Come risolvere conflitti con partner che si ripetono sulle medesime cose (organizzazione domestica p

32 risposte
Come risolvere conflitti con partner che si ripetono sulle medesime cose (organizzazione domestica principalmente)? Io gioco il ruolo del partner che "rompe le scatole" per ogni cosa e vorrei uscire da questo ruolo. Per l'altra parte è come se fosse polemica a prescindere, una scusa per litigare, e non riesco a farmi capire su quanto sia importante per me trovare regole comuni e minimi insindacabili. Sembra che il momento per dire alcune cose non sia mai quello giusto, se è stata una brutta giornata per il partner allora non si può dire nulla, ma anche se è stata una bella giornata perché si va "rovinare" parlando di cose ritenute futili dall'altro lato... Si è già provato a concordare alcune "mansioni" basiche giornaliere ma spesso le stesse poi non vengono rispettate... E per tutte le altre se non c'è un input da parte mia non viene fatto nulla. Non so come uscirne. Quando rientro a casa non riconosco i miei spazi, attraverso minuti di disagio e nervosismo che possono sfociare a volte in un litigio immediato o in un silenzio nervoso... Poi quando "rimetto a posto" e riconosco il mio ambiente razionalizzo e penso "forse non era così grave" ma non so se è il pensiero giusto.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Capisco bene quanto sia faticoso sentirsi incastrati in un ruolo (“quella che rompe le scatole”) e, allo stesso tempo, non sentirsi compresi su bisogni che per te sono tutt’altro che futili. L’organizzazione degli spazi domestici tocca temi profondi: confini personali, rispetto reciproco, senso di casa come luogo sicuro. Non è “solo ordine”, è benessere emotivo.

Alcuni punti pratici che possono aiutare a uscire dal circolo dei conflitti ripetuti:

1) Spostare il focus dal “fare le cose” al “perché per me è importante”
Provare a comunicare in prima persona: “Quando rientro e trovo disordine mi sento a disagio e agitata, ho bisogno di riconoscere i miei spazi per rilassarmi”, invece di “Non fai mai…”. Questo riduce la percezione di attacco e aiuta l’altro a capire il significato emotivo del problema.

2) Scegliere un momento neutro e programmato
Se “non è mai il momento giusto”, può essere utile concordare un momento fisso (es. una volta a settimana) per parlare di organizzazione pratica, fuori dai momenti di tensione. Così il tema non arriva come critica improvvisa.

3) Pochi accordi chiari e verificabili
Meglio poche regole condivise e concrete (es. 2–3 minimi insindacabili) piuttosto che molte mansioni generiche. Utile anche chiarire cosa succede se non vengono rispettate (non come punizione, ma come conseguenza concordata).

4) Uscire dal ruolo della “controllante”
Se l’input parte sempre da te, è normale sentirsi nel ruolo scomodo. Puoi provare a fare un passo indietro su ciò che non è essenziale per te, distinguendo tra ciò che è davvero un tuo bisogno e ciò che è una preferenza. Questo aiuta anche a non sovraccaricare il conflitto.

5) Riconoscere il tuo disagio senza svalutarlo dopo
Il fatto che, dopo aver rimesso a posto, tu pensi “forse non era così grave” non significa che il disagio iniziale non fosse legittimo. È facile minimizzare a posteriori quando l’ansia scende. Il punto non è se “oggettivamente” fosse grave, ma che per te in quel momento era fonte di stress.

6) Guardare al conflitto come segnale relazionale, non solo pratico
Queste dinamiche spesso parlano di bisogni di riconoscimento, equità, collaborazione. Se l’altro vive le tue richieste come “polemica a prescindere”, può essere utile esplorare insieme cosa si attiva emotivamente in entrambi.

Se il tema continua a generare forte disagio, nervosismo al rientro a casa e conflitti ricorrenti, è consigliabile approfondire con uno specialista, anche in un percorso di coppia, per aiutare entrambi a uscire dai ruoli cristallizzati e trovare modalità più funzionali di comunicazione e accordo.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa

Risolvi i tuoi dubbi grazie alla consulenza online

Se hai bisogno del consiglio di uno specialista, prenota una consulenza online. Otterrai risposte senza muoverti da casa.

Mostra risultati Come funziona?
Dott.ssa Susanna Scainelli
Psicologo, Psicologo clinico, Neuropsicologo
Albino
Buongiorno, le strade da poter percorrere sono due, intraprendere una terapia di coppia se il suo partner fosse altrettanto motivato, oppure le suggerirei di iniziare un percorso psicologico individuale che possa aiutarla nelle difficoltà relazionali che descrive. Se avesse bisogno sono a sua disposizione in presenza o online, per una terapia di tipo relazionale integrata, con il supporto di varie tecniche personalizzate in base al paziente, ai suoi bisogni ed obiettivi con evidenza scientifica. Dott.ssa Susanna Scainelli
Dott.ssa Giulia Antonacci
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Gentile utente, dai suoi racconti emerge che i conflitti nascono dal diverso modo di gestire la vita domestica e dal senso di responsabilità che sente per il proprio spazio e benessere. È comprensibile sentirsi frustrati quando le regole comuni non vengono rispettate, ma entrare nel ruolo di “chi rompe le scatole” rischia solo di aumentare tensione e malintesi. Può essere utile scegliere momenti sereni per parlare, esprimere i propri bisogni in modo chiaro senza accusare, e riconoscere anche piccoli progressi dell’altro. Prendersi cura dei propri spazi e del proprio equilibrio emotivo aiuta a evitare reazioni impulsive e a comunicare con più calma. Un cordiale saluto
Gentile Utente,
la ringrazio per come ha descritto la situazione: è molto chiaro che non sta parlando semplicemente di “piatti nel lavandino”, ma di riconoscimento reciproco dentro la relazione.
Quando i conflitti si ripetono sempre sulle stesse cose domestiche, quasi mai riguardano davvero le cose domestiche.
Cosa sta succedendo (in chiave relazionale)
Nel suo racconto si vede bene una dinamica circolare tipica:
• lei percepisce disordine → prova disagio → interviene → viene vissuto come critica
• il partner si sente criticato → si difende / minimizza → fa meno spontaneamente
• lei deve intervenire ancora di più → diventa “quella che rompe”
• lui percepisce controllo → aumenta la resistenza
Non è colpa di nessuno dei due: è il ruolo che la relazione ha costruito.
La casa diventa il teatro dove si recita sempre la stessa scena.
In realtà state comunicando due bisogni profondi diversi:
• Lei: sicurezza, prevedibilità, possibilità di rilassarsi nel proprio spazio
• Partner: libertà da giudizio, spontaneità, non sentirsi continuamente valutato
Più lei insiste sui comportamenti, più lui difende la propria autonomia.
Più lui difende l’autonomia, più lei aumenta il controllo per sentirsi al sicuro.
E la discussione sui pavimenti diventa una discussione sull’identità.
Perché gli accordi non funzionano
Avete già provato a dividere le mansioni, ma poi non vengono rispettate.
Questo è importante: non è un problema organizzativo, è un problema di significato.
Per lei: “se non lo fai, non ti importa di me”
Per lui: “se me lo ricordi, mi stai trattando come un incapace”
Finché resta questo significato emotivo, qualunque lista di compiti fallirà.
Come uscire dal ruolo di “quella che rompe”
Paradossalmente, non smettendo di chiedere… ma cambiando il livello della comunicazione.
1) Prima regola: mai parlare nel momento del fastidio
Il cervello in stato di irritazione parla sempre in forma di accusa anche quando usa parole gentili.
Create un rituale fisso (es. domenica sera 20 minuti) in cui è permesso parlare solo dell’organizzazione.
Fuori da quel momento → non se ne parla.
Questo riduce due vissuti:
• lei non accumula
• lui non si sente attaccato a sorpresa
2) Passare dal comportamento al significato
Invece di:
“Non hai fatto la cucina”
Provare:
“Quando torno e trovo disordine faccio fatica a rilassarmi e mi sento ospite a casa mia”
Non è una tecnica di comunicazione gentile.
È un cambio di linguaggio: dal controllo al bisogno.
3) Stabilire pochi “minimi non negoziabili”
Non 10 regole. Non perfezione.
Solo 3 cose chiare e osservabili.
Esempio:
• lavello libero la sera
• biancheria sporca nel cesto
• rifiuti fuori quando pieni
Il resto smette di essere terreno di conflitto.
Molte coppie migliorano quando il 70% delle cose diventa volontario e non più monitorato.
4) Accordo If–Then (molto potente)
Invece di ricordare continuamente:
“Se entro le 21 non è fatto, lo faccio io senza commentare e tu lo fai domani.”
Toglie inseguimento e rimprovero.
Il conflitto si spegne perché sparisce l’interazione simmetrica.
5) Gestire il momento del rientro a casa
Lei descrive una cosa molto significativa:
prima disagio → poi sistema → poi relativizza.
Il cervello sta cercando regolazione sensoriale.
Non è solo pensiero: è attivazione corporea.
Prima di parlare:
• 10 minuti di decompressione
• niente osservazioni
• sistemare solo una piccola area personale
Spesso metà dei litigi nasce dal sistema nervoso, non dal contenuto.
Un punto importante
Uscire dal ruolo non significa smettere di avere bisogno di ordine.
Significa smettere di difendere il bisogno attraverso il controllo.
Quando il partner non si sente più valutato, aumenta spontaneamente la collaborazione.
Non per magia, ma perché non deve più proteggere la propria autonomia.
Domanda utile da portare nel dialogo
“Cosa ti fa sentire giudicato quando parliamo della casa?”
Spesso questa domanda apre più cambiamenti di qualsiasi divisione dei compiti.
Se queste dinamiche sono molto radicate, un breve percorso di coppia è spesso rapido proprio perché il problema è concreto e osservabile: non si lavora sulla personalità ma sul modo in cui interagite.
Lei non è “quella che rompe”.
Sta provando, con gli strumenti che ha, a creare un senso di casa.
Ora si tratta solo di costruirlo insieme invece che difenderlo da sola.
Resto a disposizione per eventuali approfondimenti.
Un caro saluto,
Dott.ssa Caterina Lo Bianco – Psicologa clinica, Psicologa ad orientamento Sistemico-Relazionale
Dott.ssa Jessica Furlan
Psicologo, Psicologo clinico
Fiumicino aeroporto
Buongiorno, mi dispiace per il disagio che sta vivendo in questa situazione, quello che le posso consigliare è di iniziare un percorso di supporto psicologico in cui creare e costruire uno spazio psicologico in cui si sente ascoltata e vista, elaborare i nodi per lei importanti e il modo funzione per esprimerle al suo partner, così da prevenire l'innesco di litigi che si ripetono in modo sterile e che non trovano una risoluzione.
L invito a non ingoiare e sminuire il suo disagio, rifletta su quanto la sua salute venga al primo posto e su quanto sia importante per lei far capire i suoi bisogni e necessità al suo partner.
Spero di esserle stata di aiuto
Saluti
Dott. Luca Liccardo
Psicologo, Psicoterapeuta
Marano di Napoli
Buongiorno, quello che descrive è un conflitto di coppia molto frequente, l’organizzazione domestica non è mai solo “ordine o disordine”, ma tocca temi più profondi come rispetto, riconoscimento, equità e senso di appartenenza agli spazi.
Sembra che tra voi si sia strutturato un ruolo ricorrente, lei diventa “quello che controlla o sollecita”, l’altro “quello che minimizza o rimanda”. Più lei insiste per trovare regole condivise, più l’altro può percepire critica; più l’altro si sottrae, più lei sente il bisogno di intervenire. Questo crea un ciclo che si autoalimenta.
Il disagio che prova quando rientra a casa e non riconosce i suoi spazi è un segnale importante, per lei l’ambiente domestico ha un valore emotivo, non solo funzionale. Non è futilità. Tuttavia, quando il confronto avviene nel momento di maggiore attivazione emotiva (subito entrando, con nervosismo), è più facile che l’altro lo viva come attacco.
Può essere utile spostare la comunicazione su un piano meno accusatorio e più personale: non “non fai mai nulla”, ma “quando trovo la casa così mi sento sopraffatto e ho bisogno di sentire che è uno spazio anche mio”. Inoltre, più che liste di mansioni rigide, può aiutare concordare pochi punti davvero essenziali e verificabili, con responsabilità chiare.
Se il conflitto si ripete e i ruoli restano bloccati, una psicoterapia di coppia può essere molto efficace per interrompere questo schema e lavorare sulla comunicazione e sulla negoziazione dei bisogni. L’obiettivo non è stabilire chi ha ragione, ma costruire un equilibrio che permetta a entrambi di sentirsi rispettati e riparare a questi conflitti perpetrati nel tempo.

Un cordiale saluto.
Dott. Daniele Migliore
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentile utente, grazie per aver condiviso la sua preoccupazione.
La convivenza non è mai semplice ed è naturale che porti a dei conflitti, ma questi spesso hanno un grande potenziale trasformativo.
Quello che descrive non è solo un conflitto sull’ordine, ma uno scontro tra bisogni relazionali diversi: per lei le “regole comuni” sembrano rappresentare sicurezza, riconoscimento e rispetto. Il rischio però è che la richiesta organizzativa venga letta dall’altro come critica personale, mentre per lei è un tentativo di sentirsi visto nei propri bisogni.
Sembrano esserci delle rigidità che rischiano di causare sofferenza come il fatto che lei sia il partner "rompi scatole" o il fatto che “non sia mai il momento giusto”: questo definisce una difficoltà condivisa nel tollerare il conflitto senza viverlo come attacco. Il disagio che prova entrando in casa parla di uno spazio che non sente più co-costruito, ma subìto.
Potrebbe essere utile spostare il focus dal “fare le cose” a quale significato assumano per lei quando vengono fatte, trovando una nuova forma di comunicazione.
Le auguro il meglio,

Dott. Daniele Migliore
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Bruino
Buongiorno,
è normale che in molte coppie alcune discussioni si ripetano, soprattutto su organizzazione e compiti domestici.
Alcuni spunti generali che possono aiutare:
- Distinguere contenuto ed emozione: separare ciò che è una richiesta concreta da ciò che è emotivo può ridurre la percezione di polemica.
- Scegliere momenti neutri: affrontare certe discussioni quando entrambi si sentono più calmi.
- Accordi chiari e condivisi: scrivere insieme le regole base e responsabilità aiuta a ridurre fraintendimenti.
- Autoregolazione personale: prendersi qualche minuto per gestire il proprio disagio può evitare tensioni immediate.
Questi strumenti aiutano a comunicare meglio e a rendere le dinamiche quotidiane più serene.
Si può rendere la convivenza più armoniosa e rispettosa.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Dott.ssa Federica Mengotti
Psicologo, Psicoterapeuta
Varese
Quello che descrive succede spesso quando un tema pratico diventa simbolico.
Per lei l’organizzazione potrebbe rappresentare rispetto, collaborazione, sentirsi considerata. Se questo non accade, è comprensibile che lei provi disagio o irritazione. Il rischio è che l’altro senta solo la critica e non il bisogno che c’è sotto.
Forse la chiave non è smettere di chiedere, ma cambiare il registro e meno “non fai / non è fatto” più “per me è importante perché…”
E scegliere un momento concordato, breve e definito, per parlarne, così non diventa né attacco né sabotaggio della giornata. Quando poi sistema tutto e pensa “forse non era così grave”, può essere solo che la tensione sia scesa. Non significa che il tema non esista.
Potrebbe chiedersi: cosa vorrei davvero che l’altro capisse di me in quei momenti?
Partire da lì spesso cambia il tono della relazione. Ci pensi.
Buona giornata.
Dott.ssa Chiara Avelli
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno, da ciò che descrive emerge una situazione emotivamente delicata, soprattutto perché si intrecciano amicizia, attrazione e contesto lavorativo. È comprensibile che lei si senta confuso: alcuni comportamenti della sua collega (il contatto fisico, l’apprezzamento per il regalo, l’aver indossato la collana) possono essere interpretati come segnali di interesse, ma la sua comunicazione verbale è stata piuttosto chiara nel definire il rapporto come amicale e nel porre un limite rispetto a regali di natura più romantica. Quando parole e comportamenti sembrano incongruenti, è importante dare maggiore peso a ciò che viene espresso in modo esplicito. Il fatto che abbia voluto specificare di non farle più regali del genere rappresenta probabilmente un tentativo di mantenere un confine relazionale. Il contatto fisico, per alcune persone, può avere un significato affettivo ma non necessariamente romantico; inoltre, considerando il periodo difficile che sta attraversando, potrebbe trovare nel suo sostegno una forma di vicinanza rassicurante, senza però desiderare un coinvolgimento sentimentale. In questo momento può esserle utile chiedersi cosa desidera realmente lei: riesce a vivere questa relazione come amicizia, rispettando i limiti espressi, oppure l’interesse romantico le rende difficile mantenere una posizione equilibrata? Forzare o interpretare segnali ambigui rischierebbe di creare tensioni, soprattutto in un ambiente lavorativo. Un passo maturo potrebbe essere quello di rispettare i confini che lei ha posto e, se il dubbio persiste, valutare un confronto sereno e diretto, senza pressioni, per chiarire le reciproche aspettative. La chiarezza, anche quando può deludere, tutela entrambe le persone e preserva la relazione in una forma più sana e rispettosa. Dott.ssa Chiara Avelli
Dott.ssa Arianna Moroni
Psicoterapeuta, Psicologo
Trieste
Buongiorno, grazie per condividere. Se i conflitti di coppia sull’organizzazione domestica si ripetono, può essere che la difficoltà non sia soltanto l’ordine. Più spesso riguardano bisogni di rispetto, riconoscimento e accordi condivisi.
Se per lei alcune regole sono “minimi indispensabili” e per il partner sono dettagli trascurabili, il rischio è entrare in una dinamica fissa che è quella in cui lei sta nel ruolo di chi richiama, l’altro in quello di chi si sente criticato. Con il tempo, l’etichetta (“sei polemica/o”) pesa più del contenuto della richiesta.
Il disagio che prova quando rientra a casa e non riconosce i suoi spazi non è banale: per molte persone l’ambiente domestico incide su equilibrio, serenità e senso di appartenenza. Il fatto che dopo, a mente fredda, ridimensioni non significa che il bisogno sia illegittimo.
Quando sembra che “non sia mai il momento giusto per parlare”, spesso il nodo non è il timing, ma la difficoltà della coppia a trovare uno spazio neutro dove le esigenze di entrambi abbiano pari dignità. In questi casi, affacciarsi a un percorso di terapia individuale o terapia di coppia può offrire uno spazio strutturato e neutro in cui comprendere la dinamica e ridefinire ruoli e accordi in modo più funzionale. Cordialmente, AM
Dott. Edoardo Bonsignori
Psicologo, Psicologo clinico
Cascina
Leggendo le sue parole emerge una "danza relazionale" in cui siete rimasti incastrati: un circolo vizioso dove più lei si sente costretta a inseguire l'altro per ottenere collaborazione (diventando quella che "rompe le scatole"), più il partner si ritrae sentendosi sotto esame o criticato. È una dinamica molto comune, dove il problema non è più la gestione della casa in sé, ma il modo in cui questa definisce il vostro rapporto.
Il fatto che lei non riconosca i propri spazi al rientro a casa suggerisce che quel disordine fisico venga percepito come un "messaggio" relazionale: è come se il mancato rispetto di una regola comune le comunicasse un mancato rispetto per la sua persona e per i suoi bisogni. Il nervosismo che prova non è una sua colpa, ma il segnale di un equilibrio che manca. Tuttavia, la razionalizzazione successiva ("forse non era così grave") rischia di essere una trappola, perché invalida il suo sentire e non risolve il problema alla radice, preparando solo il terreno per la prossima esplosione.
Per uscire da questo ruolo, potrebbe essere utile smettere di concentrarsi sul "cosa" viene fatto (i piatti, la spesa, l'ordine) e iniziare a parlare del "come" la fa sentire questa situazione. Invece di chiedere un'azione, provi a condividere il senso di solitudine che prova quando sente di dover essere l'unica "regista" della casa. Finché lei manterrà il ruolo di chi dà l'input, il suo partner resterà nel ruolo passivo di chi aspetta l'ordine o vi si ribella non facendolo, trattandola quasi come una figura genitoriale anziché come una compagna.
Inoltre, dato che il "momento giusto" per parlare sembra non arrivare mai, un suggerimento pratico è quello di non cercare più l'occasione perfetta, ma di crearla in modo artificiale e concordato. Potreste stabilire un appuntamento fisso settimanale, anche solo di venti minuti, dedicato esclusivamente all'organizzazione domestica. Questo toglierebbe al partner l'ansia dell'attacco improvviso e a lei il peso di dover scegliere se "rovinare" o meno la serata. Quando la comunicazione si sposta dal piano del rimprovero a quello della costruzione di un progetto comune, anche i "minimi insindacabili" iniziano a essere visti non come imposizioni, ma come una forma di cura reciproca.
Se lo ritenesse utile, un professionista potrebbe farla riflettere su come lei potrebbe iniziare a "sottrarsi" progressivamente dal ruolo di organizzatrice unica, per vedere quali spazi di responsabilità si aprono per il suo partner.
Dott.ssa Cecilia Petteni
Psicologo, Psicologo clinico
Lido di Camaiore
Da come descrive la situazione, il conflitto non riguarda realmente l’organizzazione domestica in sé, ma il significato che essa assume all’interno della relazione. La casa, infatti, rappresenta spesso uno spazio identitario: quando non la riconosci come tua provi un’attivazione emotiva immediata, mentre per il partner la stessa questione appare marginale o vissuta come una critica personale. In questo modo entrambi reagite alla reazione dell’altro più che al problema iniziale, creando un circolo ripetitivo: lei richiama per ristabilire equilibrio, l’altro si difende od evita perché percepisce pressione, ed il suo bisogno diventa ancora più urgente. Il fatto che, dopo aver rimesso ordine, lei riesca a ridimensionare mentalmente la gravità non significa che il bisogno sia irrilevante; indica piuttosto che l’emozione è situazionale ma reale. Tuttavia, quando viene comunicata sotto forma di correzione operativa, l’altro non può coglierne il valore emotivo e la interpreta come polemica. Per questo gli accordi pratici falliscono: non intervengono sulla dinamica relazionale che li sostiene. Quando una coppia resta bloccata su discussioni ricorrenti significa solitamente che non serve un’ulteriore trattativa sui compiti, ma un cambiamento nel modo in cui i bisogni vengono tradotti e riconosciuti reciprocamente. Questo tipo di passaggio difficilmente avviene spontaneamente, perché ognuno utilizza modalità comunicative ormai automatiche. Uno spazio psicologico guidato permette proprio di rendere comprensibile il significato delle richieste, interrompere la sequenza richiamo-difesa e costruire regole percepite come accordi condivisi e non come imposizioni.
Se sente che, nonostante i tentativi, la dinamica si ripresenta sempre uguale, affrontarla in un contesto strutturato può aiutare a uscire dal ruolo in cui si sente intrappolata ed a restituire alla casa la funzione di luogo sicuro per entrambi.
Grazie per la sua condivisione. Resto a disposizione.
Buongiorno,
quello che descrivi non è “solo” una questione di faccende domestiche, ma è una situazione che si è strutturata nel tempo: tu nel ruolo di chi controlla/sollecita (“rompe le scatole”), l’altra persona nel ruolo di chi si sente criticata o attaccata e reagisce difendendosi o minimizzando. Alle volte l'organizzazione domestica sembra essere un modo per riconoscere lo spazio come proprio o una fonte di regolazione emotiva. Quando rientri e “non riconosci i tuoi spazi”, parli di disagio e nervosismo: questo è un segnale importante. Non è solo fastidio ma è una risposta emotiva intensa.
Sarebbe utile chiedersi: cosa significa trovare la casa in disordine? Cosa sento esattamente? Ansia? Rabbia? Senso di invisibilità? Mancanza di cura?
Non è sbagliato che per te esistano “minimi insindacabili”, ma in una coppia i minimi devono essere esplicitati, concordati, condivisi e rispettati da entrambi.
Se resti l’unico/a a tenere in piedi il sistema, il rischio è accumulare risentimento.
Per fare ordine a tutto questo che sta accadendo, ti consiglio di intraprendere un percorso di supporto che possa aiutarti a comprendere i tuoi bisogni e le esigenze e cosa stai vivendo.
Resto a disposizione, anche in modalità online.
Cordiali saluti, Dott.ssa Angelica Venanzetti
Buongiorno,
da ciò che descrive sembra essersi strutturato un "copione relazionale": lei nel ruolo di chi richiama, il partner in quello di chi si sente criticato. Quando questi schemi si ripetono nel tempo, il conflitto non riguarda più solo l’organizzazione domestica, in questo caso specifico, ma il modo in cui ciascuno si sente visto dall’altro.
Se da una parte c’è il suo bisogno di ordine, dall’altra c’è il modo in cui questo bisogno viene espresso e poi ricevuto. Quando la richiesta arriva in un momento di frustrazione o accumulo di nervosismo, rischia di essere percepita come attacco.
Potrebbe essere utile provare a spostare il confronto da “cosa non fai” a “come mi sento quando rientro e non riconosco i miei spazi”. Parlare dell’effetto emotivo (disagio, fatica, senso di non appartenenza), in un momento di maggiore calma (a freddo), può aprire la strada a un dialogo più profondo, in termini di confronto sulle reciproche sensazioni e la condivisione di possibili soluzioni.
In caso la dinamica permanga, nonostante i tentativi, si può valutare un percorso di supporto (individuale o di coppia) per comprendersi meglio in termini di funzionamento e trovare modalità più funzionali di comunicazione. Il fatto che lei si stia interrogando sul proprio ruolo è già un primo passo importante verso un cambiamento possibile. Un caro saluto, PR.
Ti trovi in una dinamica in cui il tuo bisogno di ordine è reale e legato al tuo benessere, ma non viene riconosciuto come tale dall’altra/o, che lo percepisce come eccesso o polemica. Questo ti porta a occupare il ruolo di “quella/o che richiama”, non per scelta ma perché, se non lo fai tu, le cose non accadono.
Nel tempo si è creato un incastro: tu solleciti per sentirti meglio e per essere capita/o, l’altra/o evita o minimizza perché si sente sotto pressione. Più tu aumenti per farti ascoltare, più l’altra/o si chiude. Così il conflitto si ripete sempre uguale e nessuno dei due si sente davvero compreso.
Il fatto che dopo aver sistemato ti calmi e pensi “non era così grave” non invalida il tuo bisogno, indica solo che hai ristabilito un equilibrio. Il punto centrale resta che per te quella dimensione ha un valore, ma nella relazione questo valore non è ancora condiviso né riconosciuto.
Proprio perché questo schema si ripete e coinvolge entrambi, potrebbe essere utile avere uno spazio esterno in cui rileggerlo con più chiarezza e trovare modi diversi di starci dentro.
Dott.ssa Chiara Tenconi
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Rho
Gentile Utente, quello che descrive è un conflitto molto comune nelle coppie, ma raramente riguarda solo l’organizzazione domestica. Spesso dietro discussioni ripetitive su “chi fa cosa” ci sono bisogni più profondi: rispetto, collaborazione, riconoscimento e senso di equità.

Non è raro che in queste dinamiche uno dei due finisca per sentirsi nel ruolo di “quello che richiama sempre”, mentre l’altro si sente attaccato o controllato. Più uno insiste, più l’altro tende a difendersi o minimizzare. Col tempo il conflitto non è più sul disordine, ma sulla posizione relazionale che ciascuno occupa.

Un passaggio importante è distinguere: Sta chiedendo solo un’organizzazione pratica?
Oppure sta chiedendo di sentirsi sostenuto/a e non solo/a nella gestione dello spazio comune?

Quando rientra a casa e prova disagio, probabilmente non è solo il disordine a infastidirla, ma la sensazione di non sentirsi riconosciuta in qualcosa che per lei è importante.

Può essere utile cambiare il modo in cui la questione viene portata. Invece di concentrarsi sul comportamento (“non hai fatto questo”), provi a comunicare l’esperienza interna (“quando rientro e trovo la casa così mi sento agitato/a e solo/a nella gestione”). Spostare il focus dal rimprovero al vissuto personale riduce la difensività dell’altro.

Un esercizio concreto da proporre al partner

Può proporre un momento strutturato, breve e neutro (20 minuti, non durante un litigio), con questa semplice modalità:

Ognuno parla per 5 minuti senza essere interrotto rispondendo a tre domande:

Per me l’ordine/organizzazione significa…

Quando non succede mi sento…

Quello di cui avrei bisogno è…

L’altro non replica, ma riassume ciò che ha capito iniziando con:

“Se ho capito bene, per te questo è importante perché…”

Solo dopo cercate una soluzione concreta e piccola (una sola modifica realistica per la settimana successiva).

L’obiettivo non è decidere tutto, ma aumentare la comprensione reciproca. Sentirsi compresi spesso riduce più conflitti di qualsiasi tabella delle mansioni.

Infine, se le richieste vengono sistematicamente minimizzate o ignorate, non è più solo una questione organizzativa ma di rispetto reciproco. In questi casi un percorso di coppia può aiutare a uscire da ruoli cristallizzati e trovare un nuovo equilibrio.

Non sta “rompendo le scatole”: sta esprimendo un bisogno. La sfida è trovare una modalità che permetta di farlo senza entrare sempre nello stesso schema conflittuale.

Un cordiale saluto.
Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buongiorno,
La situazione che descrive è piuttosto comune nelle relazioni di coppia: quando alcuni bisogni importanti per uno dei partner (come l’ordine, la gestione degli spazi o la condivisione delle responsabilità) non trovano riconoscimento, si può finire in ruoli rigidi e ripetitivi, dove uno “insiste” e l’altro si sente criticato o attaccato. Questo può generare frustrazione, incomprensione e distanza.

Può essere utile, anzitutto, provare a spostare il dialogo dal piano delle “mansioni” a quello dei vissuti personali, comunicando ciò che prova (ad esempio disagio, tensione o bisogno di riconoscere il proprio spazio) senza attribuire colpe all’altro. Parlare in momenti concordati e dedicati, non nel mezzo della tensione, può favorire un ascolto più reciproco. Allo stesso tempo, è importante interrogarsi insieme su quali regole siano davvero condivise e realistiche per entrambi, evitando che diventino imposizioni percepite unilateralmente.

Il fatto che lei riconosca il desiderio di uscire da questo ruolo e comprenda i suoi vissuti è già un passo significativo. Quando però certe dinamiche si ripetono e diventano fonte costante di disagio, un percorso di consulenza psicologica o di coppia può offrire uno spazio neutrale per comprendere meglio i bisogni di entrambi, migliorare la comunicazione e costruire accordi più soddisfacenti.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

Ricevo anche on-line
Dott. Valerio Romano
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buongiorno,
Quello che descrivi è un copione molto frequente nelle coppie: uno diventa “quello che rompe” e l’altro “quello che si sente attaccato”, e più tu cerchi regole e continuità più l’altra parte vive la cosa come polemica, mentre più l’altra parte evita o rimanda più tu ti irrigidisci e finisci per fare da “regolatore” della casa. A quel punto non state più litigando davvero per l’organizzazione domestica, ma per qualcosa di più profondo: sentirsi considerati, rispettati e a casa propria. Il fatto che tu rientri e provi subito disagio e nervosismo perché “non riconosci gli spazi” dice che per te l’ordine non è un vezzo, è un modo di sentirti al sicuro e di recuperare continuità; e quando poi rimetti a posto e ti viene da pensare “forse non era così grave”, spesso non è che il bisogno fosse sbagliato, è che l’attivazione emotiva si è abbassata e la mente tende a minimizzare. Il problema del “momento giusto” che non arriva mai è un altro nodo tipico: se ogni volta non se ne può parlare perché la giornata è stata brutta, o non se ne può parlare perché la giornata è stata bella e “si rovina”, allora la coppia resta ostaggio dell’umore e la questione non trova mai un contenitore. Di solito aiuta spostare il tema fuori dall’emergenza, cioè non quando tu sei già attivato dal disordine e l’altro già sulla difensiva, ma in un momento neutro, con un messaggio chiaro: non vuoi controllare né fare il genitore, vuoi smettere di essere quello che ricorda e sollecita, e ti serve un accordo minimo davvero condiviso. In pratica, spesso funzionano pochi “minimi insindacabili” (pochissimi, quelli davvero essenziali per te) e una responsabilità che non dipenda dal tuo input, perché finché tutto parte da te tu resti intrappolato nel ruolo che vuoi lasciare. Può essere utile anche considerare che, dall’altra parte, il “futile” a volte è una difesa: sentirsi rimproverati può attivare vergogna o impotenza e portare a svalutare il problema invece di affrontarlo; non lo giustifica, ma spiega perché ogni richiesta viene letta come litigio. Se questo schema si ripete da tempo nonostante i tentativi, un confronto in uno spazio protetto, come una terapia di coppia, può aiutare a uscire dalla logica inseguimento–ritiro e a trasformarla in un’organizzazione che non vi faccia sentire né controllati né soli a reggere tutto.

Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
Dott.ssa Costanza Tavian
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Gent.mo, grazie per il tema che ha portato, tanto comune quanto apparentemente irrisolvibile da gestire.
Identifico in modo immediato nella vostra dinamica di coppia un tema di confini che Lei ha la necessità che siano compresi e rispettati dalla sua partner, la cui invasione nel quotidiano si muta immediatamente in tensione, senso di mancanza di rispetto, perdita di controllo e di prevedibilità nell’ambiente di vita. Ne segue la rabbia per la sensazione di dover subire l'irrazionalità associata a temi “non sono capito nell’importanza del mio spazio, abito nell'imprevisto e nell'insicurezza, i miei sforzi sono inutili, sono in balia dell’altro, non sento complicità emotiva, sono solo”.
La reazione immediata a tutto questo diventa angoscia inconsapevole e un bisogno anticipatorio di configurazioni controllabili dello spazio, espresso in modo poco costruttivo col controllo dell’ordine, e una comunicazione minimizzante o banalizzata che evita ad entrambi un confronto messo in relazione dei vostri bisogni e delle vostre vere emozioni più profonde.
Le posso suggerire di affinarsi sulla capacità di affrontare un pezzettino alla volta ogni momento in cui la reazione è quella dell’irritazione, sviluppando una maggiore confidenza con i bisogni e le emozioni legati al senso di invasione, alla violazione dello spazio fisico, all’affermazione dell’identità e al rispetto.
Lo schema consueto “bisogno di limite, calma e comprensione” uguale a “incursione, minaccia, incomprensione, solitudine”, o “bisogno di controllo e di dirigere” contrapposto a “evito e resisto”, può essere infatti trasformato con passi volti a maturare nel quotidiano una reciproca e più esplicita consapevolezza emotiva e livelli più elevati di dialogo. Resto a Sua disposizione, un cordiale saluto. Dott.ssa Costanza Tavian
Dott.ssa Martina Marrone
Psicologo, Psicologo clinico
Piacenza
Salve e grazie per aver condiviso la sua esperienza sulla piattaforma; mi sento di dirle che spesso questioni domestiche o in altri casi, per esempio, economiche riguardano in realtà dinamiche di coppia più profonde e un po' "complesse". A volte si creano, appunto come dice lei, dinamiche ripetitive che possono indicare dei veri e propri schemi relazionali, da approfondire. Resto disponibile in un contesto adatto, se dovesse aver bisogno. Saluti e in bocca al lupo.
Dott.ssa Giulia Raiano
Psicologo, Psicologo clinico
Bologna
Buongiorno, queste situazioni capitano più spesso di quanto si possa pensare. uno dei due diventa quello che controlla/sollecita, l’altro quello che si sente criticato e si difende. Più tu insisti e più l’altro si irrigidisce, più l’altro minimizza e più tu ti senti sola/o nel dover sostenere tutto. E il conflitto si ripete sempre sugli stessi punti. Mi colpisce molto il tema del “momento sbagliato”. Se non si può parlare quando la giornata è andata male, e non si può parlare quando è andata bene, il messaggio implicito diventa che questo argomento non deve esistere. Ma per te esiste, ed è importante. Quando un bisogno viene sistematicamente rimandato, tende ad accumularsi e poi a uscire in modo più acceso, oppure in un silenzio carico di tensione. Forse il punto non è convincere l’altro che l’ordine sia oggettivamente importante, ma far capire cosa rappresenta per te: collaborazione, rispetto, alleggerimento mentale, sentirti in una casa condivisa e non in un luogo che devi sempre “rimettere a posto” tu. E parallelamente, può essere utile chiederti se per il partner dietro la sua resistenza c’è la sensazione di essere controllato/a o giudicato/a. Spesso le coppie si incastrano lì: uno chiede più responsabilità, l’altro si sente sotto esame. Il rischio più grande, se nulla cambia, è che tu ti adatti facendo sempre tu e cercando di convincerti che non è grave, ma nel tempo questo può trasformarsi in risentimento.
Uscire da questo schema non significa smettere di chiedere, ma forse cambiare il piano su cui vi parlate, ovvero non più sul singolo gesto quotidiano, ma su cosa vi succede emotivamente dentro quella dinamica. Perché il vero conflitto non è tra ordine e disordine, ma tra sentirsi ascoltati o ignorati nei propri bisogni.
Se vorrai approfondire resto a disposizione.
Buona giornata.
Dott.ssa Giulia Raiano
Dott.ssa Maria Pandolfo
Psicologo, Psicologo clinico
Pisa
Buonasera,

la dinamica che descrivi è molto frequente nelle convivenze e spesso nasconde un profondo squilibrio nel 'carico mentale'. Quando senti il bisogno di 'rimettere a posto' per poter riconoscere i tuoi spazi, non stai facendo un capriccio: stai cercando di riappropriarti della tua serenità. Per te, l'ambiente esterno riflette lo stato interno, e il caos altrui viene percepito come un'invasione che ti impedisce di sentirti davvero 'a casa'.

Il ruolo della partner che 'rompe le scatole' è una trappola: più tu controlli, più l'altro si deresponsabilizza, sentendosi autorizzato a non agire finché non riceve un tuo input. Per uscirne, è necessario spostare il focus dal 'cosa viene fatto' al 'come mi sento'. Invece di discutere sulle singole mansioni (che vengono percepite come futili dall'altra parte), prova a spiegare che per te non è una questione di ordine, ma di accoglienza. Non poter riconoscere i propri spazi genera un senso di invisibilità: è come se i tuoi bisogni non avessero cittadinanza nella casa comune.

Un consiglio pratico: concordate un momento settimanale fisso, fuori dai pasti e dai momenti di stanchezza, per parlare solo dell'organizzazione. Questo toglie il conflitto dal quotidiano e gli dà uno spazio protetto. Inoltre, prova a delegare non il compito, ma la responsabilità totale di una zona o di un'attività: se l'input deve sempre partire da te, la fatica non diminuirà mai.

Uscire da questo ruolo richiede coraggio: il coraggio di lasciare che per un po' le cose non siano perfette, permettendo all'altro di sperimentare le conseguenze del proprio disordine e di trovare un proprio modo, autonomo, di prendersi cura dello spazio che abitate insieme.

Cordialmente,

Dott.ssa Maria Pandolfo
mi viene da pensare che lei si senta in trappola tra il bisogno di un ambiente sereno e il timore di passare per il controllore della casa. Più che pensare che lei sia polemic dovremmo capire se questa esigenza di ordine deriva da un bisogno emotivo, mentre per il partner sembra sia solo un carico noioso. Spostando il focus sul sentire potremmo far capire che il problema non è l'oggetto fuori posto ma che si ha bisogno di un aiuto per stare meglio. potrei suggerire in un momento di calma di concordare di nuovo delle regole fisse, poche 2/3, e il resto si impara a lasciare andare. Quella sensazione di "forse non era così grave" che prova dopo aver sistemato è normale: è il suo sistema nervoso che si è calmato. Ma non significa che il suo disagio iniziale fosse sbagliato; significa solo che ha bisogno di un ambiente coerente per sentirsi in equilibrio.
Dott.ssa Veronica Perini
Psicologo, Psicologo clinico, Terapeuta
Brescia
Buongiorno
Quella che descrive è una dinamica molto frequente nelle coppie: non si tratta solo di ordine, ma di bisogni emotivi diversi che si scontrano.
Per lei l’organizzazione domestica sembra collegata a un senso di benessere, riconoscimento e tranquillità. Quando rientra e non riconosce i suoi spazi, sperimenta disagio. Questo non è un bisogno “futile”.
Dall’altra parte, però, le sue richieste possono essere vissute come critica o controllo, attivando difesa o opposizione. Si crea così un circolo: più lei sollecita, più l’altro si chiude; più l’altro si chiude, più lei sente di dover intervenire.
Può essere utile spostare il dialogo dal “cosa non fai” al “come mi sento quando succede”, e provare a definire insieme pochissimi accordi davvero essenziali e realistici.
Se la dinamica è molto cristallizzata, uno spazio di coppia può aiutare a tradurre i reciproci bisogni senza che diventino motivo di scontro.
Dott.ssa Giulia Petracchi
Psicologo, Psicologo clinico
Livorno
Mi dispiace per ciò che sta vivendo; quando un bisogno assume per un partner un valore centrale e per l’altro un’importanza marginale, si tende a strutturare un’interazione rigida e ripetitiva. Progressivamente si consolidano ruoli complementari, ovvero da una parte c'è chi sollecita e richiama, dall’altra chi si sente criticato o sotto pressione. Questa polarizzazione, se non affrontata, alimenta incomprensione e distanza emotiva. Un percorso di psicoterapia (individuale o di coppia) potrebbe aiutarla a chiarire quali sono i vostri bisogni e a definire accordi validi e realistici; interrompere il ciclo critica–difesa potrebbe portarla a ritrovare il benessere.
Arrivederci, dott.ssa Giulia Petracchi
Dott. Sergio Borrelli
Psicologo, Psicologo clinico
Tradate
Buongiorno.
Se lei sceglie di scrivere qui è verosimile che abbia anche provato a parlarne.
Potrebbe essere utile quindi un luogo neutro e con la presenza di un professionista: colloqui psicologici di coppia.
Buongiorno,
da quello che descrive non sembra un conflitto sull’organizzazione domestica in sé, ma un copione che si ripete: lei sente disagio quando rientra e non riconosce i suoi spazi, interviene per ristabilire ordine, l’altro percepisce critica o polemica, e il ciclo ricomincia.
Il punto non è stabilire chi ha ragione, ma riconoscere che per lei l’ordine non è un capriccio: è un bisogno di tranquillità e di rispetto degli spazi condivisi. Allo stesso tempo, più lei insiste, più rischia di consolidare il ruolo di chi “controlla”, alimentando la dinamica che vorrebbe superare.
Forse la domanda utile diventa: come può esprimere il suo bisogno senza entrare nel ruolo di chi rimprovera? E come potete definire insieme poche regole davvero condivise, realistiche e verificabili, invece di aspettative generiche?
La soluzione non è convincere l’altro che ha torto, ma trovare un equilibrio tra i bisogni di entrambi. Se questo schema si ripete da tempo, un confronto guidato può aiutare a uscire dal copione invece di continuare a interpretarlo.
Dott.ssa Melania Monaco
Dott. Dario Martelli
Psicologo clinico, Psicologo, Psicoterapeuta
Torino
Buonasera, posso dirle che le sue sensazioni hanno assolutamente la dignità di essere ascoltate. In una coppia che convive il misurarsi con tutti i compiti casalinghi e trovare un equilibrio è necessario e importante. Probabilmente è indispensabile che lei trovi un momento per parlare con calma delle sue sensazioni chiedendo l'ascolto. Se ha bisogno di aiuto posso essere disponibile anche online. Saluti Dario Martelli
Dott.ssa Mabel Morales
Psicologo, Psicologo clinico
Seveso
Buonasera e innanzitutto grazie per aver condiviso una dinamica così delicata.

Quello che descrive non riguarda semplicemente “chi fa cosa” in casa, ma il significato che l’organizzazione domestica assume per ciascuno di voi.
Spesso, in queste situazioni, si crea una polarizzazione relazionale: da un lato chi si sente responsabile del mantenimento dell’equilibrio e finisce nel ruolo di chi sollecita, controlla o “ricorda”; dall’altro chi vive questi richiami come critiche o attacchi e tende a difendersi, minimizzare o sottrarsi. Col tempo, questa danza si irrigidisce e ognuno resta intrappolato in un ruolo che non ha scelto davvero, ma che continua a riproporsi.

Dal suo racconto emerge quanto per lei l’ordine e alcune regole condivise non siano aspetti “futili”, ma abbiano a che fare con il sentirsi a casa, al sicuro e riconosciuto nei propri spazi. Allo stesso tempo, per il partner, queste richieste sembrano essere percepite come polemica o pressione, più che come bisogno.
Il punto non è stabilire chi ha ragione, ma comprendere come questa dinamica si costruisce tra voi e come, involontariamente, entrambi la alimentiate. Uscire dal ruolo di “chi rompe” non significa smettere di esprimere ciò che è importante, ma trovare modalità nuove per farlo che non attivino immediatamente la difesa dell’altro. Allo stesso modo, diventa possibile lavorare su come trasformare le regole da terreno di scontro a spazio di negoziazione condivisa, dove il bisogno di ordine non venga vissuto come controllo e quello di libertà non come disinteresse.

Quando questi conflitti si ripetono nel tempo, può essere molto utile avere uno spazio di confronto guidato che aiuti a dare significato ai bisogni di entrambi, ad uscire dai ruoli rigidi che si sono creati e a costruire accordi sostenibili e realmente condivisi.

Se sente che questa situazione sta diventando faticosa o difficile da gestire da solo, potrebbe essere utile valutare l’avvio di un percorso di sostegno, individuale o di coppia, che permetta di esplorare insieme queste dinamiche e trovare modalità più funzionali di comunicazione e organizzazione della vita quotidiana.
Resto a disposizione qualora desiderasse approfondire.
La saluto cordialmente
Dott.ssa Mabel Morales
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, quello che descrive è una situazione molto comune nelle relazioni di coppia ma non per questo meno faticosa o meno dolorosa da vivere. Si percepisce chiaramente quanto per lei il tema dell’organizzazione domestica non sia solo una questione pratica ma qualcosa che tocca il senso di equilibrio, di rispetto reciproco e di serenità dentro casa. Quando racconta che rientrando non riconosce i suoi spazi e prova disagio e nervosismo, emerge quanto l’ambiente domestico rappresenti per lei un luogo emotivamente significativo, quasi un rifugio che, quando non rispecchia certi criteri, può farla sentire destabilizzata. Il ruolo che sente di occupare, quello di chi richiama, controlla o sollecita, spesso nasce non dal desiderio di polemizzare ma dal bisogno di sentirsi ascoltata e sostenuta in qualcosa che per lei è importante. Allo stesso tempo, quando questo ruolo si ripete nel tempo, può generare una dinamica nella quale l’altra persona si sente criticata o sotto pressione e reagisce chiudendosi, difendendosi o rimandando, alimentando così un circolo che si auto rinforza. In queste situazioni entrambi finiscono spesso per sentirsi non compresi, anche se partono da bisogni legittimi. Il fatto che lei racconti di vivere un picco emotivo appena entra in casa e che poi, dopo aver sistemato, arrivi a ridimensionare la gravità della situazione, è molto interessante perché mostra quanto le emozioni del momento possano essere intense e quanto, una volta che la tensione si abbassa, la mente riesca a guardare la situazione con maggiore flessibilità. Questo non significa che ciò che prova sia sbagliato o esagerato, ma suggerisce che lo stato emotivo del momento può influenzare molto il modo in cui interpreta ciò che accade e il modo in cui reagisce. Spesso il conflitto che si ripete non riguarda solo cosa viene fatto o non fatto, ma il modo in cui se ne parla e il momento in cui se ne parla. Quando i tentativi di affrontare l’argomento avvengono mentre uno dei due è già stanco, irritato o sulla difensiva, è facile che il contenuto della discussione passi in secondo piano e che il dialogo si trasformi in uno scontro su chi ha ragione. Può diventare utile provare a distinguere il momento in cui si vive il disagio dal momento in cui si prova a parlarne, creando uno spazio concordato in cui entrambi possano sentirsi più disponibili all’ascolto e meno sotto attacco. Un altro aspetto che emerge è il timore di essere percepita come quella che pretende o che critica continuamente. Questo può portarla a oscillare tra il dire tutto con molta intensità e il trattenere per evitare tensioni, con il rischio che la frustrazione accumulata esploda poi in modo più forte. Uscire da questo ruolo spesso significa riuscire a esprimere i propri bisogni non come richieste assolute ma come elementi che parlano di come ci si sente e di cosa aiuterebbe a stare meglio nella relazione, lasciando spazio anche alla prospettiva dell’altro senza che questo significhi rinunciare a ciò che per lei è importante. Il fatto che abbiate già provato a stabilire alcune regole mostra che c’è un tentativo concreto di trovare un equilibrio. Quando però queste non vengono rispettate, il rischio è che si attivi un senso di ingiustizia o di solitudine nella gestione della casa. In questi casi può essere utile interrogarsi non solo su quali regole stabilire, ma su quanto siano realmente condivise e percepite come significative da entrambe le parti, perché una regola vissuta come imposta tende più facilmente a essere disattesa. La sensazione che non esista mai il momento giusto per affrontare certi temi può generare un senso di impotenza molto frustrante. A volte questo accade perché il conflitto è diventato associato a emozioni spiacevoli e quindi viene evitato. Lavorare sulla possibilità di parlare dei problemi come di qualcosa che riguarda la qualità della vita di entrambi e non come un’accusa personale può aiutare a rendere il confronto meno minaccioso. Il suo dubbio rispetto al pensiero che arriva dopo aver rimesso in ordine, quando si chiede se forse non fosse così grave, può essere letto come un tentativo della mente di ristabilire calma e proporzione. Non è necessariamente un pensiero sbagliato, ma può diventarlo se la porta a sminuire sistematicamente ciò che prova. Il punto spesso non è stabilire se la situazione sia grave in senso assoluto, ma riconoscere che per lei ha un impatto emotivo reale e merita di essere compreso e affrontato insieme al partner. Questa situazione non indica necessariamente che la relazione non funzioni, ma suggerisce che state incontrando una difficoltà nel trovare un linguaggio comune su bisogni quotidiani che, proprio perché quotidiani, hanno un peso importante nella qualità del rapporto. Con il giusto spazio di dialogo e comprensione reciproca, queste dinamiche possono diventare occasioni per conoscersi meglio e ridefinire insieme un equilibrio che faccia sentire entrambi rispettati. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Queste dinamiche diventano cicliche perché ognuno dei due finisce intrappolato in un ruolo: lei quello del “controllore”, l’altro quello del “resistente”. Più lei sollecita, più l’altro percepisce critica e si chiude; più l’altro non fa, più lei aumenta la pressione. Il conflitto quindi non è più sull’ordine, ma sul significato: per lei è rispetto e tranquillità, per il partner è libertà e assenza di giudizio.
Il punto non è convincerlo che l’ordine sia importante né convincersi che non lo sia: è uscire dalla dinamica inseguimento-ritiro. Continuare a ricordare o correggere sul momento mantiene il problema vivo. Meglio spostare la questione fuori dal quotidiano, un momento concordato e limitato, non nel mezzo della giornata, in cui si parla solo di organizzazione concreta e non di colpe. Poche regole davvero essenziali, chiare e verificabili, non ideali (“tenere in ordine”) ma operative (“lavello libero la sera”, per esempio). Il resto va lasciato andare, anche se imperfetto, altrimenti tornerà automaticamente il ruolo del controllo.
La parte difficile è tollerare il disagio iniziale. Quando rientra e non è come vorrebbe, sistemare subito calma l’ansia ma rinforza il meccanismo. Se invece riesce a non intervenire immediatamente, sta comunicando che non è una battaglia continua ma un accordo condiviso. Non si tratta di rassegnarsi, ma di smettere di negoziare ogni giorno e iniziare a verificare solo ciò che avete scelto insieme.
Se dopo vari tentativi l’accordo non viene rispettato, allora la domanda cambia: non più “come glielo faccio capire”, ma quanto i bisogni di convivenza sono compatibili e quali compromessi reali ognuno è disposto a sostenere. A volte il conflitto domestico è il linguaggio con cui la coppia esprime bisogni più profondi di riconoscimento e considerazione.

Stai ancora cercando una risposta? Poni un'altra domanda

  • La tua domanda sarà pubblicata in modo anonimo.
  • Poni una domanda chiara, di argomento sanitario e sii conciso/a.
  • La domanda sarà rivolta a tutti gli specialisti presenti su questo sito, non a un dottore in particolare.
  • Questo servizio non sostituisce le cure mediche professionali fornite durante una visita specialistica. Se hai un problema o un'urgenza, recati dal tuo medico curante o in un Pronto Soccorso.
  • Non sono ammesse domande relative a casi dettagliati, richieste di una seconda opinione o suggerimenti in merito all'assunzione di farmaci e al loro dosaggio
  • Per ragioni mediche, non verranno pubblicate informazioni su quantità o dosi consigliate di medicinali.

Il testo è troppo corto. Deve contenere almeno __LIMIT__ caratteri.


Scegli il tipo di specialista a cui rivolgerti
Lo utilizzeremo per avvertirti della risposta. Non sarà pubblicato online.
Tutti i contenuti pubblicati su MioDottore.it, specialmente domande e risposte, sono di carattere informativo e in nessun caso devono essere considerati un sostituto di una visita specialistica.