Ho un vissuto problematico con il cibo da quando ho memoria. Da quando ho 6 anni vivo un rapporto co
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Ho un vissuto problematico con il cibo da quando ho memoria. Da quando ho 6 anni vivo un rapporto conflittuale tra desiderio e repulsione. Ho fatto diete, di tutti i tipi possibili, che ho sempre portato a termine con successo, ma vivendole come una privazione dalla mia “dipendenza” ne annullavo l’effetto non appena le terminavo, riprendendo tutti i chili che avevo perso. Sono pienamente consapevole delle mie difficoltà e dell’approccio adeguato per poter raggiungere il peso e la forma fisica che vorrei ma mi rendo conto che le mie emozioni, sempre di più, bloccano la mia parte razionale e prendono il sopravvento. Sono entrata in un circolo vizioso da cui non riesco ad uscire. Ho consultato specialisti che mi hanno sempre indirizzato su metodi pratici invece di lavorare sulle emozioni e sulla dipendenza per il cibo. Vorrei arrivare ad eliminare questa dipendenza e considerare il cibo come un mezzo di sussistenza e basta. Come posso fare?
Quello che descrivi non è mancanza di forza di volontà, ma un rapporto emotivo con il cibo che si è strutturato nel tempo
Il punto critico è proprio questo: stai cercando di “controllare” qualcosa che in realtà nasce per regolare emozioni
Per questo le diete funzionano nel breve e poi crollano
Eliminare la “dipendenza” trattando il cibo solo come nutrimento è un obiettivo troppo rigido, e rischia di mantenere il conflitto
Il lavoro vero è capire cosa il cibo sta facendo per te a livello emotivo, non toglierlo
Finché questa parte non viene ascoltata, il ciclo continuerà
Un percorso psicologico mirato su alimentazione ed emozioni è fondamentale per uscire da questo schema in modo stabile, senza ricadere ogni volta nello stesso punto
Il punto critico è proprio questo: stai cercando di “controllare” qualcosa che in realtà nasce per regolare emozioni
Per questo le diete funzionano nel breve e poi crollano
Eliminare la “dipendenza” trattando il cibo solo come nutrimento è un obiettivo troppo rigido, e rischia di mantenere il conflitto
Il lavoro vero è capire cosa il cibo sta facendo per te a livello emotivo, non toglierlo
Finché questa parte non viene ascoltata, il ciclo continuerà
Un percorso psicologico mirato su alimentazione ed emozioni è fondamentale per uscire da questo schema in modo stabile, senza ricadere ogni volta nello stesso punto
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Gentile utente, il suo racconto mette in luce una sofferenza che non riguarda tanto il "calcolo delle calorie", quanto piuttosto la complessa grammatica del suo mondo interno. Lei descrive un moto oscillatorio tra il desiderio e la repulsione, un ciclo di successi (le diete concluse) e "fallimenti" (il recupero del peso) che suggerisce come il cibo sia diventato il palcoscenico su cui si recita un conflitto psichico irrisolto. Il cibo non è mai solo nutrimento biologico, ma è il primo mediatore del legame con l'Altro. Descrivendo la dieta come una "privazione dalla dipendenza", mette in luce un tentativo di controllo onnipotente su di essa. Il rapporto “dipendente” dal cibo potrebbe sussistere come forma di auto-cura: un modo per anestetizzare emozioni intollerabili. Il motivo per cui i "metodi pratici" hanno fallito probabilmente regge sul fatto che essi trattano il corpo come una macchina e il cibo come un carburante. Ma il cibo è un linguaggio. Rivolgersi ad un terapeuta che lavori sul piano simbolico del sintomo, potrebbe accompagnarla in questo attraversamento. Un caro saluto, RC
Cara utente,
quello che posso consigliare non è un'altra dieta e un'altra tecnica pratica, bensì un percorso che le possa permettere di lavorare sulle emozioni e capire cosa c'è dietro a questo rapporto con il cibo che le causa fatica. Che significato ha il cibo per lei? Da dove ha origine questo rapporto? ...e tante altre domande. Ora, quindi, è forse giunto il momento di guardare tale dinamica da un'altra prospettiva che fino adesso è mancata.
Provi a trovare dunque un professionista specializzato in DCA vicino a lei.
Un caro saluto
Dott.ssa Claudia Fontanella
quello che posso consigliare non è un'altra dieta e un'altra tecnica pratica, bensì un percorso che le possa permettere di lavorare sulle emozioni e capire cosa c'è dietro a questo rapporto con il cibo che le causa fatica. Che significato ha il cibo per lei? Da dove ha origine questo rapporto? ...e tante altre domande. Ora, quindi, è forse giunto il momento di guardare tale dinamica da un'altra prospettiva che fino adesso è mancata.
Provi a trovare dunque un professionista specializzato in DCA vicino a lei.
Un caro saluto
Dott.ssa Claudia Fontanella
Quello che descrivi è un conflitto interno molto coerente e, soprattutto, molto comune nelle forme di rapporto problematico con il cibo: da una parte una parte razionale che “sa cosa fare”, dall’altra una parte emotiva e impulsiva che usa il cibo come regolatore di stati interni (ansia, vuoto, frustrazione, controllo, consolazione).
La prima cosa importante da dirti è questa: l’obiettivo “considerare il cibo solo come mezzo di sussistenza” è comprensibile, ma spesso non è realistico né terapeuticamente utile. Il cibo non è solo nutrimento: è anche regolazione emotiva, abitudine, memoria, identità e relazione. L’obiettivo più efficace di solito non è eliminare il significato emotivo del cibo, ma cambiare il modo in cui quel significato viene gestito.
Quello che sembra accadere nel tuo caso
Da ciò che racconti si intravede un ciclo tipico:
Restrizione / controllo (dieta) → ti affidi alla parte razionale
Sforzo + privazione emotiva → aumenta tensione interna
Rottura del controllo → il sistema emotivo “recupera”
Compenso (abbuffata o ritorno alle abitudini precedenti)
Senso di fallimento / colpa → si riparte con una dieta più rigida
Questo non è mancanza di forza di volontà: è un sistema che si autoalimenta.
Il punto centrale: non è solo “cibo”
Quando dici che le emozioni prendono il sopravvento, stai descrivendo qualcosa di molto importante: il cibo probabilmente ha assunto una funzione di regolazione emotiva automatica. Non si tratta quindi di “togliere la dipendenza”, ma di capire:
che cosa il cibo sta regolando per te (ansia? vuoto? rabbia? controllo?)
e cosa succede dentro di te quando provi a toglierlo come strategia
Un cambio di prospettiva necessario
In questi casi, lavorare solo sul comportamento (diete, regole, schemi alimentari) spesso non funziona a lungo termine.
Serve invece un lavoro su tre livelli:
1. Regolazione emotiva (non soppressione)
2. Riduzione della mentalità “tutto o niente”
3. Costruzione di una relazione neutra con il cibo (non “solo nutrimento”)
Ti direi che gli approcci più efficaci in situazioni come la tua sono:
-terapia cognitivo-comportamentale
-ACT (Acceptance and Commitment Therapy) per ridurre la lotta con gli impulsi
lavoro sul trauma o sulle esperienze precoci se il problema è “da quando ho memoria”
Non perché “hai bisogno di un metodo”, ma perché serve un lavoro integrato tra mente, emozioni e corpo.
La prima cosa importante da dirti è questa: l’obiettivo “considerare il cibo solo come mezzo di sussistenza” è comprensibile, ma spesso non è realistico né terapeuticamente utile. Il cibo non è solo nutrimento: è anche regolazione emotiva, abitudine, memoria, identità e relazione. L’obiettivo più efficace di solito non è eliminare il significato emotivo del cibo, ma cambiare il modo in cui quel significato viene gestito.
Quello che sembra accadere nel tuo caso
Da ciò che racconti si intravede un ciclo tipico:
Restrizione / controllo (dieta) → ti affidi alla parte razionale
Sforzo + privazione emotiva → aumenta tensione interna
Rottura del controllo → il sistema emotivo “recupera”
Compenso (abbuffata o ritorno alle abitudini precedenti)
Senso di fallimento / colpa → si riparte con una dieta più rigida
Questo non è mancanza di forza di volontà: è un sistema che si autoalimenta.
Il punto centrale: non è solo “cibo”
Quando dici che le emozioni prendono il sopravvento, stai descrivendo qualcosa di molto importante: il cibo probabilmente ha assunto una funzione di regolazione emotiva automatica. Non si tratta quindi di “togliere la dipendenza”, ma di capire:
che cosa il cibo sta regolando per te (ansia? vuoto? rabbia? controllo?)
e cosa succede dentro di te quando provi a toglierlo come strategia
Un cambio di prospettiva necessario
In questi casi, lavorare solo sul comportamento (diete, regole, schemi alimentari) spesso non funziona a lungo termine.
Serve invece un lavoro su tre livelli:
1. Regolazione emotiva (non soppressione)
2. Riduzione della mentalità “tutto o niente”
3. Costruzione di una relazione neutra con il cibo (non “solo nutrimento”)
Ti direi che gli approcci più efficaci in situazioni come la tua sono:
-terapia cognitivo-comportamentale
-ACT (Acceptance and Commitment Therapy) per ridurre la lotta con gli impulsi
lavoro sul trauma o sulle esperienze precoci se il problema è “da quando ho memoria”
Non perché “hai bisogno di un metodo”, ma perché serve un lavoro integrato tra mente, emozioni e corpo.
Buongiorno, il cibo è un aspetto molto ampio e importante perchè racchiude in sè tanti aspetti, sociali, emotivi, relazionali e sono proprio questi a incidere quando consumiamo un pasto o semplicemente ci avviciniamo alla sua assunzione.
dalle sue parole si capisce che è consapevole delle emozioni che bloccano la capacità di mantenere il peso raggiunto con le diete; ha valutato la possibilità di affrontare questo aspetto con un professionista?
dalle sue parole si capisce che è consapevole delle emozioni che bloccano la capacità di mantenere il peso raggiunto con le diete; ha valutato la possibilità di affrontare questo aspetto con un professionista?
Gentile,
Lei racconta di una fatica molto lunga iniziata a sei anni, portata avanti per decenni con grande impegno e altrettanta sofferenza. Vale la pena riconoscerlo prima di tutto.
Ha già capito la cosa più importante: il problema non è mai stato la dieta. Le diete le ha portate a termine tutte, con successo. Il nodo è altrove, nelle emozioni che il cibo regola, nel conflitto tra desiderio e repulsione che va avanti da quando era bambina. Questo tipo di consapevolezza non è affatto scontata.
La domanda che pone, come uscirne, è giusta, ma la risposta non sta in un metodo pratico diverso dai precedenti. Sta in un lavoro che affronti proprio quel livello emotivo che finora sembra essere stato lasciato da parte: un percorso con qualcuno che si occupi specificamente di disturbi del comportamento alimentare. Non della dieta, ma della relazione con il cibo e con le emozioni che ci stanno dentro.
In Italia esistono centri specializzati nei DCA all'interno del Sistema Sanitario Nazionale, ai quali può accedere tramite il suo medico di base, e associazioni accreditate che offrono supporto e orientamento. Sono contesti pensati esattamente per quello di cui parla: lavorare sulla radice di tutto questo
Lei racconta di una fatica molto lunga iniziata a sei anni, portata avanti per decenni con grande impegno e altrettanta sofferenza. Vale la pena riconoscerlo prima di tutto.
Ha già capito la cosa più importante: il problema non è mai stato la dieta. Le diete le ha portate a termine tutte, con successo. Il nodo è altrove, nelle emozioni che il cibo regola, nel conflitto tra desiderio e repulsione che va avanti da quando era bambina. Questo tipo di consapevolezza non è affatto scontata.
La domanda che pone, come uscirne, è giusta, ma la risposta non sta in un metodo pratico diverso dai precedenti. Sta in un lavoro che affronti proprio quel livello emotivo che finora sembra essere stato lasciato da parte: un percorso con qualcuno che si occupi specificamente di disturbi del comportamento alimentare. Non della dieta, ma della relazione con il cibo e con le emozioni che ci stanno dentro.
In Italia esistono centri specializzati nei DCA all'interno del Sistema Sanitario Nazionale, ai quali può accedere tramite il suo medico di base, e associazioni accreditate che offrono supporto e orientamento. Sono contesti pensati esattamente per quello di cui parla: lavorare sulla radice di tutto questo
Quello che racconti ha una sua coerenza, anche se per te oggi è vissuto come un blocco da cui non riesci a uscire. Non sembra tanto una mancanza di forza di volontà, quanto piuttosto una relazione con il cibo che nel tempo ha assunto un significato emotivo molto forte.
Il fatto che tu riesca a seguire diete e portarle a termine dimostra che la parte razionale c’è, funziona. Ma poi qualcosa prende il sopravvento, e quel qualcosa non è il problema da eliminare ma è una parte di te che chiede spazio, che si attiva proprio quando il controllo si allenta.
Il rischio, nel modo in cui stai provando ad affrontarlo, è di continuare a muoverti sul piano del controllo: togliere, gestire, ridurre, “risolvere”. Ma è lo stesso piano su cui questo circolo si è costruito e si ripete.
Il cibo per te ha una funzione, è importante iniziare a capire quale sia. Forse calma, forse riempie, forse distrae, forse protegge da qualcosa che è più difficile da sentire.
Allora il punto non è riuscire a farlo sparire, ma iniziare a capire cosa succede dentro di te in quei momenti. Quando arriva il desiderio, cosa sta succedendo dentro?
È noia? Ansia? Solitudine? Rabbia?
C’è un momento della giornata in cui succede più spesso?
C’è una sensazione nel corpo che precede tutto questo?
Questo è il passaggio fondamentale, dare forma e nome a quello che oggi vivi come “dipendenza”. Perché finché resta qualcosa di indistinto, l’unico modo per gestirlo è combatterlo. E combattere, nel tempo, stanca e non funziona.
Capisco anche la frustrazione verso i percorsi fatti finora, più centrati sul “cosa fare” che sul “cosa senti”. Ma da come parli, è molto chiaro che tu abbia bisogno di uno spazio diverso, uno in cui non ti venga detto cosa mangiare o come controllarti, ma dove tu possa esplorare il legame tra cibo ed emozioni, senza giudizio.
Un lavoro psicologico può aiutarti in questo: non a controllarti di più, ma a entrare in contatto con quello che oggi si esprime attraverso il cibo. A dare un senso a quel conflitto tra desiderio e repulsione che descrivi da sempre.
Non si tratta di togliere qualcosa, ma di trasformare il modo in cui ti relazioni a quella parte di te.
E spesso, quando qualcosa inizia ad avere un nome e una storia, smette pian piano di avere bisogno di imporsi sempre allo stesso modo.
Il fatto che tu riesca a seguire diete e portarle a termine dimostra che la parte razionale c’è, funziona. Ma poi qualcosa prende il sopravvento, e quel qualcosa non è il problema da eliminare ma è una parte di te che chiede spazio, che si attiva proprio quando il controllo si allenta.
Il rischio, nel modo in cui stai provando ad affrontarlo, è di continuare a muoverti sul piano del controllo: togliere, gestire, ridurre, “risolvere”. Ma è lo stesso piano su cui questo circolo si è costruito e si ripete.
Il cibo per te ha una funzione, è importante iniziare a capire quale sia. Forse calma, forse riempie, forse distrae, forse protegge da qualcosa che è più difficile da sentire.
Allora il punto non è riuscire a farlo sparire, ma iniziare a capire cosa succede dentro di te in quei momenti. Quando arriva il desiderio, cosa sta succedendo dentro?
È noia? Ansia? Solitudine? Rabbia?
C’è un momento della giornata in cui succede più spesso?
C’è una sensazione nel corpo che precede tutto questo?
Questo è il passaggio fondamentale, dare forma e nome a quello che oggi vivi come “dipendenza”. Perché finché resta qualcosa di indistinto, l’unico modo per gestirlo è combatterlo. E combattere, nel tempo, stanca e non funziona.
Capisco anche la frustrazione verso i percorsi fatti finora, più centrati sul “cosa fare” che sul “cosa senti”. Ma da come parli, è molto chiaro che tu abbia bisogno di uno spazio diverso, uno in cui non ti venga detto cosa mangiare o come controllarti, ma dove tu possa esplorare il legame tra cibo ed emozioni, senza giudizio.
Un lavoro psicologico può aiutarti in questo: non a controllarti di più, ma a entrare in contatto con quello che oggi si esprime attraverso il cibo. A dare un senso a quel conflitto tra desiderio e repulsione che descrivi da sempre.
Non si tratta di togliere qualcosa, ma di trasformare il modo in cui ti relazioni a quella parte di te.
E spesso, quando qualcosa inizia ad avere un nome e una storia, smette pian piano di avere bisogno di imporsi sempre allo stesso modo.
Buongiorno, mi sento di consigliarle un percorso terapeutico con uno psicologo che si occupa di disturbi alimentari. E' il modo migliore per comprendere l'origine del disturbo e riuscire a trovare una strada migliore. In bocca al lupo.
Buongiorno, grazie per la condivisione. Spesso le nostre emozioni sono alla base di tanti comportamento e sensazioni che viviamo. Un percorso psicologico potrebbe essere di grande aiuto proprio per approfondire questi vissuti emotivi, in modo da prenderne maggiore consapevolezza, e da lì essere supportata nella gestione gestione delle stesse emozioni.
Rimango a disposizione se volesse intraprendere un percorso psicologico, anche in modalità online.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Angelica Venanzetti
Rimango a disposizione se volesse intraprendere un percorso psicologico, anche in modalità online.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Angelica Venanzetti
Le rispondo con una premessa: nella sua domanda mancano elementi importanti. Non sappiamo la sua età, il suo stato di salute generale, se siano presenti abbuffate, restrizioni severe, vomito, uso di lassativi, digiuni o altre condotte compensatorie, né quali emozioni precedano il bisogno di mangiare. Per questo la mia non è una diagnosi, ma un’ipotesi costruita su ciò che racconta.
Da quello che scrive, il problema non sembra essere la mancanza di forza di volontà. Anzi, lei dice di aver portato a termine molte diete. Il punto è che quelle diete, vissute come privazione, sembrano aver trasformato il cibo in qualcosa di ancora più potente.
Più prova a controllarlo, più il cibo diventa desiderabile. Più lo vive come nemico o come dipendenza da eliminare, più rischia di metterlo al centro della sua vita.
La frase “vorrei considerare il cibo solo come mezzo di sussistenza” è comprensibile, ma forse contiene già una trappola. Il cibo non è solo sopravvivenza: è corpo, piacere, memoria, relazione, cultura, consolazione. Il problema non è cancellare tutto questo, ma fare in modo che non sia il cibo a comandare lei.
Forse il passaggio utile non è “devo eliminare questa dipendenza”, ma “devo cambiare il modo in cui incontro il cibo”.
Le propongo un piccolo esperimento, da fare con prudenza: non cerchi la quantità, che anzi va tenuta misurata e delimitata. Cerchi invece la qualità, che deve diventare quasi superlativa. Scelga un pasto, prepari la tavola, scelga ingredienti buoni, curi il piatto, tolga distrazioni, mangi lentamente. Il pasto deve diventare una piccola cerimonia, non uno sfogo.
Il senso non è concedersi tutto, né abbuffarsi in modo elegante. È il contrario: uscire dalla logica della guerra. Quando il cibo è vissuto come nemico, tentazione o dipendenza, diventa clandestino e potentissimo. Quando invece viene scelto, preparato, gustato e concluso con cura, può tornare ad avere un posto: importante, piacevole, ma non tirannico.
Non si tratta di mangiare di più, ma di mangiare meglio. Cercare l’estasi nella qualità, non nella quantità.
Accanto a questo, però, sarebbe importante un percorso con professionisti esperti nel rapporto tra alimentazione, emozioni e comportamento alimentare. Soprattutto se sono presenti abbuffate, restrizioni rigide o condotte compensatorie, serve un aiuto specifico e integrato.
La domanda da portare in un percorso potrebbe essere questa: “Che cosa sto cercando di regolare attraverso il cibo, quando la mia parte razionale si spegne?”. Perché spesso non si cambia vincendo una guerra contro il cibo, ma smettendo di usarlo come unico modo per rispondere a qualcosa che fa male.
Un caro saluto.
Da quello che scrive, il problema non sembra essere la mancanza di forza di volontà. Anzi, lei dice di aver portato a termine molte diete. Il punto è che quelle diete, vissute come privazione, sembrano aver trasformato il cibo in qualcosa di ancora più potente.
Più prova a controllarlo, più il cibo diventa desiderabile. Più lo vive come nemico o come dipendenza da eliminare, più rischia di metterlo al centro della sua vita.
La frase “vorrei considerare il cibo solo come mezzo di sussistenza” è comprensibile, ma forse contiene già una trappola. Il cibo non è solo sopravvivenza: è corpo, piacere, memoria, relazione, cultura, consolazione. Il problema non è cancellare tutto questo, ma fare in modo che non sia il cibo a comandare lei.
Forse il passaggio utile non è “devo eliminare questa dipendenza”, ma “devo cambiare il modo in cui incontro il cibo”.
Le propongo un piccolo esperimento, da fare con prudenza: non cerchi la quantità, che anzi va tenuta misurata e delimitata. Cerchi invece la qualità, che deve diventare quasi superlativa. Scelga un pasto, prepari la tavola, scelga ingredienti buoni, curi il piatto, tolga distrazioni, mangi lentamente. Il pasto deve diventare una piccola cerimonia, non uno sfogo.
Il senso non è concedersi tutto, né abbuffarsi in modo elegante. È il contrario: uscire dalla logica della guerra. Quando il cibo è vissuto come nemico, tentazione o dipendenza, diventa clandestino e potentissimo. Quando invece viene scelto, preparato, gustato e concluso con cura, può tornare ad avere un posto: importante, piacevole, ma non tirannico.
Non si tratta di mangiare di più, ma di mangiare meglio. Cercare l’estasi nella qualità, non nella quantità.
Accanto a questo, però, sarebbe importante un percorso con professionisti esperti nel rapporto tra alimentazione, emozioni e comportamento alimentare. Soprattutto se sono presenti abbuffate, restrizioni rigide o condotte compensatorie, serve un aiuto specifico e integrato.
La domanda da portare in un percorso potrebbe essere questa: “Che cosa sto cercando di regolare attraverso il cibo, quando la mia parte razionale si spegne?”. Perché spesso non si cambia vincendo una guerra contro il cibo, ma smettendo di usarlo come unico modo per rispondere a qualcosa che fa male.
Un caro saluto.
Buonasera,
quello che descrive non ha tanto le caratteristiche di una “mancanza di volontà”, quanto piuttosto di un legame profondo e ambivalente con il cibo che nel tempo si è strutturato e consolidato. Il fatto che questo vissuto sia presente fin dall’infanzia è un elemento importante, perché ci dice che il cibo, più che essere solo nutrimento, ha probabilmente assunto anche altri significati nelle sue esperienze relazionali ed emotive.
La dinamica che racconta, tra desiderio e repulsione, tra controllo e perdita di controllo, è molto frequente quando il cibo diventa uno strumento di regolazione emotiva. Le diete, in questo senso, rischiano di inserirsi proprio dentro questo schema, dove da una parte rappresentano il tentativo razionale di riprendere il controllo, dall’altra vengono vissute come una privazione, quasi come se togliessero qualcosa di necessario non solo al corpo ma anche all’equilibrio emotivo. È comprensibile quindi che, una volta terminate, il sistema “torni indietro”, non perché lei non sia capace, ma perché quella funzione emotiva del cibo non è stata realmente sostituita o compresa.
Quando dice che “sa cosa fare” ma le emozioni prendono il sopravvento, sta descrivendo molto bene una scissione interna in cui una parte di sé è orientata al controllo, agli obiettivi, alla forma fisica, e un’altra parte che invece utilizza il cibo per rispondere a bisogni più profondi. In un’ottica sistemico-relazionale, queste parti non vanno eliminate, ma comprese nella loro funzione. Anche ciò che oggi vive come “dipendenza” probabilmente ha avuto, e in parte ha ancora, un ruolo nel gestire stati interni difficili.
Il rischio di porsi l’obiettivo di “eliminare” il rapporto emotivo con il cibo e ridurlo a “solo sussistenza” è che questo obiettivo sia molto rigido e poco realistico. Il cibo, per sua natura, è anche piacere, relazione, cultura, memoria. Piuttosto che togliergli significato, può essere più utile trasformare il tipo di relazione che ha con esso.
Un percorso psicologico, in questo senso, può aiutarla a esplorare quando e come il cibo entra in gioco, quali emozioni precedono certi comportamenti, quali situazioni li attivano, che funzione svolge in quei momenti. Non per giudicare o correggere subito, ma per costruire maggiore consapevolezza e alternative possibili. Spesso, lavorando su questo piano, anche il comportamento alimentare inizia gradualmente a modificarsi in modo più stabile.
Il fatto che finora abbia incontrato approcci molto pratici può aver lasciato scoperta proprio questa dimensione emotiva che lei sente centrale. Cercare un professionista che lavori in modo integrato su questi aspetti potrebbe essere un passaggio importante.
Non è intrappolata in un circolo “senza uscita”, anche se ora può sembrarlo. È dentro un equilibrio che si è costruito nel tempo e che, con il giusto tipo di lavoro, può essere progressivamente riorganizzato in modo più funzionale per lei.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
quello che descrive non ha tanto le caratteristiche di una “mancanza di volontà”, quanto piuttosto di un legame profondo e ambivalente con il cibo che nel tempo si è strutturato e consolidato. Il fatto che questo vissuto sia presente fin dall’infanzia è un elemento importante, perché ci dice che il cibo, più che essere solo nutrimento, ha probabilmente assunto anche altri significati nelle sue esperienze relazionali ed emotive.
La dinamica che racconta, tra desiderio e repulsione, tra controllo e perdita di controllo, è molto frequente quando il cibo diventa uno strumento di regolazione emotiva. Le diete, in questo senso, rischiano di inserirsi proprio dentro questo schema, dove da una parte rappresentano il tentativo razionale di riprendere il controllo, dall’altra vengono vissute come una privazione, quasi come se togliessero qualcosa di necessario non solo al corpo ma anche all’equilibrio emotivo. È comprensibile quindi che, una volta terminate, il sistema “torni indietro”, non perché lei non sia capace, ma perché quella funzione emotiva del cibo non è stata realmente sostituita o compresa.
Quando dice che “sa cosa fare” ma le emozioni prendono il sopravvento, sta descrivendo molto bene una scissione interna in cui una parte di sé è orientata al controllo, agli obiettivi, alla forma fisica, e un’altra parte che invece utilizza il cibo per rispondere a bisogni più profondi. In un’ottica sistemico-relazionale, queste parti non vanno eliminate, ma comprese nella loro funzione. Anche ciò che oggi vive come “dipendenza” probabilmente ha avuto, e in parte ha ancora, un ruolo nel gestire stati interni difficili.
Il rischio di porsi l’obiettivo di “eliminare” il rapporto emotivo con il cibo e ridurlo a “solo sussistenza” è che questo obiettivo sia molto rigido e poco realistico. Il cibo, per sua natura, è anche piacere, relazione, cultura, memoria. Piuttosto che togliergli significato, può essere più utile trasformare il tipo di relazione che ha con esso.
Un percorso psicologico, in questo senso, può aiutarla a esplorare quando e come il cibo entra in gioco, quali emozioni precedono certi comportamenti, quali situazioni li attivano, che funzione svolge in quei momenti. Non per giudicare o correggere subito, ma per costruire maggiore consapevolezza e alternative possibili. Spesso, lavorando su questo piano, anche il comportamento alimentare inizia gradualmente a modificarsi in modo più stabile.
Il fatto che finora abbia incontrato approcci molto pratici può aver lasciato scoperta proprio questa dimensione emotiva che lei sente centrale. Cercare un professionista che lavori in modo integrato su questi aspetti potrebbe essere un passaggio importante.
Non è intrappolata in un circolo “senza uscita”, anche se ora può sembrarlo. È dentro un equilibrio che si è costruito nel tempo e che, con il giusto tipo di lavoro, può essere progressivamente riorganizzato in modo più funzionale per lei.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Salve,
dal suo messaggio emerge molta consapevolezza rispetto a ciò che vive, e questo è già un punto importante. Mi colpisce soprattutto il fatto che lei descriva il cibo non semplicemente come “mancanza di controllo”, ma come qualcosa legato profondamente alle emozioni, al desiderio, al conforto e forse anche alla regolazione di stati interni difficili da gestire.
Spesso, quando il rapporto con il cibo è conflittuale fin dall’infanzia, il problema non riguarda solo “cosa mangiare” o “come dimagrire”. Per questo molte persone si sentono frustrate quando ricevono esclusivamente indicazioni pratiche o dietetiche: la parte razionale spesso sa già cosa dovrebbe fare, ma nei momenti emotivamente più intensi sembra perdere forza.
Credo sia importante anche fare attenzione a un aspetto: il desiderio di arrivare a considerare il cibo solo come “mezzo di sussistenza”. Comprendo da dove nasca questo bisogno, soprattutto dopo anni di sofferenza, ma il rischio è di entrare ancora in una logica molto rigida e controllante. Il cibo non è solo nutrizione: è anche piacere, relazione, conforto, ritualità. L’obiettivo forse non è eliminare completamente il coinvolgimento emotivo, ma costruire un rapporto meno estremo, meno colpevolizzante e meno dominato dal senso di dipendenza.
Da quello che scrive, sembra che oggi più che un’altra dieta lei abbia bisogno di uno spazio in cui comprendere davvero cosa il cibo rappresenti nella sua vita e quali emozioni stia cercando di gestire attraverso di esso.
Se dovesse sentire il bisogno di approfondire questi aspetti in un percorso mirato, resto a disposizione.
dal suo messaggio emerge molta consapevolezza rispetto a ciò che vive, e questo è già un punto importante. Mi colpisce soprattutto il fatto che lei descriva il cibo non semplicemente come “mancanza di controllo”, ma come qualcosa legato profondamente alle emozioni, al desiderio, al conforto e forse anche alla regolazione di stati interni difficili da gestire.
Spesso, quando il rapporto con il cibo è conflittuale fin dall’infanzia, il problema non riguarda solo “cosa mangiare” o “come dimagrire”. Per questo molte persone si sentono frustrate quando ricevono esclusivamente indicazioni pratiche o dietetiche: la parte razionale spesso sa già cosa dovrebbe fare, ma nei momenti emotivamente più intensi sembra perdere forza.
Credo sia importante anche fare attenzione a un aspetto: il desiderio di arrivare a considerare il cibo solo come “mezzo di sussistenza”. Comprendo da dove nasca questo bisogno, soprattutto dopo anni di sofferenza, ma il rischio è di entrare ancora in una logica molto rigida e controllante. Il cibo non è solo nutrizione: è anche piacere, relazione, conforto, ritualità. L’obiettivo forse non è eliminare completamente il coinvolgimento emotivo, ma costruire un rapporto meno estremo, meno colpevolizzante e meno dominato dal senso di dipendenza.
Da quello che scrive, sembra che oggi più che un’altra dieta lei abbia bisogno di uno spazio in cui comprendere davvero cosa il cibo rappresenti nella sua vita e quali emozioni stia cercando di gestire attraverso di esso.
Se dovesse sentire il bisogno di approfondire questi aspetti in un percorso mirato, resto a disposizione.
Iniziando una psicoterapia, con tanta pazienza e amore nei tuoi confronti. Potrai pian piano ascoltare quelle emozioni, conoscerle, e imparare a gestirle diversamente. Il cibo è spesso utilizzato come strumento di gestione delle emozioni. Dovrai imparare un altro metodo e non pensare alle tue emozioni come a un nemico.
Grazie per aver scritto e grazie per la fiducia; ci vuole coraggio a mettere in parole tutto questo.
Quanto dolore, a volte, attorno al cibo, e quante parole non dette vengono sostituite da un altro linguaggio, il linguaggio del corpo, un corpo che prende peso o che lo perde, nel tentativo di esprimere qualcosa e di farsi ascoltare.
Ciò che lei descrive è una grande sofferenza legata al suo rapporto con l'alimentazione rispetto al quale sente di non avere un approccio regolato, e le emozioni che "prendono il sopravvento" sono proprio il meccanismo d'azione che lo rende possibile.
I metodi pratici che le sono stati insegnati non sono sbagliati e servono in quanto è necessario dare nuove abitudini ad un corpo che è sotto la dittatura delle vecchie. Io personalmente, in quanto clinica psicodinamica,, ritengo che il disagio che lei descrive possa essere trattato, elaborato e, nel tempo, risolto e che questo necessiti di un lavoro della memoria sulla memoria che ridia dignità a quelle emozioni dalle quali, ora, lei si sente sopraffatta. E' un po' come andare, dopo molti anni, nella soffitta di casa. nostra per mettere ordine fra oggetti che non volevamo più tenere ma che non volevamo buttare. Tornare in quei luoghi significa riprendere in mano quegli oggetti, magari rispolverarli o restaurarli. Forse si ricorderanno eventi dolorosi, scomodi o felici, a volte sembrerà un lavoro lungo e senso senso. Ma ciò che è certo è che ciò che prima ci sembrava molto impegnativo apparirà, dopo, realizzabile. Le auguro di concedersi questo viaggio.
Quanto dolore, a volte, attorno al cibo, e quante parole non dette vengono sostituite da un altro linguaggio, il linguaggio del corpo, un corpo che prende peso o che lo perde, nel tentativo di esprimere qualcosa e di farsi ascoltare.
Ciò che lei descrive è una grande sofferenza legata al suo rapporto con l'alimentazione rispetto al quale sente di non avere un approccio regolato, e le emozioni che "prendono il sopravvento" sono proprio il meccanismo d'azione che lo rende possibile.
I metodi pratici che le sono stati insegnati non sono sbagliati e servono in quanto è necessario dare nuove abitudini ad un corpo che è sotto la dittatura delle vecchie. Io personalmente, in quanto clinica psicodinamica,, ritengo che il disagio che lei descrive possa essere trattato, elaborato e, nel tempo, risolto e che questo necessiti di un lavoro della memoria sulla memoria che ridia dignità a quelle emozioni dalle quali, ora, lei si sente sopraffatta. E' un po' come andare, dopo molti anni, nella soffitta di casa. nostra per mettere ordine fra oggetti che non volevamo più tenere ma che non volevamo buttare. Tornare in quei luoghi significa riprendere in mano quegli oggetti, magari rispolverarli o restaurarli. Forse si ricorderanno eventi dolorosi, scomodi o felici, a volte sembrerà un lavoro lungo e senso senso. Ma ciò che è certo è che ciò che prima ci sembrava molto impegnativo apparirà, dopo, realizzabile. Le auguro di concedersi questo viaggio.
Buonasera, forse è il momento di prendersi cura della sua parte emotiva e del significato che per lei ha il cibo. Si affidi a qualche psicoterapeuta che possa accompagnarla in questo percorso.
Gentile utente,dalle sue parole emerge chiaramente che il rapporto con il cibo non riguarda soltanto il peso, la dieta o la forza di volontà, ma coinvolge aspetti emotivi, affettivi e probabilmente anche esperienze passate.
Il fatto che lei sia riuscita più volte a portare a termine delle diete dimostra che possiede determinazione e capacità di impegno. Tuttavia, se ogni percorso viene vissuto come privazione, controllo o rinuncia a qualcosa percepito come “necessario”, è comprensibile che, una volta terminata la dieta, il bisogno emotivo sottostante torni a prendere spazio. In questi casi il cibo può diventare una forma di regolazione emotiva: consola, calma, riempie, anestetizza o dà sollievo, anche se poi può lasciare senso di colpa, frustrazione o perdita di controllo. Più che “eliminare” la dipendenza dal cibo, forse l’obiettivo terapeutico potrebbe essere quello di comprendere quale funzione ha avuto e ha tuttora il cibo nella sua vita. Il cibo non è solo nutrimento biologico: per molte persone diventa anche un modo per gestire ansia, vuoto, rabbia, tristezza, solitudine, tensione o bisogno di gratificazione. Lavorare solo sul comportamento alimentare, senza esplorare questi significati, rischia di produrre cambiamenti temporanei ma non realmente stabili.
Un percorso psicologico mirato potrebbe aiutarla a interrompere il circolo vizioso tra emozione, impulso, comportamento alimentare e senso di colpa. Sarebbe importante lavorare sulla consapevolezza emotiva, sui pensieri automatici legati al cibo e al corpo, sulla gestione degli impulsi, sull’autocritica e sul modo in cui lei ha imparato, fin da bambina, a vivere il desiderio e la repulsione verso il cibo. Le suggerirei quindi di rivolgersi a uno psicoterapeuta che abbia esperienza nei disturbi del comportamento alimentare o nel rapporto emotivo con il cibo. Non perché lei debba necessariamente “etichettarsi” con una diagnosi, ma perché merita uno spazio in cui il sintomo venga compreso nella sua complessità, senza ridurlo semplicemente a dieta, controllo o volontà.
Il punto di partenza non è giudicarsi per non essere riuscita a uscirne da sola, ma riconoscere che quel comportamento probabilmente ha avuto una funzione per molto tempo. Solo comprendendola, sarà possibile costruire modalità alternative più sane e meno dolorose per rispondere ai suoi bisogni emotivi.
Un caro saluto.
Il fatto che lei sia riuscita più volte a portare a termine delle diete dimostra che possiede determinazione e capacità di impegno. Tuttavia, se ogni percorso viene vissuto come privazione, controllo o rinuncia a qualcosa percepito come “necessario”, è comprensibile che, una volta terminata la dieta, il bisogno emotivo sottostante torni a prendere spazio. In questi casi il cibo può diventare una forma di regolazione emotiva: consola, calma, riempie, anestetizza o dà sollievo, anche se poi può lasciare senso di colpa, frustrazione o perdita di controllo. Più che “eliminare” la dipendenza dal cibo, forse l’obiettivo terapeutico potrebbe essere quello di comprendere quale funzione ha avuto e ha tuttora il cibo nella sua vita. Il cibo non è solo nutrimento biologico: per molte persone diventa anche un modo per gestire ansia, vuoto, rabbia, tristezza, solitudine, tensione o bisogno di gratificazione. Lavorare solo sul comportamento alimentare, senza esplorare questi significati, rischia di produrre cambiamenti temporanei ma non realmente stabili.
Un percorso psicologico mirato potrebbe aiutarla a interrompere il circolo vizioso tra emozione, impulso, comportamento alimentare e senso di colpa. Sarebbe importante lavorare sulla consapevolezza emotiva, sui pensieri automatici legati al cibo e al corpo, sulla gestione degli impulsi, sull’autocritica e sul modo in cui lei ha imparato, fin da bambina, a vivere il desiderio e la repulsione verso il cibo. Le suggerirei quindi di rivolgersi a uno psicoterapeuta che abbia esperienza nei disturbi del comportamento alimentare o nel rapporto emotivo con il cibo. Non perché lei debba necessariamente “etichettarsi” con una diagnosi, ma perché merita uno spazio in cui il sintomo venga compreso nella sua complessità, senza ridurlo semplicemente a dieta, controllo o volontà.
Il punto di partenza non è giudicarsi per non essere riuscita a uscirne da sola, ma riconoscere che quel comportamento probabilmente ha avuto una funzione per molto tempo. Solo comprendendola, sarà possibile costruire modalità alternative più sane e meno dolorose per rispondere ai suoi bisogni emotivi.
Un caro saluto.
Buongiorno. La ringrazio per aver condiviso parte del suo vissuto. Da ciò che racconta, il tema non sembra riguardare solo “sapere cosa mangiare” o trovare un altro metodo pratico, ma il significato emotivo che il cibo ha assunto nella sua vita: consolazione, controllo, privazione, ricompensa, dipendenza, colpa. Quando il rapporto con il cibo è così antico e carico, le sole diete rischiano di rinforzare il circolo privazione-perdita di controllo-recupero del peso. Più che puntare a considerare il cibo solo come “mezzo di sussistenza”, potrebbe essere utile costruire un rapporto più libero, meno conflittuale e meno giudicante con l’alimentazione e con il corpo. Le consiglierei di rivolgersi a un professionista esperto in disturbi del comportamento alimentare, possibilmente in un lavoro integrato con medico e nutrizionista. Un sostegno psicologico, online o in presenza, potrebbe aiutarla a lavorare sulle emozioni che si attivano intorno al cibo e a uscire gradualmente da questo circolo senza affidarsi solo alla forza di volontà.
Le auguro una buona giornata.
Le auguro una buona giornata.
Buongiorno,
mi dispiace per la situazione che sta vivendo e la sta facendo soffrire. Dalle informazioni che ha condiviso sembrano emergere più aspetti, legati a quella che definisce una dipendenza ma anche alla percezione del suo corpo. Spesso le condotte problematiche inerenti il cibo si manifestano durante i primi anni di vita e hanno a che fare con il controllo e la gestione di situazioni che vanno oltre alla capacità dell'individuo in quel momento. Quello che le suggerirei è di fare un colloquio con un/a collega terapeuta specializzato/a in DAN (Disturbi dell'alimentazione e nutrizione). Così da potersi esprimere più liberamente circa la sua situazione e provare ad integrare gli aspetti razionali ed emotivi, senza vederli come contrapposti o in conflitto, ad esempio verificano cosa pensa e prova quando segue una dieta, quali criteri utilizza per stabilire i suoi obiettivi di peso e come si sente una volta raggiunti. Inoltre, nella maggior parte dei casi, questi professionisti collaborano con nutrizionisti certificati per riuscire ad offrire un supporto completo alle persone.
mi dispiace per la situazione che sta vivendo e la sta facendo soffrire. Dalle informazioni che ha condiviso sembrano emergere più aspetti, legati a quella che definisce una dipendenza ma anche alla percezione del suo corpo. Spesso le condotte problematiche inerenti il cibo si manifestano durante i primi anni di vita e hanno a che fare con il controllo e la gestione di situazioni che vanno oltre alla capacità dell'individuo in quel momento. Quello che le suggerirei è di fare un colloquio con un/a collega terapeuta specializzato/a in DAN (Disturbi dell'alimentazione e nutrizione). Così da potersi esprimere più liberamente circa la sua situazione e provare ad integrare gli aspetti razionali ed emotivi, senza vederli come contrapposti o in conflitto, ad esempio verificano cosa pensa e prova quando segue una dieta, quali criteri utilizza per stabilire i suoi obiettivi di peso e come si sente una volta raggiunti. Inoltre, nella maggior parte dei casi, questi professionisti collaborano con nutrizionisti certificati per riuscire ad offrire un supporto completo alle persone.
Buongiorno, ha fatto una giusta osservazione: le emozioni influenzano il rapporto con il cibo. Se è su questo che vuole lavorare, può fare un percorso di supporto psicologico e psicoeducazione che si concentri su questa tematica, piuttosto che soffermarsi sulle strategie legate solo all'alimentazione.
Grazie per la sua condivisione, buona giornata
Grazie per la sua condivisione, buona giornata
Cara Paziente Anonima, il suo messaggio ci racconta di una sofferenza profonda. Riesce a imporsi diete ma non certo a ritrovare il giusto rapporto con il cibo. Sono pienamente d'accordo con lei quando scrive che le sarebbe necessario un percorso che la aiuti a gestire le emozioni che, al momento, in parte non riesce a gestire e in parte non conosce. E' quella la via giusta, ma va percorsa con l'aiuto di un professionista. Anche perchè, la prima cosa su cui riflettere è proprio l'obiettivo finale: il cibo non può e non deve essere solo un mezzo di sussistenza. Il cibo è vita, è piacere, è vitalità, senza dover oscillare tra il rifiuto e la mancanza di controllo. Quando riuscirà a scoprirne il lato piacevole, sono sicura riuscirà anche a trovare un equilibrio alimentare sostenibile. In bocca al lupo con tutto il cuore
Buongiorno,
da ciò che descrive emerge un rapporto con il cibo che non riguarda soltanto l’alimentazione in sé, ma soprattutto la funzione emotiva che il cibo ha assunto nel tempo.
Il fatto che fin da bambina viva un’alternanza tra desiderio e repulsione, e che le diete abbiano funzionato solo nel breve periodo per poi essere “vanificate” una volta terminata la restrizione, è un elemento molto comune in chi sviluppa un rapporto conflittuale con il cibo. In questi casi, il problema non è la mancanza di volontà o di conoscenze pratiche, ma un meccanismo più profondo: il cibo diventa una forma di regolazione emotiva. Può assumere il ruolo di conforto, controllo, compensazione o scarico di tensioni interne.
Quando si entra in questo tipo di circolo vizioso, più si tenta di controllare rigidamente l’alimentazione, più aumenta la pressione interna e, di conseguenza, il rischio di perdita di controllo successiva. È proprio questo alternarsi tra restrizione e “compensazione” che mantiene il problema attivo.
Il punto centrale che lei coglie molto bene è importante: non è sufficiente lavorare solo sul piano “pratico” (diete, schemi alimentari), ma è necessario intervenire sul piano emotivo e relazionale con il cibo. Questo significa esplorare:
quali emozioni si attivano prima degli episodi di perdita di controllo o di restrizione
quale funzione ha il cibo (regolazione emotiva, sicurezza, gratificazione, anestesia emotiva)
quali schemi interni di autocritica, controllo o privazione si attivano nel tempo
come costruire strategie alternative di gestione emotiva più stabili e sostenibili
In un percorso psicologico mirato, si lavora proprio per interrompere questo automatismo tra emozione e comportamento alimentare, aiutando la persona a recuperare una maggiore consapevolezza dei propri stati interni e a sviluppare modalità di autoregolazione più efficaci e meno punitive.
In questi casi può essere utile un intervento psicoterapeutico orientato ai disturbi del comportamento alimentare o alla regolazione emotiva, eventualmente integrato con un supporto nutrizionale non restrittivo, in modo da evitare il rischio del “ciclo dieta–ricaduta”.
È importante sottolineare che non si tratta di eliminare il cibo come fonte di piacere in modo rigido, ma di trasformare progressivamente il rapporto con esso, affinché non sia più l’unico strumento disponibile per gestire le emozioni.
Vista la complessità e la persistenza della difficoltà descritta, è consigliabile approfondire con uno specialista che possa accompagnarla in un lavoro strutturato e personalizzato.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
da ciò che descrive emerge un rapporto con il cibo che non riguarda soltanto l’alimentazione in sé, ma soprattutto la funzione emotiva che il cibo ha assunto nel tempo.
Il fatto che fin da bambina viva un’alternanza tra desiderio e repulsione, e che le diete abbiano funzionato solo nel breve periodo per poi essere “vanificate” una volta terminata la restrizione, è un elemento molto comune in chi sviluppa un rapporto conflittuale con il cibo. In questi casi, il problema non è la mancanza di volontà o di conoscenze pratiche, ma un meccanismo più profondo: il cibo diventa una forma di regolazione emotiva. Può assumere il ruolo di conforto, controllo, compensazione o scarico di tensioni interne.
Quando si entra in questo tipo di circolo vizioso, più si tenta di controllare rigidamente l’alimentazione, più aumenta la pressione interna e, di conseguenza, il rischio di perdita di controllo successiva. È proprio questo alternarsi tra restrizione e “compensazione” che mantiene il problema attivo.
Il punto centrale che lei coglie molto bene è importante: non è sufficiente lavorare solo sul piano “pratico” (diete, schemi alimentari), ma è necessario intervenire sul piano emotivo e relazionale con il cibo. Questo significa esplorare:
quali emozioni si attivano prima degli episodi di perdita di controllo o di restrizione
quale funzione ha il cibo (regolazione emotiva, sicurezza, gratificazione, anestesia emotiva)
quali schemi interni di autocritica, controllo o privazione si attivano nel tempo
come costruire strategie alternative di gestione emotiva più stabili e sostenibili
In un percorso psicologico mirato, si lavora proprio per interrompere questo automatismo tra emozione e comportamento alimentare, aiutando la persona a recuperare una maggiore consapevolezza dei propri stati interni e a sviluppare modalità di autoregolazione più efficaci e meno punitive.
In questi casi può essere utile un intervento psicoterapeutico orientato ai disturbi del comportamento alimentare o alla regolazione emotiva, eventualmente integrato con un supporto nutrizionale non restrittivo, in modo da evitare il rischio del “ciclo dieta–ricaduta”.
È importante sottolineare che non si tratta di eliminare il cibo come fonte di piacere in modo rigido, ma di trasformare progressivamente il rapporto con esso, affinché non sia più l’unico strumento disponibile per gestire le emozioni.
Vista la complessità e la persistenza della difficoltà descritta, è consigliabile approfondire con uno specialista che possa accompagnarla in un lavoro strutturato e personalizzato.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Gentilissimo, le consiglierei un percorso di sostegno psicologico per poter affrontare la sua difficoltà.
Come lei ha osservato, le emozioni hanno un ruolo cruciale e affrontarle e capire come si manifestano, da dove vengono, quale significato hanno, mentalizzandole e prendendone consapevolezza, è una strada possibile per la cura di sè.
Come lei ha osservato, le emozioni hanno un ruolo cruciale e affrontarle e capire come si manifestano, da dove vengono, quale significato hanno, mentalizzandole e prendendone consapevolezza, è una strada possibile per la cura di sè.
Buonasera. Prima di tutto, la ringrazio per essersi aperta rispetto al suo rapporto con il cibo e, soprattutto, rispetto ai suoi vissuti emotivi, che meritano spazio. Il cibo rappresenta per noi esseri umani molte cose: un mezzo di sopravvivenza, una fonte di piacere, una modalità di socializzazione; a volte, a seconda della storia di ciascuno, può diventare anche premio o punizione, oppure può diventare un modo per esprimere le proprie emozioni, che non trovano spazio altrove. Potrebbe essere importante per lei affrontare un percorso psicologico che la aiuti a capire quale significato ha assunto il cibo per lei, nella sua storia, e quali significati nuovi vi si può attribuire, per costruire un rapporto con il cibo più sereno.
Buongiorno, sono la dottoressa Marika e mi occupo del problema da lei citato e
dal suo racconto emerge un aspetto molto importante: lei non sta descrivendo semplicemente “mancanza di volontà” o difficoltà a seguire una dieta, ma un rapporto emotivo profondo e faticoso con il cibo, presente da moltissimo tempo. E spesso, quando il problema viene affrontato solo sul piano alimentare o del controllo del peso, il circolo vizioso continua a ripetersi.
Lei parla infatti di “desiderio e repulsione”, di privazione, di perdita di controllo dopo le diete, di emozioni che prendono il sopravvento sulla parte razionale. Questo è molto tipico di una relazione con il cibo costruita non solo sulla fame fisica, ma anche sulla regolazione emotiva, sul conforto, sul controllo e talvolta sul tentativo di colmare stati interni difficili da sostenere.
Più ci imponiamo regole rigide e restrizioni, più spesso il cervello vive il cibo come qualcosa di proibito e potentissimo. Per questo molte diete funzionano inizialmente ma poi, terminata la fase di controllo, riportano verso abbuffate, senso di colpa o perdita del senso di equilibrio. Non perché lei “fallisca”, ma perché il problema non è solo nutrizionale.
Vorrei però soffermarmi su una frase che scrive: “Vorrei eliminare questa dipendenza e considerare il cibo solo un mezzo di sussistenza”.
Capisco profondamente il desiderio di liberarsi dalla sofferenza, ma l’obiettivo non dovrebbe essere diventare una persona “senza desiderio” o emotivamente neutra rispetto al cibo. Il cibo non è solo carburante: è piacere, relazione, cultura, conforto, esperienza corporea. Il punto non è eliminare il coinvolgimento emotivo, ma costruire una relazione più libera, consapevole e meno compulsiva.
Ed è qui che approcci come la mindful eating possono essere molto utili, soprattutto se integrati in un percorso psicologico. La mindful eating non insegna a “controllarsi di più”, ma quasi il contrario: aiuta a interrompere l’automatismo. A riconoscere:
* la differenza tra fame fisica e fame emotiva;
* i momenti in cui il cibo serve a calmare, anestetizzare o riempire;
* i segnali corporei di fame, sazietà e soddisfazione;
* i pensieri di colpa, punizione e restrizione che spesso alimentano il problema.
Molte persone con una lunga storia di diete hanno perso fiducia nel proprio corpo e vivono oscillando tra controllo rigido e perdita di controllo. Il lavoro terapeutico serve proprio a ricostruire sicurezza interna e regolazione emotiva, non semplicemente a “mangiare meno”.
Le suggerirei quindi di orientarsi verso un percorso che integri:
- supporto psicologico focalizzato sul rapporto emotivo con il cibo;
-eventualmente una figura nutrizionale non prescrittiva e non centrata sulle diete punitive;
- pratiche di mindful eating e consapevolezza corporea.
E soprattutto provi a guardare le sue difficoltà non come un difetto personale, ma come una strategia emotiva che negli anni ha avuto una funzione. Finché il cibo verrà vissuto come “nemico” o “droga da eliminare”, il conflitto rischia di restare acceso. Il cambiamento spesso inizia quando si smette di combattere contro di sé e si comincia ad ascoltare cosa quel comportamento sta cercando di comunicare.
Se desidera fare un incontro conoscitivo per parlarne mi considera presente.
Rimango a disposizione per qualsiasi dubbio.
Dott.ssa Marika
dal suo racconto emerge un aspetto molto importante: lei non sta descrivendo semplicemente “mancanza di volontà” o difficoltà a seguire una dieta, ma un rapporto emotivo profondo e faticoso con il cibo, presente da moltissimo tempo. E spesso, quando il problema viene affrontato solo sul piano alimentare o del controllo del peso, il circolo vizioso continua a ripetersi.
Lei parla infatti di “desiderio e repulsione”, di privazione, di perdita di controllo dopo le diete, di emozioni che prendono il sopravvento sulla parte razionale. Questo è molto tipico di una relazione con il cibo costruita non solo sulla fame fisica, ma anche sulla regolazione emotiva, sul conforto, sul controllo e talvolta sul tentativo di colmare stati interni difficili da sostenere.
Più ci imponiamo regole rigide e restrizioni, più spesso il cervello vive il cibo come qualcosa di proibito e potentissimo. Per questo molte diete funzionano inizialmente ma poi, terminata la fase di controllo, riportano verso abbuffate, senso di colpa o perdita del senso di equilibrio. Non perché lei “fallisca”, ma perché il problema non è solo nutrizionale.
Vorrei però soffermarmi su una frase che scrive: “Vorrei eliminare questa dipendenza e considerare il cibo solo un mezzo di sussistenza”.
Capisco profondamente il desiderio di liberarsi dalla sofferenza, ma l’obiettivo non dovrebbe essere diventare una persona “senza desiderio” o emotivamente neutra rispetto al cibo. Il cibo non è solo carburante: è piacere, relazione, cultura, conforto, esperienza corporea. Il punto non è eliminare il coinvolgimento emotivo, ma costruire una relazione più libera, consapevole e meno compulsiva.
Ed è qui che approcci come la mindful eating possono essere molto utili, soprattutto se integrati in un percorso psicologico. La mindful eating non insegna a “controllarsi di più”, ma quasi il contrario: aiuta a interrompere l’automatismo. A riconoscere:
* la differenza tra fame fisica e fame emotiva;
* i momenti in cui il cibo serve a calmare, anestetizzare o riempire;
* i segnali corporei di fame, sazietà e soddisfazione;
* i pensieri di colpa, punizione e restrizione che spesso alimentano il problema.
Molte persone con una lunga storia di diete hanno perso fiducia nel proprio corpo e vivono oscillando tra controllo rigido e perdita di controllo. Il lavoro terapeutico serve proprio a ricostruire sicurezza interna e regolazione emotiva, non semplicemente a “mangiare meno”.
Le suggerirei quindi di orientarsi verso un percorso che integri:
- supporto psicologico focalizzato sul rapporto emotivo con il cibo;
-eventualmente una figura nutrizionale non prescrittiva e non centrata sulle diete punitive;
- pratiche di mindful eating e consapevolezza corporea.
E soprattutto provi a guardare le sue difficoltà non come un difetto personale, ma come una strategia emotiva che negli anni ha avuto una funzione. Finché il cibo verrà vissuto come “nemico” o “droga da eliminare”, il conflitto rischia di restare acceso. Il cambiamento spesso inizia quando si smette di combattere contro di sé e si comincia ad ascoltare cosa quel comportamento sta cercando di comunicare.
Se desidera fare un incontro conoscitivo per parlarne mi considera presente.
Rimango a disposizione per qualsiasi dubbio.
Dott.ssa Marika
Salve, cos intende lei per cibo come ''sussistenza e basta?''
Mangiare è un atto naturale che è quello di nutrirsi sia a livello sia fisico ma anche psichico. Questa descrizione di ciò che le accade non è affatto priva di significato ma anzi. La sua psiche le sta segnalando un messaggio molto profondo.
Il sintomo è sempre qualcosa che cela un processo di trasformazione interiore necessario per la persona.
Spero di esserle stata utile, se vuole approfondire può prendere appuntamento.
Saluti.
Mangiare è un atto naturale che è quello di nutrirsi sia a livello sia fisico ma anche psichico. Questa descrizione di ciò che le accade non è affatto priva di significato ma anzi. La sua psiche le sta segnalando un messaggio molto profondo.
Il sintomo è sempre qualcosa che cela un processo di trasformazione interiore necessario per la persona.
Spero di esserle stata utile, se vuole approfondire può prendere appuntamento.
Saluti.
Salve, nelle sue parole si sente molta stanchezza, ma anche una grande lucidità rispetto a ciò che sta vivendo. Lei descrive un rapporto con il cibo che non sembra riguardare semplicemente la fame o il controllo del peso, ma qualcosa di molto più profondo, radicato e presente nella sua vita da tantissimo tempo. E credo sia importante riconoscere questo aspetto, perché spesso chi vive una sofferenza simile si sente dire continuamente cosa dovrebbe mangiare, come dovrebbe organizzarsi o quale dieta seguire, mentre dentro continua a sentirsi intrappolato nello stesso meccanismo emotivo. Da ciò che racconta emerge chiaramente che il problema non è la mancanza di volontà. Anzi, il fatto che lei sia riuscita più volte a seguire diete e portarle a termine dimostra esattamente il contrario. Il punto è che quelle restrizioni sembrano essere state vissute come una lotta continua contro qualcosa di molto potente interiormente. E quando il cibo viene vissuto contemporaneamente come conforto, gratificazione, compensazione emotiva ma anche fonte di colpa e repulsione, il rapporto con esso rischia di trasformarsi in un vero conflitto interno. Molte persone in situazioni simili raccontano proprio questa sensazione: sapere razionalmente cosa sarebbe utile fare, ma sentirsi emotivamente trascinate in direzioni opposte. Ed è qui che spesso nasce il senso di impotenza, perché si inizia a pensare “se so già cosa fare, perché non riesco a farlo stabilmente?”. In realtà, quando il cibo assume nel tempo anche una funzione emotiva, la sola razionalità raramente basta. Non perché la persona sia debole, ma perché il comportamento alimentare smette di essere soltanto nutrizione e diventa anche regolazione emotiva, sollievo, anestesia, compagnia o compensazione. Mi colpisce molto quando dice di desiderare di considerare il cibo “solo come un mezzo di sussistenza”. Comprendo il bisogno che c’è dietro questa frase, cioè il desiderio di liberarsi da una sofferenza che sente invadente e dominante. Però forse potrebbe essere utile fare attenzione a non trasformare il rapporto col cibo in qualcosa che deve essere completamente svuotato di piacere o significato emotivo. Il problema spesso non è il fatto che il cibo abbia anche una dimensione emotiva, perché questo appartiene all’esperienza umana di tutti, ma il fatto che diventi l’unico o il principale strumento attraverso cui gestire emozioni difficili, vuoti, tensioni o stati interiori dolorosi. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, ciò che mantiene vivo questo circolo vizioso molto spesso non è soltanto il comportamento alimentare in sé, ma il sistema di pensieri, emozioni e vissuti che si attivano attorno ad esso. Più ci si sente in colpa, frustrati o “dipendenti”, più aumenta il bisogno di controllo. E più il controllo diventa rigido e vissuto come privazione, più il cervello tende a percepire il cibo come qualcosa di emotivamente carico e irresistibile. È una dinamica che nel tempo può diventare estremamente logorante. Per questo motivo credo che lei abbia colto un punto molto importante: probabilmente prima ancora di lavorare sul cibo sarebbe utile lavorare sul significato che il cibo ha assunto nella sua vita e sulle emozioni che cerca di gestire attraverso di esso. Spesso dietro questi meccanismi si nascondono bisogni emotivi profondi, modalità apprese molto presto per affrontare certe sensazioni interne, oppure forme di autoconsolazione sviluppate negli anni quasi automaticamente. Quando un disagio accompagna una persona fin dall’infanzia, come nel suo caso, raramente si tratta solo di “abitudini sbagliate”. Di solito esistono schemi emotivi molto profondi che meritano di essere compresi con delicatezza, senza giudizio e senza ridurre tutto al peso o alla disciplina alimentare. Credo che un percorso psicologico potrebbe esserle davvero utile proprio perché lei sembra già aver compreso che il nodo centrale non è sapere cosa mangiare, ma capire cosa succede dentro di sé nei momenti in cui le emozioni prendono il sopravvento. Un lavoro cognitivo comportamentale, in questi casi, può aiutare molto a riconoscere i meccanismi automatici che collegano emozioni, pensieri e comportamento alimentare, permettendo gradualmente di costruire un rapporto meno conflittuale con sé stessa e con il cibo. E forse il primo passo importante potrebbe essere proprio smettere di guardarsi come una persona “senza controllo” o “dipendente”, iniziando invece a vedere quanto a lungo abbia cercato, probabilmente con grande fatica, un modo per gestire qualcosa di emotivamente molto intenso. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Salve,
Più che pensare a come eliminare questa parte di lei, potrebbe essere utile iniziare a chiedersi cosa il cibo abbia rappresentato e continui a rappresentare nei momenti più difficili. A volte il punto non è togliere il controllo o aumentarlo, ma comprendere il significato che certi comportamenti hanno avuto nella propria storia.
Il fatto che lei abbia già molta consapevolezza è una risorsa importante: forse ora il passo successivo non è sapere “cosa fare”, ma dare spazio a ciò che finora è rimasto soprattutto sul piano emotivo.
Più che pensare a come eliminare questa parte di lei, potrebbe essere utile iniziare a chiedersi cosa il cibo abbia rappresentato e continui a rappresentare nei momenti più difficili. A volte il punto non è togliere il controllo o aumentarlo, ma comprendere il significato che certi comportamenti hanno avuto nella propria storia.
Il fatto che lei abbia già molta consapevolezza è una risorsa importante: forse ora il passo successivo non è sapere “cosa fare”, ma dare spazio a ciò che finora è rimasto soprattutto sul piano emotivo.
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