Volevo ringraziare i Dottori che hanno fornito risposte molto giuste e sensate al problema che sto v

25 risposte
Volevo ringraziare i Dottori che hanno fornito risposte molto giuste e sensate al problema che sto vivendo e che mi causa ansia e malessere, e angoscia. Non escludo di aver bisogno di essere aiutata poichè l'ansia mi causa anche disturbi fisici con cui ho iniziato a convivere quando ero molto giovane e che ora si riaffacciano con senso di instabilità nel camminare e difficoltà ad addormentarmi. Per lunghissimo tempo ho intrapreso una terapia di tipo cognitivo/comportamentale che, se non mi ha messa in grado di costruire una vita sentimentale per me soddisfacente mi ha tuttavia fornito una fortissima spinta verso cambiamenti che poi sono avvenuti in me, dandomi la possibilità di restare in piedi da sola. Ciò che mi è accaduto oggi e che ho raccontato, è l'esempio di come, da persona sempre ipercontrollata nel manifestare emozioni e sentimenti, io per la prima volta nella vita mi sia "lasciata andare". Non me ne pento, poichè se non l'avessi fatto, oggi, anzichè convivere con i rimorsi, mi sarei trovata a fare i conti con i rimpianti. Avevo scritto ancora per chiarire alcuni punti che a voi non sembravano più di tanto esplicitamente espressi, ma non potevo, ci sono regole da osservare nei forum, le mie considerazioni non è stato ritenuto potessero essere pubblicate ed ovviamente mi attengo alle regole dei moderatori. Ma non so come formulare diversamente le domande, le mie parole sono da qualcuno di Voi state definite perfino delicate ed io ho cercato di esprimermi rispettando l'anonimato. Sono consapevole che in qualche modo devo uscire da una situazione che mi crea disagio e malessere profondo e forse in questo riconoscerete il problema che ho esposto e che gentilmente è stato pubblicato. Ma prima di prendere una decisione al riguardo ritengo sia necessario prendermi ancora un po' di tempo, non fare passi avventati di cui potrei pentirmi in seguito, soprattutto trovare modi e parole giuste nel caso dovessi ancora comunicare con questa persona, ribadendo le mie necessità e..stare a guardare. Sono diventata una persona ancora più fragile, timorosa di rapportarsi ancor peggio che in passato, di dire la cosa sbagliata, di discutere. Vivo cioè in stato di soggezione dal punto di vista psicologico. Forse ora mi riconoscerete, siete stati tutti bravissimi nel rispondermi ma anche nella ricerca di un terapeuta continuo a privilegiare la figura maschile perchè in essa è contenuto il mio problema. Le donne hanno fornito risposte molto precise e puntuali, impeccabili, direi, dal punto di vista della competenza professionale. Non me ne vogliano dunque le dottoresse bravissime (almeno due in particolare) che mi hanno perfino ringraziato dell'opportunità che fornivo loro raccontando la mia esperienza. Sono io, a ringraziare loro. Ma anche nella scelta del terapeuta che mi seguì in passato scelsi una figura maschile. Forse ciò ha un significato. Per me, e magari sbaglio, una terapeuta ragiona da...donna e dunque non molto diversamente da me che pure lo sono. Ed io ho bisogno di confrontarmi con una figura maschile accogliente e comprensiva, per poter meglio capire. Spero che ora riconosciate il mio problema, spero di non essere ancora censurata, ma se anche lo fossi ringrazio anche i moderatori.
Dott. Davide Martinelli
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Si sente, in quello che scrive, quanta strada abbia già fatto e quanta consapevolezza ci sia nel suo modo di guardarsi. Non è affatto scontato riuscire a dire “mi sono lasciata andare e non me ne pento”, soprattutto per una persona che per tanto tempo ha vissuto nel controllo. Questo, al di là della sofferenza che oggi sente, è un passaggio importante, quasi una soglia: qualcosa dentro di lei ha iniziato a muoversi in modo diverso.

Allo stesso tempo, però, è come se questo movimento l’avesse esposta molto di più. Prima il controllo la proteggeva, magari al prezzo di sentirsi trattenuta; ora che ha allentato quella difesa, si trova più vulnerabile, più esposta al dubbio, al timore di aver sbagliato, alla paura del giudizio e della perdita. È una fase molto delicata, perché si è un po’ “tra due mondi”: non più come prima, ma non ancora stabile in questo nuovo modo di sentire e di stare nelle relazioni.

Quando dice di vivere in uno stato di soggezione psicologica, questo è un punto molto significativo. Le faccio una domanda che può aiutarla a orientarsi meglio dentro ciò che sta vivendo: quando pensa a questa persona con cui ha avuto questo scambio, cosa sente esattamente dentro di sé? Più paura di perderla o più paura di esporsi ancora? Perché a volte queste due paure si intrecciano e rendono difficile capire come muoversi.

Lei parla anche della necessità di prendersi tempo, di non fare passi avventati, di trovare le parole giuste. Questo è molto saggio. Ma le chiedo: questo “tempo” la sta aiutando a chiarire, oppure la tiene sospesa, in una sorta di attesa che alimenta l’ansia? Perché c’è una differenza sottile tra il tempo che cura e il tempo che blocca.

Mi colpisce molto anche il fatto che senta il bisogno di rivolgersi a una figura maschile per comprendere meglio. Non è affatto un dettaglio secondario, anzi. Probabilmente, come intuisce lei stessa, lì c’è qualcosa di importante della sua storia relazionale. Non è tanto una questione di “gli uomini capiscono meglio gli uomini”, ma di che tipo di esperienza emotiva cerca in quella figura maschile: accoglienza, riconoscimento, forse uno sguardo che in passato è mancato o è stato incerto.

Le viene da chiedersi, se si ferma un attimo su questo punto: cosa rappresenta per lei una figura maschile accogliente? Che cosa dovrebbe darle per farla sentire compresa davvero? E ancora: questa ricerca si riflette anche nelle relazioni che costruisce fuori dalla terapia?

C’è poi un altro passaggio molto importante: lei dice di essere diventata più fragile, più timorosa, quasi bloccata dal timore di dire o fare la cosa sbagliata. Qui le farei una domanda molto diretta ma fondamentale: quando nasce in lei questa paura di “sbagliare”, cosa immagina che potrebbe succedere se davvero sbagliasse? Perdere l’altro? Essere giudicata? Sentirsi inadeguata?

Perché spesso non è l’errore in sé a fare paura, ma le conseguenze emotive che immaginiamo.

Il fatto che l’ansia stia tornando anche sul piano fisico, con instabilità e difficoltà nel sonno, è un segnale da ascoltare con attenzione, non con allarme ma con rispetto. Il suo corpo sta dicendo che qualcosa dentro è molto attivo, molto sollecitato.

Lei non è “tornata indietro”. Sta attraversando una fase in cui vecchi equilibri non reggono più e i nuovi non sono ancora consolidati. È una fase scomoda, a tratti dolorosa, ma anche molto fertile se accompagnata nel modo giusto.

E proprio perché si trova in questo passaggio così delicato, credo che l’idea di riprendere un percorso terapeutico sia non solo sensata, ma profondamente coerente con ciò che sta vivendo. Non tanto per “correggere” qualcosa, ma per avere uno spazio in cui poter finalmente esplorare fino in fondo queste dinamiche, soprattutto quelle legate al modo in cui si relaziona e si espone emotivamente.

Se sente che una figura maschile può aiutarla ad aprire questi temi, è giusto che segua questa intuizione. L’importante è che sia una figura con cui possa sentirsi davvero al sicuro, non giudicata, e libera di essere anche nelle sue fragilità.

Se vuole, possiamo anche provare a entrare ancora più nel dettaglio della situazione che sta vivendo adesso con questa persona, capire insieme quali parole potrebbero rappresentarla davvero e come muoversi senza tradire se stessa ma senza nemmeno sentirsi sopraffatta. A volte basta poco, ma quel poco va trovato con molta precisione.

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Dott. Alessandro Rigutti
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentilissima, grazie per aver condiviso il suo pensiero.
Da quello che racconta, capisco ci siano stati precedenti condivisioni di cui, però, purtroppo non ho potuto leggere il contenuto, ma comprendo come stia affrontando un momento delicato e complesso. Per quanto immagino il mio commento non aggiunga molto a quelli precedenti delle mie colleghe e dei miei colleghi, ci terrei comunque a farle arrivare un messaggio di sintonizzazione con quello che sta dovendo affrontare. Lei si è messa già molto in gioco, ha fatto un precedente percorso terapeutico che ha seguito e che ha portato a dei primi importanti risultati e ora si apre alla possibilità di accogliere nuove esperienze e, allo stesso tempo, alla consapevolezza di voler affrontare più in profondità le difficoltà con cui si sta confrontando. Tutto questo è davvero molto importante e ci racconta il percorso che sta facendo. Prendersi il suo tempo oggi, come sottolinea anche lei, non è un venir meno al lavoro fatto in passato, ma un ascolto delle sue disponibilità interne, a livello di energie e di emozioni, che è in grado di poter mettere in campo per affrontare i passi successivi del suo percorso. L'ascolto di sé che dimostra è un altro esempio, a mio parere emblematico, di quanto stia lavorando e abbia lavorato su di sé. Continui ad ascoltarsi e a mettere al centro le sue sensazioni e i suoi vissuti, arriverà poi anche quella spinta ulteriore a riprendere alcuni aspetti su cui sente di voler ancora lavorare.
Le auguro il meglio,

Dott. Alessandro Rigutti
Gent.ma utente,
incorro ora nel suo messaggio, forse non ho letto il precedente. Lei ha la possibilità di scegliere liberamente il tipo di professionista da consultare: è importante che ci sia fiducia e si possa creare un contesto di apertura e trasparenza.
L'approccio che personalmente utilizzo è quello della Psicologia Positiva che consente di abbracciare le proprie emozioni e i propri pensieri con accettazione e spirito critico di osservazione. E' un approccio che consente di lavorare sul circuito vizioso dell'ansia e del disagio in modo strategico con esercizi che migliorano la consapevolezza e la gestione del flusso di pensieri intrusivi.
Sarei lieto di ascoltare la sua storia e fornirle il supporto che sta cercando.
Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
Buonasera,
si percepisce nelle sue parole il bisogno di essere riconosciuta senza essere fraintesa. Da ciò che scrive, però, manca il contesto della domanda precedente, quindi è necessario restare prudenti: non possiamo sapere esattamente quale sia la situazione con questa persona, né quale decisione stia valutando.

Un punto però appare importante. Lei descrive una vita emotiva molto controllata e un momento in cui, forse per la prima volta, si è permessa di lasciarsi andare. È comprensibile che questo la spaventi: quando si è vissuto a lungo trattenendo emozioni e parole, ogni apertura può sembrare insieme liberatoria e pericolosa.

Forse il nodo non è scegliere tra controllarsi sempre o esporsi completamente. Il passaggio più utile potrebbe essere imparare una terza via: dire qualcosa di vero, ma in modo protetto, misurato e rispettoso dei propri tempi. Non cercare le parole perfette, perché spesso la ricerca della formula giusta diventa un altro modo per restare bloccati. Piuttosto, parole semplici, poche, che dicano un bisogno senza trasformarlo in una richiesta di garanzia.

Anche la preferenza per una figura terapeutica maschile può avere un significato, soprattutto se il suo problema riguarda il rapporto con il maschile, il sentirsi accolta, compresa o non giudicata. Non la leggerei come un errore. La leggerei come un’informazione utile. Allo stesso tempo, più che il genere del terapeuta in sé, sarà importante che quella relazione diventi uno spazio in cui lei possa fare un’esperienza nuova: parlare senza sentirsi in soggezione, esporsi senza doversi difendere, essere ascoltata senza perdere se stessa.

Rispetto ai sintomi fisici, come instabilità nel camminare e difficoltà ad addormentarsi, è bene non trascurarli: se persistono o peggiorano, può essere utile confrontarsi anche con il medico, oltre che con uno psicologo.

La piccola svolta, ora, potrebbe essere questa: non decidere tutto subito. Si prenda tempo, ma non usi il tempo solo per rimandare. Lo usi per costruire una frase semplice, un confine chiaro, un passo prudente. Non per evitare il rimpianto o il rimorso, ma per iniziare a scegliere da una posizione meno spaventata.

Resto disponibile, anche online, se desidera comprendere meglio questo passaggio e trovare un modo più sicuro per dare voce a ciò che sente.
Un caro saluto.
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buongiorno, dal suo messaggio emerge una grande lucidità emotiva, anche dentro una sofferenza che sembra molto profonda e stratificata. Si percepisce chiaramente quanto questa esperienza stia toccando punti molto antichi del suo modo di vivere le relazioni, l’espressione delle emozioni e forse anche il modo in cui si è sentita vista, accolta o compresa nel corso della vita. E colpisce molto una frase in particolare: “da persona sempre ipercontrollata nel manifestare emozioni e sentimenti, io per la prima volta nella vita mi sia lasciata andare”. Credo che questo sia un nodo centrale. Spesso, nelle persone che hanno imparato a controllarsi molto, a trattenere, a monitorare continuamente ciò che dicono o mostrano, il lasciarsi andare non viene vissuto come un’esperienza naturale, ma come qualcosa di pericoloso, quasi destabilizzante. Come se mostrarsi autenticamente implicasse il rischio di perdere il controllo, essere feriti, giudicati, respinti o non compresi. E allora può accadere che, anche quando una parte di sé sente il bisogno profondo di esprimersi, di cercare vicinanza o autenticità, subito dopo arrivi un’ondata di angoscia, rimuginio, senso di esposizione e paura di aver “sbagliato”. Nel suo racconto, però, emerge anche un altro elemento importante: nonostante il dolore, lei non sembra pentita di essersi esposta emotivamente. Anzi, riconosce che il rimpianto sarebbe stato forse ancora più difficile da sostenere. Questo non è un dettaglio secondario. Significa che una parte di lei sta probabilmente iniziando a mettere in discussione quel funzionamento iperprotettivo e ipercontrollato che per anni l’ha tenuta al riparo da alcune sofferenze, ma che forse l’ha anche privata di esperienze emotive più spontanee e vitali. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, spesso non è tanto il singolo episodio a generare il malessere più intenso, quanto il significato che la persona attribuisce a ciò che è accaduto. Per esempio: cosa significa per lei essersi lasciata andare? Cosa rappresenta il timore di aver detto qualcosa di sbagliato? Quale idea di sé si attiva quando sente di non avere più il controllo perfetto della situazione relazionale? Sono domande delicate ma molto importanti, perché aiutano a comprendere gli schemi profondi che possono mantenere stati di ansia, soggezione e fragilità relazionale anche nel presente. È molto significativo anche ciò che dice rispetto alla figura terapeutica maschile. Non credo che questo vada letto superficialmente o ridotto a una semplice preferenza. Lei stessa sembra intuire che lì ci sia qualcosa di importante da comprendere. A volte alcune persone sentono il bisogno di confrontarsi con una figura maschile accogliente, stabile e non giudicante proprio perché, nella loro storia emotiva, il rapporto con il maschile può essere stato carico di aspettative, timori, bisogno di approvazione o senso di inadeguatezza. E il fatto che lei riesca a riconoscerlo e ad esprimerlo con questa consapevolezza è già un passo molto rilevante. Mi colpisce anche quando dice di vivere “in stato di soggezione psicologica”. Questa espressione restituisce bene l’idea di una mente continuamente in allerta, come se il rapporto con gli altri fosse accompagnato dal timore costante di sbagliare tono, parole, intenzioni o modalità. Col tempo questo può diventare estremamente stancante, perché porta la persona a monitorarsi continuamente, perdendo spontaneità e sicurezza interna. Il fatto che alcuni sintomi fisici del passato si stiano riaffacciando non è qualcosa da sottovalutare emotivamente. Il corpo spesso diventa il luogo in cui si esprime una tensione psicologica trattenuta molto a lungo. Non significa che “sia tutto nella testa”, ma che mente e corpo sono molto più intrecciati di quanto spesso si pensi. E quando certe dinamiche relazionali riattivano paure profonde, anche il sistema fisico può entrare in uno stato di continua attivazione. Credo che il tempo che desidera prendersi prima di fare scelte o comunicazioni importanti sia prezioso, purché non diventi soltanto una sospensione piena di angoscia e autosorveglianza. A volte fermarsi serve davvero, soprattutto quando si è emotivamente molto coinvolti. Ma può essere utile che questo tempo non venga vissuto soltanto aspettando di “sentirsi sicura”, bensì anche come occasione per comprendere meglio sé stessa, i propri bisogni, le proprie paure e il modo in cui costruisce i legami. Da ciò che scrive, sembra che lei abbia già sperimentato quanto un percorso cognitivo comportamentale possa non soltanto ridurre i sintomi, ma anche produrre cambiamenti profondi nel modo di stare al mondo. Forse oggi il punto non è semplicemente “stare meglio”, ma comprendere più a fondo perché alcune relazioni o alcune dinamiche abbiano un impatto così intenso sulla sua identità emotiva e sul suo senso di stabilità personale. E questo tipo di lavoro, se affrontato con i tempi giusti e con una figura con cui sentirsi davvero compresa, può diventare uno spazio molto importante. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott.ssa Gaia Evangelisti
Psicologo, Psicologo clinico
Genzano di Roma
Salve, la ringrazio per le sue parole e per aver condiviso aspetti così profondi e delicati della sua esperienza. Dalle sue riflessioni emerge una grande consapevolezza di sé, insieme al desiderio di comprendersi senza più negare emozioni e bisogni. È importante che lei riconosca la necessità di prendersi tempo e di non agire in modo impulsivo, rispettando i suoi tempi interiori.

Anche la scelta di orientarsi verso una figura terapeutica maschile può avere un significato importante nel suo percorso e merita di essere ascoltata senza giudizio. Il fatto che oggi riesca a dare voce a ciò che prova, pur nella fragilità e nella paura, rappresenta già un passaggio significativo.

Le auguro di poter trovare uno spazio relazionale accogliente in cui sentirsi compresa e sostenuta.

Un caro saluto.

Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Car* Paziente, non è facile iniziare un percorso psicologico, glielo dico per esperienza personale! All'inizio è normale avere dei dubbi e anche avere delle "pre-impostazioni" secondo le quali può scegliere un terapeuta o una terapeuta. L'importante, e lo dico per lei in modo assoluto, è che inizi questo percorso per arrivare ad avere quante più risposte possibili per poter vivere nel modo che lei desidera... anche per ricominciare ad amare.
Dott. Michele Basigli
Psicologo, Psicologo clinico
Perugia
Quello che emerge dalle sue parole è una grande capacità di introspezione e anche molta lucidità nel descrivere ciò che sta vivendo. Lei non sta parlando soltanto di ansia: sta descrivendo il peso di un equilibrio costruito nel tempo attraverso il controllo emotivo, la paura del rifiuto, il timore di esporsi e, contemporaneamente, il bisogno profondo di essere vista, compresa e accolta.

Il fatto che oggi si sia “lasciata andare” non appare come un cedimento, ma come un momento molto importante della sua storia personale. Comprendo perché lei dica di non pentirsene: per chi ha passato anni a trattenere emozioni e parole, esporsi può essere doloroso ma anche estremamente autentico. E spesso il dolore che segue non deriva tanto dall’aver sentito qualcosa, quanto dalla vulnerabilità che quella verità comporta.

È significativo anche ciò che dice riguardo alla fragilità attuale: il sentirsi in soggezione, il timore di dire la cosa sbagliata, la difficoltà nel confronto, la sensazione di camminare “in punta di piedi” nelle relazioni. Questo stato psicologico può consumare molta energia mentale e, come lei stessa nota, manifestarsi anche fisicamente: insonnia, tensione, instabilità, ipervigilanza corporea. Ansia e corpo spesso parlano insieme.

Mi sembra molto importante anche un altro punto: lei non vuole agire impulsivamente. Vuole prendersi tempo, capire, trovare parole adeguate, osservare ciò che accade dentro di sé e nella relazione con questa persona. Questa prudenza non è debolezza; può essere una forma di tutela emotiva maturata attraverso esperienze che l’hanno resa particolarmente sensibile all’esposizione affettiva.

Riguardo alla scelta di una figura terapeutica maschile, ciò che dice ha senso psicologico e non ha nulla di “sbagliato”. Talvolta scegliamo inconsapevolmente un terapeuta che rappresenti proprio il nodo relazionale che stiamo cercando di comprendere o trasformare. Non significa cercare conferme o dipendenze, ma tentare di vivere un’esperienza relazionale diversa: sentirsi accolti, ascoltati e compresi da quella figura verso cui esiste una particolare vulnerabilità emotiva. Questo, in psicoterapia, può avere un significato molto profondo e utile.

Inoltre, il fatto che lei riesca a riconoscere questi meccanismi, il bisogno di controllo, la ricerca di una figura maschile accogliente, la paura del conflitto, la fragilità nelle relazioni, indica che possiede già una buona consapevolezza di sé. La sofferenza che descrive è reale, ma non c’è nelle sue parole confusione o assenza di riflessione: c’è piuttosto il tentativo faticoso di dare un senso a ciò che prova.

Se posso aggiungere una considerazione: spesso chi è stato molto controllato emotivamente tende a giudicare severamente la propria vulnerabilità, quasi come se il bisogno affettivo fosse un errore o un’esposizione eccessiva. In realtà, poter sentire, desiderare vicinanza, cercare comprensione, non è una debolezza. Diventa doloroso quando tutto questo si accompagna alla paura di perdere sé stessi o di non essere accettati.

L’idea di riprendere un percorso terapeutico sembra una possibilità sensata, soprattutto perché lei stessa riconosce che in passato la terapia le ha permesso cambiamenti importanti. Non necessariamente per “eliminare” ciò che prova, ma forse per aiutarla a vivere le relazioni senza questo continuo stato di allarme e soggezione.

E no, nelle sue parole non c’è nulla di inappropriato o aggressivo. Al contrario, si percepiscono attenzione, misura e sensibilità anche nel tentativo di rispettare gli altri e le regole del contesto in cui scrive.

Le mando un caloroso saluto e rimango a sua completa disposizione.
Dott. Michele Basigli
Perugia
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Gentile utente,
dalle sue parole emerge una grande capacità di introspezione e una consapevolezza importante del proprio funzionamento emotivo. Il fatto che lei riesca a riconoscere il disagio, i segnali dell’ansia e il bisogno di prendersi tempo prima di agire impulsivamente è già un elemento di equilibrio e di tutela verso sé stessa.

Quello che descrive sembra parlare di una sofferenza profonda legata non solo alla situazione attuale, ma anche a modalità relazionali costruite nel tempo: il timore del giudizio, la paura di sbagliare, la difficoltà ad esporsi emotivamente, il bisogno di controllo e, contemporaneamente, il desiderio molto umano di lasciarsi andare ed essere accolta. Quando per anni si è vissuto cercando di controllare emozioni e bisogni affettivi, il momento in cui ci si permette finalmente di esprimersi può risultare molto intenso e destabilizzante, soprattutto se si teme il rifiuto o la perdita.

È molto significativo anche ciò che dice riguardo al “vivere in stato di soggezione psicologica”. Questa sensazione spesso porta la persona a dubitare continuamente di sé, delle proprie parole, delle proprie reazioni e perfino del diritto di esprimere bisogni e desideri. Non è debolezza: è una modalità che può svilupparsi dopo esperienze emotive che hanno reso il rapporto con l’altro fonte di forte insicurezza.

Anche i sintomi fisici che riferisce — insonnia, instabilità, tensione corporea — sono compatibili con uno stato ansioso protratto nel tempo. Il corpo, soprattutto nelle persone molto sensibili e abituate a trattenere le emozioni, spesso diventa il luogo in cui il disagio si manifesta.

Rispetto alla scelta di un terapeuta uomo, non c’è nulla di “sbagliato” o strano. Anzi, il fatto che lei senta il bisogno di confrontarsi con una figura maschile accogliente e comprensiva può avere un significato importante nella sua storia relazionale ed emotiva. In psicoterapia anche questo tipo di scelta può diventare materiale prezioso di comprensione e crescita personale. Non bisogna giudicarsi per ciò che si sente più utile o più sicuro in questo momento.

Mi sembra inoltre importante sottolineare un aspetto: lei non appare una persona incapace di amare o di costruire relazioni, ma una persona molto ferita nella dimensione affettiva e relazionale, che oggi sente maggiormente la propria vulnerabilità. E quando ci si sente fragili, ogni legame può diventare fonte contemporanea di speranza e paura.

Ha ragione a non voler prendere decisioni affrettate. Darsi tempo, osservare ciò che sente, comprendere meglio i propri bisogni e i propri limiti può essere molto utile. Tuttavia, proprio perché questo malessere le provoca sofferenza emotiva e sintomi fisici, credo che sarebbe importante non affrontarlo da sola.

Le consiglierei quindi di approfondire quanto sta vivendo con uno specialista con cui possa sentirsi davvero accolta, compresa e libera di esprimersi senza timore di essere giudicata.

Un caro saluto,
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dr. Vittorio Penzo
Psicologo, Psicologo clinico
Parma
Gentile signora, ho letto con attenzione il suo racconto e apprezzo la lucidità con cui descrive il suo percorso. In ottica cognitivo-comportamentale, la riattivazione di sintomi ansiosi e somatici, come l'instabilità nel camminare o le difficoltà di addormentamento, è spesso il segnale che antichi schemi di ipercontrollo emotivo si stanno rimettendo in moto di fronte a un'esperienza nuova. L'essersi "lasciata andare" non è un errore, ma un dato clinicamente prezioso, indica che è in atto un cambiamento. Un lavoro di TCC mirato su pensieri automatici, regole rigide e credenze sottostanti, integrato con strategie di accettazione e defusione tratte dall'ACT, può aiutarla a tollerare l'intensità emotiva senza tornare a soffocarla. Le suggerisco di valutare un nuovo percorso terapeutico con un professionista in cui senta una buona alleanza, al di là del genere, e di rivolgersi al medico di base per inquadrare i sintomi fisici. La sua capacità di osservarsi è già una risorsa importante.

Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Dott.ssa Maria Teresa Santoro
Psicologo, Psicologo clinico
Palo del Colle
Carissima,
grazie a lei per aver dato seguito alla sua richiesta. A volte crediamo fortemente qualcosa che però, risulta per noi più dannosa. Non cerchi semplicemente una figura maschile. Cerchi un professionista al di là del suo genere. Combatta anche questo: non ragioniamo da donna, ragioniamo da professionisti del benessere. Un grandissimo in bocca al lupo e come dico a tutti: buon cammino
Dott.ssa Eleonora Rossini
Psicologo, Terapeuta, Professional counselor
Forlì
Gentile utente,
nelle sue parole emerge una consapevolezza molto profonda di sé e del momento che sta vivendo. Colpisce il fatto che lei riesca a riconoscere contemporaneamente la fragilità, il dolore e anche la forza che ha avuto nel “lasciarsi andare” emotivamente dopo anni di controllo. Questo passaggio, pur avendola esposta alla sofferenza, sembra aver avuto anche un significato importante: sentirsi finalmente viva, autentica, coinvolta. È molto significativo anche ciò che dice sui rimorsi e sui rimpianti. Spesso chi ha vissuto a lungo nel controllo emotivo teme profondamente l’esposizione affettiva, ma allo stesso tempo soffre enormemente quando sente di non aver vissuto davvero. Lei sembra trovarsi proprio in questo punto delicato: da una parte il bisogno di proteggersi, dall’altra il desiderio di non tornare a una vita “congelata”. Il fatto che oggi l’ansia si esprima anche attraverso il corpo — insonnia, instabilità, tensione costante — non è un segnale di debolezza, ma il modo con cui il suo sistema emotivo sta comunicando una fatica molto intensa e prolungata. E mi sembra importante che lei riconosca di avere bisogno di tempo, senza forzarsi a prendere decisioni immediate o drastiche. In alcuni momenti della vita il primo passo non è “decidere”, ma ritrovare uno spazio interno sufficientemente stabile da permettere poi di capire cosa si desidera davvero.
Molto interessante anche la riflessione sulla scelta di una figura terapeutica maschile. Non è affatto un dettaglio banale né necessariamente “sbagliato”. Spesso la scelta del terapeuta parla dei nostri bisogni relazionali profondi, delle immagini interiori che portiamo dentro, delle parti di noi che cercano comprensione, riconoscimento o riparazione. Lei stessa coglie che forse lì “è contenuto il problema”: ed è già una intuizione preziosa. Questo non significa che una terapeuta donna non potrebbe comprenderla, ma che in questo momento il confronto con una presenza maschile accogliente e non giudicante sembra avere per lei un valore emotivo particolare. Mi colpisce anche la delicatezza con cui continua a porsi, nonostante la sofferenza. Lei appare molto attenta a non invadere, a non ferire, a non esporsi “troppo”, quasi come se dovesse continuamente verificare di avere il diritto di esprimere ciò che sente. E forse una parte del lavoro terapeutico potrebbe riguardare proprio questo: riuscire a stare nella relazione senza sentirsi costantemente in difetto, fuori posto o “troppo”. Credo abbia fatto bene a non agire impulsivamente. Darsi tempo, osservare ciò che prova, capire che tipo di relazione desidera davvero e in che modo vuole essere vista e accolta, è un passaggio importante. E forse, più che trovare subito risposte definitive, oggi il punto è iniziare a trattare la sua sofferenza con meno giudizio e più ascolto.
Le auguro davvero di trovare uno spazio terapeutico in cui sentirsi compresa senza dover continuamente filtrare o censurare ciò che sente. Un caro saluto.
Eleonora Rossini
Dott. Stefano Zanetti
Psicologo, Psicologo clinico
Bologna
Non è stata censurata, e non ne vedo il motivo dal momento dell'umanità e sofferenza che emergono dal suo messaggio nella bottiglia.
Le auguro di trovare il terapeuta adatto a lei, e sono certo lo troverà.
Perseveri.
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Salve,

comprendo le sue esigenze e quali potrebbero essere i suoi bisogni rispetto alla possibilità di esser seguita da un professionista uomo. Nel caso resto disponibile ad accogliere la sua richiesta di aiuto, ricevo anche on line.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Dott. Samuele Venezia
Psicologo clinico, Psicologo
Catania
La ringrazio per la fiducia dimostrata nel condividere una situazione così personale e complessa. Quello che descrive (la sofferenza attuale, i sintomi fisici che si ripresentano, la sensazione di soggezione psicologica) è un quadro che merita attenzione, e il fatto che lei ne sia consapevole è già un punto di partenza importante.
Il percorso cognitivo-comportamentale che ha intrapreso in passato ha evidentemente prodotto risultati solidi: la capacità di "restare in piedi da sola", come lei stessa la descrive, non è un risultato scontato.
Questo suggerisce che ha già le risorse per affrontare anche questa fase, probabilmente con il supporto adeguato.
Riguardo alla preferenza per un terapeuta di genere maschile: è una scelta che ha una sua logica clinica, soprattutto quando la difficoltà centrale riguarda la relazione con una figura specifica.
I sintomi fisici che menziona come l'instabilità nella deambulazione e le difficoltà di addormentamento, indicano che il sistema nervoso sta sostenendo un carico significativo.
Non rappresentano necessariamente un'urgenza, ma è consigliabile non rimandare troppo a lungo una valutazione.
Le auguro di trovare presto il supporto di cui ha bisogno.
Dott. Giorgio De Giorgi
Psicologo, Psicoterapeuta
Bologna
Gentilissima,

Forse il suo problema non è “aver sbagliato qualcosa”, ma stare cercando, con molta sensibilità, un modo nuovo di stare nelle relazioni… senza perdere sé stessa. Se vuole, potremmo provare a esplorarlo insieme.

Mi contatti pure se interessata,

Un caro saluto,

Dottor Giorgio De Giorgi
Dr. Roberto Lavorante
Psicologo, Psicologo clinico
Napoli
Buonasera,
Da quello che descrive può darsi che ciò che sta vivendo oggi non sia soltanto una “fragilità”, ma anche il momento in cui alcune parti di sé, tenute per molto tempo sotto controllo, stanno finalmente trovando uno spazio per esprimersi. Da ciò che scrive emerge una persona molto lucida, riflessiva, capace di osservarsi profondamente e di dare significato alle proprie esperienze, anche quando sono dolorose.
Mi colpisce molto il passaggio in cui dice di essersi “lasciata andare” per la prima volta nella vita. Spesso chi ha vissuto per anni in una posizione di ipercontrollo emotivo sviluppa una grande capacità di stare in piedi da solo, ma al prezzo di una continua tensione interna. Quando poi qualcosa rompe quell’equilibrio, l’ansia può riemergere anche attraverso il corpo, insonnia, senso di instabilità, allerta costante, difficoltà nel sentirsi al sicuro. L’ansia, infatti, non riguarda solo i pensieri ma coinvolge profondamente anche il corpo e le relazioni.
Il fatto che lei non si penta di essersi esposta emotivamente è molto importante. Significa che, nonostante il dolore e la paura, riconosce il valore autentico di quel gesto. E forse oggi il conflitto non è tanto tra “giusto” e “sbagliato”, ma tra il bisogno di proteggersi e il desiderio di essere finalmente vista e accolta per ciò che sente davvero.
Anche il timore di dire la cosa sbagliata, la soggezione psicologica e la difficoltà a sostenere il conflitto raccontano spesso relazioni nelle quali ci si abitua progressivamente a mettere da parte parti di sé pur di mantenere un equilibrio. In ottica sistemico-relazionale, questi vissuti non vengono letti come difetti individuali, ma come modalità che prendono forma dentro le esperienze affettive e i legami significativi della propria storia.
Mi sembra inoltre molto consapevole quando dice di avere bisogno di tempo prima di prendere decisioni. In una fase emotivamente così intensa, rallentare e provare a comprendere ciò che accade dentro di sé può essere più utile che cercare subito una soluzione definitiva.
Infine, il fatto che senta il bisogno di confrontarsi con una figura maschile accogliente e comprensiva merita attenzione e ascolto, non giudizio. Probabilmente lì si intrecciano aspetti profondi della sua storia relazionale e affettiva, e il fatto che lei stessa ne colga il possibile significato è già un passaggio importante. A volte la scelta del terapeuta non è casuale, può raccontare qualcosa del tipo di relazione di cui, in questo momento della vita, si sente maggiormente il bisogno.
Spedo di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Le sue parole parlano di un conflitto che non è solo nell’evento accaduto, ma nel modo in cui esso ha toccato un nodo più antico della sua vita psichica. Qui l’ansia, l’angoscia, la fragilità del corpo e il bisogno di una figura maschile accogliente sembrano intrecciarsi attorno a un tema profondo di fiducia, soggezione e possibilità di affidamento.

Quello che colpisce è che, per la prima volta, lei riconosce di essersi lasciata andare. Questo può essere letto non come una caduta, ma come l’irruzione di qualcosa che la coscienza aveva tenuto a lungo sotto controllo: l’emozione, il desiderio, la ferita, la verità del bisogno. Non sempre il controllo protegge; a volte irrigidisce, e il corpo finisce per dire ciò che la psiche non riesce più a contenere.

La sua scelta di non pentirsi di ciò che ha espresso è importante. I rimorsi guardano all’errore commesso; i rimpianti guardano a ciò che, se represso, avrebbe lasciato una ferita più silenziosa ma più profonda. In questo senso, la sua posizione mostra una dignità interiore: non quella di chi non soffre, ma di chi tenta di non tradire se stessa.

Anche il desiderio di una figura maschile ha un significato psichico da non liquidare. Non si tratta di una semplice preferenza personale, ma della ricerca di un contenitore simbolico in cui possano essere pensati il limite, l’autorevolezza, la protezione e forse anche la parte di sé che chiede di essere riconosciuta senza giudizio. Questo non svaluta le professioniste che l’hanno aiutata; indica piuttosto che il suo problema tocca un complesso più profondo, legato alla relazione con il maschile interiore ed esteriore.

Mi sembra che lei sia in un punto delicato: non deve agire in fretta, ma nemmeno restare prigioniera della paura di sbagliare. La cosa più importante, adesso, è distinguere tra il bisogno di chiarire e l’urgenza di non perdere se stessa. Se l’ansia sta tornando a farsi corpo con instabilità e insonnia, questo merita attenzione reale e non solo riflessione. Un sostegno psicoterapeutico, possibilmente in una relazione che le trasmetta fiducia e misura, può aiutarla a non restare sola dentro questo passaggio.

Il suo messaggio, in fondo, dice una cosa molto semplice e molto seria: lei non vuole più vivere soltanto controllandosi, vuole imparare a stare in relazione senza smarrirsi. Questa è una trasformazione profonda, e richiede tempo, cura e una presenza capace di tenere insieme fermezza e comprensione.
Dott.Luca Bianchi
Dott.ssa Arianna Broglia
Psicologo, Psicoterapeuta
Parma
Buongiorno gentile utente. Hai fatto bene a scrivere questa situazione. Nel leggere le tue parole mi arriva molto chiaramente quanto questo momento per te sia stato importante e anche emotivamente intenso, nel modo in cui ti sei trovata a condividere ciò che stai vivendo.
Mi colpisce il fatto che tu stia cercando di dare senso non solo alla situazione in sé, ma anche al modo in cui ti sei espressa, al tuo “lasciarti andare” dopo tanto tempo in cui ti descrivi come molto controllata sul piano emotivo. Da quello che racconti, sembra che per te questo abbia avuto anche un significato importante, nonostante la fatica che ti ha portato.
Rispetto alla scelta del terapeuta e alla differenza tra figura maschile e femminile, mi verrebbe da soffermarmi non tanto sul genere in sé, quanto su ciò che rappresenta per te nella relazione terapeutica il sentirti accolta, compresa e al sicuro nel poterti esprimere.
Mi arriva anche, tra le righe, una posizione di soggezione nelle relazioni, insieme alla fatica e al timore di esporsi emotivamente, di dire la cosa sbagliata o di entrare in conflitto. Come se fosse molto presente il bisogno di trovare uno spazio relazionale in cui poterti sentire più libera e meno esposta al giudizio.
È comprensibile che tu voglia prenderti del tempo prima di fare passi importanti: quando si attraversano momenti di attivazione emotiva intensa, è naturale sentire il bisogno di non agire in modo impulsivo e di cercare prima di tutto chiarezza dentro di sé.
Un caro saluto, dott.ssa Arianna Broglia
Dott. GILBERTO FULVI
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Gentile Signora, la ringrazio per questo ulteriore messaggio. Leggendola, ho l'impressione che stia attraversando un momento molto delicato, nel quale convivono diversi aspetti: il desiderio di comprendere ciò che le sta accadendo, la necessità di non agire impulsivamente, il bisogno di esprimersi autenticamente e la fatica di sentirsi vulnerabile dopo anni trascorsi a controllare emozioni e sentimenti.

Mi colpisce in particolare quando scrive che, per la prima volta nella sua vita, si è "lasciata andare". Al di là degli esiti della situazione che ha raccontato, questo mi sembra un passaggio importante. Non tanto perché sia giusto o sbagliato ciò che ha fatto, ma perché rappresenta un'esperienza che merita di essere ascoltata e compresa nel suo significato più profondo.

Da una prospettiva fenomenologica e umanista, infatti, il punto di partenza non è stabilire immediatamente cosa fare, né correggere ciò che una persona prova. L'interesse è piuttosto rivolto all'esperienza vissuta: come sta vivendo questa situazione? Che significato assume per lei? Quali emozioni, bisogni, paure e desideri stanno cercando di esprimersi attraverso questa sofferenza?

Nelle sue parole non leggo soltanto ansia o disagio relazionale, leggo anche il tentativo di entrare in contatto con parti di sé che per molto tempo sono rimaste protette, controllate o trattenute, e forse è proprio questo contatto a generare, oggi, tanto timore quanto possibilità di crescita.

Comprendo anche la sua osservazione riguardo alla scelta di una figura terapeutica maschile. Più che chiedersi se sia giusta o sbagliata, potrebbe essere interessante esplorare, insieme, quale significato abbia per lei questa preferenza e quale bisogno esprima. Spesso le scelte che facciamo in terapia raccontano qualcosa di importante della nostra storia e delle nostre relazioni.

Vorrei aggiungere una riflessione sul contesto di questo forum. Gli spazi di consulenza online possono offrire spunti utili, orientamento e punti di vista differenti, ma hanno inevitabilmente dei limiti. La comunicazione è breve, frammentaria e sostanzialmente unidirezionale: il professionista riceve alcune informazioni e risponde, senza poter approfondire, osservare come una persona vive ciò che racconta o costruire insieme un percorso di comprensione.
Il lavoro terapeutico è qualcosa di diverso. È uno spazio protetto nel quale nessuna parte della propria esistenza viene censurata perché i limiti del setting, non sono quelli di una piattaforma. Nel setting terapeutico possono trovare cittadinanza anche i pensieri più contraddittori, le emozioni più difficili, i dubbi, le paure, la rabbia, la vergogna e le fragilità perché il senso emerge gradualmente dall'incontro e dal dialogo delle parti in gioco.
In fondo, se il lavoro psicologico consistesse soltanto nel fornire spiegazioni o consigli, potrebbe essere svolto anche da un sistema esperto o da un'intelligenza artificiale. Ciò che rende unica la psicoterapia è invece la relazione umana, la possibilità di essere ascoltati nella propria unicità e di costruire insieme significati nuovi a partire dall'esperienza vissuta.

Per questo motivo, se sente che il malessere che descrive sta diventando sempre più presente nella sua vita e si accompagna anche a manifestazioni fisiche come quelle che riferisce, potrebbe essere utile concedersi uno spazio terapeutico nel quale poter portare liberamente tutto ciò che oggi sente di non riuscire ancora a dire fino in fondo.

Le auguro di continuare a prendersi il tempo che ritiene necessario per comprendere meglio ciò che sta vivendo, senza forzare decisioni premature ma senza neppure rinunciare alla possibilità di ricevere un aiuto adeguato.

Se vuole, mi piacerebbe poterle essere di aiuto. Un cordiale saluto.
Dott. Lorenzo Pascazi
Psicologo, Psicologo clinico
Guidonia Montecelio
Gentile,
ciò che dice è molto importante, la scelta di iniziare un percorso passa proprio dal poter scegliere come, quando e con chi esplorare ciò che ci accade, ed è una scelta che necessita della massima libertà. Senza dubbio anche le preferenze in termini di terapeuta portano con sé significati che hanno il bisogno di essere esplorati ma con i tempi che solo lei può dettare.

Augurandole il meglio, se dovesse avere bisogno, può sempre contattarmi.
Cordialmente
dott. Lorenzo Pascazi
Buongiorno, sicuramente ha affrontato un percorso che le ha dato tanta consapevolezza. Continui in questa modalità di grande introspezione e si affidi al terapeuta con il quale sente grande sintonizzazione. Cordiali saluti.
Dott.ssa Gioia Zanatta
Psicologo, Psicologo clinico
Treviso
Ho letto e comprendo il suo bisogno di prenderti i suoi tempi per essere sicura delle sue decisioni e soprattutto di fare la scelta che più la faccia sentire a suo agio. Io, non conosco il suo pregresso, ma non è detto che il suo pensiero femminile sia sbagliato.
La ringrazio per aver condiviso con tanta sincerità la sua esperienza. Apprezzo il coraggio nel raccontarsi.
È comprensibile che l’ansia e i sintomi fisici che descrive le causino disagio: la paura, l’instabilità nel camminare e la difficoltà ad addormentarsi meritano ascolto e rispetto. Ha già compiuto un lavoro importante — la terapia cognitivo-comportamentale le ha fornito strumenti che le hanno permesso di restare in piedi e di avviare cambiamenti significativi — e il fatto che oggi si sia “lasciata andare” è un gesto di valore, non un errore.
La sua preferenza per una figura maschile è del tutto legittima e può essere utile tenerla presente nella scelta di un eventuale percorso.

Come tanti altri psicologi e psicoterapeuti, la mia prima seduta è gratuita (anche online) e possiamo comprendere insieme, e in modo più dettagliato, di che tipo di percorso ha bisogno. Non c’è obbligo di un successivo appuntamento, né ad alcun altro impegno successivo. Le auguro anche di provare una seduta con una donna, non si sa mai, che possa essere ancora più interessante o arricchente.
Rimango a disposizione e le auguro un sereno proseguimento di giornata.
L'ansia non necessariamente è una nemica, può essere amica e, in molti casi, è fondamentale per la nostra sopravvivenza. La sua situazione, però, va approfondita e quindi la invito a contattarmi per un colloquio.

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