Buongiorno, pongo un quesito. Credo che la difficoltà che sento nel sentirmi legittimata nella mia o

Buongiorno, pongo un quesito. Credo che la difficoltà che sento nel sentirmi legittimata nella mia opinione anche se l’altro è in disaccordo con me, derivi dalla paura di non sentirmi amata o di sentirmi svalutata. Sin da piccola soprattutto mio papà mi dava della stupida se sbagliavo qualcosa o se dicevo una cosa per cui lui non era d’accordo. Penso che nel rifiuto soprattutto di persone care, del mio pensiero, faccia attivare questa paura. Ma ho imparato a dire a me stessa che il mio pensiero è valido proprio perché nato per come sono io come persona, non può essere diverso altrimenti non sarei la persona che sono. Mi piace dire che sono un dato di fatto. Esisto così come sono e se qualcuno è in disaccordo, giudica me in base al suo essere un dato di fatto, un essere in relazione come me. Eppure il suo rifiuto mi pesa tantissimo. Su cosa potrei riflettere in questa estate?

3 risposte


Forse rifletterei sul fatto che lei, come l'altro, è molto più di un dato di fatto, è un universo dinamico in continua evoluzione che avviene proprio anche grazie allo spazio della relazione. La relazione è un incontro di mondi in cui si può imparare a gestire la diversità trovandoci dentro la crescita del proprio sé, oltre che del legame. Se vuole in internet troverà molto sulla maieutica del conflitto e la competenza conflittuale, questo potrà aiutarla a dare un nuovo punto di vista a questa difficoltà, che ogni essere umano, non solo lei, incontra nel proprio percorso di individuazione e crescita.

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Quello che scrivi mi colpisce perché mostra una grande capacità di osservarti. Hai già individuato un collegamento importante tra ciò che hai vissuto da bambina e quello che accade oggi quando una persona significativa è in disaccordo con te. Ti farei però una proposta di riflessione leggermente diversa. Più che domandarti "perché il rifiuto mi pesa così tanto?", prova a chiederti: "Che cosa succede dentro di me nel momento esatto in cui qualcuno non condivide il mio pensiero?" Osserva la sequenza. Qual è il primo pensiero che compare? Quale emozione arriva subito dopo? E soprattutto: che cosa fai in quel momento? Ti giustifichi? Cerchi di convincere l'altro? Cominci a dubitare di te? Ti chiudi? Oppure continui a ripensare a quella conversazione per ore? Spesso non è tanto il disaccordo dell'altro a mantenere la sofferenza, quanto il modo in cui noi proviamo a proteggerci da quel disaccordo. Mi ha colpito anche questa frase: "Sono un dato di fatto." La trovo un'immagine molto potente. Ti inviterei però a fare un piccolo passo ulteriore. Essere convinti del valore del proprio pensiero non significa che il disaccordo non faccia male. Significa poter tollerare che qualcuno ci veda diversamente senza che questo diventi una misura del nostro valore. Per questa estate potresti osservare ogni situazione in cui qualcuno non è d'accordo con te e porti tre domande: Cosa temo realmente che accada se questa persona continua a pensarla diversamente? Che cosa faccio per cercare di ridurre quel disagio? Quello che faccio mi aiuta davvero a sentirmi più libera oppure mi tiene ancora più legata al bisogno di essere approvata? Credo che il lavoro non sia convincerti che il tuo pensiero sia valido – questo, in parte, lo stai già facendo – ma allenarti a rimanere nella relazione anche quando l'altro non conferma la tua immagine di te. È lì che, poco alla volta, si costruisce una legittimazione più profonda: non quella che nasce dall'accordo degli altri, ma quella che rimane stabile anche in presenza del loro disaccordo. Buone osservazioni e buona estate.


Buongiorno, capisco ciò che dice. Immagino che la sua storia di vita, così come le reazioni che racconta dei suoi familiari, abbiano contribuito ad instaurare in lei una sorta di "regola": se una persona per me importante è in disaccordo con me, allora sono sbagliata o non amabile. Questa "regola" contribuirà a generare dei pensieri automatici di svalutazione verso te stessa ogni volta che si palesa un disaccordo. La invito a tenere un diario di automonitoraggio di questi pensieri negativi e svalutanti, scrivendo: in una colonna l'evento (ossia cosa stava accadendo in quel momento). In un'altra colonna, ciò che lei ha pensato e quindi il pensiero automatico che è subentrato. Nella terza colonna metterà come si è sentita (es. triste). Un buon esercizio per l'estate potrebbe essere allenarsi a trovare delle prove a sfavore del pensiero automatico negativo, delle prove che lo confutano. Cercando così di riformulare il pensiero in termini più positivi e costruttivi.

Tutti i contenuti, in particolare domande e risposte, sono di natura informativa e non possono in alcun caso sostituire una diagnosi medica.