Da settembre ormai penso di avere un dca, ho perso 10kg, se mangio una volta al giorno e già tanto e
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Da settembre ormai penso di avere un dca, ho perso 10kg, se mangio una volta al giorno e già tanto e ormai il cibo controlla tutta la mia vita. Vorrei spiegarlo ai miei genitori ma non voglio essere un peso per loro e in più non voglio curarmi: ho raggiunto il peso che mi piace e mi vedo bene, ho ancora energie, sono brava nel mio sport, esco sempre e sono circondata dalle mie amiche. Se spesso sento storie di persone che per il dca hanno smesso di vivere, io invece continuo la mia vita tranquillamente ma vedendomi anche meglio. Vorrei che i miei genitori non mi costringessero a riprendere peso o a mangiare, ma capissero il mio problema anche perché continuare a mentire sul cibo mi fa sentire molto in colpa. Si sono accorti che sono dimagrita tanto ma non immaginano sia per questo, anche perché con loro io mi fingo sempre entusiasta di mangiare. L’unica cosa che mi preoccupa è che non ho il ciclo da 8 mesi e so che non è sano. Da una parte io continuo ad amare il cibo ma un lato di me non vede altro che calorie da bruciare, e se mangio troppo riprenderei tutti i kili. So che ci vogliono 7000kcal per ingrassare, ma essendo in sottopeso (45kg, sono alta 1,65m) invece li riprenderei tutti dal primo all’ultimo e la cosa mi terrorizza. In più mi sento in colpa perché prima amavo mangiare e il cibo, non mi preoccupava l’estetica e anzi, mi vedevo benissimo e magra. So che ero magra, ma non abbastanza. Ora anche non sono magra abbastanza, ma il peso sulla bilancia mi piace di più e sono più felice. Mangio per mantenere quel peso, non voglio dimagrire né ingrassare. Il problema è che ora non riesco più a mangiare che ho tantissimo reflusso e per questa ragione i miei genitori mi hanno accompagnata anche da un medico, ma credo che questo reflusso sia dovuto al mio problema con il cibo. Comunque so che i dca sono malattie che solo un dottore può dirmi di avere dopo analisi ecc, ho scritto così solo perché il nome disturbo alimentare mi sembra esattamente quello che descrive il mio problema. Non ho più fame, posso non mangiare per due giorni interi e non sentire nulla, e questo da un lato mi spaventa. Non capisco vorrei solo che i miei genitori mi lasciassero continuare mangiare così ma so che vorranno che io torni come prima. So che gli altri non mi amano per come sono esteticamente né per quanto peso, ma io mi piaccio più magra e questo è il modo per essere più magra e a me va bene. Come posso spiegare tutto questo si miei genitori senza farli preoccupare?? non voglio essere un peso
Salve,
capisco quanto lei possa sentirsi “divisa”: una parte di sé percepisce controllo e soddisfazione, mentre un’altra inizia a cogliere segnali che la mettono in allarme.
Le restituisco che quanto descrive è una condizione di salute rischiosa, anche se al momento riesce a mantenere le sue attività. La restrizione alimentare, il pensiero costante sul cibo e l’assenza del ciclo da mesi indicano uno stato di stress per l’organismo. In questi quadri è frequente che la percezione di “stare bene” conviva con elementi più critici.
Rispetto ai suoi genitori, il desiderio di non preoccuparli è comprensibile. Tuttavia, il silenzio e la gestione solitaria tendono ad aumentare la fatica interna e il senso di colpa, più che proteggere la relazione. Coinvolgerli può rappresentare un primo modo per non restare sola in ciò che sta vivendo.
Non è necessario prendere decisioni immediate. Un primo passo può essere rendere condivisibile ciò che oggi sta affrontando da sola. Le consiglio di considerare l'opportunità di iniziare un percorso di supporto psicologico. Un caro saluto
capisco quanto lei possa sentirsi “divisa”: una parte di sé percepisce controllo e soddisfazione, mentre un’altra inizia a cogliere segnali che la mettono in allarme.
Le restituisco che quanto descrive è una condizione di salute rischiosa, anche se al momento riesce a mantenere le sue attività. La restrizione alimentare, il pensiero costante sul cibo e l’assenza del ciclo da mesi indicano uno stato di stress per l’organismo. In questi quadri è frequente che la percezione di “stare bene” conviva con elementi più critici.
Rispetto ai suoi genitori, il desiderio di non preoccuparli è comprensibile. Tuttavia, il silenzio e la gestione solitaria tendono ad aumentare la fatica interna e il senso di colpa, più che proteggere la relazione. Coinvolgerli può rappresentare un primo modo per non restare sola in ciò che sta vivendo.
Non è necessario prendere decisioni immediate. Un primo passo può essere rendere condivisibile ciò che oggi sta affrontando da sola. Le consiglio di considerare l'opportunità di iniziare un percorso di supporto psicologico. Un caro saluto
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Quello che racconti è molto chiaro, anche se dentro c’è una parte che prova a minimizzare.
Da una parte stai andando avanti: hai energia, esci, fai sport, ti senti anche meglio nel tuo corpo.
Dall’altra parte però c’è qualcosa che non torna: il cibo che occupa tutta la testa, il controllo continuo, il senso di colpa, il ciclo che si è fermato.
E soprattutto una frase che pesa più di tutte:
“non voglio essere un peso”.
A volte è proprio questa a tenere il problema in piedi.
Perché nel tentativo di non pesare sugli altri, finisci per portarti tutto da sola.
C’è poi un punto importante che forse vale la pena guardare meglio:
tu non stai chiedendo solo di essere capita…
stai chiedendo di essere capita senza che nulla cambi.
Ed è qui che nasce il conflitto.
Perché chi ti vuole bene, nel momento in cui capisce davvero, difficilmente riesce a restare fermo.
Non per controllarti, ma perché vede qualcosa che tu in parte già senti: che questo equilibrio, così com’è, sta iniziando a chiedere un prezzo.
Il tema quindi non è “come dirlo senza farli preoccupare”,
ma piuttosto:
quanto sei disposta a farti vedere davvero, anche se questo potrebbe muovere qualcosa.
Un primo passo potrebbe essere questo:
non spiegare tutto, non giustificarti, non convincerli.
Prova semplicemente a dire una frase vera, breve, senza difenderti:
“C’è qualcosa nel mio rapporto con il cibo che mi sta sfuggendo di mano. Non voglio essere forzata, ma non voglio neanche continuare a nasconderlo.”
Non risolve tutto, ma cambia la posizione:
da sola contro il problema → a qualcuno che inizia a farsi vedere.
Se senti che questa situazione ti sta prendendo più spazio di quanto vorresti, parlarne in un contesto protetto può aiutarti a non dover scegliere tra controllo e perdita totale.
Se vuoi, puoi anche tornare qui e provare a mettere meglio a fuoco cosa ti succede nei momenti in cui il controllo diventa più forte.
Un caro saluto.
Da una parte stai andando avanti: hai energia, esci, fai sport, ti senti anche meglio nel tuo corpo.
Dall’altra parte però c’è qualcosa che non torna: il cibo che occupa tutta la testa, il controllo continuo, il senso di colpa, il ciclo che si è fermato.
E soprattutto una frase che pesa più di tutte:
“non voglio essere un peso”.
A volte è proprio questa a tenere il problema in piedi.
Perché nel tentativo di non pesare sugli altri, finisci per portarti tutto da sola.
C’è poi un punto importante che forse vale la pena guardare meglio:
tu non stai chiedendo solo di essere capita…
stai chiedendo di essere capita senza che nulla cambi.
Ed è qui che nasce il conflitto.
Perché chi ti vuole bene, nel momento in cui capisce davvero, difficilmente riesce a restare fermo.
Non per controllarti, ma perché vede qualcosa che tu in parte già senti: che questo equilibrio, così com’è, sta iniziando a chiedere un prezzo.
Il tema quindi non è “come dirlo senza farli preoccupare”,
ma piuttosto:
quanto sei disposta a farti vedere davvero, anche se questo potrebbe muovere qualcosa.
Un primo passo potrebbe essere questo:
non spiegare tutto, non giustificarti, non convincerli.
Prova semplicemente a dire una frase vera, breve, senza difenderti:
“C’è qualcosa nel mio rapporto con il cibo che mi sta sfuggendo di mano. Non voglio essere forzata, ma non voglio neanche continuare a nasconderlo.”
Non risolve tutto, ma cambia la posizione:
da sola contro il problema → a qualcuno che inizia a farsi vedere.
Se senti che questa situazione ti sta prendendo più spazio di quanto vorresti, parlarne in un contesto protetto può aiutarti a non dover scegliere tra controllo e perdita totale.
Se vuoi, puoi anche tornare qui e provare a mettere meglio a fuoco cosa ti succede nei momenti in cui il controllo diventa più forte.
Un caro saluto.
Buonasera, quello che stai sentendo è importante e merita spazio, senza fretta né giudizio.
Un percorso con uno psicoterapeuta esperto in identità di genere può aiutarti a fare chiarezza, comprendere meglio te stesso e valutare i passi più adatti per te, in modo consapevole e rispettoso della tua vita.
Cordialmente
Dott.ssa Francesca Torretta
Un percorso con uno psicoterapeuta esperto in identità di genere può aiutarti a fare chiarezza, comprendere meglio te stesso e valutare i passi più adatti per te, in modo consapevole e rispettoso della tua vita.
Cordialmente
Dott.ssa Francesca Torretta
Buonasera, quello che racconta è molto intenso e merita di essere ascoltato con attenzione, perché dentro le sue parole si percepiscono due parti che convivono e che in qualche modo tirano in direzioni diverse. Da un lato c’è una parte di lei che si sente soddisfatta del peso raggiunto, che si vede bene e che desidera mantenere questo equilibrio. Dall’altro lato c’è una parte che osserva alcuni segnali che la preoccupano, come l’assenza del ciclo, il rapporto sempre più rigido con il cibo, il senso di colpa e la fatica nel parlarne con i suoi genitori. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è importante soffermarsi proprio su questo funzionamento interno. Quando il cibo, il peso e le calorie iniziano a occupare così tanto spazio nei pensieri e nelle scelte quotidiane, spesso si crea un sistema molto preciso di regole e controlli che danno una sensazione di ordine e sicurezza. Allo stesso tempo però questo sistema può diventare molto rigido, al punto da iniziare a guidare le decisioni più di quanto si vorrebbe. Il fatto che lei dica che “il cibo controlla tutta la sua vita” è un’indicazione molto chiara di questo meccanismo. Un altro elemento importante è il tentativo di non essere un peso per i suoi genitori. Questo pensiero è molto comprensibile, perché nasce dal desiderio di proteggerli e di non farli preoccupare. Tuttavia, spesso questo porta a tenere tutto dentro, a mostrarsi in un modo diverso da come ci si sente realmente e a vivere una sorta di doppia realtà, che nel tempo può aumentare il senso di colpa e la solitudine. Il fatto che lei senta il bisogno di spiegarsi indica che una parte di lei vorrebbe essere vista e compresa per quello che sta vivendo davvero. È anche significativo che lei riesca a riconoscere alcuni aspetti che la mettono in allarme. L’assenza del ciclo, la perdita del senso di fame, il reflusso, il timore di aver perso un rapporto più libero con il cibo sono segnali che il corpo e la mente stanno mandando. Non vanno letti come qualcosa da temere, ma come informazioni importanti su ciò che sta succedendo. Il desiderio di mantenere il controllo sul peso e allo stesso tempo quello di non sentirsi intrappolata in questo rapporto con il cibo possono sembrare in contrasto, ma in realtà raccontano proprio la complessità della situazione che sta vivendo. Non è raro che ci sia una parte che non vuole cambiare e un’altra che invece inizia a interrogarsi. Per quanto riguarda i suoi genitori, provare a spiegare ciò che sta vivendo non significa necessariamente perdere il controllo o essere costretta a fare qualcosa che non vuole. Può essere, piuttosto, un modo per non restare sola in tutto questo. Spesso si teme che gli altri reagiscano imponendo o forzando, ma aprire uno spazio di dialogo può anche permettere di essere ascoltata nei suoi timori e nei suoi bisogni, non solo nelle loro preoccupazioni. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla proprio in questo, a comprendere meglio questi meccanismi, a dare spazio a entrambe le parti che sente dentro di sé e a costruire un rapporto con il cibo e con il suo corpo che non sia basato solo sul controllo, ma anche su una maggiore libertà e serenità. Non si tratta di toglierle qualcosa, ma di aiutarla a capire cosa sta succedendo e perché, così da poter fare scelte più consapevoli e meno guidate dalla paura. Il fatto che lei sia riuscita a raccontare tutto questo è già un passo molto importante. Significa che una parte di lei sta cercando un modo per uscire da questa situazione senza essere giudicata o forzata, ma compresa. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso una situazione così delicata. Quanto descrive, perdita di 10 kg, restrizione alimentare, amenorrea da 8 mesi e pensieri pervasivi sul cibo, sono segnali clinici importanti che meritano attenzione specialistica, anche se al momento si percepisce in equilibrio. In ottica cognitivo-comportamentale (CBT-E), i Disturbi del Comportamento Alimentare si mantengono attraverso un nucleo cognitivo specifico, la sovravalutazione di peso e forma del corpo, e attraverso schemi rigidi che danno un senso illusorio di controllo. Il fatto che si senta meglio non esclude il disturbo, anzi è un aspetto frequente nelle fasi iniziali, definito egosintonico. L'amenorrea segnala che il corpo sta sacrificando funzioni vitali. Le suggerisco di rivolgersi a un centro specializzato in DCA o a uno psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, dove potrà essere accolta senza giudizio, lavorando gradualmente su pensieri automatici, evitamento e bisogno di controllo. Parlare con i suoi genitori, magari accompagnata da un professionista, può essere un primo passo protettivo, non un peso.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buongiorno,
comprendo i Suoi timori.
Le suggerisco di chiedere un incontro con uno psicologo, il quale potrà sostenerLa al meglio nel Suo percorso e nella definizione della strategia comunicativa verso i Suoi genitori più adeguata per Lei.
Cordiali saluti.
FG
comprendo i Suoi timori.
Le suggerisco di chiedere un incontro con uno psicologo, il quale potrà sostenerLa al meglio nel Suo percorso e nella definizione della strategia comunicativa verso i Suoi genitori più adeguata per Lei.
Cordiali saluti.
FG
Buongiorno,
grazie per la condivisione, non deve essere facile scrivere quello che si prova. Spesso dietro al tema alimentare si nasconde altro, un vissuto emotivo che può influenzare su tutti questi aspetti.
Un percorso di supporto psicologico potrebbe esserle d'aiuto proprio per affrontare quello che sta vivendo. Seppur il peso la renda felice, c'è il tema del nascondere ai genitori quel che si sta vivendo che rimane qualcosa che non le permettere di avere una completa serenità.
Se fosse interessata ad intraprendere un percorso di supporto psicologico, sono a disposizione, anche in modalità online.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Angelica Venanzetti
grazie per la condivisione, non deve essere facile scrivere quello che si prova. Spesso dietro al tema alimentare si nasconde altro, un vissuto emotivo che può influenzare su tutti questi aspetti.
Un percorso di supporto psicologico potrebbe esserle d'aiuto proprio per affrontare quello che sta vivendo. Seppur il peso la renda felice, c'è il tema del nascondere ai genitori quel che si sta vivendo che rimane qualcosa che non le permettere di avere una completa serenità.
Se fosse interessata ad intraprendere un percorso di supporto psicologico, sono a disposizione, anche in modalità online.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Angelica Venanzetti
Salve cara ragazza si può trovare un compromesso con il tuo desiderio di essere magra e piacerti e la salute fisica e psichica. Questo include anche il contenimento delle ansie dei tuoi genitori. Chiedere un aiuto non vuol dire ingrassare e non piacerti. Pensaci. Buon proseguimento
Buongiorno, grazie per la sua condivisione. Credo che una parte di lei realizzi che c'è un problema importante da affrontare, che potrebbe metterla in pericolo, cosa che realizza quando dice che non mangiare per due giorni senza problemi la spaventa; un'altra invece collude con il problema stesso. Il primo passo per risolvere un problema è sicuramente riconoscerlo, il secondo passo è chiedere aiuto, ed è quello che in qualche modo fa qui. I disturbi alimentari sono qualcosa di serio, vanno presi presto, e per quanto lei si senta felice con il suo peso e con la sua alimentazione si rende conto che il rapporto con il cibo non è sano ed è totalizzante. Ha fatto il primo passo, e cioè scrivere qui: il mio suggerimento è di cominciare un percorso che possa aiutarla a riconoscere, accettare ed affrontare questo problema, sostenendola naturalmente anche con la comunicazione con i suoi genitori, con l'obiettivo però non tanto di prendere atto di questo problema tenendolo com'è, ma di risolverlo, per la sua salute, la sua sicurezza ed il suo futuro. Il mio invito è di non prendere sottogamba nè i suoi sintomi fisici (peso, astenia, reflusso) nè quelli psicologici (l'idea di "sentirsi un peso" se sta male) e di farsi sostenere. Se avesse domande o volesse approfondire la questione mi trova a disposizione. Un caro saluto, dott.ssa Elena Gianotti
Buongiorno.
Capisco: vuoi essere vista senza essere forzata né farli stare male.
Puoi dirlo così: “Non sto davvero bene con il cibo, anche se sembro stare bene. Non voglio essere obbligata, ma ho bisogno di aiuto e di non dover più fingere.”
Non sei un peso, stai solo chiedendo di non essere sola in questa cosa.
E avere anche uno spazio con uno psicologo può aiutarti a tenere insieme entrambe le parti di te, senza pressioni.
Capisco: vuoi essere vista senza essere forzata né farli stare male.
Puoi dirlo così: “Non sto davvero bene con il cibo, anche se sembro stare bene. Non voglio essere obbligata, ma ho bisogno di aiuto e di non dover più fingere.”
Non sei un peso, stai solo chiedendo di non essere sola in questa cosa.
E avere anche uno spazio con uno psicologo può aiutarti a tenere insieme entrambe le parti di te, senza pressioni.
Buongiorno e grazie per aver condiviso la sua esperienza. Dalle sue parole si percepisce la sua difficoltà nel gestire questa situazione soprattutto in relazione alla sua famiglia e la preoccupazione annessa dei suoi genitori. Credo che possa esservi utile, proprio per poter condividere ciò che sentite e vi preoccupa e provare a trovare una visione/strategia condivisa per affrontare questo momento di difficoltà, una terapia familiare, eventualmente congiunta con gli opportuni esami medici.
Un caro saluto
Un caro saluto
Salve, capisco quanto sia ambivalente per lei: da una parte si sente bene nel corpo e nella sua vita, dall’altra riconosce segnali che la preoccupano e il peso della segretezza. Il fatto che il cibo occupi così tanto spazio, la perdita importante di peso e l’assenza del ciclo da mesi sono indicatori che meritano attenzione, anche se oggi lei riesce a funzionare “bene”.
Rispetto ai suoi genitori, è comprensibile il timore di farli preoccupare o di essere un peso. Allo stesso tempo, condividere può alleggerirla e permettere loro di esserle accanto in modo più autentico. Può aiutarla presentarlo non come “devo cambiare subito”, ma come “sto facendo fatica e ho bisogno di parlarvene”. Ad esempio: spiegare che il rapporto con il cibo è diventato molto controllante, che sente colpa nel mentire e che alcune cose la spaventano (come il ciclo assente), chiedendo ascolto più che soluzioni immediate.
Essere chiara su ciò che desidera può aiutare a contenere la loro reazione: può dire che teme di essere forzata e che per lei è importante sentirsi capita prima di qualsiasi decisione. Questo non toglie che, come genitori, possano preoccuparsi: la preoccupazione è una forma di cura, non un peso che lei impone.
Accanto a questo, le suggerirei di non restare sola con tutto questo. Anche se una parte di lei non vuole curarsi, un confronto con un professionista può offrirle uno spazio per tenere insieme entrambe le parti, senza imporle cambiamenti che non sente suoi, ma aiutandola a capire cosa sta succedendo e a proteggere la sua salute.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Rispetto ai suoi genitori, è comprensibile il timore di farli preoccupare o di essere un peso. Allo stesso tempo, condividere può alleggerirla e permettere loro di esserle accanto in modo più autentico. Può aiutarla presentarlo non come “devo cambiare subito”, ma come “sto facendo fatica e ho bisogno di parlarvene”. Ad esempio: spiegare che il rapporto con il cibo è diventato molto controllante, che sente colpa nel mentire e che alcune cose la spaventano (come il ciclo assente), chiedendo ascolto più che soluzioni immediate.
Essere chiara su ciò che desidera può aiutare a contenere la loro reazione: può dire che teme di essere forzata e che per lei è importante sentirsi capita prima di qualsiasi decisione. Questo non toglie che, come genitori, possano preoccuparsi: la preoccupazione è una forma di cura, non un peso che lei impone.
Accanto a questo, le suggerirei di non restare sola con tutto questo. Anche se una parte di lei non vuole curarsi, un confronto con un professionista può offrirle uno spazio per tenere insieme entrambe le parti, senza imporle cambiamenti che non sente suoi, ma aiutandola a capire cosa sta succedendo e a proteggere la sua salute.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Salve,
le lascio alcune domande per chiarire meglio la sua posizione:
Quando dice “non voglio curarmi”, cosa teme che accadrebbe se iniziasse a mangiare diversamente?
Cosa perderebbe, oltre al peso, se il suo rapporto con il cibo cambiasse?
Quando si guarda allo specchio, cosa cerca esattamente di vedere?
Dice che “non vuole essere un peso”:
per chi sarebbe un peso, e cosa significherebbe per lei esserlo?
Riguardo ai suoi genitori:
vuole davvero che capiscano, o che non intervengano?
cosa teme possano fare se sapessero?
Parla di due lati: uno che ama il cibo e uno che vede solo calorie.
quando prende una decisione, quale dei due decide?
Il fatto che il ciclo sia assente da 8 mesi:
che posto ha per lei questo segnale?
E ancora:
sta scegliendo questo modo di mangiare, o sente che ormai è qualcosa che la controlla?
Se vuole, possiamo lavorare insieme su questi punti.
Cordialmente
Coccetta Pietro
le lascio alcune domande per chiarire meglio la sua posizione:
Quando dice “non voglio curarmi”, cosa teme che accadrebbe se iniziasse a mangiare diversamente?
Cosa perderebbe, oltre al peso, se il suo rapporto con il cibo cambiasse?
Quando si guarda allo specchio, cosa cerca esattamente di vedere?
Dice che “non vuole essere un peso”:
per chi sarebbe un peso, e cosa significherebbe per lei esserlo?
Riguardo ai suoi genitori:
vuole davvero che capiscano, o che non intervengano?
cosa teme possano fare se sapessero?
Parla di due lati: uno che ama il cibo e uno che vede solo calorie.
quando prende una decisione, quale dei due decide?
Il fatto che il ciclo sia assente da 8 mesi:
che posto ha per lei questo segnale?
E ancora:
sta scegliendo questo modo di mangiare, o sente che ormai è qualcosa che la controlla?
Se vuole, possiamo lavorare insieme su questi punti.
Cordialmente
Coccetta Pietro
Quello che descrivi è molto importante e merita di essere preso sul serio. Da una parte senti di “stare funzionando” (hai energie, fai sport, esci, ti piaci di più), dall’altra emergono segnali chiari che qualcosa non è in equilibrio: il pensiero costante sul cibo, il bisogno di controllo, il senso di colpa, la paura intensa di ingrassare, la perdita del ciclo da 8 mesi e anche i disturbi fisici come il reflusso.
Questi elementi sono tipici dei disturbi del comportamento alimentare: non riguardano solo il peso o l’aspetto esteriore, ma soprattutto il rapporto con il cibo, con il corpo e con il controllo. È proprio questo il punto delicato: spesso si può avere la sensazione di “stare bene” e di avere tutto sotto controllo, mentre in realtà il disturbo sta progressivamente prendendo spazio.
Il fatto che tu dica “il cibo controlla tutta la mia vita” è già un indicatore molto significativo.
Capisco molto bene anche la tua ambivalenza:
una parte di te è soddisfatta del peso e non vuole cambiare
un’altra parte è preoccupata (per il ciclo, per il fatto di non sentire più fame, per le bugie, per il rapporto con il cibo)
Questa divisione interna è molto comune nei DCA.
Rispetto ai tuoi genitori: il timore di essere “un peso” è comprensibile, ma rischia di farti rimanere sola in una situazione che invece andrebbe condivisa. Chiedere aiuto non significa pesare sugli altri, ma dare loro la possibilità di capirti e supportarti. I genitori, quando non sanno, possono sottovalutare o fraintendere; quando invece comprendono, possono diventare una risorsa importante.
Per parlarne con loro potresti partire in modo semplice e sincero, senza dover spiegare tutto subito. Ad esempio:
dire che stai vivendo un rapporto difficile con il cibo
spiegare che non si tratta solo di “voler essere magra” ma di pensieri e paure che fai fatica a gestire
condividere che ti senti in colpa a mentire e che questo ti pesa
dire che una parte di te è anche preoccupata (per il ciclo, per il corpo)
Non è necessario convincerli a “lasciarti stare”, ma piuttosto aiutarli a capire che stai vivendo qualcosa di complesso.
Un punto importante: il fatto che il ciclo sia assente da 8 mesi è un segnale medico rilevante. Anche se ora ti senti bene, il corpo sta già mostrando che è sotto stress. Nei DCA spesso le conseguenze fisiche arrivano gradualmente, non tutte insieme.
Infine, una cosa da chiarire con delicatezza: l’idea che “mangiare di più significhi riprendere subito tutti i chili” non è corretta dal punto di vista fisiologico. Queste convinzioni fanno parte del funzionamento del disturbo e alimentano la paura.
Hai già fatto un passo fondamentale: riconoscere che qualcosa non torna e parlarne. Questo è un segnale di consapevolezza, non di debolezza.
Proprio per la complessità di quello che stai vivendo, è davvero importante non affrontarlo da sola: sarebbe consigliabile parlarne con i tuoi genitori e approfondire con uno specialista esperto in disturbi del comportamento alimentare, che possa aiutarti a capire cosa sta succedendo e a proteggere sia la tua salute fisica che il tuo benessere psicologico.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Questi elementi sono tipici dei disturbi del comportamento alimentare: non riguardano solo il peso o l’aspetto esteriore, ma soprattutto il rapporto con il cibo, con il corpo e con il controllo. È proprio questo il punto delicato: spesso si può avere la sensazione di “stare bene” e di avere tutto sotto controllo, mentre in realtà il disturbo sta progressivamente prendendo spazio.
Il fatto che tu dica “il cibo controlla tutta la mia vita” è già un indicatore molto significativo.
Capisco molto bene anche la tua ambivalenza:
una parte di te è soddisfatta del peso e non vuole cambiare
un’altra parte è preoccupata (per il ciclo, per il fatto di non sentire più fame, per le bugie, per il rapporto con il cibo)
Questa divisione interna è molto comune nei DCA.
Rispetto ai tuoi genitori: il timore di essere “un peso” è comprensibile, ma rischia di farti rimanere sola in una situazione che invece andrebbe condivisa. Chiedere aiuto non significa pesare sugli altri, ma dare loro la possibilità di capirti e supportarti. I genitori, quando non sanno, possono sottovalutare o fraintendere; quando invece comprendono, possono diventare una risorsa importante.
Per parlarne con loro potresti partire in modo semplice e sincero, senza dover spiegare tutto subito. Ad esempio:
dire che stai vivendo un rapporto difficile con il cibo
spiegare che non si tratta solo di “voler essere magra” ma di pensieri e paure che fai fatica a gestire
condividere che ti senti in colpa a mentire e che questo ti pesa
dire che una parte di te è anche preoccupata (per il ciclo, per il corpo)
Non è necessario convincerli a “lasciarti stare”, ma piuttosto aiutarli a capire che stai vivendo qualcosa di complesso.
Un punto importante: il fatto che il ciclo sia assente da 8 mesi è un segnale medico rilevante. Anche se ora ti senti bene, il corpo sta già mostrando che è sotto stress. Nei DCA spesso le conseguenze fisiche arrivano gradualmente, non tutte insieme.
Infine, una cosa da chiarire con delicatezza: l’idea che “mangiare di più significhi riprendere subito tutti i chili” non è corretta dal punto di vista fisiologico. Queste convinzioni fanno parte del funzionamento del disturbo e alimentano la paura.
Hai già fatto un passo fondamentale: riconoscere che qualcosa non torna e parlarne. Questo è un segnale di consapevolezza, non di debolezza.
Proprio per la complessità di quello che stai vivendo, è davvero importante non affrontarlo da sola: sarebbe consigliabile parlarne con i tuoi genitori e approfondire con uno specialista esperto in disturbi del comportamento alimentare, che possa aiutarti a capire cosa sta succedendo e a proteggere sia la tua salute fisica che il tuo benessere psicologico.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Ti rispondo con molta attenzione, perché da quello che descrivi si vede chiaramente che non sei “senza controllo” o “senza consapevolezza”: al contrario, stai osservando benissimo cosa ti sta succedendo, e questo è un passaggio importante.
Prima cosa che voglio dirti con calma: quello che racconti è qualcosa che vedo spesso anche nel mio lavoro in clinica, dove seguiamo proprio situazioni legate al rapporto con il cibo e al corpo. Non sei un caso isolato, e soprattutto non sei “un peso” per nessuno per il fatto di star vivendo questa difficoltà.
Quello che emerge è una cosa molto tipica dei disturbi alimentari: da una parte c’è una parte di te che si sente “bene” nel controllo, nel peso raggiunto, nella sensazione di riuscire a gestire il corpo; dall’altra però ci sono segnali molto chiari che il corpo e la mente stanno andando in sofferenza (assenza del ciclo da mesi, pensieri costanti sul cibo, paura intensa di ingrassare, riduzione importante dell’alimentazione, sensazione che il cibo “controlli tutto”).
Ti faccio una domanda su cui ti chiedo di fermarti un attimo a riflettere: se una tua amica ti dicesse esattamente le stesse cose che hai scritto tu, cosa penseresti della sua situazione?
Non per giudicarti, ma per provare a vedere se riesci a guardarla da fuori.
Un altro punto importante è questo: il fatto che tu riesca ancora a uscire, fare sport, vedere le amiche e “funzionare” nella vita quotidiana non significa che il problema non ci sia o sia meno serio. Nei disturbi alimentari, soprattutto all’inizio, è molto comune riuscire a mantenere una vita apparentemente normale mentre dentro il rapporto con il cibo diventa sempre più centrale e rigido.
Riguardo ai tuoi genitori, capisco molto bene il tuo pensiero: non voler essere un peso è una paura frequente. Però ti propongo una riflessione diversa: secondo te per loro è più pesante sapere che stai vivendo questa cosa da sola e in silenzio, oppure poterla affrontare insieme a te?
Molto spesso i genitori non si spaventano tanto per la difficoltà in sé, ma per il fatto di non sapere cosa sta succedendo davvero.
C’è anche un’altra cosa che dici che è molto importante: il fatto che il ciclo sia scomparso. Questo non è un dettaglio secondario o “solo fisico”, ma un segnale che il corpo sta rispondendo a un disequilibrio. Anche il reflusso che descrivi può essere collegato a uno stato di stress e restrizione prolungata.
Ti chiedo ancora una cosa: dentro di te, c’è una parte anche piccola che si chiede se questo equilibrio che stai cercando di mantenere sia davvero stabile nel tempo, oppure se ti sta già costando più di quanto sembra?
Non è necessario che tu decida subito cosa fare o che ti “etichetti”. Però da quello che scrivi si vede che una parte di te è preoccupata e sta cercando uno spazio per parlarne senza essere giudicata.
E questo è esattamente il punto da cui si può partire.
Se dovessi dirti una cosa molto chiara, è questa: non sei un peso per il fatto di avere questo problema. Ma quello che stai vivendo merita attenzione vera, non isolamento o silenzio.
Se vuoi, possiamo ragionare insieme su come dirlo ai tuoi genitori in modo che non sia un’esplosione di paura, ma un primo passo di condivisione più gestibile per tutti.
Prima cosa che voglio dirti con calma: quello che racconti è qualcosa che vedo spesso anche nel mio lavoro in clinica, dove seguiamo proprio situazioni legate al rapporto con il cibo e al corpo. Non sei un caso isolato, e soprattutto non sei “un peso” per nessuno per il fatto di star vivendo questa difficoltà.
Quello che emerge è una cosa molto tipica dei disturbi alimentari: da una parte c’è una parte di te che si sente “bene” nel controllo, nel peso raggiunto, nella sensazione di riuscire a gestire il corpo; dall’altra però ci sono segnali molto chiari che il corpo e la mente stanno andando in sofferenza (assenza del ciclo da mesi, pensieri costanti sul cibo, paura intensa di ingrassare, riduzione importante dell’alimentazione, sensazione che il cibo “controlli tutto”).
Ti faccio una domanda su cui ti chiedo di fermarti un attimo a riflettere: se una tua amica ti dicesse esattamente le stesse cose che hai scritto tu, cosa penseresti della sua situazione?
Non per giudicarti, ma per provare a vedere se riesci a guardarla da fuori.
Un altro punto importante è questo: il fatto che tu riesca ancora a uscire, fare sport, vedere le amiche e “funzionare” nella vita quotidiana non significa che il problema non ci sia o sia meno serio. Nei disturbi alimentari, soprattutto all’inizio, è molto comune riuscire a mantenere una vita apparentemente normale mentre dentro il rapporto con il cibo diventa sempre più centrale e rigido.
Riguardo ai tuoi genitori, capisco molto bene il tuo pensiero: non voler essere un peso è una paura frequente. Però ti propongo una riflessione diversa: secondo te per loro è più pesante sapere che stai vivendo questa cosa da sola e in silenzio, oppure poterla affrontare insieme a te?
Molto spesso i genitori non si spaventano tanto per la difficoltà in sé, ma per il fatto di non sapere cosa sta succedendo davvero.
C’è anche un’altra cosa che dici che è molto importante: il fatto che il ciclo sia scomparso. Questo non è un dettaglio secondario o “solo fisico”, ma un segnale che il corpo sta rispondendo a un disequilibrio. Anche il reflusso che descrivi può essere collegato a uno stato di stress e restrizione prolungata.
Ti chiedo ancora una cosa: dentro di te, c’è una parte anche piccola che si chiede se questo equilibrio che stai cercando di mantenere sia davvero stabile nel tempo, oppure se ti sta già costando più di quanto sembra?
Non è necessario che tu decida subito cosa fare o che ti “etichetti”. Però da quello che scrivi si vede che una parte di te è preoccupata e sta cercando uno spazio per parlarne senza essere giudicata.
E questo è esattamente il punto da cui si può partire.
Se dovessi dirti una cosa molto chiara, è questa: non sei un peso per il fatto di avere questo problema. Ma quello che stai vivendo merita attenzione vera, non isolamento o silenzio.
Se vuoi, possiamo ragionare insieme su come dirlo ai tuoi genitori in modo che non sia un’esplosione di paura, ma un primo passo di condivisione più gestibile per tutti.
Ciao, purtroppo quelli che descrivi sono proprio i segnali tipici di un disturbo del comportamento alimentare (DCA). Anche se oggi ti senti piena di energia e "vincente", ci sono dei dati tecnici e biologici che non possiamo ignorare. Innanzitutto, l'amenorrea (assenza di ciclo): 8 mesi senza ciclo non sono "poco sani", sono un segnale di emergenza. Significa che il tuo corpo è in modalità sopravvivenza: ha spento le funzioni riproduttive e ormonali perché non ha abbastanza energia per sostenerle. Questo ha impatti a lungo termine sulle tue ossa e sul tuo metabolismo. Inoltre il reflusso, come tu dici, è molto probabile che sia dovuto al fatto che lo stomaco, non ricevendo cibo regolarmente, produce succhi gastrici a vuoto o ha perso la sua normale motilità. Da ultimo il tuo peso e l'altezza suggeriscono un BMI (Indice di Massa Corporea) che rientra nella fascia del sottopeso severo.
Alla luce di ciò, non puoi non parlarne con i tuoi genitori. Capisco il tuo timore di essere un peso, ma ti invito a riflettere su questo fatto: per un genitore, il vero "peso" non è aiutare un figlio che sta male, ma scoprire troppo tardi che il proprio figlio ha sofferto in silenzio per mesi fingendo di stare bene. I tuoi genitori vorranno sicuramente aiutarti. Il consiglio che ti do è di non vedere i medici come "quelli che ti faranno ingrassare", ma come esperti che possono aiutarti a non stare male (per il reflusso e il ciclo) senza traumatizzarti. Esistono centri specializzati in DCA dove sanno esattamente come gestire la tua paura di riprendere peso in modo graduale e rispettoso.
Un caro saluto,
Filippo Guizzardi
Alla luce di ciò, non puoi non parlarne con i tuoi genitori. Capisco il tuo timore di essere un peso, ma ti invito a riflettere su questo fatto: per un genitore, il vero "peso" non è aiutare un figlio che sta male, ma scoprire troppo tardi che il proprio figlio ha sofferto in silenzio per mesi fingendo di stare bene. I tuoi genitori vorranno sicuramente aiutarti. Il consiglio che ti do è di non vedere i medici come "quelli che ti faranno ingrassare", ma come esperti che possono aiutarti a non stare male (per il reflusso e il ciclo) senza traumatizzarti. Esistono centri specializzati in DCA dove sanno esattamente come gestire la tua paura di riprendere peso in modo graduale e rispettoso.
Un caro saluto,
Filippo Guizzardi
Buon pomeriggio, la situazione che descrivi è molto complessa, per questo motivo capisco perfettamente le domande che poni e le tue preoccupazioni, pur non conoscendoti. Penso che sarebbe importante prima di tutto cercare di capire tu stessa quello che stai vivendo e sentendo a livello psicologico, in modo tale da avere poi maggiori strumenti per affrontare la situazione; un percorso psicologico potrebbe aiutarti in questa direzione, soprattutto perchè spesso ci troviamo a sentire delle emozioni e sensazioni talmente intense da non saperle descrivere o gestire
Buonasera, la ringrazio per aver condiviso con chiarezza e sincerità quello che sta attraversando in questo momento. Ciò di cui parla non sono tematiche trascurabili; sono campanelli d'allarme da prendere molto seriamente e non sottovalutare. La sua paura di "essere un peso" per le persone che la circondano può portare ad un profondo vissuto di solitudine, penso però che quello che i suoi genitori stanno cercando di fare in realtà è aiutarla e proteggerla da una situazione molto pericolosa. In un percorso di terapia con persone specializzate potrebbe comprendere e dare significato alla sua sofferenza. Resto a sua disposizione se volesse approfondire, anche online. Un saluto
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso qualcosa di così personale e complesso.
Da quello che racconta emerge una situazione in cui da una parte sente di avere controllo, di piacersi di più e di riuscire a portare avanti la sua vita, ma dall’altra compaiono segnali importanti come la perdita significativa di peso, il rapporto molto rigido con il cibo, il senso di colpa e l’assenza del ciclo da diversi mesi, che lei stessa riconosce come non salutari. Questa ambivalenza è molto frequente in chi vive difficoltà legate all’alimentazione, perché una parte “vuole continuare così”, mentre un’altra inizia a preoccuparsi.
Capisco il suo timore di essere un peso per i suoi genitori, ma il fatto che lei stia mentendo e si sente in colpa, indica che questa situazione, in realtà, le sta pesando. Condividerla potrebbe non essere un “carico” per loro, ma un modo per non restare sola in qualcosa che sta diventando importante.
Provare a spiegare cosa sta vivendo non significa automaticamente che le verrà imposto qualcosa, ma può essere un primo passo per farsi comprendere davvero, anche nelle sue paure. Potrebbe aiutarla presentare la situazione in modo semplice e sincero, ad esempio spigando che da qualche tempo il rapporto con il cibo è cambiato, sente di avere pensieri molto concentrati su calorie e peso e anche spiegare che fa fatica a parlarne perché non vuole farli preoccupare. Il corpo che “non sente più la fame” o che perde il ciclo sta mandando dei segnali. Anche se ora si sente attiva e funzionante, questi cambiamenti meritano attenzione, perché nel tempo possono avere conseguenze che non sempre si vedono subito. Il fatto che lei riesca a riconoscere tutto questo e a parlarne è già un passo molto significativo. Non è necessario affrontarlo da sola.
Cordialmente
la ringrazio per aver condiviso qualcosa di così personale e complesso.
Da quello che racconta emerge una situazione in cui da una parte sente di avere controllo, di piacersi di più e di riuscire a portare avanti la sua vita, ma dall’altra compaiono segnali importanti come la perdita significativa di peso, il rapporto molto rigido con il cibo, il senso di colpa e l’assenza del ciclo da diversi mesi, che lei stessa riconosce come non salutari. Questa ambivalenza è molto frequente in chi vive difficoltà legate all’alimentazione, perché una parte “vuole continuare così”, mentre un’altra inizia a preoccuparsi.
Capisco il suo timore di essere un peso per i suoi genitori, ma il fatto che lei stia mentendo e si sente in colpa, indica che questa situazione, in realtà, le sta pesando. Condividerla potrebbe non essere un “carico” per loro, ma un modo per non restare sola in qualcosa che sta diventando importante.
Provare a spiegare cosa sta vivendo non significa automaticamente che le verrà imposto qualcosa, ma può essere un primo passo per farsi comprendere davvero, anche nelle sue paure. Potrebbe aiutarla presentare la situazione in modo semplice e sincero, ad esempio spigando che da qualche tempo il rapporto con il cibo è cambiato, sente di avere pensieri molto concentrati su calorie e peso e anche spiegare che fa fatica a parlarne perché non vuole farli preoccupare. Il corpo che “non sente più la fame” o che perde il ciclo sta mandando dei segnali. Anche se ora si sente attiva e funzionante, questi cambiamenti meritano attenzione, perché nel tempo possono avere conseguenze che non sempre si vedono subito. Il fatto che lei riesca a riconoscere tutto questo e a parlarne è già un passo molto significativo. Non è necessario affrontarlo da sola.
Cordialmente
Buona sera, grazie per aver scritto.
Leggendo ciò che racconta, è evidente quanto possa essere faticoso trovarsi in una situazione in cui da una parte il controllo del corpo sembra dare stabilità e sicurezza, mentre dall'altra il pensiero sul cibo e sul peso diventa sempre più presente e difficile da tenere a distanza.
Quello che descrive può creare confusione: ciò che inizialmente sembra riguardare soprattutto l’estetica, col tempo si intreccia con aspetti più profondi che chiedono spazio e ascolto.
Capisco il desiderio di proteggere i suoi genitori, ma a lungo andare tenere tutto dentro non risolve davvero quello che sta vivendo, anzi, tende ad amplificarlo.
Non serve trovare subito le parole giuste, l’importante è non restare da sola in questo momento così delicato.
Può essere il momento di iniziare a trovare uno spazio per lei, attraverso un percorso psicologico, per rimettere al centro il suo benessere e capire meglio cosa sta succedendo e di cosa ha bisogno.
Un caro saluto,
Dott.ssa Elena Petitti
Leggendo ciò che racconta, è evidente quanto possa essere faticoso trovarsi in una situazione in cui da una parte il controllo del corpo sembra dare stabilità e sicurezza, mentre dall'altra il pensiero sul cibo e sul peso diventa sempre più presente e difficile da tenere a distanza.
Quello che descrive può creare confusione: ciò che inizialmente sembra riguardare soprattutto l’estetica, col tempo si intreccia con aspetti più profondi che chiedono spazio e ascolto.
Capisco il desiderio di proteggere i suoi genitori, ma a lungo andare tenere tutto dentro non risolve davvero quello che sta vivendo, anzi, tende ad amplificarlo.
Non serve trovare subito le parole giuste, l’importante è non restare da sola in questo momento così delicato.
Può essere il momento di iniziare a trovare uno spazio per lei, attraverso un percorso psicologico, per rimettere al centro il suo benessere e capire meglio cosa sta succedendo e di cosa ha bisogno.
Un caro saluto,
Dott.ssa Elena Petitti
Buonasera,
grazie per il suo messaggio. Quello che descrive è una situazione in cui convivono due vissuti importanti: da una parte il sentirsi meglio nel controllo del peso, dall’altra segnali che iniziano a preoccuparla, come l’assenza del ciclo, il senso di colpa e il rapporto sempre più faticoso con il cibo.
Non è necessario forzarsi a cambiare tutto subito, ma può essere molto utile avere uno spazio dove iniziare a guardare questa situazione con più calma e chiarezza.
Gentile utente,
La ringrazio per aver condiviso con così tanta onestà e coraggio la sua situazione. Si percepisce chiaramente il conflitto che sta vivendo. Per parlarne con i tuoi genitori senza che diventi uno scontro, potresti provare a spiegare che non vuoi essere un peso ma che gestire tutto questo da sola sta diventando faticoso. Aprirsi è un atto di coraggio verso sé stessi. Resto a disposizione.
La ringrazio per aver condiviso con così tanta onestà e coraggio la sua situazione. Si percepisce chiaramente il conflitto che sta vivendo. Per parlarne con i tuoi genitori senza che diventi uno scontro, potresti provare a spiegare che non vuoi essere un peso ma che gestire tutto questo da sola sta diventando faticoso. Aprirsi è un atto di coraggio verso sé stessi. Resto a disposizione.
Buonasera,
quello che descrive è molto complesso e, allo stesso tempo, molto chiaro nella sua ambivalenza: da una parte c’è una sensazione di controllo, di soddisfazione rispetto al peso e all’immagine di sé, dall’altra emergono segnali che la preoccupano, come l’assenza del ciclo, il rapporto sempre più rigido con il cibo, il senso di colpa e la fatica nel nascondere tutto ai suoi genitori.
In un’ottica sistemico-relazionale, è importante considerare che ciò che sta vivendo non riguarda solo il cibo o il corpo, ma il modo in cui sta cercando di stare in equilibrio con se stessa e con gli altri. Il controllo sul cibo spesso diventa una modalità per gestire emozioni, paure o bisogni più profondi, e per questo può essere difficile rinunciarvi, non è solo “mangiare meno”, ma è qualcosa che le dà una sensazione di stabilità e di valore.
Allo stesso tempo, il fatto che lei riesca a riconoscere alcuni segnali di allarme – come il ciclo assente da mesi o la perdita del senso di fame – è molto importante. Anche se oggi si sente energica e funzionale, il corpo sta già comunicando che qualcosa è in sofferenza. Questi aspetti non vanno nella direzione di spaventarla, ma di aiutarla a tenere insieme entrambe le parti della sua esperienza, ovvero quella che si sente “più felice così” e quella che invece è preoccupata.
Rispetto ai suoi genitori, capisco il desiderio di non farli preoccupare e di non essere un peso. Tuttavia, il fatto che lei stia già mettendo molta energia nel nascondere e nel fingere crea una distanza nella relazione che probabilmente aumenta anche il suo senso di solitudine e di colpa. Parlare con loro non significa automaticamente perdere il controllo o essere costretta a cambiare tutto subito, ma può essere un modo per non dover affrontare tutto da sola.
Può aiutarla pensare di condividere non tanto “tutto il problema” in una volta sola, ma il suo vissuto, come ad esempio dire che sta facendo fatica con il cibo, che si sente confusa, che una parte di lei non vuole cambiare ma un’altra è spaventata. Questo permette ai suoi genitori di avvicinarsi a lei senza necessariamente entrare subito in una logica di controllo.
Il timore di “diventare un peso” spesso nasce dall’idea che per essere amati bisogna non creare problemi. Ma nelle relazioni familiari, soprattutto in momenti delicati come questo, condividere una difficoltà può essere anche un modo per rafforzare il legame, non per appesantirlo.
Infine, anche se lei sente di non voler curarsi, potrebbe essere utile pensare a un confronto con un professionista come uno spazio di ascolto, non come un obbligo a cambiare. Un luogo in cui poter esplorare questa ambivalenza senza essere forzata, ma aiutata a capire meglio cosa sta succedendo dentro di lei.
Non è necessario che scelga subito “da che parte stare”. Già il fatto che lei si stia facendo queste domande indica che c’è una parte di sé che sta cercando un modo diverso per prendersi cura di sé, senza perdere ciò che oggi le dà sicurezza.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
quello che descrive è molto complesso e, allo stesso tempo, molto chiaro nella sua ambivalenza: da una parte c’è una sensazione di controllo, di soddisfazione rispetto al peso e all’immagine di sé, dall’altra emergono segnali che la preoccupano, come l’assenza del ciclo, il rapporto sempre più rigido con il cibo, il senso di colpa e la fatica nel nascondere tutto ai suoi genitori.
In un’ottica sistemico-relazionale, è importante considerare che ciò che sta vivendo non riguarda solo il cibo o il corpo, ma il modo in cui sta cercando di stare in equilibrio con se stessa e con gli altri. Il controllo sul cibo spesso diventa una modalità per gestire emozioni, paure o bisogni più profondi, e per questo può essere difficile rinunciarvi, non è solo “mangiare meno”, ma è qualcosa che le dà una sensazione di stabilità e di valore.
Allo stesso tempo, il fatto che lei riesca a riconoscere alcuni segnali di allarme – come il ciclo assente da mesi o la perdita del senso di fame – è molto importante. Anche se oggi si sente energica e funzionale, il corpo sta già comunicando che qualcosa è in sofferenza. Questi aspetti non vanno nella direzione di spaventarla, ma di aiutarla a tenere insieme entrambe le parti della sua esperienza, ovvero quella che si sente “più felice così” e quella che invece è preoccupata.
Rispetto ai suoi genitori, capisco il desiderio di non farli preoccupare e di non essere un peso. Tuttavia, il fatto che lei stia già mettendo molta energia nel nascondere e nel fingere crea una distanza nella relazione che probabilmente aumenta anche il suo senso di solitudine e di colpa. Parlare con loro non significa automaticamente perdere il controllo o essere costretta a cambiare tutto subito, ma può essere un modo per non dover affrontare tutto da sola.
Può aiutarla pensare di condividere non tanto “tutto il problema” in una volta sola, ma il suo vissuto, come ad esempio dire che sta facendo fatica con il cibo, che si sente confusa, che una parte di lei non vuole cambiare ma un’altra è spaventata. Questo permette ai suoi genitori di avvicinarsi a lei senza necessariamente entrare subito in una logica di controllo.
Il timore di “diventare un peso” spesso nasce dall’idea che per essere amati bisogna non creare problemi. Ma nelle relazioni familiari, soprattutto in momenti delicati come questo, condividere una difficoltà può essere anche un modo per rafforzare il legame, non per appesantirlo.
Infine, anche se lei sente di non voler curarsi, potrebbe essere utile pensare a un confronto con un professionista come uno spazio di ascolto, non come un obbligo a cambiare. Un luogo in cui poter esplorare questa ambivalenza senza essere forzata, ma aiutata a capire meglio cosa sta succedendo dentro di lei.
Non è necessario che scelga subito “da che parte stare”. Già il fatto che lei si stia facendo queste domande indica che c’è una parte di sé che sta cercando un modo diverso per prendersi cura di sé, senza perdere ciò che oggi le dà sicurezza.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buongiorno,
grazie per aver condiviso qualcosa di così delicato e complesso. Nel suo messaggio si sente molta consapevolezza, ma anche tanta fatica nel tenere insieme emozioni contrastanti.
Da una parte sembra esserci una parte di lei che oggi si sente meglio nel proprio corpo, più soddisfatta del numero sulla bilancia e spaventata all’idea di perdere questo equilibrio; dall’altra però emergono anche alcuni aspetti che la preoccupano — l’assenza del ciclo, il reflusso, il rapporto sempre più mentale con il cibo, il senso di colpa nel nascondere ciò che sta vivendo ai suoi genitori.
A volte situazioni come questa non si presentano in modo netto o evidente. Non sempre chi vive una difficoltà alimentare sente di “aver smesso di vivere” o di stare male in ogni ambito della propria vita. Anzi, spesso all’inizio si continua ad andare avanti, a fare sport, uscire, studiare, avere energia. Ed è proprio questo che può rendere più difficile capire quando il rapporto con il cibo e con il corpo stia iniziando a occupare uno spazio molto grande dentro di sé.
Mi colpisce anche il fatto che lei non sembri desiderare di dimagrire ulteriormente, quanto piuttosto il bisogno di mantenere una sensazione di controllo e una percezione di sé che oggi la fanno sentire più sicura. E questo è qualcosa che merita ascolto, non giudizio.
Capisco molto il timore di far preoccupare i suoi genitori o di sentirsi “un peso”. Però spesso, quando si vuole bene a qualcuno, poter capire davvero cosa sta succedendo è anche un modo per sentirsi più vicini e meno esclusi. Non è necessario raccontare tutto in una volta né avere già chiaro cosa fare. A volte il primo passo può essere semplicemente condividere che sta vivendo un rapporto faticoso con il cibo e con il proprio corpo e che da sola sente di portare un peso molto grande.
Forse in questo momento non sente di voler cambiare completamente ciò che sta facendo, ed è importante essere sinceri anche su questo. Ma non per questo deve restare sola dentro a tutti questi pensieri e paure.
Restando a disposizione, le auguro un buon proseguimento.
grazie per aver condiviso qualcosa di così delicato e complesso. Nel suo messaggio si sente molta consapevolezza, ma anche tanta fatica nel tenere insieme emozioni contrastanti.
Da una parte sembra esserci una parte di lei che oggi si sente meglio nel proprio corpo, più soddisfatta del numero sulla bilancia e spaventata all’idea di perdere questo equilibrio; dall’altra però emergono anche alcuni aspetti che la preoccupano — l’assenza del ciclo, il reflusso, il rapporto sempre più mentale con il cibo, il senso di colpa nel nascondere ciò che sta vivendo ai suoi genitori.
A volte situazioni come questa non si presentano in modo netto o evidente. Non sempre chi vive una difficoltà alimentare sente di “aver smesso di vivere” o di stare male in ogni ambito della propria vita. Anzi, spesso all’inizio si continua ad andare avanti, a fare sport, uscire, studiare, avere energia. Ed è proprio questo che può rendere più difficile capire quando il rapporto con il cibo e con il corpo stia iniziando a occupare uno spazio molto grande dentro di sé.
Mi colpisce anche il fatto che lei non sembri desiderare di dimagrire ulteriormente, quanto piuttosto il bisogno di mantenere una sensazione di controllo e una percezione di sé che oggi la fanno sentire più sicura. E questo è qualcosa che merita ascolto, non giudizio.
Capisco molto il timore di far preoccupare i suoi genitori o di sentirsi “un peso”. Però spesso, quando si vuole bene a qualcuno, poter capire davvero cosa sta succedendo è anche un modo per sentirsi più vicini e meno esclusi. Non è necessario raccontare tutto in una volta né avere già chiaro cosa fare. A volte il primo passo può essere semplicemente condividere che sta vivendo un rapporto faticoso con il cibo e con il proprio corpo e che da sola sente di portare un peso molto grande.
Forse in questo momento non sente di voler cambiare completamente ciò che sta facendo, ed è importante essere sinceri anche su questo. Ma non per questo deve restare sola dentro a tutti questi pensieri e paure.
Restando a disposizione, le auguro un buon proseguimento.
Salve, dalle sue parole emerge molta sofferenza ma anche una grande lucidità nel riconoscere ciò che sta accadendo. Il fatto che il cibo, il peso e le calorie stiano occupando così tanto spazio mentale, insieme alla perdita del ciclo da diversi mesi, sono segnali che meritano attenzione e ascolto, non giudizio.
Capisco anche il conflitto che descrive: da una parte sente di stare andando avanti nella quotidianità e di vedersi meglio, dall’altra racconta paura, senso di colpa, difficoltà nel vivere serenamente il rapporto con il cibo e timore rispetto a ciò che sta accadendo al suo corpo. Parlarne con i suoi genitori non significa essere un peso. Significa permettere alle persone che le vogliono bene di starle accanto in un momento delicato. Non è necessario sentirsi già pronti a cambiare tutto per chiedere aiuto. A volte il primo passo è semplicemente riuscire a dire: “Sto facendo fatica e non riesco più a gestire tutto da sola”.
Le difficoltà che descrive meritano uno spazio di approfondimento con professionisti esperti, sia per gli aspetti fisici sia per quelli emotivi. Chiedere supporto non vuol dire perdere il controllo, ma prendersi cura di sé con maggiore sicurezza e consapevolezza.
Le auguro di potersi avvicinare a questa sofferenza con la stessa gentilezza che probabilmente riserverebbe a una persona cara nella sua situazione. Un carissimo saluto.
Capisco anche il conflitto che descrive: da una parte sente di stare andando avanti nella quotidianità e di vedersi meglio, dall’altra racconta paura, senso di colpa, difficoltà nel vivere serenamente il rapporto con il cibo e timore rispetto a ciò che sta accadendo al suo corpo. Parlarne con i suoi genitori non significa essere un peso. Significa permettere alle persone che le vogliono bene di starle accanto in un momento delicato. Non è necessario sentirsi già pronti a cambiare tutto per chiedere aiuto. A volte il primo passo è semplicemente riuscire a dire: “Sto facendo fatica e non riesco più a gestire tutto da sola”.
Le difficoltà che descrive meritano uno spazio di approfondimento con professionisti esperti, sia per gli aspetti fisici sia per quelli emotivi. Chiedere supporto non vuol dire perdere il controllo, ma prendersi cura di sé con maggiore sicurezza e consapevolezza.
Le auguro di potersi avvicinare a questa sofferenza con la stessa gentilezza che probabilmente riserverebbe a una persona cara nella sua situazione. Un carissimo saluto.
Grazie per la sua domanda.
Per molte difficoltà di natura emotiva, psicologica e relazionale, così come nei momenti di particolare stress, durante problemi di salute o in occasione di cambiamenti importanti della vita, un percorso psicologico può rappresentare un valido supporto.
Nel mio lavoro utilizzo un approccio orientato alla terapia breve, che spesso consente di ottenere i primi miglioramenti già dopo pochi incontri. Successivamente, il percorso prosegue con l'obiettivo di consolidare i risultati raggiunti e favorire una risoluzione stabile delle difficoltà. Nella maggior parte dei casi, il trattamento richiede mediamente circa 10 sedute.
Le consulenze sono disponibili sia in presenza sia online, per garantire la massima flessibilità.
Per ricevere maggiori informazioni o prenotare un primo colloquio, può contattarmi anche tramite WhatsApp oppure utilizzando i recapiti indicati sulla piattaforma miodottore.it.
Sono inoltre disponibili pacchetti promozionali di 5 incontri.
Cordiali saluti,
Dott. Michele Scala
Psicologo Psicoterapeuta
Per molte difficoltà di natura emotiva, psicologica e relazionale, così come nei momenti di particolare stress, durante problemi di salute o in occasione di cambiamenti importanti della vita, un percorso psicologico può rappresentare un valido supporto.
Nel mio lavoro utilizzo un approccio orientato alla terapia breve, che spesso consente di ottenere i primi miglioramenti già dopo pochi incontri. Successivamente, il percorso prosegue con l'obiettivo di consolidare i risultati raggiunti e favorire una risoluzione stabile delle difficoltà. Nella maggior parte dei casi, il trattamento richiede mediamente circa 10 sedute.
Le consulenze sono disponibili sia in presenza sia online, per garantire la massima flessibilità.
Per ricevere maggiori informazioni o prenotare un primo colloquio, può contattarmi anche tramite WhatsApp oppure utilizzando i recapiti indicati sulla piattaforma miodottore.it.
Sono inoltre disponibili pacchetti promozionali di 5 incontri.
Cordiali saluti,
Dott. Michele Scala
Psicologo Psicoterapeuta
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