Ho una preoccupazione che mi assilla tanto . Mamma si era appena fatta la doccia e si era asciugata

25 risposte
Ho una preoccupazione che mi assilla tanto .
Mamma si era appena fatta la doccia e si era asciugata le parti intime. Siccome lei ha una difficoltà mi ha chiesto di aiutarla e cosi ho fatto.
Adesso ho costantemente il pensiero che io abbia toccato i suoi vestiti precedentemente toccati da lei , ho paura che dopo magari andando in bagno mi sia mischiata qualcosa anche avendo lavato le mani.
So che è strana la cosa
Cara utente,
sembra essere una preoccupazione che la fa pensare e quindi le causa preoccupazione: immagino sia un pensiero presente e che forse non si riduce solo a questo episodio con sua madre. Ha mai pensato dunque di approfondire tale pensiero così da conoscerlo di più e vedere da cosa è originato? Con un percorso psicologico questo potrebbe essere possibile, così che possa sganciarsi un po' da questo pensiero e dalla sua conseguente preoccupazione.
Un caro saluto
Dott.ssa Claudia Fontanella

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Dott. Francesco Paolo Coppola
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Napoli
Salve
quello che descrive non è “strano” e non riguarda tanto il fatto accaduto, quanto ciò che si è attivato dopo.
Lei ha aiutato sua madre, poi è comparso un dubbio che non si spegne:
“e se mi fossi contaminata?”
“e se avessi trasferito qualcosa anche dopo aver lavato le mani?”
Questo è il punto.
Non siamo sul piano della realtà, ma su quello del pensiero che prende spazio e si ripete. È quello che chiamiamo una attivazione ossessiva: il pensiero entra, si impone e genera controllo, verifiche, bisogno di certezza.
Più che cercare subito una soluzione, è utile fermarsi su una domanda:
le è già successo in altre situazioni?
Per esempio:
pensieri ripetitivi legati alla pulizia o alla contaminazione
bisogno di controllare più volte qualcosa
difficoltà a chiudere un dubbio anche quando sa che è eccessivo
sensazione che il pensiero torni anche senza volerlo
aumento dell’ansia in momenti di stress o responsabilità
Se ritrova altri elementi di questo tipo, allora non è il singolo episodio il problema, ma un meccanismo che si è attivato.
Non è il gesto che ha fatto a creare il problema.
È ciò che la mente ha costruito dopo.
Queste dinamiche spesso emergono in momenti di tensione, di attenzione elevata o quando ci si prende cura di qualcuno.
Non è necessario avere già strumenti per gestire tutto questo da sola.
È già corretto il fatto che lei stia cercando di capire cosa le sta succedendo.
Il passo utile è osservare quando e come si attiva questo tipo di pensiero e, se persiste, parlarne con un professionista.
Non è un pensiero qualsiasi, ma un funzionamento che può essere compreso e ridotto nel tempo. Dott. Francesco Paolo Coppola, (Napoli on line o in presenza) psicologo e psicoterapeuta
Buongiorno, capisco che questo pensiero possa farla sentire molto agitata, anche se una parte di lei riconosce che la paura è eccessiva.

Proprio qui sta il punto: più che il contatto con i vestiti di sua madre, sembra essere il dubbio a tenerla bloccata. Il pensiero arriva, le chiede una certezza assoluta, lei prova a tranquillizzarsi ripensando a ciò che ha toccato, al fatto che si è lavata le mani, a cosa potrebbe essere successo. Ma ogni controllo mentale, invece di chiudere la questione, rischia di riaprirla.

In questi casi la domanda “è possibile che sia successo qualcosa?” spesso diventa una trappola, perché nessuna risposta basta davvero. Il lavoro utile non è inseguire il pensiero fino a dimostrare che è impossibile, ma imparare a non trattarlo come un’emergenza.

Potrebbe provare, quando torna il dubbio, a dirsi: “Questo è il solito pensiero che mi chiede certezza. Non devo risolverlo adesso”. Poi riporti l’attenzione a ciò che stava facendo, senza aggiungere altri controlli o rassicurazioni.

Se queste preoccupazioni sono frequenti, intense o iniziano a condizionare la vita quotidiana, può essere molto utile parlarne con uno psicologo, perché non va combattuto solo il contenuto del pensiero, ma il meccanismo che lo alimenta. Può anche continuare a scrivere o confrontarsi su questo passaggio, perché è importante non restare sola dentro questo tipo di paura.

Un caro saluto.
Dott.ssa Luana Martucci
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Treviso
Quello che descrive non è “strano” nel senso di raro o incomprensibile: è un meccanismo molto preciso della mente quando entra in modalità allarme. Un meccanismo molto comune del dubbio ossessivo legato alla contaminazione.
Ha vissuto una situazione concreta (aiutare sua madre) e da lì si è attivata una catena di pensieri di contaminazione: “e se ho toccato…”, “e se si è mischiato qualcosa…”, “e se lavarsi le mani non basta…”. Non è il fatto in sé che mantiene il problema, ma il tentativo di controllare e azzerare ogni dubbio.
Quando compare il dubbio più cerca di essere sicura al 100% che non sia successo nulla, più la mente rilancia nuovi scenari. È un circolo che si autoalimenta e spesso sono proprio le soluzioni che mettiamo in atto per rassicurarci che mantengono il problema.
Non serve combattere il pensiero, ma cambiare la nostra risposta.
Se questa preoccupazione tende a ripresentarsi anche in altre situazioni, le consiglio di lavorarci con uno psicoterapeuta in modo mirato e rapido: sono dinamiche che si possono sciogliere con strategie molto precise.
Un caro saluto
Dott.ssa Valentina Mestici
Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Caro utente capisco, non è così strano come pensi, quello che descrivi sembra più un pensiero ossessivo che una reale contaminazione. dopo esserti lavato le mani il rischio è praticamente nullo, quindi non è un problema igienico ma un dubbio che torna e ti fa stare in allerta. prova a notare che è il pensiero a creare l’ansia, non la situazione reale. se questo circolo si ripete spesso, potrebbe essere utile parlarne con qualcuno di fiducia o un professionista per gestirlo meglio. Rimango a disposizione un caro saluto Dott.ssa Valentina Mestici
Buongiorno, credo che alcune cose possano sembrarci strane a prima vista, ma penso che preoccupazioni e pensieri siano messaggeri di qualcosa di più profondo (come per esempio, avvertirci di qualcosa di importante e/o segnalarci che alcuni nostri bisogni non sono soddisfatti) e, non appena comprendiamo cosa vogliono dirci, ciò che sembra strano diventa più comprensibile, più chiaro e non più così strano.
Non deve essere facile essere tanto assillati da una preoccupazione ed avere un pensiero costante: mi domando cosa ci può essere dietro alla sua paura? da quale pericolo La sta proteggendo? cosa potrebbe accadere se si verifica quanto teme?
Se lo desidera, può far chiarezza sulla sua preoccupazione e trovare sollievo grazie a un professionista che la supporti in questo momento.
Spero di averLa aiutata nel mio piccolo contributo scritto.
Buona giornata,
Dott.ssa Jasmine Cazzaniga
Dott. Edoardo Bonsignori
Psicologo, Psicologo clinico
Cascina
La ringrazio per aver condiviso questa sua preoccupazione così intima. Capisco che il pensiero possa sembrarle strano e che la stia tormentando, ma vorrei innanzitutto rassicurarla, a livello razionale e igienico, avendo lavato le mani, non ha corso alcun rischio reale di contagio.
Tuttavia, come psicologo, mi colpiscono molto le sue parole perché raccontano un momento di grande vicinanza fisica ed emotiva. Quello che sta vivendo sembra più un disagio legato ai confini. Aiutare un genitore in compiti così privati comporta un ribaltamento dei ruoli, lei si è trovata ad accudire chi, un tempo, accudiva lei.
Questo contatto così profondo con la fragilità di sua madre può generare una sorta di "corto circuito". Spesso la paura della contaminazione è il modo in cui la mente esprime il timore che i confini tra noi e l'altro si siano fatti troppo sottili, o che il carico emotivo di questa situazione le stia rimanendo "addosso".
Non si giudichi per questi pensieri, ma non cerchi nemmeno di affrontarli da sola se vede che diventano un chiodo fisso. In questi casi, chiedere aiuto a un professionista può essere fondamentale, un percorso psicologico potrebbe aiutarla a elaborare questo cambiamento nel rapporto con sua madre e a ritrovare la sua serenità, proteggendo il suo spazio emotivo.
Dott. Giulio Blasilli
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buonasera. Da ciò che racconta, sembra che il suo timore nasca più da un pensiero di contaminazione che da un rischio reale. Il fatto che lei stessa percepisca questa paura come insolita fa pensare che una parte di lei riconosca già quanto l’ansia stia amplificando la situazione. A volte questi pensieri diventano molto insistenti proprio perché più si cerca di controllarli o di rassicurarsi, più tornano. Se nota che questo tipo di preoccupazioni si ripete spesso o le crea molta angoscia, potrebbe essere utile approfondirlo con un professionista, perché merita attenzione anche se può sembrarle “strano”. Se questa situazione dovesse pesarle o destabilizzarla, può valutare un supporto psicologico, con me o con il professionista che ritiene più adatto a lei.
Le auguro una buona serata.
Dott.ssa Ilaria Visone
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Pomigliano d'Arco
Salve può notare se questa preoccupazione (o anche più di una) le porta via tanto tempo ed energie nella giornata, se si accompagna una sofferenza marcata e se sta peggiorando la sua qualità di vita. Potrebbe valutare di cercare aiuto con uno/a psicoterapeuta, che le possa fare una diagnosi corretta e dare spazio ai suoi vissuti e agli eventi stressanti che in questo momento le stanno pesando. Spero di esserle stata d'aiuto.
Dott.ssa Rossella Carrara
Psicologo, Psicologo clinico
Bergamo
Buongiorno, le consiglio un consulto psicologico per capire l'origine e la tipologia delle sue paure. Cordiali saluti.
Dr. Vittorio Penzo
Psicologo, Psicologo clinico
Parma
Ciò che lei descrive, ovvero pensieri ricorrenti e fastidiosi legati al timore di contaminazione, pur in assenza di un rischio oggettivo, è un pattern che in psicologia cognitivo-comportamentale viene riconosciuto come un'ossessione da contaminazione. Il fatto che lei stessa riconosca la stranezza di questi pensieri è un segnale importante di consapevolezza.

In ottica TCC, questi pensieri si autoalimentano nel momento in cui cerchiamo di contrastarli o di trovare rassicurazioni, perché ogni verifica rinforza il dubbio invece di dissolverlo. Il cervello interpreta l'attenzione costante su quel pensiero come un segnale di pericolo reale, innescando un circolo che si autorinforza.

Le consiglio di rivolgersi a uno psicologo esperto in TCC o in ACT (Acceptance and Commitment Therapy), entrambi approcci efficaci per questo tipo di difficoltà. Non è necessario gestire da soli qualcosa che può essere affrontato con il supporto adeguato.

Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Dott.ssa Arianna Broglia
Psicologo, Psicoterapeuta
Parma
Buongiorno gentile utente, hai fatto bene a condividere con noi questo tuo vissuto; mi dispiace per questa situazione faticosa, da ciò che descrivi sembra che in questo momento tu stia vivendo un pensiero molto intrusivo e ripetitivo legato al timore di una possibile contaminazione, pur mantenendo una parte di te consapevole che razionalmente la situazione non sembra giustificare questa preoccupazione.
Questi pensieri possono diventare particolarmente persistenti e generare un bisogno di controllo o di rassicurazione, che però tende a non risolversi completamente, ma anzi a riattivarsi nel tempo.
Non posso naturalmente dirti cosa sia accaduto o meno nella situazione concreta, ma può essere utile osservare come questo tipo di esperienza si organizza: il dubbio si attiva, cresce l’ansia, si cercano conferme o rassicurazioni, ma la sensazione di incertezza tende a ripresentarsi.
Da un punto di vista sistemico, può essere interessante anche chiedersi in quali momenti della vita questi vissuti si attivano con più facilità e che significato assumono per te in questo periodo.
Se questi pensieri stanno diventando frequenti o fonte di sofferenza, potrebbe essere utile intraprendere un percorso psicologico, anche ad orientamento sistemico, per poter esplorare in modo più approfondito questi meccanismi dentro la tua storia personale e relazionale, e dare loro un significato che possa aiutarti a ridurre il loro impatto nella vita quotidiana. Se lo desideri, io sono disponibile.
Un caro saluto, dott.ssa Arianna Broglia
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, quello che descrive può sembrare “strano” a una prima lettura, ma in realtà è molto più comprensibile di quanto possa pensare. Non è tanto la situazione in sé a creare il disagio, quanto il modo in cui la mente inizia a interpretarla e a costruirci sopra una serie di dubbi e timori che diventano sempre più insistenti. Provi a osservare un passaggio importante di ciò che accade dentro di lei. C’è un evento iniziale, piuttosto neutro o comunque gestibile, cioè aver aiutato sua madre. Subito dopo però nasce un pensiero del tipo “e se fosse successo qualcosa?”, “e se non fossi davvero pulito?”, “e se avessi contaminato qualcosa?”. Questo tipo di pensiero non si ferma lì, ma tende ad alimentarsi da solo, portando la sua attenzione sempre più su dettagli, possibilità, scenari ipotetici. Più ci pensa, più il dubbio sembra reale, e più sente il bisogno di trovare una certezza assoluta che però, paradossalmente, non arriva mai. È proprio questo meccanismo che mantiene il disagio. Non è il fatto in sé, ma il tentativo continuo della mente di eliminare ogni minimo dubbio. Quando si cerca una sicurezza totale su qualcosa che per sua natura non può essere certa al cento per cento, si entra in un circolo che aumenta l’ansia invece di ridurla. Un altro aspetto importante è che lei stesso riconosce che il pensiero è “strano”. Questo è un elemento prezioso, perché indica che una parte di lei è già consapevole che si tratta più di un allarme interno che di un pericolo reale. Tuttavia, l’altra parte della mente continua a chiederle di controllare, di rassicurarsi, di analizzare. È come se due parti tirassero in direzioni opposte. In questi casi, spesso la soluzione non è cercare di convincersi che “non è successo niente”, perché questo la riporterebbe comunque nel bisogno di rassicurazione, ma piuttosto iniziare a cambiare il rapporto con questi pensieri. Significa, gradualmente, imparare a riconoscerli per quello che sono, cioè eventi mentali, e non fatti concreti. Possono esserci senza che lei debba necessariamente risolverli o rispondere. So che non è semplice, perché quando l’ansia è attiva tutto sembra urgente e importante. Ma proprio lì sta il punto: più si risponde a questi pensieri, più loro tornano. Più si lascia che ci siano senza seguirli, più nel tempo tendono a perdere forza. Quello che sta vivendo ha una logica precisa nel funzionamento della mente, anche se può farla sentire confuso o a disagio. Proprio per questo, un percorso di supporto potrebbe aiutarla molto a comprendere meglio questi meccanismi e soprattutto a sviluppare strumenti concreti per gestirli, senza dover combattere continuamente con questi dubbi. Un approccio cognitivo comportamentale, in particolare, si concentra proprio su questi processi e aiuta a interrompere quei circoli che mantengono il problema attivo. Non è necessario affrontare tutto da solo, e già il fatto che lei si stia facendo queste domande è un primo passo importante verso una maggiore chiarezza. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott. Federico Bartoli
Psicologo, Psicologo clinico
Prato
Buongiorno, ho capito la preoccupazione che la assilla al momento. Non ho capito invece quale sia il suo bisogno, il desiderio che l'ha portata a condividere qui questa paura. Inoltre, è insolito per lei avere queste preoccupazioni? Cosa pensa che succederebbe se effettivamente si fossero "mischiate" delle cose? Che effetto le ha fatto condividere qui questa "strana cosa"?
Capisco quanto questo pensiero possa risultare insistente e disturbante per te. Provo a spiegarti cosa sta succedendo da un punto di vista psicologico.

Quello che descrivi ha tutte le caratteristiche di un pensiero intrusivo: arriva in modo automatico, non lo scegli, e genera ansia e dubbio (“e se fosse successo qualcosa?”), anche se razionalmente sai che la situazione è molto improbabile o sicura.

In questi casi, il problema non è il fatto in sé (aver aiutato tua madre o aver toccato degli oggetti), ma il significato che la mente attribuisce dopo. Il tuo cervello sta cercando una certezza assoluta sul fatto che non sia successo nulla, ma questa certezza totale purtroppo non è raggiungibile — e più la cerchi, più il dubbio aumenta.

Lavarsi le mani è già una misura più che sufficiente dal punto di vista igienico. L’idea che possa essersi “trasmesso qualcosa” non è realistica, ma il tuo disagio non nasce da un rischio reale, bensì dal bisogno di essere completamente sicura.

Ti invito a fare un piccolo esercizio:
prova a non rispondere al pensiero con altre verifiche o rassicurazioni. Quando arriva, puoi dirti: “Questo è un pensiero, non un pericolo reale.” E lasciare che l’ansia scenda da sola, senza cercare di neutralizzarla.

All’inizio può sembrare difficile, ma è proprio questo il passaggio che aiuta il cervello a smettere di segnalare falsi allarmi.

Se vuoi, possiamo lavorare insieme su strategie più specifiche per gestire questi pensieri quando si presentano.
Dott.ssa FRANCESCA GIUGNO
Psicologo clinico, Psicologo
Brescia
Buon pomeriggio, il fatto che verbalizzi che questa cosa è "strana" mi lascia ipotizzare che comprenda degli aspetti, forse più sul piano cognitivo, della scarsa possibilità che le sue paure possano essere concrete ma probabilmente non può fare le stesso emotivamente. questo potrebbe far si che il pensiero si ripresenti spesso e in modo angoscioso. Le era mai capitata una sensazione simile prima? Credo possa essere utile che Lei cerchi uno spazio terapeutico dove poter condividere questi pensieri e paure. se lo desidera mi contatti pure. buona giornata
Dott.ssa Giovanna Costanzo
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Comprendo quanto questa preoccupazione La stia assillando e come, in certi momenti, il pensiero possa diventare così insistente da farLe dubitare della realtà stessa dei fatti. Non è "strana" la Sua reazione; descrive un vissuto di allarme che tocca corde molto profonde della nostra sensibilità e del nostro bisogno di protezione.

Tuttavia, vorrei rassicurarLa immediatamente: dal punto di vista medico e psicologico, il rischio che Lei paventa è inesistente. Il contatto indiretto attraverso i vestiti, mediato per giunta dal lavaggio delle mani, non è una via di trasmissione per alcuna patologia. Il corpo umano ha barriere protettive molto efficaci e l'igiene che Lei ha praticato è più che sufficiente a garantire la Sua sicurezza.

Una lettura psicologica del "contagio"
Nella prospettiva della psicologia del profondo, l'identità è un processo relazionale che si costruisce anche attraverso i confini. Aiutare una madre in un momento di fragilità e intimità, come dopo una doccia, è un gesto di grande amore, ma può anche generare una sorta di "cortocircuito" emotivo.

L'invasione dello spazio: Occuparsi delle parti intime di un genitore comporta il superamento di un confine simbolico molto forte. Questo può generare, a livello inconscio, un senso di disagio che la mente traduce in "paura del contagio". È come se il timore di essersi "mischiata qualcosa" fosse la rappresentazione fisica di una difficoltà a gestire un’intimità che è diventata troppo ravvicinata o pesante da sostenere.

Il meccanismo del dubbio: Quando il pensiero diventa un assillo nonostante la logica (le mani lavate, l'assenza di rischi reali), ci troviamo davanti a un meccanismo di difesa. La mente sposta un'ansia relazionale su un piano concreto e igienico, perché è più facile temere un "batterio" immaginario che affrontare la complessità emotiva di un genitore che invecchia e ha bisogno di noi.

Prospettiva e Direzione
Questi pensieri spesso fioriscono in contesti dove la responsabilità verso l'altro è sentita come totale. La psicoterapia psicodinamica può intervenire non tanto per "convincerLa" che non c'è pericolo (cosa che Lei razionalmente già intuisce), quanto per aiutarLa a elaborare il Suo ruolo all'interno della relazione con Sua madre.

L'obiettivo è rinforzare i Suoi confini interni affinché Lei possa continuare a prestare assistenza senza sentire che la propria identità o salute vengano messe a rischio dall'altro.

In questi giorni, avverte questo timore solo in relazione a Sua madre o sente che la paura del "contagio" e del giudizio verso i Suoi stessi gesti è diventata una compagna costante anche in altri ambiti della Sua vita?
Dottssa Giovanna Costanzo
Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso con la community la sua storia. Quello che scrive non è strano, se un pensiero ci viene lo riteniamo vero e reale per noi e non ci piace che lo si ritenga strano. E' un pensiero che può venire e se vuole sono disponibile online per parlarne.
Dott.ssa Elena Bonini
Dr. Francesco Rossi
Psicologo, Psicologo clinico
Ozzano dell'Emilia
Salve, timori di "contaminazione", paure o ansie di questa natura sarebbe opportuno affrontarle con la dovuta attenzione e delicatezza in un percorso psicologico con uno Psicologo Clinico o uno Psicoterapeuta che possa aiutarla ad affrontarle e rielaborarle prima che si cristallizzino in problemi di impatto e natura più disagiante, pertanto, suggerirei di cercare uno degli specialisti sopra menzionati per muoversi in tale senso.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Dott.ssa Maria Teresa Santoro
Psicologo, Psicologo clinico
Palo del Colle
Carissimo/a,
sembrano le avvisaglie di un disturbo ossessivo di contaminazione, che detto così sembra grave, ma in realtà può esssere gestita. Ne parli col suo medico e se lo ha, anche uno psicologo.
Buona giornata a lei e stia tranquillo/a.
Gentile utente, da ciò che descrive non c’è un reale rischio: ha aiutato sua madre in una situazione normale e ha anche lavato le mani, quindi non c’è motivo di temere contaminazioni. Più che il fatto in sé, sembra essere l’ansia legata al dubbio di farla stare male. Se tali pensieri dovessero persistere potrebbe essere utile parlarne con una professionista per gestirli meglio.
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Buongiorno,

le sue preoccupazioni potrebbero esser l'espressione di una sintomatologia ossessivo-compulsiva. Richieda un consulto e magari intraprenda un percorso di psicoterapia; con il tempo potrà uscire dalla morsa dei suoi pensieri.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Buonasera,
capisco che possa sembrarle strano, ma in realtà il modo in cui lo descrive è molto frequente.
Il meccanismo e' il seguente: nasce un dubbio (“e se si fosse contaminato qualcosa?”), sale l’ansia, si cercano soluzioni per rassicurarsi (lavaggi, controlli, ripensamenti), si prova sollievo immediato ma dura poco… e il dubbio ritorna e il ciclo continua.
Il punto importante sta nel meccanismo del dubbio e del controllo.
Il tipo di contaminazione che teme in questo caso è estremamente improbabile. Ma se il dubbio persiste non serve a molto questa rassicurazione serve, perché la mente troverà presto un nuovo dubbio.
Quello che può essere utile invece e' capire il meccanismo che sostiene il dubbio con alcune domande: cosa fa quando arriva questo pensiero? quanto tempo passa a controllare o a ripensarci? cosa succede se prova a non fare nulla?
La direzione di lavoro è proprio qui: interrompere il ciclo ansia, controllo, sollievo, nuova ansia.
Se questi pensieri sono frequenti e faticosi, può essere utile un supporto mirato: esistono approcci brevi e operativi che aiutano proprio a lavorare su questo tipo di funzionamento, senza entrare nel contenuto ma modificando il “come” si mantiene.
Dott.ssa Melania Monaco
Buonasera,
capisco quanto questo pensiero possa risultare insistente e generare disagio. Da ciò che descrive, non c’è un rischio reale legato alla situazione che ha vissuto, soprattutto considerando che ha anche lavato le mani. Più che la situazione in sé, sembra essere il pensiero che ritorna e la mette in difficoltà.
Queste preoccupazioni possono comparire quando l’ansia tende a focalizzarsi su possibili contaminazioni o dubbi, anche se razionalmente sappiamo che non ci sono pericoli concreti. Se questo tipo di pensieri si ripresenta spesso o diventa difficile da gestire, può essere utile affrontarli con un supporto psicologico.
Resto a disposizione, sono la Dott.ssa Janett Aruta, psicologa, e ricevo online su MioDottore e in presenza a Palermo.
Dr. Francesco Gandolfi
Psicologo, Psicologo clinico
Piumazzo
Buongiorno,
Le suggerisco di rivolgersi ad uno psichiatra o ad uno psicoterapeuta specializzato in terapia cognitivo-comportamentale.
Cordiali saluti.
FG

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