Buongiorno, sono una ragazza di 28 anni e mi ritrovo ad avere problemi in tutte le relazioni sentime
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Buongiorno, sono una ragazza di 28 anni e mi ritrovo ad avere problemi in tutte le relazioni sentimentali in cui mi trovo. Soffro di ansia sociale e non sono mai stata ricambiata dai ragazzi che mi piacevano, mentre ho sempre rifiutato chi ha tentato di approcciarsi a me per i motivi più vari (troppo bello/brutto/poco intelligente/troppo popolare). Ricordo che alle scuole medie per la prima volta un ragazzo che mi piaceva da tanto tempo mi scrisse il classico bigliettino: "Ti vuoi mettere con me?" e io ero super felice ma allo stesso tempo terrorizzata, dopo qualche giorno risposi che non lo sapevo e lui mi disse che quel biglietto era uno scherzo, era solo una scommessa con un suo amico. I primi anni delle superiori mi contattò un ragazzo della mia stessa scuola, abbiamo parlato per un po' e io mi sono affezionata molto, quando mi ha chiesto di uscire ho provato uno stato di forte ansia anticipatoria e le prime volte che ci vedevamo non riuscivo neanche a parlare per la forte ansia che provavo. Siamo usciti tante volte e io ero molto affezionata, ci abbracciavamo spesso ma ero frenata dal fatto che non fosse abbastanza carino e mi vergognavo anche un po' a stare insieme a lui, invece guardando le foto dei suoi amici ho avuto un amore platonico durato diversi anni per uno di loro, con cui non sono mai riuscita a parlare. Successivamente verso i 16 anni mi chiede di uscire uno dei ragazzi più belli della scuola, io ovviamente ero terrorizzata ma le mie amiche hanno insistito affinché ci uscissi, così ho accettato, abbiamo passato una serata insieme nella sua macchina, lui mi ha portato in un posto isolato, ho dato il mio primo bacio, lui voleva avere un rapporto ed era molto insistente ma io rifiutavo perché sarebbe stata la prima mia volta e non volevo che avvenisse in quel modo. Nonostante questo lui mi toccava anche se cercavo di allontanarlo, una volta tornata a casa lui è sparito, io ovviamente chiedevo spiegazioni e lui ha iniziato ad insultarmi per il fatto che si era sentito rifiutato e che lo avevo respinto. Sono stata malissimo per un lungo periodo dopo questo evento, credo di aver sperimentato per la prima volta depressione e pensieri suicida. Ho contattato uno psicologo e uno psichiatra che mi hanno prescritto la paroxetina. Dopo questo evento ho approcciato fisicamente con vari ragazzi solo quando a qualche festa ero ubriaca, dopo non li cercavo più o li allontanavano perché non riuscivo a gestire la situazione e sapevo che ragazzi erano e che mi avrebbero fatto soffrire. A 18 anni sono stata fidanzata per la prima volta per due anni con un ragazzo conosciuto tramite amici in comune, lui ha tentato l' approccio ma all'inizio lo rifiutavo perché non mi piaceva per niente fisicamente (quando lo vedevo anni prima pensavo che fosse veramente brutto) ma era un bravissimo ragazzo, molto dolce e presente, le mie amiche insistevano affinché ci mettessimo insieme e alla fine ho iniziato a provare attrazione nei suoi confronti. Ma ricordo che la prima volta che ci siamo baciati provavo repulsione, mi vergognavo di farmi vedere in giro con lui. Ho saputo che una mia compagna di classe aveva commentato "Io con uno così brutto non riuscirei neanche a parlarci", questo mi ha ferito molto. Non sono mai riuscita ad avere un rapporto completo con lui perché avevo troppa vergogna e paura dell' intimità. Alla fine nonostante gli volessi molto bene l'ho lasciato perché avevo troppi pensieri intrusivi sul suo aspetto fisico, sul fatto che a volte provavo attrazione ma molto più spesso repulsione nei suoi confronti nonostante una forte connessione emotiva. Sono stata sola per due anni dopo questa relazione, non provando attrazione e interesse verso nessuno, fino a quando a 22 anni ho iniziato a lavorare ed ho conosciuto un mio collega di 10 anni più grande che all'epoca era fidanzato. Ho provato attrazione verso questo ragazzo e per la prima volta ho fatto io il primo passo nei confronti di qualcuno, gli scrivevo per delle scuse di lavoro, poi abbiamo iniziato a parlare di interessi in comune come la musica. Ero terrorizzata di finire come nella precedente relazione ma mi ripetevo che mi piaceva ed era carino. Così ci siamo dichiarati e la prima serata passata insieme ho provato una forte chimica nei suoi confronti, abbiamo parlato fino alle 4 di mattina, lui ha trovato il coraggio di lasciare la sua fidanzata e abbiamo iniziato a frequentarci. Il secondo giorno che ci siamo visti però già sono iniziati i pensieri intrusivi nei suoi confronti, non mi piaceva il modo in cui si vestiva, non mi piaceva il suo viso senza barba e provavo repulsione e desiderio di fuggire. Ma mi ripetevo "Prova ad andare avanti, non devi mica starci per sempre". Con lui ho avuto le prime vere esperienze intime. Così questa relazione va avanti da 5 anni dove ci sono momenti in cui penso sia l' uomo più bello del mondo e altri in cui provo repulsione per il suo aspetto e vorrei fuggire (quando provo repulsione mi vergogno anche di farmi vedere in sua compagnia dalle persone che conosco, quando lo vedo bello invece vorrei che tutti ci vedessero insieme). La situazione è peggiorata quando all' inizio di quest' anno ho interrotto la paroxetina. Le ansie nei suoi confronti si sono estese oltre all'aspetto fisico, a volte non mi piace il suo odore, ho ossessioni sul suo livello di pulizia personale e sul livello di pulizia della sua casa, ho paura che sia una persona sporca e il pensiero di stare con una persona poco pulita mi terrorizza, appena sento un cattivo odore provenire dal suo corpo provo repulsione e vorrei scappare. Anche a livello caratteriale, quando fa un pensieri che non condivido inizio a pensare che è una persona stupida e superficiale e che non posso stare con una persona così. Ultimamente ogni suo gesto e comportamento o modo di apparire mi crea ansia e rabbia. Sono devastata, vorrei scappare ma quando lo faccio sto con la speranza che lui mi cerchi, ho il terrore di lasciarlo perché fondamentalmente da quando stiamo insieme la mia vita e il mio umore erano migliorati, questa relazione mi ha aiutato a staccarmi dalla mia famiglia di origine disfunzionale, con una madre iper ansiosa e iper controllante e un padre infantile e assente. Ho appena iniziato un nuovo percorso di psicoterapia e sono terrorizzata dal fatto di dover scoprire che il mio ragazzo non è la persona adatta a me e che tutti questi pensieri siano la manifestazione che non l'ho mai amato veramente o che l'amore è finito. Scusate per la lunghezza.
Quello che descrivi non parla di “assenza di amore”, ma di un meccanismo che si attiva nelle relazioni intime
Quando il legame diventa reale, arrivano ansia, pensieri intrusivi e bisogno di allontanarti
Non è una scelta lucida, è qualcosa che ti protegge da paura, vergogna e vulnerabilità che porti da tempo
Le esperienze che hai vissuto hanno lasciato un segno, soprattutto sul tema del rifiuto e dell’intimità
Il fatto che i pensieri siano aumentati dopo aver sospeso la terapia farmacologica è un dato importante, non casuale
Attenzione a questo punto: stai cercando una risposta definitiva “lo amo o no”, ma questa domanda alimenta il loop ossessivo e ti blocca ancora di più
Qui il lavoro non è decidere subito la relazione, ma capire cosa succede dentro di te quando ti avvicini davvero a qualcuno
Il fatto che tu abbia iniziato un percorso è molto positivo
È proprio in uno spazio così che si può lavorare su ansia, pensieri intrusivi e modelli relazionali senza dover scappare o forzarti a scegliere subito
Non sei “sbagliata”, ma hai bisogno di comprendere e trasformare questi meccanismi per vivere relazioni più serene e stabili
Quando il legame diventa reale, arrivano ansia, pensieri intrusivi e bisogno di allontanarti
Non è una scelta lucida, è qualcosa che ti protegge da paura, vergogna e vulnerabilità che porti da tempo
Le esperienze che hai vissuto hanno lasciato un segno, soprattutto sul tema del rifiuto e dell’intimità
Il fatto che i pensieri siano aumentati dopo aver sospeso la terapia farmacologica è un dato importante, non casuale
Attenzione a questo punto: stai cercando una risposta definitiva “lo amo o no”, ma questa domanda alimenta il loop ossessivo e ti blocca ancora di più
Qui il lavoro non è decidere subito la relazione, ma capire cosa succede dentro di te quando ti avvicini davvero a qualcuno
Il fatto che tu abbia iniziato un percorso è molto positivo
È proprio in uno spazio così che si può lavorare su ansia, pensieri intrusivi e modelli relazionali senza dover scappare o forzarti a scegliere subito
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Gentile utente,
nelle sue parole si sente una grande fatica, ma anche una profonda lucidità: è come se una parte di lei desiderasse avvicinarsi, mentre un’altra, spaventata, cercasse continuamente motivi per allontanarsi.
Il filo che attraversa la sua storia non sembra parlare tanto dei partner in sé, quanto di un modo di vivere la relazione: quando l’altro si avvicina davvero, emergono ansia, pensieri intrusivi, vergogna, fino a trasformare il legame in qualcosa di difficile da tollerare. I pensieri sull’aspetto fisico, sull’odore, sui dettagli del comportamento, così come l’alternanza tra idealizzazione e repulsione, ricordano dinamiche tipiche dell’ansia relazionale e, in alcuni casi, di funzionamenti ossessivi applicati alla relazione.
Non è raro che la mente, per proteggersi da una paura più profonda (intimità, rifiuto, esposizione), inizi a “cercare difetti” nell’altro, nel tentativo di creare distanza. Ma questa distanza, invece di proteggere, finisce per far soffrire.
Il fatto che la situazione si sia intensificata dopo la sospensione della terapia farmacologica è un elemento da considerare, da valutare eventualmente con uno specialista. Tuttavia, il punto centrale resta il lavoro psicologico che ha già iniziato.
La paura che esprime – “e se non l’ho mai amato davvero?” – è una paura molto comune quando l’ansia entra nelle relazioni: ma spesso non è una verità da scoprire, quanto un dubbio alimentato proprio dall’ansia stessa.
In questo momento, più che prendere decisioni definitive sulla relazione, può essere importante fermarsi e comprendere cosa accade dentro di lei quando si avvicina emotivamente a qualcuno. Un percorso di psicoterapia le permetterà di lavorare su questi meccanismi profondi, dando senso alla sua storia e alle sue reazioni, senza ridurle a un semplice “giusto o sbagliato” rispetto al partner.
Non è necessario avere subito risposte sull’amore: a volte è più utile imparare a stare dentro le proprie emozioni senza esserne travolti.
Quello che sta vivendo non è un vicolo cieco, ma un nodo da sciogliere con tempo e cura.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
nelle sue parole si sente una grande fatica, ma anche una profonda lucidità: è come se una parte di lei desiderasse avvicinarsi, mentre un’altra, spaventata, cercasse continuamente motivi per allontanarsi.
Il filo che attraversa la sua storia non sembra parlare tanto dei partner in sé, quanto di un modo di vivere la relazione: quando l’altro si avvicina davvero, emergono ansia, pensieri intrusivi, vergogna, fino a trasformare il legame in qualcosa di difficile da tollerare. I pensieri sull’aspetto fisico, sull’odore, sui dettagli del comportamento, così come l’alternanza tra idealizzazione e repulsione, ricordano dinamiche tipiche dell’ansia relazionale e, in alcuni casi, di funzionamenti ossessivi applicati alla relazione.
Non è raro che la mente, per proteggersi da una paura più profonda (intimità, rifiuto, esposizione), inizi a “cercare difetti” nell’altro, nel tentativo di creare distanza. Ma questa distanza, invece di proteggere, finisce per far soffrire.
Il fatto che la situazione si sia intensificata dopo la sospensione della terapia farmacologica è un elemento da considerare, da valutare eventualmente con uno specialista. Tuttavia, il punto centrale resta il lavoro psicologico che ha già iniziato.
La paura che esprime – “e se non l’ho mai amato davvero?” – è una paura molto comune quando l’ansia entra nelle relazioni: ma spesso non è una verità da scoprire, quanto un dubbio alimentato proprio dall’ansia stessa.
In questo momento, più che prendere decisioni definitive sulla relazione, può essere importante fermarsi e comprendere cosa accade dentro di lei quando si avvicina emotivamente a qualcuno. Un percorso di psicoterapia le permetterà di lavorare su questi meccanismi profondi, dando senso alla sua storia e alle sue reazioni, senza ridurle a un semplice “giusto o sbagliato” rispetto al partner.
Non è necessario avere subito risposte sull’amore: a volte è più utile imparare a stare dentro le proprie emozioni senza esserne travolti.
Quello che sta vivendo non è un vicolo cieco, ma un nodo da sciogliere con tempo e cura.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
Buongiorno, grazie per aver condiviso tutto questo con tanta onestà. Si sente quanta fatica stia portando.
Quello che descrive racconta una storia in cui la vicinanza emotiva e fisica è stata spesso associata a paura, imbarazzo o dolore. Un episodio in particolare, quello a 16 anni, ha lasciato tracce profonde ed è comprensibile che sia così. Quando la vicinanza viene vissuta per la prima volta in un contesto in cui non ci si sente rispettate, il corpo e la mente sviluppano dei modi per proteggersi. Modi che in quel momento erano necessari, e che hanno avuto un senso preciso.
Il punto è che questi stessi modi, i pensieri intrusivi sull'aspetto fisico, sull'odore, sul carattere, possono essere diventati nel tempo automatici, attivarsi cioè ogni volta che la vicinanza diventa troppo reale, indipendentemente dalla persona che si ha di fronte. Non perché il partner non vada bene, ma perché avvicinarsi davvero attiva qualcosa di molto antico.
Vale anche la pena non sottovalutare l'interruzione della paroxetina, che può aver tolto una copertura che teneva a bada alcune di queste attivazioni.
La domanda che la spaventa di più, "l'ho mai amato davvero?", è comprensibile. Ma forse prima di cercare una risposta lì, vale la pena chiedersi: cosa succede dentro di me quando qualcuno si avvicina troppo? Da dove arriva questa attivazione? Cosa ha imparato di sé nel tempo, e cosa sta ancora cercando di proteggerla?
Il percorso che ha iniziato può essere lo spazio giusto per esplorarlo, con i tempi che merita.
Un caro saluto,
Dott.ssa Stella Gelli
Quello che descrive racconta una storia in cui la vicinanza emotiva e fisica è stata spesso associata a paura, imbarazzo o dolore. Un episodio in particolare, quello a 16 anni, ha lasciato tracce profonde ed è comprensibile che sia così. Quando la vicinanza viene vissuta per la prima volta in un contesto in cui non ci si sente rispettate, il corpo e la mente sviluppano dei modi per proteggersi. Modi che in quel momento erano necessari, e che hanno avuto un senso preciso.
Il punto è che questi stessi modi, i pensieri intrusivi sull'aspetto fisico, sull'odore, sul carattere, possono essere diventati nel tempo automatici, attivarsi cioè ogni volta che la vicinanza diventa troppo reale, indipendentemente dalla persona che si ha di fronte. Non perché il partner non vada bene, ma perché avvicinarsi davvero attiva qualcosa di molto antico.
Vale anche la pena non sottovalutare l'interruzione della paroxetina, che può aver tolto una copertura che teneva a bada alcune di queste attivazioni.
La domanda che la spaventa di più, "l'ho mai amato davvero?", è comprensibile. Ma forse prima di cercare una risposta lì, vale la pena chiedersi: cosa succede dentro di me quando qualcuno si avvicina troppo? Da dove arriva questa attivazione? Cosa ha imparato di sé nel tempo, e cosa sta ancora cercando di proteggerla?
Il percorso che ha iniziato può essere lo spazio giusto per esplorarlo, con i tempi che merita.
Un caro saluto,
Dott.ssa Stella Gelli
Cara,
I disturbi di ansia sociale spesso rimandano a un interrogativo sull’altro: “cosa vuole?”.
Poter esplorare questo enigma sul desiderio dell’altro in uno spazio sicuro e privo di giudizi, che la accolga ed esplori con lei questi vissuti, può essere un’occasione per trasformare in uno slancio ciò che ora le arriva come qualcosa di problematico.
Spero di esserle stato d’aiuto.
I disturbi di ansia sociale spesso rimandano a un interrogativo sull’altro: “cosa vuole?”.
Poter esplorare questo enigma sul desiderio dell’altro in uno spazio sicuro e privo di giudizi, che la accolga ed esplori con lei questi vissuti, può essere un’occasione per trasformare in uno slancio ciò che ora le arriva come qualcosa di problematico.
Spero di esserle stato d’aiuto.
Buongiorno,
ti ringrazio per aver condiviso con tanta profondità e sincerità la tua storia.
Da ciò che racconti emergono vissuti emotivi intensi, esperienze relazionali complesse e momenti anche dolorosi che nel tempo sembrano aver influenzato il modo in cui vivi l’intimità, la fiducia e la percezione dell’altro. Le oscillazioni tra vicinanza e rifiuto, così come i pensieri intrusivi e le reazioni di ansia o repulsione, possono diventare estremamente faticosi da sostenere e comprensibilmente generare confusione e sofferenza.
È importante che tu possa riconoscere come questi vissuti non parlino solo “del tuo rapporto attuale”, ma anche della tua storia emotiva e delle esperienze che ti hanno segnata, soprattutto nelle relazioni significative e nel modo in cui ti sei sentita vista, rispettata e al sicuro.
Il fatto che tu abbia intrapreso un nuovo percorso psicoterapeutico è un passaggio molto prezioso: può offrirti uno spazio graduale e sicuro in cui dare senso a queste dinamiche, senza la pressione di dover trovare risposte immediate o definitive sulla relazione.
Ti incoraggio a portare tutto questo lavoro dentro il tuo percorso, con i tuoi tempi, permettendoti di esplorare con cura ciò che senti e ciò di cui hai bisogno.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
ti ringrazio per aver condiviso con tanta profondità e sincerità la tua storia.
Da ciò che racconti emergono vissuti emotivi intensi, esperienze relazionali complesse e momenti anche dolorosi che nel tempo sembrano aver influenzato il modo in cui vivi l’intimità, la fiducia e la percezione dell’altro. Le oscillazioni tra vicinanza e rifiuto, così come i pensieri intrusivi e le reazioni di ansia o repulsione, possono diventare estremamente faticosi da sostenere e comprensibilmente generare confusione e sofferenza.
È importante che tu possa riconoscere come questi vissuti non parlino solo “del tuo rapporto attuale”, ma anche della tua storia emotiva e delle esperienze che ti hanno segnata, soprattutto nelle relazioni significative e nel modo in cui ti sei sentita vista, rispettata e al sicuro.
Il fatto che tu abbia intrapreso un nuovo percorso psicoterapeutico è un passaggio molto prezioso: può offrirti uno spazio graduale e sicuro in cui dare senso a queste dinamiche, senza la pressione di dover trovare risposte immediate o definitive sulla relazione.
Ti incoraggio a portare tutto questo lavoro dentro il tuo percorso, con i tuoi tempi, permettendoti di esplorare con cura ciò che senti e ciò di cui hai bisogno.
Un caro saluto,
Dott. Fabio Mallardo
Psicologo-Psicoterapeuta
Ricevo anche on-line
Buongiorno, le rispondo partendo da una premessa: nella sua domanda ci sono molti elementi importanti, ma mancano anche informazioni decisive. Non sappiamo, ad esempio, se l’interruzione della paroxetina sia stata seguita da uno psichiatra, se oggi siano presenti pensieri di farsi del male, quanto sia stata elaborata l’esperienza dolorosa vissuta a 16 anni, quali siano le dinamiche attuali con il suo partner e quanto questi pensieri diventino controlli, verifiche o richieste di rassicurazione. Per questo la mia non può essere una sentenza sul fatto che lei ami o non ami il suo ragazzo, ma solo un’ipotesi costruita su ciò che racconta.
Da quello che scrive, il punto non sembra essere semplicemente: “lui mi piace o non mi piace?”. Sembra piuttosto che, quando una relazione diventa reale, vicina e importante, dentro di lei si accenda un allarme molto forte.
A quel punto la mente cerca una spiegazione concreta: il viso, i vestiti, l’odore, la pulizia, l’intelligenza, il giudizio degli altri. Come se trovare un difetto nell’altro servisse a rendere comprensibile una paura più profonda.
Il rischio è che ogni pensiero diventi un giudice: “se provo repulsione allora non lo amo”, “se noto un odore allora devo scappare”, “se penso che sia superficiale allora non è la persona giusta”. Ma un pensiero ansioso non è necessariamente una verità. A volte è solo un modo con cui la paura prova a prendere il controllo.
Forse la domanda più utile non è: “lo amo davvero?”. La domanda più utile potrebbe essere: “cosa succede dentro di me quando qualcuno si avvicina davvero e io non posso più restare nel desiderio a distanza?”.
Ha fatto bene a iniziare una psicoterapia. Porti proprio questo materiale, senza cercare subito una risposta definitiva sulla relazione. Per ora provi a non usare ogni sensazione come prova d’amore o di non amore. Quando arriva la repulsione, invece di decidere subito cosa significa, provi a fermarsi e a chiedersi: “sto vedendo lui, o sto cercando una via di fuga dalla paura?”.
Un punto importante riguarda anche la paroxetina: se l’interruzione non è stata concordata o monitorata, ne parli con lo psichiatra o con il medico. E se dovessero tornare pensieri suicidari o di farsi del male, chieda aiuto subito, senza restare sola.
Non trasformi questa relazione in un esame continuo da superare. La relazione va osservata, certo, ma prima ancora va compreso il circuito che la porta ad avvicinarsi, spaventarsi, controllare, provare repulsione e poi temere di perdere proprio la persona da cui tenta di fuggire.
Un caro saluto.
Da quello che scrive, il punto non sembra essere semplicemente: “lui mi piace o non mi piace?”. Sembra piuttosto che, quando una relazione diventa reale, vicina e importante, dentro di lei si accenda un allarme molto forte.
A quel punto la mente cerca una spiegazione concreta: il viso, i vestiti, l’odore, la pulizia, l’intelligenza, il giudizio degli altri. Come se trovare un difetto nell’altro servisse a rendere comprensibile una paura più profonda.
Il rischio è che ogni pensiero diventi un giudice: “se provo repulsione allora non lo amo”, “se noto un odore allora devo scappare”, “se penso che sia superficiale allora non è la persona giusta”. Ma un pensiero ansioso non è necessariamente una verità. A volte è solo un modo con cui la paura prova a prendere il controllo.
Forse la domanda più utile non è: “lo amo davvero?”. La domanda più utile potrebbe essere: “cosa succede dentro di me quando qualcuno si avvicina davvero e io non posso più restare nel desiderio a distanza?”.
Ha fatto bene a iniziare una psicoterapia. Porti proprio questo materiale, senza cercare subito una risposta definitiva sulla relazione. Per ora provi a non usare ogni sensazione come prova d’amore o di non amore. Quando arriva la repulsione, invece di decidere subito cosa significa, provi a fermarsi e a chiedersi: “sto vedendo lui, o sto cercando una via di fuga dalla paura?”.
Un punto importante riguarda anche la paroxetina: se l’interruzione non è stata concordata o monitorata, ne parli con lo psichiatra o con il medico. E se dovessero tornare pensieri suicidari o di farsi del male, chieda aiuto subito, senza restare sola.
Non trasformi questa relazione in un esame continuo da superare. La relazione va osservata, certo, ma prima ancora va compreso il circuito che la porta ad avvicinarsi, spaventarsi, controllare, provare repulsione e poi temere di perdere proprio la persona da cui tenta di fuggire.
Un caro saluto.
La tua preoccupazione è comprensibile e del tutto normale in questo momento, anche l’essersi affidato a un professionista nei primi tempi può far emergere tali preoccupazioni in ambito relazionale. Costruisci una buona relazione con il tuo professionista affinché possa essere la base su cui poter esplorare come tali preoccupazioni hanno a che fare con l’immagine di te stessa che hai all’interno e di come questa influenza la tua emotività e ambiti sociali
Buongiorno da quello che racconta emerge una presenza di pensieri intrusivi che arrivano nel momento in cui approccia ad un ragazzo o viceversa. Questi pensieri sono poi considerati come pericolosi e invasivi tant’è che prova a scacciarli e sente comunque agitazione e preoccupazione quando loro compaiono. Ha scritto che ha iniziato un percorso psicologico dunque è stata molto brava a cercare di comprendere quello che le sta succedendo. Spesso siamo talmente immersi nei nostri pensieri che pensiamo siano la realtà dunque pensare di non amare una persona vuol dire che effettivamente anche nella realtà è così quando è tutto un problema mentale e astratto. I pensieri intrusivi diventano poi ossessivi nel momento in cui diamo loro importanza, ma possono essere gestiti. Ne parli con la collega e può parlare anche a lei della paura che sente. È sempre molto prezioso portare in seduta i nostri vissuti e anche qui non sempre cioè che poi pensiamo possa succedere effettivamente succederà. I pensieri sono atti mentali e le azioni sono diverse. Le auguro una buona serata
Buonasera,
comprendo la difficoltà di ciò che sta attraversando.
Dalle sue parole emerge una sofferenza molto profonda, che sembra accompagnarla da molti anni e che prende forma soprattutto all’interno delle relazioni affettive. Nel suo racconto colpisce quanto il desiderio di vicinanza e il bisogno di protezione sembrino intrecciarsi costantemente con paura, vergogna, ansia e vissuti di forte esposizione.
Le esperienze che descrive — dai primi contatti con i ragazzi, fino all’episodio molto invasivo vissuto durante la sua adolescenza — sembrano aver contribuito a rendere l’intimità un luogo emotivamente molto complesso: da una parte desiderato, dall’altra vissuto come qualcosa che può mettere profondamente a rischio. In questo senso, i pensieri intrusivi che compaiono nelle relazioni potrebbero non riguardare esclusivamente il reale valore dell’altro o l’autenticità dei suoi sentimenti, ma anche il modo in cui la vicinanza emotiva attiva stati di allarme molto intensi.
Nel suo racconto sembra esserci un movimento ricorrente: quando l’altro è distante o irraggiungibile può essere desiderato; quando invece la relazione diventa concreta, intima e coinvolgente, emergono rapidamente repulsione, vergogna, dubbi, bisogno di fuga e una grande attenzione verso dettagli fisici o comportamentali. Come se la mente cercasse continuamente un elemento capace di ristabilire distanza e protezione nel momento in cui il legame diventa troppo vicino.
Allo stesso tempo, il fatto che oggi lei riesca a interrogarsi con tanta lucidità su ciò che prova, riconoscendo la complessità e l’ambivalenza dei suoi vissuti, mostra anche una parte di sé molto osservante e riflessiva. Questo è un elemento prezioso nel lavoro terapeutico.
Comprendo il timore che, nel percorso di psicoterapia, possa emergere la conclusione che “non lo ha mai amato davvero”, ma spesso percorsi come il suo non portano semplicemente a stabilire se una relazione sia giusta o sbagliata. Piuttosto, aiutano gradualmente a comprendere che cosa accade dentro di sé nel momento in cui si entra in un legame, quali paure si attivano, quali bisogni cercano spazio e quanto il passato continui ad attraversare il presente.
La psicoterapia può fornirle lo spazio necessario in cui comprendere meglio i suoi movimenti interni senza dover scegliere immediatamente tra il restare o l’andare via, ma provando prima di tutto a dare senso a ciò che sta vivendo.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
comprendo la difficoltà di ciò che sta attraversando.
Dalle sue parole emerge una sofferenza molto profonda, che sembra accompagnarla da molti anni e che prende forma soprattutto all’interno delle relazioni affettive. Nel suo racconto colpisce quanto il desiderio di vicinanza e il bisogno di protezione sembrino intrecciarsi costantemente con paura, vergogna, ansia e vissuti di forte esposizione.
Le esperienze che descrive — dai primi contatti con i ragazzi, fino all’episodio molto invasivo vissuto durante la sua adolescenza — sembrano aver contribuito a rendere l’intimità un luogo emotivamente molto complesso: da una parte desiderato, dall’altra vissuto come qualcosa che può mettere profondamente a rischio. In questo senso, i pensieri intrusivi che compaiono nelle relazioni potrebbero non riguardare esclusivamente il reale valore dell’altro o l’autenticità dei suoi sentimenti, ma anche il modo in cui la vicinanza emotiva attiva stati di allarme molto intensi.
Nel suo racconto sembra esserci un movimento ricorrente: quando l’altro è distante o irraggiungibile può essere desiderato; quando invece la relazione diventa concreta, intima e coinvolgente, emergono rapidamente repulsione, vergogna, dubbi, bisogno di fuga e una grande attenzione verso dettagli fisici o comportamentali. Come se la mente cercasse continuamente un elemento capace di ristabilire distanza e protezione nel momento in cui il legame diventa troppo vicino.
Allo stesso tempo, il fatto che oggi lei riesca a interrogarsi con tanta lucidità su ciò che prova, riconoscendo la complessità e l’ambivalenza dei suoi vissuti, mostra anche una parte di sé molto osservante e riflessiva. Questo è un elemento prezioso nel lavoro terapeutico.
Comprendo il timore che, nel percorso di psicoterapia, possa emergere la conclusione che “non lo ha mai amato davvero”, ma spesso percorsi come il suo non portano semplicemente a stabilire se una relazione sia giusta o sbagliata. Piuttosto, aiutano gradualmente a comprendere che cosa accade dentro di sé nel momento in cui si entra in un legame, quali paure si attivano, quali bisogni cercano spazio e quanto il passato continui ad attraversare il presente.
La psicoterapia può fornirle lo spazio necessario in cui comprendere meglio i suoi movimenti interni senza dover scegliere immediatamente tra il restare o l’andare via, ma provando prima di tutto a dare senso a ciò che sta vivendo.
Un caro saluto, Dott.ssa Silvana Grilli
Buongiorno,
prima di tutto non si scusi per la lunghezza del messaggio. Quello che racconta è molto complesso e si percepisce quanta sofferenza e confusione stia vivendo da anni nel tentativo di capire cosa prova davvero nelle relazioni.
Nel suo racconto colpisce un elemento ricorrente: sembra esserci una continua oscillazione tra forte desiderio di vicinanza emotiva e improvvisi vissuti di repulsione, dubbio, vergogna o bisogno di fuga. E questa oscillazione non appare limitata a un singolo partner, ma sembra accompagnarla da molto tempo, assumendo forme diverse nel corso delle relazioni.
Mi sembra importante dirle una cosa: il fatto che lei provi questi pensieri e queste sensazioni non significa automaticamente che non abbia mai amato il suo compagno o che la relazione sia “falsa”. Spesso, quando l’ansia entra profondamente nelle relazioni affettive, tende proprio ad agganciarsi ai dettagli più intimi e identitari: l’aspetto fisico, l’odore, il modo di parlare, l’intelligenza, la compatibilità, la sensazione “giusta” o “sbagliata”. La mente inizia a monitorare continuamente ciò che sente, cercando conferme o segnali definitivi, e più cerca certezza più aumenta il dubbio.
Nel suo caso sembra esserci anche una forte associazione tra amore, vergogna, giudizio esterno e paura del rifiuto. Alcune esperienze che racconta — il biglietto come scherzo, il ragazzo insistente e svalutante, il timore costante del giudizio degli altri sul partner — sembrano aver lasciato ferite molto profonde sul modo in cui oggi vive l’intimità, il desiderio e il sentirsi “al sicuro” dentro una relazione.
Anche il contesto familiare che descrive potrebbe avere avuto un peso importante nella costruzione del suo modo di stare nelle relazioni: crescere tra ipercontrollo, ansia e assenza emotiva spesso porta a sviluppare contemporaneamente un enorme bisogno di legame e una forte difficoltà a tollerare la vulnerabilità che il legame comporta.
Per questo credo sia molto importante che abbia iniziato un percorso psicoterapeutico. E capisco profondamente anche la paura che emerge: quella di “scoprire” che il suo compagno non è la persona giusta. Però forse il lavoro terapeutico, almeno all’inizio, non dovrebbe avere come obiettivo immediato decidere se lasciarlo o restare. Potrebbe invece aiutarla a comprendere meglio il funzionamento delle sue paure, dei suoi pensieri intrusivi, del rapporto tra ansia e intimità, e del modo in cui il giudizio verso l’altro sembra intrecciarsi molto con il giudizio verso sé stessa.
Perché leggendo il suo messaggio non arriva l’immagine di una persona fredda o incapace di amare. Arriva piuttosto quella di una persona che sembra vivere l’amore con un livello altissimo di allarme, controllo e paura di sbagliare.
E dentro questo stato di allerta continuo, col tempo, anche i sentimenti diventano difficili da ascoltare con chiarezza.
Se dovesse sentire il bisogno di uno spazio in cui approfondire questi aspetti e fare maggiore chiarezza sul suo vissuto relazionale ed emotivo, resto a disposizione.
prima di tutto non si scusi per la lunghezza del messaggio. Quello che racconta è molto complesso e si percepisce quanta sofferenza e confusione stia vivendo da anni nel tentativo di capire cosa prova davvero nelle relazioni.
Nel suo racconto colpisce un elemento ricorrente: sembra esserci una continua oscillazione tra forte desiderio di vicinanza emotiva e improvvisi vissuti di repulsione, dubbio, vergogna o bisogno di fuga. E questa oscillazione non appare limitata a un singolo partner, ma sembra accompagnarla da molto tempo, assumendo forme diverse nel corso delle relazioni.
Mi sembra importante dirle una cosa: il fatto che lei provi questi pensieri e queste sensazioni non significa automaticamente che non abbia mai amato il suo compagno o che la relazione sia “falsa”. Spesso, quando l’ansia entra profondamente nelle relazioni affettive, tende proprio ad agganciarsi ai dettagli più intimi e identitari: l’aspetto fisico, l’odore, il modo di parlare, l’intelligenza, la compatibilità, la sensazione “giusta” o “sbagliata”. La mente inizia a monitorare continuamente ciò che sente, cercando conferme o segnali definitivi, e più cerca certezza più aumenta il dubbio.
Nel suo caso sembra esserci anche una forte associazione tra amore, vergogna, giudizio esterno e paura del rifiuto. Alcune esperienze che racconta — il biglietto come scherzo, il ragazzo insistente e svalutante, il timore costante del giudizio degli altri sul partner — sembrano aver lasciato ferite molto profonde sul modo in cui oggi vive l’intimità, il desiderio e il sentirsi “al sicuro” dentro una relazione.
Anche il contesto familiare che descrive potrebbe avere avuto un peso importante nella costruzione del suo modo di stare nelle relazioni: crescere tra ipercontrollo, ansia e assenza emotiva spesso porta a sviluppare contemporaneamente un enorme bisogno di legame e una forte difficoltà a tollerare la vulnerabilità che il legame comporta.
Per questo credo sia molto importante che abbia iniziato un percorso psicoterapeutico. E capisco profondamente anche la paura che emerge: quella di “scoprire” che il suo compagno non è la persona giusta. Però forse il lavoro terapeutico, almeno all’inizio, non dovrebbe avere come obiettivo immediato decidere se lasciarlo o restare. Potrebbe invece aiutarla a comprendere meglio il funzionamento delle sue paure, dei suoi pensieri intrusivi, del rapporto tra ansia e intimità, e del modo in cui il giudizio verso l’altro sembra intrecciarsi molto con il giudizio verso sé stessa.
Perché leggendo il suo messaggio non arriva l’immagine di una persona fredda o incapace di amare. Arriva piuttosto quella di una persona che sembra vivere l’amore con un livello altissimo di allarme, controllo e paura di sbagliare.
E dentro questo stato di allerta continuo, col tempo, anche i sentimenti diventano difficili da ascoltare con chiarezza.
Se dovesse sentire il bisogno di uno spazio in cui approfondire questi aspetti e fare maggiore chiarezza sul suo vissuto relazionale ed emotivo, resto a disposizione.
Buongiorno, grazie davvero per la fiducia con cui ha raccontato la sua storia. Si percepisce chiaramente quanta fatica ci sia dietro, ma anche quanta consapevolezza: non è affatto scontato riuscire a mettere insieme così tanti pezzi della propria esperienza.
Le dico subito una cosa importante, anche sulla base della mia esperienza con situazioni molto simili alla sua: quello che descrive non è raro nelle persone che vivono ansia, soprattutto ansia legata alle relazioni e all’intimità. E soprattutto, non è automaticamente il segnale che “non ama davvero” o che “la relazione è sbagliata”.
Quello che emerge nel suo racconto è un filo che si ripete nel tempo: quando una relazione si avvicina davvero, quando diventa concreta, quando entra in gioco l’intimità (emotiva o fisica), qualcosa dentro di lei si attiva molto intensamente. E quell’attivazione sembra trasformarsi in pensieri intrusivi, dubbi, focalizzazione su difetti fisici o comportamentali, fino ad arrivare alla repulsione.
Le faccio una domanda che può aiutarla a orientarsi: nei momenti in cui sente repulsione o fastidio, quella sensazione arriva “di colpo”, quasi come un’ondata che non riesce a controllare, oppure è più una valutazione razionale che costruisce nel tempo?
Perché da come lo descrive sembra più un’esperienza che le “succede addosso”, piuttosto che una scelta consapevole.
Un altro punto molto importante riguarda la coerenza del suo vissuto nel tempo. Già da molto giovane c’è stata questa combinazione di elementi: desiderio di relazione, forte ansia, paura del giudizio degli altri, attenzione intensa all’aspetto fisico (suo e dell’altro), e difficoltà nell’intimità. Anche l’episodio che ha vissuto a 16 anni è stato molto invasivo e può aver lasciato una traccia importante nel modo in cui oggi vive il contatto e la vulnerabilità.
Le chiedo: quanto sente che il giudizio degli altri (come apparite insieme, cosa pensano gli altri di lui) pesa nei momenti in cui prova vergogna o repulsione?
Perché questo sembra avere un ruolo significativo.
Un’altra cosa centrale è quello che è successo con l’interruzione della paroxetina. Il fatto che i pensieri siano diventati più intensi e pervasivi dopo la sospensione è un elemento da considerare con molta attenzione. Non perché il farmaco sia “la soluzione”, ma perché indica che c’è una componente ansiosa/ossessiva importante che, quando non è contenuta, tende a espandersi proprio nelle aree per lei più sensibili: la relazione, il corpo, l’intimità.
Le faccio una domanda forse difficile ma molto utile: se questi pensieri sparissero improvvisamente, come si sentirebbe nei confronti del suo partner?
Non in teoria, ma proprio a livello emotivo.
Perché questo aiuta a distinguere tra ciò che sente davvero e ciò che viene “filtrato” dall’ansia.
Un altro aspetto che colpisce è il movimento che descrive: desiderio di scappare, ma allo stesso tempo bisogno che lui la cerchi. È una dinamica molto tipica quando c’è una forte ambivalenza tra bisogno di vicinanza e paura della vicinanza.
E dentro tutto questo, c’è anche una cosa molto importante che lei stessa riconosce: questa relazione, al di là delle difficoltà, le ha dato stabilità, l’ha aiutata a distanziarsi da un contesto familiare complesso, ha avuto un valore reale nella sua vita.
Le chiedo: riesce a tenere insieme entrambe queste cose? Cioè il fatto che questa relazione sia stata importante e significativa per lei, e allo stesso tempo che oggi stia vivendo una grande fatica al suo interno?
Perché spesso la mente tende a fare una scelta netta (“o è giusto o è sbagliato”), ma la realtà emotiva è più complessa.
Il fatto che lei abbia iniziato un percorso di psicoterapia è un passaggio molto importante. Non tanto per arrivare subito a una risposta (“devo lasciarlo o no”), ma per iniziare a comprendere meglio cosa succede dentro di lei quando entra in relazione, quando si avvicina troppo, quando sente di poter perdere il controllo o essere esposta.
Le dico anche questo con chiarezza: non è necessario prendere decisioni drastiche adesso, soprattutto mentre è dentro un momento di forte attivazione emotiva. Spesso le scelte fatte in questi stati sono più una risposta all’ansia che un’espressione autentica di ciò che si desidera.
Se vuole, possiamo anche continuare a lavorare insieme su questi aspetti, cercando di distinguere sempre di più tra ciò che è “voce dell’ansia” e ciò che invece appartiene a lei, ai suoi bisogni e ai suoi sentimenti più profondi.
Le dico subito una cosa importante, anche sulla base della mia esperienza con situazioni molto simili alla sua: quello che descrive non è raro nelle persone che vivono ansia, soprattutto ansia legata alle relazioni e all’intimità. E soprattutto, non è automaticamente il segnale che “non ama davvero” o che “la relazione è sbagliata”.
Quello che emerge nel suo racconto è un filo che si ripete nel tempo: quando una relazione si avvicina davvero, quando diventa concreta, quando entra in gioco l’intimità (emotiva o fisica), qualcosa dentro di lei si attiva molto intensamente. E quell’attivazione sembra trasformarsi in pensieri intrusivi, dubbi, focalizzazione su difetti fisici o comportamentali, fino ad arrivare alla repulsione.
Le faccio una domanda che può aiutarla a orientarsi: nei momenti in cui sente repulsione o fastidio, quella sensazione arriva “di colpo”, quasi come un’ondata che non riesce a controllare, oppure è più una valutazione razionale che costruisce nel tempo?
Perché da come lo descrive sembra più un’esperienza che le “succede addosso”, piuttosto che una scelta consapevole.
Un altro punto molto importante riguarda la coerenza del suo vissuto nel tempo. Già da molto giovane c’è stata questa combinazione di elementi: desiderio di relazione, forte ansia, paura del giudizio degli altri, attenzione intensa all’aspetto fisico (suo e dell’altro), e difficoltà nell’intimità. Anche l’episodio che ha vissuto a 16 anni è stato molto invasivo e può aver lasciato una traccia importante nel modo in cui oggi vive il contatto e la vulnerabilità.
Le chiedo: quanto sente che il giudizio degli altri (come apparite insieme, cosa pensano gli altri di lui) pesa nei momenti in cui prova vergogna o repulsione?
Perché questo sembra avere un ruolo significativo.
Un’altra cosa centrale è quello che è successo con l’interruzione della paroxetina. Il fatto che i pensieri siano diventati più intensi e pervasivi dopo la sospensione è un elemento da considerare con molta attenzione. Non perché il farmaco sia “la soluzione”, ma perché indica che c’è una componente ansiosa/ossessiva importante che, quando non è contenuta, tende a espandersi proprio nelle aree per lei più sensibili: la relazione, il corpo, l’intimità.
Le faccio una domanda forse difficile ma molto utile: se questi pensieri sparissero improvvisamente, come si sentirebbe nei confronti del suo partner?
Non in teoria, ma proprio a livello emotivo.
Perché questo aiuta a distinguere tra ciò che sente davvero e ciò che viene “filtrato” dall’ansia.
Un altro aspetto che colpisce è il movimento che descrive: desiderio di scappare, ma allo stesso tempo bisogno che lui la cerchi. È una dinamica molto tipica quando c’è una forte ambivalenza tra bisogno di vicinanza e paura della vicinanza.
E dentro tutto questo, c’è anche una cosa molto importante che lei stessa riconosce: questa relazione, al di là delle difficoltà, le ha dato stabilità, l’ha aiutata a distanziarsi da un contesto familiare complesso, ha avuto un valore reale nella sua vita.
Le chiedo: riesce a tenere insieme entrambe queste cose? Cioè il fatto che questa relazione sia stata importante e significativa per lei, e allo stesso tempo che oggi stia vivendo una grande fatica al suo interno?
Perché spesso la mente tende a fare una scelta netta (“o è giusto o è sbagliato”), ma la realtà emotiva è più complessa.
Il fatto che lei abbia iniziato un percorso di psicoterapia è un passaggio molto importante. Non tanto per arrivare subito a una risposta (“devo lasciarlo o no”), ma per iniziare a comprendere meglio cosa succede dentro di lei quando entra in relazione, quando si avvicina troppo, quando sente di poter perdere il controllo o essere esposta.
Le dico anche questo con chiarezza: non è necessario prendere decisioni drastiche adesso, soprattutto mentre è dentro un momento di forte attivazione emotiva. Spesso le scelte fatte in questi stati sono più una risposta all’ansia che un’espressione autentica di ciò che si desidera.
Se vuole, possiamo anche continuare a lavorare insieme su questi aspetti, cercando di distinguere sempre di più tra ciò che è “voce dell’ansia” e ciò che invece appartiene a lei, ai suoi bisogni e ai suoi sentimenti più profondi.
Gentile utente,
dal suo racconto emerge un filo molto chiaro: più che un “problema con gli uomini”, sembra esserci una difficoltà profonda a tenere insieme vicinanza affettiva, desiderio, immagine dell’altro e immagine di sé. Quando l’altro è lontano, idealizzato o irraggiungibile, può essere desiderato. Quando diventa reale, disponibile, vicino, entrano ansia, vergogna, repulsione, bisogno di fuga, controllo, dubbi continui. Questo schema si ripete in forme diverse da molti anni.
Per questo non leggerei i suoi pensieri come una prova semplice del fatto che “non ama davvero” il suo partner. Piuttosto, sembrano pensieri intrusivi che si attivano proprio quando la relazione diventa concreta, intima, esposta allo sguardo degli altri e alla possibilità di dipendere emotivamente da qualcuno. In quel momento, il difetto fisico, l’odore, il modo di vestire, una frase fuori posto, diventano il punto su cui si concentra l’ansia. È come se la mente cercasse un motivo preciso per spiegare un allarme più profondo.
Nel suo racconto ci sono anche alcuni elementi importanti della sua storia: l’ansia sociale, il peso dello sguardo altrui, esperienze precoci di umiliazione, un episodio di forte invasività sessuale, una famiglia di origine poco sicura. Tutto questo può incidere molto sul modo in cui oggi vive il legame, il corpo, il desiderio e la fiducia.
Il fatto che questi vissuti siano peggiorati dopo l’interruzione della paroxetina è un elemento da tenere presente, perché suggerisce che una parte importante del quadro sia legata a un’ansia ossessiva e non solo a una “verità sentimentale” da scoprire. Questo non significa necessariamente che il suo partner non sia “quello giusto”, quanto piuttosto che in questo momento il suo stato interno rende molto difficile valutare la relazione in modo sereno.
Ha fatto bene a iniziare un nuovo percorso di psicoterapia. La direzione, a mio avviso, non è cercare subito di rispondere alla domanda “lo amo o no?” bensì capire che cosa si attiva in lei quando l’amore diventa reale, quando l’altro è vicino, quando il desiderio dovrebbe tradursi in intimità e continuità. È lì che sembra esserci il nodo.
Un caro saluto.
Gabriele
dal suo racconto emerge un filo molto chiaro: più che un “problema con gli uomini”, sembra esserci una difficoltà profonda a tenere insieme vicinanza affettiva, desiderio, immagine dell’altro e immagine di sé. Quando l’altro è lontano, idealizzato o irraggiungibile, può essere desiderato. Quando diventa reale, disponibile, vicino, entrano ansia, vergogna, repulsione, bisogno di fuga, controllo, dubbi continui. Questo schema si ripete in forme diverse da molti anni.
Per questo non leggerei i suoi pensieri come una prova semplice del fatto che “non ama davvero” il suo partner. Piuttosto, sembrano pensieri intrusivi che si attivano proprio quando la relazione diventa concreta, intima, esposta allo sguardo degli altri e alla possibilità di dipendere emotivamente da qualcuno. In quel momento, il difetto fisico, l’odore, il modo di vestire, una frase fuori posto, diventano il punto su cui si concentra l’ansia. È come se la mente cercasse un motivo preciso per spiegare un allarme più profondo.
Nel suo racconto ci sono anche alcuni elementi importanti della sua storia: l’ansia sociale, il peso dello sguardo altrui, esperienze precoci di umiliazione, un episodio di forte invasività sessuale, una famiglia di origine poco sicura. Tutto questo può incidere molto sul modo in cui oggi vive il legame, il corpo, il desiderio e la fiducia.
Il fatto che questi vissuti siano peggiorati dopo l’interruzione della paroxetina è un elemento da tenere presente, perché suggerisce che una parte importante del quadro sia legata a un’ansia ossessiva e non solo a una “verità sentimentale” da scoprire. Questo non significa necessariamente che il suo partner non sia “quello giusto”, quanto piuttosto che in questo momento il suo stato interno rende molto difficile valutare la relazione in modo sereno.
Ha fatto bene a iniziare un nuovo percorso di psicoterapia. La direzione, a mio avviso, non è cercare subito di rispondere alla domanda “lo amo o no?” bensì capire che cosa si attiva in lei quando l’amore diventa reale, quando l’altro è vicino, quando il desiderio dovrebbe tradursi in intimità e continuità. È lì che sembra esserci il nodo.
Un caro saluto.
Gabriele
Buongiorno,grazie per aver condiviso con tanta sincerità una storia così complessa e dolorosa. Da quello che descrive emerge una sofferenza importante, che non riguarda semplicemente “capire se ama o non ama” il suo ragazzo, ma un intreccio più profondo tra ansia, paura dell’intimità, vergogna, bisogno di conferme, esperienze relazionali ferenti e pensieri intrusivi molto invalidanti.
Mi sembra importante dirle una cosa: il fatto che lei abbia pensieri di repulsione, dubbi continui, oscillazioni tra attrazione e rifiuto, paura di “stare con la persona sbagliata” o di “non amare davvero”, non significa automaticamente che quei pensieri siano la verità. Quando l’ansia entra nella sfera affettiva, può trasformare ogni dettaglio dell’altro — aspetto fisico, odore, pulizia, modo di parlare, intelligenza, gesti quotidiani — in una “prova” da analizzare. Più si cerca una certezza assoluta, più la mente produce nuovi dubbi.
Nel suo racconto ci sono anche eventi che possono aver lasciato un segno: l’episodio del bigliettino vissuto come umiliazione, l’esperienza a 16 anni in cui i suoi confini non sono stati rispettati, la paura del giudizio degli altri, la vergogna dell’esposizione sociale, la storia familiare con figure poco rassicuranti o poco contenitive. Tutto questo può aver contribuito a rendere l’intimità qualcosa di desiderato ma anche molto minaccioso.
È molto positivo che abbia iniziato un percorso di psicoterapia. Le suggerirei di portare in seduta proprio questo materiale, senza censurarlo: non solo la domanda “devo lasciarlo o no?”, ma soprattutto “cosa succede dentro di me quando l’altro si avvicina?”, “perché il difetto dell’altro diventa intollerabile?”, “quanto pesa il giudizio esterno?”, “cosa temo di perdere se resto e cosa temo di perdere se vado via?”.
Potrebbe essere utile lavorare su più livelli: ansia sociale, pensieri ossessivi nella relazione, paura dell’intimità, vissuti traumatici/umilianti, autostima e separazione dalla famiglia d’origine. Considerando che riferisce un peggioramento dopo la sospensione della paroxetina, sarebbe opportuno confrontarsi anche con lo psichiatra che la segue o con uno specialista, senza modificare farmaci autonomamente.
In questo momento eviterei di prendere decisioni definitive guidate dall’urgenza dell’ansia o della repulsione. Prima proverei a comprendere il funzionamento di questi pensieri e il loro significato nella sua storia. La questione non è convincersi a restare a tutti i costi, ma distinguere con calma ciò che appartiene alla relazione da ciò che appartiene alla paura, all’ansia e alle ferite pregresse.
Se dovessero ripresentarsi pensieri suicidari attuali o il timore di poterle mettere in atto, è importante chiedere aiuto subito: contattare il 112/118, recarsi al Pronto Soccorso o rivolgersi immediatamente a una persona di fiducia.
Un caro saluto.
Mi sembra importante dirle una cosa: il fatto che lei abbia pensieri di repulsione, dubbi continui, oscillazioni tra attrazione e rifiuto, paura di “stare con la persona sbagliata” o di “non amare davvero”, non significa automaticamente che quei pensieri siano la verità. Quando l’ansia entra nella sfera affettiva, può trasformare ogni dettaglio dell’altro — aspetto fisico, odore, pulizia, modo di parlare, intelligenza, gesti quotidiani — in una “prova” da analizzare. Più si cerca una certezza assoluta, più la mente produce nuovi dubbi.
Nel suo racconto ci sono anche eventi che possono aver lasciato un segno: l’episodio del bigliettino vissuto come umiliazione, l’esperienza a 16 anni in cui i suoi confini non sono stati rispettati, la paura del giudizio degli altri, la vergogna dell’esposizione sociale, la storia familiare con figure poco rassicuranti o poco contenitive. Tutto questo può aver contribuito a rendere l’intimità qualcosa di desiderato ma anche molto minaccioso.
È molto positivo che abbia iniziato un percorso di psicoterapia. Le suggerirei di portare in seduta proprio questo materiale, senza censurarlo: non solo la domanda “devo lasciarlo o no?”, ma soprattutto “cosa succede dentro di me quando l’altro si avvicina?”, “perché il difetto dell’altro diventa intollerabile?”, “quanto pesa il giudizio esterno?”, “cosa temo di perdere se resto e cosa temo di perdere se vado via?”.
Potrebbe essere utile lavorare su più livelli: ansia sociale, pensieri ossessivi nella relazione, paura dell’intimità, vissuti traumatici/umilianti, autostima e separazione dalla famiglia d’origine. Considerando che riferisce un peggioramento dopo la sospensione della paroxetina, sarebbe opportuno confrontarsi anche con lo psichiatra che la segue o con uno specialista, senza modificare farmaci autonomamente.
In questo momento eviterei di prendere decisioni definitive guidate dall’urgenza dell’ansia o della repulsione. Prima proverei a comprendere il funzionamento di questi pensieri e il loro significato nella sua storia. La questione non è convincersi a restare a tutti i costi, ma distinguere con calma ciò che appartiene alla relazione da ciò che appartiene alla paura, all’ansia e alle ferite pregresse.
Se dovessero ripresentarsi pensieri suicidari attuali o il timore di poterle mettere in atto, è importante chiedere aiuto subito: contattare il 112/118, recarsi al Pronto Soccorso o rivolgersi immediatamente a una persona di fiducia.
Un caro saluto.
Salve. La ringrazio per aver condiviso una storia così densa e per il coraggio con cui ha esplorato il suo passato. Leggendo le sue parole, la prima cosa che vorrei dirle, con assoluta fermezza, è di smettere di considerarsi "sbagliata" o incapace di amare.
C'è un filo conduttore molto doloroso nella sua storia, ma non è un suo difetto interno. È l'intrusione costante e spietata dello "Sguardo degli Altri". Le amiche che insistono per farla uscire, la ferocia dei compagni di classe che giudicano l'aspetto di chi le sta accanto, lo scherzo crudele alle medie. Lei è cresciuta dovendo costantemente difendersi da un giudizio sociale ed estetico implacabile, subendo anche pesanti violazioni dei suoi confini.
Proviamo a ribaltare la prospettiva sui suoi "pensieri intrusivi" e sulle sue ossessioni attuali (l'aspetto, l'odore, la pulizia). E se non fossero la prova che la relazione è sbagliata, ma il disperato tentativo del suo corpo di proteggerla? Questa sua iper-vigilanza è un'armatura. La sua ansia le sta facendo da cane da guardia, terrorizzata all'idea che lei possa esporsi di nuovo al giudizio o al pericolo. La vergogna che prova a farsi vedere in giro non parla dei difetti del suo compagno, ma ci testimonia quanto profondamente la narrazione sociale sull'estetica l'abbia ferita in passato.
Mi scrive che ha il terrore che la psicoterapia la porti a "scoprire" che non ha mai amato il suo ragazzo. Questo accade solo se pensiamo alla terapia come a un tribunale che deve emettere una sentenza sui nostri sentimenti. Le auguro che il percorso appena iniziato non cerchi "verità nascoste" o difetti dentro di lei, ma che la aiuti a esternalizzare e smontare tutto questo peso del giudizio esterno. L'obiettivo non è decidere se il suo partner sia perfetto, ma permetterle, per la prima volta nella sua vita, di vivere una relazione senza l'ombra minacciosa degli altri nella stanza.
C'è un filo conduttore molto doloroso nella sua storia, ma non è un suo difetto interno. È l'intrusione costante e spietata dello "Sguardo degli Altri". Le amiche che insistono per farla uscire, la ferocia dei compagni di classe che giudicano l'aspetto di chi le sta accanto, lo scherzo crudele alle medie. Lei è cresciuta dovendo costantemente difendersi da un giudizio sociale ed estetico implacabile, subendo anche pesanti violazioni dei suoi confini.
Proviamo a ribaltare la prospettiva sui suoi "pensieri intrusivi" e sulle sue ossessioni attuali (l'aspetto, l'odore, la pulizia). E se non fossero la prova che la relazione è sbagliata, ma il disperato tentativo del suo corpo di proteggerla? Questa sua iper-vigilanza è un'armatura. La sua ansia le sta facendo da cane da guardia, terrorizzata all'idea che lei possa esporsi di nuovo al giudizio o al pericolo. La vergogna che prova a farsi vedere in giro non parla dei difetti del suo compagno, ma ci testimonia quanto profondamente la narrazione sociale sull'estetica l'abbia ferita in passato.
Mi scrive che ha il terrore che la psicoterapia la porti a "scoprire" che non ha mai amato il suo ragazzo. Questo accade solo se pensiamo alla terapia come a un tribunale che deve emettere una sentenza sui nostri sentimenti. Le auguro che il percorso appena iniziato non cerchi "verità nascoste" o difetti dentro di lei, ma che la aiuti a esternalizzare e smontare tutto questo peso del giudizio esterno. L'obiettivo non è decidere se il suo partner sia perfetto, ma permetterle, per la prima volta nella sua vita, di vivere una relazione senza l'ombra minacciosa degli altri nella stanza.
Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità una parte così delicata e dolorosa della sua storia. Dal suo racconto emerge chiaramente quanto lei stia vivendo una sofferenza intensa e quanto, allo stesso tempo, stia cercando di comprenderla con lucidità. Questo è un aspetto importante, perché spesso chi vive questi tormenti tende a sentirsi “sbagliato”, incoerente o incapace di amare davvero, mentre in realtà dietro a certi meccanismi ci sono dinamiche emotive profonde che meritano di essere comprese con calma e senza giudizio. Leggendo ciò che racconta, colpisce il fatto che nelle relazioni sembri attivarsi molto rapidamente un forte stato di allerta. È come se il coinvolgimento emotivo, il desiderio di vicinanza e l’intimità facessero nascere contemporaneamente anche paura, dubbio, controllo e bisogno di “verificare” continuamente ciò che prova o ciò che prova l’altro. Questo può diventare estremamente faticoso, perché la relazione smette di essere un luogo spontaneo e si trasforma in qualcosa da analizzare continuamente. Ogni dettaglio rischia di diventare una prova: l’aspetto fisico, l’odore, un gesto, una frase, il modo di vestirsi, perfino la sensazione provata in un determinato momento. In ottica cognitivo comportamentale, spesso si osserva come alcune esperienze relazionali, soprattutto se molto dolorose o umilianti, possano influenzare il modo in cui la mente interpreta le relazioni successive. Nel suo racconto ci sono episodi che sembrano aver lasciato ferite importanti: il rifiuto vissuto come scherno alle medie, l’esperienza sessuale adolescenziale vissuta senza sentirsi davvero rispettata, la paura del giudizio degli altri, la vergogna, il timore di essere ferita o intrappolata in qualcosa di “sbagliato”. Quando alcune esperienze ci fanno sentire esposti, non accolti o non al sicuro, la mente può iniziare a sviluppare strategie di controllo per proteggerci dalla sofferenza. Il problema è che queste strategie, col tempo, possono diventare così pervasive da interferire con la possibilità di vivere serenamente i rapporti. Lei stessa descrive molto bene un’alternanza significativa: momenti in cui vede il suo compagno come bellissimo, desiderabile e importante, e altri in cui prova repulsione, rabbia o bisogno di fuga. Questo passaggio improvviso da un estremo all’altro spesso crea enorme confusione, perché porta a chiedersi continuamente “allora lo amo davvero oppure no?”. Tuttavia le emozioni, soprattutto quando sono molto influenzate dall’ansia, non sempre sono indicatori affidabili della realtà. Quando l’ansia entra nelle relazioni, tende a farci monitorare continuamente ciò che sentiamo, e più controlliamo ciò che proviamo, meno riusciamo a viverlo spontaneamente. Un altro aspetto importante è il peso che sembra avere lo sguardo esterno. In diversi momenti della sua storia emerge il timore del giudizio, il bisogno che il partner sia “adeguato”, la paura di vergognarsi accanto a qualcuno o di essere valutata dagli altri attraverso la persona che ha vicino. Questo non significa superficialità o cattiveria, come forse teme, ma potrebbe raccontare qualcosa di più profondo legato al bisogno di sentirsi valida, accettata e al sicuro nel rapporto con gli altri. A volte chi è cresciuto in contesti molto critici, controllanti o emotivamente instabili sviluppa una sensibilità molto elevata al giudizio e all’idea di poter “sbagliare scelta”, anche nelle relazioni. È molto importante anche il fatto che lei abbia notato un peggioramento dopo l’interruzione della terapia farmacologica. Non tanto per entrare nel merito medico, quanto perché questo suggerisce che probabilmente alcuni equilibri emotivi e ansiosi siano particolarmente delicati e meritino attenzione. Inoltre, il fatto che lei abbia appena iniziato una nuova psicoterapia mi sembra un passaggio molto prezioso. Comprendo perfettamente la paura che possa emergere la conclusione che “non ama davvero” il suo partner, ma un percorso psicologico serio non serve a darle una sentenza sulla relazione. Serve piuttosto a capire cosa succede dentro di lei quando entra in intimità emotiva con qualcuno, quali paure si attivano, quali pensieri diventano ossessivi, quali bisogni profondi cercano di essere protetti. Molto spesso il problema non è semplicemente “la persona giusta o sbagliata”, ma il modo in cui alcune dinamiche interne influenzano la percezione dell’altro e delle relazioni. Quando si vive costantemente nel dubbio, nella ricerca di conferme, nel monitoraggio delle sensazioni e nella paura di sbagliare, diventa quasi impossibile sentirsi davvero tranquilli con chiunque. Ed è proprio questo che sembra emergere nel suo racconto: il tormento cambia forma, ma tende a ripresentarsi. Credo che il fatto che lei abbia scritto con questa profondità e consapevolezza sia già un segnale importante. Non mi sembra una persona superficiale o incapace di amare, ma una persona molto spaventata dalla possibilità di soffrire, di sentirsi intrappolata o di fare una scelta “sbagliata”. E quando la paura diventa così forte, la mente cerca continuamente prove, rassicurazioni o difetti su cui concentrarsi. Purtroppo, però, questo processo alimenta ancora di più ansia e confusione. Per questo motivo penso che un percorso psicologico possa davvero aiutarla non tanto a decidere immediatamente cosa fare della relazione, ma prima di tutto a comprendere meglio il suo funzionamento emotivo, il rapporto con l’intimità, con il giudizio, con il controllo e con la paura del rifiuto. Un lavoro cognitivo comportamentale, in particolare, può essere molto utile per imparare a riconoscere i circoli mentali che alimentano questi tormenti e costruire gradualmente un rapporto più sereno con le proprie emozioni e con i legami affettivi. Il fatto che oggi lei si stia mettendo in discussione con questa sincerità non è un segno di fallimento. Può diventare invece l’inizio di una comprensione più profonda di sé stessa. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gentile ragazza,
dal suo racconto emerge una grande sofferenza, ma anche una notevole capacità di osservare sé stessa e i propri vissuti. Questo è già un elemento molto importante nel percorso di comprensione e cura.
Quello che descrive non sembra semplicemente “non amare abbastanza” il suo partner, ma piuttosto un funzionamento relazionale molto complesso, in cui ansia, paura dell’intimità, bisogno di approvazione, vergogna e pensieri ossessivi sembrano intrecciarsi profondamente.
Nella sua storia colpiscono alcuni aspetti ricorrenti:
il forte timore del giudizio degli altri;
la difficoltà a lasciarsi andare quando qualcuno la ricambia realmente;
la tendenza a idealizzare persone poco accessibili o non disponibili;
la comparsa di pensieri intrusivi e repulsione proprio quando la relazione diventa concreta e coinvolgente;
il continuo alternarsi tra attrazione intensa e desiderio di fuga.
È possibile che nelle relazioni si attivi in lei un conflitto profondo tra il desiderio di vicinanza affettiva e la paura dell’esposizione emotiva e dell’intimità. In molte persone con una storia familiare caratterizzata da ansia, controllo, instabilità affettiva o carenza emotiva, il legame amoroso può diventare terreno di forte ambivalenza: si desidera l’amore ma, quando arriva davvero, genera allarme, dubbio e ipercontrollo.
I pensieri sul corpo, sull’aspetto fisico, sull’odore, sulla pulizia o sull’intelligenza del partner potrebbero non rappresentare necessariamente “la verità” sul rapporto, ma assumere una funzione ansiogena e ossessiva. In alcuni casi questi meccanismi possono ricordare dinamiche tipiche del DOC relazionale (ROCD), dove la mente ricerca continuamente difetti, segnali o “prove” per capire se il partner sia davvero quello giusto o se il sentimento sia autentico. Più si cerca una certezza assoluta, più l’ansia aumenta.
Anche il fatto che i sintomi siano peggiorati dopo l’interruzione della paroxetina è un elemento importante da considerare insieme ai professionisti che la seguono, senza interpretarlo automaticamente come la prova che la relazione sia sbagliata.
Un altro aspetto significativo è che lei sembra attribuire molto valore allo sguardo esterno: sentirsi orgogliosa o vergognarsi del partner a seconda di come pensa possa essere percepito dagli altri. Questo può essere collegato a un’autostima fragile e a un bisogno profondo di validazione.
È importante sottolineare che il fatto di provare dubbi, repulsione momentanea o pensieri intrusivi non significa automaticamente “non amare” una persona. Le emozioni umane non sono lineari, soprattutto quando entrano in gioco ansia, ossessioni e ferite relazionali profonde.
Ha fatto molto bene a iniziare un nuovo percorso psicoterapeutico. Il suo timore di “scoprire che non lo ama davvero” è comprensibile, ma la psicoterapia non serve a darle una sentenza sulla relazione: serve piuttosto a comprendere meglio sé stessa, i propri meccanismi emotivi, i modelli di attaccamento e il significato di queste reazioni. Solo lavorando su questo potrà distinguere più chiaramente ciò che appartiene all’ansia e ciò che invece riguarda autenticamente il rapporto.
Le consiglierei quindi di proseguire il percorso con continuità e, se necessario, confrontarsi anche con uno specialista psichiatra rispetto alla sospensione farmacologica e all’aumento dei sintomi.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
dal suo racconto emerge una grande sofferenza, ma anche una notevole capacità di osservare sé stessa e i propri vissuti. Questo è già un elemento molto importante nel percorso di comprensione e cura.
Quello che descrive non sembra semplicemente “non amare abbastanza” il suo partner, ma piuttosto un funzionamento relazionale molto complesso, in cui ansia, paura dell’intimità, bisogno di approvazione, vergogna e pensieri ossessivi sembrano intrecciarsi profondamente.
Nella sua storia colpiscono alcuni aspetti ricorrenti:
il forte timore del giudizio degli altri;
la difficoltà a lasciarsi andare quando qualcuno la ricambia realmente;
la tendenza a idealizzare persone poco accessibili o non disponibili;
la comparsa di pensieri intrusivi e repulsione proprio quando la relazione diventa concreta e coinvolgente;
il continuo alternarsi tra attrazione intensa e desiderio di fuga.
È possibile che nelle relazioni si attivi in lei un conflitto profondo tra il desiderio di vicinanza affettiva e la paura dell’esposizione emotiva e dell’intimità. In molte persone con una storia familiare caratterizzata da ansia, controllo, instabilità affettiva o carenza emotiva, il legame amoroso può diventare terreno di forte ambivalenza: si desidera l’amore ma, quando arriva davvero, genera allarme, dubbio e ipercontrollo.
I pensieri sul corpo, sull’aspetto fisico, sull’odore, sulla pulizia o sull’intelligenza del partner potrebbero non rappresentare necessariamente “la verità” sul rapporto, ma assumere una funzione ansiogena e ossessiva. In alcuni casi questi meccanismi possono ricordare dinamiche tipiche del DOC relazionale (ROCD), dove la mente ricerca continuamente difetti, segnali o “prove” per capire se il partner sia davvero quello giusto o se il sentimento sia autentico. Più si cerca una certezza assoluta, più l’ansia aumenta.
Anche il fatto che i sintomi siano peggiorati dopo l’interruzione della paroxetina è un elemento importante da considerare insieme ai professionisti che la seguono, senza interpretarlo automaticamente come la prova che la relazione sia sbagliata.
Un altro aspetto significativo è che lei sembra attribuire molto valore allo sguardo esterno: sentirsi orgogliosa o vergognarsi del partner a seconda di come pensa possa essere percepito dagli altri. Questo può essere collegato a un’autostima fragile e a un bisogno profondo di validazione.
È importante sottolineare che il fatto di provare dubbi, repulsione momentanea o pensieri intrusivi non significa automaticamente “non amare” una persona. Le emozioni umane non sono lineari, soprattutto quando entrano in gioco ansia, ossessioni e ferite relazionali profonde.
Ha fatto molto bene a iniziare un nuovo percorso psicoterapeutico. Il suo timore di “scoprire che non lo ama davvero” è comprensibile, ma la psicoterapia non serve a darle una sentenza sulla relazione: serve piuttosto a comprendere meglio sé stessa, i propri meccanismi emotivi, i modelli di attaccamento e il significato di queste reazioni. Solo lavorando su questo potrà distinguere più chiaramente ciò che appartiene all’ansia e ciò che invece riguarda autenticamente il rapporto.
Le consiglierei quindi di proseguire il percorso con continuità e, se necessario, confrontarsi anche con uno specialista psichiatra rispetto alla sospensione farmacologica e all’aumento dei sintomi.
Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno, quello che racconta mostra una sofferenza molto profonda, ma anche una grande capacità di osservare sé stessa e i propri vissuti. Dalle sue parole emerge chiaramente quanto il tema relazionale, dell’intimità e del sentirsi “scelta” o “adeguata” sia intrecciato con esperienze di rifiuto, vergogna, paura e forte insicurezza personale.
La sensazione che attraversa tutta la sua storia sembra essere un conflitto continuo tra desiderio di vicinanza e bisogno di fuga. Da una parte sente il bisogno intenso di essere amata, vista, rassicurata; dall’altra, quando la relazione diventa reale e concreta, emergono ansia, repulsione, dubbi ossessivi e paura di restare “intrappolata” nella scelta sbagliata. È come se la mente cercasse continuamente dettagli fisici, caratteriali, legati alla pulizia, al modo di apparire su cui fissarsi per verificare se quella persona sia davvero “giusta” oppure no.
Questo tipo di funzionamento può avere molte radici e non significa automaticamente “non amare davvero” il proprio partner. Anzi, spesso le ossessioni colpiscono proprio i legami emotivamente importanti, perché sono quelli che espongono maggiormente alla vulnerabilità, alla dipendenza affettiva, alla paura di sbagliare o di soffrire. Inoltre, la storia che racconta (tra esperienze umilianti, difficoltà nell’intimità, forte sensibilità al giudizio esterno e un contesto familiare percepito come poco sicuro emotivamente) può aver contribuito a costruire un rapporto molto ansioso sia con sé stessa sia con le relazioni.
Anche il fatto che i sintomi si siano intensificati dopo l’interruzione della paroxetina è un elemento da non sottovalutare, perché alcuni pensieri ossessivi e stati d’ansia possono riacutizzarsi dopo la sospensione di un farmaco, soprattutto se avviene senza un percorso graduale ben monitorato.
La paura che la terapia possa “dimostrarle” di non aver mai amato il suo compagno sembra comprensibile, ma la psicoterapia non serve a dare sentenze definitive sulle relazioni. Piuttosto, può aiutarla a comprendere meglio i propri meccanismi emotivi, il significato di queste oscillazioni, il rapporto con il desiderio, la vergogna, il controllo, il giudizio e la paura dell’intimità. Solo dentro uno spazio di ascolto più profondo si può distinguere ciò che appartiene davvero alla relazione da ciò che invece nasce dall’ansia, dalle ferite passate o da dinamiche interne molto radicate.
Il fatto che lei riesca a riconoscere quanto questa relazione le abbia dato, quanto l’abbia aiutata a crescere e a differenziarsi da certe dinamiche familiari, è già un elemento importante. In questo momento forse non è necessario obbligarsi a capire subito se “è l’uomo giusto” oppure no, ma iniziare a comprendere cosa accade dentro di lei quando l’amore diventa reale, vicino e stabile.
Se sente che che avrebbe bisogno di uno spazio più personale e approfondito, resto disponibile per un colloquio e un confronto professionale.
La sensazione che attraversa tutta la sua storia sembra essere un conflitto continuo tra desiderio di vicinanza e bisogno di fuga. Da una parte sente il bisogno intenso di essere amata, vista, rassicurata; dall’altra, quando la relazione diventa reale e concreta, emergono ansia, repulsione, dubbi ossessivi e paura di restare “intrappolata” nella scelta sbagliata. È come se la mente cercasse continuamente dettagli fisici, caratteriali, legati alla pulizia, al modo di apparire su cui fissarsi per verificare se quella persona sia davvero “giusta” oppure no.
Questo tipo di funzionamento può avere molte radici e non significa automaticamente “non amare davvero” il proprio partner. Anzi, spesso le ossessioni colpiscono proprio i legami emotivamente importanti, perché sono quelli che espongono maggiormente alla vulnerabilità, alla dipendenza affettiva, alla paura di sbagliare o di soffrire. Inoltre, la storia che racconta (tra esperienze umilianti, difficoltà nell’intimità, forte sensibilità al giudizio esterno e un contesto familiare percepito come poco sicuro emotivamente) può aver contribuito a costruire un rapporto molto ansioso sia con sé stessa sia con le relazioni.
Anche il fatto che i sintomi si siano intensificati dopo l’interruzione della paroxetina è un elemento da non sottovalutare, perché alcuni pensieri ossessivi e stati d’ansia possono riacutizzarsi dopo la sospensione di un farmaco, soprattutto se avviene senza un percorso graduale ben monitorato.
La paura che la terapia possa “dimostrarle” di non aver mai amato il suo compagno sembra comprensibile, ma la psicoterapia non serve a dare sentenze definitive sulle relazioni. Piuttosto, può aiutarla a comprendere meglio i propri meccanismi emotivi, il significato di queste oscillazioni, il rapporto con il desiderio, la vergogna, il controllo, il giudizio e la paura dell’intimità. Solo dentro uno spazio di ascolto più profondo si può distinguere ciò che appartiene davvero alla relazione da ciò che invece nasce dall’ansia, dalle ferite passate o da dinamiche interne molto radicate.
Il fatto che lei riesca a riconoscere quanto questa relazione le abbia dato, quanto l’abbia aiutata a crescere e a differenziarsi da certe dinamiche familiari, è già un elemento importante. In questo momento forse non è necessario obbligarsi a capire subito se “è l’uomo giusto” oppure no, ma iniziare a comprendere cosa accade dentro di lei quando l’amore diventa reale, vicino e stabile.
Se sente che che avrebbe bisogno di uno spazio più personale e approfondito, resto disponibile per un colloquio e un confronto professionale.
Buongiorno, sono la dott.ssa Marika e dal suo racconto emerge una grande sofferenza, ma anche una notevole capacità di osservarsi e di cercare aiuto. Quello che descrive non sembra riducibile semplicemente al fatto che il suo compagno “non sia quello giusto”. Colpisce invece un funzionamento relazionale caratterizzato da forte ansia, paura del rifiuto e dell’intimità, oscillazioni tra idealizzazione e repulsione, bisogno di approvazione esterna e pensieri intrusivi molto intensi riguardo all’aspetto fisico, alla pulizia e al valore dell’altro.
Le esperienze che racconta — l’umiliazione subita da ragazzina, l’episodio con il ragazzo insistente e svalutante, la vergogna legata al giudizio degli altri, il clima familiare ansioso e poco contenitivo — possono avere contribuito a creare un’associazione tra vicinanza affettiva, ansia e pericolo emotivo. In molte persone questo porta a desiderare profondamente l’amore ma, quando il legame diventa reale e concreto, a sperimentare improvvisamente disgusto, dubbi, irritazione o impulso alla fuga.
I pensieri che descrive sembrano avere anche caratteristiche ossessive: attenzione continua ai difetti del partner, controllo delle proprie sensazioni (“lo amo davvero?”, “mi piace abbastanza?”, “è abbastanza pulito/carino/intelligente?”), bisogno di certezza assoluta sul sentimento e forte disagio quando questa certezza manca. Quando l’ansia aumenta, la mente tende a concentrarsi sempre di più sui particolari negativi del partner fino a farli sembrare intollerabili. Questo però non significa automaticamente che il sentimento sia falso o che la relazione sia necessariamente sbagliata.
Anche il peggioramento dopo la sospensione della paroxetina è un elemento importante da considerare con lo specialista che la segue, senza modificare autonomamente la terapia.
Il fatto più positivo del suo messaggio è che ha già iniziato una psicoterapia. Credo sia la strada corretta: non per decidere rapidamente se lasciare o meno il suo compagno, ma per comprendere più a fondo il suo funzionamento emotivo, il rapporto con l’intimità, la paura del giudizio, il bisogno di controllo e l’origine di questi pensieri intrusivi. In questo momento prendere decisioni drastiche basandosi solo sull’ansia rischierebbe di aumentare la confusione.
Cerchi quindi di non trasformare la terapia in una “sentenza” sul fatto che il suo ragazzo sia giusto o sbagliato per lei. Il lavoro più importante sarà capire cosa accade dentro di lei quando entra in una relazione affettiva stabile e significativa.
Un caro saluto.
Rimango a disposizione
Dott.ssa Marika
Le esperienze che racconta — l’umiliazione subita da ragazzina, l’episodio con il ragazzo insistente e svalutante, la vergogna legata al giudizio degli altri, il clima familiare ansioso e poco contenitivo — possono avere contribuito a creare un’associazione tra vicinanza affettiva, ansia e pericolo emotivo. In molte persone questo porta a desiderare profondamente l’amore ma, quando il legame diventa reale e concreto, a sperimentare improvvisamente disgusto, dubbi, irritazione o impulso alla fuga.
I pensieri che descrive sembrano avere anche caratteristiche ossessive: attenzione continua ai difetti del partner, controllo delle proprie sensazioni (“lo amo davvero?”, “mi piace abbastanza?”, “è abbastanza pulito/carino/intelligente?”), bisogno di certezza assoluta sul sentimento e forte disagio quando questa certezza manca. Quando l’ansia aumenta, la mente tende a concentrarsi sempre di più sui particolari negativi del partner fino a farli sembrare intollerabili. Questo però non significa automaticamente che il sentimento sia falso o che la relazione sia necessariamente sbagliata.
Anche il peggioramento dopo la sospensione della paroxetina è un elemento importante da considerare con lo specialista che la segue, senza modificare autonomamente la terapia.
Il fatto più positivo del suo messaggio è che ha già iniziato una psicoterapia. Credo sia la strada corretta: non per decidere rapidamente se lasciare o meno il suo compagno, ma per comprendere più a fondo il suo funzionamento emotivo, il rapporto con l’intimità, la paura del giudizio, il bisogno di controllo e l’origine di questi pensieri intrusivi. In questo momento prendere decisioni drastiche basandosi solo sull’ansia rischierebbe di aumentare la confusione.
Cerchi quindi di non trasformare la terapia in una “sentenza” sul fatto che il suo ragazzo sia giusto o sbagliato per lei. Il lavoro più importante sarà capire cosa accade dentro di lei quando entra in una relazione affettiva stabile e significativa.
Un caro saluto.
Rimango a disposizione
Dott.ssa Marika
Comprendo profondamente lo stato di frammentazione e la sofferenza che sta attraversando; le Sue parole restituiscono l'immagine di una lotta estenuante tra il bisogno vitale di vicinanza e un'allerta costante che la spinge a fuggire non appena l'altro si fa troppo vicino. Questa alternanza tra l'idealizzazione ("l'uomo più bello del mondo") e la repulsione fisica non è un segno di "cattiveria" o di mancanza di sentimenti, ma sembra essere la voce di un conflitto antico che abita la Sua identità.
Nella prospettiva di Diego Napolitani, noi impariamo ad "abitare" noi stessi attraverso lo specchio che ci offrono le nostre figure primarie. Se, come Lei descrive, è cresciuta in una matrice familiare caratterizzata da una madre iper-controllante e un padre assente, è probabile che l'intimità sia stata interiorizzata come un territorio pericoloso: un luogo dove si rischia di essere invasi o, al contrario, di essere abbandonati nel momento del bisogno. Il corpo dell'altro diventa allora il teatro di questa battaglia: la repulsione, i pensieri intrusivi sull'aspetto fisico o sulla pulizia, agiscono come "difese" necessarie per mantenere una distanza di sicurezza ed evitare che l'altro entri troppo in profondità.
L'episodio del bigliettino alle medie e l'esperienza traumatica a 16 anni hanno tristemente confermato quella che era già una fragilità interna: l'idea che aprirsi all'altro significhi esporsi al ridicolo, all'umiliazione o alla violenza. È come se il Suo "sistema di allarme" si fosse tarato su una sensibilità altissima. Quando prova repulsione e si vergogna di farsi vedere in giro, non sta giudicando solo il Suo ragazzo, ma sta cercando di proteggere la Sua immagine sociale da un possibile giudizio esterno che sente come distruttivo.
Il fatto che i sintomi siano peggiorati dopo l'interruzione della paroxetina suggerisce che il farmaco agisse come un "ammortizzatore" su un'ansia relazionale molto profonda. Senza quello schermo, i pensieri ossessivi (il cosiddetto DOC da relazione) sono tornati a bussare con forza. Questi pensieri non sono necessariamente la prova che Lei "non lo ama", ma sono il modo in cui la Sua mente gestisce il terrore della dipendenza affettiva. Considerare il partner "stupido" o "sporco" serve a svalutarlo per renderlo meno pericoloso: se lui è "meno", allora non può ferirLa davvero.
Il nuovo percorso di psicoterapia che ha intrapreso è uno spazio prezioso. Non abbia paura di scoprire che "non è la persona adatta"; il vero obiettivo non è decidere se restare o lasciarlo, ma capire come Lei possa iniziare a sentirsi sicura dentro la propria pelle. L'integrazione tra la Sua storia familiare e il modo in cui oggi "abita" il setting sentimentale è la chiave per disinnescare questi automatismi di fuga.
Si permetta di guardare a questa repulsione non come a una verità assoluta, ma come a una bambina spaventata che cerca di chiudere la porta a chiave. Solo quando si sentirà autorizzata a essere "Chiara" indipendentemente dal giudizio di sua madre o delle compagne di scuola, il corpo dell'altro potrà smettere di essere un campo di battaglia e diventare, finalmente, un luogo di incontro.
Cordialità,
Dottssa Giovanna Costanzo.
Nella prospettiva di Diego Napolitani, noi impariamo ad "abitare" noi stessi attraverso lo specchio che ci offrono le nostre figure primarie. Se, come Lei descrive, è cresciuta in una matrice familiare caratterizzata da una madre iper-controllante e un padre assente, è probabile che l'intimità sia stata interiorizzata come un territorio pericoloso: un luogo dove si rischia di essere invasi o, al contrario, di essere abbandonati nel momento del bisogno. Il corpo dell'altro diventa allora il teatro di questa battaglia: la repulsione, i pensieri intrusivi sull'aspetto fisico o sulla pulizia, agiscono come "difese" necessarie per mantenere una distanza di sicurezza ed evitare che l'altro entri troppo in profondità.
L'episodio del bigliettino alle medie e l'esperienza traumatica a 16 anni hanno tristemente confermato quella che era già una fragilità interna: l'idea che aprirsi all'altro significhi esporsi al ridicolo, all'umiliazione o alla violenza. È come se il Suo "sistema di allarme" si fosse tarato su una sensibilità altissima. Quando prova repulsione e si vergogna di farsi vedere in giro, non sta giudicando solo il Suo ragazzo, ma sta cercando di proteggere la Sua immagine sociale da un possibile giudizio esterno che sente come distruttivo.
Il fatto che i sintomi siano peggiorati dopo l'interruzione della paroxetina suggerisce che il farmaco agisse come un "ammortizzatore" su un'ansia relazionale molto profonda. Senza quello schermo, i pensieri ossessivi (il cosiddetto DOC da relazione) sono tornati a bussare con forza. Questi pensieri non sono necessariamente la prova che Lei "non lo ama", ma sono il modo in cui la Sua mente gestisce il terrore della dipendenza affettiva. Considerare il partner "stupido" o "sporco" serve a svalutarlo per renderlo meno pericoloso: se lui è "meno", allora non può ferirLa davvero.
Il nuovo percorso di psicoterapia che ha intrapreso è uno spazio prezioso. Non abbia paura di scoprire che "non è la persona adatta"; il vero obiettivo non è decidere se restare o lasciarlo, ma capire come Lei possa iniziare a sentirsi sicura dentro la propria pelle. L'integrazione tra la Sua storia familiare e il modo in cui oggi "abita" il setting sentimentale è la chiave per disinnescare questi automatismi di fuga.
Si permetta di guardare a questa repulsione non come a una verità assoluta, ma come a una bambina spaventata che cerca di chiudere la porta a chiave. Solo quando si sentirà autorizzata a essere "Chiara" indipendentemente dal giudizio di sua madre o delle compagne di scuola, il corpo dell'altro potrà smettere di essere un campo di battaglia e diventare, finalmente, un luogo di incontro.
Cordialità,
Dottssa Giovanna Costanzo.
Il quadro che descrivi con così tanta onestà è estremamente doloroso ma allo stesso tempo molto coerente. Le tue difficoltà nelle relazioni non sembrano nate per caso, ma appaiono come una complessa strategia di difesa che la tua mente ha costruito per proteggerti da un mondo esterno percepito, fin dalle medie, come giudicante e rifiutante. Quello che chiami "problema con l'aspetto fisico" degli altri o "repulsione" sembra essere in realtà un meccanismo di protezione: focalizzarti sui difetti estetici del partner ti permette di mantenere una distanza emotiva di sicurezza. Se il partner non è "perfetto" o se tu non sei convinta al cento per cento di lui, una parte di te si sente al sicuro perché non sei totalmente vulnerabile.
L'episodio del bigliettino alle medie e l'esperienza traumatica a 16 anni hanno segnato profondamente il tuo modo di intendere l'intimità. Hai imparato che mostrare il proprio desiderio o affidarsi a qualcuno può portare all'umiliazione o alla violenza psicologica. Non è un caso che tu oscilli tra il cercare persone che consideri "troppo" per te, che ti portano a provare un'ansia paralizzante, e persone che consideri "meno", verso cui provi repulsione. In entrambi i casi, la relazione "piena" e paritaria viene evitata. La repulsione che provi oggi per l'odore, la pulizia o i pensieri del tuo compagno sembra un'evoluzione di quella stessa ansia: quando la relazione diventa troppo stretta e l'intimità minaccia di farti perdere il controllo, la tua mente "crea" un ostacolo insormontabile per spingerti a fuggire e rimetterti al sicuro nella tua solitudine.
Il fatto che i sintomi siano peggiorati dopo la sospensione della paroxetina indica che quell'ansia, precedentemente attutita dal farmaco, è tornata a galla con tutta la sua forza comunicativa. Tua madre iper-controllante e tuo padre assente hanno probabilmente creato in te un modello in cui l'amore è controllo o abbandono, rendendo l'intimità adulta un territorio minato.
Non devi aver paura del percorso di psicoterapia che hai iniziato. L'obiettivo non è necessariamente scoprire che "non lo ami", ma capire perché la tua mente usi lui come bersaglio della tua ansia. Il fatto che tu voglia scappare ma poi speri che lui ti cerchi dimostra che esiste un legame profondo che non vuoi recidere. Il lavoro terapeutico ti aiuterà a distinguere tra ciò che è un reale disallineamento di coppia e ciò che è invece una proiezione dei tuoi traumi passati. Non si tratta di decidere oggi se lui sia "quello giusto", ma di curare la ferita che ti impedisce di stare nel presente senza sentirti costantemente in pericolo. Meriti di scoprire chi sei al di là della tua ansia e di poter vivere un rapporto che non sia una continua negoziazione tra il terrore e la repulsione.
L'episodio del bigliettino alle medie e l'esperienza traumatica a 16 anni hanno segnato profondamente il tuo modo di intendere l'intimità. Hai imparato che mostrare il proprio desiderio o affidarsi a qualcuno può portare all'umiliazione o alla violenza psicologica. Non è un caso che tu oscilli tra il cercare persone che consideri "troppo" per te, che ti portano a provare un'ansia paralizzante, e persone che consideri "meno", verso cui provi repulsione. In entrambi i casi, la relazione "piena" e paritaria viene evitata. La repulsione che provi oggi per l'odore, la pulizia o i pensieri del tuo compagno sembra un'evoluzione di quella stessa ansia: quando la relazione diventa troppo stretta e l'intimità minaccia di farti perdere il controllo, la tua mente "crea" un ostacolo insormontabile per spingerti a fuggire e rimetterti al sicuro nella tua solitudine.
Il fatto che i sintomi siano peggiorati dopo la sospensione della paroxetina indica che quell'ansia, precedentemente attutita dal farmaco, è tornata a galla con tutta la sua forza comunicativa. Tua madre iper-controllante e tuo padre assente hanno probabilmente creato in te un modello in cui l'amore è controllo o abbandono, rendendo l'intimità adulta un territorio minato.
Non devi aver paura del percorso di psicoterapia che hai iniziato. L'obiettivo non è necessariamente scoprire che "non lo ami", ma capire perché la tua mente usi lui come bersaglio della tua ansia. Il fatto che tu voglia scappare ma poi speri che lui ti cerchi dimostra che esiste un legame profondo che non vuoi recidere. Il lavoro terapeutico ti aiuterà a distinguere tra ciò che è un reale disallineamento di coppia e ciò che è invece una proiezione dei tuoi traumi passati. Non si tratta di decidere oggi se lui sia "quello giusto", ma di curare la ferita che ti impedisce di stare nel presente senza sentirti costantemente in pericolo. Meriti di scoprire chi sei al di là della tua ansia e di poter vivere un rapporto che non sia una continua negoziazione tra il terrore e la repulsione.
Buongiorno, quello che racconta fa pensare a una sofferenza che va avanti da molto tempo e che sembra emergere soprattutto quando entra in gioco la vicinanza emotiva e affettiva. Nel suo racconto si percepisce molto chiaramente un movimento continuo tra desiderio di relazione e bisogno di allontanarsi, come se l’intimità da una parte la attirasse profondamente e dall’altra la esponesse a una forte ansia.
I pensieri che descrive sull’aspetto fisico, sull’odore, sulla pulizia o sui comportamenti del suo partner sembrano assumere una forma molto invasiva, fino a condizionare il modo in cui vive la relazione e ciò che prova nei suoi confronti. Ma il fatto di avere questi pensieri non significa automaticamente che non lo ami o che la relazione sia “sbagliata”. Spesso, quando si vive molta ansia nelle relazioni, la mente cerca continuamente conferme e segnali per capire se si sta con la persona giusta, e ogni dettaglio può diventare motivo di dubbio o repulsione.
Nel suo racconto emerge anche quanto il tema del giudizio e della vergogna abbia avuto un peso importante fin dall’adolescenza. Alcune esperienze che ha vissuto sembrano aver lasciato ferite profonde nel modo di percepire sé stessa, il proprio valore e la possibilità di sentirsi al sicuro in una relazione.
Mi sembra importante il fatto che abbia iniziato un nuovo percorso di psicoterapia, soprattutto perché la sua sofferenza non riguarda solo questa relazione, ma sembra inserirsi in modalità emotive e relazionali che si ripetono nel tempo. La paura di scoprire di non aver mai amato davvero il suo partner è comprensibile, ma credo che in questo momento sia più importante cercare di capire cosa accade dentro di lei quando entra in contatto con l’intimità, il coinvolgimento e la possibilità di affidarsi emotivamente a qualcuno.
Il fatto che i pensieri siano aumentati dopo l’interruzione della paroxetina è inoltre un aspetto importante da condividere con i professionisti che la seguono.
Le auguro di poter trovare, all’interno della terapia, uno spazio in cui sentirsi accolta senza il bisogno di giudicarsi continuamente o di dover trovare subito una risposta definitiva sui suoi sentimenti.
I pensieri che descrive sull’aspetto fisico, sull’odore, sulla pulizia o sui comportamenti del suo partner sembrano assumere una forma molto invasiva, fino a condizionare il modo in cui vive la relazione e ciò che prova nei suoi confronti. Ma il fatto di avere questi pensieri non significa automaticamente che non lo ami o che la relazione sia “sbagliata”. Spesso, quando si vive molta ansia nelle relazioni, la mente cerca continuamente conferme e segnali per capire se si sta con la persona giusta, e ogni dettaglio può diventare motivo di dubbio o repulsione.
Nel suo racconto emerge anche quanto il tema del giudizio e della vergogna abbia avuto un peso importante fin dall’adolescenza. Alcune esperienze che ha vissuto sembrano aver lasciato ferite profonde nel modo di percepire sé stessa, il proprio valore e la possibilità di sentirsi al sicuro in una relazione.
Mi sembra importante il fatto che abbia iniziato un nuovo percorso di psicoterapia, soprattutto perché la sua sofferenza non riguarda solo questa relazione, ma sembra inserirsi in modalità emotive e relazionali che si ripetono nel tempo. La paura di scoprire di non aver mai amato davvero il suo partner è comprensibile, ma credo che in questo momento sia più importante cercare di capire cosa accade dentro di lei quando entra in contatto con l’intimità, il coinvolgimento e la possibilità di affidarsi emotivamente a qualcuno.
Il fatto che i pensieri siano aumentati dopo l’interruzione della paroxetina è inoltre un aspetto importante da condividere con i professionisti che la seguono.
Le auguro di poter trovare, all’interno della terapia, uno spazio in cui sentirsi accolta senza il bisogno di giudicarsi continuamente o di dover trovare subito una risposta definitiva sui suoi sentimenti.
Buongiorno, le consiglio di rivolgersi allo psichiatra che la segue per il reinserimento della terapia farmacologica e di iniziare un percorso di psicoterapia. Cordiali saluti.
Gentilissima,
quello che descrive non va ridotto semplicemente alla domanda “lo amo o non lo amo?”. Nel suo racconto sembrano intrecciarsi ansia, paura dell’intimità, vergogna, pensieri intrusivi, oscillazioni tra attrazione e repulsione, bisogno di conferme e timore del rifiuto. Sono aspetti che meritano di essere compresi con attenzione, senza arrivare subito a conclusioni definitive sulla relazione.
Ha fatto bene a iniziare un percorso di psicoterapia. Le suggerirei di affidarsi a uno psicologo/psicoterapeuta che abbia esperienza nel disagio affettivo e relazionale, nei disturbi d’ansia e nei pensieri ossessivi in ambito sentimentale. L’obiettivo iniziale non dovrebbe essere “decidere subito se lasciarlo o restare”, ma capire cosa si attiva dentro di lei quando una relazione diventa reale, intima e stabile.
Il partner può avere certamente caratteristiche che le piacciono o non le piacciono, ma l’intensità della sua sofferenza, della repulsione e del bisogno di fuga fa pensare che il tema principale sia più profondo della sola compatibilità di coppia. È importante esplorarlo in un contesto sicuro, continuativo e competente.
Se dovessero tornare pensieri suicidari o la sensazione di non farcela, è fondamentale chiedere aiuto subito al medico, al pronto soccorso o ai servizi di emergenza. Per il resto, non si giudichi: il percorso appena iniziato può aiutarla molto a dare un senso a ciò che le accade.
quello che descrive non va ridotto semplicemente alla domanda “lo amo o non lo amo?”. Nel suo racconto sembrano intrecciarsi ansia, paura dell’intimità, vergogna, pensieri intrusivi, oscillazioni tra attrazione e repulsione, bisogno di conferme e timore del rifiuto. Sono aspetti che meritano di essere compresi con attenzione, senza arrivare subito a conclusioni definitive sulla relazione.
Ha fatto bene a iniziare un percorso di psicoterapia. Le suggerirei di affidarsi a uno psicologo/psicoterapeuta che abbia esperienza nel disagio affettivo e relazionale, nei disturbi d’ansia e nei pensieri ossessivi in ambito sentimentale. L’obiettivo iniziale non dovrebbe essere “decidere subito se lasciarlo o restare”, ma capire cosa si attiva dentro di lei quando una relazione diventa reale, intima e stabile.
Il partner può avere certamente caratteristiche che le piacciono o non le piacciono, ma l’intensità della sua sofferenza, della repulsione e del bisogno di fuga fa pensare che il tema principale sia più profondo della sola compatibilità di coppia. È importante esplorarlo in un contesto sicuro, continuativo e competente.
Se dovessero tornare pensieri suicidari o la sensazione di non farcela, è fondamentale chiedere aiuto subito al medico, al pronto soccorso o ai servizi di emergenza. Per il resto, non si giudichi: il percorso appena iniziato può aiutarla molto a dare un senso a ciò che le accade.
Grazie per aver condiviso tutto questo con tanta onestà e coraggio. Non è semplice mettere in parole una storia così complessa e dolorosa.
Sento quanto questa situazione le pesi. Anni di relazioni vissute tra attrazione e repulsione, tra il desiderio di connessione e la spinta a fuggire. È comprensibile sentirsi devastata.
Quello che descrive, i pensieri intrusivi sull'aspetto fisico del partner, l'alternanza tra idealizzazione e disgusto, la difficoltà con l'intimità, sono esperienze che spesso hanno radici profonde, legate alla storia relazionale di ciascuno. Non sono la prova che non abbia mai amato, né che l'amore sia finito, sono segnali che qualcosa chiede attenzione.
Ha fatto un passo importante iniziando un percorso di psicoterapia. Quello spazio potrà aiutarla a capire da dove vengono questi pattern, senza doverli affrontare da sola.
Un caro saluto,
Dott. Alessandro Ocera
Sento quanto questa situazione le pesi. Anni di relazioni vissute tra attrazione e repulsione, tra il desiderio di connessione e la spinta a fuggire. È comprensibile sentirsi devastata.
Quello che descrive, i pensieri intrusivi sull'aspetto fisico del partner, l'alternanza tra idealizzazione e disgusto, la difficoltà con l'intimità, sono esperienze che spesso hanno radici profonde, legate alla storia relazionale di ciascuno. Non sono la prova che non abbia mai amato, né che l'amore sia finito, sono segnali che qualcosa chiede attenzione.
Ha fatto un passo importante iniziando un percorso di psicoterapia. Quello spazio potrà aiutarla a capire da dove vengono questi pattern, senza doverli affrontare da sola.
Un caro saluto,
Dott. Alessandro Ocera
Buonasera, ho letto con piacere ed interesse l'intero suo resoconto dal quale ho capito la tipologia di paure che condizionano la sua vita relazionale. Quello che non ho capito, invece, è quale sia il suo bisogno attuale. Qual è il desiderio che l'ha spinta a scrivere queste righe? Che cosa vorrebbe ottenere di diverso rispetto a quello che ha paura di scoprire nel percorso di psicoterapia che ha appena iniziato?
Rimango a disposizione
Dott. Federico Bartoli
Rimango a disposizione
Dott. Federico Bartoli
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