Domande del paziente (3350)
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, immagino quanto questa situazione possa essere dolorosa e destabilizzante per lei. Dopo tanti anni di relazione e una famiglia costruita insieme, trovarsi improvvisamente a distanza, senza... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, capisco molto bene quanto questi pensieri possano spaventare e quanto sia facile, soprattutto dopo aver sentito certe parole, iniziare a preoccuparsi ancora di più e a sentirsi in allarme.... Altro
Salve a tutti, sono una studentessa universitaria che ora più che mai sta avendo a che fare con pensieri che definirei "ossessivi" per quanto riguarda le relazioni sociali (amicizie, conoscenze, ecc.): dopo ogni interazione non sentita al 100% riuscita, riavvolgo continuamente nella mia testa ogni piccolo dettaglio della situazione per capire cosa avrei potuto sbagliare, cercando continue rassicurazioni, e spendendoci la notte in pianti. Oltre a questo, sospetto da sempre di essere neurodivergente/essere nello spettro autistico.
Mi sto chiedendo quindi se non sia necessario partire da una valutazione psicodiagnostica per l'autismo/AuDHD. Ho il forte sospetto che i miei pensieri ossessivi siano il risultato di un sovraccarico cognitivo dovuto al masking e alla mancanza di strumenti adatti al mio funzionamento reale. Temo che un percorso generico, non formato sulla neurodivergenza, possa rivelarsi inefficace o invalidante, come già accaduto in passato. Dunque, quale percorso pensate sia meglio affrontare per prima (a fronte dei soldi)? Un percorso "generico" per risolvere inanzitutto i miei pensieri ossessivi, o un percorso psicodiagnostico (forse un po' più lungo?) per partire dalla radice?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, comprendo profondamente quanto la situazione che descrive possa generare disagio e frustrazione, e quanto sia importante per lei orientarsi nel modo migliore per sentirsi più tranquilla e sicura di sé. Ciò che racconta evidenzia un intenso coinvolgimento emotivo legato ai propri pensieri e alle relazioni sociali, con un forte impulso a riesaminare ogni interazione e cercare rassicurazioni. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, questi processi sono spesso il risultato di schemi di pensiero che amplificano l’ansia e il senso di insicurezza, portando a un continuo “riavvolgere” eventi e comportamenti, anche quando razionalmente sappiamo che non c’è un errore reale. Questa modalità di funzionamento tende a consumare molte energie mentali ed emotive, e può generare un senso di sovraccarico che impedisce di vivere con leggerezza le proprie relazioni e i momenti quotidiani. Quando emerge anche la sospetta neurodivergenza, come nel suo caso, è naturale domandarsi quale percorso sia più utile per affrontare i sintomi in modo efficace. Un percorso cognitivo-comportamentale mirato ai pensieri ossessivi può offrire strumenti pratici per riconoscere i pensieri automatici, ridurre l’ansia e imparare a interrompere il ciclo di ruminazione, portando benefici concreti già nelle prime settimane. Allo stesso tempo, una valutazione psicodiagnostica specifica per l’autismo o l’AuDHD può fornire una comprensione più profonda dei propri schemi di funzionamento, dei punti di forza e delle difficoltà, e permettere di personalizzare gli interventi futuri in modo più mirato. Spesso, un approccio integrato può risultare molto efficace: iniziare a lavorare sui pensieri ossessivi con strategie cognitive comportamentali permette di ridurre immediatamente il disagio e di acquisire strumenti concreti per affrontare la quotidianità, mentre parallelamente si può pianificare una valutazione diagnostica più approfondita. Questo percorso graduale consente di non restare bloccati nell’ansia e nel sovraccarico, ma allo stesso tempo di costruire una base di conoscenza e consapevolezza sul proprio funzionamento che renderà qualsiasi intervento successivo più efficace e rispettoso delle proprie caratteristiche. Un percorso di questo tipo, costruito con gradualità e attenzione alla sua esperienza, le permetterebbe di capire quali schemi la influenzano, come gestire l’ansia legata alle interazioni sociali e come muoversi con più fiducia nella vita quotidiana, senza sentirsi giudicata o sopraffatta dai propri pensieri. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno Federica, la ringrazio per aver condiviso il suo quesito con tanta chiarezza e attenzione. Quello che descrive è una riflessione molto interessante e delicata, perché tocca non solo aspetti... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, comprendo bene la sua domanda e il senso di disagio che può derivare dal notare questi loop mentali, anche quando non interferiscono in modo significativo con le attività quotidiane. Dal punto... Altro
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, comprendo bene il disagio e l’ansia che questa situazione può averle generato. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, è importante osservare come i nostri pensieri influenzino le emozioni... Altro
Salve dottori, vorrei esporvi una situazione e cercare da voi un consiglio e rassicurazione o comprensione..sono una ragazza di 26 anni, mi sono lasciata da poco diciamo qualche mese con una persona molto più grande di 20 anni, abbiamo avuto molti momenti in cui non ci trovavamo bene insieme, ma continuavamo a stare perché ci volevamo e ci tenevamo l'uno all'altro, per me molto difficile lasciarlo andare, e anche per lui, ci siamo continuati a vedere ogni tanto, e delle volte facevamo anche qualcosa, però da poco dopo che ci siamo lasciati io avveo sentito un amico con cui mi frequentavo prima di lui, mi ha sempre capita e ascoltata, sempre capito i mie stati d'animo con il mio fidanzato, o comunque c'è sempre stato anche per stare vicino e darmi consigli, lui è a distanza infatti avevamo deciso di rivederci perché io volevo rivederlo anche per parlare, stare insieme o comunque fare cose di quotidianità insieme per cui prima non avevamo avuto l'occasione, vedere la città ecc. Il punto è che io sono frenata, lui prova a baciarmi, abbracciarmi ecc, ma io non riesco, mi sento in colpa e ogni volta che cerca di, io vedo il mio ex, le cose che mi ha detto quando gli ho raccontato che mi sarei dovuta vedere con lui in amicizia perché cosi era..mi ha detto che non voleva sapere nulla di cosa sarebbe successo e se succedeva qualcosa allora lo avrei perso, che non ho avuto rispetto nei suoi confronti ecc..purtroppo ci rimango male e mi faccio molto condizionare dalle cose che le persone mi dicono..e non so perché ho questo sentimento nei suoi confronti, la paura che lui possa lasciarmi o io possa perderlo definitivamente..è come se fossi dipendente da lui? ci sto male perché non riuscirò mai a vivermi nulla, neanche questo amico che sta per un paio di giorni, perché vorrei anche solo baciarlo ma so che poi avrei il senso di colpa..ho paura di tutto, non so cosa fare e perché ho questo attaccamento al mio ex fidanzato cosi tanto..come faccio a distaccarmi, non so che fare
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, comprendo profondamente il turbamento che sta vivendo in questo momento. Ciò che descrive evidenzia quanto le emozioni legate a relazioni significative possano influenzare i pensieri e il comportamento, soprattutto quando ci sono ancora legami affettivi non completamente risolti. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, quello che accade è spesso una combinazione di schemi emotivi preesistenti e pensieri automatici che la portano a sentirsi intrappolata in un circolo di ansia, senso di colpa e dipendenza emotiva. È molto comune, dopo una rottura, continuare a pensare intensamente all’ex partner e percepire qualsiasi nuova vicinanza come una minaccia o una fonte di conflitto interno. Questo non significa che stia facendo qualcosa di sbagliato, ma piuttosto che il suo sistema emotivo sta cercando di gestire sensazioni complesse e contraddittorie. Il senso di colpa che prova rispetto al nuovo amico e l’incapacità di lasciarsi andare sono segnali che il suo attaccamento all’ex non è ancora elaborato. Spesso, questi schemi si rinforzano quando le opinioni altrui hanno un peso eccessivo, come nel caso di quello che le ha detto il suo ex, e possono ostacolare il godimento delle relazioni presenti. Un percorso di supporto cognitivo-comportamentale potrebbe aiutarla a osservare questi schemi, comprendere quali pensieri alimentano il senso di colpa e la paura di perdita, e sperimentare strategie per ridurre l’ansia e rafforzare la propria autonomia emotiva. Attraverso questo lavoro sarebbe possibile anche imparare a distinguere tra ciò che è reale e ciò che è prodotto dai pensieri automatici e ossessivi, permettendole di vivere relazioni più libere e consapevoli, senza sentirsi bloccata da emozioni e convinzioni che oggi sembrano insormontabili. Con un accompagnamento adeguato può gradualmente sviluppare maggiore sicurezza nei propri sentimenti, ridurre la dipendenza emotiva dall’ex e imparare a concedersi esperienze affettive senza sensi di colpa paralizzanti, acquisendo strumenti concreti per gestire ansia e conflitto interiore. Questo tipo di percorso non ha lo scopo di “forzare” emozioni, ma di offrire chiarezza, comprensione e la possibilità di fare scelte coerenti con ciò che sente davvero e con i propri valori. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno Gent.mi Dottori,
vorrei un Vostro parere...non so come reagire, come comportarmi, mi trovo sempre impreparata...ho rivisto il mio ex stava parlando con suoi colleghi nel corridoio degli uffici, e siccome io dovevo attraversare per forza il corridoio (dove era fermo lui a parlare) per entrare in ufficio e lo spazio era stretto, non c'erano altre vie e gli sono dovuta passare affianco e quindi il mio braccio ha sfiorato il suo..lui non si è nemmeno spostato per farmi passare, come se non esistessi, un infantile.. so che avrei dovuto dire "permesso, scusate" per farlo spostare e farmi rispettare pero' non volevo rivolgere la parola a ne' a lui né agli altri...non capisco questi suoi dispetti dato che è stato lui a lasciarmi..Lavoriamo nella stessa università ma uffici distanti..
una altra volta mentre parlavo con un collega, mi sono accorta che camminava di fretta a testa bassa come se fossi invisibile, come se avessi la peste..(è come se volesse sottolineare che non mi vuole, di non iludermi ma di questo ne sono consapevole)
.il mio collega che lo conosce ma non sa la nostra situazione, gli ha dato una pacca sulla spalla in segno di saluto ed il mio ex sempre a testa bassa , ha detto un buongiorno forzato e se ne è andato di fretta..tempo fa trovandomelo di fronte, gli ho detto ciao e lui ha ricambiato con ciao (ma sembrava un ciao forzato) e ci siamo guardati negli occhi per qualche istante ma di sua iniziativa non saluta né mi rivolge sguardi..forse ha paura non so per quale motivo..nonostante per due anni non ci siamo visti né sentiti..ho evitato luoghi comuni..e nonostante io sappia che non ci potrà essere un futuro tra noi, dopo che lo incontro, sento dentro di me una agitazione, tremore, come se dentro stessi esplodendo tanto che dopo ho bisogno di sedermi..sono purtroppo timida. introversa, ansiosa e non so mai quale è il modo migliore di comportarmi con lui, mi sembra di sbagliare sempre..Grazie per i vostri pareri..Vi Auguro una Buona Pasqua.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, comprendo molto bene quanto questa situazione possa risultare stressante e destabilizzante. Ciò che descrive è un esempio di come i contatti involontari con persone significative del passato possano far emergere emozioni intense e reazioni fisiche, anche quando razionalmente sappiamo che non c’è più possibilità di futuro con quella persona. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, questi momenti sono spesso il riflesso di schemi emotivi e pensieri automatici che rimandano a esperienze passate di relazione e rifiuto, e che possono scatenare ansia, agitazione e sintomi corporei come tremore o bisogno immediato di sedersi. La mente interpreta questi segnali come una minaccia, anche se la minaccia reale non c’è, e tende a ripetere schemi di anticipazione del pericolo o di giudizio negativo, come il pensare di “sbagliare sempre” nel comportamento o di non sapersi difendere. In queste circostanze può essere utile, attraverso un percorso di supporto cognitivo-comportamentale, imparare a riconoscere e osservare questi pensieri automatici senza esserne sopraffatti, distinguendo tra ciò che effettivamente succede e le interpretazioni emotive che la mente produce. Questo tipo di lavoro permette di ridurre l’intensità della risposta emotiva, imparando gradualmente a gestire l’ansia e la tensione corporea che emergono quando si incrocia l’ex partner. Inoltre, può aiutare a sviluppare strategie per sentirsi più assertiva, ad esempio pianificando in anticipo come comportarsi in situazioni inevitabili, senza sentirsi obbligata a reagire immediatamente o a giudicarsi per le proprie emozioni. Il fatto che lei si senta agitata e ansiosa non significa che stia sbagliando o che ci sia qualcosa di “sbagliato” in lei, ma indica che ci sono schemi emotivi ancora attivi che meritano attenzione e comprensione. Un percorso mirato le consentirebbe di esplorare questi schemi, comprendere i motivi alla base delle sue reazioni e sviluppare strumenti concreti per affrontare la quotidianità lavorativa con maggiore serenità e padronanza delle proprie emozioni, senza che la presenza dell’ex partner diventi destabilizzante. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve io sono un uomo di 42 anni 2 mesi fa ho fatto venire qui da me una ragazza ucraina e sua figlia.
Adesso ho un serio problema lei è diventata sempre più arrabbiata con me perché dice che io sono un leone nei suoi confronti e non si fida di nessuno neanche dei medici qui nella mia città Alessandria.
In questo momento stiamo affrontando una settimana difficile perché abbiamo scoperto che lei è incinta e ha voluto interrompere la gravidanza ieri ha preso la prima pillola ed oggi ha avuto un attacco di rabbia nei miei confronti dicendomi che sono uno stupido un leone che con me nessuno sarà mai felice....io non le ho mai fatto mancare niente ma è da molti giorni che non parliamo più stiamo in silenzio tutto il giorno gli unici momenti che parliamo è quando lei ha questi attacchi di rabbia ...ieri si è arrabbiata perché le ho chiesto come si sentiva fisicamente dopo aver preso la prima pastiglia...
Vi prego aiutatemi a capire come comportarmi e come aiutarla
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, capisco bene quanto questa situazione possa essere emotivamente travolgente per lei. Quello che descrive sembra essere un contesto in cui le emozioni, sia sue che della ragazza che ha ospitato, sono molto intense e in parte difficili da gestire. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, ciò che emerge è come i pensieri e le interpretazioni rispetto ai comportamenti dell’altro possano alimentare ansia, frustrazione e reazioni emotive forti, creando un circolo difficile da interrompere. Quando qualcuno vive una condizione di stress o di paura profonda, come può essere il timore di trovarsi sola in un paese nuovo o la preoccupazione legata a una gravidanza, spesso le emozioni esplodono in modi che sembrano sproporzionati rispetto alla situazione reale, ma che hanno senso se osservate come espressione di schemi di pensiero e di paura pregressi. Per lei, in questo momento, può essere utile cercare di mantenere uno spazio di osservazione rispetto alle proprie reazioni. È naturale sentirsi frustrati, arrabbiati o impotenti, ma è importante cercare di non farsi trascinare dall’onda emotiva dell’altro, perché rispondere con la stessa intensità spesso alimenta solo ulteriori conflitti. Strategie di regolazione emotiva come respirazione profonda, piccoli momenti di pausa, e pensieri mirati a distinguere ciò che può controllare da ciò che non può, possono aiutarla a ridurre il senso di sopraffazione e a reagire in maniera più calma e ponderata. Allo stesso tempo, un percorso di supporto psicologico può essere molto utile per esplorare i propri schemi di funzionamento emotivo, capire perché certi comportamenti dell’altro attivano determinate reazioni e sviluppare strategie efficaci per gestire conflitti così intensi. Questo tipo di lavoro permette di osservare le dinamiche relazionali in modo più chiaro, ridurre l’ansia legata all’incertezza e trovare modalità di comunicazione più efficaci, senza sentirsi sopraffatti dai sentimenti dell’altro. Può anche aiutare a definire limiti chiari e salutari all’interno della relazione, a tutela del proprio benessere e della propria serenità, evitando di rimanere intrappolati in un circolo di tensione continua. Considerare questo tipo di supporto non è un segno di debolezza, ma un modo per comprendere e gestire le proprie emozioni e le dinamiche relazionali complesse, imparando a rispondere invece di reagire, e a creare spazi di calma anche in situazioni particolarmente tese. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Un ragazzo non mi parla più da circa 2 mesi perché l ho ferito nel suo ego...ma ogni qual volta mi vede o dice a bassa voce parole offensive o cambia strada. Mi ha detto che non mi calcola eppure anche se gli faccio un brutto effetto comunque le sue reazioni vogliono dire che ho potere su di lui altrimenti gli sarei stata indifferente veramente. Cosa vuol dire in verità il suo modo di fare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, capisco bene quanto questa situazione possa risultare confusa e faticosa, soprattutto quando le azioni dell’altro sembrano contraddittorie e generano dentro di lei dubbi e interrogativi continui. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, quello che descrive è molto comune: la mente tende a cercare di dare un senso a comportamenti ambivalenti e, nello stesso tempo, a valutare il proprio valore o il proprio impatto sugli altri. In realtà, il comportamento del ragazzo riflette probabilmente una complessa combinazione di emozioni non gestite e strategie personali per proteggere se stesso, come la difesa del proprio ego o la gestione della rabbia o del risentimento, più che un messaggio chiaro nei suoi confronti. Spesso, quando una persona si sente ferita o minacciata in termini di autostima, può reagire in modo contraddittorio: da un lato cerca di allontanare chi percepisce come fonte di disagio, dall’altro continua a manifestare attenzione indiretta o segnali che sembrano confermare il “potere” dell’altro su di sé. Questo genera un circolo di interpretazioni e pensieri ripetitivi che, come lei descrive, possono far sentire intrappolati in una tensione emotiva continua. Un percorso di tipo cognitivo-comportamentale può aiutare a riconoscere questi schemi di pensiero automatico, a distinguerli dai fatti oggettivi, e a comprendere in che modo le proprie interpretazioni influenzano le emozioni e le reazioni comportamentali. Inoltre, questo tipo di percorso offre strumenti per gestire l’ansia e la curiosità che nascono dall’ambiguità altrui, per rafforzare la propria chiarezza interna e la capacità di scegliere come reagire in modo coerente con i propri valori, piuttosto che reagire a stimoli esterni imprevedibili. Non si tratta di cambiare l’altro, ma di imparare a osservare la situazione in modo più distaccato, riducendo il peso emotivo che le azioni ambivalenti degli altri possono avere su di lei. In questo modo potrà vivere relazioni più serene e comprendere meglio i propri schemi di funzionamento, evitando di restare intrappolata in continue analisi o in sensazioni di potere o colpa che non le appartengono realmente. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve, chiedo consiglio a voi per una "situationship" (perdonatemi il termine ma non saprei come chiamarla), che va avanti da ormai 5 mesi. Stiamo molto bene insieme, ci si diverte, si fa tanto sesso e si hanno momenti romantici. Insomma, vista da fuori potrebbe sembrare una relazione. Relazione che però nella realtà non è poiché pecca di etichetta, ovvero io e lui nel concreto non siamo fidanzati. Ho un piccolo dubbio però che mi sorge spesso quando siamo insieme, io noto che molto spesso io cerco il bacio a stampo casuale, ad esempio: l'altro giorno eravamo su questa panchina di fronte ad un bellissimo panorama, io avevo tanta voglia di baciarlo, ma noto che quando provo a dargli un bacio a stampo, lui, me lo da, ma comunque lo vedo un po' "restio" nel darmelo. Al contrario, lui molto spesso mi da dei baci sulla fronte, sulla guancia, ma poco sulle labbra, è molto fisico ma nei baci è sempre strano. E questo suo comportamento mi fa sorgere i dubbi perché penso "Se gli piaccio perché non mi da baci? Quindi non gli piaccio?" e quindi poi svariate volte io evito di dargli baci per "paura" che lui me li eviti o me li dia così come "contentino"
Io so per certo che lui tiene a me, ma non riesco a capire se davvero non mi vede oltre ad un'amica a cui tiene tanto e nel mentre fa del sesso.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, comprendo molto bene il senso di confusione e di incertezza che lei sta vivendo. Quello che descrive è una situazione in cui le emozioni e i comportamenti dell’altro generano dubbi continui, che possono tradursi in ansia e auto-sorveglianza. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, la chiave non è giudicare se lui “dovrebbe” comportarsi in un certo modo, ma osservare come i suoi pensieri e le sue interpretazioni influenzino le emozioni e le scelte che fa. È naturale cercare segnali che confermino l’interesse dell’altro, ma quando questo diventa un continuo rimuginare e genera paura o insicurezza, diventa utile esplorare gli schemi di pensiero che la portano a sentirsi in dubbio sul suo valore o sul suo ruolo nella relazione. Spesso, nelle situazioni ambigue come una “situationship”, la mente tende a colmare le lacune di informazioni con ipotesi e previsioni negative: ad esempio, vedere un bacio dato con “restio” può automaticamente tradursi in un pensiero come “non gli piaccio abbastanza”, senza considerare che il suo comportamento può dipendere da mille fattori differenti, compresi il carattere, lo stile affettivo o semplicemente momenti di timidezza o disagio. L’osservazione cognitivo-comportamentale suggerisce di iniziare a distinguere ciò che è fatto di fatti concreti da ciò che sono interpretazioni o supposizioni, e di valutare quanto queste ultime influenzino il suo benessere emotivo. Un percorso di supporto psicologico orientato al cognitivo-comportamentale potrebbe offrirle strumenti concreti per osservare i propri schemi di pensiero, per ridurre i rimuginamenti e l’ansia legata ai segnali ambigui, e per imparare a modulare i comportamenti in modo coerente con i suoi bisogni e desideri reali. Non si tratta di cambiare l’altro, né di dover “decidere subito” sulla relazione, ma di acquisire maggiore chiarezza su come le sue interpretazioni influenzino le emozioni e le reazioni, così da sentirsi più libera di vivere i momenti di vicinanza senza essere intrappolata dal dubbio o dalla paura di non essere sufficientemente apprezzata. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Ho affrontato più percorsi di terapia diversi ma mi assilla sempre un pensiero: potrò diventare produttiva e funzionale sforzandomi e trovando tutte le strategie utili del caso, ma quello che sento davvero è incompatibile con l'idea di "guarigione" che avevo e che in genere gli altri si aspettano da me. Sono cinica e pessimista e analitica e sinceramente non trovo motivi per cambiare al di fuori di compiacere gli altri. Per non essere etichettata come arida o misantropa o ribelle. Devo considerarmi bacata o provare l'ennesimo nuovo approccio e cercare di internalizzare tutte quelle premesse che trovo sentimentali e banalizzanti e basta? Trovo molta libertà e sazietà nel pessimismo ma evidentemente le persone che mi criticano vogliono spingermi a mirare ad altro come una specie di imperativo biologico naturale che non ho mai provato
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, comprendo bene il senso di frustrazione e di conflitto interiore che emerge dalle sue parole. Quello che lei descrive è una situazione comune a molte persone che si trovano a confrontarsi con le proprie emozioni, convinzioni e aspettative altrui. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, il fulcro non è il giudizio di “giusto” o “sbagliato” sul proprio modo di essere, né tantomeno il conformarsi a un’idea di guarigione esterna, ma la consapevolezza dei propri schemi di pensiero e di come essi influenzino le emozioni e i comportamenti nella vita quotidiana. È comprensibile che lei provi una forma di piacere o di senso di libertà nel pessimismo e nella cinicità: questi possono essere modi di proteggersi o di sentirsi coerenti con se stessi, ma possono anche generare conflitti con le richieste sociali e le aspettative degli altri, portando a un senso di insoddisfazione o di obbligo verso un cambiamento che non sente autentico. La prospettiva cognitivo-comportamentale invita a osservare questi schemi senza giudizio, a capire quando e perché emergono, e a valutare se e come possono essere modificati per ridurre la sofferenza e aumentare il benessere, senza dover rinunciare a ciò che sente autentico in sé. Un percorso di questo tipo può aiutarla a distinguere tra ciò che sente realmente e ciò che sente di dover essere per compiacere gli altri, a sperimentare strategie funzionali per vivere con maggiore serenità, e a individuare piccoli cambiamenti pratici che non comportino tradire se stessi ma permettano comunque di sentirsi più efficaci nella vita quotidiana. Non si tratta di abbandonare il pessimismo o la propria analiticità, ma di comprendere come usarli in modo che non diventino fonte di conflitto interiore o di frustrazione costante. Un approccio cognitivo-comportamentale può quindi offrirle strumenti concreti per osservare i propri pensieri, metterli alla prova, e valutare quali mantenere e quali modificare, sempre nel rispetto della sua autenticità. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
salve dottori, ho un problema con la mia attuale ragazza che non mi fa vivere bene la relazione, siamo io e 2 miei amici a una serata in discoteca e noto questa ragazza la serata finisce lì, solo che il mio amico manda la richiesta su instagram a lei senza però scriverle, passano 4 giorni e il mio amico letteralmente le scrive un messaggio rispondendo a una nota di vederci in gruppo una sera, la sera stessa appena conosciuti tutti e presentati lei però si bacia con lui si frequentano 1 settimana finiscono anche in macchina insieme post serata però senza avere rapporti perché a detta sua lei non voleva, (anche se per me per andarci in macchina l’intenzione c’è) fatto sta che dopo io e lei ci avviciniamo inizialmente in amicizia ma poi scatta qualcosa in ambito sentimentale e lei diventa pazza di me arrivando pure a venire sotto casa mia più volte nonostante i miei rifiuti, ora io non so che fare perché ci sto benissimo con questa ragazza ma l’idea che non mi abbia scelto inizialmente mi logora dentro e mi fa stare male, poi aggiungo anche il fatto che per me lei è una facile perché si è baciata con lui appena conosciuti e ha avuto rapporti con uno dopo solo 2 uscite e non è quello che cerco in una ragazza ma ormai ci tengo troppo, io ne ho parlato con lei di tutto e dice che inizialmente preferiva me al mio amico, ma la sua amica era interessa a me e quindi non ha voluto interferire, anche se non ha molto senso perché mi ha sempre dato versioni diverse e in più non c’era motivo di lasciarmi alla sua amica, lei dice che ha sempre puntato me e che tuttora vuole solo me e me lo dimostra sinceramente, non so che fare perché io ci sto male perché non è quello che cerco in una ragazza, il fatto che sia stata facile lei lo giustifica dicendo che era appena uscita da un ex tossico e voleva divertirsi, ma per me ha poca differenza perché non siamo animali e si pensa prima di agire
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, comprendo molto bene il suo turbamento e quanto questa situazione stia generando confusione e disagio dentro di lei. Ciò che descrive è un intreccio di emozioni molto intense: attrazione, affetto, ma anche sensazioni di gelosia, sfiducia e disagio rispetto al passato della sua ragazza. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, quello che sta vivendo è frequente quando schemi di pensiero legati al giudizio, al controllo o all’idea di ciò che “dovrebbe essere” nelle relazioni entrano in conflitto con la realtà dei fatti e con le emozioni del momento. La mente tende a rielaborare continuamente le situazioni passate, a fare confronti e a generare scenari ipotetici che spesso aumentano ansia e frustrazione, senza che questo porti a un reale chiarimento o a un cambiamento nella relazione. Può essere molto utile iniziare a osservare con maggiore consapevolezza quali sono i pensieri automatici che la portano a sentirsi ferito o insicuro e quali interpretazioni date al comportamento della sua ragazza stanno alimentando la sofferenza. In un percorso cognitivo-comportamentale, si lavora proprio su questo: imparare a distinguere ciò che è effettivamente reale da ciò che la mente costruisce, a valutare le prove oggettive rispetto alle convinzioni che ci generano malessere, e a sviluppare strategie per gestire emozioni come gelosia, rabbia o senso di tradimento. Questo non significa ignorare ciò che sente o fingere che non esista, ma piuttosto imparare a riconoscere e modulare questi stati, così da poter vivere la relazione con più chiarezza e serenità. Parallelamente, può essere molto utile riflettere sui propri valori e desideri rispetto a una relazione: cosa è davvero importante per lei in termini di fiducia, rispetto e compatibilità emotiva. Questo tipo di consapevolezza può aiutarla a capire se il legame che sta vivendo risponde a ciò che lei cerca, o se invece è alimentato più dalla difficoltà a lasciar andare e dalla paura di perdere qualcuno che le piace. Lavorare con un terapeuta può accompagnarla a esplorare questi schemi, a gestire il malessere emotivo e a prendere decisioni più allineate a ciò che le fa stare bene, senza sentirsi intrappolata da giudizi o da interpretazioni confuse del passato della persona che ama. Affrontare la situazione con strumenti concreti e consapevolezza può farle comprendere i motivi del suo disagio, ridurre l’ansia e permetterle di vivere la relazione in modo più sereno e centrato su ciò che conta davvero per lei, senza sentirsi sopraffatto dai pensieri o dalle emozioni. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve dottori vi vorrei porre una domanda ma quando una persona è normale e quando no? Quando una cosa è normale e quando è patologica ? Mi spiego meglio io ad esempio sono molto sereno della mia vita affronto anche le difficoltà che mi presentono con molta calma e serenità , ad esempio anche con la memoria io credo di avere una buona memoria mi ricordo molte cose anche sé altre e me li dimentico volevo sapere quando è normale e quando è patologico , e in ultimo io leggo molti forum di psicologia ma ancora non sono mai andato da un professionista a volte mi confronto con un amico psicologo ma molto informale so che un professionista è molto d aiuto ma io non è ho mai sentito la necessità questo è un errore ? Dovrei andare ogni volta da un professionista per qualsiasi minimo dubbio? Perché io li risolvo le cose ma non è un metodo che forse usate voi professionisti grazie per un vostro chiarimento
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, comprendo perfettamente il senso di curiosità e di riflessione che emerge dalle sue parole. Quello che lei sta descrivendo, ovvero interrogarsi su cosa sia “normale” e cosa possa essere considerato “patologico”, è molto comune e spesso nasce dal desiderio di conoscersi meglio e di capire se le proprie reazioni, i propri pensieri o comportamenti rientrino in un equilibrio sano. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, la “normalità” non è un concetto rigido: si parla piuttosto di funzionamento adattivo, ossia di come le persone riescono a gestire le sfide quotidiane, a mantenere relazioni soddisfacenti, a regolare le proprie emozioni e a portare avanti i propri obiettivi senza che i pensieri o i comportamenti diventino eccessivamente disfunzionali o fonte di sofferenza. In questo senso, ciò che lei descrive – la capacità di affrontare le difficoltà con calma, di riflettere su ciò che dimentica senza sentirsi sopraffatto, di cercare informazioni e confrontarsi in modo informale – è perfettamente coerente con un funzionamento sano. Una situazione diventerebbe “patologica” solo quando i pensieri, le emozioni o i comportamenti iniziano a interferire in maniera significativa con la vita quotidiana, generando ansia costante, impedimenti nelle relazioni o nella vita lavorativa, o quando la persona sente di non riuscire a gestire situazioni che prima riusciva a controllare. È naturale e spesso utile avere curiosità su di sé e confrontarsi con amici, anche se psicologi, in modo informale; questo non è un errore, anzi può essere un primo passo di riflessione. Tuttavia, rivolgersi a un professionista diventa importante quando si nota che certe preoccupazioni o dubbi iniziano a pesare molto, a creare disagio o a limitare le scelte di vita. Non è necessario andare da uno psicologo per ogni piccolo dubbio, ma intraprendere un percorso di supporto può essere molto utile per comprendere meglio i propri schemi di pensiero, rafforzare le strategie che già funzionano e acquisirne di nuove, e soprattutto per affrontare eventuali momenti di difficoltà in modo strutturato e consapevole. Il percorso cognitivo-comportamentale, in particolare, aiuta a riconoscere i pensieri automatici, a comprendere come influenzano le emozioni e i comportamenti, e a sperimentare modi più funzionali di affrontare le situazioni, favorendo una maggiore serenità e autonomia nel proprio vivere quotidiano. Anche se oggi sente di risolvere le cose da solo, un percorso mirato può aiutarla a consolidare queste competenze e a prevenire che piccoli dubbi o insicurezze diventino fonte di sofferenza in futuro. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve, sto attraversando un periodo “buio” nella relazione di convivenza con la mia compagna.
Conviviamo da 13 anni, abbiamo un figlio di 6 anni ed abbiamo fatto i nostri sbagli e avuto i nostri alti e bassi nella relazione, ma recentemente la mia compagna mi ha comunicato di non essere felice ed avere dubbi sui sentimenti nei miei confronti.
Questo pare sia dovuto a tante piccole cose che nel tempo le hanno dato fastidio, non riesce ad essere se stessa per paura di non so cosa e ora è arrivata ad essere “piena” e forse anche un pochino chiusa in se stessa.
Per me è stato un fulmine a ciel sereno, arrivato cosi dal niente e invece a quanto pare è una situazione che si porta avanti da tempo, senza che io mi accorgessi di niente e senza che lei ne parlasse con me per cercare una soluzione. Ovviamente mi sento vuoto, sconfitto, ma anche speranzoso che la situazione possa risolversi positivamente per poter tornare ad essere la famiglia che eravamo, anzi forse anche migliore andando a correggere quelli aspetti che potrebbero aver portato a questa situazione.
La mia più grande paura è ovviamente la sofferenza che potrebbe avere il bimbo, ma anche il fatto di “buttar via” quello che è stato costruito con fatica e impegno in tutti questi anni.
Non credo di averle mai fatto mancare niente, anzi è sempre stata libera di fare le sue cose, anche se alcune mi creavano delle preoccupazioni/perplessità che non ho mai nascosto, ma lei spesso ignorato.
Io mi sono reso più che disponibile a cercare di trovare una soluzione, a lavorare su noi per cercare di migliorare sugli aspetti che hanno portato a questo e ho teso la mano, ma da parte sua non capisco se questa volontà ci sia o meno, come se fosse intrappolata in un limbo e non riesco a comprendere come sia possibile questa freddezza dopo 13 anni e una famiglia costruita.
Sto cominciando ad avere grandi dubbi, tipo che sia stata con me fino ad oggi, nonostante questo suo “disagio”, solo per comodità e per paura di non restare sola, visto che i genitori vivono in un altro stato e quindi di essere stato utilizzato e preso in giro.
Come dovrei comportarmi adesso? Potremmo provare ad intraprendere inizialmente un percorso di coppia insieme ed eventualmente, se reputato necessario, in seguito anche singolarmente per poter affrontare questa problematica che stiamo vivendo?
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, comprendo profondamente quanto stia vivendo in questo momento, e quanto sia dolorosa e destabilizzante una situazione in cui, dopo tanti anni e con un legame così importante come quello familiare, si percepisce una distanza emotiva così marcata. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, ciò che spesso accade in contesti di convivenza e relazioni lunghe è che si instaurano schemi di comunicazione e di interpretazione reciproca che, nel tempo, possono consolidarsi senza che ce ne accorgiamo, e che talvolta impediscono di percepire o di esprimere pienamente i propri bisogni. Questi schemi possono generare pensieri automatici come “sono stato tradito”, “lei mi ignora” o “forse mi ha sempre sopportato solo per comodità”, che a loro volta amplificano emozioni di dolore, ansia e sfiducia. Un primo passo importante potrebbe essere proprio iniziare a osservare questi pensieri e le emozioni che ne derivano, senza giudicarli come “giusti” o “sbagliati”, ma come segnali che indicano quali aree della relazione stanno creando disagio. Un percorso di supporto psicologico, anche insieme come coppia, può aiutare a chiarire questi schemi di funzionamento reciproco, a comunicare in modo più efficace i propri bisogni e a costruire strategie concrete per affrontare i momenti di conflitto o incomprensione. In questo senso, la terapia cognitivo-comportamentale non si limita a discutere i problemi, ma fornisce strumenti pratici per modulare i pensieri disfunzionali e le reazioni emotive, permettendo di agire in modo più consapevole e meno impulsivo, e di ridurre l’ansia legata a interpretazioni negative o paure di abbandono. Affrontare la situazione anche con un percorso individuale, eventualmente in parallelo a quello di coppia, può poi offrire uno spazio sicuro per esplorare le proprie emozioni, i timori più profondi e le paure legate alla perdita o alla delusione, senza sentirsi giudicati. Questo tipo di approccio permette di aumentare la consapevolezza di sé e delle proprie reazioni, riducendo la tendenza a interpretare automaticamente i comportamenti dell’altro come minacce o rifiuti personali, e aprendosi a modalità più efficaci di dialogo e vicinanza. In sintesi, intraprendere un percorso strutturato può aiutarvi non solo a chiarire i sentimenti e le intenzioni reciproche, ma anche a costruire strategie concrete per rafforzare il legame e proteggere il benessere di tutti, incluso quello del vostro bambino, riducendo le incomprensioni e le ansie quotidiane. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
salve dottori, sono in una situazione in cui non capisco e non so cosa fare nel concreto..sono una ragazza di 25 anni, mi sono lasciata con il mio fidanzato (lui più grande di 20 anni), per vari motivi, tra cui non riuscivamo a comunicare, perché lui non voleva le discussioni, vuole stare tranquillo nella relazione, quando io invece voglio avere il confronto, discutere ecc, dall'altra parte avevo riniziato a sentirmi con un amico con cui mi ero frequentata a distanza qualche anno prima, siamo sempre rimasti in buoni rapporti, ci sono semrpe stata per lui e lui mi ha sempre ascoltato e capito ecco..ci siamo rivisti in amicizia un pò di giorni fa, diciamo che ho avuto un senso di colpa nei confronti dell'ex perché comunque ci vedevamo ancora e qualcosa ancora c'è tra me e lui, però vedendo questo amico diciamo che c'è stato qualche bacio, mi sento in colpa perché il mio ex mi ha detto che se fosse successo qualcosa l'avrei perso per sempre ecc..il punto è che sto seguendo un percorso con un professionista, solo che non lo so, non trovo le risposte, mi ha fatto fare un esercizio diciamo di rappresentare la relazione con il mio ex, e comunque si è capito che non mi sento in una relazione e neanche con il mio amico, diciamo che questo mi ha un pò lasciato cosi cosi..non me lo aspettavo ecco, in più mi dice sempre di vedere me, e ciò che provo e sento io, perché parlo sempre delle due parti e dell'esterno, mai di me e di come sto io..però è difficile e quello che vorrei sono cose concrete e non so come fare, vorrei più consigli, ad esempio anche come rapportarmi con il mio ex se lui vuole ancora stare con me, ma io non lo so..se magari voglio ancora vedere questo amico e anche se succede qualcosa..cioè non so come comportarmi e cosa sento non lo so..come posso avere consigli o qualcosa di concreto in modo da capire di più?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, comprendo molto bene la confusione e il senso di smarrimento che descrive, sono emozioni che spesso emergono quando ci si trova in una fase di transizione importante nelle relazioni affettive. Quello che racconta mostra quanto sia intensa la sua attenzione verso gli altri e le loro reazioni, e quanto questo possa rendere difficile ascoltare davvero se stessa e comprendere i propri bisogni e desideri. In momenti come questo è molto naturale sentirsi sospesi tra ciò che ci lega al passato, cioè al suo ex, e ciò che potrebbe emergere in nuove connessioni, come con il suo amico. Il peso del senso di colpa e delle paure di “perdere” qualcuno contribuisce a rendere ancora più confusa la situazione. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, una parte centrale del lavoro consiste proprio nel tornare a esplorare le proprie emozioni e sensazioni senza giudicarle, osservando cosa accade dentro di lei quando pensa a ciascuna persona o situazione. Spesso il senso di confusione nasce dal fatto che la mente tende a concentrarsi molto sulle conseguenze e sul comportamento degli altri, mentre le emozioni autentiche e spontanee vengono trascurate. Prendersi del tempo per ascoltare realmente ciò che sente in relazione a se stessa, senza immediatamente valutare cosa sarebbe giusto fare per gli altri o per non ferire qualcuno, può fornire chiarezza. Un approccio utile può essere iniziare a sperimentare piccole “prove pratiche” di auto-osservazione: quando è con il suo ex o con il suo amico, osservare le sensazioni fisiche ed emotive che emergono, annotarle mentalmente o su un diario, senza cercare di cambiarle subito, solo per capire se ciò che sente le dà benessere, disagio, curiosità o altro. Questo permette di distinguere ciò che davvero le appartiene da ciò che è frutto di aspettative esterne o timori. In parallelo, esplorare le decisioni concrete gradualmente, ad esempio su quanto e come interagire con ciascuno, può ridurre la sensazione di caos e dare piccoli punti di riferimento concreti per orientarsi. Un percorso mirato, soprattutto in chiave cognitivo-comportamentale, può aiutare a trasformare questa confusione in strumenti pratici per chiarire i propri desideri, imparare a gestire i sensi di colpa e sviluppare strategie di comportamento coerenti con i propri bisogni. Non si tratta di avere subito risposte definitive, ma di costruire un metodo per conoscere meglio se stessa, comprendere i motivi alla base dei suoi sentimenti e dei suoi schemi di funzionamento nelle relazioni, e da lì poter prendere decisioni più consapevoli e meno guidate dall’ansia o dal senso di dover compiacere gli altri. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno Gent.mi Dottori, vorrei un Vostro parere...non so come reagire, come comportarmi, mi trovo sempre impreparata...ho rivisto il mio ex stava parlando con suoi colleghi nel corridoio degli uffici, e siccome io dovevo attraversare per forza il corridoio (dove era fermo lui a parlare) per entrare in ufficio e lo spazio era stretto, non c'erano altre vie e gli sono dovuta passare affianco e quindi il mio braccio ha sfiorato il suo..lui non si è nemmeno spostato per farmi passare, come se non esistessi, un infantile.. so che avrei dovuto dire "permesso, scusate" per farlo spostare e farmi rispettare pero' non volevo rivolgere la parola a ne' a lui né agli altri...non capisco questi suoi dispetti dato che è stato lui a lasciarmi..Lavoriamo nella stessa università ma uffici distanti.. una altra volta mentre parlavo con un collega, mi sono accorta che camminava di fretta a testa bassa come se fossi invisibile, come se avessi la peste..(è come se volesse sottolineare che non mi vuole, di non iludermi ma di questo ne sono consapevole) .il mio collega che lo conosce ma non sa la nostra situazione, gli ha dato una pacca sulla spalla in segno di saluto ed il mio ex sempre a testa bassa , ha detto un buongiorno forzato e se ne è andato di fretta..tempo fa trovandomelo di fronte, gli ho detto ciao e lui ha ricambiato con ciao (ma sembrava un ciao forzato) e ci siamo guardati negli occhi per qualche istante ma di sua iniziativa non saluta né mi rivolge sguardi..forse ha paura non so per quale motivo..nonostante per due anni non ci siamo visti né sentiti..ho evitato luoghi comuni..e nonostante io sappia che non ci potrà essere un futuro tra noi, dopo che lo incontro, sento dentro di me una agitazione, tremore, come se dentro stessi esplodendo tanto che dopo ho bisogno di sedermi..sono purtroppo timida. introversa, ansiosa e non so mai quale è il modo migliore di comportarmi con lui, mi sembra di sbagliare sempre..Grazie per i vostri pareri..Vi Auguro una Buona Pasqua.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, comprendo profondamente il disagio e la confusione che descrive, e la sua esperienza è più comune di quanto si possa pensare, soprattutto quando ci si trova a dover affrontare la presenza di un ex in contesti quotidiani e inevitabili, come il luogo di lavoro. Quello che racconta evidenzia come, anche a distanza di tempo, certe interazioni possano attivare emozioni intense e reazioni fisiche, come agitazione o tremore, che non dipendono da lei “che sbaglia”, ma dal modo in cui il cervello associa ricordi, affetti e aspettative non risolte. In questi momenti, il corpo e la mente reagiscono spontaneamente, e spesso chi ha un temperamento introverso o una predisposizione all’ansia percepisce ogni gesto o sguardo con una sensibilità maggiore, amplificando la reazione emotiva. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, è utile osservare come i pensieri automatici che le arrivano in queste situazioni influenzino le emozioni e i comportamenti. Per esempio, pensieri del tipo “se lo incontro, farò qualcosa di sbagliato” o “non so come comportarmi, sarà un disastro” contribuiscono a far crescere ansia e tensione. Riconoscere questi schemi può essere il primo passo per acquisire maggiore consapevolezza e controllo. Non si tratta di eliminare le emozioni, ma di imparare a osservarle, nominarle e capire quali pensieri le accompagnano, così da ridurre l’intensità della reazione emotiva e scegliere comportamenti più coerenti con ciò che desidera davvero. Un percorso di supporto cognitivo-comportamentale può aiutarla a esplorare questi schemi di funzionamento, capire perché certi ricordi o incontri la mettono in difficoltà e sviluppare strategie pratiche per affrontare momenti concreti, come attraversare il corridoio o incontrarlo casualmente. Ad esempio, può imparare tecniche per calmare il corpo e la mente in quei frangenti, esercizi di respirazione o di attenzione focalizzata, ma anche lavorare sul modo in cui interpreta le azioni altrui, riducendo le interpretazioni automatiche di ostilità o rifiuto, che spesso aumentano il disagio. Questo tipo di lavoro non solo aiuta a gestire l’ansia in tempo reale, ma consente di comprendere meglio se stessa, le proprie reazioni e i propri bisogni emotivi. Inoltre, affrontare questi episodi con un professionista le permetterebbe di costruire strategie personalizzate, aumentando gradualmente la sicurezza nei confronti di situazioni che oggi la mettono in difficoltà, così da poter tornare a vivere gli incontri con più leggerezza e meno paura di sbagliare. Anche piccoli progressi quotidiani possono avere un impatto significativo sulla sua serenità e sul modo in cui percepisce le interazioni. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve dottore ...sto assumendo per stati di ansia la mattina gocce di Cipralex e di Xanax...ma purtroppo non riesco ancora a respirare bene..cosa posso fare
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, capisco quanto possa essere faticoso vivere con questa sensazione di respiro “bloccato” o incompleto, soprattutto quando si sta già cercando di affrontare l’ansia e ci si aspetterebbe un sollievo più rapido. È una situazione che può generare ulteriore preoccupazione, perché il respiro è qualcosa di molto immediato e quando cambia dà facilmente la sensazione che ci sia qualcosa che non va. Dal punto di vista cognitivo-comportamentale, è utile sapere che l’ansia ha un impatto diretto sul modo in cui respiriamo. Spesso, senza accorgercene, iniziamo a respirare in modo più superficiale, più rapido o irregolare, e questo può dare proprio quella sensazione di “non riuscire a prendere aria a sufficienza”. A quel punto la mente interpreta questa sensazione come un segnale di pericolo, aumentando ulteriormente l’attenzione sul respiro e creando un circolo che tende ad autoalimentarsi. Non è quindi tanto una mancanza reale di ossigeno, quanto una modalità di respirazione influenzata dallo stato ansioso e mantenuta dall’attenzione costante su di essa. Un aspetto importante è osservare cosa accade nei momenti in cui questa difficoltà si presenta. Spesso si nota che più si prova a controllare il respiro o a “forzarlo”, più diventa innaturale. Al contrario, quando l’attenzione si sposta altrove, magari in attività che coinvolgono la mente o il corpo, il respiro tende gradualmente a normalizzarsi. Questo può dare già un’indicazione del fatto che il problema non è nel funzionamento fisico del respiro, ma nel modo in cui viene vissuto e gestito in quel momento. In un percorso cognitivo-comportamentale si lavora proprio su questi meccanismi, aiutando a riconoscere il legame tra pensieri, sensazioni fisiche ed emozioni, e a modificare gradualmente il rapporto con queste sensazioni corporee. Si possono apprendere modalità più naturali di respirazione e soprattutto strategie per ridurre il controllo e l’iperattenzione sul respiro, che spesso sono i fattori che mantengono il disagio. Inoltre si esplorano le eventuali preoccupazioni sottostanti che possono alimentare lo stato ansioso generale. Il fatto che lei abbia già iniziato ad affrontare la situazione è un passo importante. A volte però può essere utile affiancare al supporto già in corso un lavoro più mirato sugli aspetti psicologici e comportamentali dell’ansia, proprio per comprendere meglio come funziona questo meccanismo nel suo caso specifico e intervenire in modo più diretto. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buonasera Gentili Dottori, Vi scrivo per chiedere consigli su come riprendere i rapporti almeno cordiali, con il mio ex , dato che lavoriamo nello stesso ambiente, anche se io ne sono ancora innamorata..ma mi sembra impossibile potergli dire anche solo buongiorno visto che lui prende le distanze, è freddo, cammina a testa bassa quando mi vede, neanche si avvicina a salutare i colleghi in comune se ci sono io, mi tratta come se fossi invisibile..non pensavo che qualcuno mai potesse avere così paura di me nonostante non sia mai stata aggressiva, violenta..anzi sempre dolce, sensibile..capisco che non voglia avere niente a che fare con me dato che è stato lui a lasciarmi l'anno scorso, poi è orgoglioso, permaloso però mi ferisce il suo atteggiamento, non mi ha mai più neanche guardata negli occhi..mi tratta da invisibile..penso che anche se lo lo chiamassi per nome farebbe finta di non sentire; se stessi per cadere neanche mi aiuterebbe, mi calpesterebbe, non esisto..mi fa solo piangere questo suo comportamento di evitamento e indifferenza..Vi ringrazio e Vi auguro una Serena Pasqua. Cordiali Saluti.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, grazie per aver condiviso un vissuto così doloroso. Dalle sue parole emerge chiaramente quanto questa situazione la stia ferendo, non solo per il legame che prova ancora, ma anche per il modo in cui viene trattata nel contesto lavorativo. Sentirsi ignorati, come se non si esistesse, soprattutto da una persona che ha avuto un ruolo affettivo importante, può toccare corde molto profonde e generare tristezza, senso di rifiuto e anche confusione. È comprensibile che il suo desiderio sia quello di recuperare almeno una relazione civile, fatta di piccoli gesti come un saluto o uno scambio educato. Allo stesso tempo, però, si trova di fronte a un comportamento molto chiaro da parte dell’altra persona, che sembra mantenere una distanza netta e costante. Questo atteggiamento, per quanto difficile da accettare, spesso non ha a che fare con ciò che lei è o ha fatto, ma con il modo in cui lui gestisce le emozioni e le situazioni che percepisce come scomode o coinvolgenti. Evitare, chiudere, non guardare, può essere un modo per non entrare in contatto con ciò che prova o con ciò che quella relazione rappresenta per lui. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è importante osservare anche cosa succede dentro di lei quando vive queste situazioni. Il pensiero “non esisto”, o l’idea che lui la stia trattando come invisibile, è estremamente doloroso e tende ad amplificare l’impatto emotivo di ogni episodio. Più questi pensieri diventano centrali, più ogni comportamento di lui viene letto attraverso questa lente, aumentando il senso di sofferenza e impotenza. Un passaggio delicato ma importante riguarda il distinguere tra ciò che è sotto il suo controllo e ciò che non lo è. Il comportamento del suo ex, in questo momento, non sembra disponibile al cambiamento, almeno non su sua iniziativa. Continuare a cercare di ottenere da lui un riconoscimento, anche minimo, rischia di esporla ripetutamente a nuove ferite. Questo non significa rinunciare al desiderio di una relazione civile, ma riconoscere che non può essere costruita da una sola persona. Allo stesso tempo, può iniziare a lavorare su come stare lei in quell’ambiente. Ad esempio, mantenere un comportamento coerente con i suoi valori, come salutare se lo ritiene giusto, senza aspettarsi necessariamente una risposta, può aiutarla a non perdere il suo modo di essere. Non è un gesto per lui, ma per sé, per rimanere allineata a ciò che sente corretto. Questo può gradualmente ridurre la sensazione di essere definita dal suo comportamento. Il fatto che lei sia ancora innamorata rende tutto più intenso. Ogni gesto di distanza viene percepito non solo come mancanza di educazione, ma come rifiuto affettivo. È proprio in questi casi che diventa importante prendersi cura di questa parte di sé che soffre, piuttosto che continuare a esporla a situazioni che la riattivano continuamente. Un percorso di supporto potrebbe aiutarla a elaborare questo legame, a comprendere meglio cosa la tiene ancora così coinvolta e a lavorare su quei pensieri che amplificano il dolore. Un approccio cognitivo comportamentale, in particolare, può offrire strumenti concreti per gestire le emozioni nel quotidiano, soprattutto in un contesto come quello lavorativo dove il contatto è inevitabile. Non si tratta di smettere di provare ciò che prova, ma di trovare un modo per stare meglio all’interno di questa situazione, recuperando gradualmente uno spazio personale meno condizionato dalle reazioni dell’altro. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve dottori ma secondo voi esiste un metodo giusto per vivere la vita ? Io mi sento sereno e felice della mia vita anche se qualche giorno fa mi è venuto un dubbio sul fatto che io di psicologia so ben poco e non so se sto vivendo veramente come dovrei vivere , se il mio vivere è in linea con i vari metodi della psicologia grazie per una risposta
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la sua domanda è molto interessante perché tocca un tema che, prima o poi, attraversa un po’ tutti: esiste davvero un modo “giusto” di vivere la vita? E soprattutto, come facciamo a sapere se stiamo vivendo nel modo corretto? Parto da ciò che lei stesso dice, ed è un punto molto importante: si sente sereno e felice della sua vita. Questo è un indicatore prezioso. Dal punto di vista psicologico, non esiste un modello unico e universale di vita “giusta” a cui conformarsi. Non esiste una sorta di manuale che dica come si dovrebbe vivere per essere in linea con la psicologia. Piuttosto, ciò che viene osservato è quanto una persona riesca a stare in equilibrio con se stessa, con le proprie emozioni, con i propri valori e con le relazioni che costruisce. Il dubbio che le è sorto sembra nascere più da un pensiero che da un reale disagio. È come se una parte di lei, improvvisamente, si fosse chiesta “e se mi stessi sbagliando?”. Questo tipo di pensiero è molto comune e, di per sé, non è un problema. Diventa più rilevante nel momento in cui si inizia a metterlo continuamente in discussione, a cercare conferme esterne o a confrontarsi con un’idea astratta di come si dovrebbe vivere. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è interessante osservare proprio questo passaggio. Un pensiero compare, genera un dubbio, e la mente tende a cercare una risposta certa, definitiva, che elimini completamente l’incertezza. Tuttavia, su temi come questo, una risposta assoluta non esiste. E il rischio è che più si cerca una certezza, più il dubbio si rinforza. La psicologia, in realtà, non stabilisce come si deve vivere, ma aiuta le persone a comprendere il proprio modo di funzionare, a riconoscere ciò che le fa stare bene o male, e a orientarsi in modo più consapevole. Se una persona sente di vivere con serenità, con un senso di coerenza interna e senza un disagio significativo, questo è già un segnale molto positivo. Forse la domanda può essere leggermente spostata. Non tanto “sto vivendo nel modo giusto secondo la psicologia?”, ma “sto vivendo in un modo che per me ha senso, che mi fa sentire in equilibrio, che rispecchia ciò che è importante per me?”. Questo tipo di domanda è più utile perché rimane ancorata alla sua esperienza reale, piuttosto che a un modello esterno. Il fatto che questo dubbio sia emerso potrebbe anche essere visto come un’occasione per conoscersi un po’ di più, per capire meglio quali sono i suoi valori, cosa le dà soddisfazione, cosa considera importante nella sua vita. Non perché ci sia qualcosa che non va, ma perché ogni tanto fermarsi a riflettere su questi aspetti può aiutare a consolidare il proprio percorso. Se però questo tipo di pensieri dovesse diventare ricorrente, insistente o iniziare a toglierle serenità, allora potrebbe essere utile approfondirlo in uno spazio dedicato. Un percorso di supporto può aiutare proprio a comprendere meglio il funzionamento di questi dubbi, a ridurre il bisogno di trovare risposte assolute e a rafforzare un senso di direzione personale più stabile. Un approccio cognitivo comportamentale, in particolare, può essere molto utile per lavorare su questi meccanismi mentali in modo concreto. Per come lo descrive ora, sembra che la sua vita abbia già una base di benessere e questo è un elemento da riconoscere e valorizzare. Non è tanto una questione di vivere “come si dovrebbe”, ma di vivere in modo autentico e coerente con se stessi. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
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Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
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