solo a casa mi sembra di non riuscire ad inghiottire neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. Si rischia di morire o polmonite ab ingestio? visita otorino con fibroscopia fatta un paio di mesi fa trovando un po' di reflusso gastroesofageo. Devo fare altro? Sono ipocndriaco e non vorrei fare esami invasivi tipo gastroscopia neanche cibo reso in minima poltiglia tipo pezzetto di banana masticato all infinito o acqua. e quando ingoio in questo stato mi sembra che vada quasi nel "buco" sbagliato, percependo fastidio a livello retro gola e collegamento al naso. nell atto della deglutizione mi capita di stringere i muscoli della gola superiore e faccio un verso come se volessi bloccare il cibo se va di trasverso l acqua o un liquido si può morire? delle volte in super ansia pure con i liquidi mi sembra di andare in difficoltà il problema che quando sono solo ni vergogno a mangiare in pubblico perché faccio delle faccio innaturali perché simulo faccia da soffocamento. A volte sembra che blocco la deglutizione e sento il cibo che va quasi giù verso il fondo della gola e lì mi sale l amsia e la tachicardia e bevo immediatamente sperando do riuscire a ingoiare mentre mangiavo in due occasioni nel momento di ingoiare ho serrato la gola ed emesso un verso come un rantolo in protezione per non far scendere il cibo. Questa cosa mi ha provocato una sensazione di pseudo acidità alla gola che sembrava arrivasse al naso (come se mamdassi il cibo nella oarte sbagliatq) . Ho rischiato la polmonite ab ingesti? sento fastodiot vago al petto, non è che qualcosa sarà passato do là? come me ne accorgo della polmonite? morirò?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Salve, da ciò che descrive emerge una situazione di forte sofferenza, ma anche un aspetto molto importante: lei ha una notevole consapevolezza di quello che sta accadendo e riesce a osservare con precisione il legame tra lo stress emotivo che sta vivendo e l’intensificarsi delle difficoltà nel mangiare e nel deglutire. Questo è un elemento prezioso, perché comprendere il funzionamento del problema rappresenta già un primo passo concreto verso il cambiamento. Sta affrontando contemporaneamente diversi eventi molto impegnativi: la malattia di sua moglie, la crisi del rapporto di coppia, la responsabilità verso sua figlia e una vulnerabilità ansiosa che la accompagna da molti anni. In situazioni come questa, il corpo e la mente possono entrare in uno stato di allerta costante. Quando siamo molto spaventati, l’attenzione si concentra in modo eccessivo su sensazioni corporee che normalmente passerebbero inosservate. La deglutizione, che di solito avviene automaticamente, può diventare oggetto di monitoraggio continuo e questo, paradossalmente, la rende più difficoltosa e innaturale. Da un punto di vista cognitivo comportamentale, il problema tende a mantenersi attraverso un circolo che spesso funziona così: compare una sensazione insolita in gola, nasce il pensiero “potrei soffocare”, aumenta l’ansia, i muscoli si irrigidiscono, la deglutizione diventa più difficile e questa esperienza viene interpretata come conferma del pericolo. A quel punto il timore cresce ulteriormente e il meccanismo si rinforza. Non significa che il rischio sia realmente elevato, ma che la paura prende il controllo e altera il normale funzionamento. Il fatto che gli accertamenti già effettuati non abbiano evidenziato problematiche significative e che lei stesso noti un peggioramento soprattutto quando è solo o molto in ansia, suggerisce con forza quanto la componente emotiva possa incidere su ciò che sta vivendo. Questo non vuol dire che i sintomi siano “immaginari”. Al contrario, le sensazioni sono reali e possono essere molto intense, ma sono fortemente influenzate dallo stato di allerta e dalla paura. Quando l’ansia raggiunge livelli elevati, è frequente temere conseguenze catastrofiche come il soffocamento, la polmonite o addirittura la morte. Tuttavia, più ci si concentra sul controllo del gesto di deglutire e più il processo naturale perde fluidità. È un po’ come cercare di controllare volontariamente ogni singolo movimento del respiro o del battito cardiaco: l’attenzione eccessiva può far percepire il funzionamento come anomalo e allarmante. Un aspetto che merita particolare attenzione è il peso emotivo che sta sostenendo in questo periodo. Talvolta, quando la mente è sovraccarica di preoccupazioni e paure, il sintomo fisico diventa il punto su cui si concentra tutta l’angoscia. In questo senso, il problema della deglutizione può rappresentare non solo una paura specifica, ma anche il modo in cui il suo sistema emotivo sta reagendo a una situazione estremamente difficile. La domanda più utile forse non è tanto “morirò?” quanto “cosa sta accadendo dentro di me perché questa paura sia diventata così intensa?”. Spostare l’attenzione da una continua ricerca di rassicurazioni mediche alla comprensione dei meccanismi che mantengono il problema può essere un passaggio decisivo. Un percorso psicologico, in particolare di orientamento cognitivo comportamentale, può essere molto utile proprio perché permette di individuare i pensieri automatici che alimentano la paura, comprendere gli schemi di funzionamento che si attivano nei momenti di stress e ridurre gradualmente i comportamenti di controllo e di evitamento che mantengono il disturbo. Questo tipo di lavoro non promette soluzioni immediate, ma offre strumenti concreti e mirati per interrompere il circolo tra paura, tensione fisica e sintomi. Il fatto che lei stia chiedendo aiuto e stia cercando di capire cosa le sta succedendo è già un segnale importante. Quando l’ansia diventa così invasiva da condizionare un gesto fondamentale come mangiare, non è utile affrontarla da soli affidandosi soltanto al tentativo di controllare il corpo. È spesso molto più efficace essere accompagnati in un percorso che aiuti a comprendere e modificare gradualmente questo meccanismo. Non è semplice convivere con la sensazione costante di pericolo, soprattutto mentre si affrontano preoccupazioni familiari tanto significative. Ma ciò che descrive, per quanto molto faticoso, è un’esperienza che può essere compresa e affrontata con un lavoro psicologico adeguato. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buonasera ho 29 anni non ho mai avuto una ragazza 0 relazioni per non essere più vergine sono andato a escort ma da 1 anno a questa parte, fra rabbia e frustrazione sono diventato un diavolo soprattutto verso me stesso mi trovo così per via delle circostanze principalmente, avendo un attività ho 0 tempo libero quindi ho vado a fare il dipendente per avere più tempo libero oppure ci metto una pietra sopra , il tempo che passa è un veleno perché io faccio distinzione tra non avere relazioni momentanee e non averne mai avute e quindi 0 esperienze è ritardo per questo vado in tilt, penso rimarrò inferiore a vita. Grazie a chiunque mi darà un parere.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, le sue parole trasmettono una sofferenza molto intensa e, allo stesso tempo, una grande lucidità nel descrivere ciò che sta vivendo. Quando una persona arriva a 29 anni senza aver avuto le esperienze affettive e relazionali che desiderava, può sviluppare un senso di frustrazione, rabbia e amarezza molto profondo. Non si tratta soltanto del fatto di non avere una relazione nel presente, ma del timore di aver perso qualcosa di importante e di sentirsi indietro rispetto agli altri. Questo confronto può diventare doloroso e portare a pensieri molto severi nei confronti di sé stessi. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, ciò che spesso genera la sofferenza maggiore non è tanto il dato oggettivo, cioè il non aver ancora avuto una relazione stabile, quanto il significato che viene attribuito a questa condizione. Pensieri come "sono inferiore", "sono in ritardo", "rimarrò così per sempre" o "ormai è troppo tardi" tendono ad aumentare il senso di impotenza e a far percepire il futuro come già scritto. Quando questi pensieri si consolidano, la persona può sentirsi sempre più bloccata, arrabbiata e sfiduciata. È importante sottolineare che non avere avuto esperienze sentimentali entro una certa età non definisce il valore di una persona. Non determina la sua dignità, la sua capacità di amare né la possibilità di costruire un rapporto autentico in futuro. Molte persone iniziano relazioni significative in età diverse e con percorsi molto differenti. La mente, però, quando è dominata dal confronto e dal senso di inadeguatezza, tende a trasformare una difficoltà reale in una condanna definitiva. Anche il ricorso alle escort, da come lo descrive, sembra essere stato un tentativo di alleviare almeno in parte il peso di questa mancanza. Tuttavia, quando il bisogno più profondo riguarda il sentirsi scelti, desiderati e riconosciuti in una relazione autentica, questo tipo di esperienza difficilmente riesce a colmare il vuoto emotivo e talvolta può accentuare ulteriormente la sensazione di solitudine. Il fatto di avere un'attività lavorativa impegnativa rappresenta certamente un ostacolo pratico, ma probabilmente non è l'unico elemento in gioco. Spesso, in situazioni come la sua, entrano in funzione convinzioni profonde su sé stessi e sul proprio valore, che possono rendere più difficile esporsi, tollerare i rifiuti e vivere con serenità l'incertezza che ogni relazione comporta. Quando una persona si convince di essere "inferiore", ogni esperienza viene letta attraverso questa lente, e anche piccoli insuccessi sembrano confermare una visione molto negativa di sé. La buona notizia è che questo modo di pensare e di percepirsi non è immutabile. Un percorso psicologico può essere molto utile per comprendere come si sono costruite queste convinzioni, per ridimensionare il confronto con gli altri e per sviluppare un rapporto più equilibrato e rispettoso con sé stesso. Spesso, lavorando su questi aspetti, la persona inizia a sentirsi meno schiacciata dal tempo che passa e più libera di costruire relazioni in modo spontaneo e autentico. Il punto centrale, a mio avviso, non è stabilire se ormai sia "troppo tardi", ma comprendere perché questa situazione abbia assunto un significato così doloroso e totalizzante. Quando si affrontano questi nodi profondi, non cambia soltanto la possibilità di avere una relazione, ma cambia soprattutto il modo in cui si guarda a sé stessi. Ha già fatto un passo importante condividendo con sincerità il suo vissuto. Questo indica che dentro di lei c'è una parte che non si è arresa e che desidera trovare un modo diverso di affrontare questa sofferenza. Ed è proprio da questa parte che può iniziare un cambiamento significativo. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Come fare a dire a una figlia che soffre di disturbo borderline, che si deve curare.?Ho già provato su consiglio di una psicologa da cui vado, ma mi sono sentita rispondere che ho bisogno io di curarmi. Mia figlia ha una bimba di due anni e sono molto preoccupata!
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, comprendo molto bene la sua preoccupazione. Quando si vede una figlia soffrire e, allo stesso tempo, rifiutare l’idea di ricevere un aiuto, è naturale sentirsi impotenti, frustrati e spaventati. La presenza di una bambina così piccola rende tutto ancora più delicato, perché oltre al dolore per sua figlia si aggiunge la preoccupazione per il benessere della nipotina. La prima cosa importante da considerare è che nessuno può essere costretto a intraprendere un percorso psicologico se non sente, almeno in parte, che quel percorso possa essergli utile. Più una persona percepisce di essere giudicata o “messa sotto pressione”, più tende a difendersi e a respingere il suggerimento. La risposta che sua figlia le ha dato, per quanto possa essere stata dolorosa, può essere letta proprio in questo modo: come una reazione difensiva, forse motivata dal timore di sentirsi criticata o considerata “sbagliata”. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, spesso le persone reagiscono non tanto ai fatti in sé, quanto al significato che attribuiscono a ciò che viene detto. Se sua figlia interpreta il messaggio “dovresti curarti” come “sei un problema” oppure “non sei in grado di gestire la tua vita”, è comprensibile che risponda con rabbia o chiusura. Questo non significa che lei abbia sbagliato nelle sue intenzioni, ma che probabilmente il messaggio è stato recepito in modo diverso da quello che desiderava trasmettere. In molti casi è più utile spostare l’attenzione dalla necessità di “curarsi” alla possibilità di stare meglio. Una persona può rifiutare l’idea di avere un problema, ma essere più disponibile ad accettare un aiuto se lo percepisce come un’opportunità per soffrire meno, sentirsi più serena e affrontare con maggiore equilibrio le difficoltà quotidiane. È importante anche riconoscere che lei non ha il controllo sulle scelte di sua figlia. Questo è spesso uno degli aspetti più difficili da accettare per un genitore. Per quanto l’amore e la preoccupazione siano profondi, il cambiamento può avvenire soltanto quando la persona è pronta a mettersi in discussione. Ciò che lei può fare è mantenere una presenza affettuosa, stabile e non giudicante, cercando di comunicare la sua disponibilità e il suo sostegno. Il fatto che lei stessa abbia iniziato un percorso psicologico è estremamente significativo. Non perché il problema sia suo, ma perché avere uno spazio in cui elaborare le proprie emozioni e comprendere come relazionarsi in modo più efficace con sua figlia può essere di grande aiuto. Spesso, quando cambia il modo in cui ci si pone, si modifica gradualmente anche la risposta dell’altra persona. Per quanto riguarda sua nipote, la sua preoccupazione è del tutto comprensibile. Tuttavia, è importante evitare di lasciarsi guidare esclusivamente dalla paura. Mantenere un rapporto affettuoso e stabile con la bambina può rappresentare per lei una presenza preziosa e rassicurante. I bambini beneficiano molto dell’esistenza di adulti significativi che offrano continuità, calma e sicurezza emotiva. Un percorso psicologico ad orientamento cognitivo comportamentale può essere utile non solo per chi vive direttamente una sofferenza, ma anche per i familiari, perché aiuta a comprendere i meccanismi relazionali che si ripetono e a trovare modalità più efficaci di comunicazione e gestione del proprio coinvolgimento emotivo. In questo momento, forse l’obiettivo più realistico non è convincere sua figlia a iniziare immediatamente un percorso, ma continuare a costruire un rapporto in cui possa sentirsi accolta e non giudicata. A volte il desiderio di chiedere aiuto nasce proprio quando una persona percepisce di avere accanto qualcuno che la comprende e la sostiene con pazienza. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buonasera dottori, volevo chiedervi un parere/consiglio. Secondo voi è utile fare sedute di psicoterapia con uno psicologo che sta terminando la scuola di specializzazione oppure è meglio rivolgersi a professionisti la cui formazione è già completa?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, la sua è una domanda molto sensata e assolutamente legittima. Quando si decide di intraprendere un percorso psicologico, è naturale chiedersi quale professionista possa essere più adatto e se il livello di esperienza o il momento della formazione possano influire sull’efficacia del lavoro terapeutico. In linea generale, uno psicologo che sta terminando la scuola di specializzazione è già un professionista abilitato, con una formazione universitaria completa, esperienza clinica e diversi anni di approfondimento teorico e pratico alle spalle. Nella fase finale della specializzazione, inoltre, il professionista è spesso ancora molto immerso nello studio, nell’aggiornamento e nella supervisione dei propri casi. Questo può rappresentare un elemento positivo, perché il lavoro viene svolto con grande attenzione, con il supporto di colleghi più esperti e con un forte investimento personale nella qualità del percorso. D’altra parte, un professionista che ha completato da tempo la formazione può avere alle spalle una maggiore esperienza clinica e una più ampia esposizione a situazioni differenti. L’esperienza, però, non coincide automaticamente con una maggiore efficacia. Ci sono terapeuti giovani molto preparati e accurati, così come professionisti con molti anni di lavoro alle spalle che possono non essere necessariamente la scelta migliore per ogni persona. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, ciò che conta maggiormente non è soltanto il numero di anni di esperienza, ma la capacità del terapeuta di comprendere il suo funzionamento psicologico, aiutarla a individuare i meccanismi che mantengono la sofferenza e costruire con lei un percorso chiaro e condiviso. Fondamentale è anche la qualità della relazione terapeutica: sentirsi ascoltati, compresi e accolti spesso rappresenta uno dei fattori più importanti per il buon esito del percorso. In altre parole, una domanda utile potrebbe essere non tanto “Ha già terminato la specializzazione?”, quanto “Mi sento a mio agio con questa persona? Ho la sensazione che comprenda il mio problema? Mi aiuta a vedere con maggiore chiarezza ciò che mi accade?”. Questi aspetti sono spesso più rilevanti del dato formale relativo alla conclusione della formazione. Naturalmente, se il problema che si desidera affrontare è particolarmente complesso, alcune persone possono sentirsi più rassicurate scegliendo un professionista con molti anni di esperienza. È una preferenza del tutto comprensibile. Se dovesse iniziare un percorso con uno psicologo che sta terminando la specializzazione, può essere utile valutare nelle prime sedute come si sente, quanto si percepisce compresa e se il percorso le appare sensato e coerente. Le prime impressioni, pur non essendo l’unico criterio, sono spesso un indicatore importante. Scegliere un terapeuta è un po’ come scegliere una persona con cui affrontare un tratto significativo del proprio cammino. Il titolo e l’esperienza hanno certamente un valore, ma la sensazione di fiducia, la chiarezza del lavoro e la qualità della relazione sono elementi altrettanto, se non più, importanti. Se sente il desiderio di comprendere meglio il proprio funzionamento e le ragioni della sofferenza che sta vivendo, intraprendere un percorso psicologico ad orientamento cognitivo comportamentale può rappresentare un’occasione concreta per acquisire strumenti utili e una maggiore consapevolezza di sé, indipendentemente dal fatto che il professionista sia agli ultimi mesi di formazione o abbia già completato da tempo il proprio percorso. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buonasera, 40 enne, Avvocato di Rovigo , sposato con prole, mi sono innamorato di una collega più giovane di quasi 10 anni, appena lasciata dal Suo fidanzato.
Una volta confessato il mio sentimento, nonostante una scarsa frequentazione precedente, lei ha sminuito tutto, con la classica crisi coniugale, confessando un flirt attuale (non veritiero?).
Abbiamo deciso però di continuare a frequentarci lavorativamente, siamo andati a cena assieme, ma ogni volta che io mi avvicino a Lei, preoccupandomi di Lei, lei mi allontana o ignora.
Io cerco di non chiamarla o messeggiarla per vicende personali, per non essere pesante o petulante, però causa lavoro sono piacevolmente contento di condividere del tempo con Lei.
Alterno poche ore di gioia passate con Lei a giorni che sto male, rimedio, cerco di fare attività fisica, cerco di non seguire i suoi social, di non pensarci, di pensare ai Suoi difetti, alternandolo con sedute Psicologiche, ma niente, e la cosa peggiore è che dall'altra parte ho una famiglia che mi sta perdendo, ed a me la cosa mi pesa, ma non come l'amore non ricambiato.
Quanto è brutto innamorarsi a 40 anni !
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, quello che descrive è un vissuto molto intenso e profondamente umano. Innamorarsi in età adulta, soprattutto quando si è già costruita una famiglia e una vita apparentemente stabile, può essere un’esperienza travolgente. Spesso si pensa che con il passare degli anni si diventi più “immuni” a certe emozioni, ma in realtà non è così. Alcuni incontri possono toccare bisogni affettivi molto profondi e risvegliare parti di sé che da tempo sembravano silenziose. Da ciò che racconta emerge un aspetto importante: questa collega sembra aver assunto, almeno in questo momento, un significato che va oltre la persona concreta. In un’ottica cognitivo comportamentale, ciò che spesso genera una sofferenza così intensa non è soltanto l’altra persona in sé, ma ciò che essa rappresenta. Può incarnare la possibilità di sentirsi nuovamente desiderato, compreso, vivo, emotivamente coinvolto, oppure la speranza di recuperare sensazioni che nel tempo si sono attenuate nella vita coniugale e familiare. Quando accade questo, la mente tende a concentrarsi selettivamente su quella persona. Ogni piccolo segnale viene osservato e interpretato con estrema attenzione. Una cena, una conversazione, un sorriso o un atteggiamento ambiguo possono alimentare aspettative, speranze e successive delusioni. Si crea così un’alternanza di momenti di forte entusiasmo e giornate di profonda sofferenza. Questo meccanismo è molto comune e può diventare particolarmente doloroso quando il sentimento non trova una corrispondenza chiara e concreta. Da quanto scrive, la collega sembra mantenere un atteggiamento altalenante ma sostanzialmente distante. Pur non interrompendo il rapporto professionale e mostrando disponibilità in alcune occasioni, non pare offrire segnali coerenti di un reale investimento affettivo. Quando una persona alterna vicinanza e allontanamento, il coinvolgimento emotivo può intensificarsi ulteriormente, perché l’incertezza tende ad alimentare il desiderio e la speranza. La sofferenza che sta vivendo merita di essere ascoltata con grande attenzione, soprattutto perché si accompagna alla consapevolezza che la sua famiglia ne sta risentendo. Questo è un elemento molto significativo. Non indica superficialità o mancanza di affetto verso i suoi cari, ma segnala che in questo momento una parte di lei è profondamente catturata da un bisogno emotivo non ancora del tutto compreso. Il punto centrale, forse, non è tanto capire se questa collega ricambierà o meno i suoi sentimenti, quanto domandarsi che cosa questo innamoramento abbia acceso dentro di lei. Quale bisogno si è risvegliato? Quale vuoto, quale desiderio, quale senso di mancanza è emerso con tanta forza? Talvolta l’innamoramento arriva come un segnale che invita a guardare più a fondo la propria vita, la relazione di coppia, il proprio equilibrio personale e i bisogni rimasti a lungo in secondo piano. Il fatto che abbia già intrapreso un percorso psicologico è un passo molto importante e utile. Non sempre il dolore diminuisce rapidamente, ma il lavoro terapeutico può aiutare progressivamente a comprendere i meccanismi che mantengono questo stato emotivo, a distinguere il sentimento dalla fantasia e a prendere decisioni più coerenti con i propri valori e con ciò che desidera realmente per la sua vita. A volte la sofferenza amorosa non deriva soltanto dalla perdita di una persona, ma dal confronto con parti di sé che chiedono attenzione. Per questo, più che combattere il sentimento o giudicarsi, può essere utile considerare questa esperienza come un’occasione di conoscenza personale. Anche se oggi tutto appare doloroso e confuso, questo momento può aiutarla a comprendere meglio cosa cerca nelle relazioni e cosa desidera davvero per il suo futuro. Innamorarsi a quarant’anni può essere molto destabilizzante, ma non è un segno di debolezza o di immaturità. È spesso il segnale di un bisogno emotivo importante che chiede di essere compreso, non semplicemente assecondato o represso. Un percorso di supporto psicologico, in particolare ad orientamento cognitivo comportamentale, può aiutarla a mettere ordine nei pensieri, riconoscere gli schemi che alimentano il coinvolgimento e ritrovare maggiore lucidità nelle scelte. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve dottori, sono una ragazza di 25 anni, da qualche mese mi sono lasciata con una persona più grande di 21 anni, purtroppo ci siamo lasciati per vari motivi, ma una cosa che mi ha fatto dire basta è stato il fatto di continuare a vedere che lui mettesse mi piace a certe foto di ragazze sui social, dopo tante volte che chiedevo se si poteva evitare, non riuscivamo a comunicare, a discutere quando io volevo il confronto dalla sua parte lui non voleva purtroppo..però diciamo che forse essendo la mia prima relazione vera e seria se possiamo definirla così, durata 2 anni e mezzo circa, mi sono sentita diciamo con un appoggio, una sicurezza in lui, su cui contare ecco, in tutte le situazioni sapevo che c'era, ora come ora sono da sola, ma diciamo che c'è un amico con cui ho avuto un'amicizia e qualcosa di più tre anni fa, però a distanza, ci siamo continuati però a sentire ogni tanto, come stavamo, perché c'era e c'è del bene tra noi due, mi sfogavo con lui anche quando litigavo con il mio ex, e anche qualche mese fa che mi sono lasciata l'ho ricercato a inizio anno perché avevo il pensiero e volevo sapere come stesse, senza secondi fini..poi sapevo che lui mi ascoltava, mi capiva su questa relazione ecco..poi non so perché mi è scattato qualcosa, come se mi piacesse di nuovo, ma poi i miei sentimenti cambiavano di nuovo, e ora di nuovo ancora, perché ci siamo visti già due volte in questi mesi, c'è stato qualche bacio ma io sono stata e sono molto trattenuta, tendevo a pensare all'altro, a paragonare entrambi, e purtroppo continuo a vedere la sicurezza in lui, nel mio ex, è come se lui su varie situazioni so che magari può avere più conoscenze sulle cose e quindi mi "aggrappo" a questo, a cercare di difendere qualcosa che invece mi faceva male del fatto che ci siamo lasciati, perché comunque ho vissuto tante cose con lui, so che ci poteva essere in tanti momenti, potevo contare su di lui, e diciamo che certe situazione invece che risolvere da sola, sapevo che c'era lui e trovavo la sicurezza li..lui purtroppo mi continua a scrivere messaggi che gli manco, che mi ama e io sono una persona facilmente condizionabile, vorrei avere una soluzione su come risolvere i pensieri e la situazione, senza fare del male a nessuno..cosa potrei fare nel concreto? Sto affrontando un percorso da qualche settimana con un professionista, mi dice e chiede ciò che sento io, cosa provo in determinate situazioni, ma ancora non riesco a sentire me stessa, a capire nulla..e non so se riuscirò mai, mi sembra come se dopo la seduta io riesco a chiedermi le cose, ma poi passano i giorni e non ci penso più ed è come se fosse inutile andare..cosa posso fare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la situazione che descrive è emotivamente complessa e, allo stesso tempo, molto comune quando si esce da una relazione significativa e si entra in una fase in cui i riferimenti affettivi e di sicurezza interiore vengono messi in discussione. È comprensibile che lei si senta confusa, perché in questo momento non sta solo elaborando una separazione, ma sta anche riorganizzando il modo in cui percepisce sicurezza, stabilità e legame affettivo. In una prospettiva cognitivo comportamentale, è utile osservare come il suo funzionamento emotivo sembri oscillare tra due bisogni molto forti: da un lato il bisogno di sicurezza, continuità e presenza stabile, che ha identificato nella relazione precedente, e dall’altro il bisogno di riconoscersi in una relazione più rispettosa dei suoi confini e dei suoi vissuti. Quando questi due bisogni entrano in tensione, la mente tende a cercare una soluzione immediata, spesso tornando a ciò che è conosciuto, anche se doloroso, perché ciò che è noto viene percepito come più prevedibile e quindi meno minaccioso. Il legame che descrive con il suo ex non è solo affettivo, ma anche legato a una forma di regolazione emotiva esterna, cioè la sensazione che la presenza dell’altro le permettesse di affrontare meglio situazioni quotidiane, decisioni e incertezze. Quando questo tipo di funzione viene a mancare, è normale che emerga una sensazione di vuoto o di disorientamento, che può rendere più difficile distinguere tra ciò che è desiderio autentico di ritorno e ciò che è bisogno di sicurezza. Allo stesso tempo, il contatto con l’altra persona con cui si è riattivata una vicinanza affettiva può generare ulteriore confusione, perché mette a confronto due modalità diverse di vivere il legame, senza che ci sia ancora una chiarezza interna su cosa sia davvero importante per lei oggi. In queste situazioni, il rischio è quello di rimanere bloccati nel confronto continuo, senza riuscire a costruire una direzione personale stabile. Rispetto al percorso che ha iniziato, è importante sottolineare un punto che spesso crea scoraggiamento: il fatto che dopo la seduta i pensieri sembrino affievolirsi e poi tornare non significa che il lavoro non stia funzionando. Significa piuttosto che sta emergendo un’abitudine mentale che non si modifica in modo immediato, ma attraverso una ripetizione e una costruzione graduale di consapevolezza nel tempo. È proprio la distanza tra i momenti di insight e la quotidianità che rappresenta una fase normale del processo. In questi casi può essere utile spostare leggermente l’obiettivo, non tanto sul “capire subito cosa provo”, quanto sul riconoscere come reagisco nei momenti in cui mi sento attivata emotivamente. Spesso la chiarezza non arriva come intuizione improvvisa, ma come conseguenza di piccoli cambiamenti nel modo in cui si osservano le proprie reazioni, senza giudicarle. Un altro aspetto importante è quello della dipendenza affettiva dalla funzione di sicurezza dell’altro. In un lavoro cognitivo comportamentale, questo viene esplorato non per eliminare il legame, ma per comprendere come costruire progressivamente una maggiore capacità di stare nelle emozioni senza che siano necessariamente regolate dall’esterno. È un passaggio graduale, che richiede tempo e continuità, e non si esaurisce nel breve periodo. Il fatto che lei stia già seguendo un percorso è un elemento molto significativo, anche se in questo momento può sembrarle poco efficace. A volte la sensazione di “non sentire nulla” tra una seduta e l’altra è proprio parte del processo, perché il cambiamento iniziale non è sempre emotivamente evidente, ma avviene in modo più sottile, nella riorganizzazione dei pensieri e delle reazioni. È comprensibile il desiderio di non fare male a nessuno, ma in questo momento il punto centrale diventa anche evitare di farsi male restando sospesa tra due legami e tra due modi diversi di vivere la sicurezza affettiva. La chiarezza, in questi casi, non nasce dalla pressione di una scelta immediata, ma dalla possibilità di osservare con più continuità ciò che accade dentro di lei quando non cerca una risposta immediata dall’esterno. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Ho problemi in famiglia, sono un ragazzo di 22 anni negli ultimi mesi non riesco più a stare tranquillo dato che mio padre e mia madre hanno un rapporto strano si scrivono messaggi che turbano mia madre, mio padre di nascosto scrive con un altro account whatsapp privato in anonimato e mia madre continua a dirmi di bloccarlo ma quando mia madre è lontana dal proprio telefono, lui si sblocca da solo e non so che fare sinceramente e da giorni che ormai non dormo tranquillo
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, quello che descrive è una situazione che, soprattutto alla sua età, può risultare estremamente pesante da reggere emotivamente, perché la famiglia rappresenta normalmente un punto di sicurezza e stabilità, e quando questa stabilità viene percepita come minacciata o confusa è naturale sentirsi disorientati, in allarme e con un forte calo della serenità personale. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, una prima cosa importante da osservare è l’impatto che questa situazione sta avendo su di lei, più ancora della situazione stessa. Quando si viene esposti a dinamiche familiari ambigue o conflittuali, la mente tende spesso a entrare in uno stato di iperattivazione, come se dovesse continuamente monitorare, controllare, capire cosa stia accadendo e prevenire possibili conseguenze. Questo tipo di attivazione mentale, se prolungata, può portare facilmente a insonnia, tensione costante e una sensazione di perdita di controllo. In questi casi è anche frequente che si crei un coinvolgimento emotivo molto forte nelle dinamiche tra i genitori, quasi come se si venisse “tirati dentro” una situazione che però non dipende da lei e che, per sua natura, non è sotto il suo controllo diretto. Questo è un punto centrale: quando si prova a gestire o risolvere conflitti relazionali complessi tra adulti, si rischia di assumere un peso emotivo che diventa rapidamente insostenibile. Il fatto che lei non riesca a dormire tranquillamente è un segnale importante del livello di attivazione interna che sta vivendo. Non è tanto la singola dinamica in sé a generare sofferenza, quanto il continuo rimuginio, il tentativo di capire cosa sia giusto fare, il senso di responsabilità e probabilmente anche il timore che qualcosa possa peggiorare se non interviene. In una prospettiva psicologica, può essere utile iniziare a distinguere tra ciò che è sotto il suo controllo e ciò che non lo è. Non perché questo risolva il problema familiare, ma perché aiuta a ridurre il carico mentale che sta ricadendo su di lei. Il suo ruolo, per quanto importante sul piano affettivo, non è quello di mediatore o risolutore delle dinamiche tra i suoi genitori, e questo spostamento di responsabilità è spesso una delle fonti principali di ansia in situazioni come questa. Allo stesso tempo, è fondamentale dare spazio a quello che lei sta vivendo: preoccupazione, confusione, forse anche rabbia o impotenza. Tutte emozioni comprensibili, ma che diventano difficili da sostenere quando rimangono senza contenimento o senza uno spazio di elaborazione adeguato. In situazioni come la sua, un percorso di supporto psicologico può essere molto utile non tanto per “decidere cosa fare al posto suo”, ma per aiutarla a ridurre l’attivazione costante, ritrovare un sonno più stabile e soprattutto costruire una posizione interna più solida rispetto a ciò che può e non può gestire all’interno della famiglia. Questo tipo di lavoro aiuta spesso a recuperare un senso di stabilità anche quando il contesto esterno rimane complesso. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Soffro da più di 35 anni di anginofobia. ultimamente molto peggiorata per problemi gravi di salute di mia moglie, ipocondria e stress, emetofobia, problemi personali e lavorativi, inoltre ho una figlia di 7 anni. praticamente quando capitano quei momenti, io porto il cibo in fondo alla gola, non effettuo il riflesso della deglutizione e sento il bolo che per inerzia incomincia a scivolare giù nella tracha, al ché vado in panico e bevo dell acqua sperando che riattivi il riflesso, perché se non riparte e il cibo va giù va in soffocamento (penso), altra modalità io vado per ingoiare e stringo la gola e la lingua emettendo quasi un rantolo per non lasciare andare il cibo verso il suo naturale percorso.
Oggi non è siccesso, solo verso la fine, leggerissimamente percepivo che potesse accadere ma ho tenuto duro, ho detto a mia moglie di non alzarsi da tavola senza di me, ma così al momento non è vita
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, quello che descrive è un quadro di grande sofferenza e soprattutto di forte affaticamento mentale ed emotivo, che si è costruito nel tempo e che oggi sembra essersi intensificato sotto la pressione di eventi molto stressanti e carichi affettivamente, come i problemi di salute di sua moglie e le responsabilità familiari. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, quando una persona convive a lungo con una paura intensa legata a un’azione automatica come la deglutizione, può accadere che il sistema della paura inizi a “interferire” proprio con quel gesto. La deglutizione è un atto che normalmente avviene in modo automatico, senza controllo volontario. Quando però subentra l’attenzione e soprattutto la paura che qualcosa possa andare storto, la mente tende a monitorare eccessivamente il processo, e questo monitoraggio può alterare la naturale fluidità del gesto. Non è il corpo che “non funziona”, ma è l’attivazione ansiosa che rende difficile lasciare che il gesto avvenga in modo spontaneo. Quello che emerge con chiarezza è anche la presenza di una forte anticipazione del pericolo. In altre parole, il momento del pasto non è vissuto solo nel presente, ma è accompagnato da scenari mentali in cui si immagina che possa accadere qualcosa di grave. Questa anticipazione genera tensione, e la tensione a sua volta interferisce con la naturale coordinazione del corpo, creando un circolo che diventa faticoso interrompere. È comprensibile che, vivendo questa esperienza da molti anni e in forma aggravata negli ultimi tempi, lei possa sentirsi come se la situazione stesse diventando sempre più limitante. Tuttavia, è importante sottolineare che il fatto che in alcuni momenti lei riesca comunque a “tenere duro” e a mangiare, anche se con difficoltà, indica che non si tratta di una perdita della funzione, ma di una forte attivazione della paura che oscilla nel tempo. Quando una persona dice “così al momento non è vita”, sta descrivendo non solo il sintomo, ma anche il peso che questo ha sulla libertà quotidiana e sulla serenità. Questo aspetto è centrale, perché ci dice che il problema non è soltanto il gesto in sé, ma il modo in cui questo gesto condiziona l’intera esperienza del vivere. In situazioni come questa, un lavoro psicologico mirato non si concentra sull’idea di “forzarsi a non avere paura”, ma piuttosto sul comprendere come si è costruito questo meccanismo nel tempo e su come la mente abbia imparato a interpretare la deglutizione come qualcosa di pericoloso. In parallelo, si lavora per ridurre gradualmente il livello di allarme che si attiva in quei momenti, così da permettere al corpo di tornare a funzionare senza interferenze eccessive dell’ansia. Il fatto che questa condizione sia presente da così tanti anni, e che oggi si sia intensificata in un periodo di forte stress, suggerisce che non si tratta di un problema isolato del presente, ma di un meccanismo che può essere compreso e affrontato in modo strutturato, con tempi adeguati e con un accompagnamento costante. Non è raro che, quando la vita richiede molto sul piano emotivo e pratico, il corpo esprima le tensioni attraverso sintomi che diventano centrali e invasivi. Questo non significa che la situazione sia irreversibile, ma che il sistema è in una condizione di sovraccarico. Un percorso psicologico può aiutarla a ridurre progressivamente questa iperattivazione e a restituire al gesto del mangiare la sua naturalezza, senza che debba essere costantemente controllato o vissuto con paura. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
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