Salve a tutti,sono una ragazza di 19 anni che ha appena concluso il suo percorso scolastico. Purtrop
Salve a tutti,sono una ragazza di 19 anni che ha appena concluso il suo percorso scolastico. Purtroppo sento la necessità di raccontarvi la mia situazione,perché a mio avviso sta prendendo una piega sempre peggiore. Il rapporto con i miei genitori si sta logorando sempre di più ogni giorno che passa;in passato,mi è capitato di litigare con loro,ma mai quanto in questo periodo. Per cominciare,questo mese ho dovuto studiare per sostenere l’esame di maturità,e quasi tutti i giorni ho litigato con i miei,dal momento che dicevano che non mi stavo impegnando abbastanza e che stavo oziando ogni volta che vedevano che mi riposavo troppo o facevo troppe pause. Siccome non è la prima volta che litighiamo per questo motivo,io ho detto loro svariate volte che non devono mettermi pressione perché ci sto male psicologicamente e che non mi sento compresa da loro,soprattutto perché ho sempre avuto voti eccellenti durante il mio percorso scolastico ed ho un’alta probabilità di prendere 100 all’esame. Nonostante glielo abbia detto più volte,loro hanno continuato come se non avessi detto nulla,e ciò ci ha portato a litigare ogni giorno. Ho iniziato ad invidiare i miei coetanei dal momento che hanno genitori meno oppressivi (o così mi sembra). Purtroppo un altro litigio è avvenuto durante l’ultimo giorno di scuola un paio di settimane fa,quando ho terminato le superiori. Per me sarebbe dovuto essere un giorno molto importante dal momento che terminavo le superiori;volevo andare a festeggiare al mare con i miei compagni,ma mio padre si è arrabbiato ed abbiamo litigato perché diceva che dovevo studiare e non perdere tempo. Oggi ho sostenuto l’esame orale di maturità in modo eccellente ed anche questo sarebbe dovuto essere un giorno importante,ma la situazione è diventata ancora più drastica. Mia madre ha fatto fare delle foto con lei,mio padre e me con i fiori in mano dopo il termine dell’esame. Io ero titubante perché le ho detto che non volevo che pubblicasse quelle foto per mio volere personale;mia madre mi ha promesso che non lo avrebbe fatto ma io non le ho creduto,dal momento che altre due volte mi aveva promesso che non avrebbe pubblicato le mie foto per poi metterle su Facebook. Alla luce di ciò io le ho preso il telefono ed ho eliminato le foto;so che non è stato corretto,ma avevo i miei sospetti dato che già altre volte mi aveva mentito dicendomi che non avrebbe pubblicato niente,dopo averle ribadito che non volevo che le mie foto girassero online.Fatto sta che ho suscitato una reazione nei miei genitori che non mi aspettavo per nulla:mia madre si è messa ad urlare fortissimo,mi ha detto di andarmene a quel paese,che faccio schifo e che mi devo far curare e poi è scoppiata a piangere. Mio padre ha,come sempre,preso le sue difese ed ha detto che non ho empatia. Io ho colto l’occasione per far notare loro che ormai il nostro rapporto,a parer mio,sta diventando sempre più disfunzionale e che litighiamo ogni giorno per quelle che a me sembrano sciocchezze e che sarebbe bene separarci,facendoli arrabbiare ancora di più.So che alcune persone sono legate ai ricordi ed al valore delle foto,ma non mi aspettavo di ricevere insulti gratuiti ed urla (soprattutto dopo che mia madre mi ha mentito due volte per pubblicare le foto e violando la mia richiesta di non farlo). Ci tengo a precisare,e forse avrei dovuto dirlo prima,che sono figlia unica;mia madre ha sviluppato un attaccamento sempre più morboso verso di me soprattutto nell’ultimo periodo,dal momento che ho intenzione di lasciare la mia città natale per andare in un’altra città al fine di frequentare la facoltà che desidero,non presente nella mia città. Mia madre ogni giorno cerca insistentemente di convincermi a rimanere qui nonostante le abbia detto più volte che nella nostra città non è presente la facoltà che voglio frequentare. Lei dice che senza di me non riesce a vivere,ed io anche ovviamente le voglio un bene immenso,ma penso che,alla luce di tutto ciò che ho detto,il rapporto con i miei genitori,soprattutto con mia madre,stia diventando disfunzionale e tossico. A questo punto mi chiedo se sono io il problema e se mi devo effettivamente fare curare come dice mia madre,se magari sono io che non riesco a comprendere i miei genitori e non il contrario. Dentro questa casa mi sento sempre più oppressa ed ammetto con molta vergogna che a volte mi è capitato di pensare di reagire con la violenza alle continue pressioni psicologiche ed a quelli che a me sembrano modi di controllarmi e/o manipolarmi (come la storia della foto). Aggiungo infine che ogni volta che parlo ad un amico di quanto accaduto dopo un litigio(questo è quello che pensano loro ,ma in realtà non lo faccio quasi mai)loro (soprattutto mia madre) mi accusano di stare facendo la vittima dicendo che li faccio sembrare due pazzi e/o troppo severi. Io mi ritengo una ragazza molto responsabile:esco raramente di casa se non per vedermi con gli amici nei weekend o al mare,non fumo,non mi ubriaco e ho sempre la testa sulle spalle. Questo mi rende ancora più rassegnata,perché penso al fatto che,nonostante sia una figlia responsabile e studiosa,loro riescano comunque a trovare il pelo nell’uovo. Ripeto,forse sono io il problema? Vi prego di aiutarmi perché la situazione è per me ormai diventata opprimente e sono disperata. Apprezzo chiunque abbia letto tutto ciò e lo ringrazio per la pazienza. Cordiali saluti.
19 risposte
Buongiorno ho trovato la Sua email molto toccante e piena di ansia. L'ambiente famigliare non mi sembra rassicurante e noto che i litigi spesso partono da una forma di mancanza di rispetto che Lei sente arrivare dai Suoi genitori. Cominci a non rispondere più alle provocazioni che riceve ed a pensare al proprio futuro fuori di casa. Da un lato la mamma La spinge ad essere brava ed indipendente nello studio, dall'altra parte invece non vorrebbe che Lei si allontanasse da casa per studiare. Sono messaggi contraddittori che destabilizzano la Sua giovane personalità e che non mi sembra facilitino il lima che vi è in famiglia. Penso che Lei debba distaccarsi da questa atmosfera famigliare così aggressiva e piena di recriminazioni e pensare di pù alla propria indipendenza ed alle relazioni di amicizia che sicuramente intrattiene e guardare al Suo futuro.
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Gentile ragazza,leggendo il tuo messaggio ho avuto la sensazione di una ragazza molto responsabile che, però, da tempo si sente poco compresa dentro casa. Più che i singoli litigi, mi colpisce il clima che descrivi, come se ogni tua scelta diventasse motivo di tensione e come se tu dovessi continuamente dimostrare di essere abbastanza.Da quello che racconti, hai sempre affrontato la scuola con impegno e ottimi risultati. È comprensibile che, durante la maturità, avessi bisogno anche di pause e momenti per ricaricarti. Quando una persona sente di essere costantemente sotto pressione, anche un'osservazione può essere vissuta come un'ulteriore critica. Anche l'episodio delle fotografie, a mio parere, parla di qualcosa di più profondo. Il problema non è la foto in sé, ma il fatto che tu senta di non essere rispettata quando esprimi un tuo limite. Se in passato ti eri già sentita tradita nella fiducia, è comprensibile che questa volta tu abbia reagito con maggiore rigidità. Allo stesso tempo, prendere il telefono di tua madre non è stata la soluzione migliore, perché ha alimentato ulteriormente il conflitto.Mi ha colpito anche ciò che racconti di tua madre. Il fatto che faccia fatica ad accettare la tua partenza per l'università potrebbe spiegare, almeno in parte, il suo bisogno di trattenerti. Crescere significa anche differenziarsi dalla propria famiglia e questo passaggio, a volte, è difficile sia per i figli sia per i genitori Mi chiedi se sei tu il problema. Da quello che scrivi, io vedo una ragazza che sta cercando il proprio spazio e che desidera essere ascoltata come giovane adulta. Vedo anche due genitori che sembrano fare fatica a riconoscere questo cambiamento e che, probabilmente, esprimono la loro preoccupazione in un modo che tu vivi come controllo. Il fatto che tu abbia pensato di reagire con rabbia mi fa pensare a quanta tensione tu stia accumulando. Per questo credo che sarebbe importante trovare uno spazio tutto tuo, come un percorso psicologico, dove poter dare voce a quello che provi e imparare a gestire questa fase così delicata senza sentirti schiacciata. Da come ti descrivi, veedo una giovane donna che sta cercando di costruire la propria autonomia e che ha bisogno di sentirsi riconosciuta e rispettata in questo percorso. Un caro saluto, Dott.ssa Alina Mustatea Psicologa Clinica Giurdica e Psicodiagnosta
La prima cosa che mi sento di dirti è questa: smetti di chiederti se sei "il problema". Nelle relazioni familiari raramente esiste un unico colpevole. Ogni relazione è un sistema, in cui il comportamento di ciascuno influenza quello dell'altro. Da ciò che racconti, sembra che la vostra famiglia stia attraversando un momento evolutivo molto delicato. Tu stai diventando adulta, hai terminato la scuola, stai progettando di trasferirti per l'università e stai cercando, in modo del tutto naturale, maggiore autonomia. I tuoi genitori, soprattutto tua madre, sembrano invece vivere questa fase con molta fatica. A volte il controllo non nasce dalla cattiveria, ma dalla paura. La paura di perdere una figlia, di non essere più indispensabili, di vedere cambiare un equilibrio che, per quanto faticoso, era conosciuto. Questo, però, non significa che alcune modalità comunicative siano funzionali. Urlare, sminuire, dire a una figlia "devi farti curare" durante un litigio difficilmente aiuta a costruire un dialogo. Mi ha colpito anche il tema delle fotografie. Per qualcuno una foto rappresenta un ricordo da custodire, per qualcun altro la tutela della propria privacy. Non esiste una posizione giusta e una sbagliata. Il problema nasce quando i confini dell'altro non vengono riconosciuti. Se in passato avevi espresso chiaramente il desiderio di non vedere pubblicate le tue immagini e quella richiesta non è stata rispettata, è comprensibile che la fiducia si sia incrinata. Allo stesso tempo, cancellare le foto dal telefono di tua madre è stato un gesto impulsivo che probabilmente ha alimentato ulteriormente il conflitto. Quello che noto, però, è che ogni discussione sembra trasformarsi rapidamente in uno scontro in cui nessuno si sente ascoltato. Tu ti senti controllata e non compresa; loro probabilmente si sentono rifiutati e temono di perderti. Più cercano di trattenerti, più tu senti il bisogno di allontanarti. Più tu rivendichi la tua autonomia, più loro sembrano irrigidirsi. È un circolo vizioso che spesso si osserva nelle famiglie quando un figlio entra nell'età adulta. Vorrei soffermarmi anche su un altro passaggio del tuo racconto: dici di aver pensato, in alcuni momenti, di reagire con violenza. Il fatto che questi pensieri ti spaventino e che tu ne parli è importante. Non significa che tu sia una persona violenta, ma ci racconta quanto tu ti senta sotto pressione. Proprio per questo ti suggerirei di non affrontare tutto questo da sola. Se ne hai la possibilità, valuta l'idea di iniziare un percorso psicologico. Non perché ci sia "qualcosa che non va in te", ma perché potrebbe offrirti uno spazio protetto in cui comprendere come proteggere il tuo benessere emotivo, imparare a mettere confini in modo fermo ma efficace e affrontare questa delicata fase di passaggio verso l'età adulta. Infine, una riflessione che mi sembra importante: diventare adulti non significa smettere di voler bene ai propri genitori. Significa poterli amare senza rinunciare alla propria individualità. Andare a studiare in un'altra città, scegliere il proprio percorso o chiedere che venga rispettata la propria privacy non sono gesti di egoismo, ma passi naturali nel processo di crescita. Ti auguro che questa nuova fase della tua vita possa rappresentare non solo l'inizio dell'università, ma anche l'inizio di una relazione più equilibrata con te stessa e, nel tempo, anche con i tuoi genitori. A volte il cambiamento di un sistema familiare inizia proprio quando uno dei suoi membri impara a comunicare in modo diverso, senza rinunciare a ciò che è importante per sé.
Buongiorno, ho letto il suo intervento. Lei sembra avere una visione piuttosto chiara della situazione nella sua famiglia che definisce con termine tecnico, disfunzionale; così altrettanto mi sembra consapevole e decisa del suo futuro prossimo in cui ci sarà, se ho ben capito una separazione rispetto ai suoi genitori. Lei dice di sentirsi oggi disperata, oggi che per lei è una fase delicata, in cui un passo è nel passato e uno già nel futuro. Penso sia importante capire come e cosa di questo suo passato porta con sè nel presente e nel futuro anche in considerazioni delle trasformazioni che ci saranno nel rapporto con i suoi in virtù del suo trasferimento. un saluto e un in bocca al lupo, dott.ssa Rachele Petrini
Ciao, mi ha colpita molto il tuo messaggio e soprattutto il tuo desiderio di comprendere e trovare un modo per poter affrontare la situazione, mettendoti in gioco. Sembra che tu stia vivendo un rapporto conflittuale con i tuoi, in cui fai fatica ad esprimerti e parlare con loro serenamente. Molto importante sarebbe riuscire un clima positivo, in cui poter parlare senza la paura del giudizio, ma soprattutto instaurando e costruendo pian piano quella fiducia che sembra venire meno. Quando una persona si sente molto oppressa può provare una rabbia enorme. L'importante è non trasformare quei pensieri in azioni e, se senti che la situazione ti sta facendo stare davvero male, valutare il supporto di uno psicologo, perché avere uno spazio sicuro in cui parlare può aiutarti a gestire questo periodo. Ti faccio i complimenti per aver affrontato così bene la maturità e ti auguro di poter intraprendere il percorso universitario che desideri.
Buonasera, grazie per aver condiviso con tanta sincerità ciò che sta vivendo. Dalle sue parole emerge una sofferenza importante e il senso di sentirsi poco ascoltata e compresa all'interno della relazione con i suoi genitori. In una fase di vita come quella che sta attraversando, caratterizzata dal passaggio all'età adulta e dalla prospettiva di costruire un percorso autonomo, è possibile che emergano tensioni e difficoltà nel ridefinire gli equilibri familiari. Mi colpisce il fatto che, più volte, lei abbia cercato di comunicare il proprio disagio e il bisogno di sentirsi rispettata nelle sue scelte e nei suoi confini, senza percepire di essere realmente ascoltata. Allo stesso tempo, è importante evitare di attribuire etichette alla relazione o alle persone coinvolte basandosi su un singolo racconto: ciò che appare evidente è che questa situazione la sta facendo soffrire e merita attenzione. Il fatto che si chieda se sia lei "il problema" dimostra quanto questa dinamica la stia portando a mettere in discussione sé stessa. Più che cercare un colpevole, potrebbe essere utile comprendere come queste modalità relazionali influenzino il suo benessere emotivo e come possa imparare a esprimere i propri bisogni in modo sempre più consapevole, mantenendo al tempo stesso i propri confini. Un percorso psicologico potrebbe offrirle uno spazio protetto in cui elaborare ciò che sta vivendo e affrontare questo importante momento di cambiamento con maggiore serenità. Un caro saluto.
Gentilissima, ti ringrazio per il tuo messaggio. Quello che stai vivendo non parla di una tua mancanza, né di un difetto da ‘curare’. Al contrario, da ciò che racconti emerge che tu stai mostrando una maturità emotiva molto più alta dei tuoi genitori, che in questo momento stanno reagendo con modalità impulsive, controllanti e poco rispettose dei tuoi confini. La pressione continua, le urla, gli insulti, il non ascoltare le tue richieste, il pubblicare foto contro la tua volontà, il dirti che ‘senza di te non riescono a vivere sono dinamiche che non hanno nulla a che fare con l’amore sano. Sono segnali di un attaccamento disfunzionale, che ti sta togliendo spazio, autonomia e serenità. La tua sensazione di essere manipolata o controllata non è una fantasia: è coerente con ciò che descrivi. E il fatto che tu riesca a riconoscerlo, a parlarne e a chiedere aiuto è un segno di lucidità e maturità. In questo momento, prendere distanza – anche attraverso il percorso universitario in un’altra città – potrebbe essere una scelta molto protettiva per te. Non per ‘scappare’, ma per permetterti di crescere senza essere schiacciata da dinamiche che non dipendono da te. Non sei tu il problema. Tu stai cercando di diventare adulta. I tuoi genitori stanno faticando ad accettarlo. Resto a disposizione per aiutarti a capire come muoverti e come proteggerti emotivamente. Un caro saluto. Dott.ssa Glenda Frassi
Ciao, da ciò che racconti emerge una sofferenza che merita di essere accolta e presa sul serio. È comprensibile che, in una fase di passaggio importante come quella che stai vivendo, il desiderio di essere riconosciuta come adulta e rispettata nelle tue scelte possa entrare in conflitto con le preoccupazioni dei tuoi genitori. Allo stesso tempo, dalle tue parole sembra che la comunicazione tra voi sia diventata molto faticosa e che ogni confronto finisca rapidamente in uno scontro. Mi ha colpito soprattutto un passaggio: dici di sentirti sempre più oppressa e che, a volte, hai pensato di reagire con la violenza. Non significa che tu sia una persona violenta, ma è un segnale che il livello di stress e di frustrazione che stai vivendo è molto elevato e non andrebbe sottovalutato. Non posso dirti, sulla base di un racconto, chi abbia ragione o se tu sia "il problema". Quello che posso dirti è che il fatto che tu ti stia ponendo queste domande e stia cercando un confronto è già un segnale di consapevolezza, non qualcosa di cui vergognarti. Se senti che questa situazione sta compromettendo il tuo benessere, ti incoraggio a rivolgerti a uno psicologo. Avere uno spazio neutrale in cui elaborare ciò che stai vivendo può aiutarti a comprendere meglio le dinamiche familiari, a gestire le emozioni e a trovare modalità più efficaci per tutelare i tuoi bisogni senza arrivare allo scontro.
Buon pomeriggio carissima, dal suo racconto emerge tutta la fatica di vivere in un clima in cui sente di dover continuamente giustificare le sue scelte e di non sentirsi ascoltata. È comprensibile che questo le provochi tristezza, rabbia e un senso di oppressione. Non è possibile stabilire, da un singolo racconto, chi abbia "ragione". Tuttavia, è importante sottolineare che desiderare maggiore autonomia a 19 anni, decidere il proprio percorso universitario o chiedere che una propria foto non venga pubblicata sono richieste legittime. Allo stesso modo, è possibile che i suoi genitori, e in particolare sua madre, stiano vivendo con molta difficoltà il suo processo di crescita e il timore del distacco. Questo, però, non giustifica modalità comunicative fatte di urla, insulti o svalutazioni. Il fatto che lei arrivi a chiedersi se sia "il problema" è un segnale di quanto questa situazione la stia mettendo in discussione. Le parole pronunciate durante un litigio, come "devi farti curare", spesso nascono dalla rabbia e non rappresentano una valutazione oggettiva della persona. Anche il pensiero di reagire con aggressività può comparire quando ci si sente a lungo sotto pressione. Il punto importante è che lei riconosce questi pensieri e desidera trovare modi diversi per gestire il conflitto, anziché agirlo. L'ingresso all'università rappresenterà probabilmente anche un'opportunità per costruire gradualmente uno spazio più autonomo, mantenendo il legame con i suoi genitori ma definendo confini più sani. Se questa situazione continua a farla soffrire, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a rafforzare la fiducia in sé, gestire il senso di colpa e imparare a comunicare i propri bisogni con maggiore serenità. Se lo desidera, può trovare il mio profilo su MioDottore. Sono la Dott.ssa Ilaria Redivoi
Salve, innanzitutto complimenti per i risultati scolastici raggiunti. Lei si trova nella fase di transizione dall'adolescenza all'età adulta e questo comporta cambiamenti anche nel suo contesto familiare, che fisiologicamente dovrà ricostruire un nuovo equilibrio. La sofferenza, la rabbia e il senso di soffocamento che lei prova non sono sintomi di una patologia, ma segnali d'allarme sani. Le stanno dicendo che i suoi confini personali vengono violati. Dal momento che non sempre è possibile modificare il comportamento altrui e l'ambiente, sarebbe utile lavorare sulla capacità di 'mettere confini', esprimendo i suoi bisogni nel rispetto di quelli altrui. Se ne sente il bisogno, potrebbe chiedere l'aiuto di uno psicologo, magari usufruendo del servizio di ascolto gratuito che troverà nella sua nuova università. Resto a disposizione per ulteriori dubbi. Cordiali saluti
Buongiorno, leggendo il tuo racconto, si percepisce quanto tieni ai tuoi genitori e, allo stesso tempo, quanto ti senti soffocata da alcune dinamiche che sembrano ripetersi sempre più spesso. C'è una domanda che torna più volte nelle tue parole: "Sono io il problema?". Mi verrebbe da restituirti una riflessione diversa: e se il problema non fosse una persona, ma il momento che la vostra famiglia sta attraversando? A 19 anni è naturale che emerga il desiderio di costruire gradualmente la propria autonomia. Allo stesso modo, per alcuni genitori può essere molto difficile confrontarsi con l'idea che il proprio figlio stia crescendo e iniziando a percorrere la propria strada. Questo non rende automaticamente giuste alcune modalità comunicative né significa che tu debba rinunciare ai tuoi bisogni, ma può aiutare a leggere ciò che sta accadendo in una prospettiva più ampia. inoltre, riguardo al tuo desiderio di frequentare una facoltà che nella tua città non esiste, mi chiedo: se questa possibilità non implicasse l'allontanamento dai tuoi genitori, la metteresti comunque in discussione? Oppure senti che, in parte, il dubbio nasce dal timore di come loro potrebbero viverla? A volte, nel tentativo di proteggere chi amiamo dalla sofferenza, rischiamo di mettere in secondo piano il nostro percorso di vita. Infine, per quanto riguarda possibili atti di violenza, il fatto che questo pensiero ti spaventi è normale, però mi sento di rassicurarti perché mi sembra di capire che è rimasto un pensiero, l'hai elaborato e l'hai pronunciato (a parole). In questi casi, concedersi uno spazio con uno psicologo non significa "essere il problema", ma avere un luogo in cui comprendere meglio ciò che stai vivendo e trovare modalità nuove per affrontarlo. Ti auguro di poter costruire il tuo futuro con serenità, nonostante le difficoltà che puoi incontrare. Un caro saluto!
Salve,Da ciò che racconti non emerge l'immagine di una ragazza "da curare" o "sbagliata". Emergono piuttosto la sofferenza, la stanchezza e il senso di oppressione di una giovane adulta che sta attraversando una fase di passaggio molto importante: la fine della scuola superiore e il possibile ingresso nell'università lontano da casa. Questa fase della vita richiede inevitabilmente una ridefinizione dei rapporti tra genitori e figli. Tu stai cercando maggiore autonomia, maggiore fiducia e il riconoscimento di essere ormai una persona quasi adulta. I tuoi genitori, soprattutto tua madre da quanto descrivi, sembrano vivere con molta fatica e paura questo cambiamento e rispondono aumentando il controllo, le pressioni e il bisogno di trattenerti vicino a loro. Questo però non significa che il tuo disagio sia immaginario o ingiustificato. Quando una persona dice ripetutamente: * "Non mettermi pressione, perché mi fa stare male"; * "Non voglio che le mie fotografie vengano pubblicate"; * "Vorrei essere ascoltata e rispettata nelle mie decisioni"; e queste richieste continuano a non essere accolte, è comprensibile sviluppare rabbia, frustrazione e senso di non essere vista o compresa. Riguardo all'episodio delle fotografie, dal punto di vista relazionale vedo due aspetti distinti: * prendere il telefono di tua madre e cancellare le foto senza il suo consenso non è stata probabilmente la strategia migliore; * allo stesso tempo, il fatto che in passato la tua richiesta di non pubblicare le immagini sia stata ignorata rende comprensibile la tua sfiducia e il bisogno di proteggere i tuoi confini personali. Le due cose possono coesistere: il gesto può essere discutibile senza che questo faccia di te una persona egoista, priva di empatia o "da curare". Anche il fatto che tu abbia pensato di reagire con aggressività non significa che tu sia violenta o pericolosa. Quando una persona si sente costantemente sotto pressione, controllata o non ascoltata, può comparire la fantasia di esplodere o di reagire con forza. La differenza importante sta proprio nel fatto che si tratta di pensieri che ti spaventano e che non desideri mettere in atto. Mi colpisce molto una frase di tua madre: "senza di te non riesco a vivere". Una madre può certamente soffrire all'idea che una figlia si trasferisca, ma il compito emotivo di una figlia non è quello di garantire il benessere psicologico del genitore rinunciando al proprio percorso di crescita. Tu non sei responsabile della solitudine, della tristezza o delle paure di tua madre. Un'altra cosa importante: raccontare a un amico ciò che accade in famiglia non significa "fare la vittima" né "far passare i genitori per pazzi". Cercare confronto e sostegno sociale è un comportamento normale e sano. Alla domanda "forse sono io il problema?" risponderei così: Non vedo il problema in te come persona. Vedo invece una relazione familiare che sembra essere entrata in una fase molto conflittuale, nella quale: * tu chiedi autonomia e riconoscimento; * i tuoi genitori rispondono con maggiore controllo; * tu ti senti soffocata e reagisci con rabbia; * loro interpretano la tua rabbia come ingratitudine o mancanza di empatia; * il conflitto aumenta ulteriormente. Questo tipo di circolo è frequente nelle famiglie durante il passaggio all'età adulta. Se potessi suggerirti qualcosa da psicologa, ti direi che potrebbe esserti molto utile intraprendere un percorso psicologico individuale, non perché ci sia qualcosa di sbagliato in te, ma perché avere uno spazio tuo potrebbe aiutarti a: * distinguere i tuoi bisogni da quelli dei tuoi genitori; * imparare a mettere confini senza sentirti in colpa; * gestire la rabbia e la frustrazione; * affrontare con maggiore serenità il trasferimento e il passaggio all'università. Infine voglio sottolineare un aspetto importante: dal modo in cui scrivi trasmetti responsabilità, capacità di riflessione e molta autocritica, forse persino troppa. Una persona che si interroga così profondamente sulla possibilità di essere lei stessa il problema, spesso è una persona che si assume più responsabilità di quelle che realmente le appartengono. La domanda forse non è soltanto: "Sono io il problema?" Forse potrebbe essere anche: "Quanto spazio mi è stato permesso di avere per diventare me stessa senza sentirmi in colpa per questo?" Resto a disposizione Cordiali Saluti
Buongiorno, prima di tutto desidero ringraziarla per aver trovato il coraggio di raccontare una situazione così personale. Dal modo in cui scrive emerge una ragazza molto riflessiva, capace di mettersi in discussione e di interrogarsi sinceramente sul proprio comportamento. È un atteggiamento tutt'altro che scontato e credo sia importante riconoscerlo. La domanda che pone alla fine del suo messaggio è molto significativa: "Forse sono io il problema?". È una domanda che spesso nasce quando, per lungo tempo, si vive all'interno di relazioni caratterizzate da incomprensioni, conflitti continui e dalla sensazione che il proprio punto di vista non venga realmente ascoltato. Da ciò che racconta, non mi sembra che il nodo principale sia stabilire chi abbia ragione e chi abbia torto. In una relazione familiare ogni persona contribuisce alle dinamiche che si creano. Quello che però emerge con forza è che lei sta vivendo un profondo senso di non sentirsi compresa, rispettata e riconosciuta come giovane adulta. Mi ha colpito il fatto che abbia spiegato più volte ai suoi genitori che le continue pressioni sullo studio la facevano stare male. Lei non racconta di aver trascurato la scuola, anzi descrive un percorso costellato di ottimi risultati e la concreta possibilità di conseguire un eccellente voto di maturità. Questo fa pensare che il conflitto non riguardi tanto il suo impegno, quanto il modo in cui viene percepito e controllato. Anche l'episodio delle fotografie va, a mio avviso, letto in questa prospettiva. Il punto probabilmente non erano le fotografie in sé, ma il fatto che lei avesse espresso un desiderio riguardo alla propria immagine e che, in passato, avesse vissuto l'esperienza di vedere quel limite non rispettato. Quando la fiducia viene incrinata, è naturale che possa nascere il bisogno di proteggersi, anche se il modo con cui lo si fa può poi generare ulteriore conflitto. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è spesso utile osservare non solo ciò che accade, ma anche il significato che ogni persona attribuisce agli eventi. È possibile che i suoi genitori vivano questo periodo con molta paura. Lei sta terminando la scuola, desidera trasferirsi in un'altra città e sta entrando nella vita adulta. Per un genitore questo passaggio può essere emotivamente molto intenso. Tuttavia, comprendere che possano provare paura non significa che ogni loro comportamento diventi automaticamente funzionale o che lei debba rinunciare ai propri bisogni per proteggerli. Mi colpiscono in particolare le parole che attribuisce a sua madre quando dice di non riuscire a vivere senza di lei. Frasi di questo tipo possono avere un peso molto importante su una figlia che sta cercando, in modo del tutto naturale, di costruire la propria autonomia. Crescere significa anche differenziarsi dalla propria famiglia, iniziare a prendere decisioni personali, fare esperienze nuove e costruire gradualmente una vita indipendente. Questo processo può essere doloroso per entrambe le parti, ma rappresenta una tappa normale dello sviluppo. Un altro aspetto che merita attenzione è il fatto che lei finisca spesso per dubitare della propria percezione della realtà. Si chiede se sia davvero lei a non capire i suoi genitori, se sia lei quella da "curare", se stia esagerando. Questo continuo mettere in discussione se stessa sembra essere diventato quasi automatico. Sarebbe interessante comprendere quando è iniziata questa tendenza e quanto sia presente anche in altri ambiti della sua vita. Vorrei soffermarmi anche su ciò che scrive riguardo ai pensieri di reagire con violenza. Credo sia importante distinguere i pensieri dai comportamenti. Quando una persona vive per lungo tempo sotto una forte pressione emotiva può sperimentare fantasie di ribellione o immagini aggressive che spesso esprimono il bisogno di interrompere una situazione percepita come soffocante. Il fatto che questi pensieri la spaventino e la facciano vergognare dimostra quanto siano lontani dai suoi valori e dal modo in cui desidera comportarsi. Proprio per questo è importante non affrontare da sola questo livello di sofferenza. Ho l'impressione che negli ultimi mesi lei abbia cercato più volte di spiegare ai suoi genitori come si sente, ma che questi tentativi si siano trasformati rapidamente in nuovi litigi. Quando questo accade ripetutamente, il rischio è che ciascuno rimanga sempre più chiuso nella propria posizione e che nessuno riesca più ad ascoltare davvero l'altro. Per questo motivo credo che questo sia un momento molto importante della sua vita. Non tanto perché deve decidere quale università frequentare, ma perché sta cercando di costruire un'identità adulta, distinta da quella di figlia. È un passaggio delicato e, quando avviene all'interno di relazioni familiari molto intense, può diventare particolarmente faticoso. Proprio per questo, penso che potrebbe essere molto utile concedersi uno spazio personale di supporto psicologico, preferibilmente ad orientamento cognitivo comportamentale. Non perché ci sia necessariamente qualcosa che "non va" in lei, ma perché potrebbe aiutarla a comprendere meglio i meccanismi relazionali nei quali si trova coinvolta, a distinguere ciò che sente realmente da ciò che finisce per pensare di sé attraverso gli occhi degli altri e a sviluppare modalità sempre più efficaci per affermare i propri bisogni senza sentirsi costantemente in colpa. Infine, vorrei dirle una cosa che spero possa portare con sé. Desiderare di studiare nella facoltà che sente più vicina ai propri interessi, chiedere che una propria fotografia non venga pubblicata o sentire il bisogno di costruire gradualmente la propria autonomia non significa essere una cattiva figlia. Sono bisogni che fanno parte della crescita e meritano di essere ascoltati tanto quanto meritano ascolto le emozioni dei suoi genitori. Le auguro che questo nuovo capitolo della sua vita possa rappresentare anche l'occasione per conoscere meglio se stessa e costruire relazioni nelle quali possa sentirsi rispettata, ascoltata e libera di esprimere ciò che prova. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno. Da quello che racconti mi arriva tutta la fatica e la sofferenza che stai vivendo. Deve essere davvero pesante sentirsi costantemente sotto pressione proprio in un periodo che, oltre ad essere impegnativo come quello della maturità, dovrebbe essere anche ricco di soddisfazioni e momenti da ricordare. Da ciò che scrivi, mi sembra che tu stia esprimendo bisogni evolutivi assolutamente sani e normali per una ragazza della tua età: desiderare che venga rispettata la tua privacy (ad esempio chiedendo che le tue foto non vengano pubblicate), iniziare a mettere dei confini e scegliere il percorso universitario che senti più adatto a te, anche se questo significa andare lontano da casa. Sono tutti passaggi che fanno parte del naturale processo di crescita e di individuazione. È vero, cancellare le foto dal telefono di tua madre è stata una modalità estrema. Ma, leggendo il contesto, mi chiedo se in quel momento tu non l'abbia percepita come l'unica possibilità per proteggere un confine che in passato era già stato oltrepassato. Questo non significa che sia stata la strategia migliore, ma è diverso dal dire che il tuo bisogno non fosse legittimo. Purtroppo può capitare che i genitori, pur volendo il bene dei propri figli, mettano in atto comportamenti disfunzionali. A volte questo accade perché, senza rendersene conto, riversano nella relazione le proprie paure, le proprie difficoltà o il timore di perdere il proprio ruolo quando un figlio cresce e diventa sempre più autonomo. Questo, però, non rende meno doloroso ciò che tu stai vivendo. Le frasi che ti sono state rivolte, come "devi farti curare", possono essere state pronunciate nella rabbia, ma restano comunque molto pesanti da ricevere. Nessun figlio dovrebbe sentirsi definito o svalutato in questo modo. Per questo non credo che la domanda principale sia "chi è il problema?". Mi chiederei piuttosto quanto questo clima familiare stia incidendo sul tuo benessere e sul modo in cui inizi a guardare te stessa. Il fatto che tu arrivi a dubitare di essere "sbagliata" mi fa pensare che queste dinamiche stiano già avendo un impatto sulla tua autostima. Se deciderai di andare a studiare fuori, probabilmente questo ti darà anche uno spazio fisico per respirare. A volte, però, ci si allontana da casa ma ci si porta dentro quelle parole, quei dubbi e quelle convinzioni su di sé. Per questo non ti direi di valutare un percorso psicologico perché "sei tu il problema" o perché ci sia qualcosa da curare. Semmai, potrebbe essere uno spazio in cui comprendere meglio quello che stai vivendo, alleggerirti di alcuni schemi che forse hai appreso in questa relazione e rafforzare la fiducia in te stessa, così da sentirti sempre più libera di scegliere la tua strada senza mettere continuamente in discussione il tuo valore. Se vorrai, puoi prenotare una consulenza gratuita anche solo per approfondire questi aspetti. Ti auguro davvero di poter iniziare questo nuovo capitolo della tua vita con maggiore serenità. In bocca al lupo.
Buongiorno, dal suo racconto emerge una situazione di conflittualità familiare, nella quale sembra esserci una difficoltà nel riconoscere e rispettare i bisogni e i confini dell'altro. Il passaggio verso l'università e una maggiore autonomia rappresenta spesso un momento delicato sia per i figli sia per i genitori e può accentuare tensioni già presenti. Non è possibile stabilire, sulla base del suo racconto, se "il problema" sia lei o i suoi genitori. Ciò che appare evidente è che questa situazione le sta causando una sofferenza significativa e la porta a sentirsi poco compresa e costantemente sotto pressione. Le emozioni di rabbia, frustrazione e il desiderio di prendere le distanze da un clima percepito come opprimente meritano di essere accolti e approfonditi. Un percorso psicologico potrebbe offrirle uno spazio protetto per comprendere meglio queste dinamiche, rafforzare la sua autonomia e individuare modalità più efficaci di gestione della relazione con i suoi genitori. Cordiali saluti, dott.ssa Eleonora Acuti
Buonasera, Leggendo le sue parole non emerge l'immagine di una ragazza irresponsabile o problematica, ma quella di una giovane adulta che sta cercando di costruire la propria autonomia all'interno di un sistema familiare che sembra vivere questo passaggio con molta difficoltà. Da ciò che descrive, il tema centrale non sembra essere il singolo litigio per lo studio o per le fotografie, bensì il modo in cui, ormai da tempo, si svolgono le vostre interazioni. Ogni tentativo da parte sua di affermare un bisogno personale – prendersi una pausa durante lo studio, festeggiare la fine della scuola con i compagni, decidere se pubblicare o meno una propria fotografia, scegliere un'università in un'altra città – sembra trasformarsi rapidamente in uno scontro, nel quale i suoi bisogni faticano a trovare uno spazio di ascolto. Questo momento della vita rappresenta una fase molto delicata per l'intera famiglia. Il passaggio dalla scuola superiore all'università coincide con un naturale processo di differenziazione durante il quale il figlio diventa progressivamente adulto e ridefinisce il rapporto con i genitori, mantenendo il legame affettivo ma acquisendo maggiore autonomia. Quando questo cambiamento viene vissuto con molta paura da parte della famiglia, può accadere che aumentino il controllo, le critiche o i tentativi, anche inconsapevoli, di trattenere il figlio vicino a sé. La ricerca sui sistemi familiari mostra come, quando i confini tra i membri diventano poco definiti e l'autonomia viene vissuta come una minaccia, possano aumentare tensioni, sensi di colpa e difficoltà nel processo di individuazione. Mi ha colpito, in particolare, ciò che racconta di sua madre quando le dice che senza di lei non riuscirebbe a vivere. È una frase che lascia intuire una forte sofferenza e una grande paura della separazione, ma che rischia di attribuire a lei una responsabilità molto pesante, ovvero quella di farsi carico del benessere emotivo di un genitore. Nessun figlio dovrebbe sentirsi responsabile della serenità o della solitudine dei propri genitori. Il compito evolutivo di una ragazza di 19 anni è poter costruire la propria strada, pur continuando ad amare la propria famiglia. Anche l'episodio delle fotografie merita una riflessione. È comprensibile che sua madre attribuisca un valore affettivo a quelle immagini, ma è altrettanto comprensibile che lei desideri decidere se una sua fotografia venga pubblicata oppure no. Il problema, probabilmente, non è tanto la foto in sé, quanto il fatto che lei racconta di aver già visto in passato il proprio desiderio non rispettato. Quando la fiducia viene incrinata, è naturale che aumenti il bisogno di proteggere i propri confini. Lei si chiede ripetutamente se sia lei il problema. Credo che questa domanda meriti una risposta prudente. Da ciò che racconta non mi sembra utile ragionare in termini di "chi ha ragione" o "chi ha torto". Nelle famiglie, il disagio raramente appartiene a una sola persona, ma riguarda le modalità con cui i membri della famiglia entrano in relazione tra loro. Questo non significa che ogni comportamento sia equivalente, ma che spesso il conflitto si mantiene perché ciascuno reagisce all'altro secondo schemi che finiscono per ripetersi. Vorrei soffermarmi anche su un altro aspetto importante. Lei scrive di aver pensato, a volte, di reagire con la violenza, pur vergognandosene. Il fatto che ne parli apertamente è significativo e non la rende una persona violenta. Piuttosto, mi fa pensare a quanto si senta intrappolata e priva di uno spazio nel quale sentirsi ascoltata. Quando la tensione relazionale diventa molto intensa, possono comparire pensieri di questo tipo come espressione della frustrazione accumulata. Se però dovessero diventare sempre più frequenti o difficili da gestire, sarebbe importante non affrontare tutto questo da sola, ma chiedere un aiuto psicologico. Infine, mi sembra importante riconoscere anche le sue risorse. Lei descrive una ragazza responsabile, impegnata nello studio, capace di costruire relazioni amicali, con obiettivi chiari per il proprio futuro. Il desiderio di trasferirsi per frequentare la facoltà che sente più adatta ai suoi interessi non appare come un rifiuto della sua famiglia, ma come un passo naturale verso la costruzione della sua identità adulta. Credo che un percorso psicologico potrebbe offrirle uno spazio protetto nel quale comprendere meglio queste dinamiche, rafforzare la capacità di porre confini senza sentirsi in colpa e affrontare con maggiore serenità questa importante fase di cambiamento. Diventare adulti non significa smettere di voler bene ai propri genitori; significa imparare a restare in relazione con loro senza rinunciare a se stessi. Questo equilibrio, soprattutto in famiglie molto coinvolte emotivamente, può richiedere tempo, ma è un obiettivo possibile e profondamente sano. Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Gentile ragazza, innanzitutto desidero dirle che dal suo racconto emerge una sofferenza autentica. Si percepisce quanto questo periodo, che dovrebbe rappresentare una fase di passaggio importante verso l'età adulta, sia invece diventato per lei motivo di forte tensione familiare. La prima considerazione che mi sento di fare è che lei non descrive una situazione caratterizzata da un singolo litigio, ma un clima relazionale in cui il conflitto sembra essere diventato quasi la modalità abituale di comunicazione. Quando questo accade, ogni episodio rischia di trasformarsi nell'occasione per riaccendere tensioni già presenti da tempo. Dal suo racconto emerge anche un altro aspetto significativo: lei riferisce di essere sempre stata una studentessa responsabile, con ottimi risultati scolastici e un forte senso del dovere. Proprio per questo colpisce il fatto che i suoi genitori continuino a monitorare costantemente il suo impegno, come se avessero difficoltà a fidarsi delle sue capacità di autoregolarsi. Questo atteggiamento, anche se probabilmente nasce da preoccupazione e dal desiderio di vederla realizzata, può essere percepito come un controllo continuo e farle sentire di non essere riconosciuta per la persona responsabile che è diventata. Vorrei soffermarmi anche sull'episodio delle fotografie. Al di là del gesto di cancellarle dal telefono di sua madre, che comprendo essere nato da una precedente perdita di fiducia, il punto centrale mi sembra un altro: lei aveva espresso un limite molto chiaro riguardo alla pubblicazione della sua immagine, limite che racconta essere già stato disatteso in passato. Quando un confine personale viene ripetutamente ignorato, è comprensibile che si sviluppi diffidenza. Questo non significa che cancellare le fotografie fosse necessariamente la soluzione migliore, ma aiuta a comprendere il motivo per cui ha reagito in quel modo. Sarebbe riduttivo interpretare quell'episodio come un semplice "capriccio", perché appare inserito in una storia più ampia di difficoltà nel sentirsi ascoltata e rispettata. Mi ha colpito molto anche ciò che racconta riguardo al desiderio di trasferirsi per frequentare l'università. In questa fase della vita è fisiologico che un giovane inizi a costruire una maggiore autonomia. Allo stesso tempo, per alcuni genitori questo passaggio può essere vissuto con molta fatica, soprattutto quando il figlio è unico. Quando sua madre le dice che senza di lei non riesce a vivere, probabilmente sta esprimendo una grande paura della separazione. Tuttavia, è importante distinguere tra il dolore legato al distacco e la responsabilità di gestirlo. Il compito di un figlio non è rinunciare ai propri progetti per alleviare l'ansia del genitore. Lei ha il diritto di scegliere il percorso universitario che ritiene più adatto alle sue aspirazioni. Questo non significa voler meno bene ai suoi genitori, ma compiere un passo naturale nel processo di crescita. Mi sembra inoltre che lei stia iniziando a dubitare della propria percezione della realtà. Si chiede più volte se sia lei il problema, se debba "farsi curare", se stia interpretando male gli eventi. È comprensibile che questo accada quando, durante i conflitti, ci si sente costantemente rimandare l'idea di essere esagerati, egoisti o poco empatici. Nessuno di noi, leggendo un solo racconto, può stabilire con certezza come si siano svolti tutti gli episodi o attribuire responsabilità unilaterali. In ogni relazione esistono punti di vista differenti. Tuttavia, ciò che emerge con chiarezza è che lei sente di non riuscire a esprimere i propri bisogni senza che questi vengano minimizzati o interpretati come un attacco. Vorrei infine soffermarmi su una frase che considero importante: racconta di aver pensato, in alcuni momenti, di reagire con violenza. Il fatto che lei riesca a parlarne apertamente e che questo pensiero la spaventi indica una buona consapevolezza. Più che giudicarsi per aver avuto queste fantasie, è utile leggerle come il segnale di un livello di stress molto elevato. Quando ci si sente costantemente sotto pressione, la mente può produrre immagini o impulsi aggressivi che non corrispondono necessariamente al desiderio di metterli in atto. Per questo motivo credo che, indipendentemente da chi abbia ragione nei singoli episodi, sarebbe importante che lei potesse trovare uno spazio di ascolto personale con uno psicologo. Non perché sia "il problema", ma perché un professionista potrebbe aiutarla a comprendere meglio le dinamiche familiari, rafforzare la sua capacità di porre confini in modo efficace e affrontare con maggiore serenità il delicato passaggio verso l'autonomia. Il trasferimento all'università potrebbe rappresentare non solo un cambiamento logistico, ma anche un'opportunità per costruire una relazione diversa con i suoi genitori, fondata su una maggiore distanza emotiva e su nuovi equilibri. Questo richiederà probabilmente tempo e disponibilità da parte di tutti, ma non è un obiettivo irraggiungibile. Le auguro di non perdere fiducia nella possibilità di costruire la sua vita secondo i suoi valori, mantenendo al tempo stesso un legame affettivo con i suoi genitori. Crescere non significa allontanarsi da chi si ama, ma imparare a essere se stessi anche all'interno delle relazioni più importanti. Le mando un caloroso saluto. Dott. Michele Basigli Perugia
Buongiorno, A 19 anni è piuttosto comune che il rapporto con i propri genitori possa attraversare fasi di conflitto, poiché è una fase in cui si cerca di costruire la propria identità e acquisire maggiore autonomia. Il rispetto dovrebbe essere però reciproco e non venire mai meno da entrambe le parti. Ciò che sembra emergere dal suo racconto è una difficoltà nella comunicazione, che appare poco efficace e funzionale. Traspare la sensazione che i suoi genitori facciano fatica nel riconoscerla come persona autonoma con bisogni e pensieri propri, considerandola più una estensione di sé. Se così fosse, questo potrebbe rendere difficile esprimersi liberamente, soprattutto se viene svalutata come è avvenuto nel caso degli esami di maturità. Una causa scatenante potrebbe anche essere la sua decisione di voler andare via, attivando nei suoi genitori la paura di poter attraversare la cosiddetta sindrome del “nido vuoto”. Naturalmente queste sono solo considerazioni basate su quanto condiviso e non è possibile trarre conclusioni definitive. Per questo motivo potrebbe essere utile concedersi uno spazio di ascolto privo di giudizio in cui approfondire queste dinamiche e comprenderne le possibili origini, non perché lei sia il problema, ma perché sta atttaversando una fase della vita delicata e sta cominciando a sentirne il peso in maniera eccessiva. Un caro saluto, resto a sua disposizione qualora desiderasse approfondire questi aspetti in un contesto sicuro
Buongiorno, ciò che descrive non sembra riducibile a un semplice “litigio adolescenziale” o a una normale incomprensione familiare. Lei racconta una dinamica in cui il suo passaggio verso l’autonomia — finire la scuola, scegliere l’università, immaginare un trasferimento, decidere cosa fare delle proprie immagini — sembra attivare nei suoi genitori una risposta di controllo, pressione e invasione dei confini. In particolare, quando un genitore dice “senza di te non riesco a vivere”, il figlio rischia di non sentirsi più libero di crescere, ma responsabile dell’equilibrio emotivo dell’adulto. Questo può creare un legame molto pesante: da una parte l’amore e il senso di colpa, dall’altra il bisogno sano di separarsi, scegliere, respirare e costruire una vita propria. Non è mancanza d’affetto voler andare all’università altrove, proteggere la propria privacy o chiedere che una promessa venga rispettata. Allo stesso tempo, è importante distinguere il confine dal modo in cui lo si difende. Il suo bisogno di non vedere pubblicate le foto era legittimo; prendere il telefono e cancellarle è stato un gesto comprensibile nella tensione, ma rischia di spostare l’attenzione dal confine violato alla sua reazione. In famiglie molto invischiate, questo accade spesso: chi prova a difendersi finisce poi accusato di essere “il problema”. Da qui non posso stabilire diagnosi o definire con certezza i suoi genitori. Però il circuito che descrive appare chiaro: più lei cerca autonomia, più loro sembrano viverla come rifiuto; più loro stringono, più lei si sente oppressa; più lei reagisce, più loro la colpevolizzano. Così la separazione naturale tra genitori e figlia diventa una lotta. Una prima indicazione concreta: smetta, nei momenti di crisi, di cercare di convincerli che ha ragione. Non perché non ne abbia, ma perché quando il sistema è acceso ogni spiegazione diventa benzina. Usi frasi brevi, ripetibili, ferme: “capisco che per voi sia difficile, ma questa scelta riguarda il mio percorso”; “ne parlo quando siamo calmi”; “le mie foto non vanno pubblicate senza il mio consenso”. Poi interrompa la discussione, se possibile. Mi chiederei anche: * sua madre riesce a tollerare altri momenti di distanza da lei? * suo padre media o si schiera sempre? * lei sente di poter dire no senza essere colpevolizzata? * ci sono mai minacce, aggressioni fisiche o paura concreta in casa? * ha un adulto esterno affidabile che possa aiutarla a preparare il trasferimento? Il pensiero di poter reagire con violenza va preso come segnale di sovraccarico, non ignorato: se sente di poter perdere il controllo, si allontani subito e chieda aiuto. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a costruire confini più solidi senza restare imprigionata nel ruolo di figlia “cattiva” solo perché sta diventando adulta. Un caro saluto.
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