Domande del paziente (3350)
Buonasera sono un ragazzo di 28 anni e mi sento inferiore e in ritardo rispetto agli altri, sento una forte rabbia e frustrazione perché non ho mai avuto una relazione con una ragazza e non ho amici, purtroppo sto h 24 nel negozio che voglio vendere al più presto, mi da fastidio sentire le solite frasi ognuno ha i suoi tempi perché i miei tempi non arrivano mai se non mi do da fare, la cosa strana e che la rabbia è tanta ma tanta che sono diventato autodistruttivo come se mi odiassi quindi non mi va più di fare nulla su questo, ad agosto compio 29 anni i ragazzi di 18/20 anni stanno più avanti di me io ho bruciato i migliori anni perché a 28 anni se caso remoto succede non posso fare il bambino di 15 anni, ma comunque detto questo con il negozio non ho libertà e poco utile economico, non mi va di rialzarmi perché mi sento molto stanco e nervoso faccio cattivi pensieri, preferisco piuttosto che vivere nel umiliazione! Solo io sono inferiore o gli sfigati come me. Grazie a chi mi darà un consiglio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, grazie per aver condiviso in modo così diretto quello che sta vivendo. Le sue parole trasmettono una sofferenza intensa, fatta di rabbia, frustrazione e anche di una stanchezza profonda, come se si sentisse bloccato in una situazione che non ha scelto e dalla quale non riesce a uscire. Quando queste sensazioni si accumulano nel tempo, è comprensibile che possano trasformarsi anche in pensieri molto duri verso se stessi. Il punto da cui partire è proprio questo: il modo in cui si sta raccontando la sua storia. Definirsi “inferiore” o usare etichette così pesanti non è un dato oggettivo, ma una lettura che la mente costruisce nel tentativo di dare un senso a ciò che sta vivendo. Il problema è che più questi pensieri vengono ripetuti, più diventano credibili e più influenzano il modo in cui si sente e si comporta. È come entrare in un circolo in cui la rabbia alimenta il blocco, il blocco alimenta la frustrazione, e la frustrazione rafforza l’idea di essere indietro o sbagliato. Quando si confronta con gli altri, soprattutto con chi sembra più avanti nelle relazioni o nella vita sociale, il rischio è quello di fare paragoni che non tengono conto del contesto. Ognuno arriva a certe esperienze attraverso percorsi diversi, ma soprattutto con condizioni di partenza diverse. Il fatto che lei sia rimasto per tanto tempo in una situazione lavorativa che la tiene impegnato tutto il giorno, con poca libertà e poca soddisfazione, non è un dettaglio da poco. Ha inciso concretamente sulle possibilità di fare esperienze, conoscere persone, costruire relazioni. La rabbia che sente non è un nemico da eliminare, ma un segnale. Indica che qualcosa, dentro la sua vita, non le sta più bene. Il rischio, però, è che questa rabbia invece di diventare una spinta al cambiamento si rivolga contro di lei, trasformandosi in autosvalutazione e in quella sensazione di non avere più energie per fare nulla. È proprio questo passaggio che spesso mantiene il blocco. Anche i pensieri più estremi, quelli che parlano di non voler vivere certe condizioni, meritano molta attenzione. Non vanno ignorati né presi alla leggera, perché raccontano quanto la sofferenza sia diventata pesante. Allo stesso tempo, il fatto che lei sia qui a scrivere indica che una parte di lei sta ancora cercando una via d’uscita, anche se adesso può sembrare lontana. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, il lavoro non parte dal cambiare tutto subito, ma dal comprendere come funzionano questi meccanismi. Capire come nasce il senso di inferiorità, come si alimenta nel tempo, quali situazioni lo attivano e quali comportamenti lo mantengono. Spesso si scopre che non è una caratteristica della persona, ma il risultato di esperienze, abitudini e pensieri che si sono strutturati nel tempo e che possono essere modificati. In questo momento lei si trova in una fase in cui sente di non avere energia per reagire. Forzarsi a fare grandi cambiamenti potrebbe risultare ancora più frustrante. Può essere più utile iniziare a spostare leggermente lo sguardo, provando a interrompere quel dialogo interno così duro e automatico, anche solo riconoscendolo per quello che è, cioè un pensiero, non una verità assoluta. Un percorso di supporto potrebbe aiutarla proprio in questo, a fare ordine, a capire da dove nasce questa sensazione di ritardo e inferiorità, e a costruire gradualmente un modo diverso di stare nelle situazioni e nelle relazioni. Non si tratta di recuperare il tempo perso o di diventare come gli altri, ma di costruire una traiettoria che abbia senso per lei, partendo da dove si trova oggi. Quello che sta vivendo non la definisce come persona. È una fase difficile, intensa, ma che può essere compresa e affrontata con gli strumenti giusti e con il giusto supporto. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, in seguito a un infortunio sul lavoro sono rimasta invalida e mi trovo impossibilitata a svolgere le cure quotidiane della mia famiglia. Inoltre, non essendo in grado di guidare la macchina, necessito dell'accompagnamento permanente alle visite e cure mediche. Tutto ciò mi crea un forte sentimento di colpa verso la mia famiglia, mi sento depersonalizzata e inutile, anzi, mi sento un peso inutile. È normale tutto questo?
Grazie per un'eventuale risposta.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, grazie per aver condiviso qualcosa di così delicato. Quello che sta vivendo è una condizione profondamente impattante, non solo dal punto di vista pratico ma anche emotivo e identitario. Un cambiamento improvviso come un infortunio che modifica la propria autonomia può toccare aspetti molto profondi del senso di sé, del proprio ruolo in famiglia e del proprio valore personale. Il senso di colpa che descrive è comprensibile. Quando per tanto tempo si è stati abituati a prendersi cura degli altri, a gestire responsabilità quotidiane, il non poterlo più fare come prima può essere vissuto come una mancanza, quasi come se si stesse venendo meno a un dovere. Tuttavia è importante distinguere tra ciò che si sente e ciò che è. Il fatto che lei oggi abbia bisogno di aiuto non significa che sia un peso o che il suo valore si sia ridotto. Significa che si trova in una fase della vita in cui le condizioni sono cambiate e richiedono un adattamento, che è qualcosa di molto umano. Anche la sensazione di depersonalizzazione, quel sentirsi distante da sé stessa o come se la realtà fosse un po’ ovattata, può comparire in momenti di forte stress o quando si affrontano cambiamenti importanti. È come se la mente cercasse temporaneamente di proteggersi da un sovraccarico emotivo. Questo può spaventare, ma non è segno che qualcosa si sia rotto in modo irreversibile. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è utile osservare come alcuni pensieri stiano contribuendo ad alimentare la sofferenza. L’idea di essere “un peso inutile” è molto dolorosa e tende a colorare ogni esperienza, portando a interpretare ogni richiesta di aiuto come una conferma di questo giudizio. Più questo pensiero viene creduto, più aumenta il senso di colpa e più si rafforza la distanza da sé stessi. In realtà, all’interno di una famiglia, i ruoli non sono statici. Ci sono momenti in cui si dà di più e momenti in cui si riceve di più. Questo non toglie dignità, né valore. Spesso chi le sta accanto non la vede come un peso, ma come una persona cara che sta attraversando una difficoltà e che merita supporto. Il modo in cui lei si vede, però, può essere molto più severo e questo crea una sofferenza aggiuntiva. Può essere utile iniziare, con molta gradualità, a spostare lo sguardo da ciò che non può più fare a ciò che, anche in modo diverso, può ancora essere presente nella vita familiare. A volte il contributo non è solo pratico, ma anche emotivo, relazionale, fatto di presenza, ascolto, condivisione. Non è meno importante, anche se può sembrare meno visibile. Un percorso di supporto potrebbe aiutarla a elaborare questo cambiamento, a comprendere come si è modificata l’immagine che ha di sé e a lavorare su quei pensieri che oggi la fanno sentire colpevole e inutile. Un approccio cognitivo comportamentale, in particolare, può accompagnarla nel ricostruire un senso di sé più equilibrato e meno legato esclusivamente alla prestazione o all’autonomia. Quello che prova ha un senso, alla luce di ciò che ha vissuto. E allo stesso tempo non è una condanna definitiva. È possibile, con il giusto tempo e il giusto supporto, ritrovare un equilibrio e una percezione di sé più gentile e realistica. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buonasera scrivo perché purtroppo non sò come muovermi... Ho un compagno che amo ma da tempo inizio a sospettare che ci sia un problema.
Quando l' ho conosciuto era un single che si divertiva a fare serate e bere (a volte troppo) tanto da "distruggere" il gruppo in cui suonava come batterista, perché era arrivato al concerto ubriaco e non riusciva a suonare... Da addormentarsi in macchina perché dopo un matrimonio aveva alzato il gomito e non sapevo dove fosse... Insomma "serate" ma pensavo che piano piano queste abitudini smettessero.
Invece purtroppo ha iniziato a non bere solo nel weekend adesso beve tutta la settimana... Non torna a casa che non si regge in piedi, però dice sempre con orgoglio che fa' la dieta alcolica per dimagrire, fieramente dice che invece di pranzare al lavoro per non ingrassare beve 1/2 gin-tonic. Quando arriva a casa magari né beve un' altro, più l' amaro, in settimana... Nel weekend dà il meglio di sé è capace di bersi mezza bottiglia di gin da solo, associata a qualche bicchiere di vino e amaro. Quando torniamo a casa si arrabbia per ogni cosa, una luce lasciata accesa, perché gli dico di non avvicinarsi perché puzza di alcol e il suo sguardo mi spaventa e lì inizia ad insultarmi, litighiamo. Mi accusa di esagerare, di non rompere che non ha bevuto troppo.
Purtroppo ho 3 figli e i 2 più grandi iniziano a guardarlo male, si vergognano quando esagera e mi chiedono del perché beva così tanto se sà che poi si riduce un straccio.
Io non sò che fare... Vorrei separarmi perché quando affrontiamo il tema da sobrio, mi accusa di essere esagerata e che voglio trovare una scusa per portargli via i figli, ma non è una scusa... Mi dice che sapevo che ha sempre bevuto e che lo regge quindi vuole dire che non esagera. Di non parlargli di terapia perché lui non ha nessun problema ma sono io che non lo amo come prima.
Questa situazione mi sta' distruggendo
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, grazie per aver trovato il coraggio di raccontare una situazione così pesante e complessa. Dalle sue parole emerge chiaramente quanto stia cercando di tenere insieme molte cose allo stesso tempo, l’amore per il suo compagno, la preoccupazione per i suoi figli, la fatica quotidiana e anche il senso di smarrimento su cosa sia giusto fare. Quello che descrive non è semplicemente “bere un po’ troppo”. È un comportamento che sta diventando sempre più frequente, che invade la quotidianità e che ha delle conseguenze concrete, sia sul piano relazionale sia sul clima familiare. Il fatto che lui minimizzi, giustifichi o ribalti la responsabilità su di lei è qualcosa che spesso accade in queste situazioni. Non perché lei stia esagerando, ma perché riconoscere il problema richiederebbe a lui di mettersi in discussione, cosa che al momento sembra non essere disponibile a fare. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è importante osservare anche cosa accade a lei dentro questa dinamica. Da una parte c’è il tentativo di capire, di spiegare, di aiutarlo, di farlo ragionare quando è sobrio. Dall’altra c’è la frustrazione, la paura, il senso di impotenza quando la situazione si ripete e quando i suoi tentativi non portano cambiamenti. In mezzo a tutto questo ci sono i suoi figli, che stanno iniziando a vedere e a reagire, e questo aggiunge un ulteriore peso emotivo. Un punto molto importante è questo: lei non può controllare il comportamento del suo compagno, né convincerlo a cambiare se lui non riconosce il problema. Continuare a cercare di farlo ragionare, soprattutto se ogni volta si scontra con negazione o accuse, rischia di esporla continuamente a delusione e logoramento. Questo non significa arrendersi, ma iniziare a spostare il focus su ciò che è sotto il suo controllo, cioè il modo in cui lei sceglie di stare dentro questa situazione e i limiti che decide di darsi. Il fatto che lei stia pensando alla separazione non è un segno di fallimento, ma il tentativo di proteggere se stessa e i suoi figli da un contesto che sta diventando sempre più difficile. Allo stesso tempo è comprensibile che questa scelta sia carica di dubbi, paure e senso di responsabilità. Anche il comportamento dei suoi figli è un segnale importante. I bambini e i ragazzi percepiscono molto più di quanto si pensi, e il loro disagio merita attenzione. Non solo per ciò che vedono, ma anche per il clima emotivo in cui stanno crescendo. In una situazione come questa, può essere davvero utile avere uno spazio di supporto tutto per lei. Non perché ci sia qualcosa che non va in lei, ma perché sta portando un carico molto grande e ha bisogno di un luogo in cui poter fare chiarezza, capire quali sono i suoi bisogni, i suoi limiti e le possibili strade da percorrere. Un percorso di tipo cognitivo comportamentale può aiutarla a uscire da questa sensazione di blocco, a gestire meglio le emozioni che questa situazione le provoca e a prendere decisioni più consapevoli, senza essere travolta dal senso di colpa o dalla confusione. A volte, quando si è dentro dinamiche così complesse, si perde il contatto con ciò che è tollerabile e ciò che non lo è più. Ritrovare questo confine è un passaggio fondamentale, soprattutto quando ci sono dei figli coinvolti. Quello che sta vivendo è comprensibilmente logorante, ma non è qualcosa che deve affrontare da sola. Prendersi uno spazio per sé, per comprendere e orientarsi, può essere il primo passo per uscire da questa situazione con maggiore chiarezza e tutela. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buonasera dottori, parto dal presupposto che il mio non è un problema di salute in quanto tale, anche se mi sta mettendo in grosse difficoltà.
Sono sposato da 4 anni ora ne ho 42 ma da quando avevo 10 anni amo immensamente vestire da donna.
Nel corso degli anni ho spesso provato a smettere ma non sono mai riuscita a farne a meno.
Non sono particolarmente attratta dagli uomini preferisco le donne ma ultimamente qualcosa è cambiato e avrei voglia di provare con qualche uomo però davvero la situazione è insostenibile.
Da una parte la famiglia che amo dall' altra una forza fortissima che mi porta in segreto a mettere trucchi collant smalti gonne tacchi.
Non mi vedo solo vestita ammetto che negli ultimi tempi mi vedo proprio donna.
Ho più volte cominciato percorsi di psicoanalisi che però non mi hanno fatto uscire da questa situazione.
Vorrei un vostro parere un consiglio qualcosa, so che online è molto difficile ma davvero non so più che pesci prendere.
Sono costretta a nascondere tutto sotterfugi di ogni natura pur di portare avanti questo desiderio che è davvero fortissimo.
Infine nell' ultimo periodo ho cambiato i miei gusti sia a livello personale che generale e delle donne da un po' non guardo più le classiche zone che piacciono agli uomini ma le invidio vedendole così ben vestite, invidio le loro borse,i loro capelli le loro unghie e mi sento sempre più vicina a loro .
Datemi una mano se potete almeno qualche consiglio.
Grazie anticipatamente
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, grazie per aver condiviso con tanta sincerità un vissuto così complesso e profondo. Si percepisce chiaramente quanto questa situazione la stia mettendo in difficoltà, soprattutto per il conflitto che vive tra una parte di sé molto forte, presente da tanti anni, e la vita che ha կառուցito, fatta di affetti, legami e responsabilità importanti. Quello che descrive non è qualcosa di raro o incomprensibile. Ci sono aspetti dell’identità e del modo di percepirsi che possono emergere molto presto nella vita e rimanere nel tempo, anche quando si cerca di reprimerli o di metterli da parte. Il fatto che lei abbia provato più volte a smettere senza riuscirci non è un segno di debolezza, ma indica quanto questa parte sia radicata e significativa per lei. Il punto centrale non è tanto eliminare questo desiderio, quanto comprenderlo. Quando qualcosa ritorna con questa intensità, spesso non è perché “non si riesce a controllarlo”, ma perché rappresenta un bisogno, un modo di esprimere sé stessi, o una parte della propria identità che non ha trovato spazio per essere riconosciuta. Il tentativo di nasconderla, di viverla in segreto, può aumentare la tensione interna, perché crea una distanza sempre più grande tra ciò che si è dentro e ciò che si mostra fuori. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è importante osservare come questo conflitto si alimenta. Da una parte c’è il desiderio, che diventa sempre più intenso anche perché è vissuto come proibito o da tenere nascosto. Dall’altra ci sono pensieri legati al senso di colpa, alla paura di perdere ciò che ha costruito, al timore del giudizio. Questi due poli si rinforzano a vicenda, creando una sorta di pressione continua che rende la situazione sempre più difficile da gestire. Anche il cambiamento che descrive nel modo di percepirsi, nel sentirsi più vicino al mondo femminile, nel vedersi donna, è qualcosa che merita di essere esplorato con calma e senza giudizio. Non è necessario arrivare subito a una definizione o a una scelta. Spesso il bisogno iniziale è proprio quello di fare chiarezza, dare un senso a ciò che si prova e capire cosa rappresenta davvero per sé. Il fatto che i percorsi precedenti non abbiano portato il sollievo sperato può essere frustrante, ma non significa che non ci siano altre strade. A volte è una questione di approccio, di obiettivi condivisi, di modalità di lavoro. Un percorso più orientato a comprendere come funzionano i suoi pensieri, le emozioni e i comportamenti legati a questa tematica potrebbe aiutarla a ridurre il senso di conflitto e a costruire una maggiore integrazione tra le diverse parti di sé. Non si tratta necessariamente di cambiare ciò che è, ma di trovare un modo per vivere questa parte senza che diventi fonte di sofferenza costante o di segretezza logorante. Questo può includere anche una riflessione su come gestire la relazione di coppia, su quanto e come condividere, ma sono passaggi delicati che richiedono uno spazio protetto e tempi adeguati. Quello che sta vivendo non è qualcosa da affrontare da solo. C’è una complessità che merita ascolto, rispetto e accompagnamento. Iniziare un percorso che la aiuti a mettere ordine, a comprendere i suoi schemi di funzionamento e a ridurre questa tensione interna potrebbe essere un primo passo importante per sentirsi meno diviso e più in contatto con sé stesso. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno,
vorrei provare a sottoporvi una domanda. Ho 37 anni e sono single da 4 anni.
In questo periodo mi sono messa in gioco come potevo, sia tramite amici di amici sia tramite l'uso sporadico di app di dating. Queste ultime soprattutto ritengo essere state una grande perdita di tempo in quanto non arrivavo mai al secondo appuntamento o a volte nemmeno all'incontro. A dire la verità analizzando anche gli incontri avuti con persone conosciute dal vivo sono stati incontri dove non ho percepito un reale interesse nel conoscermi. Argomenti spesos superficiali, mi chiedevano dei miei ex, ma zero domande su chi fossi io mentre io a loro ne facevo per poi sparire poco dopo. Devo ammettere che sto cominciando a pensare di essere io una persona banale o che in qualche modo annoia gli altri. Spesso mi sentivo dire che non scattava la scintilla ma dubito possa scattare in 2 appuntamenti! Temo di dovermi rassegnare a rimanere single a vita e credo pure che oggi incontrare il vero amore sia solo questione di trovarsi al posto giusto al momento giusto.
Questa singletudine mi pesa, ho solo amici accoppiati e ormai non ci si vede più. Sto provando a rimettermi in gioco ancora una volta ma negli ambienti vhe frequento le conoscenze faticano ad arrivare e così spesso esco anche da sola. Avrei voluto diventare madre, mi sono sempre immaginata con uno o due figli ma ormai temo di essere fuori tempo massimo.
Se devo rassegnarmi lo farò ma vorrei capire cosa mi manca rispetto alle altre ragazze che finiscono una relazione e dopo qualche anno le vedi già con un altro e spesso sono ragazze assolutamente normali come me.
Sono a chiedervi se puó essere possibile che certe persone non incontrino mai qualcuno che faccia al caso loro?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, grazie per aver condiviso con tanta chiarezza e onestà quello che sta vivendo. Dalle sue parole si sente il peso della solitudine, ma anche il desiderio ancora vivo di costruire qualcosa di significativo, non solo una relazione, ma un progetto di vita che aveva immaginato per sé. È proprio questo contrasto, tra ciò che si desidera e ciò che si sta vivendo, a generare quella sensazione di frustrazione e anche di dubbio su sé stessa. È comprensibile che, dopo diversi tentativi che non hanno portato a ciò che sperava, la mente inizi a cercare una spiegazione e spesso la trovi nella direzione più dolorosa, cioè mettere in discussione il proprio valore. Pensieri come “sono banale” o “non interesso davvero” non nascono dal nulla, ma sono il risultato di esperienze ripetute che sembrano confermare questa idea. Il punto è che queste conclusioni, per quanto comprensibili, non sono necessariamente accurate. Sono interpretazioni che la mente costruisce per dare un senso a ciò che accade, ma rischiano di diventare una lente attraverso cui leggere ogni nuova esperienza. Quando si entra in questo meccanismo, ogni appuntamento, ogni interazione viene vissuta con una sorta di pressione implicita, come se dovesse dimostrare qualcosa su di sé. Questo può influenzare sia il modo in cui si sente durante l’incontro, sia il modo in cui si racconta e si relaziona. Non perché ci sia qualcosa che non va, ma perché il timore di non essere abbastanza può rendere tutto più faticoso e meno spontaneo. Anche la sua osservazione sulla “scintilla” è molto interessante. Spesso viene usata come criterio rapido per decidere se proseguire o meno, ma nella realtà molte connessioni richiedono tempo per emergere. Il fatto che dall’altra parte non ci sia stata questa disponibilità non dice necessariamente qualcosa su di lei, ma anche sul tipo di persone incontrate, sulle loro aspettative e sul contesto in cui avvengono questi incontri, che a volte favorisce dinamiche superficiali. Il rischio, dopo diverse esperienze deludenti, è quello di arrivare a una forma di rassegnazione che sembra proteggere dalla delusione, ma che in realtà può ridurre ulteriormente le possibilità, perché porta a investire meno emotivamente o a partire già con l’idea che non andrà bene. È una sorta di chiusura comprensibile, ma che merita di essere osservata con attenzione. Il tema del tempo e del desiderio di maternità aggiunge un ulteriore livello di pressione. Non è solo il desiderio di una relazione, ma anche la paura che alcune possibilità possano ridursi. Questo può rendere ogni tentativo ancora più carico di aspettative e quindi più vulnerabile alle delusioni. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, può essere molto utile fermarsi a comprendere come questi pensieri si sono strutturati, quali esperienze li hanno alimentati e in che modo oggi stanno influenzando il suo modo di stare nelle relazioni. Non per trovare una “colpa”, ma per uscire da questa lettura rigida che la porta a vedersi come meno interessante o meno “fortunata” degli altri. Non esiste una categoria di persone destinate a non incontrare mai qualcuno. Esistono storie, percorsi, contesti e anche momenti diversi della vita. A volte ciò che fa la differenza non è una qualità in più o in meno, ma il modo in cui si entra nelle relazioni, le aspettative, le convinzioni su di sé e sugli altri, e anche le esperienze precedenti che possono aver lasciato tracce. Un percorso di supporto potrebbe aiutarla proprio a fare chiarezza su questi aspetti, a comprendere meglio i suoi schemi relazionali e a ritrovare un modo di mettersi in gioco che non sia guidato dal dubbio sul proprio valore, ma da una maggiore consapevolezza di sé. Non per cambiare chi è, ma per liberarsi da quelle convinzioni che oggi rischiano di limitarla più delle esperienze stesse. Il fatto che lei continui, nonostante tutto, a rimettersi in gioco è un segnale importante. Indica che il desiderio non si è spento, anche se è accompagnato da fatica e timore. È proprio da lì che può partire un lavoro più profondo, che non riguarda solo il trovare qualcuno, ma anche il modo in cui lei si vede e si racconta all’interno delle relazioni. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve soffro di ansia e attacchi da panico. Da qualche mese, ho intrapreso un percorso di psicoterapia d’ accordo con il mio dottore stiamo provando la tecnica dell’esposizione da qualche settimana, devo dire che psicologicamente a poco a poco mi sto sentendo meglio soprattutto non mi faccio prendere più dal panico, ma il corpo ahimè somatizza ancora e soprattutto la mattina appena sveglia l’ansia è molto forte e va scemando durante la giornata… vorrei sapere se tutto questo è normale e se ci voglia più tempo per far riprendere il mio corpo. Grazie.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, grazie per aver condiviso quello che sta vivendo. Dalle sue parole emerge un elemento molto importante, che spesso passa in secondo piano quando si è dentro l’esperienza dell’ansia, cioè il fatto che qualcosa sta già cambiando. Lei stessa riconosce che psicologicamente si sente un po’ meglio e che non si lascia più travolgere dal panico come prima. Questo è un passaggio significativo, anche se il corpo sembra non essersi ancora allineato completamente. Quello che descrive è una condizione molto frequente quando si lavora sull’ansia. La mente e il corpo non sempre procedono alla stessa velocità. Da una parte si impara gradualmente a riconoscere e gestire i pensieri che alimentano il panico, dall’altra il corpo può continuare per un po’ a reagire come se il pericolo fosse ancora presente. È come se fosse rimasto “allenato” per mesi o anni a rispondere in un certo modo, e avesse bisogno di tempo per disimparare questa risposta. Il fatto che l’ansia sia più intensa al risveglio è anch’esso comprensibile. Il momento del risveglio è spesso delicato perché il corpo riparte da uno stato di attivazione che può essere influenzato da pensieri anticipatori o da una sorta di tensione di fondo accumulata. Durante la giornata, invece, entrando nelle attività e nei contesti, questa attivazione tende a ridursi, proprio come lei ha osservato. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, ciò che sta facendo con l’esposizione è proprio un lavoro di rieducazione, sia della mente sia del corpo. Ogni volta che affronta una situazione senza evitare e senza farsi travolgere, sta inviando al suo sistema un messaggio nuovo, cioè che quella situazione non è realmente pericolosa. Tuttavia, perché questo messaggio venga “assimilato” anche a livello corporeo, è necessario che venga ripetuto nel tempo. A volte può accadere che, proprio quando si inizia a stare meglio a livello mentale, la persistenza dei sintomi fisici venga vissuta con frustrazione o preoccupazione, come se qualcosa non stesse funzionando. In realtà è spesso parte del processo. Il corpo ha bisogno di fare esperienza diretta e ripetuta di sicurezza prima di ridurre l’attivazione automatica. Un aspetto importante è anche il modo in cui lei interpreta questi segnali corporei. Se vengono letti come qualcosa di “strano” o preoccupante, possono riattivare un circolo di ansia. Se invece, con il tempo, riesce a considerarli come una risposta ancora in fase di adattamento, questo può contribuire a ridurne l’impatto. Il fatto che lei stia già notando dei miglioramenti è un segnale che il lavoro intrapreso sta andando nella direzione giusta. Il processo richiede gradualità e continuità, ma ciò che sta vivendo è coerente con un percorso di cambiamento che coinvolge più livelli. Continuare a lavorare su questi aspetti, magari approfondendo anche il rapporto tra pensieri, emozioni e sensazioni fisiche, può aiutarla a consolidare i progressi e a ridurre sempre di più anche la componente corporea dell’ansia. Un percorso di questo tipo, soprattutto se orientato a comprendere i meccanismi che mantengono l’ansia nel tempo, può accompagnarla verso una gestione sempre più stabile e autonoma. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Mia moglie è molto pessimista,emana molta negatività e si mette molto spesso,quasi sempre contro le mie idee,i miei pensieri e alle mie realizzazioni,riuscendo a demoralizzarmi e non farmi più essere di pensiero positivo. Come posso gestire questa situazione?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è una situazione che può diventare molto logorante nel tempo, perché quando si vive accanto a una persona percepita come costantemente pessimista o critica, si rischia di assorbire poco alla volta quello stesso clima emotivo. È comprensibile che si senta demoralizzato e che il suo modo di vedere le cose, magari più propositivo o fiducioso, venga messo in discussione fino a perdere forza. In queste dinamiche è utile osservare non solo il comportamento dell’altro, ma anche ciò che accade dentro di lei quando sua moglie esprime certe posizioni. Spesso, senza accorgercene, tendiamo a dare molto peso a quelle parole, quasi come se definissero il valore delle nostre idee o delle nostre scelte. È proprio in questo passaggio che si crea una sorta di circolo: più quelle parole vengono vissute come vere o decisive, più il senso di demoralizzazione cresce, e più diventa difficile mantenere una propria direzione. Allo stesso tempo, è importante considerare che il modo in cui sua moglie si pone potrebbe non essere necessariamente un attacco diretto nei suoi confronti, ma un suo modo abituale di leggere la realtà, forse appreso nel tempo, forse legato a paure, insicurezze o esperienze passate. Questo non giustifica il disagio che lei prova, ma può aiutare a non viverlo come qualcosa di totalmente personale o come una svalutazione della sua persona. Un passaggio delicato riguarda il modo in cui si comunica all’interno della coppia. Quando si è ripetutamente esposti a commenti negativi, può nascere la tendenza a chiudersi, a evitare il confronto oppure a reagire in modo impulsivo. Invece, trovare uno spazio in cui esprimere come si sente, non tanto accusando ma raccontando l’effetto che certi atteggiamenti hanno su di lei, può essere un primo passo per interrompere questo schema. Non sempre l’altro cambia immediatamente, ma cambiare il modo in cui ci si posiziona nella relazione può già modificare l’equilibrio. C’è poi un aspetto molto importante che riguarda il suo benessere personale. È fondamentale che lei riesca a mantenere un proprio punto di vista, una propria identità e delle fonti di gratificazione che non dipendano esclusivamente dalla relazione. Quando il clima relazionale diventa pesante, avere degli spazi in cui sentirsi competente, valorizzato e libero di esprimersi aiuta a non perdere fiducia in sé. In molte situazioni come questa emerge anche un tema più profondo, legato al modo in cui si costruisce il proprio valore e a quanto si è sensibili al giudizio dell’altro. Comprendere meglio questi meccanismi può fare una grande differenza, perché permette non solo di gestire meglio il rapporto di coppia, ma anche di proteggere il proprio equilibrio emotivo. Proprio per questo, un percorso di supporto potrebbe aiutarla a mettere a fuoco questi schemi, a capire perché certe dinamiche la colpiscono così tanto e a costruire modalità più efficaci per stare nella relazione senza sentirsi schiacciato. Non si tratta di cambiare l’altro, ma di acquisire strumenti per non perdere sé stesso all’interno del rapporto e per comunicare in modo più chiaro e solido. La situazione che descrive non è rara, ma merita attenzione, perché nel tempo può incidere profondamente sull’autostima e sulla qualità della vita. Lavorarci in modo mirato può portare a cambiamenti concreti e duraturi. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno,
vorrei sottoporvi una mia problematica. Ho 37 anni e fin da ragazzina ho avuto difficoltà nel relazionarmi.
Quando andavo a scuola ho sofferto di bullismo, mi canzonavano per il mio aspetto (a loro dire, ero una racchia) e subito costanti angherie.
Anche per questo motivo fino ai 19 anni non ho mai avuto alcuna esperienza sessuale o di amore giovanile ma da ragazzina non mi ponevo il problema, ho sempre avuto molte passioni e poche amicizie ed ero contenta così.
Dai 20 ai 23 anni ho avuto la mia prima storia seria con una persona rivelatasi poi insicura e con la quale vi erano costanti litigi. Dopo quasi 3 anni decido di chiudere questa relazione e per un po' sono stata bene così da single. Il problema nasceva quando provavo a rimettermi in gioco, perchè incontravo puntualmente persone interessate solo a rapporti fisici.
Dopo questa prima storia ho avuto altre 3 relazioni (tutte a distanza di anni l'una dall'altra) della durata di un anno. In queste relazioni sono stata sia lasciata (dicevano di non sentirsi pronti) e ino l'ho lasciato io. Il problema nasce dal fatto che spesso e volentieri mi sentivo una sorta di passatempo per loro, non ho mai percepito un interesse reale di voler costruire qualcosa.
Ad oggi sono single da quasi 5 anni e comincio a pensare che forse o nemmeno io voglio costruire qualcosa o sono sfortunata. In questi anni ho provato spesso a rimettermi in pista ma non sono mai andata oltre 2 appuntamenti. E temo che l'interesse che gli uomini hanno sia solo di natura sessuale. Quando ci esco insieme li vedo distratti e sembra quasi che debba corteggiare solo io. Inoltre non mi spiego come mai per anni sono trascorsi mesi senza fsrr incontri nella vita quotidiana e mi sono dovuta abbassare ad usare le app di dating per poi rivelarsi un ricettacolo di mercenari.
Quando esco trovo solo gente molto grande o già impegnata e non so più dove sbattere la testa.
Sono sola da anni e temo di non riuscire a sopportare altrettanti anni da sola.
Mi chiedo solo che cosa ho fatto per meritare un simile dolore quando tutte le ragazze trovano qualcuno.
In questi anni ho cercato delle risposte ma non me trovo. Comincio a pemsare che semplicemente non sono il tipo di donna con la quale un uomo vorrebbe una relazione. Mi sento depressa e spesso esco a camminare per ore o anche senza meta. Tanti mi dicono: "meglio sola che male accompagnata". Ma cosa ne sanno del dolore? Di quel dolore che ti fa bagnare il cuscino di lacrime! Vorrei solo potermi rassegnare una volta per tutte e tenermi tutto magari sposandomi al lavoro. Ma non penso sia possibile non amare più
Ti dicono "trovato un hobby ", beh ne ho una serie ma non bastano a colmare il vuoto perché la testa va a quel pensiero, il pensiero "ok, togliti dalla testa di avere un compagno!"
Ho superato tanti momenti bui nella mia vita ma la solitudine perenne penso non sia accettabile per nessuno sopratutto se pensi che hai un cuore grande.
Vi chiedo solo se esiste un modo per convivere con questo tarlo nel cervello.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, grazie per aver dato voce a un dolore così profondo. Dalle sue parole si percepisce chiaramente quanto questa solitudine non sia solo una condizione esterna, ma qualcosa che tocca parti molto intime di sé, il senso di valore, il desiderio di essere scelta, vista, amata. E quando questo desiderio rimane a lungo senza risposta, è naturale che si trasformi in sofferenza, in domande su di sé e anche in una certa stanchezza emotiva. La sua storia racconta anche altro però. Racconta di una persona che ha attraversato esperienze difficili già da giovane, come il bullismo, che spesso lascia tracce profonde nel modo in cui ci si percepisce e ci si relaziona. Quando per tanto tempo si è stati guardati con giudizio o derisi, è facile che una parte di sé continui a portare quell’idea di non essere abbastanza, anche quando la realtà attuale è diversa. Quella voce interna può diventare silenziosa ma costante, e riattivarsi soprattutto nelle situazioni in cui ci si espone, come negli incontri. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è importante osservare proprio questo passaggio. Le esperienze che ha fatto negli anni, alcune deludenti e altre non soddisfacenti, sembrano aver rinforzato un’idea dolorosa, quella di non essere il tipo di donna con cui si costruisce qualcosa. Questa convinzione, comprensibile alla luce di ciò che ha vissuto, rischia però di diventare una lente attraverso cui leggere ogni nuova conoscenza. Anche piccoli segnali di disinteresse o ambiguità possono essere interpretati come conferme di questa idea, aumentando la sensazione di fatica e scoraggiamento. Non significa che ciò che ha vissuto non sia reale. Gli incontri superficiali, la sensazione di non essere davvero vista, sono esperienze che fanno male e che lasciano il segno. Ma il significato che la mente costruisce a partire da queste esperienze può amplificare il dolore e rendere più difficile rimettersi in gioco con una percezione di sé più equilibrata. Anche il suo desiderio di “rassegnarsi” merita attenzione. Non nasce da una reale accettazione, ma da un tentativo di proteggersi da ulteriori delusioni. È come se una parte di lei dicesse che è meglio spegnere il desiderio piuttosto che continuare a soffrire. Il problema è che il desiderio, come lei stessa dice, non si spegne facilmente. E allora resta lì, sotto forma di pensiero ricorrente, di vuoto, di malinconia. Il fatto che abbia passioni, che esca, che continui a cercare nonostante tutto, racconta di una parte vitale che non si è arresa. E questo è un elemento importante, anche se in questo momento è accompagnato da molta fatica. Convivere con questo “tarlo”, come lo chiama lei, non significa imparare a ignorarlo, ma iniziare a comprenderlo. Capire da dove nasce, quali pensieri lo alimentano, quali emozioni lo mantengono attivo. Spesso si scopre che non è solo il desiderio di una relazione, ma anche il bisogno di sentirsi riconosciuti, scelti, degni di amore. E quando questi bisogni si intrecciano con esperienze passate dolorose, il tutto diventa molto più intenso. Un percorso di supporto potrebbe aiutarla proprio in questo, a sciogliere gradualmente queste convinzioni su di sé, a rileggere le sue esperienze in modo meno colpevolizzante e a costruire un modo diverso di stare nelle relazioni, anche partendo da una percezione di sé più stabile. Non è un lavoro che cambia le cose dall’oggi al domani, ma può restituire un senso di direzione e di possibilità, anche quando tutto sembra fermo. Quello che prova non è segno di debolezza, ma il riflesso di un bisogno profondo e umano. E il fatto che lei continui a interrogarsi, a cercare risposte, indica che una parte di lei non ha smesso di credere che possa esserci qualcosa di diverso. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno,
ho pensato molte volte di scrivere qui per ricevere un consiglio da parte di professionisti, e finalmente oggi (dopo quasi un anno) ho preso coraggio.
Nel mese di giugno dell’anno precedente, a un evento della mia città dove mi trovavo con una mia amica, ho conosciuto quest’uomo. Inizio premettendo che lui è 20 anni più grande di me…
Nonostante ciò, fin da subito ho sentito una leggera attrazione nei suoi confronti, non solo fisica - essendo molto affascinante - ma anche a livello caratteriale; fin da subito, chiacchierando con lui abbiamo notato molte cose in comune tra noi, insomma mi sembrava quasi di parlare con un mio coetaneo!
Per non portarla alla lunga, io e lui abbiamo parlato tutta l’estate, sviluppando una vera e propria confidenza, e d’estate, verso luglio, ci siamo visti alcune volte (classiche esperienze estive, ma oltre al bacio non si è andato oltre.)
Dopo qualche mese abbiamo spesso di parlare, ho troncato tutto io sia perché notavo da parte mia veri e propri sentimenti, sia perché ho provato ad iniziare una frequentazione con un mio coetaneo. Questa frequentazione - che si è tramutata in una relazione - è durata quasi mezzo anno, fino a quando le cose non sono iniziate ad andare male, e io in un forte periodo di stress (sia in questa relazione, che nella vita in generale, per degli eventi capitati) mi sono trovata nuovamente a pensare a quest’uomo, fino a quando non siamo tornati a chiacchierare/sentirci sporadicamente.
So di star facendo una cosa relativamente sbagliata, parlare con una persona più grande di me non so che fine abbia, né da parte sua che da parte mia. Ma quando parlo con lui mi sento compresa, capita. Cosa che non ho mai visto nella mia ultima relazione.
Ecco ora la mia domanda è: cosa c’è di sbagliato in me per trovarmi meglio con le persone con cui condivido una significativa differenza d’età?
Mi sono sempre reputata una ragazza molto più matura della mia età anagrafica - sarà anche perché sono dovuta crescere molto in fretta, affrontando il divorzio dei miei genitori in tenera età e non avendo mai avuto una figura paterna presente, non lo vedo e non lo sento da dieci anni -, e noto spesso questa differenza di maturità proprio con i miei coetanei.
Spero che la mia domanda (seppur molto lunga) non sia inopportuna, ma è un dubbio che mi tormenta da parecchio.
Mi scuso anche per qualche errore di battitura!
Grazie in anticipo.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la ringrazio per aver trovato il coraggio di condividere una parte così personale della sua esperienza. Dalle sue parole emerge non solo il dubbio che la accompagna, ma anche una buona capacità di osservare sé stessa e ciò che prova, ed è un punto di partenza molto importante. Quello che racconta non è affatto inopportuno, né raro. Il fatto di sentirsi più a proprio agio con persone più grandi non indica che ci sia “qualcosa di sbagliato” in lei. Piuttosto, sembra raccontare qualcosa di coerente con la sua storia e con il modo in cui ha imparato a stare nelle relazioni. Quando una persona cresce in un contesto in cui alcune figure di riferimento, come quella paterna, sono assenti o poco presenti, può sviluppare nel tempo una maggiore sensibilità verso caratteristiche che percepisce come più stabili, mature o rassicuranti. Nel suo caso, il sentirsi capita e compresa da quest’uomo sembra essere un elemento centrale. Non è tanto l’età in sé, ma ciò che rappresenta per lei in termini di comunicazione, ascolto e sintonia. Quando queste esperienze mancano o risultano meno presenti con i coetanei, è naturale che la mente e le emozioni si orientino verso chi riesce a offrire quel tipo di connessione. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, può essere utile osservare proprio questo passaggio. Non fermarsi solo alla differenza di età, ma chiedersi quali bisogni vengono soddisfatti in quella relazione e quali invece restano scoperti in altre. A volte si scopre che non è una questione di maturità “oggettiva”, ma di come ci si sente in presenza dell’altro. Sentirsi visti, ascoltati, riconosciuti è qualcosa che può fare una grande differenza. Allo stesso tempo, è comprensibile che questa situazione la metta in conflitto. Da una parte c’è il benessere che prova nel rapporto con questa persona, dall’altra emergono dubbi su cosa sia giusto o su dove possa portare. Questo tipo di ambivalenza è molto comune quando si è di fronte a legami che toccano bisogni profondi ma che non sono del tutto chiari o definiti. Il fatto che lei sia riuscita, in passato, a interrompere il contatto proprio quando ha percepito che stava nascendo qualcosa di più, indica che ha una capacità di protezione verso sé stessa. Ora che questo legame è riemerso in un momento di difficoltà, può essere utile chiedersi non solo cosa prova per lui, ma anche in quale momento della sua vita questo bisogno di comprensione si è riattivato. Non è necessario etichettare subito questa dinamica come giusta o sbagliata. Può essere più utile comprenderla. Capire cosa rappresenta per lei quella relazione, cosa le offre e cosa eventualmente le manca. Questo permette di fare scelte più consapevoli, non guidate solo dall’emozione del momento o dal bisogno di colmare un vuoto. Un percorso di supporto potrebbe aiutarla proprio in questo, a esplorare più a fondo i suoi schemi relazionali, il modo in cui si lega agli altri e i bisogni che la guidano. Non per cambiare ciò che sente, ma per darle maggiore chiarezza e libertà nelle sue scelte, evitando di trovarsi in situazioni che nel tempo possano diventare confuse o faticose. Il fatto che lei si ponga queste domande è già un segnale di consapevolezza e attenzione verso sé stessa. Da qui può partire un lavoro importante per comprendere meglio non solo questa situazione, ma il suo modo di vivere le relazioni in generale. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve dottori, vorrei esporvi una questione a non riesco ancora a passarci sopra o comunque a risolvere, nonostante vado da 6 sedute da un professionista, ma non ho ancora trovato risposte se non il fatto di sentire ciò che sento ma non riuscendo ancora a capire I miei sentimenti o bisogni ecco...il punto è che da qualche mese mi sono lasciata con una persona piu grande di 20 anni circa (io ne ho 25), per vari motivi, con lui ci continuiamo a vedere e sentire ogni tanto, a volte capita anche che succede qualcosa tra di noi, però ecco è difficile distaccarmi da lui perché mi dispiace, ci tengo, e dall'altra diciamo che c'è un amico con cui mi sono frequentata qualche anno fa prima del mio ex e con cui mi sono sempre sfogata e mi ha sempre capito e ascoltato quando gli parlavo dei problemi con il mio ex, mi sono sempre trovata bene a parlare, scherzare ecc, in questo ultimo periodo mi è sembrato di iniziare a provare qualcosa, ma è sempre rimasta un amicizia anche da parte sua, ci siamo visti poi qualche settimana fa (perché siamo a distanza) e diciamo è successo qualche bacio..il problema è che non so come mi sento, perché ad esempio non mi sento di riuscire a tornare con il mio ex nonostante lui mi voglia ancora, mi dica di tornare insieme e insista, ci stia male ed è come se mi facesse sentire in colpa e io non riesco, forse anche perché non provo quello che provavo prima, allo stesso tempo non mi sento di poter stare insieme a questo amico perché non lo so, non mi sento di provare un cosi forte sentimento per lui, ma allo stesso tempo vorrei rivederlo, ma comunque proverei un dispiacere per l'altro/senso di colpa..proverei dispiacere per entrambe le parti, inoltre in terapia c'era stata una seduta in cui ho rappresentato due cerchi pensando alla persona ma sono risultati distanziati e non mi aspettavo questo..per entrambe le persone però..non so cosa fare, mi dispiace per tutti e due..ora questo amico vorrebbe un distacco da me perché so che comunque prova qualcosa e sa che io non ci starei, ma non so che fare, come comportarmi, vorrei rivederlo, ma non so come distaccarmi e se farlo dal mio ex..dovrei forse stare da sola e poi forse capirò qualcosa? non so come muovermi..
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è una situazione emotivamente molto complessa, e il fatto che lei si senta confusa, combattuta e anche appesantita dal senso di colpa è del tutto comprensibile. Quando ci si trova tra due legami significativi, anche se diversi tra loro, spesso non è solo una questione di scegliere “chi”, ma di capire “cosa” si prova davvero e soprattutto “come” si sta dentro quelle relazioni. Dalle sue parole emerge un elemento molto importante. Non sembra esserci una spinta chiara e serena verso una delle due persone, ma piuttosto una forte componente di dispiacere, responsabilità emotiva e difficoltà a lasciare andare. Questo è un punto centrale, perché a volte si resta legati non tanto per ciò che si prova nel presente, ma per ciò che si è vissuto, per l’affetto, per il timore di far soffrire l’altro o per il senso di colpa che questo comporta. Nel rapporto con il suo ex, ad esempio, sembra esserci ancora un legame, ma non più quello di prima. Il fatto che lei non riesca a tornare con lui, nonostante le sue richieste, è un segnale che merita di essere ascoltato. Allo stesso tempo, la sua sofferenza la tocca e la mette in difficoltà, quasi come se si sentisse responsabile del suo stato emotivo. Questo può rendere molto difficile prendere una posizione chiara, perché ogni scelta viene vissuta anche come un danno per l’altro. Con l’altro ragazzo, invece, sembra esserci una connessione più leggera, fatta di intesa, comprensione e vicinanza, ma non accompagnata da un sentimento che lei percepisce come pieno o sufficiente per costruire qualcosa. Anche qui emerge una tensione, perché da una parte c’è il desiderio di vederlo e di mantenere quel legame, dall’altra la consapevolezza che questo potrebbe alimentare aspettative e quindi sofferenza. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, può essere utile osservare come il senso di colpa stia influenzando le sue scelte. Quando il criterio principale diventa “non far soffrire nessuno”, si rischia di perdere il contatto con ciò che si sente davvero. In queste condizioni, ogni direzione sembra sbagliata, perché comporta comunque una rinuncia o una conseguenza dolorosa. Il fatto che in terapia lei abbia rappresentato entrambe le persone come distanti è un elemento molto significativo, anche se l’ha sorpresa. Potrebbe indicare che, in questo momento, nessuna delle due relazioni è davvero in linea con i suoi bisogni più profondi. Non è una risposta definitiva, ma è un segnale che merita di essere esplorato con calma. L’idea di stare da sola per un periodo può spaventare, soprattutto perché sembra aggiungere un ulteriore senso di perdita. Tuttavia, a volte creare uno spazio di distanza dalle relazioni permette di ascoltarsi meglio, senza l’influenza continua delle emozioni e delle richieste dell’altro. Non è una scelta contro qualcuno, ma un modo per ritrovare un orientamento interno. Anche la richiesta dell’altro ragazzo di prendere distanza, per quanto dolorosa, sembra andare in questa direzione. Non necessariamente come una chiusura definitiva, ma come un modo per proteggere entrambi da una situazione ambigua che potrebbe far soffrire nel tempo. Un percorso di supporto può aiutarla proprio a mettere a fuoco questi aspetti, a distinguere tra affetto, abitudine, senso di responsabilità e desiderio autentico. Non per arrivare subito a una decisione, ma per comprendere meglio il suo modo di stare nelle relazioni e i bisogni che guidano le sue scelte. Quando questi elementi diventano più chiari, anche le decisioni, pur difficili, tendono a essere più coerenti e meno cariche di conflitto interno. Non è necessario avere subito tutte le risposte. Il fatto che lei si stia interrogando con questa profondità è già parte di un processo importante. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
salve, scrivo per parlare brevemente di un disagio parecchio invasivo, non è chissà che dramma, ma mi reca fastidio.
ho delle fantasie erotiche riguardo i tradimenti dei miei partner, non so perché questa cosa accada, ovviamente nella realtà mi farebbe schifo, ma nel momento d eccitazione non riesco a provare piacere se non pensando ad un tradimento, anche durante i rapporti spesso.
ci sono modi per cercare di evitare?
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive, anche se può sembrare strano o difficile da accettare, è in realtà un tipo di esperienza più diffusa di quanto si pensi. Il fatto che lei senta una distanza tra ciò che le provoca eccitazione a livello mentale e ciò che invece desidererebbe nella realtà è un elemento molto importante, e merita di essere compreso senza giudizio. Nella sua esperienza si nota chiaramente questo doppio livello. Da una parte c’è il rifiuto reale dell’idea di tradimento, che le provoca disgusto e che non desidera vivere concretamente. Dall’altra, in un contesto mentale legato all’eccitazione, questo stesso tema diventa centrale per attivare il piacere. Questo non significa che lei voglia davvero quella situazione, ma che nel tempo la sua mente ha associato quel tipo di immagine o scenario a una risposta di eccitazione. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è utile pensare a queste fantasie come a delle “connessioni apprese”. Il cervello, per vari motivi, può collegare certe immagini o pensieri a una risposta emotiva o fisica, e più questa connessione viene ripetuta, più diventa automatica. Non è una scelta volontaria, ma qualcosa che si è costruito nel tempo, spesso senza accorgersene. Il fatto che lei dica di non riuscire a provare piacere senza quel tipo di pensiero indica che questa associazione è diventata molto forte. E proprio per questo motivo, cercare semplicemente di “evitarla” o di bloccarla con la forza rischia di avere l’effetto opposto, cioè renderla ancora più presente. Quando si tenta di sopprimere un contenuto mentale, spesso questo torna con più intensità. Un passaggio importante può essere iniziare a osservare queste fantasie con un atteggiamento diverso, meno giudicante e meno reattivo. Non come qualcosa che definisce chi è o cosa desidera davvero, ma come un automatismo della mente. Già questo può ridurre la pressione e il senso di disagio che le accompagna. Parallelamente, può essere utile ampliare gradualmente il repertorio di stimoli e pensieri legati all’eccitazione, senza forzarsi ma esplorando in modo più ampio ciò che le suscita piacere. All’inizio può sembrare difficile, proprio perché la mente tende a tornare su ciò che conosce meglio, ma con il tempo queste associazioni possono diventare meno rigide. Un altro aspetto riguarda il significato che queste fantasie possono avere per lei. A volte non è tanto il contenuto in sé, ma ciò che rappresenta a livello emotivo o simbolico. Comprendere questo livello più profondo può aiutare a dare un senso a ciò che accade e a ridurne l’impatto. Se questo disagio è persistente e invasivo, come lei descrive, un percorso di supporto potrebbe aiutarla a lavorare proprio su questi meccanismi, senza giudizio e con gradualità. Non per eliminare qualcosa “a forza”, ma per comprendere come si è strutturato e come renderlo meno vincolante nella sua esperienza. Spesso, quando si interviene su questi aspetti, si scopre che la mente è molto più flessibile di quanto sembri inizialmente. Il fatto che lei ne parli e che senta il desiderio di stare meglio rispetto a questa situazione è già un primo passo importante. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
dal 22 luglio ho pensato di essere gay per una sensazione per un amico che pensavo mi piacesse e poi una setrimanabe quel pensiero svanisce per tutto agosro dove mi fisso di un personaggio femmina di squid game un po maschile 380 seocnda stagione e mi fisso su di lei e provo sensazioni intense per lei fino a scordarmi di tutto del fatto gay e mi fisso, wuando scompaiojo le sensazioni per lei mi incomincio a preouccupare e ad ogni pensiero che oassa li credo tipo che ero satanista, che mi piaceva mia sorella, che mi piaceva uno ecc ecc e rompevo le palle ai miei snici sul fatto che voglio che deve tornare nonostante sentivo che non avevo piu senswzioni, poi piu consulto l ai compaiojo sensazioni cje cwmbiano spesso ragazza, e ho fatto un sogno erorico con una donna e ho eiaculato, poi mi sono eccitato per dei pensieri sessuali con donne poi non volevo essere pervertito e poi finito wuesto finisce quel periodo e torna il fstto di essere gay e da li si svilippano sensazioni, ecciraizoni, fantasie e roba varia, continuo ad utilizzare l ai e continuo a pensare di essere gay ma avevo raramente erezioni oer le donne pensandole prims ors non piu, sono in adolescenza e non so cosa stia succedendo, continuo a oensare di essere gay ma non lo voflio ammettere ma io mi ecciyavo per le donne prima di qiesto solo che avevo un disagio per la vagina, e ho avuro degli episodi isolati di sensazioni intense pee lo stesso sesso che non rigiardavano il desiderio fisico, ricordo qiando mi ero eccitato ma allo stesso tempo avevo paura, e quando mi avevano fatto ujo scherzo dove un amico si dichiarava a me e stavo pensando di dire si nonostanre non provassi nulla, potreste aiutarmi a capire cosa mi sta succedendo? sono gay ma non lo voglio ammettere come credo? cioe al episodio iniziale di qiella sensazione per un amico ho avuto paura di essere gay e mi ha fatto ricordare li episodi di wuelle sensazioni dove oensavo di essere gay, e continuo ad utilizzare l'ai ogni giorno.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive può essere molto spaventante, soprattutto perché sembra che i pensieri e le sensazioni cambino rapidamente, senza che lei riesca a capire davvero cosa rappresentino. È comprensibile sentirsi confuso, in difficoltà e anche spinto a cercare continuamente risposte per mettere ordine dentro ciò che sta vivendo. C’è un aspetto molto importante da cogliere in quello che racconta. Più che una questione legata a un orientamento definito, sembra esserci un meccanismo in cui un pensiero compare, genera paura o dubbio, e da lì la mente inizia a monitorare continuamente sensazioni, reazioni del corpo, immagini, cercando conferme o smentite. Questo porta a un’attenzione costante su ogni minimo segnale interno, che finisce per amplificare tutto. Quando si entra in questo tipo di circolo, può succedere che le sensazioni sembrino molto reali e anche intense, ma non perché rappresentino necessariamente un desiderio profondo e stabile, bensì perché sono osservate, analizzate e messe sotto pressione continuamente. È un po’ come se la mente fosse sempre in allerta, pronta a chiedersi “e se fosse vero?”, e ogni risposta non basta mai, perché subito dopo arriva un nuovo dubbio. Il fatto che i contenuti cambino nel tempo è un altro elemento significativo. Oggi un pensiero, domani un altro, poi un altro ancora. Questo suggerisce che il problema principale non è tanto il contenuto specifico, ma il modo in cui la mente reagisce ai pensieri e cerca di controllarli o capirli a tutti i costi. Più si cerca una certezza assoluta, più la mente continua a produrre dubbi. Anche l’uso continuo di strumenti esterni per cercare risposte può, senza volerlo, mantenere attivo questo meccanismo. Ogni ricerca dà un sollievo momentaneo, ma poi il dubbio torna, spesso ancora più forte, perché non si è imparato a tollerarlo ma solo a inseguire una risposta definitiva. Durante l’adolescenza, inoltre, è normale che ci siano momenti di confusione, curiosità, pensieri anche molto diversi tra loro. Il corpo e la mente stanno cambiando, e questo può portare a sperimentare sensazioni non sempre lineari. Il punto è che queste esperienze, se non vengono caricate di paura e interpretate continuamente, tendono a trovare da sole un equilibrio nel tempo. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, potrebbe essere molto utile iniziare a osservare non tanto “cosa” pensa, ma “come” reagisce ai pensieri. Notare quando nasce il dubbio, cosa fa per risolverlo, quanto tempo passa a controllare sensazioni o a cercare risposte. Questo permette di vedere il meccanismo nel suo insieme e, gradualmente, di uscirne. Un percorso di supporto potrebbe aiutarla proprio a fare chiarezza su questo funzionamento, a ridurre la necessità di controllare e a ritrovare un rapporto più sereno con i propri pensieri e con il proprio corpo. Non per darle un’etichetta, ma per aiutarla a non restare intrappolato in questo continuo stato di incertezza e preoccupazione. Quello che sta vivendo, per quanto intenso, è qualcosa che può essere compreso e affrontato. Non è necessario trovare subito una risposta definitiva su chi è, ma può essere molto più utile iniziare a stare meglio con ciò che le accade dentro, senza che ogni pensiero diventi una minaccia. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buon pomeriggio,sono una ragazza di 25 anni e soffro ormai di attacchi di panico e ansia da quando ne avevo 14 o 15. Inizialmente stavo sempre male poi ho imparati a gestirli. Ho perso 2 anni e mezzo fa mio nonno e stavo malissimo,ho fatto un percorso dove posso dire di non essere mai stata così bene dopo questo percorso...ero al 100%. Luglio 2025 sono andata a convivere ed è stato ancora più positivo perché avevo i miei spazi,non stavo a casa con altre 3 persone disordinate visto che sono fissata per ordine e pulizia. Da luglio a novembre tutto bene:mangiavo sano,palestra,avevo la mia routine dormire alle 00 e svegliarmi alle 8,servizi,stare a casa o uscire a fare commissioni,ero abituata e stavo bene con questa routine. Restavo anche a casa a fare i servizi e a mangiare da sola visto che il mio compagno torna alle 16.00 oppure mangiavo da mia madre,suocera o a casa. Dipende dai giorni però avevo certamente mente piena e svago. Il pomeriggio mi dedicavo a cucinare al mio compagno e mi rilassavo sul divano a vedere la TV aspettando che arrivasse da lavoro. Da novembre però è cambiato tutto,i miei si sono divorziati e novembre dicembre sono stata bene con la solita routine e orari però ho lasciato la palestra,primo segnale che qualcosa in me non andava. A inizio febbraio peggiorato tutto,ho avuto da sola a casa attacchi di panico e ho chiamato subito mia madre, altre volte mio cognato o mia suocera...insomma ho iniziato ad allontanarmi da casa. Mi svegliavo già con tachicardia e ansia e come andava mia il mio compagno stavo male per fortuna mia sorella vive nel mio stesso palazzo e mi rifugiavo da lei,mi facevo la doccia e poi facevo i servizi e me ne andavo alle 9 con lei dove lavora o da mia suocera a stare a casa sua in compagnia. Per colpa dell'ansia tornata ho sballato totalmente i miei orari del sonno a cui ora mi sono abituata ma mi pesa questa nuova routine ovvero 22.30/6.30 quando va via il mio compagno fuori paese e sto con lui al telefono fino a quando non arriva. Lo facevo anche prima ma dopo mi riaddormentavo e mi svegliavo più tardi quindi avevo la giornata più "corta". Ora la giornata dale 6 30 mi sembra lunghissima,anche se riesco a stare da sola a casa,mi lavo,faccio i servizi...alle 9 lo stesso vado via da mia suocera e andiamo a fare commissioni ecc. Sto meglio si perché mi sono abituata alla nuova routine ma in realtà questa routine mi pesa perché la mattina presto faccio tutto e poi non so più che fare e vado via,le mie giornate non sono produttive. Comè potuto accadere questo? Da cosa dipende? È normale che svegliandomi presto,facendo tutto entro le 9 e non avere nulla da fare vado via da casa perché mi scoccio? Le mie giornate sono monotone,prima tra palestra mente piena stavo bene...da quando è successo altro che la mia mente è vuota e si focalizza sul peggio. Io ho bisogno di tornare come prima per stare più tempo a casa...anche mangiare sola o uscire più tardi da casa invece di fuggire anche se sto meglio riesco a gestire e stare sola fino alle 9...come posso superare? Non riesco nemmeno a svegliarmi più tardi ma vorrei perché poi durante la giornata mi viene sonno. Questi pomeriggi sto a casa e aspetto il mio compagno ma lo faccio sempre con ansia anche se sto meglio però voglio per forza tornare a prima del divorzio,quando stavo veramente bene. Ho paura di non superare. Grazie in anticipo, saluti
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buon pomeriggio, quello che descrive è molto chiaro e, soprattutto, molto comprensibile. Si percepisce bene quanto fosse arrivata a costruire un equilibrio che funzionava, fatto di abitudini, spazi, attività e una sensazione di stabilità interna. E poi, gradualmente, qualcosa si è incrinato, non all’improvviso ma attraverso piccoli segnali, fino a portarla a vivere nuovamente ansia e attacchi di panico. C’è un aspetto importante da considerare. Non è successo “senza motivo”. Il periodo che ha attraversato, con il divorzio dei suoi genitori, rappresenta un evento emotivamente significativo, anche se inizialmente può sembrare che non abbia avuto un impatto diretto. A volte la mente riesce a mantenere un equilibrio per un po’, ma poi, quando alcune condizioni cambiano, come la riduzione delle attività o delle distrazioni, emergono delle vulnerabilità che erano rimaste in secondo piano. Il fatto che abbia lasciato la palestra è un dettaglio molto rilevante. Non tanto per l’attività in sé, ma perché rappresentava uno spazio di scarico, di struttura e di benessere. Quando questo viene meno, la giornata perde un punto di riferimento importante e la mente rimane più “libera”, ma non nel senso positivo del termine. Rimane più esposta ai pensieri, alle preoccupazioni, alle sensazioni corporee. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, quello che sembra essersi creato è un circolo in cui l’ansia del mattino la porta a cercare sicurezza, ad esempio andando da sua sorella o da sua suocera. Questo le dà sollievo nell’immediato, ed è assolutamente comprensibile, ma allo stesso tempo rinforza l’idea che stare da sola a casa sia difficile o rischioso. Così, giorno dopo giorno, la soglia di tolleranza si abbassa e la giornata si organizza sempre più intorno all’evitare quella sensazione. Anche il cambiamento degli orari ha il suo peso. Svegliarsi molto presto, restare attiva fin dalle prime ore e poi trovarsi con una giornata lunga e poco strutturata può favorire proprio quel senso di vuoto che descrive. E quando la mente percepisce vuoto, tende a riempirlo con pensieri, spesso orientati alla preoccupazione. È importante sottolineare che il fatto che lei riesca comunque a stare da sola fino a una certa ora, a gestire la casa, a svolgere attività quotidiane, è un segnale di risorse presenti. Non è tornata al punto di partenza, anche se la sensazione può essere quella. Piuttosto, si è creato un nuovo equilibrio, meno soddisfacente, che però si è mantenuto proprio perché le permette di stare un po’ meglio nell’immediato. Il desiderio di “tornare come prima” è molto comprensibile, ma a volte può diventare una pressione che rende tutto più difficile. Più si cerca di replicare esattamente una fase passata, più si rischia di sentirsi lontani da quell’obiettivo. Può essere più utile pensare a costruire un nuovo equilibrio, che riprenda alcuni elementi di quello precedente, come le attività che la facevano stare bene, ma adattato al momento attuale. La questione non è tanto il fatto che lei “si annoi” o “si scocci” a stare a casa, ma che quel tempo vuoto è diventato associato a una maggiore esposizione all’ansia. E quindi il suo allontanarsi è una risposta a quella sensazione, non alla noia in sé. Un lavoro mirato su questi meccanismi può aiutarla a recuperare gradualmente spazi di autonomia, a ristrutturare la giornata in modo più equilibrato e a ridurre quella necessità di fuga che oggi sente. Non attraverso forzature, ma con piccoli passaggi che permettano alla mente e al corpo di riabituarsi alla permanenza in casa senza attivarsi. Un percorso di supporto può essere molto utile proprio per comprendere come si è strutturato questo cambiamento e per accompagnarla nel ricostruire una quotidianità che non sia guidata dall’ansia ma dalle sue scelte. Non si tratta di tornare indietro, ma di andare verso una nuova stabilità, che tenga conto di ciò che ha vissuto e delle risorse che già possiede. Il fatto che lei abbia già sperimentato un periodo in cui stava bene è un elemento molto importante, perché dimostra che il suo sistema è in grado di ritrovare un equilibrio. In questo momento sembra solo aver bisogno di essere accompagnato nuovamente in quella direzione. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno,
sono passati 7 mesi da quando ho tradito la mia ragazza. Non voglio scuse e non voglio cercare alibi. Ho baciato un'altra ragazza durante una serata, per pochi secondi ma abbastanza da rovinare tutto. Erano quasi 3 anni che stavo con la mia ragazza, indescrivibili. Venivo da una relazione lunga 8 anni in cui non mi ci trovavo più. Dopo un po' ho trovato lei, quello che ho provato in questi ultimi 3 anni non so neanche come descriverlo. Non sono mai stato cosi affettuoso con una persona, non ho mai dato così tanto amore... Lei con me era dolcissima, ogni volta che mi guardava sorrideva. Solo a ripensarci sto male. Ho rovinato tutto. Stavamo passando un periodo di crisi dato da alcune incomprensioni e dalla distanza. Sarei dovuto andare per lavoro da lei per 6 mesi, ma lei mi aveva comunicato che non ci sarebbe stata. Pochi mesi prima avevamo avuto una discussione in cui si era lamentata della persona che ero e del tipo di uomo che lei avrebbe voluto accanto. Mi aveva fatto venire i dubbi. Io avevo forse vissuto un'altra relazione? la situazione sembrava essere rientrata, ne avevamo parlato e lei mi aveva confessato di aver esagerato un po'. Probabilemente non l'avevo ancora superata. Prima di partire ho avuto paura, non volevo più andare. Sarei dovuto andare dall'altra parte del mondo, da solo. Non era come l'avevo immaginata. Stavo lasciando il lavoro, la famiglia, gli amici... Per provare ad avvicinarmi, per provare a fare quel passetto in più verso di lei. Ma lei era corsa dall'altra parte. Pochi giorni prima della partenza ho baciato questa ragazza conosciuta durante una serata. Rappresentava il rimanere lì, completamente diversa rispetto a lei. Era forse la mia risposta nel non voler andare. Quando ci siamo visti ho dovuto dirglielo. Appena arrivato, mi ha completamente spiazzato. Lei era disposta a rimanere, a venirmi incontro perchè aveva visto quanti passi avessi fatto verso di lei in questo tempo. Era disposta a cambiare le cose che non andavano, pur di stare con me. Io non sono riuscito a non dirglielo, mi sarei sentito troppo in colpa. Lei avrebbe cambiato tutto per me ed io avevo calpestato la sua fiducia. Bene. Sono passati 6 mesi di distanza, in cui abbiamo cercato di parlare provando a sistemare. Mancavano 10 giorni al mio rientro, ci saremmo visti. Avremmo trovato quella normalità, io e lei. Invece lei mi ha detto che mi odia, non vuole più vedermi e che le ho rovinato la vita. Io mi sento uno schifo, mi sento in colpa. Mi sento colui che ha rovinato tutto. Non riesco a pensare al fatto che ho rovinato tutto e che ho rovinato una persona. Mi ha detto che sta prendendo antidepressivi. Piango solo al pensiero. Non volevo farle del male. Non a lei. Non ci sentiamo più da una decina di giorni, vorrei scriverle perchè sto veramente male. Io pensavo che potessimo superarla insieme, ne eravamo capaci. Invece ho paura a scriverle o a vederla. Ho paura di incrociare quello sguardo e non vedere piu quel sorriso. Ma trovare solo odio. Disprezzo. Mi sento un verme. Ho rovinato tutto perchè non sono stato all'altezza. Vi prego ditemi come fare perchè io non riesco ad andare avanti con questo odio nei miei confronti. Ho paura nel scriverle, perchè magari lei sta meglio ora senza di me. Non voglio causarle altro dolore, non se lo merita. Preferisco stare peggio io se lei può stare meglio.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, nelle sue parole si percepisce un dolore molto profondo, fatto di senso di colpa, rimorso e anche di una grande paura di aver fatto qualcosa di irreparabile. Quando si tiene davvero a una persona e si ha la sensazione di averla ferita, è naturale che emergano pensieri molto duri verso se stessi, come se tutto il valore personale venisse messo in discussione da quell’errore. È importante però iniziare a distinguere due livelli che spesso si sovrappongono. Da una parte c’è ciò che è accaduto, che ha avuto delle conseguenze reali nella relazione. Dall’altra c’è il modo in cui oggi si sta raccontando quell’evento, con parole molto severe e definitive nei suoi confronti. Il rischio è che il senso di colpa, che di per sé può avere anche una funzione utile perché segnala che qualcosa non è stato in linea con i propri valori, si trasformi in una condanna totale della propria persona. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, quando si entra in questo tipo di spirale, la mente tende a costruire pensieri assoluti come “ho rovinato tutto”, “sono un verme”, “non sono all’altezza”. Questi pensieri, anche se sembrano descrivere la realtà, in realtà la semplificano e la irrigidiscono, alimentando emozioni molto intense come vergogna e disperazione. Più questi pensieri vengono ripetuti, più diventano credibili e più il dolore aumenta. Nel suo racconto emerge anche un altro elemento molto importante, cioè il contesto in cui è avvenuto quel gesto. Non come giustificazione, ma come chiave di comprensione. C’erano dubbi, paura, distanza, una fase di incertezza e probabilmente una parte di lei che si stava confrontando con un cambiamento importante. A volte alcuni comportamenti nascono proprio in momenti in cui si è emotivamente confusi o spaventati. Comprendere questo non significa togliere responsabilità, ma iniziare a dare un senso più completo a ciò che è successo. Rispetto alla sua ex partner, è comprensibile che oggi possa provare rabbia, dolore e anche rifiuto. Ognuno ha i propri tempi e le proprie modalità di reagire a una ferita. Il fatto che lei ora non voglia avere contatti non significa necessariamente che starà sempre così, ma in questo momento sembra aver bisogno di distanza. Il timore di scriverle è quindi comprensibile, perché si trova tra il desiderio di rimediare e la paura di fare ancora più male. Un passaggio delicato è proprio questo, imparare a tollerare il fatto che non tutto è riparabile subito, e che a volte l’unico modo per rispettare davvero l’altra persona è anche accettare il suo bisogno di allontanarsi. Questo non toglie il dolore, ma lo rende più coerente con i valori che emergono dalle sue parole, cioè il rispetto e la cura verso di lei. Allo stesso tempo, rimanere bloccato nell’autocondanna non aiuta né lei né la persona che ha amato. Lavorare su questo senso di colpa, comprendere cosa rappresenta per lei quell’episodio e che significato ha avuto nella sua storia, può diventare un passaggio fondamentale per andare avanti in modo più consapevole. Non per dimenticare, ma per trasformare questa esperienza in qualcosa che le permetta di conoscersi meglio e di costruire relazioni future più solide. Un percorso di supporto può aiutarla proprio a fare questo, cioè uscire dalla visione rigida e punitiva di sé e iniziare a comprendere i meccanismi che l’hanno portata a quel gesto, oltre che a gestire il dolore che sta vivendo ora. Spesso è proprio attraverso questa comprensione che si riesce a trovare un modo più umano e sostenibile di guardarsi. Quello che sente oggi parla di quanto tenga ai legami e di quanto siano importanti per lei. E questo, anche dentro il dolore, è un elemento prezioso su cui poter costruire. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buonasera mia figlia di 13 anni soffre di autolesionismo.adesso è la terza volta che vedo sulle braccia dei piccoli graffi ,ho sempre chiesto spiegazioni e lei mi dice che lo fa solo quando litiga con il suo fidanzatino.Ho paura di parlarne con il padre perché non capirebbe e la potrebbe rinchiudere in casa e togliere completamente in cell.Ho paura di come si possa evolvere questa situazione e non so come gestirla.E’ una ragazza bellissima ,ha amici,esce e sempre ben vestita non le facciamo mancare niente ma evidentemente le manca qualcosa.sSpero di avere una risposta grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buonasera, quello che sta osservando nella sua figlia merita attenzione e anche molta delicatezza, e il fatto che lei se ne sia accorta e si stia ponendo delle domande è già un passaggio molto importante. Quando un ragazzo o una ragazza utilizza piccoli gesti di autolesionismo, spesso non lo fa per “farsi del male” nel senso più diretto del termine, ma per cercare di gestire qualcosa di interno che in quel momento diventa troppo intenso. Emozioni come rabbia, tristezza, frustrazione o senso di rifiuto, soprattutto nelle relazioni affettive, possono essere vissute in modo amplificato a quell’età. Il gesto diventa quindi un modo per scaricare, per avere una sensazione di controllo o per trasformare un dolore emotivo in qualcosa di più “concreto”. Il fatto che sua figlia le dica che succede quando litiga con il fidanzatino è un elemento prezioso. Non è tanto il litigio in sé, quanto ciò che quel momento attiva dentro di lei. Potrebbe trattarsi di paura di essere lasciata, di sentirsi non abbastanza, di non riuscire a tollerare certe emozioni. In adolescenza queste esperienze possono essere molto intense e difficili da regolare. È comprensibile anche la sua preoccupazione rispetto alla reazione del padre. Tuttavia, più che intervenire con restrizioni o punizioni, ciò che davvero può aiutare sua figlia è sentirsi capita e non giudicata. Se percepisce che quello che prova viene minimizzato o controllato, rischia di chiudersi di più. Al contrario, uno spazio in cui può raccontarsi senza paura può fare una grande differenza. Nel concreto, può essere utile avvicinarsi a lei con curiosità e calma, cercando di capire cosa prova in quei momenti senza focalizzarsi solo sul comportamento. Più che chiedere perché lo fa, può essere più efficace aiutarla a mettere parole su ciò che sente prima e dopo quei gesti. Questo la aiuta gradualmente a riconoscere e gestire le emozioni in modo diverso. Allo stesso tempo, è importante non sottovalutare questi segnali. Anche se i graffi sembrano piccoli, rappresentano comunque un modo di affrontare il disagio che merita attenzione. Non è una questione di ciò che le manca a livello materiale o sociale, perché spesso questi comportamenti non hanno a che fare con ciò che si ha fuori, ma con come si vivono le esperienze dentro di sé. In situazioni come questa, un percorso di supporto può essere davvero utile, sia per sua figlia che, in alcuni momenti, anche per lei come genitore. Un lavoro ad orientamento cognitivo comportamentale può aiutare sua figlia a comprendere meglio cosa succede dentro di lei nei momenti di difficoltà, a riconoscere i pensieri e le emozioni che la travolgono e a costruire modalità alternative per gestirli. Allo stesso tempo può offrirle uno spazio protetto dove sentirsi ascoltata senza timore di essere giudicata o controllata. Non è necessario aspettare che la situazione peggiori per chiedere aiuto, anzi intervenire in questa fase può fare davvero la differenza nel modo in cui evolverà. Il suo timore è comprensibile, ma può trasformarsi in una guida preziosa per accompagnarla nel modo più adeguato. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Scusate il post lungo. Ho 27 anni e non ho mai avuto una relazione.
L'unica volta in cui ho baciato una ragazza è stata quando avevo 14 anni, provando una forte eccitazione tanto che mi vergognavo pure ad uscire dalla stanza perché avevo il pene in erezione.
A lungo andare ho scoperto - qui sorge il dubbio - di rimanere attratto da tutti i bei ragazzi: ogni qualvolta ne resto attratto sento un magone sul petto, una sorta di calore, ansia, batticuore e mi dico "ma che succede? perché con le ragazze non mi succede? Sono gay!".
Mi è capitato all'università di infatuarmi di due ragazze però non sentivo l'esigenza di fidanzarmi né avere un rapporto sessuale (in generale non la sento mai con nessuna persona) però mi è capitato anche di provare forti erezioni accanto ad una qualche amica dopo aver stretto forte confidenza oppure cercarne il contatto fisico, la vicinanza.
Ora sono nella situazione in cui penso che queste reazioni siano false e che sia un gay represso. Una volta ad un matrimonio di un mio amico - complice un bicchiere di troppo - corsi verso una 35enne che si stava strusciando con un un tipo e iniziai a ballare anch'io con lei con conseguente mia reazione/erezione. Dovetti però andare via perché scoprii che c'era il suo fidanzato.
Però ripeto, pur vedendo bellissime ragazze, non sento quell'attenzione estetica/fisica che sento quando vedo un bel ragazzo.
Una cosa che invece mi ricordo dall'adolescenza, quando avevo 12 anni, è che rimasi quasi incantato dalle gambe in collant della mia professoressa di italiano 40enne dell'epoca. Collego quella scoperta poi allo sviluppo del mio feticismo verso i collant.
Infatti amo molto massaggiare e se una ragazza mi chiede un massaggio ai piedi glielo faccio ma dovrei controllarmi perché il rischio di eccitarmi sarebbe molto alto.
Lato masturbazione ho provato qualsiasi cosa senza problemi. Se immagino un rapporto sessuale con un uomo però non provo alcun tipo di reazione, mentre con una donna qualcosina cambia.
Mi è capitata una cosa strana recentemente ad una festa: a primo impatto non ho provato attrazione verso ragazze, ma ho trovato belli e attraenti alcuni ragazzi. Durante la festa una mia amica mi ha presentato una sua amica più grande di me e non so come, data la mia timidezza, le ho proposto di andare a ballare verso il centro della pista. Durante, è come se ho avvertito una sorta di erezione lì sotto e non me l'aspettavo.
L'altra notte, pensando ad una scena dove io che massaggio i piedi in collant di una ragazza, mi sono eccitato tantissimo e questa cosa mi è capitata anche dal vivo tanto che poi mi masturbai in bagno.
L'unica cosa è che se immagino una scena di sesso tra me e un ragazzo che mi ha colpito non riesco mai ad eccitarmi, ma nemmeno un accenno di erezione manco a guardare un porno gay con due bei ragazzi.
Onestamente non so più cosa pensare, non è questione di etichette, solo per capire. Mi piacerebbe ricevere da voi un parere.
Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, la situazione che descrive è più comune di quanto possa sembrare e, soprattutto, è comprensibile che generi confusione, dubbio e anche una certa inquietudine. Quando si iniziano a osservare reazioni diverse del proprio corpo e dei propri pensieri, è naturale cercare una spiegazione chiara e definitiva, ma spesso il funzionamento della mente e della sessualità è più complesso e sfumato di quanto ci si aspetti. Un primo aspetto importante riguarda proprio il modo in cui interpreta ciò che sente. Nota alcune reazioni verso i ragazzi e subito il pensiero va in una direzione molto netta, come se dovesse esserci una risposta precisa e definitiva. Questo tipo di interpretazione tende a generare ansia, e l’ansia a sua volta amplifica le sensazioni fisiche come il batticuore, il calore o il nodo al petto. In questo modo si crea un circolo in cui più si osserva e si analizza ciò che accade, più diventa intenso e difficile da decifrare. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, ciò che spesso accade è che si sviluppa un’attenzione molto focalizzata su segnali interni, come le reazioni corporee o i pensieri, e questi segnali vengono letti come prove di qualcosa che “deve” essere vero. Tuttavia, le reazioni del corpo non sono sempre un indicatore diretto e lineare dell’orientamento o dei desideri profondi. Possono essere influenzate da molti fattori, come la novità, la curiosità, l’ansia stessa o alcune associazioni che si sono costruite nel tempo. Nel suo racconto emerge anche un elemento importante, cioè il fatto che alcune fantasie o situazioni specifiche attivano maggiormente l’eccitazione. Questo suggerisce che la sessualità non è qualcosa di uniforme, ma può avere delle preferenze, delle associazioni particolari e delle modalità personali di esprimersi. Cercare di incasellare tutto in una definizione rigida rischia di aumentare il senso di confusione invece di ridurlo. Un altro punto centrale riguarda il fatto che sembra esserci una continua verifica interna, come se fosse necessario capire con certezza cosa prova in ogni momento. Questo controllo, anche se nasce dal bisogno di chiarire, spesso mantiene il dubbio attivo. Più si cerca una risposta immediata e definitiva, più la mente tende a produrre nuove domande e nuove incertezze. In questi casi può essere utile spostare leggermente il focus, passando dal “cosa significa questo” al “come funziona questo in me”. Comprendere i propri schemi, cioè il modo in cui pensieri, emozioni e reazioni corporee si influenzano tra loro, permette di ridurre la confusione e di costruire una visione più integrata e meno ansiogena di sé. Un percorso di supporto può essere molto utile proprio in questo senso, non per etichettare o definire, ma per aiutare a fare ordine, ridurre l’iperanalisi e comprendere meglio il proprio funzionamento senza giudizio. Spesso, quando si lavora su questi aspetti, le risposte arrivano in modo più naturale e meno forzato, e soprattutto diminuisce il bisogno urgente di doverle avere subito. Quello che sta vivendo non indica qualcosa di “sbagliato”, ma piuttosto un momento di esplorazione accompagnato da un elevato livello di attenzione e controllo interno. Ridurre questa pressione può essere già un primo passo importante verso una maggiore serenità. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Ho 18 anni, sono completamente perso, a livello lavorativo, relazionare, familiare, insomma diciamo tutto.
Però è da un po’ di tempo che ho un peso dentro che non so come risolvere e cioè che non so cosa fare della mia vita, so che se trovassi la mia passione farei di tutto per eccellere però purtroppo tutto mi annoia, mi sembra brutto, inutile, limitante, privo di possibilità di crescita.
Cerco questa scintilla per dare un senso alla mia vita, per trasformarla in una attività, che è una cosa che sogno da parecchio tempo, ma comunque niente da fare.
Ora sono in una fase molto brutta anche con il mio attuale lavoro, c’è un bruttissimo rapporto tra me, i colleghi e il capo. Non so veramente cosa fare, sembra un periodo infinito e dove non ho scelta, anche per le strette opportunità che ho date dal fatto che non ho conseguito il diploma ma bensì ho una qualifica professionale.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è un vissuto molto intenso, fatto di confusione, frustrazione e anche di una certa stanchezza emotiva. Quando si ha la sensazione di essere “persi” in più ambiti della propria vita, come il lavoro, le relazioni e la direzione personale, è naturale sentire un peso interno difficile da spiegare e da sostenere. Nel suo racconto emerge un elemento importante: la ricerca di una scintilla, di qualcosa che dia senso e direzione. Questo desiderio è assolutamente comprensibile, soprattutto alla sua età, ma allo stesso tempo può diventare una trappola se vissuto come una condizione necessaria per iniziare a muoversi. In altre parole, più si aspetta di “sentire qualcosa di forte” per agire, più si rischia di restare bloccati, perché quella sensazione spesso non arriva prima dell’azione, ma dopo. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, ciò che sta accadendo può essere letto come un intreccio tra pensieri e comportamenti che si alimentano a vicenda. Pensieri come “niente mi interessa”, “non c’è nulla che valga la pena”, “non ho possibilità” possono portare a una riduzione dell’esplorazione e dell’impegno. Questo, a sua volta, riduce le occasioni di scoprire qualcosa di nuovo o di provare soddisfazione, confermando l’idea iniziale di essere bloccati. Si crea così un circolo che mantiene la sensazione di vuoto e di mancanza di direzione. Anche il contesto lavorativo che descrive sembra contribuire molto a questo stato. Quando si è immersi in un ambiente negativo, è facile che questo influenzi il modo in cui si percepisce se stessi e il proprio futuro, rendendo tutto più pesante e privo di prospettiva. Non è quindi solo una questione di “non sapere cosa fare”, ma anche di essere in una situazione che non facilita la chiarezza. Un altro aspetto rilevante è l’idea che tutto debba essere subito interessante, stimolante e pieno di possibilità. Questa aspettativa, seppur comprensibile, rischia di rendere ogni opzione insufficiente in partenza. A volte la direzione si costruisce facendo piccoli passi, anche in cose che inizialmente non entusiasmano, ma che permettono di capire meglio cosa si vuole e cosa no. Non è tanto una scoperta improvvisa, quanto un processo graduale. In momenti come questo, può essere molto utile spostare leggermente il focus: meno sulla ricerca immediata della passione e più sulla comprensione di come funziona il proprio modo di pensare, reagire e scegliere. Capire, ad esempio, cosa succede dentro quando qualcosa viene percepito come noioso o inutile, oppure quali sono i criteri con cui valuta le opportunità, può aprire spazi nuovi. In questo senso, l’idea di intraprendere un percorso di supporto potrebbe rivelarsi particolarmente preziosa. Non tanto per trovare risposte pronte, quanto per esplorare insieme questi meccanismi, dare un senso a ciò che sta vivendo e costruire passo dopo passo una direzione più personale e sostenibile. Un percorso ad orientamento cognitivo comportamentale, in particolare, può aiutare a rendere più chiari i collegamenti tra pensieri, emozioni e azioni, permettendo di uscire gradualmente da quella sensazione di blocco. Il fatto che senta questo disagio e che se lo stia ponendo come domanda è già un segnale importante. Non indica una mancanza, ma piuttosto una fase di passaggio, anche se ora può sembrare lunga e senza uscita. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, sono una ragazza di 25 anni. Ultimamente sto vivendo un periodo di stress e ansia dovuto al fatto che non ho mai cose da fare, specialmente nel weekend.
Ho i miei amici, pochi ma buoni ma li ho. Il problema é dato dal fatto che non ho una compagnia con cui uscire: tutti I miei amici Hanno qualche altro gruppetto con cui solitamente escono, oppure escono con I propri partner e le loro compagnie.
Io sono fidanzata ma il mio compagno lavora nel weekend perció non organizziamo mai niente di che.
Questa situazione mi sta creando disagio perché vorrei vivermi la mia gioventú di piú, divertirmi, fare delle belle uscite in compagnia, e invece mi ritrovo a fare una vita da sessantenne con mia mamma.
Tutto ció mi crea disagio perché poi mi viene da pensare che io non abbia una compagnia perché sono sbagliata Io, o perché non sono abbastanza intraprendente o non abbia abbastanza amici e automaticamente mi viene da pensare che io sia sfigata.
Mi sono domandata perché io possa essere finita in questa situazione e probabilmente é perché ho vissuto un anno fuorisede e i miei amici si sono creati i propri equilibri e le proprie compagnie. Oppure questa sensazione potrebbe essere dovuta al fatto che non sto lavorando ne studiando al momento e quindi mi ritrovo a passare tutte le giornate a casa (spero quindi appena inizieró a lavorare di non sentirmi piú cosí).
Peró insomma mi sento molto appiattita e ho paura che questa situazione con il passare del tempo non possa che peggiorare. Vorrei anche solo cercare di cambiare il mio pensiero a riguardo per vivermela meglio e accettare che ci siano periodi piú piatti rispetto ad altri, senza vivere con l'ansia e la fomo che mi perseguita.
Grazie per le vostre eventuali risposte.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è un vissuto molto comprensibile e anche piuttosto diffuso, soprattutto in alcune fasi della vita in cui i ritmi cambiano e i riferimenti abituali sembrano meno disponibili. Non è tanto la mancanza di impegni in sé a generare il disagio, quanto il significato che quella situazione sta assumendo dentro di lei. Nel suo racconto emerge chiaramente come, a partire da una condizione oggettiva, cioè avere meno occasioni sociali nel weekend, si attivi una serie di pensieri molto duri verso se stessa. L’idea di essere sbagliata, di non essere abbastanza, di essere in qualche modo indietro rispetto agli altri. È proprio questo passaggio che, dal punto di vista cognitivo comportamentale, diventa centrale, perché è lì che la situazione si trasforma da semplice momento di vuoto a fonte di ansia, frustrazione e senso di inferiorità. Quando la mente collega ciò che accade fuori a un giudizio su chi si è, il rischio è quello di entrare in un circolo che si autoalimenta. Più si pensa di essere “sfigata” o non abbastanza intraprendente, più ci si sente bloccati, meno si agisce, e di conseguenza meno occasioni si creano. Questo rafforza ulteriormente il pensiero iniziale, rendendolo sempre più credibile. Allo stesso tempo, è importante riconoscere che la sua lettura della situazione contiene già elementi molto realistici. Il fatto di aver vissuto un periodo fuori sede, il cambiamento degli equilibri tra amici, il momento attuale senza lavoro o studio sono tutti fattori che possono contribuire a una fase più “piatta”. Non è quindi necessariamente un problema legato a chi è lei, ma piuttosto a una fase di transizione. La sensazione di fomo che descrive è particolarmente significativa, perché tende a far percepire gli altri come sempre attivi, soddisfatti, inseriti, mentre si resta fermi. Questo confronto continuo, spesso alimentato anche da ciò che si vede dall’esterno, può amplificare molto il senso di esclusione, anche quando nella realtà le cose sono più sfumate. Un aspetto importante su cui può iniziare a riflettere è proprio il modo in cui interpreta questi momenti di vuoto. Non tanto cercando di convincersi che vadano bene a tutti i costi, ma iniziando a riconoscere che un periodo meno pieno non definisce il suo valore né la sua capacità di costruire relazioni. Allo stesso tempo, piccoli movimenti nella direzione che desidera possono aiutare a rompere quella sensazione di immobilità, senza aspettare che tutto cambi improvvisamente. In questo senso, lavorare su questi meccanismi può essere molto utile. Un percorso di supporto può aiutarla a comprendere meglio come si attivano questi pensieri, come influenzano le sue emozioni e i suoi comportamenti, e come gradualmente costruire un modo diverso di stare nelle situazioni, anche quando non sono perfette. Un approccio cognitivo comportamentale, in particolare, può aiutarla a uscire da questo circolo e a ritrovare una maggiore libertà nel modo di vivere le sue giornate e le sue relazioni. Quella che sta vivendo non è una condizione fissa, ma una fase che può essere compresa e trasformata. Il fatto che lei abbia già questa consapevolezza e il desiderio di viverla in modo diverso è un punto di partenza molto importante. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno dott. io soffro di ansia è disturbo ossessivo da ben 15 anni oramai.. infatti sono in cura.. ma ci sono periodi che ho paure strane se sto solo nella stanza mi sento come se prima o poi dovrei vedere qualcuno di allucinazione, oppure tipo ieri sera ho avuto una discussione con la mia ragazza mene sono andato a dormire nel salone da solo dopo 30 minuti nemmeno sono dovuto tornare nella stanza dalla mia ragazza perchè avevo paura come se dovevo avere qualche allucinazione, oppure se la sera passo dal corridoio per andare in bagno di buoi è come se mi mette ansia... adesso vorrei chiedere tutte queste paure che mi faccio che mi vergogno anche dirlo.. può essere un inizio di psicosi o schizofrenia... anche se non ho mai avuto in 34 anni che ho allucinazioni... Grazie
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, quello che descrive è qualcosa che può spaventare molto, soprattutto perché riguarda la paura di perdere il controllo o di “impazzire”, ed è comprensibile che questo la porti anche a provare vergogna nel raccontarlo. In realtà, proprio il fatto che lei riesca a descrivere con lucidità queste sensazioni e a metterle in discussione è già un elemento molto importante. Da quello che racconta, sembra che il punto centrale non sia la presenza di allucinazioni reali, ma piuttosto la paura che possano verificarsi. Questa distinzione è fondamentale. In un’ottica cognitivo comportamentale, si osserva spesso come la mente, soprattutto quando è già sensibile all’ansia e ai pensieri ossessivi, inizi a costruire scenari catastrofici che vengono poi vissuti come possibili o imminenti, anche se nella realtà non si sono mai verificati. È come se il pensiero “potrei vedere qualcosa” venisse trattato dal cervello quasi come una minaccia concreta. Questo genera un circolo particolare. Più compare quel pensiero, più l’attenzione si focalizza su ogni minimo segnale interno o esterno, aumentando lo stato di allerta. Più aumenta l’allerta, più il corpo reagisce con ansia, tensione, sensazioni strane. E queste sensazioni, a loro volta, vengono interpretate come la prova che qualcosa non va, rinforzando ancora di più la paura iniziale. In questo senso, non è la presenza di qualcosa di “strano” a creare il problema, ma il modo in cui viene interpretato e il significato che gli viene dato. Il fatto che queste paure emergano soprattutto quando è da solo, al buio o in situazioni di silenzio, è coerente con questo meccanismo. In quei momenti c’è meno distrazione e la mente ha più spazio per amplificare i pensieri e le sensazioni. Anche l’episodio che descrive dopo la discussione con la sua ragazza può essere letto in questa chiave: una condizione emotiva già attivata ha reso più facile l’emergere di questi pensieri e della conseguente paura. Comprensibilmente, la mente cerca di proteggersi evitando queste situazioni, come tornare nella stanza o evitare il corridoio al buio. Nel breve momento questo riduce l’ansia, ma nel lungo periodo mantiene il problema, perché conferma implicitamente l’idea che ci sia davvero qualcosa da temere. Rispetto al timore che possa trattarsi di qualcosa di più grave, come una psicosi, è importante sottolineare che la paura di avere un sintomo non equivale ad avere quel sintomo. Anzi, nelle difficoltà legate all’ansia e ai pensieri ossessivi è molto frequente proprio questa preoccupazione di “stare per perdere il controllo”. È una paura molto intensa, ma resta una paura. Proprio per questo, un lavoro mirato su questi meccanismi può essere molto utile. Un percorso di tipo cognitivo comportamentale permette di comprendere in modo più approfondito come nascono e si mantengono questi pensieri, e soprattutto di imparare a modificare il modo in cui vengono gestiti. Non si tratta di eliminare i pensieri, ma di cambiare il rapporto con essi, riducendo progressivamente il loro impatto emotivo e le reazioni che innescano. Considerando che questa difficoltà è presente da tempo, ma con momenti di maggiore intensità, potrebbe essere particolarmente utile approfondire proprio questi periodi in cui le paure aumentano, per capire cosa li attiva e come intervenire in modo più efficace. Spesso, comprendere questi schemi di funzionamento rappresenta già un primo passo importante per ridurre il senso di impotenza. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, ho una figlia che soffre di binge eating da moltissimi anni, ora è due anni che convive e io la vedo poco, ma ogni volta che la vedo noto chiaramente (e non solo io) che mette sempre più peso. Ormai sarà oltre i 100 kg. Non so proprio da dove iniziare per aiutarla. Nel passato abbiamo provato psicoterapia, psichiatria, farmaci di tutto, ma dopo pochissime sedute si mollava. E’ arrivata a dirmi stop, attraverso una terapeuta che mi ha chiamata e abbiamo fatto colloquio insieme, mi hanno chiesto di lasciarla stare. Da lì ho mollato. Mi sono arresa. Peccato che a distanza di un anno e mezzo la sua situazione sia decisamente peggiorata. Grazie a chi mi risponderà.
RISPOSTA DEL DOTTORE:
Buongiorno, nelle sue parole si sente chiaramente quanto questa situazione la coinvolga profondamente, e quanto sia faticoso stare in bilico tra il desiderio di aiutare sua figlia e il timore di invadere uno spazio che le è stato esplicitamente chiesto di rispettare. È una posizione che spesso porta con sé senso di impotenza, ma anche dubbi continui su quale sia il modo giusto di comportarsi. Quando si osservano comportamenti come quelli legati al binge eating, è importante provare a spostare lo sguardo da ciò che appare in superficie a ciò che può esserci sotto. Il cibo, in questi casi, diventa spesso uno strumento per gestire emozioni difficili, stati interni che magari non trovano altre vie di espressione. Non è quindi una questione di volontà o di mancanza di controllo, ma piuttosto di un equilibrio emotivo che in qualche modo fatica a regolarsi. Da una prospettiva cognitivo comportamentale, si osserva come nel tempo possano svilupparsi modalità di pensiero molto dure verso se stessi, accompagnate da vissuti di vergogna, inadeguatezza o fallimento. Questi elementi possono rendere molto difficile accettare un aiuto, soprattutto se viene percepito come qualcosa che mette ancora più in luce il problema. Questo può spiegare, almeno in parte, perché sua figlia in passato abbia interrotto i percorsi intrapresi, non necessariamente perché inutili, ma forse perché emotivamente troppo complessi da sostenere in quel momento. In questo senso, il suo ruolo diventa molto delicato ma anche prezioso. Più che intervenire direttamente sul comportamento, può essere utile cercare di costruire un clima relazionale in cui sua figlia possa sentirsi accolta senza sentirsi osservata o giudicata. Questo non significa ignorare ciò che sta accadendo, ma offrire una presenza che non aumenti la pressione. A volte è proprio la riduzione della pressione che permette alla persona di riavvicinarsi spontaneamente all’idea di farsi aiutare. È altrettanto importante dare spazio anche a ciò che prova lei. Il senso di frustrazione, la preoccupazione e forse anche la paura di vedere peggiorare la situazione sono reazioni comprensibili. Avere uno spazio in cui poterle elaborare può fare una grande differenza, anche perché permette di muoversi con maggiore chiarezza e meno reattività nella relazione con sua figlia. Un percorso di supporto, anche per lei, può rappresentare un modo per comprendere meglio questi meccanismi e per individuare modalità comunicative e relazionali più efficaci. In un’ottica cognitivo comportamentale, lavorare su questi aspetti aiuta a interrompere alcuni circoli che, senza volerlo, possono mantenere il problema nel tempo. Spesso non si tratta di fare grandi cambiamenti, ma di modificare piccoli elementi che nel loro insieme possono aprire nuove possibilità. Il fatto che oggi sua figlia sembri distante non esclude affatto che in futuro possa riavvicinarsi all’idea di un percorso. E il modo in cui si sentirà accolta e compresa nel presente potrà avere un peso importante in quella eventuale scelta. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Domande più frequenti
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Ernia del disco lombare
Gentile paziente,
certamente un'ernia potrebbe essere la causa del suo…