Salve, ho 30 anni e mi sono trasferita pochi mesi fa in una nuova città raggiungendo il mio compagno

25 risposte
Salve, ho 30 anni e mi sono trasferita pochi mesi fa in una nuova città raggiungendo il mio compagno che è venuto qui per lavoro. Premetto che sono venuta qui anche per iniziare un percorso di 2 mesi come stage in un posto per fare esperienza nel mio campo e vedere se può veramente piacermi questo lavoro. Lo stage non è andato a buon fine perchè alla fine dei due mesi, ho deciso di non proseguire a causa di dissapori con i titolari. Questi mi hanno umiliata dicendomi che non mi sono integrata bene nel gruppo e altre cose che mi hanno fatta stare parecchio male per giorni. Recarmi in quel luogo era per me tossico, mi faceva stare male emotivamente e fisicamente. Ho pertanto deciso di non proseguire per questo. Adesso sono quindi in cerca di lavoro da diverse settimane, sono veramente disperata perchè ho bisogno di uno stipendio per poter rimanere qui. Non voglio assolutamente tornare al mio paese perchè ciò vorrebbe dire tornare dai miei e fallire. Non lo accetto, perchè ho fatto tanti sacrifici per essere qui, per andare via di casa, per crescere, per crearmi una vita da adulta, non posso buttare tutto all'aria. Ma il solo pensiero di iniziare un nuovo lavoro mi mette molta agitazione. Perchè penso di non essere capace, ho paura di non trovarmi bene, ho paura di ritrovare persone tossiche anche lì e ho paura di fallire. Vorrei tanto poter trovare un ambiente sereno e iniziare finalmente la mia carriera. Avere un lavoro stabile, avere uno stipendio tutti i mesi. Poter pensare un po' di più a fare programmi, cosa che ora non posso fare per motivi economici. Se non dovessi trovare niente come faccio a restare qui? Quanto tempo posso darmi come limite? Sono spaventata. (Sto seguendo anche un percorso dalla psicologa che sto diminuendo sempre più perchè non posso permettermi di fare le sedute ogni settimana) Mi sento motivata a darmi da fare per rimanere qui, ma allo stesso tempo non so da dove cominciare. Mi spaventano i nuovi inizi e fin'ora non ho ottenuto neanche un singolo colloquio. Mi sento davvero indietro su tutto. Vorrei essere più serena. Le mie amiche si sposano e io sto in questa situazione. Sento davvero di aver sbagliato tutto a volte. Cosa mi consigliate? Considerando la mia ansia anticipatoria/scarsa autostima/pessimismo e altre cose.
Dott.ssa Martina Giordano
Psicologo, Psicologo clinico
Salerno
Quello che stai vivendo è una reazione comprensibile dopo un’esperienza che ti ha ferita e messa in dubbio. Non è incapacità ma l’effetto di un contesto che ti ha fatta sentire svalutata. Il punto è che ora stai trasformando quell’episodio in una conferma su di te e questo alimenta ansia e blocco. Non tutti i contesti saranno tossici ma la mente, quando è sotto stress, tende ad aspettarsi il peggio per proteggersi. Attenzione anche all’idea che tornare significhi fallire perché ti mette una pressione che paralizza. In questo momento serve lavorare su autostima, ansia anticipatoria e gestione della paura dei nuovi inizi. Un percorso psicologico continuativo può aiutarti a ritrovare stabilità, chiarezza e più sicurezza nel costruire la tua strada senza sentirti costantemente in difesa.

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Dott.ssa Veronica Savio
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Medolla
Gentile utente,
nelle sue parole si sente tutta la fatica di un passaggio importante: lasciare un luogo, provare a costruirne un altro, e trovarsi nel mezzo, dove nulla è ancora stabile ma tutto è in movimento.
L’esperienza dello stage, così come la descrive, è stata ferente. Quando un contesto svaluta, è naturale che lasci dentro dubbi e paura di non essere all’altezza. Ma ciò che è accaduto parla anche di un ambiente che non l’ha accolta: non tutto ciò che non funziona è un fallimento personale.
Ora si trova in una fase delicata, dove il bisogno concreto di lavorare si intreccia con l’ansia anticipatoria e con il timore di rivivere esperienze negative. Questo può bloccare, far sentire “indietro”, come se ogni passo fosse troppo rischioso. In realtà, sta attraversando un tempo di transizione, che spesso è confuso e instabile per definizione.
Più che darsi un ultimatum rigido, potrebbe aiutarla pensare a piccoli passi sostenibili: riprendere contatto con il suo ambito, inviare candidature senza l’obbligo che “debbano andare bene”, esporsi gradualmente. Non serve sentirsi pronta per iniziare: a volte è proprio l’azione, anche incerta, a restituire un senso di direzione.
Il confronto con le sue amiche o con ciò che “dovrebbe essere” rischia di aumentare il senso di fallimento, ma ognuno ha tempi e percorsi diversi. Il suo non è sbagliato, è semplicemente in costruzione.
Il fatto che abbia già intrapreso un percorso psicologico è una risorsa importante. Anche se con una frequenza diversa, potrebbe continuare a mantenere uno spazio per sé: un luogo in cui rimettere ordine tra paure, aspettative e possibilità.
Non è ferma: è in un passaggio in cui sta cercando il suo posto. E questo, anche se oggi fa paura, è già un movimento.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
Dott.ssa Chiara Campadello
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Gentile utente,
Spesso succede di leggere un’esperienza negativa come un fallimento, e questo può finire per bloccarci. L’esperienza dello stage di lavoro le ha causato una comprensibile sofferenza e la paura di soffrire nuovamente, ma testimonia anche una capacità preziosa (che non tutti possiedono) di ascoltare i suoi bisogni e rispettarsi, allontanandosi da una situazione che per lei era fonte di malessere. Esperienze difficili capitano nella vita, un po' come le cadute dei bambini quando iniziano a muovere i primi passi: cadono ma poi si rialzano e alla fine imparano! Una caduta non è un fallimento, è la testimonianza del coraggio di aver provato, di essersi mettersi in gioco.
Allo stesso modo, anche il fatto di non essere ancora arrivata a una situazione di vita che sente stabile non significa necessariamente aver sbagliato tutto. Ognuno ha i propri tempi… e a volte il confronto con gli altri può farci sentire più in difficoltà, o come se fossimo “indietro”.

Dott. Fabio Mallardo
Psicoterapeuta, Psicologo
Venezia
Buongiorno,
ti ringrazio per aver condiviso con così tanta chiarezza e sincerità quello che stai vivendo.

Da quello che racconti emerge un periodo di grande cambiamento, in cui si sono intrecciati trasferimento, aspettative professionali, esperienze relazionali difficili e la naturale fatica che può accompagnare le fasi di “nuovo inizio”. È comprensibile che, dopo un’esperienza lavorativa vissuta come umiliante e poco accogliente, tu possa sentirti più in allerta, più dubbiosa su di te e sul tuo valore, soprattutto quando si tratta di rimetterti in gioco.

Quello che descrivi – ansia anticipatoria, timore del giudizio, paura di non essere all’altezza e di ritrovarti in contesti simili – spesso si attiva proprio quando l’autostima viene “scossa” da esperienze relazionali dolorose. In questi momenti, la mente tende a generalizzare il rischio (“succederà di nuovo”, “non sono capace”), anche se non sempre queste previsioni riflettono la realtà delle situazioni future.

È importante anche riconoscere quanto, nonostante la paura, ci sia in te una parte molto viva e orientata al cambiamento: il desiderio di costruire la tua indipendenza, di restare nella nuova città e di trovare una stabilità lavorativa. Questa parte è una risorsa preziosa, anche se in questo momento può sembrare coperta dalla fatica e dalla sfiducia.

Rispetto alle domande che ti poni (“quanto tempo darmi”, “da dove cominciare”), può essere utile provare a spostare il focus da obiettivi molto ampi e assoluti a passi più piccoli e sostenibili nel presente. Non perché le tue aspettative siano “sbagliate”, ma perché quando l’ansia è alta serve prima ricostruire una base di sicurezza interna, passo dopo passo.

Per quanto riguarda il percorso psicologico, è comprensibile che tu stia cercando di ridurre le sedute per motivi economici, ma sarebbe importante – se possibile – parlarne apertamente con la tua psicologa, così da trovare insieme una modalità che ti permetta di non interrompere proprio nel momento in cui ti senti più fragile.

Non c’è una “strada giusta” unica o un tempo giusto uguale per tutti. C’è piuttosto un percorso che può essere costruito gradualmente, anche attraverso piccoli aggiustamenti, senza che questo significhi aver fallito o essere indietro rispetto agli altri.

Se in questo momento senti di essere bloccata o sopraffatta, può essere utile non restare sola con queste sensazioni e continuare a darti uno spazio di ascolto, interno e professionale, in cui poterle comprendere meglio senza giudicarti.

Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta

Ricevo anche on-line
Da ciò che descrive emerge una forte percezione di fallimento, che però è importante distinguere da un dato di realtà: la scelta di interrompere uno stage in un contesto percepito come svalutante e poco sano non è necessariamente un “fallire”, ma anche un modo di tutelarsi.
Le paure che riporta (non essere capace, ritrovare ambienti negativi, non riuscire a costruire stabilità) sembrano alimentare un’ansia anticipatoria che può bloccare e far sentire “indietro”, soprattutto in una fase di cambiamento importante come quella che sta vivendo.
In questo momento può essere utile non confrontarsi troppo con i tempi o i percorsi degli altri, ma riportare l’attenzione sul proprio processo, che ha tempi e passaggi personali.
Dal momento che è già in un percorso psicologico, potrebbe essere particolarmente utile portare questi vissuti di fallimento, paura e insicurezza all’interno del colloquio: sono temi centrali su cui lavorare e che possono aiutarla a comprendere meglio le sue reazioni e a rafforzare il senso di efficacia personale.
Buongiorno, le rispondo partendo da una premessa: nella sua domanda mancano alcuni elementi importanti. Non sappiamo in quale settore stia cercando, quante candidature abbia inviato, da quanto tempo stia cercando in modo strutturato, quale margine economico abbia, che sostegno concreto possa darle il suo compagno e quanto il ritorno a casa sarebbe davvero necessario o solo temuto come fallimento. Per questo la mia non è una sentenza sulla sua situazione, ma un’ipotesi costruita su ciò che racconta.

Da quello che scrive, il lavoro sembra essere diventato molto più di un lavoro. È diventato la prova che lei può restare, crescere, farcela, essere adulta, non tornare indietro. Ma quando un obiettivo pratico diventa una prova del proprio valore, ogni passo pesa il doppio.

Lo stage finito male l’ha ferita, soprattutto perché sembra aver toccato un punto sensibile: “non mi integro”, “non sono capace”, “non valgo abbastanza”. Da lì è comprensibile che un nuovo inizio faccia paura. Il problema è che, per proteggersi da un’altra umiliazione, la mente inizia ad anticipare già il peggio: ambiente tossico, persone difficili, fallimento, incapacità.

Ma l’ansia anticipatoria prova a proteggerla dal rischio e finisce per renderle rischioso anche solo cominciare.

Le proporrei di abbassare temporaneamente il peso simbolico del lavoro. Non cerchi subito “il posto sereno, stabile, giusto, definitivo”. Cerchi un primo appoggio. Anche un lavoro ponte, se serve, non sarebbe un fallimento: sarebbe una pedana. A volte si resta in piedi non trovando subito la strada perfetta, ma costruendo un gradino alla volta.

Si dia un limite, ma non emotivo: concreto. Faccia un piccolo piano scritto con tre dati: soldi disponibili, spese mensili, tempo realistico di autonomia. Da lì decida una scadenza, non per giudicarsi, ma per orientarsi. La realtà spaventa meno quando smette di essere un mostro indistinto e diventa una tabella guardabile.

E soprattutto non trasformi il ritorno temporaneo in una condanna. Tornare, se mai fosse necessario, non cancellerebbe i sacrifici fatti. A volte arretrare di un passo serve solo a non cadere mentre si prepara il passo successivo.

Continui il percorso psicologico, anche con frequenza ridotta, usando le sedute per lavorare su obiettivi molto concreti: candidature, ansia prima dei colloqui, paura del giudizio, confronto con le altre persone. In questo momento non le serve dimostrare di aver già costruito tutto. Le serve costruire senza massacrarsi mentre lo fa.

Un caro saluto.
Dott. Edoardo Ballanti
Psicologo clinico, Psicoterapeuta, Psicologo
Senigallia
Sento quanta paura, pressione e solitudine ci siano dentro quello che stai vivendo. Hai fatto un cambiamento molto grande e invece di sentirti accolta ti sei sentita umiliata e svalutata. È comprensibile che quell’esperienza ti abbia ferita profondamente.

Da quello che racconti, non vedo una persona “che non vuole impegnarsi” o che ha sbagliato tutto. Mi arriva invece l’immagine di una donna che sta cercando con fatica di costruire la propria vita adulta, e che in questo momento è molto spaventata dal rischio di perdere ciò che ha conquistato.

Quando dici “tornare dai miei significherebbe fallire”, È come se qui si giocasse il valore che dai a te stessa, la tua autonomia, il tuo sentirti finalmente adulta. E allora ogni colloquio mancato diventa enorme, quasi una prova del tuo valore personale.

Ma vorrei dirti una cosa con molta delicatezza: il fatto che uno stage sia andato male non definisce chi sei. Un ambiente tossico può far dubitare anche persone competenti e sensibili. Essere stata male lì non significa essere incapace; forse significa che il tuo corpo e la tua mente stavano cercando di proteggerti da una situazione che sentivi svalutante e non sana per te.

Mi colpisce anche un’altra cosa: nonostante tutta l’ansia e la sfiducia, dentro di te c’è ancora una parte molto viva che vuole restare, costruire, trovare il proprio posto, che dice: “voglio provarci”. Ecco, io credo che sia importante non perdere il contatto con quella voce. potresti provare lentamente a chiederti:

“Qual è il prossimo piccolo passo possibile per me, oggi?”

Non tutta la tua vita insieme. Solo il prossimo passo.

Dott.ssa Silvana Grilli
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buonasera,
comprendo la sua difficoltà attuale: descrive un momento di vita molto delicato, in cui sembrano intrecciarsi contemporaneamente desiderio di autonomia, paura del fallimento, bisogno di costruire qualcosa di proprio e timore profondo di perdere ciò che ha conquistato.
Il trasferimento, il tentativo di inserirsi in un nuovo contesto lavorativo e la scelta di allontanarsi da un ambiente percepito come tossico sembrano rappresentare, insieme, un passaggio importante verso una vita più adulta e personale. Per questo motivo, è comprensibile che l’esperienza vissuta durante lo stage abbia avuto un impatto così forte: non sembra aver toccato soltanto il piano lavorativo, ma anche aspetti più profondi legati al sentirsi adeguata, riconosciuta e capace di trovare il proprio posto.
Nel suo racconto si percepisce una tensione molto intensa tra due movimenti opposti: da una parte la spinta a costruire la propria vita, restare lì, lavorare, sentirsi indipendente; dall’altra la paura che ogni nuovo contesto possa trasformarsi nuovamente in un luogo doloroso, giudicante o umiliante. È come se il desiderio di andare avanti convivesse costantemente con il bisogno di proteggersi dal rischio di sentirsi nuovamente ferita.
In momenti come questi può accadere che la mente, nel tentativo di prepararsi al peggio, inizi ad anticipare scenari di fallimento, esclusione o inadeguatezza. Tuttavia, il fatto che oggi lei senta così tanto il bisogno di costruire stabilità, continuità e un futuro personale racconta anche una parte di sé vitale, progettuale e orientata alla crescita.
Mi colpisce anche quanto lei sembri misurare il proprio valore confrontandosi con il percorso delle altre persone (come, ad esempio, le sue amiche si sposano), come se il sentirsi “indietro” rischiasse di trasformare una fase di difficoltà e transizione in una conferma globale di aver “sbagliato tutto”. Eppure, da ciò che racconta, non sembra emergere il fallimento di una persona che non prova a costruire la propria vita, ma piuttosto la fatica di qualcuno che sta attraversando un passaggio molto incerto e ancora non stabilizzato.
Il fatto che abbia scelto di interrompere uno stage che la faceva stare male, pur nel timore delle conseguenze economiche e pratiche, potrebbe anche essere letto come un tentativo di riconoscere un limite e proteggersi da un’esperienza percepita come dannosa. Questo non cancella la paura né le difficoltà attuali, ma racconta forse una maggiore attenzione verso ciò che le fa bene e ciò che la ferisce.
Comprendo la sua domanda sul “quanto tempo darsi”, ma spesso nei momenti di forte ansia il rischio è quello di vivere il futuro come una sentenza definitiva da risolvere subito. A volte può essere più utile provare a pensare un passo alla volta: comprendere cosa le serve oggi per sentirsi un po’ più sostenuta, quali contesti potrebbero farla sentire maggiormente al sicuro e come mantenere uno spazio — anche flessibile — in cui continuare a dare senso a ciò che sta vivendo.
Il percorso psicologico che ha già iniziato potrebbe aiutarla proprio in questo: non soltanto a “gestire l’ansia”, ma anche a comprendere più profondamente cosa si attiva nei momenti di cambiamento, di esposizione e di giudizio, così da poter costruire nel tempo una fiducia più stabile nelle proprie possibilità e nel proprio modo di stare nel mondo.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Dr. Roberto Lavorante
Psicologo, Psicologo clinico
Napoli
Buonasera,
da ciò che racconta emerge un passaggio di vita molto intenso, in cui si intrecciano diversi cambiamenti contemporaneamente, quali il trasferimento, la convivenza, l’ingresso nel mondo del lavoro e, allo stesso tempo, una forte pressione interna legata all’idea di “riuscire” e non tornare indietro. È comprensibile che il suo sistema emotivo sia oggi particolarmente attivato.
L’esperienza dello stage, per come la descrive, sembra aver avuto un impatto significativo sulla sua percezione di sé. Non è stato solo un contesto lavorativo che non ha funzionato, ma un ambiente in cui si è sentita svalutata e non riconosciuta. In un’ottica sistemico-relazionale, queste esperienze non restano isolate, ma tendono a influenzare il modo in cui ci aspettiamo che andranno le relazioni future. La paura di ritrovare “persone tossiche” o di non essere all’altezza non nasce nel vuoto, ma è una risposta coerente a ciò che ha vissuto.
Allo stesso tempo, noto una forte polarizzazione interna, ovvero da una parte una spinta molto potente a restare, a costruire la sua autonomia e a non “fallire”; dall’altra una parte più fragile e spaventata che teme di non farcela e di esporsi nuovamente a situazioni dolorose. Più queste due parti si irrigidiscono, più il blocco aumenta, e diventa difficile anche solo capire da dove iniziare.
Forse può essere utile iniziare a spostare leggermente il focus non tanto sul “devo riuscire subito” o “quanto tempo ho prima di fallire”, ma su piccoli passi concreti e sostenibili che le permettano di riattivarsi senza sentirsi sopraffatta. L’ansia anticipatoria tende a farle vivere scenari futuri come già certi, ma in realtà al momento lei è in una fase di ricerca, che fisiologicamente può richiedere tempo e tentativi.
Rispetto al tema del “tornare a casa = fallire”, la invito a osservare quanto questa equivalenza sia rigida e quanto peso abbia nella sua esperienza. A volte dietro questa idea ci sono aspettative (proprie o familiari) molto forti su cosa significhi essere adulti o riuscire nella vita. Metterle un po’ in discussione non significa arrendersi, ma ampliare le possibilità di lettura della sua situazione.
Mi colpisce anche il confronto con le sue amiche, dove ognuna però si trova in una fase diversa del proprio ciclo di vita, e usare il loro percorso come parametro rischia di aumentare il senso di inadeguatezza. Il suo percorso, per quanto incerto oggi, è comunque un percorso di crescita e di differenziazione importante.
Infine, rispetto al supporto psicologico, capisco la difficoltà economica, ma proprio questo momento potrebbe essere molto utile per lavorare su questi vissuti. Potrebbe eventualmente confrontarsi con la sua terapeuta sulla possibilità di modulare la frequenza senza interrompere del tutto, mantenendo uno spazio di continuità.
Non è indietro “su tutto”, lei è dentro una fase complessa di transizione. Più che trovare subito la soluzione definitiva, può provare a costruire un senso di direzione passo dopo passo, dando spazio sia alla sua motivazione sia alle sue paure, senza che una debba annullare l’altra.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Dott.ssa Lucia Sarteschi
Psicologo, Psicologo clinico
Pontremoli
Buonasera, la ringrazio per la sua condivisione. Da ciò che racconta sembra essere all'interno di un momento di forte vulnerabilità. La sensazione di fallimento che descrive è molto importante; potrebbe approfondirla con l'aiuto di un professionista legittimando anche la sua stanchezza e sofferenza in questo periodo di grande cambiamento. Se avesse bisogno di supporto o avesse desiderio di approfondire sono disponibile anche online. Un saluto
Dott.ssa Lisa Cerri
Psicologo clinico, Psicologo
Soiano del Lago
Salve,
da quello che racconta sembra che in questo momento lei si trovi in una fase di vita molto delicata, in cui si stanno intrecciando tante cose insieme: il trasferimento, il bisogno di costruirsi autonomia, la ricerca di un’identità professionale, la paura del fallimento, la pressione economica e anche il confronto con gli altri e con le aspettative che sente su di sé.

Prima di tutto, però, mi sento di dirle una cosa importante: il fatto che un’esperienza lavorativa sia stata tossica o svalutante non significa automaticamente che lei non sia capace o che “non funzioni” nei contesti professionali. Quando si entra in ambienti poco accoglienti o molto giudicanti, soprattutto in una fase già fragile e piena di cambiamenti, è facile iniziare a mettere in discussione il proprio valore personale invece di riconoscere che anche il contesto ha avuto un peso reale nel malessere vissuto.

Mi sembra che lei stia vivendo una forte ansia anticipatoria: ancora prima di iniziare qualcosa, la mente la porta già nello scenario peggiore — “e se fallissi?”, “e se mi trovassi male?”, “e se non fossi abbastanza?”. E quando questo meccanismo si attiva, spesso ci si sente paralizzati, come se ogni possibilità fosse contemporaneamente desiderata e spaventosa.

C’è poi un altro aspetto molto forte nel suo messaggio: l’idea che tornare dai suoi significherebbe “fallire”. E forse qui vale la pena fermarsi un momento. Perché a volte, quando sentiamo di dover dimostrare a tutti i costi di essere adulti, indipendenti o “arrivati”, ogni difficoltà rischia di trasformarsi nella prova di non valere abbastanza. Ma una fase di incertezza lavorativa a 30 anni — soprattutto dopo un trasferimento e un cambiamento di vita importante — non definisce il suo valore né cancella il coraggio che ha avuto nel mettersi in gioco.

Capisco anche molto il dolore nel confronto con le amiche che “sembrano avanti”: chi si sposa, chi ha stabilità, chi appare più sicuro. Però spesso, nei momenti di vulnerabilità, tendiamo a guardare la vita degli altri come lineare e la nostra come “sbagliata”, quando in realtà i percorsi adulti sono molto meno ordinati di quanto sembrino da fuori.

Forse in questo momento non ha bisogno di pretendere da sé stessa di sentirsi subito sicura e serena. Potrebbe essere più utile provare a fare piccoli passi concreti senza aspettare di avere prima eliminato tutta la paura. Anche perché l’autostima raramente arriva “prima”: spesso si costruisce proprio attraversando esperienze nuove, imperfette, faticose, ma sostenibili.

E il fatto che, nonostante tutta l’ansia, lei continui comunque a cercare lavoro, a interrogarsi sul suo futuro e a desiderare di costruirsi una vita autonoma, dice che dentro di lei non c’è solo paura. C’è anche una parte che vuole davvero provarci.

Se dovesse sentire il bisogno di approfondire questi aspetti — l’ansia anticipatoria, il senso di fallimento, la difficoltà nei nuovi inizi e il rapporto con l’autostima — resto a disposizione.
Dott.ssa Valentina Dernini
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buonasera, il periodo che sta attraversando non è sicuramente semplice ma tralascia il fatto di non essere da sola. Ha detto che si è trasferita per raggiungere il suo compagno, forse non potrà dipendere economicamente da lui, ma avere un sostegno in questo momento non facile credo sia il minimo in una relazione che pare essere importante tanto da trasferirsi. Trovare un lavoro non è facile, non demorda e tenga a mente i suoi obiettivi, ciò che vuole raggiungere. Buona ricerca!
Dott.ssa Giada Genco
Psicoterapeuta, Psicologo
Velletri
Salve, quello che sta vivendo è comprensibilmente molto pesante, ma non significa che abbia sbagliato tutto. Trasferirsi, lasciare la propria zona di comfort e provare a costruire una vita autonoma richiede coraggio e capacità di mettersi in gioco.
L’esperienza negativa nello stage può aver colpito la sua autostima e aumentato l’ansia anticipatoria, soprattutto se si è sentita giudicata o umiliata. Tuttavia un ambiente lavorativo tossico non definisce il suo valore né le sue capacità professionali. A volte interrompere un contesto che ci fa stare male è una scelta sana, non un fallimento.
Da ciò che racconta emerge molta paura del futuro: paura di fallire, di non essere abbastanza, di ritrovarsi nuovamente in ambienti difficili. Quando l’ansia è alta, tendiamo a vedere ogni nuovo inizio come un pericolo e questo può bloccare anche la ricerca di lavoro, alimentando pensieri negativi e senso di inadeguatezza.
Il consiglio è di non affrontare tutto insieme. In questo momento può aiutarla procedere per piccoli passi concreti e realistici: mantenere una routine, organizzare la ricerca di lavoro senza pretendere risultati immediati, lavorare sulla fiducia nelle proprie competenze e imparare a distinguere un’esperienza negativa dalla propria identità personale.
Eviti inoltre il confronto continuo con le amiche o con i “tempi” degli altri: ognuno ha percorsi diversi e momenti di vita differenti. Il fatto che oggi si senta confusa non significa che resterà così per sempre.
Il percorso psicologico può essere molto utile proprio per lavorare su ansia, autostima, paura del giudizio e gestione dei cambiamenti, aiutandola a ritrovare stabilità emotiva e sicurezza nelle proprie scelte. A volte non serve avere tutto chiaro subito: serve iniziare a fare un passo alla volta, anche con paura.
Dott.ssa Sara Sanna
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Su planu
Salve, da quello che racconta, non si tratta semplicemente di cercare lavoro, ma di trovarsi in un momento di passaggio molto delicato: nuova città, distanza da casa, aspettative su di sé, bisogno di autonomia, pressione economica, paura di fallire e una recente esperienza lavorativa che l’ha ferita profondamente.
È comprensibile che, dopo essersi sentita umiliata e non accolta, l’idea di ricominciare in un nuovo ambiente le generi ansia. Quando viviamo un’esperienza negativa, la mente tende a generalizzare: “se è andata male lì, andrà male anche altrove”, “non sono capace”, “troverò di nuovo persone tossiche”. Ma questi pensieri, per quanto comprensibili, non sono necessariamente la realtà: sono il segno di una ferita ancora attiva e di una forte ansia anticipatoria.
Vorrei sottolineare una cosa importante: il fatto che quello stage non sia proseguito non significa che lei abbia fallito. Significa che quell’ambiente, per come si è strutturato, non era adatto o sostenibile per lei in quel momento. Decidere di non restare in un contesto che la faceva stare male non è necessariamente una fuga: può essere anche un atto di tutela.
Rispetto al “quanto tempo darmi”, più che stabilire un limite rigido, potrebbe essere utile costruire un piano concreto e graduale: ad esempio definire un periodo di alcune settimane in cui dedicarsi alla ricerca in modo organizzato, valutando anche lavori temporanei o non perfettamente in linea con il suo campo, se possono aiutarla economicamente a rimanere lì mentre continua a cercare qualcosa di più coerente con i suoi obiettivi. A volte l’autonomia si costruisce anche con passaggi intermedi, non per forza con la soluzione perfetta subito.
Le consiglierei di lavorare su tre livelli:
1. Piano pratico: aggiornare CV, candidarsi ogni giorno a un numero realistico di posizioni, valutare agenzie interinali, contatti locali, lavori ponte, eventuali corsi brevi o supervisioni nel suo ambito.
2. Piano emotivo: non interpretare ogni mancata risposta come conferma del proprio valore personale. La ricerca del lavoro spesso è lenta e frustrante, ma non dice chi lei è.
3. Piano psicologico: continuare, per quanto possibile, il percorso con la psicologa, magari concordando una frequenza sostenibile o sedute più distanziate, ma mantenendo uno spazio stabile. In questa fase potrebbe essere molto utile lavorare su autostima, paura del giudizio, ansia anticipatoria e pensiero catastrofico.
Il confronto con le amiche che “vanno avanti” rischia di aumentare molto il senso di inadeguatezza. Ma ognuno ha tempi, risorse e percorsi diversi. Lei non è “indietro”: è in una fase complessa di costruzione della propria autonomia. E costruire una vita adulta non significa non avere paura, ma imparare a muoversi anche mentre la paura c’è.
Provi a non chiedersi solo “e se fallisco?”, ma anche: “qual è il prossimo piccolo passo concreto che posso fare oggi per avvicinarmi alla vita che desidero?”. In questo momento non deve risolvere tutta la sua vita insieme, deve costruire un passo alla volta una base più stabile.
Un caro saluto.
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, quello che descrive sembra essere un momento di forte fatica emotiva, in cui si stanno intrecciando molte paure insieme: la paura di fallire, quella di non essere abbastanza competente, il timore di ritrovarsi nuovamente in ambienti giudicanti o svalutanti, ma anche la paura di dover tornare indietro e sentire di aver perso tutto ciò per cui ha lottato. È comprensibile che, trovandosi in questa condizione, la mente inizi a produrre pensieri molto duri e catastrofici sul presente e sul futuro. Da ciò che racconta emerge un elemento importante: lei non è una persona priva di motivazione o passiva. Anzi, ha preso decisioni coraggiose. Si è trasferita, ha lasciato il contesto familiare, ha cercato di costruire qualcosa di suo, ha investito in un’esperienza lavorativa e sta continuando a cercare una direzione nonostante la paura. Questo spesso viene dimenticato quando si è molto immersi nell’ansia, perché l’ansia tende a farci guardare solo ciò che “non sta funzionando”, ignorando completamente tutte le risorse che stiamo già mettendo in campo. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, situazioni come quella che sta vivendo possono creare un circolo molto pesante. L’esperienza negativa dello stage probabilmente ha lasciato dentro di lei una forte ferita legata al giudizio e all’idea di “non essere adatta”. Quando si vive un’esperienza umiliante o svalutante, soprattutto in un momento delicato della vita, il cervello tende a generalizzare rapidamente. Così un ambiente tossico rischia di diventare nella mente “saranno tutti così”, un fallimento lavorativo rischia di trasformarsi in “fallirò sempre”, e l’assenza momentanea di colloqui può diventare “non troverò mai nulla”. Non perché queste conclusioni siano realistiche, ma perché l’ansia lavora proprio amplificando il pericolo e riducendo la percezione delle possibilità. È importante anche fare attenzione a un altro aspetto: lei sembra attribuire a questa fase della vita un significato molto assoluto, quasi definitivo. Come se trovare subito un lavoro stabile oppure non trovarlo nei prossimi mesi definisse interamente il suo valore personale o il successo della sua vita adulta. Ma la realtà psicologica delle persone è molto più sfumata. Tantissime persone attraversano periodi di smarrimento, cambi di città, esperienze lavorative deludenti, crisi di identità professionale. Il problema è che quando siamo dentro il momento difficile abbiamo la sensazione che tutti gli altri stiano andando avanti perfettamente e solo noi siamo “rimasti indietro”. Il confronto continuo con le amiche che si sposano o sembrano più sistemate rischia di aumentare ulteriormente questa sensazione di inadeguatezza. Lei scrive una frase molto significativa: “vorrei qualcuno che mi dicesse cosa fare”. Dietro questa frase spesso c’è una stanchezza enorme. Quando si è molto in ansia si desidera una certezza assoluta, qualcuno che elimini il dubbio e garantisca che una scelta sarà quella giusta. Però purtroppo nella vita adulta questa certezza quasi mai esiste. E allora la mente resta bloccata, perché cerca una sicurezza impossibile prima di agire. In terapia cognitivo comportamentale si lavora molto proprio su questo: imparare a tollerare il dubbio, l’incertezza e il rischio senza sentirsi paralizzati o definiti da essi. Un altro elemento importante è che lei sembra vivere i nuovi inizi come potenziali minacce più che come possibilità. Questo non significa essere “deboli”, ma probabilmente aver sviluppato nel tempo una modalità mentale molto orientata all’autoprotezione e alla paura del giudizio. Quando si parte da una bassa fiducia in sé, ogni colloquio, ogni nuovo ambiente o esperienza lavorativa viene percepita quasi come un esame sulla propria persona, anziché come una semplice esperienza da esplorare. E questo genera una fortissima ansia anticipatoria. Credo che il fatto che abbia già iniziato un percorso psicologico sia importante, anche se comprendo le difficoltà economiche. A volte, però, non conta solo “fare terapia”, ma anche sentirsi compresi nel proprio funzionamento profondo. Per esempio, potrebbe essere molto utile esplorare con maggiore attenzione quei pensieri automatici che si attivano davanti alle novità, il rapporto con il giudizio degli altri, la paura del fallimento e il significato che attribuisce al “tornare a casa”. Perché dalle sue parole sembra che il ritorno dai suoi non rappresenti solo un cambiamento pratico, ma quasi una conferma dolorosa dell’idea “non ce l’ho fatta”. In questo momento forse la priorità non dovrebbe essere trovare immediatamente “il lavoro perfetto” o capire tutta la sua vita futura, ma costruire gradualmente un senso di stabilità interna maggiore. Quando l’ansia è molto alta, la mente pretende di risolvere tutto subito: lavoro, identità, carriera, futuro, relazioni, autonomia. Ma spesso si procede meglio facendo un passo alla volta, senza trasformare ogni decisione in un verdetto definitivo sulla propria persona. Il fatto che lei abbia paura e continui comunque a cercare una strada dice già molto della sua forza. Non si giudichi solo per ciò che ancora non ha ottenuto. A volte la crescita personale passa proprio attraverso fasi confuse, instabili e frustranti, che però possono diventare occasioni importanti per capire più profondamente come funzioniamo, quali schemi ci bloccano e quale rapporto abbiamo con noi stessi quando non ci sentiamo all’altezza. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Federica Sangiacomo
Psicologo, Psicologo clinico
Potenza
Buongiorno a Lei, capisco come si sente.
Innanzitutto Le consiglio di non farsi troppe domande, considerando che non tutto è sotto il nostro controllo. Non esiste una regola o un'età adatta per sposarsi,sistemarsi,ecc.. bisogna rispettare i propri tempi evitando di paragonarsi ad altri, ognuno ha la sua storia che prosegue ad una velocità diversa rispetto ad altri, non c'è un premio a chi arriva prima e soprattutto non è detto che tutti attraversiamo le stesse tappe in un certo modo.
Dal punto di vista lavorativo, ha pensato di cercare un lavoretto temporaneo che Le permette di sostentarsi in attesa di trovare il lavoro per cui sa di essere qualificata?
Dal punto di vista psicologico, invece, Le consiglio di informarsi per richiedere il Bonus Psicologo, così da poter avere un valido supporto economico che Le permette di continuare il Suo percorso terapeutico.
Spero di esserLe stata d'aiuto.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Quello che descrivi è una situazione molto carica, sia dal punto di vista emotivo che pratico: un trasferimento recente, la perdita di uno stage significativo per te, l’urgenza economica e, in parallelo, la pressione interna a “dover riuscire subito”. È comprensibile che tutto questo stia alimentando ansia, blocco e senso di fallimento, ma non significa affatto che tu stia davvero fallendo.
Provo a restituirti alcuni punti chiave.
1. Quello che stai vivendo è ansia anticipatoria, non incapacità
Le paure che racconti (“non sarò capace”, “troverò persone tossiche”, “andrò male”) sono tipiche di una mente sotto stress che prova a proteggerti anticipando scenari negativi. Il problema è che, così facendo, ti fa sentire già sconfitta prima ancora di iniziare.
Questo non descrive le tue reali competenze, ma il tuo livello di attivazione emotiva in questo momento.
2. Lo stage negativo ha avuto un impatto più grande del necessario
Essere stata svalutata o umiliata in un contesto lavorativo può lasciare un segno forte, soprattutto quando si è già in una fase di costruzione identitaria e professionale. È normale che il tuo cervello stia generalizzando: “se è successo lì, potrebbe succedere ovunque”.
Ma un’esperienza tossica non è la regola: è un contesto specifico, non una previsione del futuro.
3. Confronto con gli altri e senso di ritardo
Il paragone con le tue amiche aumenta il senso di pressione e di “essere indietro”. Ma i percorsi non sono sincronizzati: alcuni costruiscono stabilità prima, altri attraversano fasi di sperimentazione più lunghe. Questo non dice nulla sul valore personale o sulla riuscita futura.
4. Sul “restare qui o tornare indietro”
In questo momento la domanda “quanto tempo posso darmi?” rischia di diventare un’ulteriore fonte di ansia. Più utile è sostituirla con:
“Qual è il prossimo passo concreto sostenibile nelle prossime 1-2 settimane?”
Quando si è in una fase di stress, il cervello ha bisogno di obiettivi brevi e realistici, non di scenari definitivi.
5. Parte pratica: cosa può aiutarti subito
Senza stravolgerti, alcuni passaggi concreti possono ridurre il senso di caos:


Impostare una routine minima quotidiana (anche semplice: ricerca lavoro 2-3 ore al giorno, pausa, attività fisica leggera)


Non puntare solo al “lavoro ideale”, ma anche a ruoli ponte temporanei per stabilità economica


Lavorare sul CV e su una versione adattata per diversi settori (non uno solo)


Cercare attivamente feedback o supporto da qualcuno del tuo ambito


Considerare anche colloqui informativi, non solo candidature formali


Il punto non è “trovare subito il lavoro giusto”, ma riattivare il senso di direzione.
6. La parte emotiva non è secondaria
L’idea di non poter continuare la psicoterapia per motivi economici è importante: proprio in questa fase sarebbe invece un supporto utile per:


gestire l’ansia anticipatoria


lavorare sull’autostima


ridurre il pensiero catastrofico


sostenere le decisioni pratiche


Se possibile, valuta con la tua psicologa una frequenza ridotta ma stabile, oppure percorsi a tariffa modulata: interrompere completamente ora potrebbe rendere tutto più faticoso.
7. Un punto fondamentale
Non sei “indietro”. Sei in una fase di transizione complessa, dove stai cercando di costruire autonomia in un contesto nuovo, dopo un’esperienza lavorativa difficile. Questa è fatica di costruzione, non fallimento.
In sintesi
Il tuo stato attuale sembra una combinazione di stress da cambiamento, ansia anticipatoria e pressione economico-sociale. È una condizione che può migliorare molto con un lavoro mirato sia sul piano pratico che psicologico, ma da sola tende a diventare più pesante.
Per questo è consigliabile approfondire la situazione in modo più strutturato con uno specialista, così da lavorare sia sulle paure che sulle strategie concrete di adattamento e ricerca lavorativa.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott.ssa Flora Bacchi
Psicologo, Psicologo clinico
Bergamo
Buongiorno, da quello che racconta sembra che in questo momento stia vivendo una fase di forte pressione emotiva, in cui si intrecciano tanti aspetti: il trasferimento, il bisogno di autonomia, la paura del fallimento, l’incertezza lavorativa e anche il confronto con gli altri. È comprensibile quindi sentirsi spaventata e bloccata.
Allo stesso tempo, però, credo sia importante fare attenzione a non leggere questa esperienza come la prova di “aver sbagliato tutto”. Essersi trasferita, aver provato uno stage, essersi accorta che quell’ambiente la faceva stare male e aver scelto di interrompere non sono necessariamente segnali di fallimento. Anzi, in certi casi riconoscere un contesto tossico e fermarsi è una forma di tutela personale.

Detto questo, il rischio ora sembra essere che la paura prenda completamente il controllo. L’ansia anticipatoria spesso porta a immaginare il prossimo lavoro già come un possibile luogo di umiliazione, esclusione o fallimento, e questo può bloccare ancora prima di iniziare. Ma è importante ricordare che un’esperienza negativa non definisce automaticamente tutte le successive.
Mi sembra anche che lei stia caricando il lavoro di un significato molto ampio: non è solo trovare uno stipendio, ma dimostrare a sé stessa di “essere adulta”, di non essere tornata indietro, di non aver fallito rispetto ai coetanei. Quando il peso simbolico diventa così grande, ogni colloquio o rifiuto rischia di essere vissuto come una conferma del proprio valore personale, e questo aumenta moltissimo l’ansia.
Forse, in questo momento, potrebbe aiutarla spostare l’obiettivo da “devo sistemare tutta la mia vita subito” a qualcosa di più concreto e realistico:
- trovare gradualmente una routine;
- mandare candidature senza pretendere risultati immediati;
-distinguere un ambiente lavorativo sano da uno realmente tossico;
- tollerare il fatto che l’inizio di una nuova fase possa essere incerto e scomodo;
- non confrontare continuamente il proprio percorso con quello delle amiche.
Anche il pensiero “se torno dai miei ho fallito” meriterebbe una riflessione. A volte si rischia di trasformare il bisogno legittimo di autonomia in una prova estrema da superare a tutti i costi. Ma avere difficoltà in una fase di transizione non significa essere incapaci o immature.
Il fatto che lei si senta ancora motivata, nonostante la paura, è un elemento molto importante. Significa che una parte di lei desidera costruire qualcosa di suo, anche se oggi si sente fragile e scoraggiata. Probabilmente il lavoro più utile non è eliminare completamente l’ansia prima di agire, ma imparare a muoversi anche senza sentirsi perfettamente sicura.
Sono a disposizione per un colloquio se sentisse il bisogno di uno spazio per sè
Dott.ssa Bacchi
Dott. Giulio Blasilli
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buonasera. La ringrazio per aver condiviso parte del suo vissuto. Da ciò che racconta, sembra che questo trasferimento rappresenti per lei molto più di un semplice cambio di città: parla di autonomia, crescita, desiderio di costruirsi una vita adulta e paura di “fallire” tornando indietro. È comprensibile che l’esperienza negativa nello stage abbia lasciato insicurezza e timore di ritrovarsi in un ambiente simile, ma ciò che è accaduto in quel contesto non definisce il suo valore né la sua capacità professionale. In questo momento potrebbe aiutarla distinguere tra urgenza economica e giudizio su di sé: cercare lavoro è già difficile, farlo pensando “se non riesco ho sbagliato tutto” rende il peso ancora più grande. Provi a darsi obiettivi molto concreti e brevi, ad esempio candidature settimanali, revisione del cv, eventuali lavori temporanei per restare economicamente stabile, senza viverli come una sconfitta. Le consiglierei di continuare, per quanto possibile, il sostegno psicologico, anche valutando una cadenza sostenibile o servizi territoriali, perché ansia anticipatoria, autostima e paura del fallimento meritano uno spazio di lavoro. Un supporto psicologico, online o in presenza, potrebbe aiutarla a non trasformare questa fase di passaggio in una sentenza su tutta la sua vita.
Le auguro una buona serata.
Dott.ssa Marika Mangiaracina
Psicologo, Psicologo clinico
Uboldo
Buongiorno, sono la dott.ssa Marika, psicologa clinica e dal suo messaggio emerge una forte stanchezza emotiva, ma anche una grande determinazione. In pochi mesi ha affrontato contemporaneamente un trasferimento, un cambiamento di vita, un’esperienza lavorativa deludente e la pressione di dover costruire autonomia economica e personale lontano da casa. È comprensibile che oggi si senta spaventata e fragile.
L’esperienza dello stage sembra aver colpito soprattutto la sua autostima. Quando veniamo criticati o umiliati in un contesto nuovo e importante, la mente tende facilmente a trasformare quell’episodio in una valutazione globale di sé: “non sono capace”, “fallirò anche altrove”, “non riuscirò a costruirmi una vita”. Ma il fatto di essersi trovata male in un ambiente non significa essere inadatta al lavoro o incapace di integrarsi. Esistono contesti professionali molto diversi tra loro, e alcune dinamiche possono diventare realmente tossiche e svalutanti, soprattutto per chi è già sensibile all’ansia e al giudizio.
Nel suo racconto si vede chiaramente il meccanismo dell’ansia anticipatoria: prima ancora di iniziare un nuovo lavoro, la sua mente sta già vivendo il possibile fallimento, le critiche, il disagio, il sentirsi esclusa. Questo porta il cervello a percepire ogni nuovo inizio non come un’opportunità, ma come un rischio emotivo enorme. Più l’ansia aumenta, più si riduce la fiducia nelle proprie capacità, e più ci si sente bloccati.
Inoltre sta vivendo un confronto molto duro con i tempi degli altri (“le mie amiche si sposano…”), ma la vita non procede in modo lineare né uguale per tutti. A 30 anni non è affatto “troppo tardi” per costruire stabilità lavorativa e identità personale. Anzi, molte persone iniziano davvero a capire cosa vogliono proprio dopo esperienze frustranti o cambiamenti importanti.
Credo sia importante che in questo momento lei provi a separare due piani:
- il valore personale;
- la situazione lavorativa attuale.

Oggi è in una fase precaria, ma questo non definisce il suo valore né il suo futuro. Il rischio è che la paura del “fallimento” la porti a leggere ogni difficoltà come la prova definitiva di non essere abbastanza.
Più che chiedersi “quanto tempo posso restare qui?”, forse sarebbe utile domandarsi: “Qual è il prossimo piccolo passo concreto che posso fare?”. Quando ci si sente sopraffatti, pensare all’intera vita futura aumenta il senso di panico. Concentrarsi invece su obiettivi ravvicinati e realistici aiuta a recuperare senso di efficacia: inviare candidature mirate, creare una routine, mantenere alcuni spazi di benessere, continuare — se possibile — il supporto psicologico anche con una frequenza ridotta.
Il fatto che lei voglia restare, costruirsi una vita autonoma e continuare a provarci è già un segnale importante: dentro la paura c’è comunque una parte di lei che desidera crescere e non arrendersi. È quella parte che andrebbe sostenuta adesso, senza pretendere da sé sicurezza assoluta o perfezione.

Rimango a disposizione

Dott.ssa Marika
Dott.ssa Laura Lanocita
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Il punto più delicato non è solo trovare lavoro, ma il significato che questo lavoro ha assunto per Lei: restare nella nuova città sembra diventato la prova di essere adulta, autonoma, riuscita. Per questo ogni colloquio mancato non pesa soltanto come difficoltà pratica, ma come conferma temuta di un fallimento personale. Qui conviene rallentare: tornare, restare, cercare, cambiare strada non sono prove definitive del Suo valore. Sono passaggi, non sentenze. L’esperienza dello stage l’ha ferita perché ha toccato un punto sensibile: il sentirsi esclusa, non all’altezza, giudicata. È comprensibile che ora un nuovo inizio faccia paura, ma sarebbe rischioso lasciare che quell’episodio diventi la misura di tutte le esperienze future. Non tutti gli ambienti saranno uguali, e soprattutto Lei non coincide con il giudizio di quei titolari. Più che fissare subito un limite come ultimatum, potrebbe darsi un tempo concreto e sostenibile, per esempio alcune settimane organizzate con obiettivi minimi: candidature mirate, revisione del curriculum, contatti nel settore, lavori ponte se necessari. Un lavoro ponte non sarebbe una sconfitta: potrebbe essere il modo per restare, respirare economicamente e non caricare la “carriera ideale” di un’urgenza insostenibile. Il confronto con le amiche che si sposano rischia di farla sparire dietro una classifica immaginaria in cui qualcuno è avanti e qualcuno è indietro. Ma la Sua questione non è essere “in ritardo”: è capire quale vita desidera costruire senza doverla dimostrare continuamente a qualcuno. Un percorso centrato sull’ascolto può aiutarla a separare la ricerca concreta di lavoro dalla paura di valere poco, perché quando queste due cose si confondono ogni candidatura diventa un verdetto.
Se lo desidera, può contattarmi: potrà trovare uno spazio di ascolto profondo, serio e senza giudizio, in cui dare parola a questa fase senza trasformarla in una condanna di sé.
Un cordiale saluto, dottoressa Laura Lanocita.
Dott.ssa Francesca Di Grazia
Psicologo, Psicologo clinico
Palermo
Salve,
Il trasferimento in una nuova città, l’inizio di un’esperienza lavorativa, la convivenza, l’incertezza economica e la chiusura di uno stage vissuto in modo doloroso sono tutti cambiamenti importanti concentrati in poco tempo. È comprensibile che il suo equilibrio emotivo ne abbia risentito.
L’esperienza che racconta dello stage sembra aver toccato aspetti profondi della sua autostima. Quando si ricevono critiche umilianti o ci si sente esclusi, soprattutto in un contesto nuovo in cui si sperava di crescere, è facile iniziare a mettere in dubbio il proprio valore e le proprie capacità. Tenga in mente che il fatto che quell’ambiente fosse percepito come tossico non significa automaticamente che lei “non sia adatta” al lavoro o incapace di integrarsi. A volte un contesto poco accogliente può amplificare ansia e insicurezze già presenti.
La motivazione che lei mostra nel continuare a cercare lavoro, nonostante la paura, indica che una parte di lei non ha smesso di credere nella possibilità di costruire qualcosa.
Spesso ci si confronta con i tempi degli altri (“le mie amiche si sposano”, “gli altri sono più avanti”), ma ogni percorso ha ritmi e difficoltà differenti. Forse, in questo momento, potrebbe aiutarla non pensare subito a “sistemare tutta la vita”, ma concentrarsi su piccoli passi concreti e sostenibili. Ad esempio: mantenere una routine quotidiana, continuare a candidarsi anche se si sente scoraggiata, individuare ambienti lavorativi compatibili con i suoi bisogni, curare gli spazi che la aiutano a stare meglio.
Cordialmente
Dott.ssa Giulia Casole
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Quello che stai vivendo è un momento di forte vulnerabilità, ma è fondamentale distinguere tra un fallimento professionale e il fallimento della tua persona. L'esperienza dello stage è stata traumatica non perché tu non sia capace, ma perché sei finita in un ambiente disfunzionale che ha usato l'umiliazione come strumento di gestione. Quando subiamo attacchi alla nostra identità lavorativa, è naturale sviluppare un'ansia anticipatoria: la tua paura di ricominciare non è mancanza di voglia di fare, ma è il tuo sistema di protezione che cerca di evitarti altro dolore.
​Il tuo timore di dover tornare dai genitori è la spinta che ti tiene attiva, ma sta diventando anche il tuo peggior nemico perché trasforma ogni ricerca di lavoro in una questione di vita o di morte. Questo "senso di urgenza" aumenta l'ansia e abbassa la tua autostima, facendoti sentire "indietro" rispetto alle amiche. Tuttavia, paragonare il tuo percorso interno a quello esterno degli altri (come i matrimoni) è una trappola cognitiva: ognuno ha i suoi tempi e tu stai affrontando una sfida di autonomia molto complessa in una città nuova, il che richiede un coraggio che non tutti hanno.
​Per gestire questo blocco, il primo passo è normalizzare la tua paura. È normale essere spaventati dopo essere stati umiliati. Non hai "sbagliato tutto", hai semplicemente interrotto un'esperienza tossica, il che è un atto di salute mentale, non di debolezza. Per quanto riguarda la ricerca pratica, non darti un limite di tempo rigido che servirebbe solo a paralizzarti ulteriormente; prova invece a scomporre l'obiettivo. Inizia con piccoli passi quotidiani che non siano legati al risultato (il colloquio), ma all'azione (sistemare il CV, inviare due candidature, contattare un'agenzia).
​L'autostima si ricostruisce attraverso l'azione, non attraverso il pensiero. Ogni piccola azione che compi per restare lì è una vittoria contro l'idea del ritorno a casa. Se la terapia è diventata un peso economico, parlane apertamente con la tua psicologa: a volte è possibile rimodulare il lavoro o concentrarsi su strategie pratiche di gestione dell'ansia nel breve termine. Non sei una fallita perché cerchi lavoro a 30 anni; sei una donna che sta cercando di costruire la propria indipendenza in condizioni avverse. Smetti di chiederti "e se va male?" e prova a chiederti "e se questa volta trovo persone normali?". Ti meriti la possibilità di scoprirlo senza condannarti in anticipo.
Dott.ssa Mirea Micciché
Psicologo clinico, Psicologo
Palermo
La ringrazio per aver condiviso la sua situazione, che appare complessa e molto carica emotivamente.
Il cambiamento che ha intrapreso negli ultimi mesi è importante: trasferirsi in un’altra città, iniziare uno stage e provare a costruire una propria autonomia rappresenta già di per sé una fase di grande transizione.
Colpisce come l’esperienza dello stage, in particolare, non si sia conclusa solo come difficoltà lavorativa, ma abbia avuto un impatto forte anche sul piano emotivo e dell’autostima. Le criticità relazionali e le frasi vissute come svalutanti sembrano aver attivato una profonda insicurezza, facendo emergere la paura di non essere all’altezza o di fallire.
È comprensibile che, dopo un’esperienza di questo tipo, l’idea di ricominciare in un nuovo contesto lavorativo generi ansia anticipatoria e timore del giudizio. In questi casi, la mente tende spesso a generalizzare l’esperienza negativa, come se potesse ripetersi ovunque, aumentando così il blocco e la fatica nell’agire.
Allo stesso tempo, emerge chiaramente anche una forte motivazione a restare e costruire la propria indipendenza, sia economica che personale. Questa parte più orientata al futuro è un elemento importante su cui poter fare leva.
In questa fase sembra che convivano due spinte opposte: il desiderio di costruire una vita autonoma e la paura di non farcela. Questa ambivalenza può rendere tutto più faticoso e rallentare la possibilità di muoversi con maggiore sicurezza.
Più che fissare un limite rigido di tempo, potrebbe esserle utile concentrarsi su obiettivi piccoli e concreti, riducendo il peso del “tutto o niente” e cercando di non interpretare ogni esito come una valutazione personale del suo valore.
Il fatto che stia già seguendo un percorso psicologico rappresenta una risorsa importante, soprattutto per lavorare sull’ansia anticipatoria, sull’autostima e sul senso di efficacia personale, che sembrano nodi centrali in questa fase.
Non si tratta di aver “sbagliato tutto”, ma di attraversare una fase di costruzione che, per sua natura, porta anche incertezza e momenti di blocco. Con il tempo e con passi graduali, è possibile ritrovare una direzione più stabile e coerente con i suoi obiettivi.
Dott. Luca Rochdi
Psicologo, Psicologo clinico
Cernusco sul Naviglio
Gentile utente, nel suo racconto emerge molta sofferenza, ma anche una grande capacità di osservare sé stessa e le proprie dinamiche interiori. Questo è già un elemento molto importante nel percorso terapeutico che ha iniziato.
Da ciò che descrive, sembra esserci un forte intreccio tra ansia, paura dell’intimità, bisogno di approvazione e timore del giudizio. In molte delle sue relazioni compare infatti una dinamica ricorrente: quando una persona è distante o idealizzata prova forte attrazione, mentre quando il rapporto diventa reale, concreto e intimo emergono ansia, dubbi, repulsione, bisogno di fuga e focalizzazione ossessiva sui difetti fisici o comportamentali dell’altro.
Questo non significa automaticamente che lei “non abbia mai amato” il suo compagno o che la relazione sia necessariamente sbagliata. Quando è presente una forte ansia relazionale, soprattutto in persone cresciute in contesti emotivamente complessi o imprevedibili, il legame affettivo può diventare contemporaneamente desiderato e percepito come minaccioso. In questi casi la mente può iniziare a cercare continuamente “prove” per capire se l’altro sia davvero quello giusto, focalizzandosi in modo ossessivo su aspetto fisico, odori, comportamenti, compatibilità o sensazioni interne.
Anche il fatto che il peggioramento sia avvenuto dopo l’interruzione della paroxetina è un elemento importante da considerare insieme ai professionisti che la seguono, perché alcune fragilità ansiose e ossessive possono riattivarsi più intensamente.
Nel suo racconto colpisce inoltre quanto il giudizio esterno sembri aver avuto peso nel modo in cui vive l’attrazione (“mi vergognavo”, “volevo essere vista”, “pensavo fosse brutto”, “gli altri cosa penseranno”). Questo può rendere molto difficile distinguere ciò che sente davvero da ciò che teme di dover sentire per sentirsi “giusta”, accettata o al sicuro.
La paura che la terapia possa portarla a scoprire che “non lo ama davvero” è comprensibile, ma spesso il lavoro psicologico non serve a dare risposte drastiche o immediate (“devo lasciarlo o no”), quanto piuttosto ad aiutarla a comprendere meglio il funzionamento delle sue emozioni, dell’ansia e delle sue modalità relazionali. Solo quando l’ansia si riduce e si acquisisce maggiore contatto con sé stessi diventa possibile capire con più chiarezza cosa si desidera davvero in una relazione.
Il fatto che abbia iniziato una nuova terapia, nonostante la paura, mi sembra un passo molto importante e probabilmente necessario.
Resto a disposizione
Dott. Luca Rochdi

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