Sono una ragazza di 28 anni, studentessa fuori corso all'università e sto cercando lavoro (che non r
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Sono una ragazza di 28 anni, studentessa fuori corso all'università e sto cercando lavoro (che non riesco a trovare). Mi sento emotivamente/mentalmente distrutta, ho problemi in famiglia, soprattutto con mio padre non vado per niente d'accordo, mi giudica su ogni cosa che faccio e che dico, specialmente sulla questione del cibo e sull'università, tanto che mi sono state dette frasi molto pesanti come ad esempio il fatto che sono un fallimento e che con me ha fallito e questo mi ha destabilizzato tanto, mi sento la pecora nera della famiglia poiché vengono fatti paragoni tra me e mio fratello e non mi sono mai sentita all'altezza proprio per questa differenza che viene fatta; mio fratello prova a difendermi ma con scarsi risultati, tanto che mio padre per ripicca usa il silenzio punitivo e ancora oggi è una settimana che non ci parliamo.
Inoltre ho subìto dei lutti ravvicinati che mi hanno portato a chiudermi molto in me stessa, soffro d'ansia e panico costante, e non riesco a gestire il tutto.
Provo costantemente una sensazione di vuoto e malessere dentro, non so cosa fare, mi sento inutile, non so come andare avanti, mi sento proprio impotente...
Inoltre ho subìto dei lutti ravvicinati che mi hanno portato a chiudermi molto in me stessa, soffro d'ansia e panico costante, e non riesco a gestire il tutto.
Provo costantemente una sensazione di vuoto e malessere dentro, non so cosa fare, mi sento inutile, non so come andare avanti, mi sento proprio impotente...
Buongiorno cara, gestire il tutto con una sensazione di vuoto e malessere può essere difficile se fatto da sola e questo può portare a sentirsi impotente. Provi a contattare una psicoterapeuta: il solo incontro può già di per sé alleggerire il peso delle parole che ha scritto. MD
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Buongiorno gentile Utente, dal racconto riportato traspare una sofferenza intensa e prolungata, su più livelli intrecciati tra loro: la fatica nel percorso universitario e lavorativo, i lutti recenti, il clima familiare difficile e, soprattutto, il modo in cui viene trattata e definita all’interno della sua famiglia. È comprensibile che, in una situazione così complessa, lei si senta svuotata, impotente e progressivamente meno capace di vedere una via d’uscita.
Le parole che ha ricevuto da suo padre sono molto pesanti e, nel tempo, possono incidere profondamente sull’autostima e sull’immagine di sé. Quando una figura significativa utilizza etichette come “fallimento”, queste rischiano di essere interiorizzate, fino a diventare una voce interna che continua a giudicare e svalutare, anche quando la persona non è più direttamente esposta a quelle critiche. Il fatto che lei si senta la “pecora nera” e non all’altezza sembra andare proprio in questa direzione, e non è un segno di debolezza, ma l’effetto di un contesto relazionale che non sta offrendo sostegno, bensì pressione e confronto.
A questo si aggiunge il dolore dei lutti ravvicinati, che spesso non lascia spazio per essere elaborato quando la persona è già impegnata a reggere altre tensioni. Chiudersi in sé stessi, sentirsi vuoti o distaccati, vivere ansia e attacchi di panico sono reazioni che possono emergere quando il carico emotivo supera le risorse disponibili in quel momento. Non indicano che lei “non ce la fa”, ma che sta cercando di far fronte a troppo, da sola.
Il senso di inutilità e impotenza che descrive è uno degli aspetti più delicati, perché tende a bloccare l’azione e a togliere energia proprio quando servirebbe un minimo movimento per uscire dalla situazione. In questi momenti è importante fare una distinzione fondamentale: ciò che suo padre dice di lei non è una verità su chi lei è, ma una rappresentazione che appartiene a lui e al modo in cui gestisce le proprie aspettative e frustrazioni. Il rischio, però, è che questa rappresentazione diventi il filtro attraverso cui lei guarda sé stessa.
Più che cercare di convincere suo padre o ottenere il suo riconoscimento, che al momento sembra difficile, potrebbe essere utile iniziare a costruire uno spazio interno ed esterno in cui la sua esperienza venga riconosciuta e legittimata. Questo può avvenire attraverso relazioni più supportive, ma soprattutto attraverso un percorso psicologico che le permetta di rielaborare i vissuti di svalutazione, il dolore dei lutti e i sintomi d’ansia che oggi la stanno sopraffacendo.
L’ansia e il panico costante che descrive meritano attenzione specifica, perché sono segnali di un sistema emotivo in iperattivazione. Esistono strumenti efficaci, validati scientificamente, che aiutano a regolare queste reazioni e a restituire un senso di controllo. Ma per essere davvero efficaci, hanno bisogno di essere inseriti in un lavoro più ampio sulla sua storia, sul suo senso di sé e sulle dinamiche relazionali che la stanno ferendo.
In questo momento lei non è ferma perché è incapace, ma perché è sovraccarica. E quando il carico è troppo alto, fermarsi è spesso una forma di protezione, non un fallimento. Il punto, però, è non restare sola dentro questo blocco.
Se dovesse avere bisogno di ulteriori informazioni o di intraprendere un percorso mi trova a disposizione,
Dott. Luca Vocino
Le parole che ha ricevuto da suo padre sono molto pesanti e, nel tempo, possono incidere profondamente sull’autostima e sull’immagine di sé. Quando una figura significativa utilizza etichette come “fallimento”, queste rischiano di essere interiorizzate, fino a diventare una voce interna che continua a giudicare e svalutare, anche quando la persona non è più direttamente esposta a quelle critiche. Il fatto che lei si senta la “pecora nera” e non all’altezza sembra andare proprio in questa direzione, e non è un segno di debolezza, ma l’effetto di un contesto relazionale che non sta offrendo sostegno, bensì pressione e confronto.
A questo si aggiunge il dolore dei lutti ravvicinati, che spesso non lascia spazio per essere elaborato quando la persona è già impegnata a reggere altre tensioni. Chiudersi in sé stessi, sentirsi vuoti o distaccati, vivere ansia e attacchi di panico sono reazioni che possono emergere quando il carico emotivo supera le risorse disponibili in quel momento. Non indicano che lei “non ce la fa”, ma che sta cercando di far fronte a troppo, da sola.
Il senso di inutilità e impotenza che descrive è uno degli aspetti più delicati, perché tende a bloccare l’azione e a togliere energia proprio quando servirebbe un minimo movimento per uscire dalla situazione. In questi momenti è importante fare una distinzione fondamentale: ciò che suo padre dice di lei non è una verità su chi lei è, ma una rappresentazione che appartiene a lui e al modo in cui gestisce le proprie aspettative e frustrazioni. Il rischio, però, è che questa rappresentazione diventi il filtro attraverso cui lei guarda sé stessa.
Più che cercare di convincere suo padre o ottenere il suo riconoscimento, che al momento sembra difficile, potrebbe essere utile iniziare a costruire uno spazio interno ed esterno in cui la sua esperienza venga riconosciuta e legittimata. Questo può avvenire attraverso relazioni più supportive, ma soprattutto attraverso un percorso psicologico che le permetta di rielaborare i vissuti di svalutazione, il dolore dei lutti e i sintomi d’ansia che oggi la stanno sopraffacendo.
L’ansia e il panico costante che descrive meritano attenzione specifica, perché sono segnali di un sistema emotivo in iperattivazione. Esistono strumenti efficaci, validati scientificamente, che aiutano a regolare queste reazioni e a restituire un senso di controllo. Ma per essere davvero efficaci, hanno bisogno di essere inseriti in un lavoro più ampio sulla sua storia, sul suo senso di sé e sulle dinamiche relazionali che la stanno ferendo.
In questo momento lei non è ferma perché è incapace, ma perché è sovraccarica. E quando il carico è troppo alto, fermarsi è spesso una forma di protezione, non un fallimento. Il punto, però, è non restare sola dentro questo blocco.
Se dovesse avere bisogno di ulteriori informazioni o di intraprendere un percorso mi trova a disposizione,
Dott. Luca Vocino
Buongiorno. Mi dispiace per questo suo vissuto e la ringrazio per aver condiviso una parte così dolorosa della sua storia. Le parole svalutanti, i paragoni, il silenzio punitivo, i lutti ravvicinati e la difficoltà nel percorso universitario e lavorativo possono creare un peso emotivo enorme, fino a farla sentire vuota, impotente e senza valore. È importante però distinguere ciò che le è stato detto dal suo reale valore personale: sentirsi “un fallimento” non significa esserlo. Da ciò che racconta, ansia, panico e senso di malessere costante meritano un aiuto concreto e non dovrebbero essere affrontati da sola. Un sostegno psicologico, online o in presenza, potrebbe aiutarla a elaborare i lutti, proteggersi dalle dinamiche familiari svalutanti e ritrovare gradualmente stabilità, fiducia e direzione.
Le auguro una buona giornata.
Le auguro una buona giornata.
Salve,
le propongo alcune domande per orientare meglio ciò che sta vivendo:
Quando suo padre le dice “sei un fallimento”, cosa succede dentro di lei in quel momento?
Queste parole le restano addosso anche quando non è con lui? In che modo?
Quando si sente “la pecora nera”, rispetto a chi si misura esattamente?
Che posto sente di avere nella sua famiglia oggi?
Riguardo all’università e al lavoro:
sta cercando di portare avanti qualcosa che desidera davvero o qualcosa che sente di dover dimostrare?
Sul vuoto che descrive:
in quali momenti si presenta di più?
c’è qualcosa, anche piccolo, che lo attenua?
Quando parla di ansia e panico:
cosa teme possa accadere in quei momenti?
E ancora:
quando dice “non so come andare avanti”, cosa immagina che dovrebbe accadere perché qualcosa cambi?
Se vuole, possiamo lavorare insieme su questi punti.
Cordialmente
Coccetta Pietro
le propongo alcune domande per orientare meglio ciò che sta vivendo:
Quando suo padre le dice “sei un fallimento”, cosa succede dentro di lei in quel momento?
Queste parole le restano addosso anche quando non è con lui? In che modo?
Quando si sente “la pecora nera”, rispetto a chi si misura esattamente?
Che posto sente di avere nella sua famiglia oggi?
Riguardo all’università e al lavoro:
sta cercando di portare avanti qualcosa che desidera davvero o qualcosa che sente di dover dimostrare?
Sul vuoto che descrive:
in quali momenti si presenta di più?
c’è qualcosa, anche piccolo, che lo attenua?
Quando parla di ansia e panico:
cosa teme possa accadere in quei momenti?
E ancora:
quando dice “non so come andare avanti”, cosa immagina che dovrebbe accadere perché qualcosa cambi?
Se vuole, possiamo lavorare insieme su questi punti.
Cordialmente
Coccetta Pietro
Buongiorno,
grazie per la condivisione, portare avanti una situazione così deve essere piuttosto difficile. Il mio consiglio è di intraprendere un percorso di supporto psicologico che possa aiutarla a riscoprire aspetti del passato e del presente che sottostanno a questi vissuti, e a mettere ordine a tutti questi vissuti.
Rimango a disposizione se volesse intraprendere un percorso, anche in modalità online.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Angelica Venanzetti
grazie per la condivisione, portare avanti una situazione così deve essere piuttosto difficile. Il mio consiglio è di intraprendere un percorso di supporto psicologico che possa aiutarla a riscoprire aspetti del passato e del presente che sottostanno a questi vissuti, e a mettere ordine a tutti questi vissuti.
Rimango a disposizione se volesse intraprendere un percorso, anche in modalità online.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Angelica Venanzetti
Cara utente, grazie per questa intima condivisione. Da quanto racconta, sarebbe utile rivolgersi a uno psicologo per avere un sostegno in questa fase particolare di disorientamento. La situazione che descrive merita attenzione e non può essere affrontata in una breve risposta. Se volesse parlarne sono a disposizione.
D’altra parte immagino possa essere difficile sostenere una spesa in questo momento, in cui è senza lavoro. Potrebbe informarsi se la sua università è provvista di uno sportello di ascolto a cui potersi rivolgere o contattare una ASL territoriale e chiedere un primo colloquio.
Un caro saluto
D’altra parte immagino possa essere difficile sostenere una spesa in questo momento, in cui è senza lavoro. Potrebbe informarsi se la sua università è provvista di uno sportello di ascolto a cui potersi rivolgere o contattare una ASL territoriale e chiedere un primo colloquio.
Un caro saluto
Salve, da quanto descrive sarebbe veramente opportuno dedicare il giusto tempo e attenzione alla cura di sé stessa, pertanto, suggerirei di cominciare un percorso psicologico con uno Psicologo Clinico o uno Psicoterapeuta che possa aiutarla nell'affrontare, rielaborare e gestire in maniera più salutare le dinamiche intra e inter-personali di cui parla.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Salve,
Percepisco la fatica che prova per quello che sta vivendo… è tanto, e sentirsi svuotata o in ansia in una situazione così non è affatto strano.
Quello che le viene detto fa male e lascia il segno, è facile iniziare a vedersi con gli stessi occhi con cui si è giudicati. Ma non è detto che quello sguardo racconti davvero chi è lei. Forse, in questo momento, più che trovare subito una soluzione a tutto, può essere importante avere uno spazio dove non si senta giudicata e dove poter mettere un po’ di ordine in quello che prova. Non deve gestire tutto da sola.
Intanto provi a fare cose piccole, concrete, senza chiedersi troppo: quando ci si sente così, anche poco è già abbastanza. E pian piano può aiutarla a rimettere un po’ di respiro dentro quello che ora sembra solo blocco e dolore.
Se sente il bisogno può contattarmi.
Coraggio,
Dott.ssa Alessandra Arena
Percepisco la fatica che prova per quello che sta vivendo… è tanto, e sentirsi svuotata o in ansia in una situazione così non è affatto strano.
Quello che le viene detto fa male e lascia il segno, è facile iniziare a vedersi con gli stessi occhi con cui si è giudicati. Ma non è detto che quello sguardo racconti davvero chi è lei. Forse, in questo momento, più che trovare subito una soluzione a tutto, può essere importante avere uno spazio dove non si senta giudicata e dove poter mettere un po’ di ordine in quello che prova. Non deve gestire tutto da sola.
Intanto provi a fare cose piccole, concrete, senza chiedersi troppo: quando ci si sente così, anche poco è già abbastanza. E pian piano può aiutarla a rimettere un po’ di respiro dentro quello che ora sembra solo blocco e dolore.
Se sente il bisogno può contattarmi.
Coraggio,
Dott.ssa Alessandra Arena
Buon pomeriggio, credo che a volte arrivare al "limite" sia positivo, mi spiego meglio. Quando "tocchiamo il fondo" e stiamo molto male, possiamo decidere o di rimanere bloccati in quella situazione o di impiegare tutte le nostre forze per stare meglio.
Questo momento è da sfruttare per riprendere la sua vita in mano.
il limite ci dice che dobbiamo fare qualcosa per noi e per la nostra vita, così come l'ansia o gli attacchi di panico. Il nostro corpo ci parla, dobbiamo ascoltarlo.
Se la sente, mi scriva in privato, non c'è alcun impegno.
Un saluto.
Questo momento è da sfruttare per riprendere la sua vita in mano.
il limite ci dice che dobbiamo fare qualcosa per noi e per la nostra vita, così come l'ansia o gli attacchi di panico. Il nostro corpo ci parla, dobbiamo ascoltarlo.
Se la sente, mi scriva in privato, non c'è alcun impegno.
Un saluto.
Buongiorno,
da quello che descrive emerge chiaramente quanto il momento che sta attraversando sia molto pesante e complesso, su più livelli contemporaneamente.
Da una parte c’è la fatica legata all’università e alla ricerca di lavoro, che possono già di per sé far sentire bloccati e in difficoltà.
Dall’altra, ciò che racconta rispetto al rapporto con suo padre — fatto di giudizi, confronti e parole molto dure — può incidere profondamente sul modo in cui una persona percepisce se stessa.
Sentirsi definire un “fallimento” o non sentirsi mai all’altezza all’interno della propria famiglia è un’esperienza che può ferire e generare un senso di svalutazione e impotenza.
A questo si aggiunge anche il vissuto dei lutti ravvicinati, che spesso portano a chiudersi e a sentirsi più soli nel gestire ciò che si prova.
Ansia, panico, senso di vuoto e malessere, nel contesto che descrive, sono reazioni comprensibili a un carico emotivo molto elevato, anche se in questo momento possono risultare difficili da gestire.
Il fatto che stia cercando di comprendere ciò che le sta accadendo e che abbia trovato il modo di chiedere aiuto è un elemento importante.
In momenti come questo, può essere difficile affrontare tutto da soli. Potrebbe esserle utile valutare un percorso psicologico, come spazio in cui poter dare senso a ciò che sta vivendo e trovare modalità più sostenibili per gestire queste difficoltà.
Nel frattempo, può essere utile iniziare da piccoli passi, come provare a riconoscere e dare un nome a ciò che sente nei momenti di maggiore difficoltà, senza giudicarsi.
È importante ricordare che il modo in cui viene giudicata o trattata non definisce il suo valore come persona.
Un cordiale saluto.
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
da quello che descrive emerge chiaramente quanto il momento che sta attraversando sia molto pesante e complesso, su più livelli contemporaneamente.
Da una parte c’è la fatica legata all’università e alla ricerca di lavoro, che possono già di per sé far sentire bloccati e in difficoltà.
Dall’altra, ciò che racconta rispetto al rapporto con suo padre — fatto di giudizi, confronti e parole molto dure — può incidere profondamente sul modo in cui una persona percepisce se stessa.
Sentirsi definire un “fallimento” o non sentirsi mai all’altezza all’interno della propria famiglia è un’esperienza che può ferire e generare un senso di svalutazione e impotenza.
A questo si aggiunge anche il vissuto dei lutti ravvicinati, che spesso portano a chiudersi e a sentirsi più soli nel gestire ciò che si prova.
Ansia, panico, senso di vuoto e malessere, nel contesto che descrive, sono reazioni comprensibili a un carico emotivo molto elevato, anche se in questo momento possono risultare difficili da gestire.
Il fatto che stia cercando di comprendere ciò che le sta accadendo e che abbia trovato il modo di chiedere aiuto è un elemento importante.
In momenti come questo, può essere difficile affrontare tutto da soli. Potrebbe esserle utile valutare un percorso psicologico, come spazio in cui poter dare senso a ciò che sta vivendo e trovare modalità più sostenibili per gestire queste difficoltà.
Nel frattempo, può essere utile iniziare da piccoli passi, come provare a riconoscere e dare un nome a ciò che sente nei momenti di maggiore difficoltà, senza giudicarsi.
È importante ricordare che il modo in cui viene giudicata o trattata non definisce il suo valore come persona.
Un cordiale saluto.
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Gent.ma paziente, la ringrazio per aver condiviso un trafiletto della sua storia e dei suoi vissuti con noi. Il suo bisogno di autonomia può rappresentare il punto di partenza per una rinascita. Trovi un lavoretto anche piccolo come ambiente nuovo in cui ricominciare da sè e autofinanziarsi un percorso psicologico; così potrà elaborare tutti questi accadimenti e uscirne più forte, capirà se e come laurearsi, ma soprattutto come vuole realizzarsi.
Quello che stai vivendo è molto pesante e il modo in cui ti senti ha senso dentro una situazione fatta di lutti, ansia e un contesto familiare svalutante. Non è una misura del tuo valore come persona.
Le frasi di tuo padre e i confronti continui possono ferire profondamente e alimentare proprio quella sensazione di vuoto e impotenza che descrivi.
In questo momento non devi “resistere da sola”, ma farti aiutare in modo stabile. Un percorso con uno psicologo o psicoterapeuta può servirti per elaborare i lutti, ridurre ansia e panico e soprattutto ricostruire un senso di te che non dipenda dai giudizi familiari.
Se puoi, cerca anche un supporto pubblico o universitario per iniziare senza pressioni economiche.
Non sei un fallimento, sei una persona sotto stress emotivo forte che ha bisogno di supporto reale.
Le frasi di tuo padre e i confronti continui possono ferire profondamente e alimentare proprio quella sensazione di vuoto e impotenza che descrivi.
In questo momento non devi “resistere da sola”, ma farti aiutare in modo stabile. Un percorso con uno psicologo o psicoterapeuta può servirti per elaborare i lutti, ridurre ansia e panico e soprattutto ricostruire un senso di te che non dipenda dai giudizi familiari.
Se puoi, cerca anche un supporto pubblico o universitario per iniziare senza pressioni economiche.
Non sei un fallimento, sei una persona sotto stress emotivo forte che ha bisogno di supporto reale.
Quello che descrivi è molto intenso e comprensibilmente faticoso da sostenere. Ti trovi in una fase della vita già delicata (studio, ricerca di lavoro, definizione della tua strada), a cui si sommano dinamiche familiari dolorose e dei lutti recenti: è davvero tanto per una sola persona.
Le parole di tuo padre, in particolare, possono avere un impatto molto profondo. Sentirsi giudicati, svalutati o definiti “un fallimento” da una figura genitoriale mina l’autostima e può portare proprio a quelle sensazioni che descrivi: vuoto, impotenza, senso di inutilità. Il confronto con tuo fratello e il sentirti “la pecora nera” rafforzano ulteriormente questa ferita. È importante dirlo chiaramente: il tuo valore come persona non è definito né dai tempi universitari né dalle difficoltà lavorative, e nemmeno dal giudizio di un genitore.
Anche il “silenzio punitivo” è una forma di comunicazione molto dolorosa, perché crea distanza e può farti sentire rifiutata o invisibile. Questo tipo di dinamiche familiari, se protratte, possono contribuire allo sviluppo o al mantenimento di ansia e attacchi di panico.
In più, i lutti ravvicinati che hai vissuto possono aver inciso profondamente sul tuo equilibrio emotivo. Il dolore non elaborato spesso si manifesta proprio con chiusura, ansia, senso di vuoto e difficoltà a gestire le emozioni.
Quello che stai provando (ansia costante, panico, senso di vuoto, blocco) è un segnale importante: il tuo sistema emotivo è sovraccarico e ha bisogno di essere ascoltato e sostenuto, non giudicato.
Alcuni piccoli spunti che possono aiutarti nell’immediato:
prova a distinguere la tua voce interiore da quella critica che hai interiorizzato (spesso simile a quella di tuo padre)
cerca di ritagliarti spazi in cui puoi sentirti al sicuro (anche piccoli momenti solo per te)
quando arriva l’ansia, lavora sul respiro lento e profondo per riportare il corpo a uno stato di calma
non isolarti completamente: anche una sola persona di fiducia può fare la differenza
Detto questo, la complessità e la profondità di ciò che stai vivendo meritano uno spazio protetto in cui poter elaborare tutto questo: il rapporto con tuo padre, i lutti, l’ansia e il senso di vuoto. Un percorso psicologico può aiutarti a ricostruire autostima, trovare strumenti concreti per gestire l’ansia e ridefinire il tuo valore al di là dei giudizi esterni.
Ti consiglierei quindi di approfondire con uno specialista, che possa accompagnarti in questo momento così delicato.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Le parole di tuo padre, in particolare, possono avere un impatto molto profondo. Sentirsi giudicati, svalutati o definiti “un fallimento” da una figura genitoriale mina l’autostima e può portare proprio a quelle sensazioni che descrivi: vuoto, impotenza, senso di inutilità. Il confronto con tuo fratello e il sentirti “la pecora nera” rafforzano ulteriormente questa ferita. È importante dirlo chiaramente: il tuo valore come persona non è definito né dai tempi universitari né dalle difficoltà lavorative, e nemmeno dal giudizio di un genitore.
Anche il “silenzio punitivo” è una forma di comunicazione molto dolorosa, perché crea distanza e può farti sentire rifiutata o invisibile. Questo tipo di dinamiche familiari, se protratte, possono contribuire allo sviluppo o al mantenimento di ansia e attacchi di panico.
In più, i lutti ravvicinati che hai vissuto possono aver inciso profondamente sul tuo equilibrio emotivo. Il dolore non elaborato spesso si manifesta proprio con chiusura, ansia, senso di vuoto e difficoltà a gestire le emozioni.
Quello che stai provando (ansia costante, panico, senso di vuoto, blocco) è un segnale importante: il tuo sistema emotivo è sovraccarico e ha bisogno di essere ascoltato e sostenuto, non giudicato.
Alcuni piccoli spunti che possono aiutarti nell’immediato:
prova a distinguere la tua voce interiore da quella critica che hai interiorizzato (spesso simile a quella di tuo padre)
cerca di ritagliarti spazi in cui puoi sentirti al sicuro (anche piccoli momenti solo per te)
quando arriva l’ansia, lavora sul respiro lento e profondo per riportare il corpo a uno stato di calma
non isolarti completamente: anche una sola persona di fiducia può fare la differenza
Detto questo, la complessità e la profondità di ciò che stai vivendo meritano uno spazio protetto in cui poter elaborare tutto questo: il rapporto con tuo padre, i lutti, l’ansia e il senso di vuoto. Un percorso psicologico può aiutarti a ricostruire autostima, trovare strumenti concreti per gestire l’ansia e ridefinire il tuo valore al di là dei giudizi esterni.
Ti consiglierei quindi di approfondire con uno specialista, che possa accompagnarti in questo momento così delicato.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno,
I sintomi che lei riporta potrebbero rientrare in un quadro depressivo e ansioso ed i lutti ravvicinati ed il rapporto con un padre giudicante, potrebbero essere considerati dei fattori scatenanti. Nel caso in cui questa situazione sia per lei motivo di sofferenza emotiva, sarebbe consigliabile approfondire questi aspetti all'interno di un percorso psicologico, in grado di dare un senso al motivo per cui i sintomi da lei riportati sono presenti in lei e proprio in questo momento e proporre un possibile trattamento cucito su di lei.
Rimango disponibile ad essere contattata,
Dott.ssa Ilaria De Mola.
I sintomi che lei riporta potrebbero rientrare in un quadro depressivo e ansioso ed i lutti ravvicinati ed il rapporto con un padre giudicante, potrebbero essere considerati dei fattori scatenanti. Nel caso in cui questa situazione sia per lei motivo di sofferenza emotiva, sarebbe consigliabile approfondire questi aspetti all'interno di un percorso psicologico, in grado di dare un senso al motivo per cui i sintomi da lei riportati sono presenti in lei e proprio in questo momento e proporre un possibile trattamento cucito su di lei.
Rimango disponibile ad essere contattata,
Dott.ssa Ilaria De Mola.
Buongiorno, grazie per aver scritto con questa sincerità. Da quello che racconta si percepisce non solo un momento difficile, ma una condizione emotiva molto carica, in cui si sono sovrapposti più livelli di stress: la pressione familiare, il vissuto di giudizio costante, i lutti, e anche la fatica personale legata allo studio e alla ricerca di lavoro. È comprensibile che, messi insieme, questi elementi possano farla sentire sopraffatta e svuotata.
Quello che colpisce molto è il peso delle parole che le sono state rivolte in famiglia. Frasi come “sei un fallimento” o il silenzio punitivo non sono semplicemente conflitti familiari: hanno un impatto emotivo profondo, soprattutto quando arrivano da una figura genitoriale. Le chiedo una cosa: quando suo padre la giudica o la confronta con suo fratello, lei sente più rabbia, più tristezza, oppure più un senso di blocco e paralisi?
Perché spesso queste emozioni non si presentano tutte allo stesso modo, ma una di loro finisce per prendere il sopravvento e condizionare tutto il resto.
Un altro punto importante è il senso di vuoto e impotenza che descrive. Le faccio una domanda che può sembrare semplice ma spesso è molto rivelatrice: ci sono ancora, anche solo in piccola parte, situazioni o attività in cui lei riesce a sentire un minimo di “respiro”, anche per pochi minuti, oppure in questo momento tutto appare appiattito allo stesso modo?
Quando più eventi difficili si accumulano, il sistema emotivo tende a “chiudersi” per protezione, e questo può far emergere proprio quella sensazione di non riuscire più a reagire o a vedere una direzione chiara.
Da quello che scrive, non emerge una mancanza di valore personale, ma piuttosto una condizione in cui il contesto attuale sta continuamente rinforzando l’idea di non essere all’altezza. E questo, nel tempo, può diventare molto pesante da sostenere da soli.
Le chiedo ancora una cosa: se in questo momento potesse togliere anche solo uno di questi pesi (famiglia, studio, ricerca lavoro, lutti), quale le sembra quello che la sta schiacciando di più?
Non perché si debba “scegliere” quale problema è più importante, ma perché a volte capire da dove arriva il maggior carico aiuta a iniziare a respirare almeno da un punto.
E un’ultima riflessione: il fatto che lei stia cercando aiuto, che riesca a descrivere così chiaramente ciò che prova, non è il segnale di una persona “inutile” o “fallita”, ma di una persona che sta cercando di restare in piedi dentro una situazione molto faticosa.
Se vuole, possiamo provare a ragionare insieme su quali piccoli passi potrebbero aiutarla a ridurre almeno una parte di questa pressione, senza pretendere di risolvere tutto insieme.
Quello che colpisce molto è il peso delle parole che le sono state rivolte in famiglia. Frasi come “sei un fallimento” o il silenzio punitivo non sono semplicemente conflitti familiari: hanno un impatto emotivo profondo, soprattutto quando arrivano da una figura genitoriale. Le chiedo una cosa: quando suo padre la giudica o la confronta con suo fratello, lei sente più rabbia, più tristezza, oppure più un senso di blocco e paralisi?
Perché spesso queste emozioni non si presentano tutte allo stesso modo, ma una di loro finisce per prendere il sopravvento e condizionare tutto il resto.
Un altro punto importante è il senso di vuoto e impotenza che descrive. Le faccio una domanda che può sembrare semplice ma spesso è molto rivelatrice: ci sono ancora, anche solo in piccola parte, situazioni o attività in cui lei riesce a sentire un minimo di “respiro”, anche per pochi minuti, oppure in questo momento tutto appare appiattito allo stesso modo?
Quando più eventi difficili si accumulano, il sistema emotivo tende a “chiudersi” per protezione, e questo può far emergere proprio quella sensazione di non riuscire più a reagire o a vedere una direzione chiara.
Da quello che scrive, non emerge una mancanza di valore personale, ma piuttosto una condizione in cui il contesto attuale sta continuamente rinforzando l’idea di non essere all’altezza. E questo, nel tempo, può diventare molto pesante da sostenere da soli.
Le chiedo ancora una cosa: se in questo momento potesse togliere anche solo uno di questi pesi (famiglia, studio, ricerca lavoro, lutti), quale le sembra quello che la sta schiacciando di più?
Non perché si debba “scegliere” quale problema è più importante, ma perché a volte capire da dove arriva il maggior carico aiuta a iniziare a respirare almeno da un punto.
E un’ultima riflessione: il fatto che lei stia cercando aiuto, che riesca a descrivere così chiaramente ciò che prova, non è il segnale di una persona “inutile” o “fallita”, ma di una persona che sta cercando di restare in piedi dentro una situazione molto faticosa.
Se vuole, possiamo provare a ragionare insieme su quali piccoli passi potrebbero aiutarla a ridurre almeno una parte di questa pressione, senza pretendere di risolvere tutto insieme.
Gentilissima, la cosa più importante che mi sento di suggerirle è di abbandonare è di abbandonare il timore di essere un fallimento. Lei è semplicemente una persona che sta cercando di reagire al meglio ad una pressione psicologica insostenibile, acuita anche dai lutti ravvicinati. In questa situazione, le consiglio vivamente di smettere di cercare l'approvazione di chi ha deciso di non concedergliela, a partire, spiace dirlo, da suo padre. Cerchi di sottrarsi al suo silenzio punitivo (che non è altro che una forma di manipolazione emotiva utile a farla sentire in colpa per costringerla a sottomettersi) e no n lasciarsi irretire da parole come "con te ho fallito" che denotano solo l'incapacità di educare, comprendere e sostenere di chi le proferisce. Consideri piuttosto il comportamento di suo fratello; il che lui provi a difenderla dimostra che, agli occhi di chi le vuole bene davvero, la narrazione di suo padre appare sbagliata.
Tenga poi a mente che, quando siamo assaliti dall'ansia, ci sentiamo paralizzati, perché pensiamo di dovere gestire tutto subito e ciò ci appare, evidentemente, impossibile e frustrante. Cerchi invece di procedere a piccoli passi e di partire dalla cosa più importante: la cura di sé: l'università e il lavoro sono importanti, ma la sua salute mentale lo è di più. Se la mente è in fiamme, non può studiare né lavorare bene.
Con i miei migliori saluti,
Filippo Guizzardi
Tenga poi a mente che, quando siamo assaliti dall'ansia, ci sentiamo paralizzati, perché pensiamo di dovere gestire tutto subito e ciò ci appare, evidentemente, impossibile e frustrante. Cerchi invece di procedere a piccoli passi e di partire dalla cosa più importante: la cura di sé: l'università e il lavoro sono importanti, ma la sua salute mentale lo è di più. Se la mente è in fiamme, non può studiare né lavorare bene.
Con i miei migliori saluti,
Filippo Guizzardi
Gentilissima, grazie per aver condiviso la sua preoccupazione.
Posso immaginare la stanchezza che sta provando in questo momento e quanto si possa sentire esausta. Quello che descrive sembra essere un periodo caratterizzato da molteplici difficoltà che sembrano incastrarsi l'una con l'altra senza darle margine di respiro.
Non è inusuale andare fuoricorso all'università o non riuscire a trovare lavoro, questo non fa di lei un fallimento. Il confronto continuo e il silenzio punitivo possono far interiorizzare uno sguardo critico che poi continua ad agire anche dentro di sé.
I lutti e l’ansia che porta sembrano aggiungere ulteriore peso, rendendo più difficile trovare appoggi interni ed esterni.
Si conceda la possibilità di iniziare un percorso terapeutico che la aiuti ad affrontare questo periodo, a capire meglio come relazionarsi alle problematiche che deve affrontare e soprattutto a ritrovare la serenità che merita.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Posso immaginare la stanchezza che sta provando in questo momento e quanto si possa sentire esausta. Quello che descrive sembra essere un periodo caratterizzato da molteplici difficoltà che sembrano incastrarsi l'una con l'altra senza darle margine di respiro.
Non è inusuale andare fuoricorso all'università o non riuscire a trovare lavoro, questo non fa di lei un fallimento. Il confronto continuo e il silenzio punitivo possono far interiorizzare uno sguardo critico che poi continua ad agire anche dentro di sé.
I lutti e l’ansia che porta sembrano aggiungere ulteriore peso, rendendo più difficile trovare appoggi interni ed esterni.
Si conceda la possibilità di iniziare un percorso terapeutico che la aiuti ad affrontare questo periodo, a capire meglio come relazionarsi alle problematiche che deve affrontare e soprattutto a ritrovare la serenità che merita.
Le auguro il meglio,
Dott. Daniele Migliore
Buonasera, le sue parole trasmettono tutta la sofferenza ed il peso della situazione che sta vivendo. La sensazione è che in questo momento si stia trovando ad affrontare molte cose insieme; sentirsi intrappolati in un'immagine di sè che non le appartiene, le perdite che ha subito. L'ansia e attacchi di panico sono segnali importanti che il suo corpo le sta mandando, in questo momento il sovraccarico emotivo è molto alto. Non deve affrontare tutto questo da sola, in un percorso potrebbe darsi la possibilità di ricevere aiuto e elaborare questo momento delicato di sofferenza che sta vivendo. Sono a disposizione anche online, un caro saluto
Buonasera,
da quello che racconta emerge un carico emotivo molto intenso, fatto di più elementi che si sommano: difficoltà familiari, senso di giudizio e svalutazione, lutti ravvicinati, incertezza sul futuro e sintomi di ansia. È comprensibile che si senta così stanca, confusa e svuotata.
Le parole che riporta da parte di suo padre sono molto pesanti e possono incidere profondamente sull’autostima, soprattutto quando si ripetono nel tempo. Sentirsi giudicati, confrontati e non riconosciuti all’interno della propria famiglia può portare proprio a quel vissuto di “non essere abbastanza” che descrive. Questo però non definisce il suo valore come persona, ma racconta piuttosto una dinamica relazionale difficile.Anche i lutti che ha vissuto possono aver contribuito a farle chiudere gli spazi emotivi e ad aumentare ansia e senso di vuoto: sono esperienze che richiedono tempo e uno spazio adeguato per essere elaborate.
Il fatto che riferisca ansia e panico costanti, insieme a una sensazione di impotenza e inutilità, è un segnale importante: non è qualcosa che deve affrontare da sola. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a:
-dare un senso a ciò che sta vivendo;
-elaborare le perdite subite;
-lavorare sull’autostima e sul senso di sé;
-trovare strumenti concreti per gestire ansia e pensieri negativi.
Nel frattempo, può essere utile iniziare a fare piccoli passi di tutela verso se stessa, ad esempio cercando momenti e spazi (anche brevi) in cui allontanarsi da contesti familiari che la fanno stare male, o mantenere il contatto con persone che le danno un minimo di sostegno, come suo fratello.
Il fatto che stia chiedendo aiuto è già un segnale importante: indica che, nonostante la fatica, c’è una parte di lei che vuole stare meglio e trovare una strada.
Se sente che un confronto professionale potrebbe aiutarla, può considerare un percorso di supporto psicologico. Io svolgo colloqui esclusivamente online e avrò disponibilità dal 25 maggio. Controlli la mia agenda, se interessata, da quella data.
Un caro saluto
da quello che racconta emerge un carico emotivo molto intenso, fatto di più elementi che si sommano: difficoltà familiari, senso di giudizio e svalutazione, lutti ravvicinati, incertezza sul futuro e sintomi di ansia. È comprensibile che si senta così stanca, confusa e svuotata.
Le parole che riporta da parte di suo padre sono molto pesanti e possono incidere profondamente sull’autostima, soprattutto quando si ripetono nel tempo. Sentirsi giudicati, confrontati e non riconosciuti all’interno della propria famiglia può portare proprio a quel vissuto di “non essere abbastanza” che descrive. Questo però non definisce il suo valore come persona, ma racconta piuttosto una dinamica relazionale difficile.Anche i lutti che ha vissuto possono aver contribuito a farle chiudere gli spazi emotivi e ad aumentare ansia e senso di vuoto: sono esperienze che richiedono tempo e uno spazio adeguato per essere elaborate.
Il fatto che riferisca ansia e panico costanti, insieme a una sensazione di impotenza e inutilità, è un segnale importante: non è qualcosa che deve affrontare da sola. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a:
-dare un senso a ciò che sta vivendo;
-elaborare le perdite subite;
-lavorare sull’autostima e sul senso di sé;
-trovare strumenti concreti per gestire ansia e pensieri negativi.
Nel frattempo, può essere utile iniziare a fare piccoli passi di tutela verso se stessa, ad esempio cercando momenti e spazi (anche brevi) in cui allontanarsi da contesti familiari che la fanno stare male, o mantenere il contatto con persone che le danno un minimo di sostegno, come suo fratello.
Il fatto che stia chiedendo aiuto è già un segnale importante: indica che, nonostante la fatica, c’è una parte di lei che vuole stare meglio e trovare una strada.
Se sente che un confronto professionale potrebbe aiutarla, può considerare un percorso di supporto psicologico. Io svolgo colloqui esclusivamente online e avrò disponibilità dal 25 maggio. Controlli la mia agenda, se interessata, da quella data.
Un caro saluto
Buongiorno, da quello che scrive sembra che non ci sia un solo problema, ma più pesi che si sono sovrapposti: università, lavoro, lutti, ansia, panico e un clima familiare in cui lei si sente continuamente giudicata e confrontata.
Quando una persona si sente chiamare “fallimento”, soprattutto da un genitore, non riceve solo una critica: rischia di iniziare a guardarsi con quegli stessi occhi. E più prova a dimostrare di valere, più ogni difficoltà nello studio, nel lavoro o nella vita quotidiana diventa una nuova prova contro di sé. Questo può creare un blocco molto doloroso: mi sento sbagliata, mi paralizzo, non riesco ad agire, e poi il blocco sembra confermare che sono sbagliata.
Il silenzio punitivo di suo padre, poi, non aiuta a chiarire: spesso aumenta ansia, colpa e senso di esclusione. Ma il punto centrale, adesso, non è convincere suo padre a vederla diversamente. Il primo passo è smettere, con aiuto, di usare il suo giudizio come misura del suo valore.
Le frasi “mi sento inutile” e “non so come andare avanti” meritano attenzione. Non vanno lasciate sole. Se dovessero comparire pensieri di farsi del male, o la sensazione di non riuscire a proteggersi, è importante chiedere aiuto subito: una persona vicina, il medico, il pronto soccorso o il 112.
Le consiglierei di rivolgersi a uno psicologo o a un servizio di salute mentale, non perché lei sia “sbagliata”, ma perché è rimasta troppo a lungo dentro un sistema che la fa sentire tale. Un piccolo primo passo potrebbe essere questo: non cercare oggi di risolvere tutta la sua vita, ma scegliere una sola azione concreta fuori dal giudizio familiare, anche minima, e farla come atto di presenza verso sé stessa.
Da questa situazione non si esce dimostrando di non essere un fallimento. Si esce iniziando a costruire uno spazio in cui quella parola non abbia più il potere di definirla. Se sente che questo nodo è troppo pesante da affrontare da sola, può continuare a parlarne o chiedere un confronto dedicato.
Un caro saluto.
Quando una persona si sente chiamare “fallimento”, soprattutto da un genitore, non riceve solo una critica: rischia di iniziare a guardarsi con quegli stessi occhi. E più prova a dimostrare di valere, più ogni difficoltà nello studio, nel lavoro o nella vita quotidiana diventa una nuova prova contro di sé. Questo può creare un blocco molto doloroso: mi sento sbagliata, mi paralizzo, non riesco ad agire, e poi il blocco sembra confermare che sono sbagliata.
Il silenzio punitivo di suo padre, poi, non aiuta a chiarire: spesso aumenta ansia, colpa e senso di esclusione. Ma il punto centrale, adesso, non è convincere suo padre a vederla diversamente. Il primo passo è smettere, con aiuto, di usare il suo giudizio come misura del suo valore.
Le frasi “mi sento inutile” e “non so come andare avanti” meritano attenzione. Non vanno lasciate sole. Se dovessero comparire pensieri di farsi del male, o la sensazione di non riuscire a proteggersi, è importante chiedere aiuto subito: una persona vicina, il medico, il pronto soccorso o il 112.
Le consiglierei di rivolgersi a uno psicologo o a un servizio di salute mentale, non perché lei sia “sbagliata”, ma perché è rimasta troppo a lungo dentro un sistema che la fa sentire tale. Un piccolo primo passo potrebbe essere questo: non cercare oggi di risolvere tutta la sua vita, ma scegliere una sola azione concreta fuori dal giudizio familiare, anche minima, e farla come atto di presenza verso sé stessa.
Da questa situazione non si esce dimostrando di non essere un fallimento. Si esce iniziando a costruire uno spazio in cui quella parola non abbia più il potere di definirla. Se sente che questo nodo è troppo pesante da affrontare da sola, può continuare a parlarne o chiedere un confronto dedicato.
Un caro saluto.
Quello che descrivi restituisce l’idea di un momento molto complesso, in cui si stanno intrecciando diverse fatiche: le difficoltà legate all’università e alla ricerca di lavoro, le tensioni in famiglia e i lutti ravvicinati che hai vissuto. È comprensibile che tu possa sentirti emotivamente e mentalmente esausta.
Il rapporto con tuo padre, per come lo racconti, sembra essere fonte di forte sofferenza, soprattutto per i giudizi, i paragoni e le modalità comunicative che descrivi, come il silenzio. Situazioni di questo tipo possono incidere profondamente sul modo in cui ci si percepisce e sul senso di valore personale.
Anche l’ansia, il panico e quella sensazione di vuoto e impotenza che riporti possono essere il segnale di un sovraccarico emotivo importante. Quando tante difficoltà si presentano insieme, può diventare davvero difficile riuscire a gestirle da soli.
In questo momento potrebbe essere molto utile non restare sola con tutto questo. Un percorso psicologico può offrirti uno spazio in cui comprendere meglio ciò che stai vivendo, lavorare sull’ansia e trovare modalità più sostenibili per affrontare sia il contesto familiare sia questo periodo della tua vita.
Non è necessario avere subito tutte le risposte: a volte il primo passo è proprio fermarsi e iniziare a dare un senso a ciò che si prova, con il supporto adeguato.
Un caro saluto
Il rapporto con tuo padre, per come lo racconti, sembra essere fonte di forte sofferenza, soprattutto per i giudizi, i paragoni e le modalità comunicative che descrivi, come il silenzio. Situazioni di questo tipo possono incidere profondamente sul modo in cui ci si percepisce e sul senso di valore personale.
Anche l’ansia, il panico e quella sensazione di vuoto e impotenza che riporti possono essere il segnale di un sovraccarico emotivo importante. Quando tante difficoltà si presentano insieme, può diventare davvero difficile riuscire a gestirle da soli.
In questo momento potrebbe essere molto utile non restare sola con tutto questo. Un percorso psicologico può offrirti uno spazio in cui comprendere meglio ciò che stai vivendo, lavorare sull’ansia e trovare modalità più sostenibili per affrontare sia il contesto familiare sia questo periodo della tua vita.
Non è necessario avere subito tutte le risposte: a volte il primo passo è proprio fermarsi e iniziare a dare un senso a ciò che si prova, con il supporto adeguato.
Un caro saluto
Gentile utente,mi dispiace molto per la sofferenza che sta vivendo. Dalle sue parole emerge un momento particolarmente faticoso, in cui si stanno intrecciando più aspetti delicati: le difficoltà nel rapporto con suo padre, i vissuti di giudizio e svalutazione, il confronto con suo fratello, l’incertezza rispetto al percorso universitario e lavorativo, oltre ai lutti recenti che possono aver accentuato il senso di chiusura e di vuoto.
Le frasi che ha ricevuto sono molto dure e possono ferire profondamente, soprattutto quando arrivano da una figura significativa. È comprensibile che questo abbia inciso sul modo in cui oggi percepisce se stessa, alimentando sentimenti di inadeguatezza, impotenza e smarrimento. Anche il silenzio punitivo può essere vissuto come molto doloroso e destabilizzante.
L’ansia, il panico e il senso di vuoto che descrive non sono segnali di debolezza, ma espressione di un carico emotivo importante che merita ascolto e cura.
In una situazione come questa, un percorso psicologico può offrirle uno spazio sicuro in cui dare senso a ciò che sta vivendo, elaborare i lutti, lavorare sui pensieri di autosvalutazione e costruire gradualmente un senso di sé più stabile e autentico.
Non è sola in quello che prova e, anche se ora può sembrare difficile, è possibile trovare un modo per stare meglio.
Un caro saluto
Le frasi che ha ricevuto sono molto dure e possono ferire profondamente, soprattutto quando arrivano da una figura significativa. È comprensibile che questo abbia inciso sul modo in cui oggi percepisce se stessa, alimentando sentimenti di inadeguatezza, impotenza e smarrimento. Anche il silenzio punitivo può essere vissuto come molto doloroso e destabilizzante.
L’ansia, il panico e il senso di vuoto che descrive non sono segnali di debolezza, ma espressione di un carico emotivo importante che merita ascolto e cura.
In una situazione come questa, un percorso psicologico può offrirle uno spazio sicuro in cui dare senso a ciò che sta vivendo, elaborare i lutti, lavorare sui pensieri di autosvalutazione e costruire gradualmente un senso di sé più stabile e autentico.
Non è sola in quello che prova e, anche se ora può sembrare difficile, è possibile trovare un modo per stare meglio.
Un caro saluto
Quello che descrivi è molto pesante, e ha senso che tu ti senta così. Non c’è nulla di “strano” o sproporzionato nella tua reazione: stai affrontando contemporaneamente più fonti di stress emotivo molto forti — conflitto familiare, lutti, difficoltà universitarie e lavorative — e il tuo sistema psicologico sta cercando di reggere tutto questo carico.
Parto da una cosa importante: le parole che tuo padre ti ha detto (“fallimento”, “ho fallito con te”) non sono una descrizione oggettiva di chi sei, ma espressioni di un suo modo di gestire frustrazione, aspettative o forse anche limiti personali. Sono parole che feriscono profondamente perché toccano bisogni centrali: sentirsi visti, riconosciuti, accettati. Il fatto che tu ne sia rimasta destabilizzata è assolutamente comprensibile.
Il senso di essere “la pecora nera” e il confronto con tuo fratello possono costruire nel tempo una narrativa interna molto dura: “non sono abbastanza”, “non valgo”. Queste non sono verità, ma convinzioni che si formano dentro relazioni ripetute. E quando diventano interne, continuano a far male anche quando nessuno le sta dicendo in quel momento.
Il silenzio punitivo che descrivi è una forma di comunicazione molto pesante dal punto di vista emotivo: crea distanza, senso di colpa, impotenza. Non è un tuo fallimento se non riesci a “risolverlo”.
In parallelo, hai vissuto lutti ravvicinati. Il lutto, soprattutto quando è multiplo o non elaborato, può portare proprio a quello che descrivi: chiusura, senso di vuoto, perdita di senso, ansia. È come se una parte di te fosse ancora lì, a cercare di processare quello che è successo, mentre la vita intorno continua a chiederti di funzionare.
L’ansia e il panico costante che senti non sono debolezza: sono segnali di un sistema nervoso sovraccarico. Quando si accumulano troppe tensioni emotive, il corpo inizia a “parlare” così.
Quello che emerge da tutto ciò è una sensazione di impotenza e inutilità. E qui voglio essere molto chiara con te: sentirti così non significa che tu sia inutile, significa che in questo momento sei esausta e senza risorse sufficienti per reggere tutto.Non sei “indietro”, non sei “sbagliata”. Sei una persona che sta attraversando un momento molto complesso senza avere il sostegno di cui avrebbe bisogno. E questo cambia completamente la lettura di quello che stai vivendo. Un supporto psicologico può aiutarti. Resto a tua disposizione. Cordiali Saluti
Parto da una cosa importante: le parole che tuo padre ti ha detto (“fallimento”, “ho fallito con te”) non sono una descrizione oggettiva di chi sei, ma espressioni di un suo modo di gestire frustrazione, aspettative o forse anche limiti personali. Sono parole che feriscono profondamente perché toccano bisogni centrali: sentirsi visti, riconosciuti, accettati. Il fatto che tu ne sia rimasta destabilizzata è assolutamente comprensibile.
Il senso di essere “la pecora nera” e il confronto con tuo fratello possono costruire nel tempo una narrativa interna molto dura: “non sono abbastanza”, “non valgo”. Queste non sono verità, ma convinzioni che si formano dentro relazioni ripetute. E quando diventano interne, continuano a far male anche quando nessuno le sta dicendo in quel momento.
Il silenzio punitivo che descrivi è una forma di comunicazione molto pesante dal punto di vista emotivo: crea distanza, senso di colpa, impotenza. Non è un tuo fallimento se non riesci a “risolverlo”.
In parallelo, hai vissuto lutti ravvicinati. Il lutto, soprattutto quando è multiplo o non elaborato, può portare proprio a quello che descrivi: chiusura, senso di vuoto, perdita di senso, ansia. È come se una parte di te fosse ancora lì, a cercare di processare quello che è successo, mentre la vita intorno continua a chiederti di funzionare.
L’ansia e il panico costante che senti non sono debolezza: sono segnali di un sistema nervoso sovraccarico. Quando si accumulano troppe tensioni emotive, il corpo inizia a “parlare” così.
Quello che emerge da tutto ciò è una sensazione di impotenza e inutilità. E qui voglio essere molto chiara con te: sentirti così non significa che tu sia inutile, significa che in questo momento sei esausta e senza risorse sufficienti per reggere tutto.Non sei “indietro”, non sei “sbagliata”. Sei una persona che sta attraversando un momento molto complesso senza avere il sostegno di cui avrebbe bisogno. E questo cambia completamente la lettura di quello che stai vivendo. Un supporto psicologico può aiutarti. Resto a tua disposizione. Cordiali Saluti
Buonasera, quello che sta vivendo è molto pesante e complesso, e il senso di stanchezza emotiva che descrive è comprensibile se si considera quante aree della sua vita stanno facendo pressione contemporaneamente. Le difficoltà in famiglia, il rapporto con suo padre, il senso di giudizio costante, le perdite che ha affrontato, l’incertezza sul futuro e il tema dell’università e del lavoro si stanno sommando e stanno creando un carico che può far sentire davvero svuotati e senza direzione. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è importante osservare come tutte queste esperienze stiano influenzando il modo in cui lei guarda a se stessa. Le parole che ha ricevuto, soprattutto quando arrivano da una figura significativa come un genitore, tendono a lasciare un’impronta profonda. Non restano solo come ricordi, ma possono trasformarsi in pensieri ricorrenti su di sé, come sentirsi un fallimento, non all’altezza, la pecora nera. Questi pensieri, quando si attivano, non sono semplicemente idee, ma diventano lenti attraverso cui lei interpreta la realtà e il suo valore personale. Quando la mente si abitua a guardarsi in questo modo, anche le difficoltà oggettive, come essere fuori corso o non trovare lavoro, vengono lette come conferme di quel giudizio interno, e questo aumenta il senso di impotenza. È un circolo che si autoalimenta, perché più ci si sente bloccati e svuotati, più diventa difficile trovare energie per muoversi, e questo a sua volta rinforza l’idea di non farcela. In parallelo, i lutti che ha vissuto possono aver inciso molto sul suo equilibrio emotivo. Quando si attraversano perdite ravvicinate, è frequente che una parte di sé si chiuda per proteggersi dal dolore, ma questa chiusura può portare anche a sentirsi distanti da tutto, come se mancasse qualcosa dentro. Il vuoto che descrive spesso ha proprio questa funzione, è come uno spazio che si crea quando le emozioni sono troppo intense o difficili da gestire. Anche il rapporto con suo padre sembra giocare un ruolo importante nel mantenere questo stato. Il giudizio continuo e il silenzio punitivo possono far sentire non visti e non riconosciuti, e questo può aumentare il bisogno di approvazione ma allo stesso tempo anche la paura del confronto. In queste dinamiche è facile sentirsi intrappolati, perché qualsiasi movimento sembra non portare a un cambiamento. Il fatto che lei senta ansia e panico costante è coerente con questo quadro. Quando la mente è sovraccarica e tende a interpretare la realtà in modo negativo e minaccioso, anche il corpo entra in uno stato di allerta continuo. Non è un segnale di debolezza, ma una risposta a una situazione percepita come molto difficile da sostenere. All’interno di questo scenario, un aspetto importante è iniziare a distinguere tra ciò che le è stato detto e ciò che realmente la definisce. Le parole ricevute hanno un peso, ma non sono una fotografia oggettiva di chi è lei. Lavorare su questo punto può aiutare a costruire una visione di sé più equilibrata e meno influenzata dal giudizio esterno. Un percorso psicologico può essere molto utile proprio per questo, per comprendere come si sono costruiti questi schemi di pensiero, come si attivano nelle situazioni quotidiane e come è possibile modificarli nel tempo. Non si tratta solo di stare meglio nell’immediato, ma di acquisire strumenti per uscire da questo senso di blocco e iniziare a muoversi in modo più libero, anche rispetto alle scelte future. Il fatto che lei stia esprimendo così chiaramente il suo malessere è già un passo significativo. Anche se ora si sente impotente, questo non significa che lo sia davvero. Spesso, quando si è immersi in un periodo così difficile, la percezione di sé e delle proprie possibilità è molto più ristretta di quanto non sia nella realtà. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Quello che descrive, il senso di non essere mai abbastanza, i paragoni continui, le parole pesanti del padre e le difficoltà nell'università e nel lavoro, ha un impatto profondo sull'autostima e sul senso di sé.
In ottica cognitivo-comportamentale, crescere in un ambiente critico e invalidante può favorire la formazione di schemi cognitivi negativi su sé stessi, come "sono un fallimento" o "non sono all'altezza", che si attivano automaticamente nelle situazioni difficili e alimentano ansia, panico e blocco. Il silenzio punitivo del padre è una forma di comunicazione disfunzionale che amplifica ulteriormente queste credenze negative.
L'ansia e le crisi di panico che descrive sono segnali che la mente e il corpo portano un peso molto grande. Un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale può aiutarla a riconoscere questi schemi, mettere in discussione le credenze apprese sull'inadeguatezza, e sviluppare strategie concrete per gestire l'ansia e riprendere fiducia nelle sue capacità.
La situazione è difficile, ma non immutabile.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
In ottica cognitivo-comportamentale, crescere in un ambiente critico e invalidante può favorire la formazione di schemi cognitivi negativi su sé stessi, come "sono un fallimento" o "non sono all'altezza", che si attivano automaticamente nelle situazioni difficili e alimentano ansia, panico e blocco. Il silenzio punitivo del padre è una forma di comunicazione disfunzionale che amplifica ulteriormente queste credenze negative.
L'ansia e le crisi di panico che descrive sono segnali che la mente e il corpo portano un peso molto grande. Un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale può aiutarla a riconoscere questi schemi, mettere in discussione le credenze apprese sull'inadeguatezza, e sviluppare strategie concrete per gestire l'ansia e riprendere fiducia nelle sue capacità.
La situazione è difficile, ma non immutabile.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Salve,
da quello che racconta sembra che lei stia portando sulle spalle un carico emotivo molto pesante da tanto tempo. I lutti, la tensione continua in famiglia, il sentirsi giudicata e svalutata proprio dalle persone da cui si vorrebbe sentirsi accolta possono logorare profondamente l’autostima e il senso di valore personale.
Mi colpisce soprattutto quanto lei sembri aver interiorizzato certe parole e certi confronti. Sentirsi dire di essere “un fallimento”, specialmente da un genitore, può lasciare ferite molto profonde, fino a far percepire sé stessi solo attraverso quello sguardo critico e deludente. Ma il fatto che oggi lei si senta bloccata o fragile non definisce il suo valore come persona.
Anche il silenzio punitivo che descrive può essere molto doloroso, perché spesso porta a sentirsi continuamente in colpa o “sbagliati”, come se si dovesse sempre riconquistare l’affetto o l’approvazione dell’altro.
In tutto questo, l’ansia, il panico e quel senso di vuoto che descrive non sembrano arrivare “dal nulla”, ma come conseguenza di tante fatiche emotive accumulate e probabilmente mai davvero elaborate.
Credo che in questo momento sia importante che lei non resti sola dentro tutto questo malessere. Il fatto stesso che stia cercando di dare un nome a ciò che sente e di chiedere aiuto è già un movimento importante, anche se oggi forse non riesce ancora a percepirlo.
Se dovesse sentire il bisogno di approfondire questi aspetti e avere uno spazio protetto in cui comprendere meglio il suo vissuto emotivo, resto a disposizione.
da quello che racconta sembra che lei stia portando sulle spalle un carico emotivo molto pesante da tanto tempo. I lutti, la tensione continua in famiglia, il sentirsi giudicata e svalutata proprio dalle persone da cui si vorrebbe sentirsi accolta possono logorare profondamente l’autostima e il senso di valore personale.
Mi colpisce soprattutto quanto lei sembri aver interiorizzato certe parole e certi confronti. Sentirsi dire di essere “un fallimento”, specialmente da un genitore, può lasciare ferite molto profonde, fino a far percepire sé stessi solo attraverso quello sguardo critico e deludente. Ma il fatto che oggi lei si senta bloccata o fragile non definisce il suo valore come persona.
Anche il silenzio punitivo che descrive può essere molto doloroso, perché spesso porta a sentirsi continuamente in colpa o “sbagliati”, come se si dovesse sempre riconquistare l’affetto o l’approvazione dell’altro.
In tutto questo, l’ansia, il panico e quel senso di vuoto che descrive non sembrano arrivare “dal nulla”, ma come conseguenza di tante fatiche emotive accumulate e probabilmente mai davvero elaborate.
Credo che in questo momento sia importante che lei non resti sola dentro tutto questo malessere. Il fatto stesso che stia cercando di dare un nome a ciò che sente e di chiedere aiuto è già un movimento importante, anche se oggi forse non riesce ancora a percepirlo.
Se dovesse sentire il bisogno di approfondire questi aspetti e avere uno spazio protetto in cui comprendere meglio il suo vissuto emotivo, resto a disposizione.
Quello che racconti restituisce un livello di fatica molto alto, legato sia a ciò che stai vivendo oggi sia a quello che hai attraversato negli ultimi tempi.
Le parole di tuo padre, i paragoni e il silenzio punitivo sono aspetti che possono incidere profondamente sul modo in cui ti percepisci, soprattutto se presenti da tempo. È comprensibile che in un contesto così tu possa sentirti “non abbastanza” o fuori posto, ma questo non definisce il tuo valore, quanto piuttosto una dinamica familiare che ti sta facendo soffrire. A questo si aggiungono i lutti ravvicinati, l’ansia e la difficoltà nel trovare una direzione sul piano universitario e lavorativo: quando più elementi si sovrappongono, è facile arrivare a sentirsi svuotati, bloccati e senza risorse. Il senso di vuoto e di impotenza che descrivi è spesso una conseguenza di questo "accumulo", più che un segnale di “inutilità”.
In una fase così, può essere importante non affrontare tutto da sola. Un percorso psicologico può offrirti uno spazio per elaborare ciò che stai vivendo, comprendere meglio le dinamiche che ti fanno stare così e ritrovare, passo dopo passo, un senso di stabilità.
Se senti che potrebbe esserti utile, puoi valutare di prenotare un colloquio: un primo incontro può aiutarti a mettere un po’ di ordine e a individuare da dove iniziare.
Le parole di tuo padre, i paragoni e il silenzio punitivo sono aspetti che possono incidere profondamente sul modo in cui ti percepisci, soprattutto se presenti da tempo. È comprensibile che in un contesto così tu possa sentirti “non abbastanza” o fuori posto, ma questo non definisce il tuo valore, quanto piuttosto una dinamica familiare che ti sta facendo soffrire. A questo si aggiungono i lutti ravvicinati, l’ansia e la difficoltà nel trovare una direzione sul piano universitario e lavorativo: quando più elementi si sovrappongono, è facile arrivare a sentirsi svuotati, bloccati e senza risorse. Il senso di vuoto e di impotenza che descrivi è spesso una conseguenza di questo "accumulo", più che un segnale di “inutilità”.
In una fase così, può essere importante non affrontare tutto da sola. Un percorso psicologico può offrirti uno spazio per elaborare ciò che stai vivendo, comprendere meglio le dinamiche che ti fanno stare così e ritrovare, passo dopo passo, un senso di stabilità.
Se senti che potrebbe esserti utile, puoi valutare di prenotare un colloquio: un primo incontro può aiutarti a mettere un po’ di ordine e a individuare da dove iniziare.
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