Ho 29 anni e ho iniziato a lavorare a 21. Ho sempre fatto quel che capitava ho lavorato in una socie
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Ho 29 anni e ho iniziato a lavorare a 21. Ho sempre fatto quel che capitava ho lavorato in una società sportiva, ho fatto la commessa ecc. per due anni circa (2024/2025) non ho lavorato. Non perché non volessi ma perché non trovavo niente. È stato davvero deprimente. Ora ho trovato un lavoro in un ufficio io posto non è male e mi trovo anche bene ma a trent’anni sono in stage… 800€… all’inizio ho accettato entusiasta perché venivo da un periodo di niente ma ora che sono passati un paio di mesi mi rendo conto che è una miseria. Il prossimo passo dovrebbe essere un apprendistato ma onestamente ora, riflettendoci, farmi almeno 6 mesi se non anni a prendere 1000/1100€ a trent’anni chi me lo fa fare. Mi dispiace perché non sono mai durata tanto in un posto, sempre per problemi di soldi ma in precedenza ero più giovane e per assurdo non in stage ma con contratti part-time. Io non so che fare. Alcune amiche, più grandi di me, mi avevano suggerito di specializzarmi in qualcosa ma onestamente non so in cosa. Io non mi aspetto di fare carriera.
Chiarisco: non sono una stronza. A lavoro dove sono adesso per esempio mi impegno e ho imparato molto in fretta ma sento che non è il mio posto, nonostante, per assurdo io non mi trovi nemmeno male.
Preferirei un lavoro tranquillo, con una paga decente se il part time (30/36 ore a settimana) mi permettesse di guadagnare bene non ci penserei due volte. Non mi aspetto di prendere 3000€ al mese sia chiaro, ma 800/1200€ massimo sono una miseria. 1200€ li prendevo lavorando in negozio e facendo straordinari.
Sono disperata perché non so cosa fare. Da una parte vorrei guardarmi intorno dall’altra sento di dover tenere stretto questo posto dato il mondo del lavoro oggi d’altro canto mi sento in colpa, in questa azienda mi hanno dato una possibilità e lasciarli mi dispiacerebbe ma vorrei prendere qualcosa di più e trovare un posto più equilibrato tra vita privata e lavoro. Qua mi chiedono anche sacrifici (vieni mezz’ora prima, eh ma andare via alle 18 precise, eh ma qualche sabato…) mi dispiacerebbe davvero anche perché faccio la figura di quella che non ha voglia di lavorare.. ma io non voglio “morire” (solo spiritualmente si intende) a lavoro.
Sono davvero triste perché non so come comportarmi. Sono pentita perché avrei dovuto cercare qualcosa di più concreto in passato. Lavorare per qualche anno e poi cambiare. Non avrei nemmeno dovuto fare l’università per prendere una laurea inutile, che non ho conseguito ancora per problemi personali.
Credevo che ritrovare un lavoro dopo anni di disoccupazione mi avrebbe resa davvero felice e lontana dal mostro della depressione invece…
Per esempio mi piaceva fare al commessa ma almeno la domenica vorrei starmene a casa con amici o parenti. Non sono più disposta a sacrificare il mio tempo per quattro spicci.
Esiste qualcuno in Italia che paga bene e mi permette di non impazzire? Ho paura sia solo un miraggio. Alla mia età tutti sanno “cosa vogliono fare da grandi” io no… non voglio fare pena su questo social poi in tanti sono cattivi hahaha ma
Mi sento di aver sbagliato tutto, mi sento una fallita. Quella a cui le persone guardano per consolarsi… mi sento in crisi mi sembra di non sapere più chi sono e cosa voglia. Anche le persone da cui sono circondata da sempre metto in dubbio. Non ho tanta voglia di vederle o frequentarle. Mi sembra di essere diversa non capisco cosa mi accade. Non mi sembra di aver bisogno di terapia, anche perché economicamente sarebbe un problema, e nessun psicologo potrebbe dirmi "devi fare questo o quello". non capisco se sono in crisi o è pigrizia o.... grazie a chi risponderà
Chiarisco: non sono una stronza. A lavoro dove sono adesso per esempio mi impegno e ho imparato molto in fretta ma sento che non è il mio posto, nonostante, per assurdo io non mi trovi nemmeno male.
Preferirei un lavoro tranquillo, con una paga decente se il part time (30/36 ore a settimana) mi permettesse di guadagnare bene non ci penserei due volte. Non mi aspetto di prendere 3000€ al mese sia chiaro, ma 800/1200€ massimo sono una miseria. 1200€ li prendevo lavorando in negozio e facendo straordinari.
Sono disperata perché non so cosa fare. Da una parte vorrei guardarmi intorno dall’altra sento di dover tenere stretto questo posto dato il mondo del lavoro oggi d’altro canto mi sento in colpa, in questa azienda mi hanno dato una possibilità e lasciarli mi dispiacerebbe ma vorrei prendere qualcosa di più e trovare un posto più equilibrato tra vita privata e lavoro. Qua mi chiedono anche sacrifici (vieni mezz’ora prima, eh ma andare via alle 18 precise, eh ma qualche sabato…) mi dispiacerebbe davvero anche perché faccio la figura di quella che non ha voglia di lavorare.. ma io non voglio “morire” (solo spiritualmente si intende) a lavoro.
Sono davvero triste perché non so come comportarmi. Sono pentita perché avrei dovuto cercare qualcosa di più concreto in passato. Lavorare per qualche anno e poi cambiare. Non avrei nemmeno dovuto fare l’università per prendere una laurea inutile, che non ho conseguito ancora per problemi personali.
Credevo che ritrovare un lavoro dopo anni di disoccupazione mi avrebbe resa davvero felice e lontana dal mostro della depressione invece…
Per esempio mi piaceva fare al commessa ma almeno la domenica vorrei starmene a casa con amici o parenti. Non sono più disposta a sacrificare il mio tempo per quattro spicci.
Esiste qualcuno in Italia che paga bene e mi permette di non impazzire? Ho paura sia solo un miraggio. Alla mia età tutti sanno “cosa vogliono fare da grandi” io no… non voglio fare pena su questo social poi in tanti sono cattivi hahaha ma
Mi sento di aver sbagliato tutto, mi sento una fallita. Quella a cui le persone guardano per consolarsi… mi sento in crisi mi sembra di non sapere più chi sono e cosa voglia. Anche le persone da cui sono circondata da sempre metto in dubbio. Non ho tanta voglia di vederle o frequentarle. Mi sembra di essere diversa non capisco cosa mi accade. Non mi sembra di aver bisogno di terapia, anche perché economicamente sarebbe un problema, e nessun psicologo potrebbe dirmi "devi fare questo o quello". non capisco se sono in crisi o è pigrizia o.... grazie a chi risponderà
Come mai non si è laureata ed ha interrotto gli studi? Forse già allora non aveva chiaro cosa avrebbe potuto fare da grande. E' giovane ed è arrivato il momento di chiarirsi le idee per cercare velocemente di raggiungere il traguardo. E' importante essere autonomi anche economicamente. Forse avrebbe bisogno di un supporto psicologico per mettere a fuoco i propri interessi ed i meccanismi per poterli poi raggiungere. Sono a disposizione . Un saluto. Dott. Lina Isardi
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Salve, una consulenza psicologica può aiutarla a capire se questa crisi riguarda solo il lavoro attuale o anche il modo in cui sta leggendo la sua storia personale, come se ogni scelta passata fosse una prova del suo fallimento. Da ciò che racconta, non sembra pigrizia: sembra stanchezza, disillusione, paura di aver perso tempo e bisogno di trovare un equilibrio più sostenibile tra lavoro, dignità economica e vita privata. È comprensibile che dopo anni difficili uno stage da 800 euro possa farle sentire insieme gratitudine, rabbia e frustrazione. Il fatto che un’azienda le abbia dato una possibilità non significa che lei debba rinunciare ai suoi bisogni o accettare sacrifici senza prospettive chiare. Può tenere questo lavoro mentre osserva, con lucidità, cosa offre davvero: crescita, contratto futuro, competenze spendibili, oppure solo attesa e fatica. Intanto può guardarsi intorno senza viverlo come tradimento. Un percorso di sostegno psicologico, online o in presenza, anche breve o tramite servizi accessibili economicamente, può aiutarla a lavorare su autostima, orientamento e senso di blocco, senza pretendere che qualcun altro scelga al posto suo, ma aiutandola a ritrovare una direzione meno schiacciata dalla colpa.
un caro saluto.
Dott. Giulio Blasilli
un caro saluto.
Dott. Giulio Blasilli
Buonasera,
quello che descrive non sembra semplice pigrizia. Sembra piuttosto una fase di crisi in cui lavoro, soldi, età, aspettative e immagine di sé si sono messi tutti insieme a farle una domanda dolorosa: “che cosa sto facendo della mia vita?”.
È comprensibile che, dopo due anni senza lavoro, all’inizio abbia vissuto questo stage come una possibilità. Ed è altrettanto comprensibile che, dopo qualche mese, 800 euro e l’idea di anni a 1000/1100 euro inizino a pesarle. Non è ingratitudine desiderare una retribuzione dignitosa e un equilibrio tra lavoro e vita privata. Il punto è non trasformare questa situazione in una sentenza su di lei.
Forse oggi il rischio è cercare subito “il lavoro giusto” o “la scelta definitiva”. Quando si è stanchi e delusi, questa ricerca può diventare paralizzante. Proverei invece a fare un passo più piccolo e più concreto: non decidere chi sarà da grande, ma scrivere tre soglie minime. Quanto deve guadagnare per sentirsi almeno rispettata? Quante ore è disposta a dare al lavoro senza sentirsi svuotata? Quali competenze può costruire nei prossimi sei mesi per avere più forza contrattuale?
Questo le permetterebbe di non restare nello stage solo per paura, ma nemmeno di lasciarlo solo per disperazione. Può continuare mentre si guarda intorno, raccoglie informazioni, valuta corsi brevi, servizi di orientamento, offerte reali e possibilità più sostenibili.
Uno psicologo non dovrebbe dirle “faccia questo o quello” al posto suo. Potrebbe però aiutarla a distinguere tra stanchezza, paura, colpa e desiderio reale, così da non scegliere né per fuga né per rassegnazione.
La piccola svolta, ora, potrebbe essere questa: smettere di chiedersi se ha sbagliato tutto e iniziare a chiedersi quale prossimo passo, anche modesto, la fa sentire meno intrappolata. Da lì si può ripartire.
Resto disponibile, anche online, se desidera dare una forma più chiara a questa crisi e trasformarla in una direzione concreta.
Un caro saluto.
quello che descrive non sembra semplice pigrizia. Sembra piuttosto una fase di crisi in cui lavoro, soldi, età, aspettative e immagine di sé si sono messi tutti insieme a farle una domanda dolorosa: “che cosa sto facendo della mia vita?”.
È comprensibile che, dopo due anni senza lavoro, all’inizio abbia vissuto questo stage come una possibilità. Ed è altrettanto comprensibile che, dopo qualche mese, 800 euro e l’idea di anni a 1000/1100 euro inizino a pesarle. Non è ingratitudine desiderare una retribuzione dignitosa e un equilibrio tra lavoro e vita privata. Il punto è non trasformare questa situazione in una sentenza su di lei.
Forse oggi il rischio è cercare subito “il lavoro giusto” o “la scelta definitiva”. Quando si è stanchi e delusi, questa ricerca può diventare paralizzante. Proverei invece a fare un passo più piccolo e più concreto: non decidere chi sarà da grande, ma scrivere tre soglie minime. Quanto deve guadagnare per sentirsi almeno rispettata? Quante ore è disposta a dare al lavoro senza sentirsi svuotata? Quali competenze può costruire nei prossimi sei mesi per avere più forza contrattuale?
Questo le permetterebbe di non restare nello stage solo per paura, ma nemmeno di lasciarlo solo per disperazione. Può continuare mentre si guarda intorno, raccoglie informazioni, valuta corsi brevi, servizi di orientamento, offerte reali e possibilità più sostenibili.
Uno psicologo non dovrebbe dirle “faccia questo o quello” al posto suo. Potrebbe però aiutarla a distinguere tra stanchezza, paura, colpa e desiderio reale, così da non scegliere né per fuga né per rassegnazione.
La piccola svolta, ora, potrebbe essere questa: smettere di chiedersi se ha sbagliato tutto e iniziare a chiedersi quale prossimo passo, anche modesto, la fa sentire meno intrappolata. Da lì si può ripartire.
Resto disponibile, anche online, se desidera dare una forma più chiara a questa crisi e trasformarla in una direzione concreta.
Un caro saluto.
Gentile utente,
da quello che scrive non emerge pigrizia quanto piuttosto una fatica profonda nel tenere insieme dignità, realtà economica e bisogno di non sacrificare tutta la vita al lavoro. È una crisi molto contemporanea e molto più diffusa di quanto sembri. Il fatto che lei abbia ritrovato un impiego dopo un lungo periodo di disoccupazione e non si senta comunque sollevata non significa che ci sia qualcosa di sbagliato in lei: significa che il lavoro, da solo, non basta se viene vissuto come precario, poco remunerato e potenzialmente invasivo.
Lei sta vedendo con lucidità un punto importante: non le pesa lavorare, le pesa l’idea di consumarsi per una prospettiva che sente povera, poco sostenibile e poco sua. E questo è diverso dal “non aver voglia”, è una domanda di senso, di equilibrio, di possibilità concreta di vivere.
In questo momento forse la cosa più utile non è decidere subito se restare o mollare ma fare un passaggio intermedio: tenere questo lavoro come base temporanea, senza viverlo come una scelta definitiva e intanto iniziare a guardarsi intorno con più metodo. Non per trovare “il lavoro della vita” ma per capire quali condizioni per lei sono davvero non negoziabili: orari, stabilità, stipendio minimo, contatto col pubblico o no, contesto più tranquillo o più dinamico. A volte la confusione si riduce quando si smette di chiedersi “chi voglio essere?” e si inizia da “in che condizioni riesco a stare bene abbastanza?”.
Il senso di fallimento che sente è molto pesante e rischia di farle leggere tutto in negativo, anche ciò che negativo non è. A 29 anni, con una storia lavorativa frammentata, non è affatto tardi per orientarsi meglio. È un’età in cui molte persone stanno ancora cercando una forma possibile, solo che spesso lo fanno in silenzio.
Non serve avere subito una vocazione, può essere utile trovare un passo successivo più vivibile del presente, e da come scrive, lei le risorse per osservare, capire e scegliere le ha. Adesso ha bisogno di usarle non contro di sé ma a suo favore.
Un caro saluto.
Gabriele
da quello che scrive non emerge pigrizia quanto piuttosto una fatica profonda nel tenere insieme dignità, realtà economica e bisogno di non sacrificare tutta la vita al lavoro. È una crisi molto contemporanea e molto più diffusa di quanto sembri. Il fatto che lei abbia ritrovato un impiego dopo un lungo periodo di disoccupazione e non si senta comunque sollevata non significa che ci sia qualcosa di sbagliato in lei: significa che il lavoro, da solo, non basta se viene vissuto come precario, poco remunerato e potenzialmente invasivo.
Lei sta vedendo con lucidità un punto importante: non le pesa lavorare, le pesa l’idea di consumarsi per una prospettiva che sente povera, poco sostenibile e poco sua. E questo è diverso dal “non aver voglia”, è una domanda di senso, di equilibrio, di possibilità concreta di vivere.
In questo momento forse la cosa più utile non è decidere subito se restare o mollare ma fare un passaggio intermedio: tenere questo lavoro come base temporanea, senza viverlo come una scelta definitiva e intanto iniziare a guardarsi intorno con più metodo. Non per trovare “il lavoro della vita” ma per capire quali condizioni per lei sono davvero non negoziabili: orari, stabilità, stipendio minimo, contatto col pubblico o no, contesto più tranquillo o più dinamico. A volte la confusione si riduce quando si smette di chiedersi “chi voglio essere?” e si inizia da “in che condizioni riesco a stare bene abbastanza?”.
Il senso di fallimento che sente è molto pesante e rischia di farle leggere tutto in negativo, anche ciò che negativo non è. A 29 anni, con una storia lavorativa frammentata, non è affatto tardi per orientarsi meglio. È un’età in cui molte persone stanno ancora cercando una forma possibile, solo che spesso lo fanno in silenzio.
Non serve avere subito una vocazione, può essere utile trovare un passo successivo più vivibile del presente, e da come scrive, lei le risorse per osservare, capire e scegliere le ha. Adesso ha bisogno di usarle non contro di sé ma a suo favore.
Un caro saluto.
Gabriele
Cara... mi dispiace molto leggere della tua sofferenza, che hai descritto minuziosamente esser legata al lavoro. Quel che mi spicca subito all'occhio è una (possibile?) difficoltà nel porre i tuoi confini (es. tornare alle 18 in punto senza sentirti in difficoltà per non essere rimasta di più oltre orario lavorativo). Inoltre mi ha colpito molto il modo in cui hai definito i tuoi studi "una laurea inutile", mi sembra che trapeli del rammarico nei riguardi non solo delle tue scelte, ma proprio di te stessa. Pensi che questo possa aiutarti? Trattarti male? So anche che in una fase di dolore come questa che stai attraversando non è facile restare lucida, proprio perché la sofferenza rischia di soverchiare la vista. Mi piacerebbe poterti conoscere e ascoltarti, per provare a guidarti non solo verso un lavoro che ti renda serena, ma verso una vita più piena e vera, che rappresenti davvero chi sei. Se hai voglia, mi trovi proprio qui, su MioDottore, a disposizione.
Intanto ti mando un abbraccio. A presto, spero!
Intanto ti mando un abbraccio. A presto, spero!
Buongiorno gentile utente, la ringrazio per la sua condivisione. Lei non è una fallita, assolutamente, e non ha sbagliato tutto, anzi da tanti anni si é messa in gioco cercando e provando lavori diversi. Immagino che questo l'abbia aiutata sia a fare esperienza di sé, sia a scoprire le sue capacità e cosa le piace o non le piace fare. Non esiste una via "giusta" e nemmeno una via diretta, e c'è chi sembra molto sicuro (in apparenza) di sapere cosa vuole e chi invece ha bisogno di sperimentarsi un pó di più. Si dia l'occasione di provare, sperimentare, curiosare. Magari tirando fuori dal cassetto un sogno che aveva da bambina, o una passione che aveva dimenticato di avere. L'unica cosa importante è che lei non si paragoni con nessun altro. Vada avanti a cercare, magari anche a frequentare nuovi ambienti e nuove persone, perché a volte le idee e le soluzioni arrivano anche in questo modo. Si dia il diritto di sognare.
Rimango a disposizione per domande o chiarimenti.
Cordialmente, dott.ssa Chiara Tumminello.
Rimango a disposizione per domande o chiarimenti.
Cordialmente, dott.ssa Chiara Tumminello.
Cara utente, nessuno può dirle faccia questo o quello, ha ragione.
In questo momento di confusione, in cui comprensibilmente si pone molte domande rispetto a cosa vorrebbe per sé, lavorativamente e non solo forse, deve essere difficile riuscire a stare, nel senso proprio di sostare, e accogliere ciò che la vita le offre. Sentirsi disorientati spaventa, e spaventa ancor più non avere un piano d’azione, tuttavia a volte proprio prendersi un tempo per attraversare una fase senza dover fare chissà cosa può essere di aiuto per capire meglio e trovare risposte alle proprie domande.
Economicamente il lavoro attuale sembra non gratificarla abbastanza e forse questo dato la mette di fronte alla consapevolezza che la sua ricerca potrebbe essere più ampia, come lei stessa afferma, quando scrive che non sa più chi è e cosa vuole. Parla di mostro della depressione. Che cosa intende con questa espressione?
Affrontare questi temi con uno psicologo potrebbe aiutarla a esprimere i suoi vissuti e a inquadrare questa fase di vita cogliendone le varie sfumature. Non ci sono risposte prestabilite, si cercano insieme, e a volte non si trovano subito, ma nel tempo e all’interno di un processo. Lei scrive “non mi sembra di aver bisogno di terapia”. Che vuol dire per lei aver bisogno di una terapia?
Provi a stare nelle domande, perché a volte è proprio lì che si celano le risposte.
Un caro saluto
In questo momento di confusione, in cui comprensibilmente si pone molte domande rispetto a cosa vorrebbe per sé, lavorativamente e non solo forse, deve essere difficile riuscire a stare, nel senso proprio di sostare, e accogliere ciò che la vita le offre. Sentirsi disorientati spaventa, e spaventa ancor più non avere un piano d’azione, tuttavia a volte proprio prendersi un tempo per attraversare una fase senza dover fare chissà cosa può essere di aiuto per capire meglio e trovare risposte alle proprie domande.
Economicamente il lavoro attuale sembra non gratificarla abbastanza e forse questo dato la mette di fronte alla consapevolezza che la sua ricerca potrebbe essere più ampia, come lei stessa afferma, quando scrive che non sa più chi è e cosa vuole. Parla di mostro della depressione. Che cosa intende con questa espressione?
Affrontare questi temi con uno psicologo potrebbe aiutarla a esprimere i suoi vissuti e a inquadrare questa fase di vita cogliendone le varie sfumature. Non ci sono risposte prestabilite, si cercano insieme, e a volte non si trovano subito, ma nel tempo e all’interno di un processo. Lei scrive “non mi sembra di aver bisogno di terapia”. Che vuol dire per lei aver bisogno di una terapia?
Provi a stare nelle domande, perché a volte è proprio lì che si celano le risposte.
Un caro saluto
Gentile utente, grazie per aver condiviso la sua esperienza lavorativa e come sta vivendo questo momento. Le rispondo partendo dal fatto che purtroppo il mercato del lavoro in Italia sia un mercato critico, squilibrato e con molte criticità soprattutto per i giovani. Inoltre trovare soddisfazione nella vita professionale è sicuramente un compito arduo che implica una buona conoscenza di sè stessi a livello personale, un'oculata scelta del percorso di studi e scelte strategiche a livello professionale, nonchè un potenziamento di quelle che sono chiamate le "soft skills". Per trovare un giusto equilibrio vita-lavoro ed un lavoro che la soddisfi personalmente ed economicamente bisogna quindi partire da lei: quali sono le sue inclinazioni, le sue potenzialità, i suoi punti di forza e di debolezza? quali sono i suoi desideri per il futuro e gli obiettivi che vorrebbe realizzare? Vedrà che conoscendo meglio sè stessa e gli aspetti di cui sopra vivrà anche con più appagamento le sue relazioni interpersonali e avrà maggior chiarezza rispetto il futuro. Inoltre ha perfettamente ragione quando dice che nessuno psicologo potrebbe dirle "devi fare questo o quello", anche perchè questo non è il compito dello psicologo. Un professionista potrebbe invece accompagnarla in un percorso che migliori la sua conoscenza di sè, aiutandola a trovare "la sua strada" e quindi maggior soddisfazione, a livello professionale. Spero di esserle stato d'aiuto. Rimango a sua disposizione per qualsiasi cosa
Quello che stai vivendo è molto più profondo di una semplice “insoddisfazione lavorativa”. Si sente chiaramente che sei stanca, delusa e anche un po’ disorientata, come se avessi perso un punto fermo dentro di te. E la cosa importante da dirti subito è questa: non sei una fallita, sei una persona in crisi. E sono due cose completamente diverse.
Una crisi, per quanto faccia male, è spesso un momento di passaggio. Il problema è che mentre ci sei dentro sembra solo caos, confronto con gli altri e senso di aver “sbagliato tutto”.
Parto da un punto concreto:
quello che provi verso il lavoro attuale è assolutamente legittimo. Dopo due anni senza lavorare è normale aver accettato con entusiasmo anche uno stage a 800€. Ti ha tirata fuori da un periodo buio, ti ha rimessa in movimento. Ma ora che hai ripreso un minimo di stabilità, è altrettanto normale che tu riesca a vedere meglio la realtà: 800€ a 30 anni, con richieste extra, non è sostenibile nel lungo periodo. Non è ingratitudine, è lucidità.
E qui c’è già una prima cosa importante:
sei cambiata rispetto a prima.
Prima accettavi di più, ti adattavi, magari speravi che bastasse.
Adesso no. Adesso senti che vuoi equilibrio, rispetto del tuo tempo, una vita fuori dal lavoro. Questa non è pigrizia. È crescita.
Quando dici “non voglio morire a lavoro”, stai dicendo qualcosa di molto sano.
Il punto che ti blocca è questo conflitto interno:
da una parte il bisogno di sicurezza (“meglio tenermi stretto questo posto”),
dall’altra il bisogno di dignità e qualità di vita (“non posso accontentarmi così”).
E in mezzo ci sei tu, che ti senti in colpa comunque vada.
Ti faccio una domanda molto sincera:
se non ti sentissi in colpa verso questa azienda, cosa faresti davvero?
Perché il senso di colpa ti sta tenendo ferma più della realtà.
Un’altra cosa importante: continui a confrontarti con gli altri (“alla mia età tutti sanno cosa vogliono fare”). Ma questa è una delle illusioni più grandi. Moltissime persone vanno avanti per tentativi, solo che lo mostrano meno. Tu sei semplicemente in un momento in cui te ne stai rendendo conto con più consapevolezza.
E poi c’è un altro livello ancora, quello più emotivo:
il fatto che tu dica di non avere voglia di vedere le persone, di mettere in dubbio le relazioni, di sentirti diversa… questo non è banale. Non è “pigrizia”. È spesso il segnale che sei molto affaticata mentalmente, forse anche un po’ svuotata dopo tutto quello che hai passato.
Non serve per forza etichettarlo come qualcosa di clinico, ma ignorarlo nemmeno.
Riguardo al lavoro, provo a riportarti su qualcosa di concreto e meno schiacciante:
non devi decidere “cosa fare della tua vita” adesso. Devi fare il prossimo passo sostenibile.
Potrebbe essere questo, ad esempio:
tenere il lavoro attuale per ora, ma iniziare a guardarti intorno senza pressione, con un criterio più chiaro:
– stipendio dignitoso
– orari umani
– qualcosa che non ti prosciughi
Non il lavoro perfetto. Solo un passo migliore di questo.
E sulla “specializzazione”: non serve avere una vocazione. A volte si sceglie qualcosa di pratico, che offre opportunità e stabilità, e si costruisce da lì. Non è romantico, ma è reale.
Ti dico anche una cosa un po’ diretta, ma importante:
aspettare di “capire chi sei e cosa vuoi” prima di muoverti rischia di tenerti bloccata.
A volte è il contrario: ti muovi, fai esperienze più mirate, e piano piano capisci.
E per quanto riguarda la terapia… hai ragione su una cosa: nessuno può dirti “devi fare questo lavoro”. Però non serve a quello. Serve a non farti sentire così persa, così in colpa, così dura con te stessa. E questo, indirettamente, ti aiuta anche a scegliere meglio.
Ti lascio con una domanda, che secondo me è il punto chiave:
tu stai cercando solo un lavoro… o stai cercando di sentirti finalmente “a posto” nella tua vita?
Perché se è la seconda, allora è normale che nessun lavoro, da solo, riesca a colmare tutto.
Se vuoi, possiamo ragionare insieme in modo molto pratico su che direzione prendere, partendo da quello che già sai di te (anche se ti sembra poco). Non sei ferma, sei solo in una fase in cui stai rimettendo insieme i pezzi. E da fuori può sembrare un disastro… ma spesso è proprio da qui che le cose iniziano a prendere forma.
Una crisi, per quanto faccia male, è spesso un momento di passaggio. Il problema è che mentre ci sei dentro sembra solo caos, confronto con gli altri e senso di aver “sbagliato tutto”.
Parto da un punto concreto:
quello che provi verso il lavoro attuale è assolutamente legittimo. Dopo due anni senza lavorare è normale aver accettato con entusiasmo anche uno stage a 800€. Ti ha tirata fuori da un periodo buio, ti ha rimessa in movimento. Ma ora che hai ripreso un minimo di stabilità, è altrettanto normale che tu riesca a vedere meglio la realtà: 800€ a 30 anni, con richieste extra, non è sostenibile nel lungo periodo. Non è ingratitudine, è lucidità.
E qui c’è già una prima cosa importante:
sei cambiata rispetto a prima.
Prima accettavi di più, ti adattavi, magari speravi che bastasse.
Adesso no. Adesso senti che vuoi equilibrio, rispetto del tuo tempo, una vita fuori dal lavoro. Questa non è pigrizia. È crescita.
Quando dici “non voglio morire a lavoro”, stai dicendo qualcosa di molto sano.
Il punto che ti blocca è questo conflitto interno:
da una parte il bisogno di sicurezza (“meglio tenermi stretto questo posto”),
dall’altra il bisogno di dignità e qualità di vita (“non posso accontentarmi così”).
E in mezzo ci sei tu, che ti senti in colpa comunque vada.
Ti faccio una domanda molto sincera:
se non ti sentissi in colpa verso questa azienda, cosa faresti davvero?
Perché il senso di colpa ti sta tenendo ferma più della realtà.
Un’altra cosa importante: continui a confrontarti con gli altri (“alla mia età tutti sanno cosa vogliono fare”). Ma questa è una delle illusioni più grandi. Moltissime persone vanno avanti per tentativi, solo che lo mostrano meno. Tu sei semplicemente in un momento in cui te ne stai rendendo conto con più consapevolezza.
E poi c’è un altro livello ancora, quello più emotivo:
il fatto che tu dica di non avere voglia di vedere le persone, di mettere in dubbio le relazioni, di sentirti diversa… questo non è banale. Non è “pigrizia”. È spesso il segnale che sei molto affaticata mentalmente, forse anche un po’ svuotata dopo tutto quello che hai passato.
Non serve per forza etichettarlo come qualcosa di clinico, ma ignorarlo nemmeno.
Riguardo al lavoro, provo a riportarti su qualcosa di concreto e meno schiacciante:
non devi decidere “cosa fare della tua vita” adesso. Devi fare il prossimo passo sostenibile.
Potrebbe essere questo, ad esempio:
tenere il lavoro attuale per ora, ma iniziare a guardarti intorno senza pressione, con un criterio più chiaro:
– stipendio dignitoso
– orari umani
– qualcosa che non ti prosciughi
Non il lavoro perfetto. Solo un passo migliore di questo.
E sulla “specializzazione”: non serve avere una vocazione. A volte si sceglie qualcosa di pratico, che offre opportunità e stabilità, e si costruisce da lì. Non è romantico, ma è reale.
Ti dico anche una cosa un po’ diretta, ma importante:
aspettare di “capire chi sei e cosa vuoi” prima di muoverti rischia di tenerti bloccata.
A volte è il contrario: ti muovi, fai esperienze più mirate, e piano piano capisci.
E per quanto riguarda la terapia… hai ragione su una cosa: nessuno può dirti “devi fare questo lavoro”. Però non serve a quello. Serve a non farti sentire così persa, così in colpa, così dura con te stessa. E questo, indirettamente, ti aiuta anche a scegliere meglio.
Ti lascio con una domanda, che secondo me è il punto chiave:
tu stai cercando solo un lavoro… o stai cercando di sentirti finalmente “a posto” nella tua vita?
Perché se è la seconda, allora è normale che nessun lavoro, da solo, riesca a colmare tutto.
Se vuoi, possiamo ragionare insieme in modo molto pratico su che direzione prendere, partendo da quello che già sai di te (anche se ti sembra poco). Non sei ferma, sei solo in una fase in cui stai rimettendo insieme i pezzi. E da fuori può sembrare un disastro… ma spesso è proprio da qui che le cose iniziano a prendere forma.
Buonasera, dal suo messaggio emerge una sofferenza che sembra andare ben oltre il semplice dubbio lavorativo. Quello che si percepisce è una profonda sensazione di smarrimento, quasi come se il lavoro fosse diventato il punto attraverso cui sta mettendo in discussione il suo valore personale, le sue scelte passate, la sua identità e persino il modo in cui guarda il futuro. Prima di tutto credo sia importante dirle una cosa: il fatto che lei non si senta soddisfatta di uno stage a quasi trent’anni, dopo anni difficili e stipendi bassi, non significa essere pigri o avere poca voglia di lavorare. Dal suo racconto emerge invece una persona che ha lavorato, si è adattata, ha fatto ciò che trovava, ha accettato situazioni poco stabili, si è rimessa in gioco dopo un periodo molto duro di disoccupazione e che ancora oggi, pur sentendosi frustrata, continua a impegnarsi seriamente nel posto in cui si trova. Questo non è il profilo di una persona svogliata. Credo però che negli ultimi anni lei abbia probabilmente accumulato molta fatica emotiva senza avere davvero il tempo di elaborarla. Due anni senza lavoro, in un contesto sociale in cui il valore personale viene spesso misurato sulla produttività e sulla stabilità economica, possono lasciare segni profondi. Quando finalmente arriva un’opportunità, inizialmente si prova sollievo, quasi gratitudine. Poi però, quando l’emergenza emotiva si abbassa, riemergono le domande più profonde: “È davvero questa la vita che voglio?”, “Quanto posso andare avanti così?”, “Perché sento che sto sopravvivendo invece di vivere?”. E qui forse c’è un punto importante. Lei sembra vivere un conflitto continuo tra bisogno di sicurezza e bisogno di libertà. Da una parte pensa “devo tenermi stretto questo posto perché oggi il lavoro è precario”; dall’altra sente che accettare certe condizioni rischia di farla stare male nel lungo periodo. Questo tira e molla interno può diventare estenuante, perché qualunque scelta sembra portare con sé colpa e paura. Se resta, teme di spegnersi. Se cambia, teme di perdere una possibilità importante e di sentirsi irresponsabile. Inoltre, mi sembra che lei stia confrontando la propria vita con un’immagine molto rigida di ciò che “a trent’anni si dovrebbe essere”. Quando scrive “alla mia età tutti sanno cosa vogliono fare da grandi”, probabilmente sta guardando gli altri attraverso una lente molto severa verso sé stessa. In realtà moltissime persone arrivano ai trent’anni, ai quaranta o anche oltre sentendosi confuse sul proprio percorso. Solo che spesso queste incertezze non vengono mostrate apertamente. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, sarebbe importante osservare come alcuni pensieri stiano influenzando il suo stato emotivo. Frasi come “ho sbagliato tutto”, “sono una fallita”, “sono quella a cui gli altri guardano per consolarsi” non sono semplici descrizioni oggettive della realtà. Sono interpretazioni molto dure, molto globali, che finiscono inevitabilmente per colorare tutto di fallimento, anche gli aspetti della sua vita che raccontano altro. Per esempio, il fatto che lei impari velocemente, che venga apprezzata abbastanza da ricevere fiducia, che abbia capacità di adattamento e senso di responsabilità sono elementi che nel suo racconto quasi spariscono, oscurati da una valutazione estremamente negativa di sé. Mi colpisce anche quando dice “non voglio morire spiritualmente a lavoro”. Questa frase comunica qualcosa di molto umano e importante. Lei non sta chiedendo lusso o successo estremo. Sta cercando un equilibrio tra dignità economica, tempo personale e benessere mentale. Ed è comprensibile sentirsi frustrati quando si percepisce che il mercato del lavoro richieda continuamente sacrifici senza restituire stabilità o qualità della vita. Allo stesso tempo, attenzione a non cadere nella trappola del “devo capire immediatamente cosa voglio fare della mia vita”. A volte, quando si è molto stanchi emotivamente, si pretende da sé una chiarezza che in quel momento non si può avere. E più ci si forza a trovare subito “la strada giusta”, più cresce l’angoscia. Forse in questa fase potrebbe essere più utile iniziare a capire cosa non vuole più tollerare, quali sono i suoi limiti, i suoi bisogni reali, i valori che per lei contano davvero nel lavoro e nella vita quotidiana. Anche il fatto che stia mettendo in dubbio relazioni, amicizie e aspetti della sua identità potrebbe essere il segnale di una fase di forte ridefinizione personale. Non necessariamente una condanna o una “pigrizia”, ma un momento in cui ciò che prima bastava non basta più. Certo, questo può spaventare molto, soprattutto quando si accompagna a stanchezza, senso di vuoto e perdita di entusiasmo. Quando dice che la terapia non potrebbe dirle “devi fare questo o quello”, in parte ha ragione. Un percorso psicologico non serve a decidere al posto suo quale lavoro scegliere. Però potrebbe aiutarla a comprendere meglio i meccanismi con cui valuta sé stessa, il rapporto che ha con il fallimento, con il giudizio, con il senso di colpa e con la paura di sprecare la vita. E spesso, quando questi aspetti iniziano a diventare più chiari, anche le decisioni concrete diventano meno paralizzanti. In questo momento non mi sembra che lei abbia bisogno di sentirsi dire che deve accontentarsi oppure mollare tutto. Forse ha bisogno prima di tutto di smettere di guardarsi esclusivamente attraverso la lente del fallimento e iniziare a capire chi è oggi, al di là delle aspettative che sente di non aver raggiunto. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno,
quello che descrive sembra avere molto a che fare con una fase di forte disillusione e fatica, più che con “pigrizia”. Dopo un lungo periodo di disoccupazione è comprensibile aver investito molte aspettative nel ritrovare un lavoro, e scontrarsi poi con stipendi bassi, precarietà e richieste che sente poco sostenibili può generare frustrazione, confusione e senso di smarrimento.
Inoltre, sembra che oggi lei si stia interrogando non solo sul lavoro, ma anche su ciò che desidera davvero dalla sua vita, dal tempo libero, dalle relazioni e dall’equilibrio personale. Sono domande profonde che spesso emergono proprio in momenti di passaggio o insoddisfazione.
Il rischio, quando ci si sente bloccati o “in ritardo”, è quello di guardarsi con grande durezza e leggere il proprio percorso solo attraverso ciò che manca o che “si sarebbe dovuto fare”. Questo però può aumentare ulteriormente il senso di fallimento e svuotamento che descrive.
Anche se uno psicologo non può dirle quale lavoro scegliere, potrebbe aiutarla a comprendere meglio questo momento di crisi, i suoi bisogni e ciò che oggi sente importante per il suo benessere, così da orientarsi con maggiore chiarezza nelle sue scelte. Se in questo momento non è possibile investire in una terapia privata ma sente che potrebbe averne bisogno, può cercare se nel suo territorio sono presenti realtà che offrono percorsi di sostegno psicologico gratuiti o a costi contenuti, come ad esempio i consultori.
Resto a disposizione,
un caro saluto.
Dott.ssa Elena Dati
quello che descrive sembra avere molto a che fare con una fase di forte disillusione e fatica, più che con “pigrizia”. Dopo un lungo periodo di disoccupazione è comprensibile aver investito molte aspettative nel ritrovare un lavoro, e scontrarsi poi con stipendi bassi, precarietà e richieste che sente poco sostenibili può generare frustrazione, confusione e senso di smarrimento.
Inoltre, sembra che oggi lei si stia interrogando non solo sul lavoro, ma anche su ciò che desidera davvero dalla sua vita, dal tempo libero, dalle relazioni e dall’equilibrio personale. Sono domande profonde che spesso emergono proprio in momenti di passaggio o insoddisfazione.
Il rischio, quando ci si sente bloccati o “in ritardo”, è quello di guardarsi con grande durezza e leggere il proprio percorso solo attraverso ciò che manca o che “si sarebbe dovuto fare”. Questo però può aumentare ulteriormente il senso di fallimento e svuotamento che descrive.
Anche se uno psicologo non può dirle quale lavoro scegliere, potrebbe aiutarla a comprendere meglio questo momento di crisi, i suoi bisogni e ciò che oggi sente importante per il suo benessere, così da orientarsi con maggiore chiarezza nelle sue scelte. Se in questo momento non è possibile investire in una terapia privata ma sente che potrebbe averne bisogno, può cercare se nel suo territorio sono presenti realtà che offrono percorsi di sostegno psicologico gratuiti o a costi contenuti, come ad esempio i consultori.
Resto a disposizione,
un caro saluto.
Dott.ssa Elena Dati
Non mi sembra pigrizia. Mi sembra piuttosto una combinazione di stanchezza, disillusione e senso di smarrimento dopo anni vissuti “adattandoti” più che scegliendo. E c’è una differenza enorme.
Tu non descrivi una persona che non ha voglia di lavorare. Descrivi una persona che ha lavorato, si è arrangiata, ha accettato quello che trovava, ha passato due anni di disoccupazione che ti hanno probabilmente tolto fiducia e serenità, e che ora si rende conto che la sola gratitudine per “avere un posto” non basta più a sostenere tutto il resto.
Il punto è che sei arrivata a un’età in cui non riesci più a romanticizzare il sacrificio. A ventidue anni uno stage sottopagato può sembrare “esperienza”. A ventinove, dopo anni di precarietà, inizi a fare i conti con energia mentale, autonomia economica, tempo libero, prospettive. Ed è sano farli.
Secondo me stai vivendo anche una crisi identitaria, ma non nel senso drammatico del termine. Succede quando per tanto tempo si vive seguendo necessità immediate (“devo trovare qualcosa”, “devo tenermelo stretto”) e poi improvvisamente ci si chiede: “ma io che vita voglio davvero?”. Il problema è che questa domanda arriva spesso proprio quando si è esausti, quindi invece di sentirsi motivati ci si sente vuoti, confusi e persino in colpa.
Tu continui a ripetere “non sono una che non ha voglia di lavorare”, quasi a difenderti da un’accusa interna. Questo mi fa pensare che una parte di te si giudichi molto duramente. Ma desiderare un lavoro dignitoso, che non ti consumi completamente e che ti lasci una vita fuori dall’ufficio, non significa essere fannullona. Significa avere dei limiti e dei bisogni umani.
Attenzione però a un altro rischio: trasformare questa fase in una sentenza definitiva su di te. Dire “ho sbagliato tutto”, “sono una fallita”, “tutti sanno cosa vogliono tranne me” è il linguaggio tipico di chi è in forte confronto con gli altri e sta leggendo la propria vita solo attraverso ciò che manca. Ma la realtà è più sfumata. Tantissime persone a trent’anni non hanno ancora una direzione chiara, solo che molte lo nascondono meglio o si rifugiano in lavori che odiano pur di sentirsi “sistemate”.
E no, non è vero che uno psicologo dovrebbe dirti “fai questo lavoro”. Non funziona così. Però potrebbe aiutarti a capire perché ti senti così svuotata, perché fai fatica a immaginare il futuro, perché ti senti diversa dagli altri e perché tutto sembra perdere significato anche fuori dal lavoro. Quello sì.
Io non credo che tu debba mollare impulsivamente questo posto. Venivi da un periodo duro e il fatto che tu abbia retto, imparato in fretta e ritrovato una routine ha comunque valore. Però credo anche che tu debba smettere di pensare che avere un lavoro significhi dover accettare qualsiasi condizione in silenzio per senso di colpa. Un’azienda non ti sta facendo beneficenza.
Forse il passo più utile adesso non è decidere “cosa vuoi fare per sempre”, ma iniziare a capire che tipo di vita non vuoi più. E da quello costruire gradualmente qualcosa di più sostenibile.
Se sentissi il bisogno di parlarne ulteriormente puoi contattarmi quando vuoi, ricevo anche online e ti accoglierei volentieri
Con affetto
Dott.ssa Bacchi
Tu non descrivi una persona che non ha voglia di lavorare. Descrivi una persona che ha lavorato, si è arrangiata, ha accettato quello che trovava, ha passato due anni di disoccupazione che ti hanno probabilmente tolto fiducia e serenità, e che ora si rende conto che la sola gratitudine per “avere un posto” non basta più a sostenere tutto il resto.
Il punto è che sei arrivata a un’età in cui non riesci più a romanticizzare il sacrificio. A ventidue anni uno stage sottopagato può sembrare “esperienza”. A ventinove, dopo anni di precarietà, inizi a fare i conti con energia mentale, autonomia economica, tempo libero, prospettive. Ed è sano farli.
Secondo me stai vivendo anche una crisi identitaria, ma non nel senso drammatico del termine. Succede quando per tanto tempo si vive seguendo necessità immediate (“devo trovare qualcosa”, “devo tenermelo stretto”) e poi improvvisamente ci si chiede: “ma io che vita voglio davvero?”. Il problema è che questa domanda arriva spesso proprio quando si è esausti, quindi invece di sentirsi motivati ci si sente vuoti, confusi e persino in colpa.
Tu continui a ripetere “non sono una che non ha voglia di lavorare”, quasi a difenderti da un’accusa interna. Questo mi fa pensare che una parte di te si giudichi molto duramente. Ma desiderare un lavoro dignitoso, che non ti consumi completamente e che ti lasci una vita fuori dall’ufficio, non significa essere fannullona. Significa avere dei limiti e dei bisogni umani.
Attenzione però a un altro rischio: trasformare questa fase in una sentenza definitiva su di te. Dire “ho sbagliato tutto”, “sono una fallita”, “tutti sanno cosa vogliono tranne me” è il linguaggio tipico di chi è in forte confronto con gli altri e sta leggendo la propria vita solo attraverso ciò che manca. Ma la realtà è più sfumata. Tantissime persone a trent’anni non hanno ancora una direzione chiara, solo che molte lo nascondono meglio o si rifugiano in lavori che odiano pur di sentirsi “sistemate”.
E no, non è vero che uno psicologo dovrebbe dirti “fai questo lavoro”. Non funziona così. Però potrebbe aiutarti a capire perché ti senti così svuotata, perché fai fatica a immaginare il futuro, perché ti senti diversa dagli altri e perché tutto sembra perdere significato anche fuori dal lavoro. Quello sì.
Io non credo che tu debba mollare impulsivamente questo posto. Venivi da un periodo duro e il fatto che tu abbia retto, imparato in fretta e ritrovato una routine ha comunque valore. Però credo anche che tu debba smettere di pensare che avere un lavoro significhi dover accettare qualsiasi condizione in silenzio per senso di colpa. Un’azienda non ti sta facendo beneficenza.
Forse il passo più utile adesso non è decidere “cosa vuoi fare per sempre”, ma iniziare a capire che tipo di vita non vuoi più. E da quello costruire gradualmente qualcosa di più sostenibile.
Se sentissi il bisogno di parlarne ulteriormente puoi contattarmi quando vuoi, ricevo anche online e ti accoglierei volentieri
Con affetto
Dott.ssa Bacchi
Salve,
dalle sue parole emerge molta stanchezza, ma anche una forte lucidità rispetto a ciò che oggi non è più disposta ad accettare. Questo non significa essere pigri o “non avere voglia di lavorare”, bensì iniziare a riconoscere i propri limiti, i bisogni personali e il desiderio di un equilibrio più sostenibile tra vita e lavoro.
Dopo un lungo periodo di disoccupazione è comprensibile aver accolto questo impiego con entusiasmo e, allo stesso tempo, accorgersi successivamente che alcune condizioni economiche e richieste personali la fanno stare male. Non c’è nulla di sbagliato nel desiderare una retribuzione più dignitosa o nel non voler sacrificare completamente il proprio tempo e il proprio benessere.
Inoltre, a 29 anni non è affatto “troppo tardi” per sentirsi ancora in ricerca o per non avere una direzione perfettamente definita. Molte persone attraversano momenti di crisi identitaria e professionale proprio quando iniziano a interrogarsi più profondamente su ciò che desiderano davvero dalla propria vita. Questo passaggio può generare tristezza, senso di fallimento e confusione, ma non definisce il suo valore.
Forse oggi non ha bisogno di avere subito tutte le risposte, ma di concedersi il diritto di esplorare senza giudicarsi continuamente. Il fatto che lei continui a impegnarsi, a riflettere e a cercare una strada più adatta racconta una persona viva, non una persona fallita.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
dalle sue parole emerge molta stanchezza, ma anche una forte lucidità rispetto a ciò che oggi non è più disposta ad accettare. Questo non significa essere pigri o “non avere voglia di lavorare”, bensì iniziare a riconoscere i propri limiti, i bisogni personali e il desiderio di un equilibrio più sostenibile tra vita e lavoro.
Dopo un lungo periodo di disoccupazione è comprensibile aver accolto questo impiego con entusiasmo e, allo stesso tempo, accorgersi successivamente che alcune condizioni economiche e richieste personali la fanno stare male. Non c’è nulla di sbagliato nel desiderare una retribuzione più dignitosa o nel non voler sacrificare completamente il proprio tempo e il proprio benessere.
Inoltre, a 29 anni non è affatto “troppo tardi” per sentirsi ancora in ricerca o per non avere una direzione perfettamente definita. Molte persone attraversano momenti di crisi identitaria e professionale proprio quando iniziano a interrogarsi più profondamente su ciò che desiderano davvero dalla propria vita. Questo passaggio può generare tristezza, senso di fallimento e confusione, ma non definisce il suo valore.
Forse oggi non ha bisogno di avere subito tutte le risposte, ma di concedersi il diritto di esplorare senza giudicarsi continuamente. Il fatto che lei continui a impegnarsi, a riflettere e a cercare una strada più adatta racconta una persona viva, non una persona fallita.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Buonasera, da ciò che racconta non emerge affatto “pigrizia”, né mancanza di voglia di lavorare. Emerge piuttosto una fase di forte disorientamento, stanchezza emotiva e frustrazione dopo un periodo lungo e doloroso di disoccupazione, seguito da un lavoro che da un lato rappresenta una possibilità, dall’altro non sembra rispondere ai suoi bisogni economici, personali e identitari.
È comprensibile sentirsi confusa: quando si rientra nel mondo del lavoro dopo un periodo difficile, inizialmente può esserci sollievo, entusiasmo, gratitudine. Poi, quando la fase iniziale passa, possono emergere domande più profonde: “È davvero questo che voglio?”, “Mi basta?”, “Quanto sono disposta a sacrificare?”, “Sto costruendo qualcosa o sto solo sopravvivendo?”. Queste domande non indicano necessariamente che lei stia sbagliando, ma che sta iniziando ad ascoltare meglio i suoi bisogni.
Il senso di colpa verso l’azienda è comprensibile, ma non dovrebbe diventare una gabbia. Il fatto che le abbiano dato una possibilità non significa che lei debba annullare i suoi bisogni, accettare compensi che percepisce come insufficienti o vivere il lavoro come un sacrificio continuo. Gratitudine e diritto a cercare condizioni migliori possono coesistere.
Mi colpisce anche il modo in cui parla di sé: “fallita”, “ho sbagliato tutto”, “non so chi sono”. Queste sono frasi molto dure, che spesso compaiono nei momenti di crisi, ma non descrivono la realtà intera. A 29 anni non è tardi. Non tutti hanno una vocazione chiara, non tutti costruiscono un percorso lineare, e molte persone cambiano direzione più volte. Il fatto di non sapere ancora esattamente cosa vuole non significa essere indietro: significa che ha bisogno di fermarsi, fare chiarezza e distinguere tra ciò che desidera davvero e ciò che sente di “dover” fare per non deludere gli altri.
Potrebbe esserle utile iniziare da alcune domande molto concrete:
“Quali condizioni minime deve avere un lavoro perché io possa sentirmi rispettata?”
“Qual è la soglia economica sotto la quale non voglio più scendere?”
“Che tipo di orari sono compatibili con la vita che desidero?”
“Quali mansioni mi pesano meno?”
“Quali competenze potrei rafforzare per avere più possibilità?”
Non deve per forza lasciare subito il lavoro attuale. Potrebbe, per ora, considerarlo come una base temporanea: un posto da cui ripartire, mentre osserva, cerca alternative, valuta corsi pratici o specializzazioni spendibili, aggiorna il curriculum e capisce quali settori potrebbero offrirle più stabilità. Tenere un lavoro non significa smettere di cercare qualcosa di meglio.
Rispetto alla terapia: è vero, uno psicologo non può dirle “deve fare questo lavoro” o “deve scegliere questa strada”. Però può aiutarla a comprendere cosa la blocca, a ridurre il senso di fallimento, a separare la paura dalla valutazione lucida, e a ricostruire una direzione personale. Se il costo è un problema, può informarsi su servizi pubblici, consultori, sportelli psicologici, associazioni o percorsi a tariffa calmierata.
Quello che descrive sembra più una crisi di senso e di orientamento che pigrizia. E le crisi, per quanto dolorose, possono diventare momenti in cui si riorganizza la propria vita in modo più coerente con i propri bisogni.
Non ha sbagliato tutto. Ha attraversato anni difficili, sta cercando di rimettersi in piedi e sta iniziando a chiedersi non solo “che lavoro posso trovare?”, ma “che vita voglio costruire?”. È una domanda importante, e merita di essere affrontata con meno giudizio e più cura verso di sé. Un caro saluto!
È comprensibile sentirsi confusa: quando si rientra nel mondo del lavoro dopo un periodo difficile, inizialmente può esserci sollievo, entusiasmo, gratitudine. Poi, quando la fase iniziale passa, possono emergere domande più profonde: “È davvero questo che voglio?”, “Mi basta?”, “Quanto sono disposta a sacrificare?”, “Sto costruendo qualcosa o sto solo sopravvivendo?”. Queste domande non indicano necessariamente che lei stia sbagliando, ma che sta iniziando ad ascoltare meglio i suoi bisogni.
Il senso di colpa verso l’azienda è comprensibile, ma non dovrebbe diventare una gabbia. Il fatto che le abbiano dato una possibilità non significa che lei debba annullare i suoi bisogni, accettare compensi che percepisce come insufficienti o vivere il lavoro come un sacrificio continuo. Gratitudine e diritto a cercare condizioni migliori possono coesistere.
Mi colpisce anche il modo in cui parla di sé: “fallita”, “ho sbagliato tutto”, “non so chi sono”. Queste sono frasi molto dure, che spesso compaiono nei momenti di crisi, ma non descrivono la realtà intera. A 29 anni non è tardi. Non tutti hanno una vocazione chiara, non tutti costruiscono un percorso lineare, e molte persone cambiano direzione più volte. Il fatto di non sapere ancora esattamente cosa vuole non significa essere indietro: significa che ha bisogno di fermarsi, fare chiarezza e distinguere tra ciò che desidera davvero e ciò che sente di “dover” fare per non deludere gli altri.
Potrebbe esserle utile iniziare da alcune domande molto concrete:
“Quali condizioni minime deve avere un lavoro perché io possa sentirmi rispettata?”
“Qual è la soglia economica sotto la quale non voglio più scendere?”
“Che tipo di orari sono compatibili con la vita che desidero?”
“Quali mansioni mi pesano meno?”
“Quali competenze potrei rafforzare per avere più possibilità?”
Non deve per forza lasciare subito il lavoro attuale. Potrebbe, per ora, considerarlo come una base temporanea: un posto da cui ripartire, mentre osserva, cerca alternative, valuta corsi pratici o specializzazioni spendibili, aggiorna il curriculum e capisce quali settori potrebbero offrirle più stabilità. Tenere un lavoro non significa smettere di cercare qualcosa di meglio.
Rispetto alla terapia: è vero, uno psicologo non può dirle “deve fare questo lavoro” o “deve scegliere questa strada”. Però può aiutarla a comprendere cosa la blocca, a ridurre il senso di fallimento, a separare la paura dalla valutazione lucida, e a ricostruire una direzione personale. Se il costo è un problema, può informarsi su servizi pubblici, consultori, sportelli psicologici, associazioni o percorsi a tariffa calmierata.
Quello che descrive sembra più una crisi di senso e di orientamento che pigrizia. E le crisi, per quanto dolorose, possono diventare momenti in cui si riorganizza la propria vita in modo più coerente con i propri bisogni.
Non ha sbagliato tutto. Ha attraversato anni difficili, sta cercando di rimettersi in piedi e sta iniziando a chiedersi non solo “che lavoro posso trovare?”, ma “che vita voglio costruire?”. È una domanda importante, e merita di essere affrontata con meno giudizio e più cura verso di sé. Un caro saluto!
Quello che descrive non fa pensare a “pigrizia”, ma a una fase di forte stanchezza emotiva, disillusione e confusione rispetto alla propria identità adulta e lavorativa. Dopo un lungo periodo di disoccupazione è molto comune idealizzare il ritorno al lavoro come qualcosa che “risolverà tutto”; quando poi ci si scontra con stipendi bassi, precarietà e richieste percepite come invasive, può emergere un senso di vuoto ancora più forte. Non perché lei sia sbagliata, ma perché il lavoro, da solo, non riesce a compensare anni di frustrazione e insicurezza.
Nel suo messaggio ci sono diversi aspetti importanti:
sente il bisogno di stabilità economica ma anche di equilibrio vita-lavoro;
prova senso di colpa all’idea di lasciare un posto che le ha dato fiducia;
teme il giudizio degli altri (“quella che non ha voglia di lavorare”);
si paragona continuamente ai coetanei;
mette in discussione sé stessa, le relazioni, il futuro;
percepisce una perdita di motivazione e di direzione.
Sono vissuti molto frequenti nelle cosiddette “crisi di transizione”, che possono emergere intorno ai 30 anni, soprattutto quando il percorso lavorativo è stato discontinuo o non corrisponde a ciò che ci si immaginava. Non significa aver “fallito”. Significa trovarsi in un momento in cui l’identità costruita fino ad oggi non basta più e si sente il bisogno di ridefinirsi.
Inoltre, il fatto che lei dica “non voglio morire spiritualmente a lavoro” è molto significativo: non sta chiedendo lusso o carriera sfrenata, ma dignità, sostenibilità e qualità di vita. È un bisogno legittimo.
Attenzione anche a un altro punto: quando una persona inizia a perdere interesse per le relazioni, si sente distante dagli altri, fatica a riconoscersi e vive tutto con tristezza e sfiducia, non sempre è “solo il lavoro”. Può esserci una componente depressiva o un esaurimento emotivo che merita ascolto, anche se lei riesce comunque a lavorare e funzionare nella quotidianità.
Non è vero che “tutti a 30 anni sanno cosa vogliono fare”. Molte persone cambiano strada più volte, si specializzano tardi o scoprono i propri bisogni proprio dopo esperienze lavorative frustranti. E il fatto che lei impari in fretta, si impegni e abbia capacità di adattamento è già una risorsa importante.
In questo momento probabilmente non deve prendere decisioni drastiche immediate, ma iniziare a chiedersi:
Che tipo di vita desidero davvero?
Quali compromessi sono disposta ad accettare e quali no?
Quali lavori mi fanno stare meno male?
Cosa per me conta più del “prestigio”?
Quanto il mio malessere dipende dal lavoro e quanto da una fatica interiore più ampia?
Anche il pensiero “ho sbagliato tutto” è tipico dei momenti di crisi: quando si sta male, il cervello tende a rileggere tutta la propria storia in chiave fallimentare, dimenticando risorse, capacità e possibilità future.
Infine, rispetto alla terapia: è vero che uno psicologo non può dirle “devi fare questo lavoro”, ma può aiutarla a capire perché si sente così smarrita, quali bisogni sta trascurando, quali paure la bloccano e come prendere decisioni più consapevoli senza sentirsi sbagliata o in colpa. E questo, spesso, cambia profondamente il modo di affrontare il lavoro e la vita.
Le consiglierei quindi di non affrontare tutto da sola e di approfondire questi vissuti con uno specialista, soprattutto perché la sofferenza che emerge dal suo racconto merita ascolto e non minimizzazione.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Nel suo messaggio ci sono diversi aspetti importanti:
sente il bisogno di stabilità economica ma anche di equilibrio vita-lavoro;
prova senso di colpa all’idea di lasciare un posto che le ha dato fiducia;
teme il giudizio degli altri (“quella che non ha voglia di lavorare”);
si paragona continuamente ai coetanei;
mette in discussione sé stessa, le relazioni, il futuro;
percepisce una perdita di motivazione e di direzione.
Sono vissuti molto frequenti nelle cosiddette “crisi di transizione”, che possono emergere intorno ai 30 anni, soprattutto quando il percorso lavorativo è stato discontinuo o non corrisponde a ciò che ci si immaginava. Non significa aver “fallito”. Significa trovarsi in un momento in cui l’identità costruita fino ad oggi non basta più e si sente il bisogno di ridefinirsi.
Inoltre, il fatto che lei dica “non voglio morire spiritualmente a lavoro” è molto significativo: non sta chiedendo lusso o carriera sfrenata, ma dignità, sostenibilità e qualità di vita. È un bisogno legittimo.
Attenzione anche a un altro punto: quando una persona inizia a perdere interesse per le relazioni, si sente distante dagli altri, fatica a riconoscersi e vive tutto con tristezza e sfiducia, non sempre è “solo il lavoro”. Può esserci una componente depressiva o un esaurimento emotivo che merita ascolto, anche se lei riesce comunque a lavorare e funzionare nella quotidianità.
Non è vero che “tutti a 30 anni sanno cosa vogliono fare”. Molte persone cambiano strada più volte, si specializzano tardi o scoprono i propri bisogni proprio dopo esperienze lavorative frustranti. E il fatto che lei impari in fretta, si impegni e abbia capacità di adattamento è già una risorsa importante.
In questo momento probabilmente non deve prendere decisioni drastiche immediate, ma iniziare a chiedersi:
Che tipo di vita desidero davvero?
Quali compromessi sono disposta ad accettare e quali no?
Quali lavori mi fanno stare meno male?
Cosa per me conta più del “prestigio”?
Quanto il mio malessere dipende dal lavoro e quanto da una fatica interiore più ampia?
Anche il pensiero “ho sbagliato tutto” è tipico dei momenti di crisi: quando si sta male, il cervello tende a rileggere tutta la propria storia in chiave fallimentare, dimenticando risorse, capacità e possibilità future.
Infine, rispetto alla terapia: è vero che uno psicologo non può dirle “devi fare questo lavoro”, ma può aiutarla a capire perché si sente così smarrita, quali bisogni sta trascurando, quali paure la bloccano e come prendere decisioni più consapevoli senza sentirsi sbagliata o in colpa. E questo, spesso, cambia profondamente il modo di affrontare il lavoro e la vita.
Le consiglierei quindi di non affrontare tutto da sola e di approfondire questi vissuti con uno specialista, soprattutto perché la sofferenza che emerge dal suo racconto merita ascolto e non minimizzazione.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Quello che descrivi non suona come “pigrizia”. Suona più come una persona che ha retto anni di precarietà, si è adattata a quello che trovava, ha accumulato delusione e adesso sta iniziando a chiedersi: “ma io quanto posso andare avanti così?”.
E questa domanda, a 29 anni, è molto più comune di quanto sembri.
Molte persone non sanno davvero “cosa vogliono fare da grandi”. Semplicemente alcune hanno preso un binario presto, magari per necessità, fortuna, contatti, carattere, contesto familiare, e da fuori sembrano sicure.
Ma la sensazione di essere “in ritardo” oggi è diffusissima, soprattutto in un mercato del lavoro come quello italiano, dove stage sottopagati e apprendistati lunghi esistono anche ben oltre i 25 anni.
La cosa importante è che nel tuo messaggio emergono alcuni punti molto chiari: non sei una persona che non lavora; non sei una persona che non si impegna, impari in fretta, sei responsabile, vuoi dignità economica e una vita fuori dal lavoro, non vuoi essere sfruttata, hai bisogno di stabilità, non necessariamente di “carriera”.
Sono richieste sane. Non irrealistiche.
Il problema è che dopo due anni senza lavoro eri emotivamente affamata di sicurezza. Quindi all’inizio questo posto ti è sembrato una salvezza. Adesso che l’emergenza si è calmata, stai iniziando a vedere anche i limiti del lavoro: stipendio basso, richieste extra, prospettiva economica lenta. È normale che l’entusiasmo iniziale si ridimensioni.
E attenzione: il fatto che tu provi gratitudine verso l’azienda non significa che tu debba sacrificare anni della tua vita per riconoscenza. Ti hanno dato un’opportunità, sì. Ma tu stai dando tempo, energie, competenze e presenza quotidiana. È uno scambio, non un favore personale.
Secondo me il rischio più grande in questo momento non è lasciare il lavoro. È prendere decisioni mentre sei schiacciata dal pensiero “ho sbagliato tutto”. Perché quando ci si sente falliti, qualsiasi strada sembra sbagliata.
Invece dal tuo messaggio emerge una fase di ridefinizione: stai capendo cosa NON vuoi più, stai smettendo di accettare qualsiasi condizione pur di lavorare, stai iniziando a dare valore al tuo tempo; forse stai cambiando anche socialmente e interiormente.
Questo può far sentire molto alienati, persino distanti dalle persone di sempre. Non vuol dire automaticamente che “c’è qualcosa che non va”.
Sul piano pratico, io eviterei due estremi:
1. mollare tutto impulsivamente;
2. convincerti che devi restare lì per anni soffrendo.
Puoi fare una cosa intermedia e molto più utile: tenere questo lavoro come base temporanea mentre inizi a guardarti intorno in modo più strategico.
Non serve sapere “la vocazione della vita”. Basta iniziare a restringere il campo.
Dal tuo messaggio sembra che per te siano importanti: orari umani, stabilità, stipendio dignitoso, ambiente non tossico, tempo libero, lavoro concreto/pratico.
Queste cose valgono più del “lavoro dei sogni”.
Potresti iniziare a esplorare settori dove contano organizzazione, affidabilità e capacità relazionali più che una carriera ultra-competitiva: segreteria amministrativa; back office;
customer care serio (non call center aggressivi); front office sanitario; HR junior; amministrazione base; concorsi pubblici semplici; corsi brevi professionalizzanti;
aziende medio-piccole più sane del retail.
E no, non è troppo tardi per specializzarti. A 29 anni sembra tardissimo perché ti confronti con chi ha avuto un percorso lineare. Ma lavorativamente sei ancora in una fascia in cui puoi cambiare direzione.
Inoltre, una cosa importante: tu non sembri depressa nel senso “non voglio fare nulla”. Sembri stanca, delusa, disorientata e probabilmente svuotata da anni di precarietà e confronto continuo con aspettative sociali molto pesanti. È diverso.
E non devi decidere oggi “chi sei”.
Devi solo evitare di trattarti come una fallita mentre stai cercando di capire quale vita riesci davvero a sostenere.
Perché lavorare 45-50 ore, fare straordinari impliciti, vivere male e guadagnare poco non è necessariamente maturità. A volte è solo sopravvivenza normalizzata.
E il fatto che tu dica: “non voglio morire spiritualmente a lavoro" è un pensiero molto lucido, non infantile.
Ti mando un caloroso saluto e rimango a tua completa disposizione.
Dott. Michele Basigli
Perugia
E questa domanda, a 29 anni, è molto più comune di quanto sembri.
Molte persone non sanno davvero “cosa vogliono fare da grandi”. Semplicemente alcune hanno preso un binario presto, magari per necessità, fortuna, contatti, carattere, contesto familiare, e da fuori sembrano sicure.
Ma la sensazione di essere “in ritardo” oggi è diffusissima, soprattutto in un mercato del lavoro come quello italiano, dove stage sottopagati e apprendistati lunghi esistono anche ben oltre i 25 anni.
La cosa importante è che nel tuo messaggio emergono alcuni punti molto chiari: non sei una persona che non lavora; non sei una persona che non si impegna, impari in fretta, sei responsabile, vuoi dignità economica e una vita fuori dal lavoro, non vuoi essere sfruttata, hai bisogno di stabilità, non necessariamente di “carriera”.
Sono richieste sane. Non irrealistiche.
Il problema è che dopo due anni senza lavoro eri emotivamente affamata di sicurezza. Quindi all’inizio questo posto ti è sembrato una salvezza. Adesso che l’emergenza si è calmata, stai iniziando a vedere anche i limiti del lavoro: stipendio basso, richieste extra, prospettiva economica lenta. È normale che l’entusiasmo iniziale si ridimensioni.
E attenzione: il fatto che tu provi gratitudine verso l’azienda non significa che tu debba sacrificare anni della tua vita per riconoscenza. Ti hanno dato un’opportunità, sì. Ma tu stai dando tempo, energie, competenze e presenza quotidiana. È uno scambio, non un favore personale.
Secondo me il rischio più grande in questo momento non è lasciare il lavoro. È prendere decisioni mentre sei schiacciata dal pensiero “ho sbagliato tutto”. Perché quando ci si sente falliti, qualsiasi strada sembra sbagliata.
Invece dal tuo messaggio emerge una fase di ridefinizione: stai capendo cosa NON vuoi più, stai smettendo di accettare qualsiasi condizione pur di lavorare, stai iniziando a dare valore al tuo tempo; forse stai cambiando anche socialmente e interiormente.
Questo può far sentire molto alienati, persino distanti dalle persone di sempre. Non vuol dire automaticamente che “c’è qualcosa che non va”.
Sul piano pratico, io eviterei due estremi:
1. mollare tutto impulsivamente;
2. convincerti che devi restare lì per anni soffrendo.
Puoi fare una cosa intermedia e molto più utile: tenere questo lavoro come base temporanea mentre inizi a guardarti intorno in modo più strategico.
Non serve sapere “la vocazione della vita”. Basta iniziare a restringere il campo.
Dal tuo messaggio sembra che per te siano importanti: orari umani, stabilità, stipendio dignitoso, ambiente non tossico, tempo libero, lavoro concreto/pratico.
Queste cose valgono più del “lavoro dei sogni”.
Potresti iniziare a esplorare settori dove contano organizzazione, affidabilità e capacità relazionali più che una carriera ultra-competitiva: segreteria amministrativa; back office;
customer care serio (non call center aggressivi); front office sanitario; HR junior; amministrazione base; concorsi pubblici semplici; corsi brevi professionalizzanti;
aziende medio-piccole più sane del retail.
E no, non è troppo tardi per specializzarti. A 29 anni sembra tardissimo perché ti confronti con chi ha avuto un percorso lineare. Ma lavorativamente sei ancora in una fascia in cui puoi cambiare direzione.
Inoltre, una cosa importante: tu non sembri depressa nel senso “non voglio fare nulla”. Sembri stanca, delusa, disorientata e probabilmente svuotata da anni di precarietà e confronto continuo con aspettative sociali molto pesanti. È diverso.
E non devi decidere oggi “chi sei”.
Devi solo evitare di trattarti come una fallita mentre stai cercando di capire quale vita riesci davvero a sostenere.
Perché lavorare 45-50 ore, fare straordinari impliciti, vivere male e guadagnare poco non è necessariamente maturità. A volte è solo sopravvivenza normalizzata.
E il fatto che tu dica: “non voglio morire spiritualmente a lavoro" è un pensiero molto lucido, non infantile.
Ti mando un caloroso saluto e rimango a tua completa disposizione.
Dott. Michele Basigli
Perugia
Gentile signora, quanto racconta non è pigrizia, è sofferenza autentica. Pensieri come "sono una fallita", "ho sbagliato tutto", "non so più chi sono" sono pensieri automatici tipici dei vissuti depressivi e identitari, con forte componente di catastrofizzazione e generalizzazione. In ottica cognitivo-comportamentale è utile distinguere il fatto, ovvero la condizione lavorativa attuale, dalla valutazione globale di sé. Provi a tenere un diario ABC, annotando situazione, pensiero automatico, emozione e poi una rilettura più equilibrata, basata sulle prove concrete. L'evitamento sociale, la perdita di senso e il ritorno di quello che lei stessa chiama "mostro della depressione" meritano attenzione clinica, non sottovalutazione. In chiave ACT, lavorare sui valori personali, cioè ciò che conta davvero per lei al di là dello stipendio, può guidare scelte più sostenibili. Le suggerisco di considerare un percorso anche breve di psicoterapia: esistono servizi pubblici e il bonus psicologico che riducono l'onere economico. Chiedere aiuto non è debolezza, è una scelta funzionale.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buongiorno,
quello che descrive è un momento di grande fatica e confusione, ma anche di forte consapevolezza. Non c’è nulla di “fallito” nel suo percorso: c’è piuttosto una persona che ha attraversato periodi difficili, si è adattata, ha lavorato quando poteva e oggi si sta ponendo delle domande importanti sul proprio futuro.
È comprensibile che, dopo un periodo di disoccupazione, questo lavoro le abbia inizialmente dato sollievo e sicurezza. Allo stesso tempo, è altrettanto comprensibile che, con il passare dei mesi, emergano riflessioni più profonde su retribuzione, stabilità e qualità della vita. Non è pigrizia: è un bisogno legittimo di equilibrio e dignità lavorativa.
Il senso di essere “indietro” rispetto agli altri o di non sapere cosa voler fare è molto diffuso, anche se spesso non viene detto. L’idea che a 30 anni tutti abbiano le idee chiare è, nella realtà, più un confronto interno che un dato oggettivo.
Ci sono alcuni punti importanti che emergono dal suo racconto:
Lei sa cosa non vuole: lavori troppo sacrificanti, poco pagati, che invadano completamente la sua vita
Ha già competenze: si adatta, impara in fretta, si impegna
Sta iniziando a darsi valore: non è più disposta ad accettare “quattro spicci” a qualsiasi costo
Questi sono elementi fondamentali da cui partire.
Potrebbe esserle utile, più che cercare subito “il lavoro giusto”, iniziare a fare chiarezza su alcuni aspetti concreti:
-che tipo di ritmo di vita desidera (orari, weekend, stabilità)
-quali attività le risultano più sostenibili nel tempo (contatto con il pubblico, lavoro d’ufficio, autonomia, ecc.)
-quale compromesso è disposta ad accettare temporaneamente per arrivare a una condizione migliore
Rispetto alla situazione attuale, non è necessario scegliere in modo drastico: può tenere il lavoro che ha e, parallelamente, guardarsi intorno, senza sensi di colpa. Cercare altro non significa essere ingrata, ma prendersi cura del proprio futuro.
Il pensiero “ho sbagliato tutto” è molto duro, ma rischia di bloccarla più che aiutarla: il passato non si può cambiare, ma può essere utilizzato per orientare le scelte future con più consapevolezza.
Infine, un aspetto importante: il senso di tristezza, il dubbio su sé stessa, la distanza che sente anche dalle persone… sono segnali che meritano attenzione. Non significa necessariamente “dover fare terapia”, ma neanche ignorarli. A volte uno spazio di confronto può aiutare a rimettere ordine, senza dover avere già risposte definitive.
Se lo desidera, può prenotare un colloquio con me tramite la mia agenda online.
Non è in ritardo, né “persa”: è in una fase di passaggio, che può essere faticosa ma anche molto importante per costruire qualcosa di più adatto a lei.
Ricevo in presenza a Caserta e svolgo anche consulenze online. Se lei vorrà, io la aspetto.
Un caro saluto
quello che descrive è un momento di grande fatica e confusione, ma anche di forte consapevolezza. Non c’è nulla di “fallito” nel suo percorso: c’è piuttosto una persona che ha attraversato periodi difficili, si è adattata, ha lavorato quando poteva e oggi si sta ponendo delle domande importanti sul proprio futuro.
È comprensibile che, dopo un periodo di disoccupazione, questo lavoro le abbia inizialmente dato sollievo e sicurezza. Allo stesso tempo, è altrettanto comprensibile che, con il passare dei mesi, emergano riflessioni più profonde su retribuzione, stabilità e qualità della vita. Non è pigrizia: è un bisogno legittimo di equilibrio e dignità lavorativa.
Il senso di essere “indietro” rispetto agli altri o di non sapere cosa voler fare è molto diffuso, anche se spesso non viene detto. L’idea che a 30 anni tutti abbiano le idee chiare è, nella realtà, più un confronto interno che un dato oggettivo.
Ci sono alcuni punti importanti che emergono dal suo racconto:
Lei sa cosa non vuole: lavori troppo sacrificanti, poco pagati, che invadano completamente la sua vita
Ha già competenze: si adatta, impara in fretta, si impegna
Sta iniziando a darsi valore: non è più disposta ad accettare “quattro spicci” a qualsiasi costo
Questi sono elementi fondamentali da cui partire.
Potrebbe esserle utile, più che cercare subito “il lavoro giusto”, iniziare a fare chiarezza su alcuni aspetti concreti:
-che tipo di ritmo di vita desidera (orari, weekend, stabilità)
-quali attività le risultano più sostenibili nel tempo (contatto con il pubblico, lavoro d’ufficio, autonomia, ecc.)
-quale compromesso è disposta ad accettare temporaneamente per arrivare a una condizione migliore
Rispetto alla situazione attuale, non è necessario scegliere in modo drastico: può tenere il lavoro che ha e, parallelamente, guardarsi intorno, senza sensi di colpa. Cercare altro non significa essere ingrata, ma prendersi cura del proprio futuro.
Il pensiero “ho sbagliato tutto” è molto duro, ma rischia di bloccarla più che aiutarla: il passato non si può cambiare, ma può essere utilizzato per orientare le scelte future con più consapevolezza.
Infine, un aspetto importante: il senso di tristezza, il dubbio su sé stessa, la distanza che sente anche dalle persone… sono segnali che meritano attenzione. Non significa necessariamente “dover fare terapia”, ma neanche ignorarli. A volte uno spazio di confronto può aiutare a rimettere ordine, senza dover avere già risposte definitive.
Se lo desidera, può prenotare un colloquio con me tramite la mia agenda online.
Non è in ritardo, né “persa”: è in una fase di passaggio, che può essere faticosa ma anche molto importante per costruire qualcosa di più adatto a lei.
Ricevo in presenza a Caserta e svolgo anche consulenze online. Se lei vorrà, io la aspetto.
Un caro saluto
Buongiorno Cara,
quello che racconti non dà l’idea di una persona “pigra” o senza voglia di lavorare, ma di una persona molto stanca, delusa e probabilmente in una fase di forte confusione personale e professionale. Dopo un lungo periodo di disoccupazione è comprensibile aver accolto questo lavoro con entusiasmo e, allo stesso tempo, iniziare ora a fare i conti con la fatica, con le rinunce richieste e con il timore che quello che stai costruendo non corrisponda davvero alla vita che desideri. Spesso intorno ai 30 anni molte persone attraversano momenti simili, anche se all’esterno sembra che “tutti sappiano cosa fare della propria vita”. In realtà non è così raro sentirsi in ritardo, confrontarsi continuamente con gli altri, avere paura di aver sbagliato scelte o di non aver costruito abbastanza. Il problema è che quando ci si sente frustrati e sfiduciati, la mente tende a trasformare dubbi e difficoltà in giudizi molto duri verso se stessi: “sono una fallita”, “ho sbagliato tutto”, “non so chi sono”. E a lungo andare questo porta anche ad isolarsi, perdere energia e mettere in discussione perfino le relazioni.
Da quello che scrivi emerge invece una persona che si impegna, che ha capacità di adattamento, che apprende velocemente e che sta cercando qualcosa di più sostenibile e dignitoso per sé. Non mi sembra poco.
È importante anche ricordare che il lavoro non dovrebbe essere soltanto sopravvivenza o sacrificio continuo. Desiderare un equilibrio tra vita privata e lavoro non significa essere poco motivati o “non avere voglia di fare”. Significa riconoscere i propri limiti e i propri bisogni. Forse in questo momento non hai bisogno che qualcuno ti dica “cosa devi fare”, ma di uno spazio in cui poter mettere ordine nella confusione che senti, capire meglio cosa desideri davvero, quali paure ti stanno bloccando e perché oggi tutto sembra così pesante. Un percorso psicologico non serve a decidere al posto tuo, ma può aiutarti a ritrovare chiarezza, direzione e un rapporto meno duro con te stessa.
Se lo desideri, possiamo fissare un colloquio , anche solo per comprendere meglio questo momento della tua vita e capire insieme come affrontarlo senza sentirti sola o sbagliata. Puoi trovare il mio profilo su Mio Dottore, sono la dott.ssa Ilaria Redivo Grazie mille Un caro saluto
quello che racconti non dà l’idea di una persona “pigra” o senza voglia di lavorare, ma di una persona molto stanca, delusa e probabilmente in una fase di forte confusione personale e professionale. Dopo un lungo periodo di disoccupazione è comprensibile aver accolto questo lavoro con entusiasmo e, allo stesso tempo, iniziare ora a fare i conti con la fatica, con le rinunce richieste e con il timore che quello che stai costruendo non corrisponda davvero alla vita che desideri. Spesso intorno ai 30 anni molte persone attraversano momenti simili, anche se all’esterno sembra che “tutti sappiano cosa fare della propria vita”. In realtà non è così raro sentirsi in ritardo, confrontarsi continuamente con gli altri, avere paura di aver sbagliato scelte o di non aver costruito abbastanza. Il problema è che quando ci si sente frustrati e sfiduciati, la mente tende a trasformare dubbi e difficoltà in giudizi molto duri verso se stessi: “sono una fallita”, “ho sbagliato tutto”, “non so chi sono”. E a lungo andare questo porta anche ad isolarsi, perdere energia e mettere in discussione perfino le relazioni.
Da quello che scrivi emerge invece una persona che si impegna, che ha capacità di adattamento, che apprende velocemente e che sta cercando qualcosa di più sostenibile e dignitoso per sé. Non mi sembra poco.
È importante anche ricordare che il lavoro non dovrebbe essere soltanto sopravvivenza o sacrificio continuo. Desiderare un equilibrio tra vita privata e lavoro non significa essere poco motivati o “non avere voglia di fare”. Significa riconoscere i propri limiti e i propri bisogni. Forse in questo momento non hai bisogno che qualcuno ti dica “cosa devi fare”, ma di uno spazio in cui poter mettere ordine nella confusione che senti, capire meglio cosa desideri davvero, quali paure ti stanno bloccando e perché oggi tutto sembra così pesante. Un percorso psicologico non serve a decidere al posto tuo, ma può aiutarti a ritrovare chiarezza, direzione e un rapporto meno duro con te stessa.
Se lo desideri, possiamo fissare un colloquio , anche solo per comprendere meglio questo momento della tua vita e capire insieme come affrontarlo senza sentirti sola o sbagliata. Puoi trovare il mio profilo su Mio Dottore, sono la dott.ssa Ilaria Redivo Grazie mille Un caro saluto
Leggendo le tue parole si sente un urto forte, ma anche una straordinaria chiarezza. Quella che oggi chiami "crisi", "fallimento" o "pigrizia", guardata con una lente diversa assomiglia molto a una sana e legittima ribellione.
Per anni sei stata una persona estremamente duttile: hai fatto "quel che capitava", hai affrontato il vuoto deprimente della disoccupazione e hai accettato il ruolo di quella che, nelle relazioni, consola gli altri. Oggi, a quasi trent'anni, il tuo corpo e la tua mente stanno dicendo basta. Sentire che non sei più disposta a "morire dentro" per 800 euro o a regalare il tuo tempo libero non è un difetto di fabbrica: è il segnale che stai finalmente iniziando a darti un valore.
Anche il bisogno di allontanarti dagli amici non è un crollo, ma un modo necessario per proteggere le tue energie e smettere di compiacere le aspettative degli altri. Quando non si sa ancora cosa si vuole fare "da grandi", sentire con questa forza ciò che non si vuole più è un grandissimo passo avanti.
Non hai sbagliato tutto. Hai solo esaurito la disponibilità a sacrificarti per quattro spiccioli e per il riconoscimento altrui. Si può essere ottime lavoratrici anche uscendo alle 18 precise, proteggendo la propria vita. Concediti il tempo di stare in questo guado senza darti addosso: la tua bussola interna ha ricominciato a funzionare, ed è normale che il cambiamento faccia un po' male.
Un caro saluto.
Per anni sei stata una persona estremamente duttile: hai fatto "quel che capitava", hai affrontato il vuoto deprimente della disoccupazione e hai accettato il ruolo di quella che, nelle relazioni, consola gli altri. Oggi, a quasi trent'anni, il tuo corpo e la tua mente stanno dicendo basta. Sentire che non sei più disposta a "morire dentro" per 800 euro o a regalare il tuo tempo libero non è un difetto di fabbrica: è il segnale che stai finalmente iniziando a darti un valore.
Anche il bisogno di allontanarti dagli amici non è un crollo, ma un modo necessario per proteggere le tue energie e smettere di compiacere le aspettative degli altri. Quando non si sa ancora cosa si vuole fare "da grandi", sentire con questa forza ciò che non si vuole più è un grandissimo passo avanti.
Non hai sbagliato tutto. Hai solo esaurito la disponibilità a sacrificarti per quattro spiccioli e per il riconoscimento altrui. Si può essere ottime lavoratrici anche uscendo alle 18 precise, proteggendo la propria vita. Concediti il tempo di stare in questo guado senza darti addosso: la tua bussola interna ha ricominciato a funzionare, ed è normale che il cambiamento faccia un po' male.
Un caro saluto.
La disoccupazione prolungata che ha vissuto è un vero e proprio trauma psicologico: agisce come una anestesia che congela le emozioni e svuota l'identità, ed è del tutto normale che, ora che è uscita dal tunnel ed è passata l'euforia iniziale, stia emergendo il conto emotivo di quegli anni di vuoto, manifestandosi sotto forma di crisi, rabbia e un profondo senso di disorientamento. Quello che sta vivendo non è assolutamente pigrizia, bensì un conflitto interno tra il tuo bisogno primario di sicurezza e un sanissimo istinto di dignità e autoconservazione: la sua mente sta rifiutando l'idea di dover sacrificare il suo tempo vitale, i suoi sabati e le sue serate per una retribuzione che percepisci come umiliante, e questa non è mancanza di rispetto verso l'azienda, ma il segno che sta iniziando a dare valore a te stessa. Anche il senso di colpa che prova verso chi l' ha assunta e il desiderio di isolarsi dagli amici fanno parte di questo quadro clinico di transizione: quando ci si sente "indietro" rispetto a una tabella di marcia sociale ideale, la socialità diventa uno specchio doloroso e si tende a ritirarsi per proteggere le proprie ferite. Dal punto di vista terapeutico, le direi che non ha sbagliato tutto nella vita e che non esiste una regola che stabilisca cosa si debba "fare da grandi" a trent'anni; l'università interrotta e le esperienze passate non sono fallimenti, ma parti integranti della sua storia che l'hanno portata a essere la persona resiliente e capace di imparare in fretta.
Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso la sua esperienza. In realtà ciò che scrive è una situazione abbastanza comune e che sicuramente crea disagio e mette paura e angoscia. Barcamenarsi tra le situazioni lavorative odierne non è per niente facile e non tutti alla sua età hanno le idee così chiare su cosa vogliono davvero fare "da grandi". Al di là delle condizioni economiche e contrattuali degli impieghi lavorativi, che sicuramente sono importanti e sono tra gli elementi da prendere in considerazione quando si sceglie un lavoro, anche in base alle proprie esigenze personali e professionali, forse potrebbe essere utile prendersi il suo tempo per riflettere su quali siano i suoi desideri, cosa realmente avrebbe voglia di fare, quali siano le sue aspettative. Spero di esserle stato d'aiuto. Distinti saluti. Dott. Michele Moscarello
Buonasera,
Da queste parole mi sembra che ciò che pesi di più sia la paura di aver sbagliato in ambito lavorativo e di essere indietro rispetto agli altri. Il tuo percorso però non ha nulla che non va, è semplicemente unico, appartiene a te, quindi rispetta i tuoi ritmi, le tue possibilità. Magari noterai della discontinuità, potresti sentire di non essere ancora soddisfatta, ma questo non toglie valore a ciò che hai fatto finora: hai lavorato, ti sei adattata, hai imparato.
Per quanto riguarda il lavoro, magari prova a non vedere la situazione come un "resto" o "lascio", bensì pensa che potresti iniziare a guardarti intorno, se non stai bene dove sei. Con i tuoi tempi, rispettandoti.
Infine, hai ragione quando scrivi che uno psicologo non può dirti cosa fare, però può accogliere le tue emozioni ed aiutarti ad elaborarle, può accompagnarti nei momenti di confusione e renderti più leggera la gestione delle fasi di stress.
Quello che stai vivendo non è un fallimento, ma una fase di cambiamento, necessaria a capire qual è il posto giusto per te.
Non sei indietro!
Spero di esserti stata utile,
Dott.ssa Maryviol De Bernardi
Da queste parole mi sembra che ciò che pesi di più sia la paura di aver sbagliato in ambito lavorativo e di essere indietro rispetto agli altri. Il tuo percorso però non ha nulla che non va, è semplicemente unico, appartiene a te, quindi rispetta i tuoi ritmi, le tue possibilità. Magari noterai della discontinuità, potresti sentire di non essere ancora soddisfatta, ma questo non toglie valore a ciò che hai fatto finora: hai lavorato, ti sei adattata, hai imparato.
Per quanto riguarda il lavoro, magari prova a non vedere la situazione come un "resto" o "lascio", bensì pensa che potresti iniziare a guardarti intorno, se non stai bene dove sei. Con i tuoi tempi, rispettandoti.
Infine, hai ragione quando scrivi che uno psicologo non può dirti cosa fare, però può accogliere le tue emozioni ed aiutarti ad elaborarle, può accompagnarti nei momenti di confusione e renderti più leggera la gestione delle fasi di stress.
Quello che stai vivendo non è un fallimento, ma una fase di cambiamento, necessaria a capire qual è il posto giusto per te.
Non sei indietro!
Spero di esserti stata utile,
Dott.ssa Maryviol De Bernardi
Leggendo il tuo messaggio non mi arriva l'immagine di una persona pigra o che non ha voglia di lavorare. Mi arriva piuttosto la fatica di chi, dopo un periodo di disoccupazione che descrivi come molto deprimente, pensava di aver finalmente raggiunto una stabilità e si ritrova invece con nuove domande e nuove insoddisfazioni.Mi sembra che tu stia vivendo un momento di forte bilancio personale ed è comprensibile che 800 euro al mese possano sembrarti insufficienti e che tu ti stia chiedendo se i sacrifici richiesti siano proporzionati a ciò che ricevi. Questo non significa essere ingrata verso chi ti ha dato un'opportunità, né significa non avere voglia di impegnarti. Significa interrogarti sui tuoi bisogni, sui tuoi limiti e su quale qualità di vita desideri costruire. Forse in questo momento non è necessario decidere subito cosa vuoi fare da grande o trovare la professione perfetta. Potrebbe essere più utile chiederti quali aspetti per te sono davvero importanti: stabilità economica, tempo libero, contatti con le persone, possibilità di crescita, tranquillità, flessibilità. Avere più chiari questi valori può aiutarti a orientarti nelle scelte future senza pretendere di avere immediatamente tutte le risposte. Nel frattempo, guardarti intorno potrebbe permetterti di esplorare altre possibilità. Le crisi, per quanto faticose, a volte rappresentano anche momenti in cui stiamo ridefinendo chi siamo e cosa desideriamo.Mi colpisce anche il fatto che tu racconti di avere meno voglia di vedere le persone e di sentirti diversa da prima. Potrebbe essere utile prestare attenzione a questi vissuti, per prenderti cura di te. Concediti il tempo necessario per capire quale direzione desideri prendere, nella consapevolezza che le incertezze non sono una prova del tuo valore personale.
La sua situazione,per quanto la percepisca come molto "particolare", accomuna molte persone soprattutto i più giovani in questo periodo storico.
Quello che primariamente mi sento di dirle è che non è una colpa non avere le idee chiare su cosa si vuole fare da grandi o non aver conseguito una laurea.
Leggendola però credo che un pezzo di risposta alla famosa domanda "cosa farò da grande?" ce l'ha: vorrebbe un lavoro con una paga degna che le permetta di vivere tranquillamente, avendo tempo per i suoi amici e le sue passioni.
Parta da questo e in base a ciò continui a fare le sue valutazioni, che per altro trovo giuste e ragionevoli.
Capisco la fatica di non aver ancora raggiunto la meta, nonostante i mille sforzi, ma avrà sicuramente acquisito abilità variegate che prima o poi verranno apprezzate e valorizzate.
Quello che primariamente mi sento di dirle è che non è una colpa non avere le idee chiare su cosa si vuole fare da grandi o non aver conseguito una laurea.
Leggendola però credo che un pezzo di risposta alla famosa domanda "cosa farò da grande?" ce l'ha: vorrebbe un lavoro con una paga degna che le permetta di vivere tranquillamente, avendo tempo per i suoi amici e le sue passioni.
Parta da questo e in base a ciò continui a fare le sue valutazioni, che per altro trovo giuste e ragionevoli.
Capisco la fatica di non aver ancora raggiunto la meta, nonostante i mille sforzi, ma avrà sicuramente acquisito abilità variegate che prima o poi verranno apprezzate e valorizzate.
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