Buongiorno, devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari speciali
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Buongiorno,
devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.
Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.
Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.
Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.
Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.
Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.
Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.
Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?
devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci.
Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo.
Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso.
Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”.
Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto.
Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente.
Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente.
Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista.
Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?
Buon giorno comprendo il suo disorientamento ed è legittimo sentire la necessità di un percorso sicuro e pertinente.
Personalmente ritengo che se sente la necessità di iniziare una psicoterapia di coppia lo psicoterapeuta sia la scelta più indicata.
Lo psicologo è indicato per un percorso di sostegno alla coppia e può orientare un lavoro sulla comunicazione efficace, aiutare a impostare una modalità di ascolto accogliente fra i partner, o aiutare ad affrontare alcune modalità comunicative conflittuali, fornendo strumenti di gestione dei conflitti.
Se i problemi di coppia hanno origine da incomprensioni profonde, che si sono cronicizzate nel tempo, vista la possibilità che siano legate agli stili di attaccamento (legati ad esempio a dipendenza affettiva o evitamento) in grado di attivare processi di interazione disfunzionali, è più opportuno rivolgersi ad uno psicoterapeuta.
Lo psicoterapeuta ha frequentato una scuola di specializzazione quadriennale post laurea, specifica nel trattamento dei disturbi e delle dinamiche relazionali.
In merito ai suoi dubbi riguardanti i diversi orientamenti è vero che l'efficacia dipende più dalla relazione tra terapeuta e paziente che dal metodo. Tuttavia, per la coppia, alcuni approcci sono storicamente più focalizzati e strutturati, di seguito ne trova alcuni interessanti:
Approccio Sistemico-Relazionale: il più indicato per le coppie. Considera l'individuo come parte di un sistema (la famiglia/coppia), lavora sui modelli di comunicazione e sui ruoli.
Approccio Cognitivo Comportamentale: maggiormente focalizzato sulla risoluzione di problemi e sui meccanismi di pensiero che tendono a consolidarli, utilizza strumenti che consentono di modificare i comportamenti disfunzionali.
Emotional Focused Therapy (EFT): centrato sulle teorie dell’attaccamento che consentono di ricostruire il legame emotivo fra i partner. Valorizza la dimensione emotiva profonda, consente di ripercorrere le esperienze significative del passato.
La psicoterapia analitica (Junghiana) da lei citata, propone un approccio più introspettivo, lavora sull’inconscio e sugli archetipi (immagini comuni a tutta l’umanità) che rappresentano strutture psichiche innate e modelli di comportamento. Potrebbe risultare meno diretto, ma non meno efficace, per chi cerca soluzioni a conflitti quotidiani urgenti.
Riferisce di aver trovato nei curricula dei colleghi il termine “credo” riferendosi agli approcci. Gli approcci sono il modello interpretativo con cui i diversi terapeuti si avvicinano alla realtà riportata dai pazienti e consente loro di proporre percorsi terapeutici efficaci, che saranno scelti e costruiti insieme ai pazienti.
Tendenzialmente ogni psicoterapeuta conosce l’efficacia del proprio modello, sulla base delle evidenze scientifiche.
Questo è un punto su cui mi permetto di fare con lei una riflessione.
Ogni approccio psicoterapeutico ha basi scientifiche comprovate, ogni modello ha dovuto affrontare percorsi di verifica scientifica.
Le differenze esistono e possono costituire elemento di scelta più specifica. Ogni paziente può sentirsi più orientato verso uno o l’altro approccio a seconda di cosa ritiene più vicino a sé.
Il terapeuta dal canto suo ha acquisito strumenti e conoscenze che gli consentono di calibrare l’intervento, nel rispetto delle caratteristiche e della storia della persona, qualunque sia il suo modello di riferimento.
Tornando alla sua richiesta, può cercare un terapeuta specificamente formato per la terapia di coppia, ma tenga pure presente che tutti i professionisti psicologi e psicoterapeuti hanno la competenze per aiutarla a comprendere quale sia il migliore percorso per lei, inoltre hanno l’obbligo deontologico di inviarla al professionista più indicato per il suo caso.
Quindi, visto il suo più che comprensibile disorientamento, può cercare per il momento un professionista che vi aiuti a comprendere più a fondo le vostre necessità; insieme al professionista sarà più semplice individuare il percorso terapeutico più indicato.
Spero di esserle stata di aiuto e le auguro un buon inizio terapia.
Dott.ssa Angela Giannoni
Personalmente ritengo che se sente la necessità di iniziare una psicoterapia di coppia lo psicoterapeuta sia la scelta più indicata.
Lo psicologo è indicato per un percorso di sostegno alla coppia e può orientare un lavoro sulla comunicazione efficace, aiutare a impostare una modalità di ascolto accogliente fra i partner, o aiutare ad affrontare alcune modalità comunicative conflittuali, fornendo strumenti di gestione dei conflitti.
Se i problemi di coppia hanno origine da incomprensioni profonde, che si sono cronicizzate nel tempo, vista la possibilità che siano legate agli stili di attaccamento (legati ad esempio a dipendenza affettiva o evitamento) in grado di attivare processi di interazione disfunzionali, è più opportuno rivolgersi ad uno psicoterapeuta.
Lo psicoterapeuta ha frequentato una scuola di specializzazione quadriennale post laurea, specifica nel trattamento dei disturbi e delle dinamiche relazionali.
In merito ai suoi dubbi riguardanti i diversi orientamenti è vero che l'efficacia dipende più dalla relazione tra terapeuta e paziente che dal metodo. Tuttavia, per la coppia, alcuni approcci sono storicamente più focalizzati e strutturati, di seguito ne trova alcuni interessanti:
Approccio Sistemico-Relazionale: il più indicato per le coppie. Considera l'individuo come parte di un sistema (la famiglia/coppia), lavora sui modelli di comunicazione e sui ruoli.
Approccio Cognitivo Comportamentale: maggiormente focalizzato sulla risoluzione di problemi e sui meccanismi di pensiero che tendono a consolidarli, utilizza strumenti che consentono di modificare i comportamenti disfunzionali.
Emotional Focused Therapy (EFT): centrato sulle teorie dell’attaccamento che consentono di ricostruire il legame emotivo fra i partner. Valorizza la dimensione emotiva profonda, consente di ripercorrere le esperienze significative del passato.
La psicoterapia analitica (Junghiana) da lei citata, propone un approccio più introspettivo, lavora sull’inconscio e sugli archetipi (immagini comuni a tutta l’umanità) che rappresentano strutture psichiche innate e modelli di comportamento. Potrebbe risultare meno diretto, ma non meno efficace, per chi cerca soluzioni a conflitti quotidiani urgenti.
Riferisce di aver trovato nei curricula dei colleghi il termine “credo” riferendosi agli approcci. Gli approcci sono il modello interpretativo con cui i diversi terapeuti si avvicinano alla realtà riportata dai pazienti e consente loro di proporre percorsi terapeutici efficaci, che saranno scelti e costruiti insieme ai pazienti.
Tendenzialmente ogni psicoterapeuta conosce l’efficacia del proprio modello, sulla base delle evidenze scientifiche.
Questo è un punto su cui mi permetto di fare con lei una riflessione.
Ogni approccio psicoterapeutico ha basi scientifiche comprovate, ogni modello ha dovuto affrontare percorsi di verifica scientifica.
Le differenze esistono e possono costituire elemento di scelta più specifica. Ogni paziente può sentirsi più orientato verso uno o l’altro approccio a seconda di cosa ritiene più vicino a sé.
Il terapeuta dal canto suo ha acquisito strumenti e conoscenze che gli consentono di calibrare l’intervento, nel rispetto delle caratteristiche e della storia della persona, qualunque sia il suo modello di riferimento.
Tornando alla sua richiesta, può cercare un terapeuta specificamente formato per la terapia di coppia, ma tenga pure presente che tutti i professionisti psicologi e psicoterapeuti hanno la competenze per aiutarla a comprendere quale sia il migliore percorso per lei, inoltre hanno l’obbligo deontologico di inviarla al professionista più indicato per il suo caso.
Quindi, visto il suo più che comprensibile disorientamento, può cercare per il momento un professionista che vi aiuti a comprendere più a fondo le vostre necessità; insieme al professionista sarà più semplice individuare il percorso terapeutico più indicato.
Spero di esserle stata di aiuto e le auguro un buon inizio terapia.
Dott.ssa Angela Giannoni
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Buongiorno, quello che esprime è estremamente comprensibile. Quando ci si avvicina per la prima volta al mondo della psicologia – e in particolare alla terapia di coppia – è facile sentirsi disorientati, proprio perché esiste una grande varietà di approcci, linguaggi e modi di presentarsi. La sensazione di “dover scegliere al buio” è una delle preoccupazioni più frequenti.
Mi occupo di queste tematiche anche nel mio lavoro e lavoro con coppie e con specialisti che si occupano di questo, quindi capisco bene il tipo di confusione che sta descrivendo. Le dico subito una cosa importante: nella pratica clinica, molto più dell’etichetta teorica (junghiano, sistemico, cognitivo, ecc.), fa la differenza la capacità del terapeuta di leggere la dinamica della coppia e di creare uno spazio in cui entrambi possiate sentirvi ascoltati senza sentirvi “messi da una parte”.
Le diverse scuole esistono e hanno le loro differenze, ma nella terapia di coppia spesso gli approcci più efficaci sono quelli che riescono a lavorare sulla relazione in modo concreto, aiutandovi a capire cosa succede tra voi due, piuttosto che aderire rigidamente a un modello teorico.
La sua osservazione sul rischio di “scegliere chi dice quello che voglio sentirmi dire” è molto lucida, ed è proprio per questo che il criterio principale non è tanto l’approccio dichiarato, ma come il professionista gestisce entrambi i partner: se prende posizione, se si schiera, se semplifica troppo, oppure se riesce a tenere insieme la complessità della relazione.
Anche il dubbio tra psicologo e psicoterapeuta è legittimo: per un percorso di terapia di coppia strutturato è generalmente preferibile uno psicoterapeuta, cioè qualcuno che abbia una formazione specifica per lavorare in modo continuativo e approfondito sulle dinamiche relazionali.
Detto questo, il punto non è scegliere “a caso”, ma nemmeno trovare la teoria perfetta sulla carta. È più utile pensare a un primo colloquio come a uno spazio di valutazione reciproca, dove non siete solo voi a essere “valutati”, ma anche voi potete capire se vi sentite compresi, se il terapeuta vi sembra equilibrato e se il modo in cui conduce l’incontro vi dà fiducia.
Se sente il bisogno di orientarsi meglio senza dover passare da tentativi casuali, può anche valutare di fare un primo confronto con me: mi occupo proprio di queste situazioni e posso aiutarla a capire come muoversi, oppure eventualmente intraprendere insieme un percorso. A volte già un primo colloquio serve proprio a fare chiarezza su cosa cercare, al di là delle etichette teoriche.
Se preferisce, possiamo anche partire dai motivi per cui state pensando alla terapia di coppia: capire quelli aiuta molto più di qualsiasi classificazione teorica a individuare il tipo di intervento più adatto.
Mi occupo di queste tematiche anche nel mio lavoro e lavoro con coppie e con specialisti che si occupano di questo, quindi capisco bene il tipo di confusione che sta descrivendo. Le dico subito una cosa importante: nella pratica clinica, molto più dell’etichetta teorica (junghiano, sistemico, cognitivo, ecc.), fa la differenza la capacità del terapeuta di leggere la dinamica della coppia e di creare uno spazio in cui entrambi possiate sentirvi ascoltati senza sentirvi “messi da una parte”.
Le diverse scuole esistono e hanno le loro differenze, ma nella terapia di coppia spesso gli approcci più efficaci sono quelli che riescono a lavorare sulla relazione in modo concreto, aiutandovi a capire cosa succede tra voi due, piuttosto che aderire rigidamente a un modello teorico.
La sua osservazione sul rischio di “scegliere chi dice quello che voglio sentirmi dire” è molto lucida, ed è proprio per questo che il criterio principale non è tanto l’approccio dichiarato, ma come il professionista gestisce entrambi i partner: se prende posizione, se si schiera, se semplifica troppo, oppure se riesce a tenere insieme la complessità della relazione.
Anche il dubbio tra psicologo e psicoterapeuta è legittimo: per un percorso di terapia di coppia strutturato è generalmente preferibile uno psicoterapeuta, cioè qualcuno che abbia una formazione specifica per lavorare in modo continuativo e approfondito sulle dinamiche relazionali.
Detto questo, il punto non è scegliere “a caso”, ma nemmeno trovare la teoria perfetta sulla carta. È più utile pensare a un primo colloquio come a uno spazio di valutazione reciproca, dove non siete solo voi a essere “valutati”, ma anche voi potete capire se vi sentite compresi, se il terapeuta vi sembra equilibrato e se il modo in cui conduce l’incontro vi dà fiducia.
Se sente il bisogno di orientarsi meglio senza dover passare da tentativi casuali, può anche valutare di fare un primo confronto con me: mi occupo proprio di queste situazioni e posso aiutarla a capire come muoversi, oppure eventualmente intraprendere insieme un percorso. A volte già un primo colloquio serve proprio a fare chiarezza su cosa cercare, al di là delle etichette teoriche.
Se preferisce, possiamo anche partire dai motivi per cui state pensando alla terapia di coppia: capire quelli aiuta molto più di qualsiasi classificazione teorica a individuare il tipo di intervento più adatto.
La sua lettera mi colpisce molto per la lucidità e anche per la fatica che traspare: lei non è solo confuso davanti a tante scuole e metodi, ma è davvero in cerca di un passo che faccia stare meglio la sua coppia, non solo una “teoria” astratta. È come se si trovasse davanti a una porta dietro cui sa che ci può essere qualcosa di utile, ma non ne conosce il contenuto, il linguaggio, la sensazione che lascerà. È normale, in questa situazione, sentirsi un po’ spaesati.
Le dico subito una cosa che sento importante: la scelta di un terapeuta di coppia non è solo una questione di “quale approccio teorico è più efficace”, ma soprattutto di “con chi i due partner riescono a sentirsi al sicuro, ascoltati e compresi”. Esistono tanti orientamenti – sistemico, cognitivo‑comportamentale, focalizzato sulle emozioni, analitico, fenomenologico, integrato – e ognuno ha il suo modo di lavorare. Ma la ricerca suggerisce che, quando la coppia è motivata, la cosa che conta davvero è più la qualità del rapporto con il terapeuta e la capacità di stare insieme che il nome che si dà al metodo.
Lei mi parla di frasi del tipo “credo in un percorso così, credo in una terapia così”, e questo le mette a disagio, come se fosse una sorta di religione o una fede cieca in un certo approccio. È una sensazione comprensibile: la parola “credo” può suonare fuori luogo in un contesto scientifico, e invece spesso dietro quelle parole c’è solo la volontà di dire: “questo è il modo in cui mi sento più coerente, più autentico, in cui mi sento più capace di lavorare con le coppie”. il rischio è che, invece di aiutarla a capire, la lasci più confuso, proprio perché il focus sembra molto sulle etichette, non sulle persone.
Quello che davvero cerca, immagino, è un terapeuta capace di stare in mezzo a voi due, senza schierarsi, senza giudicare, senza trasformare il percorso in una specie di aula di tribunale dove uno “ha ragione” e l’altro “sbaglia”. Una terapia di coppia che abbia un senso è quella in cui entrambi sentano di poter parlare delle proprie ferite, delle proprie paure, delle proprie colpe, delle proprie aspettative, senza il timore di essere “piantati” in un’etichetta. Nel mio approccio, che definisco fenomenologico‑relazionale, cerco di tenere questo al centro: non solo raccontare cosa accade tra voi, ma capire come lo vivete interiormente, come lo sentite, come si ripete, come si trasforma nel tempo.
Lei ha anche espresso un timore che mi sembra molto reale: quello che uno dei due possa pensare “questo terapeuta mi dice quello che voglio sentirsi dire” e quindi, in un certo senso, si senta autorizzato a continuare a farsi guerra, mentre l’altro resta isolato, in colpa, svalutato. Questo è un rischio concreto, ma la terapia può aiutare a evitarlo, proprio creando uno spazio in cui il terapeuta non si schiera, ma accompagna il processo di confronto. Funziona meglio se la coppia partecipa come un unico sistema, con l’impegno di entrambi a guardare non solo le “colpe dell’altro”, ma anche le dinamiche della coppia, le aspettative irrealistiche, le ferite antiche e i modi in cui si ripetono le stesse scene.
Per quanto riguarda la differenza tra psicologo e psicoterapeuta, è un punto che ha ragione a voler chiarire. Uno psicologo è un professionista che ha fatto la laurea e la specializzazione, e può offrire valutazione, consulenza, sostegno. Uno psicoterapeuta, invece, è uno psicologo (o medico) che ha poi fatto una formazione specifica in psicoterapia, di alcuni anni, che lo abilita a lavorare terapeuticamente con le persone e con le coppie. Nella sua situazione, avere una figura che abbia avuto una formazione specifica in terapia di coppia è spesso un vantaggio, perché il lavoro con una coppia è molto diverso da quello individuale: ci sono dinamiche, complicità, alleanze e ostilità che si intrecciano e vanno gestite con delicatezza.
Lei ha scritto che ci sono centinaia di terapisti nella sua zona e che i curricula sono difficili da interpretare. È vero, è un po’ come andare in una libreria piena di volumi con titoli complicati e non sapere quale aprire. In questo scenario, le suggerirei di non cercare subito la “soluzione perfetta”, ma di dare un piccolo ordine a questa nebbia. Potrebbe essere utile, per esempio, limitarsi a contattare un numero ridotto di professionisti, magari quelli che hanno una descrizione più chiara e che non sembrano troppo “new age” o troppo ""tecnicistici", con cui vi incontriate per una prima seduta di conoscenza.
In quella prima seduta, il punto non è solo conoscere il curriculum, ma sentire:
come si pone rispetto alla coppia;
se vi guarda entrambi, vi ascolta, non interrompe;
se la stanza è uno spazio in cui potete parlare senza paura di essere giudicati, né da lui né dall’altro.
Non è un test logico, è un vissuto: è normale che, alla fine, entrambi dobbiate chiedervi “ci siamo sentiti a nostro agio, o no?”. Non è un giudizio superficiale, ma un indicatore importante di quanto si possa andare avanti insieme.
La sua paura di passare da uno all’altro finché non trova il “giusto” mi sembra molto umana, e in parte è inevitabile, anche se ovviamente non è un processo facile né economico. Ma la cosa che può aiutare è decidere con la compagna un piccolo “patto”: proviamo un numero limitato di sedute con questo terapeuta, e poi, se non cambia niente, ne parliamo tra noi e valutiamo insieme se continuare o cambiare. È importante che il passaggio a un altro terapeuta, se mai dovesse avvenire, non sia visto come un fallimento, ma come un’esperienza che comunque vi ha fatto qualcosa: vi ha fatto conoscere un modo diverso di lavorare, vi ha fatto pensare, forse vi ha reso più consapevoli.
Infine, quello che sento di dirle, in modo molto semplice, è che la sua preoccupazione non è solo su “come fare”, ma anche sulla paura di scegliere male, di essere ferito di nuovo, di sentirsi ancora più in colpa, di vedere la sua compagna ancora più distante. È normale, in una coppia che ha già vissuto tensioni, sentirsi così. Ma proprio questo sentimento – la volontà di fare bene, di non lasciarsi trascinare dal caos, di cercare un luogo dove poter parlare in modo onesto e adulto – è un buon indizio che il momento della terapia di coppia può essere davvero un passo importante per la vostra storia, non solo un tentativo disperato per evitare il peggio.
Se vuole, può dirmi un po’ di più su come la vostra storia di coppia si sente oggi, in poche parole: che clima regna tra voi, come si parlano di solito, quali sono le cose che la preoccupano di più. In questo modo, potrei aiutarla a tradurre le sue domande in qualche criterio concreto, meno “teorico” e più vicino al vostro modo di vivere la vostra relazione.
Rimango a disposizione.
Con cura professionale,
Dott. Raffaele La Tosa
Psicoterapeuta di coppia – Indirizzo fenomenologico‑relazionale
Buongiorno. Lei solleva una questione che ha ancora eredità poco piacevoli, ma che soprattutto in passato, anni fa, era più marcatamente un problema: le diverse scuole sembravano contrapporsi tra loro come fossero avversari in lotta. E in lotta per che cosa?
Un paio di anni fa ho seguito un corso di aggiornamento in cui i docenti appartenevano a scuole molto diverse: tutti loro arrivavano alla conclusione che il primo reale ed efficace elemento che qualifica un percorso psicologico, individuale o di coppia, sta nella relazione che si costruisce tra il professionista e chi sceglie di prendersi cura di sé attraverso quella via. I vari professionisti hanno metodi diversi per costruire la relazione, ma la qualità della relazione resta fondamentale e per questo ognuno di quei professionisti può sollecitare in modo efficace chi entra nella stanza dello psicologo.
L'anno scorso ho seguito un master sulla psicoterapia di coppia ed è emersa la medesima considerazione: conta l'alleanza terapeutica che si costruisce.
Quindi possiamo immaginare che uno psicologo che ha più anni di esperienza professionale abbia sviluppato più capacità di costruire relazioni buone, ma conta molto anche la personalità dello psicologo.
Lei può anche leggere le recensioni su questa piattaforma: sono uno strumento relativo, ma molte persone mi dicono proprio che le leggono e che servono.
Un paio di anni fa ho seguito un corso di aggiornamento in cui i docenti appartenevano a scuole molto diverse: tutti loro arrivavano alla conclusione che il primo reale ed efficace elemento che qualifica un percorso psicologico, individuale o di coppia, sta nella relazione che si costruisce tra il professionista e chi sceglie di prendersi cura di sé attraverso quella via. I vari professionisti hanno metodi diversi per costruire la relazione, ma la qualità della relazione resta fondamentale e per questo ognuno di quei professionisti può sollecitare in modo efficace chi entra nella stanza dello psicologo.
L'anno scorso ho seguito un master sulla psicoterapia di coppia ed è emersa la medesima considerazione: conta l'alleanza terapeutica che si costruisce.
Quindi possiamo immaginare che uno psicologo che ha più anni di esperienza professionale abbia sviluppato più capacità di costruire relazioni buone, ma conta molto anche la personalità dello psicologo.
Lei può anche leggere le recensioni su questa piattaforma: sono uno strumento relativo, ma molte persone mi dicono proprio che le leggono e che servono.
Capisco la sua confusione, perché quando ci si avvicina per la prima volta a questo ambito ci si trova davanti a molti approcci, linguaggi e definizioni diverse, e orientarsi non è semplice.
Da quello che scrive, però, mi sembra emerga soprattutto un altro aspetto: il tentativo di individuare in anticipo la scelta “giusta”, come se l’esito del percorso dipendesse prima di tutto dall’orientamento teorico. È un ragionamento comprensibile, ma rischia di concentrare molto l’attenzione su un punto che, nella pratica, non è quello decisivo.
Provo a dirlo con un’immagine. È un po’ come se una coppia venisse invitata a una festa e si concentrasse così tanto sul vestito da scegliere da finire per pensare che la serata andrà bene o male solo in base a quello. Il vestito può avere il suo peso, certo, ma non è ciò che determina davvero come andrà la festa. La differenza la fa come ci si sta dentro, come ci si muove, come si entra in relazione con l’altro e con quello che accade.
Nella coppia, e anche in un eventuale percorso, spesso succede qualcosa di simile. L’orientamento del professionista è lo sfondo del lavoro, ma ciò che conta davvero è come la coppia affronta i temi portati, come interagisce, cosa tende a ripetere e cosa riesce a modificare nel proprio modo di comunicare e di stare nella relazione.
Anche quando cambia il tema del conflitto, molto spesso il nodo resta il modo in cui la coppia funziona. Ed è proprio lì che un percorso può diventare utile: non tanto perché appartiene a una scuola “migliore”, ma perché aiuta a vedere e cambiare certi meccanismi che mantengono la difficoltà.
Per questo, più che cercare in astratto l’orientamento più valido, può essere più utile capire come lavora quel professionista: se ha esperienza con le coppie, se sa restare in una posizione equilibrata, se aiuta a mettere a fuoco il funzionamento della relazione e se già dai primi colloqui vi fa sentire entrambi compresi e messi nella condizione di lavorare.
Capisco anche il suo timore di finire con qualcuno che dica a uno dei due ciò che vuole sentirsi dire. In un buon lavoro di coppia, in realtà, il punto non è confermare una posizione contro l’altra, ma aiutare entrambi a vedere i meccanismi con cui, spesso senza volerlo, contribuiscono a mantenere il problema.
In sintesi, l’orientamento ha il suo valore, ma da solo non basta a far prevedere se un percorso funzionerà. Molto dipende da come quel lavoro riesce a intercettare il funzionamento concreto della coppia e da come la coppia riesce, nel tempo, a rispondere in modo diverso.
Da quello che scrive, però, mi sembra emerga soprattutto un altro aspetto: il tentativo di individuare in anticipo la scelta “giusta”, come se l’esito del percorso dipendesse prima di tutto dall’orientamento teorico. È un ragionamento comprensibile, ma rischia di concentrare molto l’attenzione su un punto che, nella pratica, non è quello decisivo.
Provo a dirlo con un’immagine. È un po’ come se una coppia venisse invitata a una festa e si concentrasse così tanto sul vestito da scegliere da finire per pensare che la serata andrà bene o male solo in base a quello. Il vestito può avere il suo peso, certo, ma non è ciò che determina davvero come andrà la festa. La differenza la fa come ci si sta dentro, come ci si muove, come si entra in relazione con l’altro e con quello che accade.
Nella coppia, e anche in un eventuale percorso, spesso succede qualcosa di simile. L’orientamento del professionista è lo sfondo del lavoro, ma ciò che conta davvero è come la coppia affronta i temi portati, come interagisce, cosa tende a ripetere e cosa riesce a modificare nel proprio modo di comunicare e di stare nella relazione.
Anche quando cambia il tema del conflitto, molto spesso il nodo resta il modo in cui la coppia funziona. Ed è proprio lì che un percorso può diventare utile: non tanto perché appartiene a una scuola “migliore”, ma perché aiuta a vedere e cambiare certi meccanismi che mantengono la difficoltà.
Per questo, più che cercare in astratto l’orientamento più valido, può essere più utile capire come lavora quel professionista: se ha esperienza con le coppie, se sa restare in una posizione equilibrata, se aiuta a mettere a fuoco il funzionamento della relazione e se già dai primi colloqui vi fa sentire entrambi compresi e messi nella condizione di lavorare.
Capisco anche il suo timore di finire con qualcuno che dica a uno dei due ciò che vuole sentirsi dire. In un buon lavoro di coppia, in realtà, il punto non è confermare una posizione contro l’altra, ma aiutare entrambi a vedere i meccanismi con cui, spesso senza volerlo, contribuiscono a mantenere il problema.
In sintesi, l’orientamento ha il suo valore, ma da solo non basta a far prevedere se un percorso funzionerà. Molto dipende da come quel lavoro riesce a intercettare il funzionamento concreto della coppia e da come la coppia riesce, nel tempo, a rispondere in modo diverso.
Problema ben colto e purtroppo irrisolvibile. Inizi a fare dei primi colloqui gratuiti e si faccia un’esperienza personale. Purtroppo la psicoterapia non è solo scientifica e si basa anche su una relazione empatica.
Buongiorno,
la sua confusione è molto comprensibile, e in realtà dice qualcosa di positivo: sta prendendo sul serio la scelta e vuole orientarsi con criterio. Il problema è che sta cercando una certezza "tecnica”in un ambito che, per sua natura, non funziona come una scienza esatta.
È vero: esistono molti orientamenti, linguaggi diversi, modi differenti di leggere le relazioni. Ma nella pratica clinica, soprattutto nella terapia di coppia, la differenza non la fa tanto “la scuola” quanto come quel terapeuta lavora con voi due.
Sugli approcci: sistemico-relazionale, cognitivo-comportamentale, psicodinamico… sono cornici teoriche. Alcune più orientate a osservare le dinamiche tra voi, altre più focalizzate su pensieri e comportamenti, altre ancora sulla storia personale. Ma nessuna, da sola, garantisce il risultato.
Capisco il timore di “scegliere a caso”, ma la realtà è che una parte della scelta passa inevitabilmente da un’esperienza diretta. Non è un limite del sistema: è che la terapia è una relazione, e le relazioni non si valutano solo leggendo un curriculum.
Piuttosto che cercare l’approccio “giusto”, può esserle più utile orientarsi su alcuni criteri concreti:
- il terapeuta lavora esplicitamente con le coppie?
- vi fa sentire entrambi ascoltati, senza schierarsi?
- riesce a tenere insieme i due punti di vista senza semplificare o dare colpe?
- vi restituisce qualcosa che aiuta a capire cosa sta succedendo tra voi, non solo chi ha ragione?
Un buon terapeuta di coppia aiuta a leggere il funzionamento della relazione, anche quando uno dei due fatica.
Sull’età o sul genere: possono avere un peso soggettivo (ci si può sentire più a proprio agio), ma non sono indicatori affidabili di efficacia.
Infine, lei sta cercando di ridurre al minimo il rischio di errore, ed è comprensibile. Ma nella terapia di coppia una parte del lavoro è anche tollerare un po’ di incertezza e vedere cosa succede nel processo.
Può pensarlo così: non sta scegliendo “il terapeuta perfetto per sempre”, ma sta iniziando un percorso. Dopo alcuni incontri, avrete già elementi molto più concreti per capire se quella persona è adatta a voi.
la sua confusione è molto comprensibile, e in realtà dice qualcosa di positivo: sta prendendo sul serio la scelta e vuole orientarsi con criterio. Il problema è che sta cercando una certezza "tecnica”in un ambito che, per sua natura, non funziona come una scienza esatta.
È vero: esistono molti orientamenti, linguaggi diversi, modi differenti di leggere le relazioni. Ma nella pratica clinica, soprattutto nella terapia di coppia, la differenza non la fa tanto “la scuola” quanto come quel terapeuta lavora con voi due.
Sugli approcci: sistemico-relazionale, cognitivo-comportamentale, psicodinamico… sono cornici teoriche. Alcune più orientate a osservare le dinamiche tra voi, altre più focalizzate su pensieri e comportamenti, altre ancora sulla storia personale. Ma nessuna, da sola, garantisce il risultato.
Capisco il timore di “scegliere a caso”, ma la realtà è che una parte della scelta passa inevitabilmente da un’esperienza diretta. Non è un limite del sistema: è che la terapia è una relazione, e le relazioni non si valutano solo leggendo un curriculum.
Piuttosto che cercare l’approccio “giusto”, può esserle più utile orientarsi su alcuni criteri concreti:
- il terapeuta lavora esplicitamente con le coppie?
- vi fa sentire entrambi ascoltati, senza schierarsi?
- riesce a tenere insieme i due punti di vista senza semplificare o dare colpe?
- vi restituisce qualcosa che aiuta a capire cosa sta succedendo tra voi, non solo chi ha ragione?
Un buon terapeuta di coppia aiuta a leggere il funzionamento della relazione, anche quando uno dei due fatica.
Sull’età o sul genere: possono avere un peso soggettivo (ci si può sentire più a proprio agio), ma non sono indicatori affidabili di efficacia.
Infine, lei sta cercando di ridurre al minimo il rischio di errore, ed è comprensibile. Ma nella terapia di coppia una parte del lavoro è anche tollerare un po’ di incertezza e vedere cosa succede nel processo.
Può pensarlo così: non sta scegliendo “il terapeuta perfetto per sempre”, ma sta iniziando un percorso. Dopo alcuni incontri, avrete già elementi molto più concreti per capire se quella persona è adatta a voi.
Buongiorno,
quello che porta è molto comprensibile: quando ci si avvicina per la prima volta alla psicoterapia, e in particolare alla terapia di coppia, la varietà di approcci e linguaggi può risultare disorientante, quasi come se si dovesse scegliere “la teoria giusta” prima ancora di iniziare. In realtà, la scelta non funziona esattamente in questi termini.
Partirei da un punto importante: non è necessario (né realistico) individuare a priori “l’orientamento migliore in assoluto”. Le ricerche mostrano che le differenze tra approcci incidono meno di quanto si pensi, mentre diventano centrali altri fattori, come la qualità della relazione terapeutica, la chiarezza del metodo e la capacità del professionista di lavorare in modo strutturato sui vostri obiettivi. Questo non significa che gli orientamenti siano irrilevanti, ma che vanno letti in funzione del problema che portate, non come “scuole in competizione”.
Nel vostro caso, può essere più utile ragionare per bisogni.
Se nella coppia sono presenti difficoltà comunicative, conflitti ricorrenti, incomprensioni che si ripetono o dinamiche relazionali rigide, un terapeuta a orientamento sistemico-relazionale è spesso indicato. Questo approccio lavora proprio sulle interazioni, sui ruoli e sui modelli comunicativi che si creano tra i partner, aiutando a modificarli in modo concreto.
Se invece il tema centrale riguarda la sessualità (calo del desiderio, difficoltà nell’intimità, disallineamenti nei bisogni sessuali), può essere particolarmente utile una figura con formazione sessuologica, meglio se integrata con un approccio cognitivo-comportamentale (CBT). In questi casi il lavoro tende a essere più mirato, con strumenti pratici e indicazioni specifiche, oltre che uno spazio di esplorazione emotiva.
Quando ci sono entrambe le dimensioni (relazione + sessualità), può essere ideale un professionista che abbia competenze integrate o un’esperienza specifica con le coppie su più livelli.
Un’altra discriminante molto concreta, spesso più utile delle etichette teoriche, è verificare se il professionista è realmente formato in terapia di coppia. Non tutti gli psicoterapeuti lo sono: lavorare con due persone contemporaneamente richiede competenze specifiche. Può quindi essere utile cercare nel curriculum una formazione dedicata (master, corsi avanzati, esperienza dichiarata con coppie), più che focalizzarsi solo sull’orientamento generale.
Rispetto al dubbio tra psicologo e psicoterapeuta: per una terapia di coppia è preferibile uno psicoterapeuta, perché ha una formazione clinica più approfondita e strumenti per lavorare in modo continuativo e strutturato. Lo psicologo può offrire consulenze o supporto, ma la psicoterapia è qualcosa di più definito nel tempo e negli obiettivi.
Capisco anche la sua preoccupazione rispetto al rischio di “scegliere a caso” o di finire con qualcuno che dica ciò che uno dei due vuole sentirsi dire. È un timore sensato. In una buona terapia di coppia, però, il terapeuta non si schiera, ma lavora per mantenere una posizione equilibrata, aiutando entrambi a comprendere il proprio contributo alla dinamica. Questo è qualcosa che si percepisce già nei primi incontri: se uno dei due si sente sistematicamente validato e l’altro no, è un segnale da osservare.
Infine, rispetto all’età o al linguaggio usato nei curricula: possono influire sulla sensazione di affinità, ma non sono criteri affidabili da soli. A volte professionisti più giovani hanno una formazione molto aggiornata; altri più esperti portano una maggiore esperienza clinica. Più che l’età, può essere utile valutare come il terapeuta si presenta nel primo colloquio: chiarezza, capacità di spiegare il metodo, modo in cui ascolta entrambi.
In sintesi, più che scegliere “la teoria giusta”, può orientarsi su alcuni criteri concreti: che sia uno psicoterapeuta, che abbia una formazione specifica nella terapia di coppia, e che il suo approccio sia coerente con il tipo di difficoltà che state vivendo. Il primo colloquio può essere visto non come un impegno vincolante, ma come uno spazio di valutazione reciproca, in cui anche voi potete capire se vi sentite compresi e se il metodo proposto vi sembra sensato.
quello che porta è molto comprensibile: quando ci si avvicina per la prima volta alla psicoterapia, e in particolare alla terapia di coppia, la varietà di approcci e linguaggi può risultare disorientante, quasi come se si dovesse scegliere “la teoria giusta” prima ancora di iniziare. In realtà, la scelta non funziona esattamente in questi termini.
Partirei da un punto importante: non è necessario (né realistico) individuare a priori “l’orientamento migliore in assoluto”. Le ricerche mostrano che le differenze tra approcci incidono meno di quanto si pensi, mentre diventano centrali altri fattori, come la qualità della relazione terapeutica, la chiarezza del metodo e la capacità del professionista di lavorare in modo strutturato sui vostri obiettivi. Questo non significa che gli orientamenti siano irrilevanti, ma che vanno letti in funzione del problema che portate, non come “scuole in competizione”.
Nel vostro caso, può essere più utile ragionare per bisogni.
Se nella coppia sono presenti difficoltà comunicative, conflitti ricorrenti, incomprensioni che si ripetono o dinamiche relazionali rigide, un terapeuta a orientamento sistemico-relazionale è spesso indicato. Questo approccio lavora proprio sulle interazioni, sui ruoli e sui modelli comunicativi che si creano tra i partner, aiutando a modificarli in modo concreto.
Se invece il tema centrale riguarda la sessualità (calo del desiderio, difficoltà nell’intimità, disallineamenti nei bisogni sessuali), può essere particolarmente utile una figura con formazione sessuologica, meglio se integrata con un approccio cognitivo-comportamentale (CBT). In questi casi il lavoro tende a essere più mirato, con strumenti pratici e indicazioni specifiche, oltre che uno spazio di esplorazione emotiva.
Quando ci sono entrambe le dimensioni (relazione + sessualità), può essere ideale un professionista che abbia competenze integrate o un’esperienza specifica con le coppie su più livelli.
Un’altra discriminante molto concreta, spesso più utile delle etichette teoriche, è verificare se il professionista è realmente formato in terapia di coppia. Non tutti gli psicoterapeuti lo sono: lavorare con due persone contemporaneamente richiede competenze specifiche. Può quindi essere utile cercare nel curriculum una formazione dedicata (master, corsi avanzati, esperienza dichiarata con coppie), più che focalizzarsi solo sull’orientamento generale.
Rispetto al dubbio tra psicologo e psicoterapeuta: per una terapia di coppia è preferibile uno psicoterapeuta, perché ha una formazione clinica più approfondita e strumenti per lavorare in modo continuativo e strutturato. Lo psicologo può offrire consulenze o supporto, ma la psicoterapia è qualcosa di più definito nel tempo e negli obiettivi.
Capisco anche la sua preoccupazione rispetto al rischio di “scegliere a caso” o di finire con qualcuno che dica ciò che uno dei due vuole sentirsi dire. È un timore sensato. In una buona terapia di coppia, però, il terapeuta non si schiera, ma lavora per mantenere una posizione equilibrata, aiutando entrambi a comprendere il proprio contributo alla dinamica. Questo è qualcosa che si percepisce già nei primi incontri: se uno dei due si sente sistematicamente validato e l’altro no, è un segnale da osservare.
Infine, rispetto all’età o al linguaggio usato nei curricula: possono influire sulla sensazione di affinità, ma non sono criteri affidabili da soli. A volte professionisti più giovani hanno una formazione molto aggiornata; altri più esperti portano una maggiore esperienza clinica. Più che l’età, può essere utile valutare come il terapeuta si presenta nel primo colloquio: chiarezza, capacità di spiegare il metodo, modo in cui ascolta entrambi.
In sintesi, più che scegliere “la teoria giusta”, può orientarsi su alcuni criteri concreti: che sia uno psicoterapeuta, che abbia una formazione specifica nella terapia di coppia, e che il suo approccio sia coerente con il tipo di difficoltà che state vivendo. Il primo colloquio può essere visto non come un impegno vincolante, ma come uno spazio di valutazione reciproca, in cui anche voi potete capire se vi sentite compresi e se il metodo proposto vi sembra sensato.
Gentile utente,
è del tutto naturale sentirsi smarriti di fronte a una tale varietà di approcci e definizioni che, talvolta, possono sembrare rigide come dogmi. Questa sua confusione è in realtà preziosa, perché testimonia il desiderio profondo di compiere il passo giusto per il benessere della vostra coppia. In termini pratici, il mio suggerimento è di orientarvi necessariamente verso uno psicoterapeuta, ovvero un professionista che abbia conseguito una specializzazione post-laurea, anziché limitarvi alla figura dello psicologo.
Per quanto riguarda i suoi dubbi teorici, la ricerca scientifica conferma che, al di là dei singoli orientamenti, il fattore principale del cambiamento è l'alleanza terapeutica, ovvero quel clima di fiducia e sintonia che si stabilisce tra voi e il professionista. Oltre all'approccio Sistemico-Relazionale, che si concentra sui legami familiari e comunicativi, potreste valutare anche l'indirizzo Psicoanalitico, utile per esplorare le dinamiche profonde e inconsce che agiscono nel rapporto.
La reale competenza di un terapeuta si manifesta nella sua capacità di mantenere una posizione neutrale, garantendo a ciascuno un equo spazio di ascolto affinché nessuno dei due si senta mai giudicato. Vi consiglio dunque di selezionare alcuni professionisti che vi ispirino fiducia e di valutare insieme, dopo il primo incontro, l'impatto emotivo che avrete ricevuto. Ricordate che la scelta di un terapeuta non è un atto irreversibile; trattandosi di una relazione umana a tutti gli effetti, è indispensabile darsi il tempo di conoscersi per capire se quella figura sia davvero quella adatta a voi. In fondo, la terapia inizia proprio nel momento in cui si accetta di affidarsi all'altro, nonostante l'incertezza iniziale.
Un caro saluto
è del tutto naturale sentirsi smarriti di fronte a una tale varietà di approcci e definizioni che, talvolta, possono sembrare rigide come dogmi. Questa sua confusione è in realtà preziosa, perché testimonia il desiderio profondo di compiere il passo giusto per il benessere della vostra coppia. In termini pratici, il mio suggerimento è di orientarvi necessariamente verso uno psicoterapeuta, ovvero un professionista che abbia conseguito una specializzazione post-laurea, anziché limitarvi alla figura dello psicologo.
Per quanto riguarda i suoi dubbi teorici, la ricerca scientifica conferma che, al di là dei singoli orientamenti, il fattore principale del cambiamento è l'alleanza terapeutica, ovvero quel clima di fiducia e sintonia che si stabilisce tra voi e il professionista. Oltre all'approccio Sistemico-Relazionale, che si concentra sui legami familiari e comunicativi, potreste valutare anche l'indirizzo Psicoanalitico, utile per esplorare le dinamiche profonde e inconsce che agiscono nel rapporto.
La reale competenza di un terapeuta si manifesta nella sua capacità di mantenere una posizione neutrale, garantendo a ciascuno un equo spazio di ascolto affinché nessuno dei due si senta mai giudicato. Vi consiglio dunque di selezionare alcuni professionisti che vi ispirino fiducia e di valutare insieme, dopo il primo incontro, l'impatto emotivo che avrete ricevuto. Ricordate che la scelta di un terapeuta non è un atto irreversibile; trattandosi di una relazione umana a tutti gli effetti, è indispensabile darsi il tempo di conoscersi per capire se quella figura sia davvero quella adatta a voi. In fondo, la terapia inizia proprio nel momento in cui si accetta di affidarsi all'altro, nonostante l'incertezza iniziale.
Un caro saluto
La confusione che descrive è comprensibile, il mondo della psicoterapia ha effettivamente una terminologia complessa e non sempre trasparente per chi viene da fuori.
Alcuni punti che possono aiutare a orientarsi. Per la terapia di coppia, la figura di riferimento è uno psicologo o psicoterapeuta con una formazione specifica nel lavoro con le coppie, non tutti i professionisti ce l’hanno, quindi vale la pena verificarlo. Riguardo all’orientamento teorico: la ricerca mostra che l’efficacia di una terapia dipende molto meno dall’approccio e molto di più dalla qualità della relazione tra terapeuta e paziente. Non è una risposta che risolve il problema della scelta, ma ridimensiona l’idea che ci sia un metodo oggettivamente superiore agli altri.
Il primo colloquio è lo strumento più utile a disposizione, serve proprio a capire se il professionista lavora con le coppie, come imposta il percorso, e se entrambi i partner si sentono a proprio agio. Non è un impegno definitivo. Molti professionisti offrono un primo incontro conoscitivo, a volte anche gratuito.
L’età del terapeuta di per sé non è un indicatore affidabile né in un senso né nell’altro.
Alcuni punti che possono aiutare a orientarsi. Per la terapia di coppia, la figura di riferimento è uno psicologo o psicoterapeuta con una formazione specifica nel lavoro con le coppie, non tutti i professionisti ce l’hanno, quindi vale la pena verificarlo. Riguardo all’orientamento teorico: la ricerca mostra che l’efficacia di una terapia dipende molto meno dall’approccio e molto di più dalla qualità della relazione tra terapeuta e paziente. Non è una risposta che risolve il problema della scelta, ma ridimensiona l’idea che ci sia un metodo oggettivamente superiore agli altri.
Il primo colloquio è lo strumento più utile a disposizione, serve proprio a capire se il professionista lavora con le coppie, come imposta il percorso, e se entrambi i partner si sentono a proprio agio. Non è un impegno definitivo. Molti professionisti offrono un primo incontro conoscitivo, a volte anche gratuito.
L’età del terapeuta di per sé non è un indicatore affidabile né in un senso né nell’altro.
La sua domanda è molto pertinente e riflette la confusione che molti provano di fronte alla complessità del panorama psicoterapeutico. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, alcune indicazioni pratiche possono aiutarla nella scelta.
La ricerca scientifica evidenzia che la qualità dell'alleanza terapeutica – ovvero il rapporto di fiducia e collaborazione con il terapeuta – è uno dei predittori più solidi dell'efficacia, indipendentemente dall'orientamento teorico. Per la terapia di coppia, approcci con solida evidenza empirica includono la TCC di coppia, la terapia focalizzata sulle emozioni (EFT) e l'approccio comportamentale integrativo di coppia (IBCT).
Un consiglio pratico: effettui un primo colloquio con uno o due professionisti. Valuti se si sente ascoltato, non giudicato e se gli obiettivi vengono definiti con chiarezza fin dall'inizio. Non esiti a chiedere direttamente al terapeuta quale approccio utilizza e quali prove di efficacia lo supportano per la sua situazione specifica.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
La ricerca scientifica evidenzia che la qualità dell'alleanza terapeutica – ovvero il rapporto di fiducia e collaborazione con il terapeuta – è uno dei predittori più solidi dell'efficacia, indipendentemente dall'orientamento teorico. Per la terapia di coppia, approcci con solida evidenza empirica includono la TCC di coppia, la terapia focalizzata sulle emozioni (EFT) e l'approccio comportamentale integrativo di coppia (IBCT).
Un consiglio pratico: effettui un primo colloquio con uno o due professionisti. Valuti se si sente ascoltato, non giudicato e se gli obiettivi vengono definiti con chiarezza fin dall'inizio. Non esiti a chiedere direttamente al terapeuta quale approccio utilizza e quali prove di efficacia lo supportano per la sua situazione specifica.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Gentile utente,
Comprendo la sua difficoltà: orientarsi tra approcci e professionisti può risultare complesso, soprattutto quando si cerca qualcosa di concreto ed efficace per la propria coppia.
Al di là delle diverse scuole di pensiero, ciò che conta davvero è come il terapeuta lavora con voi: un percorso efficace dovrebbe offrire chiarezza, obiettivi condivisi e strumenti pratici. In questo senso, un approccio cognitivo-comportamentale può essere utile perché aiuta a comprendere e modificare le dinamiche relazionali nel presente, migliorando comunicazione e gestione dei conflitti.
Un percorso ben strutturato può aiutarvi non solo ad affrontare le difficoltà, ma anche a fare maggiore chiarezza fin dall’inizio.
Resto a disposizione se desidera approfondire questo tema o intraprendere un percorso di esplorazione personale.
Cordiali saluti,
Dott. Giuseppe M. Veneziano – Psicologo Clinico
Comprendo la sua difficoltà: orientarsi tra approcci e professionisti può risultare complesso, soprattutto quando si cerca qualcosa di concreto ed efficace per la propria coppia.
Al di là delle diverse scuole di pensiero, ciò che conta davvero è come il terapeuta lavora con voi: un percorso efficace dovrebbe offrire chiarezza, obiettivi condivisi e strumenti pratici. In questo senso, un approccio cognitivo-comportamentale può essere utile perché aiuta a comprendere e modificare le dinamiche relazionali nel presente, migliorando comunicazione e gestione dei conflitti.
Un percorso ben strutturato può aiutarvi non solo ad affrontare le difficoltà, ma anche a fare maggiore chiarezza fin dall’inizio.
Resto a disposizione se desidera approfondire questo tema o intraprendere un percorso di esplorazione personale.
Cordiali saluti,
Dott. Giuseppe M. Veneziano – Psicologo Clinico
Buongiorno
per la terapia di coppia Le suggerirei un terapeuta sistemico-relazionale. Mi sembra l'indirizzo più indicato per analizzare ed affrontare i rapporti di coppa secondo la mia esperienza personale. Si tratta di un indirizzo psicoterapeutico che Le consentirebbe di ricostruire il senso più profondo delle relazioni di coppia, nonche' la storia famigliare di ciascuno di voi due, i meccanismi proiettivi messi in gioco quotidianamente rispetto ai ruoli che si assumono di fronte alle diverse problematiche che la vita ci pone di fronte. Sono convinta che un approccio sistemico-relazionale potrebbe certamente giovarvi nel riflettere su ciascuno di voi due separatamente e in coppia. Cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
per la terapia di coppia Le suggerirei un terapeuta sistemico-relazionale. Mi sembra l'indirizzo più indicato per analizzare ed affrontare i rapporti di coppa secondo la mia esperienza personale. Si tratta di un indirizzo psicoterapeutico che Le consentirebbe di ricostruire il senso più profondo delle relazioni di coppia, nonche' la storia famigliare di ciascuno di voi due, i meccanismi proiettivi messi in gioco quotidianamente rispetto ai ruoli che si assumono di fronte alle diverse problematiche che la vita ci pone di fronte. Sono convinta che un approccio sistemico-relazionale potrebbe certamente giovarvi nel riflettere su ciascuno di voi due separatamente e in coppia. Cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
Buongiorno,
capisco bene la sensazione di smarrimento che descrive: quando ci si avvicina alla psicoterapia si entra in un territorio ricco di linguaggi, scuole e tradizioni che dall’esterno possono sembrare quasi contraddittori. In realtà, più che “crederci”, ogni professionista utilizza un modello per orientare il proprio modo di comprendere le persone e accompagnarle nel cambiamento.
Nella pratica clinica, però, ciò che fa davvero la differenza non è l’etichetta teorica, ma la qualità della relazione terapeutica, la chiarezza degli obiettivi e la capacità del terapeuta di lavorare in modo trasparente e collaborativo con entrambi i partner. Per una terapia di coppia, questo significa soprattutto sentirsi in un luogo sicuro, equidistante, dove nessuno dei due si sente giudicato o favorito.
La scelta non dovrebbe essere casuale, ma neppure un percorso a ostacoli. Un primo colloquio conoscitivo serve proprio a valutare se si sente compreso, se il metodo è spiegato con chiarezza e se percepisce un clima di lavoro equo. L’età o l’orientamento sono informazioni secondarie: ciò che conta è la competenza, l’esperienza con le coppie e la capacità di costruire un’alleanza con entrambi. Resto a disposizione per ogni ulteriore eventuale chiarimento e le porgo i miei saluti migliori. Dott.ssa Michelle Borrelli
capisco bene la sensazione di smarrimento che descrive: quando ci si avvicina alla psicoterapia si entra in un territorio ricco di linguaggi, scuole e tradizioni che dall’esterno possono sembrare quasi contraddittori. In realtà, più che “crederci”, ogni professionista utilizza un modello per orientare il proprio modo di comprendere le persone e accompagnarle nel cambiamento.
Nella pratica clinica, però, ciò che fa davvero la differenza non è l’etichetta teorica, ma la qualità della relazione terapeutica, la chiarezza degli obiettivi e la capacità del terapeuta di lavorare in modo trasparente e collaborativo con entrambi i partner. Per una terapia di coppia, questo significa soprattutto sentirsi in un luogo sicuro, equidistante, dove nessuno dei due si sente giudicato o favorito.
La scelta non dovrebbe essere casuale, ma neppure un percorso a ostacoli. Un primo colloquio conoscitivo serve proprio a valutare se si sente compreso, se il metodo è spiegato con chiarezza e se percepisce un clima di lavoro equo. L’età o l’orientamento sono informazioni secondarie: ciò che conta è la competenza, l’esperienza con le coppie e la capacità di costruire un’alleanza con entrambi. Resto a disposizione per ogni ulteriore eventuale chiarimento e le porgo i miei saluti migliori. Dott.ssa Michelle Borrelli
Buongiorno, in una situazione come la Sua è comprensibile sentirsi confusi: l’offerta è molto ampia e, per chi si avvicina per la prima volta, orientarsi non è semplice. Più che cercare l’orientamento “perfetto” in astratto, può essere utile scegliere un professionista che lavori specificamente con le coppie e con cui entrambi vi sentiate ascoltati in modo equilibrato. Anche la chiarezza nel spiegare metodo, obiettivi e modalità di lavoro può essere un buon criterio. Spesso, infatti, non conta solo l’approccio teorico, ma anche la qualità della relazione che si crea nel percorso. Se questa scelta vi sta mettendo in difficoltà, può essere utile confrontarsi direttamente con un professionista esperto in terapia di coppia e iniziare da lì un supporto psicologico adeguato.
Le auguro una buona giornata.
Le auguro una buona giornata.
Salve, capisco bene la sua confusione, “da fuori” il mondo della psicoterapia sembra frammentato, quasi come se ogni professionista parlasse una lingua diversa. Una distinzione importante è tra psicologo e psicoterapeuta. Il primo ha laurea e iscrizione all'Albo degli psicologi e può occuparsi di supporto psicologico, valutazione, orientamento, promozione del benessere.
Il secondo ha un'ulteriore specializzazione di 4 anni riconosciuta con un diploma.
Lo psicologo può occuparsi di consulenza di coppia e lavorare sulla comunicazione, la gestione dei conflitti, offendo supporto, laddove la relazione non sia molto compromessa. Lo psicoterapeuta è più indicato laddove ci siano quadri psicopatologici, ferite relazionali importanti, dinamiche più radicate, con un lavoro più strutturato.
Quindi per una terapia di coppia può rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta meglio se dichiara esperienza specifica nel lavoro con le coppie o che indica una formazione specifica in questo ambito.
Per quanto riguarda l'orientamento: non si tratta di scegliere la corrente giusta come se fosse una religione. Alcuni approcci sono sostenuti da studi di efficacia per quanto riguarda le problematiche di coppia come l'approccio CBT e EFT. Quello che fa la differenza però e che lei e il/la partner vi sentiate entrambi accolti ed ascoltati.
Spero di aver fatto un pò chiarezza. Un caro saluto
Il secondo ha un'ulteriore specializzazione di 4 anni riconosciuta con un diploma.
Lo psicologo può occuparsi di consulenza di coppia e lavorare sulla comunicazione, la gestione dei conflitti, offendo supporto, laddove la relazione non sia molto compromessa. Lo psicoterapeuta è più indicato laddove ci siano quadri psicopatologici, ferite relazionali importanti, dinamiche più radicate, con un lavoro più strutturato.
Quindi per una terapia di coppia può rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta meglio se dichiara esperienza specifica nel lavoro con le coppie o che indica una formazione specifica in questo ambito.
Per quanto riguarda l'orientamento: non si tratta di scegliere la corrente giusta come se fosse una religione. Alcuni approcci sono sostenuti da studi di efficacia per quanto riguarda le problematiche di coppia come l'approccio CBT e EFT. Quello che fa la differenza però e che lei e il/la partner vi sentiate entrambi accolti ed ascoltati.
Spero di aver fatto un pò chiarezza. Un caro saluto
Gentile utente,
la sua confusione è molto comprensibile e comune a molti e in realtà la domanda che pone è seria e intelligente prima di iniziare una terapia di coppia. Il problema non è “quale scuola” perché in psicoterapia non funziona così. Il punto è capire come scegliere in modo ragionevole, senza affidarsi al caso e senza perdersi nel linguaggio dei curricula.
La prima distinzione utile è questa: se cerca una vera terapia di coppia, conviene orientarsi su uno psicoterapeuta che lavori anche con le coppie. Uno psicologo può essere molto valido per consulenze o sostegno, però se il bisogno riguarda un lavoro terapeutico strutturato su dinamiche di coppia, conflitti, tradimenti, sessualità, comunicazione, allora è meglio che ci sia una formazione psicoterapeutica. Ancora più utile se quella persona ha una pratica specifica con le coppie e non si occupa solo in generale di terapia individuale.
Sul tema degli approcci: ha ragione a diffidare sia del “uno vale l’altro” sia del “questa scuola è l’unica valida”. La ricerca, in sintesi, mostra due cose insieme. La prima è che l’orientamento teorico conta meno di quanto spesso si pensi. La seconda è che non è irrilevante: conta soprattutto nel modo in cui il terapeuta struttura il lavoro, legge il problema e costruisce gli obiettivi. In terapia di coppia esistono orientamenti molto seri e diffusi e più che il nome in sé, conta se il terapeuta sa spiegare bene come lavora e se quel modo di lavorare è comprensibile e sensato per voi.
In pratica, per scegliere, le suggerirei di spostare l’attenzione da “in cosa crede il terapeuta?” a “come lavora concretamente con una coppia come la nostra?”. Una buona domanda da fare al primo contatto può essere questa:
“Quando una coppia arriva da lei, come imposta il lavoro? Su cosa si concentra? Come si capisce se la terapia sta funzionando?”
Se il professionista risponde in modo chiaro, concreto e non dogmatico, è già un ottimo segnale.
Ci sono poi alcuni criteri molto più utili del nome della scuola. Il terapeuta dovrebbe apparire capace di stare con entrambi senza schierarsi, di comprendere la sofferenza di ciascuno senza trasformare uno nel “colpevole” e l’altro nella “vittima”, di contenere il conflitto e di dare una cornice abbastanza chiara. Dovrebbe anche essere in grado di spiegare se farà solo sedute di coppia o anche individuali, come gestisce eventuali segreti, e che cosa considera un buon esito del percorso. Questi aspetti pratici, nella terapia di coppia, sono decisivi.
Lei scrive una cosa molto importante: teme di scegliere qualcuno che dica a uno dei due ciò che vuole sentirsi dire. È un timore fondato. Proprio per questo la coppia non dovrebbe scegliere il terapeuta leggendo solo il curriculum, quanto piuttosto facendo uno o due colloqui iniziali di consultazione, considerandoli non come un impegno definitivo ma come una valutazione reciproca. In quei colloqui dovreste osservare: ci sentiamo entrambi ascoltati? Il terapeuta sembra capire il problema o usare formule generiche? Ci sentiamo più confusi o più orientati dopo aver parlato con lui/lei? Questo non è “girare a caso”, è un modo sensato di scegliere.
Quanto a età e sesso del terapeuta: raramente sono fattori decisivi in sé. Possono contare sul piano della risonanza soggettiva, cioè del sentirsi più a proprio agio, più compresi, meno inibiti. Se per uno dei due questo aspetto pesa, è legittimo tenerne conto, senza farne l’unico criterio.
Infine, un curriculum troppo “identitario” (“credo in…”, “seguo solo…”) può confondere. Non sempre è un brutto segnale tuttavia può diventarlo se il terapeuta appare più impegnato a rappresentare la propria scuola che a capire la coppia reale che ha davanti. In genere, più il professionista è solido, più riesce a spiegare il suo metodo in modo semplice, senza trasformarlo in una bandiera.
Un caro saluto.
Gabriele
la sua confusione è molto comprensibile e comune a molti e in realtà la domanda che pone è seria e intelligente prima di iniziare una terapia di coppia. Il problema non è “quale scuola” perché in psicoterapia non funziona così. Il punto è capire come scegliere in modo ragionevole, senza affidarsi al caso e senza perdersi nel linguaggio dei curricula.
La prima distinzione utile è questa: se cerca una vera terapia di coppia, conviene orientarsi su uno psicoterapeuta che lavori anche con le coppie. Uno psicologo può essere molto valido per consulenze o sostegno, però se il bisogno riguarda un lavoro terapeutico strutturato su dinamiche di coppia, conflitti, tradimenti, sessualità, comunicazione, allora è meglio che ci sia una formazione psicoterapeutica. Ancora più utile se quella persona ha una pratica specifica con le coppie e non si occupa solo in generale di terapia individuale.
Sul tema degli approcci: ha ragione a diffidare sia del “uno vale l’altro” sia del “questa scuola è l’unica valida”. La ricerca, in sintesi, mostra due cose insieme. La prima è che l’orientamento teorico conta meno di quanto spesso si pensi. La seconda è che non è irrilevante: conta soprattutto nel modo in cui il terapeuta struttura il lavoro, legge il problema e costruisce gli obiettivi. In terapia di coppia esistono orientamenti molto seri e diffusi e più che il nome in sé, conta se il terapeuta sa spiegare bene come lavora e se quel modo di lavorare è comprensibile e sensato per voi.
In pratica, per scegliere, le suggerirei di spostare l’attenzione da “in cosa crede il terapeuta?” a “come lavora concretamente con una coppia come la nostra?”. Una buona domanda da fare al primo contatto può essere questa:
“Quando una coppia arriva da lei, come imposta il lavoro? Su cosa si concentra? Come si capisce se la terapia sta funzionando?”
Se il professionista risponde in modo chiaro, concreto e non dogmatico, è già un ottimo segnale.
Ci sono poi alcuni criteri molto più utili del nome della scuola. Il terapeuta dovrebbe apparire capace di stare con entrambi senza schierarsi, di comprendere la sofferenza di ciascuno senza trasformare uno nel “colpevole” e l’altro nella “vittima”, di contenere il conflitto e di dare una cornice abbastanza chiara. Dovrebbe anche essere in grado di spiegare se farà solo sedute di coppia o anche individuali, come gestisce eventuali segreti, e che cosa considera un buon esito del percorso. Questi aspetti pratici, nella terapia di coppia, sono decisivi.
Lei scrive una cosa molto importante: teme di scegliere qualcuno che dica a uno dei due ciò che vuole sentirsi dire. È un timore fondato. Proprio per questo la coppia non dovrebbe scegliere il terapeuta leggendo solo il curriculum, quanto piuttosto facendo uno o due colloqui iniziali di consultazione, considerandoli non come un impegno definitivo ma come una valutazione reciproca. In quei colloqui dovreste osservare: ci sentiamo entrambi ascoltati? Il terapeuta sembra capire il problema o usare formule generiche? Ci sentiamo più confusi o più orientati dopo aver parlato con lui/lei? Questo non è “girare a caso”, è un modo sensato di scegliere.
Quanto a età e sesso del terapeuta: raramente sono fattori decisivi in sé. Possono contare sul piano della risonanza soggettiva, cioè del sentirsi più a proprio agio, più compresi, meno inibiti. Se per uno dei due questo aspetto pesa, è legittimo tenerne conto, senza farne l’unico criterio.
Infine, un curriculum troppo “identitario” (“credo in…”, “seguo solo…”) può confondere. Non sempre è un brutto segnale tuttavia può diventarlo se il terapeuta appare più impegnato a rappresentare la propria scuola che a capire la coppia reale che ha davanti. In genere, più il professionista è solido, più riesce a spiegare il suo metodo in modo semplice, senza trasformarlo in una bandiera.
Un caro saluto.
Gabriele
Buongiorno, la sua confusione è comprensibile, perché l’offerta è molto ampia e il linguaggio dei curricula spesso aiuta poco. In una terapia di coppia, più che l’orientamento teorico in astratto, conta che il professionista sia uno psicoterapeuta con formazione specifica nella terapia di coppia o familiare e che sappia mantenere una posizione equilibrata, senza schierarsi con uno dei due.
L’approccio ha il suo peso, ma nella pratica sono spesso più importanti l’esperienza clinica, la chiarezza del metodo e la sensazione che entrambi possiate sentirvi ascoltati e compresi. Può essere utile fare uno o due colloqui conoscitivi e valutare se il terapeuta vi sembra capace di leggere la dinamica di coppia, definire un obiettivo e spiegare come intende lavorare. Non è scegliere a caso, è verificare sul campo se c’è una buona base di lavoro.
L’approccio ha il suo peso, ma nella pratica sono spesso più importanti l’esperienza clinica, la chiarezza del metodo e la sensazione che entrambi possiate sentirvi ascoltati e compresi. Può essere utile fare uno o due colloqui conoscitivi e valutare se il terapeuta vi sembra capace di leggere la dinamica di coppia, definire un obiettivo e spiegare come intende lavorare. Non è scegliere a caso, è verificare sul campo se c’è una buona base di lavoro.
Buongiorno,
mi dispiace dover dire che non esistono dei criteri oggettivi nella scelta del terapeuta. Tutti gli orientamenti sono a loro modo validi, ma è ovvio che ogni terapeuta predilige il proprio, altrimenti non lo avrebbe scelto. Personalmente per una terapia di coppia ritengono più appropriato l'orientamento sistemico relazionale perchè si concentra sulle relazioni e i sistemi più di tutti gli altri. Può leggere a grandi linee su cosa lavorano i diversi orientamenti e scegliere di conseguenza quello che vi sembra più congeniale, ma bisogna tenere presente che la psicoterapia è prima di tutto un incontro umano e pertanto soggetto più di ogni altro trattamento alla particolarità e specificità delle persone coinvolte.
mi dispiace dover dire che non esistono dei criteri oggettivi nella scelta del terapeuta. Tutti gli orientamenti sono a loro modo validi, ma è ovvio che ogni terapeuta predilige il proprio, altrimenti non lo avrebbe scelto. Personalmente per una terapia di coppia ritengono più appropriato l'orientamento sistemico relazionale perchè si concentra sulle relazioni e i sistemi più di tutti gli altri. Può leggere a grandi linee su cosa lavorano i diversi orientamenti e scegliere di conseguenza quello che vi sembra più congeniale, ma bisogna tenere presente che la psicoterapia è prima di tutto un incontro umano e pertanto soggetto più di ogni altro trattamento alla particolarità e specificità delle persone coinvolte.
Buongiorno, sono la dott.ssa Marika, psicologa clinica e di coppia e
quello che descrive è molto comune: quando ci si avvicina alla terapia di coppia dall’esterno si ha l’impressione di entrare in un “labirinto” di scuole, sigle e linguaggi poco trasparenti. Provo a darle una bussola pratica, da psicologa di coppia, per orientarsi senza dover “scegliere a caso”.
1) Psicologo o psicoterapeuta?
Per una terapia di coppia strutturata, è preferibile rivolgersi a uno **psicoterapeuta** (psicologo o medico con specializzazione in psicoterapia).
Lo psicologo non necessariamente è formato per fare psicoterapia: può fare consulenza, sostegno, valutazione. La terapia vera e propria richiede una specializzazione ulteriore.
2) Gli orientamenti: contano meno di quanto sembra (ma non zero)
È vero: esistono molti approcci (cognitivo-comportamentale, sistemico-relazionale, psicodinamico, ecc.). Ma la ricerca mostra da anni che le differenze di efficacia tra approcci sono molto meno rilevanti di quanto si pensi, soprattutto nella terapia di coppia.
Quello che incide davvero è:
* la qualità dell’alleanza terapeutica (se vi sentite compresi entrambi)
* la capacità del terapeuta di restare equidistante (non “allearsi” con uno dei due)
* la chiarezza del metodo di lavoro
* la capacità di gestire i conflitti senza semplificarli o schierarsi
Detto questo, per la coppia alcuni orientamenti sono più frequentemente utilizzati e hanno strumenti specifici:
* **sistemico-relazionale** (molto diffuso in Italia, guarda alle dinamiche tra voi)
* **cognitivo-comportamentale di coppia** (più strutturato, orientato a comunicazione e comportamenti)
* approcci integrati (molti terapeuti oggi non lavorano “in purezza”)
3) Non deve “credere” nella teoria del terapeuta
Capisco il fastidio per frasi tipo “credo in…”. Non è religione, ma linguaggio un po’ maldestro per dire: “questo è il modello che uso”.
A lei non è richiesto di condividere una teoria: deve capire se quel professionista sa lavorare con voi.
4) Come scegliere davvero (in concreto)
Più che studiare le scuole, le suggerisco un processo in 3 passi:
a) Prima selezione (razionale)
Scelga 2–3 terapeuti che:
- lavorano **esplicitamente con le coppie**
- sono **psicoterapeuti**
-presentano in modo chiaro cosa fanno (non solo teoria astratta)
b) Colloquio iniziale (fondamentale)
Il primo incontro serve anche a valutare il terapeuta. Può osservare:
dà spazio a entrambi in modo equilibrato?
evita di “diagnosticare” subito chi ha torto?
spiega come lavorerete?
vi fa sentire ascoltati **entrambi**, anche se avete posizioni diverse?
c) Decisione condivisa
5) Età e caratteristiche personali del terapeuta: Non sono irrilevanti, ma neanche decisive:
l’esperienza può aiutare nella gestione delle dinamiche complesse, ma anche terapeuti più giovani possono essere molto competenti
Più utile chiedersi: **ha esperienza specifica con coppie?** (questa sì è una variabile importante)
6) Il punto chiave (che spesso si sottovaluta)
Non esiste “la scuola giusta in assoluto” per voi.
Esiste un terapeuta capace di lavorare con **questa specifica coppia**, in questo momento.
Spero sia stata chiara e di aiuto
Dott.ssa Marika
quello che descrive è molto comune: quando ci si avvicina alla terapia di coppia dall’esterno si ha l’impressione di entrare in un “labirinto” di scuole, sigle e linguaggi poco trasparenti. Provo a darle una bussola pratica, da psicologa di coppia, per orientarsi senza dover “scegliere a caso”.
1) Psicologo o psicoterapeuta?
Per una terapia di coppia strutturata, è preferibile rivolgersi a uno **psicoterapeuta** (psicologo o medico con specializzazione in psicoterapia).
Lo psicologo non necessariamente è formato per fare psicoterapia: può fare consulenza, sostegno, valutazione. La terapia vera e propria richiede una specializzazione ulteriore.
2) Gli orientamenti: contano meno di quanto sembra (ma non zero)
È vero: esistono molti approcci (cognitivo-comportamentale, sistemico-relazionale, psicodinamico, ecc.). Ma la ricerca mostra da anni che le differenze di efficacia tra approcci sono molto meno rilevanti di quanto si pensi, soprattutto nella terapia di coppia.
Quello che incide davvero è:
* la qualità dell’alleanza terapeutica (se vi sentite compresi entrambi)
* la capacità del terapeuta di restare equidistante (non “allearsi” con uno dei due)
* la chiarezza del metodo di lavoro
* la capacità di gestire i conflitti senza semplificarli o schierarsi
Detto questo, per la coppia alcuni orientamenti sono più frequentemente utilizzati e hanno strumenti specifici:
* **sistemico-relazionale** (molto diffuso in Italia, guarda alle dinamiche tra voi)
* **cognitivo-comportamentale di coppia** (più strutturato, orientato a comunicazione e comportamenti)
* approcci integrati (molti terapeuti oggi non lavorano “in purezza”)
3) Non deve “credere” nella teoria del terapeuta
Capisco il fastidio per frasi tipo “credo in…”. Non è religione, ma linguaggio un po’ maldestro per dire: “questo è il modello che uso”.
A lei non è richiesto di condividere una teoria: deve capire se quel professionista sa lavorare con voi.
4) Come scegliere davvero (in concreto)
Più che studiare le scuole, le suggerisco un processo in 3 passi:
a) Prima selezione (razionale)
Scelga 2–3 terapeuti che:
- lavorano **esplicitamente con le coppie**
- sono **psicoterapeuti**
-presentano in modo chiaro cosa fanno (non solo teoria astratta)
b) Colloquio iniziale (fondamentale)
Il primo incontro serve anche a valutare il terapeuta. Può osservare:
dà spazio a entrambi in modo equilibrato?
evita di “diagnosticare” subito chi ha torto?
spiega come lavorerete?
vi fa sentire ascoltati **entrambi**, anche se avete posizioni diverse?
c) Decisione condivisa
5) Età e caratteristiche personali del terapeuta: Non sono irrilevanti, ma neanche decisive:
l’esperienza può aiutare nella gestione delle dinamiche complesse, ma anche terapeuti più giovani possono essere molto competenti
Più utile chiedersi: **ha esperienza specifica con coppie?** (questa sì è una variabile importante)
6) Il punto chiave (che spesso si sottovaluta)
Non esiste “la scuola giusta in assoluto” per voi.
Esiste un terapeuta capace di lavorare con **questa specifica coppia**, in questo momento.
Spero sia stata chiara e di aiuto
Dott.ssa Marika
Buongiorno, la sua confusione è legittima e ben argomentata, non si preoccupi perché è un problema reale del sistema.
Il panorama della psicoterapia è frammentato, la legislazione italiana è ambigua (ahimé siamo una materia piuttosto giovane è tutto ancora in divenire) e i curricula professionali sono spesso scritti più per differenziarsi dai colleghi che per essere comprensibili a chi deve scegliere. Provo a mettere ordine in quanto Psicologa che le può spiegare questo mondo, ma non sono psicoterapeuta:
Psicologo o psicoterapeuta per la terapia di coppia?
Per la terapia di coppia in senso stretto serve uno psicoterapeuta, perché è un trattamento clinico strutturato che richiede la scuola di specializzazione. Uno psicologo non psicoterapeuta può fare supporto psicologico alla coppia, consulenza relazionale o mediazione, ma non psicoterapia di coppia formale. Questa distinzione è il primo filtro da applicare nella sua ricerca.
Gli orientamenti teorici contano, ma meno di quanto sembri.
La ricerca empirica - e qui mi riferisco a studi indipendenti, non alle affermazioni delle singole scuole - indica che l'efficacia della psicoterapia dipende per circa il 30% dalla tecnica specifica e per il restante 70% da fattori comuni: la qualità dell'alleanza terapeutica (il grado di fiducia che intercorre tra paziente e terapeuta), la motivazione del paziente e la coerenza del setting. Questo non significa che tutti gli approcci siano identici, ma che scegliere il "metodo giusto" è molto meno determinante rispetto a scegliere il professionista giusto per voi come coppia.
Come scegliere concretamente.
Tre criteri pratici che la letteratura supporta:
1. cercate qualcuno con formazione specifica in terapia di coppia, non tutti gli psicoterapeuti la trattano e chi non l'ha studiata specificamente tende ad applicare il modello individuale alla coppia, che potrebbe non essere adatto.
2. fate un primo colloquio conoscitivo prima di impegnarvi, non per "provare a caso", ma per valutare se entrambi vi sentite ascoltati in modo equo. Un buon terapeuta di coppia non dovrebbe mai sembrare alleato di uno dei due, sostanzialmente incarna un ruolo di mediatore.
3. diffidate di chi propone subito un orientamento molto specifico senza conoscere il vostro caso, come ha già notato giustamente lei.
Sul rischio che vada bene solo a uno dei due, come accennato prima è una preoccupazione fondata e intelligente. La soluzione non è trovare il metodo "neutro", ma un professionista che lavori esplicitamente sulla dinamica di coppia come sistema, non sui due individui separatamente. Questo è il cuore della terapia sistemico-relazionale, che per la coppia è tra gli approcci con più evidenza empirica, ma anche qui, dipende dal professionista specifico più che dall'etichetta.
Per qualsiasi chiarimento sono disponibile.
Il panorama della psicoterapia è frammentato, la legislazione italiana è ambigua (ahimé siamo una materia piuttosto giovane è tutto ancora in divenire) e i curricula professionali sono spesso scritti più per differenziarsi dai colleghi che per essere comprensibili a chi deve scegliere. Provo a mettere ordine in quanto Psicologa che le può spiegare questo mondo, ma non sono psicoterapeuta:
Psicologo o psicoterapeuta per la terapia di coppia?
Per la terapia di coppia in senso stretto serve uno psicoterapeuta, perché è un trattamento clinico strutturato che richiede la scuola di specializzazione. Uno psicologo non psicoterapeuta può fare supporto psicologico alla coppia, consulenza relazionale o mediazione, ma non psicoterapia di coppia formale. Questa distinzione è il primo filtro da applicare nella sua ricerca.
Gli orientamenti teorici contano, ma meno di quanto sembri.
La ricerca empirica - e qui mi riferisco a studi indipendenti, non alle affermazioni delle singole scuole - indica che l'efficacia della psicoterapia dipende per circa il 30% dalla tecnica specifica e per il restante 70% da fattori comuni: la qualità dell'alleanza terapeutica (il grado di fiducia che intercorre tra paziente e terapeuta), la motivazione del paziente e la coerenza del setting. Questo non significa che tutti gli approcci siano identici, ma che scegliere il "metodo giusto" è molto meno determinante rispetto a scegliere il professionista giusto per voi come coppia.
Come scegliere concretamente.
Tre criteri pratici che la letteratura supporta:
1. cercate qualcuno con formazione specifica in terapia di coppia, non tutti gli psicoterapeuti la trattano e chi non l'ha studiata specificamente tende ad applicare il modello individuale alla coppia, che potrebbe non essere adatto.
2. fate un primo colloquio conoscitivo prima di impegnarvi, non per "provare a caso", ma per valutare se entrambi vi sentite ascoltati in modo equo. Un buon terapeuta di coppia non dovrebbe mai sembrare alleato di uno dei due, sostanzialmente incarna un ruolo di mediatore.
3. diffidate di chi propone subito un orientamento molto specifico senza conoscere il vostro caso, come ha già notato giustamente lei.
Sul rischio che vada bene solo a uno dei due, come accennato prima è una preoccupazione fondata e intelligente. La soluzione non è trovare il metodo "neutro", ma un professionista che lavori esplicitamente sulla dinamica di coppia come sistema, non sui due individui separatamente. Questo è il cuore della terapia sistemico-relazionale, che per la coppia è tra gli approcci con più evidenza empirica, ma anche qui, dipende dal professionista specifico più che dall'etichetta.
Per qualsiasi chiarimento sono disponibile.
Buongiorno, la sua confusione è molto comprensibile: il panorama della psicoterapia, visto da fuori, può sembrare frammentato e poco chiaro, soprattutto quando si incontrano molte “scuole” e linguaggi diversi.
Provo a darle alcuni punti fermi utili per orientarsi.
1. Psicologo e psicoterapeuta non sono la stessa cosa
Lo psicologo è laureato in psicologia ed è abilitato alla professione.
Lo psicoterapeuta è uno psicologo (o medico) che ha completato una specializzazione quadriennale riconosciuta e può fare psicoterapia.
Per una terapia di coppia è opportuno rivolgersi a uno psicoterapeuta, preferibilmente con esperienza specifica nelle relazioni di coppia.
2. Le “scuole” non sono religioni né sistemi in competizione assoluta
Quando legge “credo in un approccio…”, non si tratta di fede, ma di formazione teorico-clinica: ogni terapeuta viene formato dentro un modello che guida il modo di leggere i problemi e intervenire.
Tra i principali approcci per la terapia di coppia troviamo:
Sistemico-relazionale: guarda la coppia come un sistema di interazioni, molto usato nella terapia di coppia.
Cognitivo-comportamentale (CBT): lavora su pensieri, comunicazione e comportamenti, con tecniche strutturate.
EFT (Emotionally Focused Therapy): molto utilizzata nella terapia di coppia, focalizzata sul legame emotivo e sull’attaccamento.
Detto questo, oggi molti terapeuti sono anche integrati, cioè utilizzano strumenti di più approcci.
3. L’efficacia non dipende solo dall’approccio
La ricerca scientifica mostra che, al di là della scuola teorica:
il fattore più importante è la qualità della relazione terapeutica
poi vengono la competenza del terapeuta e la sua esperienza sul problema specifico
Questo non significa che “tutto è uguale”, ma che non esiste una scuola unica sempre migliore in assoluto.
4. La scelta non dovrebbe essere casuale, ma nemmeno perfettamente “razionale”
Capisco il timore di “dover provare finché non si trova quello giusto”. In realtà si può ridurre molto l’incertezza valutando:
formazione specifica in terapia di coppia
esperienza su problemi simili al vostro (crisi, comunicazione, tradimento, ecc.)
chiarezza nel modo di lavorare (metodo, obiettivi, durata indicativa)
sensazione di fiducia già dai primi colloqui
Spesso sono sufficienti 2-3 incontri iniziali per capire se c’è una buona alleanza terapeutica, senza “saltare” continuamente da uno all’altro.
5. Il rischio del “dire ciò che si vuole sentire”
È una preoccupazione legittima, ma un buon terapeuta di coppia non si limita a dare ragione a uno dei due: lavora proprio per:
rendere visibili i meccanismi della relazione
evitare alleanze sbilanciate
aiutare entrambi a sentirsi ascoltati e responsabili del cambiamento
6. Età, stile e presentazione del terapeuta
Elementi come età o stile personale non sono indicatori decisivi di efficacia. Possono influire sulla sensazione di “affinità”, ma non sostituiscono formazione ed esperienza.
In sintesi, più che trovare “la scuola giusta”, è utile cercare:
uno psicoterapeuta abilitato
con esperienza in terapia di coppia
con un approccio chiaro e strutturato
con cui entrambi possiate sentirvi sufficientemente a vostro agio per lavorare insieme
Vista la complessità della scelta e le giuste perplessità che esprime, è comunque consigliabile approfondire direttamente con uno specialista, anche in un primo colloquio orientativo, per capire quale tipo di percorso possa essere più adatto alla vostra situazione specifica.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Provo a darle alcuni punti fermi utili per orientarsi.
1. Psicologo e psicoterapeuta non sono la stessa cosa
Lo psicologo è laureato in psicologia ed è abilitato alla professione.
Lo psicoterapeuta è uno psicologo (o medico) che ha completato una specializzazione quadriennale riconosciuta e può fare psicoterapia.
Per una terapia di coppia è opportuno rivolgersi a uno psicoterapeuta, preferibilmente con esperienza specifica nelle relazioni di coppia.
2. Le “scuole” non sono religioni né sistemi in competizione assoluta
Quando legge “credo in un approccio…”, non si tratta di fede, ma di formazione teorico-clinica: ogni terapeuta viene formato dentro un modello che guida il modo di leggere i problemi e intervenire.
Tra i principali approcci per la terapia di coppia troviamo:
Sistemico-relazionale: guarda la coppia come un sistema di interazioni, molto usato nella terapia di coppia.
Cognitivo-comportamentale (CBT): lavora su pensieri, comunicazione e comportamenti, con tecniche strutturate.
EFT (Emotionally Focused Therapy): molto utilizzata nella terapia di coppia, focalizzata sul legame emotivo e sull’attaccamento.
Detto questo, oggi molti terapeuti sono anche integrati, cioè utilizzano strumenti di più approcci.
3. L’efficacia non dipende solo dall’approccio
La ricerca scientifica mostra che, al di là della scuola teorica:
il fattore più importante è la qualità della relazione terapeutica
poi vengono la competenza del terapeuta e la sua esperienza sul problema specifico
Questo non significa che “tutto è uguale”, ma che non esiste una scuola unica sempre migliore in assoluto.
4. La scelta non dovrebbe essere casuale, ma nemmeno perfettamente “razionale”
Capisco il timore di “dover provare finché non si trova quello giusto”. In realtà si può ridurre molto l’incertezza valutando:
formazione specifica in terapia di coppia
esperienza su problemi simili al vostro (crisi, comunicazione, tradimento, ecc.)
chiarezza nel modo di lavorare (metodo, obiettivi, durata indicativa)
sensazione di fiducia già dai primi colloqui
Spesso sono sufficienti 2-3 incontri iniziali per capire se c’è una buona alleanza terapeutica, senza “saltare” continuamente da uno all’altro.
5. Il rischio del “dire ciò che si vuole sentire”
È una preoccupazione legittima, ma un buon terapeuta di coppia non si limita a dare ragione a uno dei due: lavora proprio per:
rendere visibili i meccanismi della relazione
evitare alleanze sbilanciate
aiutare entrambi a sentirsi ascoltati e responsabili del cambiamento
6. Età, stile e presentazione del terapeuta
Elementi come età o stile personale non sono indicatori decisivi di efficacia. Possono influire sulla sensazione di “affinità”, ma non sostituiscono formazione ed esperienza.
In sintesi, più che trovare “la scuola giusta”, è utile cercare:
uno psicoterapeuta abilitato
con esperienza in terapia di coppia
con un approccio chiaro e strutturato
con cui entrambi possiate sentirvi sufficientemente a vostro agio per lavorare insieme
Vista la complessità della scelta e le giuste perplessità che esprime, è comunque consigliabile approfondire direttamente con uno specialista, anche in un primo colloquio orientativo, per capire quale tipo di percorso possa essere più adatto alla vostra situazione specifica.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera, le do il benvenuto in questo spazio e, prima di tutto, vorrei validare il suo smarrimento: ha perfettamente ragione. Il panorama della psicoterapia oggi somiglia spesso a una giungla di acronimi, scuole di pensiero e approcci che sembrano fare a gara.
È paradossale che un settore nato per portare chiarezza nella mente delle persone generi così tanta confusione nel momento della scelta. Quello che lei prova non è "mancanza di competenze", è la reazione sana di una persona razionale di fronte a un sistema che, mediamente, comunica in modo autoreferenziale. Proviamo a fare un po' di ordine insieme, con pragmatismo e un pizzico di oggettività. Quando legge "credo nell'approccio X", sta leggendo il riflesso di un sistema formativo che spesso richiede un'adesione quasi identitaria a una scuola. Tuttavia, provi a vederla così: l'orientamento teorico è la lente che il terapeuta indossa per guardare il mondo. Se indosso lenti blu, vedrò sfumature di blu; se le indosso rosse, vedrò il rosso. Il problema è che il paziente vorrebbe solo vederci chiaro. In termini oggettivi, la ricerca scientifica suggerisce che la "fede" del terapeuta conta meno della alleanza terapeutica (ovvero quanto vi sentite capiti e al sicuro con quel professionista). Ma è anche vero che il metodo cambia drasticamente il modo in cui passerete l'ora in studio. Se lei cerca concretezza, l'approccio Cognitivo-Comportamentale è probabilmente quello che risponde meglio alle sue esigenze di "chiarezza". Ecco in che modo si distingue dagli altri: - Il focus è sul "Qui ed Ora": A differenza della terapia analitica (che potrebbe passare anni a indagare il rapporto di entrambi con i vostri rispettivi genitori), la CBT di coppia guarda a come interagite oggi. - È direttiva e strutturata: Non troverà un terapeuta che sta in silenzio aspettando che voi parliate. Il terapeuta CBT agisce, propone esercizi, assegna compiti a casa (i famosi homework) e definisce obiettivi chiari e misurabili. - Smonta i "Circoli Viziosi": Si lavora per identificare i pensieri distorti (es: "Se non ha lavato i piatti è perché non mi ama") e i comportamenti reattivi che alimentano il conflitto. - Trasparenza: Il terapeuta vi spiega cosa sta facendo e perché. Non ci sono interpretazioni mistiche o verità nascoste che solo il professionista detiene. - L'efficacia documentata: La CBT è considerata il "gold standard" per molti disturbi e ha una solida base di prove (Evidence-Based Medicine). Per la terapia di coppia, studi classici e revisioni meta-analitiche (come quelle di Baucom et al. o le varianti come la Terapia Comportamentale Integrativa di Coppia - IBCT) mostrano tassi di miglioramento significativi nel 60-70% delle coppie, con una particolare efficacia nel ridurre il disagio relazionale e migliorare la comunicazione a breve e medio termine. Capisco il timore di finire da qualcuno che "vi dice quello che volete sentirvi dire". Un bravo terapeuta di coppia, però, non è un giudice che dà ragione a uno dei due, ma un alleato della relazione. Il primo colloquio è conoscitivo, non deve essere un "contratto a vita". Usate la prima seduta per chiedere: "Qual è il suo metodo? Come definiremo se la terapia sta funzionando? Quali sono i tempi medi?". Se le risposte sono vaghe o "esoteriche", forse non è il posto per voi. L'età: La collega che ha enfatizzato l'età forse intendeva suggerire "esperienza", ma non è un parametro clinico. Un terapeuta giovane può essere estremamente aggiornato sulle tecniche più recenti, mentre uno anziano può avere una grande saggezza clinica. È una questione di preferenza personale, non di efficacia scientifica. Un piccolo consiglio da "addetta ai lavori": In un percorso di coppia, l'obiettivo non è necessariamente "restare insieme", ma capire se ci sono i presupposti per farlo in modo sano o se la separazione è l'esito più funzionale. Un bravo terapeuta vi aiuterà a vedere la verità, anche quando è scomoda. Non scelga a caso, ma non cerchi nemmeno la "perfezione teorica" sulla carta. Cerchi un professionista che parli un linguaggio che entrambi riuscite a comprendere e che vi proponga un piano di lavoro che vi sembri sensato. Spero che queste brevi riflessioni possano aiutarla a diradare un po' la nebbia. Avete il diritto di pretendere chiarezza: dopotutto, state affidando a qualcuno ciò che di più prezioso avete. Resto a disposizione Un caro saluto
È paradossale che un settore nato per portare chiarezza nella mente delle persone generi così tanta confusione nel momento della scelta. Quello che lei prova non è "mancanza di competenze", è la reazione sana di una persona razionale di fronte a un sistema che, mediamente, comunica in modo autoreferenziale. Proviamo a fare un po' di ordine insieme, con pragmatismo e un pizzico di oggettività. Quando legge "credo nell'approccio X", sta leggendo il riflesso di un sistema formativo che spesso richiede un'adesione quasi identitaria a una scuola. Tuttavia, provi a vederla così: l'orientamento teorico è la lente che il terapeuta indossa per guardare il mondo. Se indosso lenti blu, vedrò sfumature di blu; se le indosso rosse, vedrò il rosso. Il problema è che il paziente vorrebbe solo vederci chiaro. In termini oggettivi, la ricerca scientifica suggerisce che la "fede" del terapeuta conta meno della alleanza terapeutica (ovvero quanto vi sentite capiti e al sicuro con quel professionista). Ma è anche vero che il metodo cambia drasticamente il modo in cui passerete l'ora in studio. Se lei cerca concretezza, l'approccio Cognitivo-Comportamentale è probabilmente quello che risponde meglio alle sue esigenze di "chiarezza". Ecco in che modo si distingue dagli altri: - Il focus è sul "Qui ed Ora": A differenza della terapia analitica (che potrebbe passare anni a indagare il rapporto di entrambi con i vostri rispettivi genitori), la CBT di coppia guarda a come interagite oggi. - È direttiva e strutturata: Non troverà un terapeuta che sta in silenzio aspettando che voi parliate. Il terapeuta CBT agisce, propone esercizi, assegna compiti a casa (i famosi homework) e definisce obiettivi chiari e misurabili. - Smonta i "Circoli Viziosi": Si lavora per identificare i pensieri distorti (es: "Se non ha lavato i piatti è perché non mi ama") e i comportamenti reattivi che alimentano il conflitto. - Trasparenza: Il terapeuta vi spiega cosa sta facendo e perché. Non ci sono interpretazioni mistiche o verità nascoste che solo il professionista detiene. - L'efficacia documentata: La CBT è considerata il "gold standard" per molti disturbi e ha una solida base di prove (Evidence-Based Medicine). Per la terapia di coppia, studi classici e revisioni meta-analitiche (come quelle di Baucom et al. o le varianti come la Terapia Comportamentale Integrativa di Coppia - IBCT) mostrano tassi di miglioramento significativi nel 60-70% delle coppie, con una particolare efficacia nel ridurre il disagio relazionale e migliorare la comunicazione a breve e medio termine. Capisco il timore di finire da qualcuno che "vi dice quello che volete sentirvi dire". Un bravo terapeuta di coppia, però, non è un giudice che dà ragione a uno dei due, ma un alleato della relazione. Il primo colloquio è conoscitivo, non deve essere un "contratto a vita". Usate la prima seduta per chiedere: "Qual è il suo metodo? Come definiremo se la terapia sta funzionando? Quali sono i tempi medi?". Se le risposte sono vaghe o "esoteriche", forse non è il posto per voi. L'età: La collega che ha enfatizzato l'età forse intendeva suggerire "esperienza", ma non è un parametro clinico. Un terapeuta giovane può essere estremamente aggiornato sulle tecniche più recenti, mentre uno anziano può avere una grande saggezza clinica. È una questione di preferenza personale, non di efficacia scientifica. Un piccolo consiglio da "addetta ai lavori": In un percorso di coppia, l'obiettivo non è necessariamente "restare insieme", ma capire se ci sono i presupposti per farlo in modo sano o se la separazione è l'esito più funzionale. Un bravo terapeuta vi aiuterà a vedere la verità, anche quando è scomoda. Non scelga a caso, ma non cerchi nemmeno la "perfezione teorica" sulla carta. Cerchi un professionista che parli un linguaggio che entrambi riuscite a comprendere e che vi proponga un piano di lavoro che vi sembri sensato. Spero che queste brevi riflessioni possano aiutarla a diradare un po' la nebbia. Avete il diritto di pretendere chiarezza: dopotutto, state affidando a qualcuno ciò che di più prezioso avete. Resto a disposizione Un caro saluto
Buongiorno, quello che esprime è molto comprensibile. Quando ci si avvicina per la prima volta al mondo della psicoterapia, soprattutto di coppia, si ha spesso la sensazione di trovarsi davanti a un panorama frammentato, quasi come se ogni professionista parlasse una lingua leggermente diversa. Questo può generare confusione e anche il timore di fare una scelta “sbagliata”, con il rischio di perdere tempo o di non essere realmente aiutati. È utile partire da un punto fermo: al di là delle diverse scuole di pensiero, ciò che rende un percorso efficace non è solo l’etichetta dell’approccio, ma il modo in cui quel professionista lavora concretamente con voi. In altre parole, l’orientamento teorico è importante, ma non è l’unico elemento determinante. Ci sono fattori come la chiarezza, la capacità di farvi sentire compresi entrambi, il modo in cui vengono affrontati i problemi e la possibilità di costruire uno spazio di lavoro condiviso che spesso incidono più di quanto si immagini. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, l’attenzione viene posta molto su ciò che accade nel presente della relazione, su come si creano e si mantengono certe dinamiche tra voi due. Questo significa lavorare in modo abbastanza concreto sui pensieri, sulle emozioni e sui comportamenti che alimentano le difficoltà, cercando di renderli più comprensibili e modificabili. Per molte coppie questo tipo di impostazione risulta utile perché offre una direzione chiara e un senso di lavoro attivo, senza restare in una dimensione troppo astratta. La sua preoccupazione di scegliere “a caso” è comprensibile, ma può essere utile riformularla. Più che cercare il terapeuta perfetto a priori, può pensare al primo incontro come a una fase di valutazione reciproca. Non è una scelta al buio, ma un primo passo in cui osservare come vi sentite, se entrambi vi percepite ascoltati, se il professionista riesce a mantenere una posizione equilibrata senza schierarsi, se il modo in cui restituisce ciò che accade tra voi vi sembra utile o distante. Un altro timore che esprime riguarda il rischio che uno dei due si senta “non ascoltato” o giudicato. Questo è un punto centrale nella terapia di coppia. Un buon professionista ha proprio il compito di evitare che si crei questa dinamica, aiutando entrambi a uscire dalla logica del torto e della ragione per entrare in una comprensione più profonda di ciò che accade tra voi. Se questo non avviene, è un segnale importante da considerare. Riguardo alla distinzione tra psicologo e psicoterapeuta, può essere utile sapere che lo psicoterapeuta ha una formazione specifica ulteriore per lavorare in modo approfondito sulle difficoltà psicologiche e relazionali. In un percorso di coppia, questa formazione può offrire strumenti più strutturati per affrontare le dinamiche che descrive. La sensazione che alcuni professionisti “credano” nel proprio approccio può effettivamente risultare strana, ma spesso riflette semplicemente il fatto che hanno una formazione specifica e lavorano secondo quel modello. Più che una questione di fede, è una questione di cornice di riferimento. La differenza reale la fa come quella cornice viene utilizzata con voi. Se si guarda alla sua difficoltà da un punto di vista più ampio, emerge anche un bisogno di avere controllo e chiarezza prima di iniziare, come se fosse importante ridurre al minimo il margine di incertezza. Questo è molto umano, soprattutto quando si entra in un ambito sconosciuto. Allo stesso tempo, però, una parte del processo richiede inevitabilmente un piccolo grado di esperienza diretta, perché alcune cose possono essere comprese solo entrando nel percorso. In questo senso, iniziare con un professionista che le trasmetta una sensazione di serietà, chiarezza e equilibrio può essere un buon punto di partenza, più che cercare la scelta perfetta sulla carta. E se il percorso viene impostato in modo trasparente, sarà possibile capire abbastanza presto se è la direzione giusta per voi. Un percorso di tipo cognitivo comportamentale può essere particolarmente utile proprio per orientarsi in questa complessità, perché aiuta a dare una struttura, a comprendere i meccanismi che stanno alla base delle difficoltà e a lavorare in modo concreto su di essi. Spesso questo permette di ridurre anche quella sensazione iniziale di confusione, trasformandola in maggiore chiarezza e direzione. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, grazie per aver esposto i suoi dubbi. Mi sento di dirle che dovreste cercare insieme. Se conoscete già quale potrebbe essere secondo voi l'obiettivo per il vostro percorso (difficoltà nell'affettività, difficoltà nella comunicazione, difficoltà nei rapporti sessuali), potreste guardare tra i vari professionisti, chi si occupa della vostra situazione nello specifico più che dell'orientamento. Poi come ha detto, le decisioni dovrete prenderle dopo aver conosciuto la persona. Il terapeuta condurrà gli incontri e vi fornirà gli strumenti anche per non recriminarvi nulla. Per selezionare potreste iniziare dai terapeuti che si occupano di relazioni e coppie, saranno loro a farvi le domande giuste per aiutarvi, e potete condividere con loro anche le vostre perplessità scritte qui. Le auguro una buona giornata
Capisco bene la sua diffidenza: spesso il linguaggio della psicologia sembra più basato su "credo" soggettivi che su prove concrete. Ha ragione a non voler scegliere a caso.
Dal punto di vista della terapia cognitivo-comportamentale, si mira a creare un percorso con obiettivi chiari. Non interpretiamo il passato all'infinito, ma guardiamo a come i vostri pensieri e comportamenti di oggi creano il conflitto, cercando strategie pratiche per cambiare rotta. Il terapeuta di coppia non deve dare ragione a nessuno, ma aiutare la "relazione". Non è uno che vi dice ciò che volete sentire, ma uno specchio che vi aiuta a vedervi meglio.
Se ha piacere di uscire da questa confusione con un confronto diretto, sono disponibile per un primo colloquio conoscitivo (anche online). Potrebbe essere l'occasione giusta per farmi tutte le domande e capire se il mio modo di lavorare vi trasmette quella fiducia e quella chiarezza che state cercando, senza alcun impegno a proseguire. Buona giornata.
Dal punto di vista della terapia cognitivo-comportamentale, si mira a creare un percorso con obiettivi chiari. Non interpretiamo il passato all'infinito, ma guardiamo a come i vostri pensieri e comportamenti di oggi creano il conflitto, cercando strategie pratiche per cambiare rotta. Il terapeuta di coppia non deve dare ragione a nessuno, ma aiutare la "relazione". Non è uno che vi dice ciò che volete sentire, ma uno specchio che vi aiuta a vedervi meglio.
Se ha piacere di uscire da questa confusione con un confronto diretto, sono disponibile per un primo colloquio conoscitivo (anche online). Potrebbe essere l'occasione giusta per farmi tutte le domande e capire se il mio modo di lavorare vi trasmette quella fiducia e quella chiarezza che state cercando, senza alcun impegno a proseguire. Buona giornata.
Buongiorno. La Sua confusione è non solo comprensibile, ma estremamente sensata: si trova di fronte a un mercato della cura che, visto dall’esterno, può apparire come un labirinto di linguaggi autoreferenziali o, peggio, di "fedi" metodologiche. Riconosco il valore della Sua analisi critica; il fatto che Lei non voglia scegliere a caso, o basarsi solo sulla simpatia epidermica, testimonia la serietà con cui intende proteggere non solo se stesso, ma anche l'investimento emotivo della Sua relazione di coppia.
Nella realtà clinica, la distinzione tra psicologo e psicoterapeuta è fondamentale: solo il secondo ha una formazione specialistica quadriennale post-laurea per intervenire sui processi di cambiamento profondo. Per quanto riguarda le "scuole", è vero che la ricerca scientifica indica come il fattore principale di successo sia l'alleanza terapeutica piuttosto che il modello teorico. Tuttavia, per chi vive la crisi, l'approccio non è indifferente. Nel mio modo di intendere la cura, influenzato dalla visione di Diego Napolitani, la coppia non è vista come un ingranaggio da riparare, ma come un "gruppo" originario dove le identità individuali si intrecciano. Scegliere un orientamento significa scegliere quale lente usare: quella che guarda ai comportamenti (cognitivo-comportamentale), quella che guarda alla storia familiare (sistemica) o quella che, come nel mio caso, esplora le matrici simboliche e relazionali profonde.
L'età o il sesso del terapeuta non sono parametri di "fede", ma possono essere elementi che facilitano o ostacolano la Sua capacità di sentirsi accolto senza sentirsi giudicato o svalutato. Il rischio che Lei paventa — che uno dei due partner si senta "delegittimato" dal terapeuta — è proprio ciò che un professionista esperto deve evitare, mantenendo un equilibrio che non è neutralità fredda, ma capacità di abitare lo spazio tra di voi. La direzione che Le suggerisco non è quella di studiare tutti i curricula, ma di richiedere un primo colloquio conoscitivo puntando su professionisti che abbiano una formazione specifica in psicoterapia (non solo psicologia). In quella sede, non valuti quanto il terapeuta "creda" nel suo metodo, ma quanto si dimostri capace di accogliere la complessità della vostra domanda senza offrirvi risposte preconfezionate, aiutandovi a sentire che quel luogo è, finalmente, un terreno neutro dove la verità di entrambi può trovare cittadinanza.
Un cordiale saluto
Dott.ssa Giovanna Costanzo
Nella realtà clinica, la distinzione tra psicologo e psicoterapeuta è fondamentale: solo il secondo ha una formazione specialistica quadriennale post-laurea per intervenire sui processi di cambiamento profondo. Per quanto riguarda le "scuole", è vero che la ricerca scientifica indica come il fattore principale di successo sia l'alleanza terapeutica piuttosto che il modello teorico. Tuttavia, per chi vive la crisi, l'approccio non è indifferente. Nel mio modo di intendere la cura, influenzato dalla visione di Diego Napolitani, la coppia non è vista come un ingranaggio da riparare, ma come un "gruppo" originario dove le identità individuali si intrecciano. Scegliere un orientamento significa scegliere quale lente usare: quella che guarda ai comportamenti (cognitivo-comportamentale), quella che guarda alla storia familiare (sistemica) o quella che, come nel mio caso, esplora le matrici simboliche e relazionali profonde.
L'età o il sesso del terapeuta non sono parametri di "fede", ma possono essere elementi che facilitano o ostacolano la Sua capacità di sentirsi accolto senza sentirsi giudicato o svalutato. Il rischio che Lei paventa — che uno dei due partner si senta "delegittimato" dal terapeuta — è proprio ciò che un professionista esperto deve evitare, mantenendo un equilibrio che non è neutralità fredda, ma capacità di abitare lo spazio tra di voi. La direzione che Le suggerisco non è quella di studiare tutti i curricula, ma di richiedere un primo colloquio conoscitivo puntando su professionisti che abbiano una formazione specifica in psicoterapia (non solo psicologia). In quella sede, non valuti quanto il terapeuta "creda" nel suo metodo, ma quanto si dimostri capace di accogliere la complessità della vostra domanda senza offrirvi risposte preconfezionate, aiutandovi a sentire che quel luogo è, finalmente, un terreno neutro dove la verità di entrambi può trovare cittadinanza.
Un cordiale saluto
Dott.ssa Giovanna Costanzo
Buongiorno,
la sua riflessione è molto pertinente: è normale sentirsi disorientati di fronte alla varietà di approcci presenti nella psicoterapia.
Le do però un punto fermo: nella terapia di coppia non è tanto la “scuola di pensiero” a fare la differenza, quanto il modo in cui il professionista lavora. Ciò che incide davvero è la capacità di comprendere entrambi i partner, mantenere una posizione equilibrata e proporre un metodo chiaro e strutturato.
Per orientarsi nella scelta, le suggerisco di considerare alcuni aspetti concreti: l’esperienza con le coppie, la chiarezza nel definire obiettivi e modalità del percorso e, soprattutto, il fatto che entrambi vi sentiate ascoltati fin dai primi incontri.
Per quanto riguarda il dubbio tra psicologo e psicoterapeuta: per un percorso di terapia di coppia è generalmente indicato uno psicoterapeuta. Io sono psicologa in formazione come psicoterapeuta e lavoro seguendo un modello clinico preciso, con supervisione costante.
L’orientamento teorico che legge nei curricula non è una “credenza”, ma il riferimento tecnico con cui il professionista lavora. Un buon terapeuta, però, sa adattare il proprio approccio alla coppia, senza rigidità.
Il primo colloquio non è un tentativo casuale, ma parte integrante della valutazione: serve proprio a capire se quel professionista è adatto a voi. In terapia di coppia questo è fondamentale, perché entrambi i partner devono sentirsi rappresentati.
Se lo ritenete utile, è possibile anche lavorare in co-terapia (due professionisti insieme alla coppia), modalità che favorisce un ulteriore equilibrio nella gestione delle dinamiche relazionali.
Resto a disposizione per un eventuale confronto.
Un caro saluto
Filomena Guida
la sua riflessione è molto pertinente: è normale sentirsi disorientati di fronte alla varietà di approcci presenti nella psicoterapia.
Le do però un punto fermo: nella terapia di coppia non è tanto la “scuola di pensiero” a fare la differenza, quanto il modo in cui il professionista lavora. Ciò che incide davvero è la capacità di comprendere entrambi i partner, mantenere una posizione equilibrata e proporre un metodo chiaro e strutturato.
Per orientarsi nella scelta, le suggerisco di considerare alcuni aspetti concreti: l’esperienza con le coppie, la chiarezza nel definire obiettivi e modalità del percorso e, soprattutto, il fatto che entrambi vi sentiate ascoltati fin dai primi incontri.
Per quanto riguarda il dubbio tra psicologo e psicoterapeuta: per un percorso di terapia di coppia è generalmente indicato uno psicoterapeuta. Io sono psicologa in formazione come psicoterapeuta e lavoro seguendo un modello clinico preciso, con supervisione costante.
L’orientamento teorico che legge nei curricula non è una “credenza”, ma il riferimento tecnico con cui il professionista lavora. Un buon terapeuta, però, sa adattare il proprio approccio alla coppia, senza rigidità.
Il primo colloquio non è un tentativo casuale, ma parte integrante della valutazione: serve proprio a capire se quel professionista è adatto a voi. In terapia di coppia questo è fondamentale, perché entrambi i partner devono sentirsi rappresentati.
Se lo ritenete utile, è possibile anche lavorare in co-terapia (due professionisti insieme alla coppia), modalità che favorisce un ulteriore equilibrio nella gestione delle dinamiche relazionali.
Resto a disposizione per un eventuale confronto.
Un caro saluto
Filomena Guida
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