Salve, vi scrivo per avere una consulenza riguardo una situazione lavorativa in cui mi trovo. Per co
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Salve, vi scrivo per avere una consulenza riguardo una situazione lavorativa in cui mi trovo. Per contesto, lavoro nell’azienda attuale da più di 7 anni in cui progressivamente mi sono affermata, o così pensavo, nei vari ambiti di competenza sempre con impegno e forte dedizione. Il clima aziendale è sempre stato subdolamente tossico, principalmente a causa di una collega che ha reso e continua a rendere il posto un inferno per chiunque si “metta contro” di lei o delle sue idee. Questo ha portato a diversi scontri con diverse personalità nell’azienda che a volte si sono risolte semplicemente con il passare del tempo, e altre volte hanno portato proprio alle dimissioni di alcuni. Io stessa in prima persona ho subito più volte le sue “paturnie” perché caratterialmente sono una persona che preferisce il confronto piuttosto alla falsità e quando alcune cose che mi ha fatto non mi sono state bene ho sempre preferito parlarne direttamente (prese in giro tramite i vari social, turni cambiati per palese ripicca…). Quando ho poi affrontato la persona il più delle volte la situazione si distendeva per passare alla prossima vittima. Per arrivare alla situazione attuale, nell’ultimo periodo c’è stato parecchio stress in tutto l’ambiente anche dovuto all’arrivo imminente di un controllo dai piani alti della sede, che ha portato ad uno “scontro” tra me e il mio datore di lavoro. Da parte sua c’è stata una forte aggressione verbale, con toni di voce fortemente alterati, colpi dati alle ringhiere…, aggressione questa dovuta a detta sua ad una “evidente necessità di essere più aggressivo per poter essere ascoltato visto il forte menefreghismo”. Da parte mia una risposta di difesa in cui appunto affermavo che non capivo il tono dell’attacco e soprattutto le accuse, essendo sempre stata come dicevo fortemente dedita a questo posto di lavoro spesso anche sacrificando molto del mio tempo libero o addirittura presentandomi anche in condizioni di salute fortemente precarie. La discussione non si è conclusa in alcun modo perché alla sua frustrazione sul “perché se parlo con le altre stanno zitte e dicono di sì, quando invece parlo con te hai sempre da rispondermi?” Io non sapevo che risposta dare. Non nego però che questa discussione mi ha lasciato fortemente turbata in primo luogo per la violenza dell’attacco, e poi per l’estraneità dalle accuse che mi rivolgeva. (Solo dopo scoprirò che la discussione che lui faceva non era indirizzata a me!) In ogni caso per giorni io mi sono trovata fortemente destabilizzata da questo episodio aspettandomi che comunque avvenisse un chiarimento una volta che il nervoso del momento fosse passato. Questo non è avvenuto e mi ha lasciato per giorni a pezzi, giorni in cui mi recavo a lavoro senza essere salutata lasciata sola ed esclusa da qualsiasi cosa. Mi sono trovata a non riuscire più a dormire per pensare a come avrei potuto affrontare la situazione, a cosa potevo aver sbagliato, a non mangiare per la sensazione di nausea costante. La cosa che mi ha turbato più di tutte poi è stata la mancanza di empatia da tutto lo staff di colleghe, che mi hanno esclusa da tutto e a malapena mi rivolgevano parola. Questo ha portato alla mia necessità di riaffrontare il mio datore di lavoro per avere un chiarimento, per capire come poter risolvere la situazione. Non è stato facile perché lui ha cercato di evitare il confronto dicendomi anche che lui non aveva niente di cui parlare perché non c’era nessuna situazione. Una volta che sono riuscita ad instaurare un dialogo civile ho cercato di spiegare le mie ragioni della risposta e cercando di capire le sue ragioni per una reazione così aggressiva (qui scoprivo che la sua era una discussione mirata a tutti non solo a me). Più ho provato a spiegargli che secondo me un attacco così aggressivo non poteva portare a nulla di buono più ricevevo risposte fredde e dure. Purtroppo questo muro mi ha fatto vacillare, tanto da farmi arrivare a chiedergli se veramente quindi non avevo nessun valore per quella azienda e se questo trattamento secondo lui era meritato. Da notare è che il primo scontro era stato in presenza della collega di cui parlavo all’inizio, mentre questo secondo incontro lei non era presente. Comunque dopo un po di conversazione ci siamo spiegati e anche lui ha ammesso lo stress e l’aggressività del suo atteggiamento. Per me questa seconda discussione era necessaria per un suo intervento nell’atteggiamento di tutto lo staff, affinché intervenisse perché io potessi trovare un ambiente lavorativo vivibile e non così provante come era stato fino a quel giorno. E da questa seconda discussione sono uscita lievemente positiva e lievemente rincuorata, anche dal fatto che mi ha detto “hai fatto bene a parlarne perché magari io ero ancora innervosito dalla situazione ma parlandone siamo tutti più tranquilli”. Dopo questo confronto io ho avuto i miei giorni di riposo e sono rientrata a lavoro il giorno prima dei controlli in cui ingenuamente, e nuovamente, mi sono trattenuta oltre orario cercando di mostrarmi più positiva anche con le colleghe. Il giorno dopo, giorno dei controlli, arrivo a lavoro e il clima era invece di nuovo di ferro. A malapena saluti, la collega aveva nuovamente stretto la morsa sulle altre tanto ad arrivare al fatto che durante l’ora di pranzo loro si sono prese da mangiare se lo sono divise tra di loro chiedendosi le une con le altre cosa volevano dandomi le spalle e ignorandomi e mangiando davanti a me come se non esistessi. La giornata è stata lunga ed infernale.. e da lì ho capito che non c’era soluzione. Avergli parlato non ha fatto che peggiorare ulteriormente la situazione e io ero ormai 15 giorni sull’orlo dell’esaurimento nervoso, 15 giorni senza mangiare quasi nulla e senza dormire piangendo ogni giorno per l’ansia di cosa mi avrebbe aspettato il giorno dopo. L’ultimo giorno mi sono dovuta recare dal dottore in preda al panico che mi ha dato delle gocce e mi ha consigliato del riposo perché non erano condizioni normali. Io non so più neanche se ho sbagliato o non ho sbagliato, ma mi è sembrato come se volessero eliminarmi per essere quella che risponde, e che tutto è andato giù molto rapidamente. Non mi sembra che ci sia una alternativa sé non andare via, perché arrivare a pensare a gesti estremi pur di non dover andare in quell’ambiente mi sembra assurdo! La mia problematica è una sola, ora sono in malattia e mi sto piano piano riprendendo, ma so già che rientrare lì dopo aver preso una malattia sarebbe un circolo infinito di ritorsioni. Allo stesso tempo però il mio compagno lavora lì con me, e non voglio denunciare per mobbing per evitare ritorsioni anche a lui.. cosa mi consigliate di fare? Io non so più dove sbattere la testa…
Buongiorno.
Dato che sta molto male, meglio un colloquio individuale, in studio oppure online.
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Buonasera, grazie per la condivisione. Quello che racconta colpisce molto perché non sembra il resoconto di un singolo litigio lavorativo, ma di un sistema relazionale che nel tempo ha costruito equilibri fondati sulla paura, sul silenzio e sull’esclusione di chi prova a portare confronto o pensiero critico. E spesso, in contesti così, la persona che “risponde” non viene vissuta come qualcuno che dialoga, ma come qualcuno che rompe un assetto implicito che gli altri hanno imparato a tollerare per sopravvivere.
Nel suo racconto emerge una cosa importante: lei ha continuato a leggere quella realtà come se l’impegno, la dedizione e la disponibilità dovessero naturalmente generare riconoscimento e tutela. Ma purtroppo alcuni ambienti funzionano secondo logiche differenti, dove il valore personale passa in secondo piano rispetto agli equilibri di potere, alle alleanze e alla gestione della tensione interna. E questo crea una forte dissonanza emotiva, perché ci si sente improvvisamente trattati come “inermi” proprio nel luogo in cui si è investito tantissimo di sé.
Mi colpisce anche il fatto che lei continui a chiedersi se ha sbagliato qualcosa. È comprensibile, come se dovesse trovare la colpa che spiega l’esclusione.
Il punto forse più delicato però non è nemmeno la collega o il datore di lavoro, ma ciò che questa situazione ha prodotto dentro di lei: insonnia, nausea, pianto quotidiano, paura anticipatoria, perdita dell’appetito, fino ai pensieri estremi pur di non rientrare lì. Quando il corpo arriva a questi livelli di allarme spesso significa che non sta più reagendo solo a un conflitto, ma a una percezione di minaccia continua e senza via d’uscita. E questo merita di essere preso molto sul serio.
Credo quindi che in questo momento la priorità non sia decidere immediatamente se denunciare o meno, ma recuperare lucidità e stabilità emotiva, perché dopo settimane vissute in uno stato di allerta così intenso è difficile prendere decisioni realmente libere. A volte si sente il bisogno urgente di “fare qualcosa” per interrompere il dolore, ma le scelte importanti fatte mentre si è esausti rischiano di essere guidate solo dalla sopravvivenza.
Potrebbe essere utile allora iniziare a spostare la domanda da “come faccio a farmi accettare lì dentro?” a “quanto questo ambiente è compatibile con il mio benessere e con l’idea di vita che voglio costruire?”. Perché dal suo racconto sembra che lei abbia tentato molte strade: confronto diretto, chiarimento, disponibilità, comprensione dello stress altrui, impegno ulteriore. Eppure il sistema è tornato rapidamente identico a prima. Questo spesso è un segnale importante: alcune dinamiche non cambiano perché servono inconsapevolmente a mantenere l’equilibrio del gruppo.
Non significa necessariamente che debba licenziarsi domani mattina, né che l’unica strada sia una denuncia, soprattutto considerando il coinvolgimento del suo compagno. Ma forse può iniziare a pensarsi non più soltanto come qualcuno che deve “resistere”, bensì come una persona che ha il diritto di interrogarsi su quali contesti meritino davvero tutta questa sofferenza.
Nel suo racconto emerge una cosa importante: lei ha continuato a leggere quella realtà come se l’impegno, la dedizione e la disponibilità dovessero naturalmente generare riconoscimento e tutela. Ma purtroppo alcuni ambienti funzionano secondo logiche differenti, dove il valore personale passa in secondo piano rispetto agli equilibri di potere, alle alleanze e alla gestione della tensione interna. E questo crea una forte dissonanza emotiva, perché ci si sente improvvisamente trattati come “inermi” proprio nel luogo in cui si è investito tantissimo di sé.
Mi colpisce anche il fatto che lei continui a chiedersi se ha sbagliato qualcosa. È comprensibile, come se dovesse trovare la colpa che spiega l’esclusione.
Il punto forse più delicato però non è nemmeno la collega o il datore di lavoro, ma ciò che questa situazione ha prodotto dentro di lei: insonnia, nausea, pianto quotidiano, paura anticipatoria, perdita dell’appetito, fino ai pensieri estremi pur di non rientrare lì. Quando il corpo arriva a questi livelli di allarme spesso significa che non sta più reagendo solo a un conflitto, ma a una percezione di minaccia continua e senza via d’uscita. E questo merita di essere preso molto sul serio.
Credo quindi che in questo momento la priorità non sia decidere immediatamente se denunciare o meno, ma recuperare lucidità e stabilità emotiva, perché dopo settimane vissute in uno stato di allerta così intenso è difficile prendere decisioni realmente libere. A volte si sente il bisogno urgente di “fare qualcosa” per interrompere il dolore, ma le scelte importanti fatte mentre si è esausti rischiano di essere guidate solo dalla sopravvivenza.
Potrebbe essere utile allora iniziare a spostare la domanda da “come faccio a farmi accettare lì dentro?” a “quanto questo ambiente è compatibile con il mio benessere e con l’idea di vita che voglio costruire?”. Perché dal suo racconto sembra che lei abbia tentato molte strade: confronto diretto, chiarimento, disponibilità, comprensione dello stress altrui, impegno ulteriore. Eppure il sistema è tornato rapidamente identico a prima. Questo spesso è un segnale importante: alcune dinamiche non cambiano perché servono inconsapevolmente a mantenere l’equilibrio del gruppo.
Non significa necessariamente che debba licenziarsi domani mattina, né che l’unica strada sia una denuncia, soprattutto considerando il coinvolgimento del suo compagno. Ma forse può iniziare a pensarsi non più soltanto come qualcuno che deve “resistere”, bensì come una persona che ha il diritto di interrogarsi su quali contesti meritino davvero tutta questa sofferenza.
Quello che racconti è molto intenso e, prima di tutto, mi viene da dirti che ha senso che tu stia così. Non è una reazione esagerata o “troppo”, è il segnale di quanto questa situazione lavorativa ti stia toccando emotivamente.
Si sente quanto tu abbia investito in questo posto negli anni, quanta dedizione, quanta energia, anche a costo di sacrificare te stessa. Proprio per questo, quando qualcosa si incrina, un attacco così aggressivo, l’esclusione, il silenzio delle colleghe, l’impatto non resta sul piano professionale, ma diventa personale, quasi come se venisse messo in discussione anche il tuo valore personale.
Allo stesso tempo, però, quello che descrivi oggi va oltre un normale momento difficile. Il fatto che tu non riesca a dormire, a mangiare, che vivi nell’ansia costante e arrivi a stare così male all’idea di tornare lì è un segnale molto forte. È come se questo lavoro stesse occupando uno spazio troppo grande dentro di te.
Forse non è importante tanto capire se hai sbagliato o se potevi fare diversamente, ma iniziare a riconoscere cosa ti sta facendo questo ambiente, così com’è oggi.
Tu hai provato a confrontarti, a chiarire, a metterti in gioco in modo diretto. Non sei rimasta passiva. Eppure la situazione non si è risolta, anzi in alcuni momenti sembra essersi irrigidita ancora di più. Questo fa pensare che il problema non sia solo “come ti muovi tu”, ma anche nelle dinamiche di quel contesto, che non sembrano offrire uno spazio sicuro o rispettoso.
Allora la domanda è se sia un posto in cui, oggi, puoi stare bene, o almeno stare in modo sostenibile.
Capisco quanto sia difficile anche solo pensare di andare via, dopo tanti anni.. Non è una decisione da prendere di impulso. Però allo stesso tempo, restare in una situazione che ti porta a questo livello di sofferenza rischia di avere un costo molto alto per te.
Forse in questo momento non serve trovare subito una soluzione definitiva, ma iniziare a spostare lo sguardo, meno sul tentativo di aggiustare quell’ambiente, più sul capire di cosa hai bisogno tu per stare meglio.
E in una fase così carica, può essere davvero importante non restare sola. Avere uno spazio tuo, con qualcuno che ti aiuti a rimettere ordine e a sostenerti mentre fai chiarezza.
Non c’è qualcosa che “non va” in te per come stai reagendo. C’è qualcosa intorno a te che, per come è adesso, sembra non essere più sostenibile.
Si sente quanto tu abbia investito in questo posto negli anni, quanta dedizione, quanta energia, anche a costo di sacrificare te stessa. Proprio per questo, quando qualcosa si incrina, un attacco così aggressivo, l’esclusione, il silenzio delle colleghe, l’impatto non resta sul piano professionale, ma diventa personale, quasi come se venisse messo in discussione anche il tuo valore personale.
Allo stesso tempo, però, quello che descrivi oggi va oltre un normale momento difficile. Il fatto che tu non riesca a dormire, a mangiare, che vivi nell’ansia costante e arrivi a stare così male all’idea di tornare lì è un segnale molto forte. È come se questo lavoro stesse occupando uno spazio troppo grande dentro di te.
Forse non è importante tanto capire se hai sbagliato o se potevi fare diversamente, ma iniziare a riconoscere cosa ti sta facendo questo ambiente, così com’è oggi.
Tu hai provato a confrontarti, a chiarire, a metterti in gioco in modo diretto. Non sei rimasta passiva. Eppure la situazione non si è risolta, anzi in alcuni momenti sembra essersi irrigidita ancora di più. Questo fa pensare che il problema non sia solo “come ti muovi tu”, ma anche nelle dinamiche di quel contesto, che non sembrano offrire uno spazio sicuro o rispettoso.
Allora la domanda è se sia un posto in cui, oggi, puoi stare bene, o almeno stare in modo sostenibile.
Capisco quanto sia difficile anche solo pensare di andare via, dopo tanti anni.. Non è una decisione da prendere di impulso. Però allo stesso tempo, restare in una situazione che ti porta a questo livello di sofferenza rischia di avere un costo molto alto per te.
Forse in questo momento non serve trovare subito una soluzione definitiva, ma iniziare a spostare lo sguardo, meno sul tentativo di aggiustare quell’ambiente, più sul capire di cosa hai bisogno tu per stare meglio.
E in una fase così carica, può essere davvero importante non restare sola. Avere uno spazio tuo, con qualcuno che ti aiuti a rimettere ordine e a sostenerti mentre fai chiarezza.
Non c’è qualcosa che “non va” in te per come stai reagendo. C’è qualcosa intorno a te che, per come è adesso, sembra non essere più sostenibile.
Salve, una consulenza psicologica può aiutarla molto, perché ciò che descrive non riguarda solo un conflitto lavorativo, ma una condizione di forte stress che ha già avuto effetti importanti su sonno, alimentazione, ansia e senso di sicurezza. Quando un ambiente porta a piangere ogni giorno, non dormire, non mangiare e arrivare a pensare a gesti estremi pur di non rientrare, la priorità non è dimostrare chi abbia ragione, ma proteggere la sua salute. Continui a confrontarsi con il medico che l’ha vista e valuti anche un supporto psicologico per recuperare stabilità e lucidità. Sul piano lavorativo, le suggerirei di non affrontare tutto da sola: può essere utile rivolgersi a un consulente del lavoro, a un sindacato o a un legale per capire quali opzioni ha, anche senza arrivare subito a una denuncia. Nel frattempo raccolga e conservi messaggi, episodi, date e comportamenti, perché avere ordine nei fatti aiuta anche a non sentirsi confusa o colpevole. Il fatto che il suo compagno lavori lì rende la situazione più delicata, ma non può diventare il motivo per sacrificare completamente se stessa. Un percorso di sostegno psicologico, online o in presenza, può aiutarla a gestire ansia, paura del rientro e senso di colpa, accompagnandola verso una scelta più protetta e meno dettata dal panico.
un caro saluto.
Dott. Giulio Blasilli
un caro saluto.
Dott. Giulio Blasilli
Dalla tua descrizione emerge una situazione lavorativa estremamente logorante sul piano emotivo, soprattutto perché protratta nel tempo e vissuta in un clima di esclusione, tensione e continua svalutazione.
Il fatto che tu sia arrivata a non dormire, non riuscire a mangiare, vivere nausea costante e uno stato di forte allerta non va minimizzato, perché il corpo spesso inizia a segnalare molto chiaramente quando una situazione viene percepita come non più sostenibile.
Colpisce anche quanto tu abbia cercato nel tempo il confronto diretto, il dialogo e la comprensione reciproca, continuando comunque a mettere impegno e presenza nel lavoro nonostante la sofferenza crescente.
Quando però una persona resta a lungo in ambienti percepiti come ostili o invalidanti, può iniziare lentamente a dubitare del proprio valore, fino a sentirsi “sbagliata” anche quando sta semplicemente cercando di difendersi o di essere ascoltata.
In questo momento forse la priorità non è capire immediatamente se hai “ragione” o “torto”, ma proteggere il tuo equilibrio psicofisico e recuperare uno spazio in cui poter tornare a sentirti lucida, stabile e al sicuro nelle tue percezioni.
Arrivare a stare così male per un ambiente lavorativo non significa essere deboli, ma aver probabilmente oltrepassato per troppo tempo i propri limiti di sopportazione.
Meriti di poter lavorare senza sentirti costantemente sotto attacco o costretta a mettere in dubbio il tuo valore.
Il fatto che tu sia arrivata a non dormire, non riuscire a mangiare, vivere nausea costante e uno stato di forte allerta non va minimizzato, perché il corpo spesso inizia a segnalare molto chiaramente quando una situazione viene percepita come non più sostenibile.
Colpisce anche quanto tu abbia cercato nel tempo il confronto diretto, il dialogo e la comprensione reciproca, continuando comunque a mettere impegno e presenza nel lavoro nonostante la sofferenza crescente.
Quando però una persona resta a lungo in ambienti percepiti come ostili o invalidanti, può iniziare lentamente a dubitare del proprio valore, fino a sentirsi “sbagliata” anche quando sta semplicemente cercando di difendersi o di essere ascoltata.
In questo momento forse la priorità non è capire immediatamente se hai “ragione” o “torto”, ma proteggere il tuo equilibrio psicofisico e recuperare uno spazio in cui poter tornare a sentirti lucida, stabile e al sicuro nelle tue percezioni.
Arrivare a stare così male per un ambiente lavorativo non significa essere deboli, ma aver probabilmente oltrepassato per troppo tempo i propri limiti di sopportazione.
Meriti di poter lavorare senza sentirti costantemente sotto attacco o costretta a mettere in dubbio il tuo valore.
Buonasera, da ciò che racconta emerge una situazione che, nel tempo, sembra averla portata ad accumulare un livello di sofferenza molto elevato, non solo per il singolo episodio con il datore di lavoro, ma per un clima relazionale che descrive come costantemente teso, imprevedibile e logorante. Leggendo le sue parole colpisce molto quanto lei abbia cercato di mantenere un atteggiamento responsabile, collaborativo e orientato al confronto, arrivando però progressivamente a sentirsi isolata, svalutata e quasi “messa ai margini” all’interno di un ambiente che per anni aveva rappresentato una parte importante della sua vita. Quello che descrive non sembra essere semplicemente “stress da lavoro”. Il fatto che abbia iniziato a dormire male, a non mangiare, a vivere nausea costante, pianto frequente, paura del giorno successivo e persino pensieri estremi pur di non rientrare in quell’ambiente, indica quanto il suo sistema emotivo fosse arrivato ad uno stato di forte sovraccarico. Quando una persona vive per molto tempo in un contesto percepito come ostile o minaccioso, il cervello entra progressivamente in una modalità di allerta continua: ogni sguardo, silenzio o esclusione viene vissuto con intensità crescente, e questo può creare un circolo molto pesante tra pensieri, emozioni e reazioni fisiche. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, spesso in situazioni come questa accade che la persona inizi a mettere profondamente in discussione sé stessa. Lei infatti scrive più volte “forse ho sbagliato”, “non so se ho fatto bene”, “non capisco cosa ho fatto”. Questo è molto importante, perché quando si vive a lungo in ambienti relazionali confusivi o svalutanti, si può arrivare a perdere fiducia nella propria percezione della realtà e nelle proprie reazioni emotive. È come se la mente iniziasse continuamente a cercare spiegazioni alternative pur di dare senso a comportamenti altrui che fanno soffrire. Allo stesso tempo, però, è importante mantenere uno sguardo equilibrato. Non sempre è possibile definire con certezza le intenzioni degli altri o attribuire etichette precise alle dinamiche lavorative. Tuttavia, ciò che conta davvero è l’impatto che questa situazione ha avuto su di lei. E l’impatto, dalle sue parole, appare molto serio. Una persona non arriva casualmente a stare male fino a quel punto. Mi sembra anche significativo il fatto che lei abbia tentato il dialogo. Non ha reagito impulsivamente, non ha cercato vendette o escalation. Ha provato a chiarire, a comprendere, a ricostruire un clima umano. Questo racconta una parte di lei che cerca il confronto autentico e il riconoscimento reciproco. Il problema è che, purtroppo, non tutti i contesti lavorativi funzionano secondo logiche di apertura e collaborazione. In alcuni ambienti si instaurano equilibri relazionali rigidi, dinamiche di esclusione o giochi di potere sottili che, nel tempo, possono diventare psicologicamente molto pesanti per chi è più diretto, sensibile o orientato alla sincerità. In questo momento credo sia importante che lei non prenda decisioni definitive sotto il peso del panico o dell’esaurimento emotivo. Quando il sistema nervoso è in uno stato di allarme continuo, la mente tende a vedere solo due strade: restare e distruggersi oppure scappare immediatamente. In realtà, spesso esistono passaggi intermedi che possono essere esplorati con maggiore lucidità quando il livello di attivazione emotiva si abbassa un po’. Mi sembra molto positivo che il medico le abbia consigliato riposo. A volte le persone vivono la malattia quasi come una colpa, ma recuperare un minimo di stabilità psicofisica è fondamentale prima di affrontare qualunque scelta lavorativa importante. Anche perché in questo momento lei non sta affrontando soltanto un problema professionale, ma un’esperienza che sembra aver toccato profondamente il suo senso di valore personale, appartenenza e sicurezza. Probabilmente un percorso psicologico potrebbe esserle davvero utile non soltanto per “gestire l’ansia”, ma soprattutto per comprendere più a fondo alcuni suoi schemi relazionali: ad esempio il bisogno molto forte di riconoscimento, la fatica nel tollerare l’esclusione, il senso di responsabilità elevatissimo verso il lavoro, la tendenza a sacrificarsi molto pur di essere apprezzata, e anche il motivo per cui certi atteggiamenti altrui sembrano colpirla così in profondità. Un percorso cognitivo comportamentale, in questi casi, non serve semplicemente a “calmare” i sintomi, ma ad aiutare la persona a ritrovare confini, lucidità e capacità di leggere le situazioni in modo meno schiacciante e più centrato su sé stessa. Capisco anche la sua paura rispetto alle eventuali conseguenze sul suo compagno. È comprensibile sentirsi bloccata tra il bisogno di proteggersi e il timore di creare ripercussioni su chi ama. Per questo motivo credo che, prima ancora di decidere se restare, andare via o intraprendere azioni formali, potrebbe esserle utile ritrovare uno spazio in cui sentirsi sostenuta e aiutata a rimettere ordine dentro tutto quello che sta vivendo. In questo momento non minimizzerei ciò che prova. Il suo corpo e la sua mente stanno chiaramente dicendo che qualcosa, così com’è stato vissuto finora, è diventato troppo pesante da sostenere da sola. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, la ringrazio per aver condiviso una situazione certamente dolorosa e destabilizzante. Il mancato riconoscimento del proprio valore, dopo sette anni di dedizione e sacrifici personali, provoca un senso di forte ingiustizia e disorientamento. L'aggressione verbale da parte del suo datore di lavoro non è giustificabile, ed è comprensibile che l'abbia ferita profondamente, soprattutto perché ha sempre operato con massima responsabilità, persino a discapito della sua salute.L'ambiente che descrive, saturo di tensioni e dinamiche tossiche prolungate, sta logorando le sue risorse emotive. Credo sia fondamentale fermarsi per proteggere se stessi.
Mi sembra importante chiarire quali sono le sue attuali priorità emotive e professionali, e se ritiene che ci siano i margini per un chiarimento a mente fredda o se sente cmq il bisogno di valutare nuove strade lavorative.
Mi sembra importante chiarire quali sono le sue attuali priorità emotive e professionali, e se ritiene che ci siano i margini per un chiarimento a mente fredda o se sente cmq il bisogno di valutare nuove strade lavorative.
Gentile paziente,
la situazione che descrive appare profondamente logorante sul piano emotivo e psicologico. Da ciò che racconta emerge un contesto lavorativo caratterizzato da dinamiche relazionali molto stressanti, vissuti di isolamento, svalutazione e una forte sofferenza personale protratta nel tempo. È importante sottolineare che i sintomi che riferisce non dovrebbero essere sottovalutati.
Ha fatto bene a rivolgersi al medico e a concedersi uno spazio di tutela attraverso la malattia, quando il corpo e la mente arrivano a manifestare un livello di stress così elevato, fermarsi non in alcuni momenti è una necessità e apre lo spazio a un momenti di riflessione. Inoltre, il fatto che lei abbia cercato più volte il dialogo e il confronto diretto mostra una modalità comunicativa orientata alla comprensione e alla risoluzione, non al conflitto.
In questo momento la priorità è sicuramente il suo benessere psicofisico. Prima di prendere decisioni definitive sul lavoro, potrebbe esserle utile intraprendere un percorso di supporto psicologico che le permetta di elaborare quanto accaduto, recuperare uno stato di calma interiore e comprendere quali scelte possano proteggerla maggiormente, anche rispetto alle paure legate a possibili ritorsioni.
Nessun ambiente lavorativo dovrebbe portare una persona a vivere uno stato di sofferenza così intenso e continuo. Si conceda il tempo necessario per ristabilire equilibrio, ascoltare i propri bisogni e prendersi cura di sé stessa.
Un caro saluto.
la situazione che descrive appare profondamente logorante sul piano emotivo e psicologico. Da ciò che racconta emerge un contesto lavorativo caratterizzato da dinamiche relazionali molto stressanti, vissuti di isolamento, svalutazione e una forte sofferenza personale protratta nel tempo. È importante sottolineare che i sintomi che riferisce non dovrebbero essere sottovalutati.
Ha fatto bene a rivolgersi al medico e a concedersi uno spazio di tutela attraverso la malattia, quando il corpo e la mente arrivano a manifestare un livello di stress così elevato, fermarsi non in alcuni momenti è una necessità e apre lo spazio a un momenti di riflessione. Inoltre, il fatto che lei abbia cercato più volte il dialogo e il confronto diretto mostra una modalità comunicativa orientata alla comprensione e alla risoluzione, non al conflitto.
In questo momento la priorità è sicuramente il suo benessere psicofisico. Prima di prendere decisioni definitive sul lavoro, potrebbe esserle utile intraprendere un percorso di supporto psicologico che le permetta di elaborare quanto accaduto, recuperare uno stato di calma interiore e comprendere quali scelte possano proteggerla maggiormente, anche rispetto alle paure legate a possibili ritorsioni.
Nessun ambiente lavorativo dovrebbe portare una persona a vivere uno stato di sofferenza così intenso e continuo. Si conceda il tempo necessario per ristabilire equilibrio, ascoltare i propri bisogni e prendersi cura di sé stessa.
Un caro saluto.
Salve, da ciò che scrive emerge una situazione molto pesante, ma anche delicata da valutare: non sarebbe corretto stabilire da qui se si tratti o meno di mobbing, perché servirebbero elementi concreti, documentazione e una valutazione anche legale o sindacale. Quello che però appare chiaro è che questa situazione ha già superato il livello del semplice “stress lavorativo”: insonnia, nausea, pianto quotidiano, panico e paura del rientro sono segnali che meritano attenzione e protezione.
Mi colpisce un punto: lei racconta di aver dato molto a questo lavoro, anche oltre il dovuto, sacrificando tempo, energie e a volte perfino la salute. Quando una persona con un forte senso del dovere non si sente vista, riconosciuta o rispettata, può nascere una ferita profonda: non viene messo in discussione solo il lavoro svolto, ma anche il proprio valore personale. È lì che il conflitto diventa più doloroso.
Da ciò che descrive, lei sembra essere una persona che non si adatta facilmente al “fare finta di niente”: se qualcosa non va, prova a chiarirlo, risponde, cerca un confronto. Questo può renderla più esposta, soprattutto in un gruppo dove altri preferiscono tacere, assecondare o evitare. Ma attenzione: il fatto che lei risponda non significa necessariamente che sia sbagliata. Può significare che porta nel gruppo qualcosa che gli altri non reggono o non vogliono vedere.
Il punto, allora, non è continuare a chiedere conferme a chi in questo momento non sembra disposto a darle. Il punto è recuperare stabilità dentro di sé, così da non dipendere ogni giorno dal saluto, dal silenzio, dallo sguardo o dal comportamento delle colleghe. Se lei sente di aver agito con correttezza, può provare a restare fedele al suo modo di essere, ma con meno bisogno di spiegarsi e più solidità.
Anche davanti all’esclusione, può essere utile fare un piccolo movimento diverso: non inseguire, non accusare, non implorare attenzione, ma nemmeno chiudersi. Mostrare un tono fermo, educato, anche gentile, osservando cosa accade. A volte un muro si indebolisce non quando lo si colpisce, ma quando si smette di averne paura.
Questo non significa subire. Significa proteggersi con lucidità. Continui il confronto con il medico, valuti un supporto psicologico e raccolga con ordine gli episodi significativi. Poi, se necessario, si confronti con una figura competente sul piano lavorativo, sindacale o legale, senza esporsi da sola e senza decidere tutto mentre è ancora in allarme.
Un punto va detto con chiarezza: se dovessero tornare pensieri legati a gesti estremi o alla paura di non reggere, non resti sola e chieda subito aiuto al medico, a una persona di fiducia o ai servizi di emergenza. La priorità non è dimostrare di essere forte, ma proteggersi.
Se sente di aver bisogno di mettere ordine tra senso del dovere, rabbia, paura, valore personale e decisioni concrete, può essere utile parlarne in uno spazio dedicato, anche online, per ritrovare una posizione più stabile prima di scegliere i prossimi passi.
Un caro saluto.
Mi colpisce un punto: lei racconta di aver dato molto a questo lavoro, anche oltre il dovuto, sacrificando tempo, energie e a volte perfino la salute. Quando una persona con un forte senso del dovere non si sente vista, riconosciuta o rispettata, può nascere una ferita profonda: non viene messo in discussione solo il lavoro svolto, ma anche il proprio valore personale. È lì che il conflitto diventa più doloroso.
Da ciò che descrive, lei sembra essere una persona che non si adatta facilmente al “fare finta di niente”: se qualcosa non va, prova a chiarirlo, risponde, cerca un confronto. Questo può renderla più esposta, soprattutto in un gruppo dove altri preferiscono tacere, assecondare o evitare. Ma attenzione: il fatto che lei risponda non significa necessariamente che sia sbagliata. Può significare che porta nel gruppo qualcosa che gli altri non reggono o non vogliono vedere.
Il punto, allora, non è continuare a chiedere conferme a chi in questo momento non sembra disposto a darle. Il punto è recuperare stabilità dentro di sé, così da non dipendere ogni giorno dal saluto, dal silenzio, dallo sguardo o dal comportamento delle colleghe. Se lei sente di aver agito con correttezza, può provare a restare fedele al suo modo di essere, ma con meno bisogno di spiegarsi e più solidità.
Anche davanti all’esclusione, può essere utile fare un piccolo movimento diverso: non inseguire, non accusare, non implorare attenzione, ma nemmeno chiudersi. Mostrare un tono fermo, educato, anche gentile, osservando cosa accade. A volte un muro si indebolisce non quando lo si colpisce, ma quando si smette di averne paura.
Questo non significa subire. Significa proteggersi con lucidità. Continui il confronto con il medico, valuti un supporto psicologico e raccolga con ordine gli episodi significativi. Poi, se necessario, si confronti con una figura competente sul piano lavorativo, sindacale o legale, senza esporsi da sola e senza decidere tutto mentre è ancora in allarme.
Un punto va detto con chiarezza: se dovessero tornare pensieri legati a gesti estremi o alla paura di non reggere, non resti sola e chieda subito aiuto al medico, a una persona di fiducia o ai servizi di emergenza. La priorità non è dimostrare di essere forte, ma proteggersi.
Se sente di aver bisogno di mettere ordine tra senso del dovere, rabbia, paura, valore personale e decisioni concrete, può essere utile parlarne in uno spazio dedicato, anche online, per ritrovare una posizione più stabile prima di scegliere i prossimi passi.
Un caro saluto.
Cara utente,
quello che descrive sembra essere una situazione di forte stress lavorativo e sofferenza emotiva protratta nel tempo. Dal suo racconto emergono dinamiche relazionali molto pesanti, caratterizzate da tensione continua, esclusione, svalutazione e difficoltà nel sentirsi tutelata all’interno dell’ambiente di lavoro.
Quando si vive a lungo in un ambiente lavorativo tossico, il corpo e la mente possono arrivare a uno stato di forte sovraccarico emotivo. Sintomi come ansia costante, insonnia, nausea, pianto frequente, perdita dell’appetito, senso di allerta continuo o attacchi di panico sono segnali importanti da non sottovalutare.
In alcune situazioni, lo stress lavorativo cronico può trasformarsi in una vera e propria ansia lavorativa, portando la persona a vivere il rientro sul posto di lavoro con forte angoscia, paura o senso di oppressione.
Nel suo racconto emerge anche il tentativo di affrontare le difficoltà attraverso il confronto e il dialogo, cercando più volte un chiarimento e una possibilità di comprensione reciproca. Spesso, però, quando un clima lavorativo rimane fortemente disfunzionale, la persona può iniziare a mettere in dubbio sé stessa e a sentirsi emotivamente sempre più fragile e isolata.
Al di là del fatto che si possa parlare o meno di mobbing da un punto di vista legale, è importante riconoscere che questa esperienza sta avendo un impatto significativo sul suo benessere psicologico e sulla salute mentale.
In questo momento potrebbe essere importante continuare a prendersi uno spazio di tutela e recupero, senza sentirsi obbligata a prendere decisioni immediate. Un percorso psicologico può aiutare sia a elaborare ciò che sta vivendo, sia a recuperare maggiore lucidità, stabilità emotiva e consapevolezza rispetto ai propri bisogni e ai propri limiti.
A volte allontanarsi da un ambiente che fa stare male non significa “fallire”, ma iniziare a prendersi cura di sé.
Un caro saluto e un abbraccio,
Dott.ssa Veronica De Iuliis
quello che descrive sembra essere una situazione di forte stress lavorativo e sofferenza emotiva protratta nel tempo. Dal suo racconto emergono dinamiche relazionali molto pesanti, caratterizzate da tensione continua, esclusione, svalutazione e difficoltà nel sentirsi tutelata all’interno dell’ambiente di lavoro.
Quando si vive a lungo in un ambiente lavorativo tossico, il corpo e la mente possono arrivare a uno stato di forte sovraccarico emotivo. Sintomi come ansia costante, insonnia, nausea, pianto frequente, perdita dell’appetito, senso di allerta continuo o attacchi di panico sono segnali importanti da non sottovalutare.
In alcune situazioni, lo stress lavorativo cronico può trasformarsi in una vera e propria ansia lavorativa, portando la persona a vivere il rientro sul posto di lavoro con forte angoscia, paura o senso di oppressione.
Nel suo racconto emerge anche il tentativo di affrontare le difficoltà attraverso il confronto e il dialogo, cercando più volte un chiarimento e una possibilità di comprensione reciproca. Spesso, però, quando un clima lavorativo rimane fortemente disfunzionale, la persona può iniziare a mettere in dubbio sé stessa e a sentirsi emotivamente sempre più fragile e isolata.
Al di là del fatto che si possa parlare o meno di mobbing da un punto di vista legale, è importante riconoscere che questa esperienza sta avendo un impatto significativo sul suo benessere psicologico e sulla salute mentale.
In questo momento potrebbe essere importante continuare a prendersi uno spazio di tutela e recupero, senza sentirsi obbligata a prendere decisioni immediate. Un percorso psicologico può aiutare sia a elaborare ciò che sta vivendo, sia a recuperare maggiore lucidità, stabilità emotiva e consapevolezza rispetto ai propri bisogni e ai propri limiti.
A volte allontanarsi da un ambiente che fa stare male non significa “fallire”, ma iniziare a prendersi cura di sé.
Un caro saluto e un abbraccio,
Dott.ssa Veronica De Iuliis
Grazie per aver condiviso la sua esperienza con così tanti dettagli. Da ciò che racconta emerge una situazione lavorativa percepita come profondamente faticosa e logorante, che sembra aver avuto un impatto significativo non solo sul benessere emotivo, ma anche su aspetti fisici importanti come sonno, alimentazione, ansia e capacità di affrontare la quotidianità.
Al di là delle definizioni specifiche, che richiedono una valutazione approfondita e non possono essere stabilite a distanza, appare importante considerare alcuni elementi che lei descrive: sentimenti di esclusione, tensione relazionale prolungata, episodi vissuti come aggressivi o umilianti e un progressivo peggioramento del suo stato psicofisico. Quando una situazione lavorativa porta a sintomi come insonnia, nausea persistente, crisi di panico, forte sofferenza emotiva o pensieri estremi legati alla necessità di sottrarsi a quel contesto, è un segnale che merita attenzione e tutela.
Leggendo il suo racconto colpisce anche un aspetto: in diversi momenti lei ha cercato il confronto, il chiarimento e una soluzione costruttiva. Questo sembra indicare un tentativo di comprendere e risolvere la situazione, più che evitarla.
In questo momento, forse la priorità non è chiedersi se abbia sbagliato o meno qualcosa, ma comprendere quali condizioni possano proteggerla e permetterle di recuperare equilibrio e benessere. Essendo attualmente in malattia, potrebbe essere utile utilizzare questo tempo non soltanto per riprendersi fisicamente ed emotivamente, ma anche per confrontarsi con un professionista (psicologo, psicoterapeuta o altro supporto adeguato) e valutare con lucidità i possibili passi successivi.
Non è necessario affrontare da sola decisioni così complesse come restare, cambiare ambiente o intraprendere eventuali azioni formali. In situazioni di forte sofferenza è importante costruire una rete di supporto e valutare con calma le diverse possibilità. Cordiali saluti
Dott.ssa M. Elisa Murru
Al di là delle definizioni specifiche, che richiedono una valutazione approfondita e non possono essere stabilite a distanza, appare importante considerare alcuni elementi che lei descrive: sentimenti di esclusione, tensione relazionale prolungata, episodi vissuti come aggressivi o umilianti e un progressivo peggioramento del suo stato psicofisico. Quando una situazione lavorativa porta a sintomi come insonnia, nausea persistente, crisi di panico, forte sofferenza emotiva o pensieri estremi legati alla necessità di sottrarsi a quel contesto, è un segnale che merita attenzione e tutela.
Leggendo il suo racconto colpisce anche un aspetto: in diversi momenti lei ha cercato il confronto, il chiarimento e una soluzione costruttiva. Questo sembra indicare un tentativo di comprendere e risolvere la situazione, più che evitarla.
In questo momento, forse la priorità non è chiedersi se abbia sbagliato o meno qualcosa, ma comprendere quali condizioni possano proteggerla e permetterle di recuperare equilibrio e benessere. Essendo attualmente in malattia, potrebbe essere utile utilizzare questo tempo non soltanto per riprendersi fisicamente ed emotivamente, ma anche per confrontarsi con un professionista (psicologo, psicoterapeuta o altro supporto adeguato) e valutare con lucidità i possibili passi successivi.
Non è necessario affrontare da sola decisioni così complesse come restare, cambiare ambiente o intraprendere eventuali azioni formali. In situazioni di forte sofferenza è importante costruire una rete di supporto e valutare con calma le diverse possibilità. Cordiali saluti
Dott.ssa M. Elisa Murru
Buongiorno,
da quello che racconta emerge una situazione lavorativa molto pesante e prolungata, che sembra aver avuto un impatto importante sul suo benessere psicofisico. I sintomi che descrive – ansia intensa, insonnia, nausea, pianto frequente, paura di rientrare al lavoro e pensieri estremi legati alla necessità di evitare quell’ambiente – meritano attenzione e ascolto serio.
Al di là delle definizioni specifiche (mobbing, clima tossico, conflitto lavorativo, esclusione relazionale), ciò che conta in questo momento è che il suo equilibrio emotivo appare molto compromesso e che il contesto lavorativo sembra essere diventato per lei fonte di forte sofferenza.
Mi colpisce anche il fatto che lei abbia cercato più volte il confronto e il chiarimento in modo diretto e civile, senza trovare però un reale cambiamento nel clima relazionale. Quando una persona arriva a vivere il luogo di lavoro con uno stato di allerta costante, è importante fermarsi e tutelarsi.
Il consiglio che posso darle è di non affrontare tutto da sola: potrebbe esserle utile intraprendere un percorso di supporto psicologico per aiutarla a fare chiarezza, recuperare stabilità emotiva e valutare con lucidità i passi successivi, senza decidere sotto il peso della paura o dell’esaurimento.
Parallelamente, se sente il bisogno di comprendere meglio anche gli aspetti pratici della situazione, può valutare un confronto riservato con un sindacato o con un professionista esperto in diritto del lavoro, senza che questo implichi necessariamente una denuncia immediata.
In questo momento la priorità sembra essere la tutela della sua salute psicofisica e il recupero di uno stato di maggiore lucidità e serenità.
Un supporto psicologico potrebbe aiutarla sia a gestire l’impatto emotivo della situazione sia a valutare con più chiarezza le possibili decisioni future, senza sentirsi sola nell’affrontarle.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
da quello che racconta emerge una situazione lavorativa molto pesante e prolungata, che sembra aver avuto un impatto importante sul suo benessere psicofisico. I sintomi che descrive – ansia intensa, insonnia, nausea, pianto frequente, paura di rientrare al lavoro e pensieri estremi legati alla necessità di evitare quell’ambiente – meritano attenzione e ascolto serio.
Al di là delle definizioni specifiche (mobbing, clima tossico, conflitto lavorativo, esclusione relazionale), ciò che conta in questo momento è che il suo equilibrio emotivo appare molto compromesso e che il contesto lavorativo sembra essere diventato per lei fonte di forte sofferenza.
Mi colpisce anche il fatto che lei abbia cercato più volte il confronto e il chiarimento in modo diretto e civile, senza trovare però un reale cambiamento nel clima relazionale. Quando una persona arriva a vivere il luogo di lavoro con uno stato di allerta costante, è importante fermarsi e tutelarsi.
Il consiglio che posso darle è di non affrontare tutto da sola: potrebbe esserle utile intraprendere un percorso di supporto psicologico per aiutarla a fare chiarezza, recuperare stabilità emotiva e valutare con lucidità i passi successivi, senza decidere sotto il peso della paura o dell’esaurimento.
Parallelamente, se sente il bisogno di comprendere meglio anche gli aspetti pratici della situazione, può valutare un confronto riservato con un sindacato o con un professionista esperto in diritto del lavoro, senza che questo implichi necessariamente una denuncia immediata.
In questo momento la priorità sembra essere la tutela della sua salute psicofisica e il recupero di uno stato di maggiore lucidità e serenità.
Un supporto psicologico potrebbe aiutarla sia a gestire l’impatto emotivo della situazione sia a valutare con più chiarezza le possibili decisioni future, senza sentirsi sola nell’affrontarle.
Un caro saluto!
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
Gent.ma utente,
dal suo dettagliato e accorato racconto si evince che, a causa dei molteplici eventi descritti, delle relazioni professionali e delle conseguenze palesi sul piano fisico, lei stia affrontando una fase di burnout lavorativo.
Si sta accorgendo che si può arrivare al punto di non riuscire più a percepire le risorse necessarie per affrontare le dure richieste del mondo esterno e la pressione non solo non diminuisce, ma tende ad aumentare.
L'elenco delle situazioni di disagio che ha descritto rispetto al suo lavoro sono indicatori chiari di una sindrome da stress cronico che si sta manifestando come burnout.
Il burnout è una sorta di sconfitta dell'organismo (mente + corpo) di fronte alle richieste del medio-ambiente che la circonda. Finché si percepisce stress, anche molto forte e continuativo, vuol dire che l'organismo continua a lottare per adattarsi alle condizioni più avverse. Quando si perde la motivazione a lottare oppure non si sente di aver più le forze psico-fisiche per farlo, ecco che si parla di burnout, di un esaurimento delle energie.
Le conseguenze le sta vivendo, probabilmente, in molteplici dinamiche della tua vita: poca propensione a staccare la spina dai problemi, minore autostima, perdita di motivazione nel fare ciò che le piace o l'appassiona, stanchezza continua che altera la qualità del sonno e dell'umore.
Intervenire psicologicamente sul burnout è la soluzione elettiva. I farmaci inibitori che le hanno prescritto, quasi certamente, aiutano ad allentare un po' la tensione e favoriscono il riposo, ma non lavorano sulla causa della pressione che, invece, deve essere affrontata strategicamente con un approccio psicologico e comportamentale.
Per questo le suggerisco tempestivamente un percorso che abbia obiettivi concreti a brevissimo termine, vale a dire nel vissuto quotidiano. Piccoli passi giornalieri alla ricerca di un maggiore benessere personale.
Cerchi di essere resiliente alle "acque impetuose": lavoreremo sull'accettazione del disagio, sull'auto-compassione e, nel contempo, sulla capacità di generare monete di scambio efficaci e funzionali, momenti di reale benessere fisico e mentale.
Altro aspetto importante sarà lavorare sulla natura dei suoi pensieri che in questo momento sembrano remare contro. Questo significa rielaborare le priorità, i valori, rinforzare l'autostima. Mettere la mente al servizio di comportamenti e decisioni vantaggiose per lei.
Infine, ma non per ultimo, sarà fondamentale gestire le emozioni difficili che sono emerse e che emergeranno. Le emozioni ci danno tante informazioni sui nostri bisogni e su ciò che importa davvero, ma sono anche degli inneschi di pericolose reazioni o scelte impulsive che non sono utili a eliminare il problema ma possono amplificarlo.
Tutto questo lavoro psicologico può essere svolto in modo ottimale con il supporto di un professionista. Valuti concretamente questa possibilità per ritrovare equilibrio e adottare comportamenti e decisioni ottimali nella sua situazione lavorativa.
Se lo desidera, sono a disposizione per chiarirle come funziona un percorso psicologico di questo tipo e quali vantaggi concreti potrà notare fin dalle prime settimane.
Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
dal suo dettagliato e accorato racconto si evince che, a causa dei molteplici eventi descritti, delle relazioni professionali e delle conseguenze palesi sul piano fisico, lei stia affrontando una fase di burnout lavorativo.
Si sta accorgendo che si può arrivare al punto di non riuscire più a percepire le risorse necessarie per affrontare le dure richieste del mondo esterno e la pressione non solo non diminuisce, ma tende ad aumentare.
L'elenco delle situazioni di disagio che ha descritto rispetto al suo lavoro sono indicatori chiari di una sindrome da stress cronico che si sta manifestando come burnout.
Il burnout è una sorta di sconfitta dell'organismo (mente + corpo) di fronte alle richieste del medio-ambiente che la circonda. Finché si percepisce stress, anche molto forte e continuativo, vuol dire che l'organismo continua a lottare per adattarsi alle condizioni più avverse. Quando si perde la motivazione a lottare oppure non si sente di aver più le forze psico-fisiche per farlo, ecco che si parla di burnout, di un esaurimento delle energie.
Le conseguenze le sta vivendo, probabilmente, in molteplici dinamiche della tua vita: poca propensione a staccare la spina dai problemi, minore autostima, perdita di motivazione nel fare ciò che le piace o l'appassiona, stanchezza continua che altera la qualità del sonno e dell'umore.
Intervenire psicologicamente sul burnout è la soluzione elettiva. I farmaci inibitori che le hanno prescritto, quasi certamente, aiutano ad allentare un po' la tensione e favoriscono il riposo, ma non lavorano sulla causa della pressione che, invece, deve essere affrontata strategicamente con un approccio psicologico e comportamentale.
Per questo le suggerisco tempestivamente un percorso che abbia obiettivi concreti a brevissimo termine, vale a dire nel vissuto quotidiano. Piccoli passi giornalieri alla ricerca di un maggiore benessere personale.
Cerchi di essere resiliente alle "acque impetuose": lavoreremo sull'accettazione del disagio, sull'auto-compassione e, nel contempo, sulla capacità di generare monete di scambio efficaci e funzionali, momenti di reale benessere fisico e mentale.
Altro aspetto importante sarà lavorare sulla natura dei suoi pensieri che in questo momento sembrano remare contro. Questo significa rielaborare le priorità, i valori, rinforzare l'autostima. Mettere la mente al servizio di comportamenti e decisioni vantaggiose per lei.
Infine, ma non per ultimo, sarà fondamentale gestire le emozioni difficili che sono emerse e che emergeranno. Le emozioni ci danno tante informazioni sui nostri bisogni e su ciò che importa davvero, ma sono anche degli inneschi di pericolose reazioni o scelte impulsive che non sono utili a eliminare il problema ma possono amplificarlo.
Tutto questo lavoro psicologico può essere svolto in modo ottimale con il supporto di un professionista. Valuti concretamente questa possibilità per ritrovare equilibrio e adottare comportamenti e decisioni ottimali nella sua situazione lavorativa.
Se lo desidera, sono a disposizione per chiarirle come funziona un percorso psicologico di questo tipo e quali vantaggi concreti potrà notare fin dalle prime settimane.
Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
Quello che descrive non appare come una “semplice tensione lavorativa”, ma come una situazione che nel tempo sembra aver assunto caratteristiche fortemente logoranti sul piano emotivo e psicologico. Dai suoi racconti emergono diversi elementi importanti: clima relazionale ostile, esclusione sociale, svalutazione, aggressività verbale, mancanza di supporto da parte del gruppo e un progressivo deterioramento del suo benessere psicofisico.
La cosa più importante da dirle è che le sue reazioni non sono “esagerate” o “sbagliate”: insonnia, nausea, ansia costante, pianto frequente, perdita dell’appetito, stato di allerta continuo e pensieri estremi sono segnali che il suo organismo sta vivendo una condizione di forte stress e sofferenza. Quando un ambiente lavorativo diventa percepito come minaccioso, il corpo e la mente reagiscono esattamente in questo modo.
Dal suo racconto emerge anche un altro aspetto significativo: lei sembra essere una persona che cerca il confronto diretto, il chiarimento e la comunicazione autentica. In ambienti molto disfunzionali, però, chi prova a mettere parole sui problemi rischia spesso di diventare il “bersaglio”, soprattutto quando esistono dinamiche di gruppo basate su paura, alleanze o evitamento del conflitto. Questo non significa che lei abbia sbagliato a parlare: anzi, il bisogno di chiarire era assolutamente legittimo. Tuttavia, non sempre dall’altra parte esiste la capacità emotiva o organizzativa di gestire il confronto in modo sano.
È importante anche sottolineare che il comportamento del suo datore di lavoro — urla, aggressività fisica indiretta, intimidazione verbale — non è un modo sano né corretto di gestire lo stress professionale. Il fatto che successivamente abbia riconosciuto la propria aggressività non cancella però l’impatto emotivo che quell’episodio ha avuto su di lei.
In questo momento la priorità non è capire “di chi è la colpa”, ma proteggere la sua salute psicologica. Il fatto che il medico le abbia consigliato riposo e supporto farmacologico indica che il livello di sofferenza ha superato la soglia della normale fatica lavorativa. E quando si arriva a pensare a gesti estremi pur di non tornare in un luogo, è fondamentale non minimizzare ciò che si prova.
Rispetto alla sua domanda sul “cosa fare”, non esiste una risposta unica, ma alcune riflessioni possono aiutarla:
evitare decisioni impulsive mentre è ancora in uno stato di forte attivazione emotiva;
continuare a prendersi cura della sua salute durante questo periodo di malattia;
cercare di distinguere il suo valore personale da come viene trattata in quell’ambiente;
valutare realisticamente se quel contesto abbia davvero possibilità concrete di cambiamento;
tutelarsi documentando eventuali episodi problematici, senza necessariamente arrivare subito a una denuncia;
considerare anche l’impatto che una permanenza prolungata in quell’ambiente potrebbe avere sul suo equilibrio psicologico nel lungo periodo.
Capisco anche la sua paura rispetto alle possibili ripercussioni sul suo compagno: questo la porta probabilmente a sentirsi ancora più bloccata e sola nella gestione della situazione. Proprio per questo credo sia importante che lei non affronti tutto questo da sola.
Le consiglierei davvero di approfondire quanto sta vivendo con uno specialista, così da avere uno spazio protetto in cui elaborare ciò che è accaduto, comprendere meglio le dinamiche relazionali che si sono create e soprattutto recuperare serenità e lucidità nelle decisioni future.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
La cosa più importante da dirle è che le sue reazioni non sono “esagerate” o “sbagliate”: insonnia, nausea, ansia costante, pianto frequente, perdita dell’appetito, stato di allerta continuo e pensieri estremi sono segnali che il suo organismo sta vivendo una condizione di forte stress e sofferenza. Quando un ambiente lavorativo diventa percepito come minaccioso, il corpo e la mente reagiscono esattamente in questo modo.
Dal suo racconto emerge anche un altro aspetto significativo: lei sembra essere una persona che cerca il confronto diretto, il chiarimento e la comunicazione autentica. In ambienti molto disfunzionali, però, chi prova a mettere parole sui problemi rischia spesso di diventare il “bersaglio”, soprattutto quando esistono dinamiche di gruppo basate su paura, alleanze o evitamento del conflitto. Questo non significa che lei abbia sbagliato a parlare: anzi, il bisogno di chiarire era assolutamente legittimo. Tuttavia, non sempre dall’altra parte esiste la capacità emotiva o organizzativa di gestire il confronto in modo sano.
È importante anche sottolineare che il comportamento del suo datore di lavoro — urla, aggressività fisica indiretta, intimidazione verbale — non è un modo sano né corretto di gestire lo stress professionale. Il fatto che successivamente abbia riconosciuto la propria aggressività non cancella però l’impatto emotivo che quell’episodio ha avuto su di lei.
In questo momento la priorità non è capire “di chi è la colpa”, ma proteggere la sua salute psicologica. Il fatto che il medico le abbia consigliato riposo e supporto farmacologico indica che il livello di sofferenza ha superato la soglia della normale fatica lavorativa. E quando si arriva a pensare a gesti estremi pur di non tornare in un luogo, è fondamentale non minimizzare ciò che si prova.
Rispetto alla sua domanda sul “cosa fare”, non esiste una risposta unica, ma alcune riflessioni possono aiutarla:
evitare decisioni impulsive mentre è ancora in uno stato di forte attivazione emotiva;
continuare a prendersi cura della sua salute durante questo periodo di malattia;
cercare di distinguere il suo valore personale da come viene trattata in quell’ambiente;
valutare realisticamente se quel contesto abbia davvero possibilità concrete di cambiamento;
tutelarsi documentando eventuali episodi problematici, senza necessariamente arrivare subito a una denuncia;
considerare anche l’impatto che una permanenza prolungata in quell’ambiente potrebbe avere sul suo equilibrio psicologico nel lungo periodo.
Capisco anche la sua paura rispetto alle possibili ripercussioni sul suo compagno: questo la porta probabilmente a sentirsi ancora più bloccata e sola nella gestione della situazione. Proprio per questo credo sia importante che lei non affronti tutto questo da sola.
Le consiglierei davvero di approfondire quanto sta vivendo con uno specialista, così da avere uno spazio protetto in cui elaborare ciò che è accaduto, comprendere meglio le dinamiche relazionali che si sono create e soprattutto recuperare serenità e lucidità nelle decisioni future.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Salve,
quello che ha raccontato è qualcosa di estremamente pesante, e prima di tutto ci tengo a dirle con chiarezza che la sua reazione non è eccessiva, non è esagerata e soprattutto non è sbagliata. È la risposta di una persona che per anni ha tenuto, ha resistito, ha investito energie, identità e dignità in un ambiente che lentamente è diventato logorante, ambiguo e a tratti anche ostile.
Si sente molto chiaramente quanto lei sia una persona capace, responsabile, che non evita il confronto ma lo cerca in modo diretto e onesto. E proprio questa sua qualità, che in un contesto sano sarebbe una risorsa, in un ambiente disfunzionale come quello che descrive diventa quasi un “bersaglio”. Lei stessa lo intuisce quando dice che chi “risponde” viene messo da parte.
Quello che sta vivendo ha tutte le caratteristiche di un forte stress lavoro-correlato con dinamiche relazionali disfunzionali molto marcate. Non è solo il singolo episodio con il datore di lavoro, che già di per sé è stato violento e destabilizzante, ma è l’insieme: la collega che crea tensioni, il clima che cambia improvvisamente, l’isolamento, l’esclusione, il sentirsi ignorata, il non sapere mai cosa aspettarsi. Questo tipo di contesto, nel tempo, mina profondamente il senso di sicurezza e di valore personale.
Il suo corpo le ha dato dei segnali chiarissimi: insonnia, nausea, difficoltà a mangiare, pianto, ansia anticipatoria. E il fatto che sia arrivata a pensieri estremi pur di non tornare lì non è qualcosa da prendere alla leggera, ma è un indicatore molto serio del livello di sofferenza che ha raggiunto.
C’è un punto fondamentale su cui voglio essere molto netto: lei non ha sbagliato a parlare, non ha sbagliato a cercare chiarimenti, non ha sbagliato a difendersi. Ha agito in modo coerente con i suoi valori. Il problema è che si è trovata in un sistema che non funziona secondo logiche sane, dove il confronto non viene realmente accolto ma, al contrario, può generare ritorsioni sottili come quelle che ha descritto.
Anche il comportamento del datore di lavoro è molto significativo: prima un’esplosione aggressiva, poi una parziale apertura, ma senza una reale presa di responsabilità nel modificare il clima o intervenire sul gruppo. Questo lascia le dinamiche esattamente dove sono, e infatti lei ha visto che nulla è cambiato, anzi.
Il nodo che la blocca ora è comprensibile e delicato: da una parte sa che tornare lì rischia di farla stare di nuovo male, dall’altra si sente vincolata per la presenza del suo compagno e per la paura delle conseguenze di azioni più forti come una denuncia.
In situazioni come questa è importante fare un passaggio interno molto chiaro: la priorità adesso è la sua salute psicofisica. Non come slogan, ma come criterio concreto di scelta. Perché un ambiente che la porta a non mangiare, non dormire e piangere ogni giorno non è sostenibile, indipendentemente da tutto il resto.
Non è necessario prendere subito una decisione definitiva, ma è fondamentale iniziare a costruire una via d’uscita che la protegga. Questo può voler dire prendersi ancora del tempo di malattia per stabilizzarsi, iniziare a valutare alternative lavorative anche se non immediate, e nel frattempo mettere dei confini interni molto chiari rispetto a ciò che non è più disposta a tollerare.
Il fatto che lei si senta confusa sul “se ha sbagliato o meno” è un effetto tipico di questi contesti: lentamente fanno perdere il senso della realtà, portano a dubitare di sé. Ma da come ha raccontato la situazione, la sua lettura è lucida.
Quello su cui invece sarebbe davvero importante lavorare è ciò che questa esperienza ha attivato dentro di lei: il bisogno di riconoscimento, la fatica nel sostenere l’esclusione, il peso emotivo delle dinamiche relazionali, e anche la difficoltà nel proteggersi quando il contesto diventa tossico.
Sono aspetti su cui lavoro quotidianamente e in modo molto approfondito, perché spesso queste situazioni non sono solo “lavorative”, ma toccano parti profonde del modo in cui una persona sta nelle relazioni e nei contesti di potere.
In questo momento lei è molto provata, ma anche in un punto cruciale: quello in cui può iniziare a rimettere sé stessa al centro, non più cercando di adattarsi a un sistema che la danneggia, ma costruendo una posizione più solida e protetta.
Non deve uscirne da sola, soprattutto dopo un impatto così forte. Un percorso di supporto le permetterebbe non solo di affrontare questa situazione specifica, ma di uscirne con strumenti diversi, più forti, più chiari.
E soprattutto, di non arrivare mai più a sentirsi così annullata in un ambiente che dovrebbe essere solo una parte della sua vita, non qualcosa che la distrugge.
quello che ha raccontato è qualcosa di estremamente pesante, e prima di tutto ci tengo a dirle con chiarezza che la sua reazione non è eccessiva, non è esagerata e soprattutto non è sbagliata. È la risposta di una persona che per anni ha tenuto, ha resistito, ha investito energie, identità e dignità in un ambiente che lentamente è diventato logorante, ambiguo e a tratti anche ostile.
Si sente molto chiaramente quanto lei sia una persona capace, responsabile, che non evita il confronto ma lo cerca in modo diretto e onesto. E proprio questa sua qualità, che in un contesto sano sarebbe una risorsa, in un ambiente disfunzionale come quello che descrive diventa quasi un “bersaglio”. Lei stessa lo intuisce quando dice che chi “risponde” viene messo da parte.
Quello che sta vivendo ha tutte le caratteristiche di un forte stress lavoro-correlato con dinamiche relazionali disfunzionali molto marcate. Non è solo il singolo episodio con il datore di lavoro, che già di per sé è stato violento e destabilizzante, ma è l’insieme: la collega che crea tensioni, il clima che cambia improvvisamente, l’isolamento, l’esclusione, il sentirsi ignorata, il non sapere mai cosa aspettarsi. Questo tipo di contesto, nel tempo, mina profondamente il senso di sicurezza e di valore personale.
Il suo corpo le ha dato dei segnali chiarissimi: insonnia, nausea, difficoltà a mangiare, pianto, ansia anticipatoria. E il fatto che sia arrivata a pensieri estremi pur di non tornare lì non è qualcosa da prendere alla leggera, ma è un indicatore molto serio del livello di sofferenza che ha raggiunto.
C’è un punto fondamentale su cui voglio essere molto netto: lei non ha sbagliato a parlare, non ha sbagliato a cercare chiarimenti, non ha sbagliato a difendersi. Ha agito in modo coerente con i suoi valori. Il problema è che si è trovata in un sistema che non funziona secondo logiche sane, dove il confronto non viene realmente accolto ma, al contrario, può generare ritorsioni sottili come quelle che ha descritto.
Anche il comportamento del datore di lavoro è molto significativo: prima un’esplosione aggressiva, poi una parziale apertura, ma senza una reale presa di responsabilità nel modificare il clima o intervenire sul gruppo. Questo lascia le dinamiche esattamente dove sono, e infatti lei ha visto che nulla è cambiato, anzi.
Il nodo che la blocca ora è comprensibile e delicato: da una parte sa che tornare lì rischia di farla stare di nuovo male, dall’altra si sente vincolata per la presenza del suo compagno e per la paura delle conseguenze di azioni più forti come una denuncia.
In situazioni come questa è importante fare un passaggio interno molto chiaro: la priorità adesso è la sua salute psicofisica. Non come slogan, ma come criterio concreto di scelta. Perché un ambiente che la porta a non mangiare, non dormire e piangere ogni giorno non è sostenibile, indipendentemente da tutto il resto.
Non è necessario prendere subito una decisione definitiva, ma è fondamentale iniziare a costruire una via d’uscita che la protegga. Questo può voler dire prendersi ancora del tempo di malattia per stabilizzarsi, iniziare a valutare alternative lavorative anche se non immediate, e nel frattempo mettere dei confini interni molto chiari rispetto a ciò che non è più disposta a tollerare.
Il fatto che lei si senta confusa sul “se ha sbagliato o meno” è un effetto tipico di questi contesti: lentamente fanno perdere il senso della realtà, portano a dubitare di sé. Ma da come ha raccontato la situazione, la sua lettura è lucida.
Quello su cui invece sarebbe davvero importante lavorare è ciò che questa esperienza ha attivato dentro di lei: il bisogno di riconoscimento, la fatica nel sostenere l’esclusione, il peso emotivo delle dinamiche relazionali, e anche la difficoltà nel proteggersi quando il contesto diventa tossico.
Sono aspetti su cui lavoro quotidianamente e in modo molto approfondito, perché spesso queste situazioni non sono solo “lavorative”, ma toccano parti profonde del modo in cui una persona sta nelle relazioni e nei contesti di potere.
In questo momento lei è molto provata, ma anche in un punto cruciale: quello in cui può iniziare a rimettere sé stessa al centro, non più cercando di adattarsi a un sistema che la danneggia, ma costruendo una posizione più solida e protetta.
Non deve uscirne da sola, soprattutto dopo un impatto così forte. Un percorso di supporto le permetterebbe non solo di affrontare questa situazione specifica, ma di uscirne con strumenti diversi, più forti, più chiari.
E soprattutto, di non arrivare mai più a sentirsi così annullata in un ambiente che dovrebbe essere solo una parte della sua vita, non qualcosa che la distrugge.
Gentilissima,
grazie per aver condiviso questa situazione di forte stress e sofferenza in cui si trova. Mi è chiaro fin dalle prime righe che si trova in una situazione di mobbing e isolamento relazionale nel posto di lavoro, che peraltro, oltre ad essere pesante a livello emotivo, inizia ad essere anche somatizzato a livello corporeo. Quando l’ambiente lavorativo inizia ad intaccare altri aspetti della propria vita, tra cui sonno, alimentazione e pensieri, è chiaro che non sia più un ambiente lavorativo sano, ma piuttosto nocivo. In queste situazioni è molto comune che l’ambiente relazionale che c’è intorno porti anche ad avere una serie di pensieri colpevolizzanti, soprattutto dopo che ci si ritrova in dinamiche e scontri così disfunzionali, peraltro caratterizzati anche da aggressività, come quelli che lei racconta. Piuttosto che qualcuno che ha sbagliato qualcosa, a me arriva una persona dedita al suo lavoro che, quando c’è un problema, vuole affrontarlo apertamente. Forse i suoi colleghi sono invece intimoriti dal fare lo stesso? Questa collega di cui parla che ruolo ha all’interno dell’azienda? E questo suo capo che ruolo ha rispetto alle dinamiche che vengono messe in atto? Non mi è infatti del tutto chiaro perché abbia sentito la necessità di usare l’aggressività per essere udito. Così come non mi è chiaro perché subito dopo lei sia stata isolata da tutto il gruppo di lavoro. Trovo il sistema aziendale disfunzionale, in cui chi come lei non si adegua a questa disfunzionalità tende ad essere escluso da chi invece risulta essere più sottomesso. Ci tengo a rimandarle che tutte queste dinamiche tossiche non sono una sua colpa, né un suo errore, ma piuttosto la conseguenza dell’ambiente di lavoro. Non a caso lei ora si trova a chiedersi se rimanere o meno. Inoltre, percepisco che la presenza del suo compagno la metta ulteriormente in una posizione emotiva ancora più difficoltosa. Mi sento di dirle che, prima di prendere una decisione, sarebbe opportuno anche parlarne con lui, della situazione difficoltosa in cui si ritrova. E poi tenere presente che in questo momento deve mettere al primo posto la sua salute e prendersi cura di sé. Uno spazio terapeutico potrebbe esserle utile per elaborare ciò che le è successo e dare voce a ciò che sente, anche per gestire l’ansia del rientro e quella legata alla possibilità di poter prendere una decisione che coinvolga i piani alti. Se dovesse sentire il bisogno di essere sostenuta, rimango a disposizione.
Le auguro di mettersi al primo posto e prendersi cura di sé.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Simona Fresu
Psicologa - Specializzanda in Psicoterapia Sistemico-Relazionale
grazie per aver condiviso questa situazione di forte stress e sofferenza in cui si trova. Mi è chiaro fin dalle prime righe che si trova in una situazione di mobbing e isolamento relazionale nel posto di lavoro, che peraltro, oltre ad essere pesante a livello emotivo, inizia ad essere anche somatizzato a livello corporeo. Quando l’ambiente lavorativo inizia ad intaccare altri aspetti della propria vita, tra cui sonno, alimentazione e pensieri, è chiaro che non sia più un ambiente lavorativo sano, ma piuttosto nocivo. In queste situazioni è molto comune che l’ambiente relazionale che c’è intorno porti anche ad avere una serie di pensieri colpevolizzanti, soprattutto dopo che ci si ritrova in dinamiche e scontri così disfunzionali, peraltro caratterizzati anche da aggressività, come quelli che lei racconta. Piuttosto che qualcuno che ha sbagliato qualcosa, a me arriva una persona dedita al suo lavoro che, quando c’è un problema, vuole affrontarlo apertamente. Forse i suoi colleghi sono invece intimoriti dal fare lo stesso? Questa collega di cui parla che ruolo ha all’interno dell’azienda? E questo suo capo che ruolo ha rispetto alle dinamiche che vengono messe in atto? Non mi è infatti del tutto chiaro perché abbia sentito la necessità di usare l’aggressività per essere udito. Così come non mi è chiaro perché subito dopo lei sia stata isolata da tutto il gruppo di lavoro. Trovo il sistema aziendale disfunzionale, in cui chi come lei non si adegua a questa disfunzionalità tende ad essere escluso da chi invece risulta essere più sottomesso. Ci tengo a rimandarle che tutte queste dinamiche tossiche non sono una sua colpa, né un suo errore, ma piuttosto la conseguenza dell’ambiente di lavoro. Non a caso lei ora si trova a chiedersi se rimanere o meno. Inoltre, percepisco che la presenza del suo compagno la metta ulteriormente in una posizione emotiva ancora più difficoltosa. Mi sento di dirle che, prima di prendere una decisione, sarebbe opportuno anche parlarne con lui, della situazione difficoltosa in cui si ritrova. E poi tenere presente che in questo momento deve mettere al primo posto la sua salute e prendersi cura di sé. Uno spazio terapeutico potrebbe esserle utile per elaborare ciò che le è successo e dare voce a ciò che sente, anche per gestire l’ansia del rientro e quella legata alla possibilità di poter prendere una decisione che coinvolga i piani alti. Se dovesse sentire il bisogno di essere sostenuta, rimango a disposizione.
Le auguro di mettersi al primo posto e prendersi cura di sé.
Cordiali saluti,
Dott.ssa Simona Fresu
Psicologa - Specializzanda in Psicoterapia Sistemico-Relazionale
Salve, mi dispiace molto per ciò che sta vivendo. Dal suo racconto emerge una condizione di forte sofferenza emotiva, con segnali importanti di stress: insonnia, nausea, pianto, ansia intensa, senso di esclusione e paura del rientro. Quando un ambiente lavorativo arriva a generare un livello di malessere tale da far pensare a “gesti estremi” pur di non tornarci, è fondamentale non minimizzare e mettere al primo posto la tutela della propria salute.
In questo momento le suggerirei di non affrontare tutto da sola e di procedere su più livelli. Prima di tutto continui a confrontarsi con il medico che l’ha visitata, soprattutto se i sintomi persistono, e valuti anche un supporto psicologico/psicoterapeutico per aiutarla a contenere l’ansia, recuperare lucidità e prendere decisioni senza sentirsi schiacciata dal panico o dal senso di colpa.
Sul piano pratico, prima di prendere decisioni definitive, potrebbe esserle utile confrontarsi con una figura competente in ambito lavorativo, ad esempio un consulente del lavoro, un sindacato o un legale, anche solo per capire quali possibilità ha senza necessariamente avviare una denuncia. Informarsi non significa per forza esporsi o fare una battaglia: significa recuperare margine di scelta.
Rispetto al lavoro, la domanda centrale non è solo “ho sbagliato o no?”, ma: “questo ambiente è ancora sostenibile per la mia salute?”. Da ciò che descrive, sembra che il problema non riguardi un singolo episodio, ma un clima relazionale che nel tempo è diventato molto pesante. In questi casi può essere utile distinguere tra ciò che dipende da lei — proteggersi, chiedere supporto, valutare alternative, porre limiti — e ciò che non dipende da lei, cioè il comportamento degli altri o la disponibilità dell’azienda a creare un ambiente più sano.
Le consiglierei di usare il periodo di malattia non per colpevolizzarsi, ma per recuperare energie e valutare con calma i prossimi passi.
Andare via non sarebbe necessariamente una sconfitta: a volte è una scelta di tutela. Ma prima di decidere, si dia il diritto di essere accompagnata, sia dal punto di vista psicologico sia da quello lavorativo/legale, così da scegliere non sotto pressione, ma con maggiore chiarezza e protezione. Un caro saluto!
In questo momento le suggerirei di non affrontare tutto da sola e di procedere su più livelli. Prima di tutto continui a confrontarsi con il medico che l’ha visitata, soprattutto se i sintomi persistono, e valuti anche un supporto psicologico/psicoterapeutico per aiutarla a contenere l’ansia, recuperare lucidità e prendere decisioni senza sentirsi schiacciata dal panico o dal senso di colpa.
Sul piano pratico, prima di prendere decisioni definitive, potrebbe esserle utile confrontarsi con una figura competente in ambito lavorativo, ad esempio un consulente del lavoro, un sindacato o un legale, anche solo per capire quali possibilità ha senza necessariamente avviare una denuncia. Informarsi non significa per forza esporsi o fare una battaglia: significa recuperare margine di scelta.
Rispetto al lavoro, la domanda centrale non è solo “ho sbagliato o no?”, ma: “questo ambiente è ancora sostenibile per la mia salute?”. Da ciò che descrive, sembra che il problema non riguardi un singolo episodio, ma un clima relazionale che nel tempo è diventato molto pesante. In questi casi può essere utile distinguere tra ciò che dipende da lei — proteggersi, chiedere supporto, valutare alternative, porre limiti — e ciò che non dipende da lei, cioè il comportamento degli altri o la disponibilità dell’azienda a creare un ambiente più sano.
Le consiglierei di usare il periodo di malattia non per colpevolizzarsi, ma per recuperare energie e valutare con calma i prossimi passi.
Andare via non sarebbe necessariamente una sconfitta: a volte è una scelta di tutela. Ma prima di decidere, si dia il diritto di essere accompagnata, sia dal punto di vista psicologico sia da quello lavorativo/legale, così da scegliere non sotto pressione, ma con maggiore chiarezza e protezione. Un caro saluto!
Buonasera,
premetto che la circostanza di cui parla sembra molto complessa, per cui una semplice risposta potrebbe non essere sufficiente; piuttosto credo che un supporto psicologico, in una fase così delicata, potrebbe esserle utile per poter avere una visione più nitida del momento che sta attraversando e delle dinamiche che vi intercorrono.
Dalle sue parole mi sembra di leggere una forte delusione e sicuramente non dev’essere semplice affrontare questa situazione con un coinvolgimento emotivo così intenso. Allo stesso tempo, mi sembra che nel suo racconto emergano anche delle risorse importanti, come la capacità di esprimere il proprio punto di vista e di cercare il confronto quando sente che qualcosa non le appartiene o la ferisce.
Forse, prima ancora di trovare una soluzione immediata, potrebbe esserle utile provare a comprendere con maggiore chiarezza ciò che questa situazione sta significando per lei, cercando di mantenere uno sguardo il più possibile centrato anche sui propri vissuti e bisogni.
Un caro saluto.
premetto che la circostanza di cui parla sembra molto complessa, per cui una semplice risposta potrebbe non essere sufficiente; piuttosto credo che un supporto psicologico, in una fase così delicata, potrebbe esserle utile per poter avere una visione più nitida del momento che sta attraversando e delle dinamiche che vi intercorrono.
Dalle sue parole mi sembra di leggere una forte delusione e sicuramente non dev’essere semplice affrontare questa situazione con un coinvolgimento emotivo così intenso. Allo stesso tempo, mi sembra che nel suo racconto emergano anche delle risorse importanti, come la capacità di esprimere il proprio punto di vista e di cercare il confronto quando sente che qualcosa non le appartiene o la ferisce.
Forse, prima ancora di trovare una soluzione immediata, potrebbe esserle utile provare a comprendere con maggiore chiarezza ciò che questa situazione sta significando per lei, cercando di mantenere uno sguardo il più possibile centrato anche sui propri vissuti e bisogni.
Un caro saluto.
Gentile utente, da ciò che descrive emerge una sofferenza importante, che non riguarda solo il lavoro ma anche il suo equilibrio emotivo e fisico. Insonnia, nausea, pianto, panico e paura del rientro sono segnali da non sottovalutare.
Da qui non è possibile stabilire se si tratti di mobbing: servirebbe una valutazione più ampia e, se necessario, anche un confronto con figure competenti sul piano lavorativo/legale. Quello che però appare chiaro è che lei sta vivendo una condizione di forte allarme e ha bisogno di non affrontarla da sola.
Prima di prendere decisioni definitive, potrebbe esserle utile uno spazio psicologico in cui rimettere ordine: comprendere cosa è accaduto, quali confini proteggere, quali risorse ha a disposizione e quali passi concreti può compiere senza sentirsi schiacciata dalla paura.
Quando ci si trova dentro dinamiche lavorative così faticose, può diventare difficile distinguere ciò che è responsabilità propria da ciò che appartiene al contesto. Per questo un supporto psicologico può aiutarla a recuperare lucidità, ascoltare i segnali del corpo e valutare le scelte possibili con maggiore protezione.
Le auguro di poter trovare presto un supporto adeguato. Non sempre la prima cosa da fare è scegliere se restare o andare via; a volte è prima necessario recuperare uno spazio interno in cui poter pensare senza sentirsi in trappola. Un caro saluto, Dott.ssa Sara Magliocca
Da qui non è possibile stabilire se si tratti di mobbing: servirebbe una valutazione più ampia e, se necessario, anche un confronto con figure competenti sul piano lavorativo/legale. Quello che però appare chiaro è che lei sta vivendo una condizione di forte allarme e ha bisogno di non affrontarla da sola.
Prima di prendere decisioni definitive, potrebbe esserle utile uno spazio psicologico in cui rimettere ordine: comprendere cosa è accaduto, quali confini proteggere, quali risorse ha a disposizione e quali passi concreti può compiere senza sentirsi schiacciata dalla paura.
Quando ci si trova dentro dinamiche lavorative così faticose, può diventare difficile distinguere ciò che è responsabilità propria da ciò che appartiene al contesto. Per questo un supporto psicologico può aiutarla a recuperare lucidità, ascoltare i segnali del corpo e valutare le scelte possibili con maggiore protezione.
Le auguro di poter trovare presto un supporto adeguato. Non sempre la prima cosa da fare è scegliere se restare o andare via; a volte è prima necessario recuperare uno spazio interno in cui poter pensare senza sentirsi in trappola. Un caro saluto, Dott.ssa Sara Magliocca
Certo mi contatti pure che fissiamo un incontro gratuito
Salve ho letto il racconto della situazione che sta vivendo, valuti quanto questa dinamica stia impattando sulla sua salute mentale ma in generale in tutti i campi della sua vita. Considerando che il lavoro rappresenta una parte importante della giornata ed anche una fonte di guadagno e riconoscimento personale, può iniziare a riconoscere dinamiche più grandi del singolo individuo e che tendono a ritornare al punto iniziale, nonostante le azioni di cambiamento. Può considerare un percorso di supporto psicologico per dare spazio alle emozioni e ai vissuti negativi sviluppati in relazione al lavoro. Spero di esserle stata d'aiuto.
Buonasera. Leggendo le sue parole emerge con grande chiarezza il carico di sofferenza, logorio e profonda ingiustizia che sta affrontando. La sensazione di essere "sul punto di un esaurimento nervoso", la perdita del sonno, della fame e l'ansia invalidante sono i segnali inequivocabili che il suo corpo e la sua mente stanno inviando: una risposta d'allarme del tutto sana e legittima di fronte a un ambiente che è diventato, a tutti gli effetti, insostenibile e patogeno.
In quanto psicologo, ci tengo innanzitutto a validare il suo vissuto e a toglierle un dubbio che la tormenta: lei non ha sbagliato. Il fatto che il suo datore di lavoro si sia domandato perché lei rispondesse a differenza delle altre colleghe che "stanno zitte e dicono di sì" non indica una sua colpa, ma evidenzia la sua integrità. In un sistema aziendale disfunzionale e sottomesso alle dinamiche di potere e manipolazione di una singola figura (la collega che descrive), la sua preferenza per il confronto aperto e per la dignità personale viene percepita come una minaccia all'ordine costituito, basato sulla paura e sul silenzio. Il tentativo di isolarla, l'esclusione deliberata anche durante il pranzo e il "muro" che ha trovato fanno parte di una dinamica di punizione sociale ed emotiva volta a piegare la sua resistenza.
È doloroso constatare che persino i suoi tentativi più maturi e civili di chiarimento, sia con il titolare che con le colleghe, siano stati strumentalizzati o ignorati. Il datore di lavoro, pur avendo ammesso lo stress in un momento di fragilità, si è dimostrato incapace di gestire la leadership e di tutelare il benessere psicofisico dei suoi dipendenti, lasciando che le dinamiche tossiche riprendessero il sopravvento immediatamente dopo. Questa realtà le dimostra che il problema non è la sua performance o la sua dedizione, che sono state massime per sette anni, ma la struttura stessa dell'ambiente in cui si trova.
La comparsa di pensieri estremi pur di non recarsi al lavoro è un segnale di massima allerta che non va assolutamente sottovalutato. Significa che il limite della tollerabilità emotiva è stato superato e che la sua priorità assoluta in questo momento storico deve essere la tutela della sua salute e della sua incolumità psicofisica. La malattia che sta fruendo ora è uno spazio protetto fondamentale: la utilizzi non solo per riposare il corpo, ma per distanziarsi emotivamente da quel luogo e ritrovare la lucidità.
La presenza del suo compagno nello stesso ambiente lavorativo aggiunge indubbiamente un livello di complessità e comprensibile preoccupazione, poiché il timore di ritorsioni indirette su di lui agisce come un freno alla sua capacità di difendersi legalmente. Questa è una valutazione pratica molto saggia da parte sua, ma non deve trasformarsi in una trappola che la costringe a subire in silenzio o a sacrificare se stessa.
In una situazione del genere, l'alternativa di allontanarsi definitivamente da quell'azienda non è una resa, bensì un atto di profondo rispetto e cura verso se stessa. Proseguire in un circolo vizioso di ritorsioni, ansia e privazione del sonno rischierebbe di compromettere seriamente la sua salute a lungo termine. Il lavoro è una parte importante della vita, ma non può essere barattato con la propria integrità e la propria serenità.
Il consiglio terapeutico principale è quello di prolungare il periodo di malattia per tutto il tempo concordato con il medico, al fine di ristabilire una base biologica minima di sonno e nutrimento, idealmente facendosi affiancare da un professionista della salute mentale sul territorio per elaborare il trauma di questo crollo relazionale. Parallelamente, utilizzi questo tempo di distacco per pianificare una strategia d'uscita, valutando la ricerca di un nuovo impiego o le dimissioni. Proteggere se stessa in questo momento è il passo più urgente e necessario, e guardare oltre quell'azienda è il primo passo per riappropriarsi della sua vita.
In quanto psicologo, ci tengo innanzitutto a validare il suo vissuto e a toglierle un dubbio che la tormenta: lei non ha sbagliato. Il fatto che il suo datore di lavoro si sia domandato perché lei rispondesse a differenza delle altre colleghe che "stanno zitte e dicono di sì" non indica una sua colpa, ma evidenzia la sua integrità. In un sistema aziendale disfunzionale e sottomesso alle dinamiche di potere e manipolazione di una singola figura (la collega che descrive), la sua preferenza per il confronto aperto e per la dignità personale viene percepita come una minaccia all'ordine costituito, basato sulla paura e sul silenzio. Il tentativo di isolarla, l'esclusione deliberata anche durante il pranzo e il "muro" che ha trovato fanno parte di una dinamica di punizione sociale ed emotiva volta a piegare la sua resistenza.
È doloroso constatare che persino i suoi tentativi più maturi e civili di chiarimento, sia con il titolare che con le colleghe, siano stati strumentalizzati o ignorati. Il datore di lavoro, pur avendo ammesso lo stress in un momento di fragilità, si è dimostrato incapace di gestire la leadership e di tutelare il benessere psicofisico dei suoi dipendenti, lasciando che le dinamiche tossiche riprendessero il sopravvento immediatamente dopo. Questa realtà le dimostra che il problema non è la sua performance o la sua dedizione, che sono state massime per sette anni, ma la struttura stessa dell'ambiente in cui si trova.
La comparsa di pensieri estremi pur di non recarsi al lavoro è un segnale di massima allerta che non va assolutamente sottovalutato. Significa che il limite della tollerabilità emotiva è stato superato e che la sua priorità assoluta in questo momento storico deve essere la tutela della sua salute e della sua incolumità psicofisica. La malattia che sta fruendo ora è uno spazio protetto fondamentale: la utilizzi non solo per riposare il corpo, ma per distanziarsi emotivamente da quel luogo e ritrovare la lucidità.
La presenza del suo compagno nello stesso ambiente lavorativo aggiunge indubbiamente un livello di complessità e comprensibile preoccupazione, poiché il timore di ritorsioni indirette su di lui agisce come un freno alla sua capacità di difendersi legalmente. Questa è una valutazione pratica molto saggia da parte sua, ma non deve trasformarsi in una trappola che la costringe a subire in silenzio o a sacrificare se stessa.
In una situazione del genere, l'alternativa di allontanarsi definitivamente da quell'azienda non è una resa, bensì un atto di profondo rispetto e cura verso se stessa. Proseguire in un circolo vizioso di ritorsioni, ansia e privazione del sonno rischierebbe di compromettere seriamente la sua salute a lungo termine. Il lavoro è una parte importante della vita, ma non può essere barattato con la propria integrità e la propria serenità.
Il consiglio terapeutico principale è quello di prolungare il periodo di malattia per tutto il tempo concordato con il medico, al fine di ristabilire una base biologica minima di sonno e nutrimento, idealmente facendosi affiancare da un professionista della salute mentale sul territorio per elaborare il trauma di questo crollo relazionale. Parallelamente, utilizzi questo tempo di distacco per pianificare una strategia d'uscita, valutando la ricerca di un nuovo impiego o le dimissioni. Proteggere se stessa in questo momento è il passo più urgente e necessario, e guardare oltre quell'azienda è il primo passo per riappropriarsi della sua vita.
Gentile utente, quanto descrive evidenzia una sofferenza intensa, con sintomi che meritano attenzione clinica tempestiva. Il riferimento, anche solo ipotetico, a pensieri estremi va condiviso al più presto con un professionista, perché quei segnali non vanno minimizzati.
In ottica cognitivo-comportamentale, il quadro sembra caratterizzato da una progressiva attivazione ansiosa anticipatoria, alimentata da pensieri catastrofici e da un vissuto di intrappolamento percepito, dimensioni che riducono la capacità di vedere alternative. Lavorare sulla ristrutturazione dei pensieri automatici, sul problem solving strutturato e sull'attivazione comportamentale graduale può riaprire spazi di scelta. Anche elementi di ACT, come la defusione cognitiva e il contatto con i propri valori, possono aiutare a ridurre l'evitamento esperienziale.
Le suggerisco di proseguire il riposo prescritto, di rivolgersi tempestivamente a uno psicoterapeuta esperto in disturbi d'ansia e stress lavoro correlato, e di valutare un confronto con il medico curante per la gestione dei sintomi acuti. Un consulto con un legale del lavoro può inoltre restituire un senso concreto di agentività. In caso di urgenza, contatti il 112 o un servizio di emergenza.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
In ottica cognitivo-comportamentale, il quadro sembra caratterizzato da una progressiva attivazione ansiosa anticipatoria, alimentata da pensieri catastrofici e da un vissuto di intrappolamento percepito, dimensioni che riducono la capacità di vedere alternative. Lavorare sulla ristrutturazione dei pensieri automatici, sul problem solving strutturato e sull'attivazione comportamentale graduale può riaprire spazi di scelta. Anche elementi di ACT, come la defusione cognitiva e il contatto con i propri valori, possono aiutare a ridurre l'evitamento esperienziale.
Le suggerisco di proseguire il riposo prescritto, di rivolgersi tempestivamente a uno psicoterapeuta esperto in disturbi d'ansia e stress lavoro correlato, e di valutare un confronto con il medico curante per la gestione dei sintomi acuti. Un consulto con un legale del lavoro può inoltre restituire un senso concreto di agentività. In caso di urgenza, contatti il 112 o un servizio di emergenza.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Buongiorno,
credo che lei sia vittima di una situazione di burnout legata anche alle dinamiche che le sono capitate. Il lavoro per lei è una dimensione molto importante e da come ne parla questo è un aspetto evidente. Lavorerei su questo, magari all'interno di uno spazio di ascolto più ampio che solo una psicoterapia potrebbe fornirle; l'aiuto di un terapista potrebbe aiutarla a riconquistare la fiducia persa. Nel caso resto disponibile ad accogliere la sura richiesta di aiuto, ricevo anche on-line.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
credo che lei sia vittima di una situazione di burnout legata anche alle dinamiche che le sono capitate. Il lavoro per lei è una dimensione molto importante e da come ne parla questo è un aspetto evidente. Lavorerei su questo, magari all'interno di uno spazio di ascolto più ampio che solo una psicoterapia potrebbe fornirle; l'aiuto di un terapista potrebbe aiutarla a riconquistare la fiducia persa. Nel caso resto disponibile ad accogliere la sura richiesta di aiuto, ricevo anche on-line.
Cordiali saluti
Dott. Diego Ferrara
Buongiorno,
la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità quello che sta vivendo. Dalle Sue parole emerge quanto questa situazione lavorativa La stia mettendo profondamente sotto pressione, sia emotivamente che fisicamente. Nessuno dovrebbe arrivare a stare così male per il proprio ambiente di lavoro.
Colpiscono molto il senso di isolamento, il continuo stato di allerta e la fatica che sta portando avanti da tempo, cercando comunque di mantenere dialogo, impegno e responsabilità. È comprensibile che, dopo episodi così intensi e ripetuti, oggi Lei si senta confusa, esausta e senza punti di riferimento.
In questo momento credo sia importante innanzitutto dare spazio e ascolto a ciò che sta provando, senza giudicarsi per essere arrivata a un limite. Non è necessario affrontare tutto da sola.
Se lo desidera, resto disponibile ad accompagnarLa in un percorso psicologico che possa aiutarLa a ritrovare maggiore lucidità, tutela emotiva e serenità nel comprendere come muoversi rispetto a questa situazione.
Un caro saluto
Dott.ssa Barcella
la ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità quello che sta vivendo. Dalle Sue parole emerge quanto questa situazione lavorativa La stia mettendo profondamente sotto pressione, sia emotivamente che fisicamente. Nessuno dovrebbe arrivare a stare così male per il proprio ambiente di lavoro.
Colpiscono molto il senso di isolamento, il continuo stato di allerta e la fatica che sta portando avanti da tempo, cercando comunque di mantenere dialogo, impegno e responsabilità. È comprensibile che, dopo episodi così intensi e ripetuti, oggi Lei si senta confusa, esausta e senza punti di riferimento.
In questo momento credo sia importante innanzitutto dare spazio e ascolto a ciò che sta provando, senza giudicarsi per essere arrivata a un limite. Non è necessario affrontare tutto da sola.
Se lo desidera, resto disponibile ad accompagnarLa in un percorso psicologico che possa aiutarLa a ritrovare maggiore lucidità, tutela emotiva e serenità nel comprendere come muoversi rispetto a questa situazione.
Un caro saluto
Dott.ssa Barcella
Gentile paziente,
da quello che descrive emerge una situazione di forte sofferenza emotiva e di stress lavorativo protratto nel tempo, che ha avuto ripercussioni importanti sul suo benessere psicofisico (insonnia, nausea, ansia costante, pianto frequente, pensieri estremi). Sono segnali che non vanno minimizzati.
Mi colpisce molto il fatto che lei abbia più volte cercato il dialogo e il confronto civile, mostrando consapevolezza e disponibilità a chiarire, senza però trovare un ambiente realmente accogliente o contenitivo. Quando il clima lavorativo diventa fonte costante di paura, isolamento e tensione, è comprensibile arrivare a sentirsi esausti e senza vie d’uscita.
In questo momento la priorità è tutelare la sua salute mentale e fisica. Il periodo di malattia può essere utile non solo per recuperare energie, ma anche per prendere maggiore lucidità rispetto a ciò che desidera per sé e ai limiti che non vuole più oltrepassare.
Più che chiedersi continuamente “ho sbagliato io?”, potrebbe essere importante domandarsi quanto questo ambiente sia oggi sostenibile per il suo equilibrio psicologico. Nessun lavoro dovrebbe portare una persona a vivere quotidianamente ansia intensa, perdita di appetito o pensieri autolesivi.
Le consiglierei di non affrontare tutto da sola: un supporto psicologico potrebbe aiutarla a elaborare quanto vissuto, a ritrovare stabilità emotiva e a capire con più chiarezza come muoversi rispetto al lavoro, anche tenendo conto della delicata situazione del suo compagno.
Le auguro di riuscire a rimettere al centro il suo benessere e la sua serenità.
Cordialmente.
Filomena Guida
da quello che descrive emerge una situazione di forte sofferenza emotiva e di stress lavorativo protratto nel tempo, che ha avuto ripercussioni importanti sul suo benessere psicofisico (insonnia, nausea, ansia costante, pianto frequente, pensieri estremi). Sono segnali che non vanno minimizzati.
Mi colpisce molto il fatto che lei abbia più volte cercato il dialogo e il confronto civile, mostrando consapevolezza e disponibilità a chiarire, senza però trovare un ambiente realmente accogliente o contenitivo. Quando il clima lavorativo diventa fonte costante di paura, isolamento e tensione, è comprensibile arrivare a sentirsi esausti e senza vie d’uscita.
In questo momento la priorità è tutelare la sua salute mentale e fisica. Il periodo di malattia può essere utile non solo per recuperare energie, ma anche per prendere maggiore lucidità rispetto a ciò che desidera per sé e ai limiti che non vuole più oltrepassare.
Più che chiedersi continuamente “ho sbagliato io?”, potrebbe essere importante domandarsi quanto questo ambiente sia oggi sostenibile per il suo equilibrio psicologico. Nessun lavoro dovrebbe portare una persona a vivere quotidianamente ansia intensa, perdita di appetito o pensieri autolesivi.
Le consiglierei di non affrontare tutto da sola: un supporto psicologico potrebbe aiutarla a elaborare quanto vissuto, a ritrovare stabilità emotiva e a capire con più chiarezza come muoversi rispetto al lavoro, anche tenendo conto della delicata situazione del suo compagno.
Le auguro di riuscire a rimettere al centro il suo benessere e la sua serenità.
Cordialmente.
Filomena Guida
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