Buonasera, sono la mamma di Diego un ragazzo di quasi 14 anni dolce, gentile da sempre..sin da picco

25 risposte
Buonasera, sono la mamma di Diego un ragazzo di quasi 14 anni dolce, gentile da sempre..sin da piccolo è sempre statoi un bambino molto vivace ammetto di averlo contenuto abbastanza con continui richiami, ma era veramente un terremoto . I primi anni della scuola dell infanzia sono stati duri, cercava di attirare l attenzione ..scarabocchiando il foglio del compagno, facendo piccoli dispetti, e non c'è stato giorno in cui le sue maestre non mi abbiano fermato per riferirmi tutto ciò..feci anche i controllo per verificare nel caso fosse ADHH ..ma nulla mi fu solo detto che era un ragazzino dal temperamento dinamico!Gli anni delle elementari sono trascorsi tranquilli, vivace ma nulla di che! Gli anni delle medie invece sono stati tosti! Ora è in terza media la sua classe è composta da un gruppo maschile che si trascina dalla materna , ed in piu giocano anche a basket insieme da anni..beh lui si è sempre sentito escluso , non accettato a pieno sebbene siano usciti anche tante volte insieme, come se questo fosse un gruppo ermetico !La sua risposta a cio è che risulta infantile, è come se ogni giorno dovesse fare intrattenimento , chiaramente afferma "se non faccio ridere mi sento non valido"si agita, esagera e per far ridere ha preso anche una nota disciplinare! inutile stare a dire che in casa parliamo tantissimo cerco di fargli capire che non deve performare per valere....ma la mia paura piu grande è che possa crescere insicuro e che x tutta la vita abbia questa richiesta di attenzioni.. cosa dobbiamo fare?grazie mille
Dott.ssa Martina Giordano
Psicologo, Psicologo clinico
Salerno
Quello che racconti mostra un ragazzo sensibile, che ha imparato a cercare valore nell’approvazione degli altri più che nella sicurezza interna di sé
Non è “sbagliato”, è un modo che ha trovato per sentirsi visto nel gruppo
Il punto importante è che lui non sta cercando solo di far ridere, ma di sentirsi accettato
Quando questo non arriva, aumenta l’ansia e la performance diventa più intensa.
Quello che già stai facendo in casa è molto prezioso, ma da solo non basta a trasformare un bisogno così profondo.
In questa fase sarebbe utile aiutarlo a costruire autostima non legata al gruppo, ma a ciò che è lui al di fuori della performance.
E allo stesso tempo lavorare su come si sta dentro le relazioni tra pari.
Un percorso psicologico per adolescenti potrebbe aiutarlo molto a ridurre l’ansia sociale e a rafforzare la sua identità, così da non dover “recitare” per sentirsi accettato
Intervenire ora è un grande punto di forza, perché a 14 anni questi schemi sono ancora molto modificabili.

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Dott.ssa Veronica Savio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Medolla
Gentile utente,
nelle sue parole si sente una mamma attenta, presente, che prova a capire davvero il mondo interno di suo figlio. Questo è già un punto molto importante.
Diego sembra aver costruito, nel tempo, una sorta di “strategia”: fare ridere per sentirsi visto e accettato. Non è tanto un bisogno di attenzione fine a sé stesso, quanto il tentativo di colmare una sensazione più profonda di esclusione o di “non essere abbastanza” dentro al gruppo. Quando un ragazzo si sente ai margini, può cercare un ruolo che gli garantisca un posto, anche se questo significa esagerare o mettersi in difficoltà.
Il fatto che lei gli parli e provi a rassicurarlo è fondamentale, ma a questa età le parole dei genitori, da sole, spesso non bastano: il bisogno di appartenenza ai pari è molto potente.
Più che correggere il comportamento (“non fare così”), può essere utile aiutarlo a riconoscere cosa prova in quei momenti:
“Cosa succede dentro di te quando senti di dover far ridere?”
“Cosa temi accada se non lo fai?”
Questo lo aiuta a spostarsi dal comportamento all’emozione.
Allo stesso tempo, può essere importante offrirgli contesti alternativi in cui sperimentarsi: altri gruppi, attività diverse, ambienti in cui non sia già “etichettato” nel ruolo del buffone. A volte basta un’esperienza diversa per cambiare la percezione di sé.
La sua paura che questa modalità lo accompagni “per tutta la vita” è comprensibile, ma non è un destino già scritto. È una fase evolutiva in cui si stanno formando identità e autostima, e proprio per questo è un momento molto lavorabile.
Se dovesse vedere che questa insicurezza resta molto intensa o che il bisogno di approvazione diventa sempre più rigido, potrebbe essere utile affiancare a questo un percorso di supporto psicologico per suo figlio, uno spazio neutro dove possa esplorare queste dinamiche con qualcuno esterno alla famiglia.
Diego non è “troppo bisognoso di attenzione”: sta cercando, a modo suo, un posto nel mondo. Con il giusto sostegno, può imparare a starci senza dover “performare”.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
Ciao mamma, la ringrazio per il suo racconto e le consigliere di intraprendere un percorso psicologico per poter dare a lui più fiducia in se stesso. Grazie.
Dott.ssa Ilaria Panarelli
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Pegognaga
Buongiorno, suo figlio ha un'età importante per la sua crescita, il gruppo dei pari gioca un ruolo fondamentale per la costruzione della sua identità e farsi accettare dai coetanei diviene uno dei principali desideri di un ragazzo di 14 anni.
Probabilmente il suo comportamento ha l'obiettivo di attirare l'attenzione su di sè e trovare un ruolo all'interno del gruppo, anche se questo ruolo lo fa stare male, come si intuisce dalle sue parole.
Avete valutato di iniziare un percorso psicologico per affrontare questi aspetti che fanno parte del suo percorso di crescita?
Dott.ssa Camilla Tommasini
Psicologo, Psicologo clinico
Siena
Gentilissim*,
capisco la preoccupazione che è legittima. Le esperienze infantili spesso ci influenzano e forgiano a loro modo, se la preoccupazione è il benessere del bambino forse può essere d'aiuto consultare un professionista psicologo infantile. Inoltre, può essere ottimale a volte confrontarsi noi stessi con un professionista psicologo che ci aiuti a comprendere meglio la situazione e cosa proviamo a riguardo, anche tramite un percorso di supporto psicologico. Spero di averle dato un po' più di chiarezza, per qualsiasi cosa non esiti a contattarmi. Dott.ssa Tommasini
Dott. Giulio Ciccia
Psicologo, Psicoterapeuta
Bergamo
buongiorno
può essere utile per questo ragazzo differenziare i contesti di socializzazione. a volte cambiando gruppo può succedere che si modifichi il nostro atteggiamento nei confronti di noi stessi e degli altri, perchè l'identità, sociale o individuale che sia, si modella dentro le relazioni, non è qualcosa di statico e immodificabile, soprattutto in una fase di profondo e continuo cambiamento come l'adolescenza. consiglio dunque di spronarlo a frequentare altri gruppi , organizzazioni e attività socializzanti come ad esempio gli scout. non è improbabile che il suo stile di comportamento sia diventato rigido perchè in fondo frequenta le stesse persone da anni. infine positiva la comunicazione con la mamma, ma a 14 anni non può essere l'unica interlocutrice, è importante che si possa confrontare anche con altri, pari o adulti che siano, per aumentare le prospettive di visione del mondo e di se stesso. in caso anche una piccolo sostegno psicologico (per crescita personale e non necessariamente curativo) potrebbe essere utile. spero di essere stato di aiuto e in caso mi faccia sapere anche attraverso i mezzi che questa piattaforma mette a disposizione. cordialità
La sua domanda è legittima in questi casi è opportuno far riferimento a un professionista serio che possa aiutare lei e suo figlio affinché possiate trovare tutto assieme una maggior serenità
Buongiorno, le rispondo con una premessa: nel racconto mancano elementi importanti. Non conosciamo la voce diretta di Diego, cosa accada davvero nel gruppo dei compagni, se ci siano prese in giro o esclusioni concrete, quale ruolo abbiano insegnanti e allenatore, quale sia la presenza del padre, com’è la relazione tra voi genitori e in quali momenti Diego si senta visto senza dover far ridere. Per questo la mia non è una sentenza su suo figlio, ma un’ipotesi costruita su ciò che lei racconta.

La frase più importante, secondo me, è questa: “se non faccio ridere mi sento non valido”. Qui non siamo davanti solo a un ragazzo vivace o infantile. Sembra piuttosto che Diego abbia imparato, forse da molto tempo, che per essere visto deve produrre una reazione: da piccolo con dispetti e agitazione, oggi con battute, esagerazioni e intrattenimento.

Il rischio è che il gruppo dei pari diventi il palcoscenico in cui ripete sempre la stessa soluzione: “se faccio ridere esisto, se non faccio nulla sparisco”. Ma questa soluzione lo protegge e insieme lo imprigiona, perché più fa il simpatico a tutti i costi, più rischia di essere visto proprio come quello immaturo, e più sente di dover esagerare ancora.

Attenzione anche a un punto: spiegargli continuamente che “non deve performare per valere” è giusto nell’intenzione, ma potrebbe non bastare. Anzi, se diventa un discorso ripetuto, lui può sentirsi ancora una volta il ragazzo da correggere. A volte un adolescente non cambia perché gli spieghiamo meglio il problema, ma perché gli facciamo vivere un’esperienza diversa.

Proverei quindi a spostare il lavoro da “non fare il buffone” a “chi sei quando non devi far ridere nessuno?”. Cercate momenti in cui riconoscerlo per qualcosa che non sia simpatia, agitazione o intrattenimento: una responsabilità, una competenza, un gesto maturo, una scelta calma. Deve poter sperimentare che viene visto anche quando non fa rumore.

Allo stesso tempo, sarebbe utile parlare con scuola e allenatore non solo per sapere se disturba, ma per capire che posto occupa davvero nel gruppo: è escluso, preso in giro, tollerato, cercato, usato come quello che diverte? Questa distinzione cambia molto.

Se la preoccupazione continua, può essere utile un confronto con uno psicologo dell’età evolutiva o familiare, non per “aggiustare” Diego, ma per capire insieme quale bisogno sta cercando di proteggere con quella richiesta di attenzione. Perché forse il punto non è togliere il suo bisogno di essere visto, ma aiutarlo a non dover conquistare lo sguardo degli altri facendo spettacolo.

Un caro saluto.
Dr. Roberto Lavorante
Psicologo, Psicologo clinico
Napoli
Buonasera,
da ciò che racconta emerge con molta chiarezza quanto lei sia attenta e coinvolta nel percorso di suo figlio, e quanto tenga al suo benessere emotivo oltre che comportamentale.
La storia che descrive ha una sua coerenza, ovvero un bambino inizialmente molto vivace, che ha ricevuto numerosi richiami dall’ambiente adulto, e che nel tempo ha imparato che per essere visto e riconosciuto doveva in qualche modo “attivarsi”, attirare l’attenzione. Non si tratta di qualcosa di “sbagliato”, ma di una strategia relazionale che probabilmente, in alcune fasi, ha avuto anche una sua funzione.
Oggi però il contesto è cambiato. L’adolescenza, e in particolare il gruppo dei pari, diventa centrale. Da come lo descrive, suo figlio sembra percepire quel gruppo come chiuso, già definito, e questo può farlo sentire in una posizione di marginalità. In queste situazioni, alcuni ragazzi cercano di trovare un posto assumendo un ruolo riconoscibile che, nel suo caso, è quello di “quello che fa ridere”. È come se avesse costruito una sorta di equazione interna “se faccio divertire gli altri, allora vengo accettato”.
Quando questa strategia diventa rigida, però, rischia di portarlo a esagerare, fino a comportamenti che poi vengono sanzionati, rinforzando ulteriormente un’immagine di sé un po’ fragile. Non è tanto una questione di infantilità, quanto di ricerca di appartenenza e di riconoscimento.
Il fatto che in casa ne parliate molto è sicuramente una risorsa importante. Allo stesso tempo, è comprensibile che i messaggi verbali (“non devi performare per valere”) facciano fatica a essere interiorizzati se l’esperienza che lui vive fuori continua a dirgli il contrario. In un’ottica sistemico-relazionale, il cambiamento passa non solo da ciò che gli si dice, ma anche da come lui si sente visto e riconosciuto nelle diverse relazioni.
Può essere utile, ad esempio, valorizzare e restituirgli aspetti di sé che non siano legati alla performance o al far ridere, ma momenti in cui è stato autentico, in cui ha mostrato sensibilità, capacità, interessi. Aiutarlo a costruire un’immagine di sé più ampia, che non dipenda da un unico ruolo.
Allo stesso tempo, forse può essere importante aiutarlo a leggere ciò che accade nel gruppo in modo meno centrato su di sé, a volte i gruppi adolescenziali sono davvero “ermetici” e non sempre l’esclusione percepita è legata a un limite personale. Questo può alleggerire il senso di inadeguatezza.
Rispetto alla sua preoccupazione sul futuro, è comprensibile, ma al tempo stesso rischia di amplificare l’ansia nel presente. Suo figlio è in una fase evolutiva in cui queste dinamiche sono molto frequenti e ancora in trasformazione. Il fatto che lui riesca a esprimere il suo vissuto (“se non faccio ridere non valgo”) è già un elemento prezioso, perché rende possibile lavorarci.
Se dovesse vedere che questa modalità diventa sempre più pervasiva o fonte di sofferenza significativa, potrebbe essere utile un confronto con un professionista, non tanto perché ci sia “qualcosa che non va”, ma per offrirgli uno spazio in cui esplorare queste dinamiche in modo protetto.
Più che temere che “sarà così per tutta la vita”, può forse aiutarla pensarlo come un ragazzo che sta cercando il suo posto e che, con il giusto accompagnamento, può ampliare le sue modalità di stare in relazione.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Dott.ssa Lisa Cerri
Psicologo clinico, Psicologo
Soiano del Lago
Buonasera,
da quello che racconta, suo figlio non mi restituisce l’immagine di un ragazzo “vuoto” o problematico, ma di un ragazzo molto sensibile al tema dell’accettazione e del sentirsi visto dagli altri. E spesso i bambini molto vivaci, soprattutto se crescono con tanti richiami ricevuti fin da piccoli (anche comprensibili), finiscono pian piano per costruirsi l’idea di essere “quello che disturba”, “quello troppo”, oppure “quello che deve fare qualcosa per essere notato positivamente”.

Quello che descrive oggi — il bisogno di far ridere, l’agitarsi, l’esagerare — sembra più una strategia relazionale che cattiveria o superficialità. Come se avesse imparato che, per sentirsi dentro al gruppo, debba continuamente intrattenere o performare. E a 13-14 anni il gruppo pesa tantissimo: sentirsi “quello fuori” può fare molto male, anche quando apparentemente qualche amicizia c’è.

La cosa importante è che lei e suo marito non continuiate a rinforzare involontariamente l’idea che lui “sia sbagliato” o “debba correggersi per essere amato”. Da ciò che scrive, mi sembra che stiate già cercando di fare un lavoro diverso, più accogliente e riflessivo, ed è prezioso.

Attenzione però a una cosa: spiegargli tante volte “non devi performare per valere” è corretto, ma a questa età spesso le parole arrivano meno delle esperienze emotive concrete. Lui ha bisogno soprattutto di fare esperienze in cui si senta apprezzato anche quando non intrattiene nessuno. Quindi può essere utile valorizzarlo nei momenti di calma, autenticità, gentilezza, profondità, senza mettere al centro solo il comportamento problematico o quello “simpatico”.

E non darei per scontato che questa modalità resterà “per tutta la vita”. L’adolescenza è piena di tentativi identitari un po’ goffi. Molti ragazzi che oggi sembrano clown del gruppo, in realtà stanno solo cercando disperatamente un posto emotivo sicuro.

Se però vede che questa sofferenza sociale aumenta, che l’autostima si abbassa molto o che lui appare sempre più dipendente dall’approvazione degli altri, allora un piccolo percorso psicologico potrebbe aiutarlo a costruire un senso di sé più stabile e meno basato sulla conferma esterna. Non perché “ha qualcosa che non va”, ma perché a volte alcuni ragazzi hanno bisogno di un luogo neutro dove sentirsi riconosciuti senza dover fare spettacolo.
In bocca al lupo per tutto. Un caro saluto!
Dott. Daniele Migliore
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentilissima, grazie per aver condiviso la sua preoccupazione.
Il fatto che lei si stia interrogando su come essere in grado di dare il miglior supporto possibile a suo figlio è già una risorsa importante.
Il percorso evolutivo è un periodo molto complesso che richiede di riconoscersi e scoprirsi anche e soprattutto attraverso il rapporto con i pari. Suo figlio si sta sperimentando, sta cercando di comprendere in che misure e con che dinamiche riesce a stare nei contesti sociali e nei rapporti di amicizia.
Più che preoccuparsi di cosa suo figlio potrebbe avere bisogno in futuro (che di per sé è imprevedibile in quanto i bisogni e i desideri cambiano con il tempo) lei rimanga presente, sia supportiva, come peraltro sta già facendo.
Prenda in considerazione la possibilità di iniziare un percorso con un professionista che possa aiutarlo a risolvere questi sentimenti di esclusione e nel destreggiarsi con i compiti evolutivi; oltre che dare un supporto a lei come genitore aiutandola a sentirsi meno sola.
Auguro ad entrambi il meglio,

Dott. Daniele Migliore
Dott.ssa Ylenia De Fusco
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buonasera,

dalle sue parole emerge un ragazzo sensibile che sembra aver trovato nel “far ridere” un modo per sentirsi accettato e visto nel gruppo, soprattutto in un contesto dove i legami tra coetanei sono già molto consolidati.

Il fatto che dica “se non faccio ridere non valgo” è un segnale importante: non tanto di un problema stabile, quanto di una modalità che ha costruito per stare nelle relazioni.

Il dialogo che avete in casa è già un grande punto di forza. Può aiutarlo continuando a rinforzare il suo valore al di là della performance e validando il suo vissuto, senza minimizzarlo.

Se questa insicurezza dovesse persistere o farlo soffrire, un supporto psicologico potrebbe aiutarlo a costruire maggiore sicurezza in sé.

Un caro saluto
Dott.ssa Oxana Panetta
Psicologo
Laureana di Borrello
Buonasera, grazie per aver raccontato con così tanta cura la storia di suo figlio. Si sente chiaramente quanto lei sia presente e attenta, e questo è già un fattore molto importante per il suo sviluppo.
Quello che descrive non è raro in ragazzi della sua età, soprattutto in una fase delicata come la preadolescenza. Suo figlio sembra aver costruito nel tempo una sorta di “strategia relazionale”: usare l’umorismo, l’energia e anche l’eccesso per cercare appartenenza. Non è tanto un problema di comportamento in sé, quanto il significato che quel comportamento ha per lui: “valgo se faccio ridere”. Questo è il punto centrale.
Il fatto che da piccolo fosse molto vivace e contenuto frequentemente può aver contribuito (senza colpe) a fargli interiorizzare l’idea che per essere visto deve “fare qualcosa in più”. Ora, nel contesto del gruppo — che lei descrive come chiuso e già strutturato — questa dinamica si amplifica: lui sente di dover conquistare uno spazio che percepisce precario.
La sua preoccupazione è comprensibile: non tanto per ciò che fa oggi, ma per il rischio che diventi un modo stabile di sentirsi nel mondo.c’è un aspetto importante: queste dinamiche sono profonde e spesso non si modificano solo con il dialogo familiare, per quanto fatto bene. Non perché lei non stia facendo abbastanza, ma perché suo figlio potrebbe aver bisogno di uno spazio solo suo, neutro, dove esplorare queste insicurezze senza sentirsi giudicato o “corretto”.
Un percorso psicologico in questa fase non serve perché “c’è qualcosa che non va”, ma perché può aiutarlo a:
costruire un senso di sé più stabile
sentirsi accettabile anche senza performance
trovare modi più funzionali di stare nel gruppo
E spesso aiuta anche i genitori a capire come intervenire senza aumentare la pressione.
Se sente che questa situazione la preoccupa nel tempo, confrontarsi con una professionista potrebbe darle strumenti concreti e anche alleggerire il peso che sta portando da sola.
Se vuole, possiamo approfondire meglio alcuni episodi specifici o capire insieme quali segnali osservare per orientarsi con più chiarezza.
Resto a disposizione
Cordiali Saluti
Salve signora, Diego potrebbe lavorare sulle credenze che ha di se stesso e che lo portano a tentare di farsi accettare dal gruppo in questa modalità che poi gli risulta controproducente.
Dott.ssa Sara Sanna
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Su planu
Salve, dalle sue parole emerge chiaramente un ragazzo sensibile, affettuoso, vivace, con un forte bisogno di sentirsi visto, accolto e riconosciuto. Emerge anche una mamma molto attenta, che si interroga non solo sul comportamento del figlio, ma soprattutto su ciò che quel comportamento può significare.
Il punto centrale, da come lo descrive, non sembra essere semplicemente il “far ridere” o l’essere infantile, ma il significato che Diego attribuisce a quel ruolo: “se non faccio ridere, non valgo”. Questa frase è molto importante, perché racconta un vissuto più profondo: il timore di non essere abbastanza, di non essere scelto, di non avere un posto nel gruppo se non attraverso una prestazione.A quasi 14 anni, il gruppo dei pari diventa uno specchio potentissimo. Sentirsi esclusi, anche solo parzialmente, può generare molta sofferenza. Alcuni ragazzi reagiscono chiudendosi, altri diventando oppositivi, altri ancora — come sembra fare Diego — cercando di conquistare attenzione attraverso la simpatia, l’esagerazione, l’intrattenimento. Non è “capriccio”: spesso è un tentativo, ancora immaturo, di proteggersi dal dolore del sentirsi ai margini.
È molto bello che in casa ne parliate e che cerchiate di trasmettergli il messaggio che non deve performare per avere valore. Tuttavia, a volte, quando un ragazzo ha interiorizzato l’idea di dover “fare qualcosa” per essere accettato, le parole da sole non bastano. Serve aiutarlo piano piano a fare esperienza concreta del fatto che può essere apprezzato anche quando è tranquillo, serio, vulnerabile, non brillante.
Può essere utile, ad esempio, spostare il dialogo dal “non devi fare così” al “cosa senti in quel momento?”. Domande come:“Cosa temi che succeda se resti in silenzio?”“Quando fai ridere gli altri, cosa provi subito dopo?”“Ti senti davvero più vicino a loro o solo più visibile?”“Con chi riesci a essere te stesso senza dover esagerare?”
Queste domande possono aiutarlo a riconoscere il bisogno sottostante: appartenenza, accettazione, sicurezza, valore personale.
Allo stesso tempo, è importante non patologizzare Diego. La sua vivacità, la sua energia e anche il suo desiderio di relazione non sono aspetti da spegnere. Vanno piuttosto aiutati a trovare una forma più regolata, più autentica, meno dipendente dall’approvazione del gruppo.
Il lavoro più importante potrebbe essere proprio questo: aiutarlo a costruire un senso di valore che non dipenda solo dalla reazione degli altri. Valorizzarlo quando mostra sensibilità, responsabilità, pensiero, gentilezza; non solo quando è simpatico o brillante. Restituirgli spesso immagini di sé più ampie: “Tu non sei solo quello che fa ridere. Sei anche un ragazzo attento, profondo, capace di voler bene, capace di riflettere”.
Se questa sofferenza rispetto al gruppo è presente da tempo, se lo porta ad agire in modo impulsivo o a sentirsi molto inadeguato, potrebbe essere utile anche un breve percorso psicologico per lui, non perché ci sia necessariamente “qualcosa che non va”, ma per offrirgli uno spazio neutro in cui comprendere meglio sé stesso, il suo modo di stare con gli altri e il suo bisogno di approvazione.
Da genitori, il compito non è impedirgli ogni insicurezza — perché a quest’età è normale attraversarla — ma aiutarlo a non identificarsi con essa. Diego non deve diventare “meno vivace”: deve poter scoprire che può essere amato, scelto e rispettato anche quando non intrattiene nessuno.
Mi sembra che abbiate già colto un aspetto molto importante. Continuate a stargli accanto con ascolto, fermezza e delicatezza, aiutandolo a distinguere tra il desiderio sano di piacere agli altri e il bisogno doloroso di dover meritare il proprio posto. Un caro saluto
Dott. Valerio Romano
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Torino
Buongiorno,
da quello che racconta emerge l’immagine di un ragazzo molto sensibile al gruppo e al bisogno di sentirsi accettato. Il fatto che da piccolo fosse molto vivace non significa necessariamente che svilupperà problemi di autostima “per tutta la vita”; anzi, spesso bambini così energici e impulsivi imparano col tempo a regolarsi meglio, soprattutto se hanno accanto adulti che li aiutano a capirsi senza umiliarli.
Mi sembra importante anche un altro punto: suo figlio ha già una buona consapevolezza di sé, perché riesce a dire una frase molto significativa: “se non faccio ridere mi sento non valido”. Questo vuol dire che non sta solo “facendo il buffone”, ma sta cercando un modo per sentirsi visto e incluso in un gruppo che percepisce come chiuso e difficile da raggiungere. In adolescenza il bisogno di appartenenza è fortissimo, e quando un ragazzo si sente un po’ ai margini può iniziare a usare il ruolo dell’intrattenitore per conquistarsi un posto. Il problema è che più sente di dover performare, più rischia di esagerare, agitarsi e perdere spontaneità.
Il fatto che in casa ne parliate tanto e che lei cerchi di trasmettergli il messaggio “non devi fare spettacolo per valere” è molto importante. Però attenzione a non trasformare anche questo in qualcosa che lui può vivere come “c’è qualcosa di sbagliato in me da correggere”. A volte ragazzi così sentono di essere “troppo” già da piccoli, soprattutto se crescono con molti richiami sul comportamento. Non perché i richiami siano stati sbagliati, ma perché interiorizzano facilmente l’idea di dover continuamente aggiustarsi per essere accettati.
Più che cercare di spegnere il suo lato vivace, può essere utile aiutarlo a costruire esperienze in cui senta di avere valore anche senza dover attirare continuamente l’attenzione. Ad esempio relazioni più individuali, amicizie meno gruppali, attività dove possa sentirsi competente e riconosciuto in modo autentico. E soprattutto aiutarlo a tollerare il fatto che non sempre sarà al centro o perfettamente integrato, senza viverlo come una conferma di non valere.
Non darei per scontato che quel gruppo rappresenti “la misura” del suo valore sociale. A volte alcuni gruppi molto chiusi, soprattutto se formati da anni, fanno fatica ad accogliere davvero chi percepiscono come diverso nel carattere o nei modi. Questo non significa che lui sia sbagliato.
Se però vede che questa dinamica diventa sempre più rigida — bisogno continuo di attenzione, sofferenza intensa per l’esclusione, agitazione crescente o forte insicurezza — potrebbe essere utile un supporto psicologico, non perché ci sia qualcosa di patologico, ma per aiutarlo a costruire un’immagine di sé meno dipendente dall’approvazione del gruppo.
La cosa più importante, comunque, è che suo figlio senta di poter essere visto anche nei momenti in cui non intrattiene nessuno. Ed è proprio questo che, da quello che scrive, state già cercando di trasmettergli.

Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Buonasera,
quello che descrive è un quadro abbastanza frequente in adolescenza, soprattutto quando un ragazzo ha una forte sensibilità al giudizio dei pari e costruisce parte della propria identità sul “ruolo” che sente di dover ricoprire nel gruppo.
Da ciò che racconta emergono alcuni elementi importanti: Diego è un ragazzo con buone risorse personali (dolcezza, gentilezza, capacità relazionali), ma in questo momento sembra aver sviluppato una convinzione interna del tipo “valgo se faccio ridere / se intrattengo gli altri”. Quando questa strategia non funziona o non viene riconosciuta dal gruppo, può sentirsi escluso e reagire aumentando le “performance”, fino anche a comportamenti impulsivi o fuori contesto (come la nota disciplinare).
In questi casi non è tanto il “fare il clown” il problema in sé, quanto il significato che il ragazzo attribuisce a quel comportamento: la sua autostima sembra diventare dipendente dall’approvazione esterna. Questo, nel tempo, può effettivamente esporlo a insicurezza, ansia sociale o difficoltà nel costruire un senso di valore stabile.
Il fatto che in passato siano stati esclusi quadri come l’ADHD e che a scuola primaria la situazione fosse più serena, suggerisce che oggi il tema sia più legato alla dimensione relazionale e adolescenziale (appartenenza al gruppo, dinamiche tra pari, identità), piuttosto che a un disturbo di base dell’attenzione o del comportamento.
Cosa può essere utile fare:


continuare a mantenere uno spazio di dialogo aperto, come già state facendo, ma senza “correggere subito” il suo bisogno di essere accettato; piuttosto aiutarlo a riconoscerlo e nominarlo;


rinforzare attivamente il suo valore “non performativo” (cioè chi è, non cosa fa per piacere agli altri);


aiutarlo a distinguere tra essere accettato ed essere sempre approvato, che non coincidono;


osservare se ci sono contesti alternativi (sport, attività, gruppi diversi) in cui possa sentirsi riconosciuto senza dover assumere il ruolo del “simpatico a tutti i costi”;


evitare, per quanto possibile, che il comportamento venga rinforzato solo quando “fa ridere”, perché questo rischia di consolidare il meccanismo.


Detto questo, quando un ragazzo mostra una forte dipendenza dal riconoscimento esterno e una sofferenza legata all’appartenenza al gruppo, può essere molto utile un approfondimento con uno psicologo dell’età evolutiva o uno psicoterapeuta dell’adolescenza. Un percorso mirato può aiutarlo a costruire un’identità più solida e a sviluppare strategie relazionali più flessibili e meno faticose.
È quindi consigliabile approfondire la situazione con uno specialista, così da offrire a Diego uno spazio dedicato in cui poter elaborare queste dinamiche in modo più strutturato e protetto.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buonasera signora,
posso immaginare la difficoltà incontrata in questi anni. Mi sembra che a difficoltà e la sofferenza di suo figlio debbano essere ascoltate: posso consigliarle un percorso di sostegno psicologico e, per voi genitori un supporto alla genitorialità, per aiutarvi a stare in contatto con le emozioni di suo figlio e cercare di aiutarlo quanto più vi è possibile.
Dott.ssa Silvia Curia
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Quello che descrive è un ragazzo che fino ad oggi ha imparato che "fare spettacolo" è il modo più sicuro per sentirsi accettato, è una strategia di adattamento che ha funzionato in qualche momento dell'infanzia, e ora continua a replicarla anche quando non è funzionale. E' bene ricordare che la pre-adolescenza e l'adolescenza sono momenti di importanti cambiamenti e l'accettazione da parte dei pari è un aspetto rilevante. Il problema non è cercare attenzione, ma collegare la propria autostima alla reazione degli altri, perchè quando poi quella reazione non arriva, Diego si sente invisibile. Spiegargli che non deve performare per valere è corretto, ma astratto per un 14enne, provi a relazionarsi facendogli domande che possano aiutarlo a riflettere in prima persona, mettendo in evidenza quei momenti in cui Diego è stato accettato semplicemente essendo se stesso, ad esempio nel basket dove è necessaria una maggiore disciplina e controllo per riuscire bene. Potrebbe provare anche a suggerirgli di iniziare un'attività diversa che gli consenta di ampliare il bacino dei compagni, avrebbe modo di relazionarsi al di fuori di dinamiche ormai cristallizzate nel tempo, da come riporta.
Infine, potrebbe valutare la possibilità di far iniziare a Diego un percorso breve con uno psicologo, non perchè ci sia qualcosa che non va, ma perché a quell'età avere uno spazio neutro dove parlare di sé, lontano da mamma e dai professori, può fare una differenza enorme.
Lei sta facendo molto e il fatto che Diego parli con lei di come si sente è molto importante.
Dott.ssa Serena Locritani
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buonasera, grazie per essersi raccontata. Suo figlio Diego, che da quanto capisco ha sempre avuto un temperamento energico, sta adesso attraversando la fase adolescenziale e sta forse iniziando a interrogarsi sulla sua identità. La domanda "chi sono io?" si affaccia spesso alla mente degli adolescenti e per qualcuno può essere particolarmente doloroso sentirsi ancora senza risposta, oppure sentirsi incastrato in vecchie risposte che descrivono più il Sé bambino che il Sé che cerca di diventare adulto. Mi chiedo se abbiate valutato la possibilità che Diego sia accompagnato da un professionista in questo delicato processo, affinché possa essere aiutato a trovare le proprie personali risposte in modo armonico.
Dott.ssa Marika Mangiaracina
Psicologo, Psicologo clinico
Uboldo
Buonasera, sono la dottoressa Marika, psicologa clinica e da quello che racconta emerge innanzitutto un ragazzo sensibile, con un forte bisogno di essere visto, accettato e riconosciuto dal gruppo. E emerge anche una mamma molto presente e attenta, che prova davvero a comprenderlo e non solo a correggerlo. Questo è già un elemento molto importante.

A 13-14 anni il gruppo dei pari ha un peso enorme nella costruzione dell’identità e dell’autostima. Se un ragazzo percepisce anche solo in parte di essere “meno integrato” o di dover conquistare il proprio posto, può iniziare a usare il ruolo del “simpatico”, del “giullare” o di quello che fa ridere per sentirsi accettato. Spesso dietro questi comportamenti non c’è superficialità, ma la paura di non essere abbastanza interessante o amabile così com’è.

Il punto importante è che suo figlio sembra già avere una buona consapevolezza quando dice: “Se non faccio ridere mi sento non valido”. Questa frase racconta una fragilità dell’autostima, non un problema educativo grave o un “carattere sbagliato”.

Le suggerisco alcune cose pratiche che possono aiutarlo:

- Cerchi di valorizzarlo non solo quando “si comporta bene”, ma soprattutto per aspetti legati alla sua persona: sensibilità, gentilezza, capacità, impegno, creatività, modo di stare con gli altri. I ragazzi che cercano continuamente attenzione spesso finiscono inconsapevolmente per identificarsi solo con il ruolo che ricoprono nel gruppo.

- Eviti troppi richiami sul “fare il pagliaccio”, soprattutto nei momenti di tensione. Se si sente continuamente corretto, rischia di consolidare ancora di più l’idea di essere “quello problematico”. È più utile aiutarlo a riflettere dopo, con calma, su cosa provava in quel momento e su cosa stesse cercando dagli altri.

- Lo aiuti a sperimentare relazioni anche fuori dal “gruppo storico” della classe e del basket. A questa età i gruppi molto chiusi possono diventare difficili e far sentire alcuni ragazzi sempre “in rincorsa”. Nuovi contesti possono permettergli di sentirsi visto in modo diverso.

- Quando racconta episodi di esclusione o disagio, provi prima a validare l’emozione (“Capisco che ti faccia stare male sentirti così”) prima di rassicurarlo o spiegargli cosa dovrebbe fare. Sentirsi compreso riduce molto il bisogno di attirare attenzione.

-Cerchi anche momenti in cui stare con lui senza parlare di scuola, comportamento o problemi. Attività semplici condivise aiutano tantissimo l’autostima relazionale dei ragazzi.

Infine, la sua paura che possa “restare così per tutta la vita” è comprensibile, ma probabilmente oggi sta guardando una fase evolutiva ancora molto aperta. L’adolescenza è proprio il periodo in cui molti ragazzi oscillano tra bisogno di approvazione, eccessi, goffaggine sociale e ricerca del proprio posto nel mondo. Non tutto ciò che vediamo a 14 anni diventa una caratteristica definitiva della personalità adulta.
Se però nei prossimi anni dovesse vedere una sofferenza crescente, forte dipendenza dal giudizio altrui, tristezza persistente o comportamenti sempre più estremi per ottenere attenzione, allora potrebbe essere utile un piccolo percorso psicologico di supporto, non perché ci sia “qualcosa che non va”, ma per aiutarlo a costruire un senso di valore personale più stabile.

Rimango a disposizione per qualsiasi dubbio.

Dott.ssa Marika
Dott. Giulio Blasilli
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buonasera. Da ciò che racconta, sembra emergere un ragazzo sensibile, con un forte bisogno di sentirsi riconosciuto e incluso. La frase “se non faccio ridere mi sento non valido” merita attenzione: più che semplice ricerca di attenzione, può indicare una fatica nel sentire il proprio valore senza l’approvazione degli altri. Parlare in famiglia è importante, ma in adolescenza il gruppo dei pari pesa molto. Potrebbe essere utile uno spazio di sostegno psicologico, online o in presenza, per aiutarlo a lavorare su autostima, sicurezza personale e relazioni con i coetanei.
Le auguro una buona serata.
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Salve, nelle sue parole si percepisce molto amore, molta attenzione e soprattutto una grande preoccupazione materna verso il benessere emotivo di suo figlio. E questo è già un elemento importante, perché Diego sembra crescere in un contesto in cui viene osservato, ascoltato e pensato profondamente. Non è qualcosa di scontato. Da ciò che racconta, non emerge tanto l’immagine di un ragazzo “problematico”, quanto quella di un ragazzo che probabilmente ha sviluppato nel tempo un modo specifico di stare nelle relazioni e di cercare il proprio posto all’interno del gruppo. Lei descrive un bambino molto vivace, intenso, pieno di energia, che fin da piccolo sembrava avere un forte bisogno di essere visto e riconosciuto dagli altri. Quando un bambino riceve frequentemente richiami, anche se fatti con buone intenzioni e per contenerlo, può iniziare pian piano a costruire dentro di sé l’idea di essere “troppo”, di dover continuamente correggere qualcosa di sé oppure di dover trovare un modo per conquistarsi attenzione e approvazione. Molti ragazzi, soprattutto in adolescenza, iniziano inconsapevolmente a costruire il proprio valore personale sulla base della reazione degli altri. Nel caso di suo figlio, sembra che il far ridere, il fare spettacolo, il diventare il centro della scena siano diventati quasi un modo per sentirsi accettato e legittimato nel gruppo. Quando dice “se non faccio ridere mi sento non valido”, in quella frase c’è probabilmente molto più dolore e insicurezza di quanto appaia superficialmente. Perché dietro il comportamento rumoroso, esagerato o infantile, spesso non c’è superficialità, ma il tentativo di evitare la sensazione di essere invisibili o esclusi. L’adolescenza, poi, amplifica enormemente questi vissuti. A quell’età il gruppo diventa uno specchio potentissimo della propria identità. Se un ragazzo percepisce anche solo parzialmente di non sentirsi davvero dentro al gruppo, può iniziare a fare sempre di più per conquistarsi un posto. E spesso più ci prova in modo forzato, più rischia di sentirsi fuori posto, entrando in un circolo molto frustrante. È come se il bisogno di essere accettato diventasse così forte da spingerlo a comportamenti che poi finiscono paradossalmente per allontanarlo dall’immagine di sé che vorrebbe avere. Vorrei però rassicurarla su un punto importante: il fatto che oggi suo figlio manifesti questo bisogno di approvazione non significa affatto che sarà necessariamente un adulto insicuro o dipendente dall’attenzione degli altri. L’adolescenza è una fase estremamente plastica, in cui tanti aspetti del carattere e del modo di relazionarsi sono ancora in piena costruzione. Anzi, il fatto che lui riesca a verbalizzare qualcosa di così profondo come “se non faccio ridere non valgo” è già un segnale molto significativo di consapevolezza emotiva. Molti ragazzi agiscono questi vissuti senza nemmeno riuscire a riconoscerli. Mi sembra molto importante anche il fatto che in casa ne parliate tanto. Tuttavia, a volte i ragazzi comprendono razionalmente certi messaggi, ma emotivamente continuano a sentire altro. Lui probabilmente sa già che non deve “performare” per essere amato, ma dentro di sé può comunque sentire la paura di non bastare così com’è. E queste convinzioni profonde non si modificano semplicemente con la rassicurazione, perché spesso si costruiscono lentamente attraverso esperienze, confronti e interpretazioni di sé. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, sarebbe utile aiutarlo gradualmente a capire cosa succede dentro di lui nei momenti in cui sente il bisogno di attirare l’attenzione. Quali pensieri compaiono? Cosa teme possa accadere se resta spontaneo e tranquillo? Cosa prova quando si sente escluso? Perché spesso dietro certi comportamenti apparentemente “eccessivi” ci sono meccanismi automatici molto profondi che il ragazzo stesso non comprende fino in fondo. Per questo motivo credo che un percorso di supporto psicologico potrebbe essere davvero prezioso, non perché ci sia qualcosa di “sbagliato” in lui, ma perché potrebbe aiutarlo a costruire un senso di valore personale più stabile, meno dipendente dalla reazione del gruppo. Un percorso cognitivo comportamentale, soprattutto in adolescenza, può essere molto utile proprio per comprendere questi schemi relazionali e lavorare sulla sicurezza personale, sull’autostima e sul modo in cui interpreta se stesso nelle relazioni sociali. A volte intervenire in questa fase significa prevenire anni di sofferenza silenziosa, perché ragazzi come suo figlio spesso imparano a mascherare molto bene le proprie fragilità dietro l’ironia, l’agitazione o il bisogno di far ridere. Ma sotto può esserci un ragazzo che teme profondamente di non essere abbastanza interessante, abbastanza importante o abbastanza amabile semplicemente essendo sé stesso. Il fatto che lei si stia interrogando ora, con questa sensibilità, è già qualcosa di molto importante per lui. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Rossella Carrara
Psicologo, Psicologo clinico
Bergamo
Buongiorno, le consiglio di proporre a suo figlio di iniziare un percorso di sostegno psicologico. Cordiali saluti.
Dott.ssa Marianna Erriu
Psicologo, Psicologo clinico
Senorbì
Salve, da ciò che racconta emerge un ragazzo molto sensibile, che probabilmente vive con fatica il bisogno di sentirsi accettato e riconosciuto dal gruppo. A questa età il sentirsi “parte” è molto importante e, quando ci si percepisce esclusi o poco considerati, alcuni ragazzi possono cercare attenzione attraverso comportamenti eccessivi o provocatori.
Il fatto che lui riesca anche a verbalizzare il timore di “non sentirsi valido” è un elemento prezioso, perché mostra una consapevolezza emotiva importante.
Più che focalizzarsi solo sul comportamento, può essere utile aiutarlo a costruire un senso di valore personale che non dipenda esclusivamente dall’approvazione degli altri. Il dialogo che avete già con lui è sicuramente una risorsa.
Un supporto psicologico potrebbe aiutarlo a lavorare sull’autostima, sul senso di appartenenza e sulle modalità relazionali, in una fase così delicata della crescita. Un caro saluto.

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