Ciao a tutti, innanzitutto, grazie per prendere del tempo per leggere questa mia richiesta. Vi scri
Ciao a tutti, innanzitutto, grazie per prendere del tempo per leggere questa mia richiesta. Vi scrivo perché mi trovo in una fase di riflessione riguardo al mio percorso terapeutico iniziato nove mesi fa. Il mio dubbio riguarda la difficoltà ad aprirmi completamente e di comunicare in modo trasparente i miei pensieri e ciò che realmente mi accade; per questo motivo, mi sembra che continuare il percorso possa non avere senso. Ho deciso di discutere questa mia perplessità con il mio terapeuta prima di prendere una decisione definitiva. Durante il nostro colloquio, è emerso che è del tutto lecito avere questo pensiero e che sarebbe possibile procedere con maggior calma, concedendoci più tempo. Ad oggi, sto affrontando un periodo difficile e stressante, e credo che continuare la terapia possa aiutarmi a gestire questo stress, che ha riacceso una leggera ansia che pensavo di aver superato. Mi piacerebbe conoscere il vostro punto di vista su questa situazione e quali suggerimenti avreste per affrontarla nel migliore dei modi. Vi ringrazio ancora e vi auguro una buona giornata!
47 risposte
Buongiorno, grazie per aver scritto e condiviso ciò che provi. La difficoltà ad aprirsi completamente è un'esperienza molto più comune di quanto si pensi, e non rende necessariamente inutile il percorso. Anzi, spesso è proprio uno dei temi più importanti su cui lavorare: quella fatica a mostrarsi racconta qualcosa di te, del tuo modo di proteggerti, e può diventare un punto di partenza su cui lavorare. Vorrei anche rassicurarti su un punto: è del tutto normale che l'ansia possa riaffacciarsi durante un percorso, anche quando pensavamo di averla superata. Spesso accade proprio nei momenti di stress, e proprio la terapia può aiutarti ad accoglierla e gestirla con strumenti diversi. Per questo ti suggerirei di non decidere nulla in fretta.
Ottieni una risposta grazie al consulto online
Hai bisogno del consiglio di uno specialista? Prenota un consulto online: riceverai tutte le risposte senza uscire di casa.
È comprensibile che in alcuni momenti del percorso emerga il dubbio sul senso della terapia, soprattutto quando si attraversano periodi di particolare stress. Anche la difficoltà ad aprirsi può essere vista come un’informazione preziosa, che racconta qualcosa del modo in cui ci si protegge e si entra in relazione con l’altro. Più che un ostacolo, potrebbe diventare un tema da esplorare insieme al terapeuta. Il fatto che abbia condiviso questo dubbio in seduta è già un passo importante nel lavoro terapeutico. Un saluto, Dott.ssa Paci Chiara
Salve, in questi casi, la scelta più corretta è quella che la fa sentire più tranquillo; in sostanza, ascoltandosi, dovrebbe valutare se il pensiero di concedere alla relazione terapeutica in atto ancora tempo perché possa riuscire ad aprirsi maggiormente, la fa sentire meglio o peggio rispetto all'idea di interromperlo o di cominciarne da capo uno nuovo con altro specialista. In ogni scelta citata ci sono ovviamente dei pro e dei contro, pertanto, l'ago della bilancia dovrebbe essere un percepito di supposto maggior benessere rispetto alla scelta da fare. Saluti. Dr. Francesco Rossi.
Buon pomeriggio, penso che lei giustamente si trovi in una fase della terapia in cui sorgono domande sul senso della stessa. Ha riscontrato una sua difficoltà nell'aprirsi e ha deciso di confidare ciò al suo terapeuta facendo un piccolo passo proprio verso ciò che per lei non è facile. Penso che sia importante sentire di poter avere fiducia della persona con cui sta svolgendo questo percorso e di prendersi tempo quando serve. In bocca al lupo per la strada che deciderà di intraprendere. saluti, dott.ssa Rachele Petrini
Buongiorno gentile Utente, quello che porta è un dubbio molto frequente all'interno dei percorsi psicologici e psicoterapeutici, e il fatto che abbia deciso di parlarne apertamente con il suo terapeuta è già un elemento estremamente positivo. Spesso le persone pensano che la terapia possa funzionare solo se si riesce a raccontare tutto immediatamente e senza esitazioni, ma nella realtà clinica il processo è molto più complesso e graduale. La difficoltà ad aprirsi completamente non è necessariamente un ostacolo che rende inutile la terapia. Anzi, talvolta rappresenta proprio uno dei temi centrali su cui lavorare. Chiedersi perché alcuni pensieri restino difficili da condividere, quali timori emergano nel momento in cui si vorrebbe essere più trasparenti, o cosa renda complicato mostrarsi completamente all'altro può diventare parte integrante del percorso terapeutico stesso. Da ciò che racconta, il suo terapeuta sembra aver accolto la questione senza giudicarla e senza forzarla, riconoscendo la legittimità dei suoi dubbi e proponendo di procedere con maggiore gradualità. Questo, a mio avviso, è un segnale importante. La possibilità di portare in seduta anche le incertezze sulla terapia, le resistenze, la paura di non riuscire ad aprirsi o persino il desiderio di interrompere il percorso è spesso indice di una relazione terapeutica sufficientemente sicura da poter contenere anche questi aspetti. Mi sembra inoltre significativo che lei stia attraversando un periodo particolarmente stressante e che abbia notato una riattivazione dell'ansia. In momenti come questi può essere naturale interrogarsi sull'utilità della terapia, soprattutto se si ha la sensazione di non riuscire a esprimere tutto ciò che si prova. Tuttavia, proprio nei periodi di maggiore vulnerabilità emotiva, interrompere un percorso esclusivamente perché non ci si sente ancora completamente aperti potrebbe rischiare di privarla di uno spazio che oggi potrebbe offrirle sostegno e strumenti utili. Un altro aspetto che vale la pena considerare è che la fiducia e la capacità di mostrarsi autenticamente non seguono sempre tempi lineari. Alcune persone impiegano settimane, altre mesi, altre ancora molto più tempo prima di sentirsi sufficientemente al sicuro da condividere alcuni contenuti particolarmente delicati. Questo non significa che la terapia non stia funzionando. Talvolta significa semplicemente che la persona sta costruendo gradualmente le condizioni necessarie per affrontare temi che percepisce come vulnerabili o difficili. Dal suo messaggio emerge anche una buona capacità di riflessione su sé stesso e sul processo terapeutico. Non mi sembra che stia evitando la questione o ignorandola; al contrario, la sta osservando con attenzione e l'ha già portata all'interno della relazione terapeutica. Questo è spesso un passaggio molto costruttivo. Credo quindi che, alla luce di quanto racconta, possa essere utile continuare ad esplorare questi dubbi insieme al suo terapeuta, senza sentirsi obbligato a prendere decisioni immediate. A volte la domanda non è tanto "riesco a dire tutto?", ma "cosa mi impedisce di dire alcune cose e come possiamo lavorare su questo?". Spesso è proprio lì che si trovano elementi preziosi per la crescita personale e per l'evoluzione del percorso. Se dovesse avere bisogno di ulteriori informazioni o di intraprendere un percorso mi trova a disposizione, Dott. Luca Vocino
Ciao! è difficile poter rispondere così ma vorrei farti alcune domande. Hai difficoltà generalmente ad affidarti ad un professionista? Ti senti sereno con il tuo terapeuta? è una condizione che c'è sempre stata o hai difficoltà a parlare con lui/lei rispetto un determinato argomento?
Buongiorno gentile utente, penso sia una delle fasi che caratterizzano il percorso terapeutico ed è corretto esporlo direttamente con il proprio psicologo; l'Ansia a contrario di quanto si possa pensare se circoscritta serve ed è nostra alleata non va negata o "combattuta" e sicuramente il supporto psicologico aiuta in questa fase. Dott.ssa Psicologa Pinessi Giorgia
Buongiorno, la situazione che descrive è più frequente di quanto si possa immaginare. Molte persone, sopratutto quando stanno attraversando periodi particolarmente stressanti o emotivamente complessi, possono avere la sensazione di non riuscire a esprimere pienamente ciò che pensano o provano, arrivando talvolta a dubitare dell'utilità del percorso terapeutico. Il fatto che lei abbia portato questa sua perplessità all'interno della terapia rappresenta già un elemento di grande valore. Spesso le difficoltà nell'aprirsi, i dubbi sul percorso o il timore di non riuscire a comunicare alcuni vissuti non costituiscono un ostacolo alla terapia, ma diventano essi stessi parte del lavoro terapeutico. La fiducia o il senso di sicurezza necessari per condividere aspetti più profondi di sé richiedono tempi diversi per ogni persona e non seguono necessariamente un andamento lineare. In alcuni momenti si può percepire una maggiore apertura, mentre in altri possono emergere esitazioni, resistenze o la sensazione di essere "bloccati"specialmente nei periodi di maggiore vulnerabilità o stress. Inoltre, il fatto che in questo periodo siano riemersi stati d'ansia o preoccupazioni che riteneva superati non va necessariamente interpretato come un fallimento del percorso terapeutico. In alcuni casi può rappresentare una risposta alle difficoltà del momento e un'opportunità per approfondire ulteriormente la comprensione di sé e delle proprie modalità di affrontare lo stress. Se si sente ascoltato, accolto e compreso dal suo terapeuta, potrebbe essere utile continuare a confrontarsi apertamente anche su questi dubbi e su queste difficoltà prima di trarre conclusioni definitive sull'efficacia del percorso. Talvolta sono proprio i momenti di incertezza e di riflessione condivisa a favorire cambiamenti significativi e una maggiore consapevolezza di sé. Le auguro di poter proseguire il suo cammino con la serenità necessaria per comprendere ciò che è più utile per il suo benessere. Un cordiale saluto
Buongiorno, la terapia funziona nel momento in cui si nutre anche la relazione terapeutica. Pertanto, confermando ciò che il suo professionista le ha detto, le rimando l'opportunità di parlare di questo con lui/lei: sarà solo un arricchimento in più nel percorso. La sua difficoltà ad aprirsi è relativa solo alla terapia o la vive/l'ha vissuta anche in altri ambiti? Tutto è utile nel percorso psicologico, sopratutto i dubbi! Un caro saluto Dott.ssa Alessia Serio
Carissima/o, la ringrazio per aver condiviso una riflessione così importante e delicata sul suo percorso terapeutico. Da ciò che racconta, mi sembra che abbia già fatto un passaggio significativo: portare questo dubbio all'interno della terapia e discuterne apertamente con il suo terapeuta. Spesso le difficoltà ad aprirsi completamente, a mostrare alcuni pensieri o aspetti di sé, non rappresentano necessariamente un ostacolo al percorso, ma possono diventare esse stesse un tema di lavoro terapeutico. È comprensibile che, quando si percepisce di non riuscire a esprimere tutto ciò che si prova, possa emergere il dubbio sull'utilità della terapia. Allo stesso tempo, la fiducia e la possibilità di condividere aspetti più personali richiedono tempi diversi per ciascuna persona e non sempre seguono un andamento lineare. Mi colpisce inoltre che lei stia attraversando un periodo particolarmente stressante e che abbia notato una riattivazione dell'ansia. In momenti come questi, il percorso terapeutico può rappresentare uno spazio utile non solo per affrontare le difficoltà del presente, ma anche per comprendere meglio ciò che rende complesso aprirsi e sentirsi pienamente compresi. Credo che non sia tanto importante chiedersi se abbia senso continuare o meno in termini assoluti, quanto esplorare con curiosità e sincerità ciò che rende difficile essere completamente trasparenti in terapia: quali timori emergono, cosa teme possa accadere se si mostrasse più apertamente e quali bisogni potrebbero esserci dietro questa difficoltà, oppure ascoltarsi e capire se è questo specifico percorso che non fa per lei. Mi sembra che il confronto già avviato con il suo terapeuta possa rappresentare una buona base da cui partire per approfondire questi aspetti, concedendosi il tempo necessario per osservare come evolve il percorso. Le auguro di trovare lo spazio e la serenità per continuare questa riflessione e le faccio i miei migliori auguri per il suo cammino. Un caro saluto Dott.ssa Ilaria Redivo
Buongiorno, credo che il fatto di aver portato questo dubbio al suo terapeuta sia già un elemento importante del percorso. Spesso si pensa che la terapia funzioni solo quando si riesce a raccontare tutto apertamente, ma talvolta anche la difficoltà ad aprirsi, le esitazioni e ciò che si fatica a dire diventano parte del lavoro terapeutico. Mi chiedo inoltre se il periodo di stress che sta attraversando e il riemergere dell'ansia possano rendere più difficile affidarsi completamente e mostrarsi vulnerabili. Più che concentrarsi subito sulla scelta di continuare o interrompere la terapia, potrebbe essere utile continuare a esplorare insieme al suo terapeuta proprio questa difficoltà: cosa la trattiene, cosa teme e quale significato abbia per lei. Non di rado, infatti, i dubbi sul percorso diventano essi stessi un tema importante da approfondire.
Salve. Da psicologa e psicoterapeuta i.f., sento di essere in accordo con il collega e di concedervi più tempo. Se la difficoltà che sente circa l'aprirsi ed il comunicare apertamente i suoi pensieri riguarda anche il percorso terapeutico potrebbe trattarsi di qualche forma di resistenza che deriva da una sua difficoltà di affidarsi e fidarsi, in questo caso, anche del collega. Si fidi di se stesso, della sua relazione terapeutica e si conceda l'autorizzazione di sentirsi libero di parlare, senza alcuna forma di giudizio o altro, in questo modo il suo percorso potrà aiutarla, non solo rispetto al suo attuale periodo di stress, ma anche e soprattutto circa la sua resistenza ad aprirsi, in quanto riuscirà a capire e sentire questa difficoltà da dove nasce, dove fonda le sue radici. Buona fortuna per il suo percorso e la sua vita!!
Caro Paziente, lei racconta un'esperienza che spesso può avvenire in terapia e mi permetto di riconoscerle che è stato in grado di affrontare in un modo consono e riflessivo. Una scelta d'impulso avrebbe decretato, al di fuori dell'interruzione del percorso psicoterapico, anche una mancata occasione per entrare in contatto con un suo elemento identitario. Difatti la difficoltà ad aprirsi, come lei scrive, può essere fisiologica e affidarsi o mostrarsi vulnerabili spesso è un elemento nucleare della terapia. Il silenzio e i dubbi sono materiale fondamentale che racconta di lei quanto i contenuti che con fatica tiene con sé. Riparta da quest'ultimi e si conceda un ritmo che si confaccia alla sua profonda inclinazione personale, anche portando semplicemente vissuti quotidiani più sostenibili. Nella speranza che il suo percorso possa divenire ricco e trovare giovamento in questo breve stimolo proposto, la saluto cordialmente.
Salve, la ringrazio per aver condiviso una riflessione così sincera e importante. Quello che descrive è molto più comune di quanto si possa immaginare e, paradossalmente, il fatto stesso che lei stia mettendo in discussione il percorso e il suo modo di stare in terapia potrebbe rappresentare un tema molto significativo da esplorare, più che un motivo per interrompere il lavoro. Molte persone pensano che una terapia abbia senso solo se si riesce a raccontare tutto, a essere completamente trasparenti e ad aprirsi senza esitazioni. Nella realtà, però, la fiducia e la capacità di condividere gli aspetti più delicati di sé non sempre si sviluppano rapidamente. Talvolta richiedono tempo, soprattutto quando esistono paure, insicurezze, timore del giudizio o semplicemente una naturale difficoltà a mostrare le proprie vulnerabilità. Da ciò che scrive emerge un elemento che considero particolarmente interessante. Lei non ha tenuto per sé questo dubbio, ma ha deciso di portarlo direttamente all'interno della relazione terapeutica e di discuterne con il suo terapeuta. Questo è già un gesto di apertura importante. Spesso si pensa che il contenuto della terapia debba riguardare esclusivamente i problemi della vita quotidiana, mentre anche ciò che accade all'interno del percorso stesso può diventare un materiale prezioso di comprensione. Dal punto di vista cognitivo comportamentale, spesso non è tanto la presenza di una difficoltà a essere il problema principale, quanto il modo in cui la interpretiamo. Mi chiedo, ad esempio, se dietro il pensiero "non riesco ad aprirmi completamente, quindi forse la terapia non ha senso" possa esserci una sorta di aspettativa molto elevata verso sé stesso. Come se per poter continuare fosse necessario raggiungere un livello di sincerità o di apertura totale. Eppure i percorsi di cambiamento raramente seguono una linea perfetta. Molto più spesso procedono attraverso esitazioni, dubbi, momenti di blocco e graduali conquiste. Mi sembra inoltre significativo che questo interrogativo emerga proprio in una fase della sua vita che definisce particolarmente difficile e stressante. Quando attraversiamo periodi di forte pressione emotiva, può accadere che vecchie fragilità si riaffaccino e che anche la motivazione verso il percorso terapeutico venga messa alla prova. Questo non significa necessariamente che la terapia non stia funzionando o che sia inutile. Talvolta significa semplicemente che si è entrati in una fase più complessa del lavoro su di sé. Lei stesso riconosce che la prosecuzione del percorso potrebbe aiutarla a gestire meglio lo stress attuale e la riattivazione di una certa ansia. Questo mi sembra un elemento da non sottovalutare. A volte si tende a valutare una terapia esclusivamente in base alla completa risoluzione dei problemi, mentre sarebbe utile osservare anche altri aspetti: una maggiore consapevolezza di sé, una migliore comprensione delle proprie reazioni emotive, la capacità di riconoscere i propri bisogni o persino il coraggio di affrontare argomenti che in passato sarebbero stati evitati. Forse potrebbe essere utile considerare la difficoltà ad aprirsi non come un ostacolo che rende inutile la terapia, ma come uno dei temi centrali su cui lavorare. Spesso dietro questi blocchi si nascondono modalità di funzionamento consolidate che influenzano non soltanto il rapporto con il terapeuta, ma anche le relazioni personali, il modo di chiedere aiuto, di fidarsi degli altri e di esprimere il proprio mondo interno. Mi sembra che il suo terapeuta abbia accolto il dubbio con disponibilità e senza giudizio, lasciando spazio a una riflessione condivisa. Questo è un elemento che generalmente merita attenzione e che può costituire una buona base per continuare ad approfondire ciò che sta accadendo. Naturalmente la decisione finale spetta soltanto a lei, ma dalla sua descrizione non emerge tanto l'immagine di un percorso privo di significato quanto quella di una persona che sta attraversando un momento delicato e che si sta interrogando in modo molto serio sul proprio modo di stare in relazione, anche all'interno della terapia stessa. In questi casi, spesso concedersi ancora un po' di tempo e di curiosità verso ciò che accade dentro di sé può rivelarsi molto utile. Resto a disposizione. Dott. Andrea Boggero
Gentile utente, dal suo racconto non emerge tanto un fallimento della terapia, quanto un tema molto importante che è entrato nella terapia stessa: la difficoltà ad aprirsi completamente. Spesso ciò che facciamo fatica a dire, tratteniamo o temiamo di mostrare diventa parte centrale del lavoro terapeutico. Il fatto che abbia condiviso questo dubbio con il suo terapeuta mi sembra un passaggio significativo. Una relazione terapeutica non richiede necessariamente di sentirsi pronti a raccontare tutto subito; talvolta la fiducia si costruisce gradualmente, soprattutto nei momenti di maggiore vulnerabilità e stress. Mi colpisce inoltre che, nonostante le sue perplessità, riconosca che questo sia un periodo difficile e che la terapia possa aiutarla a gestire l'ansia riemersa. Forse, prima di decidere se interrompere, potrebbe essere utile continuare a esplorare proprio cosa rende difficile mostrarsi pienamente nel percorso e quali timori emergono quando prova a farlo. A volte le domande che mettono in discussione la terapia non sono necessariamente un segnale che il percorso debba terminare, ma possono rappresentare un'importante occasione di approfondimento. Un cordiale saluto.
Salve, il fatto che lei sia riuscito a portare apertamente questo dubbio in terapia è già un passaggio molto importante. Spesso la difficoltà ad aprirsi completamente non significa che il percorso “non stia funzionando”, ma può essere parte stessa del lavoro terapeutico e del modo in cui ci si protegge emotivamente. Inoltre, nove mesi non sono necessariamente molti, soprattutto se sta attraversando un periodo particolarmente stressante. A volte la fiducia e la possibilità di mostrarsi davvero richiedono tempi più lunghi di quanto si vorrebbe. Mi sembra positivo anche che il suo terapeuta abbia accolto il dubbio senza giudicarlo, lasciando spazio alla possibilità di procedere con gradualità. Questo può favorire un clima di maggiore sicurezza e autenticità. Forse, più che chiedersi se abbia senso continuare “nonostante” la difficoltà ad aprirsi, potrebbe essere utile provare a considerare quella difficoltà come qualcosa da esplorare insieme nel percorso. Un caro saluto. Dott.ssa Gaia Evangelisti, Psicologa.
Gentile Utente, la ringrazio per aver condiviso questa riflessione. Può accadere che, durante un percorso terapeutico, alcune persone facciano fatica a esprimere tutto ciò che pensano o sentono. Avere delle remore nell'aprirsi completamente con il proprio terapeuta è un'esperienza piuttosto comune e comprensibile, si tratta in fondo di parlare di quello che ci abita dentro con uno sconosciuto. Inoltre, non sempre è possibile condividere tutto fin da subito: la fiducia e il senso di sicurezza necessari per affrontare alcuni temi possono costruirsi gradualmente nel corso del percorso. Mi sembra molto significativo che lei sia riuscito a riconoscere questo vissuto e a parlarne con il suo terapeuta. Il fatto che abbia trovato uno spazio in cui condividere questa difficoltà rappresenta già un passaggio importante del percorso e può costituire un'occasione preziosa di lavoro e approfondimento. Potrebbe essere utile continuare a interrogarsi su ciò che rende difficile esprimere alcuni aspetti di sé: ad esempio, se sia presente un timore del giudizio, una difficoltà che riconosce anche in altre relazioni o contesti della sua vita, oppure se questa sensazione emerga soprattutto all'interno della relazione terapeutica. Comprendere meglio le caratteristiche e le origini di questo vissuto può offrire spunti significativi per il percorso che sta svolgendo. Il fatto stesso che si stia ponendo queste domande e che osservi con attenzione ciò che accade nella relazione terapeutica suggerisce una buona capacità riflessiva e testimonia l'impegno che sta dedicando a conoscere meglio se stesso. Capisco, quindi, il desiderio di ricevere un'indicazione su come orientarsi rispetto al proprio percorso. Per quanto riguarda la richiesta di un suggerimento, ritengo che sia una valutazione molto personale, che solo lei può compiere alla luce della sua esperienza, dei suoi bisogni e degli obiettivi che desidera raggiungere. Come professionisti, non possiamo esprimerci su quale sia la scelta migliore, ma possiamo accompagnarla nel processo di riflessione e aiutarla a esplorare ciò che sente più utile per sé. La ringrazio ancora per aver condiviso il suo pensiero. Cordialmente la saluto. Dott.ssa Matilde Margherita Venerini
buongiorno, vorrei innanzitutto sottolineare che il dubbio che sta portando non è affatto insolito. Molte persone, nel corso di una terapia, attraversano momenti in cui si chiedono se abbia senso continuare, soprattutto quando percepiscono di non riuscire a esprimere pienamente ciò che provano o pensano. Paradossalmente la difficoltà ad aprirsi può diventare essa stessa un tema centrale del lavoro terapeutico. Non sempre ciò che ostacola la terapia è un problema da risolvere prima di continuarla; a volte è proprio ciò che può essere esplorato e compreso all'interno della relazione terapeutica. Mi sembra particolarmente significativo che lei abbia scelto di condividere questa perplessità con il suo terapeuta. Il fatto che abbiate potuto parlarne apertamente e che si sia sentito accolto nel suo dubbio suggerisce la presenza di uno spazio di dialogo autentico, che rappresenta già una risorsa importante. Inoltre, racconta di stare attraversando un periodo impegnativo e stressante e di aver notato il ritorno di una lieve ansia. In questo contesto, potrebbe essere utile chiedersi non solo se riesce a portare tutto ciò che vorrebbe in seduta, ma anche quale funzione stia svolgendo attualmente la terapia nella sua vita e quali benefici, anche piccoli, stia traendo da questo percorso. Non è necessario decidere immediatamente. Talvolta concedersi il tempo di osservare cosa accade quando questi dubbi vengono portati in terapia può offrire informazioni preziose sia sul percorso sia sul proprio modo di stare nelle relazioni. Le auguro di continuare a esplorare queste domande con la stessa consapevolezza e apertura che emergono dal suo messaggio. Saluti.
La difficoltà ad aprirsi completamente in terapia è un'esperienza più comune di quanto si possa pensare e, spesso, non rappresenta necessariamente un segnale che il percorso non stia funzionando. Dal suo racconto emerge un aspetto che considero importante: anziché interrompere la terapia tenendo per sé questi dubbi, ha scelto di condividerli con il suo terapeuta. Questo permette di trasformare una difficoltà in un tema di lavoro e di riflessione all'interno della relazione terapeutica. Inoltre, mi sembra significativo che questo dubbio emerga in un periodo che lei stesso descrive come particolarmente stressante e caratterizzato dal riaccendersi di alcuni vissuti ansiosi. In momenti del genere può essere ancora più difficile esporsi, mostrarsi vulnerabili o trovare le parole per esprimere ciò che si prova. Naturalmente non è possibile stabilire da un messaggio online quale sia la scelta migliore nel suo caso specifico. Tuttavia, il fatto che abbia già portato apertamente questa difficoltà in seduta e che il terapeuta l'abbia accolta come un tema legittimo mi sembra un elemento da tenere in considerazione prima di concludere che il percorso non abbia senso. Ilenia Ceravolo, Psicologa
Buongiorno, da ciò che scrive emerge un punto importante: il fatto di non riuscire ancora ad aprirsi del tutto non significa necessariamente che il percorso non abbia senso. A volte, proprio quella difficoltà diventa uno dei temi centrali del lavoro: non solo “che cosa racconto”, ma “che cosa accade dentro di me quando sto per raccontarlo”. Mi sembra positivo che lei ne abbia parlato con il suo terapeuta prima di decidere. Interrompere un percorso nel momento in cui aumenta lo stress e ritorna un po’ d’ansia potrebbe rischiare di trasformare la fatica ad aprirsi in una conferma: “siccome non riesco a dire tutto, allora è inutile”. In realtà, può essere più utile portare in seduta proprio questo blocco, senza pretendere di superarlo subito. Un piccolo passo concreto potrebbe essere questo: nella prossima seduta non si obblighi a dire tutto, ma provi a dire almeno una frase vera sul blocco, per esempio: “c’è qualcosa che faccio fatica a raccontare, e mi viene da pensare che per questo la terapia non serva”. A volte il lavoro inizia proprio da lì: non dal contenuto nascosto, ma dal modo in cui ci si protegge dal dirlo. Per capire meglio la situazione sarebbero utili alcune domande: * che cosa teme possa accadere se si aprisse di più? * questa difficoltà riguarda solo il terapeuta o anche altre relazioni? * in questi nove mesi ci sono stati cambiamenti, anche piccoli? * l’ansia che è tornata è legata allo stress attuale o al dubbio sul percorso? Ne parli ancora con il suo terapeuta, magari partendo proprio da queste domande. Se desidera, può anche scrivere qualche dettaglio in più per orientare meglio la riflessione o valutare un confronto psicologico dedicato. Un caro saluto.
Salve, grazie per la sua condivisione. Il percorso terapeutico è un processo sempre molto complesso e la relazione che si instaura è, senza alcun dubbio, centrale. La sua scelta di condividere con la sua terapeuta questo vissuto è assolutamente sensata e mi sembra un'ottima idea. Tuttavia, potrebbe provare a fare caso se ci sia qualche specifica dinamica che la porta a questa chiusura e a una condivisione solo parziale dei suoi pensieri. Sfruttare il momento "in vivo" potrebbe rivelarsi molto utile. Ad esempio, se si accorge di avere un determinato pensiero e di non riuscire o volere condividerlo, potrebbe metacomunicare questo aspetto con la terapeuta, dicendole apertamente: «In questo momento mi sono accorta di avere un pensiero, ma non me la sento di dirlo». In questo modo potreste esplorare le sue sensazioni mentre sono ancora effettivamente attive. Per ulteriori dubbi o chiarimenti resto a disposizione. Buona giornata!
Gentile Utente, credo che il fatto stesso che lei sia riuscito a portare al suo terapeuta questo dubbio sia già un elemento molto significativo del percorso che state facendo. Spesso si pensa che una terapia funzioni soltanto quando si riesce a raccontare tutto e a essere completamente trasparenti, ma nella realtà clinica non è sempre così. La difficoltà ad aprirsi, il trattenere alcuni pensieri o il timore di mostrarsi pienamente sono spesso parte del lavoro terapeutico e non necessariamente un ostacolo che ne decreta il fallimento. Anzi, talvolta proprio ciò che facciamo più fatica a dire, o il fatto stesso di non riuscire a dirlo, può diventare un materiale prezioso da esplorare insieme. Mi domando se la sua idea di interrompere il percorso nasca dal timore di "non stare facendo bene la terapia" o se, invece, questa difficoltà nel mostrarsi completamente sia un'esperienza che in qualche modo conosce già anche in altre relazioni significative della sua vita. A volte in terapia finiscono per riproporsi modalità relazionali già sperimentate altrove, e riconoscerle può rappresentare un'importante occasione di cambiamento. Inoltre, lei racconta di stare attraversando un periodo particolarmente stressante e di percepire il riaffacciarsi dell'ansia. Forse proprio questo momento potrebbe rendere ancora più importante avere uno spazio in cui poter essere accolto, senza la necessità di sentirsi perfettamente pronto o completamente aperto. Mi sembra molto preziosa la proposta del suo terapeuta di concedervi più tempo. In un'epoca in cui siamo spesso portati a pretendere risultati immediati anche da noi stessi, forse il percorso terapeutico può diventare proprio il luogo in cui fare un'esperienza diversa: quella di procedere con gradualità, rispettando i propri tempi e le proprie difese, senza viverle come un fallimento. Forse la domanda da porsi non è tanto "ha senso continuare la terapia se non riesco ad aprirmi del tutto?", ma piuttosto: "Che cosa rende così difficile per me mostrarmi pienamente anche in una relazione che nasce proprio per accogliere ciò che porto dentro?". Un cordiale saluto, Marica Romano Psicologa
Quello che sta portando è in realtà un passaggio molto importante del percorso terapeutico, non un segnale che “non sta funzionando”. Anzi, spesso è proprio quando emerge questa difficoltà ad aprirsi davvero che si arriva a un punto centrale del lavoro. La domanda che le farei è questa: cosa succede esattamente dentro di lei nel momento in cui potrebbe dire qualcosa di più autentico? È più una paura di essere giudicato? Di non essere capito? Di deludere il terapeuta? Oppure c’è una sensazione più profonda, come se esporsi davvero la mettesse in una posizione di vulnerabilità difficile da tollerare? E ancora: ha la sensazione di “trattenere” cose precise, oppure è più un blocco generale, come se non riuscisse proprio a trovare le parole? Perché queste sono due dinamiche diverse, e raccontano cose diverse di lei. Un altro punto fondamentale: quanto si sente al sicuro in quella relazione terapeutica? Non in senso razionale (“so che posso fidarmi”), ma proprio a livello emotivo. Si sente libero di essere imperfetto, contraddittorio, anche “scomodo”? Oppure c’è una parte di lei che cerca, anche inconsapevolmente, di portare in seduta una versione più accettabile, più ordinata? E le faccio una domanda ancora più diretta: se decidesse di interrompere, sarebbe perché davvero sente che non le serve, o perché così eviterebbe di entrare in quelle parti più difficili? Il fatto che lei abbia già portato questo dubbio in terapia è un segnale molto positivo. È esattamente lì che si lavora. Però attenzione a non trasformare questa difficoltà in una “prova” che il percorso non ha senso: potrebbe essere, al contrario, il punto in cui inizierebbe a diventare davvero utile. Inoltre, sta attraversando un periodo stressante e l’ansia sta riemergendo: interrompere proprio adesso rischia di lasciarla senza uno spazio di elaborazione nel momento in cui ne avrebbe più bisogno. La terapia non serve solo quando si sta “bene e lucidi”, ma soprattutto quando le cose si muovono e diventano più complesse. Forse il focus potrebbe spostarsi da “riesco o non riesco ad aprirmi?” a “cosa mi impedisce di farlo, e posso portare anche questo in seduta?”. Anche dire al terapeuta: “sento che non riesco a dirle davvero quello che penso” è già, di per sé, un passo terapeutico molto forte. Se vuole, può provare a riflettere anche su questo: cosa accadrebbe se, nella prossima seduta, dicesse esattamente quello che ha scritto qui, senza filtri? Che effetto le fa solo immaginarlo? Sono temi delicati e profondi, e meritano uno spazio in cui essere esplorati con calma e nel modo giusto. Se sente il bisogno di confrontarsi in maniera più diretta e approfondita su ciò che sta vivendo e su come orientarsi rispetto al suo percorso, può anche scrivermi in privato: a volte uno sguardo esterno aiuta a fare chiarezza e a rimettere a fuoco la direzione.
Buonasera, capisco da quanto scrivi che il periodo difficile e stressante sia alla base del mettere in discussione il percorso terapeutico. In questi momenti dovremmo cercare di capire come gestire meglio le situazioni stressanti e difficili della vita e soprattutto non farci sopraffare da tali emozioni che vanno ad incidere anche nelle risorse che abbiamo. Ti auguro di prendere del tempo con il tuo terapeuta per capire se è solo un momento o se va chiuso il percorso. Cerca di ripensare a quando invece hai iniziato il percorso. Ripensa a quella motivazione, alle ragioni per cui hai iniziato 9 mesi fa. Ripensa a quelle emozioni e a quella spinta positiva che ti ha fatto prendere cura di te. La verità è tutta li. Dott. Andrea Proietti
Buongiorno, molte persone immaginano che per beneficiare di una terapia sia necessario riuscire a raccontare tutto immediatamente e senza difficoltà. In realtà, la possibilità di aprirsi completamente è spesso un processo graduale che richiede tempo, fiducia e sicurezza. Talvolta anche la difficoltà a mostrarsi pienamente o il timore di condividere alcuni pensieri diventano essi stessi temi importanti da esplorare nel percorso. Mi sembra inoltre positivo che il suo terapeuta abbia accolto il dubbio senza giudicarlo e abbia proposto di procedere con calma. Questo suggerisce uno spazio in cui le sue perplessità possono essere portate e discusse apertamente, anziché essere considerate un ostacolo o un fallimento. Dal suo messaggio emerge anche che sta attraversando un periodo particolarmente stressante e che alcune manifestazioni d'ansia si sono ripresentate. In questo senso, potrebbe essere utile chiedersi non soltanto se oggi riesce a comunicare tutto ciò che pensa, ma anche quale funzione stia svolgendo la terapia in questo momento della sua vita e quali aspetti le stia offrendo come sostegno. A volte si tende a valutare l'efficacia di un percorso esclusivamente sulla base della capacità di raccontare ogni cosa o di ottenere cambiamenti immediati. Tuttavia, il lavoro terapeutico può includere anche momenti di esitazione, dubbi, resistenze e fasi in cui si procede più lentamente. Questo non significa necessariamente che il percorso sia inutile. Forse potrebbe essere interessante continuare a esplorare insieme al suo terapeuta proprio questa difficoltà ad aprirsi completamente: cosa rende difficile condividere alcuni aspetti? Cosa teme possa accadere se lo facesse? Come si sente quando sceglie di trattenere qualcosa? Domande di questo tipo possono talvolta offrire spunti preziosi. Cordialmente
La sua riflessione è molto importante e comprensibile , capita spesso in terapia. E' normale chiedersi se il percorso stia funzionando, soprattutto quando si fa fatica ad esprimersi. E' importante che lei ne abbia parlato con il suo terapeuta: anche questa difficoltà può diventare parte del lavoro insieme, per capire meglio cosa la blocca o la mette a disaggio. Si ricordi che un terapeuta non giudica ed è lì per aiutarla. Inoltre, sta attraversando un periodo stressante e l'ansia è tornata a farsi sentire. In questi momenti non è necessario decidere se continuare o meno: può essere utile prendersi un pò di tempo per osservare come si sente. Più che cercare di "di fare terapia nel modo giusto ", può essere utile chiedersi se questo spazio, anche con le sue difficoltà , le sta offrendo cmq un sostegno in questa fase. Inoltre Paradossalmente, alcune delle conversazioni più importanti in terapia iniziano con la frase: 'Non so se questa terapia abbia senso per me'.
Salve,da ciò che descrive, mi sembra che abbia già fatto un passo molto importante: portare apertamente questo dubbio al suo terapeuta invece di interrompere il percorso senza confrontarsi. Anche la difficoltà ad aprirsi completamente può essere parte del lavoro terapeutico e, in alcuni casi, rappresenta proprio uno degli aspetti da esplorare insieme. Mi sembra positivo che il suo terapeuta abbia accolto la sua perplessità senza giudicarla e le abbia proposto di concedersi più tempo. Nove mesi possono essere molti in alcuni percorsi e pochi in altri; non esiste una tempistica valida per tutti, soprattutto quando si attraversano periodi particolarmente stressanti. Se in questo momento sta affrontando difficoltà che stanno riattivando ansia e disagio, potrebbe essere utile considerare la terapia anche come uno spazio di sostegno per affrontare questa fase, senza sentirsi obbligato a prendere subito una decisione definitiva sul proseguimento del percorso. Il mio suggerimento sarebbe di continuare a condividere con il terapeuta questi dubbi e le eventuali difficoltà che incontra nel parlare di alcuni aspetti di sé. Spesso proprio queste conversazioni possono diventare parte integrante del lavoro terapeutico. Saluti, Dott.ssa Donatella Valsi
Buongiorno, quello che descrive è un dubbio molto più comune di quanto si possa pensare. Molte persone, durante un percorso terapeutico, attraversano momenti in cui si chiedono se abbia senso continuare, soprattutto quando si accorgono di non riuscire a mostrarsi completamente o di trattenere parti importanti di sé. In realtà, il fatto che lei abbia portato questa difficoltà direttamente al suo terapeuta è un segnale positivo. La difficoltà ad aprirsi non è necessariamente un ostacolo alla terapia: spesso diventa proprio uno degli aspetti più importanti su cui lavorare. A volte non è la mancanza di volontà a frenare la comunicazione, ma la paura di essere giudicati, di deludere, di mostrarsi vulnerabili o di entrare in contatto con emozioni dolorose. Mi sembra significativo anche che questo dubbio emerga in un periodo di particolare stress e con il ritorno di una certa ansia. In questi momenti si può essere tentati di interrompere un percorso proprio quando si avrebbe più bisogno di uno spazio di sostegno e comprensione. Da ciò che racconta, il suo terapeuta non ha minimizzato la sua perplessità, ma l'ha accolta e trasformata in un argomento di lavoro condiviso. Questo è spesso un buon indicatore della qualità della relazione terapeutica. Non sempre i progressi avvengono attraverso grandi rivelazioni o cambiamenti improvvisi; a volte passano proprio attraverso la possibilità di restare nel dubbio, osservarlo e comprenderlo insieme. Se sente che la terapia le sta offrendo uno spazio utile per affrontare questo periodo difficile, potrebbe essere prematuro interromperla basandosi esclusivamente sulla difficoltà ad aprirsi. Anzi, questa difficoltà potrebbe rappresentare una chiave importante per comprendere meglio il suo funzionamento emotivo e relazionale. Continui a portare in seduta questi pensieri, anche quelli che le sembrano scomodi o contraddittori. È proprio lì che spesso il lavoro terapeutico diventa più profondo. E se dovesse accorgersi che questa fatica ad aprirsi è un tema ricorrente anche nelle relazioni al di fuori della terapia, il percorso potrebbe aiutarla a esplorarlo e superarlo con maggiore consapevolezza.
Credo che tu abbia fatto una cosa molto importante: portare questo dubbio direttamente al tuo terapeuta invece di interrompere il percorso senza confrontarti. Da quello che racconti, mi trovo d'accordo con la sua osservazione. La difficoltà ad aprirsi completamente non significa necessariamente che la terapia non stia funzionando; spesso è parte stessa del lavoro terapeutico e può richiedere tempo per essere compresa e affrontata. Da quello che scrivi, stai affrontando un periodo particolarmente stressante e riconosci che il percorso terapeutico ti sta aiutando a gestire meglio l'ansia riemersa. Anche per questo motivo, prima di prendere decisioni definitive, potrebbe essere utile concederti ancora un po' di tempo e continuare a parlare apertamente con il tuo terapeuta proprio di queste difficoltà. A volte non è necessario sentirsi pronti a dire tutto subito; anche il percorso verso una maggiore fiducia e apertura può essere parte della terapia stessa.
Ciao, ti rispondo secondo il mio approccio terapeutico per provare a fare un'ipotesi e quello che descrivi non mi sembra necessariamente un segnale che la terapia non stia funzionando. Anzi, la difficoltà ad aprirsi può essere vista come qualcosa che ha una funzione protettiva. È possibile che, inconsapevolmente, ci siano convinzioni profonde che rendono rischioso mostrarti completamente (ad esempio il timore di essere giudicato, rifiutato o di creare disagio all'altro). In quest'ottica, il fatto che tu abbia portato proprio questo dubbio al tuo terapeuta è già un passaggio importante: significa che stai iniziando a condividere anche ciò che rende difficile la terapia. Nella CMT (Control Mastery Theory) si pensa che il paziente "metta alla prova" il terapeuta per verificare se quelle convinzioni sono ancora vere. Se il terapeuta riesce ad accogliere questi dubbi senza giudicarli e senza spingerti ad andare più veloce di quanto tu possa fare, la relazione terapeutica diventa un'esperienza nuova e correttiva. Per questo motivo, non credo che il fatto di non riuscire ancora ad aprirti completamente significhi che il percorso non abbia senso. Potrebbe essere, invece, proprio uno dei temi centrali su cui lavorare insieme. Il fatto che il tuo terapeuta abbia accolto la tua riflessione e ti abbia proposto di procedere con calma mi sembra coerente con questa prospettiva. Considerando anche il periodo di stress che stai vivendo e la ricomparsa di un po' di ansia, forse potrebbe essere utile osservare, insieme al terapeuta, cosa rende così difficile mostrarti pienamente e quali paure emergono quando provi a farlo. A volte è proprio questo lavoro sulle difficoltà della relazione terapeutica che permette i cambiamenti più significativi. Poi ovviamente questa è la teoria ed è importante anche che tu ti senta a tuo agio in terapia e soprattutto al SICURO in modo da poterti sentire libero di aprirti per lavorare su delle credenze che ostacolano il raggiungimento dei tuoi obiettivi sani.
Buongiorno, grazie per ciò che ha condiviso. Ritengo che sia importante portare nella sua terapia personale le sue perplessità circa il prosieguo del percorso, in quanto è proprio in questa relazione che si sono manifestate. Mi sembra che già questa sia un'apertura autentica e trasparente. Mi domanderei come mai, però, ha sentito il bisogno di cercare un'ulteriore conferma esterna, anziché affidarsi al suo sentire per una scelta così intima come la terapia. Dott.ssa Claudia Pica
Buon pomeriggio, grazie per aver condiviso in modo così riflessivo la sua esperienza. Il dubbio che sta attraversando è molto più comune di quanto possa sembrare all’interno di un percorso terapeutico. La difficoltà ad aprirsi completamente non è di per sé un segnale che la terapia “non stia funzionando” o che non abbia senso continuare. Al contrario, spesso rappresenta proprio uno degli aspetti centrali del lavoro terapeutico: la costruzione graduale di uno spazio di fiducia in cui poter portare, con i propri tempi, anche ciò che inizialmente è più difficile esprimere. È importante ricordare che la trasparenza assoluta non costituisce un prerequisito per l’avvio di un percorso terapeutico efficace, quanto piuttosto un orizzonte che si delinea progressivamente nel tempo, attraverso la relazione e la continuità del lavoro clinico. È del tutto comprensibile che, nelle fasi iniziali o in particolari momenti del percorso, possa risultare complesso esporsi pienamente e mettere in gioco in modo spontaneo e immediato i propri vissuti più profondi. In questo senso, il fatto stesso di aver potuto condividere questo dubbio con il proprio terapeuta rappresenta già un passaggio significativo e prezioso nel processo terapeutico. Le auguro di poter proseguire questo lavoro con il giusto tempo per lei, mantenendo aperto il dialogo con il suo terapeuta ogni volta che emergono dubbi o difficoltà. Un caro saluto!
Gentile utente, il dubbio che porta è tutt'altro che insolito. Molte persone, a un certo punto del percorso terapeutico, si chiedono se abbia senso continuare quando si accorgono di non riuscire ancora a raccontare tutto ciò che provano o pensano. Paradossalmente, proprio questa difficoltà può diventare uno dei temi più importanti su cui lavorare in terapia. Mi sembra significativo che abbia scelto di condividere questo pensiero con il suo terapeuta invece di interrompere il percorso senza parlarne. È un segnale di fiducia nella relazione terapeutica e, soprattutto, un'occasione preziosa di lavoro. Dal suo racconto emerge che il terapeuta non ha minimizzato il suo dubbio, ma lo ha accolto, proponendole di procedere con i suoi tempi. Questo è un atteggiamento che va nella direzione di rispettare il suo ritmo, senza forzature. Vorrei invitarla a riflettere su un aspetto: la difficoltà ad aprirsi completamente è presente solo in terapia o rappresenta una modalità che ritrova anche in altre relazioni significative? Se tende a trattenere pensieri, emozioni o parti di sé anche con le persone importanti della sua vita, è possibile che ciò che accade nello studio del terapeuta non sia un ostacolo al percorso, ma proprio una manifestazione del problema che la terapia può aiutare a comprendere e trasformare. Lei racconta anche di attraversare un periodo particolarmente stressante e di avvertire il ritorno di una lieve ansia. In queste fasi può essere ancora più difficile esporsi e mostrarsi vulnerabili. Per questo motivo, forse non è il momento migliore per valutare l'efficacia del percorso esclusivamente sulla base della facilità con cui riesce ad aprirsi. Potrebbe essere utile continuare a portare in seduta proprio ciò che sta vivendo rispetto alla terapia stessa. Ad esempio, può raccontare i momenti in cui sente di trattenersi, le paure che emergono quando vorrebbe dire qualcosa e poi decide di non farlo, o il timore che il terapeuta possa giudicarla o non comprenderla. Questi aspetti non sono "fuori tema": sono materiale terapeutico di grande valore. Naturalmente è anche possibile che, dopo un confronto sincero e dopo essersi dato il tempo necessario, lei senta che quel percorso o quel professionista non sono più adatti ai suoi bisogni. Anche questa può essere una scelta legittima. Tuttavia, da ciò che scrive, mi sembra che oggi il dubbio non riguardi tanto il terapeuta quanto la fatica che prova nell'affidarsi completamente. Le suggerirei quindi di non considerare questa difficoltà come la prova che la terapia non stia funzionando, ma come un'occasione per approfondire un aspetto centrale del suo modo di stare in relazione. A volte i cambiamenti più significativi iniziano proprio quando si riesce a parlare non solo dei propri problemi, ma anche di ciò che accade all'interno della relazione terapeutica. Le auguro di continuare questo confronto con curiosità e senza sentirsi obbligato a "fare bene" la terapia. Non esiste un paziente perfetto che riesce a dire tutto fin da subito; spesso il percorso consiste proprio nel costruire, poco alla volta, uno spazio in cui ci si possa sentire sufficientemente al sicuro da mostrarsi per ciò che si è. Le mando un caloroso saluto Dott. Michele Basigli Perugia
Buongiorno. La ringrazio per aver condiviso questa sua importante riflessione. Il fatto che abbia affrontato il blocco direttamente con il suo terapeuta è, da una prospettiva cognitivo-comportamentale (CBT), un passo avanti: ha trasformato un potenziale evitamento in un momento di confronto reale e costruttivo. In ottica CBT, l'idea che la terapia "non abbia senso" se non si riesce a essere trasparenti al 100% rappresenta una tipica distorsione cognitiva, un pensiero polarizzato del tipo "tutto o nulla". L'apertura totale non è un prerequisito che deve possedere fin da subito, bensì un processo da costruire per gradi. Interrompere il percorso adesso, in un momento di forte stress e riattivazione dell'ansia, rischierebbe di privarla di un supporto prezioso proprio quando ne ha più bisogno. La terapia è uno spazio flessibile: si può rallentare il ritmo e rimodulare gli obiettivi, concentrandosi sul "qui e ora". Per affrontare questa fase nel migliore dei modi, le suggerisco di concordare con il suo terapeuta di accantonare temporaneamente i temi più profondi e dolorosi per dedicarsi esclusivamente a tecniche pratiche di gestione dello stress attuale. Provi a porsi dei micro-obiettivi di condivisione, selezionando anche un solo pensiero o episodio a seduta, oppure utilizzi la scrittura, portando un diario o un biglietto scritto da leggere insieme se la comunicazione verbale le risulta troppo difficile. Concedersi più tempo le permetterà di sperimentare che la terapia si adatta ai suoi bisogni.
Gentle paziente,quello che racconta è una situazione che può capitare più spesso di quanto si pensi. Molte persone credono che, per fare un buon percorso terapeutico, sia necessario riuscire ad aprirsi completamente fin da subito. In realtà la fiducia è qualcosa che si costruisce nel tempo e, a volte, proprio la difficoltà a mostrarsi fino in fondo diventa uno dei temi più importanti da portare in terapia. Mi ha colpito il fatto che abbia avuto il coraggio di condividere questo dubbio con il suo terapeuta. È un passaggio molto significativo, perché significa che, invece di interrompere il percorso in silenzio, ha scelto di mettere in parole ciò che stava vivendo. Questo, di per sé, è già un lavoro terapeutico. Da quello chhe scrive, il suo terapeuta non ha cercato di convincerla a restare, ma ha accolto la sua difficoltà e le ha proposto di procedere con i suoi tempi. Personalmente considero questa una risposta rispettosa, che lascia spazio alle sue emozioni senza forzarla.Mi sembra anche importante un altro aspetto. Lei racconta che sta attraversando un periodo di particolare stress e che l'ansia è tornata a farsi sentire. In momenti come questi è normale che emerga anche il desiderio di allontanarsi da ciò che ci mette a contatto con le nostre fragilità. A volte interrompere la terapia può sembrare un modo per alleggerire il peso, quando invece potrebbe essere proprio il momento in cui quel sostegno è più utile. Le suggerirei di non concentrarsi sull'obiettivo di riuscire a raccontare tutto. Potrebbe provare, invece, a portare in seduta proprio la difficoltà ad aprirsi, la paura di mostrarsi o ciò che sente di trattenere. Spesso è da lì che iniziano i cambiamenti più profondi. Se sentirà che, nonostante il tempo e il dialogo, la relazione trapeutica non le permette di sentirsi al sicuro, allora sarà legittimo interrogarsi sull'opportunità di un cambiamento. Ma da ciò che racconta, mi sembra che ci siano ancora elementi su cui vale la pena lavorare. Un caro saluto, Dott.ssa Alina Mustatea Psicologa Clinica, Psicologa Giuridica e Psicodiagnosta
Gentile utente, la situazione descritta è piuttosto frequente nei percorsi psicoterapeutici e merita di essere considerata con attenzione. La difficoltà ad aprirsi completamente con il terapeuta non rappresenta necessariamente un segnale che la terapia non stia funzionando; al contrario, può diventare essa stessa un importante tema di lavoro clinico. Il fatto che la persona abbia scelto di condividere con il proprio terapeuta il dubbio riguardo alla prosecuzione del percorso è un elemento significativo. La possibilità di parlare apertamente delle difficoltà nella relazione terapeutica, delle resistenze o della sensazione di non riuscire a esprimere tutto ciò che si prova è spesso un passaggio che può favorire un'evoluzione della terapia. Anche la risposta del terapeuta appare coerente con una buona pratica clinica: non forzare i tempi, riconoscere la legittimità del dubbio e proporre di esplorarlo insieme. La fiducia e la capacità di esporsi emotivamente non si sviluppano sempre in modo lineare e possono richiedere tempi diversi da persona a persona. Un ulteriore elemento da considerare è il momento di vita attuale. La persona riferisce di attraversare un periodo particolarmente stressante e di aver notato una riattivazione dell'ansia. In queste circostanze, interrompere il percorso esclusivamente perché non ci si sente ancora completamente aperti potrebbe essere una decisione presa in una fase di maggiore vulnerabilità. Potrebbe invece essere utile osservare se proprio questo periodo rappresenti un'occasione per lavorare sulle difficoltà relazionali e sulle modalità con cui vengono vissuti e comunicati i propri stati emotivi. Può essere utile chiedersi, ad esempio, quali siano gli ostacoli che rendono difficile parlare liberamente: il timore di essere giudicati, la paura di deludere il terapeuta, la difficoltà a riconoscere e mettere in parole ciò che si prova o il bisogno di mantenere una parte di sé protetta. Questi aspetti, se esplorati in terapia, possono diventare parte integrante del processo di cambiamento. Se, nonostante un confronto aperto e un tempo congruo, la persona continuasse a percepire una mancanza di sintonia con il terapeuta o la sensazione che il percorso non risponda ai propri bisogni, potrebbe essere opportuno riflettere insieme sull'eventualità di modificare l'approccio terapeutico o, se necessario, valutare un invio a un altro professionista. Tuttavia, questa decisione dovrebbe essere il risultato di una riflessione condivisa e non esclusivamente della difficoltà, di per sé comune, ad aprirsi completamente. In sintesi, il fatto di non riuscire ancora a dire tutto non significa necessariamente che la terapia non abbia senso. Al contrario, la possibilità di portare in seduta proprio questa difficoltà può rappresentare uno degli aspetti più significativi del lavoro terapeutico, soprattutto in un momento in cui lo stress e l'ansia sono tornati a farsi sentire.
La difficoltà ad aprirsi completamente in terapia è un’esperienza molto più comune di quanto si possa pensare e non significa necessariamente che il percorso non stia funzionando. Anzi, il fatto che lei sia riuscito a portare questo dubbio direttamente al suo terapeuta rappresenta già un importante passo terapeutico: sta mostrando una parte vulnerabile di sé e sta lavorando proprio sul rapporto di fiducia. A volte la terapia è come imparare a nuotare: prima di tuffarsi completamente può essere necessario prendere confidenza con l’acqua e sentire che il contesto è sicuro. Non bisogna forzarsi a raccontare tutto subito, perché l’apertura autentica richiede tempo. Può essere utile continuare a osservare cosa rende difficile condividere alcuni aspetti: paura del giudizio, vergogna, timore di essere frainteso o altro. Il fatto che in un momento di stress lei abbia scelto di rimanere nel percorso invece di interromperlo indica una capacità di prendersi cura di sé. Continui a confrontarsi apertamente con il terapeuta anche su queste difficoltà, perché spesso proprio questi aspetti diventano il cuore del lavoro terapeutico.
Buonasera, Innanzitutto vorrei sottolineare un aspetto che ritengo importante, ovvero il fatto che abbia portato questo dubbio direttamente al suo terapeuta rappresenta già un elemento significativo del percorso. In terapia non è fondamentale soltanto parlare dei propri problemi, ma anche poter parlare di ciò che accade all'interno della relazione terapeutica. Da quello che racconta, il suo terapeuta ha accolto la sua perplessità senza giudicarla, proponendole di esplorarla insieme anziché viverla come un ostacolo. Questo è spesso un segnale di una buona alleanza terapeutica. La difficoltà ad aprirsi completamente è un'esperienza molto frequente. Non necessariamente indica che la terapia non stia funzionando; talvolta rappresenta proprio il tema centrale su cui il percorso è chiamato a lavorare. Chiedersi cosa renda difficile mostrare alcuni pensieri o emozioni può essere altrettanto importante quanto raccontare quei contenuti. A volte entrano in gioco il timore di essere giudicati, di deludere l'altro, di apparire fragili o di modificare l'immagine che si pensa di trasmettere. Altre volte si tratta di modalità relazionali costruite nel tempo, che inevitabilmente si ripresentano anche nel rapporto con il terapeuta. Ciò che accade nella relazione terapeutica non è separato da ciò che accade nelle altre relazioni significative della persona. Se tende a trattenere alcuni aspetti di sé anche con il terapeuta, potrebbe essere interessante chiedersi se questa modalità le sia familiare anche nella vita quotidiana e quale funzione abbia avuto nella sua storia. Non è raro che proprio questi schemi relazionali emergano in terapia, offrendo l'opportunità di comprenderli e trasformarli. Mi sembra inoltre importante considerare il momento che sta attraversando. Racconta di vivere un periodo particolarmente stressante e di percepire una riattivazione dell'ansia. In una fase come questa, interrompere il percorso esclusivamente perché sente di non riuscire ancora ad aprirsi del tutto potrebbe essere una decisione presa mentre sta affrontando un momento di maggiore vulnerabilità. Il fatto che lei stesso riconosca come la terapia possa rappresentare un sostegno è un elemento che merita attenzione. Forse, più che domandarsi se abbia senso continuare, potrebbe essere utile restare in contatto con la curiosità verso ciò che accade quando sente di non riuscire a dire qualcosa. Cosa teme possa succedere se si mostrasse completamente? Cosa immagina che il terapeuta potrebbe pensare o fare? Sono domande che spesso aprono spazi di lavoro molto preziosi. Il tempo in terapia non è uguale per tutti e non esiste un ritmo "corretto" con cui imparare ad affidarsi. Il fatto che oggi lei sia in grado di riflettere su queste difficoltà, di parlarne apertamente con il suo terapeuta e di interrogarsi sul significato che assumono è già parte del processo terapeutico, non qualcosa che ne dimostra il fallimento. Spero di esserle stato di supporto e le auguro una buona serata.
Buonasera, la ringrazio per aver condiviso la sua esperienza. Da ciò che racconta emerge una riflessione molto importante. Il fatto che abbia scelto di portare questo dubbio al suo terapeuta, anziché interrompere il percorso senza parlarne, rappresenta già un passaggio significativo e testimonia il desiderio di comprendere meglio ciò che sta vivendo. Aprirsi completamente in terapia non è un processo immediato e può richiedere tempo. A volte, proprio la difficoltà a raccontare alcuni aspetti di sé diventa un tema centrale del percorso e può essere esplorata insieme al terapeuta, senza la necessità di forzarsi. Mi sembra inoltre che lei abbia riconosciuto come, in questo momento di particolare stress, lo spazio terapeutico possa rappresentare una risorsa. Questo potrebbe essere un elemento utile da tenere in considerazione prima di prendere una decisione definitiva. Continui a condividere con il suo terapeuta anche questi dubbi e le difficoltà che incontra nel percorso: spesso è proprio attraverso questi momenti di confronto che il lavoro terapeutico può proseguire in modo ancora più autentico. Un caro saluto.
Gentile paziente, é estremamente positivo che abbia scelto di confrontarsi apertamente con il suo terapeuta: il dubbio che sta vivendo è una tappa frequente e preziosa in un percorso di cura, e averlo verbalizzato è già un grande passo avanti verso l'apertura che desidera. La difficoltà a mostrarsi del tutto trasparenti è normale e richiede tempo, soprattutto quando si attraversa un periodo stressante che riattiva vecchie ansie. La proposta del suo terapeuta di procedere con maggiore calma e rispettare i suoi tempi va proprio nella direzione di creare uno spazio sicuro e privo di pressioni. Continuare la terapia in questo momento può offrirle il supporto necessario per gestire lo stress attuale. Il suggerimento principale è di portare in seduta anche questa stessa fatica ad aprirsi, trasformandola da ostacolo a materiale di lavoro. Si conceda il tempo di cui ha bisogno.
Buonasera, quello che descrive è molto più comune di quanto si possa pensare: infatti molte persone credono che per "fare bene" una psicoterapia sia necessario riuscire ad aprirsi completamente fin da subito ma nella realtà la fiducia è qualcosa che si costruisce nel tempo. Inoltre il fatto che abbia trovato il coraggio di condividere proprio questo dubbio con il suo terapeuta è già un passaggio terapeutico importante: la sua risposta sembra essere stata accogliente e rispettosa dei suoi tempi e questo rappresenta un buon presupposto per continuare a lavorare insieme. A volte la difficoltà ad aprirsi non è un ostacolo alla terapia: è la terapia stessa che può aiutare a comprendere da dove nasce quella difficoltà. Può dipendere dalla paura di essere giudicati, dal timore di deludere l'altro, dalla vergogna o da esperienze passate che hanno reso complicato affidarsi. Anche questi aspetti meritano uno spazio di esplorazione. Inoltre, se in questo momento sta vivendo un periodo particolarmente stressante e avverte il ritorno dell'ansia, interrompere il percorso proprio ora potrebbe privarla di un sostegno che potrebbe rivelarsi prezioso. Il mio suggerimento è di continuare a portare in seduta, con la stessa sincerità con cui lo ha scritto qui anche i momenti in cui sente di trattenersi o di non riuscire a dire tutto. Non è necessario "essere un paziente perfetto": la terapia procede anche attraverso esitazioni, dubbi e silenzi, purché possano essere condivisi e compresi insieme. Un caro saluto
Buongiorno, innanzitutto vorrei sottolineare un aspetto che considero molto importante: il fatto che abbia trovato il coraggio di condividere questo dubbio con il suo terapeuta. Non è un passaggio scontato e, spesso, proprio questi momenti di incertezza possono diventare parte del lavoro terapeutico, anziché rappresentarne un ostacolo. Molte persone immaginano che, per "fare bene" una terapia, sia necessario riuscire ad aprirsi completamente fin da subito. In realtà, la fiducia è un processo che si costruisce nel tempo e, per alcune persone, mostrare i propri pensieri più profondi può richiedere più tempo di quanto si vorrebbe. Questo non significa necessariamente che la terapia non stia funzionando. Mi colpisce anche il fatto che lei riconosca di stare attraversando un periodo particolarmente stressante e che, nonostante il dubbio, percepisca come la terapia possa rappresentare uno spazio utile per affrontarlo. Questo mi sembra un elemento prezioso, perché indica che una parte di lei riconosce il valore del percorso. Forse potrebbe essere utile continuare a esplorare proprio ciò che rende difficile aprirsi completamente. Si tratta della paura di essere giudicato? Del timore di deludere il terapeuta? Della difficoltà a dare un nome a ciò che prova? Oppure del bisogno di sentirsi ancora più al sicuro prima di condividere alcuni aspetti di sé? Non è necessario avere subito una risposta, ma queste domande possono diventare esse stesse oggetto della terapia. Il fatto che oggi lei si ponga questi interrogativi non è necessariamente il segnale che il percorso debba interrompersi; potrebbe essere, al contrario, un momento significativo del processo terapeutico. Continui a concedersi il tempo di osservare ciò che accade dentro di sé e a portarlo nello spazio della terapia, così come ha già iniziato a fare. Le auguro di poter vivere questo momento con curiosità verso ciò che sta emergendo, senza sentire il dovere di "fare bene" la terapia, ma concedendosi semplicemente di viverla secondo i suoi tempi.
Gentile, quello che descrivi è una situazione molto più comune di quanto pensi. Quando si arriva a nove mesi di percorso, spesso emergono dubbi sulla propria capacità di aprirsi, sulla trasparenza, sul senso di continuare. Non è un segnale di fallimento. È un segnale che stai osservando con attenzione ciò che accade dentro di te. Il fatto che tu abbia portato questo pensiero al tuo terapeuta è già un atto di apertura. Hai condiviso una difficoltà reale, che tocca il cuore del lavoro terapeutico. Non è poco. Molte persone interrompono senza dire nulla, tu invece hai scelto la strada più adulta: mettere sul tavolo ciò che ti spaventa. Questo è già un movimento verso la relazione. La difficoltà ad aprirsi non significa che la terapia “non funzioni”. Significa che stai entrando in una zona più delicata, dove la fiducia si costruisce lentamente. A volte ci vuole più tempo di quanto immaginavamo. A volte ci vuole un ritmo diverso. A volte ci vuole proprio quel “procedere con calma” che il tuo terapeuta ti ha proposto. Il periodo stressante che stai vivendo non è un dettaglio. Quando la vita si fa pesante, l’ansia torna a bussare, le difese si irrigidiscono, la mente si chiude un po’. È normale che in questi momenti aprirsi sembri più difficile. Ed è proprio in questi momenti che la terapia può diventare un sostegno, un luogo dove non devi essere “perfetto”, ma semplicemente presente. Quello che vedo è che non sei in una fase di chiusura. Sei in una fase di transizione. Stai valutando cosa ti serve, cosa ti fa bene, cosa ti spaventa. Stai cercando di capire se puoi permetterti di restare. E questa è già una forma di cura verso te stesso. Il suggerimento che ti darei è di non leggere la difficoltà come un ostacolo, ma come un tema da portare in seduta. Parlare del fatto che fai fatica ad parlare è già parlare. È già terapia. È già relazione. Se senti che questo percorso ti aiuta a gestire lo stress, a contenere l’ansia, a non sentirti solo in ciò che attraversi, allora forse vale la pena restare ancora un po’, senza forzarti, senza pretendere di “aprire tutto subito”. Le aperture vere non avvengono in un giorno. Avvengono quando ci si sente abbastanza al sicuro da rischiare un pezzo di verità. Resto a disposizione se vuoi approfondire altri aspetti del tuo percorso, come il tema della fiducia terapeutica, della paura di aprirsi o del ritmo della terapia. Un caro saluto, Arianna Bagnini – Psicologa clinica e del lavoro, ricevo anche online.
Buongiorno, comprendo il suo stato d'animo, è una situazione che accade frequentemente. Trovo molto positivo il fatto che abbia parlato apertamente con il suo terapeuta , il che evidenzia che in realtà riesce a portare nella relazione i propri dubbi e perplessità. Rifletterei comunque sul perché abbia scelto di scrivere qui per avere un ulteriore parere, piuttosto che affidarsi solamente al suo terapeuta, sul perché cerchi un'opinione esterna alla relazione. Forse l'ansia che si ripresenta potrebbe anche in parte derivare dal fatto che sta entrando in una fase importante del percorso. Le auguro il meglio, cordialità.
Buongiorno, il fatto di aver condiviso le sue perplessità con il terapeuta è stata una scelta adeguata, che presuppone la possibilità di aprirsi e comunicare in modo trasparente :) . Evidentemente quindi questa possibilità in lei esiste, forse ha timore nel condividere qualcosa che ha un tema specifico, ma potrà farlo con i suoi tempi e con le modalità per lei più adeguate. A volte può essere utile condividere la preoccupazione specifica dietro a questa riluttanza: come "mi sentirei giudicato", "ho paura di essere frainteso" o chissà cos'altro. Buon percorso!
Ciao, mi soffermerei sulla difficoltà che stai incontrando nell'esprimere i tuoi pensieri in modo trasparente. Forse proverei a chiedermi: "mi sento completamente a mio agio?" oppure "penso che il professionista che ho di fronte non sia la persona adatta alle mie esigenze?". Capisco che possa essere difficile riconoscere e dare voce a queste sensazioni ma è assolutamente lecito avere dei dubbi e chiedersi se il percorso che si sta facendo stia realmente aiutando. Ed è anche lecito pensare che il professionista che abbiamo di fronte non risponda alle nostre necessità. la cosa importante però è parlarne con il proprio terapeuta, come hai fatto. condividere questa difficoltà può permettere di capire insieme cosa non sta funzionando e, se possibile, trovare un modo che renda il percorso più adatto a te oppure se sia il caso di cambiare professionista.
Buongiorno, credo che confrontarsi con il proprio terapeuta in merito a questa questione non solo sia un esempio di grande coraggio, ma anche indicatore di una buona alleanza terapeutica! Questi momenti sono degli importanti punti di svolta spesso che permettono di validarsi e comprendere al meglio come continuare in maniera efficace. Buona continuazione!
Tutti i contenuti, in particolare domande e risposte, sono di natura informativa e non possono in alcun caso sostituire una diagnosi medica.













