Salve dottori ho una bellissima famiglia con mia moglie e una piccolina di 2 anni , ho sempre pensat
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Salve dottori ho una bellissima famiglia con mia moglie e una piccolina di 2 anni , ho sempre pensato o meglio o sempre cercato di essere un buon padre ad oggi mi sento sereno della mia vita e della mia famiglia , da un po di tempo mi sono imbattuto con dei video di un counseling filosofico dove sostiene che inconsapevolmente tutti facciamo del male ai nostri figli se non si fa un percorso di risveglio di distruzione del ego altrimenti non ameremo mai veramente i nostri figli sinceramente queste parole mi hanno destabilizzato un po , perché sembra una persona così profonda e forse lo è , anche parlando con un mio amico psicologo le sue parole non mi hanno aiutato molto perché penso che un counseling di filosofa mistica buddista la sua parole sia superiore a quella di tutti essendo che parla di aspetti così profondi come faceva il sommo maestro il Buddha il problema che io non mi sento di fare questo tipo di percorso e adesso mi sento sbagliato forse dovrei forzarmi per raggiungere la vera libertà che pensavo di avere invece a quanto pare è falsa ed inconsapevole grazie per un vostro supporto
Buongiorno,
quanto descrive sembra aver generato in lei un forte dubbio rispetto al proprio valore come padre e alla qualità del legame con sua figlia. Alcuni messaggi di tipo filosofico o spirituale, soprattutto quando vengono presentati come “verità profonde”, possono avere un impatto molto intenso e attivare sentimenti di inadeguatezza o confusione.
Il fatto che lei non si riconosca in quel tipo di percorso non significa necessariamente che stia sbagliando o che non possa voler bene autenticamente a sua figlia. La relazione genitore–figlio è molto più complessa e non può essere ridotta a un unico modello teorico o spirituale.
Può essere indicato avviare un percorso psicologico, per approfondire questi vissuti e distinguere ciò che nasce da un reale bisogno personale da ciò che invece sta assumendo il peso di un ideale percepito come assoluto.
Cordialmente,
Dott.ssa Elisa Fiora
quanto descrive sembra aver generato in lei un forte dubbio rispetto al proprio valore come padre e alla qualità del legame con sua figlia. Alcuni messaggi di tipo filosofico o spirituale, soprattutto quando vengono presentati come “verità profonde”, possono avere un impatto molto intenso e attivare sentimenti di inadeguatezza o confusione.
Il fatto che lei non si riconosca in quel tipo di percorso non significa necessariamente che stia sbagliando o che non possa voler bene autenticamente a sua figlia. La relazione genitore–figlio è molto più complessa e non può essere ridotta a un unico modello teorico o spirituale.
Può essere indicato avviare un percorso psicologico, per approfondire questi vissuti e distinguere ciò che nasce da un reale bisogno personale da ciò che invece sta assumendo il peso di un ideale percepito come assoluto.
Cordialmente,
Dott.ssa Elisa Fiora
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Gentilissimo, capisco quanto queste parole ti abbiano scosso. Quando incontriamo messaggi molto assoluti o illuminati, soprattutto legati a filosofie spirituali, è facile sentirsi improvvisamente inadeguati o non abbastanza. Ma da ciò che racconti emerge una cosa molto importante: la tua vita, la tua famiglia e il tuo essere padre ti fanno sentire sereno. Questo è un dato reale, concreto, che nasce dalla tua esperienza quotidiana, non da un’idea astratta.
Le filosofie – che siano buddhiste, mistiche o di altro tipo – offrono visioni del mondo diverse, spesso profonde, ma non sono verità universali. Sono strade possibili, non obbligatorie. E soprattutto, funzionano solo se una persona le sente davvero proprie. Da quello che scrivi, non sembra essere il tuo caso: più che attrazione, provi destabilizzazione e senso di colpa. Questo è già un segnale molto chiaro.
L’amore verso i figli non nasce dalla distruzione dell’ego o da percorsi spirituali complessi. Nasce dalla presenza, dalla cura, dal desiderio di esserci. E tutto questo tu lo stai già vivendo.
Il punto centrale è questo: la strada che scegli deve far stare bene te, non farti sentire sbagliato. Se un messaggio ti fa dubitare del tuo valore come padre o come persona, forse non è un messaggio che ti appartiene davvero.
Puoi continuare a coltivare la tua crescita personale, se lo desideri, ma senza forzarti in percorsi che non senti tuoi. Il benessere quotidiano, la serenità nelle relazioni, la capacità di amare e lasciarsi amare sono già forme di consapevolezza molto profonde.
Se vuoi, possiamo esplorare insieme cosa ti ha toccato così tanto di quei video e cosa invece senti davvero tuo. Resto a disposizione. Un caro saluto. Dott.ssa Glenda Frassi.
Le filosofie – che siano buddhiste, mistiche o di altro tipo – offrono visioni del mondo diverse, spesso profonde, ma non sono verità universali. Sono strade possibili, non obbligatorie. E soprattutto, funzionano solo se una persona le sente davvero proprie. Da quello che scrivi, non sembra essere il tuo caso: più che attrazione, provi destabilizzazione e senso di colpa. Questo è già un segnale molto chiaro.
L’amore verso i figli non nasce dalla distruzione dell’ego o da percorsi spirituali complessi. Nasce dalla presenza, dalla cura, dal desiderio di esserci. E tutto questo tu lo stai già vivendo.
Il punto centrale è questo: la strada che scegli deve far stare bene te, non farti sentire sbagliato. Se un messaggio ti fa dubitare del tuo valore come padre o come persona, forse non è un messaggio che ti appartiene davvero.
Puoi continuare a coltivare la tua crescita personale, se lo desideri, ma senza forzarti in percorsi che non senti tuoi. Il benessere quotidiano, la serenità nelle relazioni, la capacità di amare e lasciarsi amare sono già forme di consapevolezza molto profonde.
Se vuoi, possiamo esplorare insieme cosa ti ha toccato così tanto di quei video e cosa invece senti davvero tuo. Resto a disposizione. Un caro saluto. Dott.ssa Glenda Frassi.
Buongiorno, le sue ansie sono comuni nella sua posizione ed a tal proposito vorrei rassicurarla sottolineando che in ambito dello sviluppo esiste il concetto di "genitore sufficiente buono" (Winnicott). Per rimarcare che il "genitore perfetto" non esiste, e che si può non esserlo senza divenire conseguentemente "sbagliati". Se ritiene di avere dei forti dubbi circa le sue interazioni coi suoi figli (già porsi questo dubbio è un segnale di genitorialità positiva) può prenotare delle sedute di parent training per confrontarsi con un esperto in materia.
Buongiorno. E' rischioso seguire indicazioni filosofiche che vengono dall'"esterno", sia pure da una persona "illuminata e capace di profondità". Quello che conta è come lei si sente nel rapporto con la sua famiglia. L'essere un buon padre non è una pratica trascendentale ma si acquisisce con l'esperienza, con il mettersi in gioco, con "l'esserci" nella relazione con la sua piccolina. Non esiste un padre e/o un genitore perfetto ma è una risorsa preziosa la capacità di riflettere su di se' e sui propri errori e di apprendere dall'esperienza. I nostri figli ci conducono in un viaggio meraviglioso di cose da scoprire e condividere, emozioni intense; anche difficoltà e momenti critici. La relazione si costruisce nel tempo e nel qui ed ora, attraverso piccole cose. La libertà spesso è già nelle piccole cose che possiamo valorizzare, smettendo di inseguirla.
Cordiali saluti.
Dott.ssa Alessandra Marra
Cordiali saluti.
Dott.ssa Alessandra Marra
Salve, quello che le sta succedendo è molto più comprensibile di quanto sembri, e glielo dico con molta chiarezza: non è lei ad essere “sbagliato”, è entrato in contatto con un messaggio molto forte, quasi assoluto, che ha iniziato a farle mettere in dubbio qualcosa che fino a poco prima sentiva come solido.
Lei parte da un punto molto importante: descrive una vita familiare serena, una presenza affettiva verso sua figlia, un impegno reale nel voler essere un buon padre. Questo non è poco, anzi, è esattamente ciò che, nella realtà concreta, nutre un bambino.
Poi arriva questo contenuto che dice, in sostanza, che se non si intraprende un percorso profondo di “distruzione dell’ego”, si finisce inevitabilmente per fare del male ai figli e non amarli davvero. Capisce bene quanto sia una posizione radicale. Il problema di affermazioni così è che non lasciano spazio: o sei “risvegliato”, oppure stai sbagliando.
Le faccio una domanda molto diretta:
quando ha ascoltato queste parole, ha sentito che descrivevano davvero il suo modo di essere padre… oppure ha sentito soprattutto paura di non essere abbastanza?
Perché spesso questi messaggi non risuonano per verità, ma per effetto: creano dubbio, senso di colpa, bisogno di “correggersi”.
Le dico una cosa importante, anche rispetto alla sua idea che quel tipo di pensiero sia “superiore”: profondità non significa necessariamente verità assoluta. Esistono approcci filosofici e spirituali che parlano di ego, consapevolezza, libertà… ma quando queste idee vengono tradotte in modo rigido (“se non fai questo percorso, danneggerai tuo figlio”), rischiano di diventare più dannose che utili.
Un bambino non ha bisogno di un genitore “senza ego”.
Ha bisogno di un genitore sufficientemente presente, affettivo, imperfetto ma autentico.
Lei pensa davvero che per amare sua figlia serva annullarsi?
O forse l’amore che già prova, nei gesti quotidiani, nelle attenzioni, nella presenza, è qualcosa di reale, anche senza percorsi estremi?
C’è un punto molto delicato in quello che dice: l’idea di doversi forzare a intraprendere un cammino che non sente suo. Questo è importante. Perché ogni percorso, anche spirituale, se nasce dalla paura o dal senso di inadeguatezza, perde il suo senso e diventa un’imposizione.
La libertà non è fare ciò che altri definiscono “risveglio”.
È anche poter dire: questo non mi appartiene.
Lei non sta evitando qualcosa di necessario. Sta semplicemente riconoscendo che quel tipo di approccio non è in linea con il suo modo di essere, almeno adesso.
E le aggiungo una cosa, molto concreta: nella mia esperienza, i figli non soffrono perché i genitori non hanno “distrutto l’ego”. Soffrono quando manca presenza, quando c’è freddezza, incoerenza, trascuratezza emotiva. Da quello che racconta, lei è molto lontano da questo.
Provi a riportarsi su ciò che è reale, non su ciò che è teorico:
quando è con sua figlia, cosa accade? C’è affetto, gioco, attenzione?
Se sì, è lì che si costruisce il legame, non in un’idea astratta di perfezione interiore.
Le faccio un’ultima domanda, forse la più importante:
prima di incontrare questi contenuti, lei si sentiva un buon padre?
Perché quella sensazione nasce dall’esperienza diretta, non da una teoria.
Se vuole, possiamo anche approfondire questo senso di colpa che si è attivato, perché è quello che la sta facendo stare male adesso, più ancora dei contenuti che ha ascoltato.
Lei parte da un punto molto importante: descrive una vita familiare serena, una presenza affettiva verso sua figlia, un impegno reale nel voler essere un buon padre. Questo non è poco, anzi, è esattamente ciò che, nella realtà concreta, nutre un bambino.
Poi arriva questo contenuto che dice, in sostanza, che se non si intraprende un percorso profondo di “distruzione dell’ego”, si finisce inevitabilmente per fare del male ai figli e non amarli davvero. Capisce bene quanto sia una posizione radicale. Il problema di affermazioni così è che non lasciano spazio: o sei “risvegliato”, oppure stai sbagliando.
Le faccio una domanda molto diretta:
quando ha ascoltato queste parole, ha sentito che descrivevano davvero il suo modo di essere padre… oppure ha sentito soprattutto paura di non essere abbastanza?
Perché spesso questi messaggi non risuonano per verità, ma per effetto: creano dubbio, senso di colpa, bisogno di “correggersi”.
Le dico una cosa importante, anche rispetto alla sua idea che quel tipo di pensiero sia “superiore”: profondità non significa necessariamente verità assoluta. Esistono approcci filosofici e spirituali che parlano di ego, consapevolezza, libertà… ma quando queste idee vengono tradotte in modo rigido (“se non fai questo percorso, danneggerai tuo figlio”), rischiano di diventare più dannose che utili.
Un bambino non ha bisogno di un genitore “senza ego”.
Ha bisogno di un genitore sufficientemente presente, affettivo, imperfetto ma autentico.
Lei pensa davvero che per amare sua figlia serva annullarsi?
O forse l’amore che già prova, nei gesti quotidiani, nelle attenzioni, nella presenza, è qualcosa di reale, anche senza percorsi estremi?
C’è un punto molto delicato in quello che dice: l’idea di doversi forzare a intraprendere un cammino che non sente suo. Questo è importante. Perché ogni percorso, anche spirituale, se nasce dalla paura o dal senso di inadeguatezza, perde il suo senso e diventa un’imposizione.
La libertà non è fare ciò che altri definiscono “risveglio”.
È anche poter dire: questo non mi appartiene.
Lei non sta evitando qualcosa di necessario. Sta semplicemente riconoscendo che quel tipo di approccio non è in linea con il suo modo di essere, almeno adesso.
E le aggiungo una cosa, molto concreta: nella mia esperienza, i figli non soffrono perché i genitori non hanno “distrutto l’ego”. Soffrono quando manca presenza, quando c’è freddezza, incoerenza, trascuratezza emotiva. Da quello che racconta, lei è molto lontano da questo.
Provi a riportarsi su ciò che è reale, non su ciò che è teorico:
quando è con sua figlia, cosa accade? C’è affetto, gioco, attenzione?
Se sì, è lì che si costruisce il legame, non in un’idea astratta di perfezione interiore.
Le faccio un’ultima domanda, forse la più importante:
prima di incontrare questi contenuti, lei si sentiva un buon padre?
Perché quella sensazione nasce dall’esperienza diretta, non da una teoria.
Se vuole, possiamo anche approfondire questo senso di colpa che si è attivato, perché è quello che la sta facendo stare male adesso, più ancora dei contenuti che ha ascoltato.
Quello che descrive non è egoismo o mancanza d’amore, ma il segno di un padre profondamente coinvolto e sensibile. Chi si interroga così tanto sul proprio modo di amare difficilmente è un genitore “indifferente”. Alcuni percorsi filosofici o spirituali propongono ideali molto elevati, ma il rischio è trasformare la crescita personale in una continua sensazione di inadeguatezza. Nessun genitore ama in modo “perfetto”, totalmente libero da paure, bisogni o limiti. L’amore umano non è puro perché siamo illuminati: è vero proprio perché è imperfetto, concreto, quotidiano. Sua figlia non ha bisogno di un padre “senza ego”, ma di un padre presente, autentico, capace di mettersi in discussione, chiedere scusa quando sbaglia e volerle bene ogni giorno. E dalle sue parole questo arriva molto chiaramente.
La spiritualità può essere una strada possibile, ma non deve diventare una forzatura o una colpa. Se un percorso la allontana dalla serenità, dalla spontaneità e dalla fiducia in sé, forse è importante prenderne ciò che aiuta, senza perdere il contatto con la realtà della sua vita: una famiglia amata, costruita con cura.
La spiritualità può essere una strada possibile, ma non deve diventare una forzatura o una colpa. Se un percorso la allontana dalla serenità, dalla spontaneità e dalla fiducia in sé, forse è importante prenderne ciò che aiuta, senza perdere il contatto con la realtà della sua vita: una famiglia amata, costruita con cura.
Buongiorno,
da ciò che scrive emerge soprattutto il desiderio di essere un buon padre. Il fatto che certe parole l’abbiano destabilizzata non significa che lei stia sbagliando con sua figlia: significa che hanno toccato un punto molto sensibile, cioè la paura di non amare “abbastanza bene”.
Percorsi spirituali, filosofici o meditativi possono essere profondi e utili per alcune persone, ma diventano pericolosi quando vengono trasformati in una condizione assoluta: “se non fai questo percorso, farai male a tuo figlio”. Un messaggio così rischia di produrre più paura che consapevolezza.
Essere genitori non significa essere privi di ego, perfetti o sempre illuminati. Significa esserci, accorgersi, sbagliare, riparare, ascoltare, proteggere, chiedere scusa quando serve e continuare a costruire una relazione reale. Sua figlia non ha bisogno di un padre spiritualmente impeccabile; ha bisogno di un padre sufficientemente presente, umano e capace di volerle bene nei gesti quotidiani.
La piccola svolta potrebbe essere questa: per qualche giorno smetta di misurare il suo amore attraverso quelle teorie e lo osservi nei fatti. Quando gioca con sua figlia, quando la guarda, quando la consola, quando si prende cura di lei, si chieda: “Sto facendo presenza o sto facendo paura?”. Questa domanda è più utile di “ho distrutto abbastanza il mio ego?”.
Se nota che questi pensieri diventano insistenti, le tolgono serenità o la portano a controllare continuamente se è un buon padre, può essere utile parlarne con uno psicologo. Non per giudicare la sua spiritualità, ma per liberarla dalla paura di dover essere perfetto per amare.
Resto disponibile, anche online, se desidera comprendere meglio questo dubbio e ritrovare un modo più sereno di stare nella sua famiglia.
Un caro saluto.
da ciò che scrive emerge soprattutto il desiderio di essere un buon padre. Il fatto che certe parole l’abbiano destabilizzata non significa che lei stia sbagliando con sua figlia: significa che hanno toccato un punto molto sensibile, cioè la paura di non amare “abbastanza bene”.
Percorsi spirituali, filosofici o meditativi possono essere profondi e utili per alcune persone, ma diventano pericolosi quando vengono trasformati in una condizione assoluta: “se non fai questo percorso, farai male a tuo figlio”. Un messaggio così rischia di produrre più paura che consapevolezza.
Essere genitori non significa essere privi di ego, perfetti o sempre illuminati. Significa esserci, accorgersi, sbagliare, riparare, ascoltare, proteggere, chiedere scusa quando serve e continuare a costruire una relazione reale. Sua figlia non ha bisogno di un padre spiritualmente impeccabile; ha bisogno di un padre sufficientemente presente, umano e capace di volerle bene nei gesti quotidiani.
La piccola svolta potrebbe essere questa: per qualche giorno smetta di misurare il suo amore attraverso quelle teorie e lo osservi nei fatti. Quando gioca con sua figlia, quando la guarda, quando la consola, quando si prende cura di lei, si chieda: “Sto facendo presenza o sto facendo paura?”. Questa domanda è più utile di “ho distrutto abbastanza il mio ego?”.
Se nota che questi pensieri diventano insistenti, le tolgono serenità o la portano a controllare continuamente se è un buon padre, può essere utile parlarne con uno psicologo. Non per giudicare la sua spiritualità, ma per liberarla dalla paura di dover essere perfetto per amare.
Resto disponibile, anche online, se desidera comprendere meglio questo dubbio e ritrovare un modo più sereno di stare nella sua famiglia.
Un caro saluto.
Salve, grazie per aver condiviso la sua storia ma le chiedo: quale sarebbe la sua domanda?
Caro papà,
Giorni fa ho risposto ad una domanda simile. Se sei la stessa persona ti ringrazio per essere tornato a scriverci. Leggendo la tua richiesta emerge con grande chiarezza quanto le parole di questo divulgatore toccano una tua parte vulnerabile, trasformando la tua iniziale serenità in un senso di colpa e di inadeguatezza che rischia di diventare un importante problema.
Quando scrivi che ti senti "sbagliato" e che forse dovresti "forzarti", leggo queste parole come campanelli di allarme. La sensazione di avere una libertà "falsa ed inconsapevole" non nasce da una tua reale mancanza, ma dall'effetto ipnotico che certe narrazioni mistiche o filosofiche esercitano quando vengono proposte come verità assolute e dogmatiche.
Tu stesso noti un passaggio chiave: ritieni che le parole di questo counselor filosofico siano "superiori" a quelle del tuo amico psicologo perché richiamano concetti profondi legati al Buddha.
Nella Gestalt, questo meccanismo si chiama introiezione di un ideale: prendiamo un concetto esterno, lo idealizziamo (ritenendolo superiore o perfetto) e lo usiamo come un martello per colpire noi stessi, definendoci "sbagliati".
Il Buddha storico non ha mai insegnato che l'amore di un padre verso un figlio sia "male" o "falso" se non passa attraverso la distruzione dell'ego. Al contrario, l'insegnamento cardine della filosofia buddista autentica è la Compassione, che parte innanzitutto verso se stessi.
Se una filosofia ti porta a dubitare del bene che provi per tua figlia, a sentirti inadeguato e a volerti "forzare", quella non è spiritualità: è un condizionamento mentale che sta creando una scissione dentro di te.
La vera libertà è sentirsi liberi di non fare un percorso che non si desidera, senza per questo sentirsi sbagliati. Il fatto che tu non voglia forzarti è il segno più evidente che la tua parte sana e il tuo istinto biologico si stanno ribellando a un dogma che non ti appartiene.
Ti invito fare un passo oltre la richiesta di un semplice consulto scritto ed iniziare un percorso concreto con uno psicologo e/o Psicoterapeuta. Tua figlia non ha bisogno di un filosofo mistico o di un padre illuminato; ha bisogno di quel papà sereno che eri prima di imbatterti in questi video.
Un caro saluto,
Vincenzo Lucifora
Giorni fa ho risposto ad una domanda simile. Se sei la stessa persona ti ringrazio per essere tornato a scriverci. Leggendo la tua richiesta emerge con grande chiarezza quanto le parole di questo divulgatore toccano una tua parte vulnerabile, trasformando la tua iniziale serenità in un senso di colpa e di inadeguatezza che rischia di diventare un importante problema.
Quando scrivi che ti senti "sbagliato" e che forse dovresti "forzarti", leggo queste parole come campanelli di allarme. La sensazione di avere una libertà "falsa ed inconsapevole" non nasce da una tua reale mancanza, ma dall'effetto ipnotico che certe narrazioni mistiche o filosofiche esercitano quando vengono proposte come verità assolute e dogmatiche.
Tu stesso noti un passaggio chiave: ritieni che le parole di questo counselor filosofico siano "superiori" a quelle del tuo amico psicologo perché richiamano concetti profondi legati al Buddha.
Nella Gestalt, questo meccanismo si chiama introiezione di un ideale: prendiamo un concetto esterno, lo idealizziamo (ritenendolo superiore o perfetto) e lo usiamo come un martello per colpire noi stessi, definendoci "sbagliati".
Il Buddha storico non ha mai insegnato che l'amore di un padre verso un figlio sia "male" o "falso" se non passa attraverso la distruzione dell'ego. Al contrario, l'insegnamento cardine della filosofia buddista autentica è la Compassione, che parte innanzitutto verso se stessi.
Se una filosofia ti porta a dubitare del bene che provi per tua figlia, a sentirti inadeguato e a volerti "forzare", quella non è spiritualità: è un condizionamento mentale che sta creando una scissione dentro di te.
La vera libertà è sentirsi liberi di non fare un percorso che non si desidera, senza per questo sentirsi sbagliati. Il fatto che tu non voglia forzarti è il segno più evidente che la tua parte sana e il tuo istinto biologico si stanno ribellando a un dogma che non ti appartiene.
Ti invito fare un passo oltre la richiesta di un semplice consulto scritto ed iniziare un percorso concreto con uno psicologo e/o Psicoterapeuta. Tua figlia non ha bisogno di un filosofo mistico o di un padre illuminato; ha bisogno di quel papà sereno che eri prima di imbatterti in questi video.
Un caro saluto,
Vincenzo Lucifora
Salve,
comprendo il turbamento che queste riflessioni possono averle provocato, soprattutto perché toccano aspetti profondi legati all’amore, alla responsabilità e al desiderio di essere un buon padre. Tuttavia, è importante ricordare che non esiste un unico modo “giusto” di amare o di crescere un figlio, né un percorso obbligatorio che definisca il valore di una persona o di un genitore.
Dal suo racconto emerge invece molta attenzione, affetto e consapevolezza verso la sua famiglia. Il fatto stesso che si interroghi sul proprio modo di essere padre mostra sensibilità e desiderio di fare del bene. Diffidi delle visioni assolute che rischiano di farla sentire inadeguato o “sbagliato” se non aderisce a determinati percorsi spirituali o filosofici.
La crescita personale può assumere forme diverse e dovrebbe nascere da un bisogno autentico, non dalla paura o dal senso di colpa. Continui ad ascoltare ciò che sente più vicino a sé, senza forzarsi a seguire strade che oggi non riconosce come sue.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
comprendo il turbamento che queste riflessioni possono averle provocato, soprattutto perché toccano aspetti profondi legati all’amore, alla responsabilità e al desiderio di essere un buon padre. Tuttavia, è importante ricordare che non esiste un unico modo “giusto” di amare o di crescere un figlio, né un percorso obbligatorio che definisca il valore di una persona o di un genitore.
Dal suo racconto emerge invece molta attenzione, affetto e consapevolezza verso la sua famiglia. Il fatto stesso che si interroghi sul proprio modo di essere padre mostra sensibilità e desiderio di fare del bene. Diffidi delle visioni assolute che rischiano di farla sentire inadeguato o “sbagliato” se non aderisce a determinati percorsi spirituali o filosofici.
La crescita personale può assumere forme diverse e dovrebbe nascere da un bisogno autentico, non dalla paura o dal senso di colpa. Continui ad ascoltare ciò che sente più vicino a sé, senza forzarsi a seguire strade che oggi non riconosce come sue.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Da quello che scrive non emerge un padre sbagliato, ma una persona sensibile e molto attenta al benessere della propria famiglia.
Il problema di certi discorsi spirituali è che possono creare ideali impossibili: essere senza ego, amare in modo “perfetto”, non trasmettere mai limiti ai figli. Ma nessun genitore reale può riuscirci.
Tutti i genitori commettono errori, e questo non significa necessariamente fare del male ai propri figli. I bambini non hanno bisogno di genitori illuminati, ma di genitori presenti, affettuosi e capaci anche di riconoscere i propri limiti.
Il problema di certi discorsi spirituali è che possono creare ideali impossibili: essere senza ego, amare in modo “perfetto”, non trasmettere mai limiti ai figli. Ma nessun genitore reale può riuscirci.
Tutti i genitori commettono errori, e questo non significa necessariamente fare del male ai propri figli. I bambini non hanno bisogno di genitori illuminati, ma di genitori presenti, affettuosi e capaci anche di riconoscere i propri limiti.
Salve a Lei. Molto interessante il concetto della filosofia che sta citando e vorrei condividerle ciò che io penso: credo che per distruzione dell'ego, questa filosofia, intenda indicare che anche i genitori possono aver bisogno di un percorso per conoscersi e per avere poi il coraggio di lasciare che i figli prendano le proprie decisioni, senza viversi un abbandono. Riguardo il dolore che facciamo inconsapevolmente ai figli, se così vogliamo nominarlo, è lo stesso che potremmo fare a qualsiasi altra persona: finché non capiamo delle cose di noi, che la nostra storia ha un'influenza sul nostro essere di oggi, possiamo comportarci in modi che possono far soffrire qualcuno.
Per cui, a parer mio, filosoficamente non esiste una libertà "alta" esiste un percorso di conoscenza interiore che ci può portare a vivere in modo libero i rapporti, anche con i nostri figli, e farci capire che il dolore poi è inevitabile e bisogna solamente accoglierlo e comprenderlo.
Per cui, a parer mio, filosoficamente non esiste una libertà "alta" esiste un percorso di conoscenza interiore che ci può portare a vivere in modo libero i rapporti, anche con i nostri figli, e farci capire che il dolore poi è inevitabile e bisogna solamente accoglierlo e comprenderlo.
Stavi bene. Poi qualcuno ha detto che stare bene può essere sintomo di un problema di ego. Questi sistemi di idee hanno una caratteristica precisa: parlano a tutti. Tu non sei tutti.
Il buddhismo non dice che l'ego va distrutto per amare meglio i propri figli. Nella tradizione da cui viene quel linguaggio, cercare di distruggere l'ego presuppone già che l'ego esista come cosa solida. L'attaccamento all'idea di doverlo eliminare è esso stesso una forma di ego.
Tua figlia ha due anni e ha un padre presente e sereno. Tua moglie ha un marito che si chiede se sta facendo abbastanza. Questi sono indicatori di come funziona la tua famiglia adesso.
Ognuno di noi porta dinamiche che influenzano i propri figli. Ma il punto di partenza per valutarle non è un video, è la realtà specifica della tua bambina e della tua famiglia. E da come la descrivi, è una realtà funzionale. Se qualcosa dovesse incepparsi, sarà quello il momento di guardarlo.
Il buddhismo non dice che l'ego va distrutto per amare meglio i propri figli. Nella tradizione da cui viene quel linguaggio, cercare di distruggere l'ego presuppone già che l'ego esista come cosa solida. L'attaccamento all'idea di doverlo eliminare è esso stesso una forma di ego.
Tua figlia ha due anni e ha un padre presente e sereno. Tua moglie ha un marito che si chiede se sta facendo abbastanza. Questi sono indicatori di come funziona la tua famiglia adesso.
Ognuno di noi porta dinamiche che influenzano i propri figli. Ma il punto di partenza per valutarle non è un video, è la realtà specifica della tua bambina e della tua famiglia. E da come la descrivi, è una realtà funzionale. Se qualcosa dovesse incepparsi, sarà quello il momento di guardarlo.
Salve, sono il Dott. Demaestri, psicologo. La ringrazio per la condivisione dei suoi dubbi. Avere delle preoccupazioni e degli interrogativi sulla propria persona (ruoli sociali, identità personale, ecc.) nei momenti di cambiamento e in relazione a eventi, luoghi o persone per noi molto importanti a livello emotivo è assolutamente normale. A volte questi dubbi possono portare un'estrema confusione anche su aspetti della vita che davamo per certi e fondanti. La scelta di intraprendere un percorso di introspezione sui propri sentimenti e significati interni è certamente la più funzionale per ridare coerenza alla narrazione che abbiamo di noi stessi. tale percorso può essere svolto con un professionista dell'ambito della salute mentale, così come anche con altre figuri di riferimento che permettano un'esplorazione guidata ma senza giudizio e influenza sul proprio mondo interiore.
Capisco perché queste idee ti abbiano colpito così tanto: quando qualcuno parla con sicurezza di temi profondi come amore, ego, consapevolezza o spiritualità, soprattutto usando riferimenti al buddismo o al “risveglio”, può nascere il dubbio di stare vivendo “nel modo sbagliato” senza accorgersene.
Però è importante distinguere una riflessione filosofica da una verità assoluta sulla tua capacità di amare tua figlia.
Il fatto stesso che tu ti ponga queste domande, che desideri essere un buon padre, che osservi il tuo comportamento e che ti preoccupi di non fare del male a tua figlia, è già un segno di sensibilità affettiva e responsabilità. I genitori davvero disinteressati raramente si interrogano così profondamente.
Nessun essere umano ama in modo “perfetto” o totalmente privo di ego. Non esiste un genitore completamente illuminato, puro o immune dai propri limiti. Crescere un figlio significa inevitabilmente portare anche le proprie fragilità, paure, bisogni e imperfezioni. Questo non rende falso l’amore.
L’idea secondo cui “se non distruggi l’ego non amerai mai veramente tuo figlio” non è una verità scientifica o psicologica universale: è una visione filosofico-spirituale particolare.
Alcune correnti spirituali parlano di superamento dell’ego come cammino interiore, ma questo non significa che chi non intraprende quel percorso sia un cattivo genitore o viva una vita falsa.
Anzi, quando certi messaggi vengono presentati in modo assoluto (“solo chi si risveglia ama davvero”, “tutti fanno male ai figli inconsapevolmente”), possono generare molta ansia e senso di inadeguatezza, specialmente nelle persone più coscienziose.
Essere un buon padre, nella realtà concreta, spesso significa cose molto umane: esserci. proteggere, ascoltare. chiedere scusa quando si sbaglia, dare affetto e sicurezza, crescere insieme ai propri figli senza pretendere perfezione.
Tua figlia non ha bisogno di un padre “senza ego” o spiritualmente illuminato. Ha bisogno di un padre sufficientemente presente, stabile e amorevole. E da quello che scrivi, sembri molto orientato in questa direzione.
Può essere utile anche ricordare che la profondità con cui qualcuno parla non rende automaticamente vere tutte le sue affermazioni; il linguaggio spirituale può avere un forte impatto emotivo; non sei obbligato a seguire un percorso mistico per essere una persona autentica o libera.
Se alcuni contenuti ti fanno stare peggio, ti fanno dubitare radicalmente di te stesso o ti spingono a sentirti “sbagliato” nonostante una vita affettiva sana, forse è il caso di prenderli con più distanza critica.
Puoi continuare a crescere interiormente, cosa che facciamo tutti, senza doverti forzare in un cammino che senti estraneo. La crescita autentica non nasce dalla paura di essere “inferiore”, ma da una ricerca personale che abbia senso per te.
Ti mando un caloroso saluto e rimango a tua completa disposizione.
Dott. Michele Basigli
Perugia
Però è importante distinguere una riflessione filosofica da una verità assoluta sulla tua capacità di amare tua figlia.
Il fatto stesso che tu ti ponga queste domande, che desideri essere un buon padre, che osservi il tuo comportamento e che ti preoccupi di non fare del male a tua figlia, è già un segno di sensibilità affettiva e responsabilità. I genitori davvero disinteressati raramente si interrogano così profondamente.
Nessun essere umano ama in modo “perfetto” o totalmente privo di ego. Non esiste un genitore completamente illuminato, puro o immune dai propri limiti. Crescere un figlio significa inevitabilmente portare anche le proprie fragilità, paure, bisogni e imperfezioni. Questo non rende falso l’amore.
L’idea secondo cui “se non distruggi l’ego non amerai mai veramente tuo figlio” non è una verità scientifica o psicologica universale: è una visione filosofico-spirituale particolare.
Alcune correnti spirituali parlano di superamento dell’ego come cammino interiore, ma questo non significa che chi non intraprende quel percorso sia un cattivo genitore o viva una vita falsa.
Anzi, quando certi messaggi vengono presentati in modo assoluto (“solo chi si risveglia ama davvero”, “tutti fanno male ai figli inconsapevolmente”), possono generare molta ansia e senso di inadeguatezza, specialmente nelle persone più coscienziose.
Essere un buon padre, nella realtà concreta, spesso significa cose molto umane: esserci. proteggere, ascoltare. chiedere scusa quando si sbaglia, dare affetto e sicurezza, crescere insieme ai propri figli senza pretendere perfezione.
Tua figlia non ha bisogno di un padre “senza ego” o spiritualmente illuminato. Ha bisogno di un padre sufficientemente presente, stabile e amorevole. E da quello che scrivi, sembri molto orientato in questa direzione.
Può essere utile anche ricordare che la profondità con cui qualcuno parla non rende automaticamente vere tutte le sue affermazioni; il linguaggio spirituale può avere un forte impatto emotivo; non sei obbligato a seguire un percorso mistico per essere una persona autentica o libera.
Se alcuni contenuti ti fanno stare peggio, ti fanno dubitare radicalmente di te stesso o ti spingono a sentirti “sbagliato” nonostante una vita affettiva sana, forse è il caso di prenderli con più distanza critica.
Puoi continuare a crescere interiormente, cosa che facciamo tutti, senza doverti forzare in un cammino che senti estraneo. La crescita autentica non nasce dalla paura di essere “inferiore”, ma da una ricerca personale che abbia senso per te.
Ti mando un caloroso saluto e rimango a tua completa disposizione.
Dott. Michele Basigli
Perugia
Buongiorno,
quello che descrive è una situazione piuttosto frequente quando si entra in contatto con contenuti molto “assoluti” o spirituali, che usano linguaggi forti e totalizzanti come “ego da distruggere” o “amore vero solo attraverso un risveglio”. È comprensibile che possano generare dubbi e anche un certo senso di colpa, soprattutto quando toccano un tema delicato come la genitorialità.
Dal punto di vista psicologico, però, è importante fare una distinzione: questi messaggi appartengono a un ambito filosofico o spirituale personale e non rappresentano conoscenze scientifiche della psicologia dello sviluppo o della genitorialità. Nella pratica clinica non esiste l’idea che un genitore “non ami davvero” i propri figli se non compie determinati percorsi interiori. Al contrario, la ricerca ci mostra che ciò che conta maggiormente per il benessere dei bambini è la presenza emotiva, la capacità di sintonizzarsi con loro, la cura quotidiana e la sufficiente consapevolezza dei propri stati emotivi, non una “trasformazione radicale dell’ego”.
Quando si entra in contatto con contenuti molto suggestivi, può accadere un fenomeno mentale comune: si tende a considerarli più “veri” o superiori rispetto ad altri saperi, soprattutto se vengono espressi con linguaggi profondi o spirituali. Questo però non significa che siano automaticamente più corretti o applicabili alla vita reale.
Il fatto che lei si stia interrogando su questi temi e che si ponga il problema di essere un buon padre è già, di per sé, un indicatore di attenzione e responsabilità genitoriale. Il dubbio che sta vivendo non è una prova di inadeguatezza, ma piuttosto l’effetto di un contenuto che l’ha colpita emotivamente e l’ha messa in discussione in modo rigido e assoluto.
Non è necessario forzarsi in percorsi che non sente propri o che le generano confusione o disagio. La crescita personale non dovrebbe mai partire da un senso di “non essere abbastanza”, ma da una maggiore comprensione di sé e da strumenti concreti per vivere meglio le relazioni.
Se questi pensieri continuano a generare ansia o insicurezza rispetto al suo ruolo genitoriale, può essere utile confrontarsi con uno psicologo o psicoterapeuta, per rielaborare questi contenuti in modo più critico e restituire equilibrio tra ciò che sente, ciò che crede e ciò che è realmente utile nella quotidianità.
Un approfondimento con uno specialista può aiutarla a fare chiarezza senza sentirsi sbagliato o in difetto.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
quello che descrive è una situazione piuttosto frequente quando si entra in contatto con contenuti molto “assoluti” o spirituali, che usano linguaggi forti e totalizzanti come “ego da distruggere” o “amore vero solo attraverso un risveglio”. È comprensibile che possano generare dubbi e anche un certo senso di colpa, soprattutto quando toccano un tema delicato come la genitorialità.
Dal punto di vista psicologico, però, è importante fare una distinzione: questi messaggi appartengono a un ambito filosofico o spirituale personale e non rappresentano conoscenze scientifiche della psicologia dello sviluppo o della genitorialità. Nella pratica clinica non esiste l’idea che un genitore “non ami davvero” i propri figli se non compie determinati percorsi interiori. Al contrario, la ricerca ci mostra che ciò che conta maggiormente per il benessere dei bambini è la presenza emotiva, la capacità di sintonizzarsi con loro, la cura quotidiana e la sufficiente consapevolezza dei propri stati emotivi, non una “trasformazione radicale dell’ego”.
Quando si entra in contatto con contenuti molto suggestivi, può accadere un fenomeno mentale comune: si tende a considerarli più “veri” o superiori rispetto ad altri saperi, soprattutto se vengono espressi con linguaggi profondi o spirituali. Questo però non significa che siano automaticamente più corretti o applicabili alla vita reale.
Il fatto che lei si stia interrogando su questi temi e che si ponga il problema di essere un buon padre è già, di per sé, un indicatore di attenzione e responsabilità genitoriale. Il dubbio che sta vivendo non è una prova di inadeguatezza, ma piuttosto l’effetto di un contenuto che l’ha colpita emotivamente e l’ha messa in discussione in modo rigido e assoluto.
Non è necessario forzarsi in percorsi che non sente propri o che le generano confusione o disagio. La crescita personale non dovrebbe mai partire da un senso di “non essere abbastanza”, ma da una maggiore comprensione di sé e da strumenti concreti per vivere meglio le relazioni.
Se questi pensieri continuano a generare ansia o insicurezza rispetto al suo ruolo genitoriale, può essere utile confrontarsi con uno psicologo o psicoterapeuta, per rielaborare questi contenuti in modo più critico e restituire equilibrio tra ciò che sente, ciò che crede e ciò che è realmente utile nella quotidianità.
Un approfondimento con uno specialista può aiutarla a fare chiarezza senza sentirsi sbagliato o in difetto.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve, da ciò che scrive emerge quanto tenga profondamente alla sua famiglia e al desiderio di essere un padre presente, affettuoso e responsabile. Proprio questo aspetto, a mio avviso, è importante da non perdere di vista mentre attraversa questo momento di dubbio e destabilizzazione. Le parole che ha ascoltato sembrano aver toccato un punto molto delicato dentro di lei: la paura di poter fare del male a sua figlia senza accorgersene, oppure l’idea di non essere “abbastanza consapevole” o “abbastanza evoluto” per amarla davvero. Quando si incontrano discorsi molto profondi, assoluti o carichi di significato esistenziale, può succedere che la mente inizi a mettere sotto processo sé stessa. È un meccanismo molto comune, soprattutto nelle persone sensibili, riflessive e con un forte senso di responsabilità. Si inizia allora a dubitare di ciò che prima appariva naturale e autentico. Si guarda la propria serenità con sospetto, quasi come se fosse “troppo semplice” per essere vera. E più si cerca una certezza assoluta sul fatto di essere un buon genitore, più si rischia di sentirsi improvvisamente inadeguati. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, spesso il problema non nasce tanto dal contenuto del pensiero, quanto dal peso e dalla credibilità totale che gli attribuiamo. Se una persona percepita come molto profonda o autorevole afferma qualcosa di forte, la mente può reagire come se quelle parole fossero una verità universale e incontestabile. Ma attenzione: il fatto che un pensiero sia espresso in modo convincente, spirituale o filosoficamente affascinante non significa automaticamente che debba diventare una legge valida per tutti. L’idea che un genitore possa amare davvero un figlio soltanto dopo aver raggiunto una sorta di “illuminazione” interiore rischia di diventare molto schiacciante. La realtà umana è molto più complessa e molto più imperfetta di così. I figli non crescono con genitori perfetti, totalmente privi di ego, paura o limiti. Crescono con genitori sufficientemente presenti, affettuosi, capaci di mettersi in discussione, di riparare agli errori, di esserci emotivamente. E da quello che racconta, lei sembra già interrogarsi con sincerità sul proprio modo di stare nella relazione con sua figlia. Mi colpisce anche un altro aspetto: scrive che fino a poco tempo fa si sentiva sereno della sua vita e della sua famiglia. Questo significa che dentro di lei esisteva già una percezione autentica di valore, amore e direzione. A volte, quando entriamo in contatto con messaggi molto radicali o totalizzanti, rischiamo di perdere il contatto con la nostra esperienza concreta e iniziamo a vivere secondo parametri impossibili da raggiungere. È come se improvvisamente ogni gesto spontaneo venisse giudicato insufficiente. Inoltre, il fatto che lei senta di non voler intraprendere quel tipo di percorso non significa automaticamente che stia sbagliando. È importante distinguere tra una scelta sentita e una scelta fatta per paura, colpa o pressione interiore. Forzarsi a seguire una strada spirituale o filosofica soltanto perché ci si sente “inferiori” o “moralmente sbagliati” raramente porta a un benessere autentico. Spesso, anzi, aumenta l’ansia, il senso di colpa e la confusione. Credo che potrebbe esserle utile, più che rincorrere idee assolute sulla perfezione interiore, comprendere meglio cosa abbia reso queste parole così potenti per lei. Perché hanno avuto questo impatto? Quale paura hanno acceso? Quale parte di sé hanno toccato? A volte dietro questi dubbi si nasconde un bisogno molto umano di sentirsi “abbastanza”, di avere la certezza di non ferire chi si ama, di trovare una formula definitiva per essere nel giusto. Ma le relazioni umane non funzionano attraverso formule perfette. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo: non a dirle quale filosofia seguire o quale verità adottare, ma a comprendere i suoi schemi di pensiero, il modo in cui alcune idee arrivano a destabilizzarla così profondamente e il significato emotivo che assumono per lei. Un approccio cognitivo comportamentale, in particolare, potrebbe aiutarla a osservare con maggiore equilibrio quei pensieri che oggi sembrano assoluti e incontestabili, senza per questo svalutare la sua profondità o la sua sensibilità. Il fatto stesso che lei si ponga queste domande dice già molto sul tipo di padre che desidera essere. E spesso i figli non hanno bisogno di figure perfette o “illuminate”, ma di persone autentiche, presenti e umane. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gentile utente, colpisce come da una parte lei descriva una vita che sente piena, affettivamente viva, con una moglie e una bambina verso cui percepisce presenza e cura, e dall’altra come alcune parole ascoltate dall’esterno abbiano improvvisamente incrinato questa sensazione di fiducia facendola sentire “non abbastanza consapevole” o addirittura sbagliato.
Credo sia importante distinguere un aspetto: una riflessione filosofica o spirituale può certamente offrire spunti profondi, ma diventa problematica quando rischia di trasformarsi in una misura assoluta con cui giudicare sé stessi o il proprio modo di amare. Nelle relazioni umane, e soprattutto nella genitorialità, non esiste uno stato di perfezione interiore da raggiungere prima di poter amare davvero un figlio. Anzi, spesso i figli crescono proprio dentro la possibilità di avere accanto genitori umani, con limiti, fragilità, dubbi, riparazioni e autenticità.
Dal suo racconto non emerge un uomo indifferente o inconsapevole, ma piuttosto una persona molto interrogante, che si mette in discussione e che teme di poter fare del male proprio perché tiene profondamente al legame con sua figlia. Questo è molto diverso dall’assenza di amore.
Mi sembra anche che lei stia attribuendo a questa figura filosofica una sorta di autorità “superiore”, quasi definitiva, mentre contemporaneamente svaluta il proprio sentire interno. È interessante chiedersi come mai le parole di qualcuno incontrato attraverso dei video abbiano avuto più forza della sua esperienza concreta di padre, marito e persona. A volte, quando un discorso si presenta come “profondo” o “illuminato”, può generare l’idea che esista una verità assoluta a cui adeguarsi, ma questo rischia di allontanare dal contatto con ciò che realmente si vive nelle relazioni quotidiane.
Anche nelle tradizioni spirituali autentiche, il percorso non dovrebbe nascere dalla paura di essere sbagliati o dalla forzatura, ma da un movimento personale e libero. Se lei sente che quel tipo di cammino non le appartiene, questo non significa automaticamente che viva in modo falso o inconsapevole.
Una domanda più funzionale da porsi potrebbe essere: “come sto nella relazione con mia figlia, con mia moglie e con me stesso?”. Ed è una domanda a cui spesso rispondono più i gesti quotidiani, la capacità di esserci, di riconoscere gli errori e di costruire legami, che non l’adesione ad una teoria assolutistica.
Credo sia importante distinguere un aspetto: una riflessione filosofica o spirituale può certamente offrire spunti profondi, ma diventa problematica quando rischia di trasformarsi in una misura assoluta con cui giudicare sé stessi o il proprio modo di amare. Nelle relazioni umane, e soprattutto nella genitorialità, non esiste uno stato di perfezione interiore da raggiungere prima di poter amare davvero un figlio. Anzi, spesso i figli crescono proprio dentro la possibilità di avere accanto genitori umani, con limiti, fragilità, dubbi, riparazioni e autenticità.
Dal suo racconto non emerge un uomo indifferente o inconsapevole, ma piuttosto una persona molto interrogante, che si mette in discussione e che teme di poter fare del male proprio perché tiene profondamente al legame con sua figlia. Questo è molto diverso dall’assenza di amore.
Mi sembra anche che lei stia attribuendo a questa figura filosofica una sorta di autorità “superiore”, quasi definitiva, mentre contemporaneamente svaluta il proprio sentire interno. È interessante chiedersi come mai le parole di qualcuno incontrato attraverso dei video abbiano avuto più forza della sua esperienza concreta di padre, marito e persona. A volte, quando un discorso si presenta come “profondo” o “illuminato”, può generare l’idea che esista una verità assoluta a cui adeguarsi, ma questo rischia di allontanare dal contatto con ciò che realmente si vive nelle relazioni quotidiane.
Anche nelle tradizioni spirituali autentiche, il percorso non dovrebbe nascere dalla paura di essere sbagliati o dalla forzatura, ma da un movimento personale e libero. Se lei sente che quel tipo di cammino non le appartiene, questo non significa automaticamente che viva in modo falso o inconsapevole.
Una domanda più funzionale da porsi potrebbe essere: “come sto nella relazione con mia figlia, con mia moglie e con me stesso?”. Ed è una domanda a cui spesso rispondono più i gesti quotidiani, la capacità di esserci, di riconoscere gli errori e di costruire legami, che non l’adesione ad una teoria assolutistica.
Buongiorno, quello che descrive sembra più legato all’impatto che alcune idee hanno avuto su di lei che a un reale problema nel rapporto con sua figlia.
Quando si incontrano contenuti molto profondi, assoluti o presentati come “verità definitive” sulla crescita personale o sulla genitorialità, può succedere di sentirsi improvvisamente inadeguati o “sbagliati”, soprattutto se si è persone attente e sensibili al proprio ruolo di genitore. È importante però distinguere tra riflessione personale e messaggi che rischiano di creare un ideale irraggiungibile. L’idea che si possa amare davvero un figlio solo dopo un completo “annullamento dell’ego” o un percorso spirituale specifico non appartiene alla psicologia scientifica e può facilmente generare senso di colpa o confusione.
Essere un buon padre non significa essere perfetti o totalmente “illuminati”, ma essere presenti, sufficientemente consapevoli, capaci di cura, ascolto e riparazione quando si sbaglia. E da quello che scrive, sembra che lei sia molto coinvolto e attento al benessere della sua famiglia.
Il fatto che non senta suo questo tipo di percorso non significa che sia meno libero o meno capace di amare. Ognuno può cercare senso, crescita e consapevolezza in modi diversi, senza doversi forzare ad aderire a visioni che non sente autentiche per sé.
Se queste riflessioni stanno però diventando fonte di ansia, dubbio o svalutazione personale, può essere utile parlarne in uno spazio psicologico che la aiuti a distinguere tra crescita personale e richieste interiori troppo rigide o idealizzate.
Quando si incontrano contenuti molto profondi, assoluti o presentati come “verità definitive” sulla crescita personale o sulla genitorialità, può succedere di sentirsi improvvisamente inadeguati o “sbagliati”, soprattutto se si è persone attente e sensibili al proprio ruolo di genitore. È importante però distinguere tra riflessione personale e messaggi che rischiano di creare un ideale irraggiungibile. L’idea che si possa amare davvero un figlio solo dopo un completo “annullamento dell’ego” o un percorso spirituale specifico non appartiene alla psicologia scientifica e può facilmente generare senso di colpa o confusione.
Essere un buon padre non significa essere perfetti o totalmente “illuminati”, ma essere presenti, sufficientemente consapevoli, capaci di cura, ascolto e riparazione quando si sbaglia. E da quello che scrive, sembra che lei sia molto coinvolto e attento al benessere della sua famiglia.
Il fatto che non senta suo questo tipo di percorso non significa che sia meno libero o meno capace di amare. Ognuno può cercare senso, crescita e consapevolezza in modi diversi, senza doversi forzare ad aderire a visioni che non sente autentiche per sé.
Se queste riflessioni stanno però diventando fonte di ansia, dubbio o svalutazione personale, può essere utile parlarne in uno spazio psicologico che la aiuti a distinguere tra crescita personale e richieste interiori troppo rigide o idealizzate.
Buongiorno :) comincio con una frase fatta che sicuramente l'ha già sentita in precedenza: i bambini non nascono con un manuale d'istruzioni. Sarebbe molto bello, ma purtroppo quando cerchiamo di crescere questi piccoli umani adorabili e diabolici allo stesso tempo, ci chiediamo sempre se stiamo facendo un buon lavoro, è normale e il solo porsi questa domanda fa di noi dei buoni genitori. Tuttavia, non mi è chiaro perchè lei reputi le parole di chi ha registrato questo video di filosofia come di maggior valore rispetto a quello che sente lei o a quello che le ha detto il suo amico. Se ha bisogno di fare due chiacchiere e approfondire il mondo della genitorialità, sono a disposizione. Buona giornata.
Buongiorno, è importante che lei si ascolti e non si senta in colpa per non rispondere a proposte che non sente possibili per lei in questo momento della sua vita. I percorsi mistici hanno sempre alla base il credere, la fede e quindi richiedono adesione completa. A mio avviso è essenziale che le persone arrivino a delle loro verità a seguito di un percorso graduale di conoscenza, è molto difficile che delle verità esterne e fideistiche vadano per forza bene per tutti. Oltretutto da come lei la descrive ha delle note colpevolizzanti, se lei ha cercato di essere un buon padre, sicuramente con le fragilità di tutti noi, lei lo è. Se ha bisogno di aiuto e consulenza sono a disposizione, anche online. Buona Giornata. Dario Martelli
Gentilissimo,
Capisco bene il turbamento che queste parole hanno generato in Lei. Quando qualcuno parla con tono assoluto, usando concetti spirituali profondi e un linguaggio che sembra “superiore”, è facile che il messaggio arrivi come una verità indiscutibile, soprattutto se tocca corde sensibili come l’essere un buon padre.
Vorrei però offrirLe una prospettiva più radicata nella psicologia clinica: non è necessario “distruggere l’ego” per amare davvero un figlio. Anzi, nella nostra disciplina l’ego non è un ostacolo all’amore, ma la struttura che permette di essere presenti, affidabili, capaci di cura. L’idea che senza un percorso mistico Lei non possa amare davvero Sua figlia è una forma di pensiero assolutistico che destabilizza perché mette in dubbio ciò che ha già costruito con dedizione.
Lei descrive una famiglia serena, un legame buono, un impegno autentico. Questo è ciò che conta. Il resto è una narrazione filosofica che può essere interessante, ma non ha il potere di definire la qualità del Suo amore.
Mi sembra che la parte più dolorosa sia l’idea di essere “sbagliato” perché non sente Suo quel percorso. In realtà, ciò che sta accadendo è più semplice: un messaggio molto radicale ha incontrato una persona molto responsabile, e la responsabilità ha fatto scattare il dubbio.
Il mio consiglio è quello di farsi supportare nel lavoro terapeutico atto a restituirLe un senso di fiducia: l’amore non nasce dall’azzeramento dell’io, ma dalla capacità di esserci, di rispondere, di crescere insieme ai propri figli. E Lei questo, a parere mio, lo sta facendo. Resto a disposizione, un cordiale saluto. Dott.ssa Michelle Borrelli
Capisco bene il turbamento che queste parole hanno generato in Lei. Quando qualcuno parla con tono assoluto, usando concetti spirituali profondi e un linguaggio che sembra “superiore”, è facile che il messaggio arrivi come una verità indiscutibile, soprattutto se tocca corde sensibili come l’essere un buon padre.
Vorrei però offrirLe una prospettiva più radicata nella psicologia clinica: non è necessario “distruggere l’ego” per amare davvero un figlio. Anzi, nella nostra disciplina l’ego non è un ostacolo all’amore, ma la struttura che permette di essere presenti, affidabili, capaci di cura. L’idea che senza un percorso mistico Lei non possa amare davvero Sua figlia è una forma di pensiero assolutistico che destabilizza perché mette in dubbio ciò che ha già costruito con dedizione.
Lei descrive una famiglia serena, un legame buono, un impegno autentico. Questo è ciò che conta. Il resto è una narrazione filosofica che può essere interessante, ma non ha il potere di definire la qualità del Suo amore.
Mi sembra che la parte più dolorosa sia l’idea di essere “sbagliato” perché non sente Suo quel percorso. In realtà, ciò che sta accadendo è più semplice: un messaggio molto radicale ha incontrato una persona molto responsabile, e la responsabilità ha fatto scattare il dubbio.
Il mio consiglio è quello di farsi supportare nel lavoro terapeutico atto a restituirLe un senso di fiducia: l’amore non nasce dall’azzeramento dell’io, ma dalla capacità di esserci, di rispondere, di crescere insieme ai propri figli. E Lei questo, a parere mio, lo sta facendo. Resto a disposizione, un cordiale saluto. Dott.ssa Michelle Borrelli
Buonasera, grazie per ciò che condivide. Mi chiederei come mai sente di attribuire il suo senso di libertà e la sua esperienza di paternità ad un percorso di counseling filosofico che indica una "strada maestra", piuttosto che a se stesso. Per entrare in contatto con la profondità, piuttosto che guardare in alto o davanti, potrebbe guardare dentro se stesso?
Dott.ssa Claudia Pica
Dott.ssa Claudia Pica
La questione che porta tocca un tema delicato, l'incontro fra messaggi assolutistici e i nostri valori personali. In ottica cognitivo-comportamentale, un'affermazione come "se non fai un certo percorso, non ami davvero tuo figlio" è un pensiero a polarizzazione massima, una distorsione cognitiva tipica, doverizzazione e pensiero tutto o nulla, che genera senso di colpa, ansia e svalutazione di sé. Le suggerisco un esercizio di ristrutturazione, identificare il pensiero ("sono un padre sbagliato"), valutarne le evidenze concrete (cura, presenza, sintonia con sua figlia) e formulare un'alternativa più equilibrata. Dall'ACT, la diffusione cognitiva aiuta a osservare quel pensiero senza fonderlo con la propria identità, "noto che la mia mente mi sta dicendo che…". La crescita personale è preziosa, ma nessun percorso unico è obbligatorio per essere un buon genitore, anzi l'amore si manifesta nelle scelte quotidiane. Se il disagio persiste, un breve percorso CBT può aiutarla a rinforzare il senso di autoefficacia genitoriale e a scegliere consapevolmente i propri valori.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Dobbiamo sempre provare a chiederci il "perchè" ci succedono certe cose. Come mai quelle parole hanno bussato in maniera così pretenziosa alla sua porta? e come mai adesso in questo momento della sua vita?.
Vede, per quanto i social siano pieni di persone che insegnano come fare i bravi genitori, ogni rapporto padre- figlio è sempre unico e difficilmente racchiudibile in regole e protocolli. Ogni genitore è diverso, non solo in base alla propria personalità e al proprio percorso di vita, ma anche perchè quel figlio ha caratteristiche proprie e particolari. Si chieda che cosa significa per lei "essere un bravo genitore", ma si risponda con parole sue e con le sue riflessioni, perchè solo lei conosce la sua famiglia e i suoi figli (e questo le darà già un pezzo della risposta).
Vede, per quanto i social siano pieni di persone che insegnano come fare i bravi genitori, ogni rapporto padre- figlio è sempre unico e difficilmente racchiudibile in regole e protocolli. Ogni genitore è diverso, non solo in base alla propria personalità e al proprio percorso di vita, ma anche perchè quel figlio ha caratteristiche proprie e particolari. Si chieda che cosa significa per lei "essere un bravo genitore", ma si risponda con parole sue e con le sue riflessioni, perchè solo lei conosce la sua famiglia e i suoi figli (e questo le darà già un pezzo della risposta).
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