Buongiorno dottori, sono un uomo di quasi 43 anni, scrivo per un problema di mia moglie, un problema
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Buongiorno dottori, sono un uomo di quasi 43 anni, scrivo per un problema di mia moglie, un problema che si ripercuote in parte anche su di me, dicevo. Mia moglie pensa di avere il disturbo dell'attenzione, ADHD se non erro così si dice, il problema è che non riesce ad organizzare il lavoro di casa e non solo nella vita di tutti i giorni, passa spesso tempo sul divano davanti alla TV, , io personalmente cerco di non pressarla, ma ogni tanto con i dovuti modi cerco di farglielo notare, lei spesso si scusa, mi dice che stare lì davanti alla TV è l'unico modo per distrarsi e non pensare le cose che ci sarebbero da fare tutti i giorni, più si accumulano le cose da fare più gli viene l'ansia e di conseguenza per non pensarci si mette davanti la TV, lei vorrebbe uscire da questo circolo vizioso ma non riesce, io non so come aiutarla, ci provo in tutti i modi ma con scarsi risultati, magari per qualche giorno migliora poi passati quei giorni ritorna punto e a capo, tante volte gli ho proposto di intraprendere un percorso con un psicologo, lei vorrebbe anche ma poi come al solito si blocca. Grazie, cordiali saluti.
Buongiorno, da ciò che racconta emerge un dato importante: sua moglie sembra bloccarsi non perché “non voglia fare”, ma perché più le cose si accumulano, più crescono ansia e senso di peso; allora la TV diventa una specie di anestesia momentanea. Il problema è che ciò che la calma nell’immediato, subito dopo aumenta il carico da affrontare.
Non possiamo dire da qui se si tratti di ADHD, ansia, umore deflesso o altro: servirebbe una valutazione diretta da un professionista.
Il punto, quindi, non è stabilire subito un’etichetta, ma capire il funzionamento del circolo: cose da fare, ansia, evitamento, sollievo momentaneo davanti alla TV, nuovo accumulo e nuovo blocco.
Come aiuto concreto, provi a non trasformarsi nel controllore delle cose da fare. Potrebbe invece proporle un passo minuscolo e concordato: “prima della TV, facciamo solo cinque minuti di una cosa piccola”. Non tutta la casa, non tutta la giornata: solo un gesto iniziale. A volte uscire dal blocco non richiede forza, ma ridurre la montagna a un primo gradino.
Se lei desidera un percorso ma si blocca, anche questo può diventare il primo tema di lavoro: capire cosa accade tra il desiderio di farsi aiutare e il momento in cui si ferma.
Per comprendere meglio la situazione, sarebbe utile partire da alcune domande:
* da quanto tempo accade?
* questa difficoltà era presente anche in passato o è comparsa in un periodo preciso?
* riguarda solo la gestione della casa o anche lavoro, relazioni e impegni quotidiani?
* sono presenti tristezza, apatia, irritabilità, insonnia o senso di colpa?
* come è divisa oggi la gestione domestica tra voi?
* cosa succede esattamente quando lei vorrebbe chiedere aiuto, ma poi si blocca?
Se vuole, può scrivere ancora partendo proprio da questi punti, oppure valutare un primo colloquio per comprendere meglio il circolo che mantiene il problema.
Un caro saluto.
Non possiamo dire da qui se si tratti di ADHD, ansia, umore deflesso o altro: servirebbe una valutazione diretta da un professionista.
Il punto, quindi, non è stabilire subito un’etichetta, ma capire il funzionamento del circolo: cose da fare, ansia, evitamento, sollievo momentaneo davanti alla TV, nuovo accumulo e nuovo blocco.
Come aiuto concreto, provi a non trasformarsi nel controllore delle cose da fare. Potrebbe invece proporle un passo minuscolo e concordato: “prima della TV, facciamo solo cinque minuti di una cosa piccola”. Non tutta la casa, non tutta la giornata: solo un gesto iniziale. A volte uscire dal blocco non richiede forza, ma ridurre la montagna a un primo gradino.
Se lei desidera un percorso ma si blocca, anche questo può diventare il primo tema di lavoro: capire cosa accade tra il desiderio di farsi aiutare e il momento in cui si ferma.
Per comprendere meglio la situazione, sarebbe utile partire da alcune domande:
* da quanto tempo accade?
* questa difficoltà era presente anche in passato o è comparsa in un periodo preciso?
* riguarda solo la gestione della casa o anche lavoro, relazioni e impegni quotidiani?
* sono presenti tristezza, apatia, irritabilità, insonnia o senso di colpa?
* come è divisa oggi la gestione domestica tra voi?
* cosa succede esattamente quando lei vorrebbe chiedere aiuto, ma poi si blocca?
Se vuole, può scrivere ancora partendo proprio da questi punti, oppure valutare un primo colloquio per comprendere meglio il circolo che mantiene il problema.
Un caro saluto.
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Buongiorno,
È comprensibile cercare una spiegazione a ciò che sta accadendo, tuttavia non è possibile comprendere attraverso un messaggio se le difficoltà che descrive siano riconducibili all'ADHD o ad altro. Quello che sembra emergere è un circolo in cui l'accumularsi degli impegni genera ansia e senso di sopraffazione, che portano a rimandare ulteriormente le attività, alimentando così ancora più fatica e disagio.
Forse, più che concentrarsi sull'idea di "spronarla", potrebbe essere utile provare a mantenere un dialogo aperto con lei, cercando di comprendere insieme quali siano gli ostacoli che vive e come si sente rispetto a questa difficoltà, evitando che il tema diventi motivo di colpa o conflitto.
Dal momento che sua moglie stessa riconosce questa sofferenza e desidererebbe uscirne, potrebbe essere utile creare uno spazio di sostegno psicologico in cui possa approfondire ciò che sta vivendo, comprendere le cause di questo blocco e individuare insieme delle strategie più funzionali per affrontare la quotidianità.
È comprensibile cercare una spiegazione a ciò che sta accadendo, tuttavia non è possibile comprendere attraverso un messaggio se le difficoltà che descrive siano riconducibili all'ADHD o ad altro. Quello che sembra emergere è un circolo in cui l'accumularsi degli impegni genera ansia e senso di sopraffazione, che portano a rimandare ulteriormente le attività, alimentando così ancora più fatica e disagio.
Forse, più che concentrarsi sull'idea di "spronarla", potrebbe essere utile provare a mantenere un dialogo aperto con lei, cercando di comprendere insieme quali siano gli ostacoli che vive e come si sente rispetto a questa difficoltà, evitando che il tema diventi motivo di colpa o conflitto.
Dal momento che sua moglie stessa riconosce questa sofferenza e desidererebbe uscirne, potrebbe essere utile creare uno spazio di sostegno psicologico in cui possa approfondire ciò che sta vivendo, comprendere le cause di questo blocco e individuare insieme delle strategie più funzionali per affrontare la quotidianità.
Buongiorno,
da ciò che descrive, il quadro che emerge non permette di capire se sua moglie abbia effettivamente un ADHD, perché alcuni degli aspetti che riferisce possono essere presenti anche in altre condizioni psicologiche.
L'ADHD nell'adulto può manifestarsi con difficoltà organizzative, procrastinazione, problemi nel gestire le priorità, fatica a portare a termine i compiti e una sensazione costante di essere sopraffatti. Tuttavia, il comportamento che lei descrive — evitare le attività perché generano ansia, rifugiarsi davanti alla TV per non pensarci, sentirsi bloccata quando le incombenze si accumulano — può essere associato anche a problematiche ansiose, depressive, a uno stato di forte stress cronico o a una combinazione di questi fattori.
Un elemento che mi colpisce è questo meccanismo:
1.Ci sono molte cose da fare.
2.La quantità di compiti genera ansia e senso di sopraffazione.
3.Per alleviare temporaneamente il disagio, sua moglie evita il problema e si distrae con la TV.
4.Le cose da fare aumentano ulteriormente.
5.L'ansia cresce e il blocco si rinforza.
In psicologia questo viene spesso definito un ciclo di evitamento, che tende ad autoalimentarsi nel tempo.
Dal suo racconto non percepisco pigrizia o mancanza di volontà. Al contrario, sembra che sua moglie sia consapevole della situazione, ne soffra e desideri cambiarla, ma fatichi a trasformare questa intenzione in azioni concrete. Questo è un aspetto importante.
Per quanto riguarda il suo ruolo, credo che lei stia già facendo qualcosa di utile cercando di non colpevolizzarla. Quando una persona si sente già inadeguata o in difficoltà, sentirsi continuamente richiamata al problema può aumentare il senso di fallimento e quindi il blocco. Naturalmente questo non significa che lei debba farsi carico di tutto o ignorare il disagio che la situazione provoca anche a lei.
Potrebbe essere più efficace spostare il focus dalla domanda: "Perché non fai le cose?" a domande come:
"Cosa succede dentro di te quando pensi a tutte le cose da fare?"
"Qual è la parte più difficile per te?"
"C'è qualcosa che potremmo dividere in passi molto piccoli?"
Spesso chi si sente sopraffatto non ha bisogno di ulteriore motivazione, ma di rendere i compiti percepiti come più gestibili.
Riguardo al percorso psicologico, il fatto che sua moglie dica di volerlo fare ma poi non riesca a organizzarsi per iniziarlo è, paradossalmente, coerente con il problema che descrive. In questi casi può essere utile aiutarla concretamente nella fase iniziale: ad esempio cercare insieme alcuni professionisti, fare una prima telefonata o prenotazione, oppure concordare una data precisa entro cui fissare il primo colloquio.
Se il sospetto di ADHD è presente da tempo, una valutazione specialistica potrebbe essere particolarmente utile, perché consentirebbe di distinguere tra ADHD, ansia, depressione o altre difficoltà nelle funzioni esecutive. Una diagnosi corretta è importante perché gli interventi possono essere differenti.
Le chiederei un chiarimento: queste difficoltà organizzative e questa tendenza a procrastinare sono presenti in sua moglie fin dall'adolescenza o dalla giovane età adulta, oppure sono comparse o peggiorate in un periodo specifico della sua vita? Questo dettaglio può aiutare a orientare meglio la riflessione.
da ciò che descrive, il quadro che emerge non permette di capire se sua moglie abbia effettivamente un ADHD, perché alcuni degli aspetti che riferisce possono essere presenti anche in altre condizioni psicologiche.
L'ADHD nell'adulto può manifestarsi con difficoltà organizzative, procrastinazione, problemi nel gestire le priorità, fatica a portare a termine i compiti e una sensazione costante di essere sopraffatti. Tuttavia, il comportamento che lei descrive — evitare le attività perché generano ansia, rifugiarsi davanti alla TV per non pensarci, sentirsi bloccata quando le incombenze si accumulano — può essere associato anche a problematiche ansiose, depressive, a uno stato di forte stress cronico o a una combinazione di questi fattori.
Un elemento che mi colpisce è questo meccanismo:
1.Ci sono molte cose da fare.
2.La quantità di compiti genera ansia e senso di sopraffazione.
3.Per alleviare temporaneamente il disagio, sua moglie evita il problema e si distrae con la TV.
4.Le cose da fare aumentano ulteriormente.
5.L'ansia cresce e il blocco si rinforza.
In psicologia questo viene spesso definito un ciclo di evitamento, che tende ad autoalimentarsi nel tempo.
Dal suo racconto non percepisco pigrizia o mancanza di volontà. Al contrario, sembra che sua moglie sia consapevole della situazione, ne soffra e desideri cambiarla, ma fatichi a trasformare questa intenzione in azioni concrete. Questo è un aspetto importante.
Per quanto riguarda il suo ruolo, credo che lei stia già facendo qualcosa di utile cercando di non colpevolizzarla. Quando una persona si sente già inadeguata o in difficoltà, sentirsi continuamente richiamata al problema può aumentare il senso di fallimento e quindi il blocco. Naturalmente questo non significa che lei debba farsi carico di tutto o ignorare il disagio che la situazione provoca anche a lei.
Potrebbe essere più efficace spostare il focus dalla domanda: "Perché non fai le cose?" a domande come:
"Cosa succede dentro di te quando pensi a tutte le cose da fare?"
"Qual è la parte più difficile per te?"
"C'è qualcosa che potremmo dividere in passi molto piccoli?"
Spesso chi si sente sopraffatto non ha bisogno di ulteriore motivazione, ma di rendere i compiti percepiti come più gestibili.
Riguardo al percorso psicologico, il fatto che sua moglie dica di volerlo fare ma poi non riesca a organizzarsi per iniziarlo è, paradossalmente, coerente con il problema che descrive. In questi casi può essere utile aiutarla concretamente nella fase iniziale: ad esempio cercare insieme alcuni professionisti, fare una prima telefonata o prenotazione, oppure concordare una data precisa entro cui fissare il primo colloquio.
Se il sospetto di ADHD è presente da tempo, una valutazione specialistica potrebbe essere particolarmente utile, perché consentirebbe di distinguere tra ADHD, ansia, depressione o altre difficoltà nelle funzioni esecutive. Una diagnosi corretta è importante perché gli interventi possono essere differenti.
Le chiederei un chiarimento: queste difficoltà organizzative e questa tendenza a procrastinare sono presenti in sua moglie fin dall'adolescenza o dalla giovane età adulta, oppure sono comparse o peggiorate in un periodo specifico della sua vita? Questo dettaglio può aiutare a orientare meglio la riflessione.
Buongiorno,
da quanto descrive, sua moglie sembra attribuire le proprie difficoltà all'ipotesi di un ADHD. Tuttavia, anche qualora fosse presente una condizione di questo tipo, una diagnosi da sola non è sufficiente a spiegare né a risolvere ciò che una persona vive quotidianamente. Mi colpisce il fatto che sua moglie riferisca di rifugiarsi davanti alla televisione per non pensare alle incombenze che la attendono e all'ansia che queste le provocano. Sembra delinearsi una situazione nella quale l'evitamento offre un sollievo momentaneo, ma al tempo stesso contribuisce a mantenere il disagio e il senso di sopraffazione. Al di là delle etichette diagnostiche, ciascuno è chiamato a interrogarsi sulla propria posizione rispetto alle difficoltà che incontra e sulle modalità, spesso inconsapevoli, con cui vi risponde. In questo senso, il punto non è stabilire se sua moglie abbia o meno un ADHD, ma comprendere che funzione abbia per lei questo blocco e che cosa la trattenga dal trovare modalità diverse per affrontare ciò che la mette in difficoltà. Per questo motivo ritengo che un percorso psicologico potrebbe essere molto utile. Non tanto per confermare o escludere una diagnosi, quanto per consentirle di esplorare il significato della sua sofferenza, riconoscere i meccanismi che la mantengono e individuare una posizione più attiva nei confronti del proprio malessere.
Da parte sua, può continuare a manifestare la sua vicinanza e la sua preoccupazione, tenendo presente che il cambiamento può avvenire solo quando la persona stessa trova uno spazio per interrogarsi su ciò che le accade.
Un cordiale saluto
Elvira Cerullo
Psicologa Psicoterapeuta
da quanto descrive, sua moglie sembra attribuire le proprie difficoltà all'ipotesi di un ADHD. Tuttavia, anche qualora fosse presente una condizione di questo tipo, una diagnosi da sola non è sufficiente a spiegare né a risolvere ciò che una persona vive quotidianamente. Mi colpisce il fatto che sua moglie riferisca di rifugiarsi davanti alla televisione per non pensare alle incombenze che la attendono e all'ansia che queste le provocano. Sembra delinearsi una situazione nella quale l'evitamento offre un sollievo momentaneo, ma al tempo stesso contribuisce a mantenere il disagio e il senso di sopraffazione. Al di là delle etichette diagnostiche, ciascuno è chiamato a interrogarsi sulla propria posizione rispetto alle difficoltà che incontra e sulle modalità, spesso inconsapevoli, con cui vi risponde. In questo senso, il punto non è stabilire se sua moglie abbia o meno un ADHD, ma comprendere che funzione abbia per lei questo blocco e che cosa la trattenga dal trovare modalità diverse per affrontare ciò che la mette in difficoltà. Per questo motivo ritengo che un percorso psicologico potrebbe essere molto utile. Non tanto per confermare o escludere una diagnosi, quanto per consentirle di esplorare il significato della sua sofferenza, riconoscere i meccanismi che la mantengono e individuare una posizione più attiva nei confronti del proprio malessere.
Da parte sua, può continuare a manifestare la sua vicinanza e la sua preoccupazione, tenendo presente che il cambiamento può avvenire solo quando la persona stessa trova uno spazio per interrogarsi su ciò che le accade.
Un cordiale saluto
Elvira Cerullo
Psicologa Psicoterapeuta
Buongiorno, da ciò che descrive non è possibile stabilire se si tratti di adhd, ansia, difficoltà organizzative, evitamento o di altri aspetti emotivi, ma il meccanismo che racconta è molto chiaro: più le attività si accumulano, più aumenta l’ansia; più aumenta l’ansia, più sua moglie cerca sollievo nella tv; più si distrae, più le cose restano ferme e il senso di blocco cresce. in questi casi insistere o “far notare” il problema, anche con buone intenzioni, può far aumentare vergogna e senso di incapacità. può aiutarla di più spostare il focus da “devi fare” a “facciamo un primo passo molto piccolo”: scegliere una sola attività, semplice e concreta, per pochi minuti, senza pretendere di recuperare tutto insieme. tuttavia, se sua moglie desidera cambiare ma si blocca anche davanti alla possibilità di chiedere aiuto, un sostegno psicologico può essere molto utile proprio per lavorare su ansia, evitamento, organizzazione e senso di sopraffazione. lei può accompagnarla, sostenerla e proporre, ma non può sostituirsi alla sua motivazione: il primo obiettivo potrebbe essere semplicemente fissare un primo colloquio, anche online, senza viverlo come un impegno definitivo.
un caro saluto.
Dott. Giulio Blasilli
un caro saluto.
Dott. Giulio Blasilli
Buongiorno,
da ciò che racconta, sua moglie sembra vivere una condizione di forte fatica emotiva che va oltre la semplice "pigrizia" o mancanza di volontà. Anzi, il fatto che lei stessa riconosca il problema, se ne scusi e desideri uscirne suggerisce che ci sia una sofferenza reale dietro questo comportamento.
È comprensibile che lei abbia pensato all'ADHD, ma è importante ricordare che difficoltà organizzative, procrastinazione, accumulo di incombenze e blocco nell'agire possono essere presenti anche in altre condizioni, come stati ansiosi, depressivi, situazioni di sovraccarico emotivo o periodi di forte stress. Quando una persona percepisce le cose da fare come una montagna insormontabile, può sviluppare una sorta di evitamento: più cresce l'ansia, più si rifugia in attività che permettono di "staccare la testa", come guardare la televisione. Nell'immediato questo porta un sollievo, ma nel lungo periodo alimenta il senso di colpa e il blocco, creando il circolo vizioso che lei descrive.
Mi sembra inoltre significativo che anche l'idea di rivolgersi a uno psicologo venga accolta positivamente e poi abbandonata. Talvolta accade proprio perché la persona si sente già sopraffatta e anche organizzare una richiesta di aiuto diventa un compito che genera ulteriore ansia.
Credo che una valutazione psicologica sarebbe utile, non tanto per confermare o escludere l'ADHD in modo affrettato, ma per comprendere meglio cosa stia realmente accadendo e quali siano le difficoltà sottostanti. Se vi fosse il sospetto concreto di un disturbo dell'attenzione in età adulta, uno psicologo o uno psichiatra potrebbero orientarla verso un approfondimento specifico.
Per quanto riguarda il suo ruolo, mi sembra che stia già cercando di aiutarla con sensibilità. Tuttavia faccia attenzione a non trasformarsi, suo malgrado, in chi controlla, sollecita o monitora continuamente i suoi comportamenti. Quando una persona è già molto critica verso se stessa, anche osservazioni fatte con buone intenzioni possono essere vissute come ulteriori conferme di inadeguatezza.
Forse potrebbe essere più utile concentrarsi meno sulle cose che non riesce a fare e più sulla comprensione di ciò che prova quando si blocca. A volte sentirsi accolti nella propria difficoltà rende più facile trovare le energie per affrontarla.
Se questa situazione si protrae da tempo e sta influenzando il benessere di entrambi, la incoraggerei a proporle nuovamente un supporto professionale, magari offrendosi di aiutarla concretamente nel primo passo, ad esempio cercando insieme un professionista o accompagnandola nella richiesta di un primo colloquio. Spesso il passo più difficile non è iniziare la terapia, ma riuscire a superare quel blocco iniziale che impedisce di chiedere aiuto.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
da ciò che racconta, sua moglie sembra vivere una condizione di forte fatica emotiva che va oltre la semplice "pigrizia" o mancanza di volontà. Anzi, il fatto che lei stessa riconosca il problema, se ne scusi e desideri uscirne suggerisce che ci sia una sofferenza reale dietro questo comportamento.
È comprensibile che lei abbia pensato all'ADHD, ma è importante ricordare che difficoltà organizzative, procrastinazione, accumulo di incombenze e blocco nell'agire possono essere presenti anche in altre condizioni, come stati ansiosi, depressivi, situazioni di sovraccarico emotivo o periodi di forte stress. Quando una persona percepisce le cose da fare come una montagna insormontabile, può sviluppare una sorta di evitamento: più cresce l'ansia, più si rifugia in attività che permettono di "staccare la testa", come guardare la televisione. Nell'immediato questo porta un sollievo, ma nel lungo periodo alimenta il senso di colpa e il blocco, creando il circolo vizioso che lei descrive.
Mi sembra inoltre significativo che anche l'idea di rivolgersi a uno psicologo venga accolta positivamente e poi abbandonata. Talvolta accade proprio perché la persona si sente già sopraffatta e anche organizzare una richiesta di aiuto diventa un compito che genera ulteriore ansia.
Credo che una valutazione psicologica sarebbe utile, non tanto per confermare o escludere l'ADHD in modo affrettato, ma per comprendere meglio cosa stia realmente accadendo e quali siano le difficoltà sottostanti. Se vi fosse il sospetto concreto di un disturbo dell'attenzione in età adulta, uno psicologo o uno psichiatra potrebbero orientarla verso un approfondimento specifico.
Per quanto riguarda il suo ruolo, mi sembra che stia già cercando di aiutarla con sensibilità. Tuttavia faccia attenzione a non trasformarsi, suo malgrado, in chi controlla, sollecita o monitora continuamente i suoi comportamenti. Quando una persona è già molto critica verso se stessa, anche osservazioni fatte con buone intenzioni possono essere vissute come ulteriori conferme di inadeguatezza.
Forse potrebbe essere più utile concentrarsi meno sulle cose che non riesce a fare e più sulla comprensione di ciò che prova quando si blocca. A volte sentirsi accolti nella propria difficoltà rende più facile trovare le energie per affrontarla.
Se questa situazione si protrae da tempo e sta influenzando il benessere di entrambi, la incoraggerei a proporle nuovamente un supporto professionale, magari offrendosi di aiutarla concretamente nel primo passo, ad esempio cercando insieme un professionista o accompagnandola nella richiesta di un primo colloquio. Spesso il passo più difficile non è iniziare la terapia, ma riuscire a superare quel blocco iniziale che impedisce di chiedere aiuto.
Un caro saluto,
Dott. Valerio Romano
Buongiorno, da quello che descrive sembra che vostra moglie non stia semplicemente “rimandando le cose”, ma sia entrata in un meccanismo molto tipico in cui ansia e evitamento si alimentano a vicenda: più le attività si accumulano, più cresce il senso di sovraccarico; più cresce il sovraccarico, più il cervello cerca sollievo immediato (come la TV o il “non pensarci”), e più questo rinforza il blocco nel lungo periodo.
Il punto importante è che questa dinamica può somigliare in superficie a difficoltà di attenzione o organizzazione (come nell’ADHD), ma non è possibile dedurre una diagnosi da questi elementi. Molto spesso, infatti, quadri simili possono essere legati anche a ansia, stress cronico, umore depresso o semplicemente a un funzionamento che nel tempo si è strutturato così come strategia di regolazione emotiva.
Il fatto che lei dica “vorrebbe ma si blocca” è un dettaglio centrale: indica che non si tratta di mancanza di volontà, ma di un meccanismo che si attiva automaticamente e che poi diventa difficile interrompere con la sola forza di volontà o con il supporto esterno del partner.
Ed è proprio qui che il suo ruolo, pur essendo comprensibilmente molto presente e coinvolto, rischia di diventare frustrante per entrambi: più lei prova a spingerla o a farle notare la situazione, più lei può sentirsi inadeguata o sotto pressione, e questo tende a rinforzare il blocco invece che scioglierlo.
La chiave di lettura più utile non è quindi “come la convinco a fare di più”, ma “come si esce da questo ciclo di evitamento senza che diventi un conflitto tra voi due”.
In questi casi un percorso psicologico può essere molto efficace proprio perché permette di lavorare su tre livelli: il carico emotivo (ansia e senso di fallimento), le strategie quotidiane (organizzazione sostenibile) e il meccanismo di evitamento che si attiva automaticamente.
Il fatto che lei abbia già espresso la volontà di farsi aiutare ma poi si blocchi è abbastanza frequente in queste situazioni: non è un rifiuto del cambiamento, ma una difficoltà a compiere il primo passo quando si è già sovraccarichi.
Se sua moglie se la sente, potrebbe essere molto utile iniziare un confronto diretto con uno specialista in modo molto graduale e non giudicante, anche online, così da ridurre la barriera iniziale e capire meglio cosa sta succedendo senza l’idea di “dover dimostrare qualcosa” o di avere subito una diagnosi.
Se lo ritiene, può farle leggere questa risposta e, se vuole, può contattarmi direttamente: in questi casi è spesso più semplice iniziare da un colloquio individuale per capire insieme il funzionamento del blocco e costruire piccoli passi concreti e sostenibili, senza pressioni e senza aspettative eccessive.
Il punto importante è che questa dinamica può somigliare in superficie a difficoltà di attenzione o organizzazione (come nell’ADHD), ma non è possibile dedurre una diagnosi da questi elementi. Molto spesso, infatti, quadri simili possono essere legati anche a ansia, stress cronico, umore depresso o semplicemente a un funzionamento che nel tempo si è strutturato così come strategia di regolazione emotiva.
Il fatto che lei dica “vorrebbe ma si blocca” è un dettaglio centrale: indica che non si tratta di mancanza di volontà, ma di un meccanismo che si attiva automaticamente e che poi diventa difficile interrompere con la sola forza di volontà o con il supporto esterno del partner.
Ed è proprio qui che il suo ruolo, pur essendo comprensibilmente molto presente e coinvolto, rischia di diventare frustrante per entrambi: più lei prova a spingerla o a farle notare la situazione, più lei può sentirsi inadeguata o sotto pressione, e questo tende a rinforzare il blocco invece che scioglierlo.
La chiave di lettura più utile non è quindi “come la convinco a fare di più”, ma “come si esce da questo ciclo di evitamento senza che diventi un conflitto tra voi due”.
In questi casi un percorso psicologico può essere molto efficace proprio perché permette di lavorare su tre livelli: il carico emotivo (ansia e senso di fallimento), le strategie quotidiane (organizzazione sostenibile) e il meccanismo di evitamento che si attiva automaticamente.
Il fatto che lei abbia già espresso la volontà di farsi aiutare ma poi si blocchi è abbastanza frequente in queste situazioni: non è un rifiuto del cambiamento, ma una difficoltà a compiere il primo passo quando si è già sovraccarichi.
Se sua moglie se la sente, potrebbe essere molto utile iniziare un confronto diretto con uno specialista in modo molto graduale e non giudicante, anche online, così da ridurre la barriera iniziale e capire meglio cosa sta succedendo senza l’idea di “dover dimostrare qualcosa” o di avere subito una diagnosi.
Se lo ritiene, può farle leggere questa risposta e, se vuole, può contattarmi direttamente: in questi casi è spesso più semplice iniziare da un colloquio individuale per capire insieme il funzionamento del blocco e costruire piccoli passi concreti e sostenibili, senza pressioni e senza aspettative eccessive.
Grazie per la sua domanda.
Per molte difficoltà di natura emotiva, psicologica e relazionale, così come nei momenti di particolare stress, durante problemi di salute o in occasione di cambiamenti importanti della vita, un percorso psicologico può rappresentare un valido supporto.
Nel mio lavoro utilizzo un approccio orientato alla terapia breve, che spesso consente di ottenere i primi miglioramenti già dopo pochi incontri. Successivamente, il percorso prosegue con l'obiettivo di consolidare i risultati raggiunti e favorire una risoluzione stabile delle difficoltà. Nella maggior parte dei casi, il trattamento richiede mediamente circa 10 sedute.
Le consulenze sono disponibili sia in presenza sia online, per garantire la massima flessibilità.
Per ricevere maggiori informazioni o prenotare un primo colloquio, può contattarmi anche tramite WhatsApp, oppure utilizzando i recapiti indicati sulla piattaforma miodottore.it.
Sono inoltre disponibili pacchetti promozionali di 5 incontri.
Cordiali saluti,
Dott. Michele Scala
Psicologo Psicoterapeuta
Per molte difficoltà di natura emotiva, psicologica e relazionale, così come nei momenti di particolare stress, durante problemi di salute o in occasione di cambiamenti importanti della vita, un percorso psicologico può rappresentare un valido supporto.
Nel mio lavoro utilizzo un approccio orientato alla terapia breve, che spesso consente di ottenere i primi miglioramenti già dopo pochi incontri. Successivamente, il percorso prosegue con l'obiettivo di consolidare i risultati raggiunti e favorire una risoluzione stabile delle difficoltà. Nella maggior parte dei casi, il trattamento richiede mediamente circa 10 sedute.
Le consulenze sono disponibili sia in presenza sia online, per garantire la massima flessibilità.
Per ricevere maggiori informazioni o prenotare un primo colloquio, può contattarmi anche tramite WhatsApp, oppure utilizzando i recapiti indicati sulla piattaforma miodottore.it.
Sono inoltre disponibili pacchetti promozionali di 5 incontri.
Cordiali saluti,
Dott. Michele Scala
Psicologo Psicoterapeuta
Buongiorno, da quello che racconta, prima ancora di capire se sia presente o meno un ADHD, mi sembra importante soffermarsi su ciò che sua moglie sta vivendo. Mi colpisce infatti che descriva la televisione come un modo per "non pensare" alle cose da fare e all'ansia che prova quando queste si accumulano. A volte non si tratta semplicemente di pigrizia o mancanza di volontà. Quando una persona si sente sopraffatta da richieste, impegni o aspettative, può finire per bloccarsi e rimandare sempre di più, entrando in un circolo che alimenta ulteriore senso di colpa e frustrazione. Credo che la cosa più utile, almeno inizialmente, sia cercare di comprendere insieme a lei cosa renda così faticoso affrontare le attività quotidiane e quale significato abbia per lei questo senso di blocco. Un confronto con uno psicologo potrebbe certamente aiutarla a fare maggiore chiarezza, senza partire necessariamente dall'idea che ci sia un disturbo specifico, ma cercando prima di capire la sua esperienza e le difficoltà che sta attraversando in questo momento.
Salve, grazie per aver condiviso la sua situazione!
Stare accanto a sua moglie e cercare di accoglierla è sicuramente un fattore positivo per lei.
Le direi di non focalizzarsi sull' ADHD, anche perchè fare autodiagnosi non è mai consigliato. Da quanto scrive, emerge che sua moglie è consapevole di tali difficoltà e vorrebbe uscirne, questo è un punto molto importante anche per la riuscita di un eventuale percorso psicologico.
Il blocco prima di iniziare è molto comune, ma il supporto di un professionista può davvero fare la differenza.
Resto a disposizione se desidera approfondire qualche aspetto!
Dott.ssa Maryviol De Bernardi
Stare accanto a sua moglie e cercare di accoglierla è sicuramente un fattore positivo per lei.
Le direi di non focalizzarsi sull' ADHD, anche perchè fare autodiagnosi non è mai consigliato. Da quanto scrive, emerge che sua moglie è consapevole di tali difficoltà e vorrebbe uscirne, questo è un punto molto importante anche per la riuscita di un eventuale percorso psicologico.
Il blocco prima di iniziare è molto comune, ma il supporto di un professionista può davvero fare la differenza.
Resto a disposizione se desidera approfondire qualche aspetto!
Dott.ssa Maryviol De Bernardi
Buongiorno, comprendo la sua frustrazione e la fatica nel vedere una persona cara e così vicina a lei in questa situazione. Intraprendere un percorso di gestione ADHD è diverso da iniziare un percorso di psicoterapia.
Con i miei pazienti quando intraprendiamo un percorso di gestione di ADHD, lavoriamo nel far si che la quotidianità sia più organizzatata e gestibile e scopriamo insieme delle strategie possono essere usate in autonomia per migliorare il benessere, sia quotidiano che della coppia.
Rimango a disposizione anche solo per un consulto.
Un caro saluto
Dott.ssa Benedetta Cereda
Con i miei pazienti quando intraprendiamo un percorso di gestione di ADHD, lavoriamo nel far si che la quotidianità sia più organizzatata e gestibile e scopriamo insieme delle strategie possono essere usate in autonomia per migliorare il benessere, sia quotidiano che della coppia.
Rimango a disposizione anche solo per un consulto.
Un caro saluto
Dott.ssa Benedetta Cereda
Buongiorno,
grazie per aver scritto con tanta delicatezza e attenzione verso sua moglie. Si percepisce chiaramente quanto ci tenga e quanto stia cercando di starle vicino senza forzarla.
Quello che descrive - il circolo tra accumulo, ansia e evitamento - è un meccanismo molto comune, indipendentemente dalla causa sottostante. La televisione in quel contesto non è pigrizia, ma un modo per regolare uno stato interno difficile da gestire. Capire cosa c'è alla radice, però, richiede uno spazio dedicato.
Se sua moglie sente che vorrebbe uscirne ma si blocca al momento di fare il passo, potrebbe essere utile iniziare proprio da lì - da quel blocco - in un colloquio psicologico. A volte è più semplice cominciare parlando della difficoltà a iniziare, piuttosto che aspettare di sentirsi "pronte".
grazie per aver scritto con tanta delicatezza e attenzione verso sua moglie. Si percepisce chiaramente quanto ci tenga e quanto stia cercando di starle vicino senza forzarla.
Quello che descrive - il circolo tra accumulo, ansia e evitamento - è un meccanismo molto comune, indipendentemente dalla causa sottostante. La televisione in quel contesto non è pigrizia, ma un modo per regolare uno stato interno difficile da gestire. Capire cosa c'è alla radice, però, richiede uno spazio dedicato.
Se sua moglie sente che vorrebbe uscirne ma si blocca al momento di fare il passo, potrebbe essere utile iniziare proprio da lì - da quel blocco - in un colloquio psicologico. A volte è più semplice cominciare parlando della difficoltà a iniziare, piuttosto che aspettare di sentirsi "pronte".
Buongiorno,
da ciò che racconta non ho l'impressione che sua moglie non abbia voglia di fare le cose o che non si renda conto delle difficoltà che questa situazione comporta. Anzi, sembra che ne soffra molto.
Mi colpisce il fatto che le dica che stare davanti alla televisione sia un modo per non pensare a tutto ciò che dovrebbe fare. A volte, quando le incombenze si accumulano e la sensazione di non riuscire a gestirle diventa troppo pesante, può instaurarsi un circolo vizioso in cui ci si sente sempre più bloccati e sopraffatti.
Comprendo anche la sua fatica nel vederla stare così e nel non sapere come aiutarla. Tuttavia, credo che nessuno di voi due debba affrontare questa situazione da solo.
Rispetto all'ipotesi di un ADHD, dalle informazioni che riporta non è possibile esprimersi. Potrebbe essere utile che sua moglie si confrontasse con un professionista, non tanto per attribuire subito un nome a ciò che sta vivendo, quanto per comprendere meglio l'origine di questo malessere e delle difficoltà che incontra nella quotidianità.
Mi sembra che una parte di lei desideri già chiedere aiuto, visto che le ha parlato di questa possibilità, ma che allo stesso tempo faccia fatica a compiere il passo successivo. Talvolta è proprio quando ci sentiamo bloccati che rivolgersi a un professionista può aiutarci a rimettere in movimento qualcosa.
Forse, più che cercare da solo il modo giusto per motivarla o aiutarla, potrebbe continuare a farle sentire che questa possibilità resta aperta e che non c'è nulla di sbagliato nel chiedere un sostegno quando ci si accorge di stare soffrendo.
Un caro saluto, Dott.ssa Ginevra Pardi
da ciò che racconta non ho l'impressione che sua moglie non abbia voglia di fare le cose o che non si renda conto delle difficoltà che questa situazione comporta. Anzi, sembra che ne soffra molto.
Mi colpisce il fatto che le dica che stare davanti alla televisione sia un modo per non pensare a tutto ciò che dovrebbe fare. A volte, quando le incombenze si accumulano e la sensazione di non riuscire a gestirle diventa troppo pesante, può instaurarsi un circolo vizioso in cui ci si sente sempre più bloccati e sopraffatti.
Comprendo anche la sua fatica nel vederla stare così e nel non sapere come aiutarla. Tuttavia, credo che nessuno di voi due debba affrontare questa situazione da solo.
Rispetto all'ipotesi di un ADHD, dalle informazioni che riporta non è possibile esprimersi. Potrebbe essere utile che sua moglie si confrontasse con un professionista, non tanto per attribuire subito un nome a ciò che sta vivendo, quanto per comprendere meglio l'origine di questo malessere e delle difficoltà che incontra nella quotidianità.
Mi sembra che una parte di lei desideri già chiedere aiuto, visto che le ha parlato di questa possibilità, ma che allo stesso tempo faccia fatica a compiere il passo successivo. Talvolta è proprio quando ci sentiamo bloccati che rivolgersi a un professionista può aiutarci a rimettere in movimento qualcosa.
Forse, più che cercare da solo il modo giusto per motivarla o aiutarla, potrebbe continuare a farle sentire che questa possibilità resta aperta e che non c'è nulla di sbagliato nel chiedere un sostegno quando ci si accorge di stare soffrendo.
Un caro saluto, Dott.ssa Ginevra Pardi
Gentile utente,
la sua premura e preoccupazione per la salute psicologica di sua moglie è onorevole. Da quello che ci scrive non si evince un caso di ADHD. E' presente procrastinazione (tendenza cronica a rinviare le cose da fare o gli impegni), scarsa motivazione, indolenza e pigrizia fisica e mentale. Le persone con ADHD, per contro, funzionano fin troppo bene dal punto di vista dell'energia e dell'iniziativa, anche se faticano a mantenere attenzione su singole attività per molto tempo.
In realtà, le definizioni aiutano poco. E' chiaro che nella vostra situazione si viva comunque uno stato di malessere psicologico, direttamente percepito da sua moglie (che comprende perfettamente di non riuscire a fare ciò che vorrebbe) e che si ripercuote sul vissuto familiare.
Lei sta mostrando sensibilità nei suoi confronti, forse proprio perché si accorge che sua moglie ha bisogno di supporto in questo momento. Il fatto che non le crei ulteriori pressioni può aumentare la possibilità che lei si convinca di cercare l'aiuto di un professionista. Standole affianco e provando ad essere un esempio di condotta virtuosa, potrebbe suscitare in lei il desiderio di aprirsi finalmente e affrontare il suo disagio. Questa presa di coscienza e decisione finale spetta comunque a lei, perché la motivazione interiore al cambiamento è fondamentale per la riuscita di un qualsivoglia intervento psicologico.
Quello che può fare concretamente è esserci quando lei ha voglia di esprimersi e magari manifestare dei bisogni legati alla soddisfazione di vita e al benessere in generale. L'ascolto, assertivo e paziente, può essere l'arma di comunicazione più efficace in certe circostanze.
Qualora riusciste a mettere in mezzo l'argomento del supporto psicologico, potreste informarvi insieme su come procedere, se cercare uno psicologo in zona o rivolgervi su piattaforme online come questa.
Rimango a disposizione per ulteriori domande o informazioni.
Vi auguro il meglio, Dott. Antonio Cortese
la sua premura e preoccupazione per la salute psicologica di sua moglie è onorevole. Da quello che ci scrive non si evince un caso di ADHD. E' presente procrastinazione (tendenza cronica a rinviare le cose da fare o gli impegni), scarsa motivazione, indolenza e pigrizia fisica e mentale. Le persone con ADHD, per contro, funzionano fin troppo bene dal punto di vista dell'energia e dell'iniziativa, anche se faticano a mantenere attenzione su singole attività per molto tempo.
In realtà, le definizioni aiutano poco. E' chiaro che nella vostra situazione si viva comunque uno stato di malessere psicologico, direttamente percepito da sua moglie (che comprende perfettamente di non riuscire a fare ciò che vorrebbe) e che si ripercuote sul vissuto familiare.
Lei sta mostrando sensibilità nei suoi confronti, forse proprio perché si accorge che sua moglie ha bisogno di supporto in questo momento. Il fatto che non le crei ulteriori pressioni può aumentare la possibilità che lei si convinca di cercare l'aiuto di un professionista. Standole affianco e provando ad essere un esempio di condotta virtuosa, potrebbe suscitare in lei il desiderio di aprirsi finalmente e affrontare il suo disagio. Questa presa di coscienza e decisione finale spetta comunque a lei, perché la motivazione interiore al cambiamento è fondamentale per la riuscita di un qualsivoglia intervento psicologico.
Quello che può fare concretamente è esserci quando lei ha voglia di esprimersi e magari manifestare dei bisogni legati alla soddisfazione di vita e al benessere in generale. L'ascolto, assertivo e paziente, può essere l'arma di comunicazione più efficace in certe circostanze.
Qualora riusciste a mettere in mezzo l'argomento del supporto psicologico, potreste informarvi insieme su come procedere, se cercare uno psicologo in zona o rivolgervi su piattaforme online come questa.
Rimango a disposizione per ulteriori domande o informazioni.
Vi auguro il meglio, Dott. Antonio Cortese
Gentile paziente,da quello che racconta, prima ancora dell'ADHD, mi colpisce il meccanismo che sua moglie stessa descrive..vede molte cose da fare, si sente sopraffatta, cresce l'ansia e cerca un modo per allontanarsi da quella sensazione. La televisione, in questo senso, sembra diventare una sorta di rifugio momentaneo che le permette di staccare da un carico mentale vissuto come troppo pesante.
Naturalmente a distanza sarebbe scorretto attribuire un'etichetta diagnostica. Alcune difficoltà organizzative possono comparire nell'ADHD, ma possono essere presenti anche in condizioni diverse, come periodi di forte stress, stati depressivi, ansia o situazioni di esaurimento emotivo.Sua moglie è sempre stata così oppure ricorda un periodo della sua vita in cui aveva più energia, più iniziativa e riusciva a gestire meglio le attività quotidiane? Questa informazione può aiutare molto a comprendere il problema.
Un altro aspetto importante è che spesso chi vive queste difficoltà convive già con un forte senso di colpa e con la sensazione di "non riuscire a fare abbastanza". Per questo motivo, pur comprendendo la sua preoccupazione, il rischio è che ogni richiamo alle cose da fare venga percepito come un'ulteriore conferma del proprio fallimento, aumentando ancora di più il blocco.Credo che il passo più utile, in questo momento, sia aiutarla ad arrivare a una valutazione professionale senza concentrarsi troppo sul nome del disturbo. Più che capire subito se si tratta di ADHD, sarebbe importante comprendere cosa la porta a sentirsi così bloccata e cosa alimenta questo circolo tra ansia, evitamento e senso di sopraffazione.Mi arriva l'immagine di una persona che sta soffrendo per questa situazione e che vorrebbe stare meglio, ma che al momento fatica a trovare l'energia necessaria per fare il primo passo. In questi casi, anche fissare semplicemente un primo colloquio informativo può risultare molto meno impegnativo di quanto sembri nella sua mente.
Un caro saluto
Dott..ssa A.Mustatea
Naturalmente a distanza sarebbe scorretto attribuire un'etichetta diagnostica. Alcune difficoltà organizzative possono comparire nell'ADHD, ma possono essere presenti anche in condizioni diverse, come periodi di forte stress, stati depressivi, ansia o situazioni di esaurimento emotivo.Sua moglie è sempre stata così oppure ricorda un periodo della sua vita in cui aveva più energia, più iniziativa e riusciva a gestire meglio le attività quotidiane? Questa informazione può aiutare molto a comprendere il problema.
Un altro aspetto importante è che spesso chi vive queste difficoltà convive già con un forte senso di colpa e con la sensazione di "non riuscire a fare abbastanza". Per questo motivo, pur comprendendo la sua preoccupazione, il rischio è che ogni richiamo alle cose da fare venga percepito come un'ulteriore conferma del proprio fallimento, aumentando ancora di più il blocco.Credo che il passo più utile, in questo momento, sia aiutarla ad arrivare a una valutazione professionale senza concentrarsi troppo sul nome del disturbo. Più che capire subito se si tratta di ADHD, sarebbe importante comprendere cosa la porta a sentirsi così bloccata e cosa alimenta questo circolo tra ansia, evitamento e senso di sopraffazione.Mi arriva l'immagine di una persona che sta soffrendo per questa situazione e che vorrebbe stare meglio, ma che al momento fatica a trovare l'energia necessaria per fare il primo passo. In questi casi, anche fissare semplicemente un primo colloquio informativo può risultare molto meno impegnativo di quanto sembri nella sua mente.
Un caro saluto
Dott..ssa A.Mustatea
Gentile Signore,
la ringrazio per aver condiviso la vostra situazione. Dalle sue parole emerge una sofferenza che va oltre la semplice difficoltà organizzativa e che merita di essere ascoltata e compresa nella sua specificità.
Al di là di eventuali etichette diagnostiche, sarebbe importante offrire a sua moglie uno spazio in cui poter parlare di ciò che la porta a sentirsi bloccata, sopraffatta dall'ansia e a rifugiarsi in attività che le consentano di allontanare temporaneamente il disagio.
Un percorso di ascolto e approfondimento psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio il significato di queste difficoltà e a individuare modalità diverse per affrontarle. Se lo desiderate, potete contattarmi per un primo colloquio.
la ringrazio per aver condiviso la vostra situazione. Dalle sue parole emerge una sofferenza che va oltre la semplice difficoltà organizzativa e che merita di essere ascoltata e compresa nella sua specificità.
Al di là di eventuali etichette diagnostiche, sarebbe importante offrire a sua moglie uno spazio in cui poter parlare di ciò che la porta a sentirsi bloccata, sopraffatta dall'ansia e a rifugiarsi in attività che le consentano di allontanare temporaneamente il disagio.
Un percorso di ascolto e approfondimento psicologico potrebbe aiutarla a comprendere meglio il significato di queste difficoltà e a individuare modalità diverse per affrontarle. Se lo desiderate, potete contattarmi per un primo colloquio.
Buongiorno,
da quello che descrive sembra esserci un circolo abbastanza tipico in cui le attività da svolgere generano ansia e senso di sovraccarico, e questo porta a evitare o a “staccare” attraverso attività che riducono la tensione nel breve periodo (come la televisione), ma che nel tempo aumentano la sensazione di accumulo e quindi di difficoltà.
È comprensibile che sua moglie si sia interrogata su un possibile ADHD, ma da quanto scrive non è possibile fare ipotesi diagnostiche a distanza. Difficoltà di organizzazione e blocco nell’attivazione possono infatti avere diverse origini e vanno sempre valutate nel contesto complessivo della persona.
Il punto centrale che emerge è proprio questo meccanismo di evitamento che, seppur comprensibile, tende a mantenere il problema.
Il fatto che sua moglie riconosca la difficoltà e desideri farsi aiutare è comunque un elemento importante e favorevole. In questi casi può essere utile un supporto psicologico per comprendere meglio cosa accade nei momenti di blocco e costruire strategie graduali e sostenibili per riprendere le attività senza aumentare ulteriormente la pressione.
Per quanto riguarda il suo ruolo, spesso è utile cercare un equilibrio tra il non aumentare la pressione e il non “assorbire” completamente il problema, cercando piuttosto piccoli accordi concreti e realistici nella quotidianità.
Un eventuale colloquio clinico potrebbe aiutare a inquadrare meglio la situazione e orientare un percorso adeguato.
Cordiali saluti.
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
da quello che descrive sembra esserci un circolo abbastanza tipico in cui le attività da svolgere generano ansia e senso di sovraccarico, e questo porta a evitare o a “staccare” attraverso attività che riducono la tensione nel breve periodo (come la televisione), ma che nel tempo aumentano la sensazione di accumulo e quindi di difficoltà.
È comprensibile che sua moglie si sia interrogata su un possibile ADHD, ma da quanto scrive non è possibile fare ipotesi diagnostiche a distanza. Difficoltà di organizzazione e blocco nell’attivazione possono infatti avere diverse origini e vanno sempre valutate nel contesto complessivo della persona.
Il punto centrale che emerge è proprio questo meccanismo di evitamento che, seppur comprensibile, tende a mantenere il problema.
Il fatto che sua moglie riconosca la difficoltà e desideri farsi aiutare è comunque un elemento importante e favorevole. In questi casi può essere utile un supporto psicologico per comprendere meglio cosa accade nei momenti di blocco e costruire strategie graduali e sostenibili per riprendere le attività senza aumentare ulteriormente la pressione.
Per quanto riguarda il suo ruolo, spesso è utile cercare un equilibrio tra il non aumentare la pressione e il non “assorbire” completamente il problema, cercando piuttosto piccoli accordi concreti e realistici nella quotidianità.
Un eventuale colloquio clinico potrebbe aiutare a inquadrare meglio la situazione e orientare un percorso adeguato.
Cordiali saluti.
Dott.ssa Cinzia Pirrotta
La situazione che descrive sembra legata a un circolo di evitamento e ansia che può effettivamente diventare molto bloccante e faticoso da gestire, sia per sua moglie che per la relazione.
Più che concentrarsi sull’etichetta diagnostica, sarebbe importante comprendere meglio cosa accade a livello emotivo e di gestione dello stress, per costruire strategie graduali e sostenibili che non la mettano in sovraccarico.
Il fatto che lei alterni momenti di attivazione a blocco è un segnale che merita uno spazio clinico adeguato, in cui non si senta giudicata o spinta, ma accompagnata con gradualità.
Più che concentrarsi sull’etichetta diagnostica, sarebbe importante comprendere meglio cosa accade a livello emotivo e di gestione dello stress, per costruire strategie graduali e sostenibili che non la mettano in sovraccarico.
Il fatto che lei alterni momenti di attivazione a blocco è un segnale che merita uno spazio clinico adeguato, in cui non si senta giudicata o spinta, ma accompagnata con gradualità.
Salve, da ciò che descrive sua moglie sembra vivere una condizione di forte sovraccarico mentale ed emotivo, in cui le attività quotidiane vengono percepite come così pesanti e ansiogene da portarla a evitarle, rifugiandosi in qualcosa che le permetta di “spegnere” temporaneamente il pensiero, come la televisione. Questo tipo di dinamica può effettivamente comparire anche in persone con difficoltà attentive o di organizzazione, ma può essere presente anche in situazioni di ansia, stress cronico, senso di inefficacia o affaticamento emotivo.
È importante evitare di arrivare troppo rapidamente a un’autodiagnosi di ADHD senza una valutazione specialistica accurata. Dietro comportamenti che dall’esterno sembrano “pigrizia” o mancanza di volontà, spesso c’è invece una fatica psicologica reale, accompagnata da senso di colpa e frustrazione, che nel tempo alimentano ulteriormente il blocco.
Mi sembra significativo anche il fatto che lei cerchi di aiutarla senza pressarla troppo: questo probabilmente le permette di non sentirsi ulteriormente giudicata. Tuttavia, quando il problema entra in un circolo ripetitivo, il partner da solo difficilmente riesce a “sbloccare” la situazione, proprio perché la persona coinvolta può sentirsi contemporaneamente desiderosa di cambiare e paralizzata all’idea di affrontare il problema.
Il fatto che sua moglie dica di voler intraprendere un percorso ma poi si blocchi potrebbe essere parte della stessa difficoltà: anche chiedere aiuto può essere percepito come un compito enorme. A volte può essere utile proporre passi molto piccoli e concreti, senza focalizzarsi subito sull’idea di “risolvere tutto”, ma semplicemente sull’iniziare un primo colloquio conoscitivo, senza aspettative troppo elevate.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
È importante evitare di arrivare troppo rapidamente a un’autodiagnosi di ADHD senza una valutazione specialistica accurata. Dietro comportamenti che dall’esterno sembrano “pigrizia” o mancanza di volontà, spesso c’è invece una fatica psicologica reale, accompagnata da senso di colpa e frustrazione, che nel tempo alimentano ulteriormente il blocco.
Mi sembra significativo anche il fatto che lei cerchi di aiutarla senza pressarla troppo: questo probabilmente le permette di non sentirsi ulteriormente giudicata. Tuttavia, quando il problema entra in un circolo ripetitivo, il partner da solo difficilmente riesce a “sbloccare” la situazione, proprio perché la persona coinvolta può sentirsi contemporaneamente desiderosa di cambiare e paralizzata all’idea di affrontare il problema.
Il fatto che sua moglie dica di voler intraprendere un percorso ma poi si blocchi potrebbe essere parte della stessa difficoltà: anche chiedere aiuto può essere percepito come un compito enorme. A volte può essere utile proporre passi molto piccoli e concreti, senza focalizzarsi subito sull’idea di “risolvere tutto”, ma semplicemente sull’iniziare un primo colloquio conoscitivo, senza aspettative troppo elevate.
Un caro saluto.
Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
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