Salve mi hanno diagnosticato amaxofobia Ho intrapreso vari percorsi di terapia Terapia breve stra

25 risposte
Salve mi hanno diagnosticato amaxofobia
Ho intrapreso vari percorsi di terapia
Terapia breve strategica terapia cognitiva comportamentale ipnosi
Nessuna mi ha aiutato chiedevo se emdr può essere d aiuto anche se nn mi ricordo di nessun trauma
La paura e il disagio sono cominciate a 30 anni e sono 20 anni che provo di tutto
Grazie
Dott. Roberto Barbieri
Psicologo, Psicologo clinico
Vicenza
Salve, capisco la sua domanda: dopo vent’anni di paura e dopo diversi percorsi già tentati, è comprensibile chiedersi se esista ancora una strada possibile.

L’EMDR può essere valutato anche quando non si ricorda un trauma preciso. Non sempre il lavoro parte da un grande evento evidente: a volte può partire da episodi di panico, immagini temute, sensazioni corporee o momenti in cui la persona si è sentita in pericolo o incapace. Detto questo, non sarebbe corretto presentarlo come la tecnica che “finalmente risolve”: l’EMDR ha una forte indicazione soprattutto nei disturbi legati al trauma, mentre nelle fobie va valutato caso per caso, dentro una buona diagnosi del funzionamento del problema. Le linee guida APA e VA descrivono l’EMDR come trattamento supportato soprattutto per il PTSD; per le fobie specifiche l’uso può essere considerato, ma richiede una valutazione clinica mirata.

Dopo vent’anni, però, la domanda più utile forse non è solo “EMDR sì o no?”, ma “che cosa mantiene oggi la mia paura della guida?”. Perché, nel tempo, una paura può diventare più grande dell’episodio che l’ha fatta nascere. Può mantenersi attraverso evitamenti, percorsi non fatti, bisogno di essere accompagnati, controllo delle sensazioni fisiche, paura di avere paura, tentativi di guidare solo quando ci si sente totalmente sicuri.

Il fatto che lei non ricordi un trauma non significa che il problema sia meno reale. E il fatto che altri percorsi non l’abbiano aiutata non significa che non ci siano più possibilità. Significa piuttosto che andrebbe ricostruito con precisione che cosa è stato fatto, dove il lavoro si è bloccato e quali tentate soluzioni, magari comprensibili, stanno ancora alimentando il problema.

Le suggerirei quindi di non cercare “la tecnica miracolosa”, ma un professionista che la aiuti prima di tutto a costruire una mappa molto concreta della sua amaxofobia: quando compare, dove, con chi, su quali strade, con quali pensieri, con quali evitamenti e con quali reazioni corporee. Solo dopo ha senso scegliere se usare EMDR, esposizione graduale, lavoro strategico, tecniche cognitive o un’integrazione tra più strumenti.

Dopo tanti anni di tentativi, la sfida non è ricominciare da capo come se nulla fosse, ma smettere di misurare ogni nuovo percorso come l’ultima prova del “funzionerà o non funzionerà”. Può essere utile affrontare il problema un passo alla volta, non per cancellare subito la paura, ma per iniziare a recuperare margini di libertà nella guida.

Se desidera orientarsi meglio, può essere utile un confronto specifico, anche online, per capire non solo quale tecnica usare, ma soprattutto quale meccanismo sta tenendo in piedi la paura oggi.

Un caro saluto.

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Dott. Davide Martinelli
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Capisco quanto possa essere frustrante arrivare a dire “ho provato di tutto e niente ha funzionato”, soprattutto dopo così tanti anni. Venti anni di tentativi non sono pochi, e dietro c’è sicuramente tanta fatica, speranza e anche delusione. È comprensibile che tu ti chieda se esista ancora una strada che possa davvero fare la differenza.

Ti rispondo in modo molto chiaro: **sì, l’EMDR può essere utile anche se non ricordi un trauma preciso**. Spesso si pensa al trauma come a un evento eclatante, ma nella pratica clinica non è sempre così. A volte l’origine di una fobia non è un singolo episodio evidente, ma una somma di esperienze, sensazioni, momenti di vulnerabilità o perdita di controllo che il sistema nervoso ha “registrato” come pericolosi, anche senza che siano rimasti come ricordi nitidi.

Nel caso dell’amaxofobia, molto spesso il nucleo non è solo la guida in sé, ma qualcosa di più profondo: **la paura di perdere il controllo, di non riuscire a gestire una situazione, di non avere una via di fuga**. Ti ritrovi in qualcosa di questo tipo?

Un’altra cosa importante che hai detto è che tutto è iniziato intorno ai 30 anni. Ti faccio una domanda che può sembrare semplice ma non lo è:
**in quel periodo della tua vita stava succedendo qualcosa di significativo, anche se non direttamente legato alla guida?**
Cambiamenti, stress, responsabilità nuove, momenti di forte pressione?

Perché a volte la fobia è solo la “punta dell’iceberg”, il punto in cui l’ansia trova una forma concreta.

Rispetto al fatto che le terapie fatte finora non abbiano funzionato, non significa che “non c’è soluzione”. Più spesso significa che **non è stato ancora centrato il meccanismo giusto per te**. Ogni persona ha un modo diverso di strutturare e mantenere la paura.

Ti faccio un’altra domanda importante:
quando eviti di guidare o ti allontani da una situazione che ti mette ansia, **cosa succede subito dopo dentro di te? Sollievo? Calma?**
Se sì, è possibile che nel tempo si sia rinforzato un circuito molto potente di evitamento, che mantiene la paura viva anche se razionalmente sai che non c’è pericolo.

L’EMDR può aiutare proprio su due livelli:
da una parte andare a “sbloccare” eventuali esperienze emotive rimaste non elaborate (anche se non le ricordi chiaramente), dall’altra ridurre l’intensità della risposta ansiosa legata a certe immagini o sensazioni.

Detto questo, dopo 20 anni di tentativi, il punto non è solo “quale tecnica usare”, ma **come viene costruito il percorso su di te**, in modo molto mirato. A volte serve integrare più approcci e lavorare non solo sul sintomo (guidare), ma su tutto il sistema che lo mantiene.

Ti chiedo un’ultima cosa, molto concreta:
**oggi, qual è la situazione? Eviti completamente di guidare o riesci in alcune condizioni?**
E soprattutto: **cosa immagini che potrebbe succedere di così grave quando sei alla guida?**

Se vuoi, possiamo entrare più nel dettaglio della tua esperienza e capire insieme dove si blocca esattamente il meccanismo nel tuo caso. Dopo così tanto tempo è fondamentale smettere di provare “in generale” e iniziare a lavorare in modo molto preciso su come funziona *la tua* paura.
Dott.ssa Sonia Marini
Psicologo, Professional counselor
Paliano
Gentile anonimo,
alle terapie che lei ha fatto si asscociano tecniche di rilassamento per gestire questo disagio che lei riporta. Tra queste tecniche con evidenze scientifiche c'è il Training Autogeno. E' una tecnica antica di rilassamento e di cambiamento che risale al 1930 ideata da J.H. Schults, che permette di produrre reali modificazioni sia fisiologiche che psichiche. E' una tecnica che induce modificazioni spontanee nel corpo e nella mente.

Consulti un professionista della salute mentale che abbia questa specializzazione, la saprà guidare nel suo percorso di cura e cambiamento.
Saluti!
Dott.ssa Sonia Marini
Dott.ssa Ilaria Forcina
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Caro/a utente, da quanto scrive sembrerebbe che il suo sia un disagio che si è andato strutturando nel tempo. Sarebbe utile esplorare cosa accadeva nella sua vita quando aveva 30 anni. Ricorda se ci sia stato un evento specifico o un cambiamento di qualche tipo o un vissuto particolare di quel periodo? Guidare non è solo mettersi al volante. Simbolicamente rappresenta molto altro. Va a toccare la dimensione del controllo, del prendere in mano la propria vita e condurla, del fare scelte e assumersi responsabilità. Potrebbe essere di aiuto intraprendere un percorso che esplori il senso del sintomo, ma anche e soprattutto il suo scopo: cioè, cosa significa mettersi alla guida e da cosa si protegge nel non farlo?
Se le andasse di parlarne, sono a disposizione.
Un caro saluto
Dott.ssa Ilaria Incoronata Viggiani
Psicologo clinico, Psicologo
Chieti Scalo
Salve, la ringrazio di aver condiviso un vissuto così doloroso. Capisco lo sconforto e la stanchezza dopo vent'anni passati a cercare una soluzione, investendo energie in tanti tentativi che non hanno portato il sollievo sperato. È del tutto naturale chiedersi se l'EMDR possa aiutarla, anche se non le viene in mente alcun trauma specifico. Tuttavia, dopo aver provato diverse tecniche focalizzate sul sintomo, forse la chiave non è cercare una strategia per "cancellare" la paura, ma provare a guardarla con una curiosità nuova. Questo blocco, per quanto doloroso, potrebbe essere il modo in cui una parte di lei cerca di proteggerla da qualcosa di troppo difficile da gestire. Probabilmente potrebbe aiutarla maggiormente un percorso in cui darsi il tempo di comprendere cosa questa paura sta cercando di comunicarle, lasciando aperta la porta a una scoperta più profonda di se stessa.
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Salve, capisco la fatica e probabilmente anche la frustrazione che può esserci dietro le sue parole. Quando una paura dura da così tanti anni e si ha la sensazione di aver già provato “di tutto”, è comprensibile arrivare a sentirsi scoraggiati o quasi senza più fiducia nella possibilità di stare meglio. Inoltre, l’amaxofobia non riguarda soltanto il guidare in sé, ma spesso finisce per limitare libertà, autonomia, spontaneità e qualità della vita, portando la persona a organizzare giornate, spostamenti e scelte attorno alla paura. Il fatto che lei non ricordi un trauma specifico non esclude necessariamente che l’EMDR possa essere utile, ma credo sia importante fare una riflessione più ampia. Molto spesso si pensa che una difficoltà debba per forza nascere da un singolo evento traumatico evidente, mentre nella realtà clinica capita frequentemente che certe paure si sviluppino in modo più graduale, attraverso accumuli di tensione, esperienze emotive, momenti di vulnerabilità o particolari modalità di interpretare le sensazioni fisiche e mentali. Da ciò che scrive, la paura è comparsa intorno ai 30 anni. Questo è un elemento interessante, perché suggerisce che forse in quel periodo della sua vita qualcosa, anche non necessariamente legato alla guida in modo diretto, possa aver modificato il suo senso di sicurezza, controllo o vulnerabilità personale. A volte il problema non è “la macchina” in sé, ma ciò che la guida rappresenta inconsciamente per la persona: perdita di controllo, possibilità di stare male, paura di sentirsi intrappolati, timore di non riuscire a gestire certe sensazioni corporee o mentali. In ottica cognitivo comportamentale, infatti, si cerca di comprendere non solo il sintomo finale, ma il funzionamento che lo mantiene nel tempo. Dopo vent’anni di paura è molto probabile che si siano creati automatismi profondi. Il cervello, nel tempo, può aver imparato ad associare certe situazioni di guida a uno stato di allarme, e ogni evitamento, controllo o tentativo di “proteggersi” rischia involontariamente di rinforzare questo circuito. Per questo motivo non credo sia utile ragionare soltanto in termini di “quale tecnica funziona”, ma anche di come è stato affrontato il problema nei vari percorsi precedenti. A volte le persone arrivano in terapia molto concentrate sull’eliminare immediatamente l’ansia, mentre il lavoro più importante diventa comprendere il rapporto che hanno costruito con quella paura nel corso degli anni. Non è raro che, dopo così tanto tempo, la fobia finisca quasi per intrecciarsi con il modo in cui la persona percepisce se stessa, le proprie capacità e il proprio senso di sicurezza. L’EMDR potrebbe essere uno strumento utile in alcuni casi, anche senza un trauma eclatante, soprattutto se emergessero esperienze emotive rimaste molto attive dentro di lei oppure ricordi associati a sensazioni di impotenza, paura o perdita di controllo. Però eviterei di viverlo come “l’ultima speranza” o come una tecnica magica che da sola possa risolvere una sofferenza costruita e mantenuta nel corso di vent’anni. Spesso il punto centrale è trovare uno spazio terapeutico in cui sentirsi davvero compresi nel proprio funzionamento, senza sentirsi sbagliati o “irrecuperabili” perché altri percorsi non hanno portato i risultati sperati. Il fatto stesso che lei continui a cercare una strada, nonostante tutta la stanchezza accumulata, dice anche che una parte di lei non ha smesso di desiderare una vita meno condizionata dalla paura. Questo aspetto è importante. Credo che potrebbe esserle utile un percorso che non si concentri solo sul sintomo “guidare sì o no”, ma che esplori più a fondo come lei reagisce all’ansia, quali pensieri si attivano, cosa teme davvero quando si trova in certe situazioni e quali strategie ha sviluppato negli anni per sentirsi al sicuro. A volte proprio quelle strategie, comprensibilmente messe in atto per proteggersi, finiscono però per mantenere il problema. Non significa che il cambiamento sia semplice o rapido, soprattutto dopo molto tempo, ma neppure che il fatto di non aver trovato beneficio finora significhi che non esista un modo diverso di lavorare sulla sua sofferenza. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Salve,
l’amaxofobia, cioè la paura intensa di guidare o di stare in auto, può diventare molto invalidante e spesso, dopo tanti tentativi terapeutici senza i risultati sperati, è comprensibile sentirsi scoraggiati. Tuttavia, il fatto che finora le terapie non abbiano funzionato come desiderava non significa che non sia possibile trovare un approccio più adatto alla sua situazione specifica.

Per rispondere alla sua domanda: sì, l’EMDR può essere utile anche quando non si ricorda un trauma evidente. Molte persone associano il trauma solo a eventi estremi o drammatici, ma in realtà il cervello può registrare come traumatiche anche esperienze apparentemente “normali”, soprattutto se vissute in un momento di forte vulnerabilità emotiva o stress. A volte l’origine della fobia non è legata a un singolo episodio chiaro, ma a un accumulo di esperienze, stati d’ansia, sensazioni corporee o eventi di vita che il sistema nervoso ha associato alla guida o alla perdita di controllo.

Inoltre, l’EMDR non lavora esclusivamente sui ricordi traumatici consapevoli: può intervenire anche su:

sensazioni fisiche di ansia o panico;
immagini catastrofiche legate alla guida;
convinzioni profonde (“non ce la faccio”, “potrei perdere il controllo”, “non sono al sicuro”);
esperienze indirette o dimenticate;
episodi di forte ansia avvenuti nel periodo in cui la paura è iniziata.

Il fatto che la sintomatologia sia comparsa intorno ai 30 anni potrebbe anche suggerire che, in quel periodo, ci fossero condizioni di stress, cambiamenti personali o emotivi significativi che hanno contribuito allo sviluppo del disturbo, anche senza un trauma manifesto.

Dopo 20 anni di sofferenza, probabilmente sarebbe importante non concentrarsi solo sulla “tecnica”, ma fare una valutazione clinica approfondita dell’origine e del mantenimento della paura, considerando anche eventuali aspetti legati all’ansia generalizzata, agli attacchi di panico, al bisogno di controllo o a vissuti emotivi più profondi.

L’EMDR, integrato in un percorso psicoterapeutico strutturato, può essere una possibilità concreta, soprattutto se effettuato da un professionista esperto nei disturbi d’ansia e nelle fobie.

Le consiglierei quindi di approfondire la situazione con uno specialista, così da comprendere meglio quali meccanismi mantengano oggi il problema e quale percorso possa essere realmente più efficace per lei.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dr. Francesco Rossi
Psicologo, Psicologo clinico
Ozzano dell'Emilia
Salve, mi sentirei di suggerirle di provare un approccio di terapia psicologica ad indirizzo Psico-Corporeo Integrato con un professionista Psicoterapeuta Funzionale; ciò poiché tale approccio va a modulare contemporaneamente tutti i piani di attivazione dell'individuo (Emotivo, Cognitivo, Posturale e Fisiologico) in modo da consolidare esperienze di efficacia e di benessere personale che non si limitino alla sola consapevolezza o alla messa in atto di comportamenti specifici, bensì al percepirsi e sperimentarsi oggettivamente diversi e più in equilibrio con sé stessi nelle diverse situazioni, anche e soprattutto in quelle che generano in noi maggior ansia e disagio.
Saluti.
Dr. Francesco Rossi.
Dott.ssa Laura Buondonno
Psicologo, Psicologo clinico
Pompei
Nella psicoterapia funzionale l’amaxofobia viene considerata come un’alterazione del funzionamento psicocorporeo, in cui la situazione di guida attiva risposte automatiche di allarme, perdita di controllo e iperattivazione fisiologica. Il trattamento mira quindi non solo alla riduzione del sintomo ansioso, ma al ripristino di condizioni interne di sicurezza, continuità e regolazione emotiva.
Il lavoro clinico integra osservazione delle attivazioni corporee (tensione muscolare, respirazione, tachicardia, ipervigilanza), esplorazione dei vissuti emotivi associati e graduale esposizione alle situazioni temute. Vengono utilizzate tecniche di respirazione, rilassamento, consapevolezza corporea, lavoro sul tono muscolare e immaginazione guidata, con l’obiettivo di ridurre l’attivazione neurofisiologica e modificare le memorie emotive implicite associate alla guida.
L’esposizione avviene in modo progressivo e regolato, rispettando le possibilità della persona, per favorire il recupero di senso di efficacia, controllo e fiducia nelle proprie capacità di gestione della situazione.

Dott.ssa Claudia Esposito
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno,
grazie per aver condiviso la sua esperienza.
Bisogna considerare l'amaxofobia come un sintomo avente radici profonde che affondano nella sua storia di vita e nel suo modo abituale di leggere le situazioni, a prescindere dalla tecnica psicoterapica utilizzata, inoltre potrebbe considerare di rivolgersi ad un professionista avente una formazione specifica in Psicologia del Traffico.
Se lo desidera rimango a disposizione per ulteriori chiarimenti.
Un caro saluto,
Dott.ssa Claudia Esposito
Dott.ssa Cristiana Coco
Psicologo, Psicologo clinico, Psicoterapeuta
Milano
Salve, l’EMDR potrebbe essere una possibilità da valutare anche se non ricorda un trauma specifico. Non sempre una fobia nasce da un evento traumatico evidente.
La paura può svilupparsi attraverso un’associazione diretta (un’esperienza vissuta personalmente come molto stressante o spaventosa) oppure indiretta (racconti, esperienze osservate, periodi di stress o collegamenti creati nel tempo tra guida e paura).
L’EMDR non richiede necessariamente un trauma già identificato: può essere utilizzato anche per esplorare eventuali origini del disagio e comprendere i fattori che oggi lo mantengono.
Dott.ssa Barbara Lolli
Psicologo, Psicoterapeuta
Casalecchio di Reno
Buongiorno mi contatti pure al mio cellulare o alla mail, io pratico l EMDR da ormai circa 20 anni e ha dato risultati ottomi
Buonasera, grazie innanzitutto per la sua condivisione. Alla base di una fobia non vi è necessariamente un trauma da trattare con tecniche specifiche, anzi. Spesso tendiamo a voler rimuovere la causa radice del sintomo, tuttavia, nella compassion focused therapy, si lavora sul so-stare con ciò che c'è alla base del sintomo, arrivando a conviverci e ad accettare, seppur dolorosamente, l'esistenza di quella parte di noi. Le auguro di trovare la sua strada, a presto!
Dott.ssa Ilaria Visone
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Pomigliano d'Arco
Salve si potrebbe essere utile un approccio emdr, poiché l'accesso diretto ai ricordi talvolta può essere difficile. La terapia emdr utilizza una capacità del cervello di rielaborare i ricordi, grazie alla guida del terapeuta, che permette di rimettere insieme "frammenti" (immagini, sensazioni ecc) e costruire una nuova consapevolezza meno dolorosa di ciò che ci è accaduto. Spero di esserle stata d'aiuto.
Dott. Federico Bartoli
Psicologo, Psicologo clinico
Prato
Buongiorno, penso che lei potrebbe provare un approccio psicodinamico o sistemico relazionale, dato che non figurano tra quelli che ha citato e possono aiutarla ad affrontare il problema da prospettive diverse rispetto.

Rimango a disposizione

Dott. Federico Bartoli
Carissimo utente, piuttosto che focalizzarmi su una modalità, una teoria, una tecnica terapeutica, prova a intraprendere un percorso nel quale provi a prenderti carico di te, della tua esperienza, del tuo modo di emozionarti. Nello specifico io seguo un approccio fenomenologico, approccio che cerca di aiutare la persona ad appropriarsi del proprio modo di fare esperienza. Non sempre alla base di un disagio ci deve essere un trauma: talvolta eventi che non sono apparentemente eclatanti hanno un impatto sulla nostra vita e ci accompagnano con uno "stile" di stare al mondo che diventa nostro, spesso malgrado noi. Qualora desiderasse provare ad intraprendere un percorso di questo genere, io seguo percorsi di psicoterapia anche online, prenotabili direttamente qua. La aspetto, cordialmente, Dott.ssa Sara Torregrossa
Dr. Vittorio Penzo
Psicologo, Psicologo clinico
Parma
Gentile utente, l'amaxofobia rappresenta una fobia specifica situazionale che, in ottica cognitivo-comportamentale, si mantiene attraverso meccanismi di evitamento e schemi cognitivi disfunzionali, indipendentemente dalla presenza di un trauma identificabile. Il fatto che la TCC classica non abbia prodotto i risultati attesi non significa che l'approccio non sia efficace, ma potrebbe indicare che il protocollo applicato non includesse un'esposizione graduale strutturata e sufficientemente prolungata, elemento centrale del trattamento.

Le suggerirei di valutare un percorso di terza generazione, in particolare ACT, integrato con esposizione enterocettiva e in vivo, lavorando sulla defusione dai pensieri catastrofici e sull'accettazione delle sensazioni fisiologiche dell'ansia. L'EMDR può essere utile anche senza un trauma esplicito, poiché lavora su ricordi e schemi emotivi sottostanti, talvolta non pienamente accessibili alla coscienza.

Considerata la cronicità del quadro, le consiglio di rivolgersi a uno psicoterapeuta esperto in disturbi d'ansia, che possa condurre una valutazione funzionale approfondita prima di scegliere l'intervento più adatto al suo caso specifico.

Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Dott.ssa Oxana Panetta
Psicologo
Laureana di Borrello
Salve,
Capisco perché tu stia cercando ancora una strada diversa dopo così tanti tentativi. Vent’anni di evitamento, fatica e delusioni terapeutiche possono portare a pensare “forse non c’è soluzione per me”, ma il fatto che alcuni approcci non abbiano funzionato non significa che il problema sia intrattabile. Nell’Amaxophobia spesso il punto non è “trovare la tecnica giusta” in astratto, ma capire come si è organizzata la paura nel tuo sistema nervoso e nella tua vita nel corso degli anni.
Riguardo alla tua domanda: sì, l’EMDR può essere utile anche quando non c’è un trauma evidente o un incidente stradale preciso da ricordare. L’EMDR a volte aiuta: non tanto perché “scova un trauma nascosto”, ma perché lavora sulla rete emotiva e sensoriale che si attiva quando pensi di guidare.
Detto questo, vorrei essere molto onesta su un punto clinico importante: dopo 20 anni, spesso il problema non è più soltanto la fobia iniziale. La paura può essere diventata una modalità automatica del sistema nervoso. In questi casi serve un lavoro molto graduale, integrato e spesso più lento di quanto promettano alcune terapie focalizzate sulla “risoluzione rapida”.Un’altra cosa importante: se le terapie precedenti ti hanno fatta sentire forzata, giudicata, o continuamente esposta senza sentirti sicura, il tuo sistema nervoso potrebbe essersi irrigidito ancora di più. Non significa che tu “resista” alla terapia. Significa che probabilmente hai bisogno di un approccio molto regolativo e rispettoso dei tempi.E aggiungo una cosa importante: il fatto che la paura sia iniziata a 30 anni non la rende “meno curabile”. Molte fobie dell’età adulta compaiono in fasi di vita in cui il sistema nervoso supera una soglia di stress o vulnerabilità, anche senza eventi spettacolari.
Resto a disposizione
Cordiali Saluti
Dott. Luca Liccardo
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Marano di Napoli
Salve, dopo molti anni di sofferenza e diversi tentativi terapeutici senza i risultati sperati è comprensibile sentirsi scoraggiati e chiedersi quale altra strada possa essere utile. L’EMDR viene spesso associato ai traumi, ma non è necessario ricordare un singolo evento traumatico evidente perché possa essere preso in considerazione, infatti, in alcuni casi può essere utilizzato anche per lavorare su esperienze emotive, apprendimenti di paura, vissuti di vulnerabilità o situazioni che nel tempo hanno contribuito a mantenere ansia e blocchi, anche quando l’origine non è immediatamente chiara. Detto questo, più che il nome della tecnica in sé, può essere importante una valutazione approfondita del funzionamento specifico della sua amaxofobia dopo 20 anni, infatti, potrebbe essere utile comprendere meglio quali fattori oggi mantengono il problema (anticipazione ansiosa, evitamento, sensazioni corporee, bisogno di controllo, pensieri catastrofici, esperienze pregresse). In alcuni casi, integrare approcci diversi o riformulare il problema clinico può fare la differenza. Il fatto che continui a cercare una strada, nonostante la fatica, è già un elemento importante da valorizzare.
Un caro saluto.
Dott.ssa Nunzia D'Anna
Psicologo, Psicoterapeuta
Milano
Di solito la paura di guidare può essere collegata ad alcuni temi esistenziali, che vanno compresi e sbloccati in terapia. In realtà non le direi che un approccio sia meglio dell'altro nel suo caso. E no, non è detto che ci sia un trauma. Mi chiederei piuttosto cosa succedeva nella sua vita quando il sintomo è iniziato e cosa lo tiene attivo ancora oggi a distanza di tutti questi anni. Sicuramente c'è il tema dell'autonomia da valutare e da collegare ai vari suoi assetti (organizzativi e relazionali). L'EMDR potrebbe andare bene per desensibilizzare più che altro le sensazioni che ha quando è alla guida. Ma un bravo clinico deve accompagnarla a comprendere il senso profondo del sintomo. Solo così può davvero sbloccarlo.
Gentile P., dalla sua descrizione emergono alcuni elementi importanti, ma ne mancano altri che sarebbero utili per comprendere meglio il quadro: la sua età attuale, il contesto di vita, le relazioni significative, così come la durata e l’andamento dei percorsi terapeutici già intrapresi. Tutti aspetti che, in un’ottica sistemico relazionale, aiutano a dare senso all’esordio e al mantenimento della paura. L’EMDR è certamente uno strumento valido, soprattutto quando è presente un evento traumatico riconoscibile, ma può essere utilizzato anche in modo più ampio. Tuttavia, dopo tanti tentativi che non hanno portato il sollievo sperato, ciò che davvero fa la differenza non è tanto "provare un'altra tecnica", quanto inserirla in un percorso che tenga conto della sua storia, delle sue risorse e del modo in cui la paura si è intrecciata con la sua vita negli anni.
Per questo le suggerisco di valutare un consulto psicologico approfondito, che possa aiutarla a orientarsi e a individuare l’approccio più adatto a lei in questo momento.
Un caro saluto,
Dott.ssa Maria Pia Catanzariti
Dott. Stefano Zanetti
Psicologo, Psicologo clinico
Bologna
Non credo che l'EMDR possa fare qualcosa su una fobia di cui non ricorda un origine traumatica. Provi un percorso psicodinamico, le serve scavare nella sua parte inconscia.
In bocca al lupo.
Dr. Vincenzo Lucifora
Psicologo, Professional counselor
Torino
La ringrazio per aver condiviso la sua storia, che porta con sé il peso di vent'anni di tentativi, speranze e, purtroppo, frustrazioni. Convivere per così tanto tempo con l'amaxofobia e sentire che nessun approccio – seppur valido come la terapia strategica, la cognitivo-comportamentale o l'ipnosi – abbia funzionato, può far sentire stanchi, scoraggiati e senza via d'uscita.

Voglio subito rassicurare su un punto fondamentale: il fatto che queste terapie non abbiano sbloccato la situazione non significa che il Suo problema sia incurabile, ma semplicemente che non è stato ancora toccato il livello profondo in cui la paura si è radicata.

Riguardo alla sua domanda sull'EMDR: SI, può essere d'aiuto.
Molti pensano che l'EMDR serva solo per grandi traumi (incidenti, lutti, aggressioni). In realtà, l'EMDR lavora benissimo anche per piccole situazioni ripetute, atmosfere familiari opprimenti o momenti di sovraccarico emotivo che il cervello non è riuscito a elaborare.

Vorrei condividere con Lei il mio punto di vista:
Guidare l'automobile rappresenta simbolicamente la capacità di "guidare la propria vita", di decidere la propria direzione in piena autonomia e di allontanarsi dal proprio "nido" o territorio di origine.
Cosa è successo nella sua vita intorno ai 30 anni? Spesso questa età coincide con bilanci importanti, matrimoni, nascite, o la sensazione di dover "viaggiare da soli" verso l'età adulta. L'amaxofobia potrebbe essere il tentativo biologico del suo inconscio di dire: «Fermati, non andare oltre, restare qui è più sicuro». La paura blocca l'auto per bloccare, in realtà, un movimento evolutivo della sua vita che allora spaventava.
Nella Psicoterapia Funzionale, sappiamo che l'amaxofobia altera profondamente le "esperienze di fondo" come la Calma, il Lasciare andare e la Fiducia. Quando si mette al volante, il suo sistema neurovegetativo va in "allarme rosso" prima ancora che lei possa formulare un pensiero logico. Sono convinto che dopo vent'anni di tentativi, lei ha bisogno di un approccio che non sia l'ennesima "tecnica da applicare", ma un percorso globale che rimetta insieme mente, corpo e storia biologica. Per questo motivo, lascio la mia disponibilità per fissare un primo appuntamento per ragionare insieme su un percorso integrato
Un cordiale saluto,
Vincenzo Lucifora
Dott. Mattia Moraschini
Psicologo, Psicologo clinico
Fano
Salve, posso immaginare come si sente dopo cosi tanti tentativi. Il consiglio che le do è di provare a lavorare con un professionista sul come mai tutti questi differenti percorsi non hanno funzionato, in quanto ci sono molte strade che posso portare nello stesso punto, ovvero lo stare meglio, e se non ci si arriva con nessuna il perchè risulta la domanda più importante.
Dott.ssa Francesca Savoia
Psicologo, Psicologo clinico
Asti
Buongiorno, se avesse piacere di provare un percorso psicoanalitico provi a contattarmi.
Ritengo sia importante analizzare insieme l'origine di questo problema e individuare all'interno della sua storia personale cosa sia accaduto e quali meccanismi inconsci abbiamo scatenato questo sintomo.
Saluti,
Dott.ssa Francesca Savoia

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