Salve, volevo un opinione. Cercherò di essere breve. Sono 4 anni circa che faccio terapia. Con la mi

25 risposte
Salve, volevo un opinione. Cercherò di essere breve. Sono 4 anni circa che faccio terapia. Con la mia dottoressa mi sono sempre trovata bene. Infatti le ho voluto un bene Dell anima. E ho sempre avuto fiducia in lei. A lei ho aperto il mio cuore
Le ho confidato tutto, anche le cose più intime. Pero pensavo che x come ci fossi andato da lei 4 anni fa, e x come sto messo adesso, un po si affezionasse a me. Invece ho notato il contrario ci sono stati episodi che mi hanno fatto pensare che x lei ero uno scoccio e un numero da poter incastrare nei suoi orari . Forse siccome ho qualche altro problema purtroppo, credo di essere stato molto ossessivivo con lei x una cosa che Nn mi poteva aiutare. X questo mi sono sentito abbandonato, xche quando cercavo un appiglio nel monento più buio, ho trovato la sua porta chiusa. Molte volte Nn rispondeva ai messaggi, e se li faceva, andava subito al sodo, In Seduta certe volte sembrava annoiata, qualche vita mi dava gli appuntamenti, certe volte li spostava con poco preavviso, oppure Nn si faceva sentire x mesi., neanche x chiedere "cmsta? Nonostante sapesse le mie difficoltà di salute e non. Ora le ho scritto un sms, spunmtandoke la mia rabbia una fiducia che è venuta a mancare da parte mia. Ho sbagliato secondo voi. Grazie
Gentile utente, non credo che la questione sia stabilire se lei abbia “sbagliato” a provare rabbia. La rabbia, il senso di abbandono e la delusione sono vissuti reali, e proprio per questo meritano di essere portati dentro la terapia, non lasciati soltanto dentro un sms.

C’è però un punto importante: il legame terapeutico può diventare molto profondo, perché a quella persona si raccontano parti intime, fragili, a volte mai dette a nessun altro. È comprensibile, quindi, che possa nascere la sensazione di un affetto speciale. Ma la cura non è un’amicizia, e non può diventare una presenza sempre disponibile fuori dalla seduta. Il confine terapeutico non serve a tenere il paziente lontano: serve a proteggere il lavoro, a non trasformare l’aiuto in dipendenza.

Da ciò che scrive, forse il nodo doloroso è proprio questo: lei non si è sentito solo seguito da una professionista, ma anche “tenuto” da una figura importante. Quando poi ha percepito distanza, risposte brevi, spostamenti o silenzi, quella distanza è diventata ferita: “non conto”, “sono un peso”, “mi ha lasciato fuori”.

Non possiamo sapere da qui se la sua terapeuta abbia gestito bene o male alcuni passaggi, né quali accordi ci fossero sui messaggi fuori seduta. Però può essere utile distinguere due cose: una terapeuta può prendersi cura di lei senza cercarla spontaneamente, senza rispondere sempre ai messaggi, senza diventare una figura affettiva quotidiana. Questo non significa automaticamente disinteresse.

In concreto, più che chiedersi se ha sbagliato, proverei a trasformare quel messaggio in materiale di lavoro. Alla prossima seduta potrebbe dire: “Mi sono sentito abbandonato, ho avuto rabbia e ho pensato di non contare più. Vorrei capire cosa è successo dentro di me e anche quali sono i confini del nostro lavoro”. Questa sarebbe una comunicazione molto più utile di una semplice accusa.

Se la fiducia è incrinata, va affrontata apertamente. A volte proprio una frattura nel rapporto terapeutico, se viene guardata insieme, diventa un passaggio importante della cura. Non perché il terapeuta debba diventare più amico, ma perché il paziente può imparare a riconoscere il proprio bisogno di appoggio senza trasformarlo in richiesta continua di conferma.

Se invece sente che quei confini non sono mai stati chiari, può chiedere alla sua dottoressa di ridefinirli: quando si può scrivere, per cosa, con quali tempi di risposta, e cosa fare nei momenti di crisi. La chiarezza, in terapia, spesso cura più della disponibilità illimitata.

Può continuare a parlarne con lei, se se la sente, oppure chiedere un confronto professionale per orientarsi meglio. Ma non butti via subito quattro anni di lavoro dentro un momento di rabbia: provi prima a portare quella rabbia nel luogo in cui può diventare comprensione.

Un caro saluto.

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Dott.ssa Jasmine Scioscia
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Bologna
Salve spero di aver letto bene il suo messaggio, credo che la cosa migliore è dirle vis a vis quello che ha riportato qui sulla piattaforma ,senza problemi ma anzi cercando di portarle tutto quello che lei sente emotivamente da questa situazione che nel tempo si è venuta a creare (almeno per lei) nel vostro rapporto terapeutico.Il controtrasfert è sempre una cosa molto importante e delicata da dover considerare nel rapporto con il paziente.
Quindi le chieda un appuntamento perché sente il bisogno di dirle delle cose e confrontarsi con la sua terapeuta.
Un caro saluto ,buen camino.
Dr. Jasmine Scioscia
Dott.ssa Giulia Perasso
Psicoterapeuta, Psicologo
Genova
Caro utente,
Non interroghiamoci se sia stato giusto o sbagliato scriverle. Tu hai espresso un’emozione molto forte, che rischiava di danneggiarti a lungo termine. Condividere con il proprio terapeuta una sofferenza profonda può essere utile per il vostro percorso insieme.
Non è strano o patologico vedere nel terapeuta una figura di riferimento e maturare un legame affettivo. Con il terapeuta – se le cose funzionano bene – si sanano ferite del nostro mondo interno che risalgono al passato, a volte anche all’infanzia. Il tuo attaccamento a lei è umano, nell’accezione “più positiva” possibile del termine.
Allo stesso tempo, però, la relazione terapeutica ha dei confini particolari. Serve per mantenere il rapporto un rapporto di lavoro (lavoro profondo, interiore), che faccia bene al paziente e che sia diverso da una semplice amicizia.
A volte può fare male vedere questa distanza e il paziente può interpretarla come disinteresse. Ti dirò una cosa un po’ scomoda: questo disinteresse verso di te, potrebbe anche essere un interesse a mantenere i confini di tutto ciò che avete coltivato negli anni.
Il mio consiglio è di portare in terapia l’esperienza emotiva che stai vivendo, se non con lei, con un altro/un’altra professionista. Potrebbe essere importante per conoscere meglio le tue risorse: forse inconsciamente non stai più cercando un appiglio, ma vuoi sentire una base sotto ai tuoi piedi. Sono cose diverse.
Un caro saluto e grazie per aver condiviso questa esperienza, utile a tutti noi professionisti per porci domande sul setting e sulle interazioni
Dott.ssa Valentina Dernini
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buongiorno, è sempre bene parlare col proprio terapeuta di cosa si prova e di come ci si sente nella relazione insieme. Gran parte del lavoro arriva proprio da lì. Ha fatto bene a scriverle, magari ne parli anche quando la incontrerà.
Dott.ssa Andreana Saulino
Psicologo, Psicologo clinico
Manziana
Salve, credo che nel suo messaggio ci sia soprattutto una ferita molto profonda: quella di essersi sentito importante per una persona a cui aveva affidato parti intime e delicate di sé, e di aver percepito poi distanza, discontinuità o mancanza di presenza proprio nei momenti in cui aveva più bisogno di sentirla vicina.
Dopo quattro anni di terapia è naturale sviluppare un legame significativo con il proprio terapeuta. Non è “strano” né sbagliato affezionarsi: quando ci si sente ascoltati, accolti e compresi, il coinvolgimento emotivo fa parte del processo terapeutico. Anzi, spesso è proprio dentro quella relazione che emergono bisogni profondi di cura, conferma, protezione e paura dell’abbandono.
Per questo motivo il dolore che prova non va minimizzato.
Allo stesso tempo, però, è importante comprendere un punto fondamentale: il legame terapeutico, anche quando è autentico e umano, non può funzionare come un rapporto affettivo personale. Uno psicoterapeuta non può essere disponibile come lo sarebbe un partner, un familiare o un amico, perché il lavoro terapeutico necessita di confini precisi. Non per freddezza, ma per proteggere il percorso stesso.
Questo non significa che lei “dovesse accontentarsi” di sentirsi ignorato o trascurato. Se ha percepito sedute frettolose, continui spostamenti, lunghi silenzi o mancanza di continuità, è comprensibile che dentro di lei si sia attivato un forte vissuto di abbandono, soprattutto se già esistono fragilità emotive o una particolare sensibilità al distacco.
E no, non credo abbia sbagliato a esprimere la sua rabbia.
Probabilmente quel messaggio non nasceva dal desiderio di accusarla, ma dal bisogno di essere visto nel suo dolore. Quando una persona sente di aver investito tantissimo emotivamente in una relazione terapeutica e poi percepisce distanza, può reagire con rabbia, delusione, protesta o bisogno di chiarimenti. Sono vissuti che andrebbero accolti ed elaborati, non giudicati.
Quello che forse sarebbe importante fare ora è trasformare questa esperienza in un’occasione di comprensione più profonda di sé:
cosa cercava in quella relazione terapeutica;
quanto bisogno aveva di sentirsi rassicurato;
cosa ha rappresentato per lei quella terapeuta; e perché alcuni comportamenti hanno avuto un impatto così doloroso.
A volte il rischio è che il terapeuta diventi, inconsapevolmente, l’unico punto emotivo stabile a cui aggrapparsi. Quando questo accade, ogni distanza o mancata risposta può essere vissuta come un rifiuto molto intenso.
Per questo credo potrebbe esserle utile fare almeno qualche colloquio con un altro professionista, non necessariamente perché la sua terapeuta sia “sbagliata”, ma per avere uno spazio neutro in cui elaborare quello che è successo e capire meglio i suoi bisogni relazionali ed emotivi. A volte un secondo sguardo professionale aiuta molto a rimettere ordine nei vissuti, soprattutto quando il rapporto terapeutico è diventato così carico emotivamente.
E soprattutto: non interpreti questa sofferenza come il segno che lei sia “troppo” o “pesante”. Spesso dietro il timore di essere uno scoccio c’è una storia di bisogni emotivi sentiti come eccessivi o non accolti abbastanza. Ed è proprio lì che un percorso psicologico ben contenuto può aiutare davvero.
Dott.ssa Serena Maugeri
Psicologo, Psicologo clinico
Catania
Salve gentile utente,
è veramente difficile esprimersi su quanto accade in un percorso di psicoterapia, perché tra paziente e terapeuta si instaurano delle dinamiche uniche.
Ciò che avverto dal suo messaggio è un senso di vera e propria dipendenza dalla Sua terapeuta. Lei vorrebbe che la Sua terapeuta ricambiasse il Suo affetto, e si arrabbia enormemente quando non avverte l'affetto che desidererebbe ricevere. Questo ci porta direttamente al Suo messaggio: c'è stato un accumulo di frustrazione, perché l'affetto sperato non è arrivato, ed ha agito d'impulso.
Credo che questa dinamica vada chiaramente discussa in seduta. Sarebbe opportuno che Lei riferisse tutto ciò che ha detto a noi alla diretta interessata (es. l'aspettativa del messaggio anche dopo mesi di stacco). Solo dopo una discussione aperta è possibile decidere sul da farsi, da entrambe le parti.
Dott.ssa Serena Maugeri
Dott.ssa Barbara Lolli
Psicologo, Psicoterapeuta
Casalecchio di Reno
Buongiorno, se vuoi ne possiamo parlare in call così magari spiega meglio e abbiamo più tempo gratutamente. Mi mandi pure così ci accordiamo
Dott.ssa Elina Zarcone
Psicologo, Psicologo clinico
Agrigento
salve, il terapeuta non fa servizio 24 ore su 24, se anche lo facesse con un messaggio breve, sta facendo un favore, se lei si è sentito abbandonato e infastidito in seduta dal comportamento non verbale della sua terapeuta, avrebbe dovuto dirglielo, ma se non lo ha ancora fatto, può sempre contattarla e prendere un appuntamento dove potrà esplicitare tutto questo, facendo così farà chiarezza dentro sè stesso ed eventualmente poi, valutare un nuovo terapeuta con un approccio diverso.
Capisco il dolore e la delusione che sta provando. In un percorso terapeutico, soprattutto dopo diversi anni, è naturale sviluppare un forte legame affettivo e aspettarsi attenzione, continuità e presenza emotiva. Quando questo viene percepito come discontinuo o distante, possono emergere sentimenti di abbandono, rabbia e sfiducia molto intensi. Esprimere ciò che ha provato non è “sbagliato”. Anzi, comunicare alla terapeuta il suo vissuto può essere un passaggio importante. Nella relazione terapeutica anche le emozioni difficili — come rabbia, delusione o bisogno di vicinanza — hanno valore e meritano di essere ascoltate ed elaborate. Allo stesso tempo, è utile ricordare che il terapeuta mantiene dei confini professionali che possono essere vissuti dal paziente come freddezza o distanza, soprattutto nei momenti di maggiore fragilità. Proprio per questo sarebbe importante affrontare apertamente questi vissuti in uno spazio di seduta, per capire insieme cosa è accaduto nella relazione terapeutica e se ci siano ancora le basi per proseguire il percorso in modo utile per lei.
Dott.ssa Jessica Parenti
Psicologo, Psicologo clinico
Modena
Grazie per aver condiviso qualcosa di così personale.
Leggendo quello che descrive, però, vorrei offrirle una prospettiva un po' diversa non per sminuire quello che sente, ma perché potrebbe esserle utile.
La sua terapeuta, con tutta probabilità, sta facendo il suo lavoro mantenendo i confini del setting terapeutico che esistono proprio per proteggere lei e la relazione terapeutica stessa. Un terapeuta non è un amico, non è una figura affettiva della vita quotidiana, e quella distinzione è un atto di cura, non di abbandono.
Il punto più prezioso è però un altro: quello che sta vivendo in relazione alla sua terapeuta è esattamente il materiale su cui vale la pena lavorare.
Il bisogno intenso di vicinanza, la difficoltà a stare dentro le regole del setting, la sensazione di abbandono quando l'altro si fa da parte, la rabbia che esplode quando il legame vacilla sono i segnali di un ciclo interpersonale che molto probabilmente non riguarda solo la terapia, ma si ripete nelle relazioni importanti della sua vita.
La buona notizia è che questo ciclo si è attivato proprio dentro la stanza terapeutica e questo è da vconsiderare una risorsa. Quando questi pattern emergono nella relazione con il terapeuta, c'è la possibilità concreta di osservarli, capire da dove vengono, e cominciare a trasformarli.
Perciò le consiglio di cogliere questa occasione.
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Buonasera, quello che descrive è una situazione emotivamente molto intensa e, prima ancora di tutto, comprensibile nella sua sofferenza. Quando si intraprende un percorso terapeutico di lunga durata, soprattutto con un coinvolgimento emotivo profondo e una forte fiducia nella figura che ci accompagna, può accadere che la relazione terapeutica diventi per la persona qualcosa di molto significativo, a volte quasi centrale. In questi casi non è raro che si sviluppino aspettative di reciprocità affettiva, di presenza costante, di disponibilità emotiva, che vanno oltre la natura professionale del rapporto. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, è importante considerare proprio questo intreccio tra pensieri, emozioni e interpretazioni: quando lei percepisce distanza, risposte brevi, cambi di appuntamento o momenti di apparente minor coinvolgimento, la sua mente sembra tradurre questi segnali in una conclusione molto dolorosa, cioè l’idea di essere poco importante, di essere “uno scoccio” o addirittura trascurato. Questa lettura, comprensibile sul piano emotivo, tende però a diventare assoluta e globale, e finisce per amplificare il senso di abbandono e rabbia. È anche importante distinguere tra ciò che accade nella relazione terapeutica come cornice professionale e ciò che invece viene vissuto internamente come bisogno di sicurezza, riconoscimento e continuità emotiva. A volte, soprattutto quando si attraversano momenti di fragilità o si portano avanti difficoltà importanti, la figura del terapeuta può assumere un valore affettivo molto forte, e questo rende particolarmente doloroso qualsiasi gesto percepito come distanza o discontinuità. Detto questo, il suo vissuto di rabbia e delusione non è qualcosa da sminuire. Ha un significato preciso e merita di essere ascoltato e compreso. Tuttavia, la modalità con cui lo ha espresso attraverso un messaggio impulsivo potrebbe effettivamente aver introdotto una tensione nella relazione terapeutica. Non necessariamente in senso irreparabile, ma come un momento di rottura che, in un percorso psicologico, può anche diventare un punto importante di lavoro e comprensione. Spesso, proprio questi passaggi diventano occasioni preziose per esplorare insieme al terapeuta cosa si è attivato dentro, quali aspettative erano presenti, cosa ha fatto sentire così ferito e quali bisogni profondi sono rimasti senza risposta in quel momento. In altre parole, invece di vedere questo episodio come un errore definitivo, potrebbe essere utile considerarlo come materiale clinico significativo da portare apertamente nel lavoro terapeutico. In un percorso ben strutturato, anche le emozioni più intense e i momenti di conflitto nella relazione possono essere elaborati e compresi, senza bisogno di evitarli o negarli. Anzi, spesso è proprio lì che si lavora in modo più autentico sugli schemi affettivi e cognitivi che si ripetono anche al di fuori della terapia. Se posso offrirle una prospettiva, potrebbe essere utile non restare da solo dentro questa interpretazione dolorosa, ma riportarla direttamente nello spazio terapeutico, in modo chiaro e onesto, anche con tutta la sua rabbia e delusione. Questo non solo per “chiarire” l’episodio, ma per capire cosa rappresenta per lei quel tipo di vissuto nelle relazioni in generale. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Dott. Davide Martinelli
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Salve,

quello che porta è molto delicato, e soprattutto molto comprensibile. In quattro anni di terapia non si costruisce solo un percorso “tecnico”, ma un legame emotivo profondo. Il fatto che lei dica di averle voluto “un bene dell’anima” dice quanto si sia coinvolto e quanto quella relazione fosse importante per lei.

Proprio per questo, ciò che sta provando adesso non è eccessivo o sbagliato, ma coerente con quello che ha vissuto. Quando in una relazione così significativa si percepisce distanza, freddezza o discontinuità, è facile sentirsi messi da parte, non visti, quasi “di troppo”. E questo può riattivare vissuti molto dolorosi, come quello di abbandono che lei stesso nomina.

C’è però un punto importante da chiarire, con molta onestà. La relazione terapeutica non funziona come una relazione affettiva nella vita quotidiana. Il terapeuta può provare interesse, attenzione, anche affetto professionale, ma deve mantenere dei confini precisi. Il fatto che non risponda sempre ai messaggi, che non cerchi fuori dalle sedute, o che mantenga una certa distanza, non è necessariamente segno di disinteresse personale, ma spesso è parte del ruolo.

Detto questo, ciò che lei descrive non riguarda solo i confini. Parla anche di appuntamenti spostati con poco preavviso, lunghi periodi senza contatti, una sensazione di freddezza o di scarsa presenza in seduta. Questi sono elementi che, al di là del modello terapeutico, possono far sentire una persona poco accolta. E il suo vissuto, in questo senso, merita di essere preso sul serio.

Non ha sbagliato a scriverle esprimendo la sua rabbia e la delusione. Anzi, portare questi vissuti è parte del lavoro terapeutico. Forse il punto non è tanto “aver sbagliato”, ma vedere cosa succede adesso. Se c’è spazio per parlarne insieme, per chiarire, per capire se quel rapporto può essere recuperato oppure no.

C’è anche un altro aspetto da considerare. Lei accenna al fatto di essersi sentito “ossessivo” nel cercarla per qualcosa su cui lei non poteva aiutarla. Questo potrebbe aver creato una tensione nella relazione, in cui da una parte lei cercava un appiglio, dall’altra la terapeuta ha forse cercato di mantenere un limite. Ma se questo non è stato esplicitato e condiviso, è rimasto come un vissuto di rifiuto.

Il punto centrale, adesso, non è giudicare se lei o la terapeuta abbiate “ragione”, ma capire se esistono ancora le condizioni per lavorare insieme in modo utile per lei. Una terapia funziona quando, anche nei momenti di difficoltà, c’è la possibilità di parlare apertamente di ciò che accade nella relazione.

Se la sua fiducia è venuta meno in modo profondo e sente che non riesce più a sentirsi al sicuro con lei, può essere anche legittimo valutare un cambiamento. Ma prima di arrivare a questo, se possibile, sarebbe importante provare a portare questi vissuti in uno spazio di confronto diretto.

Quello che ha fatto, cioè esprimere ciò che prova, non è un errore. È un segnale importante di quanto quella relazione conti per lei. E proprio per questo merita una risposta, un chiarimento, o almeno un tentativo di comprensione reciproca.

Se vuole,
possiamo anche ragionare insieme su come affrontare un eventuale confronto con lei in modo che sia il più chiaro e utile possibile per lei.
Dott.ssa Silvia Parisi
Psicoterapeuta, Psicologo, Sessuologo
Torino
Capisco il suo vissuto e la sofferenza che emerge dalle sue parole. Dopo quattro anni di terapia è naturale sviluppare un legame importante con il proprio terapeuta: nello spazio terapeutico si condividono parti molto profonde di sé, fragilità, paure, aspetti intimi della propria vita. Per questo motivo, quando si percepisce distanza, freddezza o mancanza di disponibilità, il dolore può essere molto intenso e può essere vissuto come un vero e proprio abbandono.

Da quello che racconta, sembra che lei abbia investito molto emotivamente nella relazione terapeutica, aspettandosi probabilmente non solo un supporto professionale, ma anche una presenza emotiva rassicurante e stabile. Non c’è nulla di “sbagliato” in questo bisogno: spesso in terapia emergono bisogni affettivi profondi, specialmente nei momenti di maggiore vulnerabilità.

Allo stesso tempo, però, è importante ricordare che la relazione terapeutica ha dei confini professionali precisi. Lo psicoterapeuta può provare empatia, cura e attenzione autentica verso il paziente, ma deve anche mantenere un equilibrio professionale. Questo significa che, talvolta, il paziente può percepire distanza o limiti che fanno soffrire, soprattutto se si sente particolarmente fragile o bisognoso di vicinanza.

Detto questo, le sue emozioni meritano ascolto. Se lei ha percepito appuntamenti spostati frequentemente, lunghi silenzi, mancanza di continuità o difficoltà nel sentirsi accolto nei momenti critici, è comprensibile che dentro di lei sia cresciuta rabbia, delusione e senso di sfiducia. Non credo abbia “sbagliato” a esprimere ciò che prova: comunicare il proprio dolore e il proprio disagio può essere molto importante in terapia. Il modo in cui lo si fa può fare la differenza, ma il contenuto emotivo che porta è legittimo.

Anzi, spesso proprio questi vissuti di abbandono, bisogno, delusione o paura di essere “un peso” diventano temi centrali da esplorare nel percorso terapeutico, perché possono riflettere dinamiche profonde presenti anche in altre relazioni della vita.

Potrebbe essere utile, se possibile, affrontare apertamente con la sua terapeuta ciò che sente: non solo la rabbia, ma soprattutto il dolore e il senso di essere stato lasciato solo. Da come verrà accolto questo confronto potrà capire meglio anche come proseguire il percorso e se sente ancora che quella relazione terapeutica sia adatta ai suoi bisogni attuali.

In ogni caso, visto il carico emotivo che sta vivendo, è consigliabile approfondire questi vissuti con uno specialista, così da comprendere meglio sia le sue aspettative relazionali sia il significato del senso di abbandono che sta sperimentando.

Dottoressa Silvia Parisi
Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa
Dott. Matteo De Nicolò
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Roma
Salve,la ringrazio per aver condiviso ciò che sta vivendo. Dalle sue parole emerge quanto questo rapporto terapeutico abbia avuto per lei un significato importante nel corso degli anni, non solo come spazio di cura, ma anche come punto di riferimento emotivo e personale. Quando ci si apre profondamente con qualcuno e si affidano aspetti molto delicati di sé, è comprensibile che si sviluppino aspettative, bisogni di vicinanza e il desiderio di sentirsi accolti e considerati. Il fatto che alcuni comportamenti della terapeuta siano stati vissuti da lei come distanti o poco presenti sembra aver generato molta delusione, soprattutto nei momenti in cui sentiva maggiormente il bisogno di un sostegno. In questi casi può nascere un forte senso di rabbia, tristezza o abbandono, che spesso porta a sentire il bisogno di esprimere ciò che si prova, come ha fatto attraverso il messaggio che le ha inviato.
Più che chiedersi se abbia “sbagliato” o meno, potrebbe essere utile provare a considerare quel messaggio come il tentativo di dare voce a un disagio e a una ferita che dentro di lei si sono accumulate nel tempo. A volte anche le difficoltà che emergono all’interno della relazione terapeutica possono diventare parte importante del lavoro da comprendere ed elaborare, se c’è uno spazio in cui poterle affrontare apertamente. Potrebbe essere utile, se possibile, portare questi vissuti direttamente nel confronto terapeutico, così da chiarire ciò che ha sentito e comprendere meglio anche le dinamiche che si sono create nella relazione con la sua terapeuta.
Un caro saluto, Dott. Matteo De Nicolò
Dott.ssa Maria Torromacco
Psicologo, Psicologo clinico
Napoli
Gentile, la relazione terapeutica è basata su un alleanza terapeutica in cui lei è la terapeuta lavorate insieme contro il problema, lei mettendo la sua storia e la terapeuta, con i suoi strumenti, aiutandola ad affrontare i suoi eventi traumatici e non.
Essa però, per quanta empatia ci fosse, è comunque una relazione medico paziente.
Ne ha parlato con la sua terapeuta?
Un caloroso abbraccio
Dott.ssa Alessandra Scarci
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Buongiorno,la leggo e mi arriva con chiarezza quanto questa esperienza per Lei sia stata emotivamente significativa e, allo stesso tempo, fonte di sofferenza e disorientamento.

Quando si intraprende un percorso terapeutico lungo, è naturale che si sviluppi un legame importante e che emergano aspettative di continuità, presenza e riconoscimento. In alcuni momenti, ciò che viene vissuto come distanza o mancanza di risposta può attivare vissuti molto profondi di solitudine, abbandono o perdita di fiducia.

Sono aspetti delicati, che meritano di essere accolti con rispetto, perché parlano più del Suo mondo interno e dei Suoi bisogni che non di un semplice “episodio”.

In una terapia, quando questo tipo di emozioni emerge, è spesso importante poterle portare all’interno dello spazio terapeutico stesso, così da poterle comprendere insieme e dar loro un senso all’interno della relazione.

Se però in questo momento sente che la fiducia è molto compromessa o che non riesce più a trovare uno spazio sicuro in quel percorso, è altrettanto legittimo fermarsi e riconsiderare ciò di cui ha bisogno oggi.

Se lo desidera, può anche cercare un ulteriore spazio di confronto per chiarire meglio ciò che sta vivendo e orientarsi con più serenità. Sono disponibile, qualora sentisse il bisogno, per un primo colloquio di consulenza.
Dr.ssa Alessandra Scarci
Dott.ssa Noemi Ricucci
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Quello che racconti è molto comprensibile, soprattutto dopo un percorso lungo come il tuo. In terapia è normale creare un legame forte e aspettarsi anche un certo tipo di presenza emotiva. Allo stesso tempo, il rapporto terapeutico ha dei confini e delle modalità (tempi, modalità di contatto, gestione dei messaggi) che non sempre coincidono con il bisogno di vicinanza o di rassicurazione nei momenti difficili.
Non direi che hai “sbagliato” a provare rabbia o delusione: sono emozioni legittime. Può però essere utile provare, se te la senti, a portare questi vissuti direttamente in seduta per capire meglio cosa è successo tra voi e come ti ha fatto sentire.
Se senti che la fiducia si è molto incrinata, può anche avere senso fermarti a riflettere su cosa cerchi oggi in un percorso e se questo rapporto ti sta ancora aiutando.
In ogni caso, quello che provi è più comune di quanto sembri e merita sempre di essere ascoltato.
Dott. Luca Daini
Psicologo, Psicologo clinico
Pisa
Buonasera, grazie per aver condiviso con noi queste parole.
Quello che ha vissuto sembra davvero pesante, e si capisce quanto ci tenesse a questo rapporto: quattro anni sono tanti, e aprirsi così con qualcuno richiede un coraggio enorme.
Una cosa che mi colpisce è che ha scelto di mandarle un messaggio. Capisco che in certi momenti sia più facile così, tuttavia mi chiedo se una parte di quelle cose non meriterebbe di essere detta di persona, in seduta, guardandola in faccia. Il telefono a volte ci protegge, ma ci protegge anche dal ricevere una risposta autentica, e dal vedere come l'altra persona reagisce davvero.
Sul resto: il rapporto con il proprio terapeuta non è per sempre, e non deve esserlo per forza. Se si arriva a un punto in cui non ci si sente più compresi, accolti, al sicuro è lecito chiedersi se quella relazione stia ancora facendo il suo lavoro. Cambiare terapeuta non è tradire qualcuno né buttare via anni di percorso. Quello che hai costruito su te stesso rimane tuo: ha lavorato su se stesso, aperto il cuore, avuto il coraggio di fidarsi. Questo rimane suo, indipendentemente da come andrà con questa professionista.
Come sta adesso, dopo aver mandato quel messaggio?
Andiamo in terapia, per imparare a relazionarci con l’altro in maniera sana.
Sperimentando l’altro in quanto umano, ma con delle competenze emotive e cognitive e di conoscenza diverse dalla nostra.

È pure possibile che i terapeuti possano sentirsi “annoiati” poiché sono umani.
Il punto sta nel lavorare quella noia insieme al paziente.

Credo sia importante che all’interno di un bisogno di sicurezza che valica i confini dell’altro, il paziente possa sperimentare che c’è un tempo che è solo suo, ma che non è “tutto il tempo” (inteso come tutta la settimana).
Non credo sia sbagliato che lei abbia detto alla sua psi la sua rabbia, ma credo che sarebbe opportuno parlarne senza telefono davanti! Così da poter capire in che direzione si sta andando, insieme.
Saluti !
Dott.ssa Chiara Sossai
Psicologo, Psicologo clinico
Portogruaro
Buongiorno,da quello che racconti emerge molta sofferenza e un forte senso di delusione e abbandono, soprattutto dopo anni in cui avevi investito fiducia e apertura emotiva nella relazione terapeutica.Quando si attraversano momenti fragili o difficoltà di salute, alcuni comportamenti possono essere vissuti con ancora maggiore intensità.
Esprimere la propria rabbia o il proprio dolore non significa necessariamente aver sbagliato : spesso è il tentativo di dare voce a un bisogno emotivo rimasto molto acceso.Potrebbe essere utile portare questi vissuti all'interno del percorso terapeutico, cercando uno spazio di confronto autentico e rispettoso.Ti auguro di poter trovare uno spazio terapeutico in cui sentirti accolto e compreso anche nei momenti di maggiore fragilità
Dott.ssa Irene Canulli
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Gentile utente,
quando si fa un percorso lungo, in cui ci si mette a nudo e si affidano all’altro parti molto profonde di sé, è inevitabile creare un legame importante. Non credo abbia sbagliato a dirle ciò che prova, forse il modo può essere stato carico emotivamente, ma anche questo parla della sofferenza che stava vivendo. In terapia non dovrebbero esserci solo le parti educate o controllate: anche la rabbia, il senso di abbandono, la delusione hanno diritto di esistere.
Allo stesso tempo, può essere utile capire una cosa che spesso in terapia è difficile da accettare emotivamente: il terapeuta prova coinvolgimento e partecipazione, ma mantiene anche dei confini professionali. Non perché il paziente “conti poco”, ma perché il ruolo del terapeuta è diverso da quello di un amico, di un partner o di una persona di famiglia. Per esempio, non tutti i terapeuti rispondono ai messaggi, cercano il paziente nei periodi di silenzio o riescono ad essere disponibili fuori dagli spazi concordati. A volte questo serve proprio a proteggere il percorso terapeutico e a non creare una dipendenza affettiva troppo forte.
Il problema nasce quando questi confini vengono percepiti come freddezza, distanza o disinteresse, soprattutto da chi sta vivendo momenti molto fragili e avrebbe bisogno di sentire una presenza più continua. E quel dolore è reale, non sbagliato.
Credo che la cosa più importante ora sia capire se questa relazione terapeutica riesce ancora a farla sentire accolto, ascoltato e compreso nei suoi bisogni più profondi. E parlarne apertamente, anche quando è difficile, può essere un passaggio molto importante del percorso.
Dott.ssa Veronica Marchesini
Psicologo, Psicologo clinico
Melegnano
Buongiorno,
la relazione che si instaura tra paziente e terapeuta è qualcosa di unico nel suo genere. E' naturale che dopo quattro anni senta un profondo legame con la sua terapeuta, allo stesso tempo è sempre bene ricordare che il suo è un ruolo professionale, che richiede confini chiari e anche una certa distanza rispetto alle figure affettive e significative della vita personale. Solo con questa distanza e questi confini infatti può essere garantita la qualità del rapporto terapeutico e del lavoro svolto.
Ciò che lei prova non è sbagliato, è il suo vissuto e in quanto tale è importante che venga condiviso nella relazione con la sua terapeuta e possa essere oggetto di lavoro. Lo spazio terapeutico e la relazione devono essere qualcosa che le permettono di sentirsi accolto e al sicuro, in cui è possibile esprimere rabbia o frustrazione senza temere i potenziali momenti di rottura o incomprensione. Tutto - potenzialmente - è materiale e occasione di crescita: dipende solo dall'uso che se ne si fa in seduta.
Un caro saluto,
Dott.ssa Veronica Marchesini
Dr. Roberto Lavorante
Psicologo, Psicologo clinico
Napoli
Buongiorno, dalle sue parole si percepisce quanto questo percorso terapeutico sia stato importante per lei e quanto si sia affidato profondamente alla sua terapeuta nel corso degli anni. Quando in terapia si condividono parti molto intime e dolorose di sé, è naturale che si sviluppi un legame significativo e che ci sia anche il desiderio di sentirsi riconosciuti, accolti e in qualche modo importanti per l’altro. Per questo motivo, quando alcune esperienze vengono vissute come distanti, fredde o discontinue, possono emergere sentimenti molto intensi di delusione, rabbia e abbandono.
Mi sembra che il punto centrale non sia tanto aver scritto un messaggio di rabbia, quanto il fatto che per diverso tempo lei abbia sentito di non trovare più, nella relazione terapeutica, quello spazio di vicinanza e continuità di cui aveva bisogno, soprattutto nei momenti più difficili. A volte, nella relazione terapeutica, possono crearsi aspettative diverse tra terapeuta e paziente rispetto alla disponibilità, ai contatti fuori seduta o al modo di gestire le difficoltà, e quando queste aspettative non vengono chiarite il rischio è che si generino incomprensioni e sofferenza.
Esprimere il suo dispiacere e la sua rabbia non significa necessariamente aver sbagliato. Anzi, spesso riuscire a dare voce a questi vissuti è un passaggio importante, soprattutto se per tanto tempo ha cercato di trattenere ciò che sentiva. Naturalmente conta anche il modo in cui lo si fa, ma il bisogno di essere ascoltato e compreso merita attenzione e non va giudicato.
Credo che potrebbe essere utile provare a trasformare questo momento difficile in un’occasione di confronto autentico con la sua terapeuta, cercando di parlare apertamente di ciò che ha vissuto nella relazione con lei, come il sentirsi messo da parte, poco considerato o non visto nel momento del bisogno. Molto spesso, proprio ciò che accade nella relazione terapeutica aiuta a comprendere aspetti profondi del proprio modo di vivere i legami, le attese e le ferite emotive.
Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Dott.ssa Jane Bonanni
Psicologo clinico, Psicologo
Roma
Buonasera caro Paziente Anonimo,
risponderle è difficile conoscendo poco la sua situazione e non mi permetterei mai dare un parere sullo svolgersi della sua relazione con la collega che, come tutte le relazioni avrà avuto le sue luci e le sue ombre. Una cosa però, mi sento di condividere con lei. Ha fatto bene a parlarne con la sua terapeuta, anche a costo di esternarle la sua rabbia. sono sicura che sarà uno spunto importante su cui ragionare insieme e un punto di svolta della terapia. A volte potersi permettere di sentire emozioni forti, e sì, anche la rabbia, la gelosia e il senso di abbandono, è già un risultato terapeutico. Vedrà che saprete riparare alla rottura. Anche questa sarà un'esperienza nuova. In bocca al lupo.
Dott.ssa Arianna Savastio
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Gentile utente, ha fatto bene a comunicare alla sua terapeuta qualcosa che l’ha fatta stare male o che non le è piaciuto. È importante ricordare che dietro il ruolo del terapeuta c’è comunque una persona, umana, che può sbagliare, non comprendere sempre nel modo corretto oppure comportarsi in un modo diverso da quello che il paziente si aspetterebbe. Ciò che però è davvero prezioso, per salvaguardare la fiducia e la qualità della relazione terapeutica, è che il paziente possa sentirsi libero e legittimato a esprimere, con rispetto, ciò che prova, pensa o vive all’interno del percorso. Anche queste dinamiche, infatti, possono diventare materiale terapeutico importante. Spesso nella relazione paziente-terapeuta emergono modalità relazionali, emozioni, timori, aspettative o “funzionamenti” che fanno parte del modo in cui la persona vive i rapporti e che possono essere compresi e approfonditi proprio nel lavoro clinico. Altre volte può anche semplicemente accadere che il terapeuta abbia commesso un errore o avuto una mancanza, ma anche in quel caso affrontare apertamente la situazione può essere utile per comprendere insieme cosa è successo e perché e come procedere nel modo più costruttivo possibile. Le auguro il meglio e resto a disposizione. Dott.ssa Arianna Savastio

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