Buongiorno, scrivo qui in cerca di un consulto riguardo a una situazione che mi sta creando estremo

Buongiorno, scrivo qui in cerca di un consulto riguardo a una situazione che mi sta creando estremo disagio. Sto attualmente frequentando una scuola di specializzazione che mi richiede di svolgere un totale di 150 ore di tirocinio entro la fine di quest'anno. Dopo mesi di ricerche, con molta fatica, sono riuscito a trovare una struttura che mi ospitasse. Al momento ho svolto quasi metà delle ore necessarie, e dovrei riuscire a maturarle tutte entro fine luglio. Il problema è il rapporto con i miei tutor, infatti credo mi abbiano preso in antipatia per alcuni errori che ho commesso nello svolgere le mie attività, attività su cui non sono neanche stato formato. Mi trattano come fossi uno stupido (ammetto che per la tensione di sbagliare mi capita di fare qualche uscita "sciocca"), mi si rivolgono in modo scocciato e prepotente. In questi casi però non riesco a farmi valere perché è come se mi "bloccassi emotivamente", non riesco a rispondere a tono. E ovviamente tutto questo mi fa star male perché mi sembra un comportamento scorretto. Pensando di doverci tornare mi assale l'ansia, mi fa male lo stomaco, ho angoscia e dormo poco e male. Sto meditando di lasciare la struttura, ma questo comporterebbe doverne trovare un'altra entro la fine dell'anno, pena il dover ripagare e ripetere l'anno di scuola. Ma se non dovessi riuscire a trovarne un'altra? Quale altra scelta ho oltre quella di stringere i denti e sopportare questa situazione per un altro mese, magari rimettendoci in salute psico-fisica? Sono demoralizzato e combattuto, non so come muovermi

56 risposte


Salve provi ad ascoltare questa sua difficoltà e magari a dargli spazio, in un colloquio psicologico per comprendere come poter acquisire maggiore fiducia in sè ed autostima, andando oltre le azioni altrui, per quanto siano portatrici di sofferenza. Investire su di sè, sulla propria formazione ed anche sulla sua salute mentale possono portare dei benefici a breve e lungo termine e darle strumenti nel suo bagaglio che viaggerà con lei, sia dentro che fuori i contesti lavorativi. Spero di averle dato qualche spunto di riflessione.

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Doctor #629345

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Buongiorno, da ciò che scrivi mi sembra di comprendere che ti senti in crisi in relazione a questa situazione che descrivi. Ti senti mortificato dai comportamenti che descrivi. Provi ansia, anche anticipatoria, frustrazione e autosvalutazione in molte delle situazioni che sperimenti. La tua difficoltà deriva, non solo dal dover far fronte a questi vissuti, ma soprattutto dal sentirti combattuto rispetto a cosa fare. Ti senti perso, come se non sapessi cosa fare: se tenere duro e finire il tirocinio, se mollare perchè è troppo o altre opzioni. Insomma, non sai che direzione prendere. Purtroppo, non è possibile rispondere in modo esauriente a questa domanda. Tuttavia, sono disponibile se dovessi aver bisogno di chiarimenti o qualora volessi iniziare un percorso psicologico in cui esplorare questi vissuti. PS. Ti ricordo che, come psicologo, non posso indirizzarti nel prendere una scelta, partendo dal presupposto che sia una responsabilità tua scegliere. Il ruolo di uno psicologo è di dare un sostegno umano ed efficace, facilitando questo processo e credendo quindi nelle tue risorse. Ti auguro una buona giornata e sono disponibile. Un caro saluto, Daniele Morandin

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Doctor #632416

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Gentile paziente,quello che descrivi è una situazione che può mettere molto in difficoltà, soprattutto quando si è in formazione e si vorrebbe imparare in un ambiente in cui ci si sente accolti e guidati. Se, invece, prevale la paura di sbagliare, ogni giornata può trasformarsi in una fonte di ansia.Mi ha colpito una frase del tuo messaggio. Dici che ti blocchi e non riesci a rispondere quando vieni trattato in modo brusco. È una reazione molto comune. Quando ci si sente giudicati o svalutati, alcune persone reagiscono attaccando, altre si chiudono. Questo non significa essere deboli, ma avere un sistema di difesa che si attiva nelle situazioni percepite come minacciose. Prova anche a chiederti se i tuoi tutor ti stiano realmente considerando incapace oppure se, dopo alcuni episodi, tu abbia iniziato ad aspettarti il giudizio negativo e questo ti porti ad aumentare l'ansia e a commettere più errori. A volte si crea un circolo vizioso in cui la paura di sbagliare diventa il principale ostacolo.Prima di prendere una decisione, valuterei con attenzione anche l'aspetto pratico. Se manca circa un mese alla conclusione del tirocinio e cambiare struttura significa rischiare di perdere l'anno, forse può essere utile provare a portare a termine questo percorso, proteggendo però il più possibile il tuo equilibrio. Se la situazione dovesse diventare umiliante o lesiva della tua dignità, allora sarebbe opportuno parlarne anche con il referente della scuola di specializzazione. Più che stringere i denti in silenzio, cerca di ricordarti che questo tirocinio rappresenta solo una tappa del tuo percorso professionale. Il giudizio di due tutor non definisce il tuo valore né le tue competenze future. Un caro saluto, Dott.ssa Alina Mustatea Psicologa Clinica giuridica e Psicodiagnosta

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Doctor #598973

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La ringrazio per aver condiviso una fatica che, purtroppo, tocca da vicino moltissimi professionisti in formazione, me compreso. Le dinamiche all'interno dei contesti istituzionali e accademici possono essere estremamente asimmetriche: il forte squilibrio di potere tra tutor e specializzando rischia spesso di generare vissuti di profonda svalutazione e impotenza, proprio come il "blocco emotivo" che lei descrive così bene. Da una prospettiva sistemico-relazionale, il suo blocco e i sintomi fisici che avverte (l'ansia, il mal di stomaco, l'insonnia) non sono un segno di debolezza personale, ma la risposta coerente del suo organismo a un ambiente percepito come ostile e non sicuro. Quando ci si trova in un contesto in cui l'errore viene punito con l'umiliazione anziché essere accolto come momento di apprendimento, la mente va in protezione, congelando la capacità di reagire. La scelta che si trova davanti in questo momento è dolorosa, poiché la mette al bivio tra la tutela della sua salute psicofisica immediata e la tutela del suo investimento economico e temporale nel percorso di studi. Mancando ormai solo un mese al raggiungimento delle ore necessarie per quest'anno, l'opzione di concludere questo ciclo potrebbe essere letta non come un atto di sottomissione o di "sopportazione passiva", ma come una strategia attiva e protettiva per il suo futuro professionale. In questa ottica, questo ultimo mese può trasformarsi in un tempo in cui "mettersi al riparo", riducendo al minimo l'investimento emotivo nei confronti di tutor che non si stanno dimostrando formatori accoglienti. Sapere che c'è una data di scadenza precisa (la fine di luglio) può aiutarla a circoscrivere la sofferenza, focalizzandosi sul traguardo burocratico per poi concedersi, subito dopo, la libertà di cercare una nuova struttura per il futuro: un contesto differente, dove le sue competenze e la sua sensibilità possano essere valorizzate e non mortificate. Affrontare l'ansia da prestazione e il senso di ingiustizia all'interno di una relazione gerarchica è un lavoro terapeutico molto profondo. Se sente che questo blocco interviene anche in altri contesti, o se desidera un supporto per attraversare quest'ultimo mese con maggiore stabilità emotiva, un percorso psicologico ad orientamento sistemico potrebbe offrirle uno spazio sicuro in cui ridefinire i suoi confini relazionali e riappropriarsi del suo valore. Le auguro di cuore di trovare la forza per fare la scelta migliore per sé. Le faccio un grandissimo in bocca al lupo per il superamento di questo ultimo mese e per il suo brillante futuro professionale, che sono certo saprà costruirsi in un contesto migliore

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Doctor #675682

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Gentile utente, la ringrazio per aver condiviso la sua situazione così faticosa emotivamente in cui si trova combattuto in una situazione logorante, che la pone davanti al dubbio di dover cambiare struttura, con i rischi che comporta, o mettere al primo posto il suo benessere. Mi pare di capire che in questo luogo di tirocinio ci sia poco spazio per poter sbagliare, o per poter essere accompagnati nell'imparare, anche dai propri errori. Lo spazio di tirocinio dovrebbe appunto essere dedicato all’acquisire esperienza, non un luogo nel quale pretendere che il tirocinante sappia già in modo indipendente compiere un lavoro per cui, appunto, si sta formando. Il tirocinio dovrebbe essere, per sua natura, uno spazio di tutela e apprendimento, un luogo in cui l'errore viene accolto come uno strumento di crescita e non come una colpa. Essere messi alla prova su attività per cui non si è stati formati e subire atteggiamenti prepotenti o scocciati configura una dinamica svalutante che giustifica appieno il suo "blocco emotivo". Quando l’ambiente diventa poco stimolante, anzi ostile, crea un forte carico emotivo e, mi pare, anche un senso di intrappolamento. Le chiedo: la scuola nella quale si sta formando può offrirle un supporto in questa difficile situazione? Attivare l'ente di riferimento potrebbe essere di aiuto nel rompere l'isolamento e trovare soluzioni di mediazione. Nel frattempo, se sentisse la necessità di uno spazio in cui elaborare questa forte ansia e ritrovare la fiducia nelle sue risorse professionali, le lascerei la mia disponibilità per dei colloqui insieme. Le auguro di cuore di ritrovare la serenità nella strada che sceglierà di percorrere. Cordiali saluti, Dott.ssa Simona Fresu

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Doctor #706593

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Buonasera, grazie per aver condiviso ciò che sta vivendo. Da quello che racconta emerge una situazione che la sta mettendo profondamente in difficoltà. Sentirsi costantemente sotto pressione, con la paura di sbagliare e la sensazione di non essere compreso, può generare un forte stato di ansia e rendere ancora più difficile affrontare le attività quotidiane. Mi colpisce quando descrive di "bloccarsi emotivamente": quando ci si sente giudicati o poco accolti, può accadere di non riuscire a esprimere ciò che si pensa o a far valere le proprie ragioni, vivendo un senso di impotenza. Prima di prendere una decisione così importante come interrompere il tirocinio, potrebbe essere utile valutare con calma i possibili margini di confronto con la struttura o con il referente della scuola di specializzazione, così da comprendere se esistano alternative che tutelino sia il suo percorso formativo sia il suo benessere. Se l'ansia e il malessere che descrive stanno diventando così intensi da influire sul sonno e sulla salute, credo che meritino attenzione. Un supporto psicologico potrebbe aiutarla ad affrontare questo momento e a individuare la scelta più in linea con i suoi bisogni, senza sentirsi costretto a decidere sotto il peso della paura. Un caro saluto.

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Doctor #705374

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Salve, non trovarsi bene in un contesto di tirocinio, purtroppo, è un'esperienza più comune di quanto non sembri. Il mio consiglio è quello di provare a portare a termine il tirocinio per le ore restanti, per evitare la situazione stressante di dover trovare una nuova struttura nel poco tempo rimasto. Nel caso in cui la situazione sia diventata insopportabile per lei, potrebbe cercare una nuova struttura disposta ad accoglierla mentre continua il tirocinio: in questo modo, in caso non dovesse trovarla, non rischierebbe di trovarsi scoperto. Forse potrebbe essere utile, nel frattempo, iniziare un percorso psicologico, per poter parlare di questi temi e affrontare l'ansia causata da questa situazione con l'aiuto di un professionista. Le auguro il meglio per il suo tirocinio e la scuola di specializzazione. Un saluto, Dott. Andrea Rumore

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Doctor #711929

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Ciao, capisco il suo disagio ed è importante non minimizzare quello che sta vivendo. Detto questo, prima di prendere la decisione di lasciare la struttura, valuterei bene le conseguenze pratiche: ha già svolto molte ore ed è relativamente vicino al traguardo. Forse vale la pena riuscire a reggere ancora per un periodo limitato, adottando qualche strategia di tutela. Come prima cosa credo sia importante chiarire che sbagliare durante un tirocinio è normale: si è lì per imparare, non per essere già competenti in tutto. Questo, comunque, non giustifica atteggiamenti scortesi, svalutanti o umilianti da parte dei tutor. È possibile anche che il loro atteggiamento, da un lato, e la sua paura di sbagliare, dall'altro, abbiano cristallizzato il vostro modo di relazionarvi, senza permettervi di incontrarvi davvero. Se se la sente, potrebbe provare a parlare con uno dei tutor in un momento tranquillo, con un approccio non conflittuale ma propositivo: "Mi rendo conto di aver commesso alcuni errori, ma forse non ho compreso bene cosa ci si aspetta da me. Potreste aiutarmi a capire meglio come svolgere correttamente queste attività?". A volte chiedere indicazioni chiare aiuta a spezzare dinamiche che si sono irrigidite. È possibile anche che persone che affiancano tirocinanti da molti anni sentano la fatica di dover spiegare continuamente le stesse cose. Non lo dico per giustificare il loro comportamento, ma per offrirle una prospettiva diversa: la difficoltà potrebbe non essere legata direttamente a lei, bensì a dinamiche lavorative che esistono già nel contesto. Parallelamente, potrebbe valutare di confrontarsi con il responsabile della scuola di specializzazione o con il referente dei tirocini. Non necessariamente per fare una segnalazione formale, ma per spiegare le difficoltà che sta incontrando e capire quali alternative avrebbe concretamente se la situazione dovesse peggiorare. Infine, bloccarsi non è una debolezza. Quando si è sotto stress e ci si sente giudicati, è normale reagire in questo modo. Non significa che lei sia incapace di farsi valere; significa che sta vivendo una situazione che la mette sotto forte pressione. Personalmente, prima di lasciare, proverei a capire se esistono margini per concludere il tirocinio tutelando maggiormente il suo benessere. Prendere una decisione drastica nel momento di massima sofferenza rischia di farle perdere di vista anche ciò che ha già costruito. Cerchi di non affrontare tutto da solo e coinvolga la scuola: è anche loro compito supportarla quando il tirocinio non procede come dovrebbe. Un caro saluto

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Doctor #705892

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Buon pomeriggio carissima/o, quello che descrive è una situazione che può mettere seriamente sotto pressione. Sentirsi giudicati, non adeguatamente formati e percepire un clima poco accogliente può alimentare ansia, insicurezza e portare a vivere ogni giornata di tirocinio con crescente preoccupazione. Prima di prendere una decisione, le suggerirei di valutare con lucidità il rapporto tra costi e benefici delle possibili alternative. Se manca circa un mese al completamento del tirocinio e cambiarne la sede comporterebbe il rischio concreto di non riuscire a concludere il percorso, potrebbe essere utile chiedersi se questa difficoltà, per quanto spiacevole, sia temporanea e finalizzata a raggiungere un obiettivo importante. Questo non significa accettare passivamente eventuali comportamenti irrispettosi. Se ritiene che il trattamento ricevuto superi i normali richiami legati all'apprendimento, potrebbe valutare di confrontarsi con il referente della scuola o con un tutor di riferimento, esponendo i fatti in modo concreto e rispettoso. Infine, il "blocco" che descrive quando si sente criticato è un aspetto su cui vale la pena soffermarsi. Spesso non dipende da una mancanza di carattere, ma da modalità di risposta allo stress che possono essere comprese e modificate, così da affrontare situazioni simili con maggiore sicurezza anche in futuro. Se l'ansia sta diventando così intensa da compromettere il sonno, il benessere e la serenità quotidiana, potrebbe essere utile un confronto con uno psicoterapeuta. Se lo desidera, può trovare il mio profilo su MioDottore, Sono La dott.ssa Ilaria Redivo

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Doctor #633742

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Gentile utente, purtroppo quando siamo preda dell'ansia e alla paura di sbagliare andiamo incontro ad un auto-sabotaggio, mettendo in atto azioni che sono date più che altro dal timore di sbagliare e dal giudizio altrui. Non conoscono bene la situazione che sta vivendo ma mi sentirei di chiederle in quali altri momenti si è sentito così? Se questi vissuti risuonano in modo particolare dentro di lei per un motivo e se questo motivo è collegato al suo passato? Può senz'altro cambiare struttura ma è importante anche lavorare per fare in modo che si stia bene dentro se stessi. Rimango a sua disposizione, Dott.ssa Chiara Roselletti

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Doctor #633469

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Salve, è comprensibile e fisiologica la sofferenza che tale situazione le provoca. L'ansia, l'insonnia e il mal di stomaco sono segnali d'allarme e il "blocco emotivo" che sperimenta davanti ai tutor è una reazione di congelamento (freeze) in cui la mente si blocca per proteggersi. Questa tensione purtroppo satura le sue risorse cognitive, aumentando l'ansia e abbassando la lucidità mentale e la qualità della performance. Dal momento che non è possibile modificare il comportamento altrui, diventa importante interrogarsi su quali risorse e strategie sente di poter attivare per rispondere agli stimoli stressanti in struttura. Intraprendere un breve percorso di supporto psicologico potrebbe aiutarla a esplorare queste opzioni e a gestire l'angoscia di questo momento. Resto a disposizione per ulteriori chiarimenti. Cordiali saluti.

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Doctor #723121

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Buongiorno, la situazione che descrive è comprensibilmente molto difficile, soprattutto perché si trova a dover scegliere tra due alternative entrambe costose dal punto di vista personale. Da una parte c'è il desiderio di interrompere un'esperienza che la sta facendo soffrire, dall'altra la paura concreta delle conseguenze che questa decisione potrebbe avere sul suo percorso formativo. È normale sentirsi combattuti quando sembra che qualsiasi scelta comporti una perdita. Leggendo il suo racconto, emerge però un aspetto che credo meriti particolare attenzione. Lei racconta di aver commesso alcuni errori, specificando che si trattava di attività sulle quali non aveva ricevuto una formazione adeguata. Successivamente descrive il timore crescente di sbagliare, il fatto di sentirsi bloccato, di fare uscite che definisce "sciocche" proprio a causa della tensione e di non riuscire a rispondere quando viene trattato in modo che percepisce come ingiusto. Questo è un circolo che, in alcune circostanze, può alimentarsi da solo. Più cresce la paura di sbagliare, più aumenta l'attivazione emotiva. Più aumenta l'attivazione emotiva, più diventa difficile ragionare con lucidità, esprimersi come si vorrebbe e mostrare le proprie reali competenze. Ogni episodio successivo rischia così di confermare la sensazione di non essere all'altezza, aumentando ulteriormente l'ansia per il giorno seguente. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, oltre agli eventi esterni, assume molta importanza il modo in cui questi vengono interpretati. Questo non significa minimizzare il comportamento dei tutor. Se davvero il clima che descrive corrisponde alla realtà, è comprensibile che possa sentirsi ferito e mortificato. Allo stesso tempo, quando una persona vive sotto pressione, spesso tende anche ad anticipare continuamente ciò che potrebbe accadere, arrivando ogni mattina già in uno stato di forte allarme. Questo porta il corpo a reagire con sintomi come mal di stomaco, insonnia, tensione e difficoltà di concentrazione. Mi colpisce anche un'altra frase del suo messaggio: "Non riesco a farmi valere perché è come se mi bloccassi emotivamente". Credo che questa osservazione sia molto importante, perché lascia intendere che il problema non riguardi soltanto questo tirocinio, ma anche il modo in cui reagisce quando percepisce una figura autorevole come critica, arrabbiata o svalutante. Vale la pena chiedersi se questo blocco sia comparso solo in questa esperienza oppure se, in altre situazioni della sua vita, abbia già sperimentato qualcosa di simile. Alcune persone, quando si sentono giudicate o temono di deludere qualcuno, entrano in una modalità nella quale diventa estremamente difficile esprimere ciò che pensano, difendere le proprie ragioni o anche semplicemente chiedere spiegazioni. Comprendere come si è costruito questo modo di reagire può essere molto utile, perché spesso continua a ripresentarsi in contesti diversi. Per quanto riguarda la decisione pratica, credo sia importante evitare che sia l'ansia del momento a guidarla completamente. Quando siamo molto attivati emotivamente, il cervello tende a vedere soprattutto le alternative estreme. Da una parte "devo sopportare tutto", dall'altra "devo andarmene". Talvolta, invece, esistono anche possibilità intermedie che meritano di essere esplorate con calma. Potrebbe essere utile chiedersi se il disagio che sta vivendo, pur intenso, sia qualcosa che può sostenere ancora per il tempo strettamente necessario a completare le ore mancanti oppure se ritiene che stia realmente superando le sue risorse. La differenza è importante, perché completare un mese in un ambiente poco piacevole è diverso dal permanere in una situazione che rischia di compromettere seriamente il proprio benessere. Allo stesso tempo, prima di prendere una decisione definitiva, potrebbe essere utile informarsi concretamente sulle eventuali alternative disponibili. Spesso la nostra mente immagina scenari molto negativi senza avere ancora tutti gli elementi. Sapere se esistano realmente altre strutture, quali siano le tempistiche e quali margini di flessibilità offra la scuola potrebbe aiutarla a decidere con maggiore lucidità e meno sotto la spinta della paura. Mi sembra anche importante non trasformare questa esperienza in un giudizio sul suo valore personale. Il fatto che lei si senta in difficoltà in un contesto nel quale percepisce forte pressione non significa essere poco capace. L'apprendimento richiede inevitabilmente la possibilità di sbagliare, soprattutto quando non si è ancora pienamente formati. Pretendere da sé una prestazione impeccabile fin dall'inizio rischia di aumentare ulteriormente il senso di inadeguatezza. Da ciò che scrive, ho la sensazione che questa esperienza stia toccando qualcosa di più profondo del semplice tirocinio. Sembra entrare in gioco il timore del giudizio, la difficoltà ad affermarsi quando si percepisce un'autorità ostile e una tendenza a mettere rapidamente in discussione le proprie capacità. Per questo motivo credo che, indipendentemente da come si concluderà questo tirocinio, potrebbe essere molto utile dedicare uno spazio all'esplorazione di questi aspetti attraverso un percorso psicologico, preferibilmente ad orientamento cognitivo comportamentale. Non tanto per affrontare esclusivamente il problema attuale, quanto per comprendere meglio i meccanismi che si attivano in situazioni come questa e sviluppare modalità più efficaci per gestire il giudizio, l'ansia e l'assertività. Mi auguro che riesca a ricordare che un tirocinio rappresenta un'esperienza di apprendimento e non una misura del suo valore come persona o come futuro professionista. A volte un ambiente poco accogliente può farci dubitare di noi stessi molto più di quanto i fatti giustifichino. Cercare di distinguere ciò che appartiene realmente al contesto da ciò che nasce dalle paure e dalle interpretazioni personali è spesso uno dei passaggi più importanti per ritrovare serenità. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero

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Doctor #642448

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Salve, da quanto descrive e data l'oggettiva complessità e difficoltà nel trovare strutture disponibili a far svolgere il tirocinio curricolare obbligatorio per legge nei corsi di specializzazione, mi sentirei di suggerirle di cominciare un percorso psicologico con uno Psicologo Clinico o uno Psicoterapeuta che possa aiutarla a trovare strategie comunicative e di gestione della propria emotività ed assertività più funzionali al suo benessere dedicandovi il giusto tatto e tempo. Saluti. Dr. Francesco Rossi.

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Doctor #658268

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Buongiorno, per esperienza e per confronti con altri colleghi, le posso dire che purtroppo il tirocinio è ancora considerato, per alcuni professionisti, un modo per mettere in atto dinamiche di rango e di prevaricazione verso qualcuno che è gerarchicamente inferiore. Ciò che colpisce di questi ambienti è l'incapacità di comprendere che si stanno formando professionisti che potrebbero un giorno diventare colleghi alla pari e che nel terzo settore c'è bisogno che la professione venga riconosciuta in primis da noi che la attuiamo. Pertanto, io non mi sento di consigliarle nulla, le mosse le dovrà fare lei; ma le posso dire che se il clima della sua scuola di specializzazione le piace, può affidarsi a loro, parlando di questi suoi vissuti. Non è detto che oltre al clima ostile che ha trovato, ci possano essere delle sue dinamiche personali che le risuonano e pertanto le facciano vivere queste dinamiche in maniera peggiore. Come si pone lei nei contesti? L'ansia, il blocco emotivo: da dove vengono? Ragionare su questo è parte della sua formazione. Le auguro in bocca al lupo e le mando un caro saluto dott.ssa Alessia Serio

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Doctor #666874

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Buongiorno, quello che descrive è una situazione che può mettere profondamente alla prova, soprattutto perché si trova stretto tra due esigenze importanti: da una parte tutelare il suo benessere, dall'altra portare a termine un percorso fondamentale per la sua formazione. È comprensibile che questa condizione le provochi ansia, insonnia e un forte senso di angoscia. Dal suo racconto emerge anche un altro aspetto: sembra che, quando si sente giudicato o trattato in modo svalutante, faccia fatica a rispondere e si "blocchi". Questa reazione è piuttosto frequente nelle situazioni percepite come fortemente stressanti o sbilanciate dal punto di vista del potere, come può accadere durante un tirocinio con i propri tutor. Non è necessariamente un segno di debolezza, ma una modalità con cui il nostro organismo cerca di gestire una situazione vissuta come minacciosa. Prima di prendere una decisione così importante come interrompere il tirocinio, potrebbe essere utile valutare con attenzione tutte le alternative disponibili, ad esempio confrontandosi con il referente della scuola o della struttura, se presente. A volte è possibile trovare soluzioni intermedie che permettano di tutelare sia il percorso formativo sia il proprio benessere. Al tempo stesso, è importante non trascurare ciò che questa esperienza sta suscitando in lei. Oltre alla difficoltà concreta con i tutor, potrebbe essere utile comprendere perché questo tipo di relazione la porti a sentirsi così bloccato e come sviluppare modalità più efficaci per affrontare situazioni simili anche in futuro. Se sente che questa esperienza sta avendo un impatto importante sul suo equilibrio emotivo, un confronto in uno spazio dedicato potrebbe aiutarla a fare maggiore chiarezza e a individuare la soluzione più adatta alla sua situazione, senza sentirsi costretto a scegliere tra "subire" o "abbandonare". Se lo desidera, resto a disposizione per un eventuale colloquio conoscitivo.

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Doctor #616115

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Buongiorno, dalla tua descrizione emerge un aspetto importante: il problema non sembra essere solo il comportamento dei tutor, ma il modo in cui questa situazione sta progressivamente influenzando le tue reazioni. Più temi di sbagliare, più aumenta la tensione; più aumenta la tensione, più ti blocchi e questo rischia di confermare proprio l'immagine di te che temi di trasmettere. È un circolo vizioso che, se non viene interrotto, tende ad alimentarsi da solo. Prima di prendere una decisione importante come lasciare il tirocinio, potresti chiederti quale scelta ti avvicina maggiormente al tuo obiettivo: completare il percorso oppure allontanarti da una situazione che oggi ti provoca sofferenza. A volte, quando siamo molto coinvolti emotivamente, tendiamo a valutare le alternative come se fossero solo due ("resistere" o "andarsene"), mentre può essere utile esplorare anche strategie diverse per gestire la relazione con i tutor e il proprio modo di reagire. Sono disponibile per un incontro online.

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Doctor #660419

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Ciao caro, magari prova a parlarne direttamente con la segreteria della tua scuola. Conosco persone che quando hanno avuto problemi nei luoghi di tirocinio hanno risolto così, magari cambiando il tutor di riferimento o il professionista da affiancare. Prova, sarebbe un peccato dover ripagare un intero anno per questo

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Doctor #621547

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Buongiorno, il quadro che descrive mostra con molta chiarezza la sofferenza e il carico che sta sopportando; è del tutto comprensibile sentirsi demoralizzati quando un luogo che dovrebbe essere di apprendimento e crescita si trasforma in una fonte di costante minaccia e malessere psicofisico. Da una prospettiva attenta ai significati relazionali, quel "blocco emotivo" che sperimenta di fronte agli atteggiamenti prepotenti dei tutor non è un difetto, ma una reazione protettiva automatica: quando ci sentiamo giudicati e privi della formazione necessaria, l'ansia di sbagliare aumenta, portandoci a volte a fare proprio quelle "uscite sciocche" che temiamo, alimentando così un circolo vizioso in cui ci si sente svalutati. In questo momento, la sua mente e il suo corpo le stanno segnalando che i suoi confini personali sono stati violati da un comportamento oggettivamente scorretto. Prima di prendere una decisione drastica come lasciare la struttura — scelta che, come nota, comporta il rischio concreto di dover ripetere l'anno — può essere utile esplorare una via di mezzo tra il subire passivamente e l'abbandono. Mancando solo un mese alla fine del tirocinio, potrebbe provare a ridefinire la sua posizione interna: non si tratta di "sopportare", ma di proteggersi, ricordando a se stesso che il giudizio di queste persone non definisce il suo valore come futuro professionista, e che gli errori commessi sono legati a una mancanza di formazione da parte loro, non a una sua incapacità. Se sente di avere lo spazio emotivo per farlo, potrebbe anche tentare una comunicazione con i tutor, non per "rispondere a tono", ma per esplicitare il suo bisogno di indicazioni più chiare per poter svolgere al meglio il lavoro nell'ultimo mese. Se invece valuta che il costo sulla sua salute sia ormai intollerabile, consultare la direzione della sua scuola di specializzazione potrebbe aiutarla a verificare se esistano altre soluzioni. Qualunque sia la sua scelta, provi a guardare a questo blocco non come a un limite, ma come a una preziosa informazione su come desidera essere trattato nelle sue future relazioni professionali. Un saluto, dott.ssa Sartirana.

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Doctor #670418

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Buonasera, mi chiederei come mai teme di "esser preso in antipatia" o di risultare "sciocco" se fa degli errori in un contesto di pratica, in cui i tutor hanno proprio il ruolo di orientare la sua esperienza e di correggerla e lei, in quanto praticante, ha tanto da fare per apprendere. Se sente che quelle che le vengono dirette sono offese e non correzioni, il suo blocco emotivo forse le sta segnalando un disagio che farebbe bene ad ascoltare. Ma se è lei stesso che si percepisce "sciocco" per il solo fatto di aver commesso qualche errore, credo che farebbe bene a continuare a mettersi alla prova. Dott.ssa Claudia Pica

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Doctor #679449

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Buongiorno, da come racconti la situazione si percepisce non solo stress, ma anche tanta fatica nel cercare di adattarti, imparare e “stare dentro” un contesto che è diventato emotivamente molto carico. Il fatto che tu sia riuscito a trovare una struttura dopo mesi di ricerca e che tu stia comunque portando avanti quasi metà delle ore dice molto della tua tenuta e del tuo impegno, anche in una fase in cui ti senti sotto pressione. Quello che descrivi sembra attivare un circolo vizioso: più aumenta la paura di sbagliare, più cresce l’ansia e il blocco nelle risposte e questo può rendere ancora più difficile sentirsi efficaci e tranquilli nelle interazioni. Il “blocco emotivo” che riferisci non è un segno di incapacità, ma una risposta automatica allo stress e alla percezione di giudizio. Accanto a questo, è anche importante riconoscere che il modo in cui ti senti nel contatto con i tutor ha un peso reale: se ti senti svalutato o poco guidato, è comprensibile che aumentino ansia e angoscia. In situazioni come questa non esiste solo la scelta tra “resistere” o “andarsene”, ma anche la possibilità di piccoli movimenti intermedi, come ad esempio esplicitare il bisogno di formazione e di indicazioni operative più definite, chiarire meglio le aspettative o chiedere feedback più concreti. Può essere utile anche concedere a te stesso uno spazio in cui non devi “tenere duro”, ma dove puoi rielaborare quello che stai vivendo e trovare modalità più sostenibili per affrontare questa fase senza arrivare al limite delle tue energie

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Doctor #706935

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Ciao, grazie per la tua condivisione. Dunque, prima di prendere una decisione drastica, potrebbe essere utile valutare se esistono soluzioni intermedie. Puoi provare a confrontarti con il referente del tirocinio o con la scuola, spiegando le difficoltà che stai vivendo. Se il clima è difficile ma temporaneo e mancano poche settimane alla conclusione, può valere la pena considerare anche il rapporto tra il costo emotivo del proseguire e le conseguenze pratiche dell'interruzione. Spesso le strutture sono oberate di tirocinanti e non è sempre semplice trovare un'altra struttura disponibile nell'hic et nunc. Anche il fatto che tu faccia fatica a rispondere sul momento non è raro: sotto stress molte persone tendono a bloccarsi (è una reazione ancestrale e fisiologica). Questo non significa che tu sia incapace di farti valere, ma potrebbe essere un tema utile da approfondire anche in un percorso personale. Detto ciò, dovresti effettuare la scelta tenendo conto sia della tua salute psicofisica, sia delle conseguenze concrete sul percorso formativo. Se i sintomi di ansia stanno diventando intensi e persistenti, è importante non affrontare tutto da solo e chiedere un confronto con un professionista o con la scuola prima di decidere.

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Doctor #706541

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Gentile utente, dal suo messaggio emerge chiaramente quanto questa situazione stia incidendo sul suo benessere. L'ansia che descrive, il mal di stomaco, la difficoltà a dormire e il pensiero costante del rientro in tirocinio sono segnali che meritano attenzione e non andrebbero minimizzati. Vorrei però fare una distinzione importante. Da ciò che racconta, il problema non sembra essere tanto il tirocinio in sé, quanto il clima relazionale che si è creato con i suoi tutor. Sono due aspetti diversi e tenerli separati può aiutarla a valutare con maggiore lucidità le possibili scelte. Lei riferisce di aver commesso alcuni errori e di riconoscere che, sotto pressione, può capitare di sentirsi confuso o fare qualche uscita poco brillante. Questo, soprattutto in un contesto formativo, è del tutto comprensibile. Il tirocinio esiste proprio perché chi lo svolge è ancora in fase di apprendimento. Se una persona fosse già completamente autonoma e competente, probabilmente non avrebbe bisogno di essere formata. Proprio per questo motivo mi ha colpito quando scrive che alcune attività le sono state affidate senza un'adeguata formazione iniziale. È naturale che, in queste condizioni, aumenti la probabilità di sbagliare e che, se il clima è poco accogliente, l'ansia finisca per alimentare ulteriormente gli errori. Si crea così un circolo vizioso: teme di sbagliare, la tensione aumenta, commette qualche errore, si sente giudicato e la volta successiva arriva ancora più in ansia. Un altro aspetto che descrive è il fatto di "bloccarsi" quando viene trattato in modo brusco. Anche questa è una reazione piuttosto frequente. Non tutte le persone rispondono al conflitto contrapponendosi immediatamente; alcune, soprattutto quando percepiscono un forte squilibrio di potere come quello tra tutor e tirocinante, tendono a inibire la risposta, salvo poi ripensare a posteriori a ciò che avrebbero voluto dire. Questo non significa essere deboli o incapaci di farsi valere. Significa che, in quel momento, il sistema emotivo prende il sopravvento e rende difficile trovare le parole. Riguardo alla decisione di lasciare il tirocinio, le suggerirei di non prendere una scelta così importante nel momento di maggiore sofferenza emotiva. Da quello che racconta, il rischio concreto sarebbe quello di non riuscire a trovare una nuova struttura nei tempi necessari, con conseguenze significative sul suo percorso formativo. Prima di arrivare a questa decisione, potrebbe essere utile valutare alcune possibilità. Se nella struttura è presente un referente del tirocinio diverso dai tutor con cui lavora quotidianamente, potrebbe essere opportuno chiedere un colloquio per esporre le difficoltà che sta incontrando. Non con l'obiettivo di accusare qualcuno, ma di descrivere il suo vissuto, il bisogno di ricevere indicazioni formative più chiare e il desiderio di poter svolgere il tirocinio in un clima maggiormente orientato all'apprendimento. Se invece non ritiene praticabile questa strada, le chiederei di provare a considerare anche un'altra prospettiva. Lei scrive che le mancano circa un mese e una parte delle ore previste. Pur essendo un periodo che oggi le appare molto lungo, oggettivamente si tratta di una fase delimitata nel tempo. Questo non significa che debba "subire" qualsiasi comportamento. Significa piuttosto chiedersi quale scelta tuteli maggiormente il suo benessere anche nel medio termine. A volte sopportare una situazione difficile per alcune settimane, mantenendo però chiaro che si tratta di un'esperienza temporanea e con un obiettivo preciso, può essere meno dannoso che interrompere tutto impulsivamente e ritrovarsi poi con nuove fonti di stress e incertezza. Naturalmente, questo vale solo se non sono presenti comportamenti gravemente umilianti, vessatori o lesivi della sua dignità. Se dovesse sentirsi vittima di vere e proprie condotte di abuso o di molestie, sarebbe importante segnalarle agli organi competenti della scuola o dell'ente ospitante. Vorrei infine soffermarmi su un elemento che potrebbe rappresentare un'opportunità di crescita personale. Lei racconta di aver sempre difficoltà a esprimersi quando si sente attaccato. Questo episodio, al di là del tirocinio, potrebbe offrirle uno spunto prezioso per lavorare sull'assertività: imparare a comunicare il proprio punto di vista in modo fermo e rispettoso, senza dover necessariamente "rispondere a tono" o entrare nello scontro. L'assertività non consiste nell'avere sempre la risposta pronta, ma nel riuscire, quando possibile, a esprimere con calma i propri bisogni e i propri limiti. Il mio invito è quindi quello di non interpretare questa esperienza come la prova di non essere all'altezza. Dal suo messaggio emerge piuttosto l'immagine di una persona molto coinvolta, desiderosa di fare bene e forse particolarmente sensibile al giudizio degli altri. Sono qualità che, se accompagnate da una maggiore fiducia nelle proprie capacità e da strumenti comunicativi più efficaci, possono diventare risorse importanti nella professione che sta costruendo. Le auguro che questo ultimo tratto del tirocinio possa concludersi nel modo migliore possibile e che, una volta terminato, possa rileggere questa esperienza non solo come un periodo difficile, ma anche come un'occasione per conoscere meglio il suo modo di reagire sotto pressione e rafforzare le competenze relazionali che saranno preziose nel suo futuro professionale. Un caloroso saluto Dott. Michele Basigli Perugia

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Doctor #639787

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Buongiorno caro collega, spesso durante il percorso formativo è consigliato anche un percorso di analisi personale che, non so se sta svolgendo, potrebbe aiutarla a confrontarsi su quanto sente e valutare anche come possibile agire. A volte le situazione lavorative possono riattivare delle percezioni o degli sguardi che possono avere a che fare con la nostra storia di vita per questo credo che uìil percorso terapeutico potrebbe essere uno spazio prezioso. un caro saluto

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Doctor #675304

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Buongiorno, Il malessere è comprensibile, così come aprire il bivio "lasciare la struttura" o "restare e rimetterci". Rimetterci rispetto a cosa, oltre al suo malessere? Scrive anche di non riuscire a farsi valere e di bloccarsi emotivamente. Mi chiedo se questa esperienza riguardi soltanto questo contesto sfavorevole o anche altri. Se sia una sensazione nuova, appunto. Qualunque decisione prenderà, credo sia importante che non sia guidata solo dalla sofferenza attuale o dall'impotenza di non riuscire a farsi vale, ma anche da una maggiore comprensione di ciò che sta effettivamente accadendo, al di là dell'effettivo. Resto disponibile anche per un consulto online, Dott.ssa Jessica Servidio.

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Doctor #669914

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Buongiorno,comprendo quanto possa essere faticoso affrontare ogni giorno un contesto che le genera ansia e tensione. Proprio perché manca ormai poco al completamento del tirocinio, il mio suggerimento sarebbe quello di non rinunciare d'impulso a un traguardo così importante. Non molli. Allo stesso tempo, però, le proporrei di osservare con attenzione un altro aspetto: il fatto che l'atteggiamento di alcune persone riesca ad avere un impatto così profondo sul suo benessere. Più che i tutor in sé, potrebbe essere questo il nodo da approfondire, perché è qualcosa che rischia di ripresentarsi anche in altri contesti lavorativi e relazionali. Con il giusto supporto è possibile imparare a gestire queste situazioni senza che compromettano il proprio equilibrio emotivo. Dr. Giuseppe Mirabella

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Doctor #654947

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Buongiorno, la ringrazio per aver descritto con tanta chiarezza una situazione che, per come la racconta, sta avendo un impatto emotivo e fisico molto significativo. In quello che scrive si riconosce un pattern che vedo spesso in persone sottoposte a contesti valutativi percepiti come giudicanti o poco contenitivi: non è “solo stress da tirocinio”, ma una risposta ansiosa che si attiva proprio quando sente di non avere strumenti, voce o protezione nel momento dell’errore. Il blocco che descrive, quella difficoltà a rispondere e a difendersi sul momento, non è mancanza di carattere, ma una reazione automatica del sistema emotivo quando percepisce minaccia relazionale o svalutazione. In questi casi, il punto centrale non è soltanto “resistere” fino a fine tirocinio, ma capire come lei entra in quella dinamica e perché proprio lì si attiva in modo così intenso l’ansia, il mal di stomaco e l’angoscia anticipatoria. Le chiederei, ad esempio: cosa accade dentro di lei nei secondi immediatamente precedenti al blocco? Che tipo di pensiero su di sé si attiva quando si sente giudicato? E ancora: questa modalità di “congelamento” le ricorda situazioni già vissute in altri contesti della sua vita, magari anche fuori dall’ambito formativo? Sono domande importanti perché aiutano a distinguere tra un problema esclusivamente “esterno” (i tutor, il contesto) e un meccanismo interno che si riattiva in certe condizioni, e su cui si può lavorare in modo molto concreto ed efficace. Non è raro che situazioni come questa diventino un punto di svolta se affrontate in modo guidato, perché permettono di costruire assertività proprio laddove oggi lei si blocca. Sul piano pratico, la decisione di restare o interrompere il tirocinio non dovrebbe essere presa solo sull’onda dell’ansia del momento, ma dentro una valutazione più ampia che tenga insieme costi, alternative reali e soprattutto la sua tenuta psicofisica nelle prossime settimane. È proprio qui che un supporto professionale mirato può fare la differenza, perché consente di non affrontare questa scelta da solo e di lavorare sia sulla gestione dell’ansia sia sulle strategie comunicative nei confronti dei tutor. Se vuole, può approfondire questo tipo di dinamiche in un percorso più strutturato: spesso già poche sedute permettono di ridurre il blocco emotivo e di rimettere ordine nella situazione, così da capire con più lucidità come muoversi senza sentirsi schiacciato dall’ansia quotidiana.

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Doctor #688729

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Buon pomeriggio, grazie per aver descritto con tanta chiarezza una situazione che, da come emerge, sta avendo un impatto significativo sul suo benessere psicologico e fisico. È comprensibile che si senta in difficoltà e in conflitto tra la necessità di portare a termine il tirocinio e il vissuto emotivo che sta sperimentando. Prima di tutto, è importante riconoscere che trovarsi in un contesto formativo in cui non ci si sente adeguatamente accolti, supportati o rispettati può generare ansia. Il fatto che lei riferisca di “bloccarsi emotivamente” in alcune situazioni può essere una risposta in condizioni percepite come minacciose o svalutanti, soprattutto quando si è sotto pressione e si teme il giudizio. La decisione di interrompere o proseguire il tirocinio è complessa e va valutata con attenzione, considerando non solo il benessere immediato, ma anche le conseguenze organizzative e formative. Tuttavia, non è necessario che questa scelta venga vissuta come binaria o senza alternative: in molti casi può essere utile confrontarsi con il coordinamento della scuola di specializzazione o con un referente didattico per verificare eventuali soluzioni intermedie o chiarimenti sul ruolo dei tutor. Le auguro un grande in bocca al lupo! Un caro saluto.

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Doctor #659881

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Salve. Il blocco emotivo che sperimenta è una risposta di congelamento. Davanti alla prepotenza dei tutor e alla paura di sbagliare, il suo sistema nervoso si difende bloccando la capacità di rispondere, lasciandola poi carica di ansia e somatizzazioni. In ottica cognitivo-comportamentale, l'errore è credere di essere costretto a scegliere solo tra due opzioni estreme: subire in silenzio fino a stare male o scappare rischiando di perdere l'anno. In realtà esistono strategie intermedie incentrate sulla comunicazione assertiva e sulla tutela del suo benessere. La prima cosa da fare è togliere potere al giudizio dei tutor. Lei si trova in quella struttura per imparare, non per eseguire compiti da esperto senza aver ricevuto formazione. Quando riceve un rimprovero , eviti di interiorizzarlo come una prova di incapacità e sposti il focus sulla procedura tecnica. Può disinnescare l'attacco personale rispondendo in modo neutro e focalizzato sul compito, ad esempio dicendo che ha bisogno che le mostrino la procedura corretta per poterla replicare senza errori. Se sul momento il blocco emotivo le impedisce di formulare frasi complesse, non si forzi a rispondere a tono. Prenda tempo con risposte brevi e focalizzate sull'azione, come un semplice "ho capito il problema, ora correggo", spostando subito l'attenzione sui movimenti pratici da compiere. Considerando che ha già svolto metà delle ore e che il traguardo di fine luglio è ormai vicino, la soluzione più funzionale è adottare una prospettiva utilitaristica a breve termine. Si concentri sul fatto che questo ambiente ha una data di scadenza certa e che l'unico obiettivo attuale è accumulare le 75 ore mancanti, separando nettamente la sua autostima dal comportamento dei tutor.

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Doctor #689066

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Gentile utente, dal suo racconto emerge una situazione di forte disagio che sembra avere un impatto significativo sul suo benessere psicofisico. Ansia, tensione costante, disturbi del sonno, mal di stomaco e timore di recarsi nel luogo di tirocinio sono segnali che meritano attenzione e non andrebbero sottovalutati. È possibile che il contesto in cui sta svolgendo il tirocinio stia diventando per lei particolarmente stressante. Essere in formazione implica inevitabilmente la possibilità di commettere errori: questi fanno parte del processo di apprendimento e non dovrebbero essere interpretati come una misura del proprio valore personale. Se, invece, si percepisce costantemente giudicato, svalutato o non adeguatamente supportato, è comprensibile che possa sviluppare un senso di insicurezza e un progressivo blocco emotivo. Prima di prendere una decisione importante come interrompere il tirocinio, potrebbe essere utile confrontarsi con il tutor universitario o con il referente della scuola di specializzazione, illustrando le difficoltà che sta vivendo. Un dialogo costruttivo potrebbe permettere di comprendere meglio la situazione e valutare eventuali alternative. Parallelamente, le suggerisco di dedicare attenzione anche al suo stato emotivo. Se questo malessere persiste o continua a compromettere il sonno, l’umore e il funzionamento quotidiano, un confronto con uno psicologo potrebbe aiutarla a distinguere quanto dipenda dal contesto lavorativo e quanto, invece, possa essere amplificato dall’ansia e dal timore del giudizio. Ricordi che tutelare la propria salute psicologica non significa arrendersi, ma scegliere di affrontare le difficoltà in modo consapevole. Qualunque decisione prenderà, è importante che sia il risultato di una valutazione lucida e non esclusivamente della sofferenza del momento. Le auguro di riuscire a trovare la soluzione più adatta al suo benessere e al suo percorso formativo. Un cordiale saluto

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Doctor #709231

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Buongiorno, il fatto che quando lei si trova davanti ai suoi tutor "si blocca emotivamente" e non riesce a rispondere a tono non è un segno di debolezza o di incapacità, come forse teme. È una reazione molto comune quando ci si trova in una relazione asimmetrica, infatti, lei dipende dal loro giudizio per completare il tirocinio. Il corpo e la mente spesso rispondono "congelandosi" proprio nelle situazioni in cui sentiamo di non poterci permettere di reagire. Più che decidere subito se restare o andarsene, credo valga la pena lavorare su come reagire diversamente in quei momenti di blocco, non scontrandosi, ma con piccoli strumenti assertivi alla sua portata: darsi il permesso di prendere tempo prima di rispondere, poter chiedere chiarimenti su un'attività senza vergognarsene, trovare frasi brevi e già pronte per esprimere come si sente, così da non doverle improvvisare mentre è sotto pressione. L'obiettivo non è cambiare il comportamento dei tutor, che non dipende da lei, ma restituirle un margine di azione dove ora sente di non averne. Le consigliere quindi di rivolgersi ad un professionista per un training di assertività.

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Doctor #654830

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Buonasera, dal suo racconto emerge un forte stato di sofferenza. Più che gli errori in sé, sembra pesare il modo in cui si sente guardato dai suoi tutor. Quando ci sentiamo costantemente giudicati, è facile entrare in uno stato di tensione che aumenta la probabilità di sbagliare e rende ancora più difficile rispondere o far valere il proprio punto di vista. Prima di prendere una decisione così importante come interrompere il tirocinio, le suggerirei di valutare con attenzione i costi e i benefici. Se manca circa un mese al termine e non ha la certezza di trovare un'altra struttura, potrebbe essere utile chiedersi se questa difficoltà sia temporaneamente sostenibile oppure se il disagio abbia ormai raggiunto un livello tale da compromettere seriamente il suo benessere. In ogni caso, provi a non leggere questo periodo come una misura del suo valore professionale. Essere in formazione significa anche poter commettere errori e avere bisogno di essere guidati. Se questo spazio di apprendimento viene meno, il problema non riguarda soltanto lei. Un cordiale saluto.

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Doctor #671620

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Gentile utente, quello che descrive mostra quanto un clima relazionale possa incidere sul benessere e sul modo in cui riusciamo a esprimerci. Quando ci si sente giudicati o poco sostenuti, è comprensibile che aumentino ansia, tensione e il timore di commettere errori. Prima di prendere una decisione definitiva, potrebbe essere utile valutare se esistono margini per confrontarsi con i tutor o con il referente del tirocinio, esponendo con calma le difficoltà che sta vivendo e chiedendo indicazioni più chiare sul suo ruolo. Allo stesso tempo, consideri anche quali alternative concrete abbia a disposizione, così da non scegliere spinto solo dalla pressione del momento. Se i sintomi di ansia stanno diventando così intensi da compromettere il sonno e la serenità quotidiana, potrebbe essere importante parlarne anche con uno psicologo, per trovare strumenti che la aiutino ad affrontare questa fase e a tutelare il suo benessere, qualunque sarà la decisione finale. Un caro saluto.

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Doctor #710499

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Buongiorno, grazie per aver condiviso qui ciò che sta vivendo. Quello che descrive è una situazione oggettivamente complessa ed i sintomi fisici che riporti sono possibili segnali che il tuo corpo sta mandando in risposta a un carico di stress percepito come significativo. È importante riconoscere che quello che sente è legittimo e pertanto non "sbagliato" o "eccessivo". Detto questo, vorrei invitarla a fare un passo indietro insieme, per provare a mettere a fuoco con maggiore chiarezza e poter comprendere da dove arriva la sofferenza più intensa, perché questo potrebbe aiutarla a capire su cosa è più utile lavorare. Cosa le crea maggior sofferenza il fatto di non riuscire a farsi valere o il dialogo interiore che si attiva a seguito di questo?

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Doctor #702674

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Gentile, è assolutamente comprensibile il suo disagio: l'ansia e i sintomi psicosomatici sono segnali con cui il suo corpo reagisce a un sistema relazionale rigido e asimmetrico. Da una prospettiva sistemica, lei e i suoi tutor siete intrappolati in un "circuito retroattivo": la paura di sbagliare aumenta la sua tensione, il blocco emotivo viene interpretato dai tutor come incompetenza e la loro reazione prepotente alimenta la sua ansia. Quando lo stress è elevato, tendiamo a vedere le cose in modo catastrofico, senza considerare le vie di mezzo. Attualmente, la sua mente vede solo due opzioni catastrofiche (subire o mollare), ma dimentica che il sistema è più ampio. Ha preso in considerazione la possibilità di attivare il "terzo vertice", ovvero contattare il responsabile dei tirocini della sua scuola di specializzazione per mediare la situazione? Mancano poche settimane alla fine di luglio e esplorare questa terza via le permetterà di recuperare il suo potere personale senza compromettere l'anno accademico. Tuttavia, data l'intensità della sofferenza, le consiglio vivamente di consultare un terapeuta. Un percorso psicologico le permetterebbe di comprendere come questa dinamica di autorità risuoni nella sua storia personale e di sbloccare le sue risorse comunicative, tutelando così la sua salute psico-fisica.

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Doctor #703795

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Gentile utente, da ciò che racconta sembra trovarsi in una situazione in cui il peso non deriva solo dagli errori commessi, ma soprattutto dal modo in cui sente di essere trattato e dalla paura di non riuscire a gestire il confronto. È importante ricordare che un tirocinio dovrebbe rappresentare un contesto di apprendimento, quindi è normale commettere errori, soprattutto se alcune attività non sono state adeguatamente spiegate o supervisionate. Prima di prendere una decisione definitiva, potrebbe essere utile valutare una comunicazione chiara con i tutor, esprimendo il proprio disagio in modo assertivo e concreto, oppure confrontarsi con il responsabile della scuola di specializzazione. È un po’ come imparare a guidare: gli errori del principiante non indicano incapacità, ma fanno parte del processo, e un buon istruttore dovrebbe correggere senza far sentire la persona inadatta. Allo stesso tempo, se la situazione sta causando un forte malessere fisico ed emotivo, è importante non ignorarlo e valutare tutte le alternative possibili, cercando una soluzione che tuteli sia il percorso formativo sia il suo benessere.

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Doctor #691910

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Quello che descrive sembra metterla in una posizione molto difficile: da una parte il desiderio di tutelare il suo benessere, dall'altra il timore che interrompere il tirocinio possa avere conseguenze importanti sul suo percorso di formazione. È comprensibile che questa situazione le provochi ansia e un forte senso di pressione. Colpisce anche il fatto che racconti di sentirsi bloccato proprio nei momenti in cui si sente trattato ingiustamente. È un'esperienza che può essere molto frustrante e che merita di essere ascoltata, senza ridurla semplicemente a una questione di carattere o di "saper rispondere". Una domanda online difficilmente può dirle quale sia la scelta giusta tra restare o andarsene. Per prendere una decisione di questo tipo è importante poter comprendere più a fondo cosa sta accadendo nella relazione con i suoi tutor, quali risorse ha a disposizione e quali conseguenze avrebbe ciascuna possibilità. Uno spazio di confronto con uno psicologo può aiutarla proprio a esplorare questi aspetti, senza dover affrontare da solo un dilemma che sta avendo un impatto così importante sul suo equilibrio.

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Doctor #582893

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Buongiorno, la ringrazio per aver raccontato con tanta chiarezza quello che sta vivendo. Dal suo messaggio emerge una situazione che può essere realmente molto faticosa, soprattutto perché coinvolge un contesto importante per la sua formazione e per il suo futuro professionale. Mi sembra utile distinguere due aspetti. Il primo riguarda il contesto. Se una persona in tirocinio viene chiamata a svolgere attività senza aver ricevuto una formazione adeguata, è comprensibile che possa commettere errori. Il tirocinio dovrebbe essere uno spazio di apprendimento, non un luogo in cui sentirsi costantemente giudicati o svalutati. Il secondo aspetto riguarda ciò che accade dentro di lei quando si trova in queste situazioni. Scrive che, quando percepisce un atteggiamento critico o prepotente, tende a bloccarsi, a non riuscire a rispondere e successivamente prova ansia, tensione fisica, disturbi del sonno e continua a ripensare a quanto accaduto. Questo è un elemento importante, perché sembra che il disagio non dipenda soltanto dal comportamento dei tutor, ma anche dal modo in cui quella situazione viene vissuta e da quanto impatto abbia sul suo benessere. Comprendo anche il dilemma che sta affrontando: da una parte il desiderio di tutelare la sua salute, dall'altra il timore che interrompere il tirocinio possa compromettere il percorso di specializzazione. È una decisione complessa e credo che meriti di essere presa con lucidità, valutando sia gli aspetti pratici sia quelli emotivi, senza lasciarsi guidare esclusivamente dalla paura o dalla pressione del momento. Mi domanderei, ad esempio: quali comportamenti concreti dei tutor la fanno sentire svalutata? ha avuto la possibilità di chiedere chiarimenti o un confronto costruttivo? questa difficoltà a "bloccarsi" di fronte a figure autorevoli è qualcosa che le è già capitato anche in altri contesti della sua vita? Queste domande possono aiutare a capire se ci troviamo di fronte a una difficoltà legata esclusivamente a questo ambiente oppure a una modalità relazionale che tende a ripresentarsi in situazioni percepite come valutative. Se sente che questa esperienza sta iniziando a compromettere il suo benessere psicologico, il sonno e la serenità con cui affronta le giornate, credo che potrebbe essere molto utile dedicarsi uno spazio di consulenza psicologica. In un colloquio potremmo analizzare insieme la situazione, comprendere quali meccanismi si attivano quando si sente giudicato o sotto pressione e lavorare su strategie concrete per gestire l'ansia, comunicare in modo più assertivo e prendere decisioni con maggiore consapevolezza. L'obiettivo non sarebbe dirle se restare o lasciare il tirocinio, ma aiutarla a scegliere la strada più coerente con i suoi bisogni e le sue possibilità, senza che sia la paura a decidere per lei.

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Doctor #700611

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Buongiorno, La sua sembra una situazione davvero faticosa; è comprensibile che andare a tirocinio le provochi malessere se le risposte dei suoi tutor sono quelle che racconta. Del suo racconto mi ha colpita l'aspetto in cui riporta di "bloccarsi" e provare ansia tale da dormire male: mi chiedo se il timore di esprimere il proprio parere esista in lei anche in altri contesti, specialmente quando percepisce giudizio da parte degli altri; mi chiedo inoltre se questa situazione non abbia risvegliato dei vissuti personali più radicati nel profondo o sperimentati nel passato. Si ricordi che è lì per imparare (altrimenti il tirocinio non le servirebbe), quindi è lecito fare delle domande che possono sembrare a primo impatto banali: non si lasci scoraggiare dalle risposte che le arrivano, è più importante che lei apprenda. Prima di prendere una decisione: ha già provato a confrontarsi con la scuola di specializzazione? Potrebbe essere un'opportunità per chiedere consiglio o valutare insieme se esistono possibili modalità di mediazione. In conclusione, si tuteli: faccia la scelta che, tendendo conto della situazione concreta, le permette di sentirsi più al sicuro. Non affronti questa situazioni da solo ma cerchi il confronto e il supporto di chi può aiutarla a orientarsi. Spero di essere stata utile. In bocca al lupo

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Doctor #722970

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Capisco molto bene come tu possa sentirti e il costo emotivo che una situazione del genere possa avere. Da quello che racconti, non mi colpisce tanto il dubbio se restare o andare via, quanto la fatica con cui stai vivendo ogni giornata di tirocinio. Comprendo come ci si possa sentire nel dover affrontare un tale carico emotivo proprio in un progetto formativo tanto importante per te. A noi viene chiesto di pensare fuori dalla scatola, di trovare strade alternative che i nostri bias cognitivi non ci permettono talvolta di vedere subito. Ma che succederebbe se invece cambiassimo prospettiva e, con essa, anche domanda? Mi spiego meglio: una chiave di volta potrebbe essere non cercare alternative al restare o andare via, ma domandarti quale funzione possa avere l'impatto di questa esperienza nella tua vita oggi e, se di formazione si tratta, in cosa possa fruttare per te come futuro psicoterapeuta e, più in generale, come professionista. Potrebbe essere l'occasione per conoscere meglio il tuo modo di reagire quando ti senti svalutato, quando hai paura di sbagliare o quando percepisci un'autorità come ostile. Non per giustificare il comportamento dei tuoi tutor, che, da ciò che racconti, merita di essere tenuto distinto da ciò che appartiene a te, ma perché queste situazioni, per quanto dolorose, spesso ci mettono in contatto con parti di noi che nella professione incontreremo ancora. Questo non corrisponde al dover sopportare qualsiasi cosa, ma a provare a capire quale sia il confine tra una fatica formativa, che può avere un valore di crescita, e una situazione che sta compromettendo il tuo benessere oltre ciò che è ragionevole sostenere. Ti auguro di trovare una risposta che tenga insieme entrambe le cose: il tuo percorso formativo e la tutela del tuo benessere.

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Doctor #713490

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Buongiorno, la situazione che descrive è comprensibilmente faticosa. Da un lato c'è il desiderio di tutelare il proprio benessere, dall'altro il timore che interrompere il tirocinio possa avere conseguenze importanti sul percorso di specializzazione. È normale sentirsi combattuti quando entrambe le opzioni sembrano avere un costo elevato. Mi colpisce un aspetto del suo racconto: descrive di "bloccarsi emotivamente" quando viene trattato in modo sminuente. Questo è un fenomeno piuttosto comune nelle situazioni percepite come minacciose, soprattutto quando l'altra persona ricopre un ruolo di autorità. Non è necessariamente un segno di debolezza, ma una modalità automatica di risposta allo stress. Prima di prendere una decisione definitiva, potrebbe essere utile raccogliere qualche elemento in più. Ad esempio: il comportamento dei tutor è costantemente svalutante oppure emerge soprattutto quando commette un errore? Ha avuto occasione di chiedere chiarimenti sulle aspettative o di esprimere le difficoltà legate alla mancanza di formazione? Esiste un referente della scuola con cui confrontarsi qualora il clima di tirocinio non sia adeguato? Un altro elemento importante riguarda il costo della scelta. Restare "stringendo i denti" può essere una soluzione temporanea, ma è opportuno chiedersi se il disagio che sta vivendo sia sostenibile e se vi siano strategie per ridurne l'impatto. Allo stesso tempo, lasciare la struttura senza avere un'alternativa potrebbe aumentare ulteriormente lo stress. Forse, prima di decidere se restare o andare via, potrebbe chiedersi: quali sono le risorse che non ho ancora utilizzato? Ad esempio confrontarsi con il tutor della scuola, con il responsabile del tirocinio o con una figura di riferimento dell'ente formativo. Spesso esistono margini di mediazione che, quando si è molto coinvolti emotivamente, è difficile vedere. Se l'ansia, i disturbi del sonno e il malessere fisico stanno diventando così intensi da compromettere il suo funzionamento quotidiano, sarebbe inoltre opportuno dedicare attenzione anche a questo aspetto, attraverso un colloquio psicologico. Al di là della decisione sul tirocinio, potrebbe aiutarla a gestire la risposta allo stress e a sentirsi più efficace nelle situazioni conflittuali, che probabilmente incontrerà anche nel suo futuro professionale.

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Doctor #679094

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Buongiorno, quello che scrive sembra una situazione di conflitto in cui lei probabilmente è in un ciclo interpersonale: il suo agire in modo "sciocco" infastidisce l'altro e dal vedere l'altro infastidito lei trae la conclusione di aver sbagliato e il ciclo si ripete. Le consiglio di approcciarsi alla mindfulness che aiuta a monitorare e calmare gli stati emotivi intensi durante le interazioni sociali. Provi a capire una volta che è riuscito a calmare il corpo (magari focalizzandosi sul respiro) per quale motivo per lei è terribile sbagliare o magari essere ripreso dai suoi tutor. D'altronde lei è li per imparare e con questo intendo anche imparare a relazionarsi con un tutor o un capo, ne faccia tesoro! Se ne ha bisogno rimango a disposizione per un consulto online, saluti

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Doctor #653853

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Capisco quanto questa situazione possa essere pesante da sostenere. Da quello che descrivi, non stai affrontando solo la fatica del tirocinio, ma anche un clima relazionale che ti fa sentire costantemente sotto esame e che sta avendo un impatto concreto sul tuo benessere: ansia anticipatoria, tensione fisica, difficoltà a dormire e un forte senso di demoralizzazione. Sono segnali da prendere sul serio. Vorrei però soffermarmi su un aspetto importante: il fatto che tu ti "blocchi" quando vieni trattato in modo brusco o svalutante non significa che tu sia debole o incapace di difenderti. È una reazione frequente quando ci si trova in una posizione di dipendenza, come quella di un tirocinante nei confronti dei propri tutor. In questi contesti il timore delle conseguenze può portare a congelare la risposta, anche quando si percepisce chiaramente un'ingiustizia. Prima di prendere una decisione definitiva, ti suggerirei di valutare con lucidità i pro e i contro delle diverse opzioni. Se sei già a metà del monte ore e prevedi di concludere il tirocinio entro poche settimane, potrebbe essere utile chiederti se esistono strategie che rendano questo periodo più sostenibile, senza necessariamente arrivare a sopportare passivamente la situazione. Ad esempio, potresti limitarti a svolgere il tuo compito con professionalità, chiedere chiarimenti quando non ti è chiaro qualcosa e ricordarti che un errore, soprattutto in un percorso formativo, non definisce il tuo valore né le tue competenze. Allo stesso tempo, non è detto che tu debba affrontare tutto da solo. Se la scuola di specializzazione prevede un referente per i tirocini o un tutor accademico, potrebbe essere opportuno confrontarti con lui in modo oggettivo, descrivendo ciò che sta accadendo e l'impatto che sta avendo su di te. Non con l'obiettivo di creare un conflitto, ma per capire se esistono margini di mediazione o possibili alternative. Se invece senti che il disagio sta diventando tale da compromettere seriamente la tua salute psicofisica, allora anche l'ipotesi di cambiare struttura merita di essere presa in considerazione. In questo caso, prima di interrompere il tirocinio attuale, sarebbe prudente verificare concretamente con la scuola quali possibilità reali hai di trovare una nuova sede e quali sarebbero le conseguenze di un eventuale cambio. Evitare decisioni prese nel pieno dell'angoscia ti permetterà di scegliere con maggiore consapevolezza. Infine, mi colpisce il modo in cui descrivi te stesso: tendi a dare molto peso agli errori che commetti, mentre passi quasi in secondo piano il fatto che, nonostante le difficoltà, sei riuscito a trovare una struttura dopo mesi di ricerca e hai già portato a termine quasi metà del percorso richiesto. Questo racconta anche di una persona che sta perseverando in una situazione complessa. In questo momento non esiste una scelta perfetta, ma una scelta che tenga insieme due aspetti fondamentali: il raggiungimento del tuo obiettivo formativo e la tutela del tuo benessere. Se l'ansia, l'insonnia e i sintomi fisici dovessero intensificarsi o protrarsi, ti incoraggerei anche a rivolgerti a uno psicologo, che possa offrirti uno spazio di sostegno e aiutarti a gestire questa fase senza doverla affrontare da solo.

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Doctor #701975

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Buongiorno. Mi dispiace molto per la situazione così pesante che sta vivendo; è del tutto comprensibile che l'ansia e lo stress stiano prendendo il sopravvento, soprattutto quando ci si sente giudicati e non supportati in un percorso di apprendimento. Il blocco emotivo che sperimenta è una reazione normalissima quando ci si trova in un ambiente percepito come ostile e sotto pressione. Considerando che luglio è ormai alle porte e che le mancano poche settimane per raggiungere l'obiettivo, la scelta più protettiva per la sua carriera potrebbe essere quella di fare un ultimo sforzo per terminare le ore, ma non a discapito della sua salute. Può provare a ridefinire mentalmente questo mese non come un esame sul suo valore, ma come un puro conteggio numerico di ore necessarie per raggiungere il suo scopo. Quando si sente trattare in modo scocciato, ricordi a se stesso che la mancanza di formazione e la reazione dei tutor parlano della loro scarsa attitudine all'insegnamento, non delle sue capacità. Parallelamente, se sente che la situazione è davvero intollerabile, potrebbe fare un passaggio formale e riservato con il tutor o con la direzione della sua scuola di specializzazione per esporre le difficoltà ambientali, valutando insieme se esista una flessibilità burocratica o un canale preferenziale per un cambio rapido. Si prenda cura di sé in queste settimane, ricordandosi che questa è solo una parentesi temporanea e non definisce il professionista che diventerà.

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Doctor #657818

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Gentile Utente, dal suo racconto emerge una situazione oggettivamente difficile. Svolgere un tirocinio dovrebbe essere un'occasione di apprendimento, e imparare implica inevitabilmente anche commettere errori. Se manca uno spazio in cui questi possano essere accolti come parte del percorso formativo, è comprensibile che aumentino tensione, ansia e senso di inadeguatezza. Mi ha colpito una frase: *"Mi blocco emotivamente e non riesco a farmi valere."* Più che concentrarsi soltanto sul comportamento dei tutor, potrebbe essere interessante interrogarsi su ciò che accade dentro di lei in quei momenti. È possibile che questa difficoltà a rispondere o a esprimere il proprio punto di vista non riguardi solo questo contesto, ma rappresenti una modalità relazionale che si attiva quando percepisce una figura autorevole come critica o svalutante. Per quanto riguarda la decisione se lasciare o meno il tirocinio, le suggerirei di non scegliere sotto la spinta dell'ansia. Valuti con lucidità i pro e i contro: da un lato il costo emotivo del restare, dall'altro le concrete possibilità di trovare una nuova sede e le conseguenze sul suo percorso formativo. Forse non si tratta soltanto di "stringere i denti", ma di capire come attraversare questo mese senza perdere di vista sé stesso. A volte anche un'esperienza faticosa può diventare un'occasione per conoscere meglio il proprio modo di stare nelle relazioni, imparando gradualmente a riconoscere il proprio valore anche quando ci si sente giudicati. Se sente che questa situazione sta avendo un impatto importante sul suo benessere psicofisico, non esiti a confrontarsi con un professionista: avere uno spazio di elaborazione, per esempio di supervisione, può aiutarla a prendere una decisione più consapevole e, soprattutto, a non affrontare tutto questo da solo. Un cordiale saluto, Marica Romano Psicologa

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Doctor #708671

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Buongiorno, le consiglio di rivolgersi al supervisore della sua scuola. Cordiali saluti.

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Doctor #650814

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Buongiorno! Grazie per aver condiviso questa preoccupazione, che è più diffusa di quanto si pensi tra gli specializzandi. Conosco bene, anche per esperienza diretta, quanto possa essere faticoso muoversi in un contesto dove le sedi di tirocinio valide sono poche e la richiesta è alta: è una condizione che genera pressione, e non sorprende che possa risultare così pesante da gestire. Non posso dirle quale sia la scelta "giusta" per lei — questo dipende da tanti fattori personali che solo lei può valutare fino in fondo. Quello che colgo, però, leggendo le sue parole, è quanto questa situazione la stia toccando da vicino, e come le difficoltà che descrive sembrino riflettersi anche in altre aree della sua vita. Questo è un segnale importante, che merita attenzione. Se sente che il confronto con compagni e amici non basta a farle vedere la situazione con più chiarezza, potrebbe essere utile darsi uno spazio tutto suo, pensato proprio per mettere ordine tra i pensieri e alleggerire il peso emotivo che spesso accompagna scelte così delicate. Un percorso di consulenza può essere proprio questo: un'occasione per fare chiarezza, senza fretta, su un aspetto della sua formazione, e della sua vita, che è tanto cruciale quanto spesso sottovalutato. Resto volentieri a disposizione, qualora volesse esplorare questa possibilità insieme. In bocca al lupo per il suo percorso!

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Doctor #734058

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Salve, da ciò che racconta sembra che lei si trovi stretto tra due paure molto forti: da una parte il timore di restare in un ambiente che vive come svalutante e stressante, dall'altra quello di perdere un'opportunità importante per il suo percorso formativo. Mi colpisce che lei riconosca come la tensione e la paura di sbagliare finiscano per aumentare proprio il rischio di sentirsi bloccato o di commettere errori. È un meccanismo molto comune: quando ci si sente costantemente giudicati, si smette di imparare e si entra in una modalità di "sopravvivenza". Prima di prendere decisioni drastiche, potrebbe essere utile chiedersi se il clima che percepisce sia realmente ostile in ogni momento o se, almeno in parte, l'ansia stia amplificando alcuni segnali già difficili da gestire. Questo non per sminuire ciò che prova, ma per aiutarla a distinguere ciò che appartiene all'ambiente da ciò che appartiene alla paura di non essere all'altezza. Considerando che manca circa un mese al termine del tirocinio e che cambiare struttura potrebbe avere conseguenze importanti sul suo percorso, potrebbe valere la pena valutare se esistano strategie intermedie: ad esempio confrontarsi con un referente della scuola o individuare uno spazio esterno di supporto che la aiuti ad attraversare questo periodo senza affrontarlo completamente da solo. La domanda forse non è soltanto "resistere o andarsene?", ma anche "di quali risorse ho bisogno per non lasciare che questa esperienza definisca il mio valore o le mie capacità professionali?". Un caro saluto. Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.

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Doctor #641905

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Salve , prima di prendere una decisione cosi importante come lasciare la struttura o ripetere l'anno, ti inviterei a chiederti se questa scelta nasce da una valutazione lucida di ciò che è meglioper il tuo percorso oppure da un desideri di di allontanarti da una situazione che oggi ti fa stare molto male.Quando siamo sopraffatti dall'ansia, il bisogno di fuggire può sembrare l'unica soluzione, ma non sempre è quella piu' utile. Potrebbe essere utile valutarese esistono spazi di confronto , ad esempio con un referente, per esprimere le difficoltà che stai vivendo e comprendere se ci sono margini per migliorare la situazione. Parallelamente credo sia importante lavorare sul modo in cui vivi il giudizio degli altri e sulla difficoltà a far valere il tuo punto di vista, perchè sono aspetti che potrebbero ripresentarsi anche in altri contesti professionali. Qualunque scelta farai , sarà importante che sia coerente con i tuoi obiettivi professionali e con la tutela del tuo benessere. Dott.ssa Torre Giuseppina

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Doctor #632202

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Buongiorno, da ciò che racconta emerge quanto questa situazione la stia mettendo a dura prova. Quando ci si trova in un contesto in cui ci si sente costantemente giudicati, poco valorizzati o non adeguatamente supportati, è comprensibile che possano comparire ansia, insonnia, tensione fisica e la sensazione di andare al tirocinio con un peso sullo stomaco. Mi ha colpito un aspetto del suo racconto: scrive di aver commesso degli errori, ma anche di non essere stato formato su alcune attività. Un tirocinio nasce proprio come uno spazio di apprendimento, in cui è naturale non sapere ancora fare tutto e poter sbagliare. Questo non significa che ogni difficoltà dipenda necessariamente dal contesto, ma è importante ricordare che l'errore, quando si sta imparando, dovrebbe poter diventare un'occasione di crescita e non un motivo per sentirsi costantemente svalutati. Racconta inoltre di "bloccarsi emotivamente" quando le viene rivolto un rimprovero. Molte persone, in situazioni percepite come minacciose o fortemente giudicanti, sperimentano proprio questo: non è mancanza di carattere, ma una risposta allo stress che rende difficile esprimere ciò che si vorrebbe dire. Comprendo anche il conflitto che sta vivendo: da una parte il desiderio di tutelare il suo benessere, dall'altra la paura che interrompere il tirocinio possa avere conseguenze importanti sul suo percorso formativo. È una decisione delicata e, proprio per questo, probabilmente merita di essere presa cercando di valutare tutte le alternative possibili: ad esempio, capire se esiste la possibilità di confrontarsi con un referente della scuola o con un tutor diverso, oppure se vi siano modalità per affrontare la situazione senza dover scegliere esclusivamente tra "sopportare" e "andarsene". Indipendentemente dalla decisione che prenderà, credo sia importante non trascurare i segnali che il suo corpo le sta inviando. Quando l'ansia inizia a compromettere il sonno, provoca sintomi fisici e occupa gran parte dei pensieri, significa che quella sofferenza merita attenzione. Se sente che questa esperienza sta diventando troppo pesante, potrebbe essere utile confrontarsi anche con uno psicologo, che possa aiutarla a elaborare ciò che sta vivendo e a trovare modalità più efficaci per gestire il carico emotivo e comunicare i propri bisogni. Le auguro di riuscire a trovare una soluzione che le permetta di proseguire il suo percorso formativo senza perdere di vista anche la tutela del suo benessere, perché entrambe le cose meritano di essere considerate.

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Doctor #710433

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Buonasera, Capisco il suo senso di frustrazione: da una parte c'è un tirocinio che le è costato tempo e fatica trovare e che rappresenta un passaggio importante del suo percorso; dall'altra c'è un ambiente in cui oggi non si sente a suo agio e che le sta provocando ansia, insonnia e un forte disagio. È comprensibile sentirsi combattuti. Mi ha colpito la frase "credo mi abbiano preso in antipatia". È possibile che il clima con i tutor sia realmente diventato difficile, ma prima di prendere una decisione importante come interrompere il tirocinio, valuterei la possibilità di chiedere un momento di confronto con loro. Un dialogo aperto potrebbe aiutarla a capire come stanno leggendo il suo percorso, se ci sono aspetti su cui ritengono possa migliorare e darle anche l'opportunità di esprimere come sta vivendo questa esperienza. Chi ricopre il ruolo di tutor, oltre a trasmettere competenze, dovrebbe anche accompagnare chi sta imparando: un confronto sincero può essere un'occasione preziosa per chiarire eventuali incomprensioni e provare a costruire un clima di lavoro più sereno. Se, nonostante questo confronto, la situazione dovesse rimanere invariata, credo sia importante fermarsi a valutare con lucidità quale sia il costo, per il suo benessere, del proseguire il tirocinio in quella struttura. Allo stesso tempo, potrebbe informarsi concretamente sulla possibilità di individuare una sede alternativa, così da capire se questa strada sia realmente percorribile o se, almeno per il momento, sia più sostenibile portare a termine il percorso iniziato. L'aspetto più importante, a mio avviso, è che la decisione finale nasca da una valutazione il più possibile consapevole delle diverse possibilità, e non soltanto dalla paura di sbagliare o dalla fatica che oggi sta vivendo. Le auguro di riuscire a trovare la soluzione più adatta alla sua situazione e di poter proseguire il suo percorso formativo con maggiore serenità.

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Doctor #723301

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Buongiorno, La ringrazio per aver condiviso la Sua situazione. È comprensibile che un contesto percepito come ostile possa generare ansia, tensione e un forte senso di demoralizzazione, soprattutto quando si sente giudicato senza aver ricevuto una formazione adeguata. Prima di prendere una decisione, potrebbe essere utile valutare se esistono margini per confrontarsi con i tutor o con il referente del tirocinio o della sua scuola di formazione, così da chiarire le difficoltà e verificare se la situazione possa migliorare. Allo stesso tempo, è importante considerare anche il peso che questa esperienza sta avendo sul Suo benessere psicofisico. Se ritiene che la sofferenza stia diventando eccessiva, può essere utile parlarne anche con uno psicologo, per individuare modalità che La aiutino a gestire l'ansia e ad affrontare la situazione nel modo più tutelante possibile; in alcuni casi, possiamo affrontare le situazioni "difficili" come possibili opportunità di crescita per noi stessi. La scelta migliore sarà quella che riuscirà a conciliare il raggiungimento del Suo obiettivo formativo con la salvaguardia della Sua salute. Saluti, Dott.ssa Donatella Valsi

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Doctor #523150

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Buongiorno. Innanzitutto, voglio rassicurarla sul fatto che il disagio, l'ansia e i sintomi fisici che sta provando sono reazioni del tutto normali di fronte a una situazione di forte pressione e isolamento. Essere inseriti in un contesto formativo senza ricevere un'adeguata formazione, per poi venire colpevolizzati per gli errori commessi, configura una dinamica scorretta e disfunzionale che non ha nulla a che vedere con il suo valore professionale o personale.Contatti immediatamente il tutor della scuola. Spieghi la situazione in modo oggettivo (mancanza di formazione iniziale, modalità comunicative aggressive dei tutor aziendali) e faccia presente l'impatto che questo sta avendo sulla sua salute.

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Doctor #735063

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Buonasera, la ringrazio per aver raccontato con tanta cura e sincerità questa esperienza. Dalle sue parole emerge una ragazza che sta cercando di prendere una decisione non guidata solo dall'emozione del momento, ma anche dalla consapevolezza delle difficoltà concrete che questa relazione comporta. Un aspetto che colpisce è che lei non sembra aver scelto di allontanarsi perché i sentimenti sono finiti o perché il rapporto fosse negativo. Al contrario, racconta di stare bene con questa persona, di avere un legame importante e di temere la perdita di qualcuno che è diventato significativo nella sua vita. Allo stesso tempo, però, riconosce che la situazione attuale le genera ansia e un senso di incertezza che non riesce più a sostenere. A volte nelle relazioni ci troviamo davanti a un conflitto tra ciò che desideriamo emotivamente e ciò che percepiamo come sostenibile nella realtà. Entrambe le parti hanno valore: il sentimento può essere autentico, ma anche i propri bisogni di sicurezza, stabilità e serenità meritano ascolto. La scelta di rimanere in contatto come amici può essere una possibilità, ma è importante essere consapevoli che non è sempre semplice trasformare un legame nato con un coinvolgimento romantico in un'amicizia. Potrebbe essere utile chiedersi, con sincerità, se questo rapporto vi permette davvero di andare avanti oppure se mantiene entrambi in una sorta di attesa, con la speranza che prima o poi qualcosa cambi. La paura che lui possa soffrire se lei dovesse innamorarsi di un'altra persona, o viceversa, è comprensibile. Tuttavia, nessuno dei due può promettere di fermare il proprio percorso emotivo per proteggere l'altro. Volersi bene significa anche lasciare all'altra persona la libertà di crescere e fare le proprie esperienze. Forse potrebbe aiutarvi definire insieme alcuni confini: cosa significa concretamente essere amici? Quanto spazio vi date nella quotidianità? Cosa farete se uno dei due dovesse iniziare una nuova relazione? Parlare apertamente di questi aspetti può evitare che il rapporto rimanga in una zona poco chiara e dolorosa. Vorrei anche sottolineare che, essendo una delle sue prime esperienze sentimentali, è normale avere dubbi e sentirsi insicura nelle proprie decisioni. Non esiste una scelta perfetta che elimini ogni possibilità di soffrire. Esiste però la possibilità di scegliere ciò che, in questo momento, rispetta maggiormente il suo benessere e quello dell'altra persona. Si conceda il tempo di capire cosa sente, senza giudicarsi per la difficoltà della situazione. Il fatto che lei stia cercando un equilibrio tra il suo desiderio di mantenere questo legame e la necessità di tutelare se stessa mostra già molta maturità emotiva. **Dottoressa Alessia Mariosa** Ricevo anche online

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Doctor #661468

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Mi dispiace per la situazione che sta vivendo. Quando un contesto formativo viene percepito come svalutante, soprattutto se si è già sotto pressione e si teme di sbagliare, è comprensibile che possano comparire ansia, blocco emotivo, mal di stomaco e insonnia. Prima di decidere se lasciare o “stringere i denti”, potrebbe essere utile fare un passaggio intermedio: distinguere i fatti concreti dalle interpretazioni, annotare episodi specifici, chiarire quali attività non le sono state spiegate e valutare se parlarne con un referente della scuola o con un tutor in modo formale ma non conflittuale. Non si tratta di reagire “a tono”, ma di tutelarsi e chiedere condizioni formative più chiare. Lasciare subito potrebbe avere conseguenze pratiche importanti, ma restare senza alcun confine rischia di logorarla. Una consulenza psicologica, online o in presenza, potrebbe aiutarla a gestire l’ansia, il blocco nelle situazioni di autorità e a prendere una decisione più lucida, non dettata solo dalla paura o dallo sfinimento. un caro saluto. Dott. Giulio Blasilli

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Doctor #690837

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Buonasera e grazie per la sua domanda. Comprendo che stia vivendo una situazione complessa e che sia difficile per lei "muoversi": da una parte si dice che dovrebbe stringere i denti ed andare avanti e dall'altra sperimenta una serie di emozioni spiacevoli e vorrebbe lasciare l'impegno preso (con tutte e conseguenze del caso). Allo stesso tempo parla di una cosa importante: vorrebbe "farsi valere" ma si sente bloccato nel farlo. Comprendo la sua fatica nel farsi presente e nell'abitare un luogo dove non si sente nella possibilità di esprimere i suoi pensieri o i suoi disaccordi. Sarebbe interessante poter approfondire questo punto. Parla di un "blocco emotivo", le capita anche in altre situazioni di sentirsi bloccato? In che modo si blocca e non dice quello che vorrebbe? cosa dice a sè per non dire all'altro? Potrebbe essere utile e funzionale "crearsi" un suo spazio, anche intimo e personale, in cui dire ad alta voce quanto trattiene e non dice, e vedere che effetto ha su di lei. A volte può capitare che "bloccando" o respingendo emozioni, parole e/o pensieri queste/i si manifestino in altre modalità (ansia, nervosismo, stress, problemi somatici). Il corpo spesso "ci parla", pur se con il suo linguaggio. Mi auguro che questa risposta le torni in qualche modalità utile, anche se, (purtroppo o per fortuna) non sempre c'è una risposta giusta o una sbagliata. Le auguro una buona giornata

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Doctor #699419

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Buongiorno, innanzitutto mi dispiace leggere quanto questa situazione la stia facendo soffrire. Dalle sue parole emerge chiaramente non solo la fatica pratica legata al tirocinio, ma soprattutto il peso emotivo che sta vivendo ogni giorno nell'affrontare un ambiente percepito come giudicante e poco accogliente. Il primo consiglio che mi sento di darle è di confrontarsi con i didatti o con il tutor della sua scuola di specializzazione. Le scuole di specializzazione non hanno soltanto il compito di garantire la formazione teorica e clinica degli allievi, ma anche quello di accompagnarli nelle difficoltà che possono emergere durante il percorso formativo. Potrebbero aiutarla a valutare la situazione, confrontarsi con la struttura ospitante oppure indicarle altri enti convenzionati presso cui completare il tirocinio. Non affronti questa decisione da solo: chiedere supporto, in questo caso, significa utilizzare le risorse che la scuola mette a disposizione dei propri specializzandi. C'è poi un altro aspetto che mi ha colpito leggendo il suo racconto. Lei scrive che, quando viene trattato in modo prepotente o svalutante, si blocca emotivamente e non riesce a rispondere. Questo è un elemento importante, che va oltre il contesto del tirocinio. Molte persone, quando si trovano davanti a figure percepite come autorevoli o critiche, reagiscono entrando in uno stato di forte attivazione emotiva. Il nostro sistema nervoso, anziché permetterci di pensare con lucidità, può portarci a "congelarci": è una risposta automatica di protezione, non un segno di debolezza. In quei momenti diventa difficile trovare le parole, difendere i propri confini o esprimere ciò che si pensa realmente. Proprio per questo motivo credo che questa esperienza, per quanto dolorosa, possa rappresentare anche un'importante occasione di crescita personale e professionale. Uno degli obiettivi fondamentali della scuola di specializzazione, infatti, non è soltanto imparare strumenti e tecniche terapeutiche, ma anche conoscere il proprio funzionamento emotivo. Esplorare il Sé del terapeuta significa comprendere quali situazioni ci mettono in difficoltà, quali emozioni si attivano, quali storie personali vengono toccate e come queste possano influenzare il nostro modo di stare nella relazione con l'altro. Le domande che questa esperienza potrebbe aiutarla a esplorare non sono soltanto: "Come posso sopportare questo mese?", ma anche: "Che cosa succede dentro di me quando mi sento giudicato?", "Perché il mio corpo reagisce bloccandosi?", "È una modalità che riconosco anche in altri contesti della mia vita?" Queste sono domande preziose per chi si sta formando come psicoterapeuta. Naturalmente questo non significa giustificare eventuali comportamenti irrispettosi dei tutor. Un ambiente formativo dovrebbe essere capace di correggere gli errori senza umiliare la persona, favorendo un apprendimento sicuro e rispettoso. Tuttavia, distinguere ciò che appartiene al contesto da ciò che appartiene al proprio funzionamento emotivo permette di trasformare un'esperienza difficile in un'opportunità di crescita. Se si accorge che l'ansia è ormai molto intensa, che il sonno è compromesso, che il pensiero del tirocinio occupa costantemente la sua mente e che il malessere sta incidendo sul suo benessere psicofisico, potrebbe essere utile dedicare uno spazio anche a sé stesso attraverso un percorso psicologico. Un percorso terapeutico non avrebbe come obiettivo quello di dirle se rimanere o lasciare quella struttura, ma di aiutarla a comprendere cosa si attiva in lei nelle relazioni percepite come giudicanti, rafforzare il senso di efficacia personale, imparare a riconoscere e comunicare i propri confini e sviluppare modalità più funzionali per affrontare situazioni di forte pressione emotiva. Queste competenze, oltre ad aiutarla oggi, rappresentano una risorsa fondamentale anche per il professionista che desidera diventare. Le auguro di poter trovare il supporto necessario per affrontare questa situazione e di ricordarsi che, anche nei percorsi di formazione, non è richiesto affrontare tutto da soli.

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Doctor #663469

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Tutti i contenuti, in particolare domande e risposte, sono di natura informativa e non possono in alcun caso sostituire una diagnosi medica.