Salve, sono una lavoratrice freelance da 7 anni e ho 34 anni. Durante questi anni il mio percorso l

27 risposte
Salve, sono una lavoratrice freelance da 7 anni e ho 34 anni.
Durante questi anni il mio percorso lavorativo è stato fatto di alti e bassi ma comunque costante.
Da tre mesi però non ricevo lavoro nonostante mi stia impegnando attivamente, e questo ultimo episodio sento che sta facendo "traboccare il vaso", mi spiego meglio.

In realtà è da circa un anno che mi sento esausta e inutile, con la sensazione continua di non trovare una via d'uscita. Questo sconforto viene dal fatto di essermi impegnata moltissimo negli anni per migliorare sia il mio lavoro che me stessa, ma sembra che questo impegno non abbia portato i frutti che mi aspettavo.
Questa sensazione costante mi ha portato anche a pensare di abbandonare completamente il mio lavoro, nato da una passione, perché non lo vedo più funzionale e non sento più la spinta di volerlo fare. Forse identificando troppo me stessa con il mio lavoro, questo momento mi ha fatto cadere nell'idea di una vita senza uno scopo, senza qualcosa che mi faccia guardare al futuro.
Vivo con dei risparmi che sento come l'unico capitale che ho, e ogni piccola spesa per me stessa la vivo come una colpa profonda. Non riesco a godermi nulla con vera serenità, ci sono piccoli momenti di sollievo, ma tre secondi dopo ripenso alla mia situazione e mi rimetto subito all'opera. Non mi fermo, mi attivo ancora di più nonostante la stanchezza, e poi ricado nella frustrazione perché il mio impegno non genera nulla. È come se la mia testa fosse in una fase e il mio corpo in un'altra.

So benissimo che questa situazione non mi identifica, che non sono il mio lavoro o i soldi che guadagno. So che crescere personalmente e socialmente è quello che dà scopo alla mia vita. Ma per tanto tempo questa consapevolezza mi ha spinto ad andare avanti, adesso non spinge più niente. Sono esausta. La sensazione è di essere ingolfata. Pensare e rimuginare mi stanca e basta, non riesco più a reggere le ipotesi, cerco solo soluzioni concrete. Sono in uno stato di sopravvivenza? O è altro? Come posso uscire da questo impasse?

Grazie per l'eventuali risposte.
Dott. Daniele Migliore
Psicologo, Psicologo clinico
Torino
Salve,
da quello che racconta si comprende bene quanto si debba sentire esausta, sembra infatti che lei abbia cercato di rimanere propositiva e determinata anche quando si sentiva già molto stanca.
Il lavoro che scegliamo inevitabilmente porta con sé una quota identificativa, e quando questo non viene riconosciuto capita che ci si possa sentire frustrati e perdere fiducia in sé stessi.
La sensazione di essere “in modalità sopravvivenza” e il continuo alternarsi tra iperattivazione e frustrazione fanno pensare a una mente che cerca incessantemente soluzioni mentre il corpo segnala il bisogno di fermarsi e di essere ascoltato.
Prenda in considerazione la possibilità di iniziare un percorso psicologico che le consenta non solo di trovare una soluzione ma soprattutto di imparare a stare con quelle parti di sé che al momento stanno facendo più fatica. Si conceda di ottenere spazio per desiderare e non solo di resistere.
Le auguro il meglio,

Dott. Daniele Migliore

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Dott.ssa Marica Romano
Psicologo, Psicologo clinico
Brescia
Gentile utente,

dalle sue parole emerge una profonda stanchezza che sembra essersi accumulata nel tempo. Più che i tre mesi senza lavoro, colpisce il senso di esaurimento che racconta essere presente già da circa un anno e che oggi sembra aver raggiunto un punto critico.

In situazioni come questa può essere utile fermarsi ad esplorare ciò che sta accadendo su più livelli. Da una parte, può essere importante comprendere se ci siano aspetti legati al mercato del lavoro, al posizionamento professionale o alla spendibilità del proprio profilo che meritano una revisione o un aggiornamento. Dall'altra, può essere altrettanto importante interrogarsi sul significato che questa esperienza professionale ha assunto nel tempo e verificare se i propri bisogni, interessi e obiettivi siano ancora gli stessi oppure stiano chiedendo nuove forme di espressione.

Talvolta, quando investiamo molte energie in un progetto che nasce da una passione, il confine tra identità personale e identità professionale può diventare molto sottile. In questi momenti di crisi può essere utile recuperare uno sguardo più ampio sulla propria vita, valorizzando non solo il ruolo lavorativo, ma anche le relazioni, gli interessi, le risorse e le competenze che hanno permesso di arrivare fin qui.

Più che un fallimento, questo momento potrebbe rappresentare un passaggio evolutivo che merita di essere ascoltato e compreso prima di essere risolto.

Le auguro di poter trovare uno spazio di riflessione e confronto che la aiuti a dare significato a ciò che sta vivendo e a individuare nuove direzioni possibili.

Un cordiale saluto.
Marica Romano
Gentile utente,
leggendo il suo messaggio mi ha colpito una parola che utilizza: "ingolfata". Restituisce l'immagine di qualcuno che continua a spendere energie, a fare tentativi e a cercare soluzioni, ma che allo stesso tempo si sente bloccato e non riesce più ad avanzare.
È comprensibile che tre mesi senza lavoro, soprattutto dopo anni di impegno, possano generare frustrazione e preoccupazione. Tuttavia, dal suo racconto sembra che la sofferenza non riguardi solo questo periodo, ma che stia accumulandosi da molto più tempo. Mi chiedo quindi se l'attuale difficoltà lavorativa stia facendo emergere una stanchezza e uno sconforto che erano già presenti.
Colpisce anche come, di fronte alla paura e all'incertezza, la sua risposta sia quella di attivarsi ancora di più. Una strategia che probabilmente in passato l'ha aiutata ad andare avanti, ma che oggi rischia di trasformarsi in un circolo di sforzo, esaurimento e ulteriore frustrazione.
Più che chiedersi se sia in uno "stato di sopravvivenza", potrebbe essere utile domandarsi: da cosa mi sento realmente bloccata?
Se lo desidera, può prenotare un colloquio conoscitivo gratuito, mi farà piacere conoscerla e avere modo di approfondire insieme gli aspetti che porta, così da comprendere meglio ciò che sta mantenendo questo senso di blocco e individuare possibili strade per affrontarlo.
Un caro saluto
Ciao, non si può comprendere la complessità della vita di una persona da un messaggio, ma quello che mi viene da dirti leggendo le tue parole è che questa sensazione non passerà se resti ad aspettare che accada e basta, ma c'è bisogno di cambiare qualcosa. Anche se c'era amore nel tuo lavoro, forse è un capitolo della tua vita che ha esaurito la sua narrazione, forse puoi riscoprire te stessa in una nuova veste lavorativa, cambiando ambiente e ritrovando la gratificazione anche nel guadagno costante. I tuoi sforzi non sono stati vani: hai lottato tanto anche per la tua passione; è che a volte non tutto dipende da noi, ma dalle circostanze e dall' ambiente che forse non è adatto ad accogliere tutto quello che abbiamo da dare. Questo non dice nulla di te, ma dice molto dell' ambiente in cui hai lavorato e che ti ha restituito poco: evidentemente non è l'ambiente giusto dove crescere. Cambiare dunque non è una sconfitta, è espandere gli orizzonti, respirare aria nuova, e darti la possibilità di crescere e sognare ancora. In bocca al lupo
Dott.ssa Sara Rocco
Psicologo, Psicologo clinico
Sassari
E' una situazione difficile sicuramente e chi lavora in proprio sperimenta spesso. Se non otteniamo risposte è normale sentirci frustrati perchè la frustrazione arriva proprio da metterci impegno e non ottenere il risultato sperato. Ha pensato di fermarsi un attimo e riflettere sul futuro magari valutando un cambio di rotta o solamente per cercare di non soffocare?Non è uno stato di sopravvivenza ma è il coraggio che trova nel non voler mollare. Le auguro il meglio
Dott.ssa Sara Rocco
Gent.ma utente,
la consapevolezza di vivere un momento delicato, di insoddisfazione e di frustrazione e il primo importante passo verso una ricerca di maggiore benessere.
Non è certo la motivazione che le manca, né le qualità individuali, per tentare di superare questa fase critica, ma si accorge di non avere le energie nervose per essere resiliente e cercare soluzioni vantaggiose.
E' chiara una condizione di stress cronico, deducibile dal suo racconto e dai sintomi fisici e psicologici che avverte (stanchezza mentale, pensieri intrusivi, ecc.). Quel "traboccare del vaso" rappresenta un limite oltre il quale la pressione esterna, le aspettative, le richieste ambientali sono sovrastanti rispetto alla reali risorse a disposizione e si può cadere in una sindrome da burnout.
Il burnout è una sorta di sconfitta dell'organismo (mente + corpo) di fronte alle richieste del medio-ambiente che la circonda. Finché si percepisce stress, anche molto forte e continuativo, vuol dire che l'organismo continua a lottare per adattarsi alle condizioni più avverse. Quando si perde la motivazione a lottare oppure non si sente di aver più le forze psico-fisiche per farlo, ecco che si parla di burnout, di un esaurimento delle energie.
Le conseguenze si possono vivere in molteplici dinamiche della tua vita: poca propensione a staccare la spina dai problemi, minore autostima, perdita di motivazione nel fare ciò che ti piace o ti appassiona, stanchezza continua che altera la qualità del sonno e dell'umore.
Nel suo caso, ci sono elementi indicanti che non c'è ancora una condizione di burnout. Sottolinea come sia persistente nei suoi obiettivi di maggior soddisfazione, ma al contempo si sta rendendo conto che il serbatoio non è infinito, che si stanno accendendo le spie della riserva, prima che sopraggiunga l'esaurimento.
E' il momento giusto per intervenire psicologicamente. Un percorso che abbia obiettivi concreti a brevissimo termine, vale a dire nel vissuto quotidiano. Piccoli passi giornalieri alla ricerca di un maggiore benessere personale. Poi, cercare di essere resiliente alle "acque impetuose": lavorare sull'accettazione del disagio, sull'auto-compassione e, nel contempo, sulla capacità di generare monete di scambio efficaci e funzionali, momenti di reale benessere fisico e mentale.
Altro aspetto importante sarà lavorare sulla natura dei suoi pensieri che in questo momento sembrano remare contro. Questo significa rielaborare le priorità, i valori, rinforzare l'autostima. Mettere la mente al servizio di comportamenti e decisioni vantaggiose per lei.
Il supporto di un professionista potrebbe rendere questi passaggi metodici e strutturati, anche attraverso strumenti e strategie di facile e pronto utilizzo. L'obiettivo è ritrovare un equilibrio di fronte alla sfide della vita e avere la lucidità di adottare comportamenti e prendere decisioni in grado di migliorare la sua percezione della qualità di vita.
Mi contatti per maggiori informazioni su un percorso di questo tipo. Sarò lieto di aiutarla, anche online.
Un caro saluto, Dott. Antonio Cortese
Dott. Giuseppe Zucaro
Psicologo, Psicologo clinico
Corato
La ringrazio per aver condiviso la sua storia con così tanta lucidità. Dalle sue parole emerge chiaramente un profondo stato di esaurimento fisico ed emotivo. Quel sentirsi "ingolfata", il peso di ogni minima spesa e la spinta continua ad attivarsi – nonostante la stanchezza – delineano una situazione di forte sovraccarico e stress cronico, tipica di chi ha investito moltissimo nel proprio lavoro freelance.
È del tutto comprensibile sentirsi svuotati e senza uno scopo quando l'impegno costante sembra non portare i frutti sperati. In questo momento il suo corpo e la sua mente le stanno chiedendo di fermarsi, ma il meccanismo del dovere le impedisce di trovare una reale serenità.
Comprendere se si tratti di un forte sovraccarico, di burnout o della necessità di ridefinire i suoi confini personali è fondamentale, ma richiede uno spazio protetto e dedicato, che vada oltre lo scambio di commenti su un blog.
Per questo motivo, la invito a fissare un primo colloquio individuale. Sarà l'occasione per rallentare il rimuginio, dare un senso a questo blocco e cercare insieme le risposte concrete di cui ha bisogno per ritrovare il suo benessere.
Dott.ssa Silvia Curia
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buongiorno,
da quello che descrive emerge una grande fatica accumulata nel tempo, come se questo momento non fosse isolato ma il risultato di un logoramento progressivo.
Colpisce molto la lucidità con cui riesce a leggere ciò che le sta accadendo: da una parte sa che il suo valore non coincide con il lavoro o con i risultati economici, dall’altra però emotivamente si sente bloccata, svuotata e senza direzione. Questo scarto tra ciò che “sa” e ciò che “sente” finisce spesso per alimentare ulteriore stanchezza; in questo senso, un supporto psicologico potrebbe aiutarla a ritrovare un equilibrio.
La condizione che descrive sembra avvicinarsi a uno stato di forte sovraccarico, in cui il sistema rimane “in allerta” ma senza più energie reali. In questi casi, più che spingere ancora, diventa importante riuscire gradualmente a cambiare ritmo.
In tal senso, in questo momento, potrebbe essere utile lavorare su un altro livello: iniziare a recuperare piccoli spazi di pausa senza viverli come colpa e provare a ridurre, per quanto possibile, il rimuginio continuo.
Il vissuto che porta non è solo “pratico”, ma anche emotivo e identitario, e merita uno spazio di elaborazione. Un confronto con uno psicologo potrebbe aiutarla a uscire da questa sensazione di ingolfamento, ritrovando un equilibrio tra azione e recupero e riorientando le energie in modo più sostenibile.
Non è un segnale di debolezza, ma al contrario il segnale che il suo sistema ha bisogno di fermarsi e riorganizzarsi. Da ciò che scrive, ha già molte risorse da cui ripartire.
Un caro saluto.
Dott.ssa Stefania Militello
Psicologo, Psicologo clinico
Sassari
Gentile Utente,
la sua descrizione è lucida e articolata, e già questo è una risorsa: anche nella fatica, sa osservarsi con chiarezza.
Quello che racconta circa l'esaurimento prolungato, la perdita di motivazione, il senso di vuoto e il rimuginio continuo, va oltre il normale stress lavorativo e merita attenzione. La sua intuizione è giusta: sì, sembra uno stato in cui le risorse psicofisiche sono molto ridotte. Il fatto che le sue consapevolezze abbiano smesso di "spingere" non significa che siano sbagliate, ma che la comprensione intellettuale da sola non basta quando si è così a corto di energie.
La risposta alla sua domanda su come uscire dall'impasse potrebbe essere proprio questa: smettere di cercare la soluzione da sola. Un percorso psicologico in questo momento potrebbe aiutarla non a "risolvere" il lavoro, ma a ritrovare un terreno più stabile da cui ripartire. Un caro saluto.
Dott.ssa Claudia Mancini
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Buonasera, leggendo ciò che scrive la sensazione che arriva con molta chiarezza è quella di una persona che da tempo sta portando avanti un impegno importante e che negli ultimi mesi si trova a farlo in condizioni di crescente fatica ed esaurimento. Da ciò che descrive non emerge una mancanza di consapevolezza, né di impegno. Al contrario, sembra aver investito molto sia sul piano professionale che personale. Eppure, ci sono momenti in cui la consapevolezza non basta più a produrre cambiamento, soprattutto quando si è dentro un vissuto di stanchezza prolungata. La metafora che mi viene in mente è quella di un fiume. Quando l'acqua incontra un ostacolo non insiste nel passare esattamente da quel punto: rallenta, si allarga, cambia percorso e proprio così continua a scorrere. Noi esseri umani invece, quando qualcosa diventa particolarmente importante, tendiamo spesso a concentrare tutte le energie nella stessa direzione, anche quando questo ci lascia senza fiato. Forse, più che trovare subito una risposta definitiva alla domanda su “che cosa sia” questo stato, potrebbe essere utile iniziare a osservare con maggiore precisione come si mantiene nella quotidianità e quali sono i meccanismi che, pur nella loro intenzione di aiutarla, finiscono per aumentare la sensazione di pressione e fatica. A volte l'impasse non nasce dalla mancanza di una soluzione, ma dal fatto che siamo rimasti troppo a lungo all'interno della stessa cornice di lettura del problema. Credo che la sua immagine dell'essere "ingolfata" sia molto significativa: quando un motore si ingolfa, non serve necessariamente aggiungere altro carburante. Prima occorre capire che cosa sta impedendo al motore di riprendere il suo ritmo.
Dott.ssa Elena Dati
Psicologo, Psicologo clinico
Crema
Buongiorno,
più che uno stato di "pigrizia" o una mancanza di volontà, dalle sue parole emerge una stanchezza che sembra essersi accumulata nel tempo. Quando per anni si investono molte energie, aspettative e risorse in un progetto professionale senza ottenere i risultati sperati, può accadere di sentirsi svuotati, scoraggiati e di perdere gradualmente il senso di ciò che si sta facendo.
Colpisce come da un lato lei riconosca che il proprio valore non coincide con il lavoro o con il guadagno, mentre dall'altro la situazione attuale sembri comunque avere un impatto molto forte sul modo in cui guarda a sé stessa, al futuro e persino ai momenti di piacere quotidiani.
Più che cercare di capire se si tratti di una specifica condizione, potrebbe essere utile accogliere il fatto che sta attraversando un periodo di sofferenza e affaticamento significativo, che merita ascolto e attenzione. A volte, quando si è immersi da tempo in una situazione che richiede continui sforzi e adattamenti, diventa difficile distinguere ciò che nasce dalle difficoltà del contesto da ciò che riguarda i propri bisogni più profondi.
Potrebbe essere utile ritagliarsi uno spazio di confronto psicologico per esplorare questo momento e comprendere come ritrovare un equilibrio tra le richieste del lavoro, le aspettative verso sé stessa e ciò che oggi sente realmente importante per il suo benessere.
Resto a disposizione,
un caro saluto.
Dott.ssa Elena Dati
La situazione che mi prospetta, seppur illustrata in maniera chiara, andrebbe indagata e approfondita di più. Il suo stato di impasse può essere superato ma, ripeto, andrebbe approfondito, quindi la invito a contattarmi per un colloquio e per iniziare, eventualmente, un percorso che l'aiuti ad uscire da questa situazione.
Dott.ssa Rita Terranova
Psicoterapeuta, Psicologo, Psicologo clinico
Firenze
Gentile utente,
da quello che racconta emerge una grande lucidità nel descrivere ciò che sta vivendo. Riesce a riconoscere che il problema non è soltanto l'assenza di lavoro degli ultimi mesi, ma un accumulo di fatica, delusione e pressione che sembra essersi stratificato nel tempo fino a farle percepire di non avere più energie.
La condizione del lavoro freelance espone spesso a periodi di incertezza che non mettono in discussione solo la stabilità economica, ma anche il senso di efficacia personale. Quando per molto tempo si investono passione, competenze e impegno senza vedere risultati proporzionati, è comprensibile che possano emergere sentimenti di inutilità, scoraggiamento e perdita di motivazione.
Colpisce un aspetto del suo racconto: dice di sapere razionalmente di non coincidere con il suo lavoro, ma emotivamente sembra fare molta fatica a sentirlo vero. È una distanza che molte persone sperimentano nei momenti di forte stress: la mente conosce alcune verità, ma il corpo e le emozioni continuano a vivere come se il proprio valore dipendesse da ciò che si produce o si ottiene.
Quando descrive di non riuscire a fermarsi, di aumentare gli sforzi nonostante la stanchezza e di vivere con senso di colpa perfino una piccola spesa per sé, sembra delinearsi un circolo che alimenta continuamente l'esaurimento. In queste condizioni diventa difficile accedere a nuove idee o a soluzioni efficaci, perché gran parte delle energie è assorbita dal tentativo di "resistere".
Chiede se si tratti di una condizione di sopravvivenza. Senza poter formulare una valutazione a distanza, il suo racconto suggerisce certamente uno stato di forte sovraccarico psicologico e di stress prolungato, che merita attenzione. Se questa sensazione di esaurimento persiste da circa un anno e sta incidendo sul piacere di vivere, sulla progettualità e sulla percezione di sé, potrebbe essere molto utile confrontarsi con uno psicologo o uno psicoterapeuta. Non tanto perché lei "non sappia cosa fare", quanto perché sembra aver sostenuto questo peso da sola per molto tempo.
Un percorso psicologico potrebbe aiutarla a distinguere ciò che appartiene alle difficoltà oggettive del momento lavorativo da ciò che, nel tempo, si è trasformato in un dialogo interno molto severo verso se stessa, restituendole uno spazio in cui recuperare energie e una prospettiva più ampia.
Nel frattempo, le suggerirei anche di osservare con curiosità una domanda: se una persona a cui vuole bene stesse vivendo esattamente la sua situazione, la considererebbe inutile o le riconoscerebbe il grande impegno che ha messo in questi anni? A volte riusciamo a offrire agli altri una comprensione che fatichiamo a concedere a noi stessi.
Dal suo messaggio emerge una persona che ha investito molto nel proprio percorso e che oggi si sente profondamente stanca. La stanchezza, però, non coincide necessariamente con la fine di un progetto o con la perdita del proprio valore: può essere anche il segnale che le modalità con cui ha affrontato finora le difficoltà hanno bisogno di essere ripensate, per non lasciare che il peso della situazione attuale definisca il suo futuro.
Le auguro di poter trovare uno spazio in cui condividere questo momento e affrontarlo senza dover sostenere tutto da sola. Anche chiedere aiuto, quando ci si sente "ingolfati", può rappresentare una soluzione concreta, non un segno di resa.
P.S. Le indicazioni fornite hanno carattere generale e si basano esclusivamente sulle informazioni contenute nella domanda. Non sostituiscono una valutazione psicologica approfondita svolta nell’ambito di un colloquio diretto con uno specialista.
Salve,
La situazione che descrive sembrerebbe essere burnout lavorativo, sicuramente aggravato dalla difficoltà riscontrata negli ultimi mesi. La sensazione di esaurimento, la mancanza di piacere nelle attività che si svolgono e il senso di distacco dal lavoro sono dei "sintomi" molto comuni in questo caso, soprattutto in caso di lavori ripetitivi e in cui non si sperimenta un riconoscimento per il lavoro svolto.
Per affrontare la situazione potrebbe aiutare costruire delle routine non lavorative, concedersi delle pause e del riposo e, se necessario, valutare un cambiamento. "Staccare la spina" dal lavoro, prendersi del tempo per concentrarsi su sé e sui propri bisogni al di fuori della sfera lavorativa.

Un percorso psicologico potrebbe essere utile per ricostruire autostima e motivazione e ridurre il senso di insoddisfazione che riferisce, un primo passo per riprendere la passione che le ha fatto scegliere questo tipo di lavoro.

Le auguro il meglio, per se stess* e per il suo lavoro.
Un saluto,
Dott. Andrea Rumore
Dott.ssa Rossella Carrara
Psicologo, Psicologo clinico
Bergamo
Buongiorno, le consiglio un percorso psicologico che l'auti a ritrovare la "spinta" che le serve per fare ripartire la sua vita con la giusta motivazione. Cordiali saluti.
Dott. Andrea Boggero
Psicologo, Psicologo clinico
Genova
Salve, dal suo racconto emerge una sofferenza che appare profonda e che sembra essersi costruita nel tempo, più che essere legata esclusivamente agli ultimi tre mesi. La mancanza di lavoro recente sembra aver avuto il ruolo di un evento che ha reso più evidente qualcosa che probabilmente stava già accumulandosi da molto prima: una stanchezza emotiva, una sensazione di lotta continua e il vissuto doloroso di investire enormi energie senza percepire risultati proporzionati agli sforzi compiuti. Colpisce il fatto che lei descriva con grande lucidità ciò che sta vivendo. Non dà l'impressione di essere una persona che si è arresa o che abbia smesso di impegnarsi. Al contrario, racconta di continuare ad attivarsi, di cercare soluzioni, di mettersi in movimento nonostante la fatica. Eppure, proprio questo aspetto sembra essere diventato parte del problema. Quando una persona affronta per molto tempo una situazione percepita come incerta o frustrante, può sviluppare la convinzione implicita che debba fare sempre di più per uscirne. Così aumenta gli sforzi, aumenta il controllo, aumenta il tempo dedicato alla ricerca di una soluzione. Se però i risultati tardano ad arrivare, la sensazione di impotenza cresce e ogni nuova azione rischia di essere vissuta come un'altra prova del proprio fallimento. Da una prospettiva cognitivo comportamentale, spesso non è soltanto la situazione esterna a generare sofferenza, ma anche il significato che attribuiamo a ciò che ci accade. Nel suo caso sembra esserci una discrepanza molto dolorosa tra quanto ha investito e quanto sente di aver ricevuto in cambio. È come se una parte di lei dicesse: "Mi sono impegnata tantissimo, ho lavorato su me stessa, ho cercato di migliorare, eppure non sono arrivata dove pensavo di arrivare". Questo pensiero, ripetuto nel tempo, può erodere progressivamente la fiducia e il senso di efficacia personale. Mi ha colpito molto una frase del suo messaggio: "So benissimo che questa situazione non mi identifica". Razionalmente lei sembra sapere che il suo valore non coincide con il lavoro o con il reddito. Tuttavia sapere una cosa e sentirla davvero sono due processi differenti. A volte possiamo essere perfettamente consapevoli di un principio e contemporaneamente continuare a giudicarci attraverso criteri molto più rigidi e severi. È possibile che una parte di lei continui inconsapevolmente a misurare il proprio valore personale attraverso la produttività, il rendimento o i risultati ottenuti. Anche il senso di colpa legato alle spese personali sembra andare in questa direzione. Quando una persona arriva a percepire come colpevole persino il prendersi cura di sé o concedersi qualcosa, spesso significa che il suo sistema interno di valutazione è diventato estremamente esigente. Come se ogni energia dovesse essere dedicata alla risoluzione del problema e qualsiasi momento di tregua venisse percepito come una mancanza di responsabilità. La sensazione che descrive, quella di avere la testa che corre e il corpo che invece appare esausto, è molto significativa. Sembra quasi che una parte di lei stia continuando a combattere, mentre un'altra stia chiedendo di fermarsi da tempo. Quando questa tensione interna si prolunga, il rischio è quello di restare bloccati in una sorta di paradosso: più si cerca di uscire dalla situazione aumentando lo sforzo, più ci si sente svuotati e meno si riesce ad accedere alle proprie risorse. Alla domanda se si trovi in uno stato di sopravvivenza o se sia altro, probabilmente non esiste una risposta semplice. Tuttavia dalle sue parole emerge una condizione in cui molta energia mentale sembra essere assorbita dalla preoccupazione, dal monitoraggio costante della situazione e dal tentativo di trovare una soluzione immediata. Questo può lasciare poco spazio al recupero, alla riflessione autentica e alla possibilità di osservare con maggiore chiarezza ciò che sta accadendo dentro di sé. Forse, prima ancora di trovare la soluzione lavorativa giusta, potrebbe essere importante comprendere più a fondo il funzionamento che si è costruito negli anni attorno al tema del lavoro, del valore personale, del successo e della responsabilità. A volte il problema non è soltanto ciò che accade fuori, ma il modo in cui interpretiamo noi stessi quando le cose non vanno come speravamo. Per questo motivo credo che un percorso psicologico potrebbe rappresentare uno spazio prezioso. Non necessariamente perché ci sia qualcosa di "sbagliato" in lei, ma perché potrebbe aiutarla a comprendere meglio gli schemi che la portano a sentirsi costantemente sotto pressione, a vivere il riposo con colpa e a percepire il proprio valore come dipendente dai risultati. Un lavoro cognitivo comportamentale, in particolare, può aiutare a esplorare questi meccanismi in modo concreto e orientato al cambiamento, favorendo una relazione più equilibrata con se stessi e con gli inevitabili periodi di difficoltà che ogni percorso professionale può attraversare. In questo momento non leggo nelle sue parole una persona priva di risorse. Leggo piuttosto una persona molto stanca, che per anni ha fatto affidamento soprattutto sulla propria capacità di resistere e di spingere in avanti. A volte, però, continuare a spingere non è la soluzione. Talvolta diventa necessario comprendere perché si stia spingendo così forte e quali aspettative, paure o bisogni stiano alimentando quella corsa. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Buongiorno, si pone delle domande interessanti. Sarebbe utile affrontare un percorso dove possa soffermarsi su alcuni aspetti che la "ingolfano" come dice lei e valutare quali cambiamenti si possono sostenere per allontanare questa sensazione. Come mettere su un piatto della bilancia aspetti positivi e negativi in un momento dove gli aspetti negativi prevalgono e prendono il sopravvento generandole malessere. Cordialmente
Gentile signora, da ciò che scrive non emerge semplicemente un problema di lavoro fermo, ma un sistema che sembra essersi chiuso: più la situazione non produce risultati, più lei si attiva; più si attiva senza vedere frutti, più si sente inutile ed esausta.

Quando una passione diventa anche identità, reddito, valore personale e futuro, ogni periodo vuoto non viene vissuto solo come “non sto lavorando”, ma come “non valgo, non servo, non ho direzione”. È qui che il lavoro smette di essere un’attività e diventa un giudice.

La prima cosa utile, paradossalmente, non è fare ancora di più. È separare due piani: il problema economico-professionale, che richiede azioni concrete, e il problema psicologico, che riguarda il modo in cui lei sta consumando se stessa nel tentativo di salvarsi.

Provi a fare un piccolo esperimento: ogni giorno distingua su un foglio una sola azione utile per il lavoro e una sola azione utile per recuperare energia. Non dieci tentativi, non tutta la giornata in allarme. Una cosa concreta per il lavoro e una cosa concreta per non sparire dentro il lavoro.

Il fatto che si senta esausta, senza spinta, in colpa per ogni spesa e incapace di godersi momenti di sollievo merita attenzione. Non aspetterei che “passi da solo”: un colloquio psicologico, anche online, potrebbe aiutarla a rimettere ordine tra lavoro, identità, paura economica e senso di valore personale.

A volte l’impasse non si supera spingendo di più, ma smettendo di trattare la propria vita come un bilancio in perdita.

Un caro saluto.
Buongiorno, mentre leggevo le sue parole ho pensato la stessa cosa che ha scritto alla fine: mi è arrivata la sua sensazione di sentirsi "ingolfata".
C'è bisogno di fare ordine, partendo da quello che sente e cercando di ridurre quella sensazione di impossibilità a muoversi e trovando invece una via d'uscita.
Se un'auto si ingolfa c'è bisogno di un supporto per uscire dalla situazione e poi ripartire!
Dott.ssa Laura Elsa Varone
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Gentile Utente,
il quadro che descrive offre una fotografia molto intensa di un momento di forte stallo, ed è comprensibile che cerchi risposte chiare.
La discrepanza che avverte tra una mente che spinge ad agire e un corpo profondamente esausto è un segnale che merita attenzione.Quando investiamo molto della nostra identità nel lavoro, un blocco professionale prolungato può attivare un forte senso di allarme. Questo spesso ci porta, quasi in automatico, a intensificare gli sforzi e a vivere con senso di colpa ogni distrazione o spesa, nel tentativo di riprendere il controllo della situazione. Il rischio, però, è che questo attivarsi continuo, unito al rimuginio, finisca per consumare le ultime energie, lasciando quella sensazione di essere "ingolfata" che ha descritto così bene.
Lo spunto di riflessione che le invito a esplorare è proprio questo: a volte l'impasse non indica che abbiamo perso lo scopo della nostra vita, ma che la modalità con cui stiamo affrontando la difficoltà — ovvero fare sempre di più anche quando siamo sfinite — potrebbe aver esaurito la sua efficacia. Questo è un ottimo punto di partenza da portare all'interno di un setting terapeutico, dove un professionista potrà aiutarla ad approfondire i suoi vissuti in uno spazio sicuro e personalizzato.
Resto a disposizione,
saluti LEV
Dott.ssa Gelsomina Salvia
Psicologo, Psicologo clinico
Satriano di Lucania
Buongiorno. Credo di poter comprendere lo stato di frustrazione che vive legato all'incertezza del futuro e probabilmente anche del presente, e capisco anche la sua attivazione e la ricerca di soluzioni nel concreto. Da quello che leggo sta facendo il possibile per uscire da questa situazione. Non posso sapere se si trova in uno stato di sopravvivenza, ma quello che probabilmente sta vivendo è uno stato di allerta e agitazione, entrambi legittimi. Credo che un percorso psicologico possa aiutarla in tal senso.
Dott.ssa Chiara Mancinelli
Psicologo, Psicologo clinico
Roma
Salve, la ringrazio per aver portato il suo vissuto in questo spazio. Dalle sue parole emerge forte e chiaro il peso del sovraccarico che sta vivendo. Può capitare, in alcune fasi della vita, che ci si identifichi quasi totalmente con la propria professione e allora questa smette di essere "nutritiva" e l'intero sistema va in allarme per proteggerci. Le risorse si esauriscono, la mente si ingolfa e le consapevolezze razionali non bastano più a trainarla, perché emotivamente la fatica è altissima.
Anche se sembra difficile e controintuitivo, questa potrebbe essere un'occasione per rallentare e prendersi un tempo in cui accogliere la stanchezza e la frustrazione che sente. Un percorso di supporto psicologico potrebbe esserle di grande aiuto in questa delicata fase. Le offrirebbe uno spazio protetto per esplorare una ridefinizione della sua identità, elaborare l'ansia legata allo stallo e aiutarla a ricostruire una progettualità.

Se volesse intraprendere un percorso, sono a disposizione.
Un caro saluto
Dott.ssa Chiara Mancinelli
Dott. Davide Martinelli
Psicologo, Psicologo clinico
Milano
Salve, quello che descrive è una condizione molto intensa, ma anche molto chiara nella sua struttura. Non è semplicemente stanchezza, e non è neanche solo una difficoltà lavorativa: è un accumulo progressivo che a un certo punto ha superato la soglia di tenuta.

Da come si esprime, emerge qualcosa che vedo spesso in persone molto responsabili e orientate alla crescita: per anni ha investito energie, identità e valore personale nel lavoro. Questo inizialmente dà forza e direzione, ma nel tempo può creare una sovrapposizione quasi totale tra “chi sono” e “come sto andando”. Quando poi il lavoro si blocca, come in questo periodo, non si ferma solo un’attività: si incrina il senso di efficacia, di direzione, di sicurezza.

Il fatto che lei continui ad attivarsi, a cercare soluzioni, a non fermarsi mai nonostante l’esaurimento, è un altro elemento molto importante. Non è mancanza di volontà, anzi. È come se il suo sistema fosse entrato in una modalità di spinta continua, quasi di sopravvivenza, dove fermarsi equivale a sentire ancora di più il vuoto e la paura. Ma questo la porta in un circolo: più si sforza, più si consuma; più si consuma, meno risultati arrivano; meno risultati arrivano, più aumenta la frustrazione.

Anche il rapporto con il denaro che descrive, vissuto con colpa e come unica sicurezza, è coerente con questo stato. Non è solo una questione economica, ma emotiva: il denaro diventa una misura di controllo e protezione in un momento in cui tutto il resto sembra instabile.

La cosa centrale che sta accadendo non è che lei “non ha più voglia” o che ha perso la strada, ma che il suo sistema è saturo. È come se mente e corpo non fossero più allineati: una parte continua a spingere, l’altra è esausta e non riesce più a sostenere quel ritmo. Quando succede, la spinta interna che prima la guidava smette di funzionare, e si crea quella sensazione di vuoto e blocco che descrive.

Non si tratta quindi solo di trovare soluzioni pratiche sul lavoro, anche se quelle saranno importanti. Prima di tutto serve uscire da questo stato di sovraccarico, perché finché resta lì dentro, ogni tentativo rischia di essere inefficace o di aumentare la frustrazione.

Situazioni come la sua le seguo ogni giorno nel mio lavoro come psicologo online. Sono momenti in cui non basta “tenere duro” o organizzarsi meglio: serve fare un lavoro più profondo per rimettere ordine, separare il valore personale dai risultati, recuperare energia mentale e costruire un modo diverso di stare nelle scelte.

Se vuole, può scrivermi in privato. Possiamo lavorare insieme per capire esattamente cosa la sta bloccando in questo momento e costruire un percorso concreto per farla uscire da questa sensazione di ingolfamento, così da ritrovare direzione senza continuare a consumarsi.
Dott.ssa Ilaria Incoronata Viggiani
Psicologo clinico, Psicologo
Chieti Scalo
Salve, la ringrazio di aver condiviso un momento così importante e doloroso. Dalle sue parole sembra che la difficoltà attuale non riguardi soltanto l'assenza di lavoro degli ultimi mesi, ma qualcosa che si è costruito progressivamente nel tempo. Ho l'impressione che il lavoro sia diventato il principale contenitore di energie, aspettative e investimento personale. Quando questo contenitore smette di restituire risultati, può emergere una profonda sensazione di vuoto e di perdita di direzione.
Mi colpisce il fatto che lei scriva di sapere razionalmente che non coincide con il suo lavoro, ma che questa consapevolezza non produca alcun effetto emotivo. Talvolta accade quando una parte importante della propria identità è stata organizzata attorno al fare, al produrre, al raggiungere obiettivi. In questi momenti non viene messo in discussione soltanto il presente lavorativo, ma anche il modo in cui si è imparato a percepire il proprio valore.
La sensazione di essere "in modalità sopravvivenza" potrebbe allora essere letta non solo come una conseguenza delle difficoltà economiche, ma anche come il segnale di una tensione interna tra ciò che sente di essere e ciò che riesce concretamente a realizzare oggi. Per questo motivo nessuna soluzione pratica sembra sufficiente a restituirle sollievo: il problema non appare limitato al lavoro, ma coinvolge il rapporto con se stessa e con le aspettative che ha costruito negli anni.
Forse la domanda più importante, in questa fase, non è come tornare a essere quella di prima, ma quale spazio possa avere oggi una rappresentazione di sé meno dipendente dai risultati e più legata alla propria persona.
Un cordiale saluto.
Dott.ssa Alessandra Scarci
Psicologo, Psicoterapeuta, Psicologo clinico
Milano
Buonasera,
leggendo le sue parole non mi arriva l'immagine di una persona che non ha voglia di fare o che si è arresa, mi arriva piuttosto l'immagine di una donna che ha continuato a spingere per molto tempo (forse anche oltre i propri limiti) e che adesso si ritrova profondamente stanca. Conosco molto bene questa sensazione in quanto la maggior parte dei miei clienti descrive la medesima situaizone.
C'è una frase che mi ha colpito: "non mi fermo, mi attivo ancora di più nonostante la stanchezza". A volte quando attraversiamo periodi di forte incertezza, soprattutto sul lavoro, la risposta spontanea è fare di più, impegnarsi di più, controllare di più. Ma quando questo dura a lungo, il rischio è di consumare energie senza avere il tempo di recuperarle.
Da ciò che scrive, non ho l'impressione che il problema sia soltanto la mancanza di lavoro degli ultimi mesi, mi sembra che questa situazione abbia toccato qualcosa di più profondo ovvero il rapporto con il suo valore personale, con il riconoscimento dei propri sforzi e con il futuro che aveva immaginato per sé.

E quando per molto tempo si investe tutto in una direzione senza vedere i risultati sperati, beh.. è naturale che emerga una domanda dolorosa: "ha avuto davvero senso tutto questo?". È una domanda che fa soffrire , soprattutto quando si è molto più responsabili e determinate.
Più che chiederle se si trova in uno stato di sopravvivenza o meno, le direi che oggi mi sembra una persona molto affaticata, che sta cercando di uscire da questa situazione utilizzando le stesse risorse che l'hanno aiutata finora, ma che forse in questo momento non bastano più.
In questi casi il primo passo non è fare ancora di più, spingere ancora di più, capire ancora di più.. ma fermarsi abbastanza da comprendere cosa sta cercando di dirle questa stanchezza.
Se sente il bisogno di uno spazio in cui poter fare ordine senza sentirsi giudicata o dover trovare subito una soluzione, resto a disposizione. Può prenotare un primo contatto gratuito dalla mia pagina.

Dr.ssa Alessandra Scarci
Dott. Lorenzo Pascazi
Psicologo, Psicologo clinico
Guidonia Montecelio
Si potrebbe partire da qui "sembra che questo impegno non abbia portato i frutti che mi aspettavo", quali aspettative aveva rispetto il suo lavoro? come si immaginava sarebbe stato il suo attuale presente? Un vissuto di questo tipo ha bisogno di essere esplorato, altrimenti le poche informazioni seppur molto importanti che ha dato rischiano di mantenerla nel loop nel quale si trova e dal quale sembrano emergere domande che rischiano di restare senza una risposta e di farla faticare ulteriormente.
Dott.ssa FIlomena Guida
Psicologo
Castellammare di Stabia
Grazie per aver descritto con molta lucidità e profondità quello che stai vivendo.
Da ciò che racconti emergono diversi elementi che spesso si intrecciano tra loro: una fase prolungata di stress lavorativo, un forte investimento identitario nel lavoro, e una progressiva sensazione di esaurimento delle energie e della motivazione.
Il fatto di aver attraversato anni di impegno costante, con alti e bassi ma senza interruzioni, può portare nel tempo a una condizione di saturazione psicofisica. In questi casi non è raro che, anche in presenza di capacità e competenze solide, si arrivi a una fase in cui le risorse emotive e motivazionali sembrano “non rispondere più” allo stesso modo di prima.
Quello che descrivi — stanchezza persistente, perdita di spinta, difficoltà a provare sollievo stabile, senso di inutilità e rimuginio continuo — è compatibile con uno stato di forte esaurimento psicologico, in cui la mente tende a oscillare tra iper-attivazione (continuo cercare soluzioni, non fermarsi mai) e blocco (assenza di energia, senso di vuoto e frustrazione). Questo alternarsi può generare proprio quella sensazione di essere “ingolfata” che descrivi.
Un punto molto importante che emerge è il legame tra identità personale e lavoro: quando il valore di sé è molto connesso ai risultati professionali, un periodo di stallo lavorativo non viene vissuto solo come difficoltà esterna, ma come una messa in discussione più globale del proprio senso di efficacia e del proprio futuro. Questo può amplificare molto il carico emotivo.
Il fatto che tu riesca a riconoscere razionalmente che “non sei il tuo lavoro” ma, allo stesso tempo, non riesca più a sentire quella consapevolezza come motore interno, è qualcosa che può accadere quando si è in una fase di forte esaurimento: non è una mancanza di comprensione, ma una riduzione delle risorse emotive disponibili in quel momento.
In situazioni come questa, spesso non è utile spingere ulteriormente sull’attivazione o sulla ricerca immediata di soluzioni, perché il sistema è già in sovraccarico. Può essere invece necessario prima di tutto recuperare una base di energia e stabilità interna, anche attraverso un rallentamento, una riduzione del carico mentale e un lavoro più orientato alla regolazione dello stress e del senso di colpa legato al “non produrre”.
Anche il senso di colpa rispetto alle spese personali e il non riuscire a concedersi momenti di sollievo indicano quanto il sistema interno sia in uno stato di allerta e autocontrollo molto elevato, che nel lungo periodo diventa estremamente faticoso.
In questo momento, più che chiederti “qual è la soluzione giusta”, potrebbe essere utile porti una domanda diversa: “di cosa ha bisogno il mio sistema per tornare a funzionare in modo meno forzato?”
Da qui, un supporto psicologico potrebbe aiutarti non solo a elaborare questo periodo, ma anche a ridurre il livello di sovraccarico, ricostruire un senso di direzione più sostenibile e rinegoziare il legame tra valore personale e performance lavorativa.
Se la sensazione di blocco e di esaurimento dovesse intensificarsi, è importante non restare da sola in questa condizione, ma cercare uno spazio di aiuto concreto e continuativo.
Resto a disposizione.
Filomena Guida

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