Buongiorno è da circa un anno che sto andando dallo psicologo per un cambiamento che volevo attuare
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Buongiorno è da circa un anno che sto andando dallo psicologo per un cambiamento che volevo attuare nella mia vita, fino a dicembre andava tutto bene e mi sembrava di aver fatto progressi, ma da febbraio dopo ogni seduta non mi sento meglio.... anzi mi sento più confusa e persa e in agitazione,
in particolare nelle ultime sedute mi sono sentita attaccata perché non stavo facendo nulla di pratica per cambiare (però stavo vivendo un periodo di stanchezza emotiva e fisica veramente difficile) e sentirmi dire che se non mi fossi decisa a fare qualcosa non avrei concluso niente, sarei stata infelice etc mi sono sentita veramente male; ho sentito che c'erano su di me aspettative che avevo deluso, deadline non rispettate etc ma io in quel periodo mi sentivo proprio immobile e non nello stato mentale per cambiare.
Quando le ho esposto il mio stato d'animo riguardo le sue pressioni mi ha detto che l'aveva fatto per istigarmi, per smuovermi un po' ma io mi son sentita attaccata, non sicura e forzata a fare cose che nel momento non riuscivo, inoltre poi parlando di altre cose che avevo scoperto su di me in questo periodo etc mi ha chiesto se le parole che dicevo erano mie o di altri e questo mi ha fatto sentire umiliata e messa in dubbio (durante il percorso ci sono state anche alcune occasioni in cui non percepito di esser compresa appieno)
inoltre sento di non riuscire più a dire certe cose perché percepisco la sua agitazione
per il resto non ci sono stati atteggiamenti sbagliati nei miei confronti, mi appare comunque come una persona disponibile e aperta all'ascolto
ma dopo queste sedute io continuo a ripensare alle sue parole e sento che metto in dubbio in me stessa, e mi agito
l'idea di proseguire mi mette agitazione perché temo di sentirmi di nuovo male e giudicata, mi sento osservata e sotto esame
e invece il pensiero di cambiare terapeuta mi fa sentire meglio
spero di essermi spiegata,
cosa dovrei fare?
Vi ringrazio
in particolare nelle ultime sedute mi sono sentita attaccata perché non stavo facendo nulla di pratica per cambiare (però stavo vivendo un periodo di stanchezza emotiva e fisica veramente difficile) e sentirmi dire che se non mi fossi decisa a fare qualcosa non avrei concluso niente, sarei stata infelice etc mi sono sentita veramente male; ho sentito che c'erano su di me aspettative che avevo deluso, deadline non rispettate etc ma io in quel periodo mi sentivo proprio immobile e non nello stato mentale per cambiare.
Quando le ho esposto il mio stato d'animo riguardo le sue pressioni mi ha detto che l'aveva fatto per istigarmi, per smuovermi un po' ma io mi son sentita attaccata, non sicura e forzata a fare cose che nel momento non riuscivo, inoltre poi parlando di altre cose che avevo scoperto su di me in questo periodo etc mi ha chiesto se le parole che dicevo erano mie o di altri e questo mi ha fatto sentire umiliata e messa in dubbio (durante il percorso ci sono state anche alcune occasioni in cui non percepito di esser compresa appieno)
inoltre sento di non riuscire più a dire certe cose perché percepisco la sua agitazione
per il resto non ci sono stati atteggiamenti sbagliati nei miei confronti, mi appare comunque come una persona disponibile e aperta all'ascolto
ma dopo queste sedute io continuo a ripensare alle sue parole e sento che metto in dubbio in me stessa, e mi agito
l'idea di proseguire mi mette agitazione perché temo di sentirmi di nuovo male e giudicata, mi sento osservata e sotto esame
e invece il pensiero di cambiare terapeuta mi fa sentire meglio
spero di essermi spiegata,
cosa dovrei fare?
Vi ringrazio
Gentile utente,
da quello che racconta, mi sembra di comprendere che il punto centrale non sia solo la fatica del cambiamento, ma il fatto che nelle ultime sedute Lei si sia sentita più giudicata che accompagnata. Mi corregga se colgo male: alcune parole della terapeuta sembrano aver attivato in Lei agitazione, senso di inadeguatezza e il timore di portare liberamente certi contenuti in seduta.
In un percorso psicologico possono esserci momenti intensi, sedute emotivamente impegnative e passaggi in cui ci si confronta con parti di sé difficili da attraversare. Tuttavia, perché il lavoro terapeutico possa procedere, è importante che resti una base sufficiente di sicurezza, fiducia e libertà espressiva.
Il fatto che Lei abbia provato a dire alla terapeuta come si è sentita è un passaggio molto importante. Ha portato in seduta il vissuto nato dentro la relazione terapeutica, e questo può diventare materiale prezioso di lavoro. La risposta ricevuta, per come Lei la racconta, sembra aver lasciato ancora aperto un vissuto di pressione, esposizione e fragilità.
A volte il terapeuta può utilizzare interventi più attivi o confrontativi per favorire un movimento. Questi interventi hanno bisogno di essere calibrati sul momento della persona, sulle sue risorse disponibili e sul clima relazionale costruito nel percorso. Un periodo di immobilità può avere un significato clinico importante: può parlare di stanchezza, sovraccarico, paura, bisogno di protezione, tempi interni ancora da rispettare. Anche l’immobilità, in terapia, merita ascolto.
In questo momento può essere utile domandarsi se sente ancora possibile ricostruire uno spazio di fiducia con questa terapeuta. Se dentro di Lei c’è una parte orientata a chiarire, potrebbe dedicare una seduta proprio a questo tema, dicendo con semplicità: “In questo momento ho bisogno di capire se riesco ancora a sentirmi al sicuro qui”.
Allo stesso tempo, il sollievo che sente al pensiero di cambiare terapeuta è un dato significativo. Può indicare il bisogno di uno spazio percepito come più libero, più accogliente e più rispettoso dei suoi tempi interni.
Cambiare terapeuta può rappresentare una scelta di cura, non una sconfitta. Il lavoro fatto finora conserva il suo valore, e può diventare una base da cui ripartire con maggiore consapevolezza. La cosa più importante, ora, è prendere sul serio ciò che accade dopo le sedute: agitazione, confusione, senso di giudizio e paura di esprimersi sono segnali clinici da ascoltare con attenzione.
Le auguro di trovare uno spazio terapeutico in cui sentirsi accolta anche nei momenti di blocco, perché il cambiamento autentico nasce più facilmente quando una persona si sente compresa, sostenuta e rispettata nei propri tempi.
Resto a disposizione per eventuali dubbi o chiarimenti
Un saluto
Dott.ssa Daniela Canorro
Psicologa clinica
Sessuologa clinica
Counselor Relazionale
da quello che racconta, mi sembra di comprendere che il punto centrale non sia solo la fatica del cambiamento, ma il fatto che nelle ultime sedute Lei si sia sentita più giudicata che accompagnata. Mi corregga se colgo male: alcune parole della terapeuta sembrano aver attivato in Lei agitazione, senso di inadeguatezza e il timore di portare liberamente certi contenuti in seduta.
In un percorso psicologico possono esserci momenti intensi, sedute emotivamente impegnative e passaggi in cui ci si confronta con parti di sé difficili da attraversare. Tuttavia, perché il lavoro terapeutico possa procedere, è importante che resti una base sufficiente di sicurezza, fiducia e libertà espressiva.
Il fatto che Lei abbia provato a dire alla terapeuta come si è sentita è un passaggio molto importante. Ha portato in seduta il vissuto nato dentro la relazione terapeutica, e questo può diventare materiale prezioso di lavoro. La risposta ricevuta, per come Lei la racconta, sembra aver lasciato ancora aperto un vissuto di pressione, esposizione e fragilità.
A volte il terapeuta può utilizzare interventi più attivi o confrontativi per favorire un movimento. Questi interventi hanno bisogno di essere calibrati sul momento della persona, sulle sue risorse disponibili e sul clima relazionale costruito nel percorso. Un periodo di immobilità può avere un significato clinico importante: può parlare di stanchezza, sovraccarico, paura, bisogno di protezione, tempi interni ancora da rispettare. Anche l’immobilità, in terapia, merita ascolto.
In questo momento può essere utile domandarsi se sente ancora possibile ricostruire uno spazio di fiducia con questa terapeuta. Se dentro di Lei c’è una parte orientata a chiarire, potrebbe dedicare una seduta proprio a questo tema, dicendo con semplicità: “In questo momento ho bisogno di capire se riesco ancora a sentirmi al sicuro qui”.
Allo stesso tempo, il sollievo che sente al pensiero di cambiare terapeuta è un dato significativo. Può indicare il bisogno di uno spazio percepito come più libero, più accogliente e più rispettoso dei suoi tempi interni.
Cambiare terapeuta può rappresentare una scelta di cura, non una sconfitta. Il lavoro fatto finora conserva il suo valore, e può diventare una base da cui ripartire con maggiore consapevolezza. La cosa più importante, ora, è prendere sul serio ciò che accade dopo le sedute: agitazione, confusione, senso di giudizio e paura di esprimersi sono segnali clinici da ascoltare con attenzione.
Le auguro di trovare uno spazio terapeutico in cui sentirsi accolta anche nei momenti di blocco, perché il cambiamento autentico nasce più facilmente quando una persona si sente compresa, sostenuta e rispettata nei propri tempi.
Resto a disposizione per eventuali dubbi o chiarimenti
Un saluto
Dott.ssa Daniela Canorro
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Cara utente,
Si ascolti e faccia ciò che sente: se in quella terapia con quel terapeuta non si sente più a suo agio e quindi non c'è possibilità di lavorare bene insieme come prima, allora non c'è nulla di sbagliato. Anzi, è meglio cambiare terapeuta e conoscere un nuovo percorso che possa farla sentire in primis a suo agio così che si possa lavorare insieme. La relazione tra terapeuta e paziente è la base imprescindibile per qualsiasi percorso psicologico.
Un caro saluto
Dott.ssa Claudia Fontanella
Si ascolti e faccia ciò che sente: se in quella terapia con quel terapeuta non si sente più a suo agio e quindi non c'è possibilità di lavorare bene insieme come prima, allora non c'è nulla di sbagliato. Anzi, è meglio cambiare terapeuta e conoscere un nuovo percorso che possa farla sentire in primis a suo agio così che si possa lavorare insieme. La relazione tra terapeuta e paziente è la base imprescindibile per qualsiasi percorso psicologico.
Un caro saluto
Dott.ssa Claudia Fontanella
Buongiorno, si è spiegata molto bene.
Da quello che racconta, il punto oggi non sembra essere solo decidere se cambiare terapeuta, ma capire che cosa è accaduto nella relazione terapeutica nel momento in cui il lavoro ha iniziato a toccare il cambiamento concreto che lei stessa aveva cercato.
A volte uno stimolo pensato per smuovere può essere vissuto come pressione, soprattutto quando si attraversa una fase di stanchezza, immobilità e fragilità. Questo non rende il suo vissuto sbagliato, ma non permette nemmeno, da fuori, di concludere che la collega abbia lavorato male.
Il nodo delicato è che ora l’alleanza sembra essersi incrinata: lei va in seduta sentendosi osservata, sotto esame, e il pensiero di cambiare terapeuta la fa respirare. Ma proprio questo sollievo merita attenzione: potrebbe essere un’indicazione utile, oppure il modo più rapido per uscire da un passaggio difficile del percorso.
Prima di decidere, le suggerirei di portare apertamente questo tema in seduta, non per giustificarsi, ma per verificare se quello spazio può tornare sicuro. Potrebbe dire qualcosa di molto semplice: “In questo momento non riesco più a lavorare perché mi sento giudicata e temo la seduta. Ho bisogno di capire con lei se possiamo recuperare fiducia oppure se è meglio fermarci”.
Se dopo questo confronto continuerà a sentirsi non ascoltata o forzata, allora valutare un cambiamento potrà essere una scelta più chiara, non una fuga dettata dall’agitazione. Può anche continuare a confrontarsi su questo passaggio, perché spesso il modo in cui si attraversa una crisi del percorso dice molto del cambiamento cercato.
Un caro saluto.
Da quello che racconta, il punto oggi non sembra essere solo decidere se cambiare terapeuta, ma capire che cosa è accaduto nella relazione terapeutica nel momento in cui il lavoro ha iniziato a toccare il cambiamento concreto che lei stessa aveva cercato.
A volte uno stimolo pensato per smuovere può essere vissuto come pressione, soprattutto quando si attraversa una fase di stanchezza, immobilità e fragilità. Questo non rende il suo vissuto sbagliato, ma non permette nemmeno, da fuori, di concludere che la collega abbia lavorato male.
Il nodo delicato è che ora l’alleanza sembra essersi incrinata: lei va in seduta sentendosi osservata, sotto esame, e il pensiero di cambiare terapeuta la fa respirare. Ma proprio questo sollievo merita attenzione: potrebbe essere un’indicazione utile, oppure il modo più rapido per uscire da un passaggio difficile del percorso.
Prima di decidere, le suggerirei di portare apertamente questo tema in seduta, non per giustificarsi, ma per verificare se quello spazio può tornare sicuro. Potrebbe dire qualcosa di molto semplice: “In questo momento non riesco più a lavorare perché mi sento giudicata e temo la seduta. Ho bisogno di capire con lei se possiamo recuperare fiducia oppure se è meglio fermarci”.
Se dopo questo confronto continuerà a sentirsi non ascoltata o forzata, allora valutare un cambiamento potrà essere una scelta più chiara, non una fuga dettata dall’agitazione. Può anche continuare a confrontarsi su questo passaggio, perché spesso il modo in cui si attraversa una crisi del percorso dice molto del cambiamento cercato.
Un caro saluto.
Buongiorno, leggendo la sua esperienza e i suoi vissuti penso che sia importante provare (come del resto ha già fatto) a parlarne bene con la sua psicologa e poi ascoltarsi.. darsi un po' di tempo certo ma anche provare a capire dentro di sè se ritorna la sensazione di poter dire tutto.. liberamente.. senza timore di giudizi o altro. Potrebbe essere che questa sensazione ritorni e allora lei possa continuare in modo proficuo il suo percorso.. nel caso così non fosse invece è chiaro che dovrà considerare strade alternative. Un saluto, dott.ssa Bonomi
Gentile utente, quello di cui lei sta parlando è il costrutto dell'alleanza terapeutica, ovvero del legame collaborativo e soprattutto di fiducia tra psicologo e paziente, fattore chiave per la buona riuscita di un percorso psicologico. Essa è composta da un accordo sugli obiettivi del percorso psicologico, sui compiti ovvero sulle attività specifiche da svolgere insieme e da un legame di fiducia, affetto e rispetto reciproco. Ovviamente con più di un terapeuta questa alleanza potrebbe avere un andamento altalenante come del resto qualsiasi tipo di rapporto umano che c'è nella vita reale di tutti i giorni. Il mio consiglio è quello di parlare apertamente delle sue difficoltà, sensazioni e percezioni con il suo terapeuta in qualsiasi caso: sia che lei scelga di cambiare sia in caso contrario. Vedrà che insieme riuscirete a fare chiarezza e in caso concludere il percorso nel modo più corretto. Resto a disposizione se sente il bisogno di parlarne ancora. un saluto
Buongiorno,
da quello che racconta sembra che in terapia si sia attivato qualcosa di significativo a livello relazionale , che riguarda le sue paure e il modo in cui percepisce le aspettative degli altri nei suoi confronti.
Questi momenti, anche se faticosi e dolorosi, possono essere molto importanti nel percorso terapeutico, perché permettono di osservare e comprendere “in diretta” come lei vive le relazioni, proprio all’interno del rapporto con la terapeuta.
È comprensibile che si sia sentita ferita, sotto pressione o non compresa, soprattutto considerando il periodo di stanchezza emotiva e fisica che stava attraversando. E ha senso che alcune modalità della terapeuta (come il tentativo di “smuoverla”) siano state vissute da lei come attacco o forzatura.
Allo stesso tempo, ciò che queste situazioni hanno attivato in lei , il sentirsi giudicata, sotto esame, inadeguata o in dubbio, rappresenta un materiale molto prezioso per comprendere più a fondo le sue dinamiche relazionali e il modo in cui interpreta ciò che accade nelle relazioni.
Il fatto che ora senta difficoltà ad aprirsi e percepisca agitazione è un segnale importante, che meriterebbe di essere portato apertamente in seduta, se possibile.
Rispetto al dubbio sul proseguire o cambiare terapeuta: è comprensibile che l’idea di interrompere le dia un senso di sollievo, ma potrebbe anche rappresentare un modo per allontanarsi da qualcosa di difficile ma significativo da affrontare. Proprio per questo, prima di prendere una decisione, potrebbe essere utile provare a condividere con la terapeuta ciò che sta provando, così da capire insieme cosa sta accadendo nella relazione e se è possibile lavorarci.
Se invece dovesse sentire che non ci sono le condizioni di sicurezza e fiducia per farlo, allora anche la scelta di cambiare terapeuta può essere legittima.
Le auguro il meglio
da quello che racconta sembra che in terapia si sia attivato qualcosa di significativo a livello relazionale , che riguarda le sue paure e il modo in cui percepisce le aspettative degli altri nei suoi confronti.
Questi momenti, anche se faticosi e dolorosi, possono essere molto importanti nel percorso terapeutico, perché permettono di osservare e comprendere “in diretta” come lei vive le relazioni, proprio all’interno del rapporto con la terapeuta.
È comprensibile che si sia sentita ferita, sotto pressione o non compresa, soprattutto considerando il periodo di stanchezza emotiva e fisica che stava attraversando. E ha senso che alcune modalità della terapeuta (come il tentativo di “smuoverla”) siano state vissute da lei come attacco o forzatura.
Allo stesso tempo, ciò che queste situazioni hanno attivato in lei , il sentirsi giudicata, sotto esame, inadeguata o in dubbio, rappresenta un materiale molto prezioso per comprendere più a fondo le sue dinamiche relazionali e il modo in cui interpreta ciò che accade nelle relazioni.
Il fatto che ora senta difficoltà ad aprirsi e percepisca agitazione è un segnale importante, che meriterebbe di essere portato apertamente in seduta, se possibile.
Rispetto al dubbio sul proseguire o cambiare terapeuta: è comprensibile che l’idea di interrompere le dia un senso di sollievo, ma potrebbe anche rappresentare un modo per allontanarsi da qualcosa di difficile ma significativo da affrontare. Proprio per questo, prima di prendere una decisione, potrebbe essere utile provare a condividere con la terapeuta ciò che sta provando, così da capire insieme cosa sta accadendo nella relazione e se è possibile lavorarci.
Se invece dovesse sentire che non ci sono le condizioni di sicurezza e fiducia per farlo, allora anche la scelta di cambiare terapeuta può essere legittima.
Le auguro il meglio
Buongiorno,
mi sono letta con attenzione quello che scrivi. Provo a restituirti una cosa in modo semplice: quello che stai provando ha senso e va preso sul serio.
Un percorso terapeutico può avere fasi diverse, anche momenti più faticosi o confusi, però c’è una differenza importante: un conto è uscire dalla seduta un po’ “smossa”, un conto è uscire sentendoti attaccata, agitata e sotto esame. Se questo sta succedendo con continuità, è qualcosa da guardare.
Da come lo racconti, tu eri in un periodo di grande stanchezza, in cui probabilmente avevi più bisogno di essere sostenuta che spinta. Il tentativo della terapeuta di “smuoverti” può anche avere un senso nelle intenzioni, ma se l’effetto su di te è stato quello di farti sentire giudicata o non adeguata, allora qualcosa nella modalità non sta funzionando per te.
Il fatto che ora ti trattieni dal dire alcune cose, che ti senti osservata, che vai in seduta con agitazione… sono segnali importanti. In terapia dovresti poterti sentire sufficientemente al sicuro da portare anche le parti più ferme, confuse o stanche, senza la sensazione di dover dimostrare qualcosa.
Hai già fatto una cosa molto importante: le hai detto come ti sei sentita. Però mi sembra che tu non ti sia sentita davvero accolta in questo.
A questo punto hai due possibilità, entrambe legittime:
provare a riportarlo ancora, in modo molto diretto, oppure iniziare a pensare che forse questo non è più lo spazio giusto per te in questo momento.
Il fatto che il pensiero di cambiare terapeuta ti faccia sentire meglio non è un dettaglio da ignorare.
Non è un fallimento, è anche questo parte del percorso: capire di cosa hai bisogno e da chi riesci a riceverlo.
mi sono letta con attenzione quello che scrivi. Provo a restituirti una cosa in modo semplice: quello che stai provando ha senso e va preso sul serio.
Un percorso terapeutico può avere fasi diverse, anche momenti più faticosi o confusi, però c’è una differenza importante: un conto è uscire dalla seduta un po’ “smossa”, un conto è uscire sentendoti attaccata, agitata e sotto esame. Se questo sta succedendo con continuità, è qualcosa da guardare.
Da come lo racconti, tu eri in un periodo di grande stanchezza, in cui probabilmente avevi più bisogno di essere sostenuta che spinta. Il tentativo della terapeuta di “smuoverti” può anche avere un senso nelle intenzioni, ma se l’effetto su di te è stato quello di farti sentire giudicata o non adeguata, allora qualcosa nella modalità non sta funzionando per te.
Il fatto che ora ti trattieni dal dire alcune cose, che ti senti osservata, che vai in seduta con agitazione… sono segnali importanti. In terapia dovresti poterti sentire sufficientemente al sicuro da portare anche le parti più ferme, confuse o stanche, senza la sensazione di dover dimostrare qualcosa.
Hai già fatto una cosa molto importante: le hai detto come ti sei sentita. Però mi sembra che tu non ti sia sentita davvero accolta in questo.
A questo punto hai due possibilità, entrambe legittime:
provare a riportarlo ancora, in modo molto diretto, oppure iniziare a pensare che forse questo non è più lo spazio giusto per te in questo momento.
Il fatto che il pensiero di cambiare terapeuta ti faccia sentire meglio non è un dettaglio da ignorare.
Non è un fallimento, è anche questo parte del percorso: capire di cosa hai bisogno e da chi riesci a riceverlo.
Salve, la ringrazio intanto per essersi esposta su questo argomento molto importante, lo spazio terapeutico è qualcosa di particolare e le emozioni che si vivono dentro di esso vanno sempre ascoltate e accolte. Quello che stai sentendo dopo le sedute è importante, non è qualcosa da mettere da parte o da minimizzare.
Tu dici che all’inizio il percorso ti faceva stare meglio, sentivi dei movimenti, dei progressi. Poi qualcosa è cambiato, ti senti attaccata, non abbastanza compresa, e soprattutto non al sicuro come prima. Questo non è un dettaglio da ignorare, in un percorso terapeutico, il “come ti senti” nella relazione con il terapeuta è parte centrale del lavoro.
Quando racconti di esserti sentita spinta, quasi forzata a cambiare in un momento in cui invece ti sentivi stanca e immobile, emerge una distanza tra il tuo tempo interno e ciò che hai percepito arrivare da lei, e quella distanza ti ha fatto sentire non vista in quel momento, come se la tua fatica non fosse davvero accolta.
Allo stesso modo, quando ti sei sentita messa in dubbio su ciò che dicevi, o quando hai percepito aspettative su di te, qualcosa si è incrinato nel senso di fiducia. E infatti ora succede una cosa importante: inizi a trattenerti, a non dire tutto, a controllarti. Questo è un segnale molto chiaro che lo spazio non lo stai più vivendo come completamente sicuro.
Non si tratta di stabilire se la terapeuta abbia “ragione” o “torto” nelle sue modalità. Il punto è un altro: quello che è successo ha avuto un impatto su di te, e questo impatto merita di essere preso sul serio.
La domanda che porti riguardo “cosa dovrei fare?” non ha una risposta unica, ma può iniziare a chiarirsi se resti in contatto con quello che stai provando in questo momento.
Potresti provare, se senti che è possibile, a riportare ancora una volta queste sensazioni in seduta, in modo diretto, non tanto spiegando, ma dicendo proprio come ti sei sentita con lei. Questo può essere un passaggio molto importante, perché la relazione terapeutica si costruisce anche attraversando questi momenti di rottura.
Allo stesso tempo, è altrettanto legittimo quello che senti quando pensi di cambiare terapeuta. Il fatto che questa idea ti faccia sentire più sollevata non è da ignorare. Non significa per forza che devi farlo subito, ma è un segnale da ascoltare.
Non sei “sbagliata” perché reagisci così, né stai fallendo il percorso. Stai semplicemente sentendo che qualcosa, in questo momento, non ti sta aiutando come prima.
E forse il punto non è resistere o adattarti, ma capire di che tipo di spazio hai bisogno adesso per continuare a lavorare su di te senza sentirti giudicata o sotto pressione.
Tu dici che all’inizio il percorso ti faceva stare meglio, sentivi dei movimenti, dei progressi. Poi qualcosa è cambiato, ti senti attaccata, non abbastanza compresa, e soprattutto non al sicuro come prima. Questo non è un dettaglio da ignorare, in un percorso terapeutico, il “come ti senti” nella relazione con il terapeuta è parte centrale del lavoro.
Quando racconti di esserti sentita spinta, quasi forzata a cambiare in un momento in cui invece ti sentivi stanca e immobile, emerge una distanza tra il tuo tempo interno e ciò che hai percepito arrivare da lei, e quella distanza ti ha fatto sentire non vista in quel momento, come se la tua fatica non fosse davvero accolta.
Allo stesso modo, quando ti sei sentita messa in dubbio su ciò che dicevi, o quando hai percepito aspettative su di te, qualcosa si è incrinato nel senso di fiducia. E infatti ora succede una cosa importante: inizi a trattenerti, a non dire tutto, a controllarti. Questo è un segnale molto chiaro che lo spazio non lo stai più vivendo come completamente sicuro.
Non si tratta di stabilire se la terapeuta abbia “ragione” o “torto” nelle sue modalità. Il punto è un altro: quello che è successo ha avuto un impatto su di te, e questo impatto merita di essere preso sul serio.
La domanda che porti riguardo “cosa dovrei fare?” non ha una risposta unica, ma può iniziare a chiarirsi se resti in contatto con quello che stai provando in questo momento.
Potresti provare, se senti che è possibile, a riportare ancora una volta queste sensazioni in seduta, in modo diretto, non tanto spiegando, ma dicendo proprio come ti sei sentita con lei. Questo può essere un passaggio molto importante, perché la relazione terapeutica si costruisce anche attraversando questi momenti di rottura.
Allo stesso tempo, è altrettanto legittimo quello che senti quando pensi di cambiare terapeuta. Il fatto che questa idea ti faccia sentire più sollevata non è da ignorare. Non significa per forza che devi farlo subito, ma è un segnale da ascoltare.
Non sei “sbagliata” perché reagisci così, né stai fallendo il percorso. Stai semplicemente sentendo che qualcosa, in questo momento, non ti sta aiutando come prima.
E forse il punto non è resistere o adattarti, ma capire di che tipo di spazio hai bisogno adesso per continuare a lavorare su di te senza sentirti giudicata o sotto pressione.
Buongiorno,
la situazione che descrive è più comune di quanto si possa pensare nei percorsi terapeutici.
Ci sono momenti in cui la terapia porta a un iniziale miglioramento, seguiti da fasi più complesse, in cui possono emergere vissuti di confusione, fatica o maggiore sensibilità. Tuttavia, ciò che merita particolare attenzione nel suo racconto è il modo in cui si è sentita durante le sedute: giudicata, sotto pressione, non pienamente compresa e, soprattutto, meno libera di esprimersi.
L’alleanza terapeutica, cioè il sentirsi accolta, compresa e al sicuro, è un elemento fondamentale del percorso psicologico. Quando questo viene meno, è assolutamente legittimo fermarsi a riflettere.
Ha già fatto un passaggio importante, cioè provare a comunicare il suo disagio alla terapeuta. Se, nonostante questo, continua a sentirsi in difficoltà o inibita, può essere utile valutare un confronto con un altro professionista, anche solo per avere un secondo parere e uno spazio in cui sentirsi nuovamente libera di esprimersi senza timore di giudizio.
Il fatto che l’idea di cambiare terapeuta le dia sollievo è un segnale da non ignorare.
Le suggerisco di ascoltare questa sua sensazione e concedersi la possibilità di trovare un contesto terapeutico più in linea con i suoi bisogni attuali.
Un caro saluto
Dott. Bifone Raffaele
la situazione che descrive è più comune di quanto si possa pensare nei percorsi terapeutici.
Ci sono momenti in cui la terapia porta a un iniziale miglioramento, seguiti da fasi più complesse, in cui possono emergere vissuti di confusione, fatica o maggiore sensibilità. Tuttavia, ciò che merita particolare attenzione nel suo racconto è il modo in cui si è sentita durante le sedute: giudicata, sotto pressione, non pienamente compresa e, soprattutto, meno libera di esprimersi.
L’alleanza terapeutica, cioè il sentirsi accolta, compresa e al sicuro, è un elemento fondamentale del percorso psicologico. Quando questo viene meno, è assolutamente legittimo fermarsi a riflettere.
Ha già fatto un passaggio importante, cioè provare a comunicare il suo disagio alla terapeuta. Se, nonostante questo, continua a sentirsi in difficoltà o inibita, può essere utile valutare un confronto con un altro professionista, anche solo per avere un secondo parere e uno spazio in cui sentirsi nuovamente libera di esprimersi senza timore di giudizio.
Il fatto che l’idea di cambiare terapeuta le dia sollievo è un segnale da non ignorare.
Le suggerisco di ascoltare questa sua sensazione e concedersi la possibilità di trovare un contesto terapeutico più in linea con i suoi bisogni attuali.
Un caro saluto
Dott. Bifone Raffaele
Buongiorno,
da ciò che descrive emerge con chiarezza quanto questo momento del percorso terapeutico sia per lei faticoso, nonostante inizialmente avesse percepito benefici.
È importante sottolineare che sentirsi compresi, al sicuro e non giudicati è una condizione fondamentale affinché una terapia possa ritenersi efficace. Quando invece prevalgono sensazioni di pressione, giudizio o inadeguatezza è naturale che aumentino confusione e agitazione. Allo stesso tempo, può capitare che alcuni interventi del terapeuta siano più “attivanti”, con l’intento di stimolare un cambiamento. Tuttavia, se lei si trovava in una fase di forte stanchezza emotiva, è comprensibile che tali interventi siano stati vissuti come eccessivi.
Prima di prendere una decisione definitiva, potrebbe essere utile portare apertamente questi vissuti in seduta, se sente che ci sono ancora le condizioni per farlo.
Al contrario, se avverte che questo spazio di sicurezza è venuto meno e non si sente più nelle condizioni di esprimersi liberamente, il pensiero di cambiare terapeuta è legittimo.
In ogni caso, non si tratta di un “fallimento”, ma di un aggiustamento nel suo percorso di cura.
Cordialmente
da ciò che descrive emerge con chiarezza quanto questo momento del percorso terapeutico sia per lei faticoso, nonostante inizialmente avesse percepito benefici.
È importante sottolineare che sentirsi compresi, al sicuro e non giudicati è una condizione fondamentale affinché una terapia possa ritenersi efficace. Quando invece prevalgono sensazioni di pressione, giudizio o inadeguatezza è naturale che aumentino confusione e agitazione. Allo stesso tempo, può capitare che alcuni interventi del terapeuta siano più “attivanti”, con l’intento di stimolare un cambiamento. Tuttavia, se lei si trovava in una fase di forte stanchezza emotiva, è comprensibile che tali interventi siano stati vissuti come eccessivi.
Prima di prendere una decisione definitiva, potrebbe essere utile portare apertamente questi vissuti in seduta, se sente che ci sono ancora le condizioni per farlo.
Al contrario, se avverte che questo spazio di sicurezza è venuto meno e non si sente più nelle condizioni di esprimersi liberamente, il pensiero di cambiare terapeuta è legittimo.
In ogni caso, non si tratta di un “fallimento”, ma di un aggiustamento nel suo percorso di cura.
Cordialmente
Buonasera, sembra che in quella seduta di febbraio si sia rotto l'equilibrio della vostra relazione e che adesso vi sia una certa difficoltà a ricostruire questo equilibrio. Parlarne insieme e piegare quello che sente può essere d'aiuto a darle la possibilità di chiarire i suoi dubbi, e però la tensione continua e l'agitazione che sente persiste, potreste prendere in considerazione di cambiare terapeuta.
Cara utente la terapia deve essere uno spazio sicuro in cui lei è libera di esprimersi e lavorare su se stessa. Può succedere che ad un certo punto qualcosa non funzioni con il terapeuta in questo caso è importante condividerlo per trovare una soluzione insieme, se nonostante ciò si rende conto che nella relazione terapeutica qualcosa non va può prendere in considerazione la possibilità di cambiare terapeuta, non ci sarebbe nulla di male ed è molto più comune di quello che pensa, questo non significa che il suo terapeura non sia bravo o abbia sbaglaito ma semplicemente che in questo momento lei sente delle esigenze diverse, sarebbe molto utile ascoltarsi e decidere di conseguenza. Un caro saluto Dott.ssa Valentina Mestici
Cara, da quanto racconta sembrerebbe che il rapporto con il suo terapeuta stia attraversando un momento di forte tensione, dove l’ascolto ha lasciato il posto a una sensazione di giudizio e pressione. Valutare se proseguire questo cammino o individuare insieme un altro professionista non è un errore, ma un atto di cura verso se stessa: cambiare chi la segue non ha nulla di male, poiché al centro deve esserci sempre il suo percorso e la sua serenità. Qual è il desiderio che la guida in questa ricerca di un nuovo spazio? Potrebbe essere utile esplorare questo interrogativo, ricordando che la sua parola è l'unica cosa che conta davvero in terapia.
Un anno di terapia non è poco, ma non è nemmeno tanto. A volte immaginiamo il cambiamento come un percorso lineare, in cui si progredisce sempre in positivo, ma in realtà il processo è fatto anche di alti e bassi: momenti in cui ci si sente persi, bloccati, affaticati, in cui si ha voglia di scappare o di ritirarsi, anche quando si è scelto di cambiare.
Il passo importante che lei ha già fatto, e che può aiutarla a fare maggiore chiarezza su come procedere, è stato parlare apertamente con la sua psicologa di come si è sentita in alcuni momenti della relazione terapeutica. Questo è un punto prezioso del percorso.
Una riflessione utile da fare insieme potrebbe essere: quanto spesso le capita, anche fuori dalla terapia, di sentirsi giudicata, messa alla prova, sotto pressione o attaccata? A volte ciò che accade in terapia può diventare uno specchio delle nostre modalità relazionali e delle nostre ferite, ma proprio per questo è importante che venga accolto e compreso con delicatezza.
Lei dice che la sua terapeuta le sembra comunque una persona disponibile e aperta all’ascolto. Se sente che c’è ancora uno spazio possibile, la inviterei a parlarne ancora con lei, portando esattamente questo: la paura di sentirsi giudicata, forzata o non al sicuro.
Forse ha bisogno proprio di capire se questo spazio può reggere anche un confronto così delicato. E, se dopo averne parlato sente comunque che la fiducia non si ricostruisce, anche valutare un cambio di terapeuta può essere una scelta legittima. L’importante è che il percorso resti un luogo in cui possa sentirsi sufficientemente al sicuro per lavorare su di sé.
Il passo importante che lei ha già fatto, e che può aiutarla a fare maggiore chiarezza su come procedere, è stato parlare apertamente con la sua psicologa di come si è sentita in alcuni momenti della relazione terapeutica. Questo è un punto prezioso del percorso.
Una riflessione utile da fare insieme potrebbe essere: quanto spesso le capita, anche fuori dalla terapia, di sentirsi giudicata, messa alla prova, sotto pressione o attaccata? A volte ciò che accade in terapia può diventare uno specchio delle nostre modalità relazionali e delle nostre ferite, ma proprio per questo è importante che venga accolto e compreso con delicatezza.
Lei dice che la sua terapeuta le sembra comunque una persona disponibile e aperta all’ascolto. Se sente che c’è ancora uno spazio possibile, la inviterei a parlarne ancora con lei, portando esattamente questo: la paura di sentirsi giudicata, forzata o non al sicuro.
Forse ha bisogno proprio di capire se questo spazio può reggere anche un confronto così delicato. E, se dopo averne parlato sente comunque che la fiducia non si ricostruisce, anche valutare un cambio di terapeuta può essere una scelta legittima. L’importante è che il percorso resti un luogo in cui possa sentirsi sufficientemente al sicuro per lavorare su di sé.
Salve ho letto le sue parole, la relazione terapeutica con lo psicologo è uno degli strumenti principali di sostegno e di cambiamento, perché in quello spazio può esplorare nuove parti di sé ma anche recuperare uno spazio di sicurezza. Può valutare se in questo momento sente di non poter collaborare e di non avere una visione condivisa sull'obiettivo del trattamento, comprendendo se c'è possibilità di una riparazione che coinvolga entrambi oppure decidere di cambiare terapeuta, preservando ciò che ha ricevuto di positivo in passato e la fiducia che ha nel poter migliorare il suo benessere psicologico. Spero di esserle stata d'aiuto.
Gentilissima,
si è spiegata molto bene. Quello che descrive merita attenzione, perché in un percorso psicologico non conta solo “fare progressi”, ma anche sentirsi sufficientemente al sicuro per poter parlare, dubitare, fermarsi, portare fragilità e momenti di blocco.
È normale che alcune sedute possano essere faticose. La terapia non sempre fa uscire più leggeri: a volte apre domande, muove emozioni, porta confusione temporanea. Però c’è una differenza importante tra una fatica utile e una fatica che lascia la persona spaventata, giudicata, umiliata o sotto esame. Da ciò che racconta, il problema non sembra essere solo il contenuto delle sedute, ma il fatto che lei non si senta più pienamente al sicuro nella relazione terapeutica.
Il punto centrale è questo: lei ha vissuto alcuni interventi della terapeuta come pressione, giudizio e svalutazione. Magari l’intenzione della professionista era davvero quella di “smuoverla”, come le ha spiegato; tuttavia, in terapia non conta solo l’intenzione del terapeuta, conta anche l’effetto che quell’intervento produce nel paziente. Se l’effetto è stato farla sentire attaccata, inadeguata, bloccata e impaurita all’idea di tornare in seduta, questo va preso sul serio.
Quando una persona attraversa un periodo di stanchezza emotiva e fisica, può non essere pronta per un cambiamento pratico immediato. A volte, prima di agire, serve recuperare energie, capire meglio cosa sta succedendo, tollerare l’immobilità senza trasformarla subito in fallimento. Sentirsi dire, in un momento così, che “se non si decide a fare qualcosa non concluderà niente” può essere percepito come una spinta eccessiva, soprattutto se lei in quel momento non aveva risorse sufficienti per muoversi.
Anche la frase sulle parole “sue o di altri” può avere un senso clinico se detta con delicatezza, perché a volte in terapia si esplora quanto alcuni pensieri siano davvero nostri o interiorizzati dall’esterno. Ma se lei l’ha vissuta come un dubbio sulla sua autenticità o come una forma di umiliazione, allora è importante parlarne. Non perché qualcuno debba per forza avere “ragione” o “torto”, ma perché la relazione terapeutica si basa proprio sulla possibilità di portare anche queste rotture.
Prima di decidere definitivamente, potrebbe fare una cosa: dedicare una seduta solo a questo tema. Non parlare del cambiamento, degli obiettivi o di cosa “deve fare”, ma della relazione terapeutica. Potrebbe dire chiaramente: “Nelle ultime sedute mi sono sentita sotto pressione, giudicata e non più al sicuro. Mi accorgo che sto iniziando a censurarmi e che l’idea di venire qui mi mette agitazione. Vorrei capire se possiamo lavorare su questa cosa, perché per me è diventata centrale.”
La risposta della terapeuta sarà molto importante. Se accoglie ciò che lei porta, se si ferma, se prova a capire l’effetto che ha avuto su di lei, se modifica il modo di lavorare e ricostruisce con lei un clima di fiducia, allora forse questa crisi può diventare un passaggio utile del percorso.
Se invece lei si sente nuovamente liquidata, giudicata, spinta o non compresa, allora cambiare terapeuta può essere una scelta legittima e sana. Non è un fallimento. Non significa che l’anno fatto sia stato inutile. A volte un percorso ci accompagna fino a un certo punto, poi il bisogno cambia, oppure cambia il modo in cui viviamo quella relazione.
Il fatto che il pensiero di cambiare terapeuta la faccia sentire meglio è un segnale da ascoltare, non necessariamente da seguire impulsivamente, ma da prendere sul serio. La terapia dovrebbe essere uno spazio anche difficile, sì, ma non uno spazio in cui ci si sente costantemente osservati, sotto esame o intimoriti dal dire certe cose.
La cosa più importante è questa: il suo sentirsi male dopo le sedute non va ignorato. È un’informazione preziosa. In terapia si può attraversare il disagio, ma non si dovrebbe perdere la fiducia nella possibilità di essere accolti.
Le auguro tutto il bene possibile dal suo percorso teraputico.
si è spiegata molto bene. Quello che descrive merita attenzione, perché in un percorso psicologico non conta solo “fare progressi”, ma anche sentirsi sufficientemente al sicuro per poter parlare, dubitare, fermarsi, portare fragilità e momenti di blocco.
È normale che alcune sedute possano essere faticose. La terapia non sempre fa uscire più leggeri: a volte apre domande, muove emozioni, porta confusione temporanea. Però c’è una differenza importante tra una fatica utile e una fatica che lascia la persona spaventata, giudicata, umiliata o sotto esame. Da ciò che racconta, il problema non sembra essere solo il contenuto delle sedute, ma il fatto che lei non si senta più pienamente al sicuro nella relazione terapeutica.
Il punto centrale è questo: lei ha vissuto alcuni interventi della terapeuta come pressione, giudizio e svalutazione. Magari l’intenzione della professionista era davvero quella di “smuoverla”, come le ha spiegato; tuttavia, in terapia non conta solo l’intenzione del terapeuta, conta anche l’effetto che quell’intervento produce nel paziente. Se l’effetto è stato farla sentire attaccata, inadeguata, bloccata e impaurita all’idea di tornare in seduta, questo va preso sul serio.
Quando una persona attraversa un periodo di stanchezza emotiva e fisica, può non essere pronta per un cambiamento pratico immediato. A volte, prima di agire, serve recuperare energie, capire meglio cosa sta succedendo, tollerare l’immobilità senza trasformarla subito in fallimento. Sentirsi dire, in un momento così, che “se non si decide a fare qualcosa non concluderà niente” può essere percepito come una spinta eccessiva, soprattutto se lei in quel momento non aveva risorse sufficienti per muoversi.
Anche la frase sulle parole “sue o di altri” può avere un senso clinico se detta con delicatezza, perché a volte in terapia si esplora quanto alcuni pensieri siano davvero nostri o interiorizzati dall’esterno. Ma se lei l’ha vissuta come un dubbio sulla sua autenticità o come una forma di umiliazione, allora è importante parlarne. Non perché qualcuno debba per forza avere “ragione” o “torto”, ma perché la relazione terapeutica si basa proprio sulla possibilità di portare anche queste rotture.
Prima di decidere definitivamente, potrebbe fare una cosa: dedicare una seduta solo a questo tema. Non parlare del cambiamento, degli obiettivi o di cosa “deve fare”, ma della relazione terapeutica. Potrebbe dire chiaramente: “Nelle ultime sedute mi sono sentita sotto pressione, giudicata e non più al sicuro. Mi accorgo che sto iniziando a censurarmi e che l’idea di venire qui mi mette agitazione. Vorrei capire se possiamo lavorare su questa cosa, perché per me è diventata centrale.”
La risposta della terapeuta sarà molto importante. Se accoglie ciò che lei porta, se si ferma, se prova a capire l’effetto che ha avuto su di lei, se modifica il modo di lavorare e ricostruisce con lei un clima di fiducia, allora forse questa crisi può diventare un passaggio utile del percorso.
Se invece lei si sente nuovamente liquidata, giudicata, spinta o non compresa, allora cambiare terapeuta può essere una scelta legittima e sana. Non è un fallimento. Non significa che l’anno fatto sia stato inutile. A volte un percorso ci accompagna fino a un certo punto, poi il bisogno cambia, oppure cambia il modo in cui viviamo quella relazione.
Il fatto che il pensiero di cambiare terapeuta la faccia sentire meglio è un segnale da ascoltare, non necessariamente da seguire impulsivamente, ma da prendere sul serio. La terapia dovrebbe essere uno spazio anche difficile, sì, ma non uno spazio in cui ci si sente costantemente osservati, sotto esame o intimoriti dal dire certe cose.
La cosa più importante è questa: il suo sentirsi male dopo le sedute non va ignorato. È un’informazione preziosa. In terapia si può attraversare il disagio, ma non si dovrebbe perdere la fiducia nella possibilità di essere accolti.
Le auguro tutto il bene possibile dal suo percorso teraputico.
Buongiorno,da quello che descrivi si percepisce chiaramente quanto questo passaggio del tuo percorso ti stia mettendo in difficoltà. È comprensibile sentirsi confusa, agitata e anche ferita quando, in uno spazio che dovrebbe essere percepito come sicuro, inizi a vivere sensazioni di pressione, giudizio o messa in discussione.
Ci sono alcuni elementi importanti in ciò che racconti.Da una parte, può succedere che in terapia ci siano momenti in cui il terapeuta prova a “smuovere” il paziente, soprattutto quando percepisce una fase di stallo. Tuttavia, questo tipo di intervento dovrebbe sempre essere calibrato sullo stato emotivo della persona: se ti trovavi in un periodo di forte stanchezza e fatica, è possibile che quella modalità sia risultata per te troppo intensa o poco sintonizzata. Il fatto che tu ti sia sentita attaccata, più che sostenuta, è un segnale da non trascurare.
Dall’altra parte, è molto significativo che tu abbia provato a esprimere come ti sei sentita. Questo è un passaggio centrale in terapia. La relazione terapeutica si costruisce anche attraverso questi momenti di “rottura” e riparazione. Tuttavia, se dopo aver condiviso il tuo vissuto continui a sentirti non compresa, in dubbio su te stessa e addirittura inibita nel parlare, è importante fermarsi a riflettere su questo.
Una terapia efficace non è necessariamente sempre “confortevole”, ma dovrebbe mantenere una base di sicurezza, fiducia e libertà di espressione. Il fatto che tu inizi a sentirti “sotto esame” o che l’idea di andare in seduta ti generi agitazione è un aspetto clinicamente rilevante.
Rispetto alla tua domanda “cosa dovrei fare?”, ci sono due possibili direzioni, entrambe valide:
Potresti provare a portare ancora una volta in seduta, in modo molto esplicito, tutto ciò che hai scritto qui: non solo i contenuti, ma proprio il vissuto (sentirsi giudicata, sotto pressione, poco libera). Questo permetterebbe di verificare se c’è spazio per una reale comprensione e un aggiustamento del lavoro.
Allo stesso tempo, il fatto che il solo pensiero di cambiare terapeuta ti faccia sentire meglio è un’informazione importante. Non va ignorata né interpretata come “fallimento”: a volte semplicemente si crea una mancata sintonizzazione tra terapeuta e paziente, oppure il percorso ha bisogno di una modalità diversa.
Non esiste una scelta “giusta in assoluto”, ma esiste quella che, in questo momento, ti permette di sentirti più al sicuro e più libera di lavorare su di te.
Prenderei molto sul serio ciò che provi, senza minimizzarlo. La terapia è uno spazio per costruire fiducia, non per sentirsi costantemente inadeguati o sotto pressione.
Un caro saluto
Ci sono alcuni elementi importanti in ciò che racconti.Da una parte, può succedere che in terapia ci siano momenti in cui il terapeuta prova a “smuovere” il paziente, soprattutto quando percepisce una fase di stallo. Tuttavia, questo tipo di intervento dovrebbe sempre essere calibrato sullo stato emotivo della persona: se ti trovavi in un periodo di forte stanchezza e fatica, è possibile che quella modalità sia risultata per te troppo intensa o poco sintonizzata. Il fatto che tu ti sia sentita attaccata, più che sostenuta, è un segnale da non trascurare.
Dall’altra parte, è molto significativo che tu abbia provato a esprimere come ti sei sentita. Questo è un passaggio centrale in terapia. La relazione terapeutica si costruisce anche attraverso questi momenti di “rottura” e riparazione. Tuttavia, se dopo aver condiviso il tuo vissuto continui a sentirti non compresa, in dubbio su te stessa e addirittura inibita nel parlare, è importante fermarsi a riflettere su questo.
Una terapia efficace non è necessariamente sempre “confortevole”, ma dovrebbe mantenere una base di sicurezza, fiducia e libertà di espressione. Il fatto che tu inizi a sentirti “sotto esame” o che l’idea di andare in seduta ti generi agitazione è un aspetto clinicamente rilevante.
Rispetto alla tua domanda “cosa dovrei fare?”, ci sono due possibili direzioni, entrambe valide:
Potresti provare a portare ancora una volta in seduta, in modo molto esplicito, tutto ciò che hai scritto qui: non solo i contenuti, ma proprio il vissuto (sentirsi giudicata, sotto pressione, poco libera). Questo permetterebbe di verificare se c’è spazio per una reale comprensione e un aggiustamento del lavoro.
Allo stesso tempo, il fatto che il solo pensiero di cambiare terapeuta ti faccia sentire meglio è un’informazione importante. Non va ignorata né interpretata come “fallimento”: a volte semplicemente si crea una mancata sintonizzazione tra terapeuta e paziente, oppure il percorso ha bisogno di una modalità diversa.
Non esiste una scelta “giusta in assoluto”, ma esiste quella che, in questo momento, ti permette di sentirti più al sicuro e più libera di lavorare su di te.
Prenderei molto sul serio ciò che provi, senza minimizzarlo. La terapia è uno spazio per costruire fiducia, non per sentirsi costantemente inadeguati o sotto pressione.
Un caro saluto
buongiorno credo che debba spiegare al Suo terapeuta ciò che sente in seduta e cioè il senso di rimprovero e di coercizione che Le arriva dalle parole del Suo analista. Si tratta di ridimensionare meglio il campo terapeutico, prendendosi uno spazio più adeguato ed autentico. L'analisi deve creare per il paziente un luogo sicuro di crescita, se invece Lei si sente attaccata forse sono in atto delle proiezioni di sé sul terapeuta che dovrebbe portare alla luce, parlandone il più possibile con chi La segue per migliorare la Vostra relazione terapeutica. Cordiali saluti dott.ssa G.Elmo
Buongiorno, da ciò che racconta emerge con molta chiarezza quanto questo percorso, che inizialmente le stava dando un senso di direzione e di crescita, abbia recentemente iniziato a generarle invece confusione, agitazione e un senso di messa in discussione che la fa stare male. È comprensibile che questo cambiamento la disorienti e la porti a chiedersi cosa sia più giusto fare per sé in questo momento. Quando una persona intraprende un percorso psicologico, soprattutto in un’ottica cognitivo comportamentale, uno degli aspetti più importanti è il senso di sicurezza all’interno della relazione terapeutica. Non si tratta solo di lavorare su pensieri e comportamenti, ma anche di sentirsi in uno spazio in cui poter portare le proprie difficoltà senza il timore di essere giudicati o messi sotto pressione oltre le proprie possibilità del momento. Da quello che descrive, sembra che qualcosa in questo equilibrio si sia incrinato, in particolare nel modo in cui sono state proposte alcune sollecitazioni al cambiamento. È importante considerare che il cambiamento non è mai lineare. Ci sono fasi in cui si ha più energia e altre in cui ci si sente bloccati, stanchi, quasi immobili. Questo non significa che non si stia facendo nulla, ma spesso indica che si è in una fase delicata in cui servirebbe prima comprendere meglio cosa sta accadendo internamente, piuttosto che spingere immediatamente verso l’azione. Se in quel momento si riceve una pressione che viene percepita come eccessiva, può attivarsi una reazione emotiva di chiusura, di dubbio su di sé, o di aumento dell’ansia, proprio come sta accadendo a lei. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, quello che sta vivendo può essere letto anche come un intreccio tra pensieri e vissuti emotivi. Alcune frasi ricevute in seduta possono aver attivato pensieri come “non sto facendo abbastanza”, “sto deludendo”, “non sono capace”, che a loro volta alimentano agitazione, insicurezza e blocco. Questo circolo, se non viene riconosciuto e gestito, rischia di rinforzarsi nel tempo. Allo stesso tempo, è significativo che lei abbia trovato il coraggio di esprimere alla terapeuta come si è sentita. Questo è un passaggio molto importante, perché il percorso terapeutico non è qualcosa che si subisce, ma qualcosa che si costruisce insieme. Il fatto che però, nonostante questo confronto, lei continui a sentirsi agitata e sotto esame, è un segnale che merita attenzione. La sensazione di voler cambiare terapeuta e, allo stesso tempo, il timore o il dubbio rispetto a questa scelta, sono entrambe comprensibili. Non esiste una risposta giusta in assoluto, ma può essere utile chiedersi quale direzione le permetterebbe di sentirsi più al sicuro e più libera di lavorare su di sé. In alcuni casi può essere utile dedicare uno spazio proprio a parlare di ciò che sta accadendo nella relazione terapeutica, portando apertamente queste sensazioni di pressione, di giudizio e di difficoltà a fidarsi. In altri casi, quando il senso di disagio è molto forte e persistente, il cambiamento può rappresentare un modo per ripartire in un contesto percepito come più adatto. Quello che conta è non perdere di vista il fatto che il suo malessere ha un senso e una logica, e che può essere compreso. Non è un fallimento il fatto di sentirsi bloccata, né il fatto di aver bisogno di tempi diversi per cambiare. Spesso dietro a questi momenti ci sono schemi profondi legati al modo in cui ci si valuta, alle aspettative su di sé, al timore di non essere abbastanza. Sono proprio questi aspetti che un percorso psicologico può aiutare a esplorare e modificare, con gradualità e rispetto dei suoi tempi. Per questo motivo, al di là della scelta specifica sul proseguire o meno con questa terapeuta, potrebbe essere davvero utile continuare un percorso di supporto, possibilmente con un orientamento cognitivo comportamentale, proprio per comprendere meglio questi meccanismi e costruire modalità più sostenibili di affrontarli. L’obiettivo non è spingerla a fare di più, ma aiutarla a capire cosa succede dentro di lei quando sente pressione, quando si blocca, quando si giudica. Il fatto che lei si stia ponendo queste domande è già un segnale di consapevolezza importante. Non si tratta di aver fatto un passo indietro, ma forse di essere arrivata in un punto del percorso in cui è necessario ricalibrare il modo di procedere. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Provo a rivolgerti una domanda:
quando esci dalla seduta, quello che senti è più chiarezza, anche se faticosa…
oppure è come se ti perdessi un po’ di più?
Perché a volte ci sono momenti in terapia in cui ci si sente più destabilizzati,
ma dentro quella fatica di solito resta un filo di senso.
Se invece resta soprattutto agitazione e dubbio su di te, è qualcosa che merita spazio e attenzione.
Potrebbe essere importante portare, nella tua terapia, proprio questo vissuto così com’è, senza filtri: il sentirti sotto pressione, il dubbio, il fatto che ora fai più fatica a parlare liberamente.
Non come critica, ma come parte del lavoro che stai facendo.
quando esci dalla seduta, quello che senti è più chiarezza, anche se faticosa…
oppure è come se ti perdessi un po’ di più?
Perché a volte ci sono momenti in terapia in cui ci si sente più destabilizzati,
ma dentro quella fatica di solito resta un filo di senso.
Se invece resta soprattutto agitazione e dubbio su di te, è qualcosa che merita spazio e attenzione.
Potrebbe essere importante portare, nella tua terapia, proprio questo vissuto così com’è, senza filtri: il sentirti sotto pressione, il dubbio, il fatto che ora fai più fatica a parlare liberamente.
Non come critica, ma come parte del lavoro che stai facendo.
Buongiorno, i momenti di crisi o di stallo non solo possono accadere durante i percorsi terapeutici, ma è importante che accadono per avere la possibilità di riparare. Dal suo resoconto mi sembra di capire però che nonostante i tentativi lei percepisce che non ci sia stata una riparazione sufficiente e continua a sentire la paura di essere giudicata. E' buono il fatto che lei abbia avuto la possibilità di confrontarsi con la sua terapeuta riguardo alla problematiche che stava vivendo nella relazione, ma sembra che questo non sia stato per ora sufficiente a ricucire un rapporto di fiducia. La invito a farsi questa domanda: c'è qualcosa, del suo vissuto riguardo alla terapia, che ancora non ha condiviso con la sua terapeuta? Per esempio, su cosa l'ha fatta sentire giudicata, umiliata? Se si, dedichi un'altra o altre due sedute a questi contenuti e veda come si sente e come vengono accolti. Se continua a sentire questa paura del giudizio le suggerisco di darsi il permesso di prendere una strada diversa, dato che la "crisi" di cui parla dura ormai da diversi mesi. Può darsi che l'approccio seguito da questa professionista non sia quello di cui lei ha bisogno ora.
Rimango a disposizione
Dott. Federico Bartoli
Rimango a disposizione
Dott. Federico Bartoli
Buongiorno,
nel rapporto tra terapeuta e paziente la fiducia è un aspetto fondamentale. La cosa migliore da fare a mio avviso è parlare direttamente con la terapeuta di come si sente, in quanto si tratta di materiale preziosissimo per lavorare.
Se però, nonostante tutto, continuasse a sentirsi giudicata potrebbe valutare di chiedere aiuto altrove . La psicoterapia è soprattutto un incontro umano e a volte non sempre troviamo la persona giusta facilmente.
Cordiali saluti
nel rapporto tra terapeuta e paziente la fiducia è un aspetto fondamentale. La cosa migliore da fare a mio avviso è parlare direttamente con la terapeuta di come si sente, in quanto si tratta di materiale preziosissimo per lavorare.
Se però, nonostante tutto, continuasse a sentirsi giudicata potrebbe valutare di chiedere aiuto altrove . La psicoterapia è soprattutto un incontro umano e a volte non sempre troviamo la persona giusta facilmente.
Cordiali saluti
Buongiorno,
La ringrazio per aver scritto con tanta chiarezza e mi dispiace davvero che stia vivendo questo momento difficile dopo un percorso che era partito bene.
Quello che racconta tocca un aspetto centrale della psicoterapia, l'alleanza terapeutica, cioè la qualità del legame e della collaborazione tra paziente e terapeuta, che è un fattore estremamente importante in questo contesto. La qualità del legame con il proprio terapeuta è una delle basi su cui poggia tutto il lavoro. Quando si incrina, le sedute smettono di essere uno spazio sicuro e diventano fatica.
Provi a condividere con il suo psicologo come si è sentita nelle ultime sedute. A volte queste conversazioni rimettono in moto le cose, altre volte chiariscono che la sintonia non c'è più e in quel caso cambiare terapeuta è una scelta legittima. L'importante è che la decisione nasca dall'ascolto di sé, non solo dal desiderio (comprensibile) di togliersi dal disagio.
Le auguro di trovare lo spazio giusto per capire cosa è meglio per lei.
Un caro saluto,
Dott. Alessandro Ocera
La ringrazio per aver scritto con tanta chiarezza e mi dispiace davvero che stia vivendo questo momento difficile dopo un percorso che era partito bene.
Quello che racconta tocca un aspetto centrale della psicoterapia, l'alleanza terapeutica, cioè la qualità del legame e della collaborazione tra paziente e terapeuta, che è un fattore estremamente importante in questo contesto. La qualità del legame con il proprio terapeuta è una delle basi su cui poggia tutto il lavoro. Quando si incrina, le sedute smettono di essere uno spazio sicuro e diventano fatica.
Provi a condividere con il suo psicologo come si è sentita nelle ultime sedute. A volte queste conversazioni rimettono in moto le cose, altre volte chiariscono che la sintonia non c'è più e in quel caso cambiare terapeuta è una scelta legittima. L'importante è che la decisione nasca dall'ascolto di sé, non solo dal desiderio (comprensibile) di togliersi dal disagio.
Le auguro di trovare lo spazio giusto per capire cosa è meglio per lei.
Un caro saluto,
Dott. Alessandro Ocera
Buonasera,
il vissuto di smarrimento che descrive è del tutto comprensibile: la terapia infatti dovrebbe essere uno spazio sicuro in cui aprirsi e raccontarsi, quindi non dovrebbe essere vissuto in termini valutativi. Quello che descrive sembra un corto circuito nell'alleanza terapeutica, dove la tecnica della "provocazione" è stata usata senza rispettare i suoi tempi, trasformandosi in una pressione che ha percepito come giudizio. Quando si sente di dover performare per compiacere il terapeuta o si teme la sua agitazione o di avere disatteso le sue aspettative, il processo smette di essere curativo, trasformativo, e diventa una fonte di ansia che mina la propria autostima.
Tuttavia, questo stallo può trasformarsi in un’opportunità di crescita decidendo di affrontare il nodo apertamente, provando a portare in seduta proprio quella sensazione di sollievo che prova al pensiero di chiudere il percorso. Descrivere la sua paura del giudizio e il peso delle aspettative è comunque materiale terapeutico – anche significativo direi; un confronto aperto permetterà di capire se la relazione può essere riparata, partendo da nuove modalità ascolto e rispetto dei suoi tempi. Se il terapeuta accoglierà questa riconfigurazione dell’alleanza terapeutica, potreste ritrovare una complicità nuova, altrimenti avrà avuto la conferma che cambiare figura è la scelta più opportuna.
Cordialmente,
dr. Stefano Previtali
il vissuto di smarrimento che descrive è del tutto comprensibile: la terapia infatti dovrebbe essere uno spazio sicuro in cui aprirsi e raccontarsi, quindi non dovrebbe essere vissuto in termini valutativi. Quello che descrive sembra un corto circuito nell'alleanza terapeutica, dove la tecnica della "provocazione" è stata usata senza rispettare i suoi tempi, trasformandosi in una pressione che ha percepito come giudizio. Quando si sente di dover performare per compiacere il terapeuta o si teme la sua agitazione o di avere disatteso le sue aspettative, il processo smette di essere curativo, trasformativo, e diventa una fonte di ansia che mina la propria autostima.
Tuttavia, questo stallo può trasformarsi in un’opportunità di crescita decidendo di affrontare il nodo apertamente, provando a portare in seduta proprio quella sensazione di sollievo che prova al pensiero di chiudere il percorso. Descrivere la sua paura del giudizio e il peso delle aspettative è comunque materiale terapeutico – anche significativo direi; un confronto aperto permetterà di capire se la relazione può essere riparata, partendo da nuove modalità ascolto e rispetto dei suoi tempi. Se il terapeuta accoglierà questa riconfigurazione dell’alleanza terapeutica, potreste ritrovare una complicità nuova, altrimenti avrà avuto la conferma che cambiare figura è la scelta più opportuna.
Cordialmente,
dr. Stefano Previtali
buonasera, grazie per la sua condivisione! Credo che sia importante esternare in terapia ciò che sente e su cui ha riflettuto poiché fa parte del processo intrapreso con la sua psicologa. Anche parlare di un'eventuale richiesta di chiusura del percorso sarebbe terapeutico per donare un senso al suo vissuto attuale.
Dott.ssa Claudia Pica
Dott.ssa Claudia Pica
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