Buonasera, scrivo per chiedervi se un episodio d'ansia forte della durata di 6 mesi circa vissuto ol
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Buonasera, scrivo per chiedervi se un episodio d'ansia forte della durata di 6 mesi circa vissuto oltre 10 anni fa possa avere generato dei danni, al punto di non riuscire più a studiare perché non riesco a ricordare. Mi rivolsi a uno specialista tempo fa che inizialmente credeva che fosse un episodio psicotico perché avevo dei pensieri di rovina e catastrofici per poi correggere la diagnosi dicendomi che era solo un episodio di ansia ed il disturbo ossessivo compulsivo. Assumo ancora oggi dei farmaci che però non interferiscono con la cognizione. Malgrado ciò io penso che sia stato quell'episodio vissuto molti anni fa a avermi rovinato dato che prima ero notevolmente più veloce nell'apprendimento scolastico ed universitario. É possibile che un episodio d'ansia forte durato circa 6 mesi possa avere cambiato qualcosa nella mia testa?
Cordialmente,
Cordialmente,
Buonasera,
capisco la sua preoccupazione, soprattutto se percepisce una differenza significativa rispetto alle sue capacità di apprendimento di un tempo.
Un episodio di ansia intensa, anche se prolungato per alcuni mesi, di per sé non provoca danni cerebrali permanenti tali da compromettere in modo irreversibile la memoria o le capacità cognitive. Tuttavia, l’ansia (soprattutto quando associata a pensieri ossessivi e catastrofici, come nel disturbo ossessivo-compulsivo) può avere un impatto molto rilevante su funzioni come attenzione, concentrazione e memoria.
Quando siamo in uno stato ansioso prolungato:
la mente tende a essere “occupata” da pensieri intrusivi;
aumenta l’ipercontrollo e il dubbio (tipico del DOC);
si riduce la capacità di concentrazione profonda;
di conseguenza, anche la memorizzazione e il richiamo delle informazioni risultano meno efficaci.
Questo può dare la sensazione di “non ricordare più come prima”, ma spesso non è un danno strutturale, bensì un funzionamento diverso legato a fattori psicologici ancora attivi, anche a distanza di anni (ad esempio residui ansiosi, modalità di studio cambiate, insicurezza nelle proprie capacità, o strategie cognitive meno efficaci).
Un altro aspetto importante è che, dopo un periodo difficile, può instaurarsi una sorta di “sfiducia” nelle proprie capacità cognitive: si entra in un circolo in cui si teme di non ricordare → si aumenta l’ansia → la prestazione peggiora → si conferma la paura iniziale.
Riguardo ai farmaci, è positivo che le sia stato detto che non interferiscono con la cognizione, ma va comunque considerato che ogni terapia andrebbe monitorata nel tempo anche in relazione alla percezione soggettiva delle proprie capacità.
In sintesi:
è molto improbabile che quell’episodio ansioso, pur intenso, abbia “rovinato” in modo permanente il suo cervello; è invece più plausibile che siano presenti fattori psicologici attuali (anche sottili o non immediatamente evidenti) che stanno influenzando le sue performance cognitive.
Per questo motivo, le consiglierei di approfondire la situazione con uno specialista, così da valutare in modo più preciso l’origine delle difficoltà (ansia residua, aspetti ossessivi, strategie di studio, componenti emotive) e individuare un intervento mirato.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
capisco la sua preoccupazione, soprattutto se percepisce una differenza significativa rispetto alle sue capacità di apprendimento di un tempo.
Un episodio di ansia intensa, anche se prolungato per alcuni mesi, di per sé non provoca danni cerebrali permanenti tali da compromettere in modo irreversibile la memoria o le capacità cognitive. Tuttavia, l’ansia (soprattutto quando associata a pensieri ossessivi e catastrofici, come nel disturbo ossessivo-compulsivo) può avere un impatto molto rilevante su funzioni come attenzione, concentrazione e memoria.
Quando siamo in uno stato ansioso prolungato:
la mente tende a essere “occupata” da pensieri intrusivi;
aumenta l’ipercontrollo e il dubbio (tipico del DOC);
si riduce la capacità di concentrazione profonda;
di conseguenza, anche la memorizzazione e il richiamo delle informazioni risultano meno efficaci.
Questo può dare la sensazione di “non ricordare più come prima”, ma spesso non è un danno strutturale, bensì un funzionamento diverso legato a fattori psicologici ancora attivi, anche a distanza di anni (ad esempio residui ansiosi, modalità di studio cambiate, insicurezza nelle proprie capacità, o strategie cognitive meno efficaci).
Un altro aspetto importante è che, dopo un periodo difficile, può instaurarsi una sorta di “sfiducia” nelle proprie capacità cognitive: si entra in un circolo in cui si teme di non ricordare → si aumenta l’ansia → la prestazione peggiora → si conferma la paura iniziale.
Riguardo ai farmaci, è positivo che le sia stato detto che non interferiscono con la cognizione, ma va comunque considerato che ogni terapia andrebbe monitorata nel tempo anche in relazione alla percezione soggettiva delle proprie capacità.
In sintesi:
è molto improbabile che quell’episodio ansioso, pur intenso, abbia “rovinato” in modo permanente il suo cervello; è invece più plausibile che siano presenti fattori psicologici attuali (anche sottili o non immediatamente evidenti) che stanno influenzando le sue performance cognitive.
Per questo motivo, le consiglierei di approfondire la situazione con uno specialista, così da valutare in modo più preciso l’origine delle difficoltà (ansia residua, aspetti ossessivi, strategie di studio, componenti emotive) e individuare un intervento mirato.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
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Buonasera, la ringrazio per il suo messaggio.
Capisco il punto in cui si trova: quando si avverte di non essere più “come prima”, è naturale cercare una causa precisa, e quell’episodio così intenso può diventare una spiegazione che tiene insieme tutto.
Le direi però questo, in modo diretto: un periodo di ansia, anche forte e prolungato, non rovina il cervello e non compromette in modo permanente la memoria o la capacità di apprendere.
Quello che può cambiare è il modo in cui oggi si avvicina allo studio e a se stesso mentre studia: più attenzione a “come sta andando”, meno fiducia nel fatto che le cose possano funzionare, più pressione nel dover riuscire come prima. E questo, nel concreto, può davvero rallentare.
A volte si può creare una dinamica sottile: più cerco di verificare se riesco, più mi irrigidisco, più faccio fatica, e questo rinforza l’idea che qualcosa si sia rotto. Ma non è un danno, è un funzionamento che si è costruito nel tempo e che può essere compreso e modificato.
Può avere senso allora spostare lo sguardo: non tanto su cosa è stato “rovinato”, ma su come oggi sta vivendo il rapporto con la memoria, con lo studio, con le sue capacità.
Se sente che può esserle utile, possiamo lavorarci insieme in un percorso, per dare un senso a quello che è successo e ritrovare un modo più fluido e sostenibile di stare nello studio.
Resto a disposizione. Un caro saluto,
Dott.ssa Stella Gelli
Capisco il punto in cui si trova: quando si avverte di non essere più “come prima”, è naturale cercare una causa precisa, e quell’episodio così intenso può diventare una spiegazione che tiene insieme tutto.
Le direi però questo, in modo diretto: un periodo di ansia, anche forte e prolungato, non rovina il cervello e non compromette in modo permanente la memoria o la capacità di apprendere.
Quello che può cambiare è il modo in cui oggi si avvicina allo studio e a se stesso mentre studia: più attenzione a “come sta andando”, meno fiducia nel fatto che le cose possano funzionare, più pressione nel dover riuscire come prima. E questo, nel concreto, può davvero rallentare.
A volte si può creare una dinamica sottile: più cerco di verificare se riesco, più mi irrigidisco, più faccio fatica, e questo rinforza l’idea che qualcosa si sia rotto. Ma non è un danno, è un funzionamento che si è costruito nel tempo e che può essere compreso e modificato.
Può avere senso allora spostare lo sguardo: non tanto su cosa è stato “rovinato”, ma su come oggi sta vivendo il rapporto con la memoria, con lo studio, con le sue capacità.
Se sente che può esserle utile, possiamo lavorarci insieme in un percorso, per dare un senso a quello che è successo e ritrovare un modo più fluido e sostenibile di stare nello studio.
Resto a disposizione. Un caro saluto,
Dott.ssa Stella Gelli
Carissima/o,
Intendo innanzitutto tranquillizzarla su un punto fondamentale: l'ansia, per quanto intensa, non "brucia" i neuroni né causa danni cerebrali permanenti o irreversibili.
Il cervello è un organo dotato di grande neuroplasticità: cresce, cambia, si modella. Un episodio di sei mesi, pur essendo stato molto doloroso e impattante, non ha il potere di "rompere" definitivamente i circuiti neuronali deputati all’apprendimento. Tuttavia, il fatto che lei percepisca un cambiamento merita di essere indagato.
Il motivo per cui sente di non riuscire più a studiare come un tempo potrebbe non risiedere in un danno del passato, ma nel funzionamento del presente:
Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo è estremamente dispendioso a livello energetico. Anche se oggi si sente meglio, se la sua mente è ancora impegnata a monitorare pensieri, dubbi o a gestire l'ansia residua, la sua memoria di lavoro (lo "spazio" mentale dove elabora le nuove informazioni) è già parzialmente occupata.
Inoltre, quel periodo di dieci anni fa potrebbe essere stato vissuto come un vero e proprio trauma. E’ possibile che la sua mente associ l'impegno intellettuale intenso allo stress di quel periodo, attivando una sorta di "blocco difensivo" inconscio.
C'è anche un altro aspetto psicologico, più sottile: se si è convinta/o di essere "rovinata/o", tenderà a leggere ogni piccola dimenticanza o lentezza nello studio come una conferma del danno. Questo genera ulteriore ansia, che a sua volta blocca la concentrazione, creando un circolo vizioso (questa dinamica va sotto il nome di “profezia che si autoavvera”)
Prima dell'episodio d’ansia che descrive era più veloce nello studiare e nel memorizzare ma si trovava anche in una fase della vita diversa, forse con meno preoccupazioni stratificate e una fiducia in se stesso/a che quel crollo potrebbe aver incrinato.
Se il dubbio persiste, fare dei test oggettivi sulle funzioni cognitive (memoria, attenzione) potrebbe aiutarla a vedere che le sue capacità sono ancora lì, solo "appannate" dallo stato emotivo. Inoltre, spesso, chi ha fatto esperienza di quello che viene definito Disturbo Ossessivo Compulsivo si mette a confronto con standard elevatissimi. E’ dunque possibile che la sua “lentezza” sia un modo più adulto e riflessivo di studiare che, però, si ritrova a giudicare negativamente in quanto “meno performante”.
Mi viene da dire che quel dolore di dieci anni fa ha lasciato una cicatrice emotiva, piuttosto che un danno biologico.Potrebbe essere utile parlare con un professionista non tanto del "danno subito", ma di come liberare oggi la tua mente dal peso di quel ricordo.
Cordialmente,
Dott.ssa Giorgia Camacci
Intendo innanzitutto tranquillizzarla su un punto fondamentale: l'ansia, per quanto intensa, non "brucia" i neuroni né causa danni cerebrali permanenti o irreversibili.
Il cervello è un organo dotato di grande neuroplasticità: cresce, cambia, si modella. Un episodio di sei mesi, pur essendo stato molto doloroso e impattante, non ha il potere di "rompere" definitivamente i circuiti neuronali deputati all’apprendimento. Tuttavia, il fatto che lei percepisca un cambiamento merita di essere indagato.
Il motivo per cui sente di non riuscire più a studiare come un tempo potrebbe non risiedere in un danno del passato, ma nel funzionamento del presente:
Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo è estremamente dispendioso a livello energetico. Anche se oggi si sente meglio, se la sua mente è ancora impegnata a monitorare pensieri, dubbi o a gestire l'ansia residua, la sua memoria di lavoro (lo "spazio" mentale dove elabora le nuove informazioni) è già parzialmente occupata.
Inoltre, quel periodo di dieci anni fa potrebbe essere stato vissuto come un vero e proprio trauma. E’ possibile che la sua mente associ l'impegno intellettuale intenso allo stress di quel periodo, attivando una sorta di "blocco difensivo" inconscio.
C'è anche un altro aspetto psicologico, più sottile: se si è convinta/o di essere "rovinata/o", tenderà a leggere ogni piccola dimenticanza o lentezza nello studio come una conferma del danno. Questo genera ulteriore ansia, che a sua volta blocca la concentrazione, creando un circolo vizioso (questa dinamica va sotto il nome di “profezia che si autoavvera”)
Prima dell'episodio d’ansia che descrive era più veloce nello studiare e nel memorizzare ma si trovava anche in una fase della vita diversa, forse con meno preoccupazioni stratificate e una fiducia in se stesso/a che quel crollo potrebbe aver incrinato.
Se il dubbio persiste, fare dei test oggettivi sulle funzioni cognitive (memoria, attenzione) potrebbe aiutarla a vedere che le sue capacità sono ancora lì, solo "appannate" dallo stato emotivo. Inoltre, spesso, chi ha fatto esperienza di quello che viene definito Disturbo Ossessivo Compulsivo si mette a confronto con standard elevatissimi. E’ dunque possibile che la sua “lentezza” sia un modo più adulto e riflessivo di studiare che, però, si ritrova a giudicare negativamente in quanto “meno performante”.
Mi viene da dire che quel dolore di dieci anni fa ha lasciato una cicatrice emotiva, piuttosto che un danno biologico.Potrebbe essere utile parlare con un professionista non tanto del "danno subito", ma di come liberare oggi la tua mente dal peso di quel ricordo.
Cordialmente,
Dott.ssa Giorgia Camacci
Buonasera, capisco la sua preoccupazione: quando si sente di non funzionare più come prima, è naturale cercare un’origine precisa. Però farei attenzione a trasformare quell’episodio di ansia in una condanna permanente.
Ansia intensa, pensieri catastrofici e rimuginio possono incidere molto su attenzione, concentrazione e memoria: spesso non perché la mente sia “rovinata”, ma perché è impegnata a controllarsi, verificarsi e temere di non riuscire. In questi casi lo studio può diventare non solo studio, ma una prova continua del proprio danno.
La domanda utile non è soltanto: “quell’ansia mi ha cambiato la testa?”, ma anche: “quanto oggi sto studiando mentre controllo se riesco ancora a studiare?”. Questo controllo, comprensibile, può mantenere il blocco.
Le suggerirei di parlarne con lo specialista che la segue, valutando anche una consulenza neuropsicologica se il problema cognitivo è persistente, e un percorso psicologico centrato sul rapporto con ansia, dubbio, controllo e studio. Non per negare la sua fatica, ma per capire se ciò che oggi sembra un danno sia anche un circuito che può essere modificato.
Se sente che questo pensiero continua a chiuderla nella paura di essere ormai compromesso, può essere utile approfondirlo in uno spazio dedicato, anche online, senza ridurre tutto a una prova di memoria.
Un caro saluto.
Ansia intensa, pensieri catastrofici e rimuginio possono incidere molto su attenzione, concentrazione e memoria: spesso non perché la mente sia “rovinata”, ma perché è impegnata a controllarsi, verificarsi e temere di non riuscire. In questi casi lo studio può diventare non solo studio, ma una prova continua del proprio danno.
La domanda utile non è soltanto: “quell’ansia mi ha cambiato la testa?”, ma anche: “quanto oggi sto studiando mentre controllo se riesco ancora a studiare?”. Questo controllo, comprensibile, può mantenere il blocco.
Le suggerirei di parlarne con lo specialista che la segue, valutando anche una consulenza neuropsicologica se il problema cognitivo è persistente, e un percorso psicologico centrato sul rapporto con ansia, dubbio, controllo e studio. Non per negare la sua fatica, ma per capire se ciò che oggi sembra un danno sia anche un circuito che può essere modificato.
Se sente che questo pensiero continua a chiuderla nella paura di essere ormai compromesso, può essere utile approfondirlo in uno spazio dedicato, anche online, senza ridurre tutto a una prova di memoria.
Un caro saluto.
Buonasera,
capisco bene la sua preoccupazione, soprattutto quando si ha la sensazione di essere cambiati rispetto a prima e si fa fatica a ritrovarsi. È una cosa che mette in dubbio e che porta facilmente a cercare una causa precisa, come quell’episodio di ansia così intenso che ha vissuto.
Le rispondo però con chiarezza: un episodio d’ansia, anche forte e durato diversi mesi, non provoca un danno permanente al cervello tale da compromettere in modo stabile memoria e capacità di apprendimento. Non è qualcosa che “rovina” in senso definitivo.
Quello che può succedere, ed è molto più frequente, è che periodi così intensi lascino una traccia nel modo in cui la mente funziona. Dopo aver attraversato ansia forte, pensieri catastrofici o ossessivi, è come se il sistema rimanesse un po’ più in allerta: si fa più fatica a concentrarsi, si controlla di più quello che si fa o si ricorda, si hanno più dubbi, e questo paradossalmente peggiora proprio le prestazioni.
La memoria, infatti, non è solo una questione “meccanica”: dipende molto da quanto siamo tranquilli, da quanta attenzione riusciamo a mantenere e da quanto la mente è libera. Se c’è anche solo un sottofondo di tensione o di pensiero che gira, è facile sentirsi meno lucidi e meno efficaci nello studio.
A questo si aggiunge un altro elemento: il confronto con il passato. Spesso si tende a paragonarsi a un periodo in cui si era più spontanei, magari con meno pressioni o meno consapevolezza di sé. Quel tipo di funzionamento non è sempre replicabile allo stesso modo negli anni, e questo può far sembrare il cambiamento ancora più marcato.
Quindi, più che pensare che quei sei mesi abbiano “danneggiato” qualcosa, è più utile vedere che oggi probabilmente c’è un modo diverso di funzionare, ancora un po’ influenzato da ansia, controllo e fatica attentiva.
La buona notizia è che su questo si può lavorare. Spostare l’attenzione dal “cosa è successo allora” al “come sto funzionando adesso” è spesso il passaggio che permette di recuperare gradualmente anche le capacità che sembrano perse.
Cordiali saluti
capisco bene la sua preoccupazione, soprattutto quando si ha la sensazione di essere cambiati rispetto a prima e si fa fatica a ritrovarsi. È una cosa che mette in dubbio e che porta facilmente a cercare una causa precisa, come quell’episodio di ansia così intenso che ha vissuto.
Le rispondo però con chiarezza: un episodio d’ansia, anche forte e durato diversi mesi, non provoca un danno permanente al cervello tale da compromettere in modo stabile memoria e capacità di apprendimento. Non è qualcosa che “rovina” in senso definitivo.
Quello che può succedere, ed è molto più frequente, è che periodi così intensi lascino una traccia nel modo in cui la mente funziona. Dopo aver attraversato ansia forte, pensieri catastrofici o ossessivi, è come se il sistema rimanesse un po’ più in allerta: si fa più fatica a concentrarsi, si controlla di più quello che si fa o si ricorda, si hanno più dubbi, e questo paradossalmente peggiora proprio le prestazioni.
La memoria, infatti, non è solo una questione “meccanica”: dipende molto da quanto siamo tranquilli, da quanta attenzione riusciamo a mantenere e da quanto la mente è libera. Se c’è anche solo un sottofondo di tensione o di pensiero che gira, è facile sentirsi meno lucidi e meno efficaci nello studio.
A questo si aggiunge un altro elemento: il confronto con il passato. Spesso si tende a paragonarsi a un periodo in cui si era più spontanei, magari con meno pressioni o meno consapevolezza di sé. Quel tipo di funzionamento non è sempre replicabile allo stesso modo negli anni, e questo può far sembrare il cambiamento ancora più marcato.
Quindi, più che pensare che quei sei mesi abbiano “danneggiato” qualcosa, è più utile vedere che oggi probabilmente c’è un modo diverso di funzionare, ancora un po’ influenzato da ansia, controllo e fatica attentiva.
La buona notizia è che su questo si può lavorare. Spostare l’attenzione dal “cosa è successo allora” al “come sto funzionando adesso” è spesso il passaggio che permette di recuperare gradualmente anche le capacità che sembrano perse.
Cordiali saluti
Buonasera, vorrei innanzitutto tranquillizzarla: un episodio d'ansia (anche se intenso) di 6 mesi avvenuto dieci anni fa non provoca "danni cerebrali" irreversibili o lesioni fisiche.
Tuttavia, a volte non è l'evento biologico ad averci cambiato, ma il trauma psicologico legato a quell'evento. Esso potrebbe infatti generare una generale perdita di fiducia: se dieci anni fa ha vissuto un crollo, potrebbe aver sviluppato inconsciamente l'idea di essere "fragile" o "rotto".
Le consiglio quindi di continuare a lavorare su se stessa, rafforzando le sue capacità di reazione agli eventi negativi. Un caro saluto,
Filippo Guizzardi
Tuttavia, a volte non è l'evento biologico ad averci cambiato, ma il trauma psicologico legato a quell'evento. Esso potrebbe infatti generare una generale perdita di fiducia: se dieci anni fa ha vissuto un crollo, potrebbe aver sviluppato inconsciamente l'idea di essere "fragile" o "rotto".
Le consiglio quindi di continuare a lavorare su se stessa, rafforzando le sue capacità di reazione agli eventi negativi. Un caro saluto,
Filippo Guizzardi
Buonasera,
capisco la preoccupazione, soprattutto se confronta il suo funzionamento attuale con quello di prima e ha la sensazione di “non essere più lo stesso”. In generale, però, un episodio d’ansia intenso durato alcuni mesi non “rovina” la mente in modo irreversibile né danneggia la capacità di studiare in senso permanente. Può però lasciare una traccia: non tanto come danno, ma come maggiore vulnerabilità all’ansia, al controllo, alla paura di non funzionare più.
Quando una persona studia con il timore costante di non ricordare, spesso una parte delle energie mentali viene occupata dal monitoraggio: “sto capendo?”, “ricorderò?”, “prima ero più veloce”, “e se mi fossi rovinato?”. Questo riduce attenzione, concentrazione e memoria, dando poi la sensazione che il problema sia cognitivo. In realtà può essere un circolo ansioso: più controlla la memoria, meno studia in modo fluido; meno studia in modo fluido, più si convince che qualcosa sia compromesso.
Il punto centrale è che l’idea di essere stato “rovinato” rischia di diventare essa stessa parte del problema. Sarebbe importante lavorarci in psicoterapia, soprattutto se c’è una componente ossessiva: non tanto per cercare rassicurazioni continue, ma per ridurre il bisogno di certezza e recuperare fiducia nelle sue capacità. Quello che descrive sembra più un blocco mantenuto da ansia e controllo che una perdita irreversibile delle funzioni cognitive.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
capisco la preoccupazione, soprattutto se confronta il suo funzionamento attuale con quello di prima e ha la sensazione di “non essere più lo stesso”. In generale, però, un episodio d’ansia intenso durato alcuni mesi non “rovina” la mente in modo irreversibile né danneggia la capacità di studiare in senso permanente. Può però lasciare una traccia: non tanto come danno, ma come maggiore vulnerabilità all’ansia, al controllo, alla paura di non funzionare più.
Quando una persona studia con il timore costante di non ricordare, spesso una parte delle energie mentali viene occupata dal monitoraggio: “sto capendo?”, “ricorderò?”, “prima ero più veloce”, “e se mi fossi rovinato?”. Questo riduce attenzione, concentrazione e memoria, dando poi la sensazione che il problema sia cognitivo. In realtà può essere un circolo ansioso: più controlla la memoria, meno studia in modo fluido; meno studia in modo fluido, più si convince che qualcosa sia compromesso.
Il punto centrale è che l’idea di essere stato “rovinato” rischia di diventare essa stessa parte del problema. Sarebbe importante lavorarci in psicoterapia, soprattutto se c’è una componente ossessiva: non tanto per cercare rassicurazioni continue, ma per ridurre il bisogno di certezza e recuperare fiducia nelle sue capacità. Quello che descrive sembra più un blocco mantenuto da ansia e controllo che una perdita irreversibile delle funzioni cognitive.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
A volte la mente, dopo un periodo intenso di ansia e stress, impara modalità di funzionamento più prudenti, più protettive. Può rallentare, selezionare, evitare e non perché sia danneggiata, ma perché ha fatto esperienza di qualcosa di molto forte.
È interessante che lei ricordi bene com’era prima: questo significa che quella capacità esiste ancora, da qualche parte, anche se oggi sembra meno accessibile. In molte persone non è la memoria in sé a cambiare, ma il modo in cui l’attenzione, la fiducia e la tranquillità interna permettono alla memoria di esprimersi.
Più che chiedersi se “si è rovinato qualcosa”, può essere utile esplorare come oggi il suo sistema mente-corpo stia cercando di proteggerla, e in quali momenti invece funziona meglio, anche solo un po’.
Un lavoro più approfondito potrebbe essere utile per riattivare risorse già presenti ma momentaneamente “in secondo piano”: potrebbe scoprire che ciò che sembra perso è solo in attesa di essere riaccompagnato in primo piano, in modo naturale e graduale.
Resto a disposizione. Dott.ssa Sara Vasirani
È interessante che lei ricordi bene com’era prima: questo significa che quella capacità esiste ancora, da qualche parte, anche se oggi sembra meno accessibile. In molte persone non è la memoria in sé a cambiare, ma il modo in cui l’attenzione, la fiducia e la tranquillità interna permettono alla memoria di esprimersi.
Più che chiedersi se “si è rovinato qualcosa”, può essere utile esplorare come oggi il suo sistema mente-corpo stia cercando di proteggerla, e in quali momenti invece funziona meglio, anche solo un po’.
Un lavoro più approfondito potrebbe essere utile per riattivare risorse già presenti ma momentaneamente “in secondo piano”: potrebbe scoprire che ciò che sembra perso è solo in attesa di essere riaccompagnato in primo piano, in modo naturale e graduale.
Resto a disposizione. Dott.ssa Sara Vasirani
Buonasera,
la sua preoccupazione è comprensibile, soprattutto quando si ha la sensazione di non essere più quelli di “prima”. È però importante chiarire un punto fondamentale: un episodio di ansia intensa, anche se prolungato per alcuni mesi, non provoca danni strutturali al cervello né “rovina” in modo permanente le capacità cognitive. Ansia e disturbo ossessivo-compulsivo non lasciano lesioni o compromissioni irreversibili della memoria o dell’intelligenza.
Ciò che spesso accade, invece, è che l’ansia cronica e il DOC alterano il funzionamento dell’attenzione e della memoria di lavoro. Quando la mente è costantemente occupata da pensieri catastrofici, di rovina o da ruminazioni ossessive, una grande quantità di risorse cognitive viene assorbita da questi contenuti. Di conseguenza, studiare, concentrarsi e ricordare diventa molto più faticoso, dando l’impressione di essere “meno capaci” rispetto al passato. Questa sensazione può persistere nel tempo anche dopo la fase acuta, soprattutto se la paura di essere danneggiati diventa essa stessa un pensiero fisso.
Un altro aspetto importante è il confronto continuo con il sé di prima: più si cerca di verificare se la memoria “funziona come una volta”, più l’ansia da prestazione cognitiva aumenta, peggiorando ulteriormente le prestazioni. Questo crea un circolo vizioso che non ha a che fare con un danno reale, ma con un funzionamento ansioso ancora attivo.
Il fatto che lei assuma farmaci che non interferiscono con la cognizione è un dato rassicurante. Tuttavia, per lavorare in modo più profondo su queste convinzioni di “danno permanente” e sul rapporto con lo studio e la memoria, un percorso psicologico sarebbe molto indicato. La terapia può aiutarla a ridurre la ruminazione, ristrutturare le paure legate al passato e recuperare fiducia nelle sue capacità cognitive, che non sono andate perse ma risultano ostacolate dall’ansia.
In sintesi: no, quell’episodio non le ha rovinato il cervello. Quello che sta vivendo oggi è molto più probabilmente l’effetto di meccanismi ansiosi ancora attivi e modificabili, soprattutto con il giusto supporto.
la sua preoccupazione è comprensibile, soprattutto quando si ha la sensazione di non essere più quelli di “prima”. È però importante chiarire un punto fondamentale: un episodio di ansia intensa, anche se prolungato per alcuni mesi, non provoca danni strutturali al cervello né “rovina” in modo permanente le capacità cognitive. Ansia e disturbo ossessivo-compulsivo non lasciano lesioni o compromissioni irreversibili della memoria o dell’intelligenza.
Ciò che spesso accade, invece, è che l’ansia cronica e il DOC alterano il funzionamento dell’attenzione e della memoria di lavoro. Quando la mente è costantemente occupata da pensieri catastrofici, di rovina o da ruminazioni ossessive, una grande quantità di risorse cognitive viene assorbita da questi contenuti. Di conseguenza, studiare, concentrarsi e ricordare diventa molto più faticoso, dando l’impressione di essere “meno capaci” rispetto al passato. Questa sensazione può persistere nel tempo anche dopo la fase acuta, soprattutto se la paura di essere danneggiati diventa essa stessa un pensiero fisso.
Un altro aspetto importante è il confronto continuo con il sé di prima: più si cerca di verificare se la memoria “funziona come una volta”, più l’ansia da prestazione cognitiva aumenta, peggiorando ulteriormente le prestazioni. Questo crea un circolo vizioso che non ha a che fare con un danno reale, ma con un funzionamento ansioso ancora attivo.
Il fatto che lei assuma farmaci che non interferiscono con la cognizione è un dato rassicurante. Tuttavia, per lavorare in modo più profondo su queste convinzioni di “danno permanente” e sul rapporto con lo studio e la memoria, un percorso psicologico sarebbe molto indicato. La terapia può aiutarla a ridurre la ruminazione, ristrutturare le paure legate al passato e recuperare fiducia nelle sue capacità cognitive, che non sono andate perse ma risultano ostacolate dall’ansia.
In sintesi: no, quell’episodio non le ha rovinato il cervello. Quello che sta vivendo oggi è molto più probabilmente l’effetto di meccanismi ansiosi ancora attivi e modificabili, soprattutto con il giusto supporto.
Buonasera,
è complesso poterle dare una risposta corretta ed autentica con queste poche informazioni, ma a primo impatto condivido la valutazione del collega. Il nostro vissuto (in questo caso questo periodo di forte ansia) influenza ed alimenta la modalità con cui viviamo i contesti soprattutto se non ben affrontata e risolta. Le consiglierei di rivolgersi ad un professionista psicologo per comprendere l'origine di questo malessere e come tutt'oggi influenza il suo modo di vivere.
Spero di esserle stata utile
cordiali saluti
è complesso poterle dare una risposta corretta ed autentica con queste poche informazioni, ma a primo impatto condivido la valutazione del collega. Il nostro vissuto (in questo caso questo periodo di forte ansia) influenza ed alimenta la modalità con cui viviamo i contesti soprattutto se non ben affrontata e risolta. Le consiglierei di rivolgersi ad un professionista psicologo per comprendere l'origine di questo malessere e come tutt'oggi influenza il suo modo di vivere.
Spero di esserle stata utile
cordiali saluti
Buonasera. L'ansia è una emozione che può creare anche intense interferenze con la vita quotidiana di una persona. Inoltre può essere uno stato emotivo che perdura nella vita: una persona può avere consapevolezza di un ricordo in particolare che ne è stato l'esordio, magari per motivi specifici, ma può non avere consapevolezza del fatto che in realtà l'ansia magari c'era già prima. Insomma c'è una complessità importante, di cui prendersi cura.
Buonasera, non la conosco e quindi mi astengo dal rispondere alla sua domanda. Una cosa mi sento di dirle: la sua storia assume un significato ben preciso in base a come sta oggi, nel presente. Il passato non è ciò che ci è successo, ma la narrazione che ne facciamo oggi; e il modo in cui lei oggi si relaziona con il suo passato dice molto di più di oggi che di ieri. Saluti
Gentile utente, grazie per il messaggio.
Potrebbe essere poco prudente affermare che sia tutto dovuto a quell’episodio di ansia. L’incapacità di studiare come un tempo, è dovuta a numerosi fattori.
Per quanto riguarda un periodo di forte ansia, può capitare di avere la sensazione di uscirne danneggiati nelle capacità lavorative, relazionali o sportive. Se così fosse, con l’utilizzo delle tecniche attive potremmo lavorare su queste sensazioni.
Nel caso dello studio invece, questa pratica, come tutte le attività, è necessario mantenerla in allenamento. Nel senso che se prima -quando la sua professione era quella di studente- si allenava ogni giorno a leggere e memorizzare nuove informazioni, è fisiologico che ora si percepisca come meno allenato. Quindi se è passato diverso tempo e lei non si sta esercitando più come prima, è fisiologico che lei si percepisca come meno allenato.
Con l’utilizzo di tecniche di mindfulness possiamo osservare il suo grado di concentrazione e comprendere i punti in cui ha maggiore difficoltà.
Come tanti altri psicologi e psicoterapeuti, la mia prima seduta è gratuita (anche online) e possiamo comprendere insieme di che tipo di percorso ha bisogno, non è obbligato a un successivo appuntamento, né ad alcun altro impegno successivo.
Rimango a disposizione e le auguro un sereno proseguimento di giornata.
Potrebbe essere poco prudente affermare che sia tutto dovuto a quell’episodio di ansia. L’incapacità di studiare come un tempo, è dovuta a numerosi fattori.
Per quanto riguarda un periodo di forte ansia, può capitare di avere la sensazione di uscirne danneggiati nelle capacità lavorative, relazionali o sportive. Se così fosse, con l’utilizzo delle tecniche attive potremmo lavorare su queste sensazioni.
Nel caso dello studio invece, questa pratica, come tutte le attività, è necessario mantenerla in allenamento. Nel senso che se prima -quando la sua professione era quella di studente- si allenava ogni giorno a leggere e memorizzare nuove informazioni, è fisiologico che ora si percepisca come meno allenato. Quindi se è passato diverso tempo e lei non si sta esercitando più come prima, è fisiologico che lei si percepisca come meno allenato.
Con l’utilizzo di tecniche di mindfulness possiamo osservare il suo grado di concentrazione e comprendere i punti in cui ha maggiore difficoltà.
Come tanti altri psicologi e psicoterapeuti, la mia prima seduta è gratuita (anche online) e possiamo comprendere insieme di che tipo di percorso ha bisogno, non è obbligato a un successivo appuntamento, né ad alcun altro impegno successivo.
Rimango a disposizione e le auguro un sereno proseguimento di giornata.
Buonasera,la ringrazio per aver condiviso la sua esperienza. Un episodio di ansia intensa, anche se protratto per alcuni mesi, difficilmente determina danni permanenti alle capacità cognitive o alla memoria.
È però possibile che stati ansiosi significativi, soprattutto se associati a pensieri ossessivi e preoccupazioni ricorrenti, possano incidere su attenzione, concentrazione e senso di efficacia nello studio, anche a distanza di tempo. Questo può dare la sensazione di “non riuscire più come prima”, pur in assenza di un reale danno strutturale.
Inoltre, il timore che qualcosa si sia “rovinato” può a sua volta mantenere e amplificare la difficoltà, creando un circolo che influisce sulla performance.
Per questo motivo potrebbe essere utile approfondire la situazione attuale, valutando sia gli aspetti cognitivi sia quelli emotivi, così da individuare strategie mirate per il recupero delle sue capacità.
Resto a disposizione qualora desiderasse un confronto più approfondito.
Un cordiale saluto.
È però possibile che stati ansiosi significativi, soprattutto se associati a pensieri ossessivi e preoccupazioni ricorrenti, possano incidere su attenzione, concentrazione e senso di efficacia nello studio, anche a distanza di tempo. Questo può dare la sensazione di “non riuscire più come prima”, pur in assenza di un reale danno strutturale.
Inoltre, il timore che qualcosa si sia “rovinato” può a sua volta mantenere e amplificare la difficoltà, creando un circolo che influisce sulla performance.
Per questo motivo potrebbe essere utile approfondire la situazione attuale, valutando sia gli aspetti cognitivi sia quelli emotivi, così da individuare strategie mirate per il recupero delle sue capacità.
Resto a disposizione qualora desiderasse un confronto più approfondito.
Un cordiale saluto.
Gentile utente, le consiglio di intraprendere un percorso di supporto psicologico in modo da capire meglio quanto descritto. Il farmaco agisce solo sul sintomo, un percorso di supporto psicologico può dare gli strumenti giusti per migliorare la sua qualità di vita.
I migliori auguri!
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
I migliori auguri!
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Buonasera, la domanda che porta è molto comprensibile, soprattutto quando si percepisce una differenza tra come si era prima e come ci si sente oggi nelle proprie capacità. Quando qualcosa cambia nel modo in cui riusciamo a concentrarci o a ricordare, è naturale cercare una causa precisa e, spesso, l’attenzione si concentra su un evento significativo del passato, come quell’episodio di ansia intensa che ha vissuto. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è utile osservare come la mente costruisce collegamenti tra eventi e conseguenze. L’idea che quell’episodio abbia “rovinato” qualcosa dentro di lei è un pensiero molto forte, che può influenzare profondamente il modo in cui oggi affronta lo studio. Quando si entra in questo tipo di convinzione, ogni difficoltà di memoria o concentrazione rischia di essere letta come una conferma, rinforzando ulteriormente questa idea. Allo stesso tempo, è importante considerare come funzionano attenzione e memoria. Queste capacità non dipendono solo da un fattore stabile, ma sono molto sensibili allo stato mentale del momento. Ansia, preoccupazione, autocontrollo eccessivo e timore di non farcela possono interferire con la concentrazione e con il recupero delle informazioni. In altre parole, più ci si osserva mentre si studia e ci si chiede se si è ancora capaci come prima, più si rischia di bloccare proprio quei processi che si vorrebbero fluidi. È possibile che quell’esperienza passata abbia avuto un impatto, soprattutto nel modo in cui oggi interpreta le sue difficoltà. Tuttavia, spesso ciò che mantiene il problema nel presente non è tanto l’evento in sé, ma il modo in cui viene pensato e riletto nel tempo. Il pensiero “non sono più come prima” può diventare una sorta di filtro attraverso cui ogni esperienza viene valutata, aumentando la pressione e riducendo la fiducia nelle proprie capacità. Un altro aspetto importante è che, quando si studia con una forte attenzione al risultato e con la paura di non riuscire, la mente entra in una modalità più rigida e meno efficace. Questo può dare la sensazione di aver perso delle capacità, quando in realtà si tratta di un funzionamento temporaneamente condizionato da ansia e aspettative elevate. Lavorare su questi meccanismi può fare una grande differenza. Comprendere come si attivano questi pensieri, come influenzano l’attenzione e come si crea questo circolo tra paura e prestazione è un passaggio fondamentale. In un percorso psicologico si può proprio intervenire su questo, aiutando a modificare il rapporto con lo studio e con le proprie capacità, riducendo l’impatto di questi pensieri e recuperando maggiore fluidità. Il fatto che lei si ricordi chiaramente di essere stato capace in passato è già un elemento importante, perché indica che quelle risorse fanno parte della sua storia. Spesso non si tratta di averle perse, ma di riuscire a riaccedervi in condizioni mentali più favorevoli. Potrebbe essere utile approfondire questi aspetti in uno spazio dedicato, per comprendere meglio cosa sta accadendo nel presente e non rimanere ancorato all’idea che tutto dipenda da qualcosa di passato e ormai immodificabile. Questo può aiutarla a recuperare una maggiore fiducia e a costruire modalità di studio più efficaci e meno cariche di pressione. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, comprendo il suo timore che un episodio passato di forte ansia abbia compromesso le sue capacità cognitive. Da un punto di vista cognitivo-comportamentale, è importante distinguere fra effetti reali dell'ansia e interpretazioni catastrofiche. L'ansia cronica e il disturbo ossessivo compulsivo, di per sé, riducono temporaneamente attenzione, concentrazione e memoria di lavoro, perché le risorse mentali sono assorbite da pensieri intrusivi e ruminazione. Tuttavia, queste difficoltà sono in gran parte reversibili e non rappresentano necessariamente danni neurologici permanenti. Il pensiero "quell'episodio mi ha rovinato" è un esempio di distorsione cognitiva, una generalizzazione catastrofica che alimenta a sua volta ansia, evitamento e calo della performance, in un circolo che si autoalimenta. Le suggerisco di lavorare con uno psicoterapeuta CBT su questo schema, attraverso ristrutturazione cognitiva, mindfulness e tecniche di esposizione allo studio. Anche un'integrazione con valutazione neuropsicologica può escludere altre cause e restituirle dati oggettivi. Riprendere fiducia nelle proprie capacità è un percorso possibile.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buongiorno,
con il passare degli anni le strategie e i modi di apprendimento si modificano per tutti e, in generale, si possono riscontrare maggiori difficoltà nella memorizzazione massiva.
Lo specialista più adeguato per valutare il Suo caso è un neuropsicologo o, in second'ordine, un neurologo.
Cordiali saluti
FG
con il passare degli anni le strategie e i modi di apprendimento si modificano per tutti e, in generale, si possono riscontrare maggiori difficoltà nella memorizzazione massiva.
Lo specialista più adeguato per valutare il Suo caso è un neuropsicologo o, in second'ordine, un neurologo.
Cordiali saluti
FG
Buongiorno. La ringrazio per aver condiviso parte del suo vissuto. Un'ansia forte e costante potrebbe avere un impatto sulla cognizione e sulle capacità cognitive. Tuttavia, a distanza è difficile poter stabilire con certezza se fosse davvero così. Un consulto con il suo medico, o con il suo psichiatra è sicuramente la via principale. Inoltre, un supporto psicologico può aiutarla a vivere questo periodo, sia a distanza che in presenza.
Le auguro una buona giornata.
Le auguro una buona giornata.
Salve,
comprendo la sua preoccupazione ma un episodio d'ansia, per quanto possa essere stato inteso o prolungato difficilmente causa un danno permanente alle capacità cognitive.
L'aspetto di come lei ha vissuto e vive quell'ansia invece impattano in maniera differente, creando delle interferenze con le sue capacità.
Il fatto che lei possa sentire di non "essere più come prima", di aver in qualche modo perso delle competenze contribuisce ad aumentare lo stato d'ansia: questo porta al rimuginare su pensieri e dubbi che si autoalimentano, creandole ancora più difficoltà.
Dunque forse è il continuo confronto con il prima che le crea più problematiche più che l'episodio d'ansia in sé.
Potrebbe essere utile ricominciare un percorso che la aiuti a dissipare questi dubbi e che la accompagni nel riottenere la fiducia che sente di aver perso.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
comprendo la sua preoccupazione ma un episodio d'ansia, per quanto possa essere stato inteso o prolungato difficilmente causa un danno permanente alle capacità cognitive.
L'aspetto di come lei ha vissuto e vive quell'ansia invece impattano in maniera differente, creando delle interferenze con le sue capacità.
Il fatto che lei possa sentire di non "essere più come prima", di aver in qualche modo perso delle competenze contribuisce ad aumentare lo stato d'ansia: questo porta al rimuginare su pensieri e dubbi che si autoalimentano, creandole ancora più difficoltà.
Dunque forse è il continuo confronto con il prima che le crea più problematiche più che l'episodio d'ansia in sé.
Potrebbe essere utile ricominciare un percorso che la aiuti a dissipare questi dubbi e che la accompagni nel riottenere la fiducia che sente di aver perso.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Buonasera.
Capisco la tua preoccupazione, soprattutto il confronto con “com’eri prima” può far male e far pensare che qualcosa si sia rotto. In generale, un episodio d’ansia anche intenso e lungo non “danneggia” il cervello in modo permanente. Però può lasciare strascichi: l’ansia cronica può influenzare attenzione, concentrazione, memoria di lavoro e velocità di apprendimento, e questo può farti sentire meno lucido o più lento. La cosa importante è che questi effetti, nella maggior parte dei casi, sono funzionali e reversibili, non danni strutturali. Spesso succede anche un’altra cosa: dopo un periodo così stressante, il cervello può restare più “in allerta”, oppure l’ansia e il DOC continuano in forme più sottili, interferendo con lo studio senza che ce ne si accorga subito. Anche umore, sonno, stress attuale e farmaci (pur non “bloccando” la cognizione) possono influire indirettamente.
Quindi no, non è corretto pensare che ti abbia “rovinato la testa”. È più probabile che tu stia vivendo ancora oggi delle difficoltà di attenzione e memoria legate a un insieme di fattori psicologici e di stress, non a un danno irreversibile del passato.
Ti consiglio davvero di parlarne con uno psicologo o uno psichiatra di riferimento: non perché “c’è qualcosa che non va in te”, ma perché quello che descrivi merita di essere compreso meglio oggi, alla luce della tua situazione attuale.
Capisco la tua preoccupazione, soprattutto il confronto con “com’eri prima” può far male e far pensare che qualcosa si sia rotto. In generale, un episodio d’ansia anche intenso e lungo non “danneggia” il cervello in modo permanente. Però può lasciare strascichi: l’ansia cronica può influenzare attenzione, concentrazione, memoria di lavoro e velocità di apprendimento, e questo può farti sentire meno lucido o più lento. La cosa importante è che questi effetti, nella maggior parte dei casi, sono funzionali e reversibili, non danni strutturali. Spesso succede anche un’altra cosa: dopo un periodo così stressante, il cervello può restare più “in allerta”, oppure l’ansia e il DOC continuano in forme più sottili, interferendo con lo studio senza che ce ne si accorga subito. Anche umore, sonno, stress attuale e farmaci (pur non “bloccando” la cognizione) possono influire indirettamente.
Quindi no, non è corretto pensare che ti abbia “rovinato la testa”. È più probabile che tu stia vivendo ancora oggi delle difficoltà di attenzione e memoria legate a un insieme di fattori psicologici e di stress, non a un danno irreversibile del passato.
Ti consiglio davvero di parlarne con uno psicologo o uno psichiatra di riferimento: non perché “c’è qualcosa che non va in te”, ma perché quello che descrivi merita di essere compreso meglio oggi, alla luce della tua situazione attuale.
Buonasera,
comprendo la sua preoccupazione nel notare un cambiamento nelle capacità di studio rispetto al passato.
Un episodio d’ansia, anche se intenso e prolungato, in genere non determina danni permanenti alle funzioni cognitive. Tuttavia, condizioni come l’ansia e il disturbo ossessivo-compulsivo possono influire in modo significativo su attenzione, concentrazione e memoria di lavoro, dando la sensazione di un peggioramento delle proprie capacità.
È possibile che le difficoltà che riferisce siano legate a fattori attuali, come una quota residua di ansia, il rimuginio o anche la preoccupazione stessa di avere un “danno”, che può interferire con le prestazioni cognitive.
Per questo motivo, potrebbe essere utile un approfondimento con uno specialista, eventualmente anche attraverso una valutazione neuropsicologica, per comprendere meglio il funzionamento cognitivo attuale e individuare eventuali strategie di intervento.
Cordialmente.
Filomena Guida
comprendo la sua preoccupazione nel notare un cambiamento nelle capacità di studio rispetto al passato.
Un episodio d’ansia, anche se intenso e prolungato, in genere non determina danni permanenti alle funzioni cognitive. Tuttavia, condizioni come l’ansia e il disturbo ossessivo-compulsivo possono influire in modo significativo su attenzione, concentrazione e memoria di lavoro, dando la sensazione di un peggioramento delle proprie capacità.
È possibile che le difficoltà che riferisce siano legate a fattori attuali, come una quota residua di ansia, il rimuginio o anche la preoccupazione stessa di avere un “danno”, che può interferire con le prestazioni cognitive.
Per questo motivo, potrebbe essere utile un approfondimento con uno specialista, eventualmente anche attraverso una valutazione neuropsicologica, per comprendere meglio il funzionamento cognitivo attuale e individuare eventuali strategie di intervento.
Cordialmente.
Filomena Guida
Salve,
le propongo alcune domande per orientare meglio ciò che descrive:
Quando dice “mi ha rovinato”, cosa intende esattamente? Cosa non riesce più a fare come prima?
Questo cambiamento lo colloca solo dopo quell’episodio, o ci sono stati altri momenti significativi nel frattempo?
Quando studia oggi, cosa succede concretamente?
non ricorda, oppure fatica a concentrarsi, oppure perde interesse?
I pensieri catastrofici sono del tutto scomparsi o si ripresentano in altre forme?
Ha mai verificato in situazioni diverse dallo studio (lavoro, conversazioni, attività pratiche) se questa difficoltà di memoria è presente allo stesso modo?
Quanto tempo passa a interrogarsi su “cosa è successo alla mia testa” rispetto al tempo effettivo di studio?
Se non attribuisse tutto a quell’episodio di 10 anni fa, come leggerebbe oggi questa difficoltà?
E ancora:
sta cercando una causa definitiva o un modo per tornare a funzionare come prima?
Se vuole, possiamo approfondire insieme questi aspetti.
Cordialmente
Coccetta Pietro
le propongo alcune domande per orientare meglio ciò che descrive:
Quando dice “mi ha rovinato”, cosa intende esattamente? Cosa non riesce più a fare come prima?
Questo cambiamento lo colloca solo dopo quell’episodio, o ci sono stati altri momenti significativi nel frattempo?
Quando studia oggi, cosa succede concretamente?
non ricorda, oppure fatica a concentrarsi, oppure perde interesse?
I pensieri catastrofici sono del tutto scomparsi o si ripresentano in altre forme?
Ha mai verificato in situazioni diverse dallo studio (lavoro, conversazioni, attività pratiche) se questa difficoltà di memoria è presente allo stesso modo?
Quanto tempo passa a interrogarsi su “cosa è successo alla mia testa” rispetto al tempo effettivo di studio?
Se non attribuisse tutto a quell’episodio di 10 anni fa, come leggerebbe oggi questa difficoltà?
E ancora:
sta cercando una causa definitiva o un modo per tornare a funzionare come prima?
Se vuole, possiamo approfondire insieme questi aspetti.
Cordialmente
Coccetta Pietro
Salve grazie per aver condiviso il tuo problema. Per rispondere alla sua domanda non credo che quell'episodio d'ansia forte di 6 mesi possa avere cambiato "qualcosa nella sua testa", penso sia più probabile che uno stato ansioso sia ancora presente, magari di intensità minore, e che questo influenzi il suo apprendimento. E' una situazione che può essere affrontata e risolta con un sostegno psicologico per supportare e gestire le situazioni ansiogene.
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso la sua esperienza, capisco quanto possa essere frustrante percepire un cambiamento che interferisce di conseguenza nella sua quotidianità ed in particolare nello studio, come da lei riportato.
In generale, un episodio d’ansia, anche se intenso e prolungato, difficilmente provoca un “danno” permanente alla mente. Difficoltà come quelle che descrive sono riconducibili a pensieri ricorrenti, episodi passati non elaborati, ansie per altre situazioni anche attuali da porre in evidenza in uno spazio d'ascolto accogliente e privo di giudizio.
Per comprendere davvero cosa stia accadendo nel suo caso specifico, sarebbe importante approfondire con un colloquio mirato, così da valutare insieme la situazione e individuare eventuali strategie utili per aiutarla a recuperare serenità ed efficacia nello studio.
Resto a disposizione anche online.
Un saluto,
Dott.ssa Cotronei Ludovica
la ringrazio per aver condiviso la sua esperienza, capisco quanto possa essere frustrante percepire un cambiamento che interferisce di conseguenza nella sua quotidianità ed in particolare nello studio, come da lei riportato.
In generale, un episodio d’ansia, anche se intenso e prolungato, difficilmente provoca un “danno” permanente alla mente. Difficoltà come quelle che descrive sono riconducibili a pensieri ricorrenti, episodi passati non elaborati, ansie per altre situazioni anche attuali da porre in evidenza in uno spazio d'ascolto accogliente e privo di giudizio.
Per comprendere davvero cosa stia accadendo nel suo caso specifico, sarebbe importante approfondire con un colloquio mirato, così da valutare insieme la situazione e individuare eventuali strategie utili per aiutarla a recuperare serenità ed efficacia nello studio.
Resto a disposizione anche online.
Un saluto,
Dott.ssa Cotronei Ludovica
Buonasera,
capisco la preoccupazione che emerge dal suo messaggio, soprattutto quando si ha la sensazione di “non essere più come prima” sul piano della concentrazione, della memoria o della rapidità mentale. È una percezione che molte persone riportano dopo periodi di ansia intensa o prolungata, e può essere molto frustrante.
Detto questo, un episodio d’ansia importante o un DOC particolarmente attivo non “rovina” il cervello nel senso irreversibile che lei teme. Piuttosto, stati di allerta protratti nel tempo possono influenzare molto il funzionamento cognitivo: attenzione, memoria, capacità di apprendimento e concentrazione tendono a risentire fortemente quando la mente è impegnata per lunghi periodi a gestire paura, controllo, pensieri intrusivi o rimuginio costante.
A volte, inoltre, dopo aver vissuto un’esperienza psicologica molto destabilizzante, si sviluppa anche una sorta di ipervigilanza verso le proprie capacità cognitive: ogni difficoltà nel ricordare o concentrarsi viene osservata con grande allarme e interpretata come prova di un “danno”, aumentando ancora di più ansia e senso di sfiducia.
Questo non significa che ciò che sente non sia reale o invalidante, ma che potrebbe esserci una differenza importante tra il percepirsi cambiati e l’idea di essere stati “compromessi” definitivamente.
Credo che il percorso più utile sia continuare ad approfondire questi aspetti con professionisti che possano aiutarla a distinguere quanto appartenga all’ansia, al DOC, alla stanchezza mentale accumulata negli anni o anche al modo in cui oggi osserva sé stesso e le proprie prestazioni.
Se dovesse sentire il bisogno di approfondire meglio questo vissuto e il rapporto che ha sviluppato con le sue capacità cognitive dopo quell’esperienza, resto a disposizione.
capisco la preoccupazione che emerge dal suo messaggio, soprattutto quando si ha la sensazione di “non essere più come prima” sul piano della concentrazione, della memoria o della rapidità mentale. È una percezione che molte persone riportano dopo periodi di ansia intensa o prolungata, e può essere molto frustrante.
Detto questo, un episodio d’ansia importante o un DOC particolarmente attivo non “rovina” il cervello nel senso irreversibile che lei teme. Piuttosto, stati di allerta protratti nel tempo possono influenzare molto il funzionamento cognitivo: attenzione, memoria, capacità di apprendimento e concentrazione tendono a risentire fortemente quando la mente è impegnata per lunghi periodi a gestire paura, controllo, pensieri intrusivi o rimuginio costante.
A volte, inoltre, dopo aver vissuto un’esperienza psicologica molto destabilizzante, si sviluppa anche una sorta di ipervigilanza verso le proprie capacità cognitive: ogni difficoltà nel ricordare o concentrarsi viene osservata con grande allarme e interpretata come prova di un “danno”, aumentando ancora di più ansia e senso di sfiducia.
Questo non significa che ciò che sente non sia reale o invalidante, ma che potrebbe esserci una differenza importante tra il percepirsi cambiati e l’idea di essere stati “compromessi” definitivamente.
Credo che il percorso più utile sia continuare ad approfondire questi aspetti con professionisti che possano aiutarla a distinguere quanto appartenga all’ansia, al DOC, alla stanchezza mentale accumulata negli anni o anche al modo in cui oggi osserva sé stesso e le proprie prestazioni.
Se dovesse sentire il bisogno di approfondire meglio questo vissuto e il rapporto che ha sviluppato con le sue capacità cognitive dopo quell’esperienza, resto a disposizione.
Buonasera,
Immagino che questo episodio di grande ansia di 10 anni fa debba essere stato molto impattante se teme che possa aver cambiato in profondità la sua capacita di memorizzare e apprendere. Purtroppo non conoscendo a fondo la sua storia mi è difficile dirle con certezza se questo episodio possa aver influito in modo tanto significativo. Inoltre l'ansia è il sintomo che lei ha manifestato, ma sarebbe utile indagare cosa avesse generato quello stato emotivo per poter capire quali reazioni possa aver causato in seguito e perché.
Cordiali saluti
Immagino che questo episodio di grande ansia di 10 anni fa debba essere stato molto impattante se teme che possa aver cambiato in profondità la sua capacita di memorizzare e apprendere. Purtroppo non conoscendo a fondo la sua storia mi è difficile dirle con certezza se questo episodio possa aver influito in modo tanto significativo. Inoltre l'ansia è il sintomo che lei ha manifestato, ma sarebbe utile indagare cosa avesse generato quello stato emotivo per poter capire quali reazioni possa aver causato in seguito e perché.
Cordiali saluti
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