Informandomi per ragioni personali su libri e in rete, a seguito di una diagnosi di Disturbo Narcisi

26 risposte
Informandomi per ragioni personali su libri e in rete, a seguito di una diagnosi di Disturbo Narcisistico di personalità in una persona cara, traggo la conclusione che tale persona va evitata. Mi domando se non sia davvero possibile gestire tale disturbo senza cadere nello sconforto. Senza dubbio i consigli più comuni hanno lo scopo di proteggere le eventuali vittime di manipolazione, freddezza, e tutto il repertorio associato, ma che fine fa il narcisista stesso? Dovrebbe essere curato, ma risulta assai difficile se non impossibile. Occorrono anni, ma la persona è adulta da un pezzo, ammesso comunque che si riesca ad influire realmente. Dunque, che fine fanno i soggetti che per ragioni indipendenti dalla loro volontà (le cause risalgono all’infanzia) vivono questo disturbo che li porta a notevoli difficoltà sul piano relazionale?

Elena
Dott.ssa Nadia Zucchi
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Genova
I disturbi di personalità sono per definizione "egosintonici" ovvero, coloro che ne sono affetti non sono in grado di definirli disturbi, perchè li sentono come delle loro caratteristiche e le disfunzionalità che provocano nella quotidianità vengono spesso imputate all'ambiente circostante, persone, eventi, che vengono visti come ostili.
Pertanto difficilmente chiederanno aiuto psicologico, ma per intercettarli occorre che qualcosa nella loro vita rappresenti un problema da risolvere, un disagio, un malessere tale da non essere risolvibile con le proprie forze.

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Dott.ssa Federica Di Maggio
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Palermo
Gentile Elena,
la sua domanda è molto pertinente.

Il Disturbo Narcisistico di Personalità non è una scelta, ma l’esito di esperienze relazionali precoci problematiche. Dietro i comportamenti difensivi e spesso dolorosi per gli altri, c’è una fragilità profonda. La cura è possibile, ma complessa: richiede tempi lunghi, una sofferenza riconosciuta dalla persona e una reale motivazione a mettersi in discussione. Non può essere imposta dall’esterno.

Allo stesso tempo, è legittimo che chi sta vicino protegga sé stesso. Comprendere non significa tollerare tutto. Mantenere confini o prendere distanza può essere una scelta di salute, senza negare la sofferenza dell’altro.
In sintesi: il narcisista può essere aiutato solo se lo desidera; chi gli è accanto non ha il compito di “curarlo”, ma di tutelare il proprio equilibrio.
Un caro saluto. DOTT.SSA DI MAGGIO FEDERICA PSICOTERAPEUTA SISTEMICA RELAZIONALE
Dr. Andrea Luca Bossi
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Arese
Elena Buongiorno. Il disturbo in questione è caratterizzato da un profilo che, come avrà appurato dalle sue prevedibili ricerche, tende ad essere respingente a chiedere aiuto, le ragioni sono molte ma in particolare emerge una minimizzazione del problema. I soggetti compiutamente Narcisisti hanno generalmente un funzionamento sociale molto efficiente, la loro disposizione all'estroversione ed al talento relazionale, li rende "simpatici", di compagnia, seduttivi negli approcci, quindi gradevoli e spesso ricercati. Fino alla superficie, insomma, appaiono persone quasi ideali. Il dramma, che probabilmente avrà appurato direttamente, inizia quando si mette alla prova la loro empatia, il fatto di ripiegare l'attenzione quasi perennemente sulle proprie necessità di conferma e riconoscimento li rende spesso inaffidabili, sfuggenti, insinceri... ciò li costringe a manipolare per proteggere quello che per loro deve rimanere inespugnabile, il controllo dell'immagine di sé, e la cosa più difficile per loro è che lo fanno senza rendersene nemmeno conto.
La mia esperienza mi ha portato ad avvicinarne parecchi, sia clinicamente che in modo informale, e personalmente sono ormai dell'idea che un reale intervento su di loro può avvenire solo in un caso, quando entrano profondamente in crisi perché vengono colpiti sul loro reale tallone d'Achille: non ottenere il riconoscimento che per loro è un diritto naturale. In questi casi, la disperazione della frattura dell'immagine di sé è in grado di provocare un dolore talmente angoscioso da permettergli una vera apertura a riconoscere la loro condizione e, successivamente, la volontà di correggerla. Mi spiace essere stato così perentorio, ma nel caso si tratti di un vero disturbo narcisistico il mio suggerimento è di non intervenire in suo aiuto e lasciar che gli eventi maturino da sé, per non farsi fare quello di cui loro sono assoluti esperti: vampirizzzare le loro vittime. Le auguro una buona giornata.
Dott.ssa Marta Oliviero
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Sovizzo
Buongiorno Elena , il disturbo di cui lei parla è sicuramente un disturbo pervasivo che compromette le relazioni, ma non perdiamo di vista che la persona che ne soffre è pur sempre una persona e che, consapevole o meno, vive delle difficoltà. allontanarsi ed evitare queste persone aumenterebbe la condizione di sofferenza. Piuttosto consiglierei un sostegno per capire come relazionarsi con la persona in questione pur preservando sè stessi.
Dott.ssa Laura Pia Altieri
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Bari
Cara Elena, la ringrazio per la richiesta di confronto su una tematica così interessante. Lei solleva la questione annosa riguardo al carnefice e non alla vittima, cosa che solitamente non accade. Quest'ultima porta con sè una tale sofferenza che necessita di ascolto e supporto e in molti casi va aiutata nella ricostruzione di sè, mentre il Narcisista difficilmente esce con "le ossa rotte" dalle situazioni che lui stesso crea e poi con maestria gestisce. Ne ha le competenze e le redini ma inevitabilmente anche lui porta dentro di sè una sofferenza sconosciuta a noi ma soprattutto a lui stesso, che gli impedisce di prendere atto delle sue disfunzionalità e di chiedere qualsiasi forma di aiuto. Come si salva? Da solo! Mettendo in atto lo stesso copione all'infinito alla ricerca di bacini di energia vitale dai quali attingere per poi dirigersi altrove ad energia terminata. A noi terapeuti non resta che la frustrazione derivante dalla consapevolezza che non si può aiutare chi non vuole essere aiutato, che esso si muova su un piano di coscenza o meno.

Saluti
Dott.ssa Laura Pia Altieri
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Gentile Elena,
la sua riflessione è molto comprensibile e tocca un punto spesso trascurato quando si parla di Disturbo Narcisistico di Personalità.

È vero che molte indicazioni divulgative si concentrano sulla tutela delle persone che possono subire dinamiche manipolative o svalutanti. Questo però non significa che il narcisista “non abbia un destino” o che sia automaticamente irrecuperabile. Dietro il funzionamento narcisistico, infatti, vi è spesso una profonda fragilità emotiva, un senso di vuoto e una sofferenza relazionale reale, anche se raramente mostrata o riconosciuta.

La difficoltà principale sta nel fatto che queste persone faticano a mettersi in discussione e a chiedere aiuto, perché il disturbo stesso limita la consapevolezza di sé e del proprio impatto sugli altri. Tuttavia, quando esiste una minima motivazione al cambiamento — spesso legata a crisi relazionali, lavorative o a un forte senso di fallimento — un percorso psicoterapeutico è possibile e può portare nel tempo a miglioramenti significativi, soprattutto nella regolazione emotiva e nelle relazioni.

È corretto dire che si tratta di percorsi lunghi e complessi, ma non per questo inutili. Parallelamente, è altrettanto importante che i familiari o le persone coinvolte valutino con attenzione i propri limiti e il proprio benessere, senza sentirsi obbligati a “salvare” l’altro a discapito di sé.

Ogni situazione, comunque, è diversa e merita di essere compresa nella sua specificità. Per questo è consigliabile approfondire il caso con uno specialista, sia per la persona che presenta il disturbo sia per chi le sta accanto.

Un cordiale saluto
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott.ssa Ilaria Innocenti
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Firenze
Buon pomeriggio Elena, io non identificherei una persona con un sintomo (o con un disturbo), al di là del fatto che esistono diverse forme di narcisismo sulle quali non entro in merito. Credo che sia riduttivo, se non pericoloso, affidarsi a quei materiali, che girano in rete, che offrono indicazioni universali (come se le persone fossero tutte uguali). Io le suggerisco di tenere le distanze da una qualsiasi persona, indipendentemente dalla sua diagnosi o ipotizzata diagnosi, solo se la relazione con questa persona risulta per lei insostenibile e dunque se ha la necessità soggettiva di stare lontana da questa stessa persona per la tutela di sé stessa. Possiamo entrare nel merito di cosa significhi una buona distanza, cioè la necessità di trovare quella "giusta" distanza da tenere nei confronti di un'altra persona al fine di preservarsi ed, evidentemente, di preservare la relazione (esempio: posso tollerare di sentirla per telefono, di vederla una volta al mese ecc. ecc.). Per quanto riguarda la difficoltà di una persona a stare in relazione con le altre persone, credo che gli eventuali fallimenti potrebbero anche costituire un motore per cercare un aiuto psicoterapeutico. Un cordiale saluto, Ilaria Innocenti
Dott.ssa Nunzia D'Anna
Psicologo, Psicoterapeuta
Milano
Lei solleva un problema davvero molto poco indagato, soprattutto dalla psicologia mainstream che troviamo sui social e nella divulgazione. I narcisisti rischiano di rimanere isolati molto spesso. Che fare? Beh, in realtà non sta a lei salvare questa persona, ma se sente un grande affetto, potrebbe pensare di restare perifericamente nella sua vita “alla giusta distanza”. Senza aspettarsi granché.
Dott. Fabio Romano
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Ferrara
Gentile Elena, buongiorno! Considerato i limiti del contesto, proverò ad offrire un piccolo contributo di pensiero. Quante volte si sente dire: "È un narcisista, pensa solo a sé". In balia dell'opinione personale, il dolore è diventato un giudizio o peggio un insulto. La diagnosi di disturbo narcisistico di personalità è una responsabilità esclusiva del clinico. Il narcisista (molto raramente si tratta del vicino, dell'amica, del fidanzato che ci ha ferito, lasciato, offeso) non è un predatore, ma una persona con una sofferenza profonda, ferita, portatrice di una delusione antica. Queste ferite riguardano tutti, ma alcuni non guariscono. Restano vulnerabili, poiché a loro manca quel cuoio che in altri sembra stare al posto della pelle. Nessun soggetto più del narcisista soffre nel vedersi catalogato, lui, il cui sforzo è di essere non solamente uno, ma unico. Un'immagine può essere di aiuto. In una palude abitata da alligatori, non rimane che costruire casa su altissime palafitte. Queste persone, non disponendo di strumenti adeguati a fronteggiare emozioni distruttive, trovano salvezza in alto, sulle palafitte. Ci sono terapie psicologiche e farmacologiche consolidate, accessibili, efficaci. È necessario, però, essere consapevoli che da una malattia seria, specie se della psiche, non si guarisce. Bisogna diffidare di chi promette il pieno recupero del precedente stato di salute. Allora, perché curarsi, assumere farmaci, intraprendere un percorso lungo, impegnativo e costoso come la psicoterapia? La buona notizia è che se non si guarisce, almeno si cambia, si cresce, si impara a tollerare i propri limiti, ad accettare la fragilità. Si diventa più umani, più autentici, più sé stessi. Non è affatto poco. In bocca al lupo
Dott.ssa Alessia D'Angelo
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Milano
Gentile Elena, la sua domanda è assai interessante e degna di cura e premura, la stessa cura che lei pensa e pone verso la persona a cui si riferisce. Le persone che si trovano ad interagire con la persona con Disturbo Narcisistico di personalità devono lavorare sul ricordarsi che quelle reazioni che la persona ha non parlano di loro ma della persona narcisista, che dietro quei comportamenti c'è una grande sofferenza nascosta e allontanata. Tuttavia non si è obbligati a subire certi comportamenti, pertanto mettere confini saldi e solidi è importante. Per quando invece concerne la persona narcisista talvolta non è nelle condizioni di pensare che le sue relazioni si deteriorino per delle sue difficoltà o a cause di un suo modo di porsi verso l'altro ed il mondo. Sono più gli altri a vedere i costi che la persona sofferente. Non possiamo obbligare nessuno a farsi aiutare se non ne vede il bisogno o la necessità. è difficile accettare che qualcuno non veda qualcosa che gli fa del male. Ma questo è parte della vita di quella persona.
rimango a sua disposizione dott.ssa Alessia D'Angelo
Dr. Bruno De Domenico
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Le consiglio di non farsi intrappolare nella rete delle diagnosi: il cosiddetto narcisismo è l'ultima moda ormai imperante, ed è diventato oggetto di un enorme business anche da parte di non-psicologi che insegnerebbero a... vincere il narcisismo... continuando a starci insieme! Non si preoccupi di "che fine fanno i narcisisti": ammesso che siano tali, è più preoccupante che fine facciano quelli e quelle che stanno con le narcisiste e i narcisisti! Consideri come la fa (o la faceva) stare questa persona, i sentimenti e la sofferenza che le fa (o faceva patire): se per lo più è con lui in uno stato di mancanza, di sofferenza, di sconforto, ne scappi il più lontano possibile proprio per quello che prova, non per la diagnosi x e y che gli hanno appiccicato. Se mi scriverà mi farà piacere.
Dott. Salvatore De Luca
Psicoterapeuta, Psicologo clinico, Psicologo
Palermo
Gentile Elena,
la sua riflessione è molto profonda e tocca un punto spesso trascurato quando si parla di Disturbo Narcisistico di Personalità.

È vero: molte indicazioni divulgative insistono sull’evitamento per proteggere chi rischia di restare intrappolato in dinamiche manipolative o dolorose. Questo è comprensibile e, in certi casi, necessario. Tuttavia, così facendo, il narcisista rischia di rimanere ridotto a una “categoria”, più che riconosciuto come una persona che soffre.

Il Disturbo Narcisistico di Personalità non nasce da cattiveria o scelta consapevole, ma — come lei giustamente osserva — da ferite precoci, spesso profonde, legate a carenze affettive, svalutazioni o richieste eccessive nell’infanzia. Dietro la grandiosità, la freddezza o il controllo c’è quasi sempre una fragilità intensa, una vergogna profonda e una paura estrema di dipendere dall’altro o di sentirsi nulla.

È vero anche che la cura è difficile. Non tanto perché “impossibile”, ma perché richiede condizioni complesse:

* che la persona riconosca una sofferenza (spesso arriva attraverso fallimenti relazionali, depressione, vuoto);
* che riesca a tollerare una relazione terapeutica senza viverla come minaccia o giudizio;
* che accetti un lavoro lungo, fatto di micro-cambiamenti più che di trasformazioni radicali.

Alcune persone con questo disturbo non arrivano mai a chiedere aiuto, altre sì. In quei casi, la psicoterapia può non “cambiare la personalità”, ma rendere la vita più abitabile: aumentare la consapevolezza, ridurre i comportamenti più distruttivi, permettere relazioni meno violente e meno difensive.

La domanda che lei pone — “che fine fa il narcisista?” — è una domanda etica e umana. La risposta, forse, è che non esiste una soluzione unica.
Chi è vicino a una persona con questo disturbo ha il diritto di proteggersi e di scegliere la distanza, senza colpa. Allo stesso tempo, il narcisista non è “condannato”, ma è una persona con limiti importanti, che può o non può intraprendere un percorso di cura, a seconda delle risorse e delle circostanze.

Tenere insieme entrambe le cose — la tutela di sé e uno sguardo non disumanizzante sull’altro — è probabilmente la posizione più matura, anche se la più difficile.

La ringrazio per aver portato una riflessione così rara e rispettosa. Domande come la sua aiutano a uscire dalle semplificazioni e a restituire complessità all’esperienza umana.

Dott. Salvatore De Luca
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Buongiorno,
è proprio come dice lei, stare affianco ad una persona che soffre di un disturbo mentale grave è cosa molto complicata fonte di grande sofferenza anche per i parenti. Molto spesso si può chiedere aiuto seguendo percorsi di terapia familiare con lo scopo di sentirsi sostenuti e di sostenere il paziente stesso che esprime il disagio attraverso i sintomi. Nella speranza di aver orientato il suo quesito.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
Dott.ssa Emanuela Solli
Psicologo clinico, Psicologo, Psicoterapeuta
Frosinone
Elena, capisco bene lo sconforto: quando in rete si parla di “narcisismo” spesso si passa in un attimo da un’etichetta clinica a un giudizio morale, e lì si finisce per leggere solo due messaggi estremi ugualmente dannosi “scappa sempre” oppure “se lo ami abbastanza lo cambi”. In mezzo, cioè nella complessità reale delle persone e delle relazioni, resta poco spazio.
Parto dal punto che hai colto e che condivido da psicodiagnosta: è molto difficile, per chi non è del mestiere, “diagnosticare” un Disturbo Narcisistico di Personalità leggendo online. Non perché tu non sia attenta, ma perché la diagnosi non è un quiz a sintomi. In clinica si valutano pervasività e stabilità nel tempo, funzionamento globale, storia evolutiva, contesto, livello di consapevolezza, qualità dell’empatia, modalità relazionali ricorrenti, e soprattutto si fa diagnosi differenziale con altre condizioni che possono assomigliare dall’esterno (tratti di personalità, esiti traumatici, disturbi dell’umore, dipendenze, altri disturbi di personalità). Inoltre oggi si ragiona sempre di più anche in termini dimensionali (gravità del funzionamento di personalità e tratti predominanti), non solo con etichette “tutto o niente”. Per questo i contenuti social, specie se semplificati o sensazionalistici, rischiano di trasformare una cornice clinica in uno stereotipo, e spesso a fare più rumore sono proprio le letture più nette e “da manuale di sopravvivenza”, non le più accurate.
Detto questo, la tua domanda è la più importante: che fine fa la persona con questo disturbo, è davvero “incurabile”? Qui la risposta scientifica è meno disperante di quanto circoli online. È vero che il cambiamento richiede tempo, perché parliamo di schemi e strategie che si sono organizzati presto e che spesso sono vissuti come necessari per non sentirsi vulnerabili. È anche vero che l’aggancio alla terapia può essere difficile: la sofferenza non sempre viene riconosciuta come “mia”, a volte viene percepita come colpa degli altri, e l’alleanza terapeutica può oscillare tra idealizzazione e svalutazione. Però “difficile” non significa “impossibile”. Molte persone arrivano in terapia non perché chiedono “curatemi il narcisismo”, ma perché stanno male per depressione, ansia, vuoti, rabbia, crolli dell’autostima, fallimenti relazionali o lavorativi. In quel varco motivazionale si può lavorare in modo serio.
In ottica cognitivo-comportamentale, una formulazione utile è questa: alcuni comportamenti che dall’esterno appaiono come freddezza, controllo o superiorità possono funzionare come strategie di regolazione emotiva per proteggere un senso di sé fragile, minacciato o oscillante. Non è una giustificazione, è un meccanismo: se mi sento esposto, difettoso o non considerato, posso compensare con grandiosità, attacco, svalutazione, oppure con evitamento e chiusura.
Resta il nodo etico e affettivo che poni: la protezione delle “eventuali vittime” e, insieme, il destino del paziente. Qui è fondamentale tenere insieme due verità. La prima: se nella relazione ci sono abuso, coercizione, violenza psicologica, isolamento, ricatti, o un impatto serio sulla tua salute mentale, la priorità è la sicurezza e la tutela. La seconda: non è necessario trasformare ogni relazione difficile in una condanna definitiva basata su una diagnosi letta o riferita. Si può scegliere una terza via molto concreta: confini chiari, aspettative realistiche, e responsabilità. In pratica significa smettere di “curare la relazione” al posto dell’altro, evitare di entrare nel ping-pong dimostrazione/giustificazione, non negoziare su ciò che per te è non negoziabile, e osservare i fatti nel tempo più che le promesse. Se la persona è motivata, accetta un percorso e mostra cambiamenti osservabili, la relazione può diventare più gestibile; se invece rifiuta ogni responsabilità, svaluta ogni limite e ti fa stare sistematicamente peggio, allora prendere distanza non è cattiveria, è igiene psicologica.
E alla domanda “che fine fa il narcisista stesso?” la risposta più onesta è: dipende dalla motivazione, dalla gravità del funzionamento di personalità, dalla presenza di comorbilità e dalla qualità del trattamento. Alcuni restano incastrati nei loro schemi e pagano un prezzo alto in solitudine, conflitti e instabilità; altri, con un percorso serio e continuativo, migliorano il funzionamento relazionale, la regolazione emotiva e la capacità di vedere l’altro come soggetto separato. Non sempre diventano “persone diverse”, ma possono diventare persone più stabili, meno distruttive e meno sofferenti.
Dott.ssa Fortunata La Mura
Psicoterapeuta, Psicologo
Pompei
Cara Elena,
la domanda che porti è profonda, onesta, e tocca un punto spesso trascurato quando si parla di Disturbo Narcisistico di Personalità: non solo come difendersi, ma che ne è della persona che vive quel funzionamento. Ti ringrazio per il rispetto e la complessità con cui ti stai interrogando.
Dal punto di vista gestaltico, io partirei da qui: dietro il narcisismo non c’è un “mostro”, ma una persona che ha imparato molto presto a sopravvivere in un certo modo. Le radici infantili che citi sono reali: spesso parliamo di contesti in cui il riconoscimento affettivo è stato condizionato, incoerente o assente. Il bambino, per non perdere il legame, costruisce un Sé che deve apparire forte, speciale, autosufficiente. È una soluzione creativa, ma che col tempo diventa rigida e dolorosa.
Hai ragione su un punto fondamentale:
i consigli di “evitamento” servono a proteggere chi rischia di restare intrappolato in dinamiche manipolative o svalutanti. E questa protezione è legittima, a volte necessaria. In Gestalt diremmo che è una forma di autoregolazione sana del confine: riconoscere fin dove posso stare senza perdermi.
Ma questo non esaurisce la questione del narcisista stesso.

Che fine fa il narcisista?
Spesso vive una profonda solitudine emotiva, anche quando appare sicuro, dominante o indifferente. La difficoltà principale non è la mancanza di sentimenti, ma il contatto: con sé stesso prima ancora che con l’altro. Emozioni come vergogna, vuoto, paura di non valere emergono solo in modo indiretto, mascherate da grandiosità o controllo.

Può essere curato?
La psicoterapia è possibile, ma – come intuisci – complessa e lunga. Non perché la persona sia “incurabile”, ma perché il sintomo coincide con l’identità: ciò che dovrebbe essere messo in discussione è esattamente ciò che per anni ha garantito la sopravvivenza psichica. Questo genera forti resistenze.
In terapia, il lavoro non è “togliere il narcisismo”, ma ampliare la consapevolezza, rendere più flessibile il modo di stare in relazione, permettere un contatto più autentico con i propri bisogni e limiti. Non tutti ci arrivano, non tutti lo desiderano. E questo è un dato di realtà, non un fallimento.

E tu, dove sei in tutto questo?
Qui sento una domanda implicita molto importante: posso restare umana e compassionevole senza farmi male?
La risposta non è universale. In Gestalt non parliamo di doveri morali, ma di responsabilità verso sé stessi. Puoi riconoscere la sofferenza dell’altro senza assumerti il compito di salvarlo. Puoi avere comprensione senza rinunciare ai confini. A volte la forma più onesta di contatto è una distanza chiara.
Non è cinismo. È realtà relazionale.
Se ti va, puoi porti questa domanda, con gentilezza verso di te:
“Che tipo di presenza posso essere, senza tradire me stessa?”
Qualunque risposta emerga, merita rispetto.
Ti sono vicina in questa riflessione,
un passo alla volta.
Dott.ssa Luisa Allione
Psicologo, Psicoterapeuta, Fisioterapista
Bologna
Buongiorno Elena.
Effettivamente, è molto difficile che una persona con disturbo narcisista si rivolga ad un terapeuta per curare il disturbo. Più spesso succede che cerchino aiuto per altri motivi e che questo diventi l'occasione per prendere consapevolezza dei propri tratti narcisisti che creano difficoltà nelle relazioni e nella vita in generale.
Se vuole approfondire, le suggerisco la lettura di un libro di Wendy Behary, dal titolo "Disarmare il Narcisista".
Buona giornata,
Luisa
Dott.ssa Maria Elisabetta Piga
Psicoterapeuta, Psicologo
Massarosa
Buongiorno Elena, capisco bene la sua preoccupazione e lo sconforto: purtroppo è un problema reale. Il Disturbo Narcisistico di Personalità, in quanto - appunto - disturbo che riguarda la personalità stessa del soggetto, ovvero la sua "strutturazione" profonda, non è guaribile (nel senso che non "passa"), ma la buona notizia è che il soggetto può imparare gestirlo (riconoscendolo e comprendendone le origini e i meccanismi), anche in età adulta. Purtroppo la principale difficoltà sta nel fatto che questo richiede un percorso, lungo e spesso doloroso, di autoconsapevolezza, che solo una psicoterapia appropriata ed approfondita può fornire, ma i soggetti narcisistici, avendo la tendenza ad attribuire a "fattori esterni" la causa del proprio malessere, spesso non hanno la motivazione necessaria per intraprendere un tale percorso.
Mi auguro che queste parole possano esserle state utili, se non ad alleviare la sua preoccupazione almeno a comprenderne un po' meglio le dinamiche e le faccio i miei migliori auguri. Un saluto
Dott.ssa Gloria Tosi
Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Tortona
Buongiorno Elena, purtroppo spesso le persone con una diagnosi di disturbo di personalità vengono facilmente etichettate, dimenticandoci appunto che esse sono esseri umani e che il disturbo di personalità è una modalità di stare al mondo e relazionarsi con le persone, che trae origine e si mantiene per dei fattori di natura biologica psicologica e sociale. Credo lei possa parlare con questa persona, qualora tenga a lei/lui, provare a spiegare le proprie motivazioni, fare un tentativo.. ovviamente ciò non significa che lei verrà ascoltata, ma almeno ci avrà provato. Non sta a lei aiutare in modo professionale, ma essere un faro che guida verso la corretta via. Spesso queste tipologie di persone credono che il loro modo di intendere la realtà sia unico e oggettivo, non un'interpretazione condizionata da cause/eventi, e non è una colpa.. solitamente si rivolgono in terapia in seguito a difficoltà sul piano relazionale, o ricadute depressive. Può fare in modo di "esserci" nel momento in cui accadrà ciò, così che possa capire l'importanza di iniziare un percorso di psicoterapia. La saluto, le auguro un buon proseguimento.
Dott.ssa Cecilia Cicchetti
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Gentile Elena,
la sua riflessione è comprensibile e fondata. Dal punto di vista psicodinamico, il narcisismo patologico non è una scelta né un eccesso di amor proprio, ma il risultato di una fragilità profonda costruita precocemente. I comportamenti che feriscono gli altri servono soprattutto a proteggere il soggetto da sentimenti intollerabili di vuoto, vergogna e dipendenza.

È vero che la cura è difficile e lunga, perché richiede la capacità di riconoscere il proprio dolore, cosa che spesso il narcisista evita. Tuttavia non è impossibile: quando una crisi apre uno spazio di consapevolezza, un lavoro terapeutico può ridurre la sofferenza interna e migliorare le relazioni, anche senza “stravolgere” la personalità.

Proteggere chi sta vicino è necessario, ma questo non implica disumanizzare il narcisista. Molti vivono relazioni povere e una solitudine profonda; alcuni restano lì, altri riescono — se motivati — a chiedere aiuto.
Dr. Angelo Feggi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Genova
Buonasera, intanto bisogna vedere se la persona in questione realmente una persona con disturbo (e non tratti) di personalità. Un consulto con un buon psicologo potrebbe far luce su una differenza di non poco conto.
Dott.ssa Valentina D'Emilio
Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Firenze
Gentile Elena, è comprensibile che, informandosi sul Disturbo Narcisistico di Personalità, si arrivi alla conclusione che l’evitamento rappresenti spesso la strategia più sicura.
La maggior parte dei consigli divulgativi nasce infatti dall’esigenza di tutelare le persone che rischiano di subire danni relazionali, e questo approccio è comprensibile e legittimo.

Dal punto di vista clinico, tuttavia, il quadro è più complesso. Il soggetto con Disturbo Narcisistico di Personalità non è una persona “senza destino”, né qualcuno da abbandonare concettualmente. Si tratta di una struttura di personalità fragile, organizzata attorno a difese rigide costruite molto precocemente, spesso come risposta a esperienze relazionali carenti o incoerenti nell’infanzia. Questo non elimina la responsabilità dei comportamenti, ma consente di comprenderne la sofferenza.

Il problema principale è che tale sofferenza è difficilmente riconosciuta come propria e raramente viene portata in modo diretto in terapia. Più spesso emerge sotto forma di rabbia, vuoto interiore, svalutazione dell’altro o crisi relazionali ripetute.

La psicoterapia è possibile, ma richiede tempi lunghi, una motivazione autentica e un terapeuta con esperienza specifica nel trattamento dei disturbi di personalità.
Non è corretto affermare che la cura sia impossibile, ma è realistico riconoscere che non tutti i soggetti arrivano alle condizioni necessarie per un lavoro profondo.
In questi casi la vita procede spesso tra relazioni instabili, ripetizioni disfunzionali e un senso cronico di insoddisfazione, talvolta mascherato da apparente autosufficienza o successo.

Per chi è vicino a una persona con questo disturbo, la questione centrale non è tanto se evitarla in modo assoluto, quanto comprendere quale distanza emotiva sia necessaria per tutelare il proprio equilibrio psichico.
Comprendere non significa esporsi al danno e la compassione non può mai sostituire il confine.

Un caro saluto.
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Cara Elena,

rapportarsi con una persona con diagnosi di Disturbo Narcisistico di Personalità (DNP) può essere un'esperienza delicata e spesso dolorosa. È vero che i consigli più comuni (come limitare i contatti o evitare situazioni che possano portare a manipolazioni) mirano innanzitutto a proteggere chi subisce gli effetti del disturbo. Tuttavia, il tuo quesito mette in luce un aspetto importante: che fine fanno i narcisisti stessi, i quali spesso non riescono a costruire relazioni autentiche e stabili, e affrontano grandi difficoltà emotive e sociali.

Il DNP è radicato in schemi di pensiero, emozioni e comportamenti consolidati fin dall’infanzia. Cambiare è difficile e richiede un percorso terapeutico lungo e motivato. Molti adulti con questo disturbo non cercano aiuto spontaneamente, o non hanno consapevolezza della sofferenza che generano, il che rende il trattamento complesso. Non è impossibile, ma il cambiamento richiede tempo, introspezione e supporto psicologico specializzato.

È comprensibile sentirsi scoraggiati o arrabbiati: la protezione personale è legittima, e stabilire confini chiari è spesso la strategia più sana per gestire la relazione. Allo stesso tempo, avere empatia verso la persona con il disturbo non significa tollerare comportamenti nocivi, ma riconoscere che la loro sofferenza esiste e che, seppur limitate, alcune possibilità di supporto e cura possono esserci.

In breve: la gestione è possibile solo ponendo limiti chiari, proteggendo se stessi, e, se desiderato e realistico, incoraggiando percorsi terapeutici. Il DNP resta una condizione complessa, ma questo non significa che la persona debba “essere condannata”: semplicemente, l’equilibrio tra protezione personale e attenzione verso l’altro è delicato e richiede prudenza, consapevolezza e, talvolta, distanza.

Cordiali saluti,
Fabio
Dott. Nicolò Paluzzi Monti
Psicologo, Sessuologo, Psicoterapeuta
Firenze
Buongiorno Elena, grazie per aver condiviso con tanta lucidità le sue riflessioni. La situazione che descrive mette in luce la complessità di relazioni segnate da manipolazione, freddezza e difficoltà emotive, e la tensione tra proteggere sé stessi e comprendere chi vive un disturbo narcisistico. Non sorprende che provi sconforto, perché gestire una relazione così delicata può attivare ansia, confusione e fatica emotiva.

Forse può chiedersi quali emozioni emergono in lei quando osserva il comportamento di questa persona. Quali paure, frustrazioni o dubbi la mettono in contatto con i propri limiti e con la propria autostima. Guardare questi segnali come informazioni sul proprio mondo interiore, invece che come ostacoli, può aprire uno spazio di consapevolezza e autoregolazione emotiva.

Riflettere sul destino del narcisista, sulle difficoltà che derivano da esperienze dell’infanzia e sul disagio che porta a relazioni complesse, può offrire una lente per comprendere le dinamiche relazionali senza sentirsi sopraffatti o colpevoli. Osservare le interazioni con curiosità può rivelare risorse di resilienza, fiducia e equilibrio emotivo, strumenti utili per affrontare le relazioni difficili senza perdere sé stessi.

Forse vale la pena chiedersi quali modalità di relazione o distacco le permetterebbero di proteggere il proprio equilibrio emotivo pur riconoscendo la complessità dell’altro. In uno spazio sicuro di ascolto e riflessione, come quello offerto da un percorso terapeutico, è possibile trasformare lo sconforto in una opportunità di crescita personale, autoconsapevolezza e comprensione più profonda delle emozioni e delle relazioni.
Dott. Francesco Sinatora
Psicoterapeuta, Psicologo
Padova
Il disturbo narcisistico di personalità è un fenomeno complesso...di fatto non sono facilmente trattabili, ci deve essere una forte motivazione al cambiamento e una buona consapevoilezza rispetto ai propri meccanismi patologici che portano il soggetto a stritolare o farsi stritolare dalle situazioni. quello che mi sento di dirle è che tale fenomeno è sempre un fenomeno di tipo relazionale, in qualche maniera sono le relazioni che si instaurano ad essere narcisistiche...se vuole opprofondire mi farà sapere
Dott.ssa Silvia Casalegno
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Torino
Ogni persona è differente, la diagnosi di Disturbo Narcisistico è un'etichetta che può implicare molteplici sfaccettature, consiglierei di non generalizzare. Un percorso psicoterapeutico, se il soggetto lo accetta, può essere molto utile e consentire di migliorare parzialmente le capacità relazionali.
Dott.ssa Francesca Proietti
Psicoterapeuta, Neuropsicologo
Roma
Buona sera, non so cosa intende per che fine fa la persona che ha un profilo personologico di questo tipo. Alcune volte, come chiunque, per alcune difficoltà relazionali o personali che riscontrano si rivolgono ad un terapeuta. Spero di averle risposto adeguatamente. Le auguro una buona serata. Cordiali saluti, dott.ssa francesca proietti

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