Soffro da più di 35 anni di anginofobia. ultimamente molto peggiorata per problemi gravi di salute d
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Soffro da più di 35 anni di anginofobia. ultimamente molto peggiorata per problemi gravi di salute di mia moglie, ipocondria e stress, emetofobia, problemi personali e lavorativi, inoltre ho una figlia di 7 anni. praticamente quando capitano quei momenti, io porto il cibo in fondo alla gola, non effettuo il riflesso della deglutizione e sento il bolo che per inerzia incomincia a scivolare giù nella tracha, al ché vado in panico e bevo dell acqua sperando che riattivi il riflesso, perché se non riparte e il cibo va giù va in soffocamento (penso), altra modalità io vado per ingoiare e stringo la gola e la lingua emettendo quasi un rantolo per non lasciare andare il cibo verso il suo naturale percorso.
Oggi non è siccesso, solo verso la fine, leggerissimamente percepivo che potesse accadere ma ho tenuto duro, ho detto a mia moglie di non alzarsi da tavola senza di me, ma così al momento non è vita
Oggi non è siccesso, solo verso la fine, leggerissimamente percepivo che potesse accadere ma ho tenuto duro, ho detto a mia moglie di non alzarsi da tavola senza di me, ma così al momento non è vita
Buonasera, il fatto che lei riesca comunque a mangiare, e che oggi sia andata meglio, è importante: significa che il meccanismo della deglutizione c’è, ma viene interferito dall’ansia e dalla paura del soffocamento. Ciò che accade sembra un meccanismo tipico dell’ansia: il gesto automatico della deglutizione viene “interrotto” dal controllo e dalla paura. Potrebbe esserle utile provare a parlarne in maniera continuativa con un professionista per poterla aiutare a comprendere cosa ci possa essere dietro questa fobia e spezzare questo meccanismo. Un caro saluto
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Gentile utente, quello che descrive mostra quanto una paura, quando dura da molti anni e viene alimentata da stress e preoccupazioni di salute, possa trasformare un gesto naturale come mangiare in una prova continua.
Prima di tutto, se non lo ha già fatto, è importante escludere o monitorare eventuali aspetti organici legati alla deglutizione con il medico curante o con specialisti indicati. Questo non per aumentare l’allarme, ma per separare ciò che appartiene al corpo da ciò che appartiene al circuito della paura.
Da come racconta, però, sembra esserci un meccanismo molto tipico delle fobie: più cerca di controllare la deglutizione, più un gesto che dovrebbe restare automatico diventa difficile. Il boccone viene sorvegliato, la gola si stringe, la lingua si irrigidisce, il corpo entra in allarme e a quel punto ogni minima sensazione sembra la prova che stia per accadere qualcosa di grave.
Bere acqua o chiedere a sua moglie di restare a tavola sono comprensibili tentativi di sentirsi più al sicuro. Il problema è che, se diventano indispensabili, rischiano di confermare alla sua mente che senza quelle “stampelle” lei non sarebbe in grado di mangiare. Danno sollievo sul momento, ma mantengono viva la paura.
In concreto, non le direi di forzarsi o di togliere tutto di colpo. Sarebbe controproducente. Le direi piuttosto di portare questo funzionamento in un percorso psicologico mirato sulle fobie, possibilmente integrato con una valutazione medica già chiara. Il lavoro dovrebbe aiutarla, gradualmente, a smettere di comandare la deglutizione e a recuperare fiducia in un automatismo che la paura ha trasformato in minaccia.
Il punto non è convincersi razionalmente che “non succederà nulla”, perché quando il panico parte la ragione serve poco. Il punto è imparare a non rispondere alla paura sempre nello stesso modo: controllando, stringendo, bevendo, chiedendo conferme. È lì che il problema si rinforza.
Il fatto che oggi sia riuscito a “tenere duro”, anche solo un po’, è un segnale da non sottovalutare. Non significa che il problema sia risolto, ma mostra che il circuito non è invincibile. Va lavorato con metodo, senza vergogna e senza aspettare che peggiori ancora.
Se questa situazione le sta togliendo libertà e serenità familiare, continui a parlarne in uno spazio professionale dedicato: non per imparare a mangiare sotto controllo, ma per tornare piano piano a mangiare senza dover controllare tutto.
Un caro saluto.
Prima di tutto, se non lo ha già fatto, è importante escludere o monitorare eventuali aspetti organici legati alla deglutizione con il medico curante o con specialisti indicati. Questo non per aumentare l’allarme, ma per separare ciò che appartiene al corpo da ciò che appartiene al circuito della paura.
Da come racconta, però, sembra esserci un meccanismo molto tipico delle fobie: più cerca di controllare la deglutizione, più un gesto che dovrebbe restare automatico diventa difficile. Il boccone viene sorvegliato, la gola si stringe, la lingua si irrigidisce, il corpo entra in allarme e a quel punto ogni minima sensazione sembra la prova che stia per accadere qualcosa di grave.
Bere acqua o chiedere a sua moglie di restare a tavola sono comprensibili tentativi di sentirsi più al sicuro. Il problema è che, se diventano indispensabili, rischiano di confermare alla sua mente che senza quelle “stampelle” lei non sarebbe in grado di mangiare. Danno sollievo sul momento, ma mantengono viva la paura.
In concreto, non le direi di forzarsi o di togliere tutto di colpo. Sarebbe controproducente. Le direi piuttosto di portare questo funzionamento in un percorso psicologico mirato sulle fobie, possibilmente integrato con una valutazione medica già chiara. Il lavoro dovrebbe aiutarla, gradualmente, a smettere di comandare la deglutizione e a recuperare fiducia in un automatismo che la paura ha trasformato in minaccia.
Il punto non è convincersi razionalmente che “non succederà nulla”, perché quando il panico parte la ragione serve poco. Il punto è imparare a non rispondere alla paura sempre nello stesso modo: controllando, stringendo, bevendo, chiedendo conferme. È lì che il problema si rinforza.
Il fatto che oggi sia riuscito a “tenere duro”, anche solo un po’, è un segnale da non sottovalutare. Non significa che il problema sia risolto, ma mostra che il circuito non è invincibile. Va lavorato con metodo, senza vergogna e senza aspettare che peggiori ancora.
Se questa situazione le sta togliendo libertà e serenità familiare, continui a parlarne in uno spazio professionale dedicato: non per imparare a mangiare sotto controllo, ma per tornare piano piano a mangiare senza dover controllare tutto.
Un caro saluto.
Gentile utente,
quello che descrive appare molto faticoso e comprensibilmente logorante, soprattutto perché sembra inserirsi in un periodo della sua vita già molto carico di preoccupazioni, stress e paura. Quando il corpo e la mente sono in uno stato di allerta costante, anche un gesto naturale come deglutire può diventare qualcosa da monitorare, controllare e temere.
Da ciò che racconta, sembra che l’ansia legata al soffocamento abbia costruito nel tempo un circolo molto potente: la paura aumenta il controllo sul gesto della deglutizione, il controllo irrigidisce il corpo, e questo rende la deglutizione ancora più difficile e spaventosa. È come se qualcosa che dovrebbe accadere spontaneamente venisse continuamente “sorvegliato”, fino a perdere naturalezza.
Il fatto che oggi sia riuscito a tollerare quel momento senza che accadesse ciò che teme è un elemento importante, anche se capisco quanto possa sembrare fragile davanti a una paura così radicata.
Dopo 35 anni di sofferenza, e considerando il peggioramento recente, credo che sarebbe molto importante intraprendere (o riprendere) un percorso di psicoterapia, possibilmente orientato ai disturbi d’ansia e alle fobie, per lavorare in modo specifico su questo meccanismo. A volte, quando il peso diventa troppo grande, può essere utile anche un confronto con uno psichiatra per valutare un sostegno farmacologico mirato.
Dietro questa paura sembra esserci anche un enorme carico di responsabilità e il timore profondo di perdere il controllo proprio in un momento della vita in cui sente di dover reggere molto. Non deve affrontarlo da solo.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
quello che descrive appare molto faticoso e comprensibilmente logorante, soprattutto perché sembra inserirsi in un periodo della sua vita già molto carico di preoccupazioni, stress e paura. Quando il corpo e la mente sono in uno stato di allerta costante, anche un gesto naturale come deglutire può diventare qualcosa da monitorare, controllare e temere.
Da ciò che racconta, sembra che l’ansia legata al soffocamento abbia costruito nel tempo un circolo molto potente: la paura aumenta il controllo sul gesto della deglutizione, il controllo irrigidisce il corpo, e questo rende la deglutizione ancora più difficile e spaventosa. È come se qualcosa che dovrebbe accadere spontaneamente venisse continuamente “sorvegliato”, fino a perdere naturalezza.
Il fatto che oggi sia riuscito a tollerare quel momento senza che accadesse ciò che teme è un elemento importante, anche se capisco quanto possa sembrare fragile davanti a una paura così radicata.
Dopo 35 anni di sofferenza, e considerando il peggioramento recente, credo che sarebbe molto importante intraprendere (o riprendere) un percorso di psicoterapia, possibilmente orientato ai disturbi d’ansia e alle fobie, per lavorare in modo specifico su questo meccanismo. A volte, quando il peso diventa troppo grande, può essere utile anche un confronto con uno psichiatra per valutare un sostegno farmacologico mirato.
Dietro questa paura sembra esserci anche un enorme carico di responsabilità e il timore profondo di perdere il controllo proprio in un momento della vita in cui sente di dover reggere molto. Non deve affrontarlo da solo.
Rimango a disposizione per qualunque chiarimento.
Dott.ssa Veronica Savio
L'anginofobia è un disturbo d'ansia ed è curabile con successo ed in tempi brevi almeno dalla Terapia Strategica Breve, l'ha mai provata? Nella mia pratica clinica associo gli strumenti propri di questo approccio a quelli offerti dalla Terapia della Gestalt per poter affrontare tematiche diverse con un maggior ventaglio di soluzioni. Trova maggiori info sul sito a mio nome.
Buongiorno, se vuoi ne possiamo parlare in call così magari spiega meglio e abbiamo più tempo gratutamente. Mi mandi pure così ci accordiamo
Buongiorno, quelllo che descrive sembra molto coerente con un circolo tra ansia, paura del soffocamento e ipercontrollo della deglutizione. Più cerca di controllare volontariamente un meccanismo che normalmente è automatico, più quel meccanismo rischia di “incepparsi” sotto la pressione della paura. La deglutizione è infatti un atto in gran parte riflesso e automatico: quando si entra in allerta, si tende a monitorare ogni movimento della gola, della lingua e del respiro, e questo può alterare la naturale fluidità del gesto, aumentando ancora di più il panico. Il fatto che lei riesca comunque a mangiare, che a volte il fenomeno sia più lieve e che oggi sia riuscito a “tenere duro” sono elementi importanti, perché fanno pensare più a un problema legato all’ansia e alla fobia che a una reale perdita del riflesso della deglutizione. Anche il bisogno che sua moglie resti seduta vicino a lei sembra diventato una sorta di protezione contro la paura di morire soffocato. Dopo anni di anginofobia, emetofobia, ipocondria e il forte stress che sta vivendo per la salute di sua moglie e le responsabilità familiari, il suo sistema di allerta probabilmente è continuamente attivato. Però ha ragione quando dice “così non è vita”, perché quando la paura inizia a condizionare un gesto quotidiano come mangiare è importante chiedere aiuto. Situazioni come questa possono migliorare molto con un percorso psicologico mirato sui disturbi d’ansia e sulle fobie, lavorando sia sui pensieri catastrofici (“andrò in soffocamento”) sia sul controllo corporeo che mette in atto durante il pasto. Se non lo ha mai fatto recentemente, potrebbe essere utile anche una valutazione medica per rassicurarsi sul piano organico, ma senza entrare nel circolo delle continue verifiche. Non sottovaluti questa sofferenza e non si vergogni: ciò che descrive è molto più comune di quanto sembri e non significa che lei stia “impazzendo” o che il suo corpo abbia dimenticato a deglutire.
Cordialità
Eleonora Rossini
Cordialità
Eleonora Rossini
Buonasera, quello che descrive è un quadro di grande sofferenza e soprattutto di forte affaticamento mentale ed emotivo, che si è costruito nel tempo e che oggi sembra essersi intensificato sotto la pressione di eventi molto stressanti e carichi affettivamente, come i problemi di salute di sua moglie e le responsabilità familiari. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, quando una persona convive a lungo con una paura intensa legata a un’azione automatica come la deglutizione, può accadere che il sistema della paura inizi a “interferire” proprio con quel gesto. La deglutizione è un atto che normalmente avviene in modo automatico, senza controllo volontario. Quando però subentra l’attenzione e soprattutto la paura che qualcosa possa andare storto, la mente tende a monitorare eccessivamente il processo, e questo monitoraggio può alterare la naturale fluidità del gesto. Non è il corpo che “non funziona”, ma è l’attivazione ansiosa che rende difficile lasciare che il gesto avvenga in modo spontaneo. Quello che emerge con chiarezza è anche la presenza di una forte anticipazione del pericolo. In altre parole, il momento del pasto non è vissuto solo nel presente, ma è accompagnato da scenari mentali in cui si immagina che possa accadere qualcosa di grave. Questa anticipazione genera tensione, e la tensione a sua volta interferisce con la naturale coordinazione del corpo, creando un circolo che diventa faticoso interrompere. È comprensibile che, vivendo questa esperienza da molti anni e in forma aggravata negli ultimi tempi, lei possa sentirsi come se la situazione stesse diventando sempre più limitante. Tuttavia, è importante sottolineare che il fatto che in alcuni momenti lei riesca comunque a “tenere duro” e a mangiare, anche se con difficoltà, indica che non si tratta di una perdita della funzione, ma di una forte attivazione della paura che oscilla nel tempo. Quando una persona dice “così al momento non è vita”, sta descrivendo non solo il sintomo, ma anche il peso che questo ha sulla libertà quotidiana e sulla serenità. Questo aspetto è centrale, perché ci dice che il problema non è soltanto il gesto in sé, ma il modo in cui questo gesto condiziona l’intera esperienza del vivere. In situazioni come questa, un lavoro psicologico mirato non si concentra sull’idea di “forzarsi a non avere paura”, ma piuttosto sul comprendere come si è costruito questo meccanismo nel tempo e su come la mente abbia imparato a interpretare la deglutizione come qualcosa di pericoloso. In parallelo, si lavora per ridurre gradualmente il livello di allarme che si attiva in quei momenti, così da permettere al corpo di tornare a funzionare senza interferenze eccessive dell’ansia. Il fatto che questa condizione sia presente da così tanti anni, e che oggi si sia intensificata in un periodo di forte stress, suggerisce che non si tratta di un problema isolato del presente, ma di un meccanismo che può essere compreso e affrontato in modo strutturato, con tempi adeguati e con un accompagnamento costante. Non è raro che, quando la vita richiede molto sul piano emotivo e pratico, il corpo esprima le tensioni attraverso sintomi che diventano centrali e invasivi. Questo non significa che la situazione sia irreversibile, ma che il sistema è in una condizione di sovraccarico. Un percorso psicologico può aiutarla a ridurre progressivamente questa iperattivazione e a restituire al gesto del mangiare la sua naturalezza, senza che debba essere costantemente controllato o vissuto con paura. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gentile signore, comprendo quanto sia logorante una sofferenza che persiste da tanti anni, in particolare in un periodo gravato da stress familiare. In ottica cognitivo-comportamentale, la fobia che descrive, nota come anginofobia o fagofobia, si autoalimenta attraverso un circolo, sensazione fisica nella gola, interpretazione catastrofica (ad esempio "mi soffocherò"), iperattivazione ansiosa e comportamenti protettivi come il blocco della deglutizione. Tali comportamenti, pur offrendo sollievo nell'immediato, rinforzano la convinzione di pericolo e mantengono il disturbo. La TCC prevede la ristrutturazione cognitiva dei pensieri catastrofici, l'esposizione graduale agli alimenti temuti, il training di respirazione diaframmatica e la riduzione progressiva delle condotte protettive. In ottica ACT, può essere molto utile lavorare sull'accettazione delle sensazioni corporee, senza lottare contro di esse. Considerati anche l'ipocondria, l'emetofobia e lo stress per la salute familiare, le suggerisco un percorso TCC con un terapeuta esperto in disturbi d'ansia, che possa costruire un protocollo personalizzato. Un confronto preliminare con il medico curante, per escludere cause organiche, è sempre un passaggio prudente.
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Un caro saluto,
Dr. Vittorio Penzo
Capisco quanto questa situazione possa essere diventata pesante e limitante per lei, soprattutto considerando che va avanti da molti anni e che, nell’ultimo periodo, si è intensificata a causa dello stress, delle preoccupazioni per la salute di sua moglie, delle responsabilità familiari e lavorative e della presenza di altre paure come l’ipocondria e l’emetofobia.
Da ciò che descrive, sembra instaurarsi un circolo molto tipico dell’ansia fobica: l’attenzione si concentra in modo eccessivo sull’atto della deglutizione, che normalmente è automatico. Quando però si cerca di “controllare” volontariamente un processo automatico, il corpo può irrigidirsi, la gola può contrarsi, la respirazione alterarsi e la deglutizione diventare effettivamente più difficoltosa. Questo aumenta il panico e la paura del soffocamento, portando a monitorare continuamente ogni boccone e ogni sensazione fisica.
Le sensazioni che racconta — il timore che il cibo “vada nella trachea”, il bisogno di bere acqua, il trattenere il bolo o irrigidire lingua e gola — sono esperienze molto frequenti nei disturbi d’ansia legati alla deglutizione. Va anche detto che il nostro organismo possiede riflessi protettivi molto efficaci: tosse, chiusura delle vie aeree e riflesso della deglutizione sono meccanismi automatici estremamente solidi. Tuttavia, quando l’ansia è elevata, la percezione del pericolo diventa molto amplificata e il corpo entra in uno stato di allerta continua.
Il fatto che oggi sia riuscito a rimanere a tavola e “tenere duro”, pur con fatica, è un elemento importante: significa che una parte di lei riesce ancora a tollerare la paura, anche se con molta sofferenza. Però è comprensibile che vivere i pasti in questo modo diventi estenuante e condizioni profondamente la qualità della vita.
In questi casi è importante non affrontare tutto da soli. Un percorso psicologico, soprattutto di orientamento cognitivo-comportamentale, può aiutare molto a:
ridurre il livello di allerta e il panico associato alla deglutizione;
interrompere il circolo paura-controllo-irrigidimento;
lavorare sulle fobie associate e sull’ipocondria;
recuperare gradualmente fiducia nel proprio corpo e nell’atto del mangiare.
Talvolta può essere utile anche un approfondimento medico (ad esempio otorinolaringoiatrico o gastroenterologico) se non è già stato effettuato, non perché ciò che vive sia necessariamente organico, ma per escludere eventuali problematiche fisiche e permetterle di affrontare il percorso psicologico con maggiore serenità.
Le consiglierei quindi di approfondire la situazione con uno specialista, perché questa sofferenza merita attenzione e può essere trattata in modo efficace.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Da ciò che descrive, sembra instaurarsi un circolo molto tipico dell’ansia fobica: l’attenzione si concentra in modo eccessivo sull’atto della deglutizione, che normalmente è automatico. Quando però si cerca di “controllare” volontariamente un processo automatico, il corpo può irrigidirsi, la gola può contrarsi, la respirazione alterarsi e la deglutizione diventare effettivamente più difficoltosa. Questo aumenta il panico e la paura del soffocamento, portando a monitorare continuamente ogni boccone e ogni sensazione fisica.
Le sensazioni che racconta — il timore che il cibo “vada nella trachea”, il bisogno di bere acqua, il trattenere il bolo o irrigidire lingua e gola — sono esperienze molto frequenti nei disturbi d’ansia legati alla deglutizione. Va anche detto che il nostro organismo possiede riflessi protettivi molto efficaci: tosse, chiusura delle vie aeree e riflesso della deglutizione sono meccanismi automatici estremamente solidi. Tuttavia, quando l’ansia è elevata, la percezione del pericolo diventa molto amplificata e il corpo entra in uno stato di allerta continua.
Il fatto che oggi sia riuscito a rimanere a tavola e “tenere duro”, pur con fatica, è un elemento importante: significa che una parte di lei riesce ancora a tollerare la paura, anche se con molta sofferenza. Però è comprensibile che vivere i pasti in questo modo diventi estenuante e condizioni profondamente la qualità della vita.
In questi casi è importante non affrontare tutto da soli. Un percorso psicologico, soprattutto di orientamento cognitivo-comportamentale, può aiutare molto a:
ridurre il livello di allerta e il panico associato alla deglutizione;
interrompere il circolo paura-controllo-irrigidimento;
lavorare sulle fobie associate e sull’ipocondria;
recuperare gradualmente fiducia nel proprio corpo e nell’atto del mangiare.
Talvolta può essere utile anche un approfondimento medico (ad esempio otorinolaringoiatrico o gastroenterologico) se non è già stato effettuato, non perché ciò che vive sia necessariamente organico, ma per escludere eventuali problematiche fisiche e permetterle di affrontare il percorso psicologico con maggiore serenità.
Le consiglierei quindi di approfondire la situazione con uno specialista, perché questa sofferenza merita attenzione e può essere trattata in modo efficace.
Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Buongiorno,
quello che descrive è qualcosa che, nella pratica clinica, si incontra più spesso di quanto si pensi. Ho già visto situazioni molto simili alla sua, in cui la paura di soffocare porta la persona a controllare in modo sempre più rigido e volontario un atto che normalmente è automatico, come la deglutizione.
Il punto centrale è proprio questo: la deglutizione è un riflesso automatico, gestito dal corpo senza bisogno di controllo cosciente. Quando però entra in gioco la paura, la mente cerca di “prendere il comando” di qualcosa che non dovrebbe essere controllato volontariamente. E lì si crea il blocco.
Quella sensazione che descrive, cioè di portare il cibo in fondo alla gola ma di non riuscire a deglutire, o di dover “forzare” il passaggio, non indica che il riflesso sia davvero bloccato o che il cibo stia andando nella trachea. Indica che c’è una interferenza ansiosa sul meccanismo automatico. Il corpo sa ancora deglutire, ma viene disturbato dal tentativo di controllo e dalla paura.
Anche il fatto che lei metta in atto strategie come bere acqua subito, trattenere il cibo o “chiudere” la gola, è comprensibile ma contribuisce a mantenere il problema. Non perché siano scelte sbagliate in senso volontario, ma perché rinforzano l’idea che senza quei comportamenti il rischio sia reale.
Il peggioramento recente che racconta ha una logica molto chiara: stress, preoccupazioni per sua moglie, responsabilità familiari, carico emotivo. Tutti questi fattori aumentano il livello di attivazione interna e rendono più facile che la mente si agganci proprio a quella paura specifica che lei conosce da tanti anni.
È importante dirle una cosa in modo molto diretto: la sensazione che il cibo possa “andare nella trachea” mentre è già in fase di deglutizione non corrisponde al funzionamento reale del corpo. Il riflesso protegge automaticamente le vie respiratorie. Quello che lei percepisce è estremamente reale a livello sensoriale, ma non indica un rischio concreto di soffocamento come lo immagina.
Quando dice “così non è vita”, sta cogliendo il punto essenziale: non è tanto il singolo episodio, ma il fatto che il momento del pasto, che dovrebbe essere naturale, è diventato un momento di tensione e controllo continuo.
Il fatto che oggi sia riuscito a gestire meglio la situazione, anche solo “tenendo duro”, è un segnale importante. Non perché debba sforzarsi, ma perché indica che il meccanismo non è bloccato davvero, è modulato dall’ansia.
In questi casi, il lavoro più efficace non è cercare di controllare meglio la deglutizione, ma fare il percorso opposto: ridurre progressivamente il controllo e la paura associata a quel gesto. Questo tipo di difficoltà si affronta molto bene con un percorso psicologico mirato sulle fobie somatiche e sull’ansia, spesso con tecniche graduali che aiutano a “restituire” al corpo il suo automatismo.
Il fatto che questa difficoltà sia presente da tanti anni non significa che non possa migliorare. Significa solo che si è strutturata nel tempo e che ha bisogno di un lavoro altrettanto mirato per essere modificata.
Se vuole, possiamo anche entrare più nel concreto di cosa succede esattamente nei momenti in cui sente partire il blocco, perché lì si trovano spesso i punti su cui intervenire in modo più efficace.
quello che descrive è qualcosa che, nella pratica clinica, si incontra più spesso di quanto si pensi. Ho già visto situazioni molto simili alla sua, in cui la paura di soffocare porta la persona a controllare in modo sempre più rigido e volontario un atto che normalmente è automatico, come la deglutizione.
Il punto centrale è proprio questo: la deglutizione è un riflesso automatico, gestito dal corpo senza bisogno di controllo cosciente. Quando però entra in gioco la paura, la mente cerca di “prendere il comando” di qualcosa che non dovrebbe essere controllato volontariamente. E lì si crea il blocco.
Quella sensazione che descrive, cioè di portare il cibo in fondo alla gola ma di non riuscire a deglutire, o di dover “forzare” il passaggio, non indica che il riflesso sia davvero bloccato o che il cibo stia andando nella trachea. Indica che c’è una interferenza ansiosa sul meccanismo automatico. Il corpo sa ancora deglutire, ma viene disturbato dal tentativo di controllo e dalla paura.
Anche il fatto che lei metta in atto strategie come bere acqua subito, trattenere il cibo o “chiudere” la gola, è comprensibile ma contribuisce a mantenere il problema. Non perché siano scelte sbagliate in senso volontario, ma perché rinforzano l’idea che senza quei comportamenti il rischio sia reale.
Il peggioramento recente che racconta ha una logica molto chiara: stress, preoccupazioni per sua moglie, responsabilità familiari, carico emotivo. Tutti questi fattori aumentano il livello di attivazione interna e rendono più facile che la mente si agganci proprio a quella paura specifica che lei conosce da tanti anni.
È importante dirle una cosa in modo molto diretto: la sensazione che il cibo possa “andare nella trachea” mentre è già in fase di deglutizione non corrisponde al funzionamento reale del corpo. Il riflesso protegge automaticamente le vie respiratorie. Quello che lei percepisce è estremamente reale a livello sensoriale, ma non indica un rischio concreto di soffocamento come lo immagina.
Quando dice “così non è vita”, sta cogliendo il punto essenziale: non è tanto il singolo episodio, ma il fatto che il momento del pasto, che dovrebbe essere naturale, è diventato un momento di tensione e controllo continuo.
Il fatto che oggi sia riuscito a gestire meglio la situazione, anche solo “tenendo duro”, è un segnale importante. Non perché debba sforzarsi, ma perché indica che il meccanismo non è bloccato davvero, è modulato dall’ansia.
In questi casi, il lavoro più efficace non è cercare di controllare meglio la deglutizione, ma fare il percorso opposto: ridurre progressivamente il controllo e la paura associata a quel gesto. Questo tipo di difficoltà si affronta molto bene con un percorso psicologico mirato sulle fobie somatiche e sull’ansia, spesso con tecniche graduali che aiutano a “restituire” al corpo il suo automatismo.
Il fatto che questa difficoltà sia presente da tanti anni non significa che non possa migliorare. Significa solo che si è strutturata nel tempo e che ha bisogno di un lavoro altrettanto mirato per essere modificata.
Se vuole, possiamo anche entrare più nel concreto di cosa succede esattamente nei momenti in cui sente partire il blocco, perché lì si trovano spesso i punti su cui intervenire in modo più efficace.
La sofferenza che descrive sembra molto intensa e sta incidendo profondamente non solo sul momento del pasto, ma anche sulla qualità della vita familiare e sul senso di sicurezza quotidiano. È importante che non affronti tutto questo da solo.
Quando l’ansia e la paura legate alla deglutizione diventano così pervasive, cercare un sostegno psicologico può aiutare concretamente a comprendere i meccanismi che alimentano il problema e a ritrovare gradualmente un rapporto più sereno con il cibo, con il corpo e con i momenti condivisi a tavola con la sua famiglia.
Il fatto che oggi sia riuscito a restare nel momento, nonostante la paura, è comunque un elemento importante da riconoscere. Con un percorso adeguato è possibile lavorare su queste paure con un professionista e recuperare una maggiore libertà nella quotidianità, ci pensi.
Quando l’ansia e la paura legate alla deglutizione diventano così pervasive, cercare un sostegno psicologico può aiutare concretamente a comprendere i meccanismi che alimentano il problema e a ritrovare gradualmente un rapporto più sereno con il cibo, con il corpo e con i momenti condivisi a tavola con la sua famiglia.
Il fatto che oggi sia riuscito a restare nel momento, nonostante la paura, è comunque un elemento importante da riconoscere. Con un percorso adeguato è possibile lavorare su queste paure con un professionista e recuperare una maggiore libertà nella quotidianità, ci pensi.
Buongiorno, posso immaginare la sua sofferenza e il suo disagio. Potrebbe provare a consultare uno psicologo che potrà aiutarla a star meglio e migliorare la sua condizione.
Gentile utente, mi dispiace tanto per ciò che ha descritto. Le consiglio un percorso di supporto psicologico in modo da poter avere maggiori strumenti per migliorare la sua qualità di vita.
Mi occupo di supporto psicologico per patologie organiche gravi sia a pazienti che caregiver.
Sarei felice di accompagnarla in questo percorso.
Se dovesse avere dei dubbi, può contattarmi premendo il tasto 'messaggio' sul mio profilo.
Resto a disposizione attraverso consulenze online.
Dott. Luca Rochdi
Mi occupo di supporto psicologico per patologie organiche gravi sia a pazienti che caregiver.
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Dott. Luca Rochdi
Comprendo profondamente quanto possa essere estenuante vivere un gesto naturale come nutrirsi provando un tale livello di allarme, specialmente in un periodo così denso di preoccupazioni. Spesso, di fronte a fatiche così soverchianti, ci vengono consegnate etichette come "anginofobia" o "ipocondria", che rischiano di farci percepire noi stessi come se avessimo un ingranaggio guasto da qualche parte nella mente o nel corpo, aggiungendo ulteriore peso alla situazione.
Cosa accadrebbe se provassimo a guardare a questo blocco esplorando un'altra prospettiva? Potremmo ipotizzare che, trovandosi a fronteggiare la grave malattia di sua moglie, il bisogno di esserci per sua figlia e le incertezze lavorative, il suo corpo stia reagendo a pressioni che sembrano stringere la presa da ogni lato. Ci potremmo chiedere se questo "non lasciar andare" il cibo possa rappresentare, in qualche modo, un tentativo estremo di mantenere il controllo in un momento in cui l'intero equilibrio familiare sembra in pericolo. Forse, esplorando questa sua fatica, potremmo persino domandarci se non nasconda un enorme senso di responsabilità: il terrore di "mancare" o di cedere proprio ora che le persone che ama contano su di lei.
Continuare a lottare contro la propria gola, col timore costante di avere qualcosa di sbagliato da riparare, potrebbe solo esacerbare questo senso di esaurimento. Più che cercare esclusivamente di forzare il sintomo, potrebbe esserle utile valutare un confronto con un professionista che l'aiuti a esplorare l'impatto di tutte queste enormi tensioni relazionali e situazionali sulla sua vita. Uno spazio aperto e privo di giudizi, dove poter dare voce alla sua fatica di marito e padre, cercando insieme strade possibili per attraversare questa tempesta senza doversi mai sentire un "problema".
Cosa accadrebbe se provassimo a guardare a questo blocco esplorando un'altra prospettiva? Potremmo ipotizzare che, trovandosi a fronteggiare la grave malattia di sua moglie, il bisogno di esserci per sua figlia e le incertezze lavorative, il suo corpo stia reagendo a pressioni che sembrano stringere la presa da ogni lato. Ci potremmo chiedere se questo "non lasciar andare" il cibo possa rappresentare, in qualche modo, un tentativo estremo di mantenere il controllo in un momento in cui l'intero equilibrio familiare sembra in pericolo. Forse, esplorando questa sua fatica, potremmo persino domandarci se non nasconda un enorme senso di responsabilità: il terrore di "mancare" o di cedere proprio ora che le persone che ama contano su di lei.
Continuare a lottare contro la propria gola, col timore costante di avere qualcosa di sbagliato da riparare, potrebbe solo esacerbare questo senso di esaurimento. Più che cercare esclusivamente di forzare il sintomo, potrebbe esserle utile valutare un confronto con un professionista che l'aiuti a esplorare l'impatto di tutte queste enormi tensioni relazionali e situazionali sulla sua vita. Uno spazio aperto e privo di giudizi, dove poter dare voce alla sua fatica di marito e padre, cercando insieme strade possibili per attraversare questa tempesta senza doversi mai sentire un "problema".
Gentilissimo, è possibile che la sua anginofobia (la paura di soffocare) sia stata aggravata negli ultimi tempi dall'accumulo di stress per la salute di sua moglie, per le responsabilità verso sua figlia e per le pressioni lavorative. Tali condizioni possono aver aumentato in lei uno stato di iper-vigilanza che porta la sua mente ad interpretare funzioni naturali come la deglutizione come potenziali pericoli.
Le consiglierei di favorire uno stato di rilassamento prima di consumare i pasti, attraverso una profonda respirazione diaframmatica e l'assunzione di una postura diritta e corretta. Può aiutarla anche un'esposizione graduale alla consistenza del cibo: se al momento il cibo molto solido la spaventa troppo, non si sforzi di mangiarli soprattutto nei momenti di picco dell'ansia. Prediliga temporaneamente cibi più morbidi o semi-liquidi per abbassare il livello di allerta, ma con l'obiettivo di tornare ai solidi appena si sente più calmo.
Un caro saluto,
Filippo Guizzardi
Le consiglierei di favorire uno stato di rilassamento prima di consumare i pasti, attraverso una profonda respirazione diaframmatica e l'assunzione di una postura diritta e corretta. Può aiutarla anche un'esposizione graduale alla consistenza del cibo: se al momento il cibo molto solido la spaventa troppo, non si sforzi di mangiarli soprattutto nei momenti di picco dell'ansia. Prediliga temporaneamente cibi più morbidi o semi-liquidi per abbassare il livello di allerta, ma con l'obiettivo di tornare ai solidi appena si sente più calmo.
Un caro saluto,
Filippo Guizzardi
Quello che descrive non è “solo paura”: è una sofferenza che da anni sta occupando uno spazio enorme nella sua vita, fino a trasformare un gesto naturale come mangiare in un momento di allarme e controllo continuo. Il fatto che oggi abbia avuto bisogno che sua moglie restasse seduta accanto a lei per riuscire a finire il pasto fa capire quanto questa angoscia sia diventata invasiva.
Quando il corpo entra nel panico, la gola si contrae davvero, ma non perché lei stia soffocando: è la paura che prende il controllo del gesto automatico della deglutizione. E più cerca di controllarlo, più il sintomo si rinforza.
Aspettare ancora rischia solo di consolidare questo circolo. Iniziare una terapia, invece, significa finalmente smettere di combattere da solo contro qualcosa che da troppo tempo le sta togliendo libertà, serenità e presenza nella sua vita familiare.
Mi contatti, io ci sono
Quando il corpo entra nel panico, la gola si contrae davvero, ma non perché lei stia soffocando: è la paura che prende il controllo del gesto automatico della deglutizione. E più cerca di controllarlo, più il sintomo si rinforza.
Aspettare ancora rischia solo di consolidare questo circolo. Iniziare una terapia, invece, significa finalmente smettere di combattere da solo contro qualcosa che da troppo tempo le sta togliendo libertà, serenità e presenza nella sua vita familiare.
Mi contatti, io ci sono
Buongiorno, da ciò che descrive emerge una sofferenza molto intensa e, soprattutto, estremamente limitante nella vita quotidiana. Dopo oltre 35 anni di convivenza con questa paura, e con un recente aumento di stress legato a eventi importanti (salute di sua moglie, preoccupazioni personali e lavorative, responsabilità familiari), è comprensibile che il sistema sia entrato in uno stato di maggiore allerta.
Nel suo racconto colpisce un aspetto molto importante: sembra essersi creato un circolo tra paura, ipercontrollo e sintomo fisico. Quando arriva il timore di soffocare, l’attenzione si concentra in modo totale sulla deglutizione: il cervello inizia a monitorare ogni movimento della gola, della lingua e del cibo. Ma la deglutizione è un processo che normalmente avviene in modo automatico; quando cerchiamo di controllarlo volontariamente in ogni passaggio, può diventare meno fluido e aumentare ulteriormente l’ansia.
È un po’ come quando improvvisamente ci chiediamo: “Sto respirando bene?” e iniziamo a controllare ogni respiro. Più controlliamo, più il gesto naturale si altera.
Un altro passaggio molto significativo è questo: oggi scrive che, pur avendo percepito la paura arrivare, ha tenuto duro ed è riuscito a restare a tavola. Può sembrare piccolo, ma clinicamente è un elemento importante: ci racconta che esiste una parte di lei che, nonostante l’angoscia, riesce ancora a restare nella situazione.
Accanto alla paura del soffocamento, spesso possono intrecciarsi altri temi: il bisogno di sicurezza, la paura di perdere il controllo, l’angoscia legata alla salute propria o delle persone care. E nei momenti di forte stress questi sistemi tendono ad amplificarsi.
Vista la durata e l’impatto sulla qualità di vita, potrebbe essere utile un percorso psicologico mirato ai meccanismi dell’ansia e delle fobie, lavorando non solo sul sintomo alimentare ma anche sui processi di iperallerta, evitamento e controllo. Approcci focalizzati sul trauma e sull’ansia, come ad esempio l’EMDR o interventi specifici sulle risposte corporee, possono risultare utili in alcuni casi.
Intanto una domanda che potrebbe accompagnarla è questa:
“In quel momento sto davvero soffocando oppure il mio sistema sta entrando in modalità allarme?”
Perché spesso ciò che fa più soffrire non è solo la sensazione fisica, ma il terrore del significato che le attribuiamo.
Un caro saluto.
Nel suo racconto colpisce un aspetto molto importante: sembra essersi creato un circolo tra paura, ipercontrollo e sintomo fisico. Quando arriva il timore di soffocare, l’attenzione si concentra in modo totale sulla deglutizione: il cervello inizia a monitorare ogni movimento della gola, della lingua e del cibo. Ma la deglutizione è un processo che normalmente avviene in modo automatico; quando cerchiamo di controllarlo volontariamente in ogni passaggio, può diventare meno fluido e aumentare ulteriormente l’ansia.
È un po’ come quando improvvisamente ci chiediamo: “Sto respirando bene?” e iniziamo a controllare ogni respiro. Più controlliamo, più il gesto naturale si altera.
Un altro passaggio molto significativo è questo: oggi scrive che, pur avendo percepito la paura arrivare, ha tenuto duro ed è riuscito a restare a tavola. Può sembrare piccolo, ma clinicamente è un elemento importante: ci racconta che esiste una parte di lei che, nonostante l’angoscia, riesce ancora a restare nella situazione.
Accanto alla paura del soffocamento, spesso possono intrecciarsi altri temi: il bisogno di sicurezza, la paura di perdere il controllo, l’angoscia legata alla salute propria o delle persone care. E nei momenti di forte stress questi sistemi tendono ad amplificarsi.
Vista la durata e l’impatto sulla qualità di vita, potrebbe essere utile un percorso psicologico mirato ai meccanismi dell’ansia e delle fobie, lavorando non solo sul sintomo alimentare ma anche sui processi di iperallerta, evitamento e controllo. Approcci focalizzati sul trauma e sull’ansia, come ad esempio l’EMDR o interventi specifici sulle risposte corporee, possono risultare utili in alcuni casi.
Intanto una domanda che potrebbe accompagnarla è questa:
“In quel momento sto davvero soffocando oppure il mio sistema sta entrando in modalità allarme?”
Perché spesso ciò che fa più soffrire non è solo la sensazione fisica, ma il terrore del significato che le attribuiamo.
Un caro saluto.
Salve!
Comprendo appieno la sua frustrazione,
Sicuramente un racconto di questa entità risulta “limitante” per sé stessi.
Sicuramente è una fobia da dover trattare considerando il fatto che riporta di averla sin da quando era bambino.
Credo che quando sarà pronto ad affrontarla, comprendendone la natura, anche la sua gola potrà sentirsi libera di far scendere giù il cibo.
Resto a disposizione,
Saluti !
Comprendo appieno la sua frustrazione,
Sicuramente un racconto di questa entità risulta “limitante” per sé stessi.
Sicuramente è una fobia da dover trattare considerando il fatto che riporta di averla sin da quando era bambino.
Credo che quando sarà pronto ad affrontarla, comprendendone la natura, anche la sua gola potrà sentirsi libera di far scendere giù il cibo.
Resto a disposizione,
Saluti !
Buonasera, il sintomo che lei descrive mi sembra un correlato di uno stato ansioso che a sua volta può produrre altri sintomi. Immagino che sia difficile convivere con questa sensazione. Se ritiene potrei essere a disposizione per aiutarla, anche online. Saluti Dario Martelli
Buongiorno, quello che descrivi sembra molto faticoso e logorante da sostenere da così tanto tempo, soprattuto in un periodo già segnato da forte stress emotivo e preoccupazioni per la salute dei tuoi familiari.
Nelle situazioni di intensa ansia o paura, il corpo può arrivare a irrigidirsi e amplificare molto le situazioni legate alla deglutizione e al controllo del respiro, alimentando un circolo di paura e allerta continua.
Il fatto che tu riesca a descrivere con così tanta precisione ciò che accade è già un elemento importante, perchè permette di comprendere meglio il funzionamento di questi momenti e di lavorarci in modo graduale e mirato.
Se non lo hai già fatto, è utile anche confrontarsi con professionisti sanitari per escludere eventuali componenti organiche, così da poter affrontare la situazione con maggiore serenità e completezza.
Ti auguro di poter trovare uno spazio di supporto in cui sentirti compreso e aiutato ad affrontare queste paure con minore peso e solitudine.
Nelle situazioni di intensa ansia o paura, il corpo può arrivare a irrigidirsi e amplificare molto le situazioni legate alla deglutizione e al controllo del respiro, alimentando un circolo di paura e allerta continua.
Il fatto che tu riesca a descrivere con così tanta precisione ciò che accade è già un elemento importante, perchè permette di comprendere meglio il funzionamento di questi momenti e di lavorarci in modo graduale e mirato.
Se non lo hai già fatto, è utile anche confrontarsi con professionisti sanitari per escludere eventuali componenti organiche, così da poter affrontare la situazione con maggiore serenità e completezza.
Ti auguro di poter trovare uno spazio di supporto in cui sentirti compreso e aiutato ad affrontare queste paure con minore peso e solitudine.
Salve, da ciò che descrive emerge una sofferenza molto intensa e presente da lungo tempo, che negli ultimi periodi sembra essersi amplificata in concomitanza con eventi particolarmente stressanti e dolorosi, come la salute di sua moglie, le preoccupazioni familiari e lavorative. Quando l’ansia e le fobie legate al corpo diventano così pervasive, può accadere che l’attenzione si focalizzi in modo costante su funzioni normalmente automatiche, come la deglutizione, fino a percepirle come difficili, pericolose o fuori controllo. Questo può alimentare un circolo di paura, ipervigilanza e tensione fisica che rende ogni pasto un momento estremamente angosciante, pur senza che ciò significhi necessariamente che il pericolo percepito corrisponda a un rischio reale. Il fatto che oggi sia riuscito, seppur con fatica, a gestire il momento indica che dentro questa sofferenza esistono anche risorse da cui partire. Considerata la durata e l’impatto sulla qualità della vita, potrebbe essere molto utile un supporto psicologico mirato alle fobie, all’ansia e alle somatizzazioni, eventualmente integrato con un confronto medico specialistico se non già effettuato, per aiutarla a recuperare gradualmente sicurezza e serenità rispetto al corpo e ai momenti dei pasti. Non deve affrontare tutto questo da solo.
Un caro saluto.
Un caro saluto.
Buongiorno, la situazione che descrive sembra essere davvero faticosa per lei e per la sua famiglia. Visto l'impatto che questo aspetto sembra avere sulla sua quotidianità, penso sia importante intraprendere percorso di supporto psicologico nel quale approfondire quanto sta vivendo e, insieme allo specialista, comprendere i possibili fattori che contribuiscono a questa sua difficoltà.
Un cordiale saluto
Un cordiale saluto
Buon pomeriggio, la ringrazio per aver condiviso le sue preoccupazioni e questa parte della sua storia. Deve essere difficile convivere, per così tanto tempo, con una problematica così invalidante. La invito a riflettere su quando è cominciata, su cosa stesse accadendo in quel momento della sua vita, su se questo sintomo possa avere una funzione e da cosa tenta di proteggerla. Se non lo ha già fatto, le suggerirei di esplorare queste e altre tematiche in un percorso psicologico.
Mi dispiace moltissimo per la sofferenza che sta vivendo; è del tutto comprensibile che senta che "così non è vita". La sua gola sta esprimendo un forte sovraccarico emotivo. L'anginofobia non è un problema meccanico, ma un cortocircuito d'ansia. Non è un caso che sia peggiorata ora: tra i gravi problemi di salute di sua moglie, lo stress e una bimba di 7 anni, il carico sul vostro nucleo familiare è diventato enorme. Quando ci sono troppe cose dolorose che non si riescono a "mandare giù" nella vita, il corpo somatizza chiudendo la gola. I blocchi volontari e i rantoli che descrive sono "tentate soluzioni": il tentativo della mente di controllare un atto che invece è automatico. Più cerca di controllare la deglutizione, più i muscoli si irrigidiscono, creando il panico. Si rassicuri sul fatto che il corpo ha riflessi innati salvavita che proteggono la trachea automaticamente. Chiedere a sua moglie di restare a tavola è una richiesta di protezione comprensibile, ma rischia di aumentare il suo senso di impotenza dentro le relazioni familiari. Dopo 35 anni, e con questo peggioramento, il consiglio più importante è di non affrontare tutto questo da solo e contattare uno psicologo. Per comprendere come l'ansia si intrecci con le dinamiche e gli eventi dolorosi della sua vita, la Psicoterapia Relazionale Sistemica e la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) sono gli approcci più indicati. Lo psicologo la aiuterà a rielaborare lo stress legato alla salute di sua moglie e a sbloccare il meccanismo della gola. Si conceda questo aiuto per tornare a vivere serenamente con la sua famiglia.
dell’atto di inghiottire sembra interferire con un processo normalmente automatico. Le sensazioni che avverte durante i pasti possono intensificarsi proprio nei momenti di maggiore paura e ipervigilanza, soprattutto in un periodo di forte stress emotivo come quello che sta vivendo.
Il bisogno della presenza di sua moglie durante il pasto evidenzia quanto questa paura stia incidendo sul suo senso di sicurezza quotidiana e sulla qualità della vita.
Può essere indicato avviare o proseguire un percorso psicologico, per lavorare sull’anginofobia, sull’ansia anticipatoria e sul carico emotivo che sta sostenendo in questo periodo.
Cordialmente,
Dott.ssa Elisa Fiora
Il bisogno della presenza di sua moglie durante il pasto evidenzia quanto questa paura stia incidendo sul suo senso di sicurezza quotidiana e sulla qualità della vita.
Può essere indicato avviare o proseguire un percorso psicologico, per lavorare sull’anginofobia, sull’ansia anticipatoria e sul carico emotivo che sta sostenendo in questo periodo.
Cordialmente,
Dott.ssa Elisa Fiora
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