Buonasera, ho iniziato da poco un percorso di psicoterapia, ma nutro qualche dubbio sulla mia psicot

28 risposte
Buonasera, ho iniziato da poco un percorso di psicoterapia, ma nutro qualche dubbio sulla mia psicoterapeuta. Non abbiamo fatto molti incontri, quindi non mi sento ancora in grado di valutarla completamente, però al tempo stesso alcune cose mi fanno dubitare molto di lei e della mia scelta nel contattarla. Quando le parlo, mi fa spesso esempi parlando di lei e della sua esperienza, per quanto possa essere uno strumento utile per dialogare, non mi piace molto. Parliamo di X tema, magari una cosa in cui io ho difficoltà, a me non interessa sentirmi dire come lei la stessa cosa l'ha affrontata e come è stata brava a farlo, in un certo senso quando lo fa mi sento anche mortificata perché già di mio penso di non riuscire a fare le cose rispetto agli altri e di certo non mi aiuta sentire dall'ennesima persona che lei invece ci riesce! Poi percepisco la mia dottoressa molto socievole e amichevole, forse anche troppo. Cerca sicuramente di farmi sentire a mio agio, ma comunque io non cerco in lei una figura così tanto amichevole. Ad esempio quando ci salutiamo mi abbraccia o mi saluta con i baci sulle guance, quando lo ha fatto la prima volta mi ha spiazzata, perché non penso sia professionalmente giusto! Voi cosa pensate?
Dott.ssa Dalila Stifani
Psicologo, Psicologo clinico
Taurisano
Buonasera,
quello che descrive merita attenzione perché il rapporto terapeutico è uno degli elementi più importanti per l'efficacia di un percorso psicologico.
Per quanto riguarda gli esempi personali, il cosiddetto "self-disclosure" (ovvero la condivisione di aspetti della propria esperienza da parte del terapeuta) può essere utilizzato in alcuni orientamenti e in determinate circostanze cliniche. Tuttavia, dovrebbe essere sempre finalizzato a favorire la comprensione del paziente e non spostare il focus della seduta sul professionista. Se lei vive questi racconti come mortificanti, poco utili o addirittura invalidanti rispetto alle sue difficoltà, è importante che questo venga portato in seduta.
Anche il tema della vicinanza relazionale e del contatto fisico è molto soggettivo. Alcuni terapeuti adottano uno stile più caldo e informale, altri mantengono una maggiore distanza professionale. Tuttavia, abbracci o baci sulle guance non sono comportamenti abitualmente presenti nella pratica clinica e, soprattutto, qualsiasi forma di contatto fisico dovrebbe tenere conto del consenso e del livello di comfort del paziente. Il fatto che lei si sia sentita spiazzata è un elemento significativo che merita ascolto.
Al di là di ciò che possa essere considerato più o meno appropriato in termini generali, la domanda centrale è: come si sente lei nella relazione terapeutica? Se si sente poco compresa, a disagio o se alcune modalità della terapeuta interferiscono con il lavoro su di sé, può essere molto utile parlarne apertamente durante una seduta. Una professionista preparata dovrebbe essere disponibile ad accogliere anche questi feedback e a riflettere insieme a lei su ciò che sta accadendo nella relazione terapeutica.
Se, dopo averne parlato, dovesse continuare a percepire una scarsa sintonia o sentirsi poco a suo agio, è legittimo valutare se quella professionista sia la persona più adatta alle sue esigenze. Sentirsi al sicuro, rispettata e libera di esprimere dubbi è una condizione fondamentale per poter svolgere un buon percorso psicoterapeutico.

Un caro saluto

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Dott.ssa Maria Domenica Marotta
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Maglie
Buonasera,
quello che descrive è importante, perché in psicoterapia non conta solo la competenza tecnica, ma anche il modo in cui ci si sente nella relazione.
Un terapeuta può, in alcuni casi, fare brevi riferimenti personali, ma dovrebbero essere usati con molta misura e solo se utili al lavoro del paziente. Se invece lei si sente confrontata, mortificata o meno libera di esprimersi, è un vissuto che merita di essere portato in seduta.
Anche il contatto fisico, come abbracci o baci sulle guance, dovrebbe sempre rispettare i confini e la sensibilità della persona. Se la mette a disagio, può dirlo con semplicità e chiedere una modalità di saluto più formale.
Le suggerirei quindi di parlarne apertamente con la sua terapeuta. Il modo in cui accoglierà questa comunicazione potrà aiutarla a capire se quello spazio può diventare davvero sicuro e adatto a lei
Dott.ssa Gaia Evangelisti
Psicologo, Psicologo clinico
Genzano di Roma
Salve,
è comprensibile che nelle prime fasi di un percorso psicoterapeutico possano emergere dubbi, osservazioni e persino sensazioni di disagio rispetto al modo di porsi del terapeuta. La relazione terapeutica è uno degli elementi più importanti della terapia e sentirsi realmente a proprio agio non significa necessariamente percepire il professionista come “amichevole”, ma piuttosto sentirsi ascoltati, rispettati e compresi nei propri bisogni e confini personali.

Da ciò che racconta, sembra che alcuni comportamenti della sua terapeuta — come il ricorso frequente ad esempi personali o una modalità molto confidenziale sul piano fisico ed emotivo — stiano attivando in lei vissuti di mortificazione, disagio o invasione dei suoi spazi. Questo aspetto merita attenzione, perché ciò che lei prova all’interno della relazione terapeutica è importante tanto quanto i contenuti di cui parla in seduta.

Non esiste uno stile terapeutico unico: alcuni professionisti utilizzano maggiormente la self-disclosure o una modalità più calorosa, ma ciò non toglie che lei abbia il diritto di interrogarsi su come questo la faccia sentire. Anche il contatto fisico, come abbracci o baci sulle guance, può essere percepito in modi molto diversi da persona a persona e sarebbe importante che lei si sentisse libera di esprimere il proprio eventuale disagio.

Forse, prima di prendere decisioni definitive, potrebbe provare a portare direttamente in seduta queste sue sensazioni. Il modo in cui la terapeuta accoglierà le sue osservazioni potrebbe darle elementi molto preziosi per capire se questo spazio terapeutico può davvero essere adatto a lei.

Un caro saluto.

Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Dott.ssa Raffaella Argirò
Psicologo, Psicologo clinico, Neuropsicologo
Torino
Buonasera, i suoi dubbi sono assolutamente legittimi e dimostrano una grande consapevolezza. La condivisione di piccoli dettagli della propria vita può essere utile ai fini terapeutici ma solo se ciò viene fatto con cautela e nell'esclusivo interesse del paziente. Le manifestazioni fisiche, come abbracci e baci, possono rappresentare un superamento dei confini professionali all'interno del setting. La terapia richiede empatia, ma non è un'amicizia, e i confini servono a proteggere l'alleanza terapeutica.
Dott.ssa Silvana Grilli
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Buonasera,
sembra che i suoi dubbi non riguardino soltanto lo stile della sua psicoterapeuta, ma soprattutto il modo in cui si sente all'interno della relazione terapeutica.
Alcuni interventi che per una persona possono risultare utili o rassicuranti, per un'altra possono essere percepiti come poco sintonizzati con i propri bisogni. Nel suo caso, ad esempio, sembra che i riferimenti alle esperienze personali della terapeuta e alcune modalità relazionali particolarmente informali abbiano suscitato emozioni e pensieri importanti, che meritano attenzione.
Più che chiedersi se queste modalità siano giuste o sbagliate in senso assoluto, potrebbe essere utile soffermarsi su ciò che producono in lei. Nel suo racconto emerge chiaramente che in alcuni momenti si è sentita a disagio, spiazzata o persino mortificata, e questi vissuti rappresentano già un elemento significativo del lavoro terapeutico.
Poiché il percorso è iniziato da poco, potrebbe essere importante portare proprio questi dubbi e queste reazioni all'interno delle sedute. La terapia è anche uno spazio in cui poter parlare apertamente di come ci si sente con il proprio terapeuta, di ciò che aiuta e di ciò che invece crea distanza o disagio.
Condividere queste impressioni potrebbe permetterle di comprendere meglio sia il significato che queste modalità assumono per lei, sia come la terapeuta accoglie e lavora con ciò che emerge nella relazione. Anche questo può offrire indicazioni preziose per valutare se quel percorso rappresenta uno spazio in cui sente di potersi riconoscere e sentire compresa.
Un caro saluto,
Dott.ssa Silvana Grilli
Dott.ssa MARIELLA BELLOTTO
Psicoterapeuta, Neuropsicologo, Psicologo
Vicenza
Da quello che racconti, non direi automaticamente che la tua terapeuta sia incompetente o poco professionale, ma capisco bene i tuoi dubbi.

Fare esempi personali può essere una tecnica utilizzata da alcuni terapeuti, però se ti fa sentire confrontata, inadeguata o mortificata, è importante. In terapia conta molto l’effetto che ha su di te, non solo l’intenzione del terapeuta.

Per quanto riguarda abbracci e baci sulle guance, è comprensibile che ti abbiano spiazzata. Molti professionisti mantengono confini più chiari, soprattutto all’inizio del percorso. Se tu lo vivi come qualcosa di poco appropriato, il tuo disagio è legittimo.

Prima di decidere se interrompere la terapia, potresti provare a dirle apertamente che preferiresti meno riferimenti alla sua esperienza personale e una relazione più professionale. La sua reazione ti darà molte informazioni sulla qualità del rapporto terapeutico.
Saluti
Mariella Bellotto
Dott. Sergio Borrelli
Psicologo, Psicologo clinico
Tradate
Buonasera.
Aldilà di quanto io possa pensare, dato che lei ci pone una domanda a cui si potrebbe porre ovviamente una seria obiezione, se lei non si sente a suo agio ha sempre il diritto di cambiare e trovare un altro o altra professionista.
Salve, sono la dott.ssa Liberata Ferrara. Premettendo che entro in merito all'operato della collega, prima per il rispetto dovuto alla professionalità che non metto indubbio e poi perchè non ne conosco l'approccio . Premesso ciò , avverto il tuo disagio e credo non sia legato solo all'espansività della collega. In terapia è abbastanza comune che il paziente attivi dei meccanismi interni che chiamiamo "barriere difensive" oserei definirle degli " scudi di protezione" e servono per proteggersi da ansie, paure e altri vissuti, talvolta traumatici. Non pensare che siano un elemento negativo nella terapia, anche se inizialmente rendono il clima ostico, per il paziente sono delle risorse e che possono pian piano creare una salda alleanza terapeutica . Detto ciò ti consiglio di parlarne con la tua terapeuta e di darvi del tempo....forse lei ha già capito e te lo sta già concedendo . Parla con lei e dissolverai i tuoi dubbi
Dott.ssa Teresa Aiello
Psicologo, Psicologo clinico
Messina
Gentile utente,
il dubbio e il disorientamento che prova sono elementi preziosi e meritano di trovare spazio. La relazione terapeutica è un legame unico che si costruisce insieme nel tempo, ed è del tutto naturale che le prime battute servano anche a calibrare le giuste distanze e le modalità comunicative.
Il fatto che l'autosvelamento della terapeuta o la sua modalità di saluto la facciano sentire mortificata o spiazzata è un dato clinico importantissimo. Il mio consiglio è di provare a condividere apertamente questi vissuti proprio con lei: portare i suoi dubbi e i suoi confini in seduta non è solo un suo diritto, ma può diventare un punto di svolta fondamentale.
Poter dire "quando fa così, io mi sento così" offre alla terapia la straordinaria opportunità di trasformare un momento di incertezza in un'occasione di profonda comprensione di sé e di evoluzione del vostro percorso.
Dott.ssa Evelyn Cia
Psicologo, Psicologo clinico
Trieste
Buongiorno, ti ringrazio per l’apertura e per aver condiviso in modo così chiaro i tuoi dubbi e le tue sensazioni.
Quello che descrivi è una situazione che, soprattutto nelle prime fasi di una psicoterapia, merita attenzione e può diventare essa stessa materiale di lavoro.
È comprensibile che tu ti senta confusa: da un lato stai ancora conoscendo la tua terapeuta e non hai abbastanza elementi per valutarla pienamente, dall’altro alcune modalità relazionali ti hanno già attivato delle reazioni emotive importanti, come il sentirti a disagio o addirittura mortificata quando vengono portati esempi personali da parte della collega.
In psicoterapia l’uso dell’autosvelamento da parte del terapeuta (cioè il riferimento alla propria esperienza personale) è uno strumento possibile, ma non neutro: va utilizzato con molta cautela e solo quando ha una chiara funzione clinica, ad esempio per facilitare la comprensione di un tema, favorire l’alleanza terapeutica o normalizzare un’esperienza. Non è invece indicato quando rischia di spostare il focus sul terapeuta o di attivare nel paziente sentimenti di confronto, svalutazione o inadeguatezza.
Detto questo, non essendo presente in seduta e non conoscendo la cornice teorica, il contesto specifico e le intenzioni cliniche della collega, non è possibile né corretto esprimere un giudizio sul suo operato.
Quello che però è centrale, dal punto di vista del percorso terapeutico, è come ti senti rispetto a queste modalità: il tuo vissuto di disagio, confronto o mortificazione è un elemento importante e merita spazio di riflessione.
Anche il tema dei confini relazionali (come il saluto fisico) rientra nella cornice dell’alleanza terapeutica: ciò che per alcuni può essere vissuto come accogliente, per altri può risultare troppo informale o non in linea con le proprie aspettative di setting. E anche questo non è tanto una questione di “giusto o sbagliato”, quanto di compatibilità relazionale e di sicurezza percepita.
Può succedere che lo stile personale di un terapeuta non sia pienamente in sintonia con ciò di cui abbiamo bisogno in quel momento. Questo non implica necessariamente una mancanza di competenza, ma può comunque generare dubbi e la domanda se quello spazio sia adatto a noi.
Più che arrivare a una conclusione dopo pochi incontri, potrebbe essere utile portare queste perplessità direttamente nella seduta: il modo in cui verranno accolte e affrontate insieme può fornire informazioni molto rilevanti sulla possibilità di costruire un’alleanza terapeutica sufficientemente sicura.
In generale, la psicoterapia non è solo ciò che viene detto sui contenuti, ma anche la possibilità di osservare e condividere ciò che accade nella relazione stessa.

Resto a disposizione per chiarimenti
Un caro saluto
Dott.ssa Evelyn Cia
Dott.ssa Ilaria Redivo
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Cara/o
la ringrazio per aver condiviso le sue riflessioni.
Da ciò che racconta, mi sembra che alcune modalità della sua psicoterapeuta la facciano sentire a disagio e che questo stia generando dubbi rispetto al percorso intrapreso. È comprensibile interrogarsi su questi aspetti, soprattutto nelle prime fasi di una psicoterapia, quando si sta ancora costruendo la relazione terapeutica e si cerca di capire se ci si sente accolti e compresi.
Ogni professionista ha un proprio stile relazionale e ciò che per alcune persone può risultare utile e rassicurante, per altre può non essere altrettanto adatto. Al di là di quale sia l'intenzione della sua terapeuta, credo che sia importante dare spazio a come lei vive queste esperienze e a ciò che suscitano in lei.
Se sentirà di farlo, potrebbe essere utile portare questi vissuti direttamente in seduta, condividendo con la sua psicoterapeuta le sensazioni che prova quando vengono utilizzati esempi personali o quando alcune modalità relazionali la fanno sentire poco a suo agio. Spesso il confronto aperto su ciò che accade all'interno della relazione terapeutica può rappresentare un'occasione importante di lavoro e di comprensione reciproca.
Le auguro di poter trovare lo spazio più adatto per comprendere ciò di cui ha bisogno in questo momento del suo percorso.
Un cordiale saluto,
Trova il mio Profilo su Mio dottore sono la Dott.ssa Ilaria Redivo
Dott.ssa Arianna Savastio
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Gentile utente, la premessa importante è che ogni terapeuta lavora in modo un po' diverso. Questo dipende sia dalla formazione ricevuta e dall'orientamento teorico di riferimento, poiché approcci differenti possono prevedere modalità relazionali e regole di setting diverse, sia da un altro elemento che spesso dimentichiamo: dietro il ruolo professionale c'è comunque una persona, con il proprio stile relazionale e il proprio modo di essere. Detto questo, esiste un principio che ritengo valido indipendentemente dall'approccio terapeutico: il paziente dovrebbe sentirsi legittimato a portare in seduta tutto ciò che prova, comprese perplessità, dubbi, fastidi o aspetti del comportamento del terapeuta che non lo fanno sentire a proprio agio. Anzi, molto spesso proprio ciò che accade nella relazione tra paziente e terapeuta diventa materiale clinico prezioso. Da ciò che racconta, sembra che alcuni esempi personali portati dalla sua terapeuta e alcune modalità di saluto abbiano suscitato in lei emozioni di disagio, mortificazione o confronto. Al di là delle intenzioni della professionista, che nessuno può conoscere dall'esterno, questi vissuti meritano attenzione perché fanno parte della sua esperienza all'interno della terapia. Per questo motivo, il mio consiglio è di provare a comunicare apertamente alla sua terapeuta ciò che ha provato e quali aspetti non l'hanno fatta sentire bene. Lo spazio terapeutico dovrebbe essere un luogo sufficientemente sicuro da consentire anche questo tipo di confronto. Parlare di ciò che accade nella relazione terapeutica può spesso diventare un'importante opportunità di comprensione e di crescita all'interno del percorso stesso. Le auguro il meglio e resto a disposizione. Dott.ssa Arianna Savastio
Buonasera, la dinamica che porta è un tema molto delicato nel rapporto tra psicologa/o e paziente.
Nei termini “psicologo” e “paziente”, è implicito uno squilibrio di potere; ma nella realtà, si tratta di una relazione, professionale ma anche di cura e aiuto, tra due esseri umani, con le loro personalità e caratteristiche. Per questo è importante che i due si trovino bene l’uno con l’altro.
Le consiglio di parlarne con la sua psicoterapeuta, il momento della seduta rappresenta uno spazio neutro, privo di giudizi, dedicato totalmente al paziente/cliente. Per questo motivo, è importante che lei possa comunicare in libertà e trasparenza ciò che pensa e ciò che prova, anche in riferimento alla sua psicologa, in modo che lei possa esserne cosciente, per poi parlarne e decidere insieme.
La condivisione delle opinioni anche sul rapporto stesso tra psicologa e paziente/cliente è un momento prezioso per entrambi.
Spero di esserle stata d’aiuto.
Le auguro una buona serata.
Dott. Omar Vitali
Psicologo, Terapeuta, Professional counselor
Dalmine
È assolutamente normale che tu ti senta spiazzata e che nutra dei dubbi. Quello che stai descrivendo non è una semplice "questione di gusti" sul carattere della terapeuta, ma tocca due pilastri fondamentali della psicoterapia: l'alleanza terapeutica e il rispetto dei confini professionali (il cosiddetto setting).
​Il fatto che tu senta che qualcosa non va, anche dopo pochi incontri, è un segnale importante che merita di essere ascoltato. Vediamo insieme i punti che hai sollevato, analizzandoli con franchezza.
​1. L'uso eccessivo del "Self-Disclosure" (Svelamento di sé)
​In psicoterapia esiste uno strumento chiamato self-disclosure, ovvero quando il terapeuta condivide qualcosa della propria vita privata.
​Quando è utile: Solo se fatto raramente, in modo mirato e nell'esclusivo interesse del paziente (ad esempio, per farlo sentire meno solo o meno "sbagliato").
​Il problema nel tuo caso: La tua dottoressa lo usa per raccontare come lei è stata brava a superare una difficoltà. Questo non solo sposta il focus della seduta dal tuo vissuto al suo, ma attiva in te un meccanismo di confronto che ti fa sentire mortificata e inadeguata. La terapia dovrebbe essere uno spazio protetto in cui esplorare le tue fatiche, non un luogo in cui misurarsi con i successi del terapeuta.
​2. L'eccessiva vicinanza fisica (Abbracci e baci)
​Il saluto con abbracci e baci sulle guance in un contesto psicoterapeutico è, nella stragrande maggioranza dei modelli teorici, considerato una violazione dei confini professionali.
​La psicoterapia richiede una chiara asimmetria e una distanza di sicurezza emotiva e fisica. Questo serve a proteggere te (perché tu possa sentirti libera di esprimerti senza dinamiche di compiacimento tipiche delle amicizie) e a proteggere il lavoro terapeutico. Un contatto fisico così intimo, specialmente se non concordato e iniziato fin da subito, può risultare intrusivo e confondente, esattamente come è successo a te.
​Cosa fare adesso?
​Hai già individuato da sola due ottime strade nelle tue note, a cui aggiungo un piccolo suggerimento su come affrontarle:
​1. Controlla l'iscrizione all'Albo degli Psicologi
​Questo è un passo di tutela fondamentale. Puoi farlo pubblicamente e in pochi secondi sul sito del Consiglio Nazionale Ordine Psicologi (CNOP) o dell'ordine della tua regione. Verifica che la dottoressa sia iscritta all'Albo e, soprattutto, che abbia l'annotazione come Psicoterapeuta. Questo ti darà la certezza formale della sua abilitazione.
​2. Parlane direttamente con lei (Il test definitivo)
​Esprimere il tuo disagio alla terapeuta è un momento terapeutico potentissimo. Puoi dirle chiaramente:
​"Dottoressa, quando mi racconta le sue esperienze personali mi sento in difficoltà e mi sembra di non trovare lo spazio per le mie. Inoltre, preferirei che mantenessimo un saluto più formale, senza abbracci o baci, perché la vicinanza fisica mi mette a disagio."
​Come capire se restare o andare via:
​Se reagisce bene: Accoglie il tuo feedback, non si difende, si scusa, ridefinisce i confini e cambia immediatamente atteggiamento. In questo caso, la relazione si rafforzerà e potrai valutare di continuare.
​Se reagisce male: Minimizza il tuo disagio ("Ma no, lo faccio per farla sentire a casa!"), si offende o cerca di colpevolizzarti. Se accade questo, hai la risposta che cerchi: significa che non è la terapeuta adatta a te ed è tuo pieno diritto interrompere il percorso e cercare un professionista con cui tu possa sentirti davvero al sicuro e rispettata.
​La terapia è un tuo investimento di tempo, denaro ed emozioni. Meriti uno spazio che ti faccia sentire compresa, mai giudicata o spiazzata.
Dott.ssa Simona Santoni
Psicologo, Psicologo clinico
Collegno
Buonasera, grazie per aver condiviso queste riflessioni con tanta onestà e chiarezza. Ciò che descrive è importante e il fatto che si stia interrogando su questi aspetti già nelle fasi iniziali del percorso dimostra una buona consapevolezza di sé e dei propri bisogni. Le sue perplessità meritano attenzione, pertanto, la cosa più utile che potrebbe essere utile fare, soprattutto considerando proprio che non avete fatto, per il momento, tanti incontri, è portare questi stessi dubbi direttamente alla sua terapeuta: parlare di come ci si sente nella relazione terapeutica è parte integrante del lavoro, e una professionista solida sarà in grado di accogliere queste osservazioni e aprirsi a un confronto.

Un caro saluto,
Dottoressa Simona Santoni - Psicologa
Buonasera,
credo che le sue perplessità meritino attenzione. Ciò che sente nella relazione con la terapeuta è molto importante.
Da quanto racconta, non sembra essere tanto una questione di giusto o sbagliato, quanto del fatto che alcune modalità della sua terapeuta la fanno sentire a disagio. Quando porta esempi personali, lei si sente mortificata e quando la saluta con abbracci o baci sulle guance, si sente spiazzata. Queste reazioni hanno valore e sarebbe utile portarle direttamente in seduta. In un percorso terapeutico è importante poter parlare anche di ciò che accade nella relazione con il terapeuta. Se si sentirà ascoltata e compresa anche su questi aspetti, i suoi dubbi potranno diventare un'occasione di lavoro. In caso contrario, potrà valutare con maggiore chiarezza se questa professionista è la persona giusta per accompagnarla nel percorso.
Un caro saluto,

Dott.ssa Federica Clemente
Dott.ssa Sandra Cappello
Psicologo, Psicologo clinico
Floridia
Buongiorno, è nel suo diritto riferire questi disagi alla sua terapeuta, si deve riuscire a dire e parlare anche di ciò che non funziona, se dovesse sentire ancora meno il supporto cambi terapeuta, non tutti vanno bene per tutti, la relazione terapeutica è delicata.
Buongiorno,
Se ci sono alcuni elementi del setting terapeutico che la mettono a suo agio, perché non prova direttamente a parlarne con la sua psicoterapeuta? Personalmente apprezzo molto quando i miei pazienti condividono con me i loro dubbi sul percorso o - eventualmente - sul setting.
Un caro saluto,
Dott. Alessandro Ocera
Dott.ssa Marianna Mansueto
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Salve, credo che i suoi dubbi, le sue preoccupazioni e i suoi desideri riguardo al rapporto terapeutico e le sue modalità siano estremamente preziosi e importanti e la invito a riportarle alla sua terapeuta, che con ogni probabilità saprà usarli nel vostro lavoro clinico. Non abbia timore nel farlo.
Cordiali saluti,

dott.ssa Marianna Mansueto
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Salve, quello che descrive è un dubbio che merita attenzione, soprattutto perché riguarda un aspetto molto importante del percorso terapeutico: la qualità della relazione che si costruisce con il professionista. Vorrei partire da un presupposto che spesso viene sottovalutato. Il fatto che lei stia provando perplessità non significa necessariamente che la sua terapeuta stia lavorando male, ma nemmeno che debba ignorare ciò che sente. In un percorso psicologico è importante ascoltare anche le proprie reazioni verso il terapeuta, perché possono fornire informazioni preziose sia sul rapporto che si sta costruendo sia sui propri bisogni e confini personali. Da ciò che racconta, sembra che alcuni comportamenti della sua terapeuta la facciano sentire poco a suo agio. In particolare, il fatto che utilizzi frequentemente esempi personali la porta a percepire una sorta di spostamento dell'attenzione dalla sua esperienza a quella della professionista. Inoltre, quando questi racconti riguardano situazioni che la terapeuta afferma di aver affrontato con successo, lei si ritrova a confrontarsi con un tema che già la fa soffrire, cioè la sensazione di essere meno capace degli altri. È comprensibile che questo possa generare disagio anziché sollievo. Allo stesso tempo, è possibile che l'intenzione della terapeuta sia quella di creare vicinanza, normalizzare alcune difficoltà o trasmettere comprensione. Tuttavia, nelle relazioni terapeutiche conta molto non solo l'intenzione di chi parla, ma anche l'effetto che le parole producono in chi ascolta. Se un intervento la fa sentire mortificata, questo è un elemento importante che merita di essere portato all'interno della terapia stessa. Anche l'aspetto della cordialità e della vicinanza fisica sembra aver toccato qualcosa di significativo per lei. Non tutte le persone vivono allo stesso modo il contatto fisico, gli abbracci o i saluti affettuosi. Alcuni li trovano rassicuranti, altri li percepiscono come invasivi o poco coerenti con il tipo di relazione che desiderano instaurare con il proprio terapeuta. Non esiste una regola assoluta che valga per tutti, ma esiste certamente il diritto del paziente di sentirsi rispettato nei propri confini personali. Leggendo il suo messaggio, la sensazione è che il problema principale non sia tanto stabilire se la terapeuta abbia ragione o torto, quanto comprendere come mai questi comportamenti suscitino in lei determinate emozioni e, soprattutto, se si sente sufficientemente libera di parlarne apertamente con lei. Da un punto di vista cognitivo comportamentale, spesso i momenti più utili di una terapia non sono quelli in cui tutto fila liscio, ma quelli in cui emergono dubbi, fastidi, incomprensioni o difficoltà nella relazione terapeutica. Quando queste esperienze vengono esplorate insieme, possono diventare un'occasione molto importante per comprendere i propri bisogni, le proprie aspettative nelle relazioni e il modo in cui si interpretano i comportamenti degli altri. Per questo motivo, prima di trarre conclusioni definitive, potrebbe essere utile concedersi ancora qualche incontro e provare a condividere con sincerità ciò che sta provando. Ad esempio, potrebbe dire che gli esempi personali la mettono a disagio o che preferirebbe una modalità diversa di relazione. La reazione della terapeuta a questo confronto potrebbe fornirle molte informazioni sulla qualità del percorso e sulla possibilità di costruire un'alleanza terapeutica realmente adatta a lei. Naturalmente, se col passare del tempo dovesse continuare a sentirsi poco compresa, poco rispettata nei suoi confini o semplicemente non a suo agio, sarebbe legittimo interrogarsi sull'opportunità di proseguire con quella professionista. La terapia è uno spazio in cui sentirsi accolti, ma anche liberi di essere se stessi, comprese le proprie perplessità. Mi colpisce positivamente il fatto che lei non stia reagendo in modo impulsivo, ma stia cercando di osservare la situazione con curiosità e spirito critico. Questo atteggiamento è spesso molto utile, perché permette di distinguere tra una normale fase iniziale di adattamento reciproco e una reale incompatibilità nel modo di lavorare insieme. Continui quindi ad ascoltare le sue sensazioni senza giudicarle eccessivamente. A volte il dubbio non è un ostacolo alla terapia, ma il punto di partenza per comprendere meglio se stessi e il proprio modo di stare nelle relazioni. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buona sera,
parlare dell'operato di un collega non è mai facile. L'unica cosa che posso consigliarle è di tenere conto del suo disagio come parametro e di esplicitarlo alla sua terapeuta. Alle volte ci si deve conoscere un po' per settarsi, e la comunicazione sincera è l'unico modo. Poi, se continua a sentirsi a disagio, prenderà sicuramente la decisione migliore per il suo benessere.
Dott.ssa Caterina De Marte
Psicologo, Psicologo clinico
Siracusa
Salve, comprendo che questi episodi ti hanno indotto sensazioni spiacevoli. Hai avuto occasione di condividere con la tua psicoterapeuta queste sensazioni? Ti capita di provare queste sensazioni in altri contesti e in altre relazioni? Se il fastidio è persistente, è utile parlarne durante la seduta. La collega sarà disponibile nel dialogo.
Dott.ssa Giorgia Feni
Psicologo, Psicologo clinico
Brescia
Buonasera, quello che descrivi merita sicuramente attenzione.
Sul fatto che la tua terapeuta condivida a volte esperienze personali: è uno stile che alcuni professionisti utilizzano per creare connessione e dialogo, e può funzionare bene con alcune persone. Tu stai notando che con te crea l'effetto opposto, e questo è già un'informazione preziosa su ciò di cui hai bisogno.
Sul tono amichevole e caloroso, così come sugli abbracci e i baci: il contatto fisico e lo stile relazionale sono vissuti in modo molto diverso da persona a persona, e il fatto che tu ti sia sentita spiazzata vale la pena non ignorarlo.
Ecco perché in terapia non basta la competenza del professionista: si è in due, si forma una coppia terapeutica, e ogni coppia è unica. Non esiste una relazione terapeutica uguale per tutti, perché unici siamo noi come persone. A volte uno stile che funziona molto bene con qualcuno non riesce a decollare con qualcun altro, e va bene così.
Potresti provare a portare questi dubbi direttamente in seduta, parlare di come ci si sente nella relazione è spesso già parte del lavoro terapeutico. Se anche dopo averlo fatto la situazione non dovesse cambiare, valutare un altro professionista è sempre una scelta rispettosa verso te stessa.
Dott. Maurizio Di Benedetto
Psicologo, Fisioterapista, Posturologo
Monza
Gentile Utente, é importante avere un’alleanza terapeutica con la/il propria/o psicologa/o questo per far si di aiutarla nel suo percorso. Ecco perché le consiglio di parlarne con Lei e se vede che non riesce a creare un rapporto professionale funzionale, di valutare una persona che le piaccia e che vorrà scegliere per accompagnarla nel suo percorso di approfondimento personale.

Saluti
Dott. Maurizio Di Benedetto
Dott. Diego Ferrara
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Quarto
Buongiorno,

avendo iniziato da poco il percorso potrebbe orientarsi su un altro specialista. Scelga qualcuno con cui si possa sentire a suo agio, è molto importante.

Cordiali Saluti
Dott. Diego Ferrara
Dott. Fabian Gabriel Beneitez
Psicologo, Professional counselor
Fermo
Buonasera,
comprendo il suo dubbio. Quando si intraprende un percorso psicoterapeutico è importante che, oltre alla competenza del professionista, si sviluppi anche una sensazione di fiducia e di sentirsi compresi all'interno della relazione terapeutica.
Detto questo, da una descrizione così sintetica e riferita a pochi incontri, sarebbe poco utile trarre conclusioni affrettate sul modo di lavorare della sua terapeuta. Alcuni professionisti utilizzano maggiormente esempi personali come strumento comunicativo, mentre altri mantengono uno stile più distaccato; allo stesso modo, il grado di cordialità e vicinanza relazionale può variare da terapeuta a terapeuta.
Più che stabilire se il comportamento della collega sia giusto o sbagliato in assoluto, potrebbe essere interessante approfondire come mai questi aspetti suscitino in lei un disagio così marcato e quali significati assumano all'interno della relazione terapeutica.
Spesso proprio i dubbi, le perplessità e le emozioni che emergono nei confronti del terapeuta diventano materiale prezioso di lavoro clinico. Per questo motivo potrebbe essere utile portare apertamente queste osservazioni in seduta, così da approfondirle insieme e comprendere meglio cosa sta accadendo nella relazione terapeutica.
Se tali vissuti dovessero persistere o aumentare nel tempo, un ulteriore approfondimento all'interno del percorso psicologico potrebbe aiutarla a valutare con maggiore chiarezza se quella specifica modalità terapeutica sia adatta alle sue esigenze e a individuare le soluzioni più funzionali per il suo benessere.
Le suggerirei quindi di non basarsi esclusivamente sulle prime impressioni, ma di utilizzare questi dubbi come un'occasione di confronto e di approfondimento nel percorso già avviato, così da poter trovare insieme alla professionista le risposte e le soluzioni più adatte alla sua situazione specifica.
Un caro saluto
Dr Fabián Gabriel Beneitez
Dott.ssa FIlomena Guida
Psicologo
Castellammare di Stabia
Grazie per aver condiviso la tua esperienza in modo così chiaro e rispettoso.
Quello che descrivi riguarda alcuni aspetti della relazione terapeutica che sono assolutamente centrali nel lavoro psicologico, e quindi anche legittimi da osservare e portare all’attenzione.
In particolare, il fatto che la terapeuta utilizzi riferimenti alla propria esperienza personale può rientrare in alcune modalità comunicative (autodisclosure), che in alcuni casi vengono usate in modo mirato e limitato per favorire il dialogo o la normalizzazione di ciò che il paziente sta vivendo. Tuttavia, è fondamentale che questo strumento non sposti il focus da te, né che generi in te sensazioni di confronto, svalutazione o disagio. Il tuo vissuto rispetto a questo è quindi importante e merita attenzione.
Allo stesso modo, anche lo stile relazionale del terapeuta (più o meno formale, più o meno caloroso) può variare molto da professionista a professionista. Tuttavia, ciò che conta davvero in un percorso di psicoterapia non è solo lo stile, ma il fatto che tu possa sentirti al sicuro, rispettata nei tuoi confini e libera di portare ciò che senti senza disagio relazionale.
Il fatto che il contatto fisico (come abbracci o baci sulle guance) ti abbia sorpresa e messa a disagio è un elemento significativo: in psicoterapia il rispetto dei confini e del consenso relazionale del paziente è un aspetto fondamentale, e anche piccoli gesti dovrebbero sempre essere coerenti con ciò che il paziente vive come accettabile.
Ti direi che, più che chiederti se “sia giusto o sbagliato in assoluto”, la domanda centrale diventa: come ti senti tu in quello spazio terapeutico?
Se emergono dubbi o disagio, può essere molto utile provare a portarli direttamente nella relazione terapeutica. La possibilità di parlare apertamente di ciò che non funziona o non convince è spesso parte integrante del lavoro e può essere anche un momento importante di chiarimento.
Se però il disagio dovesse persistere o aumentare, è assolutamente legittimo valutare anche un eventuale cambiamento di professionista: l’alleanza terapeutica è uno dei principali fattori di efficacia della terapia, e sentirsi a proprio agio è un elemento fondamentale.
In ogni caso, il fatto che tu ti stia ponendo queste domande indica già un buon livello di consapevolezza rispetto a ciò di cui hai bisogno in un percorso psicologico.
Resto a disposizione.
Filomena Guida
Dott.ssa Donatella Valsi
Psicologo, Psicologo clinico, Sessuologo
Roma
Buonasera,
quello che descrive merita attenzione e credo sia importante dare valore alle sue sensazioni. Nelle prime fasi di una psicoterapia è normale osservare il terapeuta e chiedersi se ci si sente davvero a proprio agio.

Gli esempi personali del terapeuta possono essere utilizzati come strumento clinico, ma dovrebbero essere al servizio del paziente. Se lei percepisce che questi racconti la fanno sentire mortificata, confrontata o poco compresa, è un'informazione importante da portare in seduta.

Anche rispetto ai saluti con abbracci o baci, ciò che conta è come lei vive questi gesti. Se la fanno sentire a disagio o invadono il suo spazio personale, ha il diritto di comunicarlo. Una relazione terapeutica efficace si basa anche sul rispetto dei confini e sulla possibilità di esprimere apertamente ciò che non funziona.

È importante come diceva di non trarre conclusioni affrettate dopo pochi incontri, ma di provare a condividere questi dubbi con la sua psicoterapeuta. Il modo in cui accoglierà le sue osservazioni potrà darle informazioni preziose sulla qualità della relazione terapeutica.
Saluti,
Dott.ssa Donatella Valsi

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