Buongiorno, mi sono trasferita a 8 mesi in una nuova città con il mio compagno, dopo la stessa lau

Buongiorno, mi sono trasferita a 8 mesi in una nuova città con il mio compagno, dopo la stessa laurea conseguita da entrambi. Lui ha trovato lavoro subito, io no. Negli ultimi due mesi ho avuto una patologia di compressione dello stretto toracico, sono finita in pronto soccorso pensando al peggio ma sto fisicamente bene. Da allora, circa due mesi, ho iniziato ad avere attacchi d'ansia, il mio medico di base mi ha prescritto lo Xanax, che uso quasi quotidianamente da un mese. Inizio a svegliarmi piangendo, a provare sentimenti negativi anche verso le mie due gattine, talvolta violenti ma mai messi in atto. I dolori fisici si spostano, prima la spalla, poi diventa la caviglia, poi il collo, senza criterio nè sforzi che li giustifichino. Mi sono trasferita a Torino, dal sud, sperando di avere più opportunità (ho una laurea in Informatica) eppure mi ritrovo senza un euro, un lavoro, nè la possibilità di fare qualche corso che mi interessi e mi dia gioia. Non riesco neanche a uscire di casa a volte, mi devo sforzare, anche se sto che molto spesso uscendo mi sento meglio. Dormo male, stringo i denti ogni notte, riguardo le stesse serie tv ogni giorno per sostituire i pensieri distruttivi. Sento le ambulanze passare ogni 5 minuti o quasi, i corvi che gracchiano, i bambini urlare fuori dalla finestra e mi sembra di impazzire. Sto pensando di tornare giù da mia mamma, ma a 29 anni mi sembra un fallimento. Ho pensato ad autismo, ADHD, depressione ma ovviamente non so cosa ho, se ho qualcosa, o se sto solo lentamente impazzendo. Ho paura

38 risposte


Buongiorno, e grazie per aver scritto. Prima di rispondere alle singole cose che ha descritto, voglio fermarmi su un elemento che ha citato: i sentimenti negativi verso le sue gattine, talvolta violenti anche se mai messi in atto. Le chiedo con delicatezza, come sta davvero in questo momento? Ci sono anche pensieri negativi rivolti verso sé stessa? Le chiedo perché quello che descrive nel complesso, il pianto al risveglio, l'isolamento, i dolori che si spostano, il non riuscire ad uscire, lo Xanax quasi quotidiano da un mese, è un quadro che merita attenzione. Riguardo al tornare da sua madre: farlo a 29 anni non è un fallimento. È una scelta concreta di prendersi cura di sé in un momento difficile. Molte persone hanno bisogno di una rete di supporto vicina quando attraversano periodi così intensi, e avere qualcuno di familiare accanto può fare una differenza enorme. Lo Xanax quotidiano da un mese è inoltre qualcosa di cui parlare al più presto con un medico, non perché sia sbagliato averlo usato, ma perché nel tempo crea dipendenza e non risolve la radice del problema. La invito a contattarmi direttamente, voglio capire come sta davvero e come posso aiutarla nel modo più utile. Un saluto

Ottieni una risposta grazie al consulto online

Hai bisogno del consiglio di uno specialista? Prenota un consulto online: riceverai tutte le risposte senza uscire di casa.


Buongiorno, da quello che racconti non emerge l’immagine di una persona “impazzita”, ma di una persona molto sotto pressione da troppo tempo, che probabilmente sta attraversando una combinazione di ansia intensa, stress da cambiamento e possibile esaurimento emotivo. In meno di un anno hai affrontato contemporaneamente: - un trasferimento importante dal Sud a Torino; - la perdita dei riferimenti familiari e ambientali; - l’ingresso incerto nel mondo del lavoro; - il confronto quotidiano con il fatto che il tuo compagno abbia trovato stabilità prima di te; - un problema fisico che ti ha fatto temere seriamente per la tua salute; - isolamento, precarietà economica e frustrazione professionale. Il cervello e il corpo hanno un limite di carico. A volte non “crollano” durante l’evento difficile, ma dopo, quando l’adrenalina iniziale si abbassa. È molto frequente che un accesso al pronto soccorso o una paura intensa per la salute diventino il punto di innesco di un disturbo d’ansia: da lì il sistema nervoso resta iperattivato e comincia a interpretare ogni sensazione come minaccia. I dolori che cambiano sede, il bruxismo notturno, il pianto al risveglio, la difficoltà a uscire, il bisogno di distrarti continuamente con serie già viste, l’ipersensibilità ai rumori (ambulanze, corvi, urla) sono tutti segnali compatibili con uno stato di forte sovraccarico psicofisico. Non significano automaticamente autismo, ADHD o “pazzia”. Quando stiamo molto male, il cervello cerca spiegazioni ovunque, e oggi è facile identificarsi in decine di etichette lette online. Anche i pensieri aggressivi verso le tue gattine meritano una precisazione importante: avere pensieri violenti indesiderati non significa voler fare del male. Nelle condizioni di ansia intensa o depressione possono comparire pensieri intrusivi molto disturbanti proprio perché sono contrari ai propri valori. Il fatto che ti spaventino e che tu non voglia metterli in atto è clinicamente molto diverso da avere un’intenzione reale. Mi colpisce soprattutto una frase: “uscendo mi sento meglio”. Questo è un segnale prezioso. Significa che una parte del tuo sistema nervoso riesce ancora a regolarsi quando interrompi l’isolamento e torni nel mondo reale. L’ansia tende a convincerci che stare chiusi e controllare tutto sia più sicuro, ma spesso alimenta il problema. Sul piano farmacologico, lo Xanax può aiutare a ridurre l’intensità acuta dell’ansia, ma se lo stai usando quasi ogni giorno da un mese è importante che il percorso venga monitorato bene dal medico o, meglio ancora, da uno psichiatra. Le benzodiazepine funzionano nel breve termine, ma non risolvono la radice del problema e a lungo andare possono creare dipendenza psicologica o peggiorare la sensibilità ansiosa. La cosa che ti consiglierei più seriamente è di non affrontare questa situazione da sola. Non perché tu sia “grave”, ma perché sei già in una fase in cui: il funzionamento quotidiano si sta restringendo; il sonno è compromesso; il pensiero sta diventando molto catastrofico; il corpo sta somatizzando molto; stai iniziando a percepire te stessa come un fallimento. Questa è esattamente la fase in cui un supporto psicologico può fare davvero la differenza. E riguardo al tornare da tua madre: attenzione a non trasformare una scelta di protezione in un giudizio morale su di te. A 29 anni tornare temporaneamente in un ambiente più contenitivo non definisce il tuo valore, né cancella la tua laurea, le tue capacità o il tuo futuro. Quando una persona è in difficoltà, il cervello interpreta ogni passo indietro logistico come “ho fallito”. Ma nella realtà psicologica, a volte ridurre il carico è ciò che permette di ripartire. Non mi sembra che tu stia perdendo il contatto con la realtà. Mi sembra piuttosto che tu sia molto spaventata, molto stanca e rimasta senza abbastanza appoggi interni ed esterni mentre cercavi di costruirti una vita nuova. E questo può far sentire il mondo assordante, minaccioso e ingestibile. Con un aiuto adeguato, però, questa condizione è trattabile. Molte persone che vivono periodi simili hanno davvero la sensazione di “non riconoscersi più”, eppure riescono gradualmente a recuperare stabilità, sonno, energia e progettualità. Spero di esserti stata d'aiuto, nel capire cosa sta succedendo veramente. Se hai bisogno di altre informazioni, non esitare a contattarmi


Buongiorno, da ciò che descrive l'unica risposta o consiglio che mi sorge è che lei abbia bisogno di aiuto. Da lle righe che scrive è impossibile formulare una diagnosi precisa e forse non è neanche così importante in questa fase. L'importante è trovare un posto dove lei possa affrontare queste sofferenze, un posto di cui si possa fidare per affronatre i suoi nodi interni. In sostanza una terapia. Se ritiene, io posso essere a disposizione. Con cordialità Dario Martelli

Dott. Dario Martelli

Dott. Dario Martelli

psicologo clinico

Torino

Prenota visita

Tornare a casa non sarebbe un fallimento, ma riconoscere di aver bisogno di qualcuno che si occupi di te,in questo momento. Contattare un centro di salute mentale e perchè no richedere una valutazione psicodiagnostica potrebbe essere il primo passo,oltretutto la prescrizione di uno psicofarmco va sempre accompagnata da un supporto psicologico. Non credo che tu stia impazzendo, ma credo che rivolgersi ad un professionista della salute mentale possa aiutarti a far luce in questo momento di difficoltà. In bocca al lupo


Buongiorno, da quello che descrive sembra che negli ultimi mesi si siano sommati molti elementi destabilizzanti: il trasferimento lontano dal proprio contesto di origine, la difficoltà lavorativa, un problema fisico vissuto con forte paura e, successivamente, la comparsa di sintomi d’ansia sempre più invasivi. Nel suo messaggio emerge una condizione di forte sovraccarico emotivo e psicofisico. Gli attacchi d’ansia, l’iperattenzione ai segnali corporei, il sonno disturbato, il bisogno di anestetizzare i pensieri attraverso comportamenti ripetitivi come riguardare sempre le stesse serie, fino alla difficoltà a uscire di casa, fanno pensare a un sistema che in questo momento è in forte stato di allerta e fatica più a regolare emozioni, pensieri e tensioni corporee. Il fatto che i dolori cambino sede e si spostino non significa che siano “inventati”, ma potrebbe indicare proprio quanto il corpo stia partecipando a questo stato di tensione continua. Non credo sia utile, almeno in questa fase, rincorrere da sola ipotesi diagnostiche come autismo o ADHD nel tentativo di trovare una spiegazione definitiva. Potrebbero esserci aspetti preesistenti della sua personalità o del suo funzionamento che oggi stanno emergendo con più forza sotto stress, ma quello che descrive ora sembra soprattutto una situazione di forte vulnerabilità emotiva e di progressiva perdita di equilibrio dopo un periodo molto intenso. Anche il pensiero di tornare da sua madre andrebbe forse guardato in modo meno morale. In questo momento lei tende a leggerlo come un “fallimento”, ma potrebbe anche rappresentare il bisogno di recuperare una base di sicurezza mentre si trova in una fase in cui le sue risorse sembrano molto ridotte. Sono due letture molto diverse. Credo che sarebbe importante non affrontare tutto questo da sola. Una valutazione psicologica più approfondita potrebbe aiutarla a capire meglio cosa sta succedendo, distinguendo ciò che appartiene all’ansia, allo stress accumulato, a eventuali aspetti depressivi o ad altre fragilità presenti già prima di questo periodo. La paura che descrive va presa sul serio, ma non nel senso che lei stia “impazzendo”. Piuttosto nel senso che, probabilmente, il suo sistema emotivo sta segnalando di aver raggiunto un livello di sovraccarico che non riesce più a gestire con gli strumenti che ha usato finora. Un saluto, Dott.ssa Ginevra Pardi


Gentile utente, comprendo il disagio legato a questi episodi, mi dispiace davvero stia vivendo tutto questo. Gli attacchi di panico sono episodi clinici che a causa del loro forte connotato fisico, sono vissuti dalle persone che li sperimentano, con tachicardia, mancanza del respiro, forte paura di perdere il controllo, disagio e a volte anche timore di impazzire. Tuttavia l'attacco di panico si risolve spesso spontaneamente e dura generalmente pochi minuti. Quindi già solo il comprendere che è una cosa passeggera, che ha un termine e nella quale si può imparare a "passarci attraverso", la può aiutare ad alleviare il timore che l'attacco di panico si ripresenti e quindi uscire dal circolo vizioso della "paura della paura dell'attacco di panico". In secondo luogo l'attacco di panico per alcuni filoni terapeutici arriva anche per dirci/suggerirci qualcosa su di noi, di molto profondo. Letto in questo modo, un sintomo all'apparenza molto fastidioso, potrebbe rivelarsi un ottimo alleato per riscoprire qualcosa di noi che non è ancora venuto alla luce. Altresì, dandole una seconda interpretazione di questo sintomo, l'attacco di panico viene a volte per farci riconoscere dei nostri limiti che preservano in certo modo la nostra personalità/interiorità e che noi ci stiamo sforzando di oltrepassare. Sugli altri aspetti da lei citati per una vera e propria diagnosi c'è bisogno ovviamente di un'osservazione diretta e soprattutto di un approfondimento mirato di ciò da lei descritto. Aspetto diagnostico a parte credo possa esserle aiuto, per attraversare questo periodo in modo meno doloroso e più funzionale, affidarsi ad una figura professionale. Spero di esserle stato utile. Rimango a disposizione per qualsiasi cosa.


Salve, da quanto descrive, ritengo opportuno, se non urgente, che cominci un percorso psicologico con uno Psicologo Clinico o uno Psicoterapeuta (meglio se di approccio psico-corporeo integrato come un terapeuta Funzionale, così da poter raccordare anche la sintomatologia fisica con i vissuti emotivi esperiti) che possa, in primis toglierle dei dubbi facendole una eventuale diagnosi, poi accompagnarla nella gestione di quanto emerge, degli stati ansiosi, di umore deflesso, di frustrazione e aggressività che riporta. Saluti. Dr. Francesco Rossi.

Dr. Francesco Rossi

Dr. Francesco Rossi

psicologo

Ozzano dell'Emilia

Prenota visita

Buongiorno, inizio dicendoti che non credo tu stia impazzendo. Hai attraversato tanti cambiamenti e molta paura in poco tempo, e il tuo corpo e la tua mente sembrano essere entrati in uno stato di forte stress. I sintomi fisici, l’ansia, il pianto, l’isolamento e i pensieri che ti spaventano meritano attenzione, ma non significano che tu sia una persona sbagliata. Lo Xanax che stai assumendo può sicruamente aiutarti nel breve periodo, ma visto che stai così male da settimane forse è il momento di chiedere un supporto più strutturato, senza vergogna. La cosa importante è non restare sola dentro questa paura. Penso che in questo momento tu possa aver bisogno di supporto, stabilità e qualcuno che ti aiuti a rimettere ordine nel caos che stai vivendo.


Gentile utente, Potrebbe essere utile capire coma mai il fatto di non riuscire a trovare lavoro le abbia scatenato angosce così profonde. In aiuto alla terapia farmacologica potrebbe essere opportuno iniziare un percorso di psicoterapia volto a ridurre i sintomi e comprendere qual è la causa del suo malessere. Cordiali saluti


Buongiorno, quello che descrive è molto intenso, e purtroppo non è così raro come può sembrare. Ho già sentito situazioni molto simili alla sua: un cambiamento importante come un trasferimento, una fase di incertezza lavorativa, uno spavento fisico forte… e da lì qualcosa dentro si “accende” e inizia a sfuggire di mano. Lei non sta impazzendo. Sta vivendo un momento in cui il suo sistema nervoso è andato in sovraccarico. Provo a restituirle un filo logico, perché adesso è tutto mescolato e questo aumenta la paura. C’è stato prima un cambiamento grande: lasciare il sud, le abitudini, i riferimenti. Poi una difficoltà concreta: non trovare lavoro mentre il suo compagno sì. Questo, anche se non lo si ammette subito, può toccare autostima, sicurezza, senso di direzione. Poi è arrivato lo spavento fisico, il pronto soccorso, il pensiero “sto per avere qualcosa di grave”. E il corpo, da quel momento, ha iniziato a rimanere in allerta. Gli attacchi d’ansia, i dolori che si spostano, il sonno disturbato, il bisogno di distrarsi con le serie per non pensare, la sensibilità ai rumori… sono tutte manifestazioni coerenti con uno stato d’ansia alto e prolungato. Anche quei pensieri negativi, perfino verso le sue gattine, per quanto la spaventino, non definiscono chi è lei: sono pensieri intrusivi, che spesso compaiono proprio quando una persona è molto sotto stress e ha paura di perdere il controllo. Le faccio una domanda importante: quando arrivano questi pensieri o queste sensazioni, la paura più grande qual è? Di stare male fisicamente, o di “perdere la testa”? Perché spesso, in queste situazioni, la seconda paura prende il sopravvento. Rispetto allo Xanax: capisco perché il medico glielo abbia prescritto, può aiutare a tamponare, ma il fatto che lo stia usando quasi ogni giorno da un mese è un segnale che serve qualcosa in più, non solo per spegnere i sintomi, ma per capire e ridurre ciò che li alimenta. Lei sta tenendo insieme tante cose da sola, in una città nuova, con poche risorse attorno in questo momento. È tanto. Il pensiero di tornare da sua madre non è un fallimento. È un bisogno di sicurezza. Poi si può valutare se è la scelta giusta o no, ma il modo in cui lo sta giudicando (“a 29 anni è un fallimento”) è molto duro verso se stessa. In questo momento lei non ha bisogno di dimostrare qualcosa, ha bisogno di ritrovare un minimo di stabilità. Un altro punto importante: quando dice che a volte non riesce a uscire ma che, quando lo fa, sta meglio… questo è un indizio prezioso. Significa che, anche se con fatica, il suo sistema riesce ancora a regolarsi. Non è bloccato. Le chiedo: c’è qualcuno, anche una sola persona, con cui riesce a parlare davvero apertamente di come sta? Il suo compagno, ad esempio, sa quanto sta male? Perché affrontare tutto questo da sola lo rende molto più pesante. Non è necessario darsi una diagnosi adesso (autismo, ADHD, ecc.). In questa fase rischia solo di aumentare la confusione. Quello che si vede è uno stato ansioso importante, con possibile componente depressiva legata alla situazione che sta vivendo. E su questo si può lavorare. Capisco anche il discorso economico sulla terapia, ma esistono servizi pubblici (come i consultori o i centri di salute mentale) dove può accedere con costi molto bassi o nulli. Non per dirle cosa deve fare nella vita, ma per aiutarla a uscire da questo stato in cui si sente intrappolata. Le dico una cosa molto chiara, perché è importante: quello che sta vivendo è reversibile. Non è una condizione definitiva. Adesso però serve iniziare a prendersi cura di questa parte, non combatterla da sola. Se vuole, possiamo anche provare a capire insieme da dove partire concretamente nei prossimi giorni, senza stravolgere tutto, ma dandole un minimo di respiro.


Buongiorno, dal suo racconto emerge una sofferenza molto intensa, che sembra essersi costruita progressivamente attraverso diversi cambiamenti, paure e accumuli di stress emotivo. Il trasferimento lontano dalla sua terra, il trovarsi improvvisamente senza punti di riferimento abituali, la difficoltà nel trovare lavoro nonostante gli studi e le aspettative, il problema fisico vissuto con spavento e il senso di precarietà che ne è seguito sembrano aver creato una condizione in cui il suo sistema emotivo è andato lentamente in sovraccarico. Quello che descrive non dà l’impressione di una persona che “sta impazzendo”, ma piuttosto di una persona molto spaventata, molto stanca e probabilmente da tempo in uno stato di forte allerta interna. Quando il cervello e il corpo rimangono troppo a lungo in una condizione di tensione, può succedere che ogni stimolo venga percepito come invasivo o minaccioso. I rumori esterni, le ambulanze, le urla, i pensieri, i segnali del corpo, persino il silenzio a volte diventano difficili da tollerare. È come se il sistema nervoso perdesse la capacità di “filtrare” e iniziasse a vivere tutto come troppo intenso. Anche il fatto che i dolori sembrino spostarsi nel corpo senza una spiegazione lineare è qualcosa che spesso si osserva quando l’attenzione verso il proprio stato fisico aumenta moltissimo dopo un evento spaventante o stressante. Lei racconta di essere finita in pronto soccorso pensando al peggio. Esperienze di questo tipo possono lasciare una forte traccia emotiva, anche quando poi fisicamente la situazione si ridimensiona. A volte il corpo guarisce più velocemente della mente, che invece continua a rimanere in modalità “pericolo”. Mi colpisce molto il modo in cui parla di sé. Sembra esserci una voce interna molto dura, che interpreta il ritorno da sua madre come un fallimento, che confronta continuamente ciò che lei immaginava per la sua vita con ciò che sta vivendo adesso. Eppure trasferirsi in un’altra città, cercare opportunità, affrontare un cambiamento così grande, non è qualcosa che fanno le persone deboli o senza risorse. In questo momento forse sta guardando sé stessa solo attraverso ciò che sente di non essere riuscita ancora a costruire, senza vedere tutta la fatica emotiva che ha sostenuto. Anche il fatto che uscire di casa spesso le faccia bene, nonostante inizialmente debba sforzarsi, è un elemento importante. Significa che una parte di lei continua a cercare contatto con la vita, con il movimento, con il mondo esterno, anche se la paura e la chiusura tendono poi a riportarla verso l’isolamento e la protezione. Molte persone, quando iniziano a stare male psicologicamente, cercano inconsapevolmente di ridurre tutto ciò che percepiscono come faticoso o destabilizzante. Sul momento questo sembra dare sollievo, ma nel tempo può aumentare ancora di più la sensazione di fragilità e di estraneità dal mondo. Il fatto che lei abbia iniziato a interrogarsi su possibili spiegazioni come autismo, ADHD o altre condizioni è comprensibile. Quando si vive una sofferenza intensa e difficile da decifrare, la mente cerca continuamente una definizione che possa spiegare tutto. Però attenzione a non entrare in una spirale di autoanalisi continua nel tentativo di trovare una risposta definitiva immediata. In questo momento ciò che sembra più importante non è trovare un’etichetta, ma comprendere il funzionamento della sua sofferenza attuale e il modo in cui ansia, paura, isolamento, autocritica e stress si stanno alimentando a vicenda. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, sarebbe molto utile poter esplorare proprio questi meccanismi: come interpreta i segnali del corpo, come reagisce ai pensieri catastrofici, quanto il senso di fallimento influenzi il suo umore, quali comportamenti mantengano viva la paura e quanto stia diventando difficile per lei sentirsi al sicuro, sia dentro che fuori casa. Mi soffermo anche su un punto delicato che ha scritto con molta sincerità: i pensieri negativi o aggressivi verso le sue gattine. Il fatto che questi pensieri la spaventino e che lei precisi di non aver mai agito nulla è importante. Quando una persona è molto sotto pressione psicologica, possono comparire pensieri disturbanti, intrusivi o emotivamente molto lontani da ciò che sente davvero. Spesso fanno ancora più paura proprio perché sono in contrasto con l’immagine che si ha di sé stessi. E il rischio è che più si cerca di controllarli o combatterli, più sembrino invadenti. Credo sinceramente che non dovrebbe affrontare tutto questo da sola. Non perché sia “grave” nel senso catastrofico che forse teme, ma perché sta già vivendo un livello di sofferenza che sta limitando la qualità della sua vita, il sonno, il rapporto con sé stessa e la possibilità di immaginare il futuro con serenità. Un percorso psicologico potrebbe aiutarla non solo a gestire i sintomi, ma anche a capire perché questo momento della sua vita abbia avuto un impatto così forte sulla sua percezione di sé, del corpo e del mondo. E soprattutto potrebbe aiutarla a separare una verità molto importante da una sensazione che oggi sembra dominarla: sentirsi persa non significa essere persa davvero. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero


Buongiorno, leggendo le sue parole arriva tanta fatica e tanta paura, mi colpisce quanto lei stia cercando di reggere tutto da sola da mesi. Un trasferimento, la difficoltà lavorativa, un problema fisico e il sentirsi lontani dai propri punti di riferimento possono diventare un carico emotivo molto pesante. Mi sembra importante che lei non resti sola con tutto questo. Sta già assumendo una terapia prescritta dal medico e descrive un livello di sofferenza che merita uno spazio di ascolto e approfondimento psicologico e/o psichiatrico, non per etichettarla ma per comprendere meglio cosa sta vivendo. Si ricordi che chiedere supporto o anche valutare temporaneamente di riavvicinarsi ai suoi affetti non è un fallimento, a volte è una forma di cura. Un caro saluto, Dott.ssa Claudia Porcu


Buongiorno, quello che descrive potrebbe essere legato a un momento di forte sovraccarico emotivo e fisico, forse scaturito anche dai molti cambiamenti importanti vissuti in poco tempo: il trasferimento, l’incertezza lavorativa, la lontananza dai propri punti di riferimento e l’esperienza spaventante legata alla salute. In queste situazioni può accadere che ansia e tensione trovino espressione anche attraverso il corpo, il sonno e i pensieri. Le paure che sta vivendo possono farle sentire di “stare impazzendo”, ma il fatto che riesca a osservare ciò che le accade e a parlarne è un elemento importante. Anche i pensieri che la spaventano non definiscono ciò che desidera davvero fare, soprattutto se riconosciuti come disturbanti e non agiti. Più che cercare subito una diagnosi o una spiegazione definitiva, potrebbe essere utile concentrarsi sul fatto che in questo momento sembra esserci una sofferenza significativa che merita ascolto e supporto. Se sente che da sola sta facendo molta fatica a gestire tutto questo, potrebbe essere importante valutare un percorso psicologico o psichiatrico che la aiuti a comprendere meglio ciò che sta vivendo e a ritrovare gradualmente maggiore stabilità. Anche tornare temporaneamente in un luogo o vicino a persone che la fanno sentire al sicuro non significa necessariamente “fallire”, ma riconoscere un bisogno di sostegno in un momento delicato. Resto a disposizione, un caro saluto. Dott.ssa Elena Dati


Buongiorno, da quello che racconta non ho la sensazione che lei stia “impazzendo”. Mi sembra piuttosto che stia attraversando un periodo di forte sovraccarico emotivo e fisico. In poco tempo si sono sommati tanti cambiamenti importanti: il trasferimento lontano da casa, la difficoltà nel trovare lavoro, l’incertezza economica, il problema fisico vissuto con molta paura e la perdita di punti di riferimento abituali. Quando il sistema nervoso resta a lungo in allerta, possono comparire sintomi come: ansia, tensioni fisiche che cambiano zona del corpo, difficoltà a dormire, ipersensibilità ai rumori, pensieri negativi, bisogno di isolarsi e sensazione di non riconoscersi più. Anche i pensieri disturbanti che descrive non significano necessariamente che lei voglia davvero fare del male. Spesso, nei momenti di forte ansia o esaurimento, la mente produce pensieri intrusivi che spaventano proprio perché non rispecchiano ciò che la persona sente davvero. Mi ha colpito però una cosa importante: quando riesce a uscire, spesso si sente meglio. Questo è un segnale prezioso, perché indica che il suo sistema emotivo riesce ancora a trovare sollievo nel movimento, nel contatto con l’esterno e nella quotidianità concreta. Il fatto di pensare di tornare da sua madre non va visto automaticamente come un fallimento. A volte, nei momenti di maggiore fragilità, sentire il bisogno di un ambiente più contenitivo e familiare è comprensibile. Credo che in questa fase potrebbe esserle molto utile un supporto psicologico continuativo, per aiutarla a dare un senso a quello che sta vivendo senza sentirsi “sbagliata” o senza dover affrontare tutto da sola. Le mando un caro saluto. Dott.ssa Cinzia Pirrotta


Buongiorno, la situazione che descrive sembra suggerire uno stato di significativo sovraccarico psicologico e fisiologico, probabilmente conseguente alla concomitanza di più fattori stressanti: il trasferimento, le difficoltà lavorative, il senso di isolamento, l’episodio medico vissuto con forte paura e un’attivazione ansiosa che sembra essersi progressivamente intensificata. Sintomi come ipervigilanza, insonnia, tensione muscolare, dolori fisici migranti, pianto frequente, difficoltà a uscire di casa e pensieri intrusivi possono manifestarsi in condizioni di ansia elevata o di sofferenza emotiva persistente. Anche i pensieri negativi verso le sue gattine, proprio perché vissuti con disagio e mai agiti, non definiscono la sua persona né implicano necessariamente una pericolosità. Più che cercare autonomamente una definizione diagnostica, sarebbe importante concedersi uno spazio di ascolto e cura adeguato. Oltre al supporto farmacologico prescritto dal medico, potrebbe esserle utile intraprendere un percorso psicologico o psicoterapeutico che la aiuti a comprendere ciò che sta vivendo e a recuperare progressivamente un senso di stabilità e sicurezza. Nel caso in cui volesse approfondire, resto a disposizione per una consulenza online. Un caro saluto, Dott.ssa Giada Vanini


Buongiorno. Quello che descrive non assomiglia a una persona che “sta impazzendo”. Assomiglia molto di più a una persona che ha accumulato diversi livelli di stress, perdita di stabilità e paura in un tempo relativamente breve, fino a sentirsi emotivamente e fisicamente sovraccarica. Lei ha affrontato un trasferimento importante, lontano dalla sua rete affettiva, in una città nuova, con aspettative alte sul futuro. Nel frattempo il suo compagno ha trovato subito una collocazione e lei no, e questo può far sentire indietro, dipendenti, fuori posto. Poi è arrivato un problema fisico che l’ha portata in pronto soccorso e che probabilmente ha fatto crollare quella sensazione di controllo che ancora cercava di mantenere. Dopo eventi così, il corpo e la mente a volte entrano in uno stato di allerta continua. I sintomi che racconta sono molto compatibili con uno stato ansioso-depressivo importante, forse aggravato da esaurimento emotivo e isolamento. E no, il fatto di avere pensieri aggressivi verso le sue gattine non significa che voglia davvero fare del male. Nei momenti di forte sovraccarico mentale possono comparire pensieri disturbanti o intrusivi che spaventano proprio perché sono lontani da ciò che la persona sente davvero di essere. Posso consigliarle di seguire un percorso di supporto psicologico perché sta portando troppo da sola. Lo Xanax può tamponare alcuni sintomi, ma non risolve il senso di smarrimento, l’angoscia, la perdita di sicurezza interna. E più si aspetta sperando che passi da solo, più il rischio è che la paura inizi a restringere la sua vita quotidiana. Tornare per un periodo da sua madre, se lo desiderasse, non sarebbe automaticamente un fallimento. Sarebbe importante capire però se sarebbe una scelta di cura e recupero oppure una fuga dettata dal panico. Sono due cose diverse. E un’altra cosa importante: lei continua a giudicarsi con durezza. “Ho 29 anni”, “non ho un euro”, “non lavoro”, “sto fallendo”. Ma una persona può essere in crisi senza essere un fallimento. In questo momento probabilmente il suo sistema nervoso sta chiedendo sicurezza, stabilità, ritmi più umani e qualcuno che l’aiuti a rimettere ordine dentro ciò che sente. Se sentisse il bisogno di parlarne ulteriormente può contattarmi, ricevo anche online e la accoglierei voletieri Con affetto Dott.ssa Bacchi


Gentilissima, ciò che descrive è più comune di quello che può sembrare e può succedere quando si affrontano cambiamenti importanti come i suoi. Il suo malessere non nasce dal nulla: ha affrontato un trasferimento impegnativo, la lontananza dalle sue radici, l’incertezza lavorativa e un episodio di salute che l’ha spaventata. Tutto questo può generare un sovraccarico emotivo che si manifesta con ansia, pensieri disturbanti, dolori fisici e difficoltà a dormire. Non è un segno di follia, ma una reazione naturale a un periodo molto complesso. In questo momento, un consulto con uno psichiatra sarebbe il passo più indicato: non perché lei sia malata o pazza, ma perché questo tipo di sintomi richiede il supporto di un medico specializzato, che può includere una terapia farmacologica temporanea per aiutarla a ritrovare stabilità. Accanto a questo, un percorso con uno psicologo può offrirle uno spazio sicuro per elaborare ciò che sta vivendo e recuperare un senso di direzione nella nuova città. Non c’è nulla di cui vergognarsi: sta attraversando un momento difficile e merita di essere sostenuta. Resto a disposizione. Un caro saluto. Dott.ssa Glenda Frassi


Salve, da ciò che racconta emerge un periodo di forte sovraccarico emotivo e psicologico, in cui tanti cambiamenti importanti — il trasferimento, la ricerca di lavoro, la lontananza dai propri riferimenti, il problema fisico e la paura vissuta in pronto soccorso — sembrano essersi accumulati fino a farla sentire senza appoggi e molto spaventata. Le sensazioni che descrive, come l’ansia intensa, il pianto al risveglio, l’iperattenzione ai rumori, i pensieri intrusivi o i dolori fisici che cambiano sede, possono comparire quando mente e corpo entrano in uno stato di forte allerta e fatica. Questo non significa che lei stia “impazzendo”. Significa piuttosto che sta attraversando un momento in cui le sue risorse sembrano essersi esaurite e il suo sistema emotivo sta chiedendo aiuto. Anche il pensiero di tornare da sua madre non va necessariamente letto come un fallimento, ma forse come il bisogno di sentirsi contenuta e al sicuro in una fase molto fragile della sua vita. A volte chiedere vicinanza e sostegno è un modo per proteggersi, non per regredire. Il fatto che uscire di casa, nonostante la fatica iniziale, spesso la faccia sentire meglio è un segnale importante: dentro di lei esiste ancora una parte che cerca contatto con la vita e con il mondo esterno. Non resti sola con questa paura. Potrebbe essere molto utile affiancare al supporto farmacologico anche uno spazio psicologico in cui sentirsi accolta e accompagnata nel comprendere ciò che sta vivendo. Un caro saluto. Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.


Buongiorno, quello che descrivi non fa pensare a “pazzia”, ma a un periodo di forte sovraccarico emotivo e fisico. In poco tempo hai affrontato un trasferimento importante, l’assenza di lavoro, un problema di salute vissuto con paura e un grande senso di incertezza: il corpo e la mente stanno reagendo con ansia, ipervigilanza e stanchezza emotiva. I dolori che cambiano, il pianto, la difficoltà a uscire, il bisogno di rifugiarti in cose ripetitive per calmarti sono segnali di sofferenza psicologica, non di debolezza. E il fatto che fuori casa spesso tu stia meglio è importante: significa che l’ansia può ridursi quando non rimani bloccata nei pensieri. La cosa più importante ora è non affrontare tutto da sola: oltre al medico di base, cerca un supporto psicologico o psichiatrico nella tua zona. Tornare temporaneamente da tua madre, se ne senti il bisogno, non sarebbe un fallimento ma una scelta di cura verso te stessa. Stai vivendo un momento difficile, ma può essere affrontato e trattato. Saluti Dott.ssa Mara Di Clemente


Trasferirsi lontano da casa pensando di costruire qualcosa di nuovo e ritrovarsi improvvisamente bloccati, spaventati e senza punti di riferimento può essere molto più destabilizzante di quanto spesso si ammetta. A volte il corpo, l’ansia, i pensieri continui e persino la sensibilità ai rumori sembrano quasi andare tutti nella stessa direzione: come se una parte di te fosse rimasta per troppo tempo in allerta, senza riuscire davvero a sentirsi al sicuro o stabile. E secondo me il punto più importante è che stai cercando per forza una spiegazione che renda tutto questo “meno spaventoso”: autismo, ADHD, depressione, qualsiasi nome che possa dare ordine a quello che senti. Ma non sempre serve trovare immediatamente una definizione precisa per dare dignità a una sofferenza. Anche il pensiero di tornare da tua madre non per forza racconta un fallimento. A volte racconta semplicemente il bisogno di tornare, per un momento, in un posto in cui una parte di noi si sente ancora protetta mentre sta attraversando qualcosa di molto pesante. E una cosa importante: il fatto che fuori casa, a volte, tu riesca a stare meglio, che alcune cose ancora ti facciano respirare un po’, significa che dentro tutta questa fatica probabilmente non si è spento tutto come oggi temi.


Buonasera, mi dispiace molto per quello che sta vivendo. Da ciò che descrive non sembra “stare impazzendo” ma sembra piuttosto che il suo sistema nervoso sia in uno stato di forte allarme da settimane, probabilmente dentro un periodo di grande cambiamento, solitudine, incertezza lavorativa, paura per la salute e perdita di riferimenti. Il trasferimento, la difficoltà a trovare lavoro, il confronto con il suo compagno, la sensazione di dipendere economicamente, l’episodio fisico che l’ha spaventata e il successivo monitoraggio dei sintomi corporei possono aver creato un circolo molto doloroso: paura → tensione → sintomi fisici → interpretazione catastrofica → altra ansia. Gli attacchi di panico possono dare sintomi fisici molto intensi e mobili, come dolore toracico, senso di soffocamento, vertigini, nausea o respiro affannoso, e spesso portano a temere nuove crisi. Mi sembra importante però non minimizzare alcuni segnali: il pianto al risveglio, l’insonnia, il ritiro, i pensieri negativi o aggressivi verso le gattine, anche se non messi in atto, e l’uso quasi quotidiano di Xanax meritano una valutazione quanto prima. Le benzodiazepine possono essere utili in alcune fasi acute, ma sono indicate soprattutto quando il disagio è grave e disabilitante e vanno gestite dal medico. Le suggerirei di contattare al più presto uno psicoterapeuta e, parallelamente, uno psichiatra o il medico di base per rivalutare la terapia farmacologica. Non sospenda lo Xanax da sola e non modifichi dosaggi senza indicazione medica. Inoltre, tornare per un periodo da sua madre non sarebbe necessariamente un fallimento ma può essere una scelta di protezione temporanea, se fatta non come fuga definitiva ma come modo per recuperare stabilità, dormire, mangiare, sentirsi sostenuta e poi decidere con più lucidità. In questo momento eviterei decisioni radicali prese nel picco dell’ansia: prima va aiutata a rimettere in sicurezza il corpo, il sonno e la mente. Quello che sta vivendo è serio, ma è trattabile. Non è sola, e soprattutto non deve dimostrare di “farcela” restando chiusa dentro questa sofferenza. La richiesta di aiuto, in questo momento, è già un primo passo molto importante. Un caro saluto


Quello che descrivi è intenso e faticoso, ma non suona come “stare impazzendo”. Suona molto più come un sistema nervoso in sovraccarico dopo una serie di eventi ravvicinati: trasferimento, pressione lavorativa, problema fisico spaventoso (che ti ha portata in PS), isolamento, incertezza economica e poi sintomi d’ansia che si sono “accesi” e mantenuti nel tempo. Provo a restituirti alcuni punti in modo chiaro. I sintomi che descrivi sono compatibili con ansia importante / stato depressivo Non è una diagnosi, ma il quadro che racconti: risvegli con pianto, insonnia, tensione mandibolare (digrignamento), ipervigilanza ai suoni (ambulanze, rumori amplificati), dolori corporei “migranti”, difficoltà a uscire, pensieri intrusivi e negativi, è molto tipico di: -disturbo d’ansia persistente o attacchi d’ansia ripetuti - possibile episodio depressivo reattivo - forte somatizzazione (il corpo che esprime lo stress) Il fatto che i dolori “si spostino” senza una causa meccanica spesso succede quando il sistema nervoso è in allerta costante. 2) I pensieri aggressivi verso le gatte Questo punto fa paura a chiunque lo viva, ma è importante dirlo chiaramente: pensieri intrusivi non sono intenzioni. Quando il cervello è in ansia o depressione può produrre pensieri “brutti”, anche violenti, proprio perché è in modalità allarme. Il fatto che tu li riconosca, ti spaventino e non li metta in atto è un segnale importante: non sei “pericolosa”, sei sovraccarica. 3) Xanax quotidiano da un mese Lo Xanax può aiutare nel breve periodo, ma se usato spesso può creare rimbalzo d’ansia, non risolve la causa, solo abbassa il picco Qui serve davvero un follow-up medico/psichiatrico per capire una strategia più stabile (non è qualcosa da gestire da sola). 4) Il contesto pesa tantissimo (e non è un dettaglio) Tu hai fatto un salto enorme: nuova città, zero rete sociale, pressione lavorativa (“dovrei riuscire”), senso di isolamento economico, paura fisica recente Questo tipo di combinazione può destabilizzare anche persone molto solide. Non è una “debolezza personale”. 5) La paura di “tornare da tua madre = fallimento” Questo pensiero è comprensibile, ma è anche un pensiero tipico dell’ansia: trasforma una scelta di protezione in una condanna identitaria. Tornare per un periodo non è regressione: può essere contenimento, cioè ridurre lo stress per rimettere il sistema in equilibrio. 6) Una cosa importante: non sei sola in questo tipo di quadro Molte persone, dopo un episodio medico spaventoso + stress di vita, sviluppano iperattenzione ai sintomi corporei, paura di “perdere il controllo”, insonnia e pensieri intrusivi. E si può uscire da questo stato, ma di solito non si esce “aspettando che passi”. Cosa sarebbe utile fare adesso (concretamente) Non tutto insieme, ma in ordine di priorità: 1. Contattare uno psichiatra o un centro di salute mentale (ASL) non perché “sei grave”, ma perché i sintomi stanno interferendo molto con la vita quotidiana 2. Rivedere la terapia con Xanax con il medico; importante evitare uso prolungato senza piano 3. Valutare anche un supporto psicologico strutturato: CBT o terapia focalizzata sull’ansia funziona bene in questi casi 4. Ridurre isolamento in modo minimo ma costante; anche solo 10–20 minuti fuori ogni giorno (se già noti che ti aiuta, è un dato importante) Una cosa che voglio dirti in modo diretto Il fatto che tu riesca a descrivere tutto così lucidamente, che tu stia cercando spiegazioni, che tu abbia paura di perdere il controllo ma stia comunque osservando i sintomi… è più coerente con ansia severa + stress + possibile depressione, non con “stai impazzendo”. Quello che stai vivendo è serio, ma è anche trattabile. Se vuoi, posso aiutarti a capire meglio se quello che vivi somiglia più ad ansia, depressione o attacchi di panico, oppure costruire un piano molto pratico per i prossimi 7 giorni per ridurre i sintomi (sonno, uscire di casa, gestione dei pensieri intrusivi) E se in qualche momento senti che la paura diventa ingestibile o hai pensieri di farti del male, è importante contattare subito il 112 o un pronto soccorso: non per allarmismo, ma per sicurezza. Ti mando un caloroso saluto e rimango a tua completa disposizione. Dott. Michele Basigli Perugia


Buongiorno, le consiglio un percorso di psicoterapia per valutare la presenza di un eventuale Disturbo Post Traumatico da Stress. Cordiali c saluti.


Gentile utente, dalle parole che scrive emerge una sofferenza importante, che coinvolge sia il piano emotivo sia quello fisico. In poco tempo si è trovata ad affrontare numerosi cambiamenti: un trasferimento lontano dai propri riferimenti affettivi, la ricerca di un lavoro, una problematica di salute vissuta con grande spavento e la necessità di adattarsi a un nuovo contesto di vita. È comprensibile che tutto questo possa aver richiesto molte energie. Mi colpisce come descriva una sensazione di allarme costante, accompagnata da preoccupazioni sul proprio stato di salute, difficoltà nel sonno, pensieri molto critici verso se stessa e un forte senso di smarrimento. Tuttavia, da ciò che racconta, non mi sembra di leggere segnali di una perdita di contatto con la realtà o di un "impazzire", quanto piuttosto l'espressione di una condizione di sofferenza che merita ascolto e attenzione. Talvolta, quando attraversiamo periodi particolarmente complessi, il corpo e la mente cercano modalità diverse per comunicarci un disagio che fatichiamo a elaborare. Più che concentrarsi immediatamente su una possibile etichetta diagnostica, potrebbe essere utile chiedersi cosa stia accadendo nella sua vita in questo momento e quali significati abbiano per lei queste difficoltà. Tornare temporaneamente vicino alle proprie figure di riferimento non equivale necessariamente a un fallimento. A volte prendersi cura di sé significa anche riconoscere di aver bisogno di sostegno in una fase delicata della propria vita. Le suggerisco di valutare, appena possibile, un supporto psicologico, perché la sofferenza che descrive non dovrebbe essere affrontata da sola. Nel frattempo, se dovesse percepire un peggioramento dei pensieri negativi o sentirsi in difficoltà nel gestirli, non esiti a rivolgersi tempestivamente ai servizi sanitari del territorio. Cordiali Saluti

Dott.ssa Giulia Ardita

Dott.ssa Giulia Ardita

psicologo clinico

Catania

Prenota visita

Buongiorno, grazie per aver scritto con tanta sincerità quello che sta vivendo. Quello che racconta è molto intenso e, soprattutto, molto comprensibile alla luce di tutto ciò che è successo negli ultimi mesi: un trasferimento importante, l’incertezza lavorativa, un episodio di paura legato alla salute e, da lì, un progressivo aumento dell’ansia e della tensione. Quando si sommano cambiamenti così significativi, può succedere che il corpo e la mente entrino in uno stato di allarme prolungato, anche senza un “perché” immediatamente evidente. I sintomi che descrive — gli attacchi d’ansia, il sonno disturbato, il risveglio con pianto, la sensazione di essere sopraffatta dagli stimoli esterni, i pensieri intrusivi e anche i dolori fisici che sembrano “muoversi” — sono esperienze che possono comparire quando il sistema nervoso è molto attivato e sotto stress. Non sono segnali di “impazzire”, ma piuttosto di un organismo che sta cercando di gestire un carico emotivo elevato. Anche i pensieri che la spaventano nei confronti delle sue gattine, proprio perché la preoccupano e non vengono messi in atto, possono essere letti come pensieri intrusivi tipici di stati d’ansia: sono vissuti molto disturbanti, ma non coincidono con ciò che lei vuole o sente davvero. È importante anche riconoscere che, nonostante la fatica che sta vivendo, ci sono elementi di contatto con le sue risorse: ad esempio il fatto che quando esce spesso si sente meglio, oppure la consapevolezza con cui sta osservando quello che le accade. Detto questo, la quantità e l’intensità dei sintomi che descrive indicano che non è qualcosa da affrontare da sola. In questa fase può essere molto utile uno spazio di supporto psicologico in cui poter dare ordine a tutto ciò che sta vivendo, ridurre gradualmente l’attivazione ansiosa e ritrovare un senso di stabilità e sicurezza. Se desidera, possiamo approfondire insieme la sua situazione in un colloquio, così da capire meglio come aiutarla in modo concreto e rispettoso dei suoi tempi.

Dott. Andrea Pirpignani

Dott. Andrea Pirpignani

psicologo clinico

Fiorano Modenese

Prenota visita

Buongiorno, dalle sue parole emerge una sofferenza molto intensa, che sembra essersi sviluppata dopo un periodo di grandi cambiamenti e di forte stress: un trasferimento lontano dalla propria rete di affetti, la difficoltà a trovare lavoro, un importante spavento per la salute e la necessità di ricostruire nuovi punti di riferimento. Sono eventi che, insieme, possono mettere a dura prova il nostro equilibrio emotivo. L'ansia, il pianto, il sonno disturbato, i dolori fisici e la sensazione di essere sopraffatta meritano di essere accolti e approfonditi. Anche i pensieri che descrive, pur non essendo agiti e proprio perché le fanno paura, sono un segnale della sofferenza che sta vivendo e non definiscono ciò che è o ciò che desidera fare. Più che cercare da sola di attribuirsi una diagnosi, credo sia importante che possa rivolgersi a uno psicologo o a uno psicoterapeuta per avere uno spazio in cui comprendere ciò che le sta accadendo. Se i sintomi dovessero intensificarsi o la paura diventasse difficile da sostenere, è opportuno confrontarsi anche con il medico che la sta seguendo, per una valutazione complessiva del percorso di cura. Tornare temporaneamente vicino ai propri affetti, se sentisse di averne bisogno, non rappresenta un fallimento, ma potrebbe essere una scelta di cura verso se stessa. Chiedere aiuto è spesso il primo passo per ritrovare un senso di stabilità. Le auguro di potersi affidare a qualcuno che la accompagni in questo momento così delicato. Un cordiale saluto, Dott.ssa Donatella De Marco


gentile utente, da ciò che racconta sembra che Lei stia attraversando un periodo di forte sovraccarico: un trasferimento importante, la difficoltà lavorativa, un episodio fisico che ha generato paura e una perdita di punti di riferimento possono aver attivato un sistema di allarme molto intenso. Quando il corpo rimane in allerta, può accadere che ogni sensazione venga amplificata, come un antifurto troppo sensibile che suona anche per piccoli movimenti. I pensieri negativi o le immagini intrusive non significano necessariamente che Lei voglia far del male a qualcuno, ma possono essere segnali della sofferenza e dell’ansia che sta vivendo. Sarebbe importante confrontarsi con il medico rispetto all’uso quotidiano dello Xanax e valutare un supporto psicologico, perché un percorso potrebbe aiutarLa a comprendere questi sintomi e recuperare gradualmente sicurezza e autonomia. Tornare temporaneamente vicino alla Sua famiglia non sarebbe un fallimento: a volte cercare sostegno è come appoggiarsi a un corrimano mentre si torna a camminare. L’obiettivo non è giudicare il percorso fatto finora, ma aiutarLa a ritrovare una direzione e un equilibrio.


Buongiorno! grazie per la fiducia che ha messo in questo racconto così dettagliato e sincero. Capisco che scrivere tutto questo potrebbe non essere stato facile. Ciò che descrive è un segnale che ci dice che il suo sistema nervoso è sotto un carico molto pesante da diverso tempo. È comprensibile sentirsi spaventata di fronte a tutto questo, e altrettanto comprensibile chiedersi cosa stia succedendo: la paura di "impazzire" è un'esperienza che spesso accompagna stati di ansia intensa e prolungata, anche se questo non significa affatto che lei stia impazzendo davvero. Non sono nella posizione di poterle dire cosa ha, né di confermare o escludere le ipotesi che si è fatta. autismo, Infatti, solo un percorso di valutazione professionale può aiutarla a fare chiarezza in un momento di forte sofferenza come quello che descrive. Quello che posso dirle con sicurezza è che l'uso quotidiano di Xanax da un mese, insieme a tutti i sintomi che racconta, meritano uno sguardo attento e continuativo, non solo farmacologico ma anche psicologico: il suo medico di base ha fatto un primo passo importante, ma un supporto specifico può aiutarla a leggere insieme tutti questi segnali e a costruire strumenti concreti per stare meglio, giorno dopo giorno. Il fatto che lei riesca comunque, anche sforzandosi, a uscire di casa, e che poi si senta meglio, è un segnale prezioso: significa che dentro di lei c'è ancora una parte che sa cosa le fa bene. Chiedere aiuto adesso non è un fallimento — è esattamente il primo passo per rimettere ordine in una situazione che da sola, in questo momento, le sembra ingestibile. Sono a disposizione se desidera valutare un percorso di consulenza per iniziare a fare chiarezza, con calma e senza giudizio, su tutto quello che sta vivendo. Non è sola in questo, e con il giusto supporto queste sensazioni possono trovare uno spazio più gestibile per essere affrontate.


Buonasera, prima di tutto vorrei dirle una cosa importante: da ciò che racconta non emerge l'immagine di una persona che sta "impazzendo" quanto quella di una persona che sta attraversando un periodo di forte vulnerabilità, in cui si sono sommati molti fattori di stress. Infatti in pochi mesi ha affrontato vari cambiamenti: un trasferimento lontano dalla sua famiglia, la difficoltà a trovare un lavoro, una problematica fisica che l'ha portata in pronto soccorso e l'incertezza sul futuro. Ecco ognuno di questi eventi da solo può mettere a dura prova l'equilibrio emotivo; insieme possono favorire la comparsa di ansia, insonnia e pensieri catastrofici. L'ansia inoltre può manifestarsi anche attraverso il corpo: dolori che cambiano sede, tensione muscolare, bruxismo, difficoltà a dormire e uno stato di continua allerta sono sintomi molto frequenti. Questo non significa che "sia tutto nella sua testa", ma che mente e corpo sono strettamente collegati. Allo stesso modo, i pensieri che la spaventano come quelli aggressivi verso le sue gattine, sono spesso vissuti da chi soffre di ansia. Ma voglio rassicurarla sul fatto che provando spavento vuol dire che lei non desidera metterli in atto: si tratta di pensieri intrusivi. Inoltre le suggerirei di non cercare di darsi un'etichetta diagnostica (autismo, ADHD, depressione...) poiché rischia solo di aumentare ulteriormente l'ansia. Sarebbe invece utile rivolgersi a uno psicologo per una valutazione accurata così da comprendere cosa stia accadendo e individuare il trattamento più adatto. Infine non consideri un eventuale ritorno temporaneo dalla sua famiglia come un fallimento: chiedere sostegno in un momento difficile è un segno di cura verso se stessi, non di debolezza. Un caro saluto


Buongiorno, Prima di tutto vorrei dirle che, leggendo il suo racconto, non ho avuto l'impressione di una persona che stia "impazzendo", ma di una persona che, in un periodo molto breve, si è trovata ad affrontare tanti cambiamenti e diverse difficoltà contemporaneamente. Un trasferimento lontano da casa, la ricerca di un lavoro che non arriva, un problema di salute che l'ha portata in Pronto Soccorso, il cambiamento delle proprie abitudini e dei propri punti di riferimento: ciascuno di questi eventi, da solo, può essere fonte di stress. Trovarsi a viverli tutti insieme può mettere profondamente alla prova il proprio equilibrio. Capisco anche la tentazione di cercare una spiegazione, chiedendosi se possa trattarsi di autismo, ADHD o depressione. Tuttavia, sulla base di quello che racconta, credo che sarebbe poco utile e poco corretto attribuire un'etichetta senza una valutazione approfondita. Più importante, in questo momento, è riconoscere che la sofferenza che descrive è reale e merita di essere accolta. A volte, quando la paura diventa molto intensa, può portare a osservare il proprio corpo con maggiore attenzione, a percepire sintomi fisici diversi, a sentirsi sopraffatti da rumori che prima passavano inosservati o ad avere pensieri che spaventano. Il fatto che questi pensieri la turbino e che lei li riconosca come estranei a ciò che desidera fare è un elemento importante da condividere con il professionista che la seguirà. Proprio per l'intensità dei sintomi che descrive e per il fatto che stanno influenzando diversi aspetti della sua vita quotidiana, credo che sarebbe importante rivolgersi quanto prima a uno psicologo o a uno psicoterapeuta, così da avere uno spazio in cui comprendere meglio ciò che sta vivendo ed essere accompagnata in questo momento così delicato. Sarebbe utile anche confrontarsi con il medico che le ha prescritto la terapia, informandolo di come si sente oggi e di come stanno evolvendo i sintomi. Infine, vorrei dirle una cosa: valutare di tornare, anche temporaneamente, vicino a sua madre non significa necessariamente aver fallito. A volte, nei momenti di maggiore fragilità, concedersi un supporto in più può essere una scelta di cura verso sé stessi, non un passo indietro. Le auguro di non affrontare tutto questo da sola e di chiedere aiuto: da quello che scrive, credo che se lo meriti.


Quello che racconti non mi fa pensare a una persona che sta “impazzendo” o che ha fallito. Mi sembra piuttosto di leggere una persona che, nell’ultimo periodo, è stata sottoposta a molti cambiamenti e a un carico emotivo importante: un trasferimento, la difficoltà nel trovare lavoro, il confronto con il percorso del tuo compagno, una situazione fisica che ti ha spaventata e, successivamente, la comparsa di ansia, insonnia, dolori e pensieri sempre più difficili da gestire. Anche il corpo sembra essere entrato molto dentro questa esperienza: quando il sistema di allarme rimane attivo a lungo, è possibile avvertire tensioni, dolori migranti, ipervigilanza e una maggiore sensibilità ai rumori e alle sensazioni corporee. Questo non significa che “sia tutto nella tua testa”, ma che corpo ed emozioni stanno probabilmente comunicando tra loro. Sarebbe interessante comprendere non soltanto “che diagnosi ho?”, ma anche che cosa è successo nella tua vita prima che questi sintomi comparissero, quali relazioni e cambiamenti stai vivendo, che significato ha per te questo trasferimento e cosa stai chiedendo a te stessa in questo momento. Il fatto che tu senta il bisogno di riguardare le stesse serie, faccia fatica a uscire e cerchi di ridurre gli stimoli può essere letto anche come un tentativo di proteggerti da uno stato interno diventato molto faticoso. E il fatto che, quando riesci a uscire, spesso tu stia meglio è un elemento interessante da esplorare insieme. Non è possibile stabilire da un messaggio se si tratti di ansia, depressione, di una risposta a un periodo di forte stress o se ci siano altri aspetti da approfondire, né sarebbe corretto attribuirlo subito ad autismo o ADHD. Una valutazione psicologica seria parte dalla tua storia e dal tuo funzionamento complessivo, non soltanto dai sintomi. Anche il pensiero di tornare da tua madre non lo leggerei necessariamente come un fallimento: a volte, quando siamo in difficoltà, abbiamo bisogno di tornare temporaneamente verso una base sicura per recuperare risorse. A 29 anni non c'è nulla di cui vergognarsi. La presenza di pensieri violenti, anche se non agiti, merita però di essere presa sul serio e approfondita in un colloquio, così come l'uso quasi quotidiano dello Xanax: è importante parlarne con il medico che lo ha prescritto e non modificarne autonomamente l'assunzione. Credo che ci siano diversi elementi che meritano uno spazio di ascolto e di comprensione, senza partire necessariamente dalla ricerca immediata di un'etichetta diagnostica. Un percorso psicologico potrebbe aiutarti a ricostruire il filo tra ciò che è accaduto, ciò che stai vivendo oggi e il modo in cui il tuo corpo e le tue relazioni stanno reagendo. Se senti che questa sofferenza sta diventando difficile da sostenere da sola, possiamo partire proprio da questo, con calma, cercando prima di tutto di capire cosa ti sta succedendo e di costruire insieme qualche punto di appoggio.


Buongiorno, da ciò che descrive traspare una forte sofferenza che, a mio giudizio, merita un approfondimento clinico. Le consiglio di rivolgersi a un collega psicologo/psicoterapeuta, che possa aiutarla a comprendere cosa sta accadendo e a individuare con lei il percorso più adeguato. Per quanto riguarda la terapia farmacologica, le consiglierei di rivolgersi a uno psichiatra per una rivalutazione terapeutica, visto l’acuirsi della sintomatologia e la presenza di pensieri che lei definisce distruttivi. Non modifichi comunque in autonomia la terapia prescritta. Le auguro il meglio. Cordialità, CBellingeri


Buongiorno, innanzitutto vorrei dirle una cosa: da quello che racconta non leggo una persona che sta “impazzendo”, ma una persona che da diversi mesi si trova a sostenere un livello di sofferenza e di stress molto elevato, probabilmente in un momento della vita in cui si aspettava che le cose prendessero una direzione diversa. Il trasferimento, la difficoltà a trovare lavoro, l’allontanamento dalla propria rete di riferimento, l’esperienza fisica che l’ha spaventata e gli attacchi d’ansia possono aver creato un circolo nel quale corpo e mente sono continuamente in allerta. Anche i dolori che compaiono in zone diverse, la difficoltà a dormire, il digrignamento dei denti e la tendenza a rimanere in casa possono essere espressione di una sofferenza che merita di essere ascoltata, senza però dare per scontato che tutto abbia un’origine psicologica. Capisco anche perché oggi si stia chiedendo se possa avere una depressione, ADHD, autismo o altro. Quando stiamo male e non riusciamo a comprendere cosa ci sta succedendo, è naturale cercare un nome che possa spiegare tutto. Non è però possibile stabilire una diagnosi attraverso questi sintomi e, soprattutto, non è necessario trovare immediatamente un’etichetta per iniziare a stare meglio. C’è invece una cosa che prenderei molto sul serio: lei racconta di avere talvolta pensieri molto negativi e persino violenti nei confronti delle sue gattine, precisando di non averli mai messi in atto. Avere un pensiero non significa automaticamente volerlo realizzare, e proprio per questo non dovrebbe vergognarsi di raccontarlo. È però importante parlarne apertamente con un professionista, così da comprendere la natura di questi pensieri e valutare quanto siano controllabili e quanto stia aumentando la sua sofferenza. Non credo che in questo momento abbia bisogno di costringersi semplicemente a “reagire”. Credo abbia bisogno di uno spazio in cui qualcuno possa aiutarla a fare ordine, comprendere cosa è successo negli ultimi mesi e lavorare sull’ansia, sull’isolamento, sul sonno e sulla sensazione di non avere più una direzione. E questo può essere fatto anche attraverso un percorso psicologico online: il fatto che oggi non riesca sempre a uscire di casa non deve necessariamente diventare un ulteriore ostacolo alla possibilità di chiedere aiuto. Possiamo partire esattamente da dove si trova, senza pretendere che debba già stare bene per iniziare. Una cosa, però, gliela direi con particolare chiarezza: non aspetti che la situazione peggiori prima di chiedere un aiuto professionale. E se dovesse accorgersi che quei pensieri verso sé stessa o verso le sue gattine diventano difficili da controllare, o che potrebbe concretamente fare del male a sé o a qualcun altro, è importante chiedere immediatamente aiuto ai servizi di emergenza o recarsi al Pronto Soccorso. Chiedere aiuto adesso non significa essere deboli o aver fallito. Significa riconoscere che sta attraversando qualcosa di difficile e che non è necessario affrontarlo da sola.


L’utilizzo di farmaci, sotto prescrizione di medici specialistici, molte volte può essere una buona stampella, ma non ha risultati miracolosi; serve come “sostegno” finchè non si riesce a capire come mai non si cammina da soli e come si può fare per poter tornare a farlo. Sono comprensibili e valide le sue paure, con un percorso di terapia possiamo comprendere come fare per non renderle invalidanti


Buongiorno, da ciò che racconta sembra che stia attraversando un periodo di forte sovraccarico, in cui si sono intrecciati il trasferimento, la difficoltà a trovare lavoro, una preoccupazione importante per la salute e la sensazione di aver perso punti di riferimento e possibilità di progettare il futuro. Tutto questo può avere un impatto significativo sia sul piano emotivo sia su quello fisico. Gli attacchi d’ansia, i disturbi del sonno, la difficoltà a uscire, la tendenza a percepire con particolare intensità rumori e stimoli e il bisogno di rifugiarsi in attività ripetitive possono essere segnali di una sofferenza che merita ascolto e comprensione, senza necessariamente significare che lei stia “impazzendo”. Anche i pensieri che descrive, per quanto possano spaventarla, non coincidono automaticamente con intenzioni o azioni: è tuttavia importante poterli condividere in uno spazio sicuro, senza vergogna e senza sentirsi giudicata. Più che cercare subito un’etichetta diagnostica, potrebbe essere utile comprendere come si è sviluppato questo malessere, cosa lo alimenta e quali risorse possono aiutarla a recuperare gradualmente stabilità e autonomia. Un percorso psicologico potrebbe offrirle uno spazio per dare senso a ciò che sta vivendo, lavorare sull’ansia e sulla paura, e ritrovare modalità più sostenibili per affrontare questo momento. Considerata l’intensità dei sintomi e l’uso quasi quotidiano dello Xanax, sarebbe inoltre importante mantenere un confronto con il medico che lo ha prescritto, senza modificare autonomamente la terapia. Chiedere aiuto in questa fase non rappresenta un fallimento, né tornare temporaneamente vicino alle proprie persone di riferimento lo sarebbe: prendersi cura di sé non una sconfitta.


Buongiorno, leggendo le sue parole si percepisce in modo lampante il carico di smarrimento, solitudine e sopraffazione che sta vivendo in questo momento, intrappolata tra il peso di un trasferimento che non sta dando i frutti sperati, la ricerca di lavoro a vuoto con una laurea in Informatica, e un corpo che, dopo lo spavento della patologia e il pronto soccorso, continua a urlare attraverso dolori migranti, ansia e risvegli nel pianto. È del tutto comprensibile che lei si senta così spaventata e che arrivi a temere di stare impazzendo: il suo sistema nervoso è sovraccarico, ipersensibile a ogni stimolo esterno come le ambulanze o i corvi, e intrappolato in un circuito di sopravvivenza in cui i pensieri negativi e persino l'irritazione verso le gattine sono il segnale estremo di una mente sfinita, che cerca disperatamente sollievo attraverso la ripetizione rassicurante delle serie TV e il bruxismo notturno. L'idea di tornare da sua madre a ventinove anni viene vissuta come una colpa e un fallimento, quando in realtà rappresenta il desiderio comprensibile di trovare un porto sicuro di fronte a una città, Torino, che in questo momento le restituisce solo un senso di isolamento, precocità economica azzerata e impotenza. Il punto centrale non è etichettare questo stato come autismo, ADHD o depressione clinica isolata, ma riconoscere che sta attraversando una crisi di adattamento profonda, aggravata dall'uso quotidiano dello Xanax che tampona l'emergenza senza sciogliere il nodo emotivo e fisico che si è creato. Se provassi a considerare l'ipotesi di tornare temporaneamente da tua madre non come una resa definitiva, ma come una mossa strategica per ricaricare le batterie e salvaguardare la tua salute mentale, cosa cambierebbe nella morsa d'ansia che senti al petto? E se invece pensi al divario tra le tue competenze in Informatica e la realtà attuale, quale piccolo passo potresti compiere per uscire dall'isolamento torinese senza delegare tutto il tuo valore al lavoro che ancora non c'è? Infine, se accettassi che non stai impazzendo ma che hai solo accumulato troppo dolore e troppa paura tutta insieme, quale sarebbe la prima persona o il primo aiuto professionale a cui ti affideresti per farti accompagnare fuori da questo tunnel?

Dott.ssa Sara Ercoli

Dott.ssa Sara Ercoli

psicologo clinico

Vetralla

Prenota visita

Buongiorno, dal solo messaggio non è ovviamente possibile fare una diagnosi, ma da quello che racconta emerge una sofferenza reale, che merita attenzione e non va affrontata da sola. Un trasloco in una nuova città, la difficoltà a trovare lavoro e la paura vissuta in pronto soccorso sono carichi importanti, e non sorprende che il suo corpo e la sua mente ne risentano. Non sta "impazzendo": sta attraversando un periodo molto difficile, e chiedere aiuto è il passo giusto. Le consiglio di rivolgersi a uno dei Centri di Salute Mentale (CSM) di Torino, che sono distribuiti in base alla residenza o al domicilio. Può chiedere al suo medico di base un'impegnativa per una visita psichiatrica: il primo colloquio di accoglienza e valutazione è gratuito, mentre le visite successive, in assenza di esenzioni, hanno un costo calmierato. I CSM offrono anche percorsi di psicoterapia, anche se in questo caso la lista d'attesa può essere lunga. Dato che assume lo Xanax quasi ogni giorno da un mese, è importante che il suo medico o lo psichiatra siano al corrente di come lo sta usando, così da valutare insieme il modo più adeguato per gestire l'ansia nel tempo. Non lo sospenda da sola in modo brusco. Le consiglio di farsi aiutare il prima possibile: i pensieri distruttivi possono essere alleggeriti e, con un supporto adeguato, imparerà strategie concrete per affrontarli. Se dovessero diventare più intensi o difficili da tollerare, non aspetti l'appuntamento e si rivolga al pronto soccorso o al numero unico di emergenza 112. Tornare dalla sua famiglia per un periodo, se lo ritenesse utile, non sarebbe un fallimento ma una scelta per prendersi cura di sé. Si ricordi che non è sola.


Ciao! Non stai impazzendo: il tuo sistema nervoso è allo stremo a causa di situazioni stressanti come il trasferimento, disoccupazione, shock in pronto soccorso e isolamento. Due cose urgenti: attenzione allo Xanax, usarlo ogni giorno da un mese rischia di peggiorare l'instabilità emotiva e l'ansia. Parlane subito con il medico per valutare un percorso diverso. I pensieri intrusivi sulle gattine: probabilmente sono solo il sintomo di una mente terrorizzata e sfinita. Il fatto che ti spaventino dimostra che non sei pericolosa. A 29 anni, pensare di tornare da tua madre fa sentire in colpa, ma non è un fallimento, è una mossa di sopravvivenza quando le risorse finiscono. Hai bisogno di un porto sicuro e di un supporto psicologico immediato. Riesci a parlare apertamente di tutto questo con il tuo compagno, o ti senti completamente sola?

Dott.ssa Ilaria D’Andrea

Dott.ssa Ilaria D’Andrea

psicologo clinico

Casavatore

Prenota visita

Cerchi ancora risposte? Fai una nuova domanda

  • • La domanda è anonima

  • • Fai una domanda specifica

  • • La domanda va a specialisti, non a un medico specifico

  • • Non sostituisce la consultazione medica

  • • Non serve per confermare diagnosi

  • • Non pubblichiamo informazioni sul dosaggio dei farmaci


Scegli lo specialista a cui vuoi rivolgere la domanda
Lo useremo solo per notificarti la risposta. Non sarà visibile pubblicamente.

Tutti i contenuti, in particolare domande e risposte, sono di natura informativa e non possono in alcun caso sostituire una diagnosi medica.